MUSICIN18.

QXP:Layout 1 12/07/11 19:06 Pagina 1

PERIODICO DI INFORMAZIONE, ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE

NUMERO 18 > Estate 2011

PEPITO INN
Periodico di informazione, attualità e cultura musicale a cura del Saint Louis College of Music

di Adriano Mazzoletti

CARILLOFF
di Romina Ciuffa proposito di scatola armonica, la mia: quando la chiudi, la ballerina che rotola su se stessa si piega in due e non si sa piu che fine fa e questo mi ha sempre dato soddisfazione. Pensa questa scema, naso contro i guanti e i gioielli, in apnea totale, si gonfia tutta si gonfia, sudando come una bestia nel corsetto, urlando come il brutto genio nella lampada: «Apri la scatola, voglio ballare cazzo!». Ma chi sei, le dico, ma chi ti conosce. Ma ti pare, una ballerina dentro casa. Ne serviva giusto un’altra di narcisista. Inscatolo e metto qualcosa di forte, che si addica al mio stato, Marilyn Manson, «Se non posso averti, non potrà nessuno». Se io non posso averti, ballerai a comando. Ora voglio stare per conto mio, la chiudo abbarbicata nel suo stupido tutù. Ho sempre odiato le cretine che non sanno aprire la loro scatola da sole. Per di più rosa. (...)

PIRATI NAVIGATI di Flavio
Fabbri

A

rima di ricordare gli anni che videro fiorire a Roma il più straordinario locale di jazz, il Music Inn, sito al numero 3 di Largo dei Fiorentini, è necessario sapere chi fosse in realtà l’ideatore e l’animatore di quel locale: il Principe Giuseppe «Pepito» Pignatelli Aragona Cortez, nato a Città del Messico nel 1931. Il padre Antonio (Napoli 1892-Roma 1958) si era sposato lì, a Città del Messico, nel 1926, con una ragazza creola di New Orleans, Béatrice Molyneaux. Una zia paterna, la stravagante principessa Anna Maria, detta Mananà (18991960), dormiva in una bara con lenzuola nere. E poi i papi e i santi in paradiso. (...)

P

M

olti di noi ricordano ancora bene l’emozione che si provava ad accompagnare, con le dita, la discesa del pick-up sul vinile scuro che girava. C’erano poi le musicassette, quelle da ascoltare in macchina o sullo stereo portatile, che ci allietavano in ogni viaggio o uscita serale, fino a quando a metà anni 80 del secolo scorso non è comparso il compact disc e la storia della musica è di nuovo cambiata. Un passo rilevante nella rivoluzione digitale del settore che si sarebbe compita di là a pochi anni, seguito dalla diffusione sempre più consistente di altri supporti tecnologici per la registrazione e l’ascolto di brani musicali. (...)
¢ CONTINUA NELLA RUBRICA ROCK-OFF

¢ CONTINUA NELLA RUBRICA JAZZ&BLUES

¢ CONTINUA NELLA RUBRICA BEDTIME

BEYOND &further
MUSIC IN SPECIAL
FOTOROMINACIUFFA

ALESSANDRO MANNARINO

SOUrND g t ackin

JIM MORRISON

AC CAL CATA

Direttore ROMINA CIUFFA Direttore Responsabile SALVATORE MASTRUZZI Music In Video Videointerviste Reportages, Live Romina CIUFFA www.youtube.com/musicinchannel Music In Radio Romina CIUFFA Michele FALANGA Caporedattore ROSSELLA GAUDENZI Redazione
Flavio FABBRI rockoff@musicin.eu Rossella GAUDENZI jazzblues@musicin.eu Roberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.eu

V i s t aMARE
O

MEZZATESTA&SOCI

SPECIAL Calcata

LA GROTTA DEI GERMOGLI

Contributi
Adriano Mazzoletti Giuseppe Artesano Nicola Cirillo Lucio Lussi, Alessia Panunzi Pietro Polelli, Eugenio Vicedomini Vincenzo Maggiore

redazione@musicin.eu Progetto grafico/Foto Romina CIUFFA Tipografia IPRINT srl Via Tiburtina km 18,300 Guidonia (RM)
Anno IV n. 18 Reg. Tribunale di Roma n. 349 del 20/7/2007

STEFANO MASTRUZZI EDITORE

dio l’estate, perché fino all’ultimo devo attendere che i responsabili politici decidano se assegnarmi quest’area e per quanto tempo, mentre ciò che intendo fare è solamente un festival caparbio, che abbia una velleità: sia migliore. Per vari motivi. Innanzitutto, per le entrate gratuite. Vi sono fasce orarie in cui, come uno Ztl, si entra. Quando lo Ztl è attivo, il costo è un obolo: i romani direbbero «nummo uno». Non ci vado a guadagnare nulla. Ma mento: guadagno eccome. Guadagno la mia onestà intellettuale e auditiva, mi faccio un festival per conto mio tutte le volte che mi giro intorno e non trovo qualità. Ho la presunzione di sapere che una sdraio a Villa Carpegna vale molto di più di un lettino a Porto Cervo. Credo nella taranta, nella pizzica, credo nel jazz, credo nelle percussioni e nel saltarello. Odio l’estate perché odio certe dinamiche consumistiche, commerciali, insidiose, sagre di paese mascherate da galà a palazzo. La odio perché è calda come i baci che ho perduto e piena di un amore che è passato. Io odio l’estate come un Puffo Quattrocchi che si lamenta perché è blu, blue come la tristezza ed il suo blues; la odio perché odio tutto ciò che amo e perché, odiando,

IO ODIO L’ESTATE

spero di farmi amare da ciò che odio: ossia, «devo molto a quelli che non amo» (Wislawa Szymborska, premio Nobel polacco). Sono dentro la mente di Stefano Mastruzzi, come per John Malkovich ho scovato un seminterrato e mezzo, all’interno di una delle sedi del Saint Louis, che porta direttamente all’interno della sua testa. Lui non lo sa. Ne stanno tutti alla larga, io no: quando fermo l’ascensore a metà di quel piano, posso avvertire l’eco dei grandi, tutte le chiavi, un’orchestra di idee, plettri e violini, la fiducia in se stessi e ciò che non c’è più là fuori. La voglia di fare. E il fare. Per questo io credo nell’estate di Stefano Mastruzzi, credo in Villa Carpegna, credo in Luigi Tenco e nel dolore di un amore che il cuore mio vorrebbe cancellar. Credo pure in questo piano e mezzo, dove sola mi nascondo ad ascoltare ciò che a un altro piano non posso trovare: la musicalità di un Festival che viene da dentro. E infatti, apro una porta e c’è il cuore.

Romina Ciuffa, «Essere Stefano Mastruzzi»

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:06 Pagina 2

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

a cura di ROMINA CIUFFA

ODIO L’ESTATE Villa Carpegna Torna il nostro Festival: un mese di musica con oltre 50 concerti. Sul palco nomi intriganti del jazz, del blues, della musica italiana e internazionale, straordinari artisti da tutto il mondo per le produzioni originali, per la qualità della proposta che dal jazz risale controcorrente fino alle tradizioni della tarantella, alla ricerca dell’istinto musicale in cui affondano le nostre radici.
di STEFANO MASTRUZZI

L’
S A

E S T A T E
li che, grazie al Comune di Roma, hanno potuto trovare spazio nel verde di una villa non utilizzata a dovere. Odio l’Estate mantiene i tratti che la caratterizzano da tempo, a partire dalla gratuità di moltissimi concerti e dall’apertura a diversi linguaggi musicali, incluse giovani proposte di qualità e più di 200 artisti sul palco. Ma un Festival necessita di contributi pubblici e privati per operare. In un periodo di difficoltà economiche diffuse a vari livelli, non da ultimi i tagli ai fondi per lo spettacolo, una formula per restare in piedi senza pregiudicare la qualità dell’evento è quella di unire le forze e creare nuove sinergie. Superata la figura dell’organizzatore accentratore del secolo scorso, deus ex machina dell’evento, Odio l’Estate diventa un grande contenitore che ospita al proprio interno diverse rassegne, ciascuna con una propria direzione artistica. Dal confronto e dal dialogo nasce una fruttuosa collaborazione artistico-musicale, ma senza dubbio le agevolazioni derivate dal fatto che si condividano palco, strutture e piani di comunicazione consentono di gravare in misura inferiore sulle risorse pubbliche e sullo spettatore. Ma poi sarà itinerante: porterò Odio l’Estate nelle città e nei Comuni di tutta Italia. Le opportunità devono riguardare ■ tutti, non solo noi.

ADORO

uperata la figura dell’organizzatore accentratore, deus ex machina dell’evento, Odio l’Estate è un grande contenitore che ospita al suo interno diverse rassegne, ciascuna con una propria direzione artistica. Per questo grava meno sulle risorse pubbliche e sullo spettatore.

Roma sono numerose le proposte estive, non c’è proprio bisogno di un’altra rassegna, lo ammetto. Perché allora Odio l’Estate? Alcune manifestazioni si protraggono per più di due mesi, a rischio polpettone. La dimensione giusta di un festival è nella durata - tra i 20 e 30 giorni - e nella garanzia di novità. Il problema è il discrimen: è in questo senso che c’è bisogno di cambiare le carte in tavola. È di fondamentale importanza la distinzione tra un festival e una rassegna: il primo è chiamato a proporre novità, produrre, commissionare opere prime e rappresentare lo stato dell’arte. La seconda è un susseguirsi di concerti non originali, ovunque essa si svolga. A Villa Carpegna sono presenti molte formazioni inedite, create per l’occasione, che non potranno essere ascoltate altrove: tra le altre, il progetto Carta Bianca di Enrico Pieranunzi, il concerto di Sheila Jordan con il trio giovanissimo di Enrico Zanisi, la band di Paolo Damiani e le produzioni italo francesi di «Striscia di terra feconda», i progetti della Saint Louis Big Band con Enrico Intra e Javier Girotto. Odio l’Estate rappresenta solo l’ampliamento di una rassegna che il Saint Louis organizza da 7 anni, dapprima dedicata al jazz ed ospitata dalla Casa omonima, quindi estesasi a tutti i generi musica-

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:06 Pagina 3

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

ENRICO PIERANUNZI Gli abbiamo dato carta bianca per tre giorni. Chissà come finirà.

BLUES KNIGHTS I cavalieri del blues, la notte della negritudine, il canto degli schiavi, gli zoccoli dei cavalli. Scalpitanti.

A.A.A. BAGNINO CERCASI Eugenio Bennato, Frank McComb, Danilo Rea, Rosario Giuliani, Chihiro Yamanaka sui lettini vicino al nostro. Serve un bagnino, o annegheremo.

ILLUSTRAZIONE: QUINT BUCHOLZ

CARTABIANCA
Videoreportage

di Roberta Mastruzzi

NON ODIO IL ROCK il rock ha l’oro in bocca manifestazione O dio l’Estate 2011, la nostraper compensare musicale auto-organizzata

www.youtube.com/musicinchannel
asciatevi raccontare una storia. Date alla musica la possibilità di seguire i suoi percorsi più imprevedibili e lei saprà come farvi perdere in un intricato mondo di emozioni, immagini, sensazioni. E lo farà con originalità ed eleganza, creando stupore, saltando le barriere del vostro intelletto e andando a dialogare direttamente con il vostro spirito e servendosi di un cantastorie d’eccezione: Enrico Pieranunzi, ospite per tre serate di luglio al Festival Odio L’Estate di Villa Carpegna. A lui, alla sua classe, al suo inconfondibile stile, al suo gusto raffinato, sarà data carta bianca. Tre serate in cui il pianista e compositore raccontarerà una storia ogni volta diversa, accostando linguaggi differenti e chiamando con lui sul palco musicisti di altissimo livello. Si inizia il 12 luglio con una serata all’insegna del latin jazz. Insieme a Flavio Boltro (tromba), Rosario Giuliani (sax), John Patitucci (basso) e Dedè Ceccarelli (batteria), Pieranunzi propone una nuova interpretazione dei brani del disco Live at Birdland, registrato per l’etichetta CamJazz durante un concerto presso lo storico locale newyorchese. Il quintetto trasporterà il pubblico in un’atmosfera dal sapore latino, traendo ispirazione dalle sonorità sudamericane unite alla personale interpretazione di una formazione davvero eccezionale. E poi piano, solo piano. Ovvero due. La serata del 14 luglio vede Pieranunzi confrontarsi con

L

scompensi, che dell’improvvisazione e della contaminazione artistica ha fatto la sua bandiera sin dagli esordi, ha un cuore rock. Qui inteso come una categoria di suoni più articolata del solito, che riesce a fondersi felicemente alle sonorità elettroniche, elettro-pop, funk e addirittura dance, aprendo nuovi scenari e percorsi artistici. Tre le serate completamente gratuite: il 2 agosto c’è tutto un pop-soul di Frankie & Canthina Band, il 3 agosto la sonorizzazione live del film The Shining di Stanley Kubrick ad opera dei RanestRane e, last but not least, il 5 agosto, MarteLabel Night featuring Roberto Dell’Era e l’alternative rock degli Atome Primitif, per una delle nostre etichette, Urban 49. Il 5 è anche Martelive. (Flavio Fabbri) ■

un grande pianista di respiro internazionale, Danilo Perez, il talentuoso musicista che accosta con creatività ed estremo gusto il jazz al folk e alla world music. 4 mani, 2 pianoforti: una sfida che diventa un gioco e si dipana in un percorso musicale che trae linfa vitale da influenze mediterranee, latine e americane. Due grandi musicisti, per una serata in cui il vero protagonista è il suono limpido e cristallino di un piano a coda. Nel terzo incontro, il 15 luglio, Pieranunzi si esibisce in trio, accompagnato da una ritmica formata da John Patitucci e Joe LaBarbera. I tre musicisti, che vantano collaborazioni del calibro di Chick Corea e Jim Hall, saranno sul palco per un concerto jazz di grande livello. Carta bianca a Enrico Pieranunzi: lui sa quale storia raccontare per far vibrare le corde giuste. Prende un foglio e suona. ■

ROMA TARANTELLA eugenio bennato bungaro etc si reca al festival C iballare, tanto più seOdio l’Estate anche per lo scorso anno abbiamo
assistito alla spettacolare prima edizione del Roma Tarantella Festival. Siamo rimasti stregati dalle orchestre popolari armeggianti fisarmoniche, mandolini, tamburelli, organetti, flauti, accanto ai solisti e ai ballerini. Musica e danze contagiose fino a tarda notte, una notte in cui far cadere le inibizioni azzardando con disinvoltura passi ritmati. Gli organici più rappresentativi della tarantella calabra e del Salento, sotto la direzione artistica di Eugenio Bennato, saliranno sul palco di Villa Carpegna i giorni 8 e 9 luglio: Scialaruga, Roma Tarantella Orchestral, Sciarrabballo, Mujura, Battente Italiana, Mimmo Cavallaro & Tarantproject special guest Bungaro. (Rossella Gaudenzi) ■

CHI È HIRO
dischi per la Verve Records, la miglior pianista in tutto il Giappone, questa Chihiro Yamanaka suona dai suoi 4 anni: Royal Academy of Music in UK, Berklee College of Music in Usa, riconoscimenti a bizzeffe ed esibizioni con Clark Terry, Gary Burton, George Russell, Curtis Fuller, Ed Thigpen, Nancy Wilson,

12

George Benson ed Herbie Hancock. Swing, ritmo, fender rhodes, accenni di bossanova sparsi tra le pieghe dei suoi brani. Una giostra infinita di soluzioni mai scontate. Il tutto condito da una tecnica pianistica invidiabile e da uno stile impeccabile. Il 10 luglio odia l’estate con Michele Salgarello alla batteria e Aldo Vigorito al contrabbasso . ■
DI

UNA STRISCIA DI TERRA FECONDA improvvisazz
di jazz musica F estival franco-italiano diretto da eArmand improvvisata, ideato e

R OMINA C IUFFA

BLUES
KNIGHTS
lues Knights è il ciclo di concerti che presenta il meglio del blues italiano. Tre concerti per riscoprire le combinazioni più malinconiche della musica d’autore. Si comincia il 19 luglio con un concerto a ingresso gratuito: i Blu Noise, fortunato incontro tra il chitarrista e writer Lello Panico e l’armonicista e vocalist Tollak Ollestad. Due musicisti con esperienze diverse, amalgamate in maniera straordinaria in un progetto artistico che profuma di soul, funk e jazz. Con loro anche Francesco Puglisi al basso e Luca Trolli alla batteria. Aprono Livia Ferri & The beautiful losers, rock e blues allo stato naturale. Il 20 luglio prosegue Marco Rinalduzzi. Il celebre chitarrista e compositore celebra 40 anni di carriera che lo hanno visto collaborare coi nomi più grandi del blues italiano e internazionale. Un’eccezionale anteprima di un progetto discografico dell’etichetta Urban49; sono special guest, tra gli altri, Antonello Venditti, Amii Stewart, Tullio De Piscopo, Roberto Gatto, Danilo Rea, Stefano Di Battista, Agostino di Nicola Cirillo Marangolo, Gegé Telesforo, Ellade Bandini, Fabio Pignatelli, Marco Siniscalco, l’orchestra diretta dal maestro Peppe Vessicchio. Con Rinalduzzi, Emiliano Pari al piano e voce, Franco Marinacci al sax; Marco D’Angelo, Frankie Lo Vecchio e Riccardo Rimaudo alla voce, Patrizio Sacco al basso, Marco Monaco alla batteria. Arpe Ilenia Bianchi, voce potente e calda al servizio di un pop coinvolgente. L’ultimo (but not least) cavaliere del blues è qui Roberto Ciotti, il 21 luglio, autore e interprete originale che ha fatto la storia del Blues italiano creando uno stile unico, contaminato dalle molteplici esperienze del suo percorso artistico: blues, rock, latin, soul e melodia. Presenta a Villa Carpegna il nuovo lavoro Troubles & Dreams, ma non mancano i riferimenti al suo ricco repertorio tra cui la colonna sonora di Marrakech Express di Gabriele Salvatores. Con lui sul palco Fabiola Torresi al basso e cori, Valter Detond alla batteria, Luciano Zanoni alle tastiere e Flavinho Vargas Dos Santos alle percussioni. ■

Meignan e Paolo Damiani ben quattordici anni fa, da sempre questa Striscia si distingue nel vastissimo panorama delle proposte estive, nel cui calderone sono buttati i soliti progetti già in giro per l’Italia dal precedente inverno. E questa è la migliore delle ipotesi. Per fortuna qualcuno che investe sull’inedito c’è, e dal 26 al 30 luglio incontreremo le proposte di Una striscia di terra feconda nella cornice di Villa Carpegna: il François Corneloup Trio, i progetti Almond Tree di Silvia Bolognesi e Vivaldi Universel, di Christophe Monniot; Sidony Box, Benjamin Flament-Clément Janinet Duo e Radiation 10. Accanto ai grandi: Salis, Rea, Damiani, Moroni. (Rossella Gaudenzi) ■

B

McComb, che con tutta tranquillità riesce a spaziare dalle sonorità soul a quelle gospel, dal jazz al rhythm and blues. Classe 1970, McComb inizia a suonare nel 1983 nei nightclub di diverse città dell’Ohio e non passa molto tempo prima che i professionisti del settore si accorgano di lui, con i contratti per Motown e Columbia Records. A soli 41 anni, infatti, l’artista di Cleveland ha già collaborato con nomi del calibro di Teena Marie, Chaka Khan, Lalah Hathaway, Terri L. Carrington, Phyllis Hyman e Prince. La stampa specializzata lo considera ormai l’erede di Stevie Wonder, mentre A New Beginning è il suo ultimo album del 2010. (Flavio Fabbri) ■

FRANK MC COMB è solo l’erede di stevie wonder V oce passionale e tecnica sopraffina connotano da sempre la musica di Frank

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:06 Pagina 4

JAZZs & blue
a cura di ROSSELLA GAUDENZI

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

JAZZ’S COOL Saint Louis College of Music All’interno del nostro Festival Odio l’Estate a Villa Carpegna e dopo l’ufficializzazione del Centro Produzione Artisti CPA e delle nostre due etichette Urban49 e Saint Louis Jazz Collection, il VII Roma Jazz’s Cool chiama artisti di tutto il mondo ad insegnare che un trampolino è fatto per saltare, ma non per forza dentro l’acqua. Si può anche volare su.

SINDROME DA JAZZ’S COOL
he anche quest’estate i giochi abbiano inizio. Una formula vincente non va cambiata bensì perfezionata e nella fucina Saint Louis continua la ricerca della perfezione. Edizione dopo edizione, il Roma Jazz’s Cool racchiude in sé la massima cura per la didattica, da sempre punto di forza del Saint Louis College of Music, in questo ciclo di masterclass e imperdibili concerti sempre sul chi va là mentre affina la propria fisionomia e qualità. Il tutto è affidato alle eccellenze del settore

C

internazionale. Tra esse spiccano nondimeno i nostri nomi italiani. Dopo Aaron Goldberg Kurt Rosenwinkel, Nancy King, Jeff Ballard, per citarne una manciata, la VII edizione del Jazz’s Cool è tutta guidata da pezzi da novanta: in ordine sparso Sheila Jordan, Ramberto Ciammarughi, Rosario Giuliani, Danilo Perez, John Patitucci, Joe LaBarbera, Umberto Fiorentino. Dall’11 al 17 luglio.
NELLA FOTO: «GIVE ME THE NIGHT», FRANK MORRISON’S URBAN JAZZ COLLECTION

IL CONTRABBASSO

JOHN DANILO PATITUCCI PEREZ
L’

IL PIANOFORTE

UMBERTO FIORENTINO LA CHITARRA
eader e sideman ha avuto collaborazioni con grandi nomi quali Paolo Fresu, Palle Daniellson, Michael Brecker, Enrico Rava, Aldo Romano, Mike Stern, Vinnie Colaiuta, Albert Mangelsdorff, Bruno Tommaso, Paolo Damiani, Enzo Pietropaoli, Flavio Boltro, Furio di Castri, Manu Roche, Rita Marcotulli, Fabrizio Sferra, Greg Burk, Ares Tavolazzi, Fabio Zeppetella... Negli anni 80 è parte del gruppo Lingomania (con Giammarco/Rea/Pietropaoli/Gatto), storico gruppo premiato nel 1985 e nel 1987 dal referendum della critica nazionale indetto dalla rivista Musica Jazz nella categoria Miglior gruppo di Jazz italiano. Ha insegnato nelle più importanti strutture didattiche italiane. Autore di tre video didattici e di due libri. Ha registrato diversi cd a proprio nome. Nella musica pop ha partecipato come solista a tre CD di Mina. ■

eclettico bassista, contrabbassista e compositore statunitense dalle origini italiane, definito un virtuoso del contrappuntismo contemporaneo, venuto alla ribalta grazie alla collaborazione con Chick Korea che lo ha portato a trovarsi in prima linea sul fronte jazzistico internazionale. Le numerose registrazioni per la Chick Korea’s Electric Band and Acoustic Band e le registrazioni da solista gli hanno valso due Grammy Awards (per la musica e per la composizione), il suo progetto John Patitucci Quartet e la sua presenza nel Wayne Shorter Quartet gli hanno fatto fare il giro del mondo. È il successore di Ron Carter nella didattica presso il City College di New York. Ha collaborato, tra i molti, con Michael Brecker, Herbie Hancock, John Scofield, Jack DeJohnette, Clarence Penn. ■

L

o abbiamo ascoltato recentemente suonare con Danilo Rea. Il pianista panamense che secondo leggenda avrebbe, come un incantatore di serpenti, strabiliato il pubblico di una jam session sprigionando un carisma fuori dal comune è tornato nel nostro Paese. A contaminare con il suo groove latino caraibico il più alto jazz italiano, a darci un’ennesima prova della sua indistinguibile versatilità, a vestire i panni del didatta per quanti hanno sognato di apprendere da lui. Il calibro è di chi ha avuto Dizzie Gillespie come talent-scout, suonato nella sua United Nation Orchestra e condivide l’esperienza del Wayne Shorter Quartet con Patitucci e Blade. Providencia è la sua ultima fatica e ci dice qualcosa sul suo modo di intendere l’arte: «The word providence, for me, means standing up for the future of the next generation of children». ■

L

SHEILA JORDAN LA VOCE
U

LA BATTERIA

na cantante bianca agli albori dell’era del jazz può essere fortemente osteggiata dalla propria comunità, tanto più se si forma artisticamente con musicisti di colore con i quali collabora stabilmente nei club di Detroit. Ma fortunatamente, molto spesso chi la dura la vince e quando si è stati ispirati da Charlie Parker e si è stati allievi di Mingus e Tristano si è ben armati per la lotta. Sheila Jordan – alla nascita Sheila Jeannette Dawson, poi moglie del pianista di Parker, Duke Jordan – classe ’28, di umili origini ed eccelso talento, ha ottenuto i primi meritati riconoscimenti allo scadere degli anni Settanta dopo aver vissuto per il jazz e dato l’anima al jazz per oltre un quarantennio. Da allora il pubblico ha iniziato ad apprezzare lo stile di colei che ama definirsi «messaggera ■ della musica jazz e bebop».

ROSARIO GIULIANI
uando parte il solo non si sente volare una mosca, si odono esclusivamente le note di quell’unico strumento al quale è affidata la più alta espressione musicale. Grande responsabilità e grande onore tra le mani del solista che è nel nostro caso il sassofonista Rosario Giuliani, un nome italiano su tutti, un fiore all’occhiello per il Roma Jazz’s Cool 2011, musicista che ha girato il mondo, diffondendo il jazz italiano, che il mondo ci invidia. Rosario Giuliani, definito dalla critica per tecnica, talento e originalità istintiva una vera bénédiction, è il sassofonista riconoscibile dal suono, dal fraseggio fluido e talvolta vorticoso che vanta innumerevoli collaborazioni in ambito jazzistico. Ha inciso con etichette italiane e straniere, l’ultimo disco di grande successo è Lennies’ pennies (Dreyfus Jazz 2010). ■

IL SASSOFONO

Q

a musica è un affare di famiglia per il batterista di origini palermitane Joe La Barbera, poiché nella casa di Mt. Morris, New York, la si suonava assieme al padre e ai fratelli. Studia successivamente al Berklee College of Music di Boston con John LaPorta, Charlie Mariano, Herb Pomeroy, Alan Dawson; i primi ingaggi professionali lo vedono coinvolto nella big band di Woody Herman e in seguito con il quartetto di Chuck Mangione. Rientrato a New York collabora con Jim Hall, Art Pepper, John Scofield. La consacrazione avviene nel ’78: è il batterista che ha convinto all’unanimità gli amanti del jazz nel trio dell’ultimo Bill Evans, di cui ha fatto parte fino alla morte del pianista. Ha successivamente collaborato con John Abercrombie, Kenny Wheeler; è attivamente impegnato nella didattica con seminari e residenze nelle università. ■

JOE RAMBERTO CIAMMA= LA BARBERA IL PIANO RUGHI
L

ianista e compositore di Assisi, inizia la propria attività nei primi anni ’80 suonando da solo e in trio in un gran numero di jazz club italiani. Da anni annovera numerose partecipazioni nei principali jazz festivals e rassegne musicali in Italia ed all’estero, lavora con Randy Brecker, Billy Cobham, Steve Grossman, John Clark, Dee Dee Bridgewater, Vinnie Colaiuta, Jimmie Owens ed altri. Nel 2004 è presente nel quartetto di Miroslav Vitous insieme a B. Mintzer, A. Nussbaum, D. Gottlieb, M. Giammarco. Ha suonato più volte all’estero. Svolge l’attività di esecutore, autore e arrangiatore per radio, cinema, televisione e danza, partecipa a progetti editoriali della De Agostini come compositore e curatore musicale, ha una propria attività discografica che comprende diverse collaborazioni con i migliori artisti italiani. E insegna. ■

P

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 5

Music In ¢ numero 18 > Estate 2011

MUSIC INN La vera storia dello storico locale del Principe Pepito Pignatelli Il Music Inn era un vero locale di jazz, come a Roma non ne sono più esistiti. Frequentato da musicisti e appassionati accolti con affetto da Pepito e da Picchi, la sua deliziosa moglie. Vi hanno suonato tutti i grandi del jazz, anche quelli spesso restii ad esibirsi in un locale notturno. Un elenco esaustivo riempirebbe tre pagine di questo giornale. Che ha solo una «n» di meno.
¢ CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA > PEPITO INN
DI

JAZZues & bl
ADRIANO MAZZOLETTI

MUSIC INN E IL SUO PRINCIPE PEPITO
NELLA FOTO DI PRIMA PAGINA, FUNK-KEYS FROM, DALLA FRANK MORRISON’S URBAN JAZZ COLLECTION

Mananà sposò nel 1917 il marchese Guido Sommi Picenardi (1894-1948), un eccentrico letterato dannunziano, musicista dilettante interessato al jazz, nonché medium che morì quando Pepito aveva diciassette anni. È stato lo zio, oltre alla madre, ad averlo influenzato nei gusti musicali. La pittrice Tamara de Lempicka, dipinse nel 1925 il celebre Ritratto del Marchese Sommi Picenardi, di cui era all’epoca l’amante, raffigurato nel pied-à-terre parigino dove si incontravano. Pepito era anche nipote del Senatore del Regno, il Principe Giuseppe (1860-1938). Per comprendere meglio Pepito ed alcuni fatti che racconterò in questo ricordo è doveroso dare qualche informazione sulle origini e su alcuni celebri esponenti di questa famiglia i cui rami sono sparsi fra Sicilia, Puglia, Calabria, Campania, Molise e Lazio e che fu tra le più potenti del panorama nobiliare italiano. Un esponente della famiglia, dal nome di Antonio Pignatelli (Spinazzola, 13 marzo 1615-Roma, 27 settembre 1700), diventerà Papa Innocenzo XII. Fanno parte della stirpe numerosi cardinali, viceré di Sicilia e un santo, San Giuseppe Pignatelli di Fuentes (17371811), canonizzato nel 1954 da Papa Pio XII. Il corpo imbalsamato di questo Santo si trova nella Chiesa del Gesù a Roma. «Sembra Pepito» mi raccontava Picchi, moglie di Pepito. «La somiglianza è impressionante». Pepito ebbe fin da ragazzo le sue lezioni di pianoforte. «Quando Stéphane Grappelli veniva a Roma raccontava - spesso mio padre ed io lo invitavamo a pranzo e poi suonavamo a quattro mani». Dal 1949 lasciò il piano per la batteria, strumento che suonò più o meno regolarmente fino agli anni 60. Non aveva certo una brillante tecnica strumentale, ma il suo senso del jazz era straordinario. Amava profondamente questa musica e la conosceva in tutte le sue forme. Per oltre vent’anni suonò con Nunzio Rotondo, Umberto Cesari, Carlo Pes, Carlo Loffredo, Ettore Crisostomi, il clarinettista americano Mel Keller, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso, Gato Barbieri e tanti altri. Era terrorizzato quando, scherzosamente, lo presentavo ai microfoni della radio con l’intero suo nome «Principe Pepito Pignatelli Aragona Cortez», che la trasmissione fosse per caso ascoltata da sua zia Mananà, «va a finire che mi disereda», diceva. Quando nel 1960 la vecchia zia morì lasciò al nipote solo i documenti di famiglia. Già due anni prima, nel 1958, convinto che la vecchia zia non gli avrebbe lasciato un soldo, decise di farsi ricevere da Papa Pio XII. Aveva ottenuto la rappresentanza di una ditta che produceva dadi da brodo. Il Papa lo ricevette con grande affetto, ricordando il suo illustre predecessore (Innocenzo XII) e quel Santo che lui stesso aveva portato agli onori degli Altari. Pepito espose il suo proble-

(...)

TAMARA DE LEMPICKA, «RITRATTO DEL MARCHESE SOMMI PICENARDI», ZIO DEL PRINCIPE PEPITO PIGNATELLI

«E

ra terrorizzato quando, scherzosamente, lo presentavo ai microfoni della radio con l’intero suo nome, Principe Pepito Pignatelli Aragona Cortez, che la trasmissione fosse per caso ascoltata da sua zia Mananà: va a finire che mi disereda, diceva».

ma. Il Papa allora chiamò un cardinale e gli diede ordine di attivarsi presso tutti i conventi perché utilizzassero i dadi di cui Pepito aveva la rappresentanza. Il cardinale fu molto cortese e chiese a Pepito di mandargli una lettera. «Come finì? Hai guadagnato molto?», gli chiesi quando raccontava questa storia. «No, mi sono dimenticato di scrivergli», rispose. Questo era Pepito, ma di storie simili potrei raccontarne ad infinito. L’idea di aprire un club di jazz Pepito l’aveva accarezzata da sempre. Nel 1949, il diciottenne batterista convinse il padre a collaborare con Mario Cametti, barman dell’Hotel Excelsior, nella gestione del primo locale di jazz nato a Roma, il Mario’s Bar al numero 16bis di Via di Porta Pinciana. Pepito vi suonò con Nunzio Rotondo, ma il complesso che attirava centinaia di persone, facendo scrivere ai giornali lunghi articoli, fu la Roman New Orleans Jazz Band, il cui stile vecchio di trent’anni, ma nuovo per il pubblico romano, creò i presupposti per il primo boom del jazz nella Capitale. Dopo qualche tempo il Mario’s chiuse i battenti, ma Pepito non rinunciò alla sua idea. Aprì il Blue Note, ma anch’esso durò poco. Finalmente nel 1971 inaugurò il Music Inn, che diresse fino al 1981 quando morì a soli cinquant’anni. Il Music Inn era un vero locale di jazz, come a Roma non ne sono più esistiti. Frequentato da musicisti e appassionati accolti con affetto da Pepito e da Picchi, la sua deliziosa moglie. E al Music Inn hanno suonato «tutti» i grandi del jazz, anche quelli spesso restii ad esibirsi in un locale notturno. Un elenco esaustivo riempirebbe tre pagine di questo giornale. Mi limito a ricordare solo qualche nome: Dexter Gordon, Johnny Griffin, Chet Baker, George Shearing, Stéphane Grappelli, Jackie McLean, Charlie Mingus, Bill Evans, Max Roach, George Coleman oltre ad un numero infinito di italiani. I microfoni e le telecamere della Rai entravano al Music Inn per testimoniare e tramandare alla posterità esecuzioni spesso uniche anche a causa dell’atmosfera di quel locale che non ebbe mai un aiuto di nessun genere dalle varie amministrazioni pubbliche, pronte a sovvenzionare tutti coloro che avessero «santi in paradiso». La vita di Pepito e Picchi non è stata facile, anzi spesso assai difficile. Quando nel 1981 Pepito morì, sua moglie Picchi cercò di mantenere aperto quel locale così amato. Lavorò molto, gli amici cercarono di aiutarla, altri ne approfittarono. Il locale fu costretto a chiudere. Il 29 luglio 1993 dopo essere stata ospite a Umbria Jazz,tornò a Roma e un giorno d’estate in una città assolata e solitaria, Giulia Gallarati Pignatelli, da tutti chiamata «Picchi», pose fine ai suoi ■ giorni. Era dolce e bellissima.

Stefano Mastruzzi

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 6

a cura di FLAVIO FABBRI

ROCK OFF

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

PIRATERIA Ognuno ha il diritto di voto, a provviste fresche e alla razione di liquore. Nessuno deve giocare a carte o a dadi per denaro. Le candele devono essere spente alle otto. Tenere sempre le proprie armi pronte e pulite; ognuno deve lavare la propria biancheria. Donne e fanciulle non possono salire a bordo. Chi diserta in battaglia viene punito con la morte o con l’abbandono in mare aperto. Il web.
DI VALENTINA GIOSA

PIRATINAVIGATI SOUNDGARDEN
¢ CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA > PIRATI NAVIGATI
DI ALESSIA PANUNZI

H
A CURA DI

o dipinto i miei occhi, brutto non è ciò che io voglio vedere. Ho dipinto la mia mente, brutto non è ciò che io voglio essere. Ma non me ne curo, la verità non mi dona, buttarla via. Non credo di capirti davvero ed ora so perché l’ho voluto, meglio ed anche se non dovrei dirlo lo dirò: eri mia da dar via.
delle sonorità grunge e dintorni riecheggia ancora dopo 20 anni e lo dimostra il sold out raggiunto durante il tour dello scorso anno a Seattle e la data al festival Lollapalooza. Nonostante le numerose accuse di speculazione, ricevute soprattutto da parte della critica (sono stati definiti una mera business band dal Seattle Weekly), Live on I5 è un album decisamente amarcord che rende onore all’energia e alla ricchezza stilistica della band, mescolando i rudi suoni del primo periodo grunge ai toni nitidi e melodici della loro fase più matura e di successo. La formazione, peraltro, così come annunciato nel dicembre scorso, è già tornata in studio dichiarando di aver iniziato a predisporre un nuovo album di inediti, tanto che è stato approntato un nuovo sito in cui appaiono le news sui lavori in corso. Sono esclusi grandi stravolgimenti stilistici, tuttavia Matt Cameron, batterista della band, ha fatto intendere che le sonorità saranno sicuramente riviste in chiave attuale, arricchite da nuovi riff. A dispetto dei rumors che li riguardano, l’esplicita nota sul loro sito ufficiale, che recita «Our goal for 2011 – Let’s Make A Record», chiarisce ogni dubbio ed incentiva un certo entusiasmo per un ritorno, speriamo non troppo impolverato e finalizzato a far cassa. ■

FLAVIO FABBRI

L

a pirateria digitale e informatica, secondo la FIMI, causa ingenti danni economici a tutta la filiera dell’industria musicale e culturale italiana e internazionale. L’ammontare delle perdite che le industrie creative europee potrebbero subire entro il 2015 è valutato attorno ai 240 miliardi di dollari.
ggi abbiamo di nuovo la ma contenuti musicali nel proprio salotto, con impianti Hi-Fi, console di videogiochi, lettori Dvd, il 76% in macchina, il 46% da Pc, il 39% da iPod e il 20% dal proprio cellulare. Oggi ci sono nel mondo più di 12 milioni di tracce musicali disponibili su oltre 400 piattaforme di musica online. Si va dai negozi sul web, come Amazon o iTunes, ai siti di video-sharing come Youtube e di streaming audio alla stregua di Deezer e Spotify. In Europa l’andamento dei ricavi digitali nel 2010 ha superato le aspettative di molti osservatori, registrando un incremento di quasi il 20% e tassi di crescita a doppia cifra nella maggior parte dei mercati. Le case discografiche hanno visto aumentare i loro incassi sia grazie ai negozi di download che in virtù dei servizi in abbonamento. Il rovescio della medaglia, secondo molti, è però rappresentato dalla pirateria digitale e informatica, che continua a causare danni economici molto ingenti a tutta la filiera dell’industria musicale e quindi culturale italiana e internazionale. Secondo i numeri forniti da FIMI, l’ammontare delle perdite che le industrie creative europee potrebbero subire entro il 2015 è valutato attorno ai 240 miliardi di dollari. Una cifra considerevole, se si pensa che tale industria dà lavoro, solo in Italia, a centinaia di migliaia di persone, tra tecnici, management, artisti e lavoratori dell’indotto. Nel nostro Paese, dati alla mano, sono oltre 6 milioni coloro che ancora scaricano illegalmente musica tramite P2P o Bit Torrent. Il fenomeno della pirateria digitale interessa il 27% del mercato italiano, contro una media europea del 23% e, stando agli ultimi documenti della IFPI, la Federazione internazionale dell’Industria Fonografica, sono 1,2 milioni i posti di lavoro messi a rischio nell’industria musicale europea dalla contraffazione multimediale e la violazione dei diritti d’autore. Criticare il sistema e le sue storture è giusto, giocare a fare i pirati non è la soluzione. Lo è solo se le candele sono spente alle otto. ■

luzioni dell’industria musicale e del suo mercato, a partire dalle tante piattaforme tecnologiche su cui sentire musica (lettori Cd/Mp3, smatphone, Pc, supporti USB) e che attraversano trasversalmente tutte le classi sociali, le fasce di età e perfino i mercati adiacenti (cinema, editoria, spettacoli dal vivo, televisione, web tv). Il recente Rapporto di Fimi-Confindustria, la federazione che rappresenta le principali aziende del settore musicale nazionale, mostra per il 2010 degli ottimi risultati per il mercato della musica, con 170 milioni di euro di fatturato complessivo (oltre 17 miliardi di dollari nel mondo), pur registrando un leggero calo rispetto al 2009. Un settore che, nonostante la crisi dei consumi, regge e in cui la musica italiana va benone, conquistando il 52% del mercato interno, contro il 41% in mano alle major internazionali. La Top 10 degli album che più hanno venduto online e offline nel 2010, vede infatti la presenza di 9 musicisti italiani su 10, e volenti o nolenti sono: Ligabue, Emma, Antonacci, Carone, Amoroso, Zucchero, Negramaro, Lady Gaga, Mengoni e Vasco Rossi. A fare da traino, anche da noi, è inevitabilmente l’intero panorama della musica digitale offerta su Internet che, contando sulla crescente disponibilità di brani in download, guadagna il 10% su base annua, portando il fatturato a 22,5 milioni di euro, contro i 20,5 del 2009. Meno bene le vendite di cd e dvd musicali, che perdono circa il 3% dei ricavi, per un totale di 120 milioni di euro. La musica si compra sul web, per singoli brani in download o in abbonamento, per un business che cresce in fretta e che ha portato nel 2010 ad un elevato numero di accordi commerciali tra operatori telefonici tradizionali, di rete mobile, Internet Service Provider e fornitori di contenuti. Situazione che si rispecchia perfettamente anche nel modo in cui la gente ascolta musica: il 79% degli utenti consu-

(...) O possibilità dilesperimentare da vicino nuove evo-

JOHN FRUSCIANTE

opo 27 anni ha visto la luce il primo album live dei Soundgarden, la storica grunge band di Seattle, Live on I5. Un disco ispirato nel nome dall’Interstate 5, l’autostrada che percorre la West Coast americana e che raccoglie diverse performance del gruppo durante il tour del 1996, successivo alla pubblicazione dell’ultimo album di inediti, Down on the upside. Dopo la non troppo fortunata carriera da solista e la parentesi con gli Audioslave, la dirompente voce di Chris Cornell torna ad emozionare gli amanti del genere, ricongiungendosi con gli storici compagni nel gennaio 2010. Dopo 12 anni di silenzio, i pionieri della dimensione più heavy dell’età del grunge decidono di rimettersi al lavoro, o meglio «di tornare a scuola», come aveva dichiarato lo stesso Cornell. Analogamente, ma non troppo, ai Pearl Jam, i Soundgarden decidono di sancire la propria rinascita rispolverando i più grandi successi. Il primo album post-reunion, Telephantasm (2010), viene infatti pubblicato seguendo questa logica artistica e commerciale di rilancio; un box antologico costituito da diverse hits più un inedito, incoraggiante per i neofiti, quasi nostalgico per gli addetti ai lavori. Tuttavia l’eterno, seppur sopito, fascino del variegato mondo

D

È USCITO DAL GRUPPO

J
Q

osh Klinghoffer è l’ingrediente di una nuova ricetta da bradicardici, il cui cuore è nella cucina piccante che batte.

DI FLAVIO FABBRI

uando gli RHCP, più comunemente conosciuti col nome esteso di Red Hot Chili Peppers, cominciano ad ammucchiare decine di brani in studio, col solo obiettivo di sceglierne una decina e di parlarne soddisfatti a radio e giornali, è il momento buono per aspettarci un loro nuovo album. Accade con I’m with You, decima fatica della band californiana composta da: Anthony Kiedis (voce), Josh Klinghoffer (chitarra), Michael «Flea» Balzary (basso) e Chad Smith (batteria). Quasi trent’anni di alti e bassi, di vertiginosi andirivieni dal buio della tossicodipendenza alla ribalta dei più grandi teatri del mondo, che però non sembrano essere mai troppi per questi non più giovani scapestrati di Los Angeles. Hanno venduto 70 milioni di dischi, di cui 22 milioni solo negli Stati Uniti d’America, vinto 6 Grammy Awards, piazzato il maggior numero di singoli al primo posto delle classifiche stilate da Billboard e affrontato le tragiche ritirate in case di recupero per droghe a alcol di diversi membri della band (se ne sono visti tanti entrare ed uscire) durante gli anni ’90. Come spesso accade in questi tempi di reti sociali ipertrofiche, l’annuncio ufficiale del nuovo disco e del titolo è arrivato su Twitter, dalla pagina del bassista Flea: «I’m with You, August 30th». Si tratta del successore ufficiale

di Stadium Arcadium del 2006, l’ultimo cd dei Red Hot che mancavano ormai da più di cinque anni dalle scene. In molti attendevano un nuovo lavoro, soprattutto per il lungo silenzio, ma anche per valutare la new entry nella band di Josh Klinghoffer, a cui spetta il duro compito di sostituire il mitico John Frusciante. Di questo disco si conosce già la track list di 14 brani, si sa che è stato registrato negli studi East West di Los Angeles e agli Shangri-la di Malibu e che è stato prodotto da Rick Rubin, che aveva già lavorato agli ultimi 5 album del gruppo. La presentazione del nuovo disco sarà molto lunga, con un inizio in Asia (Cina, Giappone) per poi proseguire in Brasile e Stati Uniti. Per l’Europa e l’Italia ancora poche certezze e un probabile passaggio in inverno. Rimane infine da scoprire se il gruppo abbia tentato o meno, con I’m with You, di rivitalizzare l’ormai tradizionale e un po’ stantio sound funky-metal (o pop?)-rock, che li contraddistingue dai primi anni ’80 e che, comunque vada, li rende unici per contaminazioni di stili e generi (rock, alternative rock, pop, metal, funk, rap e una punta di punk). Lo scopriremo presto e soprattutto ci sarà da divertirsi col solito balletto di recensioni e di critiche, come sempre o a favore o contro la band americana, che non mette mai d’accordo nessuno sui giudizi. ■

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 7

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

EXPLOSIONS IN THE SKY Questo grande male - da dove viene? Chi ci uccide, deruba di vita e luce, ci canzona con segni che dovremmo conoscere? La nostra rovina fa bene alla terra, aiuta l’erba a crescere o il sole a splendere? Quest’oscurita, ce l’hai anche tu? Hai superato la notte?

YES Le notti sono fredde su questa aerosuperficie | Siedo a fissare il radar | bloccato sulla lunghezza d’onda | Dio sul campo che cade lentamente nello schermo.

ROCK F OF

SKYBOOM
Superato il primo scoglio, c’è un’esplosione in cielo ed è il 1952
DI FLAVIO FABBRI

sì, volare da qui
P
musica fa immaginare mondi diversi e A sublimare le negatività in arcobaleni di sensazioni multiple. Gli Explosions in the Sky fanno esattamente questo, pescando le perle dell’esistenza umana per svelarne i segreti alla luce del giorno. Munaf Rayani, Mark Smith, Michael James e Chris Hrasky hanno sviluppato nell’arco di 12 anni e 6 album una sonorità post rock dallo stile unico, a metà strada tra il rock strumentale e le composizioni sinfoniche. Non c’è voce, se non raramente, nei loro lavori, ma solo trasognate chitarre elettriche spezzate, qua e là, da violente e lancinanti progressioni più noise. Un universo di suoni tardo romantici che prendono per mano l’ascoltatore e lo trascinano verso orizzonti costellati di malinconia, estatiche esaltazioni ed esaltanti tessiture armoniche. Il 25 gennaio 2011 sul sito si leggeva: «Il nostro sesto album in studio sarà pubblicato nel mese di aprile”. Era l’atto di nascita ufficiale di Take care, take care, take care, nuovo disco del gruppo registrato in un ranch del Texas occidentale, con la collaborazione di John Congleton, produttore

DI FLAVIO FABBRI

ossiamo volare di nuovo su un prato progressive, di quelli inglesi tutti tagliati da giardiniere esperto, sebbene i capelli bianchi lascino pensare a un no.
Un gruppo che ha visto cambiare almeno la metà dei suoi componenti in tutti questi anni, tanto che in Fly from here dei membri originari rimane praticamente solo Chris Squire (basso). Oggi gli Yes sono composti, oltre Squire, da Steve Howe (chitarra), David Benoît (voce), Geoff Downes (tastiere) e Alan White (batteria). Un gruppo comunque che, a dispetto delle tante entrate ed uscite repentine, si mostra sempre solido ed affiatato, anche perché Howe ha preso il posto di Peter Banks (fondatore degli Yes assieme a Jon Anderson e Tony Kaye) nel 1970 e White invece quello di Bill Bruford (anch’esso membro fondatore) nel 1972, quindi si può affermare tranquillamente che si tratta degli Yes al centro percento. Il primo estratto del nuovo album, We can fly, è in realtà nato più o meno trent’anni fa - ha raccontato Squire - ed oggi è stato riadattato ad un tipo di sound più attuale. A novembre 2010, inoltre, gli Yes hanno firmato un contratto con l’etichetta italiana Frontiers Records di Serafino Perugino, che ha commentato: «Sono onorato di avere tra i nostri artisti il nome degli Yes, uno dei gruppi più importanti nella storia del rock». Una storia che deve ancora essere terminata di scrivere e che vede in Fly from ■ here un’ennesima puntata della saga Yes.

L

e ingegnere del suono di gruppi come Maserati, This Will Destroy You e Lymbyc Systym. «Un disco a cui teniamo particolarmente, diverso e più sperimentale, che ci ha permesso di prendere la distanza dai precedenti lavori». Ascoltando il primo singolo, Trembling hands, non si fa molta fatica a comprendere cosa gli Explosions volevano intendere con «più sperimentale». Superato il primo scoglio, le altre 5 tracks conquistano spaziando per 46 minuti dalla scienza strumentale propria del gruppo, come in Be Comfortable Creature e Postcard from 1952, alle ritmiche più sperimentali di Last known surroundings e Human Qualities, senza rinunciare mai alla melodia armonica dei suoni. La bellezza sta nell’apertura di una nuova finestra nella casa del post rock, evitando la saturazione del genere. Sicuri che questo disco salverà la vita al gruppo e permetterà di goderne ancora per molto tempo, una cosa rara nel panorama odierno, in cui tutto si riduce alla luce intensa e sfavillante di una meteora che in velocità attraversa il cielo. ■

arlare degli Yes significa raccontare la storia di uno dei gruppi rock progressive più influenti e seguiti della storia della musica. Nati a Londra nell’estate dell’ormai lontano e leggendario 1968, gli Yes hanno venduto in tutto il mondo 35 milioni di dischi e soprattutto hanno contribuito forse più di altri allo sviluppo della scena progressive inglese negli anni ’70. Quarant’anni abbondanti di musica che però non hanno stancato gli Yes. Nonostante il tempo che corre e 10 anni passati dall’ultimo disco in studio (Magnification), la rock band britannica ha ancora qualcosa da dire e lo fa con un nuovo album, il 20esimo in studio (su una quarantina in totale tra live e best of): Fly from here. L’album sarà prodotto da Trevor Horn, producer di artisti di fama internazionale del calibro di Pet Shop Boys, Frankie Goes To Hollywood, Grace Jones, Seal, Propaganda, Tina Turner, Lisa Stansfield, Tom Jones, Paul McCartney, Mike Oldfield, Simple Minds, Marc Almond, Genesis e Belle & Sebastian, lo stesso che nel 1980 entrò proprio negli Yes al posto di Jon Anderson (voce) per Drama e che poi produsse il loro più grande successo, quel 90125 che conteneva la super hit Owner of a Lonely Heart del 1983.

P

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 8

BEYOND &further
a cura di ROMINA CIUFFA

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

BEDTIME IL RACCONTO CarillOFF La sua scatola portagioie porta gioie solo quando è chiusa, ma quando è chiusa lei non può ballare: che gioia è?

ALESSANDRO MANNARINO E statte zitta | che ne sai tu de quello che sento | c’ho na fitta ma nun me lamento |Amore un corno | i panni s’asciugano soli | e sto freddo non viene da fori | io ce l’ho dentro
a cura di ROMINA CIUFFA e LUCIO LUSSI

E NON TE LO
Me so’ ‘mbriacato. De Alessandro Mannarino: perché è de’ Roma, perché è un bravo ragazzo e un cantastorie, perché me ce ritrovo. Me so’ ‘mbriacato de st’improbabile Fellini zigano perché c’ha, come me, un intero bar della Rabbia

MANNA A D I’
La paura. Ho paura di perdermi. Adesso comincia il tour ed è il momento più delicato. Vivo belle emozioni, vado incontro alle persone, mi esibisco in pubblico. È il momento più bello per me, però rischio di andare in euforia e, quindi, di perdere il contatto con la realtà. Il rischio più grande è quello di credere che la vita sia quella sul palco. Forse un artista per non correre questo rischio deve sempre restare umile e con i piedi ben piantati a terra... Certo. La cosa difficile, però, è scendere dal palco alla fine del concerto. Se i concerti sono particolarmente potenti si raggiunge un livello immenso di esaltazione, di euforia e di benessere. E se i concerti sono così tutti i giorni, a lungo andare è sempre più difficile tornare alla vita quotidiana. Trovare tranquillità intima e lucidità emotiva non è così facile. La cosa che mi fa più paura è proprio questa, perché voglio tenermi stretta la mia vita. Hai iniziato a cantare nel rione Monti e il tuo primo disco era il simbolo di una Roma massacrata. Ora come vedi la città eterna? Supersantos ha una veduta meno locale. Il Bar della Rabbia era ambientato in un bar e i personaggi potevano raccontarsi. All’interno di Supersantos, invece, si sta per strada e quando si è da soli per strada ci si confronta con gli abissi del proprio intimo. In questo disco, ad esempio, mi confronto con la società, vista come una sovrastruttura, come un mostro meccanico o una serpe di tangenziale. Non solo, ma mi confronto anche con me stesso, con la morte civile e quella dell’animo, del corpo, e provo a rispondere ad alcuni interrogativi personali. Intendo fuggire la scappatoia della fede, perché per me credere in una vita dopo la morte lo è, e preferisco buttarmi a capofitto nella vita della carne. La città che esce fuori da Supersantos è immaginaria e potrebbe essere ovunque, ma è la città degli uomini contrapposta alla città di Dio. E se di solito la prima è identificata come imperfetta, per me non è così, lo ritengo un posto pieno di vita e di sentimenti. Dove prendi i tuoi personaggi? Dentro di me. Alcune canzoni sono storie create per dare un’altra esistenza a persone che ho incrociato lungo il cammino e che hanno vissuto una vita di stenti senza un premio o un finale eroico. Altre figure sono inventate e sono allegorie del mio immaginario e di ciò che mi porto dentro. Fellini sembra essere incisivo nella tua arte. È un legame voluto? Ti direi di no, ma poi quando vedo i suoi film scopro che c’è qualcosa che mi lega a lui. Hai affermato che le parti più viscerali le canti in dialetto... Sì, soprattutto le emozioni che vengono dalla pancia. Le emozioni che partono dalla testa, invece, le scrivo in italiano. Sei dipendente dalla tua stessa romanità? No, sono il frutto di quello che vivo. Quando scrivo esce sempre il mio animo più profondo, non decido a tavolino di fare un pezzo romano. Sul palcoscenico funziona la verità. Se un artista ha qualcosa da dire ed è capace di comunicarlo, allora è tutto vero. L’origine non significa nulla. C’è dialetto in tutto il mondo: canzoni di Tom Waits in slang o di Cesaria Evora in capoverdiano che sono fantastiche. Non cambia nulla, ad essere importante è il messaggio che si vuole recapitare e l’animo che esce fuori. In alcuni casi dipingi anche episodi tragici. Cos’è tragico per te? La perdita dei sentimenti e la freddezza razionale. Cosa ti piace e cosa no di Roma? Mi piace il clima. Quello che non mi piace è sempre il clima. Sei nel limbo tra emergente e famoso ed hai la responsabilità tipica del secondo album. Come vivi questa situazione? Non me ne frega niente. Se domani dovesse finire tutto, quelle due lire che ho messo da parte le spenderei in viaggi. La vita non è questa. Chi, tra i cantanti che accostano al tuo nome, ti ispira maggiormente? Ascolto di tutto e prendo ispirazione da qualsiasi cosa. Potrei fare tanti nomi, ma non ce n’è uno in particolare. La musica è bella a prescindere. ■

Videochannel

w w w. y o u t u b e . c o m / m u s i c i n c h a n n e l

A

. Roma si dice: «Fatte ammazza’ da un boia pratico». La romanità si perde oggi in un bicchiere di vino, e lui dice: «Per una notte di vino pagherò cento giorni d’aceto». Alessandro Mannarino significa Roma e rom («comprano oro e rubano amor»), i nomadi del campo Casilino 900, che vede dalla finestra di casa. E a una di loro dedica Tevere Grand Hotel. Poi al campo gira il video e ce lo conferma: tutt’altra cosa. Canta per il baraccone, racconta storie circensi, di caduti, disperati, immondi, soli. È lui il nostro boia pratico, da lui vogliamo essere ghigliottinati quando Roma sarà incendiata ancora e, sfinita, finirà. Ha fatto un bar, il Bar della Rabbia, che è tutto dentro di sé. Magnanimo, ci serve da bere. Oggi un nuovo album, Supersantos, in cui c’è una serenata lacrimosa sui gradini della chiesa e la vera storia di Giuda e Maria Maddalena, in mezzo a una comune di ubriaconi che credevano in un regno su nel cielo. Ma che ne sa, «lui voleva il cielo e io voglio stare qua». L’Escariota: «Tu che hai fatto un figlio senza far l’amore cosa vuoi capirci di questa fregatura?». Dio non gode come una creatura, e nella furia mette su un grandissimo cantiere per costruire una potente curia. «Ma il paradiso mio sta solo nei tuoi fianchi, e questa vita sulla terra è così bella», Giuda e Maddalena girano nascosti tra la gente e vanno al fiume a far l’amore, su una barchetta che va controcorrente. Da Supersantos traspare il tuo ateismo. Hai fede? Non ho fede: è un atteggiamento che prevede il riconoscimento dei dogmi, l’accettazione di qualcosa a prescindere. Io, invece, al posto della fede ho un sentimento magico nei confronti della vita. Con «Supersantos» ti riferisci ai santi o al pallone? A nessuno dei due. Il titolo richiama il pallone, ma forse volevo parlare dei santi. La scelta dei titoli è sempre complicata. Il Supersantos era il pallone antagonista del Supertele e predecessore del Tango. E tutti i protagonisti di questo disco vogliono semplicemente ballare un tango... Come sta andando il tuo Supersantos Tour? È lo spettacolo più bello che io abbia fatto fino ad ora. È un live dove convivono pezzi vecchi e nuovi? Sì, e a dire il vero convivono molto bene. Anche questo è un viaggio dal tramonto all’alba. C’è un’atmosfera da taverna ma non solo: infatti ci sono alcune novità, come un percussionista che usa particolari strumenti e altra roba elettronica. Alcuni momenti del live sembrano una finestra sulla metropoli. Il tuo album è finito in classifica tra i dischi più venduti. Era previsto? Assolutamente no, quando ho registrato il disco non pensavo minimamente ad un risultato del genere e sinceramente non ci penso nemmeno adesso. Qual’è stata l’evoluzione artistica, stilistica e personale tra il Bar della Rabbia e Supersantos? Nel Bar della Rabbia ci sono canzoni che ho scritto in un arco di tempo piuttosto lungo, ben 10 anni, dai miei 20 ai 30. Le canzoni di Supersantos, invece,

«L

a cosa più difficile è scendere dal palco alla fine del concerto: se è stato potente si raggiunge un livello di esaltazione e di benessere da cui poi è difficile liberarsi»

sono scritte negli ultimi 2 anni, quindi l’evoluzione è quella personale e va di pari passo con la mia crescita musicale e con la consapevolezza delle potenzialità della scrittura. Il Bar della Rabbia è un luogo fisico? No, sono stato io a immaginarlo e disegnarlo. Qual è stato il tuo percorso artistico ed emotivo? Attraverso quali tappe ed esperienze sei passato? Ho attraversato la vita, ma stento ancora a vedermi nei panni di un cantante. E avevo la stessa sensazione quando ho iniziato a fare questo mestiere. Nonostante tutto, mi ritrovo a fare il cantante. Supersantos è un viaggio dall’alba al tramonto, fino alla fine del mondo. Dove inizia e dove termina il tuo viaggio e in questo viaggio sei mai spensierato? Sì, ci sono piccoli momenti di spensieratezza. La gioia arriva inaspettatamente, come quando sboccia un fiore che fino al giorno prima non c’era. Ci sono momenti in cui mi sento felice senza conoscerne il motivo. Magari sono vicino alla mia ragazza e canticchio o faccio lo scemo, e vedo che lei ride. Questi sono momenti di felicità, senza motivo, e sono i più belli della mia vita. Quali temi affronti? La liberazione dalla morale cattolica del peccato originale e della vita e del mondo intesi come valle di lacrime. La liberazione dalla concezione del mondo platonico perfettissimo fatto di idee e contrapposto alla materia. La morte, la ricerca del rapporto tra l’uomo e la donna, la ricerca dell’umanità attraverso il rapporto con l’altro. Tra amore e paura quale emozione prevale nella tua vita?

BED TIME
(...)P

¢ CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA > CARILLOFF

a cura di ROMINA CIUFFA erché non mi sono fatta un orologio a cucù, dico io, delle bestie puoi fidarti molto più che delle donne. Avevo questo carillon come si hanno i carillon: non si sa perché. Stanno lì, da parte, li ricordi dall’infanzia ma non potresti mai dire chi li ha messi lì. Sarà stata l’amante di qualcuno dei mei nonni, zii, di mio padre, di una cugina gay non dichiarata o chissà. Questa stupida ballerina, quando apro, mostra di sapere della vita. Di me. Perché mi colpisce tutte le volte, esce come se io non sapessi. Mi sorprende. Ma gira sotto lo sprone della mia carica e questo non va: voglio un carillon indipendente, una ballerina che mi faccia danzare. Che esca dalla scatola mentre dormo. Adoro questa sequenza, London’s Bridge is Falling down, canzonetta in voga nelle scuole materne inglesi dal 1744. Nel 1013 il London Bridge fu fatto bruciare da re Edredo d’Inghilterra e dal suo alleato norvegese Olav II per dividere l’esercito degli invasori danesi di re Svein Haraldsson; Snorri Sturluson nel 1225 scrisse la Saga di Olav Haraldson. Come lo ricostruiremo, my fair lady? Il ponte sta crollando, signora. Ma lei ha gli occhi distrutti dal panico. Conosco quegli occhi. Prendo la chiave e la rinchiudo con le gioie. Lock her up, Lock her up. Cessa di crollare il ponte, la mia ballerina riposa riversa sulle collanine. Il panico è passa-

C A R I L LO F F
to, è più tranquilla ora ma la sento, sento le mie collanine e gli orecchini fare dling dling, come una scossa di terremoto minuscola che è la mia ballerina tremante. Ricostruirò questo ponte rosa mentre la scatoletta trema. Poi si calma. Dev’essersi addormentata. Da carillon a carilloff. Passano i mesi e la riapro. Ballerina come stai? La tua serotonina? E l’amigdala, l’hai regolata intanto? Esce fuori, assonnata. Ha dimenticato del ponte, poi quel lampo nei suoi occhi cerulei, due puntini senza pupille. No, non è crollato. Ma fregatene. Sei al riparo, sei con me, sei nella scatola del carillon. Ballerina, tu balla, fregatene del ponte. Fai ciò che più ti piace, la felicità, esci dalla scatola. Mi guardi, come a dire: gira. Ho paura di farti girare, perché ho paura che avrai paura di nuovo. Lock her up. Ruoto velocemente il meccanismo. Lei ha le unghie curate, il trucco è leggero. Tende al cielo allungando le braccia e indica me. Mi accorgo di meritare un uccello che esce fuori dall’orologio ogni 12 ore e fa cucù. Ne Il Silenzio degli Innocenti c’è un carillon come il mio nella stanza di una vittima di Hannibal Lecter. Questa scatoletta rosa piena di oche e fru fru accanto ai pezzi d’uomo di una cena avanzata si addice di più al mio crescere. Sapere che anche la scatola più rosa fuori è nera. Cari, on. Cari, off.

di ROMINA CIUFFA

London Bridge is falling down, balla, soffre ma balla, un po’ trema. Rallento. Sta sudando di nuovo. Ha le mani fredde. Le sposto una collanina che le si è incastrata tra i piedi, delicatamente le pulisco la scatola delle gioie e intanto lei volteggia, mi guarda, lei che porta gioie e non sa dove siano, le gioie. Trema più forte. Il ponte sta per crollare, vedo che già non riesce più a concentrarsi sui suoi passi. Le sta tornando il panico. Non era stupida, ma terrorizzata. Il terrore che venga a mancare la terra sotto i piedi, che è il terrore di volare. La paura che ogni volta, danzando, il ponte crolli. I sensi di colpa. Qualcuno che la osserva da fuori. La sua scatola portagioie porta gioie solo quando è chiusa, ma quando è chiusa lei non può ballare: che gioia è? Allora prendo e giro la rotella a sinistra, la faccio al contrario tutta quanta così il ponte è ricostruito. Le si illuminano gli occhi. Da cerulei a veri. Non ci avevamo mai pensato. Balla, senza paura balla, ci sono io qui fuori, io ti conduco, tu balla e ricostruisci questo ponte. Fra poco richiuderò il portagioie. Ma sai che lo riaprirò, ti caricherò e ti farò girar la testa, ti condurrò in un ballo dolce fino alla fine della notte. Sai che, mentre la tua scatola sarà chiusa, io non comprerò nessun orologio a cucù e spolvererò la tua scatoletta. ■

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 9

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

FABRIZIO CONSOLI Quel tuo fare un pò così, inzaccherabile | non lo conoscessi bene | inesportabile | quella faccia, quella lì, da mangiafavole | nonostante gli anni sempre un pò imbevibile
A CURA DI

MAMBASSA Ora che non ci sei più tu mi scopro più propenso a ridere | per tutti mi do disponibile | è come se fossi tornato in me | Ora che non ci sei più tu mi sento assai più vulnerabile | la verità è che penso a rimediare e a che farò se tu non cambi idea
GIUSEPPE ARTESANO

BEYOND &further

C O N S O L A
S
e posso esser franco: 1) provo un senso di disagio quando mi dicono «cantautore», mi considero un «artista trasversale»; 2) oggi la discografia indipendente è un disastro; 3) con tutti i live annacquati che ci sono, il mio è vivo davvero.
Nel 2009 hai pubblicato Musica per ballare. Quali le differenze con il nuovo progetto? Sono naturalmente sostanziali, a partire dalla natura dei due progetti. MxB è un disco interamente registrato in studio, un lavoro in cui ogni apporto creativo dei miei musicisti è andato via via adeguandosi a ciò che nel frattempo io creavo e sistemavo; i musicisti non si sono mai incontrati, ma ho cercato di fare in modo che non si sentisse, fungendo da collettore della creatività di tutti. Invece, un live è un live; in più, rispetto ai live annacquati che ascolto in Italia, siamo riusciti a catturare lo spirito di un live d’altri tempi, con molta musica e improvvisazione, e una buona dose di fortuna e irripetibilità. Com’è oggi la discografia indipendente? Se posso essere franco, è un disastro. Il digitale non ha ancora rimpiazzato (almeno economicamente) il fisico, i dischi che non sono supportati dai grossi media hanno una vita anonima a prescindere dalla loro bontà, il «mercato» non esiste più, questo mondo ha perso la bussola. Il discografico indipendente è un’altra di quelle realtà e professionalità che più proliferano numericamente, più scompaiono, anche a causa delle istituzioni, vergognosamente assenti. In La Forza dell’Amore duetti con Eugenio Finardi, come è nata questa collaborazione? Ho conosciuto Eugenio nel 1988, stava cercando un chitarrista per una band che l’avrebbe accompagnato in tour per molti anni, quelli della sua risalita professionale e umana. Il produttore Claudio Dentes gli indicò un giovane chitarrista «emergente» e, dopo un ascolto a qualche mio lavoro, prese me nella band. Ero il più giovane. Per oltre 15 anni ho suonato, scritto e prodotto musica con e per lui, una collaborazione che, per quanto diradata, non si è mai conclusa. Ogni tanto Eugenio mi chiede se ho un pezzo nel cassetto o se posso sostituire il suo chitarrista, oppure facciamo progetti per un disco ex novo. La Forza Dell’amore è una canzone che scrivemmo insieme nel ‘90 (c’è anche la firma del grande Vittorio Cosma), e questo è il motivo per cui il manager ha insistito molto perché la interpretassi, cosa che non mi sono mai sognato di fare senza coinvolgere Eugenio. Come consideri la «tua» musica? Direi che alla mia età, e visto il percorso degli ultimi 10 anni, sto sempre più alla larga dalle etichette che ogni tanto qualcuno prova ad appiccicarmi addosso. Mi muove la consapevolezza che tutto può diventare mezzo espressivo, e quindi comune denominatore per il mio lavoro. In definitiva cerco, prima di tutto, di imparare il significato ultimo della parola «artista». L’anno scorso qualcuno ha scritto che ero il più trasversale dei «cantautori» italiani. Ecco, trasversale mi sembra un buon modo per definire me e la mia musica. ■ a cura di Romina Ciuffa abrizio Consoli, empatico chitarrista e compositore lombardo, prosegue, dopo l’accattivante e raffinato disco del 2009 intitolato Musica per ballare, nella lavorazione del suo quinto album Live@CapeTown. In questo ultimo lavoro possiamo percepire, stando alle parole dell’artista, il senso vivo del «disco di strada, una sorta di metafora della situazione Live in Italia». Nella registrazione dell’album, costituito da 11 brani, troveremo degli inediti confronti con personaggi del calibro di Eugenio Finardi, Simona Bencini e Alberto Patrucco. Live@CapeTown è un disco molto atteso, sudato e visceralmente vissuto. Come hai vissuto la scena musicale italiana negli anni 80? Ero sedicenne e provavo in cantina con la mia band di allora, sul finire del decennio ero un session affermato e «alla moda». La scena italiana come sempre rifletteva ciò che arrivava d’oltre oceano; è stato il decennio in cui il pianeta si è dimenticato cosa significasse un suono di chitarra decente, l’apoteosi della batteria elettronica e l’apologia dei suoni di plastica. Un decennio in cui Massimo Luca, chitarrista acustico di Lucio Battisti, non ha praticamente lavorato; basti ricordare che Sanremo era in playback, una vergogna. Ma nessuno sembrava cogliere il paradosso. L’unica scena che valesse la pena vivere era quella degli anni 60/70. Cosa vuol dire essere un cantautore oggi? La parola «cantautore» non ha più senso. Quando vengo etichettato così provo un senso di disagio. Ci si fanno i dischi in casa, anche la band di metal-core si scrive i pezzi da sé. La tecnologia ha spalancato immense possibilità (e libertà) al musicista, ma ha fatto scomparire tutta una serie di professionalità. Avrebbe più senso parlare di «chansonnier», per assurdo ciò giustificherebbe anche una poetica e un linguaggio più contemporanei, ma il termine risulta ancora più antiquato, a torto. Il cantautore è morto. Si è «artisti». Viva il cantautore. Stai lavorando al tuo quinto album, Live@CapeTown. Come nasce l’idea del disco? Si tratta di un Live registrato nel maggio 2010 in un locale milanese, il Cape Town; il suo essere fondamentalmente un bar lo ha reso un vero «disco di strada», senza un palco. Un tappeto rosso delimitava lo spazio per suonare. Volevamo cristallizzare il momento di affiatamento della band, raggiunto in oltre 50 concerti in un anno in Italia e all’estero, e nel contempo documentare la difficoltà di trovare spazi adeguati per chi vuole immettere contenuti culturali nel nostro Paese. Il disco contiene la descrizione della situazione del Live in Italia. Hanno aderito artisti del calibro di Eugenio Finardi, Simona Bencini e Alberto Patrucco.

F

PHOTOCREDIT EVALUATION

C O N S O L I

FANNOMAMBASSA

8 GIORNI CHE MENTO A ME STESSO

FFA

ambassa di parole, di menti. Fanno mambassa del nostro modo di dimenticare, ricordandoci tutto quello che c’è da dire. «L’elefante mi chiamano perché ricordo davvero tutto quel che si può: non vi siete mai chiesti perché l’elefante ha negli occhi tutta quella tristezza?». La formazione attuale è composta da Stefano Sardo alla voce; Fabrizio Napoli alla chitarra; Massimo «Sal» Lorenzon alla batteria; si sono uniti Gianfranco Nasso a.k.a. Naxo al basso (dal 2002); Fulvio Bosco alle tastiere (dal 2008) ed ora Luca Cognetti, alla chitarra. La vostra storia: da Bra a...? A Roma, per quanto mi riguarda. Ma il resto della band gravita su Torino. A Bra, dove la band si è formata nel 1995, sono rimasti solo Sal, il batterista, e Andrea, produttore e fonico. È a Torino che abbiamo mosso i primi passi discografici. Il primo disco - Umore Blu Neon - lo registrammo in Casa Sonica nel ‘96, vincitori del contest nazionale «Indipendenti» e con un contratto per la Fri Records di Cecchetto. Bazzicavamo la Torino dei Murazzi, capitanati da Max Casacci dei Subsonica che produsse il nostro esordio. Dal secondo album passammo alla Mescal, con cui abbiamo pubblicato 2M, Mi manca chiunque e Mambassa. Poi 6 anni di silenzio, ed è uscito LP, per la EMI. Questo era ieri. Da Umore Blu Neon a LP: il vostro nuovo album, dietrologie. In Umore Blu Neon eravamo una band diversa, con due voci soliste. Eravamo molto influenzati da quello che succedeva nella musica a metà degli anni 90: dai dischi solisti di Paul Weller fino agli italiani per noi molto decisivi come Sempre più vicini dei Casino Royale. Credo che cercassimo di rendere in chiave elettroacustica alcune delle influenze che provenivano da quel sound groovoso e venato di soul. Scrivere liriche per due voci distinte è molto diverso che farlo per una voce sola: alcuni testi di allora palesavano la mia difficoltà a far entrare le urgenze del me stesso ventitreenne dentro quello schema. Ci siamo presto affrancati da quell’influenza, e siamo andati naturalmente verso ascolti più autentici, Beatles (io) e Rolling Stones (Fabrizio), assi cartesiani del nostro imprinting. Il nuovo disco, LP, è il meno chitarristico. C’è più pianoforte, più pulizia nelle frequenze, meno irruenza giovanile, più consapevolezza nel songwriting. Da Mambassa al nuovo disco, 6 anni di...? Ognuno si è fatto la sua vita. Ne avevamo bisogno. Nel 2006 è finito il tour di Mambassa ed eravamo logori, in giro da un decennio, una vita massacrante e non esattamente prodiga di soddisfazioni. Abbiamo messo i Mambassa in pausa. Io ho continuato la mia vita di sceneggiatore per cinema e tv, gli altri si sono dedicati ai loro interessi. Poi sono affiorate nuove canzoni, spontaneamente. E con quelle, è tornata la voglia di suonare, anche grazie all’ingresso rigenerante di Fulvio nella band. Collaborazioni con chi? Di Max Casacci ho detto. Non si tratta solo del primo disco: coi Subsonica abbiamo fatto un tour nel 2002 e 2003 come band di spalla. Molto importante è stato il lavoro con Josh Sanfelici, che ha prodotto Mi Manca Chiunque nel 2002, e con Davide Rossi (oggi collaboratore di Eno e dei Coldplay) che curò gli archi di quel disco. Nel 2004 avemmo il privilegio di lavorare con Davey Ray Moor, un grande pro-

M

L

onely Planet era il nome originario del disco che esce oggi, dopo 6 anni di silenzio (assenso) dei Mambassa. Una guida in questa nostra solitudine. (Fa niente che poi si chiami LP)
duttore e una persona fantastica. Nella stessa occasione lavorammo con Andrea Bergesio, che da allora è il nostro fonico e con LP il nostro produttore: il vero Mambassa aggiunto. A breve incideremo la nostra prima colonna sonora, per il film WORKERS-Lavoratori, una commedia diretta da Lorenzo Vignolo. I vostri testi sono permeati da una forte nostalgia, persino del futuro. Forse il tema principale dei Mambassa. Cosa c’è dietro? Credo sia inevitabile per chi come noi è stato adolescente nella bambagia foderata di promesse degli anni 80, quando tutto sembrava possibile. Quei ragazzi sono cresciuti e quando è toccato a loro prendere in mano il Paese, si sono accorti che quel «tutto sembrava possibile» era uno slogan vuoto: la generazione precedente aveva sperperato il patrimonio culturale, economico, ambientale comune e non c’era altro ad attenderli che un presente scosceso e compromesso. La nostalgia del futuro è la consapevolezza struggente di tutto ciò che non si può avere, al realizzare ciò che ti è stato sottratto con l’inganno. Anche il Nuovo Rock Italiano è stata una grande promessa non mantenuta. Tutti a parlar d’amore, voi descrivete bene «l’odio» . Quello di tutti i giorni, che si prova nel corso di un rapporto. C’è un «Antidoto»? Molte nostre canzoni parlano di amore, è vero: di rapporti, di relazioni incasinate. Credo che la maggior parte delle persone, del resto, vivano pensando a come risolvere i loro casini sentimentali. Ma non ci sono antidoti. Perché «il veleno» non è nella relazione. È dentro di noi. Sono solo le nostre tare a impedirci di vivere davvero ciò che sentiamo. Il video de Il Cronista è stato premiato a Capalbio tra i primi dieci in Italia. Perché? Non so perché. Era piaciuto, presumo. La regia era di Lorenzo Vignolo. E il brano è uno dei più forti e sentiti del nostro repertorio. Si vede che la combinazione brano+immagini (complice una nevicata miracolosa) ha generato una suggestione efficace. Precarietà. In Casting avete fatto un vero e proprio casting, e al video hanno partecipato molti volti noti. In che forma? Tutti hanno partecipato amichevolmente, senza compenso. Compreso il regista, Lucio Pellegrini, nonostante fosse stretto nella morsa di due film. Quanto agli attori, credo che tutti gli interpreti si siano prestati a quel gioco davanti alla macchina da presa per una ragione molto semplice: Casting parla di loro. O meglio, di quel senso di panico e inadeguatezza con cui si vivono le attese tra un provino e un altro, dell’ansia con cui si affrontano ruoli che non si sentono addosso. Un disagio, questo, aggravato dalla consapevolezza di non poter fare nulla per migliorare le cose. Di non avere il controllo. Ma la canzone parla di tutti noi, di come non ci sentiamo davvero protagonisti della nostra vita e della sensazione di avere ruoli minori in quella altrui. Di quella precarietà esistenziale in cui ci troviamo tutti. Lo scrittore e il musicista convivono. Ho scritto un libro, pubblicato nel 2002 da Arcana. Oggi mi imbarazza per la sua ingenuità, ma è stato un passaggio importante. Il primo film scritto da me che è stato realizzato è La doppia ora di Giuseppe Capotondi, uscito in concorso a Venezia nel 2009 e distribuito con ottimi riscontri negli Usa. Il secondo, Tatanka, diretto da Giuseppe Gagliardi, è appena uscito. ■

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:07 Pagina 10

BALLET
a cura di FLAVIO GAUDENZI a cura di ROSSELLA FABBRI

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

ZEROGRAMMI È quel particolare stato di grazia che ci permette di vedere le cose, dalle più semplici alle più complesse, per quello che sono, finalmente intelligibili, nella loro forma più elementare. Con un peso pari a zero, come il verso di una poesia, come la musica.

INVITO ALLA DANZA Ci portano a ballare a Villa Pamphilj ora che sono maggiorenni.
A CURA DI

ROSSELLA Gdi ADRI AUDENZI

ZEROGRAMMI: UN PASTO A DUE
erogrammi è quel particolare stato di grazia che ci permette di vedere le cose, dalle più semplici alle più complesse, per quello che sono, finalmente intelligibili, nella loro forma più elementare. Con un peso pari a zero, come il verso di una poesia, come la musica. Così semplici da lasciarsi svelare senza commenti, come amori incondizionati e gratuiti. Così leggere da dissolversi nell’aria ed indelebili al contempo. È quasi un gioco di parole: il buongiorno si vede dal mattino anche quando si parla di una tragedia latina. Il 2011 è l’anno del programma di scambio interculturale Italia-Russia, scambio che è stato fecondo sin dagli inizi: a gennaio, per il Festival moscovita del Centro Danza Contemporanea e performance Tsech, in rappresentanza del nostro Paese è stata convocata la compagnia di teatrodanza Zerogrammi che si è trovata a lavorare per un mese intero insieme alla Dialogue Dance di Kostroma dopo un brevissimo sopralluogo in dicembre. Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea accanto a Evgeny Kulagin, Ivan Estegneev. A Mosca la sinergia tra i quattro artisti crea Punto di fuga, il primo dei due capitoli del lavoro Tieste. Dittico del potere che ha debuttato in Russia a febbraio e in Italia in prima nazionale il 7 e 8 luglio all’interno del Festival torinese Teatro a Corte. Prima assoluta torinese per il seguito, Pasto a due, che ha impegnato in via esclusiva la compagnia Zerogrammi il 17 luglio in una location d’eccezione, la Galleria di Diana della Reggia di Venaria Reale. E non solo. Su un piano parallelo Stefano Mazzotta ha realizzato dei meravigliosi scatti fotografici, materiale per la mostra «La pratica della neve non dispensa dallo scivolare» (www.zerogradi.org). Stefano Mazzotta e Emanuele Sciannamea, coreografi e danzatori, si conoscono da diverso tempo, si sono diplomati presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, seguono successivamente la coreografa Monica Casadei a Parma e nel 2006, a Torino, nasce Zerogrammi, compagnia di teatrodanza che dà anche il nome all’opera prima premiata nel 2008 al Festival Oriente e Occidente. Dopo gli spettacoli Zerogrammi - Inri, di impronta religiosa, e Mappugghje, dedicato a Penelope - la compagnia decide di ripartire dal tragediografo Seneca. Perché questa scelta? Fondamentalmente perché il Tieste di Seneca è un testo che non permette una lettura facile e a noi piace raccogliere le sfide; un lavoro che indagasse il rapporto molto stretto tra due fratelli ci è sembrato interessante, in questo caso trattasi di Atreo e Tieste, figli di Pelope re di Micene, del quale si contendono il

Z

ane non mangia cane. Ed è in questo che differiamo dalle bestie. In questa capacità tutta umana, poiché agli uomini è concesso di superare i vincoli imposti dalla natura e di rispondere al solo richiamo del sangue. Solo quello riconosciamo come santo. Santo il sangue che scorre nelle vene». (RISCRITTURA DA SENECA A CURA DI F. CHIRIATTI)
Il 2011 è l’anno del programma di scambio interculturale tra Italia e Russia: al Festival moscovita del Centro Danza Contemporanea e performance Tsech ci rappresenta la compagnia di teatrodanza Zerogrammi, in un progetto a «quattro piedi» con la Dialogue Dance di Kostroma: Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea accanto a Evgeny Kulagin, Ivan Estegneev.

«C

regno. Il punto di partenza è stato il chiedersi quali dinamiche muovano due fratelli, legati da un vincolo di sangue; il comune denominatore di entrambi i capitoli dell’opera è la ricerca sul potere come bene individuale, in tutte le sue abiette declinazioni. La prima parte, Punto di fuga, è incentrata sulla fisicità e può essere immaginata come una sorta di Monopoli con quattro figure che devono conquistare vie ed edifici partendo dai vertici di uno spazio vergine. I tentativi di convivenza sfoceranno immancabilmente in atti di prevaricazione: il punto di fuga è l’illusione di riuscire a stabilire un contatto e un confronto. Pasto a due raffigura il potere in un’accezione cerebrale, con due uomini di potere che lavorano sulle dinamiche, sulle possibilità, sugli equilibri. Ne emergono le elucubrazioni mentali, tutto ciò che frulla nella mente, le centinaia di domande di una partita finalizzata all’ottenimento del potere giocata dinanzi a una tavola imbandita. È stata creata una coreografia sul potere in Russia insieme ad eccellenti danzatori coreografi di un Paese culturalmente molto distante dal nostro. Come si è sviluppato il progetto? La scelta è avvenuta insieme alla compagnia russa Dialogue Dance ed è stata quasi casuale. Solitamente per noi l’inizio di un progetto è sempre legato a una nazione estera, a un periodo di gestazione dell’estro distante dai nostri luoghi abituali. Il caso ha voluto che l’occasione di lavorare sullo scambio interculturale Italia-Russia capitasse a noi. Si è creata una sinergia che è alla base di una stimolante continua ricerca del compromesso e del lavoro Tieste. Dittico del potere. Come si concilia il «manifesto» di Zerogrammi con una tematica, quella del potere, legata peraltro a una tragedia latina, che sembra tanto distante da ogni leggerezza? Rispondo citando un’opera che possa far luce: Lezioni americane di Italo Calvino. Leggerezza non è superficialità, bensì una connotazione di stile, il come trattare la materia che nel nostro caso quasi sempre è estremamente densa, pesante, così come le esperienze formative dalle quali proveniamo. La nostra forza è proprio nel sembrare due Marcovaldo in giro per il mondo che fanno «raccolta di esperienze» e che poi rielaboreranno in chiave di leggerezza in tutti gli spettacoli. La musica ha un posto di rilievo nelle vostre coreografie? La musica arriva per noi sempre alla fine: dapprima il linguaggio coreografico e in seconda battuta la scelta musicale. Fa parte dell’allestimento, non ci è ancora successo di trarre ispirazione da una particolare musica. Posso però affermare che utilizziamo ed amiamo molto poco le musiche moderne e contemporanee. ■

di Nicola Cirillo

Vuoi venire al ballo con me?

MART

N

fatti servire: bevi a letto sul Tevere nel letto del Tevere
Isola Tiberina info 347 0474285

invito alla danza puro e semplice questo, anche il titolo di una prestigiosa kermesse romana dedicata all’arte coreutica, giunta alla 21esima edizione. Sempre un traguardo importante, la vecchia maggiore età, e in America si può entrare nei locali. E perché sancisce la «storicità» della manifestazione, che sin dalle origini ha voluto caratterizzarsi per una proposta ampia e internazionale. Questi due elementi - pluralismo e internazionalità - ritornano anche nella nuova edizione (6-29 luglio nel Teatro Villa Pamphilj). Accanto al balletto classico e contemporaneo, nel ricco cartellone trovano spazio le danze «dei popoli», come il tango di Miguel Angel Zotto, proposto in due serate intitolate Abrazame tango, il Flamenco al desnudo, presentato dalla Compañia Suite Española in prima assoluta nazionale, e le danze popolari italiane, con musiche che vanno dalla pizzica al Va pensiero, riproposte in un’originale esecuzione all’interno dello spettacolo Taranta della luna nuova, allestimento coprodotto dalla compagnia L’Imperfect DancersBalletto90 con Invito alla Danza. Sarà rappresentato anche il folclore russo: tra virtuosismo tecnico e

stand

NON SOLO PUNTE

UN

coreografie acrobatiche, la Igor Moiseev Ballet, importante, famosa e acclamata compagnia di folclore russo, proporrà un Omaggio a Igor Moiseev. Grande spazio anche al balletto classico: il 19 luglio in prima nazionale il Gala Le stelle di domani con gli emergenti del Ballet de l’Opéra National de Paris. Il 25 luglio, il Balletto del Teatro dell’Opera della Macedonia mette in scena un grande classico, il Don Chisciotte, mentre Rossella Brescia nota al grande pubblico anche per la partecipazione a programmi televisivi - sarà l’étoile di Cassandra, su coreografie di Luciano Cannito, proposto dalla DCE Danzitalia. L’evento di apertura è affidato alla Compagnia Aterballetto, con From music… with love di Mauro Bigonzetti, uno spettacolo in due parti: nella prima - Rossini Card - la coreografia si lascia trasportare dal ritmo incalzante delle partiture rossiniane, nella seconda, H+, è l’acqua a scandire il tema, tra note soul e jazz del percussionista Federico Bigonzetti e del cantante Mark Borgazzi. Italia, la mia Africa della CRDL Compagnia Mvula Sungani, invece, chiude toccando la tematica dell’integrazione tra i popoli; Nando Citarella, autore delle musiche originali, le eseguirà dal vivo col suo gruppo La Paranza. ■

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:08 Pagina 11

Vista
Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

MARE
PAGLIAROTTO & FRIENDS Quando dici coda di Pagliarotto, è quella che si forma il primo agosto.
a cura di FLAVIO GAUDENZI a cura di ROSSELLA FABBRI
A CURA DI

MEZZATESTA & SOCI Liberamente Effetto Mezzatesta e Soci. Non sarà un caso che il primo brano del disco (secondo per l’esattezza, dopo una breve intro) abbia il titolo di Liberamente Ascoltatelo il lunedì mattina dieci minuti dopo il trillo della sveglia. Sarà una gran settimana.

ROSSELLA GAUDENZI

VEDI IL BICCHIERE MEZZATESTA
a Carlà nazionale piace agli italiani,poco da discutere, e il detto «chi disprezza compra» raramente fa cilecca. Il picco di attenzione sembra averlo avuto grazie a un componimento tagliente e regalato di Simone Cristicchi dal titolo Meno Male su cui si sono puntati i riflettori un anno fa, nel 2010, al solito Festival di Sanremo. Simone Cristicchi, si sa, è un professionista nel far parlare di sé, e così gli italiani da gran ciarlieri quali sono parlano sì tanto di Carla Bruni, ma non mancano di commentare questo brano che la radio ha, prevedibilmente, trasmesso a non finire. Dinamiche da mercatuccio. Cristicchi non fa nemmeno una mezza testa. Però. Correva l’anno 2008 e nel torpido Salento pugliese qualcosa di avvenieristico accadeva. Di Carla Bruni si parlava ma ancora non si cantava, e qualcuno ha iniziato a farlo con tono irriverente ma con un tocco in più, un tocco più umano e scomposto se vogliamo, e perciò genuino. A cantare della coppia europea del momento, dichiarando, con doppio senso, «voglio fare un duetto con Carla Bruni», erano i Mezzatesta e Soci; il brano era Sarkozy. Quella r moscia del solista poi, azzeccatissima. Ammetto di avere un debole personale per questa band. La forza sta nell’organico, rodato e collaudato da tempo; i Mezzatesta e Soci sono Sandro Mezzatesta alla voce, Giancarlo Pagliara alle tastiere, Emanuele-Manu Pedote alla chitarra, Francesco-Ciccio Salonna al basso, VincenzoBoccino Pede alla batteria e artista femminile, special guest nel disco, Sabrina De Mitri al sax. Quattro su sei suonano insieme da anni, quattro su sei sono allievi del Saint Louis di Brindisi e la loro forza è il loro stare insieme, in varie formazioni e tutte di gran pregio, con la stessa base ritmica. Prima dei Mezzatesta e Soci esistevano, ed esistono tuttora, i Rinoplastici (Rino Gaetano Tribute) che riuniscono tastierista, chitarrista, bassista e batterista. Sandro Mezzatesta – la voce, anima, macchietta che fa da collante alla nuova band a tratti insolente – era assiduo frequentatore dei concerti dei Rinoplastici e suonava i suoi brani in spiaggia, che una volta caricati su YouTube hanno iniziato a ricevere moltissime visite. Il trovarsi è venuto da sé e nel 2008 nascono i Mezzatesta e Soci debuttando proprio al concerto di Capodanno dei Rinoplastici, con alcuni brani della neonata formazione. Per ascoltare un intero concerto dei Mezzatesta e Soci occorrerà attendere la Pasqua 2009.

L

onostante tutto niente panico | resto in mutande dentro casa | provo a sentirmi un po più libero | Liberamente | balla bella balla come lo fai tu | domani e oggi spegni la tv | la spazzatura non la scendo giù | Liberamente | libera la mente | sentimento senti come mento | certamente forse che non si sa mai | ma cosa te lo dico a fare | Liberamente | non importa se nessuno mi sopporta | Tutto in un istante tutto subito | non far domande niente è logico | sto diventando logorroico | Liberamente | dimmi che ci manca non ricordo più | il troppo stanca chiedono di più | volessi meno adesso esagero | Liberamente» Mezzatesta & Soci, «Liberamente»

«N

L’album Il primo [è] l’ultimo era pronto e registrato ben sei mesi prima della sua uscita, quando un furto del computer che lo custodiva ne ha causato la perdita poiché nessun backup lo aveva salvato. Ammetto di avere un debole per questa band: Mezzatesta & Soci

(alcuni allievi del Saint Louis) vuol dire ironia, piedi scalzi, leggerezza ma anche crescita della musica nel territorio pugliese. E della stessa Brindisi: se prima il bicchiere era mezzo vuoto – ci si spostava verso Lecce e Bari – oggi viceversa: il bicchiere è «mezzatesta».

Chiamiamolo pop d’autore con arrangiamenti rock, blues, latin. O meglio, e la definizione è più convincente, «jazz nell’intenzione», andando ad escludere il jazz come genere ma a intendere che si cimentano in ciò che a loro piace, non disdegnando quindi incursioni nel rap, nella dance, nel punk e così via. A dicembre 2010 esce il primo disco, Il primo [è] l’ultimo, che su due piedi ci dà modo di ascoltare le composizioni di un gruppo assai celebre nella propria regione, seguito, a tratti osannato, che mai lascia il suo pubblico attaccato alle sedie. Il titolo del disco nasce da un gioco di parole e da una sfida contro il tempo: l’album era pronto e registrato ben sei mesi prima dell’uscita, quando un furto del computer che lo custodiva ne ha causato la perdita poiché nessun backup lo aveva salvato. Nasce così il su due piedi del titolo, dalla corsa contro il tempo per riuscire a registrare nuovamente ed uscire per Natale. I testi sono di Sandro Mezzatesta, contengono una vena ironica, tagliente ma mai di vera denuncia; riesce a utilizzare poche frasi che ti restano nella mente e continui a canticchiare senza sosta pensando che la vita è fatta anche di leggerezza e ilarità. Con Il latinoamericano, ad esempio, si prende giocosamente in giro questa moda dilagante che riempie le nostre balere; più riflessivi i brani Nel vento e La canzone stupida, canzone focalizzata su una centrale nucleare. Mezzatesta e Soci significa anche crescita della musica nel territorio. Dal 2007 ad oggi si è assistito ad un’accelerazione nella diffusione della musica nei locali; dapprima con vero tripudio per le cover band e quindi tripudio per i Rinoplastici. Questa apertura ha incrementato la musica dal vivo e il sorgere di progetti paralleli; pian piano è divenuto più semplice sfruttare l’idea della cover band per inserire brani inediti, originali, nelle serate. Da qui al proporre un progetto funzionale interamente originale il passo è stato breve. Da circa un anno a questa parte il risultato raggiunto è ottimo, i Mezzatesta e Soci vengono cercati assiduamente per la propria musica originale. Crescita anche per il panorama musicale brindisino: se prima ci si spostava rigorosamente verso Lecce e Bari, oggi si assiste anche al fenomeno inverso. Effetto Mezzatesta e Soci. Non sarà un caso che il primo brano del disco (secondo per l’esattezza, dopo una breve intro) abbia il titolo Liberamente. Ascoltatelo il lunedì mattina dieci minuti dopo il trillo della sveglia. Sarà una gran settimana. ■

la coda di pagliarotto
Preferisce parlare del respiro a pieni polmoni di tutti i musicisti salentini che si riuniscono per cantare al Pagliarotto & Friends. Una coda di musicisti. La coda di Pagliarotto.
ella Puglia soleggiata, meta ambita per forestieri e autoctoni, la musica ha trovato dimora stabile. Là dove per «musica» non si intende soltanto l’incremento dell’attività concertistica in tutta la regione, ma anche la maggiore propensione del pubblico ad assistere a spettacoli dal vivo. È come se si fosse insinuata, leggera e decisa, una propensione all’ascolto (nei confronti della musica, forse anche della vita in generale), a «sentire» l’evento live come occasione di crescita e di socialità. Il tanto declamato Salento stabilisce nuovi record di interesse e, anche alla luce dell’insediamento a Lecce dell’Italia Wave Love Festival, si appresta a vivere una stagione estiva ricca di grandi e piccole occasioni. Tra queste, il Pagliarotto & Friends, merita un riferimento particolare. Non solo perché giunge quest’anno alla quinta edizione consecutiva, ma perché cela in sé significati che vale la pena raccontare. Immaginate uno scenario agreste, lontano dalla città e dai suoi rumori, in cui la quiete viene interrotta solo dalla musica e dagli applausi del pubblico. La Masseria Arciprete, nella periferia di Torre Santa Susanna (Brindisi), nel primo lunedì di agosto, ospita persone accomunate dalla voglia di trascorrere una serata tra note, arte e sorrisi. Pagliarotto non è solo un evento, ma è anche una persona in carne ed ossa. Giancarlo Pagliara, giovane musicista brin-

VITA MINUTO PER MINUTO
TUTTA LA VERITÀ SU UN FENOMENO FALSATO

LA DOLCE

VICTOR CIUFFA CIUFFA EDITORE
di VINCENZO MAGGIORE disino, non ama parlare della «sua» festa. Preferisce raccontare di un’idea realizzata con il fondamentale contributo del gruppo di lavoro dell’Associazione culturale Petra. Preferisce parlare di un’occasione per stare insieme, per stare bene. Preferisce parlare di un festival della musica in cui annualmente convergono numerosi musicisti emergenti locali. Un momento di condivisione, quindi, un respiro profondo a pieni polmoni sulla scia dei brani proposti da alcune delle band più conosciute del territorio brindisino e non solo. La formula è semplice: Giancarlo, che collabora stabilmente con numerosi artisti e gruppi musicali (MARinARIA, Mezzatesta & Soci, Piccola Compagnia Instabile, Malvasia, Rinoplastici, Davide Berardi e tanti altri), ritaglia ad ognuno una parte da protagonista sul palco all’interno di un unico contest. I gruppi, i cantanti e i musicisti si avvicendano, si conoscono, si riflettono in un spirito comune. Perché il Pagliarotto è soprattutto uno stile di vita, un sentimento, un modo di intendere la musica e di «credere nella forza che questa grande forma di comunicazione ha in diverse situazioni della vita e quindi, nella possibilità di staccarsi dal mondo, anche se solo per una sera». L’umanità e lo spirito sociale sono doti che viaggiano seguendo lo stesso spartito. Per questo il Pagliarotto & Friends si apre ogni anno alle associazioni di volontariato, alla raccolta di fondi da destinare a progetti in Africa, a quello che si può fare per valorizzare i buoni sentimenti. A tutto ciò si somma l’importanza di una vetrina per musica inedita come poche altre, perché non capita tutti i giorni di suonare davanti a più di duemila persone. Il pubblico che annualmente vi partecipa e che ormai attende l’appuntamento si accorge di stare in una dimensione positiva, non al solito festival, ma ad una vera propria festa di e per tutti. L’anno scorso il Pagliarotto è stato improntato sulla favola Alice in the Wonderland. E quest’anno? Quale sarà il tema? La segretezza serve anche a fare accrescere la curiosità. Se non ci siete mai stati, andateci. Se ci siete già stati, ci ritornerete sicuramente. ■

N

1950/2010

CENSURATE

IN TUTTE LE LIBRERIE

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:08 Pagina 12

SOUND tracking
a cura di ROBERTA MASTRUZZI

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

HANNA Chemical Brothers La musica elettronica irrompe nel cinema. Prima dei Chemical Brothers, i Daft Punk per Tron: Legacy, Trent Reznor dei Nine Inch Nails per The Social Network, i Phoenix per Somewhere (etc). Hanna lo sa: o ti adatti o muori.

SIMON WERNER A DISPARU Sonic Youth Un’anima rock genuina come non se ne sentiva da tempo

HANNA LO SA
on v’è il rischio di cadere in un eccesso di romanticismo, perché la musica mantiene alto il ritmo e colora l’avventura di Hanna con tinte oscure. Sono i Chemical Brothers che, senza discostarsi dal loro marchio di fabbrica, creano un’atmosfera elettrizzante. Trascinante ed evocativo, dalla consolle al cinema, questo sound non perde un colpo. O si adatta o muore.
usica elettronica e cinema. Da un po’ di tempo a questa parte, sembrano un’accoppiata perfetta. Questa volta è il momento dei Chemical Brothers, chiamati a realizzare una soundtrack ad alta tensione per il thriller, diretto da Joe Wright., Hanna. Il regista di Espiazione, dopo aver portato all’Oscar il compositore italiano Dario Marianelli, autore di una colonna sonora perfettamente integrata con la storia del film, sceglie il duo britannico per dare forza e suspense alla sua storia. Dopo tanti film di ispirazione letteraria, Orgoglio e pregiudizio e Il solista, Wright vira verso il film d’azione e si fa aiutare proprio dalla musica per calarsi in una frenetica e torbida atmosfera thriller. Hannah è una ragazza di 16 anni, la stessa Saoirse Ronan del citato Espiazione e di Amabili resti, cresciuta nella gelida Finlandia dal padre (Eric Bana), ex agente della Cia, che l’ha educata per trasformarla in un perfetto killer. Dopo anni di faticoso addestramento e di isolamento dal mondo esterno, Hannah inizia ciò per cui è stata «amorevolmente» educata. «O ti adatti o muori», così la sua missione la porta in giro per l’Europa, inseguita da alcuni agenti segreti tra cui Marissa Wiegler (Cate Blanchett), una donna che custodisce un misterioso legame con la ragazza.

di Roberta Mastruzzi

N

M

Un thriller che è anche romanzo di formazione: la ragazza separata dal padre comincia un percorso che la porterà a scoprire un mondo diverso da quello in cui è cresciuta e, mentre emerge in lei un’umanità che sembrava non appartenerle, dovrà fare i conti con sentimenti ed emozioni che si pongono in netta contraddizione con le regole assimilate fin da bambina. Non v’è il rischio di cadere in un eccesso di romanticismo, perché ci pensa la musica a mantenere alto il ritmo e colorare l’avventura della ragazza di tinte oscure. I Chemical Brothers, senza discostarsi dal loro marchio di fabbrica, creano un’atmosfera elettrizzante. La soundtrack realizzata da Tom Rowlands e Ed Simons, rispecchia il loro percorso musicale. Trascinante ed evocativo, dalla consolle al cinema, il loro sound non perde un colpo. Martellante il ritmo di Container Park ed Escape 700, tesa ed inquietante la marcia di The Devil is in the Beats, atmosfere glaciali per Hanna’s Theme. Quest’ultima appare in due versioni, una strumentale più cruda e una vocale più dolce, quasi a rappresentare i due mondi estremi tra cui la ragazza deve scegliere. O, se si preferisce, un percorso che è doloroso ma necessario: dal punto A al punto B. E durante questo tragitto l’importante è muoversi e non perdere l’equilibrio, come in una danza acrobatica.

Non è la prima volta, dunque, che la musica elettronica irrompe nel cinema. Prima dei Chemical Brothers, un altro duo che domina le scene dance dagli anni ‘90 ad oggi, i Daft Punk, hanno realizzato il commento sonoro all’universo cibernetico di Tron: Legacy (v. Music In 16 > Soundtrack o sul nostro sito > www.musicin.eu), portando al film un notevole valore aggiunto. Scelta ancora più felice quella di affidare a Trent Reznor la colonna sonora di The Social Network, per la quale il leader dei Nine Inch Nails si è portato a casa l’Oscar 2011. Senza dimenticare i Phoenix e la loro collaborazione con Sofia Coppola in Somewhere, dove l’elettronica ha assunto toni più sofisticati, quasi eterei. Insomma, la musica che ci ha fatto ballare per vent’anni entra ora nelle sale cinematografiche. Forse solo una moda, chissà. O forse un modo intelligente per sopravvivere ai cambiamenti (i ragazzi che ballavano al ritmo di Hey Boy, Hey Girl e “Block Rockin Beats sono cresciuti). Certo è che finora la musica elettronica si è rivelata capace di amalgamarsi con successo ai generi più diversi. La capacità di adattamento in un mondo estremamente concorrenziale è fondamentale. Hanna pure lo sa che o ti adatti o muori. ■

N
SONIC SIMON
di Flavio Fabbri opo il Premio Speciale della Giuria al Courmayeur Noir Film Festival dello scorso anno, l’inserimento nella sezione «Un Certain Regard» di Cannes e gli ottimi incassi in Francia, non rimane altro che guardare Simon Werner A Disparu (Lights Out), opera prima di Fabrice Gobert. Nondimeno godere della colonna sonora della pellicola, firmata dai Sonic Youth, che ne hanno anche curato la produzione nel New Jersey, con l’etichetta di famiglia SYR. Musica indie rock e post rock, di una

on dovrebbe scontentare nessuno questo lavoro dei Sonic Youth, neanche i loro più fervidi sostenitori, posto che i componimenti sono assolutamente strumentali, quindi senza voce, spesso lenti e cadenzati, che poco concedono alla furia delle chitarre elettriche o delle ritmiche tipiche della band newyorkese.
presa diretta sulla pellicola, sui personaggi e sulla storia, senza che le sonorità psichedeliche e dissonanti portino a saturazione le atmosfere del film. Il mood che ha guidato Kim Gordon, Thurston Moore, Lee Ranaldo e Steve Shelley in questa nuova avventura cinematografica - sempre nel 2010 hanno partecipato alla colonna sonora di William S. Burroughs: A Man Within, documentario di Yony Leyser, distribuito negli Usa dallo studio Oscilloscope Laboratories dei Beastie Boys - si è da subito lasciato influenzare dalla storia e dalle scene girate da Gobert, producendo suoni foschi, densi e scuri, che bene commentano lo scorrere di immagini che tanto fanno pensare nella struttura a Elephant di Gus Van Sant e, nello stile, al vecchio Dario Argento. Non dovrebbe scontentare nessuno questo lavoro dei Sonic Youth, neanche i loro più fervidi sostenitori, posto che i componimenti sono assolutamente strumentali, quindi senza voce, spesso lenti e cadenzati, che poco concedono alla furia delle chitarre elettriche o delle ritmiche tipiche della band newyorkese, che ritroviamo un poco nelle track Theme de Jeremie e Theme de Laetitia. Basta dire che in alcuni brani compaiono pianoforte e archi per dare la cifra tematica di Simon Werner a Disparu, opera originale e appassionata, di cui però se ne apprezzerà pienamente la forza sonora solo al cinema (distribuzione italiana permettendo), sperando che non tocchi ricorrere (anche stavolta) al solito Dvd o al tragico streaming online. ■

D

delle band più influenti e celebrate degli ultimi trent’anni, per un thriller basato su fatti realmente accaduti in una scuola della periferia parigina e che racconta della morte misteriosa di uno studente liceale parigino e delle ricerche portate avanti dalla compagna di classe Alice. I ragazzi sonici di New York hanno accolto l’invito francese e hanno composto per il film 13 tracce strumentali, visionarie e ipnotiche, senza snaturare le loro origini musicali. Certo, non c’è il punk sperimentale e il noise folle dei Sonic Youth qui dentro, ma Simon Werner A Disparu mostra un’anima rock genuina come non se ne sentiva da tempo, nel panorama recente delle colonne sonore cinematografiche. Pezzi come Chez Yves (Alice et Clara) e Alice et Simon, s’incollano perfettamente alle immagini, generando nello spettatore un’empatia intellettiva funzionale alla narrazione. Anche nei titoli, di pezzi come Theme de Simon e Theme d’Alice, si nota una

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:08 Pagina 13

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

SUCK - VAMPIRES ROCK THE DOORS Lo sai quanto pallida e pazzamente tesa e sospesa | giunge la morte in un’ora strana | Camei del rock che succhiano non annnunciata, non pianificata | come un terrificante ospite in eccesso di amicizia che ti sei | portato sangue: niente di più sensuale a letto. | La morte ci rende tutti angeli | e ci mette ali | dove avevamo spalle | lisce come artigli | di corvo.

SOUNDg trackin
di Roberta Mastruzzi

RE LUCERTOLA
DI ROBERTA MASTRUZZI

Suca
insieme a questo l’attenzione dei media, entusiasmanti esibizioni live e groupie letteralmente impazzite: uno ad uno, i membri del gruppo decidono di trasformarsi anch’essi in «succhiasangue». Ma i guai non sono finiti, perché il pericoloso cacciatore di vampiri Eddie Van Helsing è sulle loro tracce. Nomi illustri appaiono nella pellicola, costellando il film di preziosi cameo e portando in dono nella soundtrack un piccolo pezzo di storia musicale. Iggy Pop nelle vesti del proprietario dello studio dove la band incide il primo singolo (il suo brano Success compare nella pellicola); Alice Cooper è un misterioso ed oscuro barista che perseguita il povero Joey (I am the spider); Henry Rollins nei panni di un DJ che intervista la band; Moby come leader di un gruppo metal. Il re della musica elettronica prende in giro se stesso e si trasforma completamente; lui vegano convinto si fa chiamare Beef (bistecca) e suona la chitarra nei Secretaries of Steak. Infine, il protagonista di Arancia meccanica Malcolm Mc Dowell impersona un inquietante Van Helsing, che va a caccia di vampiri anche se ha paura del buio. Nella colonna sonora, i brani originali scritti per la band del film si alternano a hit di David Bowie, Velvet Underground e The Moog. La musica tiene alto il ritmo e l’atmosfera dark del film che si colloca sul sottile confine tra parodia demenziale e denuncia sociale: case discografiche che succhiano il sangue e musicisti che vendono la propria anima per un po’ di celebrità. Un film originale e coraggioso, che sprigiona un fascino particolare. Vampiri e rock’n’ ■ roll: conoscete qualcosa di più sensuale?

M
S

inaccia di diventare un cult per accaniti horrorofili, aspiranti rockstar, groupies mancate, irriducibili fan del metal, filologi colpiti dal morbo di Tarantino, consumatori cronici di cinema indipendente. Vampiri veri.

areste disposti a condannare la vostra anima ad un’eterna sete di sangue pur di raggiungere le vette della Billboard? Rob Stefaniuk, attore e regista canadese, cerca di rispondere a questo interrogativo calandosi in un universo dark molto musicale e il risultato è una divertente horror comedy grondante sangue, icone del pop e diabolici riff. Suck - Vampires Rock, presentato con successo a vari Festival tra cui il Torino Film Festival 2010 (ma la sua distribuzione in Italia è ancora incerta) minaccia di diventare un cult per le seguenti categorie di persone: accaniti horrorofili, aspiranti rockstar, groupies mancate, irriducibili fan del metal, filologi colpiti dal morbo di Tarantino (esseri che si nutrono di citazioni cinefile e le cercano avidamente in ogni fotogramma), consumatori cronici di cinema indipendente. I The Winners sono una rock band che di vincente ha solo il nome. I suoi componenti sono in continua lite tra loro, i concerti sono un disastro e persino il loro manager li abbandona, preferendo seguire un gruppo di hip hop giapponese. Joey, il leader del gruppo, è sull’orlo di una crisi, non sapendo più come fare a tenere insieme il gruppo e i pezzi della sua vita: la sua fidanzata lo tormenta perché gelosa della sua ex Jessica, bassista del gruppo. Tutto cambia quando la stessa Jessica si presenta alle prove completamente trasformata: carnagione candida, sguardo magnetico e un fascino molto dark. La ragazza è stata vampirizzata. Grazie al carisma che la neo-vampira emana dal palco, le sorti del gruppo prendono un inaspettato cambio di rotta. Il successo finalmente arriva e

im Morrison as himself. Aprite le porte della percezione perché il Re Lucertola ha trovato un raggio di sole per scaldare il suo sangue e tornare a vivere. Ad accendere la luce sulla sua storia è Tom DiCillo, regista del docufilm When you’re strange, uscito nelle sale il giorno del solstizio d’estate, e ora, dopo poche settimane, già disponibile in dvd. Dimenticate il film di Oliver Stone, con protagonista Val Kilmer: qui non c’è finzione. Ciò che vedete è tutto vero. Nessuna intervista postuma, nessuna celebrazione né santificazione. Non c’è trucco e non c’è inganno. Una voce narrante (Morgan in italiano, Johnny Depp nella versione originale) ci racconta una storia, quella di Jim, Robby, John e Ray, ovvero i Doors, dalla loro formazione nel 1965 fino alla morte del suo leader nel 1971. Un’ora e mezza in cui scorrono immagini di repertorio, brevi frammenti dei telegiornali dell’epoca, molte scene inedite di backstage e un cortometraggio sperimentale. Nel corto che apre il film un alienato Jim Morrison interpreta se stesso mentre vaga in un disperato paesaggio desertico. Il regista, contemporaneamente, con un abile e spiazzante salto spazio-temporale, sovrappone a queste immagini la voce di una radio locale che annuncia la sua morte avvenuta a soli 27 anni. Come Janis Joplin e Jimi Hendrix: nello stesso anno, alla stessa età. Il suo corpo viene ritrovato nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi. Il fascino misterioso di questa icona del rock e di un intero movimento di ribellione culturale è talmente forte ed immortale che ci trascina in uno stato di ipnosi. Il viaggio ha inizio. La chimica musicale tra i componenti del gruppo è forte - in soli sei anni di attività registreranno 6 album in studio - ma quando si parla di Doors, è inevitabilmente la figura del suo leader a catalizzare tutta l’attenzione. Poeta maledetto, rocker sensuale, animale da palcoscenico. Assistiamo alla sua trasformazione, dalle prime esibizioni live in cui un timido Jim dà le spalle al pubblico fino agli spettacoli dove si presenta completamente ubriaco e imbottito di acidi e che gli costeranno una denuncia per atti osceni.

J

L’accusa è quella di aver mimato una scena di sesso orale con il chitarrista Robby Krieger ma, come ci mostra il film, tutto sembra nascere dalla particolare prospettiva di una foto scattata durante un assolo. Certo è che le dichiarazioni anticonformiste, le esplosioni di rabbia, gli svenimenti sul palco, i disordini tra il pubblico non lo fanno amare dalle puritane istituzioni americane. Mentre il popolo degli anni della contestazione è folgorato dal suo carisma. È così che si distrugge un uomo. Impotenti, gli stessi componenti del gruppo assistono alla sua autodistruzione, fortemente desiderata e cercata con tutte le forze nell’alcool e nella droga. Solo la poesia sembra dare un momentaneo sollievo. Ma Jimbo, l’alter ego che si impadronisce del suo corpo nei momenti più bui, così ribattezzato dagli stessi componenti del gruppo, è sempre in agguato. E nel seguire il filo di una storia disperatamente vera che si dipana nel tragico modo che tutti conosciamo, la colonna sonora dei Doors, da Light my Fire a Riders on the Storm, da The End a Break on Through (to the other Side), è la sola compagna di viaggio che può ■ darci sollievo.

di Loren

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:08 Pagina 14

FOTOROMINACIUFFA

CAL CATA
AC
SPECIALE

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

a cura di ROMINA CIUFFA

GROTTA DEI GERMOGLI Intervista a Pancho Garrison Ha chiuso il locale n. 1 di Calcata. «Con i miei germogli ho sconfitto la sieropositività, ma contro la burocrazia non v’è rimedio».
A CURA DI

CALCATRAZ Dario Iosimi, in arte Bacco La frusta me gusta e mo’ c’ho pure le manette, fra tacchi a spillo e borchiette è rinato l’amor (e tutte quelle torturine arifomentan la passion)

ROMINA CIUFFA

CALCATRAZ

PANCHOGROTT PANCHOGROTT A

di Romina Ciuffa

P
E

rima di ogni cosa, prima di iniziare a suonare un pandeiro entra un attimo in chiesa. Lascia un obolo, prendi un anello-rosario, ti aiuterà a capire l’errore che fai ogni volta che a Calcata non vai da sola. Poi potrai toccarlo, mentre ti avvolge il dito, quando osserverai dall’alto il Monte Gelato con le sue cascate: avvertirai, lì, il riparo dalle streghe. Il primo vicolo alla sinistra delle sedie, lo prendi e, superato il Museo, finalmente lo spacco della vista, il mondo, i panni stesi, la libertà. Il canyon. La Grotta dei Germogli. Chiusa.

F

ntri nel borgo antico, un tamburo circolare traforato qua e là da antiche abitazioni (vacci con chi lo merita, il paese è magico, gatti e streghe abitano lì, sono vegetariani e durante i solstizi e gli equinozi festeggiano insieme con riti pagani purificandosi nel fiume Treja e condividendo il cibo che ognuno porta). Ti addentri nella salita al di sotto di un arco di rupe tufacea smottata, giungi nella piazzetta con le due poltrone di pietra, ma prima di ogni cosa, prima di iniziare a suonare un pandeiro entra un attimo in chiesa. Lascia un obolo, prendi un anello-rosario, ti aiuterà a capire l’errore che fai ogni volta che a Calcata non vai da sola. Poi potrai toccarlo, mentre ti avvolge il dito, quando osserverai dall’alto il Monte Gelato con le sue cascate: avvertirai, lì, il riparo dalle streghe. Il primo vicolo alla sinistra delle sedie, lo prendi e, superato il Museo, finalmente lo spacco della vista, il mondo, i panni stesi, la libertà. Il canyon. La Grotta dei Germogli. Chiusa. Vengo a sapere da gente ubriaca, in una notte fonda di febbraio con pioggia e camino a legna umida, che Pancho Garrison ha chiuso perché non aveva il passaggio per i disabili. A Calcata? Rimugino. Tra tutti quei sassi per terra, sampietrini speciali, chi mai chiederebbe una porta antincendio se a malapena si riesce a camminare nel borgo, scivoloso, scosceso, snocciolato, discontinuo? Chi chiederebbe un tapis-roulant? Chi pretenderebbe l’attenzione a norme che nemmeno in una grande metropoli sono rispettate? Non si uccidono tutti i gatti di Calcata per un allergico al pelo. Comincio a chiamare il sindaco, ma non risponde nessuno. Non rispondono in Comune, non risponde lui al suo interno, non ho alcun feedback alle mie mail, personali e non. Se qui c’è il fiume Treja, vado direttamente alla fonte. E chiedo a questo americano, padre dei germogli e della Grotta, perché chiudere un esercizio nato per promuovere il vivere «personalmente e collettivamente, responsabilmente e creativamente», da cui son passati tutti gli artisti, i musicisti, i sensibili, me inclusa. Mentre faccio il mio viaggio nel tempo, mi dice così: «Siamo obbligati a stare in un passato senza neanche vivere nel futuro». La Grotta non è in regola, non ha le altezze. Per quanto tu ed io siamo stati in moltissimi locali che non rispettano norme italiane né europee, io ho chiuso i battenti nell’aprile del 2010, dopo esser stati aperti dal giugno del 1997. Il sindaco mi ha invitato a restare aperto, ma sono stanco di questa responsabilità. Che è solo mia. Che accadrà alla Grotta dei Germogli. Non ho ancora annunciato la possibilità di venderla, ma alcuni calcatesi, che capiscono Calcata e ne conoscono i problemi, sono molto interessati a raggiungere un accordo per il tramite del trasferimento dell’autorizzazione ASL dalla mia alla loro associazione. Manterrei la proprietà del locale, lascerei la gestione, ne farebbero qualcosa di diverso. Ma vorrei che ciò che abbiamo costruito negli anni non sparisca del tutto. C’è una speranza. Texas-Calcata solo andata. In Texas abbiamo aperto un ristorante senza una lira in un mese, senza alcun bastone fra le ruote. Sono nato in Texas ma sono cresciuto da americano a Roma negli anni 50, quando la mia famiglia si trasferì qui, prima di disfarsi. Mi sono ritrovato negli Stati Uniti e in quel periodo aprii un ristorante di cucina italiana. Era una grande innovazione: per gli americani allora mangiare italiano significava solo spaghetti e meatballs. Nel 1976 me ne andai, ero diretto verso l’Oriente ma passai 10 giorni per Roma. Sono ancora qui. Mi piaceva, e a forza di rimandare, restavo. La danza di Paul Stephen. Finché non conobbi il grande coreografo americano Paul Stephen, che mi invitò ad andare allo Ials. Ho cominciato a ballare a 26 anni, un’età che per i ballerini costituisce la fine della carriera; lui vedeva in me qualcosa che gli altri non vedevano, e mi permise di trascorrere 20 anni nella danza. Diceva: com’è possibile che in Italia si fissi convenzionalmente un’età per la danza, quando la danza esiste da sempre?

Masturbarsi in caverna. Agli inizi degli anni 90 avevo un problema: abitavo vicino alla Fiera di Roma e avevo due grandi cani. Nel 1984 avevo acquistato, con Paul e un’altra amica ballerina, una casa a Calcata e i locali che poi sarebbero divenuti la Grotta dei Germogli. La grotta era una caverna grezza, i giovani di Calcata andavano lì a masturbarsi: era uno di quei luoghi oscuri, strani, proibiti. Noi non ci facevamo nulla. Nel primo anno facevo pendolarismo con Roma, per la danza: ma Calcata, la sua valle, la natura, mi hanno cambiato la vita. Mi spogliavo, mi nascondevo, ero diventato un aborigeno. E quella caverna decisi di utilizzarla per sfruttare il mio interesse per la cucina. Una meravigliosa sieropositività. Questo andò di pari passo con qualcosa di molto forte che mi accadde: proprio nei tempi in cui si era scoperto l’Aids, nel 1984, mi trovai ad essere sieropositivo, negli anni in cui non si sapeva nulla, nemmeno come si potesse contrarre. È stata un’esperienza meravigliosa: avevo già molte conoscenze sull’autogestione della salute, e incontrai il buddismo di Nichiren, che mi attrasse per molti motivi. Non aveva nulla a che fare con Dio, bensì con se stessi. Quando scoprii di essere sieropositivo era già qualche mese che mi stavo avvicinando a questa forma di buddhismo, che mi dava da credere che nulla è veramente impossibile, anzi: se avviene qualcosa di negativo bisogna rallegrarsi, perché contiene una eguale quantità di positivo se riesci a girare la moneta a tuo favore. L’ospedale mi diede una condanna di morte. Risposi che avrei risolto il problema in 4 mesi. Ho eliminato tutto ciò che non faceva bene e tutto ciò che non faceva né-bene-né-male, volevo solo essere immerso in quello che mi faceva bene-senza-dubbio. I germogli. Crescevo germogli. Il nutrimento era vivo: verdure, cereali germogliati, erbe di grano che uscivano da una fitta erba e che al dodicesimo giorno tagliavo per fare spremute sapore terra, un sapore fortissimo, chimicamente quasi uguale al sangue umano. Al quarto mese non ero più sieropositivo. Oggi sarei divenuto un fenomeno mediatico. Allora divenni noto solo nel mondo buddista. La Grotta dei burocrati. Non è solo una questione di Calcata, ma dell’Italia intera. Sarebbe un bene per Calcata se un giornalista riuscisse a inchiodare il sindaco. Perché questi sindaci non riescono a far fronte ai problemi di un piccolo paese? Non solo il nostro. Ce ne sono moltissimi in Italia. L’amministrazione è sottopagata ed ogni decisione costituisce una presa di responsabilità praticamente personale. Il sindaco avrebbe le possibilità di intervenire, ma a suo rischio, senza incentivo nel coraggio. La guerra civile: Calcata vecchia vs Calcata nuova. Gli originari abitanti di Calcata furono costretti ad abbandonarla per una vecchia legge di 100 anni prima. Così costruirono una Calcata nuova, oltre il cavalcavia. Le case del borgo vecchio dovevano essere smantellate, ma era quello il periodo della contestazione, il ‘68, e i giovani trovarono un paesello senza carabinieri, solo un po’ di vecchi e dei gatti. Comprarono questi ferri a due lire, dai vecchi calcatesi che pensarono di fare i furbi vendendo immobili per legge invendibili. Quei giovani contestatori artistoidi fecero rinascere Calcata, ma verrenno invisi dal resto della popolazione delle nuove costruzioni. Non era legalmente chiaro di chi fosse, in effetti, la proprietà degli edifici del borgo e tentò di appropriarsene anche lo Stato. La cosa finì nei tribunali. Vinse lo status quo. Per i primi calcatesi anche i residenti di Mazzano e Faleria, a 2 km da Calcata, erano considerati forestieri, e li accoglievano menandoli. Ammazzarono uno dei miei due cani, in tutto 11 cani sono morti con polpette avvelenate. Era praticamente una tribù quella dei vecchi abitanti: ora Calcata è cambiata e le nuove generazioni crescono insieme. Fine della Grotta. Vent’anni nella Grotta, sto bene così. Con i tempi italiani stare altri vent’anni inchiodato ad aspettare non vale la mia vita, che è già un miracolo. ■

accio subito un’introduzione: i Calcatraz non ci sono più. Si sono sciolti per legge naturale di un dirupo, quando cadono giù i sassetti, poi le rocce, a 45 chilometri da Roma. Praticamente si sentono pure dal Traforo in centro. Il gruppo si era costituito nel 2004 e la storia di questo borgo medievale si lega molto all’idea carceraria della loro genesi. Dario Iosimi, in arte Bacco, nato lo stesso giorno di Orazio e Jim Morrison, all’epoca stava dirigendo il suo film Non c’è due senza Treja per la cui colonna sonora nacquero apposta i Calcatraz, formazione di 8 adulti che registrò un album promozionale con 3 brani: T’adadattà (inserito dal programma Blob a corredo del servizio sulla visita del nuovo Papa in Quirinale), Mi sono perso il cellulare e il classico Calcatraz, miscellanea tra musica etnica, rock-blues e canzone popolare. Quindi, un repertorio di oltre 25 brani originali, 12 dei quali inseriti nella colonna sonora del film. Il nome richiama quello del carcere di San Francisco. Non è un caso. Negli anni Settanta Calcata era stata abbandonata quasi per protesta dalla sua stessa popolazione, che la trovava pericolante. Da quel momento il borgo - vuoto - è stato «occupato» come una comune da personaggi in cerca d’autore, tanto da meritarle la nomea di «paese degli artisti». Iniziava allora una intensa attività artistica e culturale, destinata ad essere lacerata da tipiche dinamiche politiche e dagli screzi interni tra Calcata nuova - dove si erano insediati i rinunciatari locali - e Calcata vecchia, che condusse le due fazioni a litigarsi - includendo nella vexata quaestio anche il Comune - l’antica proprietà. L’isolamento in cui ha versato Calcata negli anni non ha reso giustizia alla bellezza di un paessaggio incontaminato che la fa da padrone sulla fama della sua marijuana e dei passatempi dei suoi abitanti. Per questo non era un caso che l’ironia dei Calcatraz avesse quel retrogusto amaro che si addice ai prigionieri. Per Bacco «con il romanesco si può fare tutto», tipo un concerto durante il Woodstok Etrusca Festival, nel maggio 2005 e il premio Notte delle Stelle, ricevuto dal Comune

di Mentana. Poi un nuovo progetto, Buddabbare, ovvero musica d’evasione che scimmiotta i Buddha Bar parigini, destinato al lungometraggio. Ecco cosa. Non c’è due senza Treja, girato a Calcata, indaga sulla sparizione di una reliquia dalla chiesa di Calcata, il Prepuzio di Cristo, un lembo di pelle di Gesù che si dice conservato dalla sua circoncisione. Nel 1982 la reliquia ed il suo reliquiario furono misteriosamente trafugati senza che fossero fatte indagini adeguate dalle istituzioni preposte. Le cronache narrano che nel 1527 un Lanzichenecco in fuga nascose il Prepuzio a Calcata dopo averlo rubato dalla chiesa di San Giovanni in Laterano durante il sacco di Roma. Dopo 30 anni la reliquia venne ritrovata e da allora, grazie anche al volere della potente famiglia degli Anguillara, rimase conservata nel borgo. Ma nei secoli il Prepuzio, già appartenuto a Carlo Magno e Ottone III, è stato lasciato in custodia ad un parroco di provincia e il Vaticano, ammettendo l’autenticità della reliquia, decretò nel 1955, l’assoluto divieto di parlarne, pena la scomunica di terzo grado. Nel 2004 alcuni artisti di Calcata decisero di realizzare un film con i veri personaggi del posto al fine di smuovere le coscienze. L’iniziativa, corredata da un ampio progetto, ottenne subito il Patrocinio della Provincia di Viterbo senza stanziamento di fondi, ma a tale riconoscimento non seguirono gli aiuti materiali auspicati dai cineasti calcatesi i quali provarono a chiedere ad alcuni enti privati e statali. La pervicacia di un gruppo di artisti, i Dionysos, ha permesso di portare a termine il lavoro. L’opera costituisce un genuino tentativo di valorizzare e promuovere il territorio e di continuazione della vasta tradizione culturale internazionale lasciata dai numerosi artisti che hanno lavorato a Calcata, tra cui Pier Paolo Pasolini, Andrei Tarkowsky e Abel Ferrara. Ma come nelle migliori tradizioni, i carcerati fuggono. Bacco è in Marocco. Gli altri chissà. Il sindaco Luciano Sestili non mi risponde all’ennesimo tentativo. La mia conclusione: non c’è scampo quando una prigione è a picco su qualcosa che non esiste. ■

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:09 Pagina 15

Music In ¢ NUMERO 18 > Estate 2011

TIZIANA DE ANGELIS Mistura LUCA BUSSOLETTI Il canta- MONTE MECCANO In questa valle JASON SIMON de raça La sindrome di Bahia: si inna- cronache Lui ha invece la sindro- scorre Scorre il coraggio dub-gotico di Tee Pee C’è un cane mora del suo sequestratore, il Brasile. me di Peter Pan ed è aracnofobico fare musica esoterico-massonica che sonnecchia

FEED back
a cura di ROMINA CIUFFA

TIZIANA DE ANGELIS - MISTURA DE RAÇA
RIOMA
ordem&progresso

MONTE MECCANO - IN QUESTA VALLE SCORRE
Per fare musica alternativa in Italia ci vuole coraggio, talento e tanta forza di volontà. Per questo Christian Ceccarelli e Emiliano Di Lodovico, da dieci anni assieme nei Deflore e alfieri della scena post-industrial italiana, hanno dato vita al collettivo Monte Meccano, progetto a più voci da cui è nato In questa valle scorre (produzione Quadraro Basement). Un’opera intensa e dalle tante anime, che si rivela ricca di contaminazioni dub, gotiche, elettroniche e psichedeliche. Ascoltando il disco se ne apprezzano gli arrangiamenti elaborati ed eleganti dei brani, vene artistiche da cui succhiano con passione i cantati, mentre i ritmi bassi del downtempo permettono al duo di giocare facile con aperture lirico-operistiche e impennate post-rock. Pezzi come Mac Morto 1, Sangue Dub e Trina sostanza, interpretati da Lili Refrein, enfatizzano il lavoro dei Monte Meccano, ammantando il disco di un’anima dark e un’estetica romantica ben rappresentata dalla cosmogonia esotericomassonica della copertina e che tanto ricorda le angosce emotive di Lovercraft e Poe. Seguendo la track list, altrettanto bene emergono gli apporti maschili di Andrea Crespi (Nonlinear) e Francesco «Proventek» Provenzano

Sto qui a parlare con il mio Orixà, il custode che mi segue ovunque. Lo conosco da che un Mãe-de-Santo mi lesse le conchiglie che avevo rubato al collo di una percussionista di Salvador, conosciuta per strada. Tra l’altro, mi racconta la storia di questa abruzzese sequestrata dai brasiliani a Bahia, la città più nera del mondo. E della sua sindrome di Stoccolma, che in portoghese brasiliano ha un nome, in effetti: saudade. Tiziana De Angelis, Teramo, innamorata del suo sequestratore, il Brasile. Pubblica questo disco, autoprodotto come si conviene alla caparbietà del suo Orixà. Il miscuglio di razze (Jorge Amado: «Accadde a Bahia, dove avviene ogni mistura») è difficile all’ascolto perché lei va a scegliere temi non italo-commerciali. Affatto. Temi che fanno di un bahiano un bahiano. Il Nord, là dove nasce il samba e la musica Axé, letteralmente energia: «La bellezza è molto importante ma l’axé è fondamentale. La bellezza senza axé è folklore, l’axé senza bellezza è macumba. Se riesci ad unirli entrambi sarai un vincitore» (Babà Giberewà). Non si ballerà pagode né forrò né samba, ci si immergerà piuttosto in una dimensione afro-disiaca. Nel senso di un africanesimo che è entrato in Brasile per poi abbandonarsi completamente in un nuovo mondo, la Roma nera, il Candomblé e i segreti degli schiavi, le colonie, lo zucchero, la tratta e i senhores de engenho, proprietari di piantagioni e mulini. Mi domando qual è l’Orixà di questa cantante teramese, l’angelo protettore che possiede le sue caratteristiche e la sua personalità. Immagino che esso abbia una voce alta, sia caparbio, colorato, sorridente. Un custode che canta la sua terra, che intona i classici (Xote da Menina ad esempio), che soffre ancora di una libertà che non giunge, l’elemento «oscuro do negreiro», e ama la regina nera (Rainha Negra) già cantata da Maria Bethânia. Un romantico. Un angelo nero. Roberto Taufic (cavaquinho), Ninad Massimo Carrano (percussioni), Mauro De Federicis (chitarre), Renzo Ruggieri (fisarmonica) accompagnano questo custode abruzzese anche negli antichi canti Yoruba Candomblé: Iansã, Yemanjà, e Oxum. Percussioni, questo è ciò che serve, a me e al mio protettore, per dividermi dal mio senhor de engenho, che mi ha. Le suoniamo in tutta segretezza, diamo ai nostri santi nomi diversi perché nessuno possa sapere di essi. Gilson Silveira aggiunge pandeiro e berimbau a un album «dedicato a chi non vuole sentirsi straniero in nessuna terra. A chi sa di avere in sé tutti i colori del mondo». Eclettica, Tiziana De Angelis mi fa fare Teramo-Bahia in 52.54 minuti e, una volta lì, capisco: Stoccolma, Teramo, Salvador solo andata. Che axé.

ALTER NATIVE

(Wheelman on Bushpig), che rendono frizzante e completano nel mood l’album. Due interpretazioni stilistiche molto diverse, che conferiscono all’anima scura del disco momenti di maggior respiro e bene interagiscono con lo slancio creativo di composizioni come Big Sick e Illogic. I Monte Meccano Ceccarelli e Di Lodovico colpiscono per freschezza e profondità dei suoni, per la voglia di riprendere vecchi percorsi di genere e dimostrare che c’è molto da dire e suonare. La matrice elettronica e nello stesso tempo esoterica del disco si rivela infine un’architettura sonoro-concettuale all’interno della quale vive e si muove un universo di sonorità e stili in continua ridefinizione. 8 tracce da ascoltare più volte, per assaporarne tutto lo spessore tecnico e comprenderne a pieno le forze espressive e concettuali che vi sono celate. Flavio Fabbri

JASON SIMON - TEE PEE
Disco d’esordio per Jason Simon che, affrancatosi dalla formazione madre dei Dead Meadow, ci regala un lavoro tutto voce e chitarre, per immergersi nei meandri della roots music americana attraversando il deserto del folk più acido. Anche se la critica lo ha più volte accostato ad artisti del calibro di Bob Dylan, Townes Van Zandt o Robyn Hitchcock, secondo me questo progetto ricorda, invece, certe atmosfere di Oar di Alexander Skipp Spence (un disco, questo, da custodire avidamente). Nelle 10 tracce che compongono questo interessante ed onesto esordio, non c’è alcuna velleità ritmica ma, bensì, delle suggestioni folk. Simon è un puro distillato di canzoni lisergiche, suonate in punta di piedi, che instradano sulle antiche rotte dei menestrelli a stelle e strisce. Le crude sonorità di Let’s Begin e la lacerante inquietudine di I Let It Go si infrangono sulla

ALTER NATIVE

ROMINA CIUFFA

dolente e riflessiva Good Hope Road, suscitano più di una aspettativa. Purtroppo gli entusiasmi alimentati dal trittico iniziale scivolano in una certa staticità creativa. Se si eccettua la sola As I Went Out One Morning, in cui il canto di Jason lascia spazio agli ululati della sua chitarra elettrica, nessuna traccia sembra possedere più la stessa forza emotiva regalandoci, qua e là, più di uno sbadiglio. Posso dire che è sicuramente difficile fare dischi del genere che riescano a carpire fino in fondo l’attenzione dell’ascoltatore, a meno che non siate dei fan incalliti della folk music. Forse era già tutto raffigurato nella copertina di questo cd: canzoni indolenti, assonnate e solitarie suonate al tramonto davanti al portico di casa che hanno come unico pubblico un cane che sonnecchia. Eugenio Vicedomini

PAOLO BENVEGNÙ - HERMANN
Dopo aver scalato la classifica dei dischi più venduti in Italia I Paolo Benvegnù, con il nuovo e narrativo progetto artistico intitolato Hermann, continuano ad ipnotizzare musicalmente i loro estimatori. Questo terzo LP, pubblicato con l’etichetta «La Pioggia di Dischi/Venus», raccoglie 13 episodi sonori che estrinsecano, in maniera densa ed empatica, un articolato pensiero sulla mitica figura dell’uomo e sull’origine della «dottrina» occidentale. Hermann nasce dalla voglia di comporre armonicamente un poema letterario, magicamente sospeso tra tematiche antiche e moderne

BEYOND
&further

strutturalmente sostenute da fraseggi melodici e notevoli evoluzioni d’archi. In queste ambientazioni al limite tra il reale ed il surreale, si avvicendano personaggi come Sartre, Ulisse, Perseo e Narciso che riflettono, ieri come oggi, piccole e grandi storie di uomini senza «importanza». Inoltre nel brano Andromeda Maria, ispirato dalla raccolta di novelle orientali Le mille e una notte verbalmente incanta, mentre l’intera poetica di Hermann, vissuta con voce consistente, suggestivamente si accorda con le affascinanti e crescenti arie new-wave cadenzate in orecchiabili soluzioni a tratti pop-rock. Giuseppe Arnesano

L U C A
Il Fatto Quotidiano, il giornale di Marco Travaglio e Antonio &further Padellaro, decide di esordire nella discografia e lo fa con un album di un cantautore romano che Music In segue da molto tempo. La scelta è ricaduta su Il Cantacronache di Luca Bussoletti e le motivazioni non sono difficili da comprendere. L’artista romano, nonostante la giovane età, arriva da un lungo percorso di gavetta (ma non dovrebbe essere sempre così?) in cui ha da tempo sposato la scelta di raccontare nelle sue canzoni quello che accade ai ragazzi della sua età, ma non solo. Nel 2009 ha composto, insieme a Riccardo Corso, la colonna sonora e il brano omonimo del docufilm Tutti giù per aria di Francesco Cordio sui cassaintegrati Alitalia, e l’anno scorso ha duettato in A solo un metro con Dario Fo sulle mine anti uomo cedendo il ricavato delle operazioni ad Amnesty. Sempre ad Amnesty va il ricavato di tutto questo cd «non per togliere valore al disco fisico»,

B U S S O L E T T I

-

I

L

C

A N T A C R O N A C H E
sito di Rolling Stone e acquistato direttamente dal sito de Il Fatto Quotidiano. DI SEGUITO DUE COMMENTI DI PERSONAGGI DEL SETTORE CHE HANNO AVUTO MODO DI SCOPRIRE LUCA BUSSOLETTI, IL CANTACRONACHE: JORGE COULON DEGLI INTI-ILLIMANI: «BELLA SCOPERTA LUCA BUSSOLETTI CHE, NELLA SUA GIOVENTÙ, SI METTE A CAMMINARE SENZA COMPLESSI A FIANCO DEI MIGLIORI E CARI CANTAUTORI ITALIANI, QUELLI CHE AMAVANO LA GENTE. GRAZIE LUCA, PER IL CUORE, L’INTELLIGENZA E LA SPERANZA DI RITROVARE L’ITALIA CHE AMIAMO». GIORDANO SANGIORGI, PATRON DEL MEI: «NELLA NUOVA ONDATA DELLA LEVA CANTAUTORALE DEGLI ANNI ZERO, LUCA BUSSOLETTI SI DISTINGUE PER IL SUO APPROCCIO ORIGINALE, UNA VISIONE ATTUALE E UN COSTANTE E INDISPENSABILE IMPEGNO CULTURALE, SOCIALE E CIVILE». Pietro Polelli

BEYOND

spiega Bussoletti, «semmai per impreziosirlo ancora di più dandogli una valenza sociale». Il Fatto Quotidiano, che ha lanciato l’iniziativa al Freedom Party For Amnesty il 20 aprile all’Auditorium Parco della Musica, ha deciso di puntare su un giovane che le ossa se le è fatte concerto dopo concerto con aperture di tour come Irene Grandi e Inti-Illimani. Il Cantacronache è un lavoro di 10 canzoni che spaziano dal precariato ironico di Patrizio l’emigrante all’impossibilità di andarsene di casa de La

Sindrome di Peter Pan. Il sound pop, ma dalla forte connotazione pulp che fa da filo rosso al repertorio, rende d’impatto e piacevoli le creazioni musicali che non rinunciano alla forma canzone ma, al contrario, ci puntano a pieno. Edito da Aracnofonia e Verba Manent di Vincenzo Incenzo, che ha anche collaborato ad alcuni testi insieme a Cecilia Dazzi e Nicco Verrienti, è la prima produzione di Collezione UBIX che oggi trova un canale di visibilità del tutto nuovo. Dal 24 maggio l’album può essere ascoltato sul

MUSICIN18.QXP:Layout 1 12/07/11 19:09 Pagina 16

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful