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spettacoli

VIVA L’ITALIA

FRANCESCO DE GREGORI, ROMANO, 60 ANNI, HA INCISO 19 DISCHI. IL PRIMO, NEL 1972

VASCO BRONDI DI FERRARA, 26 ANNI, ALIAS LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA. HA INCISO DUE DISCHI

DE GREGORI &BRONDI
MARCO ANELLI

NELL’OSCURITÀ ABBIAMO SCOPERTO CHE CI SOMIGLIAMO

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ANDREA SAMONÀ

IL 7 LUGLIO I DUE ARTISTI SARANNO SULLO STESSO PALCO, A TORINO. ALLA VIGILIA DELLO SHOW, LO SCRITTORE MARCO LODOLI LI HA INCONTRATI. RISULTATO: LA SCOPERTA DI MOLTE AFFINITÀ TRA IL PRINCIPE DELLA CANZONE E IL GIOVANE CANTAUTORE. A COMINCIARE DA UNA VISIONE DELLE COSE «ALL’OMBRA»

spettacoli

VIVA L’ITALIA

di MARCO LODOLI

cco, ci siamo, dopo averlo atteso a lungo finalmente è arrivato l’artista che sa come tradurre in musica e parole l’universo liquido dei ventenni, quelle cascate d’acqua pura e quei pantani fangosi: si chiama Vasco Brondi, ma si presenta al pubblico come Le luci della centrale elettrica. Fino a oggi ha pubblicato due album, Canzoni da spiaggia deturpata e il recente Per ora noi la chiameremo felicità. Non vi aspettate canzoni da intonare a squarciagola in motorino o attorno a un falò estivo. Vasco viene dal punk, suonava il basso in un gruppo che pestava forte su poche note, dentro una baraonda minimale che prometteva di esprimere tutta la pena di un’età ferita. Ma di nascosto dagli amici punkettoni, ascoltava i cantautori italiani, ingentiliva l’orecchio e l’anima su quella malinconia fiorita. Ascoltava soprattutto Francesco De Gregori: «Avrò avuto nove o dieci anni quando ho sentito per la prima volta Adelante Adelante!, ed è stata una rivelazione. D’improvviso vedevo la musica. Le note erano come colori, immagini, paesaggi. Ascoltavo guardando». MARCO LODOLI È SCRITTORE Un filo invisibile si è E INSEGNANTE teso tra il ragazzo di Ferrara e il Principe lontano, e su quel filo scivolavano parole nuove, misteriose, profonde. Perché questa è la grande novità di Vasco Brondi, è l’elogio dell’ombra, direbbe Borges, è la riscoperta di quell’oscurità dove brillano diamanti. Dopo anni e anni di semplificazioni, di narrazioni elementari, di messaggi facili e lineari, pronti a essere inghiottiti e metabolizzati dal pubblico, Brondi ha intuito che il mondo interiore degli adolescenti sta tutto da un’altra parte, chiuso in una stanza, sigillato in una visione ancora indecifrata, protetto dal filo spinato dell’incomprensibilità. Sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci/ ci disegneremo addosso dei giubbotti antiproiettile: così inizia Cara Catastrofe, la prima

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VASCO BRONDI IN UNA DELLE FOTO CONTENUTE NEL SUO ULTIMO CD PER ORA NOI LA CHIAMEREMO FELICITÀ

FRANCESCO DE GREGORI, FOTOGRAFATO NEL 1978, PER LA COPERTINA DEL DISCO DE GREGORI

canzone del nuovo cd. Che significa? Dove ci portano queste frasi, dove ci abbandonano? Di sicuro lontano dal senso comune, dalla pace di una costruzione che fila via dritta dall’inizio alla fine. Sono pensieri giovani, disarticolati, immagini che si accostano come frammenti che alla fine non compongono mai un puzzle rasserenante. Francesco De Gregori si è accorto de Le luci della centrale elettrica, probabilmente non gli dispiace che ci sia ancora qualcuno disposto a rischiare in nome di una verità frantumata in mille pezzi: «Perché il mondo è così, noi cerchiamo di forzarlo, di chiuderlo in una spiegazione, e invece il mondo è più grande e imprevedibile di ogni spiegazione» dice De

Gregori: «questi sono stati gli anni delle fiction, delle scuole di scrittura creativa, dei metodi sicuri per mettere bene in fila le cose, i pensieri, i fatti, uno dietro l’altro fino a un finale che ci tranquillizzi. Ma tutta l’arte del Novecento, tutta la grande arte, non accetta di stringersi dentro la banalità di una spiegazione qualsiasi, in un meccanismo dove tutto è chiaro, collaudato, oliato. L’arte ha spesso a che fare con l’oscurità, con ombre che non si fanno illuminare da luci artificiali, con salti di senso, con strappi e folgorazioni inspiegabili». E non è un caso, credo, che Vasco Brondi nel brano Per respingerti in mare, dopo una lunga serie di immagini sospese sul nulla, di parole che sdrucciolano fuori dalla strada che porta tranquil-

A TORINO C’È «TRAFFIC» DI ARTISTI
Oltre a De Gregori e Brondi, a Torino per il festival Traffic (5-10 luglio) ci saranno, tra gli altri, Edoardo Bennato, Il Teatro degli Orrori, Verdena, Manuel Agnelli, Eugenio Finardi. La direzione artistica è di Max Casacci, Alberto Campo e Fabrizio Gargarone, che spiegano: «Festeggiamo i 150 anni dell’Unità d’Italia e il corto circuito fra l’Italia “irregolare” e quella “istituzionale” è simboleggiato dalla sonorizzazione di un film muto, di ambiente risorgimentale, I Mille, affidata agli Offlaga Disco Pax». In programma, anche le mostre di Mimmo Paladino, Andrea Pazienza e Mario Schifano (all’Accademia Albertina delle Belle Arti).
IL VENERDI DI REPUBBLICA

la a casa, canti e non c’è niente precarietà più vasta e più intiDe Gregori: da capire, non c’è niente da cama allo stesso tempo, è «l’es«A vent’anni pire. In un attimo precipitia- bisogna osare, sere pericolante, che è il tratmo indietro nel tempo, verso chi invece to forte dell’adolescenza, e quella canzone di De Gregori si accontenta, forse di tutta la vita» dice che suonava quasi come un sarà così Brondi. Il disagio economico manifesto. Per questo rifiuto per sempre» diventa metafora di un disadi bloccare l’acqua che scorre gio romantico, assoluto: Mi urnel cubetto di ghiaccio di una li che il tuo cuore non è un bilospiegazione, di un messaggio cale da trecento euro al mese: squadrato, De Gregori subì una sorta di siamo in questo tempo con le spalle al processo pubblico da parte degli autono- muro, in quest’epoca di contratti a termimi milanesi. Fu accusato di essere erme- ne, di immigrazione e paura, di mutui e di tico, dunque borghese, lontano dalla rate, di speranze cieche e crolli fragorosi, schiettezza elementare delle masse. ma – ed è questa la potenza di Brondi – Ma Francesco De Gregori, «per brevi- siamo dentro a una condizione umana intà chiamato artista», non ha mai corteg- dissolubilmente intrecciata al fallimento. giato l’insensatezza: ha cercato poetica- Questo tempo diventa metafora del Temmente un senso più ampio in cui le scheg- po. Questa crisi cresce nei versi fino ad ge ritrovino la compiutezza e la traspa- alludere a un’altra Crisi, assoluta, strugrenza della vetrata, affinché tutti noi pos- gente, inevitabile. Eppure nelle canzoni di siamo vedere meglio. Brondi fa qualcosa Brondi, tutte uguali e tutte diverse, non di simile, trent’anni dopo. Canta la preca- c’è alcuna condanna: la vita è questa, rietà del vivere, una precarietà storica e sembra dire il nuovo Vasco, ci sfugge da sociale che sbuca di continuo dai suoi te- ogni parte, ci taglia le mani, ci tormenta, sti, grondanti di call center, di disoccupa- eppure è tutto ciò che abbiamo, è più spiti, di licenziati, di anime rifiutate dal na che rosa, ma vogliamo amarla. mondo del lavoro: ma non si tratta solo Racconta De Gregori: «Brondi mi ha della mancanza di un posto fisso, è una spedito una sua versione di Bene, una
1 LUGLIO 2011

mia vecchia canzone che girava intorno a poche note: lui ne ha tolte un’altra metà, ne ha fatto una cosa particolare, tutta sua. Del resto anche io e Giorgio Lo Cascio, alla sua età, andavamo in sala di incisione per scompaginare le canzoni, sperimentare, sorprenderci. A vent’anni bisogna imparare a osare, a non accontentarsi, a non accomodarsi sulle cose più facili: da ragazzi ci si emoziona rischiando, ed è un modo di pensare che una volta appreso dura per sempre, anche quando i vent’anni sono passati». Da qualche parte c’è sempre un ragazzo con una chitarra che canta il nostro smarrimento, e la sua voce ci piace, le sue parole strane ci riguardano, tutte le camerette d’Italia sembrano unirsi e aprirsi in un orizzonte corale. Quando eravamo giovani quel ragazzo era Francesco De Gregori e per fortuna lui c’è sempre, anche se ha meno capelli scrive canzoni ancora bellissime. E oggi quel ragazzo è Vasco Brondi, punk sentimentale, portavoce di una generazione che non vuole definizioni, cantautore scomposto, spezzato, purissimo, e ci piace ascoltarlo mentre andiamo in macchina nella sera, chissà dove.
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