Biblioteca Tiraboschi Camus e Sartre : pazza generosità , passione inutile ( I NOMI DELL’AMORE) 21 febbraio 2008

Nel romanzo “Il rovescio e il diritto” ( Camus ,1937) un giovane uomo ascolta la litania dei mali di una vecchia signora, con immensa pena …eppure quella stessa pena, così profonda e così radicata nel suo cuore , non riesce a sovrastare e a soppiantare in lui il desiderio di abbandonarla per andare al cinema con gli amici … Affiora cioè una tensione : tensione fra la pena provata e l’odio feroce che a un certo punto il giovane uomo arriva a provare per quella donna che gli impedisce di unirsi ai compagni… Da una parte sta la felicità come godimento individuale e appassionato della vita , dall’altra c’è invece la difficile prova della responsabilità per il prossimo… Esistere, per Camus , significa essere gettati in un mondo in cui l’unico senso e l’unico riscatto di fronte al negativo possono essere costituiti dall’essere insieme . E’ lo stato interiore che Camus definisce silenzio felice. Questo silenzio felice altro non è se non l’accettazione di quella tensione estrema e radicale tra il negativo dell’esistenza e quello che Camus definisce il sorriso del cielo. Entrambi i poli possono rappresentare il rovescio e il diritto, non bisogna scegliere ma accettare di vivere questo andirivieni continuo da un polo all’altro … usando quella che Camus chiama la misura : la capacità di sopportare, insieme, l’esperienza disperata e l’amore della luce della vita. E’ come trovare, appunto, un accordo nel silenzio … per far emergere , da qui , un amore che non può non essere toccato dalla disperazione ( pazza generosità ) … c’è una cosa sola che mi è permessa , perdermi nell’altro, un altro che diventa per me melodia del mondo, un amore estetico spinto all’estremo, più istintuale che filosofico.

Nell’amore disperato, sparato, effuso ( una specie di esplosione emotiva senza alcun controllo ), i problemi che costellano l’esistenza non sono affrontati o risolti , sono semplicemente rimossi : l’amore è un atto di rimozione , una specie di terapia d’urto . Nell’opera “ Il mito di Sisifo” (1942) si legge : “ Non mi interessa sapere se l’uomo è libero.(...) . Io non posso provare la mia propria libertà se non nella disperazione dell’amore”. L’amore è una specie di risposta, piena di disperazione, al dolore della vita. Nell’opera “Caligola ” (1944) si legge : “ Questo mondo, così com’è , non è sopportabile ; perciò ho bisogno della luna , o della felicità, o dell’immortalità, di qualche cosa di pazzesco purché non sia di questo mondo”. Caligola chi è ? E’ colui che incarna la tensione del doppio : è quello che talvolta , nei piccoli intervalli della sua follia distruttiva e autodistruttiva , ha pensato all’amore come a ciò che avrebbe potuto, meglio dell’odio, opporsi all’ostilità del mondo. Credo sia questo il punto centrale : l’aspetto rilevante non è per Camus la risposta al problema del male ( da dove viene il male ? ) , questa è una questione prettamente metafisica ; l’idea è invece che l’uomo è colpevole nella misura in cui risponde in modo inadeguato alla presenza del rovescio nel mondo. Non rispondere alla presenza del rovescio nel mondo significa dire sì al negativo, acconsentire ad esso. Nel romanzo “La nausea” (1938) Sartre ci presenta invece un protagonista che vive una vera e propria situazione di anti – tensione; non ci sono sconnessioni, strappi, doppiezze, c’è piuttosto una linearità assoluta. La realtà non ci indica alcun senso, siamo costretti ad una attribuzione forzata di significati che conduce non ad un senso possibile ma al nulla nauseato. Quello di Sartre è un nulla del poi ; infatti l’uomo originario, impaurito dall’appiattimento, progetta di essere un dio , ma incontra il nulla. Quello di Camus è un nulla – non nulla del prima ; l’uomo originario è doppio in sé , e questo vale anche per l’amore, che si trasforma in uno spazio ipotetico di attribuzione di senso ( l’uomo progetta di essere uomo , e incontra lo stravolgimento). Per Sartre essere coscienti significa nullificare, per Camus amare.

In Sartre c’è il primato della coscienza sulla realtà, l’esito è il nulla. In Camus c’è il primato della realtà sulla coscienza , l’esito è la frizione ; attrito , disturbo, interruzione, apertura folle al mondo. Potremmo anche dire che in Sartre si muove un coraggio introflesso ( il muro), in Camus un coraggio estroflesso ( la peste). IMPLOSIONE in Sarte, ESPLOSIONE in Camus. Nel romanzo “Il muro”(1939) Sartre ci parla di Lulù , la protagonista : Lulù ha la possibilità di instaurare una relazione solo con l’oggetto ( le lenzuola di seta ) , non c’è possibilità di intimità sessuale con un altro individuo, tutto è sovrastato dalla vergogna, tutto conduce cioè all’implosione. Nel romanzo “La peste” (1947) Camus ci presenta invece personaggi esplosivi : Rambert decide di consumarsi per gli altri, non vuole capire ma agire; Cottard vede la peste come una benedizione, gli uomini hanno imparato a volersi bene ; Rieux vuole lottare contro il male, vuole annientare la malattia; Paneloux vede un bambino che muore , la smette di predicare e decide di aiutare Rieux. Bisogna tutto credere o tutto negare , non ci sono mediazioni ; o il tutto o il nulla , l’opzione rimane possibile , è possibile esplodere. Camus la definisce la rivolta : posso andare su , posso andare giù. Per Sartre tale doppiezza originaria non è garantita, il nulla è a fondamento - il nulla è la risposta , l’unica risposta , non c’è chance. In Camus assistiamo a uno stordimento inquieto nell’amore, in Sartre a un annullamento già pre – disposto. Nel romanzo “La caduta” (1956) Camus afferma : “ Per chi è solo, senza Dio né padrone, il peso dei giorni è terribile. Perciò, visto che Dio non è più di moda, bisogna scegliere un padrone”. Siamo obbligati a scegliere , vale solo ciò che decido. Per Sartre, invece, ogni passione, decisa o non – decisa , è inutile, siamo inchiodati alla logica dell’assurdo. E alla passione inutile Camus oppone la rivolta ( siamo in bilico tra il su e il giù, tra il sì e il no, tra il tutto e il nulla). Fernando Pessoa , nel “Libro dell’inquietudine”, sintetizza egregiamente il medesimo punto

di partenza: “ Ho creato in me molte personalità , per creare mi sono distrutto, mi sono così esteriorizzato dentro di me che non esisto che esteriormente”. Allo stesso modo Giuseppe Ungaretti : “ In nessuna parte di terra mi posso accasare …” (“Girovago”). Eugenio Montale sembra invece sposare il punto di partenza di Sartre : “ Solo questo possiamo dire, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” ( “Non chiederci la parola”). E ancora Montale : “ Il rondone raccolto sul marciapiede aveva le ali ingommate di catrame, non poteva volare…”. Gilles Deleuze, nel saggio “ L’esausto”, distingue due categorie che calzano alla perfezione parlando di Camus e di Sarte : lo s t a n c o ( potrebbe essere l’uomo dipinto da Camus ), l’ e s a u s t o ( potrebbe essere l’uomo dipinto da Sartre ). Lo stanco, pur essendo stanco, ha delle possibilità, sono esigue ma ci sono. L’esausto ha esaurito il possibile, o meglio, il possibile non è neppure più una categoria. Lo stanco fa fatica a realizzare,l’esausto non può neppure più possibilizzare. Lo stanco gioca con il possibile senza attuarlo , l’esausto non gioca , non può giocare, è troppo serio , è troppo egocentrico. Lo stanco rischia, si arrabbia, smonta e rimonta il mondo, l’esausto ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza, scopo o significato. Lo stanco ha gli occhi sgranati, l’esausto chiude gli occhi. Lo stanco sta in silenzio, l’esausto sta nel vuoto. Per lo stanco ogni cosa è penultima, per l’esausto c’è solo l’ultimo.

Questa pen – ultimità è possibile o è un’ulteriore utopia im - possibile ?

Conclusioni–lampi–getti laterali–vomiti…sfide… ( impossibili?...)

1. La sfida dell’interruzione – scissione 2. La sfida del doppio silenzio 3. La sfida della tras – gressione ( obbedienza)

1. Quando non c’è sofferenza, non c’è neanche pensiero. “ Non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione, anzi quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Essa guadagna la verità solo a patto di ritrovare se stesso ( cioè lo spirito) nell’assoluta devastazione”. HEGEL

“La coscienza di questa scissione è la coscienza infelice. Infelice è la coscienza di sé come essenza duplicata e ancora del tutto impigliata nella contraddizione”. HEGEL

… la nostra è una condizione esodale , patria intravista e mai posseduta (la verità).

2. Siamo sospesi fra due silenzi : il silenzio dell’origine, il silenzio del destino. Il silenzio dell’origine è il silenzio dell’inizio ( vedi Genesi, I , 26 : “Facciamo l’uomo…”). Il silenzio del destino è la nostra partita : non tutto è stato detto, noi possiamo dire qualcosa. “ No man’s land, no God’s land” ( vedi A. Neher, “L’esilio della parola”).

3. Siamo sospesi su un’identità: obbedire = trasgredire . OB – AUDIRE = ascoltare quello che sta sotto, quello che sta dietro. TRANS – GREDIOR = fare un passo oltre ( possibilizzare).

Alla fine con Giuseppe Ungaretti

I giorni e le notti suonano in questi miei nervi di arpa

vivo di questa gioia malata di universo e soffro di non saperla dire nelle mie parole.

( G. Ungaretti , Poesia, 1916)

Monte Orfano, 21.02.2008

prof. Giacomo Paris

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