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Ultimo Mondo Cannibale

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Published by Alessio Mannucci
«In questo libro parlerò di cannibali antichi e lontani, ma anche di cannibali in giacca e cravatta, ingegneri, operai, boscaioli. Vedremo cannibali che cacciano tramite internet invece che con la lancia, che cercano l’amore nella morte, che esprimono intimità cibandosi della carne di un altro essere umano».
«In questo libro parlerò di cannibali antichi e lontani, ma anche di cannibali in giacca e cravatta, ingegneri, operai, boscaioli. Vedremo cannibali che cacciano tramite internet invece che con la lancia, che cercano l’amore nella morte, che esprimono intimità cibandosi della carne di un altro essere umano».

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Published by: Alessio Mannucci on Jul 30, 2011
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Matej Curko, il cannibale di Kysak, l'«Hannibal Lecter» slovacco, morto dopo uno scontro a fuoco con la polizia lo scorso

10 maggio nel boschetto di Kysak – viveva a Sokol, un villaggio di mille abitanti, con la moglie e i due figli. I vicini lo hanno descritto come un uomo tranquillo e discreto. Seguendo le tracce nel computer del carnefice e le coordinate Gps che l'uomo aveva segnato, gli investigatori avevano già individuato alla fine di maggio due vittime locali, Lucia Uchnarova di Snina e Elena Gudjakova di Oravske Vesele. Altre due donne. Ma, complice l'ubiquità del web, fra le vittime di Curko ci sarebbe almeno un'altra ragazza, italiana. A riferirlo alla polizia slovacca, secondo fonti investigative citate nel dossier, è stato un testimone. Si tratta dello svizzero Markus Dubach, «salvato» dalla polizia il 10 maggio. Doveva essere lui la prossima vittima e, come nel caso del più famoso «Hannibal» tedesco, Armin Meiwes, le persone erano consenzienti. A confermarlo, oltre alla testimonianza di Dubach, ci sono le tracce lasciate da Curko con le due vittime locali. Il cannibale si proponeva in un macabro rituale di ucciderle e mangiarle. Per questo aveva parlato a Dubach dei passati «trofei» della sua attività, di cui teneva una sorta di raccapricciante schedario. Proprio queste immagini avevano sconvolto lo svizzero che aveva cambiato idea e aveva deciso di denunciare alla polizia il cannibale attirandolo in una trappola. Tra i database di Curko è stata trovata una foto di un seno durante la cottura che secondo gli inquirenti sarebbe la prova dell'esistenza di una terza donna. L'altro punto di contatto con il più famoso Meiwes è la professione: Curko era un tecnico di computer proprio come Meiwes e come lui cercava le sue vittime sul web. Particolare che lascia sgomenti: avrebbe iniziato per scherzo trovando dei «clienti» pronti ad assecondare la sua latente antropofagia. Il mondo del cannibalismo è folle e pericoloso. Bastano pochi minuti di ricerche sul web per rendersene conto. Qui l'orrore che si scoperchia è inumano. Nelle tragedie di follia come quella del killer di Oslo, Anders Behring Breivik, si cerca un qualche movente rassicurante e razionale nella deviazione di una visione politica o religiosa. Ma in storie come quella dell'Hannibal slovacco si entra in una voragine doppia della follia umana: carnefice e vittima unite insieme da un macabro rituale di morte e illusioni di rinascita o eternità. La Rete (anche qui) si è mostrata uno strumento senza confini che si permea e si adatta alla follia umana.

La confessione del cannibale 28 luglio 2011
Dai fatti del 2001 è per tutti l'Hannibal d'Europa. Il sadico carnefice che evirò, fece a pezzi e mangiò poi con gusto il suo compagno. Dieci anni dopo l'omicidio raccapricciante, Armin Meiwes, conosciuto in Germania e nel mondo come il “cannibale di Rotenburg”, ha messo nero su bianco la sua predilezione gastronomica per la carne umana. Del resto è stata la criminologa Petra Klages, autrice del libro “Cannibalismo e omicidi seriali in Germania” (non ancora tradotto in Italia), a corteggiarlo per commissionargli alcuni racconti della sua raccolta. Quello dal titolo “L'invenzione “ è un vademecum su come cucinare a regola d'arte

le «carni tenere ma saporite» dell'uomo. Oltre che una summa di tutte le sue più insane e profonde perversioni. Così, nello scenario apocalittico tratteggiato nel libro, gli esseri umani che vivono ormai su una terra arida mutata in deserto sono avvezzi a clonare uomini dagli uomini, nutrendosi, in mancanza di altro, della loro materia. «Nel pomeriggio fu preparata la prima carne dai due cloni. Staccammo due grosse braciole dalla loro schiena. Da arrostire o cuocere alla brace, secondo la ricetta annotata, in un vecchio quaderno, dalla nonna del professore», ha romanzato il 49enne Meiwes nella sua opera d'esordio. Ed è a questo punto che le fantasie malate del cannibale tedesco prendono libero sfogo, in un disturbante quanto diabolico inno ai piaceri del palato. «Un odore insolito, e tuttavia piacevole, si diffuse nell'aria. Un odore di carne arrosto. Il cibo fu servito sulla tavola imbandita. Tutti presero parte al banchetto, rendendo omaggio agli uomini che avevano messo il loro corpo a nostra disposizione. La carne», è il giudizio espresso da Meiwes, «era molto tenera e saporita nel gusto». Il godimento intimo provato nel consumare la carne umana era già stato rivendicato più volte dal criminale, condannato in secondo grado all'ergastolo per omicidio volontario, senza che gli sia mai stata riconosciuta l'infermità mentale. In un'intervista rilasciata nel 2007 all'emittente tedesca Rtl, Meiwes aveva confessato come fosse davvero una «bella sensazione avvertire la vittima diventare parte di sé». «La carne umana sa di carne di maiale», aveva aggiunto poi con la naturalezza di un uomo di spettacolo, di fronte alle telecamere. In altri suoi numerosi colloqui con i giornalisti, il cannibale aveva poi indugiato sui dettagli rivoltanti della morte di Bernd Brandes, l'allora 42enne adescato con un torbido annuncio su Internet («Cercasi uomo dai 18 ai 30 anni da macellare e consumare»). E bramoso, a detta di Meiwes, di farsi uccidere e divorare da un boia. «Bernd voleva che gli staccassi a morsi la pelle dalle ossa. Ho dovuto sbranarlo nei muscoli del petto e sui palmi delle mani. Addirittura voleva che facessi lo stesso con il suo pene. Ma non ci sono riuscito. E alla fine ho dovuto usare una lama», ha raccontato Meiwes della sua vittima, che di professione faceva il tecnico di computer come lui. Durante il processo di Francoforte sul Meno, in un tribunale assaltato dai media, l'omicida ha anche raccontato di aver reso da subito consapevole l'ingegnere berlinese delle sue intenzioni, chiedendogli il consenso esplicito a essere macellato. Dopo averlo anestetizzato con alcool e sonniferi, il cannibale evirò l'uomo nella sua casa di Rotenburg. Ma prima di sferrargli il colpo letale con un coltello da cucina, Meiwes mangiò il pene in compagnia di un Brandes ormai in stato di semi incoscienza. Prima del pasto, i suoi organi genitali furono fatti saltare alla fiamma con aglio e olio in un tegamino. Le scena, come poi emerso dalle indagini, fu ampiamente documentata da alcune riprese video. Il corpo fatto a pezzi fu poi riposto nel freezer, scongelato e assaporato nel tempo. Il colmo è che l'omicidio di Brandes, un omosessuale con turbe psichiche, non sarebbe mai venuto alla luce se il cannibale di Rotenburg non avesse pubblicato un nuovo annuncio in Rete, per procurarsi altra carne umana. Un appetito insaziabile sublimato, in quest'ultimo caso, dalla stesura di una storia. I contributi di Meiwes al volume, pubblicato nel 2011 dalla Leopold Stocker Verlag, «sono sensazionali», hanno promesso gli editori. Vere e proprie descrizioni dei pasti e, prima ancora, delle macellazioni.

Ricetta di un cannibale
firmato dal mostro di Rotenburg 12 Luglio 2011

La «carne tenera» del libro

Berlino. Sentenza mite, otto anni e mezzo, per il cannibale di Rotenburg Armin Meiwes (42 anni), condannato ieri dal tribunale regionale di Kassel, in Assia, per avere evirato, ucciso, sezionato e in parte mangiato la sua vittima, Bernd-Juergen Brandes, un ingegnere di 43 anni di Berlino. Al termine di un processo spettacolare durato circa due mesi, l'imputato, come spesso durante il dibattimento, ha

ascoltato impassibile la sentenza. Per la procura, che aveva chiesto l'ergastolo, il delitto era motivato da ricerca di soddisfazione sessuale e andava punito come omicidio volontario. Per la difesa invece, considerato che la vittima era consenziente, si trattava di uccisione su richiesta: delitto con pena massima di 5 anni. Alla fine il giudice Volker Muetze non ha dato ragione a nessuno dei due stabilendo che si era trattato di omicidio colposo. L'opera dei magistrati era stata complicata dal fatto che non esiste in Germania il reato di cannibalismo. L'omicidio era avvenuto nella casa del cannibale nella primavera del 2001. La vittima, un omosessuale che conviveva con un uomo a Berlino, aveva risposto a un annuncio su Internet in cui Meiwes diceva di cercare persone disposte a farsi evirare, uccidere e mangiare. Secondo il giudice, il piacere sessuale nell'uccidere non è stato neanche il movente dominante: il cannibale, mangiando la sua vittima, cercava un legame intimo con un altro essere umano, più per sicurezza e protezione che per desiderio di piacere. Inoltre non si è trattato neanche di uccisione su richiesta poiché la vittima non aveva chiesto sul serio di essere uccisa da Meweis. Desiderava piuttosto provare, con l'evirazione, «l'eccitazione finale della vita». Come attenuante per l'imputato ha valso anche la piena confessione resa. Il giorno del loro appuntamento, carnefice e vittima avevano cenato e bevuto. Prima di essere evirato, l'ingegnere di Berlino aveva bevuto molto alcool e ingerito una dose massiccia di tranquillanti. Dopo la mutilazione, i due avevano mangiato assieme il pene, arrostito in padella. Una telecamera, i cui filmati sono stati mostrati a porte chiuse al processo, riprendeva le scene raccapriccianti. Nella notte, a seguito del dissanguamento, la vittima è morta: Meiwes l'ha quindi sezionata e riposto la carne in congelatore. Un pò alla volta ha degustato i pezzi, circa 25 kg in tutto. Il processo, ha precisato il giudice, ha mostrato anche che nella subcultura di Internet non operano solo i pedofili ma anche i cannibali. L'imputato ha ammesso di aver contattato oltre 200 potenziali vittime: alcune volevano essere torturate, la maggior parte uccise e squartate. Cannibalismo via Internet 07/02/2004
If you wanted to eat someone (either alive or slaughtered) where would you find them? The Awl delves into the dark and disturbing cannibalism internet subculture, including the now-defunct Cannibalism Cafe Forum, which became notorious following the murder trial of Armin Meiwes, a German who in 2001 killed, cooked, and ate a man whom he met online. (The victim wished to be cannibalized.) In addition to cannibals-looking-for-victims personals, typical content includes: • Cooking temperatures: “I like a low heat around 250 degree for a long slow cook. I start the out with the meat being tied to the grill alive and kicking. After the meat pass I remover her from the heat and gut her, and then back to the grill for several more hours after about a 10 to 12 hour cook the meat just fall off the bone. I shred the meat and mix it with BBQ and red pepper flakes very tasty.” • Celebrities: “[Miley Cyrus] needs to be hung upside down from a meathook, have her throat slit, and be sliced into chunks of meat. It’s not like she has a remarkable music career or anything.” • Pregnancy announcements with the requisite belly photos • Lots of fan fiction: “Angeline reached one hand down her pants and stroked herself with a rising passion as she suckled on the redhead’s ample bosom…” • Fake CNN stories: “Dolcett Girl Who Fled Is Caught in Mexico” • Yahoo! Answers-type advice-seeking: “How one would dispose of a head?”

The Grisly (And Gristly) Online World Of Cannibals
March 30, 2011

Alle soglie del terzo millennio, il cannibalismo appare come un gesto di orrore estremo, l’ultimo tabù. Eppure, malgrado il raccapriccio che la sola idea di nutrirsi di un proprio simile può generare, il libro di Chiara Camerani dimostra come l’antropofagia è più vicina alla realtà quotidiana di quanto si possa immaginare. Perché è vero che, soltanto parlando di «baci e morsi d’amore», nessuno può sentirsi estraneo all’idea di inglobare l’altro attraverso un atto di cannibalismo simbolico, ma è anche vero che la cronaca nera offre una casistica ampia e raccapricciante: un numero sorprendentemente alto di mangiatori di uomini pronti a tutto pur di soddisfare le loro pulsioni criminali. Con gli strumenti della psicologia e le armi della ricerca storica, Cannibali racconta le mille sfaccettature dell’antropofagia: da Jack lo squartatore al Vampiro di Sacramento, dal Mostro di Rostov all’Orco di Berengo, un’impressionante galleria di assassini segnano le tappe di un coraggioso viaggio nei meandri più oscuri dell’animo umano. ESTRATTO: «In questo libro parlerò di cannibali antichi e lontani, ma anche di cannibali in giacca e cravatta, ingegneri, operai, boscaioli. Vedremo cannibali che cacciano tramite internet invece che con la lancia, che cercano l’amore nella morte, che esprimono intimità cibandosi della carne di un altro essere umano». Chiara Camerani CANNIBALI Le pratiche proibite dell’antropofagia Prefazione di Ruben De Luca Con inserto fotografico in bianco e nero sui volti più terrificanti della storia dell’antropofagia collana: Le Navi | 304 pag | 2010 Siamo portati a credere che il cannibale sia un individuo ormai estinto presente in modelli di società primitivi ormai scomparsi, oppure che faccia parte di un remoto mondo mitologico che ne conserva traccia solo nelle antiche credenze che sono giunte a noi ormai come favole prive di pericolosità. Oppure che il cannibale viva nelle sceneggiature dei film o nella letteratura con una presenza che è pura finzione. Infine siamo propensi a credere che, quando la cronaca nera ce ne descrive uno in carne e ossa, questo individuo sia totalmente altro da noi, un diverso, un mostro con pulsioni perverse che appare dal buio dei più oscuri recessi che non fanno parte della nostra vita solare di tutti i giorni. Niente affatto, Chiara Camerani ci conduce, nei primi capitoli del suo saggio, in un percorso teso a dimostrarci che il cannibale ha disseminato di tracce tutta la storia dell’umanità e che è tra noi molto più di quanto non si creda. Se ne riscontrano tracce nella mitologia, con Saturno che divora i suoi figli, scena che ispirò anche la splendida tela di Goya, nella letteratura, con Dante che ci racconta la tragica storia del Conte Ugolino. Il folklore e le tradizioni popolari hanno farcito le favole di streghe cannibali come nella fiaba di Hansel e Gretel, di orchi, di vampiri, di lupi mannari. E sono solo degli scarni esempi. Poi se ne riscontra traccia anche nel nostro parlare. “Ti mangerei di baci”, espressione affettuosa rivolta all’amata, è l’esempio più inquietante della presenza del cannibale nel linguaggio comune. Insomma Chiara Camerani ci insegna, in questo brillante saggio, che gli istinti e le pulsioni del cannibale sono gli stessi che sono presenti in noi, in un intreccio di sentimenti che risalgono però ai due desideri primi di cui la natura ci ha dotati. L’impulso a mangiare per sopravvivere e l’impulso a riprodursi. L’ipotalamo, la parte più antica e rettiliana (ma necessaria) del nostro cervello sovrintende e controlla alimentazione, aggressività sessualità. È solo nell’intensità, nella forza con si esprimono ed esternano queste pulsioni, che sta la differenza tra il comportamento deviante del cannibale ed il nostro. Nella sua chiara e originale classificazione, nella sua descrizione puntuale dei maggiori casi di cannibalismo noti alle cronache, non tutti criminali in realtà se si pensa ai sopravvissuti della sciagura aerea delle Ande, che costituisce la seconda parte del saggio, Chiara Camerani credo voglia soprattutto dirci questo. Attenti a non considerare mostri e solo mostri questi individui disturbati, anch’essi, per quanto questo possa sembrarci rivoltante, fanno parte dell’umanità, attingono ai nostri stessi impulsi e per comprenderli, tentare di aiutarli, per difenderci da loro ma anche dalle nostre pulsioni che potrebbero esplodere nella

nostra normalità, dobbiamo conoscerli e non considerarli solo dei criminali marginali. È uno scenario per nulla tranquillizzante quello descritto ma con cui bisogna fare i conti. Conoscere per comprendere, inutile marginalizzare e circoscrivere il problema per esorcizzarlo. Il cannibale è anche in noi, nessuno si senta escluso. IL CANNIBALE CHE È IN NOI Mario Grossi intervista Chiara Camerani Esiste qualche studio o statistica che può farci capire meglio che estrazione sociale hanno i cannibali e qual è la loro intelligenza media? Come nel caso di altri criminali efferati, è difficile incasellarli in categorie specifiche; parliamo infatti di persone

diverse con un “interesse” o “gusto” comune, quello per la carne umana. Il cannibalismo criminale
appare un fenomeno trasversale che colpisce ceti agiati, come nel caso di Issei Sagawa, un brillante studente, figlio di un ricco industriale giapponese, che ha ucciso, deprezzato e mangiato una compagna di corso. Tra questi assassini si incontrano anche persone normali, apparentemente anonime, come il cannibale di Milhawkee, un bel giovane dinoccolato con un lavoro da operaio in una fabbrica e poche aspirazioni verso il futuro. Nella sua abitazione vennero rinvenuti numerosi bidoni contenenti parti umane. Non sono esenti da questa attitudine soggetti astuti, ciarlieri, intriganti, come Fritz Haarmann, traffichino e informatore della polizia tedesca, che durante gli incontri sessuali amava mordere i suoi giovani amanti e

Una interessante percentuale di casi riguarda il cannibalismo psicopatologico, una categoria che include persone affette da disturbi mentali
succhiare il sangue dal loro collo. che gli impediscono di riconoscere l’antisocialità del comportamento cannibalico o che inducono allucinazioni e deliri spingendole ad agire in modo così aberrante. Nelle foto al centro del libro sono rappresentati vari ritratti di cannibali e serial killer, io per sedare la mia ansia, ho cercato, anche se non sono un lombrosiano, nei loro volti dei tratti somatici difformi, ma non ne ho trovati eccetto il ghigno di Chikatilo. Mi sembrano tutti molto normali. I cannibali chi sono? Cannibali siamo anche noi quando mordiamo il nostro partner con passione durante un amplesso, quando sentiamo quell’irresistibile desiderio di “mangiare” di baci il nostro nipotino paffutello. Quella sensazione, che scatta dal nostro cervello fino a raggiungere la bocca, facendoci digrignare i denti, ci provoca un misto di violenza, desiderio, piacere e possesso. Il criminale cannibale, quando non è affetto da una malattia mentale conclamata, è un uomo apparentemente normale ma afflitto da esperienze di vita, di pensiero e di relazione, decisamente alterate. Queste rappresentazioni mentali non si limitano ad attraversare la mente in modo figurato per poi sparire, come accade a ciascuno di noi, ma si annidano nella mente di questi individui, divenendo assillanti, concrete, predominanti, fino a rompere il confine tra realtà e fantasia e a tramutarsi in atti concreti.

A parte la saponificatrice di Correggio non sono molto presenti le donne tra i cannibali. Il cannibalismo è una tipica devianza maschile? Sfortunatamente sì, come la maggior parte delle devianze e delle perversioni. In maniera molto semplicistica, ciò dipende da una effettiva diversità fisiologica e culturale che divide il mondo maschile da quello femminile. Non sto ovviamente esprimendo un giudizio etico, mi limito a descrivere come, l’evoluzione stessa, abbia “programmato” l’uomo verso un approccio alla vita improntato alla caccia, alla competizione ed alla violenza. Visto che da ciò derivava la sua probabilità di sopravvivere e di mantenere vivo il gruppo, questa tendenza doveva essere estremamente intensa. Per questo si è mantenuta ancora oggi, pur essendo modificato il contesto di vita in cui si trova a muoversi. Inoltre, la maggior tendenza maschile ad avere rapporti sessuali e diffondere il proprio patrimonio genetico, rende l’uomo più “assillato” dalla sessualità, anche violenta, a differenza della donna, cui la natura ha imposto una disponibilità più limitata di ovociti, unitamente a un impegno fisiologico ed emotivo maggiore e più prolungato verso i piccoli, rispetto al compagno. Nel tempo, poi, la cultura ha avuto il suo ruolo. L’educazione insegna alla bambina a mediare i conflitti, a prendersi cura dell’altro e ne scoraggia le manifestazioni aggressive, ciò avviene in misura minore e differente nel maschietto, i cui tentativi di affermazione, anche di natura sessuale e violenta, sono generalmente incoraggiati. Tutto ciò, assieme ad altre variabili ancora, spinge la femmina a rivolgere su di sé l’aggressività o, al massimo, sui propri figli che percepisce come un’estensione del proprio essere. L’uomo invece ha una aggressività che si sprigiona verso l’esterno e si concretizza più facilmente in atti violenti o sessualmente inadeguati. Il più famoso cannibale è sicuramente Hannibal reso celebre dal cinema. Viene descritto come mente luciferina, di logica contorta ma raffinata, affascinante proprio in virtù di questa sua intelligenza affilata come un rasoio. Ritiene che il cannibale corrisponda a questa descrizione da film? Il cannibale è un individuo più intelligente della media? Come già detto, fra serial killer e cannibali ci sono casi di individui particolarmente intelligenti o affascinanti, ma ciò non è la regola. Il genio, nel crimine o nell’arte come in altri campi umani, costituisce per lo più un’eccezione. Sempre il cinema ha cominciato a proporre vampiri innamorati e romantici. È un modo per ricordarci che i cannibali sono persone come noi, assai più simili a noi di quanto non crediamo? Il vampiro e il cannibale, sebbene entrambi ingeriscano parti umane, sono due figure molto diverse. Il folklore e la letteratura identificano il cannibale con l’aspetto più bestiale della natura, basti pensare al lupo mannaro, che subisce una metamorfosi completa in lupo. A seguito della licantropia, l’animale sostituisce l’essere umano e ne cancella la coscienza. Il vampiro invece è un umano non morto, mantiene la sua identità e le sue emozioni (o parti di esse), è una sorta di divinità che può privare della vita o donare l’immortalità, è l’uomo che si ribella alla natura e a Dio, sconvolgendone le leggi. Il vampiro, a differenza del licantropo, è una figura sensuale, ribelle e nostalgica. Da ciò deriva il suo grande successo letterario e cinematografico. Il libro sostiene una tesi che io condivido ma che fa un po’ paura. I cannibali hanno pulsioni identiche alle nostre, quello che cambia è la loro intensità. Siamo tutti potenziali cannibali? In potenza sì, basti pensare al fatto che nella storia dell’uomo il cannibalismo è presente in svariati periodi storici e appare a diverse latitudini. Non è però così automatico che la pulsione si tramuti in realtà. La civiltà ha permesso di raccogliere i significati e le motivazioni inconsce legate al cannibalismo, trasformandole in atti simbolici; si pensi alla trasformazione del pasto cannibalico pagano nella sacra eucaristia dove simbolicamente si mangia il “corpo e il sangue di Cristo” per sancire un’alleanza con il divino. Lo stesso banchetto funebre, oggi diffuso nei paesi anglosassoni, implicava inizialmente il cibarsi di parti del morto, così da mantenere vive nei discendenti le sue qualità. Viene ricordato nel libro che l’Eucarestia cristiana è una forma simbolica di cannibalismo. Ma il cattolico crede nella transustanziazione nel rito dell’Eucarestia, cioè crede realmente che quel pane e quel vino si trasformino nella carne e nel sangue di Cristo. I cattolici sono realmente dei cannibali. Condivide questa lettura?

No, nonostante apprezzi il sillogismo. Stiamo parlando di forme culturali mediate, di atti simbolici che pur attingendo ad archetipi o, più semplicemente, ad un patrimonio umano comune, la maggior parte delle volte non sono nemmeno comprese nel loro significato più profondo. Cannibali di Chiara Camerani - Mario Grossi - 30/09/2010 Fonte: mirorenzaglia

Jeffrey Dahmer - Wikipedia
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