L’albero del pollo Credere che il pollo nasca su un albero, è cosa curiosa, curiosa per noi che i polli

li abbiamo visti, o almeno crediamo, almeno una volta nella nostra vita. Devo onestamente confessare, che questa storia ha origini lontane, quando il pollo viveva con noi, lontano dai fumi dello smog e dagli scarichi super inquinanti delle auto. Che bello vederlo venirti incontro trotterellando, in una di quelle visite in campagna che mio padre mi obbligava a subire, dove ci si sedeva nell’aia ad assaggiare il vino e a prendere due uova, che poi avrebbero accompagnato le colazioni ed i pranzi dei giorni a venire.

Si andava in campagna, a comprare le uova, perché erano fresche, perché erano buone, la carne perché era genuina. C’era la volontà di recuperare i gusti di una volta, che allora già si pensava fossero perduti. Ci si rendeva conto, si era coscienti che stavano portandoci via qualcosa di nostro, che ci apparteneva e dovevamo resistere il più a lungo possibile, esorcizzando l’arrivo della tecnologia che vedevamo invasiva e credevamo era destinata a durare poco. Devo essere onesto però, pensandoci bene, non ho mai visto un pollo; galline, galli si, ma mai nessun pollo e questo mi ha sempre fuorviato dalla giusta posizione socio etimologica del pennuto. L’ho sempre visto riposare sugli scaffali a pezzi, dentro quelle scodelle incellofanate, nei miei pomeriggi in cui vivevo a Roma e dove la campagna sembrava solo qualcosa da raccontare, da immaginare. Erano gli anni sessanta, i primi anni sessanta, in quel supermercato di via Livorno, prototipo in miniatura dei futuri ipermercati di oggi. Era l’alba del consumismo, delle prime proteste…”Come on, come on come on, come on, Please please me oh Yea”, la musica dei Beatles riempiva ogni vuoto dalla tv alla radio. Carosello diventava il punto di demarcazione tra il bambino e l’adulto. Il limite massimo, vere colonne d’Ercole, sino a cui poteva spingersi ogni bambino subito dopo a nanna.

Cortometraggio lungo dieci minuti, con la tv in bianco e nero che poteva far tranquillamente invidia alle più belle foto di Giacomelli. Questa è stata la nostra infanzia, di chi iniziava a muoversi in un mondo sempre più consumista che piano piano ci portava fuori dalle nostre abitudini per inculcarcene altre. “Il tempo è nei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale ti butti nell'acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sol”. Le canzoni dell’estate, indimenticabili come il tamarindo Fabbri, che si beveva a fiumi per dissetarci nelle torride serate estive, dolce, scuro con un sapore indimenticabile; il sapore dell’infanzia, che sfuggiva dalle mani, enorme crudeltà naturale di cui non ci rendevamo conto.

“Se rido e se piango, Solo tu dividi con me Ogni lacrima, Ogni palpito, Ogni attimo d'amor”. In questo cambiamento giornaliero, scandito dai telegiornali e caroselli, dall’arrivo della minigonna, ognuno di noi ragazzini vivaci dai pantaloncini corti ,altro simbolo ormai perduto, ignoravamo completamente che questo pennuto potesse avere una sua storia, fosse esistito realmente ed avesse il diritto di reclamare un suo spazio, anche minimo. E’ qui in questo periodo che si perde la cognizione di quello che è reale, tangibile, con quello che si percepisce in televisione. E’ un enorme “misunderstanding”, l’apparenza sostituisce la sostanza il reale soccombe di fronte al possibile, a ciò che potrebbe essere. “Amore, baciami ...Siamo soli, amore, baciami, forse è colpa della musica ma non t'ho amato mai così ..” Il reale soccombe, non di fronte alla fantasia, ma di fronte al marketing che muove i primi passi pronto ad illuderci che non è vero ciò che si vede, ma quello che si crede di vedere. Che colpa ne ha un bambino di quattro, cinque anni che vede le mele nel vassoio sotto cellofan, vede le pesche, idem per le mele se crede che tutto questo nasca già così?

Perché il pollo, che tutto pare fuorché un pennuto, tutto lucido da far invidia a un polpaccio dopo una ceretta, dovrebbe essere diverso? Chi e come ha mai informato i bambini che esiste una differenza? Perché le mele le pesche possono nascere sugli alberi e un pollo no? Chi ne decreta la collocazione? “Io voglio per me le tue carezze si, io t’amo più della mia vita”… E’ così che nasce oggi l’albero del pollo, e diventa una favola, la favola della nostra realtà, di chi crede che anni di televisione non abbiano generato equivoci da cui difficilmente sarà possibile venir fuori. E’ la favola di un bambino che crede sino in fondo alla storia, da prendere una piuma per piantarla in giardino. Con le sue manine non sa che così darà vita ad un sogno incredibile, dove, la volontà di riscattare la realtà supererà ogni fantasia, portando quello che è solo immaginato nella mente al ruolo di vero. L’albero così prenderà vita con i suoi pulcini in un’incredibile susseguirsi di eventi che faranno dell’impossibile la vita vissuta, ricollocando ogni cosa al suo posto, i polli sugli alberi e i sogni negli scaffali; mentre il bimbo del supermercato romano canticchia... “che m'importa del mondo quando tu sei vicino a me oh oh oh..... oh oh oh.....” Domenico Gioia Illustrazioni Tania Bini tutti i diritti riservati

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