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Limbo

Limbo

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Una ragazza incaricata dal padre morente di proteggere il medaglione sacro della sua famiglia. Un aspirante cavaliere guidato da uno strano sogno. Un apprendista mago desideroso di apprendere misteri che il suo maestro non vuole o non può rivelargli. Le vite di questi tre giovani verranno stravolte da alcuni strani eventi che non riusciranno a capire del tutto. Esistono davvero gli Elenty, i primigeni capaci di usare la magia? Torneranno le antiche città sommerse? Ma soprattutto, che cos'è per davvero Limbo?
Una ragazza incaricata dal padre morente di proteggere il medaglione sacro della sua famiglia. Un aspirante cavaliere guidato da uno strano sogno. Un apprendista mago desideroso di apprendere misteri che il suo maestro non vuole o non può rivelargli. Le vite di questi tre giovani verranno stravolte da alcuni strani eventi che non riusciranno a capire del tutto. Esistono davvero gli Elenty, i primigeni capaci di usare la magia? Torneranno le antiche città sommerse? Ma soprattutto, che cos'è per davvero Limbo?

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LIMBO
di GM Willo

Illustrazioni di Charles Huxley e GM Willo

Edizioni Willoworld

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Limbo di GM Willo Illustrazioni di Charles Huxley e GM Willo 2011 – Prima Edizione www.willoworld.net Edizioni Willoworld www.edizioniwilloworld.co.nr

Immagine di copertina di Charles Huxley www.charleshuxley.co.nr

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported License.

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Questo libro è dedicato a Walter e Tommaso, che mi hanno insegnato ad amare la fantasy.

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INTRO

Nei bui corridoi della base sotterranea Antartica, si odono solo i brusii dei processori più potenti del mondo. Nessuno sa che cosa accada là sotto. Il vecchio col camice siede davanti a un gigantesco schermo. L’uomo alto col sigaro se ne sta in piedi accanto al vecchio. «Ci sei riuscito?» «La struttura del programma è stata alterata. Non rilevo intolleranze. Si, abbiamo un Entità Artificiale.» L’uomo alto sputò del fumo verso un intreccio di luci al neon. «La chiameremo Arenty. Ora, caricala nel soggetto.» «Sissignore!» Per la razza umana quello fu l’ultimo tentativo di emulare Dio. Poi iniziarono le grandi guerre…

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LIBRO PRIMO

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CAPITOLO 1 Gli oggetti di famiglia La morte di un padre – Il destino di un Keeper

Il sole era nascosto da un velo di foschia color ocra, il paesaggio era privo di ombre e baluginava come una visione di un sogno, il vento soffiava ma era muto. Jade vide la tenda in mezzo alle dune. Si proteggeva gli occhi con una mano mentre la sabbia le vorticava intorno. Sentiva il terreno sotto i piedi pulsare, oppure era il suo cuore che batteva più forte del normale e le rimbombava in ogni centimetro del corpo. Non avrebbe saputo dirlo. Ciò che sapeva era che suo padre si trovava in quella tenda, ed era sul punto di morire. Si era fermata a due passi dalla sua guida, un uomo che si faceva chiamare Misar. Era vecchio ma aveva un portamento elegante. Si sorreggeva con un bastone e la guardava con due occhi profondi, due fessure verdi sotto folte sopracciglia striate di grigio. Lei invece era minuta, ma con il volto fiero. I capelli le accarezzavano in onde brune gli alti zigomi. Gli occhi erano due pozze di tenebra, ma il loro taglio era dolce; erano gli occhi di sua madre. Lui la guardò come per assicurarsi che avesse capito. Lei gli rispose con un cenno; la tenda era il luogo verso cui erano diretti. Avevano oltrepassato le Montagne della Notte, percorso il Fiume Serpe fino alle cascate dei Dowa, attraversato la foresta fino ai margini del deserto che segnava il confine con le Terre Desolate. Avevano camminato per cinque giorni e finalmente il viaggio stava per concludersi. Jade non si era mai allontanata così tanto dalla comunità degli Arceri Rossi, da sua madre che intesseva le corde e fabbricava le frecce, dallo zio Ulkan che le aveva insegnato a tirare bendata. Era rimasta vicina a quella strana piccola famiglia con cui era cresciuta, dimenticandosi di avere un padre e rifiutando il suo destino di erede all’oggetto di famiglia. “Tuo padre è un Keeper, per questo è dovuto partire”, le aveva detto sua madre una mattina di molto tempo prima, quando lei era solo una bambina e non riusciva a capire il significato di quello che le stava

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succedendo. Sopravvivere alla morte di un genitore era diverso dal vivere sapendo che tuo padre era lontano e non sarebbe mai più tornato. Ma questo era il fato di ogni Keeper, e presto sarebbe stato anche il suo. Si rimisero in cammino, stringendosi nei manti che li proteggevano dal vento e dalla sabbia. Le Terre Desolate erano luoghi dai quali era bene tenersi alla larga, dicevano gli uomini della sua comunità, regioni sperdute abitate da strane creature, terreni aspri in cui il tempo cambiava repentinamente e una bufera poteva coglierti impreparato. Il velo di nebbia era così spesso da nascondere anche la Cometa Clessidra, azzurra fiamma dei cieli di Limbo che scandiva i cicli e le stagioni. Jade la cercò sopra di sé nel punto in cui l’aveva vista la notte prima, ma la gialla foschia aveva inghiottito ogni cosa. Si sentiva in un mondo di ori e di ocra, di gialli e di beige, intrappolata in un dipinto ad olio in cui il pittore cercava mille sfumature per rappresentare la sabbia ed il cielo. L’unica cosa che interrompeva quel mondo giallo era la tenda verso la quale erano diretti. Spiccava sopra la sabbia nel suo azzurro morente, squassata dal vento ma ben ancorata al terreno. “Essere Keeper è il più alto riconoscimento per un Arcon”, le aveva detto suo zio mentre la salutava cinque giorni prima. Misar l'aspettava fuori dal campo degli arcieri, mentre lei cercava negli occhi di sua madre un pretesto per restare. Ma la donna non aveva voluto sentire discussioni. Alla chiamata del padre, Jade doveva rispondere, perché era lei l’erede, perché quello era il suo destino, il destino di un Keeper. Si avvicinarono alla tenda nel punto in cui un’apertura nel telo era tenuta chiusa da una corda che passava attraverso degli anelli di metallo. Misar, appoggiando un ginocchio nella sabbia, si chinò a sciogliere il nodo che fermava la corda. Un attimo dopo il telo veniva spostato per consentire alla ragazza di entrare. Jade si accorse in quel preciso istante di non essere preparata a quello che l’aspettava là dentro. Aveva avuto giorni per riflettere e capire quello che provava, e adesso era lì davanti alla tenda in cui suo padre, che non aveva mai conosciuto di persona, stava esalando gli ultimi respiri. Che cosa gli avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Avrebbe pianto o sarebbe rimasta immobile come una statua mentre lui le consegnava l’oggetto? Non riusciva a sentire niente. Era come se la sabbia del deserto le fosse entrata in ogni poro

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otturando ogni sua sensazione. Si sentiva totalmente incapace di percepire alcunché. Mentre varcava la soglia un unico pensiero le balenò in testa, un’immagine sfuggente che riuscì a riconoscere solo in un secondo momento. Era il volto di un uomo sconosciuto, evocato in una visione insieme alle sillabe che componevano il suo nome. Provò a ripeterle sottovoce mentre le uscivano velocemente dalla testa, ma le aveva già dimenticate. L’interno della tenda era più ampio di quello che si era immaginata, una stanza di forma esagonale, buia e piacevolmente arieggiata. Il pavimento era cosparso di tappeti e cuscini. Al centro vi era un basso tavolo con delle pergamene e alcune candele spente. Oltre il tavolo si intravedevano due cassapanche di legno aperte dalle quale fuoriuscivano alcune vesti. Per un momento pensò che nella tenda non ci fosse nessuno, che suo padre se ne fosse andato o addirittura che non fosse mai esistito. Sapeva che non era così, ma per un attimo si aggrappò a questa speranza. Poi vide il gigante, nell’ombra più scura della stanza. Stava in piedi e misurava tutta l’altezza della tenda, più di due metri. Un perizoma di cuoio e una larga cintura erano i suoi unici indumenti, e sopra di questi ostentava un possente torace completamente glabro. Il suo volto era cupo, lo sguardo basso, i capelli ricci che ricadevano sulle spalle. Teneva le mani appoggiate sul pomo di un enorme spadone conficcato nella sabbia davanti a lui e se ne stava immobile come una statua. Jade rimase come folgorata da quell’apparizione. Poi vide il corpo dell’uomo che giaceva accanto al gigante e capì tutto. Il guerriero con lo spadone non poteva che essere il Protettore di suo padre. Le tornarono in mente le storie narrate dagli arcieri, nelle serate di bivacco quando veniva cacciato il cervo e tutti si ritrovavano davanti al fuoco a bere vino caldo. Lei ascoltava attentamente le storie che riguardavano i Keeper e gli oggetti di famiglia, anche se non lo dava a vedere. Tutti sapevano di suo padre e del suo destino, e ciò la metteva in imbarazzo. Una parte di lei avrebbe rinunciato volentieri a quel grande onore di cui tutti parlavano, ma vi era anche un lato orgoglioso e curioso che a volte affiorava, ed era proprio quel lato che le faceva tendere l’orecchio e carpire qualsiasi cosa venisse detta a riguardo.

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Gli oggetti di famiglia erano artefatti creati dagli dei e consegnati alle famiglie più onorevoli, nei lontani giorni in cui Limbo era giovane e le memorie del vecchio mondo ancora fresche. Gli oggetti erano la chiave per far riemergere dagli abissi le perdute città del vecchio mondo, quando il tempo fosse giunto. Fino ad allora i Keeper avrebbero custodito questi oggetti lontano dall’avidità degli uomini, in solitari pellegrinaggi in compagnia solamente del proprio Protettore, un guerriero Arenty al servizio dell’oggetto e del suo Keeper. Un guerriero Arenty non era altro che una macchina di morte, un combattente privo di sentimenti che aveva un’unica ragione di vivere; portare a compimento la sua missione. E lo scopo dei Protettori era quello di difendere a tutti i costi l’oggetto di famiglia e il suo custode. Jade si mosse con gambe instabili verso l’uomo supino ai piedi del gigante. Si accorse che stava dormendo e che il suo respiro era lento e leggero. Se l’era immaginato molto più vecchio, forse perché era in punto di morte, ma adesso le sovvenne che era solo un uomo di mezz’età, stroncato nel fisico da una strana malattia. I capelli erano striati di grigio così come la leggera barba che gli ricopriva le guance, ma non era vecchio. Vederlo dormire, inerte su quello scomodo giaciglio di tappeti, le mosse qualcosa dentro. Provò pena per quell’uomo che era suo padre, per la condanna che lo aveva fatto allontanare dalla sua famiglia quel giorno in cui venne chiamato ad adempiere la missione di Keeper dal fratello di sua madre. Non lo vide più come il diretto responsabile di quell’assurda missione nella quale era a sua volta implicata, ma come una pedina che come lei aveva dovuto un giorno rispondere a una chiamata indesiderata. E mentre questa sensazione le inumidiva gli occhi, suo padre la guardò. «Dhora…» sussurrò con un filo di voce. Era il nome di sua madre. «No padre. Sono Jade…» le parole rimasero come ferme nell’aria. Gli occhi di lui si corrugarono cercando un appiglio. Lei lo aiutò concludendo la frase «…tua figlia.» Suo padre si chiamava Ethan, che nella lingua Sint significava rondine. Il fato lo aveva legato al suo nome, offrendogli una vita che era stata come una lunga migrazione. Ma in fondo questo era il destino di ogni abitante di Limbo, il mondo in continuo cambiamento. Non esistevano

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né città né alcun tipo di insediamento permanente. Tutto scorreva, tutto passava e si trasformava, mentre la Cometa Clessidra scandiva le stagioni ed il cammino della montagna sacra segnava il passaggio dei cicli. Mountoor era l’unico paesaggio che rimaneva inalterato, la montagna presso la quale gli oggetti di famiglia sarebbero stati portati se il tempo dell’Emersione fosse giunto. Si chiese perché le venissero in mente tutte queste cose in quell’istante. Forse era già entrata nel suo nuovo ruolo. Forse era sempre stata una Keeper. «Sei bella quanto lei…» la voce di lui scacciò via quei pensieri. Rimasero in silenzio per alcuni istanti. Lei incapace di continuare a parlare, lui in contemplazione di quel viso angelico che sembrava annunciargli il dolce momento del trapasso. Sopra di loro la possente figura del Protettore rimaneva immobile. «Non è facile, lo so» incominciò lui. La sua voce era un sussurro. «Entrambi non abbiamo avuto scelta. Col tempo forse riuscirai ad accettarlo, come ho fatto io.» Jade sperava che lui riuscisse a capirla attraverso il suo sguardo. La sua bocca era come immobilizzata, ma dentro di lei tutto era in tumulto. “Dammi quel dannato oggetto e facciamola finita” pensò. Poi si vergognò subito di quel pensiero. Abbassò gli occhi e non riuscì a trattenere le lacrime che iniziarono a sgorgare. Lo sentiva muoversi accanto, ma non alzò lo sguardo. Continuò a piangere scossa da singulti, poi una mano le sfiorò la spalla e qualcosa di freddo le toccò la nuca, una catena, un medaglione; l’oggetto. Suo padre glielo aveva appeso al collo e adesso avvertiva il tocco di quello strano amuleto sul suo petto. Era più leggero di quello che sembrava. Ne vide la forma, confusa dalle lacrime che continuavano a scorrere annebbiandole la vista. Un ovale di un metallo argenteo con una pietra verde incastonata, probabilmente uno smeraldo. «Perdonami…» lo avevano detto insieme. Lei alzò lo sguardo con il cenno di un sorriso che le illuminava gli occhi. Lui le rispose con una bassa risata. Jade prese la mano di suo padre e gliela strinse forte tra le sue. Rimasero così per un po’, senza dire niente. Il vento continuava a soffiare fuori dalla tenda mentre Misar raccoglieva la legna per il fuoco.

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In Limbo le tenebre potevano calare improvvisamente, il clima cambiare dall’oggi al domani e la luce assumere le più svariate e inafferrabili sfumature. Era ormai terminato il settimo margine del giorno quando gli ocra e i gialli si dissolsero insieme alla nebbia. Il cielo divenne di un blu acceso ed il vento cessò di colpo. Misar osservava il cambiamento cercando di percepire in anticipo quello che il paesaggio sarebbe presto diventato. Il cielo baluginò di un rosso cupo e poi divenne notte. Si accesero molte stelle e la cometa si affacciò in tutto il suo splendore. Segnava gli ultimi giorni di quell’ennesima stagione, la ventisettesima del terzo quarto del dodicesimo ciclo. Misar accese il fuoco e rosse lingue di fiamma si alzarono verso le stelle.

“Jade” di Charles Huxley

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«Cosa facevi prima di unirti a lui?» Misar la guardò attraverso le fiamme. Il padre di Jade dormiva profondamente dentro la tenda, mentre Yumo, l’Arenty legato all’oggetto, se ne stava in disparte a finire la sua cena. Era muto, o forse semplicemente non riteneva importante comunicare. Qualunque fosse la causa del suo silenzio, un fatto era certo: il gigante non aveva mai proferito parola. «Abitavo coi Falconieri, nella Valle dei Canti. Li conosci?» «Si, ci siamo passati una volta. È stato almeno quindici stagioni fa.» «La valle si sta avvicinando al sole rosso ormai. Mio fratello dovrà mettersi in viaggio e trovare presto un altro luogo per la comunità. È il primo cacciatore del villaggio.» «Lo ricordo. Un uomo alto e gentile. Ci ha ospitati per due notti presso il suo fuoco. Noi arcieri ripartimmo ristorati ed allegri, ed in dono gli consegnammo uno dei nostri più raffinati archi da caccia. La corda l’aveva intrecciata mia madre…» Jade ricordava i lineamenti di quell’uomo e si accorse dell’assomiglianza. Anche Misar esternava la stessa cordialità del fratello, un volto elegante che nascondeva un cuore gentile. «Una notte arrivò tuo padre. La gente lo accolse con affetto, come tutti i Keeper. Le nostre donne danzarono attorno al fuoco e vennero arrostiti cinghiali e fagiani. I colori del mattino ci sorpresero ancora svegli, mentre io e tuo padre continuavamo ad attizzare il fuoco e a bere vino. Quella notte capì che ero destinato a seguirlo.» «Ma i Keeper non dovrebbero viaggiare da soli con il loro Protettore? Non è contro le regole…» L’anziano la interruppe. «Non esistono regole, ragazza. Essere Keeper è un onore che il destino ti ha elargito, ma sta a te capire quale è il miglior modo per perseguirlo. Gli oggetti attraggono le persone, specialmente quelle sbagliate. È rischioso rimanere in una comunità quando sei il custode di un dono di Seidon. Questo non significa che un Keeper debba per forza rimanere da solo.» «Allora perché mia madre non è andata con lui?» «Quando Adernoth, lo zio di tuo padre, lo venne a cercare per consegnargli l’oggetto, tua madre era appena rimasta incinta. Entrambi

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sapevano che la cosa migliore da fare era separarsi, per il bene tuo e per il bene di tuta la comunità degli Arcieri Rossi.» Queste ultime parole la colpirono violentemente. Non era stupida. Era stato davvero un gesto d’amore per lei, il sacrificio dei suoi genitori, o si trattava soltanto della soluzione più sicura per quel maledetto oggetto? Era più importante lei o quello stupido medaglione? Sapeva dentro di sé di bestemmiare, ma non riusciva a farne a meno. Era arrabbiata. Abbassò lo sguardo e vide brillare la pietra verde alla luce del fuoco. “Paccottiglia”, pensò. «E poi?» Misar attizzò il fuoco con un paio di grossi ceppi, poi tornò a guardare la ragazza. «È passato molto tempo da allora, almeno cinquanta stagioni… Il giorno della partenza di tuo padre gli dissi di volerlo accompagnare per un pezzo, forse per un paio di giorni. Poi i giorni sono diventati stagioni e tutto ha seguito un suo corso. Capimmo entrambi che era giusto così, perciò rimasi al suo fianco, fino ad oggi…» Jade sentì la stanchezza delle giornate di viaggio e del tumulto emozionale piombarle addosso d’improvviso. Voleva riposare e non pensare. Forse domani avrebbe visto la sua situazione da un nuovo punto di vista, e tutto le sarebbe stato più chiaro. «Credo che andrò a dormire» disse lei, alzandosi in piedi. «È stata una lunga giornata. Anch’io cercherò di riposare. Yumo monterà la guardia tutta la notte, quindi non c’è bisogno di preoccuparsi.» Jade osservò il gigante muto, un Arenty, un servo senza volontà. Secondo la mitologia degli Arcon gli Arenty erano stati creati dal cugino di Seidon, un Elenty di nome Fergus, per badare alle molte greggi che possedeva. Vi era una piccola famiglia di Arenty tra gli arcieri. Cucinavano per la comunità e vivevano in disparte, parlando sottovoce, lavorando senza mai fermarsi. Non li aveva mai visti dormire. «Non dorme?» chiese all’anziano come per soddisfare quella curiosità che le era appena sovvenuta. «No. Non dorme mai»

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I due entrarono nella tenda lasciandosi alle spalle il deserto ed il fuoco che rischiarava di rosso la sabbia circostante. Seduto con le gambe incrociate, Yumo rimase a scrutare il buio e i riverberi dei paesaggi lontani che lampeggiavano all’orizzonte. La grande spada era al suo fianco, infilzata nella sabbia e pronta a scattare. Il sogno diventa sogno solo al risveglio. Fino a quel momento è un'esperienza di percezione pari alla vita reale. È un’immersione in un mondo che è dentro te, una terra di misteri nella quale puoi trovare le risposte che cerchi, oppure rimanere intrappolato nelle ragnatele di nuove domande. Jade vide nuovamente quel volto che le era apparso nel momento in cui entrava nella tenda. Un viso scarno, gli occhi sbarrati e scuri come la notte, il naso adunco e la pelle come pergamena. Le parlava senza proferire alcuna parola. Lei provò a leggergli le labbra e in quel momento un serpente gli fuoriuscì dalla bocca scagliandosi verso di lei. Cadde per molto tempo, poi sentì la sabbia del deserto sotto la sua guancia. Alzò lo sguardo e vide la tenda. Era gialla, mentre la nebbia e il paesaggio che la circondavano erano dello stesso azzurro morente che aveva la tenda nella realtà. Tutti i colori erano invertiti. Il verde del suo mantello era diventato scarlatto, la rossa impugnatura dell’arco era diventata grigia, e la sua pelle era dello stesso verde del medaglione. Mentre pensava a questa somiglianza cercò l’oggetto appeso al collo. Non c’era, e il cuore le fece un balzo. Poteva averlo perduto? Si avvicinò alla tenda e in quell’istante il gigante Arenty uscì fuori camminando verso di lei. Brandiva il suo enorme spadone e stava per calare un fendente micidiale. Lei s’inginocchiò accettando la morte che le piombava addosso, poi vide il guerriero sorpassarla, scagliandosi incontro alla creatura alle sue spalle. Lo spadone la infilzò. Era una belva dagli occhi di ghiaccio, un lupo con la testa di lucertola. La spada stridette mentre penetrava le carni che sembravano fatte di pietra. Ma oltre il corpo ormai inerte di quella terribile creatura, ne scorse altre cento che si avvicinavano, teste di salamandre dallo sguardo assente e corpi canini. Yumo iniziò a menare un colpo dopo l’altro, squarciando ossa di pietra e carni di gesso, lasciando attorno a sé una montagna di

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cadaveri e di polvere. Ma nonostante la sua ammirevole abilità e potenza, le creature erano troppo numerose e alla fine riuscirono a sopraffarlo. Poi lentamente si mossero verso di lei, passi felpati che scivolavano sulla sabbia, ghigni di animali non vivi ma assolutamente letali. Lei indietreggiò di qualche passo, cercando il coraggio di non votarsi e correre via. «Cosa volete da me? Non ce l’ho il medaglione!» urlò alle belve. Queste continuarono ad avanzare. Erano a pochi passi da lei. Avrebbe potuto sentire i loro respiri se fossero state vive, ma non lo erano. Voleva voltarsi. Tutto il suo corpo le diceva di voltarsi e scappare. Solo una piccola voce nella sua testa continuava a ripeterle di non avere paura, di continuare a fronteggiare quelle assurde creature. Lei ascoltava la vocina, voleva ascoltarla fino in fondo, ma le belve erano troppo vicine e lei non riusciva più ad indietreggiare. Avrebbe potuto inciampare da un momento all’altro, ed allora sarebbe stata la fine. Non voleva, non avrebbe voluto, ma alla fine si voltò. Si svegliò nell’oscurità della tenda. Sentiva il vento accarezzare le pareti e soffiare tra la sabbia, ma faceva solo da sottofondo ad un altro rumore. Era il respiro di suo padre, profondo e irregolare. Si avvicinò al suo giaciglio facendo attenzione a non svegliare Misar che dormiva a poca distanza. Si sedette accanto a lui e gli guardò il volto deformato dal delirio. Le bastò un occhiata per capire che era la fine. Gli prese la mano ed appoggiò il capo accanto alla sua spalla, poi chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare quel respiro finché non si spense nella notte. Era troppo vuota dentro per riuscire a versare una lacrima. Rimase accanto al corpo inerte di suo padre fino al mattino, dormendo un sonno quieto, ovattato di dolore.

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CAPITOLO 2 Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

Era sorto un giorno di sole attorno alla tenda. Il giallo rimaneva sulla superficie del deserto, nella sabbia che si perdeva in dune e dossi all’orizzonte, ma il cielo era limpido e il sole brillava di una luce fresca. Si riuscivano anche a vedere le Montagne della Notte, guardando nella direzione dalla quale il giorno prima Jade e Misar erano sopraggiunti. La ragazza pensò che fosse una giornata inadatta ad un funerale. Troppo luminosa, troppo allegra. Era uscita presto quella mattina, poco dopo che Misar si era svegliato ed aveva trovato il corpo del suo vecchio amico già freddo. L’anziano era rimasto accanto a suo padre per un po’ di tempo, sussurrando delle parole che potevano appartenere a una canzone o a una preghiera, o forse ad entrambe le cose. I Canti di Limbo, la voce di Seidon che aleggiava nelle valli e sugli altopiani, melodie misteriose che la gente percepiva quando un evento era prossimo o appena trascorso. Questi canti si trasformavano in preghiere che la gente usava per ringraziare ed omaggiare il dio. Ma la mitologia Arcon non l’aveva mai convinta del tutto, allora le vennero in mente i Misteri e si mise a ridere. “Sciocchezze”, pensò, e continuò verso il boschetto che si trovava oltre le prime dune nei pressi della tenda. Laggiù pascolavano i due muli che trasportavano la tenda e l’equipaggiamento di Misar e di suo padre. Adesso erano suoi, come tutto il resto, compreso il maledetto medaglione. Yumo camminava a pochi passi da lei. Ora che l’oggetto le apparteneva, dubitava che il gigante la lasciasse da sola anche nei momenti più intimi. Se si fosse trattato di un altro Arcon la cosa l’avrebbe infastidita enormemente, ma si era subito accorta che la presenza dell’Arenty la lasciava completamente indifferente. Poteva considerarlo alla stessa stregua di un gatto o di un cavallo. Trovò gli animali nel punto in cui le aveva detto Misar. Si assicurò che avessero abbastanza acqua e li fece camminare un piccolo tratto attraverso il boschetto, poi tornò indietro e li legò nuovamente

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all’albero, assicurandosi che l’avena fosse alla loro portata. Quel piccolo impegno la distrasse per un po’ dai pensieri che le vorticavano in testa. Quando tornò verso la tenda era contenta che Misar avesse preparato qualcosa da mangiare. Si sentiva sul punto di svenire dalla fame. Si sedettero all’ombra di un ampio telo che li riparava, oltre che dal sole, anche da un leggero vento che trasportava la fastidiosa sabbia del deserto. Jade si accorse che i suoi vestiti erano pregni di quella sabbia, così come i suoi capelli. Avrebbe voluto farsi un bagno, ma chissà quando se lo sarebbe potuto permettere. Yumo non sedeva con loro. Era sopra una duna a una ventina di passi dalla tenda. Da quel punto leggermente rialzato riusciva ad avere un ampia visuale del paesaggio circostante. Lo spadone era sempre al suo fianco. «Come è andata ieri notte?» domandò Misar mentre apriva delle noci e ne lasciava cadere i gherigli in una piccola ciotola davanti a lei. La ragazza mangiava di gusto sia le noci che il formaggio nel suo piatto. «Che vuoi dire?» «Eri con lui vero, quando è successo?» «Come fai a saperlo? Non stavi dormendo?» «Si dormivo… ma sognavo anche.» Le tornò in mente il suo di sogno, ed ebbe un leggero brivido. «Ti capita spesso di sognare eventi reali?» «Sempre più spesso…» alzò lo sguardo verso di lei per un attimo, poi tornò a concentrarsi sulle noci. «Sono stato io a convincere tuo padre a venirti a cercare. Sapeva della malattia, ma credeva di poter andare avanti ancora fino alla prossima stagione. Poi arrivò quel sogno, e gli dissi che dovevamo partire subito.» «Sognasti la sua morte?» «Non proprio, ma attraverso quel sogno capì che il momento era più vicino di quanto ci aspettassimo. Sapevamo dove si trovavano gli Arcieri Rossi e ci incamminammo senza indugio verso la comunità. Per fare prima attraversammo il deserto, ma tuo padre non riusciva più ad andare avanti. Dodici giorni fa ci accampammo in questo posto. Potevamo piazzare la tenda dentro il boschetto vicino, ma tuo padre preferì farlo qui. Il deserto gli piaceva, e poi Yumo avrebbe avuto un

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ampia visuale, nel caso fosse arrivato qualcuno. Io continuai il viaggio da solo.» Jade perse d'un tratto l'appetito. La tristezza le calò addosso come un drappo, apparentemente senza motivo. Rimase in silenzio per un po’, poi disse: «Perché non è mai venuto trovarci? Non avrebbe certo messo in pericolo l’oggetto se passava ogni tanto dalla comunità, non è vero? Perché?» Era una domanda che si era posta fin da quando era piccola. Una volta aveva visto un Keeper di un’altra comunità che trascorreva ogni primo giorno di stagione insieme alla famiglia, poi ripartiva insieme al suo protettore e se ne stava sulle montagne, lontano dai suoi per tutta la durata della stagione, novantadue giorni. Col tempo si era convinta che l’oggetto di famiglia non era l’unica ragione per la quale suo padre se ne stava in esilio. Il vero motivo era che non gliene importava niente di sua madre e di lei. Strinse le labbra fino a farle sbiancare mentre attendeva una risposta dal vecchio che le sedeva accanto. Misar la guardò con occhi tristi. «Capisco quello che provi ragazza, ma non è come tu pensi. Tuo padre vi amava molto, e proprio per questo se ne stava lontano. Vedi, gli artefatti di Seidon non sono tutti uguali. Alcuni custodiscono un potere maggiore di altri, e per questo devono essere protetti con più attenzione. Quel medaglione è molto potente Jade. Molto più potente di qualsiasi altro oggetto di cui abbia mai sentito parlare.» Lei guardò il medaglione appoggiato sul suo petto. Lo smeraldo era privo di riflesso, come se l’oggetto stesse dormendo. Seguì con lo sguardo le linee argentee in rilievo attorno alla pietra, un disegno privo di significato. «Perché dovrebbe essere diverso? Secondo la mitologia è comunque inutile da solo. Se il tempo dell’Emersione arrivasse, ogni oggetto di famiglia dovrà essere consegnato al guardiano della montagna sacra per far si che le antiche città ritornino. Ogni Keeper ed ogni oggetto sono determinanti per l’avvento della profezia, non ne esistono di più o di meno importanti…» Misar alzò la testa e si guardò attorno, come se cercasse le parole nella sabbia.

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«Conosci bene la mitologia Arcon. Mi domando però se ci credi davvero...» Jade rimase sorpresa da quell'affermazione, ma d’altronde quale altro Keeper non lo sarebbe stato. «Che vuoi dire se ci credo. È la storia, no? Gli oggetti di famiglia vennero consegnati da Seidon agli Arcon subito dopo i due strappi del mondo. Le città si erano inabissate e gli uomini non potevano più avere una fissa dimora. Gli Arcon, figli degli Elenty, furono condannati a una vita nomade attraverso Limbo, almeno fino al giorno dell’Emersione.» «Questa è la storia che tutti gli Arcon sanno, ragazza. Ma esistono altre storie…» «Non mi vorrai dire che credi ai Misteri?» Lui la guardò alzando le sopracciglia. Aveva un’espressione buffa negli occhi. «Non posso credere ai Misteri perché non li conosco, ma so della loro esistenza e non credo nella profezia. Anche tuo padre faceva strani sogni, e la ragione di quei sogni era quel medaglione.» Lei sentì un brivido lungo la schiena. Ripensò a quel volto che aveva visto la notte prima nel momento in cui era entrata nella tenda. «A volte incontravamo altri Keeper nel nostro pellegrinare, ma nessuno di loro aveva mai avuto i sogni che tormentavano tuo padre. Vedeva un uomo dal volto scarno, un ghigno spaventoso che lo braccava, due occhi come pozzi di follia. Tuo padre era convinto che ci stesse dando la caccia, per questo non stavamo mai fermi... Una notte due strane creature ci attaccarono. Non ne avevo mai viste di quel tipo. Lupi dalla testa di serpente, fatti di pietra. La spada di Yumo si scalfì più volte prima che il gigante avesse la meglio sulle belve. Da allora non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Ma poi i sogni sono diventati più frequenti.» Jade ascoltava distante. La paura si era insediata in ogni diramazione nervosa del suo corpo. «L’ho sognato anch’io. Ieri notte.» Misar fissò il medaglione, poi gli occhi della ragazza. «Dobbiamo muoverci al più presto. Tuo padre e l’oggetto sono stati fermi troppo a lungo. Oggi è il giorno del suo funerale, ma domani dobbiamo andarcene. Yumo è nervoso, riesco a percepire l’umore del

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gigante.» «Allora mi seguirai?» «Se tu lo vorrai. Ho promesso a tuo padre di starti vicino, ma il destino di un Keeper è nelle mani del Keeper. Non posso costringerti a chiedermi di seguirti.» «Te lo chiedo.» «Allora è deciso. Partiamo domani.» «Per dove?» «Io e tuo padre avevamo parlato di una possibilità. Hai mai sentito parlare della Gilda di Nicon?» Jade cercò di ricordarsi quel nome, tra i racconti che gli arcieri si scambiavano la sera davanti al fuoco. «Gli eretici?» «Si, alcuni li chiamano così. Credono nei Misteri. Forse riusciremo a capire qualcosa di più sull’uomo dei sogni se conoscessimo il significato di questi strani segreti.» «Si dice che sia gente pericolosa, soprattutto per un Keeper.» «Si dicono tante cose, ragazza.» Dopotutto dovevano seguire una qualche direzione, e su una cosa Misar aveva più che ragione; il medaglione era stato fermo troppo a lungo. Pensò alle belve e al sogno che aveva avuto. Non poteva ignorare i segnali di pericolo delle sue visioni. «Va bene!» La decisione era presa. Si alzarono in piedi e cominciarono i preparativi per il funerale. Ogni uomo lasciava le terre di Limbo sulle note di un canto, mentre un grande fuoco gli illuminava la strada verso le terre senza nome. Anche il padre di Jade avrebbe fatto lo stesso. Raccolsero molta legna e la posizionarono sulla duna più alta. L’Arenty scavò una fossa ai piedi della catasta pronta per essere accesa, e ci depositò il corpo di quell’uomo che aveva seguito in lungo e in largo, attraverso i mutevoli paesaggi di Limbo. Jade non sapeva se il gigante fosse addolorato per la morte di suo padre. In fondo la sua esistenza era legata all’oggetto, non al custode, e si diceva che gli Arenty non avessero sentimenti. Eppure qualcosa le diceva che Yumo era triste. Mentre manciate di sabbia ricoprivano il corpo in fondo alla fossa, Jade

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cercò di imprimersi nella mente il ricordo del volto del padre. Aveva avuto poco tempo per conoscerlo, e in qualche modo le era ancora un estraneo, credeva però che col tempo avrebbe iniziato ad amarlo, idealizzandolo forse, o più probabilmente comprendendo il significato delle sue scelte. Scelte meschine o scelte obbligate? Toccò il medaglione sul petto come se si trovasse lì la risposta, nel freddo vetro della pietra oppure più sotto, dove batteva un cuore piangente.

“Serpelupo” di Charles Huxley

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Più tardi il paesaggio cambiò bruscamente. Si alzò un vento diverso, più freddo. La notte arrivò insieme a grosse nuvole cariche di pioggia, ma il vento non le faceva fermare abbastanza perché si svuotassero. Si udivano tuoni lontani e l’aria profumava di tempesta. Eppure neanche una goccia cadde quella notte, mentre il fuoco della pira funebre si alzava in lunghe lingue di fiamma, illuminando il cammino dello spirito del vecchio Keeper. Immobili davanti a quel rogo, Misar, Jade e Yumo richiamavano alla mente le memorie di Ethan, amico, padre e custode. Era un rituale antico che veniva rispettato da ogni tribù. C’era bisogno di un canto per suggellare la cerimonia, così Jade mosse un passo in avanti verso il fuoco e iniziò ad intonare il “Canto della Rondine”, un’antica melodia che le sembrava fatta a posta per suo padre. Il crepitio della legna e il brontolio del tuono facevano da sottofondo. Il tempo scivola sulla sabbia Il Mare Infinito ci chiama Verrà un giorno in cui la rondine Da terre lontane oltre lo strappo Volerà fino a qua E ci parlerà di città E di un mondo perduto Quando il sole si spegnerà E la luna lo coprirà Allora la rondine ritornerà Insieme alle torri e alle città. La melodia si ripeteva cambiando tonalità e Jade riusciva ad impostare la voce in maniera impeccabile. Aveva un bel timbro. Misar si accorse che la ragazza stava piangendo, ma la sua voce non subiva alterazioni, si librava leggera dentro la notte come se davvero accompagnasse lo spirito del padre attraverso i misteriosi luoghi dei morti, fino alla magione di Re Hope, dove si diceva dimorassero le anime dei defunti. Il vento frastagliava le fiamme che divampavano sopra di loro, la sabbia formava piccoli mulinelli, come se stesse danzando al suono della voce

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di Jade, il tuono continuava il suo monotono brontolio. La cerimonia continuò fino alla fine del primo margine della notte, poi i tre tornarono alla tenda lasciandosi le braci alle spalle. Li aspettava un viaggio lungo ed incerto. Limbo era il mondo in continuo cambiamento, dove le comunità nomadi non sostavano mai più di qualche giorno nello stesso luogo. Trovare la Gilda di Nicon poteva rivelarsi un compito estremamente difficile. Prima che Jade si abbandonasse ad un sonno profondo e senza incubi, pensò al viaggio che l’aspettava e alla condanna del suo solitario pellegrinare. Percepì un vuoto intenso dentro di sé, e si accorse che già le mancava suo padre.

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CAPITOLO 3 Mylo e Rivier – Lupo Solitario – I Testimoni di Seidon

Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie. Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe. Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero. Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere. Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro. «Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.

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Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier. «No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È diverso…» «Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo. Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago si asciugarono sulla sua pelle. «Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo. «Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?» Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase. «Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.» «Facile per te che conosci tutti i trucchi…» «La tua è solo curiosità, ed è proprio questa tua curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!» Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò, poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino. Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare. «Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone. Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.

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«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo. Questo gli aveva insegnato Rivier, ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima. Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, ma la cosa che lo infastidiva di più era tutta quella segretezza. Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe. A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino e la tribù non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di sé era quasi contenta di essere stato allontanato. Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era stata colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quel terrore inesplicabile, talmente profondo e radicato dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllato. Inerte Mylo aspettava il morso, il getto di veleno, probabilmente mortale, che attraverso il sangue avrebbe attaccato i suoi organi vitali, ma che lo avrebbe finalmente sollevato da quell'insopportabile situazione. Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se

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stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo. Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco: un mago. Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide, ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano. «Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.» Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continuava a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare. «Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo. «Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.» Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli. Mylo sentiva nelle gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento. «Chi sono?» esclamò. La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno

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quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno. «Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla. «Maledetti loro. Cosa vogliono?» «Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.» Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì. «Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.» Mylo face una smorfia. «Che facciamo adesso?» «Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…» Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon. «La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…» «Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava ad infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo. Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, i due cavalieri a loro più vicini ebbero un sussulto. Immediatamente un arciere li prese di mira e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda. Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita. I Testimoni di Seidon

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erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione. Mylo non credeva alla mitologia Arcon, né tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà, ma se avevano udito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire. L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione, si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti. «Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.» L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi. Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare. «Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si

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dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?» Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco. Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna. «Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno udito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.» Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno e sembrava sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di sé. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido e privo di espressione. «Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, naturalmente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.» Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana. «Si, davvero una bella azzuffata…» Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro. Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica

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magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione. Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro. «Che facciamo?» sussurrò. «Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.» Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani. Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano ad innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce. «Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando. Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare. Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire. Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare, il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo ed ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, senza nemmeno conoscerne il

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significato. I pensieri si rincorrevano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo. Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.

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“Limbo – Capitolo 3” di Charles Huxley

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CAPITOLO 4 Uno sguardo ai Misteri – L’accampamento dei Testimoni

Il capitano della guarnigione si chiamava Terion. La mattina dopo disse ai due prigionieri che l’accampamento centrale dei Testimoni di Seidon era posizionato a circa mezza giornata di viaggio, ai margini delle Pianure del Vespro, oltre i rilievi dove adesso si trovavano. Avrebbero viaggiato sui loro cavalli, ma questi sarebbero stati legati a quelli delle loro guardie, per evitare spiacevoli sorprese. Mylo si era svegliato con la testa pesante. La notte di riposo non era servita ad allontanare la stanchezza degli esercizi del giorno prima e la tensione causata dagli eventi che si erano succeduti. Si sentiva rallentato e aveva un cattivo sapore in bocca. Tutt’altra cosa invece sembrava essere l’umore del suo maestro. Rivier si era svegliato con la sua solita placida espressione stampata sul volto e con un notevole appetito. Si era gettato sul porridge preparato dai cavalieri per colazione, e con una scodella piena se ne era rimasto seduto in silenzio nei pressi del fuoco del campo appena ravvivato. Era ancora buio, ma il paesaggio stava per cambiare. La cometa sfrecciava nel cielo scandendo gli ultimi giorni della stagione. Mylo si avvicinò al maestro con una scarsa razione di avena. L’appetito era l’ultima delle sue preoccupazioni. Intanto le guardie continuavano a girare intorno a loro a pochi passi di distanza. Il ragazzo si era accorto che erano due Arenty. «Ci hanno messo addosso i senza cuore» esclamò, riferendosi alle guardie. «Meravigliosi» commentò Rivier con la bocca piena. «Sono perfetti nei loro compiti, e di sicuro più affidabili. Un Arcon potrebbe sempre perdere la pazienza, o perdere la testa…» Sorrise al ragazzo e raccolse un altro cucchiaio dalla ciotola. «A me fanno uno strano effetto.» «Non ci pensare. Mangia.» Mylo provò a seguire i consigli del maestro, ma si accorse di non avere

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per niente fame. Osservava i cavalieri muoversi per il campo e prepararsi alla partenza. Se volevano tentare la fuga era meglio provarci prima di arrivare a destinazione. Una volta dentro il grande accampamento, circondati da centinaia di soldati, sarebbe stato impossibile provare a fuggire. Ma qualcosa gli diceva che il suo maestro non aveva nessuna intenzione di scappare. Il paesaggio si colorò di indaco ed alte nubi stratiformi velarono il cielo e la cometa. L’aria era ferma e si avvertiva un pungente profumo di fiori, troppo dolce per risultare piacevole. Mylo storse il naso e montò a cavallo. I cavalieri si disposero a coppie lungo il sentiero, mentre un carro trainato da due cavalli trasportava le provvigioni. Ragazzo e maestro si trovarono nel mezzo di quella colonna, tenuti diligentemente sotto controllo dalle guardie Arenty posizionate alle loro spalle. Lasciarono la radura a passo d’uomo, proseguendo lungo lo stretto percorso che scendeva più a valle. Presto il sentiero rincominciò a salire e a inerpicarsi lungo un altro dorsale. Sarebbe proseguito così, in un continuo sali e scendi fino alle Pianure del Vespro, un’ampia striscia di terra tagliata in due dal grande fiume Serpe. I nomi nascevano e morivano con le nuove generazioni, perché tutto era in continuo mutamento su Limbo. Il grande fiume veniva chiamato Serpe per via della sua tortuosità, le piane si coloravano spesso dei colori del crepuscolo e per questo era stato assegnato loro quel nome, ma la geografia non era mai stabile e le mappe potevano ingannare il viaggiatore, se queste non erano bene aggiornate. Molti erranti ne facevano anche a meno, fidandosi solo della propria memoria e della posizione della cometa. Le notizie si diffondevano attraverso le colonne delle voci, e in questo modo le comunità potevano conoscere la posizione della montagna sacra che indicava il passaggio del ciclo. Al momento doveva trovarsi vicino all’ultimo quarto di percorso. Sarebbero passate altre cento stagioni prima che il sole rosso che indicava il tramonto di Limbo la ingoiasse, per risputarla subito presso l’alba del sole azzurro all’altra estremità del mondo, il luogo dove nascevano le nuove terre. Mentre pensava distrattamente alle leggi fisiche del mondo, Mylo osservava l’imperscrutabile volto del suo maestro che cavalcava al suo

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fianco. Provò per l’ennesima volta a stabilirne l’età; duecento stagioni forse, oppure di più. Glielo aveva chiesto una volta, ma Rivier non gli aveva dato una risposta precisa. “Ho visto la cometa passare nel cielo fino ad annoiarmi, ragazzo!” gli aveva detto. Poteva significare qualsiasi cosa. «A cosa pensi?» disse ad un tratto lo stregone senza voltarsi. Mylo si guardò attorno per assicurarsi che nessuno li udisse, ma le guardie erano molto vicine e la guarnigione procedeva silenziosamente. «Non ti preoccupare ragazzo, non possono né sentirci né vedere le nostre labbra muoversi. Ho alterato le nostre immagini, così possiamo parlare un po’.» «Hai usato la magia?» Mylo non nascondeva la sua sorpresa. «Perché non ho udito il crepitio?» «Ci sono modi per smorzarlo, se l’incantesimo non è molto complicato. Comunque non abbiamo molto tempo. Volevi dirmi qualcosa? La tua testa sembra dover esplodere da un momento all’altro.» «Si. Ci sono tante cose che non capisco e che non mi piacciono» ammise Mylo. «Si ha sempre paura di quello che non si conosce. È la prima debolezza dell’uomo…» «Cosa ci facciamo qui? Una volta dentro l’accampamento centrale sarà impossibile fuggire, e sicuramente verremo condannati. Hanno trovato i libri e ci accuseranno di stregoneria. Maestro, senza dubbio ci aspettano la tortura e la morte…» «Non essere così negativo ragazzo. Ho invece la sensazione che il primo ministro di Seidon sarà ragionevole e ci lascerà andare.» «Si dice che Tawares sia spietato con gli eretici. Anche i Lupi avevano cominciato a tenersi alla larga dai Testimoni. Da quando si è insediato il nuovo ministro la comunità si è allargata, reclutando sempre più cavalieri.» Rivier si voltò verso il ragazzo. Negli occhi aveva la solita tranquilla espressione di sempre. «Il Primo Ministro Tawares è duro, ma ti assicuro che si mostrerà giudizioso nel nostro caso.» Il volto dello stregone era velato da uno strano sorriso.

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«È tutta colpa dei Misteri» sentenziò Mylo. «Che vuoi dire ragazzo?» «La ragione per cui i Testimoni si sono raddoppiati e controllano tutti quanti. La ragione per cui siamo in questa situazione.» «I Misteri sono quello che sono. Ognuno dovrebbe essere libero di crederci o non crederci, al di là della loro attendibilità. Il problema non sono i Misteri, ragazzo, ma le persone che temono di essere nell’errore. Anche questa è un’altra delle tristi verità dell’uomo.» Adesso il maestro lo guardava con un espressione corrucciata, gli occhi perduti in remote dimensioni. Mylo ebbe la sensazione che fossero duemila e non duecento le stagioni vissute dallo stregone, che esistesse sin dall’inizio del tempo e che fosse lui stesso uno dei Misteri di Limbo. Un brivido percorse la schiena del giovane mago. «La mitologia Arcon è solo una favola. Se a qualcuno piace crederci, se gli fa bene crederci, allora che ci creda pure. È la sua verità, ed è questo quello che conta. Ma imporla a chi non ha le stesse sue percezioni è una violenza mentale.» Era la prima volta che Rivier confermava le sue sensazioni riguardo alla falsità della mitologia Arcon. Poteva essere l’inizio della rivelazione, così Mylo provò ad incalzare il maestro. «Ma se le cose stanno così, qual è la vera storia di Limbo?» Rivier ritrovò il sorriso e rispose. «Non ti arrendi ragazzo. Va bene, ti dirò qualcosa, ma non aspettarti grandi rivelazioni. Come ti ho detto centinaia di volte, non sei ancora pronto.» Mylo pendeva letteralmente dalla bocca del maestro. Si sporse in avanti verso il cavallo dello stregone come per afferrare meglio quello che gli stava per confidare. «Ti dirò dei Misteri nella maniera in cui vengono divulgati dagli Stregoni Arcon. La verità degli Elenty è ben diversa, e non ti è consentito conoscerla. Sappi solo che comunque non riusciresti neanche a capirla. Ma tu sei un Arcon, e l’unica spiegazione che possa soddisfarti è quella Arcon.» Cosa voleva dire il maestro? Che lui non era un Arcon? E allora cosa era? Avrebbe voluto chiederglielo, ma preferì tacere, temendo che lo

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stregone interrompesse il discorso. «Limbo è un luogo di attesa, un mondo di passaggio. Fu creato dagli Elenty dodici cicli fa per sfuggire alla morte del loro vecchio mondo. Essi erano in grado di manipolare la struttura di questo piccolo universo che avevano creato, una pratica che fu poi chiamata magia. Gli Elenty attendono in Limbo l’avvento del loro nuovo mondo, nel momento dell’Emersione.» A Mylo sembravano enunciati estratti da un libro. Non era riuscito a capire molto di quello che Rivier gli aveva detto. «Che vuol dire che fu creato dagli Elenty?» Lo stregone guardò divertito l’espressione confusa del ragazzo. «Gli Elenty non sono una leggenda. Sono esistiti e continuano ad esistere, poiché alcuni di loro sono diventati immortali. Essi provengono da un altro mondo, un’altra dimensione, se così si può dire.» «La dimensione della magia, quella in cui è possibile perdersi dopo aver usato il potere?» domandò il ragazzo, credendo di averci capito qualcosa. «Si, qualcosa del genere» confermò il mago. «E noi Arcon chi siamo?» «Gli Arcon sono i figli degli Elenty. Furono creati insieme a Limbo per vivere in Limbo.» «E cosa succederà quando arriverà il momento dell’Emersione?» «Ragazzo, non è detto che questo evento accadrà mai. Gli Elenty continuano ad attenderlo, ma è passato così tanto tempo ormai che molti di loro non ci credono più. Immagino però che se arriverà, gli Elenty se ne andranno via e lasceranno Limbo agli Arcon. Sicuramente non riaffioreranno antiche città e non sarà l’avvento di un nuovo mondo per gli Arcon. Quella è solo una favola.» «E gli oggetti di famiglia?» «Appartengono agli Elenty e scompariranno insieme a loro. Ma non ti devi preoccupare dell’Emersione, ragazzo. È molto probabile che passeranno altri dodici cicli senza nessun oscuramento del sole o altri segni profetici.» «Allora Seidon non esiste?»

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«In realtà si. Seidon e Kyos furono creati anch’essi dagli Elenty come forze interne di Limbo. Ti stupirà sapere che Seidon è una creatura Arenty mentre invece Kyos è un Arcon, ma qui ci perdiamo in particolari un po’ troppo difficili da comprendere. Ti basti sapere che Seidon è in effetti un entità molto potente appartenente alla struttura di Limbo.» Mylo cercò di riordinare i pensieri, ma c’era qualcosa che non gli tornava. «Hai detto che la verità Elenty non avrebbe senso per un Arcon, ma tu sembri conoscerla. Allora non sei un Arcon…» Rivier si voltò verso il giovane apprendista mago e gli sorrise. «Hai un buon intuito ragazzo. Davvero buono.» Ma non disse nient'altro, e Mylo sentiva che non sarebbe servito incalzarlo con nuove domande. Il suo maestro poteva essere un Elenty, i leggendari figli di Seidon e primogeniti di Limbo, secondo la mitologia Arcon, ma ormai quella era diventata una favola per bambini. Cos’altro nascondevano i Misteri di Limbo? Quali altri segreti poteva rivelargli il suo maestro, e quanti di questi sarebbe riuscito ad afferrare? La conversazione era stata breve, ma aveva un bel po’ di materiale su cui riflettere adesso, mentre i cavalli procedevano in fila con passo costante verso l’accampamento dei Testimoni di Seidon. Mentre discendevano l’altopiano verso le Pianure del Vespro, che si perdevano all’orizzonte nei loro gialli, ori e aranci, avvistarono l’accampamento. Mylo contò almeno una settantina di tende disposte attorno ad una più grande centrale, che era di sicuro la residenza del primo ministro Tawares. Decine di cavalieri si aggiravano per il campo. Oltre le tende in direzione del fiume Serpe, del quale era possibile distinguere in lontananza il riflesso dorato della sua superficie, vi era un grande recinto per i cavalli. Ve ne erano più di un centinaio. Il suo senso del tempo gli diceva che il quinto margine del giorno stava per terminare. Si augurò che avessero a disposizione un’altra notte prima del processo e della probabile condanna, una notte per riflettere sulle cose che Rivier gli aveva detto e per capire quali erano le sue intenzioni. Poco più tardi la colonna di cavalieri che accompagnava i

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due prigionieri entrò adagio nel campo, muovendosi direttamente verso la tenda centrale. Alcuni uomini salutarono i compagni appena giunti. Mylo si accorse che vi erano altri Arenty tra i Testimoni. Non era difficile riconoscerli. Avevano la tipica espressione assente, lo sguardo vacuo perso in strani pensieri. Si muovevano più lentamente degli Arcon, ma sembravano nello stesso tempo molto più all’erta. Il loro comportamento poteva apparire ottuso, ma in realtà era semplicemente distaccato. Non a caso alcuni li chiamavano i “senza cuore”. La colonna si fermò a un cinquantina di passi dalla tenda di Tawares. Vi erano quattro guardie ferme davanti all’entrata. Una di queste si avvicinò al capitano Terion che nel frattempo era smontato da cavallo. I due si scambiarono qualche parola che Mylo non riuscì ad afferrare, dopo di che si avviarono entrambi verso la tenda. Il maestro sedeva sul cavallo accanto a lui, e guardava il cielo cercando di prevedere, come era suo solito fare, l’imminente paesaggio notturno. Dopo poco il capitano uscì fuori e si diresse direttamente verso i due prigionieri. Sembrava leggermente turbato, come se la conversazione con il primo ministro non lo avesse soddisfatto. Si rivolse alle due guardie che tenevano legati i cavalli. «Portateli nelle nostre tende. Tawares non ha tempo stasera per esaminare questa faccenda. Lo farà domani mattina. Nel frattempo, non perdeteli d’occhio. Non vorrei che combinassero qualche scherzo. La responsabilità è nostra, intesi?» «Si capitano» risposero all’unisono i due Arenty. «Rompete le righe. Tornate al nostro accampamento e innalzate le altre tende» ordinò poi ai suoi uomini. La guarnigione si diresse verso l’esterno del campo, nei pressi dei recinti per i cavalli. Laggiù vi erano tre grandi tende scure che dovevano rappresentare l’accampamento stabile della guarnigione. Mylo e Rivier vennero accompagnati in uno di queste tre alloggi, sempre sotto la scorta dei due cavalieri Arenty. Gli altri uomini prepararono diligentemente l’accampamento come aveva ordinato il capitano. «Un’altra notte di attesa. Avrei voluto che ci dicessero subito quello che ci aspetta» confessò Mylo al maestro, una volta che si furono sistemati

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entrambi sui loro nuovi giacigli. «La notte porta sempre consiglio, ragazzo. Meglio così, credimi» rispose Rivier, sempre sorridendo. Più tardi venne data loro una generosa razione di cibo, della carne sugosa accompagnata da del riso, e un paio di boccali di birra. Gli Arenty mangiarono insieme a loro nella tenda ma non dissero una parola. Non era tardi ma non c’era ragione per rimanere svegli, così dopo cena i due se ne andarono a dormire. Mylo era meno preoccupato della sera precedente, ma non riuscì a non pensare che quella poteva davvero essere la sua ultima notte. Lo stregone stava già russando quando quella paura gli entrò in testa. Maledisse l’irritante atteggiamento del mago e quasi per capriccio scacciò dalla mente i cattivi pensieri. Poco dopo si addormentò. Fece sogni inafferrabili. Quando si svegliò il mattino dopo provò a riordinarli ma non ci riuscì. Sapeva di aver sognato a lungo e profondamente, ma non era capace di ricordare neanche una piccola parte di quelle visioni notturne. Accanto a lui il maestro continuava beatamente a dormire, mentre le due guardie erano sempre lì, nella medesima posizione in cui le aveva viste prima di addormentarsi. Un piccolo brivido gli solleticò la schiena. “Strana gente i senza cuore” pensò, e si voltò dall’altra parte. Avrebbe aspettato il risveglio dello stregone. Non aveva nessuna intenzione di muoversi da solo, e non sapeva neanche se i cavalieri glielo avrebbero permesso. Senza volerlo si riaddormentò, e questa volta i sogni vennero da lui imprimendosi nella sua mente. Sognò il volto di una ragazza e quello si un uomo dagli occhi di ghiaccio. Luci ed ombre che scuotevano il cielo e una battaglia magica che impegnava il maestro fino allo stremo delle sue forze. Vide una luce folgorante fuoriuscire dalle mani di Rivier ed una torre crollare sopra creature urlanti, orribili lupi con fauci di serpenti fatti di pietra e di gesso. Infine vide la montagna sacra, ergersi in tutta la sua grandezza. «Ragazzo! Sveglia ragazzo!» la voce del maestro lo riportò indietro. Respirò a fondo chiedendosi se non era rimasto in apnea per tutta la durata di quello strano sogno. Sentire nuovamente l’aria nei polmoni gli

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fece riacquistare lucidità. «Maestro!» chiamò. Poi guardò le guardie. Pareva che non avessero fatto caso al titolo con cui aveva chiamato lo stregone. «Sembrava che stessi per annegare!» «Solamente un brutto sogno, tutti qui.» Ma gli occhi del ragazzo dicevano altro. Rivier gli rispose con un cenno, intuendo quello che il ragazzo gli aveva provato a comunicare con uno sguardo. Uscirono dalla tenda con le due guardie sempre dappresso, e si avviarono verso il fuoco che ardeva allegramente in mezzo all’accampamento della guarnigione. Il cielo era rosso e arancio ed il sole sembrava una palla di fuoco ferma all’orizzonte. La temperatura era pungente, l’aria umida profumata di erba fresca. Sui rilievi dietro l’accampamento si intravedevano grosse nubi plumbee che con tutta probabilità sarebbero rimaste ferme per tutto il giorno. Il paesaggio era stato creato, da Seidon o da chi per lui, poco importava chi ne fosse l’artefice. Questo era Limbo. Si sedettero vicino al fuoco e venne loro offerta una generosa porzione di latte e avena. Vi erano altri cinque cavalieri vicino, gente dal volto sereno che parlava del paesaggio, dei cambiamenti, delle comunità che avevano incontrato. Prima di mangiare la colazione ringraziarono Seidon. Mylo non riusciva a pensare niente di male di quelle semplici persone, a parte forse per la spada di bronzo che portavano al fianco. Da una tenda uscì il capitano Terion e si avviò verso di loro. Aveva l’aria di uno che aveva dormito male, perseguitato da sogni bizzarri come quello che Mylo aveva appena fatto. «Oggi è il vostro giorno» esordì il capitano schernendoli. «Sembra proprio così» rispose masticando lo stregone. Rivier girò lo sguardo verso il capitano e sfoderò uno dei suoi sorrisi. Terion evitò il suo sguardo e passò oltre. In quel mentre Mylo si accorse che un piccolo drappello di cavalieri provenienti dal centro del grande accampamento si stava avvicinando. Un uomo precedeva il gruppo con uno stendardo rosso. I cavalieri radunati attorno al fuoco si alzarono in piedi e lui e lo stregone li imitarono. Il capitano Terion era davanti a loro e accennò un saluto. Il gruppetto si fermò a una ventina di passi dal fuoco. Solo un uomo

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continuò a camminare verso di loro. Era anziano e vestiva il rosso dei Testimoni ma anche il bianco che ne definiva il titolo. Una spessa catena d’argento gli pendeva dal collo e portava una spada di bronzo finemente lavorata, diversa da quella degli altri cavalieri. Per Mylo non fu difficile capire che si trattava del primo ministro Tawares. «Capitano Terion» chiamò avvicinandosi al capo della guarnigione. «Mio signore. Benvenuto nel nostro campo. Ecco qui i prigionieri accusati di stregoneria che…» «Liberate subito questi due uomini» ordinò il ministro, interrompendo bruscamente le parole del capitano. Terion strabuzzò gli occhi. Annaspando cercò di rispondere. «Ma mio signore, non capisco…» «Hai capito bene, capitano!» lo interruppe nuovamente. Poi Tawares si mosse in direzione di Rivier. Un sorriso gli affiorò sul volto mentre tendeva le braccia verso lo stregone. Rivier gli si avvicinò tendendo a sua volta le braccia. I due si incontrarono abbracciandosi in mezzo all’accampamento. I cavalieri erano meravigliati, il capitano Terion osservava incredulo la scena, ma il più sbalordito di tutti era sicuramente il giovane Mylo. «Mio vecchio amico. Che tu sia il benvenuto!» disse il religioso.

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CAPITOLO 5 Sawar

Il giorno era uguale alla notte, i sapori erano stupide percezioni neurali diventate insipide, il sesso riusciva ancora ad appagarlo solo grazie alle stregonerie di Davinia. Se la sua vita era destinata a spegnersi, probabilmente questo sarebbe accaduto insieme alla sua amante, mentre scalavano vette di piacere mai concepite da alcuna esistenza, Elenty, Arcon o altro. Dalla finestra della sua stanza vedeva scorrere le terre di Limbo. La Torre Galleggiante si muoveva lentamente sopra il paesaggio, insieme alle belve che nel procedere vi giravano intorno, saltellando coi loro corpi gibbosi, fatti di pietra e di gesso, meravigliose creature prive di anima al suo servizio. Non era stato facile intuire il segreto della vita e manipolarlo, uno degli enigmi meglio custoditi di quell’assurdo mondo. Lui era il solo in grado di farlo. La noia era la sua più grande nemica. Per dodici cicli era vissuto in attesa, contando i giorni e dimenticandosi il modo in cui usava calcolare il tempo prima dell’avvento di Limbo. Di quel mondo remoto dove lui era nato ricordava poco o nulla, ma vi era una cosa che era impressa indelebilmente nella sua memoria e che si affacciava regolarmente ogni giorno: il volto di suo figlio Thomas. Lasciarlo fu il dolore più grande. Il ricordo continuava a tormentarlo, corrodendo la sua mente in quell’assurda vita di attesa chiamata Limbo. Piccolo Thomas dagli occhi celesti e il sorriso di sole. A volte sussurrava quel nome richiamando alla memoria il suo volto. E pensare che non riusciva neanche a ricordare il suo vero nome. Adesso si faceva chiamare semplicemente Sawar, e quella parola metteva i brividi a molti Arcon. Osservò il sole assurdamente immobile sullo sfondo di un cielo violaceo. La cometa sfrecciava poco più sotto, stupido espediente che segnava il trascorrere del tempo. Nessun segno di un imminente eclisse. L’Emersione era un miraggio. Più di una volta aveva pensato di raggiungere la montagna sacra,

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Mountoor come la chiamavano gli Elenty, ed affrontare il Guardiano. Probabilmente non sarebbe riuscito ad avere la meglio su quel demone, ma tutto considerato, cosa aveva da perdere? Altri dodici cicli di attesa? No, grazie... Ma una volta giunto alle porte del mondo, cosa avrebbe potuto fare? Uscire? Per andare dove? Forse in un’altra prigione come quella dalla quale proveniva, come quella in cui viveva da tempi immemorabili. Un’altra prigione come Limbo. Osservava le pieghe della sua veste di seta, un milione di sfumature dorate. Dalle ampie maniche fuoriuscivano le sue mani nodose, lunghe dita affusolate capaci di deformare la struttura del mondo, ricrearla a suo piacimento e vincolarla al suo volere. Niente era più un segreto per lui. Pensò alla mitologia Arcon ed al fratello di Seidon, il dio che condannò il suo popolo ad un continuo pellegrinaggio. Kyos si chiamava, lo squartatore del mondo. Sawar si sentiva esattamente come lui, imprigionato in una terra confinata, pronto a reciderne gli orizzonti per farci vomitare dentro nuove terre, nuove vite, nuove possibilità. Niente gli appariva più corrosivo della condanna che stava scontando; vivere in un mondo chiuso, senza possibilità di uscita. Ma Kyos era una stupida rappresentazione di Loke, la forza imponderabile del sistema, una leggenda che serviva a tenere buoni gli Arcon, niente più. Vi era una cosa che lo tormentava ancor più del mondo in cui era condannato a vivere. Erano passati cicli e stagioni dall’avvento di Limbo e dalla scoperta del significato dei Frame, ovvero gli oggetti di famiglia. Gli Arcon credevano che servissero a riportare indietro il vecchio mondo e le sue antiche città, ma la verità era un’altra. Ogni Frame apparteneva ad un Elenty, era il suo oggetto, anzi l’oggetto era lui. Sawar ne avvertiva la presenza, anche se vaga e distante. L’oggetto era stato passato recentemente ad un nuovo Keeper, una ragazza. Ne aveva visto il volto, mentre manipolava la struttura con la sua magia. Insieme a lei vi erano anche un vecchio ed un gigante Arenty. Per dodici cicli aveva cercato quell’oggetto. A volte lo aveva percepito, ma mai così tanto come adesso. Questo fatto lo incuriosiva. Non sapeva di preciso dove si trovasse la ragazza, ma poteva proiettare la sua mente nei suoi sogni, esplorarli e farsi rivelare la sua posizione. Durante

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l’ultimo contatto aveva intuito la presenza del deserto ed era proprio laggiù che la Torre Galleggiante era diretta. Ekaron la pilotava attraverso dune e boschetti, un lento ma costante avanzare che terrorizzava gli animali e teneva lontano gli Arcon. Era diventato abile a guidarla, forse addirittura più di lui. Davinia invece dormiva, o più probabilmente sognava. Erano immersioni di luce le sue, estremizzazioni della ricerca del piacere. La donna dai lunghi capelli di platino si abbandonava spesso a lunghi sonni dai quali non voleva assolutamente essere svegliata. Erano ricerche le sue. Si definiva una pioniera del godimento. Erano solo tre, ormai da innumerevoli stagioni. Gli altri Elenty erano morti, o votati ad altre cause, ingenue pedine di uno stupido disegno. Avrebbero comunque fatto bene a rimanere alla larga da loro. Se volevano credere ancora alla bugia dell’Emersione, che facessero pure, a lui non importava. Ma non dovevano intromettersi nei suoi affari e in quelli dei suoi compagni. La noia era un brutta malattia, ed era possibile combatterla solo attraverso la ricerca di nuovi stimoli. La sofferenza Arcon deliziava Ekaron il torturatore, la violenza mentale affascinava la splendida Davinia, mentre ciò di cui lui godeva di più era distruggere la struttura di quel mondo fittizio. Non a caso qualcuno gli aveva dato il soprannome di Delirante Demolitore. Allungò il braccio in direzione di un piccolo bosco di faggi che scorreva davanti alla finestra sul paesaggio. Si concentrò pochi attimi mentre il rumore dello sfrigolio riempiva la stanza. Il bosco incominciò a bruciare e poi si nascose alla sua visuale. Velocemente ritornò dentro il suo corpo, soddisfatto di quella piccola opera. Ma il vuoto lo colse di nuovo e si scoprì a desiderare qualcos’altro da distruggere. Pensò alla ragazza che possedeva il suo Frame. L’avrebbe volentieri data in pasto ai suoi amici, dopo averla privata dell’oggetto. La cercò proiettando l’immagine del suo volto dentro la struttura, un tentativo che, come molti altri, aveva già sperimentato. La natura mutevole di quel mondo rendeva difficile l’individuazione delle creature che lo percorrevano. Era riuscito a scovare decine di Keeper nella sua lunga esistenza, nella speranza di recuperare il suo oggetto, un compito

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tutt’altro che semplice, ma questa volta rimase molto sorpreso della facilità con cui riuscì a raggiungere la mente della ragazza. Prese possesso del suo corpo per qualche attimo, mentre lei camminava lungo un sentiero sconosciuto. Penetrò il terreno sotto i suoi piedi e ne sondò la posizione. Tornato dentro al corpo seppe che la ragazza era fuori dal deserto e si stava dirigendo verso le terre dei laghi, ma la sua direzione poteva cambiare, come poteva cambiare la posizione dei laghi. Maledisse Limbo e la sua instabilità. Cercò con la mente il compagno Ekaron e gli riferì la nuova direzione. La Torre deviò leggermente nel suo incessante procedere. Un rumore sordo accompagnava il movimento dell’isola volante. Perché era riuscito a individuare subito la ragazza? A volte erano necessarie intere stagioni di pratiche magiche per trovare solo una traccia della presenza di un Keeper. Questa volta invece sembrava addirittura che fosse il Keeper stesso a cercare lui. Ovviamente questo era assurdo. La cosa lo intrigava, lo divertiva, ma soprattutto lo eccitava. Voleva quella ragazza, voleva l’oggetto, ma voleva anche sapere perché. Gli Arcon parlavano ancora dei Misteri. Per Sawar non esistevano misteri, e se ce n’erano di nuovi lui li avrebbe svelati. Una ragione in più per accelerare quella corsa, quel lento ma incostante incedere di distruzione che la Torre Galleggiante portava dappresso. Sawar si alzò dallo scranno e gettò un ultimo sguardo dalla finestra della torre, poi scese verso le camere di Davinia. Avrebbe dormito un po’ insieme al lei, cullato dal suo abbraccio mentre le loro menti galleggiavano insieme in un tenero bagno di luce. Voleva gustare i suoi fluidi, entrare nella sua testa. Voleva intrattenersi, perché l’intrattenimento ormai era il suo unico motivo di esistere. Giunto davanti alla porta che si apriva sulle stanze di Davinia, appoggiò un mano sul battente percependo il sogno della donna. Era lontano, in qualche diramazione del sistema, ai limiti della sua estensione virtuale. Sawar sorrise. Voleva raggiungerla. Entrò e ne osservò il corpo nudo adagiato sulle sete del letto, una visione perfetta di curve e colori e insenature e levigate superfici rosa. I capelli ricadevano sulla schiena, sparsi sopra le scapole, sopra il letto,

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giù fino a sfiorarle i glutei. Il volto sprofondato nel cuscino faceva solo intuire i lineamenti dolci di quella donna attraente e pericolosa. Un viso fanciullesco pieno di efelidi e uno sguardo di ghiaccio. Sawar le scivolò accanto e rimase per un po’ ad osservarla. Ne annusò la fragranza, come con un fiore appena colto. Cercò di afferrare completamente il godimento di quella visione perfetta, immortalarla dentro di sé così da poterla richiamare a suo piacimento. Registrò ogni sfumatura della sua pelle, ogni frequenza del suo respiro. Ne avrebbe divorata una copia una volta fatto ritorno nelle sue stanze. Poggiò la testa sul cuscino accanto a quello di lei e chiuse gli occhi. Non era necessario cercarla. Lo avrebbe trovato lei.

“La Torre di Sawar” di Charles Huxley

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CAPITOLO 6 La Terra dei Laghi – I Pescatori – La Colonna delle Voci

Gli specchi d’acqua riflettevano il magenta del cielo, fin dove l’occhio arrivava. L’orizzonte si perdeva tra le nebbie, insieme al riverbero di quella moltitudine di laghi, tra la bassa vegetazione e le canne di bambù che affioravano un po’ ovunque. L’aria odorava di orchidee. Jade osservava quel nuovo paesaggio mentre discendeva l’altura insieme ai suoi due compagni. Misar le camminava accanto aiutandosi con il suo bastone, mentre Yumo la seguiva qualche passo più indietro. Guidava i due muli attraverso il sentiero, guardandosi intorno di tanto in tanto. Il senso del pericolo del Protettore, affinato come in nessun altro, era costantemente all’erta. Erano trascorsi una quindicina giorni da quando avevano lasciato il deserto. Misar sperava di poter avere qualche informazione sulla posizione della gilda attraverso la consultazione di una Colonna delle Voci. Per questo motivo si erano diretti verso i laghi; il vecchio era convinto che da qualche parte laggiù doveva essercene una. Il padre di Jade gliene aveva parlato una volta. La posizione di questi luoghi di sapere e di scambio di informazioni, che secondo la mitologia Arcon furono messi dallo stesso Seidon per aiutare gli uomini a rintracciarsi in quel mondo così mutevole, cambiava insieme a tutto il resto, ma gli erranti divulgavano con impegno la conoscenza delle loro ubicazioni. Si diceva che venivano addirittura disegnate delle mappe speciali chiamate Carte a Proiezione, in cui venivano tracciate le possibili traiettorie di spostamento delle colonne. Jade non ne aveva mai viste, ma ne intuiva il loro funzionamento. Molti studiosi avevano cercato di trovare un senso nello spostamento delle terre di Limbo. In realtà la deriva del mondo verso il Sole Rosso, lo strappo all’orizzonte che risucchiava le terre in eccesso, avveniva in modo abbastanza casuale, ma alcune proiezioni rinvenute attraverso attente osservazioni di questi mutamenti sono risultate esatte. Per questo

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motivo i Cartografi, rari personaggi che erravano per Limbo studiandone la sua mutevolezza, vantavano una grande reputazione tra le tribù degli Arcon. In quel momento un Cartografo sarebbe stato per loro di grande aiuto. Anche se la Colonna doveva trovarsi in quel luogo, potevano impiegarci un’intera stagione prima di riuscire trovarla, e solamente dopo aver setacciato quelle terre in lungo e in largo. Misar si fermò d’improvviso, scrutando l’orizzonte in direzione degli specchi d’acqua. Cercava di attutirne il riflesso con l’aiuto della mano. Gli occhi divennero due fessure e le folte sopracciglia si incurvarono. «Laggiù!» disse. Jade si era fermata accanto al vecchio e anche lei sondava il paesaggio alla ricerca di qualche traccia che indicasse loro una direzione da prendere. Seguì l’indicazione di Misar, che puntava il dito verso una larga distesa d’acqua sul lato sinistro del bacino verso cui discendevano, ma non riuscì a vedere niente. «Cosa?» «Un pescatore. Deve essersi insediata una comunità. Forse sapranno dirci qualcosa…» Finalmente la ragazza riuscì a vedere quella striscia galleggiante che era la barca di un pescatore. Si rimisero in marcia puntando verso quella direzione, tenendo gli occhi ben aperti nella speranza di trovare altre tracce di una comunità presente nel luogo. Jade aveva avuto altri sogni. La maggior parte di questi l’avevano confusa, altri invece l’avevano terrorizzata. Poco prima, mentre discendevano il sentiero, si era sentita come toccare da qualcosa. Una parte di lei aveva riconosciuto in quel tocco interiore la presenza dell’uomo dei sogni. Si era fermata ascoltando, mentre i suoi compagni la guardavano chiedendosi il motivo di quella strana sosta. Era stata questione di un momento, un tocco lieve ma profondo, che l’aveva trapassata dalla testa ai piedi. E proprio attraverso le dita dei suoi piedi aveva avvertito quella presenza andarsene. Qualcosa le diceva che l’uomo dal volto scarno e gli occhi di ghiaccio era molto vicino. Il sentiero, una volta raggiunta la piana più sotto, si perdeva nella bassa vegetazione che circondava i laghi. Il terreno era più morbido e l’aria più pesante. L’odore delle orchidee si era fatto quasi insopportabile, e

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Jade si augurò che trovassero in fretta ciò che stavano cercando. Non credeva di poter abituarsi a quell’odore. Aggirarono alcuni stagni percorrendone le rive. Il terreno diventava sempre più melmoso e i loro stivali affondavano abbondantemente nella melma. I muli si lamentavano di quel cammino, ma Yumo sapeva come tranquillizzarli. Si diceva che gli Arenty avessero una speciale empatia con gli animali e che riuscissero a comunicare con loro in una forma sconosciuta di linguaggio.

“Pescatori” di Charles Huxley

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Raggiunsero il luogo dove avevano avvistato il pescatore. La barca galleggiava solitaria in mezzo a quello specchio d’acqua, e un uomo molto alto e sottile se ne stava in piedi al centro di questa. Jade ne riusciva a scorgere solo la sagoma, nel riflesso abbagliante della superficie del lago. L’uomo era immobile e teneva una lancia da pesca alta sopra la testa, pronta per trafiggere la preda appena questa si fosse avvicinata alla barca. Portava un ampio cappello di forma conica, indumento che lo identificava come appartenente alla comunità dei pescatori. I tre rimasero in silenzio osservando la scena che stava per compiersi. Qualsiasi rumore avrebbe spaventato il pesce e deconcentrato il cacciatore pronto per il colpo. La lancia saettò dalle mani dell’uomo immergendosi quasi totalmente. L’acqua ribollì accanto alla barca, segno che preda si stava dimenando, quindi il pescatore caricò sulla barca il pesce infilzato, un esemplare grande almeno cinque spanne. Poi, come se si fosse accorto in anticipo della presenza dei tre, guidò la barca verso di loro. I pescatori di Limbo erano una comunità antica e pacifica che aveva pochi contatti con gli altri Arcon. Non pescavano mai più di quello che serviva a loro e di conseguenza non commerciavano il loro prodotto, come facevano invece la maggior parte delle altre tribù, ma a volte davano delle grandi feste in riva ai laghi o ai fiumi. Arrostivano grossi pesci e suonavano i loro flauti di bambù per la gente che voleva partecipare. Tutti erano invitati e le feste potevano durare anche due o tre giorni consecutivi. Pescavano su imbarcazioni leggere, facili da trasportare nel momento in cui cambiavano insediamento. Spesso risalivano i fiumi cercando nuove zone di pesca, ma rimanevano sempre nell’entroterra di Limbo. Come altre comunità, temevano il mare e lo evitavano di proposito. La barca scivolò dolcemente lungo la riva, fermandosi a pochi passi da loro. Il pescatore rimase in piedi dov’era e salutò i tre con un cenno della mano. Sembrava restio a scendere sulla terra ferma. Il cappello proiettava un’ampia ombra sul suo volto nascondendone i lineamenti. «Salve pescatore» salutò di rimando Misar. «Ci hai fatto assistere ad un grande spettacolo di caccia.» L’uomo chinò la testa in risposta al complimento del vecchio. I

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pescatori erano rinomati per la loro parsimonia comunicativa. Parlavano solo quando era necessario, e a volte neanche allora. Misar conosceva bene la loro reputazione, così non perse tempo in altri convenevoli ed arrivò subito al punto. «Ci è stato detto che in questo luogo si trova una Colonna delle Voci. Vorremmo aggiornarci sul tempo e su altre questioni del mondo. È molto importante per noi consultarla. La tua gente sa dove si trova?» Immobile e silenzioso, l'Arcon sembrava non aver udito una parola di quello che il vecchio gli aveva appena detto. Jade era sul punto di spazientirsi, ma si accorse che l’uomo la stava osservando, anzi, osservava il medaglione che portava intorno al collo. Con un gesto istintivo si portò una mano al petto, cercando con lo sguardo il suo Protettore. Yumo si era già accorto dell’occhiata che il pescatore aveva scoccato verso l’oggetto, e Jade poteva quasi udire il rumore della tensione dei muscoli del gigante muto. Ma il pescatore non sembrò fare caso a tutto ciò. D’un tratto parlò, e la sua voce era sottile ed armoniosa. «Kawen sa dove si trova. Dovete seguirmi.» E detto ciò smontò dall’imbarcazione e si caricò il grosso pesce sulle spalle. Poi si incamminò lungo la riva del lago, in direzione di un'insenatura oltre la quale la bassa vegetazione lasciava il posto ad alte canne di bambù. I tre lo seguirono, non senza qualche difficoltà. L’uomo si muoveva rapido nonostante il fardello che si portava sulle spalle. Aggirarono l’insenatura e attraversarono quella che sembrava un’apertura attraverso il canneto. Il terreno del sentiero diventò più solido a mano a mano che si allontanavano dal lago, fino a quando non si ritrovarono completamente circondati da alte e svettanti piante di bambù. D’un tratto l’uomo si fermò voltandosi verso di loro. «Avete bisogno di ristoro?» La domanda suonava forzata e Misar declinò l’invito. «No, ma avete la nostra gratitudine.» «Va bene. Aspettatemi qui.» Poi proseguì lungo il sentiero scomparendo velocemente alla loro vista. «Che succede?» domandò Jade con un leggero nervosismo. Ricordava lo sguardo che l’uomo aveva dato all’amuleto. Ne era forse stato incantato? Si diceva che gli oggetti di famiglia facessero questo effetto

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su alcuni uomini. La sola vista poteva indurre al delitto… «Non preoccuparti…» cercò di tranquillizzarla Misar, ma anche lui sembrava teso. Intanto Yumo aveva estratto lo spadone. Per il gigante non si poteva essere mai troppo cauti. Attesero oltre il tempo di una pausa, avvertendo la tensione salire. Jade era sul punto di chiedere al compagno di tornare indietro. Nel silenzio irreale di quel canneto, in cui le foglie dei flessuosi bambù si muovevano appena, la giovane Keeper si sentiva come un topolino in gabbia. Poi udì dei passi che venivano dal lato in cui si era allontanata la loro guida. Apparve il pescatore ed insieme a lui c’era un altro uomo, di aspetto simile e con un identico cappello. Doveva trattarsi di Kawen. L’uomo che li aveva guidati nel canneto parlò. «Lui può aiutarvi. Io ho compiuto il dovuto. Adesso devo lasciarvi» e con un gesto del capo salutò i tre, poi ritornò sui suoi passi e scomparve tra il fitto bambù. Anche Kawen aveva gli stessi modi distaccati del suo compagno. Disse loro solo una parola: “seguitemi”. Poi partì di gran lena in direzione del lago in cui avevano avvistato il primo pescatore. Aggirarono la distesa d’acqua ed entrarono in una zona molto più paludosa. I muli facevano fatica a proseguire anche a causa del pesante carico, ma la guida assicurò loro che il tratto sarebbe stato breve. Al profumo nauseante delle orchidee si erano aggiunti gli insetti della palude. Ci fu un momento in cui Jade pensò di non riuscire più ad andare avanti. La testa incominciò a girarle e le si annebbiò la vista. Si sentì afferrare per un braccio, una stretta tempestiva ma gentile. Si accorse che Yumo la stava sorreggendo, mostrandole un sorriso piatto che le fece comunque piacere. Kawen aveva detto la verità. Il terreno tornò ad essere meno paludoso e gli insetti diminuirono. Entrarono in un boschetto di felci e proseguirono per uno stretto sentiero. Il percorso non era dei più facili, ma almeno l’odore delle orchidee si era attenuato e Jade ritrovò la lucidità necessaria per proseguire da sola. Ringraziò il gigante muto che le rispose con uno sguardo di adorazione. Uscirono dalla bassa vegetazione e si ritrovarono davanti ad un ampia

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distesa d’erba alta. In mezzo alla pianura, come uno specchio incorniciato, vi era una distesa d’acqua argentata di forma quasi perfettamente rotonda. Si era alzato un vento leggero che accarezzava il prato ed increspava lievemente la superficie del lago. Vi era un salice dalla gigantesca chioma che cresceva sulla riva; il vento lo faceva danzare dolcemente al ritmo di una musica inudibile. «Laggiù!» disse il pescatore indicando l’albero danzante. «Proprio sotto quel salice si nasconde la colonna.» «Vi siamo molto grati» rispose Misar. «Possiamo ripagarvi della vostra gentilezza in qualche modo?» Kawen guardò il vecchio da sotto l’ampio cappello conico. Jade non riusciva ad indovinare la sua espressione, ma per un attimo ebbe la sensazione che lo sguardo dell’uomo si fosse posato sul suo amuleto. La Keeper pregò che non chiedesse l’oggetto come pegno del suo servizio. Anche Misar sembrò accorgersi di quello sguardo. Allungò la mano in direzione dell’uomo porgendogli un piccolo sacchetto di pelle. «Ecco qua. Non è molto, ma credo che possano piacere alla tua compagna.» Kawen afferrò il sacchetto e lo aprì. Una manciata di piccole perle di fiume scivolarono nella sua mano. L'Arcon le osservò di sfuggita, poi tornò a guardare in direzione di Misar, e forse anche di Jade. Sembrava sul punto di voler fare un’altra proposta, ma cambiò idea. Rimise le perle nel sacchetto e se lo infilò nella tasca dei sui larghi pantaloni da pescatore. «Avete bisogno di ristoro?» Era il codice del suo popolo. Ogni pescatore era obbligato ad offrire il ristoro agli erranti, malgrado quello che pensasse di loro. Jade si domandò se non fosse proprio a causa dell’amuleto che i due Arcon si erano dimostrati così distaccati nei loro confronti. «Grazie, ma non possiamo» rispose Misar. «Ma portate i nostri saluti e ringraziamenti a tutta la vostra comunità. Possa Seidon abbracciarvi col suo amore.» Kawen ringraziò con un cenno del capo, poi tornò sui suoi passi in direzione della palude. In un attimo i tre non furono più in grado di scorgerlo.

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Misar guidò il gruppo lungo la riva dello specchio d’acqua. Il salice si trovava sulla sponda opposta, un esemplare gigantesco le cui fronde ricadevano sulla superficie del lago creando una zona d’ombra imperscrutabile. Le colonne erano sempre legate ad un luogo particolare che molti Arcon avrebbero definito magico. In realtà la magia risiedeva unicamente nella colonna, e non nel paesaggio circostante. Jade però non poté fare a meno di pensare che quel luogo fosse in qualche modo incantato, uscito da una terra di sogno o da una favola per bambini. L’argento del lago era abbagliante, il prato sfumava dal giallo oro al verde più intenso, mentre le carezze del vento giocavano insieme alle sfumature creando strani effetti ottici. E poi c’era l’albero, il sovrano assoluto di quel luogo circoscritto, apparso d’improvviso all’interno di un bosco di felci. Per un attimo si sentì parte di una rappresentazione, protagonista o pedina di una storia narrata intorno al fuoco. Si fermarono a una decina di passi dal grande salice. Non riuscivano a vederne il tronco a causa delle abbondanti fronde che lo ricoprivano formando una specie di tenda naturale. La colonna doveva trovarsi al suo interno, nascosta nell’ombra di quello strano antro. Yumo si avvicinò alle fronde e ne scostò un drappo, sbirciando all’interno alla ricerca di qualche pericolo. Dalle ombre sotto il salice provenne un odore pungente di sottobosco e di funghi insieme ad un riverbero rosato di natura indefinita. Jade sporse la testa verso l’apertura cercando di vedere meglio; vi era un basso piedistallo di forma cilindrica che spuntava da un tappeto di foglie umide. La colonna era levigata come madreperla e trasparente come il quarzo. Emanava una strana luminescenza che variava dal rosa all’arancio, in una pulsazione regolare che poteva ricordare il battito di un cuore. Misar fece strada all’interno dell’antro, seguito dappresso dalla ragazza. Yumo assicurò i muli legandoli ad un ramo e poi entrò insieme ai suoi compagni. Nonostante la sua mole, la cupola di fronde poteva accoglierlo tranquillamente. Una volta sotto il salice Jade si sentì come trasportare in un luogo diverso. Il lago rotondo ed il prato d’erba alta non erano scomparsi solo alla sua vista, ma qualsiasi altra sensazione le diceva che non esistevano più. Avvertiva che oltre quel drappo di fronde che la circondava non ci

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fosse più niente, il vuoto assoluto. La sensazione durò un istante, poi tornò a concentrarsi sull’oggetto che aveva davanti, la Colonna delle Voci. Non ne aveva mai vista una prima di allora. Nella sua comunità solo i primi cacciatori si recavano a volte a consultarle, quando fortuitamente s’imbattevano in una di queste. Misar invece sembrava conoscerle bene. Posò entrambe le mani sull’estremità di quel cilindro rosato che spuntava dal terreno in maniera così innaturale, poi chiuse gli occhi invitando i suoi compagni a non far rumore. La lettura avveniva in silenzio e poteva durare anche la metà di un margine, a seconda delle informazioni che si cercava. Nessuno sapeva quante colonne ci fossero su Limbo. Anche queste si spostavano insieme alle terre, ma erano disseminate in maniera uniforme, così da poter raggiungere tutte le comunità erranti e stabili del mondo. Chiunque poteva utilizzarle, lasciandovi notizie oppure consultandole, ma bisognava fare attenzione a non rimanere ingannati dalle false indicazioni. Vi erano insidie nei messaggi lasciati, e qualcuno parlava dei Corruttori di Menti, gente astuta che manipolava le persone attraverso insidiosi messaggi. Misar rimase attaccato alla colonna per il tempo di alcune pause. Yumo e Jade restarono accanto al vecchio per tutta la durata della consultazione. La ragazza notò che all’interno della cupola di fronde anche tutti i suoni esterni erano attutiti. Il vento, che soffiava leggero sul lago e l’erba alta, sembrava scomparso. La sensazione di trovarsi in un luogo distante non l’abbandonò per tutto il tempo in cui rimasero là dentro. Quando finalmente Misar staccò le mani dalla colonna, chiese agli altri di uscire. Anche per lui quel luogo era diventato soffocante. Una volta fuori dalla cupola il vecchio parlò. «Ho letto solo parte delle notizie più recenti. È un periodo di fermento, sembrerebbe. Stanno accadendo molte cose, la maggior parte delle quali sono per me indecifrabili.» «Che genere di cose?» domandò la ragazza. «I Testimoni di Seidon si stanno allargando, perseguitando i maghi e gli eretici. La Torre Galleggiante è in movimento, portando con sé distruzione e follia. Erano molte stagioni che non se ne sentiva parlare. I Dowa dedicano molti canti al cielo, segno che la paura accarezza il

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mondo. Qualcuno dice anche che il tempo dell’Emersione è vicino, ma non darei molta importanza a questa notizia. C’è sempre qualcuno che profetizza l'imminente avvento dell’eclisse.» Mentre parlava, cercando di ricordare quello che aveva decifrato durante la consultazione, Misar osservava assorto la superficie argentea del lago. Jade ebbe un brivido quando sentì nominare la Torre Galleggiante. Il delirante demolitore di Limbo, lo stregone Sawar. Più volte aveva pensato e temuto che l’uomo dei sogni fosse proprio lui. No, non era una storia per bambini. La Torre esisteva per davvero. «E la gilda?» chiese lei. «Siamo fortunati ragazza. La gilda è passata di qua non molto tempo fa. Era diretta verso le piane oltre i laghi. Forse riusciremo a raggiungerla, se la comunità ha deciso di accamparsi.» Jade non poté fare a meno di notare l’ansia che era scesa sull’espressione del vecchio. Continuava ad osservare il lago, perso in pensieri insondabili. «Cosa c’è che non va?» «Niente, probabilmente. Vi era un messaggio strano nella colonna. Non sono riuscito a capirlo, ma nascondeva qualcosa.» «Che diceva?» «Una frase senza senso, ma che non riesco a togliermi dalla testa. La frase occupava ogni spazio della colonna, come un libro scarabocchiato da un inchiostro rosso acceso.» Il vecchio voltò lo sguardo verso la ragazza, due fessure cespugliose. «Diceva: nella verità muore la speranza!»

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CAPITOLO 7 La Gilda di Nicon

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli. «Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro. «Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo, disarmando infine il suo allievo. Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Poteva percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui. «Stai migliorando, ma non abbastanza…» «Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…» «Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo. Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una delle trappole del maestro. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon sapeva come farti arrabbiare. Strano che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone le ovvie conseguenze. Nicon era un uomo straordinario, non soltanto un abile cavaliere e maestro di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a sé, durante il suo pellegrinaggio attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui metodi d’insegnamento che impartiva. La Gilda contava in totale un centinaio di elementi e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di fare parte della sua carovana. Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta diventati a tutti gli effetti

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cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche della tribù, sgargianti pantaloni gialli e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa. «Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.» Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove lo aspettavano i compagni. Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino. La festa sarebbe presto incominciata. Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del suo incessante cambiamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che un'ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava minimamente. Limbo era il mondo degli Arcon ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui. Mentre camminava dietro al suo maestro, Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese, ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta. Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna delle Voci che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le

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montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò talmente lontano dal villaggio che gli uomini delle montagne riuscirono appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta. Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era una possente montagna. Poteva essere Mountoor, la montagna sacra. Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon. I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda. Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.» Così gli uomini lo condussero da Nicon. Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per ritornare da dove era fuggito. Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione. Non c’era posto per gente pigra nella gilda. Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono brevemente sottovoce e Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad

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altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo. L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio. Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri. Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia, conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove. Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza, ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando. Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate

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faticosamente alla memoria il giorno dopo, divennero una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino. Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava tre stranieri, un vecchio, un gigante Arenty e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Poi si erano seduti accanto al maestro e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato. Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda e si guardò intorno. L’accampamento era ancora immerso nel sonno e si udivano soltanto i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco da campo ormai diventato un letto di braci; stavano preparando il tè. Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate. «Perché non guardi dove metti i piedi!» Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere. «Ehi, mi ascolti?» Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla. «Ragazzo? Che ti succede?» «Scusami… Non ti ho vista arrivare.» Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la mano e si tirò su. «Grazie, e scusami ancora.» «Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»

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«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?» «Dalle terre dei laghi.» Per un momento gli occhi di Tzadik si soffermarono sul medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro. «Adesso devo tornare» disse lei. «Si, certo. Ci vediamo al campo.» In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di assimilare quello strano ed improvviso incontro; l’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.

“Occhi” di Charles Huxley

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CAPITOLO 8 Chiacchiere e un sorso di birra

Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande; gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare. Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai. «Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato. «Mi hai spaventato» ammise. «Ti sei messo comodo, vedo…» «Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.» «Non ne dubito. Sei davvero bravo.» Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento. «Io riesco a sorprenderti? Invece tu!» «Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita. «Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»

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«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio. «Lo hai incantato? Come?» «Ma quante domande, ragazzo. Mi stai facendo venir sete. È rimasta un po’ di quella birra?» Rivier si riempì il boccale. La birra era ormai diventata un brodo insapore, ma la buttò giù con gusto, poi si pulì la bocca con la manica della tunica e riprese a parlare. «Ieri notte gli ho mandato un sogno, un disegno abbastanza intricato e alquanto verosimile. Stamattina si è svegliato convinto di avere un grande amico di nome Rivier, compagno di avventure e uomo integerrimo, devoto naturalmente al divino Seidon. Quando ci è venuto incontro mi ha riconosciuto ed ha preteso che lo accompagnassi nella sua tenda. Forse sarebbe stata meglio la gogna. Non la finiva più di parlare… Perché non vai dalle guardie a chiedere di riempirti la brocca?» Mylo scosse la testa e non rispose. Afferrò la caraffa ed uscì nel paesaggio vespertino del primo margine della notte. Le due guardie Arenty di sua conoscenza stavano in piedi davanti al fuoco. Si avvicinò e chiese loro dell’altra birra. Quelli scattarono veloci per ubbidire all’ordine. Come potevano cambiare le cose con l’aiuto di un briciolo di magia, pensò Mylo mentre tornava verso la tenda con la brocca piena di birra schiumante. Per questo bisognava fare molta attenzione ad usarla. Era la prima regola del mago. Rivier si era accomodato sui alcuni cuscini, aveva acceso la pipa e guardava fuori, attraverso uno spiraglio nella tenda. Seguiva la scia della cometa Clessidra che segnava il passaggio di quella ventottesima stagione. E stagione dopo stagione passavano i cicli di Limbo, tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro. Montagne, valli e fiumi nascevano dallo strappo del sole azzurro, e nello stesso tempo il sole rosso fagocitava le terre in abbondanza. Un cerchio perfetto, un meccanismo troppo preciso per non accreditarlo ad una divinità. «Ecco la birra.» Mylo posò la caraffa sul tavolo accanto a Rivier. Il maestro se ne versò subito un boccale. «Da non credersi, ti pare?» domandò, bagnandosi le labbra. «Che cosa?»

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«La cometa. Precisa come un orologio.» «Un orologio? E cosa sarebbe?» «Lascia stare…» Rivier fece un gesto noncurante con la mano, poi proseguì. «Il crepitio invece, di quello mi va di parlare. Sei stato bravo a smorzarlo con quella tecnica, ma potresti fare meglio…» «Come?» Mylo si sporse in avanti, bramoso di conoscenza. «Non devi pensarci. Devi lasciare che l'incantesimo ti scivoli via dalle mani e dalla bocca. È la tensione che provoca il crepitio. Quando l'incantesimo è complesso diventa pressoché impossibile farne a meno, ma con quelli più semplici ti puoi allenare.» «Non devo pensarci? Ma se non ci penso non so più quello dico» obiettò Mylo. «È come se cercassi di ingannare te stesso, come se ti mentissi. La migliore bugia è quella alla quale crede anche il bugiardo, non ti pare? Ricorda, usare la magia è un po’ come barare.» Mylo rimase in silenzio, cercando di riordinare nella testa quelle nozioni. Il maestro si alzò dai guanciali in cui era sprofondato per sporgersi fuori dalla tenda, come se volesse controllare che nessuno si trovasse nei paraggi. Quando rientrò il suo tono era cambiato e la sua voce era diventata poco più di un sussurro. «Sembra che il nostro caro amico Tawares abbia voglia di mettere mano alle armi. Finalmente mi spiego questa adunanza nelle pianure.» «Che cosa vuoi dire?» Anche Mylo aveva abbassato la voce. «Sono diversi cicli che i Testimoni girano Limbo in lungo e in largo portando la parola di Seidon. In principio erano solo poche comunità, neanche armate, ma col tempo sono diventate delle vere e proprie guarnigioni. Si sono moltiplicate e organizzate, ma solo raramente si sono riunite come in questa occasione. Sembra che Tawares voglia sgominare una volta per tutte la Gilda di Nicon, e ha intenzione di usare ogni forza a sua disposizione per portare a termine l'impresa.» «La Gilda di Nicon? Gli eretici?» «Si. Conosco bene Nicon, e anche se non gli piaccio riconosco che è un uomo nobile. Ha le sue convinzioni ed io non desidero certo cambiargliele. Ma una cosa è certa; anche se Tawares potrà contare su

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un esercito molto più numeroso, non gli sarà facile sbaragliare la gilda. Nicon è un ottimo mago e con lui ce ne sono diversi capaci di manipolare gli elementi.» «E noi da che parte stiamo?» Mylo non fece niente per nascondere la sua confusione. «Noi stiamo dalla nostra parte, Mylo. Tawares è un uomo pericoloso. I Testimoni di Seidon stanno espandendo troppo il loro credo e ciò non è un bene per l'equilibrio di Limbo. Ricorda, l'equilibrio è tutto. Se Nicon cadrà, le ideologie Arcon penderanno inesorabilmente verso la mitologia classica. Ogni forma di magia sarà bandita e chissà cosa succederà poi. Magari a Tawares gli verrà in mente di fare guerra allo stesso Guardiano di Mountoor…» Il gigante della montagna sacra. Mylo ne aveva sentito parlare. La creatura più potente di Limbo, legata in qualche modo ai Misteri. Ma nella mitologia Arcon era visto come un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e per metà uccello. Il suo sguardo poteva pietrificarti e la sua voce portarti alla follia. «Allora dobbiamo avvertire la Gilda» esordì il ragazzo, preda di un’improvvisa illuminazione. «Esatto, ma temo che non riusciremo comunque ad evitare lo scontro. Gli uomini di Tawares tengono sotto controllo gli eretici. Sono accampati da qualche parte su queste piane ma non ha voluto rivelarmi l’esatta posizione. Potrei usare un incantesimo per scoprire dove sono, ma farebbe troppo rumore. L’unica alternativa è quella di uscire dal campo, ma la cosa potrebbe insospettire lo stesso Tawares. D’altronde non credo ci resti altra possibilità. Se la Gilda viene attaccata di sorpresa, le sorti dello scontro potrebbero volgere a favore dei Testimoni.» «Ma come facciamo ad allontanarci dal campo senza essere scoperti? I senza cuore non ci tengono più d’occhio, ma se ne stanno svegli tutta la notte, ed hanno sensi affilati, quelli!» A Mylo venne voglia d’imprecare, ma si trattenne. «Non preoccuparti. Riuscirò a schermare le nostre immagini. Un trucchetto che non attirerà molta attenzione.» Rivier strizzò l’occhio al ragazzo. Era deciso, quella notte sarebbero fuggiti.

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CAPITOLO 9 Nella Tenda di Nicon

Al termine di una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano in ogni direzione fin dove l’occhio si perdeva. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo apparentemente casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia. Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione, ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Aveva chiesto loro di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto più a lungo. Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda per dare il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e una volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava. Yumo, aiutato da Misar, iniziò a montare la tenda non distante da quella del capo della carovana, mentre Jade accendeva un piccolo fuoco. La Keeper non poté fare a meno di notare quel ragazzo in cui era inciampata quella mattina, adesso impegnato, in maniera un po’ maldestra, a sgrovigliare delle funi. Si trovava a pochi passi da lei. I loro occhi s’incrociarono ed entrambi pensarono che non era una

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semplice coincidenza, così Jade, sentendosi un po’ ridicola, attaccò a parlare. «Hai bisogno d’aiuto con quelle corde?» chiese. «No, grazie. Tutto a posto…» rispose Tzadik, continuando il suo lavoro. Ma la situazione lo aveva confuso e le funi si erano aggrovigliate ancora di più. Jade si avvicinò e lui gettò per terra la matassa di corda sbuffando. Poi tutti e due si misero a ridere. «Che imbranato che sono!» ammise sconsolato il ragazzo. «Ma no, che dici!» lo confortò lei. Ed insieme, in pochi istanti, disciolsero i nodi. «Sei una Keeper, vero?» la domanda gli era sorta d’impulso. Non ci aveva neanche pensato, si sentì irriverente, arrossì non riuscendo a capacitarsi del perché gli era uscita dalla bocca. Ma Jade non rimase né sorpresa né offesa. «Peggio di una lanterna nel buio, non credi?» rispose ridendo. «Che vuoi dire?» «Il gigante Arenty che non mi lascia sola un momento, il medaglione al collo… Come potrei passare inosservata?» «Beh, perché dovresti? I Keeper sono rispettati in tutte le terre.» «È vero, ma hanno anche loro dei nemici. Per questo viaggiano da soli, insieme ai loro protettori.» Jade si era riaccostata al suo fuoco e il ragazzo l’aveva seguita a due di passi di distanza. «Scusami, ma non ce la faccio proprio a resistere. So che non sono affari miei, ma perché siete venuti da Nicon? In tutta Limbo forse è lui l’unico che non vede di buon occhio i Keeper e le leggende della montagna sacra.» Tzadik conosceva bene l’inclinazione del proprio maestro. La Gilda rispettava i Keeper, perché erano Arcon e rappresentavano per ogni abitante di Limbo la speranza di un mondo nuovo, ma gli oggetti di famiglia erano legati agli affari degli Elenty e Nicon provava un odio profondo per i primigeni. Tzadik non conosceva ancora a fondo i Misteri e sentiva che gli mancava qualcosa per riuscire ad afferrare il senso di quel disegno. «Ho bisogno di conoscere i Misteri e nessuno meglio di lui può darmi le risposte che cerco.» Jade si sentiva stranamente tranquilla. Stava rivelando troppo a quel ragazzino? Beh, se anche fosse stato così,

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sentiva che poteva fidarsi. «Una Keeper che vuole conoscere i Misteri? Se Tawares lo venisse a sapere ti farebbe togliere l’oggetto.» A queste parole Jade fece un passo all’indietro afferrandosi il medaglione, ma quello che diceva Tzadik era vero. Per i Testimoni i Keeper erano dei santi, discendenti dei prescelti da Seidon per portare a compimento la grande missione. Ogni Keeper onorava il suo compito con la consapevolezza di essere parte della speranza del popolo Arcon. Quando il tempo dell’Emersione sarebbe giunto e gli oggetti fossero stati portati alla montagna sacra, le antiche città sarebbero tornate ed il mondo si sarebbe finalmente fermato. Chi credeva ai Misteri, da quanto ne sapeva lei, reputava tutta questa faccenda una grossa invenzione. «È vero quello che dici, ma ho bisogno di sapere…» La conversazione era terminata ed entrambi ne erano consapevoli. Rimasero ancora un po’ ad osservare i tizzoni del fuoco ardere di un rosso acceso, poi il ragazzo salutò la ragazza e se ne tornò alla sua tenda. Mentre le pianure si coloravano di ocra, Jade seppe che il settimo margine stava per finire. Presto Nicon l’avrebbe ricevuta. Tzadik non perse d’occhio per tutta la sera le due tende vicine alla sua. A destra c’era quella della ragazza, del vecchio e del gigante. Dietro, a una ventina di passi di distanza, si ergeva quella di Nicon. Nel campo c’era un gran movimento, ma quando arrivò l’ora di cena, tutti si ritirarono nelle loro tende, meno una decina di uomini che avevano il compito di rimanere di guardia. Nelle piane si aggiravano lupi, iene, e altre creature poco amichevoli, ed era sempre meglio rimanere all’erta. Il ragazzo si era sentito subito attratto dalla Keeper, ma non per una questione prettamente fisica. Entrambi si trovavo in quella fase dell'adolescenza in cui i tumulti emozionali erano una norma, ma tra di loro sembrava esserci qualcos’altro. Era la stessa sensazione che aveva sentito quella notte in cui aveva sognato Nicon che chiedeva il suo aiuto, sotto la montagna sacra. Quel sogno aveva stravolto la sua intera esistenza ed era certo che, se avesse ascoltato nuovamente la sua voce interiore, si sarebbe presto cacciato in una altro bel guaio. Nell’oscurità rischiarata a tratti dai falò del campo, Tzadik vide i tre

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stranieri uscire dalla tenda e approssimarsi a quella del capo della gilda. Le guardie parlarono a bassa voce con la ragazza, poi scostarono le falde che nascondevano l’entrata lasciandoli passare. Il ragazzo si mosse veloce come un gatto. Disse ai suoi compagni di tenda, allievi come lui, che aveva bisogno di un po’ d’aria, e sgattaiolò di soppiatto oltre la visuale delle guardie. Aggirò la tenda in cui era entrata la ragazza, seguita dal vecchio e dal gigante, e si accasciò in un angolo d’ombra dal quale avrebbe potuto origliare indisturbato. Si sentì in imbarazzo solo per un momento, poi le persone all’interno incominciarono a parlare e lui fece del suo meglio per non farsi sfuggire nemmeno una parola. «Vorrei innanzitutto ringraziarti per la tua ospitalità. I tuoi uomini sono molto gentili con noi.» Era la voce della ragazza, riconoscibilissima. «È quello che ci si aspetta, no?» Nicon non perse tempo a manifestare la propria posizione. I Keeper erano ben voluti nella Gilda, ma a lui non piacevano. «Non c’è bisogno di essere scortesi…» era il vecchio che stava parlando. «Sappiamo che a voi non interessa il compito dei Keeper, ma se siamo venuti a cercarvi e a chiedere il vostro consiglio è perché crediamo che voi siate la persona giusta per parlare di certe cose.» Dal silenzio che era calato improvvisamente Tzadik intuì che il maestro era rimasto colpito dall’intervento di quell’uomo. «Ebbene, parlate allora. Come posso aiutarvi?» La ragazza continuò. «Recentemente ho avuto in consegna da mio padre l’oggetto di famiglia, il medaglione che porto al collo. Già prima che il passaggio fosse compiuto avvertivo qualcosa di strano, una presenza legata all’oggetto. Misar, fedele compagno di mio padre, mi ha poi rivelato che non era la prima volta che succedeva; anche mio padre aveva avvertito una presenza strana, legata al medaglione. Dal giorno in cui lo indosso, il volto deforme di un uomo tormenta i miei sogni, e più di una volta ho avvertito il tocco di un’energia aliena, distante ed incredibilmente potente. Le storie dei Keeper nella mitologia Arcon non parlano di cose del genere. Noi crediamo che questa presenza abbia a che fare con i Misteri.» Il volto deforme di un uomo? Chi era quest’uomo? Tzadik accostò

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l’orecchio alla tenda, rischiando d’inciampare e di rivelare la sua presenza. «Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Attenta ragazza, l’ignoranza è la migliore amica delle persone semplici. Potresti rimpiangere certe conoscenze.» «Non ho paura di sapere quello che credi tu. So farmi le mie idee e comportarmi di conseguenza, ma spero di riuscire a far finire i sogni, o almeno a capire da dove provengono.» «Va bene, ti dirò la verità, perché ragazza, sei libera di pensarla come vuoi, ma ricordati…» la pausa enfatizzò le parole di Nicon, «…quella che ti sto per rivelare è la sola verità.» Ancora una pausa, poi il maestro tornò a parlare. «Probabilmente è l’inizio di un nuovo corso, perciò forse è bene incoraggiarlo. La presenza che tu senti dentro l’oggetto è l’Elenty a cui esso è legato. Che io sappia non è mai successo che un Keeper riuscisse a sentirla, ma forse sei una ragazza sensibile, o più probabilmente l’Elenty in questione è molto potente. Per quanto incredibile vi possa sembrare, Limbo non è stato creato da Seidon. Seidon, per quanto ne so io, potrebbe anche non esistere. Limbo è la creazione degli Elenty, i primigeni. Essi, per scampare alla distruzione del loro mondo, crearono un luogo di attesa, un mondo fittizio in cui risiedere fino al giorno dell’Emersione. Se quel giorno arriverà, le essenze vitali degli Elenty, racchiuse negli oggetti di famiglia, lasceranno Limbo attraverso la montagna sacra. Niente città sepolte, nessun miracolo divino. Quando gli Elenty lasceranno questo mondo, Limbo non servirà più al loro scopo, perciò verrà distrutto.» Le ultime parole di Nicon fecero fatica a prendere significato nella testa di Tzadik. Non ebbe neanche il tempo di reagire. Il maestro tornò a parlare. «Avrete sentito parlare della magia, ma è probabile che nessuno di voi sappia che cosa sia. La magia esiste perché il mondo in cui viviamo è imperfetto, ed è imperfetto perché è stato creato dagli Elenty. Gli Elenty non sono dei, ma sono uomini come noi, e per quanto possano essere saggi e capaci, il mondo che hanno creato presenta dei difetti. È attraverso questi difetti che il mago manipola gli elementi…»

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Tzadik avvertì il tipico crepitio che anticipava un incantesimo. Il suo maestro stava dando una dimostrazione delle sue conoscenze magiche. Si augurò che anche lui presto sarebbe stato capace di manipolare la realtà. Non ne poteva più degli esercizi fisici e della spada. Perso in questo pensiero, non si accorse che il lembo di tenda al quale era accostato si era sollevato. Era stata la magia di Nicon a rivelare la presenza del ragazzo. «Come vedete può risultare molto utile conoscere qualche trucchetto. Il mondo è pieno di topastri ficcanaso.» Le parole del maestro trafissero Tzadik peggio di uno stiletto. Fece due passi dentro la tenda, anche se non aveva ben chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Si sentiva gli occhi della ragazza addosso e il sangue che gli pompava in testa. Che figuraccia, pensò. Ma in quel momento due guardie entrarono nella tenda e l’attenzione degli astanti fu immediatamente distolta. Nicon si voltò verso i due uomini chiedendo le ragioni di quell’improvvisa intrusione. Uno dei due parlò. «Due persone si sono avvicinate al campo; un uomo anziano ed un ragazzo.» «Chi sono?» la domanda di Nicon era incalzante. «Il vecchio dice di chiamarsi Rivier, il ragazzo invece Mylo. Dicono di avere delle informazioni importanti.» «Offriteli ospitalità e dite loro che li raggiungerò al più presto, appena avrò finito con queste persone» ordinò il capo della gilda. Ma i due uomini rimasero fermi. Parlò il secondo, questa volta. «Il vecchio sembrava impaziente di comunicare il messaggio. Ci ha detto che è una questione di vita o di morte.» Nicon sbuffò. Era irritato e non aveva premura di nasconderlo. «Va bene allora! Fateli venire qui!» Nel frattempo Tzadik era rimasto immobile, in attesa di conoscere il suo destino. Un affronto del genere poteva costare l’espulsione dalla gilda, ma il maestro non sembrò badare a lui. Si mise a camminare avanti e indietro nella tenda, in attesa che questi due nuovi misteriosi personaggi facessero il loro ingresso. La ragazza e i suoi amici rimasero in silenzio, anche loro in attesa. Tzadik non sapeva cosa gli sarebbe

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aspettato, ma di una cosa era certo: la sua voce interiore lo aveva cacciato in un altro guaio. Nel momento in cui Rivier fece il suo ingresso, preceduto dalle due guardie, Nicon scartò di lato ed estrasse la sua spada. Nei suoi occhi baluginò un lampo d’odio. Tra i denti sibilò le parole: «Tu, qui!» Jade indietreggiò e Yumo le si piazzò davanti. Il gigante estrasse l’ascia, pronto a colpire. Le guardie si fecero di lato ed estrassero anche loro le armi. Nella tenda le fiamme delle lanterne sembravano si fossero smorzate da sole. Un manto d’ombra calò improvvisamente sulla scena. «Che succede?» domandò Misar rivolto al capo della gilda. Rivier si era fermato davanti all’ingresso, con Mylo accanto. Teneva le mani alzate in segno di resa, e sul suo volto placido gli si era dipinto un sorriso. Nicon però non ci badò. «Che ci fai tu qui?» domandò, rimanendo in guardia con la spada. «È una questione importante, Arcon. Meglio che abbassi quella lama.» Anche Mylo rimase sorpreso da quelle parole. Non erano state pronunciate dalla voce del maestro Rivier, ma da una potenza che trascendeva la sua stessa immaginazione. Si voltò e vide il vecchio illuminarsi, un riverbero dorato che si spanse attraverso la tenda, scacciando le ombre. Tzadik era rimasto a bocca aperta, Jade era paralizzata, mentre Misar mormorava tra sé una preghiera a Seidon. Nicon invece rimase al suo posto, ma la spada si abbassò da sola e lui non fu capace di trattenerla. Yumo fu l’unico a rimanere impassibile, l’ascia pronta a scattare. «La gilda è in pericolo. Tra due giorni al massimo il vostro manipolo verrò attaccato di sorpresa dai Testimoni di Seidon, non una semplice guarnigione, ma l’intero esercito guidato dal primo ministro Tawares in persona. Non è necessario avercela con noi. Portiamo solo il messaggio…» La luminescenza si abbassò. L’ombra tornò e poi si dissolse. Le luci nella tenda erano ritornate a fare il loro dovere, ma ancora nessuno si muoveva. Tutti sembravano attendere la reazione di Nicon. «E perché dovrei credere alle parole di un Elenty?» Il mistero era stato svelato. I presenti ci erano quasi arrivati da soli, ma quelle parole avevano distolto totalmente il velo. Quel vecchio era un

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Elenty, un primigenio, una delle creature più antiche di Limbo. «Nicon, conosco la tua visione e so cosa pensi degli Elenty, ma so anche che sei un Arcon saggio e dai buoni propositi. Se Tawares sgomina la gilda, e ti assicuro che con gli uomini che ha raccolto al suo seguito riuscirà sicuramente a sconfiggervi, sarà un male per tutti. Le credenze degli Arcon prenderanno il sopravvento. Tawares cova in segreto una follia: distruggere il Guardiano di Mountoor. Questo significherebbe la fine di Limbo.» «Perché mai farebbe una sciocchezza simile?» domandò Nicon, incredulo. «Lui crede che egli sia un demone al servizio di Kyos e che una volta rimosso arriverà il tempo dell’Emersione, i Keeper potranno recapitare gli oggetti sacri alla montagna e le antiche città torneranno dagli abissi. Sai bene che è tutta un’illusione…» Nicon annuì, ma non disse niente. Rivier continuò a parlare. «Se il gigante viene debellato, ed è comunque molto difficile che questo accada, più nessuno proteggerà Limbo dai demoni provenienti dagli altri mondi. Il Guardiano, come sai, non è solo uno strumento legato all’Emersione, ma è anche il custode del portale esterno…» Rivier disse molte altre cose, ma i tre ragazzi, che si erano finalmente incontrati, non riuscirono a comprendere quasi nulla. In quella tenda si stavano prendendo delle grandi decisioni. Un pericolo gravava su Limbo, strani meccanismi erano stati innescati. Jade, Tzadik e Mylo, tutti e tre, capirono una cosa all’istante; in quella tenda le loro vite si erano intersecate, perché un disegno stava prendendo forma. Poi Jade si accasciò per terra. Nicon e Rivier smisero di parlare, entrambi sorpresi dall’evento. Misar e Yumo si chinarono sul corpo della giovane Keeper. Respirava ancora, ma era appena un alito di vita...

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CAPITOLO 10 Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Il vecchio si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata. Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon, avvertimento che lui avrebbe volentieri ignorato, ma qualcosa gli diceva che il primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto non avesse alcun interesse per il destino di un Keeper, Nicon rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato. Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza, adesso invece era convinto che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare. «L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi. «Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.» «Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i

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Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. » Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza. «Perché ce l’hai con lui?» «Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.» «Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza. «Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza. Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo; gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagli infimi progetti dei Primigeni. Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile. «Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito, anche se il mare distava molti giorni di marcia dalle Pianure del Vespro. «Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade, non degnando Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte. «Sono laggiù?» domandò. Mylo si schiarì la voce. «Si…» fu tutto quello che disse. Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò a non prestargli attenzione. Presto sarebbero giunte le tenebre, ma di notte i Testimoni non avrebbero attaccato la carovana.

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Manipolando gli elementi, gli uomini di Nicon potevano usare il buio a loro vantaggio. Se ci sarebbe stata una battaglia, li aspettava il giorno dopo. Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio, mentre Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda. L’Elenty appoggiò i palmi sul petto di Jade che si alzava ed abbassava lentamente, evitando accuratamente di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a richiamare la magia con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura, un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno. «Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto. «Dimmi…» domandò. «Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare. «Devi rimuovere il medaglione» disse. Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto dal collo di Jade. «Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» lo incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato. Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato, invece non

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successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile. Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che a Misar parvero durare interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi. «Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto alla gola. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava ancora una risposta. «Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…» La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto. «È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola. «Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano. «Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare. «Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase. «Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso... o forse solamente un uomo. «Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…» «Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì e tornò a guardare negli occhi la ragazza. «Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per

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averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.» «Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione. «Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così; ma è inutile che provi a spiegarvi. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.» «Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto. «È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di eresia e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione. «Non posso decidere per te, ragazza. Capisco benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, scomparendo velocemente nelle ombre del primo margine della notte. Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere l'inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

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“Abisso” di Charles Huxley

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato. «Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda. «Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»

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«Cosa vuoi dire?» «Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…» Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito. «Sawar…» sussurrò l’Arcon. «Proprio lui» annuì Rivier. Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità; bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco, rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo, ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio un istante. Rivier ed il suo allievo riconobbero il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse... Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo si chiamava, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo. Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

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CAPITOLO 11 La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento, riponendo tende e vettovaglie su alcuni cavalli da soma. Si sarebbe divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne, e in caso di attacco avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni di Seidon inducendoli ad una ritirata. Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico. «Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere o no alle sue parole, anche se tutti erano ormai sicuri di una cosa; lo scontro era inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo, ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione, pronti allo scontro. «Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper. Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inattesa domanda. «Meglio…» riuscì a dire, ma la sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi, Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e

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tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva, ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte. «Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce. «Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto. «Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…» «In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza. «Non dirò niente…» «È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla, ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale. «Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta, non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano

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ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi. «Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà insieme a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.» Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina. Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle, eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda. I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra, solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago, voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico; l’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo. Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon, uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello

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schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi. Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento. Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato. «Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena. Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni. Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti i suoi membri. “Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza, altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il

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vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa sarà la morte.” Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò. «Cosa rispondete, uomini?» chiese. E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia, i cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio. Gli incantesimi vennero lanciati e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo ed accecati da stupide menzogne. Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, evocati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio. Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario, una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari, il resto rimase impresso nella sua memoria come una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi metallici.

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Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino. Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che battaglia ed esercitazioni erano due cose completamente diverse. Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata, poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti si ritrovarono di nuovo faccia a faccia. Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, per poi perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse… Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta rocce e guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.

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La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra. La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina. Nicon ordinò di serrare le righe, volgendo le spalle ai loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era augurato Rivier. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto. «Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano vicino, l’apprendista Mylo e il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente, ancora pochi istanti e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon. «Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria. Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

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CAPITOLO 12 La notte improvvisa

La Torre Galleggiante sovrastava il campo di battaglia, con le sue rocce appuntite, i bassi torrioni merlati e il grande bastione centrale. Dalla finestra più alta un uomo guardava estasiato le scene di violenza che prendevano luogo più sotto. Esseri deformi fatti di pietra e gesso azzannavano e stritolavano gli Arcon dei due schieramenti, che nella peggiore delle ipotesi si erano uniti per combattere il nemico comune. I Testimoni di Seidon cadevano al fianco dei cavalieri della Gilda, divenuti improvvisamente fratelli di spada davanti alla follia omicida dell’Elenty corrotto. Davinia si stringeva al suo amante e guardava oltre il mare di corpi maciullati. Avvertì l’eccitazione del suo compagno e avrebbe voluto approfittarne, ma in quei momenti Sawar non voleva essere assolutamente disturbato. Rimase vicino a lui, stringendosi ancora più addosso, accarezzandolo nelle parti intime. L’avrebbe avuto più tardi, quando tutto si sarebbe concluso e le urla sarebbero cessate. Ma qualcosa colse la sua attenzione. Un gruppetto distaccato, un gigante Arenty, quattro cavalieri ed un mago impegnato in un complicato incantesimo. Indicò la scena al suo compagno, lo sentì irrigidirsi, maledire Limbo per l’ennesima volta. «Fai atterrare subito la torre!» ordinò ad Ekaron, che aveva il compito di guidare l’assurda magione volante. La struttura cominciò a muoversi verso il basso. Era un’operazione non facile ma necessaria, perché Sawar aveva intuito la natura dell’incantesimo di quel mago. Rivier, maledetto lui, pensò. Evocò una sfera di fuoco e la scagliò verso il basso. Tre cavalieri vennero arsi vivi. L’Elenty riuscì a sentirsi un po’ meglio, poi le pareti del bastione incominciarono a tremare. «Che succede?» domandò Davinia. Vide i suoi occhi riempirsi di collera. «Ci sa fare con la roccia quel dannato Elenty! Dobbiamo uscire di qui.

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Tra poco crollerà tutto quanto!» le rispose. «Ekaron?» chiese. «Se riuscirà a farla atterrare prima che crolli tutto forse avrà una possibilità di salvezza… Andiamo!» Le due figure si proiettarono fuori dalla finestra, un volo in caduta libera rallentato da alcune parole in lingua Bit. Un attimo dopo, proprio nel momento in cui la struttura volante toccava terra, il bastione centrale si sbriciolò. La battaglia continuava ad infuriare poco distante dal luogo in cui la torre era atterrata. Nicon sapeva che le spade non erano di grande aiuto contro golem e gargoyle, almeno che non si ricoprissero di uno strato magico; poche parole per alterare la struttura della lama e permetterle di penetrare la roccia come fosse burro. Per questo motivo il terreno attorno al capo della Gilda era ricoperto di arti mutilati e pezzi di gesso. Ma non tutti i cavalieri potevano avvalersi di un simile vantaggio. Le belve erano centinaia e avevano già apportato enormi perdite nelle file dei Testimoni. Lo stesso Tawares era stato gravemente ferito ed un piccolo distaccamento dell’esercito aveva ripiegato verso le montagne, cercando di portare in salvo il proprio capo. I Testimoni di Seidon combattevano con onore, ma non avevano molte speranze. Sawar e Davinia avevano intanto raggiunto la terra ferma. Gli scontri continuavano sempre più cruenti a pochi passi da loro, ma all’Elenty corrotto non interessavano. Era la ragazza che voleva e per raggiungerla avrebbe dovuto aggirare l’intero campo di battaglia ed affrontare quel dannato Rivier. Richiamò una decina delle sue belve. Lui e Davinia montarono in groppa a due di queste e si lanciarono al galoppo aggirando il luogo dello scontro. Presto si ritrovarono davanti al gigante Arenty, che col suo corpo faceva scudo a Jade. Per la ragazza la scena che seguì ebbe il sapore di un deja-vu, innescato probabilmente dai suoi recenti incubi. Yumo ingaggiò un feroce combattimento con le belve che gli si gettarono contro. Spaccò zampe e teste di pietra, coprendo ogni breccia, parandosi di fronte ai suoi compagni come un muro insormontabile. Mylo e Tzadik erano pronti a dargli manforte, ma entrambi si rendevano conto che non sarebbero durati molto contro quelle creature. Più dietro Rivier doveva ancora riprendersi dal

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tremendo incantesimo che aveva proferito. Il potere al quale aveva attinto lo aveva prosciugato, e adesso riusciva a stento a rimanere in piedi. Yumo lottò come una macchia da guerra. L’ascia perdette il filo ma continuò a spaccare, perché la forza impressa dall’Arenty era a dir poco devastante, ma le belve erano troppe. Sawar aspettava che cadesse. Fermo sulla sua cavalcatura, Davinia al suo fianco, si compiaceva di quello scontro impari. I muscoli del gigante erano ormai ricoperti di tagli, il volto deformato da contusioni, il sangue scorreva copioso da molte ferite. Eppure continuava a lottare, perché era nato per quello; proteggere l’oggetto di famiglia, ad ogni costo. Cadde in ginocchio, ma continuò a ruotare l’ascia. Recise un’altra testa di gesso, poi bocche zannute afferrarono e strapparono le carni del braccio che teneva l’arma. Cadde questa volta senza speranza e non riuscì più a muoversi. Forse udì l’urlo di disperazione di Jade, prima di chiudere definitivamente gli occhi su Limbo. Con Yumo fuori gioco resistere diventava inutile. La ragazza Keeper afferrò il medaglione. Forse poteva ancora salvare gli altri. Che senso aveva continuare a lottare... Il suo sguardo si perse nella distanza, dove gli uomini continuavano a combattere e a morire, per ragioni che forse non avevano alcun significato. I Misteri, le leggende, Seidon, la montagna sacra… Che senso aveva tutto ciò. «È solo questo che vuoi!» urlò la ragazza, rivolta all’uomo dei suoi incubi. Lo aveva riconosciuto subito; il volto scarno, gli occhi ricolmi di follia. Sawar… «Prendilo allora, e lasciaci in pace!» In risposta udì una risata agghiacciante. Misar le appoggiò una mano sulla spalla. Quel gesto significava che gli era vicino, che avrebbe combattuto per lei, che avrebbe assecondato le sue scelte. Anche Mylo e Tzadik, i due ragazzi che conosceva solo da un paio di giorni, le si fecero appresso. «E dovrei rinunciare a vederti dilaniare dalle mie care bestiole?» replicò l’Elenty sogghignando. Poi la luce cambiò. Le variazioni di luminosità erano comuni nelle pianure del vespro, ma tutti si accorsero che c’era qualcosa di diverso in quello strano abbassamento di luce. I colori divennero smorti, le ombre

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sbiadirono. Jade volse lo sguardo al cielo. Istintivamente lo fecero anche gli altri, i compagni che le stavano accanto, Rivier qualche passo più indietro, stanco a tal punto da non riuscire neanche a camminare, i cavalieri che non erano impegnati a lottare. Gli stessi Sawar e Davinia non riuscirono a resistere a una strana sensazione. Guardarono in su e il loro cuore si fermò per un attimo. Il sole si stava oscurando; era finalmente giunto il tempo dell’Emersione. L’eclisse che segnava l’avvento del grande cambiamento, come dicevano le leggende degli Arcon e confermavano i Misteri, era incominciata. Il Guardiano della montagna sacra era pronto ad accettare i sacri oggetti, dopo di che sarebbe stato l'inizio di una nuova era. «Non posso crederci…» mormorò Sawar, forse il più meravigliato di tutti. Il volto di Davinia era bianco come la luna e quasi perdette il controllo della sua cavalcatura. Infine Rivier, l’altro Elenty presente sul campo da battaglia. Adesso stava in piedi, con lo sguardo puntato sul sole che lentamente veniva oscurato. Gli erano ritornate le forze. Incredulo ripeté. «È arrivata…». Mentre per i tre Elenty, che tanto avevano atteso quel momento, il tempo sembrava essersi fermato, un uomo spronò il suo cavallo oltre le belve che lo braccavano. Nicon era il suo nome. Non credeva alle leggende Arcon e ripudiava gli affari degli Elenty, per questi motivi si mosse veloce verso il nemico. Nei suoi occhi brillava un desiderio di vendetta. Molti dei suoi compagni giacevano riversi al suolo, dilaniati da quelle assurde statue animate. Sawar guardava ancora l’astro oscurarsi quando la lama di Nicon gli trapassò il petto. Un colpo alle spalle, forse non onorevole, ma poteva considerarsi decoroso il modo in cui l’Elenty corrotto mieteva le sue vittime? Davinia urlò ancora prima del suo compagno. Un fiotto di sangue fuoriuscì dalla bocca di Sawar. Ruotò gli occhi, si accasciò sulla cavalcatura, l’elsa della spada gli spuntava da sotto la scapola. Allora Davinia fu rapida ad afferrare le sue redini e a lanciarsi al galoppo attraverso le praterie. Cavalcò spedita attingendo alla magia che conosceva. Nicon la inseguì per finire il lavoro, ma presto venne

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distanziato. Davinia pianse mentre cavalcava, perché il suo era comunque amore, anche se distorto, come distorta era tutta quella storia, fatta di impulsi elettrici e prigioni dorate. Sawar giaceva riverso sul dorso del gargoyle, trafitto dalla spada dell’Arcon. Lei lo teneva aggrappato con un semplice incantesimo. Pregò che fosse ancora vivo, anche se non sapeva chi stava pregando. Non aveva mai creduto in Dio, né prima né dopo Limbo, ma si ritrovò a pregarlo. Per la prima volta da quando era diventata una mera sequenza di codici binari dubitò della sua non esistenza. «Ti prego, fai che viva!» urlò alle praterie del vespro. Nel cielo il sole era diventato un disco nero.

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CAPITOLO 13 La non-scelta

Il fuoco scoppiettava ma non metteva allegria. La notte era calata sulle praterie, ma i cavalieri continuavano a morire. Le belve non rispondevano più al loro capo, ma continuavano la loro missione di morte. Nicon, in piedi davanti al fuoco, guardava dentro le tenebre in direzione del campo di battaglia. Un urlo portato dal vento si alzò nel silenzio di morte. Poteva essere un suo compagno, oppure un Testimone di Seidon, poco importava; un altro Arcon moriva per la follia dell’Elenty corrotto. Sperava con tutto sé stesso di averlo infilzato per bene, ma qualcosa gli diceva che Sawar era ancora vivo. Erano rimasti pochi. Erano rimasti loro, perché anche nelle rappresentazioni fittizie il destino gioca le sue carte. La fine di Limbo si avvicinava, o forse si trattava di un nuovo inizio. Ognuno di loro sapeva di essere il tassello di quel disegno. Dopo che Davinia si era allontanata insieme al suo amante, il capo della Gilda era tornato dalla ragazza Keeper e dagli altri. La battaglia infuriava a una cinquantina di passi di distanza, ma l’eclisse aveva gettato un’ombra sul campo. Tornare a combattere era una follia, ma Nicon non se la sentiva di abbandonare i suoi compagni. «Non andare…» lo ammonì Rivier. L’Arcon gli rivolse uno sguardo carico d’odio. «Taci Elenty!» rispose. E spronò il cavallo verso la battaglia. Ma in quel momento due cavalieri della Gilda sbucarono dalle ombre. Uno di loro era ferito. «Signore, sei ancora vivo! Pensavamo di averti perduto!» disse uno. «Non c’è più niente da fare laggiù. Quei dannati mostri riescono a vedere anche al buio…» aggiunse il secondo cavaliere, tenendosi un braccio sanguinante. Così si erano allontanati rapidamente dal campo di battaglia, anche se si trovavano ancora sulle pianure. Le montagne distavano una mezza giornata di viaggio; le avrebbero raggiunte il giorno seguente, per poi

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proseguire in direzione della montagna sacra. Tutto ormai convergeva laggiù. Avevano montato due tende, quella della ragazza Keeper e quella del mago. Le avrebbero divise insieme ai tre uomini della gilda superstiti e al ragazzo di nome Tzadik. I due cavalieri si chiamavano Amhed e Lagoon. Il secondo, quello ferito, era stato medicato dallo stesso Nicon dopo essersi accampati. Sedeva adesso vicino al fuoco insieme al resto della compagnia. «Che succederà adesso?» domandò la ragazza. Passarono alcuni istanti. Nessuno sembrava volere rispondere a quella domanda. Fu Rivier a rompere il silenzio. L’Elenty aveva recuperato parte delle forze, ma l’eclisse lo aveva cambiato. Mylo era stato il primo ad accorgersene. D’improvviso era come se riuscisse a leggergli negli occhi tutti i cicli della sua longeva esistenza. «Dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Devi consegnare l’oggetto, come ti è stato incaricato.» «Ma se le leggende degli Arcon sono solo delle novelle per bambini, che importanza può avere ormai?» «Infatti, vecchio! Che importanza può avere ormai!» Era la voce di Nicon, carica di rabbia. Con lunghe falcate si avvicinò agli altri. Allora Rivier si alzò in piedi e a tutti sembrò diverso. Lo stesso Nicon provò compassione per lo stregone. C’era una strana rassegnazione nel suo sguardo. Gli Arcon non erano in grado di capire quello che il vecchio stava passando, ma riuscirono lo stesso ad intuire la mole del suo dramma. «Avete ragione, non ha nessuna importanza per voi Arcon. Non c’è nessuna ragione per la quale dovreste fare quello che vi è stato ordinato di fare. In realtà non esiste una ragione neanche per gli Elenty, perché anche noi siamo stati ingannati. Siamo tutti sulla stessa barca, una barca di nome Limbo, una barca che presto affonderà. «Eppure non trovo alcun motivo logico per rimanere inerte. L’esistenza di Limbo volge inesorabilmente verso questo evento. L’eclisse ha innescato dei meccanismi che porteranno un cambiamento, forse non in questo mondo, ma sicuramente in un altro. Vi chiedo di fidarvi di me? Ebbene si, vi chiedo questo. È il disegno che ci è stato cucito addosso,

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chiamatelo pure destino se vi va. Non esiste nessun altro motivo. «Le vite che dimorano negli oggetti di famiglia vivranno ancora, in un mondo apparentemente più di reale di questo, una realtà fatta di atomi e non di impulsi, ma forse capiranno che la vita può evolversi sotto molte forme, e malgrado tutto anche quelle degli Arcon sono esistenze che valgono la pena di essere vissute. «Noi non possiamo chiedere a queste entità che lasceranno il nostro mondo di salvarci, ma forse sono la nostra unica possibilità di salvezza. Per questo dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Per questo tu, Jade figlia di Ethan, consegnerai il medaglione al Guardiano di Mountoor, e tu Nicon combatterai nuovamente Sawar, come è scritto nei sogni del tuo allievo. Si, egli è ancora vivo e non vede l’ora di vendicarsi. Farà tutto ciò che è in suo potere per sabotare l’Emersione. Noi saremo là ad attenderlo.» Nicon strinse i pugni e maledisse per l’ennesima volta l’Elenty corrotto. Lo stregone diceva che era ancora vivo, ed era difficile non credergli. Guardò i suoi due uomini, tutto ciò che rimaneva della gilda, insieme al ragazzo. L’avrebbero seguito ovunque, ma nei loro occhi lesse il desiderio di accompagnare lo stregone e gli altri. Le decisioni della gilda erano sempre unanimi. «E sia» sussurrò, volgendo nuovamente le spalle al fuoco. Altre grida si alzarono dall’oscurità. Li aspettava una lunga notte… «Tornerà la luce?» domandò Mylo. Dall’avvento dell’eclisse i cieli di Limbo non si erano ancora rischiarati, ma ormai era già incominciato il primo margine della notte. «Non ne sono certo» rispose Rivier, «ma credo che tornerà. L’eclisse è durata quasi un intero margine, e poi è arrivata la notte. Immagino che domani il sole ritornerà a splendere, ma è tutto molto incerto. Non so davvero cosa aspettarmi…» «Non sarà facile muoversi verso la montagna sacra nell’oscurità. Ci potremo impiegare un’intera stagione, se i miei calcoli non sono errati.» Era stato uno dei due cavalieri a parlare, Lagoon. «Potremo sempre attingere a qualche espediente magico, ma forse daremo troppo nell’occhio» ribatté Mylo. «Potrebbe essere pericoloso» ammonì Rivier. «Sawar non è l’unico

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pazzo in circolazione, ricordatelo, è solo il più pericoloso. Ci sono diversi Elenty che non apprezzano quello che sta per accadere, e poi naturalmente ci muoveremo attraverso le zone selvagge, abitate da bizzarri Arenty. Ma il tempo gioca a nostro sfavore, non c'è dubbio. Dobbiamo raggiungere Mountoor il più velocemente possibile...» «Le lande del disordine... Siamo certi di voler passare di laggiù?» chiese Amhed, guardando il mago. «Non abbiamo scelta...» rispose secco Rivier. «Che cosa sono?» domandò Jade. «Si estendono per molti giorni di viaggio attorno alla montagna sacra. Le abitano i Troll delle sabbie e altre assurde creature. Ci sono passato una volta, e se ne parlo posso considerarmi fortunato.» Il cavaliere scosse la testa, riattizzò il fuoco e cambiò posizione. Per quella sera nessuno aveva più voglia di parlare. Il gruppo organizzò i turni di guardia e si preparò per la notte. Non vennero disturbati, anche se le urla dei morenti tormentarono i loro sonni fino allo spuntare delle prime luci del nuovo giorno. L’eclisse era terminata.

“Capitolo 13” di Charles Huxley

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LIBRO SECONDO

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CAPITOLO 14 I Veggenti di Mnemonia

«Riesci a vedere anche tu quello che vedo io?» «Sono le navi dei Veggenti, non è vero Mila?» La donna annuì col capo ma non disse nulla. Si erano arrampicati su uno degli alberi-montagna che spiccavano alti sopra la foresta, giganti dalle alte chiome con piccole foglie di forma allungata che assumevano le più impensabili sfumature, dal verde mare al bronzo, passando per il giallo più intenso. Spesso venivano usati dalle comunità Rednakes come rifugi. L’ombra proiettata da due enormi vascelli volanti si muoveva lentamente verso di loro. Quando le navi furono esattamente sopra le loro teste, il sole si nascose e smise di abbagliarli, così furono in grado di scorgere i particolari dello scafo, gli intagli pregiati nel legno magico e la forma inconsueta del timone. «Dove vanno?» domandò Ryo, che all’apparenza sembrava solo un ragazzo. La verità però era un’altra, e neanche i suoi amici più cari potevano immaginarla. «Non lo so…» rispose Druge, il fiero guerriero immortale. «Portano gli aggiornamenti…» spiegò Mila, incapace di distogliere lo sguardo dalla meraviglia che li sovrastava. «Escono da Mnemonia solamente di rado ed esclusivamente per portare le novità di Limbo agli archivi della Biblioteca Volante.» «Non credi che la loro apparizione abbia in qualche modo a che fare con l’eclisse?» chiese il giovane Ryo. «Può darsi, ma non ne sono sicura» rispose la donna Elenty. «E comunque vanno nella direzione opposta alla nostra. Mountoor si trova dall’altra parte» concluse, indicando le montagne alla loro sinistra. All’indomani del segnale che preannunciava l’Emersione, i tre amici si erano subito messi in viaggio verso la montagna sacra. Da diverse stagioni vivevano appartati nella foresta, nei pressi di un’antica quercia nella quale si nascondeva l’oracolo di Kyos, il fratello di Seidon che gli Arcon consideravano responsabile di tutti i loro guai. Molti cicli prima

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alcuni Elenty, dopo aver scoperto l’inganno dei Frame, avevano incominciato a studiare la struttura di Limbo in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dalla consultazione degli oracoli. Il loro funzionamento era simile a quello delle colonne delle voci, ma servivano esclusivamente per attingere alla conoscenza del mondo. I semplici Arcon non erano in grado di sondarli in profondità, ma gli Elenty erano riusciti col tempo ad aggirare le protezioni e a oltrepassare gli accessi proibiti. In questo modo molti di loro erano venuti a conoscenza dei segreti dell'immortalità e avevano imparato ad usare la magia. Lo studio di queste “bocche divine” poteva schiudere ancora moltissimi misteri e per questo motivo gli Elenty e gli Arcon più evoluti continuavano a consultarle «La montagna può aspettare…» affermò Druge. Gli occhi gli brillavano della brama di conoscenza e Mila rimase stupita da quella reazione. Tra di loro correva un vincolo molto più forte dell’amicizia. Insieme avevano viaggiato attraverso Limbo per numerosi cicli, fidandosi ciecamente l’uno dell’altra, rincuorandosi a vicenda nei momenti più cupi. Solo così erano riusciti a non farsi corrompere dagli inganni di quell’esistenza fittizia. Eppure Mila sapeva quanto impazientemente Druge avesse atteso il momento dell’Emersione, forse più di qualsiasi altro Elenty. Il fatto che la sua curiosità lo portasse a rallentare la loro marcia verso la montagna sacra, la meravigliava e in qualche modo tranquillizzava. Mila infatti conservava nel cuore un antico timore, sbiadito attraverso le stagioni trascorse accanto al suo amore, e quella paura le sussurrava un’assurda verità: Druge non era un Elenty e perciò non gli sarebbe stato permesso di uscire da Limbo. «Mila, mi hai sentito?» «Perdonami amore, avevo la testa fra le nuvole…» «Abbiamo poco tempo, se vogliamo riuscire ad arrampicarci sugli scafi. Unendo i nostri canti forse riusciremo a sollevarci fino a raggiungere quel timone. Poi potremo salire facilmente oltre la balaustra…» spiegò il guerriero. «Si, e cosa diciamo ai Veggenti, che ci serviva un passaggio e ci siamo accomodati?» chiese Ryo con una punta di sarcasmo. «Ci penseremo appena saremo sopra…» e con una scrollata di spalle

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Druge liquidò la questione. Subito i tre sillabarono le parole in Bit di un complicato incantesimo. Il crepitio li avvolse e i loro corpi iniziarono a sollevarsi oltre l’immensa chioma dell’albero-montagna. Rompere le regole di gravità di quel mondo non era difficile, il problema era il controllo. Solo i maghi più potenti erano capaci di volare a loro piacimento. Per un attimo Mila temette che non sarebbero riusciti a guadagnare il timone della seconda nave, poi Druge, rischiando di mettere in pericolo tutti quanti, ruppe l’incantesimo e artigliò l’aria cercando una presa. Riuscì ad afferrare l’appendice dello scafo e ad issare tutti quanti sopra il timone. I tre ripreso fiato, sorrisero, poi iniziarono ad arrampicarsi, mentre gli alberi della foresta scorrevano a diverse centinaia di passi sotto di loro. Con l’aiuto delle sue possenti braccia, Druge riuscì a sporgere il capo oltre la balaustra, gettando rapidamente uno sguardo sul ponte della nave. Nessuno era in vista così incitò i suoi compagni a seguirlo, e un attimo più tardi si ritrovarono tutti e tre sul vascello. Il mondo ai loro piedi aveva assunto una strana colorazione, come se un filtro fosse stato adagiato tra la terra ed il cielo e colorasse tutto d’argento ed oro. Mila e Ryo rimasero esterrefatti dalla visione, ma Druge non perse d’occhio il ponte, la mano salda attorno all’elsa della spada che gli pendeva dal fianco sinistro. Con movimenti fluidi e veloci, una colonna di uomini avvolti in sottili tuniche blu aggirò l’albero maestro precipitandosi verso il gruppetto di clandestini. Druge ebbe l’impressione che fossero spuntati dal nulla. Si disposero silenziosamente in semicerchio di fronte a loro, dodici in totale, andando ad occupare buona parte del ponte di poppa. Erano minuti, smilzi e le tuniche provviste di cappuccio celavano i loro lineamenti. Anche le mani, consorte dentro le ampie maniche della veste, erano nascoste alla vista dei tre. «Qualche idea?» chiese Ryo, con un mezzo sorriso. Druge lo fulminò con lo sguardo, fece per muoversi di un passo verso i Veggenti, ma si arrestò quando si accorse che Mila lo aveva preceduto. «Perdonate la nostra intrusione, ma il recente evento che ha annunciato l’avvento dell’Emersione ci ha scossi molto. Non abbiamo potuto fare a meno di pensare che il vostro passaggio sia in qualche modo connesso con la passata eclisse, per questo motivo…»

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«…vi siete intrufolati sulla nostra nave?» la interruppe una voce sibilante che proveniva dal centro del cuneo di uomini. Mila perse il filo del discorso, pensò velocemente a qualcos’altro da aggiungere ma rimase in silenzio, conscia di non avere una scusa plausibile. Allora fu Druge a parlare. «Proprio così, e se per voi è un problema risolvere la questione civilmente, sarei lieto di farlo in maniera più movimentata…» disse il guerriero, accarezzando il pomo della spada. «Povero Arcon…» rise la solita voce, ma prima che Druge si risentisse dell’affronto aggiunse: «ma non è assolutamente nostra intenzione contrastarvi. Diteci semplicemente quello che volete e cercheremo di soddisfare le vostre richieste, dopo di che vi riporteremo a terra.» I tre amici rimasero interdetti, leggermente sorpresi da quella reazione. Ancora non erano sicuri di chi stesse parlando, e a Mila le venne la bizzarra idea che forse quella che sentivano era la voce di tutti e dodici i Veggenti, che agivano come un’entità unica. Gli uomini intonacati rimanevano completamente immobili e anche le loro vesti parevano ingannare il programma “vento” che sferzava sul ponte della nave. «Potete dirci qualcosa sull’Emersione? È davvero giunto il momento tanto atteso?» chiese la donna Elenty. «Beh, sembrerebbe così» risposero i Veggenti. «Quindi la vostra uscita da Mnemonia non ha nulla a che fare con l’eclisse?» aggiunse Druge, cercando di contenere la sua impazienza. «In qualche modo si. Portiamo gli aggiornamenti anche se siamo decisamente in anticipo. Il motivo è semplice; l’eclisse ha scatenato una serie di eventi che richiederanno tutti i supporti di memoria a nostra disposizione. Abbiamo svuotato le cartelle, compresso i dati, selezionato gli eventi più importanti e adesso stiamo portando tutto quanto alla biblioteca. Ci aspetta un grande lavoro al nostro ritorno.» «Sei riuscita a capirci qualcosa Mila?» chiese Druge, guardando negli occhi la sua amante. «Credo di si, e credo anche che stiamo perdendo tempo.» «Proprio così» affermarono i Veggenti, con un una nota sarcastica nella voce. Druge sentiva che c’era qualcosa che non andava, che non stavano

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dicendo tutto quello che c’era da dire. Druge era un guerriero immortale, un Elenty primogenito, anche se in passato la stessa Mila aveva messo in dubbio la sua vera identità. Attraverso i cicli aveva sviluppato una straordinaria capacità di discernere il falso dal vero, una tecnica mentale paragonabile alla sua abilità di spadaccino, e anche per questo i Veggenti non lo videro arrivare. Si lasciò guidare dal suo intuito, balzò come un felino sul penultimo uomo sulla destra, e anche se la voce che era di tutti e dodici proveniva dal centro del cuneo, Druge sentì che quella era la figura che catalizzava le menti dell'intero gruppo. Con estrema precisione descrisse un fendente che andò a fermarsi a un paio di centimetri dalla gola dell’uomo. Poi tirò fuori la sua voce più feroce e allo stesso tempo persuasiva: «Non vi credo, ma vi concedo un’altra possibilità.» Il silenzio era rotto solo dal vento che scuoteva le vele del vascello. Ryo aveva estratto la sua spada, ma era rimasto immobile accanto a Mila, che si fidava del suo amante anche se non riusciva ad abituarsi alla sua impulsività. «Mio caro Arcon, anche se ti dicessi il resto non capiresti un bel niente» affermò la voce dei Veggenti, ricolma di ironia. «Io non sono un Arcon!» urlò di rimando Druge, e Mila pensò che era sul punto di esplodere. Invece trattenne la mano e rimase in attesa. «Forza, tocca a te adesso. Mostraglielo, è giunto il momento.» La voce si rivolgeva al giovane Ryo, che alzò la testa e spalancò gli occhi come se si risvegliasse da un sogno. Lasciò cadere la spada che rotolò rumorosamente sul ponte della nave. Solo in quel momento Druge e Mila compresero che i Veggenti si erano rivolti al loro compagno. «Che significa?» provò a chiedere la donna Elenty. «Lo vedrai…» risposero all'unisono i Veggenti. Ryo si mosse verso l’amico di spada, allungò una mano e afferrò gentilmente la sua spalla. Druge non ebbe il tempo di reagire. Percepì un flusso caldo percorrergli il corpo, non proprio doloroso ma di cattivo gusto. Si voltò di scatto, pronto a sferrare un colpo al suo amico, invece rimase immobile, esterrefatto, incapace di respirare. Di fronte a lui non c’era più Ryo, il giovane guerriero che per innumerevoli stagioni aveva combattuto al suo fianco. Vi era invece l’identica copia di Druge,

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l’immagine specchiata del guerriero immortale che si era sempre creduto un Elenty, una persona vera prigioniera di un mondo fasullo, non una catena artefatta di codici binari. Ma gli Elenty, per la loro natura unica, non potevano essere replicati.

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CAPITOLO 15 Un destino non ancora scritto

Le navi ripreso la rotta verso la Biblioteca Volante, leggiadre veleggiavano nel cielo come aquiloni, silenziose sparivano nella distanza, tra le nuvole ed i riflessi porporini dei cieli di Limbo. I tre erano stati riportati a terra, su un promontorio smeraldino puntellato di viole e di narcisi, e nel discendere verso valle si potevano scorgere alcuni ulivi antichi, anche se non potevano dirsi davvero antichi perché tutto il paesaggio era un mero disegno digitale insensibile al tempo. Druge guardò la sua compagna Mila e vi lesse nello sguardo sgomento e rassegnazione. Poi si volse verso il suo gemello che era stato Ryo, amico e compagno di spada. «Chi diavolo è?» chiese, rivolto alla donna. «Un Framemaker» rispose lei, con la voce rotta da un irrefrenabile senso di disperazione. «Ce li misero a nostra insaputa per copiare le informazioni digitali di noi Elenty e conservarle allo stato “puro”. Per non rischiare il rigetto d’identità, i Framemaker, una volta trasformatisi nella copia identica del soggetto, si allontanavano velocemente dalla vittima prendendo poi la forma di un prezioso monile. È così che furono creati gli oggetti di famiglia, quelli che gli Arcon venerano quali artefatti del loro dio Seidon.» I due uomini si fronteggiavano, identici come un’immagine riflessa in uno specchio. Era praticamente impossibile distinguere il vero Druge dal falso se il loro modo di comportarsi non fosse stato cosi diverso. Il primo era in preda alla confusione e alla rabbia mentre il secondo sembrava accettare mestamente quella bizzarra situazione, come se una parte della personalità di Ryo fosse ancora in controllo del programma. Questo però Mila non avrebbe saputo spiegarlo... «Il rigetto d’identità avviene istintivamente in un Elenty» continuò la donna. «Trattandosi di un’entità unica, non può sopportare la presenza di una gemella. Gli Arcon furono creati ad immagine e somiglianza degli Elenty, ma vennero alterati alcuni loro codici vitali per evitare il

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rigetto. I Framemaker però erano in grado di acquisire l’entità digitale e in un secondo tempo trasformarsi nella copia esatta dell’Elenty in una forma “congelata”, racchiusa dentro un oggetto. In questo modo l’Elenty non poteva sentire la presenza del suo doppione. Se parlo al passato è perché, a quanto sapevo, i Framemaker terminarono il loro lavoro di copiatura al termine del primo ciclo di Limbo, e credevo che non ne esistessero più…» Druge avvicinò la mano all’elsa della spada, guidato dall’idea ingannevole che se si fosse convinto di essere in preda ad un rigetto d’identità, forse poteva ancora dirsi un Elenty. Come se avesse letto i suoi pensieri, il gemello fece il suo stesso gesto. “Che stupido”, pensò allora l’Arcon. “Non posso continuare ad ingannarmi. Io non provo nulla per questo uomo…” «Non sapevo che i Framemaker potessero copiare anche gli Arcon. Credo che Ryo avesse una missione da compiere, come hanno detto i Veggenti, ed era quella di rivelare la tua vera natura… » proseguì Mila. «Ma tutto ciò è molto strano…» «Perché?» chiese Druge, continuando a fronteggiare la sua copia. «Perché a quanto ne so il disegno di Limbo fu chiuso molto prima della fine del primo ciclo, ed allora nessuno poteva sapere che gli Elenty, né tanto meno gli Arcon, sarebbero diventati immortali.» «Che significa?» Lei allora gli afferrò un braccio chiedendogli di guardarla. «Druge, amore mio, adesso mi è finalmente chiaro il motivo per il quale non riesci ad afferrare completamente il senso di Limbo. In passato ho temuto più volte che tu potessi essere un Arcon, non perché non ti saresti meritato il mio amore, ma semplicemente perché non avrei più potuto sperare in una vita diversa, fuori da questa prigione, insieme a te. Credevo che il tempo avesse eroso i tuoi ricordi, come la pioggia fa con la roccia, eppure tu mi parlavi dei sogni che facevi e di luoghi che ho visto soltanto fuori da Limbo. Ma adesso non m’importa più. Non voglio uscire, non m’interessa l’Emersione, voglio rimanere qui insieme a te, per sempre…» Lui le cinse la vita e la tirò a se baciandola, riversando nella sua bocca tutta l’energia del suo amore, tutto il calore della sua passione.

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«Tu devi uscire Mila! È il tuo destino…» disse lui, stringendola più forte. «No, non m'importa...» La donna non riuscì a trattenere le lacrime, combattuta dal desiderio di rivedere la luce del sole, quello vero, ed il bisogno di stare accanto all’uomo che amava. «Cosa volevano dire le tue parole? Cos’è che non capisci?» domandò Druge, cercando di distrarla dalla tempesta di emozioni che la scuotevano. Mila respirò piano, riacquistò la calma e provò a spiegare all’Arcon, con parole semplici, quale erano le ragioni dei suoi dubbi. «Ryo è nato dopo…» «Che vuoi dire?» «I Framemaker avevano una missione ben precisa. Furono introdotti all’inizio per copiare gli Elenty presenti in Limbo. Una volta terminate le loro missioni, questi si trasformavano negli oggetti sacri di Seidon. Per ogni Elenty vi era un Framemaker, né uno di più né uno di meno. I Framemaker non erano in grado di rinascere. Erano Arcon creati nel disegno primordiale di Limbo. Ma la missione di Ryo era un’altra; rivelare la tua vera natura. I Veggenti sapevano… Questo può voler dire solamente una cosa, che qualcuno è ancora capace di alterare il disegno di Limbo dall’esterno… » «Vuoi dire che c’è ancora un carceriere vivo?» «Credo di si…» Il settimo margine sfumò in quel momento, la luna sgusciò fuori dall’orizzonte e la cometa clessidra brillò violentemente della sua luce azzurra, alla fine del primo quarto di cielo. Da qualche parte un antico mago guidava un gruppo di uomini e una ragazza verso Mountoor, la montagna sacra in cui si diceva si nascondesse un demone, mentre in una grotta sulla spiaggia del mare infinito, una donna pregava per la vita del suo amore. Quella donna era Davinia, maga suprema e compagna di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

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CAPITOLO 16 Davinia

Davinia osservava il movimento delle onde cercando di decifrarne la costante, il valore attorno al quale il programma casualità riusciva a ricreare quel movimento continuo ed apparentemente diverso ad ogni riflusso. Dipanare il velo di Limbo la faceva stare meglio, o forse peggio, non sapeva neanche più lei. Quando venne a conoscenza dell’inganno dei Frame, molti cicli prima, come altri Elenty si era sentita tradita e aveva cercato di sedare questa sua rabbia disprezzando il mondo di cui era prigioniera. Rivelare le sua falsità le dava una strana soddisfazione, ma col tempo questo stupido gioco percettivo era degenerato in una sorta di una pratica masochista, perché la verità che si celava dietro le mille bugie di Limbo faceva sempre male. Annoiata da quello stupido gioco, smise di contare le onde e si perse nell’orizzonte vago del mare infinito, un programma obsoleto che si basava sul vecchio gioco dello specchio riflesso. I Sewolf, le creature che li avevano ospitati presso le loro sgargianti grotte sotto le scogliere, veneravano e temevano il grande oceano, ma lei sapeva bene che non c’era niente da temere laggiù, a parte forse i Divoratori di Rimorsi, alle porte di Mnemonia. Molte stagioni prima la torre galleggiante del suo compagno si era avvicinata alla breccia che conduceva dentro quel misterioso luogo in cui veniva registrato ogni singolo evento di Limbo, ma i Veggenti avevano intimato loro di fermarsi. Sawar era un tipo risoluto ma non avventato. Lasciò quei luoghi fuori dal tempo, al largo dell’oceano, e decise di non farvi più ritorno. In effetti non c’era nulla laggiù che potesse interessargli. Il settimo margine stava per terminare. Erano passati tre giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro e dall’eclisse che aveva annunciato l’Emersione. La ferita di Sawar aveva smesso di sanguinare, ma l’Elenty era debole e non ancora cosciente. I Sewolf li avevano accolti con freddezza, ma non avevano rifiutato loro un aiuto che sarebbe risultato vitale. Le loro caverne, disseminate di ogni sorta di cristalli, formavano

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spettacolari volte multicolori. Non erano dei semplici LAS, i programmi struttura che componevano il paesaggio di Limbo, ma luoghi molto speciali che avevano il potere di rigenerare i programmi vita, ricostruendo pezzo per pezzo, dato per dato, le entità digitali. Il corpo di Sawar era stato adagiato su un letto di quarzi rosati che pulsavano come se fossero vivi. I Sewolf conoscevano lo stregone e la sua compagna, sapevano il male che avevano causato, eppure li avevano condotti senza esitazione attraverso i tunnel segreti della loro città sotterranea, fino al cuore di roccia di quel luogo incantato. Per quale motivo avevano fatto tutto ciò? La domanda assillava Davinia. L’immortalità l’aveva resa impassibile alle emozioni, ma gli eventi degli ultimi giorni l’avevano fatta sentire come non si era sentita da molto tempo. Era come se si fosse riappropriata di una parte della sua umanità perduta. Lussuria, ricerca sfrenata del piacere, curiosità, sfida, caos, quelli erano stati i suoi interessi per un tempo tremendamente lungo. Anche l’amore sincero che provava per il suo compagno era degenerato in un gioco di perversioni, falso quanto il mondo di cui entrambi erano prigionieri. Ma forse il loro inappagamento non aveva niente a che fare con Limbo… avvertì una sensazione di vuoto, di paura. La visione di quell’orizzonte cangiante le aveva fatto venire la nausea. Sarebbe rientrata per vedere come stava. Non era ancora riuscita a riconnettersi con lui. L’aveva cercato nella stanze nelle quali amavano entrambi perdersi durante i loro giochi erotici, sfuggenti intercapedini della struttura di Limbo. Laggiù non c’era. La lama di Nicon aveva colpito in profondità, tranciando la maggior parte dei codici vitali che permettevano la sopravvivenza di un’entità digitale. Sawar viveva ancora in frammenti, ma al momento non si trovava in alcun luogo, altrimenti lei sarebbe riuscita a trovarlo. Volse le spalle al mare e si diresse verso l’entrata delle caverne. In quel momento una figura massiccia, vagamente umanoide e ricoperta da una folta pelliccia dai riflessi bluastri, le venne incontro. Si chiamava GurNath ed era il capo della comunità di Sewolf che avevano offerto loro aiuto. Portava una grossa spada al fianco, forgiata da lui stesso. Era risaputo che quelle creature fossero degli esperti fabbri e costruissero

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armi bellissime e micidiali. «Ancora nessun segno?» domandò lei, alludendo al suo compagno. Lui la guardò dall’alto verso il basso, con fierezza, nonostante riconoscesse il potere che albergava dentro la donna Elenty. «No, e non credo che ve ne saranno nei prossimi giorni» rispose lui con voce asciutta. «Che vuoi dire, pelle blu?» Era un modo dispregiativo per rivolgersi ai Sewolf. Nonostante il tumulto emozionale di cui era vittima, Davinia sentiva il bisogno di continuare ad interpretare il suo ruolo di incantatrice senza pietà. «I cristalli hanno bisogno del loro tempo e la rigenerazione non avviene in maniera costante. Inoltre l’uomo, oltre ad essere gravemente ferito, è anche un mago molto potente.» «E questo cosa significa?» «I cristalli lavorano ancora più lentamente con i soggetti più anziani, e il tuo compagno sembra aver vissuto una vita ben più lunga del normale.» Ma certo, che stupida, pensò Davinia. Lei era forse l’Elenty che meglio conosceva il sistema con cui era stato edificato Limbo. Aveva lavorato per tre anni nella rete di Hope, l’associazione che aveva sviluppato il progetto. L’Arcon dalla pelliccia blu non avrebbe mai capito, ma esisteva una ragione ben precisa per la quale le creature più vecchie avevano bisogno di più tempo per rigenerarsi. Ogni essere vivente di Limbo non era altro che un programma, definito da una catena più o meno lunga di impulsi. Nel sistema questa sorta di equazione andava a riempire i dischi di memoria-vita. Le esperienze di vita allungavano questa catena, appesantendo il programma. La quantità di informazioni digitali che rappresentava l'entità di Sawar, con tutte le sue conoscenze e le esperienze accumulate durante i dodici cicli di permanenza in Limbo, doveva occupare una larga porzione di quei dischi. I cristalli lavoravano sull’intero programma vivente, per questo necessitavano di molto più tempo del normale per riuscire a ripristinare gli impulsi tranciati. «Passerò ugualmente a vederlo…» disse lei, dirigendosi verso le grotte. Gur-Nath rimase immobile ad osservare il mare. «Lo ami, vero?» chiese.

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Davinia si sentì avvampare. Si fermò voltandosi, pronta a colpire l’Arcon alle spalle e a punirlo per la sua sfacciataggine. Invece rimase aggrappata a quella domanda. «Non sono affari tua…» rispose. Tornò sui suoi passi e scomparve tra le ombre delle caverne. Le onde continuavano a ritirarsi seguendo un ritmo preciso, falsamente casuale. Un tuono brontolò lontano e una musica d’archi lo seguì da presso. Gur-Nath sorrise e ascoltò estasiato quel nuovo canto di Limbo, mentre il settimo margine sfumava nella notte.

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CAPITOLO 17 Il Vampiro di Limbo

L’unità di controllo aveva fatto partire il programma di deframmentazione, anche se il tempo non era quello giusto. Solo un evento eccezionale era in grado di rompere il ciclo impostato dall'ultimo programmatore. Wirlock sentì ricomporsi la sua anima, ancora una volta… No, non era un comune Elenty. Era una specie d'inganno, un’ombra, o come amava raffigurarsi anche attraverso l’avatar che indossava… un vampiro. Il vampiro di Limbo. Aprì gli occhi, li mosse lentamente verso una delle quattro finestre di vetro spesso che davano sui fondali del mare infinito. La luce nella Guglia era soffusa, un riverbero turchese che proveniva dalla plancia di controllo. Fuori le ombre degli enormi squali a guardia della torre passavano con intermittenza davanti alle vetrate, creature guizzanti, gigantesche e letali con il compito di proteggere il segreto più indicibile. Il corpo di Wirlock era adagiato dentro a un cofano di ebano, nero come le notti sul fondo dell'oceano. L’aveva disegnato lui, perché la letteratura vampiresca era stata una delle sue passioni adolescenziali. Ricacciò per l’ennesima volta il senso di colpa che ad ogni risveglio tornava puntualmente a tormentarlo. Aveva ingannato i suoi compagni che come lui credevano nel progetto Limbo. Gli altri sette della Guglia si erano lasciati morire, come da patto, dopo la fine del primo ciclo. Limbo sembrava procedere nel migliore dei modi, nonostante gli Elenty ribelli, ma gli altri programmatori confidavano nel grande disegno e nell’equilibrio delle molteplici parti. Era una teoria affascinante, ma Wirlock sentiva un'irrefrenabile bisogno di avere tutto sotto controllo. In gioco vi era la testimonianza della razza umana, dopotutto… Le informazioni incominciarono a riversarsi nella sua coscienza digitale ancor prima che il suo corpo riuscisse ad alzarsi da quel giaciglio di vampiro. Non riusciva a crederci. Il tempo era giunto. L’eclisse aveva annunciato l’avvento dell’Emersione… Provò a muovere un dito ma ci

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riuscì appena. Cercò di contenere il tumulto che lo invadeva. Doveva dare al programma il tempo di fare il suo lavoro, dopo di che avrebbe preso in mano la situazione e guidato il grande progetto Limbo verso un trionfale successo. Qualcuno era fuori. Qualcuno era sopravvissuto, o si era evoluto, o forse una nuova forma di intelligenza aveva scoperto il segreto della Rete di Hope. Il programma di estrazione delle entità digitali era stato innescato. L’umanità poteva ancora salvarsi… Sbatté violentemente le palpebre e riuscì a sollevare di qualche centimetro la testa. Le fauci spalancate di uno squalo gli sorrisero da oltre una vetrata. C’era qualcosa che non andava. Il suo avatar era immobile ma la sua mente poteva già viaggiare dentro il telaio di quel mondo virtuale che lui, forse più di ogni altro, conosceva come le sue tasche. Proiettò la sua vista interiore sopra Mountoor; la gente si stava già radunando attorno alla montagna sacra. Arcon, Arenty e qualche Elenty immortale, provenienti da ogni angolo di Limbo, si erano accampati attorno alla base della gigantesca montagna, dimora del Guardiano del portale. Nessuno ovviamente osava avvicinarsi, perché tutti temevano il gigante. Seguendo il programma per il quale era stato disegnato, egli avrebbe mandato un segno che ogni Keeper avrebbe riconosciuto. Solo allora il rituale per la trasmigrazione sarebbe incominciato... Wirlock poteva intuire la perplessità che aleggiava tra la gente. Vi erano alcuni Arcon che auspicavano l’inizio di un nuovo mondo, altri che invece erano scettici e si trovavano lì solo per curiosità. Un gruppo di Elenty rimaneva appartato cercando di non dare troppo nell'occhio, forse per timore dei Testimoni di Seidon, anche se dei religiosi non vi era traccia. Vi erano anche dei Keeper con i loro oggetti sacri. Vagavano confusi alla ricerca di consigli, seguiti a vista dai loro protettori. Quasi tutti erano convinti che il Guardiano sarebbe apparso una volta che tutti gli oggetti sacri avessero raggiunto il luogo. Nel frattempo molte tribù Arcon si davano ai festeggiamenti. Ancora una volta Wirlock si mosse nel reticolato di quel mondo digitale. Vide il guardiano dormire il grande sonno, nella sua caverna dentro al cuore della montagna, e la cosa lo disturbò alquanto. L’eclisse

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avrebbe dovuto svegliarlo, invece… E poi il disegno presentava una serie di zone d’ombra. Impossibile capirne i dettagli, era solo una sensazione. C’era qualcosa che non andava, tutto qui… Doveva muoversi. Doveva raggiungere Mnemonia al più presto, ma la mente non sarebbe bastata. Aveva bisogno di riappropriarsi del suo avatar, uscire dalla Guglia ed addentrarsi nel mondo dei ricordi, per capire il corso degli eventi e dipanare il velo da ogni mistero. Quel bisogno lo tormentava, lo divorava. Una mano, quella destra… Adesso poteva muoverla. Un altro giorno e finalmente il programma avrebbe ripristinato totalmente la sua entità digitale. Laggiù, nei fondali del mare infinito, dove una torre di giada svettava solitaria circondata da dodici squali, l’ultimo programmatore del progetto Limbo attendeva il suo risveglio.

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CAPITOLO 18 Draugur

Proseguivano in silenzio verso l’unico luogo plausibile, perché era impossibile ignorare il segnale che preannunciava l’Emersione. Nonostante le ultime rivelazioni e l’incertezza di quel destino ambiguo che penzolava inesorabilmente sulle loro teste, la donna Elenty e il guerriero Arcon procedevano lungo il sentiero in direzione di Mountdoor, due pedine di un gioco troppo complesso per poter essere compreso a pieno. Era così che si sentivano entrambi, eppure erano esseri immortali, capaci di grandi cose. Qualsiasi Arcon, nel percepire il potere che emanavano, al loro passaggio avrebbe chinato la testa in segno di rispetto. Malgrado ciò, Mila e Druge si sentivano piccoli ed incapaci di riprendere in mano le redini delle loro vite. Seguivano il richiamo della montagna sacra covando la vana speranza che una volta raggiunta tutto si sarebbe chiarito. Un inganno, niente più. Entrambi sapevano che oltre il velo dei misteri di Limbo ne esisteva un altro, e poi un altro ancora… L’Arcon che era stato Ryo e che adesso aveva assunto le sembianze dell’amico Druge, li seguiva a qualche metro di distanza. I due amanti si domandavano cosa pensasse, quale fosse il suo compito e se fosse giusto portarselo dietro come una specie di animale domestico. Quell’uomo era tale e quale a Druge, e solo nel momento della sua creazione, avvenuta il giorno prima a bordo della nave dei Veggenti, aveva incominciato a distinguersi dal suo gemello. Perché la scissione di un’esistenza divide il corso di un solo destino in due distinte direzioni. Il sentiero procedeva dentro un folto boschetto di abeti di basso fusto. Si udivano i rumori degli animali che si tenevano ben nascosti nella fitta selva, ma a Mila venne l’idea bizzarra che quei leggeri scalpiccii e quei trillanti richiami d’uccello non fossero altro che la colonna sonora di quel paesaggio, e che in realtà non appartenessero ad alcun animale. Poi si sentì stupida a cercare di discernere il reale dentro un mondo come

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Limbo. Sentiva il bisogno di distrarsi, di non pesare. Cercò un pretesto per cogliere l’attenzione di Druge, che procedeva sicuro alcuni metri davanti a lei, ma inciampò nel solito argomento, quello che il guerriero Arcon voleva in tutti i modi evitare. «Che senso ha ormai?» La domanda era un pensiero ad alta voce. Druge la ignorò e continuò a camminare. La donna pensò che non l’avesse sentita e lasciò perdere. «Voglio uscire da questo bosco prima dell’inizio del prossimo margine» disse lui, chiudendo ogni spiraglio. Mila ritrasse le lacrime che le salivano agli occhi, si volse verso il gemello che camminava dietro di lei, la testa china e il passo sicuro, identico in tutto e per tutto a quello del suo amore, poi tornò a guardare avanti. Un vento tiepido, profumato di sale, le accarezzò la faccia. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ricordando il mare, quello vero, ma una lieve crepa nel programma che le faceva odorare il salmastro la fece arrestare. Spalancò gli occhi, i nervi tesi come quelli di un animale braccato. Mila aveva fiutato un pericolo antico e vicinissimo. «Fermati!» disse. Druge avvertì la tensione nella voce della donna. Restò immobile e sfoderò la spada. Per risposta ebbe il medesimo gesto dal parte del gemello. Il rumore del sottobosco era cessato, si sentiva adesso solo il vento che muoveva dolcemente le punte dei sempreverdi. Uno spicchio di luce illuminava a giorno il sentiero, ma tutto attorno nella foresta dimoravano le ombre più cupe. La temperatura calò d’improvviso, la luce cambiò, assumendo una tonalità azzurrina. Mila e Druge si guardarono negli occhi cercando la conferma delle reciproche intuizioni. Entrambi sapevano che cosa li stava braccando. La donna disegnò con la bocca il labiale di una parola che metteva i brividi nel cuore di ogni Arcon: Draugur, gli spettri di Limbo. Quando il sistema non riusciva a cancellare del tutto un’entità digitale, restava una scia distorta, una creatura rarefatta capace di alterare pericolosamente la struttura di Limbo e di prendere possesso delle altre entità digitali. Di solito questa scia rimaneva vincolata ad un luogo ben preciso, in questo caso la foresta. Mila sapeva bene di cosa si trattava. Ne aveva visti di luoghi assurdi nella sua immortale esistenza.

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“Draugur” di GM Willo

Solamente il Sole Rosso era capace di cancellare definitivamente questi programmi difettosi. Attinse velocemente alle sue conoscenze di maga, mentre i due guerrieri gemelli le si stringevano attorno. Lo spettro era veloce, impalpabile. Poteva colpirli da un momento all’altro, gettarsi come un’ombra dalle chiome degli abeti vicini, emergere da sotto i loro piedi come una pianta assassina, oppure apparire d’improvviso alle loro spalle e colpirli nel profondo, appropriandosi dei loro impulsi vitali. Mila bisbigliò velocemente una frase in Bit, si udì distintamente il crepitio nell’aria, mentre attorno ai tre incominciò a consolidarsi una parete di luce. L’istante dopo i due guerrieri e la donna si ritrovarono dentro una teca di energia protettiva, ma la temperatura continuava a calare, unico segnale della presenza dello spettro.

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«Riesci a vederlo?» domandò allora Druge. «No, ma credo sia molto vicino…» rispose la donna, la cui concentrazione era in parte destinata a tenere insieme l’incantesimo della teca protettiva. «Dobbiamo uscire da questa foresta…» concluse il guerriero. «Posso muovere la protezione, ma devo rimanere immobile e concentrata» spiegò Mila. «Ti porteremo noi. Forza!» Così i tre si rimisero in marcia, lentamente. Druge teneva la sua donna tra le braccia, mentre l’Arcon che era stato Ryo faceva da apri strada, la spada in pugno. La teca magica si muoveva con loro, lasciando fuori per il momento la creatura invisibile che li braccava. Percorsero un centinaio di metri ad una lentezza insopportabile. Nessuno di tre aveva idea di quanto fosse grande quel bosco, e soprattutto nessuno poteva sapere fino a dove lo spettro poteva spingersi. Il freddo continuava ad avvolgerli, rimanendo però costante. Druge pensò che la creatura dovesse trovarsi da qualche parte sopra di loro, in attesa di trovare una breccia per poterli colpire. Continuarono ad avanzare un po’ più rapidamente, perché il potere di Mila si stava pian piano esaurendo. Il Draugur non li mollava, invisibile, impercepibile se non per quello strano sbalzo di temperatura. «Mila, quanto tempo abbiamo?» domandò il guerriero Arcon che la teneva stretta tra le braccia. Lei aprì gli occhi ma rimase concentrata. Riuscì a sussurrare un paio di parole soltanto: «Non molto…» Druge guardò il gemello. I due non avevano bisogno di frasi per capirsi. Erano come due gocce d’acqua, in tutto e per tutto. «Adesso ti metto a terra» disse, sempre rivolto alla donna. «Riduci la protezione alla tua persona, mi hai capito?» «No!» provò a dire lei, ma l’uomo le avvicinò dolcemente l’indice alle labbra. «È la nostra unica possibilità…» spiegò lui. «Non è vero. Posso tenere la protezione ancora per un po’. Forse lo spettro ci lascerà andare…» replicò lei con un filo di voce. «Adesso!» ordinò Druge, implorandola con lo sguardo. Allora Mila, incapace di resistere a quella supplica d’amore, chiuse

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nuovamente gli occhi. Le pareti della teca si restrinsero, lasciando fuori i due guerrieri Arcon, spalle contro spalle, in attesa del gelido tocco del loro avversario. «Sai quello che devi fare, vero?» domandò Druge al gemello. «Certo. Dopotutto io sono te» rispose lui. Un urlo di dolore o forse di disperazione si alzò sopra la foresta. La maga Elenty rimase immobile, sforzandosi di tenere gli occhi chiusi. Non doveva guardare, lo sapeva bene. A volte gli inganni sono solo nella nostra mente… Udì altri rumori, gli schianti del metallo sul metallo, gli stridii delle lame delle spade, gli aliti d’aria dei fendenti, lo scalpiccio degli stivali sul terreno, ed infine un grido e un rantolo di morte. Il silenzio. L’attesa… «Mila?» Una voce la chiamava. Di chi era quella voce? Di sicuro non era quella dello spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli. Era la voce di Druge, quello ancora vivo. Ma quale dei due? «Mila, apri gli occhi…» La donna interruppe l’incantesimo e la teca s’infranse come una bolla di sapone, poi guardò. Davanti a lei c’era Druge, il suo amore. A pochi metri di distanza, riverso in una pozza di sangue, c’era Druge, il suo amore. «Chi sei?» domandò la donna. «Che importanza ha ormai...» rispose lui. Poi la tirò a sé e la baciò.

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CAPITOLO 19 Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce l'altra, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici volte aveva attraversato Limbo, scandendo il tempo di quello strano mondo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo. Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero, poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo. Le fiamme si alzarono allegre rincuorando subito gli animi dei due innamorati. «Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero. «Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco. «L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, ma si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità

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digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo. «Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò. «Che vuoi dire?» «Diventare te per salvarti dal Draugur…» Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…» Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare a lungo il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie in pratiche magiche. Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero conosciuto. Dopo quello che era successo, non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.

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“Sentiero” di GM Willo

Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto sufficiente a permettergli di continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica, e nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino. I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava il dio degli Arcon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici appartenenti all'ordine religioso. Mila invece sfoggiava con disinvoltura

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la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue. L’ottavo giorno dopo il combattimento con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, una piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. Si respirava aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti di rovere piazzate al centro dell'accampamento mentre un arpista suonava con euforia invitando i suoi compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti. «Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso. «Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ alticcio. «Per quale motivo?» chiese Mila. «Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti per riempirsi il bicchiere. Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi si sentivano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale, Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che svuotò di gusto, ma solo dopo aver annusato attentamente il suo ontenuto. «Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue

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guance avevano preso subito colore. «Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa. Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero Arcon. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della tribù, perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì ai due una fetta di formaggio, peraltro ottimo, poi li guidò all'esterno del locale per indicare loro una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio. «Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…» Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò. «Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante ed era con tutta probabilità la causa di quel profumo così intenso che impregnava l'ambiente. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più antichi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano gli altri membri della comunità che li aveva accolti e anche il suo compagno di vita.

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«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna. «L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale. «Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’avvento dell'Emersione, immagino…» «Si, in un certo senso…» «Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari. «Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…» Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano centinaia di comunità Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro nei costumi e nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf dalla pelle color cobalto che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, i misteriosi Dowa che dimoravano presso le Cascate dell'Eternità. Ognuna di queste tribù aveva i suoi rituali, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo dei religiosi. «Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero. «Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila. «Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…» Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e parteciparono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al capo tribù, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità. Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un

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sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo; lo accolse dentro di sé, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

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CAPITOLO 20 Incontro nel Telaio di Limbo

Lo scheletro di Limbo è come un palazzo con infinite stanze. Molte di queste sono prive di finestre, altre invece danno sul mondo in costante cambiamento e mutano insieme al resto. Solo alcuni possiedono le chiavi d’accesso al palazzo. Pochi riescono a entrarvici senza perdersi nei suoi labirinti. Davinia raggiunse la porta di quella stanza, la loro stanza. L’avevano creata insieme, per intrattenersi e consolarsi a vicenda. La donna sapeva che appena lui si fosse destato da quello strano coma privo di sogni, l’avrebbe raggiunta laggiù. Il suo corpo giaceva ancora nella grotta incantata dei Sewolf mentre i cristalli ricomponevano lentamente la sua entità digitale, ma ormai erano passati diversi giorni da quando la lama di Nicon lo aveva trafitto, facendolo sprofondare nell’oblio. “Sawar, dove sei?” pensò Davinia, poggiando la mano sulla liscia parete di quella porta. Avvertì qualcosa, un cambiamento. Qualcuno l’aveva lasciata socchiusa, invitandola ad entrare… Lei la spalancò chiamando col pensiero il suo nome. Accecata dal desiderio di vederlo vivo, anche se solo in una rappresentazione della sua mente, si precipitò in direzione di quel letto che era stato da tempo immemore il palcoscenico delle loro notti d’amore. Corse verso quella figura, un uomo seduto sul bordo del materasso, il capo chino, il mantello scuro che, come un’ombra liquida, gli ricadeva sulle spalle, sulle lenzuola di seta del letto e sul pavimento. Quando quell’uomo, che non era Sawar, alzò lo sguardo verso Davinia, lei continuò ad ingannarsi, tanto era forte la sua convinzione. Lui allora alzò la mano, un’appendice lunga e cadaverica, e lei rimase immobile, pietrificata da una forza di cui non conosceva l’origine. Davinia mise a fuoco la figura, un uomo dal volto cereo, i capelli neri e gli occhi cremisi. I canini sporgevano dalle sue labbra in maniera innaturale, e a lei le vennero in mente le storie di vampiri, quelle dell’altro mondo, il mondo prima di Limbo.

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«Chi diavolo sei?» Le parole le uscirono dalle labbra da sole. Appena sputate fuori se ne pentì, perché una paura nuova e aliena le si era posata sul cuore. «Priscilla Mills, mi ricordo bene di te… Ero convinto che non fossi adatta al progetto, ma gli altri avevano un’opinione diversa diversa dalla mia…» Quel nome le arrivò addosso come un pungo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo aveva udito? Stagioni, cicli, anni, secoli... quel pensiero fece perdere significato all'intero concetto di tempo. «Beh, gli eventi mi hanno dato ragione. Ribelle durante il primo stadio, vittima di una serie di stati depressivi che ti hanno portato più volte vicino al baratro d’appagamento, compagna e complice dell’Elenty più deleterio del progetto… insomma, non proprio il soggetto ideale per qualcosa di grandioso come Limbo.» Davinia si sentì ribollire di rabbia. «Proprio tu mi parli di correttezza?» Ignorava l’identità di quell’avatar, ma aveva intuito chi c’era dietro; la Rete di Hope, i programmatori di Limbo. «Se ti riferisci all’inganno dei Frame, sappi che anche quella non era una mia idea, altrimenti non sarei qui, non pensi? Comunque, credo che neanche io col mio carattere sarei riuscito a reggere una vita immortale senza combinare qualche guaio, per questo dormo la maggior parte del tempo…» La donna chinò il capo, cercando di riacquistare la calma. «Ci ho provato anch’io, ma ogni volta tornavo qui. Che luogo è questo?» «È il Telaio, una sorta di virtuale nel virtuale. I miei sonni sono schermati, perciò non vi accedo quando dormo. Molto meglio, se vuoi mantenerti puro…» Davinia continuava a rimanere immobile, anche se non era più bloccata dal volere di quell’uomo. Si accorse di aver ripreso possesso della sua proiezione, ma rimase dov’era, con altre mille domande che le vorticavano nella testa. «Che cosa vuoi?» «Dritta al punto, bene… Ciò che ti sto per rivelare è di importanza cruciale per tutto il progetto, perciò mi devi convincere di crederci ancora un po’.»

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«Mi chiedi già molto…» ribatté la donna. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva covato una speranza del genere. Limbo era un gioco, solamente un brutto gioco… altro che salvezza! «Come ho già detto, conosco bene i tuoi limiti, ma se sono venuto da te c’è un motivo…» spiegò il vampiro, muovendo quasi impercettibilmente le sue labbra vermiglie. Davinia corrugò la fronte e lo guardò negli occhi. «Quale?» «Te lo dirò solo se accatterai l’incarico che ti darò» rispose la figura cinerea ed immobile sul bordo del letto. «Beh, si vedrà…» la donna aveva riacquistato quella freddezza tipica di chi non ha niente da perdere. Un gioco in più o in meno che importanza poteva avere a quel punto, pensò. «Hai visto l’eclisse, no?» domandò lui, per niente infastidito da quella reazione. «Un altro dei vostri trucchi… chi mi assicura che non ci sia dietro un nuovo inganno? Ne avete fatte di promesse in passato… ci avete usato come cavie, ci avete replicato nei Frame e poi avete cercato di eliminarci. Avete creato migliaia di vite artificiali, illudendole con i soliti misticismi.» «Parli degli Arcon? Pensavo che li odiassi…» «Oh certo che li odio, come odio tutto ciò che appartiene a questo stupido mondo fittizio…» «E se ti dicessi che è quasi finita… che presto potrai lasciare questo mondo, e non solamente tu e gli altri Elenty, ma tutte le entità digitali di Limbo, compresi Arcon e Arenty…» Davanti a quelle parole la donna non riuscì a nascondere il suo stupore. «Che vuoi dire? Il Guardiano non permetterà alle entità artificiali di uscire.» «Il Gigante di Mountoor ha il compito di non fare entrare ed uscire nessuno, almeno fino a dopo il tempo dell’Emersione, annunciato giorni fa dall’eclisse. Qualcuno all’esterno deve per forza aver azionato i comandi per la fase finale del progetto Limbo, altrimenti non si spiegherebbe l’oscuramento improvviso del sole. L’altro importante segnale che preannuncia l’avvento dell’Emersione doveva essere il risveglio del Gigante, che però non è avvenuto. Questo significa che c’è

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qualcosa che non va nel programma del Guardiano. Come sai bene, il Gigante è a protezione della connessione che permette di accedere all’esterno. Nessuno può avvicinarsi a quel portale senza risvegliare la sua ira…» Davinia, che un tempo si chiamava Priscilla, si chiese se una volta uscita di lì avrebbe tenuto il suo nome. Scacciò quel pensiero sciocco ma allettante, e cercò di seguire il ragionamento del vampiro. Quelle cose le sapeva; il progetto, il Guardiano, il portale… la cosa che non sapeva ancora era perché quell’uomo aveva scelto di vedere lei… «Ho raggiunto il Guardiano, gli ho parlato attraverso un sogno, ho cercato di convincerlo, ma sembra irremovibile. D’altra parte è solo un programma…» ammise ironicamente lui. «Non crede che il tempo dell’Emersione sia giunto, nessun segnale lo ha avvertito in merito, per questo continuerà a difendere la sua postazione, e come sai bene non esiste creatura più forte e pericolosa di lui. Per quanto abbia accesso alla struttura del mondo, non sono in grado di cancellare i programmi vita… L’unico modo per continuare il processo di Emersione è quello di eliminare il Gigante.» «Ma lo hai detto tu stesso, non esiste nessuno in grado di sconfiggerlo…» replicò prontamente la donna. «È vero, per questo ho programmato una spada…» «Una spada?» «È per il più grande guerriero di Limbo. Lui la brandirà, entrerà nella caverna sotto Mountoor ed infilzerà il Guardiano. Gli basterà un colpo…» spiegò il vampiro. «E chi sarà?» «Secondo i miei calcoli il tuo compagno Sawar è quello che ha più possibilità. Entrambi però conosciamo il suo carattere e la rabbia che cova nei riguardi di tutto il progetto… Sarai capace di convincerlo?» La donna rimase in silenzio, pensierosa. «Non lo so…» «La spada si trova in una delle numerose caverne dei Sewolf. L’ho messa lì perché tu la potessi recuperare. Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…» spiegò il vampiro. «E se lui non volesse?» domandò lei. «Allora dovrai darla a Nicon. È lui il più forte dopo Sawar.»

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Quel nome la fece ribollire di rabbia. «Quel codardo di un Arcon!» La mano dell’uomo scattò veloce afferrando il mento della donna. Il tocco fu gentile ma risoluto. Le girò il volto e la ancorò ai suoi occhi sanguigni. «Priscilla, smettila. Smettila di pensare che questo sia solo un gioco. Non lo è. Non lo è più! Fai ciò che ti dico, e Limbo sarà presto solo un ricordo… per tutti noi…» Poi il vampiro svanì, lasciandola sola in quella stanza della mente. Lei cercò conforto nell’odore di quelle sete che molte volte l’avevano avvolta insieme al suo amore. Si addormentò, nel sogno dentro il sogno, e al suo risveglio qualcuno le accarezzava le spalle ed i capelli. «Davinia, amore… sono tornato…» sussurrò l’ombra di Sawar, il delirante demolitore di Limbo. Poi fu il tempo dei baci e delle carezze; le parole potevano aspettare...

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CAPITOLO 21 La spada nera – Il risveglio di Sawar

Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente, ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei. I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio, ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e sulla cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro. Davinia sgusciò fuori dalla nicchia scavata nella roccia come l’ombra di un animale selvaggio, schermò con un semplice incantesimo la sua immagine e varcò la soglia del complesso di caverne in cui dimoravano i Sewolf, eludendo così i due Arcon che montavano la guardia all’esterno. Non che ce ne fosse bisogno, perché ormai la conoscevano bene, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Attraversò i corridoi di quella specie di città nella roccia fino a raggiungere il luogo in cui riposava il corpo di Sawar, laddove i cristalli stavano ricomponendo la sua entità digitale. La mente dell’uomo era tornata ad essere attiva, ma

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il suo avatar avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per completarsi. Ripensò alle sue carezze e ai suoi baci, dentro la stanza dei sogni. Lei non gli aveva detto niente della spada e dello strano incontro. Non riteneva opportuno turbare il suo risveglio, e comunque, prima di informarlo, lei doveva accertarsi che la storia della spada fosse vera. Si fermò accanto al corpo inerte del suo uomo. Gli vide muovere impercettibilmente le punta delle dita. Ancora un giorno e il risveglio si sarebbe compiuto, pensò. Poi allungò la mano per afferrare la sua, ma un suono la fece bloccare. “Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…” le aveva detto il vampiro. Tornò sui suoi passi e cercò di capire da che parte proveniva quel suono, che assomigliava ad un canto sommesso. Il cunicolo dal quale era sopraggiunta continuava oltre la grotta in cui giaceva Sawar per un’altra decina di passi, poi si divideva in due identici corridoi, stretti e fiocamente illuminati dai cristalli di luce. Davinia raggiunse il bivio e senza esitare s’infilò nel cunicolo di sinistra. Era da lì che proveniva quel canto. Il passaggio si restrinse e poi s’inclinò bruscamente verso il basso. La donna, appoggiandosi prontamente ad alcuni appigli di roccia ai lati del budello, rallentò la sua avanzata evitando di scivolare. Il corridoio si aprì improvvisamente nel mezzo ad un’enorme parete rocciosa che dava su una caverna molto più ampia delle altre. Una stretta scalinata scavata nella roccia conduceva verso il basso. Davinia si mosse sicura, conquistò la base della grotta e attraversò con ampie falcate il pavimento costellato di stalagmiti e cristalli di luce. Seguiva il suono che adesso era diventato costante, cadenzato, una sequenza intermittente di “Ooooh” che proveniva da un pertugio alla base della parete opposta. Celata dentro ombre quasi dense, la maga riuscì ad individuare la nicchia solo grazie al canto. Bisbigliò alcune parole in bit e una luce tenue si accese sul palmo della sua mano. Le servì per dipanare le tenebre e penetrare dentro il pertugio. Il canto si trasformò in un boato che lei riusciva a malapena a sopportare. Al centro della piccola grotta poté scorgere la forma di una croce, l’elsa della spada. Vibrava vistosamente e la donna capì che era proprio quella vibrazione a produrre quel suono. Metà della lama scompariva nel pavimento di roccia. Mosse due passi con la mano tesa.

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La luce magica proiettata dal palmo della sua mano si riflesse sulle venature ramate dell’elsa, ma venne risucchiata dal nero metallo della lama. Davinia afferrò la spada che smise immediatamente di vibrare e di cantare, poi con uno strappo sicuro la estrasse dalla roccia. Nell’uscir fuori non fece alcun rumore, come se avesse sfilato un coltello da un panetto di burro. Davinia rimase immobile con la spada alzata, nel silenzio assordante nel quale era sprofondata la nicchia. Si passò l’arma di mano e la osservò meglio puntandole addosso la luce del palmo. Non vi erano impressi né simboli né scritte, solo una solida elsa in ferro e rame e una lama di metallo scuro. Era leggera e maneggevole, come poteva esserlo una normale buona spada. Si chiese se avrebbe funzionato, se davvero il Gigante di Mountoor, la creatura più potente di Limbo, sarebbe caduto con un solo affondo di quell’arma. Stentò a crederci, ma sapeva che era più che probabile che ciò potesse avvenire. Se l’uomo che era venuto a trovarla in sogno era davvero uno dei programmatori di Limbo, di sicuro aveva tutte le risorse necessarie per forgiare una spada del genere. Tornò sui suoi passi, risalì il cunicolo, gettò un solo e rapido sguardo nella grotta in cui giaceva il suo uomo e, ingannando nuovamente le guardie, conquistò l’uscita della città-caverna. Fece ritorno alla suo giaciglio proprio nel momento in cui il cielo venne squarciato dal sole del primo margine del giorno. Davinia nascose la spada sotto le coperte del letto e vi si distese accanto. Si addormentò subito, ma non cercò la stanza del piacere. Scese invece in un abisso tiepido, e laggiù si lasciò cullare per tutto il tempo che le fu concesso. Al suo risveglio avrebbe preso una decisione. L’uomo stentava a ricordare tutto. Percepì il dolore della ferita come un rumore sommesso, lontano. Sentì il freddo pungente dei cristalli che gli puntellavano il corpo nudo. Lentamente attinse ai brandelli d’informazione più freschi; una grande battaglia, il sole che si oscurava, la profezia dell’eclisse e l’ombra di un cavaliere che gli si avvicinava alle spalle. Poi il buio… Ricordò un sogno, uno dei tanti trascorsi insieme alla sua amata Davinia, ma ne confuse il tempo. Era stato prima o dopo la battaglia?

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Prima o dopo la ferita che lo aveva quasi ucciso? C’era qualcosa di strano in tutte quelle sensazioni, in tutti quei primi pensieri che si affacciavano in quella mente ricomposta. Sawar sentiva il dolore e il turbamento che lo avevano reso quello che era, il delirante demolitore di Limbo, ma queste sensazioni non erano più confuse, ingarbugliate come lo erano state per innumerevoli stagioni. Era come se fossero state relegate in un posto ben preciso, e lui potesse finalmente decidere di recluderle e di ignorarle. Si alzò a sedere su quel letto di cristalli. Ebbe la bizzarra idea di trovarsi al centro di un esperimento di rinascita. Si guardò intorno e intuì la natura di quel luogo. Davinia lo aveva portato dai Sewolf, gli abitatori delle grotte sul mare infinito. I cristalli incantati avevano ricomposto la sua entità digitale, deframmentandola. I pensieri cominciarono a scorrere liberi, fluidi come non lo erano stati da parecchio tempo. Un essere umanoide, grosso e ricoperto di peli, fece il suo ingresso nella grotta. Malgrado la sua mole e uno strano riflesso bluastro della pelle e del pelo, la creatura aveva occhi gentili e un portamento fiero. «Bentornato tra noi. Il mio nome è Gur-Nath. Sei nella città dei Sewolf…» disse l’Arcon, porgendo all’uomo dei vestiti. «Hai dormito per molti giorni. I cristalli ti hanno curato… » «Dov’è Davinia?» lo interruppe Sawar, afferrando bruscamente i suoi abiti. La creatura sembrò non far caso a quella sgarbata reazione. Rimase immobile a fronteggiare l’Elenty, conscio del suo potere e della sua follia. «La donna è partita» disse, senza perdere d’occhio l’uomo. «Cosa dici?» chiese lui, ancora nudo e coi vestiti in mano. «Se n’è andata ieri sera. Ha detto che ti avrebbe aspettato ai piedi della montagna sacra.» Sawar cercò la rabbia, quella che gli faceva compiere le gesta più impensabili, quella che nel corso dei cicli lo aveva trasformato nell’uomo più temuto di Limbo. La rabbia era là, in un punto preciso della sua mente. Poteva afferrarla e usarla a suo piacimento, uccidere per sfogo quell’essere che aveva davanti richiamando magicamente il fuoco, oppure decidere di lasciarla dov’era, vestirsi e partire. Era tornato padrone delle sue decisioni.

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«Dove sono le mie armi?» chiese. «Le troverai fuori dalla grotta» rispose Gur-Nath, indicando il corridoio da dov’era sopraggiunto. Sawar si vestì velocemente e con un semplice cenno del capo salutò l’Arcon. Tutto era ordinato, complicato ma finalmente ordinato. Forse la montagna sacra era la risposta, pensò. Uscì dalla città-caverna e gettò uno sguardo verso le onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli. Respirò profondamente, riconobbe il senso di finzione del mondo che lo circondava ma non gli dette peso. Riuscì addirittura a sorridere, prima di incamminarsi verso l’entroterra, in direzione di Mountoor.

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INTERMEZZO

L’uomo si strinse nel mantello scuro e risalì la collinetta, uscì dall’ombra della foresta che circondava la biblioteca e cercò un po’ di calore nel sole velato dalle nebbie mattutine. Chiuse gli occhi e odorò essenze lontane portate dal vento. L’isola galleggiante si muoveva per i cieli di Limbo con un suono sommesso. L’avvento dell’eclisse aveva deciso la nuova rotta: Mountoor. L’uomo si chiamava Viktor. Era solo un Arenty votato al progetto, ma da giorni un pensiero che non doveva appartenergli lo turbava. Uno strano impulso distruttivo. Pensò per l’ennesima volta di parlarne agli altri Aviatores, ma preferì rimandare. Domani, forse… Le navi dei Veggenti avevano lasciato l’isola il giorno prima. Gli aggiornamenti erano stati prontamente stazionati nell’edificio centrale, quello che conservava la storia del mondo. Le altre due torri di vetro erano sigillate, inaccessibili. Il compito di Viktor, come degli altri Aviatores, era quello di proteggerne il contenuto. L’uomo ebbe un nuovo giramento di testa. Erano giorni che succedeva… Si appoggiò alla parete di vetro della torre vicina e percepì una strana sensazione al palmo della mano. Si scoprì capace di proiettare le sue percezioni fin dentro il reticolato del programma struttura. Viktor si sentì nuovamente ghermire da un impulso entropico. “Chi sono?” si chiese, una domanda inconsueta per un Arenty. Viktor piangeva guardando verso l’orizzonte. In lontananza poteva scorgere il picco perennemente innevato della montagna sacra. “Perché mi chiedi questo?” chiese, ignaro della presenza che lo guidava. L’Aviatores era sotto la torre più alta, quella che conteneva la storia del mondo, non Limbo… il mondo di prima, diverso, corrotto e maledetto. Pose le mani sulla liscia parete di vetro scuro. Chiuse gli occhi rigati dal pianto ed entrò nella struttura dell’edificio. Quanto la torre si sgretolò su di lui un nugolo di uccelli prese il volo dal boschetto vicino.

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CAPITOLO 22 L’Arcobaleno di Cristallo

Al mattino le tracce dei festeggiamenti della sera prima erano evidenti. Mila sporse la testa fuori dalla tenda e scorse un uomo che riattizzava il fuoco e un paio di donne che raccattavano le stoviglie disseminate per l’accampamento. Nell’aria c’era un piacevole odore di cenere e un silenzio sereno, appagato. La donna Elenty ripensò alla notte appena trascorsa, al vino e ai baci del suo amato Druge, alle risate degli Arcon e agli occhi umidi del vecchio. C’era qualcosa in quell’uomo che la incuriosiva. Druge dormiva ancora profondamente avvolto nelle coperte accanto a lei. Lei afferrò la sua tunica e scivolò fuori dalla tenda. Salutò con un cenno l’uomo intento a soffiare sulle vecchie braci, poi si avviò verso la boscaglia per svuotare la vescica. Tornando indietro decise di fare un giro per il campo. Trovò una bacinella di acqua pulita e si sciacquò il viso. La sensazione dell’acqua fredda sulla pelle le fece venire la pelle d'oca. Cercò qualcosa per asciugarsi e vide con sorpresa alcuni teli ripiegati su una panca accanto alla bacinella. Ne afferrò uno e alzò lo sguardo in direzione della tenda del vecchio. Era sveglio, a sedere su uno stoino con le gambe incrociate e la testa leggermente alzata verso il cielo, gli occhi chiusi. La sorpresa durò meno di un secondo. Mila si asciugò il viso e s’incamminò verso di lui. Gli uccelli del bosco, silenziosi fino a quel momento, si svegliarono e incominciarono a cinguettare. «Buongiorno…» salutò il vecchio, rimanendo immobile e con le palpebre abbassate. Mila ricordò di essere un Elenty immortale e si impose di non farsi più sorprendere. «Buongiorno, come sta?» chiese lei con genuino interesse. «Bene, la mattina mi sento sempre molto bene. Il problema è che mi stanco troppo velocemente…» «Capisco…» annuì la donna sorridendo. «Avete dormito bene?»

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«Benissimo, grazie. Temo che Druge non abbia seguito il suo consiglio sul vino. Sta ancora dormendo profondamente…» «Meglio così. Il sonno è il miglior antidoto contro il vino insidioso» e detto ciò aprì gli occhi e sorrise a sua volta. Di nuovo la donna Elenty non poté fare a meno di rimanere incantata dallo sguardo di quel vecchio. Aveva la profondità tipica di quello degli Elenty immortali, eppure vi era un dolcezza nuova, una specie di fuoco azzurro, rassicurante ma in qualche modo alieno. «Oggi arriveremo a Mountoor…» disse lei, lasciando la frase a metà. «Si, dovremo arrivarci in serata» confermò il vecchio. «Verrete insieme a noi?» chiese. «Penso di si. Non credo che Druge abbia qualcosa in contrario.» «Bene. Ci è molto grata la vostra compagnia.» La donna cercò la frase giusta per affrontare insieme al vecchio alcune domande che la turbavano e che riguardavano direttamente lui, ma si sentiva in difficoltà. Non voleva inclinare gli equilibri di quella bella mattinata di sole, il canto degli uccelli e la pace che si era adagiata sul suo cuore. Però non riusciva ad ignorare quel tarlo che le si era insinuato in testa. Ad un tratto, senza pensarci, chiese semplicemente: «Chi sei?» L’Arcon sorrise di nuovo, un sorriso dolcissimo. «Perdonami se ti rispondo con un’altra domanda, ma secondo te chi dovrei essere?» «Non lo so, per questo te lo chiedo.» «Certo che lo sai. Sono il vecchio capo di questa comunità.» La donna fece una smorfia, pensando che il vecchio si stesse prendendo gioco di lei. «C’è qualcosa di strano nei tuoi occhi. Riesco a vederci la saggezza degli Elenty, ma anche qualcosa in più. Non riesco a capire…» disse poi. «Mia cara, non c’è niente da capire. Sono solo un Arcon che ha vissuto un po’ più a lungo dei normali Arcon. Tutto qui.» «Anche Druge è un Arcon immortale, ma non ha il tuo stesso sguardo.» «Io non so cosa tu riesca a vedere dentro i miei occhi. Non ho alcun segreto, a parte quello di vivere e di gioire della mia vita.» «Ma…» «Vedi, anche se sono solo un Arcon, credo di aver capito una cosa; a

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volte si sforzano troppo gli occhi per riuscire a vedere cose che non esistono. Spesso addirittura la nostra mente ci fa degli scherzi e pensiamo di vedere quello che vogliamo vedere, anche se non c’è. Afferra la mia mano…» La donna si sentì assalire da uno strano senso di repulsione quando il vecchio le porse la sua mano venosa piena di rughe. Combatté però quella sensazione ed accettò l’invito. «Adesso fai come me, chiudi gli occhi» disse lui. Mila abbassò le palpebre, respirò profondamente e scacciò i cattivi pensieri dalla testa, insieme a tutti quei dubbi che la tormentavano; l’inganno di Limbo, il destino di Druge, lo scopo di Ryo e anche l’identità del vecchio. “Vuota è la mia mente”, pensò, e per un attimo desiderò di non guardare più. «Va meglio?» domandò il vecchio. «Si… meglio.» rispose Mila. Più tardi tornò all’accampamento e trovò Druge sveglio e intento a prepararsi per il viaggio. Nel frattempo gli Arcon della tribù avevano incominciato a smontare le tende e a caricare sui carri le loro cose. «Dove sei stata?» chiese il guerriero, reggendosi la testa con la mano. «Dal vecchio…» rispose lei distrattamente. «E allora?» «Allora cosa?» «Hai chiarito i tuoi dubbi?» «Non ha più molta importanza, adesso…» Druge la guardò di sbieco, si chiese se doveva preoccuparsi per quella misteriosa risposta ma concluse che la donna sembrava più rilassata del solito e lasciò perdere. «Andiamo insieme a loro, va bene?» chiese lei. «Certo. Mi sembra una buona idea» rispose lui, sorridendole. A metà del primo margine del giorno la carovana si mosse lentamente attraverso la valle. Aggirata la collina tutti la videro spuntare sopra gli alberi, celata per metà dalle nuvole. La montagna sacra. Poi il cielo venne oscurato da una grande ombra. Silenziosa e magnificente, la biblioteca galleggiante passò sopra la processione di Arcon che si muoveva in una lunga e serpeggiante fila verso Mountoor.

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Mila alzò lo sguardo verso il cielo, meravigliata come tutti gli altri. In quel momento una delle tre torri di vetro che contenevano la storia del mondo andò in frantumi, e una pioggia di schegge sottili venne sollevata dal vento e portata oltre la foresta che circondava la biblioteca. Tutti potettero ammirare l’arcobaleno di mille colori che la pioggia di cristalli formò grazie a raggi del sole nascente, ma nessuno poteva sapere che tra quei riflessi era andata per sempre perduta la storia del vecchio mondo.

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LIBRO TERZO

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CAPITOLO 23 Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi. Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro in cui Testimoni di Seidon e Cavalieri della Gilda avevano unito le spade contro la follia della Torre Galleggiante e le terrificanti creature di pietra comandate da Sawar. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni cavalli appartenenti alla Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l'Elenty sembrava conoscere bene anche se nessun altro membro della compagnia ne aveva mai sentito parlare. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, che nel suo sinuoso andare divideva in due le grandi pianure. Più avanti si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo si sarebbe mai aspettato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il

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loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l'aveva convinto a proseguire. Con un semplice incantesimo aveva cambiato la direzione del vento, risolvendo il problema e mandando fuori strada i troll. L'Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l'orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall'accampamento per la rituale perlustrazione serale. Gli ultimi tre membri della gilda sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia. In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda. «Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d'un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente. «Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose. «E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po', poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire. «Lo sai che a volte non me ne importa più nulla... mi vergogno di questo, però è così.» Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco...» disse, «...ma non credo che sia una cosa vile.» «No?» «Anche io mi sento così... Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col

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vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Alla fine i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più...» Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato... Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell'eclisse non è più la stessa persona. C'è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia... Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!» «Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po' di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po' le ombre della grande incognita che li attendeva. «Rivier ha parlato di speranza... Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra...» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c'era di buffo. «Niente, è solo la fine del mondo...» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro. Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accese come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all'orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all'infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta. Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più

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tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma i cavalieri avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni. «Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate... è il miglior consiglio che mi sento di darvi.» Ma nell'oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l'apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po' a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l'ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l'ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all'oblio? Stava solo sognando o gli occhi gli stavano giocando un brutto scherzo? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, con gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov'era finito il fuoco da campo? Dov'era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, così come non riusciva a percepire alcun altro suono; il respiro dei suoi compagni, il rumore degli animali notturni, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso. «Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere. Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L'urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo

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senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell'inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all'amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l'Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l'espressione che gli si dipinse sul viso. «La struttura di Limbo sta cedendo...» disse. «Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento. «Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere... Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci...» «Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo. «Uno si poggia sull'altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio... se uno dovesse sfaldarsi, anche l'altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo...» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l'eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.» Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e

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Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un'altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un'andatura sostenuta, merito della magia che l'Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano. Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest'altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo... voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada...» Così continuarono per l'intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro. La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo. «No...» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo...» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po', per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi. La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all'orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.

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«Siamo arrivati...» sospirò Mylo con un mezzo sorriso. «Non ancora...» lo corresse Rivier. Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L'Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s'innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un'immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l'entrata della grotta. «Possiamo accamparci qui...» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica. «Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona...» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all'Elenty uno sguardo d'intesa e si dileguò al galoppo. «Dove va?» chiese Tzadik al mago. «Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui...» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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INTERMEZZO

Percepiva il suo essere lasciandosi guidare dalla sua immaginazione, una catena interminabile si zeri e di uni registrati su un supporto metallico. La sensazione di dilatamento persisteva, come se due forze opposte lo stessero allungando come si fa con un elastico. La tenebra aveva reclamato l'infrastruttura di Limbo, terra di sogni e di proiezioni in cui lui riusciva a viaggiare come nessun altro. Il Telaio non era più un supporto sicuro, doveva rientrare alla torre al più presto. Wirlock aprì gli occhi sulle vetrate sotto il mare infinito, dove gli squali passavano con la regolarità di un meccanismo perfetto. Prese posto dietro alla console, accese i video e incominciò la ricerca. Vide le pedine di quel gioco muoversi inevitabilmente verso la montagna sacra, ma nessuno poteva prevedere gli eventi che sarebbero susseguiti. Il vampiro di Limbo distese le gambe, appoggiò la testa dietro le mani incrociate e si mise comodo. Sarebbe stato un bello spettacolo, si disse, proprio come uno di quei film che usava guardare insieme a sua moglie, prima che tutto finisse...

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CAPITOLO 24 Incontro con il Gigante

Nicon ritornò all'accampamento all'inizio del settimo margine e non era da solo. Insieme a lui vi era una donna di nome Ravina, in sella ad una giumenta pezzata, indossava il tipico pojo dei cavalieri della gilda. Aveva uno sguardo fiero, capelli castani che portava lunghi sulle spalle e una spada ben visibile in un fodero di cuoio legato al cavallo. L'uomo spiegò che la donna aveva lasciato la gilda un paio di stagioni prima per andare a trovare i suoi genitori. Ravina salutò i membri della compagnia, poi scese da cavallo e andò ad abbracciare gli altri due superstiti della comunità di cavalieri. Lagoon e Ahmed, felici di ritrovare la loro compagna, si appartarono insieme alla donna per parlare della tragica battaglia in cui avevano perso la vita molti loro amici. Tzadik si sentì escluso, ma non ne soffrì. D'altra parte non era ancora un cavaliere. «Era l'ora che tu tornassi, Arcon...» disse il mago ammonendo Nicon. «Devo assentarmi per un po'. Vedete di non combinare guai.» Nicon sembrò sul punto di ribattere, ma poi decise che era meglio rimanere in silenzio. Se l'Elenty era irritato, aveva probabilmente i suoi motivi, che a lui interessavano relativamente poco. In quel momento al cavaliere importava soltanto di ritrovare i suoi amici, quelli che erano riusciti a fuggire vivi dalla battaglia sulle pianure del vespro, e guardarsi le spalle dall'Elenty corrotto in cerca di vendetta. Sapeva di non avere molte possibilità. L'unica chance di mettere fine una volta per tutte alla vita di quello stregone pazzo gli si era presentata l'ultima volta che lo aveva incontrato, e sapeva che occasioni del genere non ne capitano più di una nella vita. Dette disposizioni per affrontare la notte, poi scambiò ancora qualche parola con la nuova arrivata. Ravina sembrava ancora lievemente scossa dai racconti della recente battaglia. Forse preda di un senso di colpa per non aver combattuto al fianco dei suoi compagni, propose a Nicon di andare incontro ai superstiti che, con tutta probabilità, si erano diretti

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verso la montagna sacra. L'uomo le disse che era una buona idea e che poteva portare con sé Lagoon e Ahmed. La mattina dopo sarebbero partiti per le Lande del Disordine, ma come da ordini del loro capo, non si sarebbero addentrati nelle regioni dei troll delle sabbie; avrebbero atteso nella valle a ridosso di quelle insidiose terre. La notte scese ma il paesaggio rimase velato. Nelle praterie che circondavano la montagna sacra, si accesero migliaia di fuochi e si alzarono molti canti di festa. Jade si avvicinò ai due ragazzi che avevano appena finito di dare da mangiare ai cavalli. «Che ne dite di andare a fare un giro?» propose la ragazza Kepeer. I due la guardarono stupiti. «E dove vorresti andare?» le chiese Mylo, incerto se prendere quella proposta sul serio oppure no. «Non lo so, credo che un posto valga l'altro. Si stanno tutti divertendo, a parte noi.» rispose lei alzando le spalle. In effetti sembrava proprio così. Se quella era la fine del mondo, allora non doveva essere poi così male, pensò l'apprendista mago. Gli Arcon di quasi ogni comunità erano certi che quella non era la fine, ma l'inizio di una nuova meravigliosa era. Le grandi città sarebbero riemerse e Limbo si sarebbe finalmente fermato. Questo dicevano le leggende, e questo era ciò che la maggior parte degli uomini pensava. «Va bene, andiamo!» annuì Tzadik, dando una pacca sulla spalla dell'amico. «Dai, che ti importa... è o non è la fine del mondo...» I tre andarono nel vicino accampamento dei Lambadi, gente dalla pelle dorata e dal sorriso facile che li accolsero a braccia aperte. Producevano una birra dolciastra che alleggerì immediatamente i pensieri dei ragazzi. Poche pause più tardi si ritrovarono a ballare attorno al fuoco, vestiti degli abiti tipici di quella comunità, veli dai colori sgargianti e cappelli piumati. Risero e ballarono per buona parte della notte, e se un errore di quel mondo in sfacelo li colse, loro non se ne accorsero. Non se ne accorse nessuno... Si addormentarono vicino al fuoco insieme agli altri membri della tribù, nella notte coperta di Limbo. Nessuno si avvide che la cometa, oltre le nubi che oscuravano il cielo, era scomparsa.

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Rivier raggiunse la base di quella roccia gigantesca e guardò in su. Duemila passi più in alto si apriva una breccia in quella parete obliqua disseminata di protuberanze; era l'entrata della dimora del Gigante. «Rivier, sei tu?» Una voce che non riconosceva lo fece voltare di scatto. Un uomo smilzo, vestito di una tunica verde scura ricamata di zeri ed uni platinati, lo stava osservando. Aveva due occhi profondi e porporini, un paio di vistosi baffi e un bastone corto da passeggio. Dietro di lui vi erano altre figure, tre uomini e due donne ancora poco distinguibili nella distanza. Colui che aveva parlato fece un paio di passi in avanti, zoppicando visibilmente. In quel momento Rivier riconobbe l'uomo; si chiamava Khandir. Gli andò incontro a braccia aperte, coprendo velocemente la distanza. L'altro alzò solamente un braccio, perché con l'altro rimaneva saldamente aggrappato al bastone. «Khandir, quanto tempo...» esclamò il mago dalla veste bianca. «Beh, secondo i miei calcoli sono passati almeno tre interi cicli dal nostro ultimo incontro...» constatò l'altro, sorridendo. I due si guardarono negli occhi. Si erano conosciuti prima di Limbo, in un mondo che stava morendo, e adesso si rincontravano nelle pagine di chiusura di un altro mondo in declino. «La tua gamba?» «Oh, un errore del programma. Non è mai tornata a posto dopo la battaglia del sole azzurro.» Rivier ricordava quell'evento. Ivory, un Elenty impazzito, aveva trovato i codici per interrompere il flusso continuò di terre in costruzione presso il sole azzurro. Anche lui come Sawar, voleva l'annientamento di Limbo, e se non fosse stato per l'intervento di un gruppo di Elenty votati alla causa del progetto, forse sarebbe riuscito nei suoi intenti. Rivier e Khandir avevano combattuto fianco a fianco l'orda di creature Arenty che il folle mago aveva lanciato contro di loro, pipistrelli giganti ed arpie, ma uno di questi mostri era riuscito ad afferrare la gamba di Khandir, penetrandola con lunghe fauci avvelenate. Quella ferita non si era rimarginata come le altre. «Hai intenzione di far visita al Gigante?» chiese il mago dalla veste verde. «Anche tu ti sarai accorto degli errori...»

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«Due giorni fa il letto di un fiume si è essiccato da un momento all'altro. Qualcuno ha parlato di lampi nel cielo senza tempesta, di cavalli con due teste, di sogni nel vuoto...» «Oceani di tenebra...» precisò Rivier. «Esattamente...» annuì Khandir. «E cosa speri di trovare lassù?» Il mago non rispose, non ce n'era bisogno. Mise la mano sul braccio dell'amico e sorrise. «Chi sono?» chiese, indicando il gruppo di persone che attendevano alle spalle del compagno. «Vieni, te li presento. Alcuni credo che tu già li conosca. Questo è Atom, mio allievo, un Arcon davvero speciale. Pensa, era il Keeper del mio frame» e detto ciò, mostrò a Rivier l'anello che teneva al dito. «Ecco la mia copia» constatò. «Lei invece è Gaya, forse te la ricorderai. Era nello stesso programma di arruolamento.» «Certo, ricordo...» «E poi Mila... lei è entrata dopo. E il suo compagno Arcon, Druge. Hanno una storia interessante da raccontare. Infine Lizar, anche di lui dovresti ricordarti...» Terminate le presentazioni, i due Elenty tornarono a guardare in su, verso l'entrata della caverna. «Abbiamo bisogno di risposte, non credi?» dichiarò Rivier. «Perché il Gigante non si è svegliato? Cosa sta succedendo al Telaio di Limbo? Che dobbiamo fare noi Elenty, ma soprattutto, cosa dobbiamo dire agli Arcon...» «Comprendo benissimo le tue perplessità e le condivido, ma sai bene che risvegliare il Gigante significa morte certa» lo ammonì l'amico. «Mi meraviglio che tu ancora creda a quello che ci hanno raccontato, dopo tutti gli inganni che abbiamo subito dalla Rete di Hope...» «Beh, non hai tutti i torti...» «E comunque non vedo alternativa. Limbo si sta sgretolando, gli Arcon si stanno riunendo attorno alla montagna in attesa di qualcosa che non accadrà mai, i Keeper superstiti sono pronti a consegnare i loro gingilli. Mi domando quanto durerà questa attesa, quanto ci vorrà prima che un fanatico qualsiasi proponga di scalare la montagna...» spiegò il mago. «In ogni caso, possiamo solo ritardare questo evento, perciò preferisco prendere in mano la situazione e cercare di capirci qualcosa...»

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«Vengo con te allora...» proposte Khandir. Rivier guardò l'amico negli occhi. «No, non posso permettertelo. Se dovesse succedermi qualcosa tu dovrai cercare di trovare un'altra via. Siamo rimasti in pochi noi Elenty, e Sawar è ancora vivo e presto sarà qui.» Quel nome mise tutti quanti a disagio. «Mi domando come mai non sia già arrivato...» disse il mago dalla veste verde, e così Rivier gli raccontò brevemente quello che era successo sulle pianure del vespro, la battaglia coi Testimoni di Seidon, l'arrivo di Sawar e il colpo alle spalle di Nicon che aveva quasi ucciso l'Elenty corrotto. «La sua vendetta non tarderà ad arrivare...» constatò Rivier, e gli altri annuirono in silenzio. «E sia, rimarremo qui ad aspettarti» asserì l'amico, poi si abbracciarono di nuovo con trasporto. «Sarà meglio che io vada adesso, voglio chiarire questa faccenda prima che scenda la notte» spiegò Rivier. «Aiutami a schermare la mia immagine mentre salgo, non voglio che gli Arcon accampati nella piana mi vedano. Meglio non irritare qualche fanatico, non credi?». L'altro Elenty annuì, poi si prepararono entrambi ad usare i loro poteri. L'aria frizzò in maniera strana, i due maghi si afferrarono la testa dolorante, continuando a salmodiare le parole degli incantesimi. «Che succede?» chiese Mila, preoccupata. Il mago dalla veste bianca incominciò a fluttuare nell'aria grazie alla magia del volo, una figura vaga resa trasparente dalle parole dell'amico. «Un dolore lancinante alle tempie» spiegò Khandir, «forse dovuto allo sfaldamento del Telaio. Dobbiamo fare presto Rivier...» L'amico annuì, riprendendosi dalla strana fitta che lo aveva colpito, poi iniziò a sollevarsi verso l'entrata della caverna. Il volo durò il tempo di alcune pause. Rimanere concentrato era stato più difficile del solito, pensò. Era più che probabile che i recenti cambiamenti strutturali del mondo influenzassero l'uso della magia. Rivier atterrò sulla cengia a ridosso del buco nella roccia, coprì con tre passi veloci la distanza che lo separava dall'entrata, poi venne risucchiato dall'oscurità di Mountoor. L'aria divenne fredda e umida. La sensazione era quella di trovarsi in un corridoio scavato nella roccia che

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scendeva gradualmente verso il cuore della montagna. Proseguì per molti passi verso il basso, finché la luce che proveniva dall'esterno venne totalmente assorbita dalle tenebre incombenti, poi accese una flebile sfera sul palmo della mano, una magia semplice che però gli fece tornare il mal di testa. Rivier andò avanti, ignorando l'incombenza asfissiante delle pareti di roccia che lo sovrastavano. La pendenza del corridoio diminuì rapidamente e si ritrovò a proseguire in piano dentro il centro della montagna. Apparve un riverbero di luce nella distanza, un barlume giallognolo indefinibile. Il mago oscurò la sfera luminescente che teneva sul palmo e proseguì in silenzio, respirando profondamente. La luce delineò presto la fine del corridoio. Nel frattempo la temperatura si era alzata. Un vento caldo proveniva da laggiù e Rivier capì che il colore di quella luminescenza doveva appartenere ad una grossa fonte di calore. La sua intuizione venne confermata appena l'Elenty si sporse per vedere oltre l'uscita del corridoio. Una caverna di cui non si riusciva a scorgere la fine, fatta di pareti di fuoco, si apriva davanti a lui. In alto e ai lati le fiamme guizzavano come serpenti vermigli, perdendosi nell'oscurità dietro ad un immane trono di roccia, sul quale era seduto un uomo gigantesco dalla pelle bronzea, alto almeno cinque volte un normale Arcon. Il suo volto era nascosto da un elmo cornuto fatto d'acciaio e sulle ginocchia era posata un'ascia di proporzioni inaudite. Il gigante non sembrava dormire, perché la sua postura sul trono era dritta e l'elmo gli nascondeva gli occhi, ma Rivier sapeva che l'essere più potente di Limbo era ancora in attesa del segnale, nonostante l'eclisse avesse dovuto destarlo. La sua possanza era qualcosa doloroso per la vista. Il solo fatto che esistesse, anche se immobile, dormiente, bastava a tener lontani gli Arcon di Limbo ed ogni creatura esterna. L'Esterno, come usava definirlo il mago Elenty, doveva trovarsi dietro il gigante, nell'oscurità infinita di quella caverna di fuoco. «Cosa ci fai qua?» la domanda esplose nella testa del mago come il boato del tuono. Il gigante continuava a dormire, però era in grado di parlare dal mondo dei sogni. Rivier non si fidava della struttura del Telaio, avrebbe potuto raggiungerlo laggiù, in una forma diversa, ma preferì rimanere aggrappato alla realtà, scoprire quello che poteva

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scoprire grazie all'arte della parola. «Il momento è giunto...» disse il mago, proiettando la frase nello spazio dal quale era arrivata la domanda. «Sciocchezze!» urlò il gigante nella sua testa. «Limbo sta cadendo a pezzi, Gigante. La nostra unica salvezza è uscire di qui.» «Falsità!» la parola raggiunse Rivier come il suono di mille fruste. «Il fatto che tu non ti sia accorto del segnale è una prova che Limbo sta fallendo. Dobbiamo uscire di qui, altrimenti tutto sarà perduto...» La temperatura nella caverna stava ancora alzandosi. L'Elenty sapeva di non avere molto tempo a disposizione. «Tu menti, Elenty. Voi mentite... tutti e due!» «Tutti e due? Che significa, Gigante?» «Tu e l'altro. Anche lui ha detto la stessa cosa... siete menzogneri!» «Chi è l'altro?» chiese Rivier, asciugandosi il sudore che gli colava ormai copiosamente dalla fronte. «Il vampiro...» Poi il calore divenne insopportabile. Il mago tornò indietro verso il corridoio, risalì velocemente cercando un po' di refrigerio. Sapeva che sarebbe stato inutile tornare a parlare col Gigante, e comunque adesso la cosa era di secondaria importanza. Chi era il vampiro, si chiese. Chi avrebbe potuto parlare col Gigante di Mountoor, se non un altro Elenty. Rivier, anche se non sapeva perché, era convinto che se avesse scoperto l'identità di questo vampiro, forse ci sarebbe stata ancora una speranza. Uscì all'aperto nella notte di Limbo, alzò lo sguardo al cielo cercando la cometa, e per la prima volta da quando aveva aperto gli occhi su quel mondo di impulsi elettrici, non riuscì a trovarla.

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CAPITOLO 25 Il Viaggio di Davinia

Il guerriero dai capelli intrecciati si avvicinò alla donna che sedeva nei pressi del fuoco da campo, le porse un piatto di pane e formaggio e una coppa di vino ambrato, mostrandole un sorriso gentile, nonostante la sua faccia incutesse un certo timore per via di una brutta cicatrice che dal sopracciglio destro scendeva giù fino alla mascella, deformandogli la metà del viso. Lei afferrò il piatto e il bicchiere senza ringraziare e tornò ad osservare le fiamme, persa in pensieri insondabili. «Sei sicura di voler proseguire da sola?» chiese l'uomo che era rimasto immobile alle sue spalle. «Mi rallenterete l'andatura, ed io devo raggiungere la montagna sacra il prima possibile» rispose la donna sorseggiando il vino. «Molti pericoli si nascondono nelle Lande del Disordine... » insinuò il guerriero. «Me la caverò...» tagliò corto lei. L'Arcon però insistette e lei ne avrebbe fatto volentieri a meno. «È una spada magica quella?» La donna Elenty gli scoccò uno sguardo glaciale. «La mia spada non riguarda né te né la tua tribù.» Per la prima volta Davinia si chiese se non avesse commesso un errore. Aveva bisogno di cibo e di una notte di riposo, prima di affrontare le terre selvagge che la separavano da Mountoor, perciò si era avvicinata, anche se malvolentieri, ad una piccola comunità di Rednakes che si era accampata nei pressi di un fiume senza nome. I Rednakes erano Arcon atipici, alti e flessuosi, dalla carnagione lattea e gli occhi profondamente azzurri. I loro capelli erano il loro segno di riconoscimento, rossi come carboni ardenti, che usavano portare intrecciati dietro le spalle. La tribù contava una trentina di elementi, compreso uno shamano, che Davinia aveva preferito non incontrare di persona. Aveva paura che le leggesse i pensieri e scoprisse i suoi intenti. La spada nera era uno oggetto estremamente prezioso e lei sapeva di non potersi fidare di nessuno. La teneva in una lunga fodera

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legata alla schiena, ma dall'elsa che spuntava fuori era ben visibile la sua fattura. Grazie alle sue arti di maga avrebbe potuto tener testa ai guerrieri Rednakes, ma lo shamano poteva ostacolare il flusso della magia e renderla così una facile preda. L'Arcon non disse più nulla e la lasciò in pace. La comunità si tenne a debita distanza da lei, rispettando il suo volere. Un paio di volte Davinia sentì gli occhi dello shamano puntati su di lei, e non fu una sensazione piacevole. Decise di mettersi a dormire prima del previsto, su un giaciglio poco comodo di erba secca situato nel pressi del fuoco. La stanchezza di due giorni ininterrotti di marcia la fecero cadere subito in un sonno profondo. Fece sogni travagliati, che al mattino non riuscì a ricordare. Non si sentiva affatto riposata, ma non poteva indugiare ancora. Era ancora buio quando aprì gli occhi sul fuoco ormai ridotto ad un cumulo di braci vermiglie. Due uomini montavano la guardia mentre il resto della comunità dormiva ancora placidamente. Recuperò in fretta le sue cose, rivolse un gesto di saluto a una delle due guardie e poi si dileguò tra le ombre dell'ultimo margine della notte. Cavalcò per buona parte della giornata successiva attraverso una valle a lei sconosciuta. Il Rednakes che le aveva portato da mangiare le aveva consigliato di imboccare quella via per raggiungere le Lande del Disordine, ma lei non si era fidata subito. Le aveva detto che avrebbe guadagnato un giorno abbondante di marcia, e il mattino successivo quella prospettiva le sembrò molto più attraente, perciò aveva lasciato la sua direzione per deviare attraverso la valle. Alla fine del sesto margine il territorio incominciò a cambiare rapidamente. Gli alberi divennero più bassi e più radi, la vegetazione sbiadì visibilmente e il terreno divenne più scuro. Stava entrando nella regione selvaggia che circondava buona parte della montagna sacra e che la gente di Limbo di ultima generazione usava chiamare Lande del Disordine. Sapeva di non potersi fermare per la notte. Sarebbe stato troppo pericoloso accamparsi da soli in quelle terre aspre, perciò continuò a cavalcare lentamente, sussurrando parole di conforto alla giumenta, che erano anche le parole di un incantesimo; il cavallo scalpitò come se un flusso di nuova energia lo avesse rinvigorito. Il silenzio della notte di

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Limbo era rotto soltanto da alcuni ululati lontani, che Davinia imparò presto ad ignorare. Anzi, il lento procedere a cavallo e il suono dei lupi in sottofondo la fecero appisolare. Non riuscì a distinguere il fruscio che si avvicinava, un suono strisciante come la morte e sottile come l'ultimo respiro. Due troll, alti quasi il doppio di lei, figure umanoidi e muscolose ricoperte da una patina granulare del colore della sabbia, le piombarono davanti in tutta la loro possanza. La giumenta, forse anche lei distratta, scartò improvvisamente di lato. Davinia cercò di rimanere in sella aggrappandosi alle briglie, ma non ci riuscì e rovinò malamente sul terreno. I due mostri le furono sopra in un attimo. Una vampata di luce le fuoriuscì dalla mano. Il primo troll si afferrò il volto, emettendo un verso agghiacciante, ma il secondo avversario calò pesantemente un pugno sul corpo della donna, un colpo che avrebbe spezzato le ossa di un bisonte. Davinia riuscì a voltarsi d'istinto, mostrando la schiena all'avversario. La mano del troll andò a colpire la lama della spada nera che si trovava sulla schiena della maga, e il dolore che lo ghermì venne risputato fuori insieme ad un urlo di disperazione. Il troll si allontanò dalla donna tenendosi la mano, continuando disperatamente ad urlare di dolore. Davinia non poteva vedere la spada, ma la sentiva pulsare sulla schiena in vampate brucianti ma non spiacevoli. Riuscì a rimettersi in piedi per affrontare il primo troll, quello che aveva cercato di accecare con la luce magica. Guidato dall'odio per chi lo aveva abbagliato, il mostro arrancò verso la sua preda. Davinia pronunciò velocemente tre parole in bit, il terreno si aprì sotto i piedi della creatura e un attimo dopo la risucchiò, divorata in solo boccone dalla scura terra. La maga cercò rapidamente il secondo troll e lo scorse nella distanza mentre si allontanava velocemente dal luogo dello scontro, seguitando a lamentarsi per il dolore alla mano. La donna Elenty si chiese se quelle urla non avrebbero richiamato i membri di un'intera comunità di quelle infime creature. Cercò la sua cavalla, che per la paura si era allontanata dai troll, e la chiamò con un fischio gentile, accompagnato da alcune parole segrete. Riprese il cammino dentro la notte strisciante delle Lande del Disordine, promettendo a se stessa di non abbassare più la guardia, per nessuna ragione al mondo.

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Viaggiò per cinque giorni senza mai cambiare direzione, fermandosi solo un paio di volte per dare modo alla giumenta di riposare. Sapeva che il cavallo non ce l'avrebbe fatta. Neanche lei poteva ingannare per troppo tempo il programma stanchezza di Limbo, e il prezzo da pagare era comunque alto, ma non poteva farsi sorprendere nuovamente dai troll. Aveva avuto fortuna, lo sapeva. Se la spada non l'avesse protetta, quel colpo le sarebbe stato sicuramente fatale. A metà del quinto giorno di viaggio attraverso quello spiacevole territorio, la sua cavalcatura stramazzò al suolo. Davinia riuscì a non farsi travolgere dalla caduta, recuperò le bisacce legate alla sella e proseguì imperterrita il cammino. Si sentiva le gambe come cera riscaldata. Quanto poteva continuare a piedi, si chiese, ma non riuscì a darsi una risposta, e continuò a camminare fino al primo margine della notte. Scalò un albero con le ultime forze che le rimanevano nella gambe e cercò un po' di riposo nascosta dentro la chioma di una quercia malata. Nel frattempo la vegetazione si era fatta ancora più sofferente. Secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto trovarsi ormai vicino al limitare della regione, ma da quanto poteva constatare dal colore dell'erba e delle foglie, i confini delle Lande del Disordine non erano per niente vicini. Si addormentò subito, nonostante la posizione scomoda, la durezza del suo giaciglio e le corde che la legavano al ramo per evitare eventuali cadute. Sprofondò in un sonno liquido, fatto di tenebra opprimente. Si svegliò due volte di soprassalto, con il cuore in gola e un'inesplicabile paura di annegare. Era come se il Telaio di Limbo fosse diventato un oceano di tenebra. Se non fosse stata così stanca ci avrebbe pensato due volte a riaddormentarsi, ma il sonno la rapì nuovamente e quando la luce del primo margine del giorno filtrò tra le foglie dell'albero, Davinia uscì dal sonno come se riemergesse da un pozzo nero e profondo. Qualcosa non andava, lo sapeva, perciò doveva affrettarsi. Rigenerata anche se solo parzialmente dalla stanchezza, la maga proseguì il suo cammino, un passo dopo l'altro. La spada che teneva sulla schiena aveva ricominciato ad emanare una specie di pulsazione, la stessa sensazione che aveva provato quando il troll l'aveva colpita, ma questa volta più soffusa e continua. Sembrava le stesse infondendo nuova

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energia. Cominciò a sveltire il passo e verso il terzo margine del giorno la vegetazione incominciò a cambiare, apparvero alcuni fiori ai lati del sentiero, gli alberi tornarono a colorarsi di verde e udì nuovamente gli uccelli, che avevano smesso di cantare cinque giorni prima. Corse allora Davinia, rigenerata da quel suono, motivata da qualcosa di nuovo che neanche lei riusciva a spiegarsi. Era vicina, lo sentiva. Presto avrebbe avvistato la montagna sacra, e poi laggiù avrebbe atteso la venuta del suo compagno di vita, Sawar. Avrebbe aspettato nascosta fino a che la fiamma del desiderio di vendetta innescata da Nicon non si fosse estinta nel cuore dell'Elenty, in un modo o nell'altro. Nessuno avrebbe potuto evitare lo scontro. Nicon e Sawar erano destinati ad incontrarsi di nuovo, sotto la montagna sacra, e solo uno dei due sarebbe uscito vivo da quel duello. Quello sarebbe stato il campione a cui lei avrebbe consegnato la spada nera. Mentre pensava a questo, due cavalieri uscirono improvvisamente da una macchia di faggi alla sua destra e le si piazzarono davanti. Lei incominciò a fendere l'aria con le sue mani e a pronunciare le parole di un incantesimo letale, ma la frase le morì in gola quando l'elsa di una spada la colpì alla nuca. Davinia crollò in un buio ancora più profondo di quello esplorato nei suoi recenti sogni. Ebbe solo il tempo di pensare alla spada, e al suo fallimento. Poi fu la tenebra.

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CAPITOLO 26 La Speranza di una Migrazione

La mattina dopo Rivier fece ritorno all'accampamento e non era da solo. Aveva trascorso la maggior parte della notte a parlare con il gruppo di Khandir, ed insieme avevano cercato di fare il punto della situazione. L'amico era stato uno dei primi a raggiungere Mountoor dopo l'eclisse e da allora non aveva mai perduto d'occhio la montagna. Nessuno si era avvicinato all'entrata delle caverne del gigante, per quanto ne sapeva lui. I due Elenty parlarono dei tempi che furono, della Rete di Hope, del progetto Limbo, cercando di ricordare qualcosa che potesse indirizzarli verso il misterioso vampiro che si era incontrato con il gigante. Già il nome era un quesito, dato che i vampiri erano solo una leggenda, sia nel vecchio mondo che in quello in cui vivevano adesso. Chi poteva essere, si chiesero. Un Elenty molto probabilmente, oppure un Arcon dotato di grandi capacità magiche. Mentre discutevano vivamente davanti alle fiamme del campo, Mila, che sedeva in disparte tra le braccia di Druge, richiamò la loro attenzione. Raccontò dettagliatamente le cose che le erano successe, soffermandosi sulla storia di Ryo, il framemaker che si era rivelato per mostrare la vera identità di Druge e che poi aveva salvato la vita di entrambi sacrificandosi contro il Draugur. Anche se ancora non sapeva il perché, era certa che quegli eventi non erano accaduti per caso. L'esistenza di un framemaker in un epoca postuma al salvataggio dei frame, poteva voler dire solamente che qualcuno era ancora capace di alterare il disegno di Limbo. Rivier le aveva dato ragione. Chiunque fosse questo vampiro, doveva aver accesso a segreti ancora più profondi di quelli conosciuti dagli Elenty. Forse era proprio così; l'ultimo programmatore di Limbo viveva ancora, e continuava segretamente a giocare con le loro esistenze. «Dove sono i ragazzi?» chiese il mago a Misar, che stava riordinando il campo. Il vecchio squadrò i nuovi venuti con un espressione vagamente accigliata. «Sono andati a divertirsi...» rispose con un'alzata di spalle.

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Rivier borbottò qualcosa sottovoce per esternare il suo disappunto, poi si diresse verso la tenda di Nicon. L'Arcon ne uscì prima che il mago, seguito da Khandir e gli altri, ne raggiungesse l'entrata. Rapidamente il mago aggiornò il cavaliere riguardo agli ultimi eventi. Vennero poi fatte le presentazioni, che Nicon fece più per cortesia che per genuino interesse, poi venne deciso che il gruppo di Khandir si sarebbe accampato insieme a loro, perché c'era ancora molto da discutere e da decidere. Se il primo cavaliere della Gilda rimase scocciato dalla decisione presa dal mago, non lo dette a vedere. Con un cenno raggiunse il suo cavallo e poche pause più tardi si dileguò tra le tende degli altri accampamenti. All'inizio del secondo margine una nebbia innaturale si alzò in banchi anomali, una bruma dai riflessi violacei che gelava il sangue nelle vene e che forse era causata da un altro errore di Limbo. Gli Arcon giustificavano tutti questi eventi con le loro superstizioni, gridando al prodigio ogni volta che succedeva qualcosa. Seidon stava già cambiando il mondo, secondo loro, e tra i segni del cielo la scomparsa della cometa Clessidra era senza dubbio quello più evidente. Mylo, Jade e Tzadik fecero ritorno all'accampamento e si misero al servizio di Misar. C'era molto da fare; bisognava dare da mangiare ai cavalli, sistemare il fuoco, preparare la cena. Il vecchio mandò l'apprendista mago a cercare un po' di carne, dato che le loro scorte erano ormai quasi terminate. Tornò qualche pausa più tardi con una coscia di maiale sulle spalle e un sorriso stampato sulla fronte. «Come sei riuscito a pagarlo?» gli chiese Tzadik. «Ho vinto una scommessa...» rispose l'amico facendogli l'occhiolino. «Hai usato la magia, vero? Sei pazzo... se ti avessero scoperto...» «Non mi hanno scoperto, e poi, anche se avessero avuto un ripensamento, nessuno sarebbe riuscito ad inseguirmi con questa nebbia...» assicurò Mylo, consegnando il suo bottino al vecchio Arcon. La giornata proseguì senza sorprese. I ragazzi continuarono a lavorare al campo e ogni tanto gettavano uno sguardo verso la tenda dove Rivier e i suoi amici stavano discutendo. «Chissà che cosa stanno escogitando...» pensò ad alta voce Jade. «Se vuoi posso cercare di scoprirlo» propose Tzadik.

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«Se non ricordo male, l'ultima volta che hai cercato di origliare dentro una tenda hai fatto una pessima figura...» constatò la ragazza, facendo arrossire l'aspirante cavaliere. «E poi non credo che mi interessi molto.» Jade si portò la mano al medaglione. «Che devo fare con questo?» «Rivier saprà che cosa fare...» cercò di assicurarla Mylo, ma non ci credeva neanche lui più di tanto. Dalla nebbia spuntarono i cavalieri della gilda che procedevano al passo verso l'accampamento. I cavalli nitrirono e scalpitarono intorno alla tenda in cui erano radunati gli Elenty. «Vieni a vedere chi ti ho portato, Mago...» esclamò Nicon che guidava il gruppo. Dietro di lui vi erano i suoi uomini, Lagoon, Amhed e la donna che si chiamava Ravina. Rivier uscì dalla tenda seguito dall'amico Khandir e dagli altri Elenty ed Arcon. «Che succede Nicon? Cos'è questo fracasso?» domandò il mago, scrutando in direzione del cavaliere che teneva qualcosa sulla sella; un prigioniero. A quelle domande Nicon si fece più vicino e lasciò cadere il suo fardello ai piedi dell'uomo dalle bianche vesti. «L'hanno trovata i miei uomini...» spiegò. «Davinia...» sibilò Rivier, avvicinando il suo volto a quello della donna ancora addormentata. «Che cosa ha dietro la schiena?» «È una spada» rispose prontamente il cavaliere. «Non ne ho mai vista una simile, deve essere magica. Lagoon per poco non ha perso la mano quando l'ha toccata...» «Portatela dentro e tenetela d'occhio» ordinò il mago a Druge e ad Atom, l'apprendista di Khandir. «E attenti a non toccare quella spada» precisò. «Dove l'hanno trovata?» chiese poi rivolto nuovamente a Nicon. «Si stava avvicinando alla montagna, da sola.» «Nessuna traccia di Sawar?» «No, nessuna...» rispose l'Arcon scuotendo la testa. «Sono stati fortunati i tuoi uomini...» «Si, lo so.» ammise Nicon. «Che cosa vuoi farne?» «Dobbiamo sapere che cosa vuole, ma soprattutto che cosa porta. Sono convinto che quella spada possa rispondere a molte nostre domande...»

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«Mago, lo sai benissimo che quella donna è la mia unica arma contro Sawar.» «Lo so, ma in questo momento è più importante sapere che cosa ha da raccontarci, dopodiché potrai farne quello che vuoi.» Nicon annuì soddisfatto. «Rimaniamo qui intorno, noi. Non si sa mai...» disse, dando disposizioni ai compagni. Rivier assentì, poi si rivolse a Khandir: «Finalmente qualche riposta...» Poi i due rientrarono dentro la tenda. Davina, colta da un improvviso senso di soffocamento, sbarrò gli occhi cercando di afferrare l'aria. Per un attimo temette di non riuscire più a respirare. La vista le si era appannata e non era in grado di percepire alcun suono... “Dove mi trovo?”, provò a chiedere, ma le sue corde erano mute. Avrebbe voluto continuare a dormire, ma un dolore lancinante alla testa non le permise di sprofondare nuovamente nell'oblio tanto desiderato. L'aria le si riversò nei polmoni riportando luce e suono, ma il dolore tornò nel punto in cui qualcuno l'aveva colpita con l'elsa di una spada. Era legata ad una sedia al centro di una tenda sconosciuta e davanti a lei vi erano delle figure. Alcune di queste le erano ignote, altre invece sembravano appartenere a dei ricordi sbiaditi, o più probabilmente a dei sogni. Percepiva ancora la presenza della spada, legata saldamente alla schiena, e il suo caldo pulsare la rassicurò. Era prigioniera, ma non potevano levarle la spada. No, non potevano... «Ci sono molte domande alle quali dovrai rispondere...» disse una voce vagamente familiare. La donna cercò la figura alla quale apparteneva quella voce. La sua vista era ancora leggermente sbiadita ma riuscì dopo un momento di esitazione a mettere a fuoco il suo interlocutore. Maledetto Rivier, pensò. «Perché dovrei rispondere a te?» disse sprezzante la maga. «Vuoi davvero continuare a giocare, Davinia? Non ti è bastato il bagno nell'oceano di tenebra dal quale sei riuscita a malapena a riemergere?» La maga guardò l'Elenty dalla veste bianca come un serpente guarda la sua preda. Si, aveva sentito il vuoto che la tirava giù, una sensazione asfissiante che non avrebbe voluto ripetere per nessun motivo.

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«Che cos'è?» domandò. «È la fine di Limbo, mia cara. Tutto ciò che tu e il tuo compagno avete sempre voluto... Sta succedendo, adesso...» «No, non è la fine...» replicò lei, cercando con la mano la spada, ma era legata e non poteva fare altro che divincolarsi inutilmente. «Che cosa vuoi dire?» «Non è la fine, mago! Slegami e ti mostrerò cosa voglio dire.» «Non provare a giocare con me. Sai bene che non ti libererò, almeno fino a quando non riuscirai a convincermi di certe cose, cose che non so neanche se esistono...» Rivier sorrise con occhi gentili e al tempo stesso spietati, «Cos'è quella spada?» chiese poi. Davinia era combattuta. Poteva fidarsi del mago oppure no? Se gli avesse rivelato che la spada era per Sawar, che cosa avrebbe fatto? Non potevano levarle la spada da viva, ma se l'avessero uccisa per strappargliela via? E quanto tempo ancora poteva permettersi di giocare con le parole? Le domande si affollarono nella sua testa dolorante. «Serve ad uccidere il Gigante» disse, pregando di aver fatto la scelta giusta. Un mormorio si levò dal gruppo di persone che si trovavano nella tenda. Questa volta fu Khandir a parlare. «Uccidere il Gigante? E per quale motivo avresti intenzione di uccidere il Guardiano di Mountoor?» «Non io... il campione.» «Il campione?» «Davinia, la tua follia e quella dell'uomo che tu segui appartengono ormai al tempo prima dell'eclisse» spiegò a questo punto Rivier. «Mettiamo da parte i nostri rancori e cerchiamo di risolvere una volta per tutte questa questione. Io sono pronto a liberarti se tu t'impegnerai a condividere con noi i tuoi intenti. Sai bene che Limbo sta sprofondando nell'oblio, e non ci rimane più molto tempo. Parla...» Davinia guardò l'uomo vestito di bianco, suo antico nemico per cause ormai insignificanti, o forse solamente per una stupida questione d'orgoglio. Se esisteva ancora una speranza di uscire da quella prigione digitale, avrebbero dovuto lavorare insieme per poterla realizzare. «Dopo la battaglia alle pianure del vespro ci siamo rifugiati nelle caverne dei Sewolf. Sawar era ferito gravemente ed aveva bisogno di

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cure. Per giorni ho atteso vicino al letto di cristalli che rigenerava lentamente la sua entità digitale. Poi una notte qualcuno mi è apparso in sogno, l'ultimo membro della Rete di Hope, rimasto dentro Limbo all'insaputa degli altri programmatori nella sua forma digitale di vampiro.» A quella parola Rivier sbatté gli occhi e guardò l'amico che gli stava accanto. La donna continuava a raccontare. «Mi ha parlato degli errori di Limbo e di speranza...» Quella parola non fu facile da pronunciare. «Mi ha dato questa spada con il compito di consegnarla al più grande campione di Limbo. Solo lui con l'aiuto di quest'arma potrà sconfiggere il Gigante di Mountoor ed accedere al portale esterno, dopodiché tutti potremo uscire, Elenty, Arcon, tutti quanti...» «Uscire dove?» chiese a quel punto Mila, che si era tenuta in disparte. Tutti la guardarono, condividendo la stessa domanda, ma nessuno poté risponderle. «Non lo so dove» continuò Davinia, «fuori di qui, immagino.» «La migrazione...» sussurrò Khandir, con una luce negli occhi. «Cosa?» chiese Rivier. «Ne abbiamo parlato, ti ricordi... molti cicli fa. La migrazione, il grande viaggio... A questo punto temo che l'eclisse sia stato solo il primo degli errori ai quali abbiamo assistito, e che abbia innescato una sequenza degenerante di eventi che in breve tempo comprometteranno tutta la struttura di Limbo. È probabile che uscendo dal portale non troveremo alcun corpo da abitare, saremo lanciati nell'etere, e viaggeremo nella forma di onde fino a quando non troveremo un altro luogo in cui vivere.» «Vuoi dire, un altro Limbo?» insinuò Mila, scettica. «Si, oppure...» rispose Khandir, cercando lo sguardo di Rivier. L'amico, che aveva intuito il ragionamento, continuò per lui. «La migrazione è una teoria speculativa, ma non troppo campata in aria. Nessuno di noi è mai stato lanciato nell'etere. La nostra entità digitale è stata innestata via cavo dentro Limbo, perché, in quanto entità digitali senzienti, quando veniamo lanciati abbiamo la capacità di alterare la nostra frequenza e decidere la nostra direzione, perciò nessun programma, vivente o artificiale, è controllabile nell'etere, a parte forse gli Arenty. Il Gigante serve proprio a questo, a tenere fuori da Limbo i

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programmi esterni che vogliono entrare qui dentro.» «Si, va bene, ma di quale speranza parlate?» intervenne nuovamente Mila. «Già, dalla prigione di Limbo ad un'esistenza nomade nell'universo. Non so che cosa sia meglio» disse Davinia, scuotendo la testa. «Non ho finito» continuò Rivier, interrompendo le polemiche delle due donne Elenty. «Che cosa siamo realmente, noi?» Davinia lo guardò interdetta. «Programmi?» rispose. «Si, programmi. Catene più o meno lunghe di informazioni, almeno dal punto di vista di un processore. Nell'etere saremo delle onde, dei flussi di entità, dei codici astratti... A cosa ti fa pensare questo?» La donna scrutò oltre il volto del mago che la guardava, provò a carpire quell'intuizione, solo una misera e folle intuizione, che però poteva aver senso. Poteva bastare come speranza? «A una migrazione... di anime...» sussurrò.

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CAPITOLO 27 Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l'indice sulla maga dalla veste scarlatta. «Calmati Arcon, c'è una spiegazione» provò a riassicurarlo il primigenio. «La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere. Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza lasciando chiazze di vuoto nel paesaggio. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, il mondo dei sogni ormai corrotto dal sistema. A questo punto addormentarsi, anche solo per poche pause, poteva rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Non tutti sarebbero riusciti ad uscire da quella trappola, di questo il mago era certo. Molte tribù avrebbero impiegato intere stagioni per raggiungere la montagna sacra, ma era inutile adesso pensare a loro. Dovevano fare qualcosa alla svelta, e le opzioni diminuivano con il passare del tempo. «Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l'arrivo di Sawar... Sarà lui ad uccidere il Gigante...» Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?» «È la nostra unica possibilità salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c'è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty... tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall'ultimo programmatore di Limbo per il

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più grande campione.» «Non è così che deve essere, mago...» protestò Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar...» «Non c'è più tempo. Dagli la spada!» Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell'uomo. Lo avevano visto solo in un'occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all'istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa. «Eccomi, Arcon... Sono venuto ad annientare la tua insulsa esistenza, prima che questo stupido mondo ci annienti tutti...» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon provò a rialzarsi ma l'esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi, ma riuscì a vedere solo macchie di luce «Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier. L'Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore... perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c'era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell'uomo era stato preciso e fulmineo. «Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso...» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell'attacco, sentì la lama fendere l'aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell'istante un urlo si alzò dall'accampamento. Era la voce del giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un'ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d'improvviso nel ventre dell'amico. Sentì sui

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palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo. Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, rimase immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere. «Era questo il richiamo...» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno...» «Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena. «Mio padre... diceva che esistono i segni... fanno parte di un grande disegno... credo che presto sarò anch'io in grado di vederlo...» rispose Tzadik, e nel mistero di quelle parole chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull'erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l'investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik...» sussurrò l'Arcon.

“Mountoor” di GM Willo

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Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all'orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente. «Non c'è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c'è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!» Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata. «Che sta succedendo?» «Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama. «Che cos'è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo. «Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna. «Perché mi chiedi questo?» Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere...» L'Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora in lacrime accanto al corpo senza vita dell'amico Tzadik, sentì quei due occhi puntati su di lei come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l'oggetto, ragazza!» Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l'avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e infine la tragica morte del suo nuovo amico. «Consegnagli l'oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l'uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell'Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide

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soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l'afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s'incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione. «Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era la voce di Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all'entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall'Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon. «Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir. «Temo che vogliano arrampicarsi sulla roccia...» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.» Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell'enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all'entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare. «Non puoi usare la magia... Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando...» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares. «Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città...» disse il religioso, con uno sguardo carico di fanatismo. «Sei tu che devi tornare indietro, Arcon...» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.» «Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente... La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li

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consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!» Gli eventi accaddero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell'instabilità di Limbo. La prima fila di religiosi si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt'altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all'uomo aggrappato alla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L'Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l'aiuto della magia, l'Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume. Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s'infilzò nella coscia e l'altra nel fianco di Sawar. L'Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla liscia parete per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire. «Khandir, dobbiamo tentare qualcosa...» dichiarò Rivier, rivolto all'amico. «Che cosa vuoi dire?» «Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni...»

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«Lo sai quello può voler dire?» «Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?» I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell'incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l'allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a reimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l'attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata. La cerchia di maghi che avevano per l'ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all'unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura contaminata di Limbo. «Arcon, non c'è tempo per piangere...» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!» «Cosa?» urlò l'Arcon, che non riusciva a capire. «Prendi la spada! È nel mio fodero...» spiegò l'Elenty, imprecando ancora per il dolore. «Io?» «Sei l'unico rimasto... Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte...» Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall'uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili?

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Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l'Elenty. «È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all'Arcon. «Ti porto giù» propose Druge, ma l'Elenty scosse la testa. «Non c'è tempo. Vai!» Poi continuò l'arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l'ultima battaglia di quel mondo fatto d'impulsi.

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CAPITOLO 28 Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l'intera pianura attorno alla montagna. L'Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l'amore che provava per Mila, e il solo pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell'amore per la vita. Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, sicuro di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un'entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un'esistenza reale ricostruita all'interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all'entrata della caverna. Un tuono squassò l'aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all'orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor. Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia

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limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda. «Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon. Se ne stava seduto in un angolo della tenda a contemplare assorto la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l'intero paesaggio e che sembrava capace di attutire anche i suoni. «Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati...» «Ho fatto male a consegnare a quell'uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa. «Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l'oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare...» Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell'amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un'invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò? «Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l'apprendista mago. «Vengo con te» aggiunse prontamente Jade. «Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c'è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.» «Io non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?» Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient'altro. Nel silenzio innaturale di quell'ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia densa e violacea che annunciava la fine di Limbo.

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Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l'odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual'era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L'aveva già sentita da qualche parte... La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l'unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l'aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva... «Mila...» nella canzone apparve il suo nome. «Mila, ecco la strada...» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma inspiegabilmente lei era capace di comprenderle. «Mila, torna indietro...» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui... «Vecchio, sei tu? Ho tante domande...» «Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone...» Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell'oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l'attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; le vesti bianche erano quelle di Rivier. Si avvicinò al volto del mago per accertarsi delle sue condizioni; aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Allora gli si inginocchiò accanto e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l'aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i compagni caduti.

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Sawar rise, come era solito fare dall'alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà virtuale come quella di Limbo. Rise e il suono della sua risata si perse lontano nella nebbia. Per un po' giocherellò con l'idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell'assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna. «Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un ultimo desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta. Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all'impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l'apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte... Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d'animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d'acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell'immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov'era il portale?”, si chiese l'Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante. «Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell'affronto, reagì d'impulso

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facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell'elmo. «Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse a rattrappirsi, come succede al fango sotto il sole cocente, e il dolore di tali ustioni lo facessero cadere nell'oblio?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell'intruso, invece sollevò l'enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la morte alitargli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall'istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge ignorava da dove venisse quel suo intuito, ma sapeva che lo aveva tratto in salvo più di una volta. Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un'esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della lama penetrò la dura corazza di quell'essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l'enorme piede della creatura, ignorando l'ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c'era nient'altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un'ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita? Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna

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si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L'Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme che lo circondavano. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un specie di corridoio scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un'altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall'acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell'acqua, immobile fino a quell'istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l'unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l'avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove. Il lago era scomparso dentro le viscere della terra e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L'Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Grazie ai suoi riflessi fulminei, riuscì a scansare all'ultimo istante una roccia grande il doppio di lui che gli rotolò accanto. Infine raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l'inizio. Chiuse gli occhi ed entrò.

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CAPITOLO 29 La Processione

Tutti udirono, nel silenzio innaturale di quel mare di nebbia, la montagna spaccarsi. Il primo fu Sawar, ancora aggrappato alla roccia. Avvertì il tremito, vide alcune crepe aprirsi sopra di lui e seppe che Druge era riuscito nella sua missione; il Gigante era stato sconfitto. Adesso però non aveva altra scelta, doveva fuggire di lì. La ferita al ventre andava meglio, ma sapeva che se si fosse mosso avrebbe ripreso a sanguinare. Non poteva contare sulla gamba ferita, ma si augurava che per scendere non gli sarebbe servita. Respirò profondamente, poi lasciò andare la presa e iniziò a scivolare sulla roccia prendendo rapidamente velocità. Rise Sawar, mentre la pietra graffiava la sua pelle e il dolore divenne qualcosa in cui perdersi. Erano solo impulsi, pensò, irreali quanto Limbo, e d'improvviso non sentì più niente. Si lasciò andare alla caduta, mentre rocce grandi quanto la sua testa incominciavano a rotolare lungo il fianco della montagna. Nessuna di queste, però, lo colpì. Quando toccò il terreno, continuò a rimanere cosciente, nonostante le molteplici fratture alle braccia e alle gambe. Il suo sforzo probabilmente non sarebbe bastato se qualcuno non lo avesse trascinato via da lì, mentre le pietre che rotolavano giù dalla montagna diventavano sempre più grandi e letali. Non seppe mai di chi fossero le mani che lo sorressero fino a una zona sicura, in cui finalmente poté abbandonarsi ad un sonno senza dolore e senza sogni, ma non lo avrebbe di certo sorpreso sapere che era stato proprio Nicon a salvarlo, anche lui scampato per miracolo alle forze elementali scaraventate addosso ai Testimoni di Seidon dalla cerchia di maghi. Si risvegliò tra le braccia di Davinia, incapace di rendersi conto se si trattava di un sogno, o di una realtà di qualsiasi tipo. “Sei tu?” provò a chiedere, ma la sua voce rimase muta. «Dobbiamo andare...» rispose lei, poi si sentì sorreggere. Le immagini divennero confuse, la storia acquistò significati illeggibili. Nel frattempo la nebbia era scomparsa.

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Guardandosi intorno si accorse di trovarsi nel mezzo ad una processione, o almeno questa era la sensazione che aveva. Una marea di Arcon si muoveva lentamente verso un immenso globo di luce azzurra. “Che realtà era”, si chiese, ma non la combatté. Rimase fermamente aggrappato alla sua donna, mentre la luce si faceva ad ogni passo più vicina, più vicina, più vicina...

“Il Globo di Luce” di GM Willo

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Jade e Mylo si tenevano per mano, perché se si fossero allontanati anche solo di tre passi l'uno dall'altra, si sarebbero sicuramente persi nella nebbia. Camminarono lentamente verso la direzione in cui, secondo l'orientamento dell'apprendista mago, doveva trovarsi Mountoor. Nel silenzio opprimente della prateria, tutto ciò che riuscivano a udire erano i loro respiri. Poi un rombo lontano e crescente li fece fermare. La terra sotto i loro piedi incominciò a tremare. «Che succede?» domandò Jade, cercando gli occhi dell'amico. Mylo non seppe cosa rispondere. Attesero in silenzio, mentre il tuono cresceva. «È la terra che si spacca...» disse poi il ragazzo, «la montagna sta crollando.» Quello che videro dopo fu più o meno ciò a cui tutti gli Arcon, Elenty e Arenty presenti sulla piana davanti a Mountoor assistettero. Dalle crepe che si formarono sulla superficie conica della montagna, una luce abbagliante fuoriuscì diradando la nebbia purpurea che aveva invaso le pianure. Il terremoto spaccò in due la montagna, che si inabissò lentamente dentro la terra, ma la fonte di quella luminescenza, il globo azzurro che rappresentava il portale dimensionale di Limbo, continuò a galleggiare sopra le macerie che venivano fagocitate dalla voragine. La terra in cui era scomparsa Mountoor si richiuse ad una velocità impressionante, erba fresca incominciò a crescere su quel terreno nuovo su cui la sfera di luce si adagiò delicatamente. La montagna era scomparsa insieme ad ogni segno della sua esistenza. La nebbia, diradatasi, non attutiva più i suoni, ma un silenzio di meraviglia aveva ghermito i cuori di coloro che avevano assistito a tale portento. Migliaia di Arcon ammutoliti osservavano estasiati la luce che illuminava i loro volti. Giunse il primo margine della notte di Limbo, ma il globo risplendeva come un sole sulle praterie e quasi nessuno si accorse del cambiamento di paesaggio. Ma Limbo era ancora instabile; i lampi e i tuoni, che per tutta la durata del fenomeno si erano interrotti, ricominciarono ad esplodere nel cielo. Davanti a quella folla smarrita, una voce allora si alzò, la voce di un uomo che Mylo conosceva bene; era il suo maestro, quasi un padre per lui. Si trovava su un piccolo promontorio, davanti alla sfera di luce. Tutti potevano vederlo distintamente, nella sua veste bianca.

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«Arcon, avete scelto di credere in Seidon, ed Egli ha risposto alle vostre preghiere...» un mormorio si alzò dalla folla. «Che sta dicendo?» Jade era confusa. Mylo scosse la testa. «Le antiche città non torneranno dagli abissi. Limbo non si fermerà, è invece destinato a una rapida distruzione, come potete vedere...» continuò il mago, indicando i lampi nel cielo. «Non è più sicuro rimanere qui... Ma non disperate! Un altro mondo vi aspetta, oltre questa luce alle mie spalle, e laggiù forse incontrerete Seidon in persona, o qualcosa che lo rappresenti.» «È l'unico modo...» spiegò Mylo. «Cosa?» Jade era sempre più confusa. «L'unico modo per convincere gli Arcon a seguirlo.» «Credevo che gli Elenty ne avessero abbastanza delle menzogne...» Mylo ci rifletté un momento. «Temo che gli uomini non possano vivere senza menzogne. È come se non ne potessero fare a meno...» Rivier parlò ancora agli Arcon, usando parole semplici ed efficaci che s'insinuarono facilmente nelle loro menti. Alcuni, i più coraggiosi, fecero alcuni passi in avanti, seguiti lentamente dagli altri che guardavano con sospetto e paura i lampi nel cielo. Poi la processione incominciò, e la grande marea di Arcon si mosse lentamente ma senza esitazione verso la luce, verso la promessa di un nuovo mondo.

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CAPITOLO 30 La Migrazione

Lontano, in una torre sotto l'oceano, Wirlock spense i monitor e si alzò dalla console. Una nuova crepa si formò su una delle vetrate che davano sui fondali marini. Il vampiro non ci fece caso e attraversò la stanza di controllo per sedersi al tavolo in cui le proiezioni degli ultimi programmatori della Rete di Hope usavano ritrovarsi per discutere del destino di Limbo. Erano passati molti cicli dall'ultima volta che si erano ritrovati; Wirlock ricordava bene quell'occasione. In verità, anche i suoi sogni erano tormentati dal rimorso per il modo in cui aveva tradito i suoi compagni, seguendo un progetto tutto suo, ma quel progetto era finalmente arrivato ad una conclusione, nel bene o nel male. La storia dell'uomo era andata per sempre perduta. Malgrado gli sforzi, non era riuscito ad isolare l'impulso inaspettato che aveva guidato la mano di Viktor, l'Aviatores che aveva cancellato il supporto in cui era scritta la storia del vecchio mondo. Wirlock non era riuscito ad isolare neanche la strana forza che aveva richiamato Mila fuori dall'oscurità, e la canzone che la stessa donna Elenty aveva usato per salvare gli altri maghi. Era come se una forza esterna agisse dentro Limbo, seguendo un piano più grande del suo. Anche il destino di Druge era un mistero. Era stato il vampiro a fare intervenire il framemaker per rivelare la vera natura dell'Arcon, ma incomprensibilmente Ryo aveva atteso molte stagioni prima di rivelarsi, anche lui guidato da una forza esterna, ignorando il programma che lo aveva generato. Aveva salvato la vita di Druge diventando il suo doppione, e poi era stato lo stesso Druge a portare a termine la missione che Wirlock aveva pensato per Sawar oppure Nicon. Wirlock si sorprese a pensare che neanche un mondo interamente generato dalla mente umana è esente da alcune inconoscibili forze dell'universo. Davanti al vampiro vi era una bottiglia di vino, l'ultimo programma a cui aveva dato il via prima di prendere congedo dalla console. Stappò la bottiglia e si versò un bicchiere abbondante di quel liquido ambrato.

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Un'altra crepa apparve sulla vetrata, insieme al ghigno malefico di uno degli squali giganti che facevano la ronda attorno alla guglia. Wirlock bevve, alla sua salute e a quella degli squali, cercando di convincersi che ne era valsa comunque la pena. La migrazione poteva essere una nuova risposta, pensò. Qualcuno all'interno del progetto ci aveva creduto a quella teoria, e forse all'insaputa di tutti era riuscito ad innescare un input specifico nella matrice di Limbo. Gli Elenty avevano fatto il resto. “Interessante”, pensò, e si versò un altro bicchiere. Un rivolo d'acqua incominciò a fuoriuscire attraverso la crepa sulla vetrata; una pausa, forse due prima che l'oceano invadesse l'interno della torre, mettendo fine una volta per tutte alla sua esistenza. Il Telaio era andato. Viaggiarci attraverso per raggiungere il portale, nel quale si riversavano gli Arcon provenienti dai remoti angoli di Limbo, poteva costargli la vita, o quella sorta di simulazione vampiresca di cui era prigioniero, ma in fondo che cosa aveva da perdere... Bevve l'ultimo sorso, chiuse gli occhi e proiettò la sua mente nell'infrastruttura di quel mondo digitale. Un'ultima volta ancora... Non avevano forma, anche se un prodotto evoluto della chimica del carbonio le avrebbe chiamate “onde” solamente dopo averle analizzate attraverso un sofisticato strumento. Sicuramente, processate in un certo modo, avrebbero potuto trasformarsi in suoni, privi di una logica musicale, ma comunque suoni. «Puoi sentirmi?» «Qual'era il mio nome?» «Chi eri tu?» «Dove stiamo andando?» Non potevano chiamarla oscurità, anche se la luce ormai era alle loro spalle. Erravano in una placenta vibrante, uno spazio infinito ma allo stesso tempo contenuto. La sensazione non era quella del volo; c'era stata una spinta, subito dopo aver varcato la porta di luce, ma si era esaurita velocemente. Adesso semplicemente erravano, guidati da una miriade di possibilità, puntini più o meno luminosi percepibili nella distanza. Un viaggio, non condizionato dal fattore tempo, li attendeva tutti, Arcon, Elenty ed Arenty. Quei codici si sarebbero comunque

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evoluti in qualcos'altro, proiezioni filiformi di vita innescate in rappresentazioni più o meno nuove. «Rimaniamo insieme...» «Stai tranquilla, non ti lascerò mai più.» E ancora... «Sei tu?» «Si sono io.» «Allora seguimi...» E ancora... «E se non mi riconoscerai nella mia forma nuova?» «Non temere; ti riconoscerò...» Nel viaggio le entità incontrarono altri semi di vita. Non avevano nomi come loro, non sapevano da dove venivano ed ignoravano le loro mete. Qualcuno si accarezzò e si innestò all'altro combaciando come pezzi di un puzzle, ed insieme puntarono su una stella meno fulgida ma più nitida. Laggiù li attendeva qualcosa di diverso, forse più reale, forse semplicemente diverso. E continuarono così, ingannando il tempo e lo spazio, spargendo i semi di nuove incredibili storie.

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I RACCONTI

La maggior parte di questi racconti sono stati scritti prima della stesura del romanzo con lo scopo di saggiare il terreno di Limbo. Alcuni dettagli presenti in queste piccole storie possono stonare con la logica degli eventi appena raccontati, dato che la storia di Limbo si è evoluta col tempo. Ho voluto comunque inserirli in questo libro perché li ritengo complementari al romanzo e a tutto il progetto. Alcuni di questi sono composizioni brevissime chiamate 101 parole, un progetto di narrativa minimale che porto avanti da qualche anno.

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LA PROMESSA DI SAWAR

Nei sotterranei asettici della base Antartica, ogni rumore risaltava amplificato, circoscritto dentro una bolla di silenzio artificioso, probabilmente causata dalle abbondanti nevicate che andavano a depositarsi sulle tre cupole del complesso scientifico durante tutto l'arco dell'anno. Dentro l'edificio si lavorava giorno e notte al progetto Limbo, l'ultima frontiera dei mondi virtuali, o almeno questo era quello che si sussurrava in rete. L'uomo si era appena sottoposto agli ultimi test per entrare a far parte dell'esperimento. L'idea era stata di suo figlio Thomas. Era lui l'esperto di computer... Da quando la madre era scomparsa circa un anno prima a causa di una malattia di origini sconosciute, probabile evoluzione di uno dei tanti virus fuoriusciti dai laboratori militari durante le ultime guerre, il ragazzo si era messo d'impegno per trovare una scappatoia. Lui invece, il padre, si era dato da fare come poteva. Erano giorni difficili e mettere in tavola qualcosa per cena anche solo per due persone significava già chiedere troppo. “Ultima fermata per il genere umano”... gli piaceva quella battuta, anche se in molti lo guardavano male quando la diceva, e il suo sorriso forzato non aiutava di certo. C'era chi lasciava la città per le campagne, c'era invece chi credeva che le isole fossero più sicure. Molti pensavano fosse tutto inutile, e lui era uno di questi, per questo motivo aveva deciso di rimanere nel suo appartamento all'ottavo piano di una delle strade più trafficate della città, almeno fino a qualche anno prima. Adesso le automobili erano diventate rare e i marciapiedi rimanevano deserti anche durante il giorno. Alla fine Thomas lo aveva convinto. Il ragazzo era entrato in contatto con alcuni ambigui personaggi della rete impegnati in un progetto di cui lui c'aveva capito ben poco. Riguardava i mondi virtuali, le esistenze digitali e le codificazioni delle entità, nomi strani che sembravano usciti da uno di quei fumetti di fantascienza che piacevano tanto al suo

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ragazzo. I soldi per il viaggio riuscì a metterli insieme grazie ad alcuni lavoretti poco puliti, anche se nel caos in cui era precipitata tutta la civiltà occidentale era praticamente impossibile trovarne di legali. Dopo una serie di scali erano riusciti finalmente a raggiungere la desolata cittadina di Rio Gallegos, nell'estremo sud dell'America Latina. Nell'aeroporto internazionale del piccolo centro argentino si erano infine imbarcati su un airbus a prima vista poco affidabile, privo di qualsiasi identificazione. Il charter si era spinto ancora più a sud, fino alle propaggini del continente di ghiaccio. Il veivolo era quasi pieno ma nessuno aveva voglia di parlare. Tutti quanti osservavano in silenzio fuori dal finestrino la costa dell'America meridionale allontanarsi rapidamente, cento paia di occhi uniti in uno sguardo che significava addio. Poi c'era stata la sistemazione negli alloggi, l'incontro con i trainer del progetto, i primi test sulla personalità, più tutta una serie di esami non solo medici. Nella fase finale della preparazione all'innescamento ogni soggetto doveva passare un test di compatibilità che veniva semplicemente chiamato “Screen”. L'uomo e il ragazzo non si erano mai separati; ogni prova, ogni esame l'avevano affrontato insieme, a parte quello conclusivo... «Perché non può venire con me?» chiese lui incredulo. «Mi spiace ma lo Screen di suo figlio non mostra i requisiti necessari per prendere parte al progetto Limbo.» La donna lo guardò solo un attimo, poi riprese a battere le dita sulla tastiera. L’uomo guardò con odio la programmatrice. Lei sembrò non accorgersene, presa com'era dal suo lavoro. «Che ne sarà di lui?» domandò ancora, stringendo i pugni fino a sbiancare le nocche. «Parteciperà ad un programma alternativo. Limbo non è l’unica arca della salvezza, questo lo avrà capito anche lei.» rispose lei alzando le spalle. «Si ma… potrò rivederlo?» «Chissà, forse un giorno…» ma la voce della donna era gelida, priva di emozioni.

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Una volta tornati nei loro alloggi l’uomo si avvicinò al ragazzo e lo abbracciò con trasporto. Lacrime calde cominciarono a rigargli il volto e non fece niente per trattenerle. «Thomas, ti prometto che ci ritroveremo» disse. Il giorno dopo si addormentò, e sognò di chiamarsi Sawar. Fu quella promessa non mantenuta a trasfigurargli l’anima, per tutti i secoli a venire... «Padre, sei tu?» «Si, ma sono anche tuo figlio e il tuo migliore amico...» «È incredibile... dove stiamo andando?» «Non lo so caro, ma questa volta non ti lascerò da solo...» «Sono con te, padre.» «Te lo avevo promesso che ci saremo ritrovati...» Le onde continuarono a migrare verso stelle lontane, intrecciate come lo erano le loro storie, non più delimitate da un tempo lineare, ma appartenenti a qualcosa di eterno, che gli uomini sulla terra usavano chiamare amore.

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FAVOLE DI UN ELENTY

Quieta è la notte di Limbo, con i suoi riverberi porporini e i profumi dolciastri che accarezzano le montagne, ed entrando dai pertugi delle tende da campo si mischiano all’odore del fuoco dei bracieri. Quieta è la cometa che taglia il cielo scandendo il tempo, e il sonno degli animali del bosco è anche il sonno di un mondo in armonia, il disegno di un dio, oppure quello di un uomo che cerca di emularlo. Quieto è il respiro del bimbo, al sicuro sotto le coperte osserva il profilo del vecchio, segue con gli occhi quelle ombre che gli deturpano i lineamenti, trasformando il suo volto gentile in un macabro ghigno… solo per un attimo. «Il mondo non è sempre stato così.» «Che vuoi dire, nonno?» «Vedi figliolo, prima di tutto devi sapere che esiste un piccolo mondo dentro ognuno di noi. È un po’ come un vestito da indossare. Ogni uomo veste il mondo che più gli piace. Ma c’è anche un altro mondo, quello fuori da questa tenda. Il mondo che condividiamo insieme a tutti gli altri…» «Nonno, non riesco a capirti. Vuoi dire che esistono mondi diversi?» «Certo piccolo mio, milioni di mondi diversi. Ogni Arcon possiede il suo mondo, plasmato dalle sue stesse azioni. Però quel tipo di mondo appartiene solo a una persona, e solo quella persona può accedervi. Poi esiste anche un mondo esterno, quello che appartiene a tutti noi, quello di cui volevo parlarti. Non è sempre stato così…» «E come era?» «Beh, forse non era bello come questo… ma di sicuro era più vero.» «Vuoi dire che questo mondo è finto?» «Tesoro caro, se solo riuscissi a capire… …ma non importa. Sappi solo che prima di Limbo vi era un altro mondo, ed era cattivo e malato. La gente che lo abitava faceva di continuo la guerra, e nessuno era felice. Per questo motivo è finito, morto. Io ho visto quel mondo, e l’ho lasciato per venire quaggiù. Poi

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ho conosciuto tua nonna, che non era proprio tua nonna, come io non sono proprio tuo nonno. Miranda si chiamava, ed era la nonna della nonna di tua nonna. Era bellissima…» «Vuoi dire che tu non sei mio nonno ma… …ma quanto sei vecchio?» «Ho visto passare la cometa nel cielo centinaia di volte. Sono molto, molto, molto vecchio. Troppo vecchio. Vedi, è come se avessi un armadio pieno di vestiti, ed ogni volta ne indosso uno nuovo, una nuova vita, un nuovo mondo. Ecco perché il mondo fuori da questa tenda non mi riconosce. Mi travesto per ingannare la morte di questo mondo.» «Ma allora sei un mago?» «Beh, se ti piace puoi chiamarmi così…»

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DINASTIA DI LIMBO

La donna Arcon risalì la duna di sabbia, volgendo le spalle al mare infinito. Suo figlio la teneva per mano. «Dove andiamo mamma?» chiese. «A conoscere tuo padre» rispose lei decisa. Le falde della tenda sbattevano al vento. Un cavallo pezzato annusò l’aria e nitrì. Un uomo dagli occhi smeraldo e la pelle bruna si alzò e andò incontro alla donna col bambino. Si fermò a due passi da loro. «Allora questo è mio figlio?» domandò, mentre gli smeraldi gli si riempivano di lacrime. «Si» sussurrò lei. L’Elenty abbracciò il piccolo Arcon. «Non avrei mai creduto di poter amare un’illusione…» disse.

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IL PORTATORE DEL BRACCIALE

Il cielo era plumbeo e gravido di pioggia, ma c’erano riverberi rosati che lampeggiavano dietro le nubi, segno che il paesaggio sarebbe cambiato e che una notte priva di astri si prospettava, ospite la solitaria cometa che scandiva il tempo di Limbo. Clessidra la chiamavano, la luce che naviga il cielo chiudendo le stagioni. Neve procedeva lentamente in sella al suo cavallo pezzato discendendo il dorsale della montagna appena valicata. Il sentiero lo stava accompagnando verso le terre del sole rosso, oltre Mountoor, la montagna che segnava i cicli del mondo. Desiderava da tempo rivedere le terre in cui era nato, le praterie all’ombra delle Montagne del Vespro, un paesaggio incantevole in cui le luci del cielo si rincorrevano in sfumature calde tra il giallo, il rosso e il blu più profondo. Un tramonto eterno, alternato a delle notti di luna bianca, dava il nome a quelle montagne che come un drappo nascondevano il mare infinito di Limbo. Oltre la distesa azzurra increspata di onde continue, il riflesso in due specchi paralleli del solito paesaggio dava il nome a quel mare: Infinito. Mentre discendeva l’altura, Neve giocherellava col bracciale di famiglia, un drago dorato attorcigliato su se stesso con due rubini per occhi. Era un monile alquanto vistoso, sicuramente di grande valore, anche se il solo attribuire un qualche valore a un oggetto di famiglia era una cosa che molti Arcon consideravano inammissibile. Suo padre glielo aveva cinto intorno al polso molte stagioni prima, quando i suoi occhi grigi lentamente si spegnevano su questo mondo per riaprirsi da qualche altra parte. Da allora Neve non se l’era mai tolto, e mai lo avrebbe rimosso se non in punto di morte, consegnandolo nelle mani di Jill, la figlia di sua sorella Violet, prima discendente della sua famiglia. Ma se fosse giunto il tempo dell’Emersione, come gli aveva spiegato il padre, avrebbe dovuto esaudire il suo ultimo desiderio, una missione piena di mistero della quale Neve non desiderava conoscere più di quel poco che sapeva. Nel momento in cui il sole e la luna si fossero congiunti dando vita ad un nero astro che risucchia la

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luce, il tempo dell’Emersione sarebbe giunto, ed allora quel bracciale doveva essere consegnato nelle mani del guardiano di Mountoor, il gigante che abitava nelle profondità della montagna sacra. Era totalmente assorto in questi pensieri quando il cavallo improvvisamente nitrì, scartando di lato in un movimento che per poco non disarcionò il suo cavaliere. Neve riprese subito il controllo del suo destriero, ma quando rialzò lo sguardo venne colto dalle vertigini. Il mondo intorno a lui si oscurò per un istante mentre un suono lancinante, come metallo e vetri in frantumi, attraversò la sua testa lasciandolo senza fiato. Quando riprese conoscenza si scoprì con la faccia nella polvere ed i muscoli inerti. Poteva solo avvertire le presenze sopra di lui, due uomini le cui auree erano così potenti da distorcere l’etere intorno a loro. Neve, capace appena di respirare, poté soltanto ascoltare le parole dei due uomini che stavano disegnando il suo destino. «Allontanati da lui!» «Chi credi di essere tu per dirmi cosa devo o non devo fare?» «Io sono la cosa giusta.» Le due voci erano completamente diverse. La prima era priva di emozioni, l’altra fin troppo appassionata. «Tu sei solo un disegno, niente più. Quel bracciale mi appartiene, è mio. Anzi, quel bracciale sono Io!» «No. Quel bracciale eri Tu prima che questo mondo ti corrompesse, prima che tutto questo avesse inizio.» «Misero Arenty, credi di potermi fermare? Tu non puoi neanche immaginare la forza che mi spinge verso quell’oggetto.» «Quella forza di cui parli è fittizia. Tu puoi continuare a vivere la tua vita anche senza quel bracciale. Non c’è niente che ti leghi a lui. Non più!» Adesso le voci erano molto vicine, sovrastavano il corpo e la mente di Neve che immobile cercava di afferrare il senso di quello che gli stava succedendo. «Come potrei vivere ignorando la presenza di quel bracciale? È la testimonianza dell’inganno che noi Elenty abbiamo subito. Non capisci? Già, ma come potresti mai capire tu…» «Io non capisco. Io so! So qual’è la cosa giusta da fare, ed è proteggere

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il portatore del bracciale per il bene di tutti.» Elenty... Quell'uomo aveva detto di essere un Elenty, un primigenio, uno degli stregoni immortali che Neve aveva sempre creduto appartenessero alle leggende che raccontavano le vecchie. Che cosa voleva da lui? Perché quel bracciale era così importante? E chi era l'uomo che stava rischiando la vita per lui? Le domande affollarono la mente del ragazzo, rincorrendosi in una strana giga. Ci fu un momento di silenzio, mentre le due figure parevano studiarsi. Si muovevano in cerchio, sollevando nuvole di polvere attorno al corpo inerte di Neve. «La cosa giusta? Non esiste nessuna cosa giusta. Questo dannato mondo finirà prima o poi, e tutto sarà stato inutile. Quindi facciamola finita e incrocia la tua spada, tanto so già che non ti farai mai da parte.» «E come potrei. La mia esistenza è volta a questo momento. Lasciami però un'ultima parola prima di combattere. Un giorno la vita contenuta in quel bracciale aprirà gli occhi su un mondo nuovo, un mondo vero, e quando questo accadrà tu ti risveglierai e Limbo non ti sembrerà altro che un brutto sogno. Sei sicuro di non volerci credere più?» Ci fu un’altra pausa di silenzio in cui Neve poté distinguere i respiri degli uomini che si fronteggiavano. Poi, in un sussurro appena percepibile, l'Elenty pronunciò le parole che annunciavano l'inevitabile scontro. «No, non ci credo più!» Due urla profonde e disperate precedettero lo schianto delle lame lanciate in due potenti fendenti. Lo scontro di quelle spade, sicuramente dalle proprietà magiche, portò il definitivo oblio nella mente di Neve. Vagò in un sogno leggero, fatto di filamenti luminosi e visioni di sistemi binari, immagini che non riusciva pienamente a capire ma che seguivano i bizzarri ragionamenti dei due uomini che combattevano sopra di lui. Poi sentì il suo corpo cadere per un tempo indefinibile, per atterrare infine dentro una scura pozza d’acqua che si andava allargandosi a causa della pioggia battente che vi cadeva. Per un momento temette di affogare, ma come succede sempre nei sogni, l’attimo prima di morire aprì gli occhi. Neve era ancora riverso a terra nello stesso punto in cui era caduto da cavallo, sotto una pioggia torrenziale che lasciava distinguere appena il

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paesaggio. A fatica riuscì a rialzarsi in piedi, e subito si accorse dell’uomo che giaceva a pochi metri da lui. Riverso al suolo, il corpo senza vita di uno dei due guerrieri era privo di testa. Quando Neve si rese conto di non indossare più il bracciale seppe che l'Elenty aveva avuto la meglio.

“Il Portatore del Bracciale” di Charles Huxley

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I GIOCHI EROTICI DI DAVINIA

I suoi baci incominciavano ad annoiarlo. Tutto lo annoiava, ormai. Lei gli si avvicinò con addosso solamente due veli. C’era qualcosa di diverso nei suoi occhi. Lui rimase immobile, in attesa del solito rituale. Invece si sentì afferrare le tempie. «Vieni con me!» sussurrò Davinia. Sawar avvertì una vibrazione intensa. Poi accettò l’invito. Insieme viaggiarono attraverso gli specchi di Limbo, oltre la struttura ossea dell’universo. Nuvole d’ombra e tempeste di luce. Lei divenne liquida e calda come cera che cola. Si spalmò addosso a lui, penetrandolo, percorrendo le sue vene. Diventò lui. “Tutto sommato valeva ancora la pena di vivere” pensò Sawar.

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TU NON ESISTI

«Tu non esisti» sussurrò il mago. Un rivolo di sangue gli fuoriuscì dalla bocca. L’Arcon torse la lama nelle viscere della sua vittima. Il mago urlò, ma continuò a vivere. Ancora per qualche istante… «Tu non esisti, Arcon!» ripeté. «Piantala con le assurdità, stregone. Deciditi a morire!» La voce del guerriero era fredda, impietosa. «Certo che morirò, e ti ringrazio… Tu però non sei mai esistito!» La voce del mago era ormai un rantolo. «E allora muori!» Urlò l’Arcon estraendo la lama. Ma nel morire il mago aveva innescato il codice. L’Arcon svanì nell’aria, proprio come se non fosse mai esistito.

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IL SEGRETO DEI DOWA

Intro Guardava il bambino giocare sul prato dietro al villaggio, un piccolo Arcon che rincorreva felice le farfalle. Si libravano sopra le gerbere e le margherite in volteggi precisi, un meraviglioso disegno del caso. Nonostante la visione fosse gradevole, non riusciva ad ignorare quella sensazione d’artificiosità che trapelava da tutto ciò che lo circondava. Nascosto al limitare del bosco, tra le rocce ricoperte di muschio e alcuni piccoli alberi di abete, osservava curioso le vite di quella piccola comunità di Arcon, una delle numerose famiglie nomadi di Limbo. Limbo, proprio lui. Quel mondo così ben congegnato, risultato di anni di lavoro e sacrifici, anche i suoi. Quasi la memoria gli si confondeva mentre cercava di riesumare i ricordi dell'inizio. Limbo, la giara della coscienza umana, l’eredità della fallimentare storia dell’uomo lasciata nella speranza di un futuro migliore. Ma che importanza aveva ormai tutto questo? Limbo era, nonostante la bizzarra verità che pochi conoscevano, un mondo fatto di uomini, donne, bambini e centinaia di altre creature, ognuno padrone della sua storia, della sua vita e delle sue ragioni. Nessuno poteva negare questa evidenza. Gli Arcon provavano gli stessi sentimenti degli Elenty, avevano le stesse necessità. A differenza degli Arenty, possedevano una coscienza propria, ed erano liberi di perseguire qualsiasi scelta. Gli Arcon erano la nuova umanità in un mondo di codici ed impulsi elettrici. Ma fino a quando sarebbe durato tutto ciò?

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“Farfalle e Ingranaggi” di Charles Huxley I Una massiccia figura ammantata di grigio si avvicinò al bosco, attraversando con andatura decisa il verde prato fiorito. Trascinava dietro di sé una pesante spada in un fodero rosso legato al fianco, e lunghi capelli corvini gli scendevano dietro la schiena ondeggiando al ritmo del suo passo. “Tenero Lou, che meraviglia che sei!” pensò Trevor che lo osservava dal limitare del bosco. I due amici si conoscevano dal tempo in cui il

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robusto uomo delle praterie aveva salvato il mago da un gesto folle, un gesto che aveva il solo scopo di farla finita. Trevor fu tratto in salvo dalle forti braccia dell’Arcon, trascinato lontano da quel fuoco da lui stesso appiccato, in una notte che segnò indelebilmente i destini dei due uomini. Da allora non si erano mai separati. «Andiamo!» esclamò sbrigativamente Lou, senza neanche rallentare il passo. Trevor fece un movimento della mano e subito le due farfalle caddero nelle mani del bambino che giocava sul prato. Poi il mago si volse e seguì il suo amico nelle profondità del bosco. «Come l’ha presa tua sorella?» domandò Trevor dopo qualche minuto, mentre i due procedevano speditamente sul sentiero che presto li avrebbe condotti fuori da quella fitta vegetazione. «Bene.» Lou era di poche parole, ma i suoi gesti risoluti parlavano chiaramente. «Le hai detto dove siamo diretti?» «Vorrai scherzare!» «E chi avvertirà Doom quando arriverà al villaggio?» «Ci penserà mio cugino Sander, il boscaiolo. Di lui ci possiamo fidare.» Doom era un cacciatore Rednakes, un ottimo combattente che più di una volta aveva risposto al richiamo d’aiuto dei due amici. Trevor aveva lasciato un messaggio per lui dentro una Colonna delle Voci, i portali di comunicazione disseminati per Limbo che il Rednakes usava consultare regolarmente. Avrebbero dovuto trovarsi al villaggio tre giorni prima, ma il suo ritardo non li preoccupava più di tanto. Erano più che sicuri che il cacciatore dalle trecce rosse li avrebbe raggiunti in tempo. Attraversato il bosco i due discesero verso un ampio ruscello che gorgheggiava più a valle e iniziarono a seguire la corrente che procedeva veloce verso una fenditura nella roccia. Oltre quel canyon il paesaggio sarebbe di nuovo cambiato, aprendosi sulle pacifiche terre dei Dowa, l’armonioso popolo delle cascate. Era laggiù che i due erano diretti, con l’intenzione di proteggere quella pacifica gente dalla minaccia di Sawar, il Delirante Demolitore di Limbo. Trevor aveva letto le stelle alla maniera degli Elenty, che conoscevano il passato ed erano in grado di attingere ai dati del grande disegno, in modo da predire a livello probabilistico il futuro. Sawar era un folle che

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portava avanti il suo piano distruttivo in modo apparentemente casuale, ma non era uno stupido. Sapeva che al momento le terre dei Dowa si trovavano più isolate del solito. Nessun altro Elenty sarebbe accorso a proteggere il popolo delle cascate. Le tenebre li colsero d’improvviso dentro al canyon, una notte umida e senza luna che li spinse a cercare riparo dentro una delle grotte che si aprivano presso le sponde del ruscello. Trevor fece bruciare due quarzi che sporgevano dal muro, sussurrando un semplice incantesimo, mentre Lou preparava del pesce appena pescato. L’ottima birra del villaggio avrebbe rinfrescato le loro gole secche per il viaggio. Prima di coricarsi i due parlarono malvolentieri del loro comune nemico. «Sawar controllerà le sue belve dalla torre galleggiante e potrà starsene comodamente seduto a guardare la carneficina. Quello è il suo unico scopo, il solo appagamento di cui si possa compiacere.» «Il tuo amico ha degli strani gusti.» «Non ricordarmi la mia lontana amicizia con quell’immondo essere, caro Lou. Sai bene quello che penso di lui.» Trevor guardava oltre il fuoco da lui stesso generato, alla ricerca di memorie lontane, in un tempo in cui Limbo era giovane e gli Elenty covavano ancora qualche speranza. «Le tue storie da mago mi lasciano sempre indifferente, lo sai.» «Per questo mi trovo bene in tua compagnia.» «Non è per rendermi il favore che mi stai attaccato come una zecca?» «Se alludi a quella vecchia storia dell'incendio, mi sembra che nessuno ti abbia chiesto di salvarmi la pelle…» «Chissà cosa mi sarà passato per la testa. Gettarmi tra le fiamme a salvare uno stregone da quattro soldi…» I due amici amavano punzecchiarsi. «Forse hai ragione te, diavolo di un Arcon. Alla fine che importanza ha la verità dietro questa nostra esistenza. Qualsiasi vita è degna di essere vissuta…» «Tu vedi la verità come una maledizione, io la vedo come un dono. La mia verità è bellissima, e non può avere niente a che fare con le tue storie di mondi virtuali e coscienze artificiali. Come posso sentirmi artificiale se esisto e sono in grado di chiedermi se sono vero. Il pazzo

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che sa di essere pazzo non lo è…» Lou non aveva mai proferito tante parole in una volta sola. Gli erano servite per centrare il punto. La verità appartiene a tutti, e non è mai una sola. Adesso Trevor riusciva a capirlo, ma Sawar non lo avrebbe mai accettato, per questo motivo continuava a distruggere Limbo, come un falco ingabbiato che sbatte stupidamente il becco contro le sbarre della sua prigione. «Dormiamo adesso. Domani ci aspetta una giornata difficile.» Ancora una volta Lou aveva ragione. Passando il palmo della mano sui quarzi ardenti, Trevor fece cadere l’oscurità, e subito un sonno leggero ma consolante li avvolse entrambi. II Il mattino era velato da una nebbia sottile che nascondeva le insidie rocciose del canyon. Trevor e Lou procedevano con cautela attraverso gli anfratti che a breve li avrebbero condotti nei pressi della casa dei Dowa. Già in lontananza si avvertiva il suono delle cascate di quel magico luogo che periodicamente faceva la sua apparizione alla fine di ogni ciclo. La dimora di quel pacifico popolo infatti, a differenza di ogni altro territorio di Limbo che era destinato ad un’unica esistenza, sorgeva ogni volta dopo la sua cancellazione. Quando finalmente la nebbia si dissipò e il sole del terzo margine illuminò il canyon, i due videro il paesaggio aprirsi. Il ruscello era diventato un fiume che procedeva veloce verso le cascate, e le pareti di roccia che si innalzavano ai lati si erano come sgretolate in declivi di grandi e piccole pietre, che scomparivano dentro una giovane vegetazione. Giunti al bordo del dirupo, dove l’acqua si gettava in uno scroscio perpetuo, i due osservarono la distesa boscosa che si estendeva fin dove poteva lo sguardo. Il rumore delle cascate offuscava ogni altra sensazione. «Come ci arriviamo laggiù?» domandò Trevor al compagno. «C’è un sentiero oltre quegli alberi.» Lou indicava un punto non ben definito alla loro destra. «Non è una strada facile… ma non ci sono altri modi.» «Beh, questo lo dici tu!»

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Detto ciò il mago proferì alcune parole tracciando dei segni sopra il fiume. Si udì il tipico crepitio che precedeva la distorsione della realtà, quella pratica che gli Arcon denominavano magia. Sulla superficie dell’acqua si formò un disco immobile e scuro. Trevor mosse un passo sopra quella macchia di acqua ferma che lo risucchiò all’istante. Lou osservò quella stregoneria con un’espressione di disgusto, poi si avviò verso gli alberi oltre i quali doveva trovarsi il passaggio. I due si rincontrarono in fondo a quella prima cascata e insieme continuarono a discendere il sentiero che si era fatto più agevole, seguendo ancora il fiume che zampillava tra rapide e cascatelle. Stava incominciando il settimo margine quando Trevor udì i primi canti. S’innalzavano delicatamente sopra il rumore delle cascate, amalgamando i due suoni in una sorta di sinfonia della natura. L’idioma parlato dai Dowa era un incrocio tra il comune Sint ed il Bit, la lingua degli stregoni. Non a caso quel popolo era considerato magico, ma il modo in cui i Dowa alteravano la realtà era molto più cauto di come usavano fare gli Elenty. Usavano la magia per ricreare l’equilibrio, trasformando senza mai aggiungere o sottrarre. «Siamo vicini» sussurrò Trevor all’amico. Lou annuì. Poi la foresta si dischiuse rivelando il salto nel vuoto, e il rumore delle cascate divenne impetuoso. Il canto proveniva da molti metri più sotto. Guardando oltre il baratro i due uomini scorsero la meraviglia; rimasero immobili in ossequioso silenzio e il tempo sembrò fermarsi. In quel punto il fiume si era allargato, diramandosi in tre differenti corsi che rifluivano con un salto di oltre trenta metri in un bacino d’acqua verde smeraldo. Affioravano delle rocce in mezzo allo specchio d’acqua e sopra di queste si trovavano tre figure vagamente umane, glabre e sottili, di carnagione cenerina e con occhi obliqui scuri come la notte. I loro volti, rivolti all’insù, erano deformati dal canto; bocche aperte di forma ovale e prive di labbra sotto due minuscoli orifizi nasali. Trevor sapeva che gli altri se ne stavano appostati sotto gli alberi, intorno al bacino, ad ascoltare il canto magico. Erano i Dowa, la tribù Arcon più stupefacente di Limbo, un vero capolavoro di esistenza digitale. Martin Saymour Downson, il loro creatore, non era un semplice programmatore. Si definiva un artista dell’AI. Lavorò per la Rete di

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Hope solamente il tempo necessario per sviluppare il progetto Dowa. Trevor ricordava bene quell’uomo. Lui stesso ci aveva lavorato insieme in un paio di occasioni. Lasciò il programma “Limbo” molto prima della sua entrata in funzione. La Rete non seppe mai dove fosse finito. Qualcuno ipotizzò che fosse “sparito” nella maniera in cui la gente spariva a quei tempi, scaricandosi un doppione dentro uno scenario virtuale e dando in pasto a i coccodrilli il proprio corpo. Molti la chiamavano semplicemente “immortalità binaria”. Mentre pensava a tutto questo, attingendo alle cartelle di memoria sigillate nel profondo della sua entità elettronica, Trevor si accorse che il suo compagno si era già incamminato lungo il sentiero che discendeva le cascate. L’Elenty si affrettò a seguirlo, muovendosi silenziosamente per non disturbare il rituale in corso. I due amici si arrestarono a un centinaio di passi dello specchio d’acqua, dentro la folta vegetazione. Da quella posizione erano in grado di vedere gli altri membri della comunità, una cinquantina in tutto, riuniti attorno al bacino. Rimasero fermi in ossequioso silenzio ad attendere la fine del rituale. Il canto si alzò di almeno tre ottave, scomparendo in vibrazioni che l’udito dei normali Arcon non era in grado di percepire. La melodia continuò nel silenzio apparente della foresta, sovrastato dallo scrosciare delle cascate. Poi finalmente le bocche ovali delle tre creature si rilassarono e un inchino di ringraziamento chiuse lo spettacolo. Trevor ebbe la sensazione che quel gesto fosse rivolto a loro. Sapevano della loro venuta, perché erano amici degli animali del bosco, e probabilmente erano stati loro ad avvertirli, ma non avrebbero potuto sapere dei piani di Sawar. La Torre Galleggiante poteva apparire dal nulla, attraversando le fenditure dello spazio-disco. Le belve si sarebbero rovesciate nella foresta, dilaniando qualsiasi cosa si fosse parata davanti a loro. L’Elenty corrotto avrebbe goduto le scene di morte e distruzione dalla guglia più alta della sua assurda magione. Fino all’ultimo urlo di dolore… Trevor non aveva ancora idea di come lui e i suoi due compagni, sempre che Doom fosse riuscito a raggiungerli in tempo, avrebbero potuto respingere l’armata dell’Elenty folle. Forse era tutto inutile. Forse non c’era scampo né per il popolo delle cascate né per loro tre. La

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magia dei Dowa era forte e se avessero unito gli sforzi forse sarebbero stati capaci di contrastare i poteri di Sawar, ma c’erano anche Ekaron e Davinia, gli scellerati compagni del Demolitore; Elenty immortali come lui, abili stregoni, entità inappagate prigioniere di un gioco di impulsi. Le figure longilinee si avvicinarono ai due stranieri, muovendosi con apparente lentezza ed estrema sicurezza. Camminavano in modo molto particolare, precisi nei loro gesti, come se cercassero di non disturbare la vegetazione che li circondava. I Dowa non rispondevano ad un capo. Non esisteva alcuna gerarchia all’interno della comunità. Insieme erano come un’unica coscienza, un organismo formato da molte unità. Tre elementi si fecero in avanti. Era il loro modo di comunicare, attraverso tre voci distinte che catalizzavano il pensiero comune. «Benvenuti…» disse uno, inchinandosi. «…riposate il cuore e la mente…» aggiunse un altro, toccandosi prima il petto e poi la fronte. «…i Dowa si prenderanno cura di voi.» concluse il terzo, allargando le braccia in un gesto di benvenuto. Poi i due vennero scortati per un sentiero che aggirava il bacino e conduceva ad un’ampia radura inondata di sole. Vi passava vicino il fiume, che dopo essersi tuffato dalle cascate, riprendeva il suo viaggio verso il mare. Fu acceso un fuoco e vennero stese alcune tovaglie. Era l’inizio della festa di benvenuto. Trevor cercava il momento opportuno per affrontare l’argomento. Il paesaggio ispirava un senso di abbandono irresistibile, e non era facile rimanere concentrati sui propri doveri. Che la magia dei Dowa irretisse gli ospiti era una cosa risaputa, anche se faceva parte della leggenda del popolo delle cascate alla quale molti non credevano. I Testimoni di Seidon ad esempio, congrega votata alla causa del Dio degli Arcon, ne negavano l’esistenza a causa della loro natura magica. Per i religiosi infatti ogni forma di magia era da considerarsi irrispettosa nei confronti del grande Seidon, poiché alimentava le credenze sui Misteri, leggende Arcon che interpretavano la storia di Limbo nel modo in cui gli stessi Arcon erano capaci di percepirla. Per i Testimoni invece la storia di Limbo era ben altra cosa, e assomigliava molto alle favole che venivano raccontate ai bambini prima di andare a letto.

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I pensieri di Trevor vennero interrotti dalla voce di Lou. Sedevano entrambi davanti ad una ciotola ricolma di frutti del bosco, more, fragole selvagge e nocciole. Alcuni Dowa avevano rincominciato a cantare, accompagnati dal suono delle vicine cascate. «Non è facile parlare con questa gente» osservò l’Arcon. «Non hanno un capo…» «Non ne hanno bisogno. È incredibile l’armonia che riescono a comunicare. Hai ragione, non è facile portare loro cattive notizie» ammise Trevor. Alcuni erano impegnati in una strana danza che consisteva in una serie di elastici movimenti del corpo. La musica non aveva ritmo, era un susseguirsi di onde vocali che comunicavano il viaggio interiore, l’equilibrio cosmico, l’appartenenza con il tutto. Trevor tornò a pensare a Martin Downson. Quell’uomo doveva essere stato proprio un artista… Finalmente si decise ad alzarsi e a parlare. I Dowa non sembravano sorpresi. Dettero all’Elenty lo spazio di cui aveva bisogno per esprimersi. Le danze terminarono, la musica sfumò nel rumore delle cascate, e lentamente tutti gli appartenenti alla comunità si volsero verso di lui. Erano pronti ad ascoltarlo. Trevor rimase nuovamente meravigliato dalla forza empatica di quel popolo. «Per prima cosa vorrei ringraziarvi della vostra ospitalità, semplicemente straordinaria, ma purtroppo la nostra venuta non è di piacere, anche se voi la state trasformando in un’esperienza meravigliosa. Un pericolo incombe sulla vostra comunità. È da molto tempo ormai che Sawar, il Delirante Demolitore di Limbo, cova il desiderio di annientarvi. Il motivo è da ricercare nella sua follia. Egli non ha nessuna altra aspirazione se non quella di distruggere Limbo, un po’ alla volta, Arcon, Arenty, montagne, foreste, fiumi, tutto quello che passa vicino alla sua orribile Torre Galleggiante.» Trevor fece una pausa. Si guardò intorno studiando i volti dei suoi ascoltatori. Avevano espressioni impassibili, all’apparenza serene. Continuò. «Ma il vostro popolo è forse quello che odia di più. È la vostra armonia, la vostra magia innata che egli non tollera, e forse ancora di più le vostre cascate incantate, che tornano puntualmente ad ogni ciclo. In passato gli Elenty immortali vi hanno protetto, ma purtroppo adesso

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quei pochi che sono rimasti si trovano molto lontano. Sawar irromperà nella foresta d’improvviso, e niente e nessuno potrà fermarlo. Dovete nascondervi, lasciare le cascate e trovare un posto sicuro, altrimenti non avrete scampo.» Trevor pronunciò quelle ultime parole facendo un grande sforzo di volontà. Quando si rimise a sedere sentì che si era liberato di un peso, ma un vuoto gli si era aperto da qualche parte dentro. Allora tre creature si alzarono e risposero all’avvertimento. L’Elenty intuiva già quello che stavano per dire. Non avrebbero mai lasciato le cascate… «Siamo immensamente felici di avervi potuto ospitare. Questo luogo è anche vostro. Non ci appartiene, ma non potremo mai vivere senza, per questo motivo è l’unico territorio che torna sempre, anche dopo che si è dissolto oltre il sole rosso. I Dowa non avrebbero ragione di esistere senza le loro cascate, per questo non possiamo abbandonarle. Se saranno distrutte, noi scompariremo insieme a loro.» Avevano parlato insieme, segno che tutta la comunità condivideva quelle parole. «Allora rimarremo qui con voi e cercheremo di contrastare il folle stregone. Presto un caro amico si unirà a noi. Il suo nome è Doom, è un guerriero molto abile. Non abbiamo molte possibilità, ma non vi abbandoneremo.» Questa volta era stato Lou a parlare. I Dowa rincominciarono a cantare. Vennero portate altre ciotole ricolme di frutta e l’ombra di Sawar sembrò dissolversi negli animi dei presenti. Si stava per chiudere il settimo margine quando le tovaglie vennero ripiegate e la comunità si ritirò nelle grotte dietro le cascate. Laggiù era semplicemente meraviglioso; vi erano cunicoli, anfratti e alte volte di roccia calcarea rischiarate dalla magia di centinaia di cristalli, disseminati un po’ ovunque. Le caverne si diramavano dentro la pietra creando numerose cavità che i Dowa avevano allestito a giacigli. Trevor e Lou vennero accompagnati ai rispettivi letti. Venne detto loro di dormire tranquilli, perché c’erano sempre delle guardie all’entrata delle grotte, e se fosse successo qualcosa sarebbero stati avvertiti. I due si abbandonarono volentieri al sonno ristoratore delle caverne. La luminosità dei cristalli venne smorzata, ma questi continuavano ad emanare calore. La temperatura era eccellente, i canti proseguivano in sottofondo. Trevor si abbandonò al più sereno dei sonni, e poco

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importava a quel punto se anche fosse stato l’ultimo. La mattina dopo arrivò Doom. Il guerriero dalle lunghe trecce cremisi fece il suo ingresso nelle grotte accompagnato da due guardie Dowa. Venivano chiamate guardie, ma non c’era niente che le differenziasse dagli altri membri della comunità. Non portavano né armi né armature. L’unico oggetto in loro possesso era un piccolo bastone ricurvo, apparentemente innocuo. Incanalava la magia della foresta e la forza delle cascate proiettando un fascio di luce azzurra che paralizzava temporaneamente la vittima. Era l’unica arma adottata dai Dowa, forse il più pacifico popolo Arcon di Limbo. Doom abbracciò i due amici e si sedette con loro a consumare una colazione a base di bacche di bosco ed infuso di erbe aromatiche. Trevor e Lou erano felicissimi di vederlo. Lo aggiornarono sugli ultimi eventi e insieme decisero di impegnare la mattinata in un accurato sopralluogo della foresta attorno alle cascate. Secondo le intuizioni profetiche dell’Elenty, Sawar poteva apparire da un momento all’altro. Se avessero conosciuto il luogo esatto in cui la Torre Galleggiante sarebbe apparsa, avrebbero potuto organizzare una strategia difensiva. «Avrà bisogno di uno spazio ampio per fare apparire la torre» osservò Lou. «È vero, ma potrebbe aprire una fenditura sopra la foresta e poi decidere di atterrare dove meglio crede. Le sue belve abitano le grotte di granito che si aprono nella parte inferiore dell’isola galleggiante. Potrebbe anche non decidere di atterrare ed avvicinarsi quel tanto per sguinzagliare i suoi mostri…» considerò Trevor. Conosceva bene il suo nemico e sapeva che l’imprevedibilità era una delle sue armi migliori. «Allora è tutto inutile…» stabilì Doom, sconsolato. «No, è necessario conoscere il territorio nei minimi dettagli se vogliamo organizzare una qualche tattica difensiva» stabilì l’Elenty. E detto ciò si alzarono ed uscirono insieme dalle grotte. Il cielo era limpido, la temperatura piacevole. Non era la giornata ideale per combattere. Nessuna giornata era ideale per combattere, pensò Trevor. Limbo necessitava di un equilibrio. Non era un mondo perfetto e forse era meglio così, ma gli uomini, Arcon ed Elenty, continuavano a sperare che potesse esistere un mondo perfetto, un’oasi di pace eterna.

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Forse lo erano le cascate dei Dowa. Forse Martin era riuscito dove gli altri programmatori non erano mai arrivati. Aveva creato un'isola di pace all’interno di un universo complesso che si fondava sul bilanciamento tra il bene ed il male. Trevor non voleva pensarci. Prendeva la vita come veniva, e dal giorno in cui Lou lo aveva tratto in salvo dalle fiamme aveva rinunciato a trovare le risposte ai quesiti di Limbo. Non ci voleva pensare e si sforzò di far tacere la sua mente. Oltrepassarono la polla d’acqua e proseguirono lungo il fiume che procedeva verso la valle più sotto. La foresta era fitta e non sembrava ci fossero altre zone aperte oltre a quella in cui era stata celebrata la festa di benvenuto. Risalirono il fiume e si fermarono presso la radura. «Potrebbe apparire qui» dichiarò Trevor. «Siamo molto vicini alle cascate. Non avremo sufficiente spazio per creare delle barricate…» osservò Doom. «È vero» annuì Lou. L’esplosione li colse impreparati. “No, non così…” pensò Trevor, maledicendo la sua stupidità. Sawar aveva molti mezzi per crearsi una pista di atterraggio. «È qui!» disse. I tre incominciarono a correre seguendo il fumo che si alzava da oltre le cascate. Nel cielo non vi era ancora traccia dell’isola volante ma un nugolo di uccelli impauriti prese il volo starnazzando sopra la foresta. I Dowa si riversarono fuori dalle caverne per andare a vedere quello che stava succedendo. Si muovevano in silenzio, per niente sorpresi da quello che stava succedendo. Poi un raggio di luce azzurra, apparso improvvisamente dal cielo, incendiò altri alberi. Il bosco bruciava rapidamente, come se il fuoco di cui era preda avesse proprietà alterate. Le due esplosioni avevano creato uno squarcio nella foresta del diametro di una cinquantina di passi. Quando i tre riuscirono a raggiungere il luogo dell’incendio, il fuoco era ormai quasi spento e della vegetazione che vi cresceva fino a pochi attimi prima non era rimasto più niente. Fu allora che l’assurda Torre Galleggiante apparve nel cielo, nera come la più cattiva delle notti, un blocco di pietra sfaccettata piena di cavità sopra il quale spiccavano sei torri ed un mastio centrale. Dalla finestra del torrione un uomo dal volto scarno e

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gli occhi spiritati rideva a squarciagola. Il suo nome era Sawar, ma molti lo chiamavano il Delirante Demolitore di Limbo. Trevor piantò i piedi a terra e iniziò a roteare le braccia. Non c’era tempo da perdere, se voleva avere un minimo di possibilità per usare al meglio le conoscenze magiche di cui disponeva, doveva agire subito. I suoi compagni gli si piazzarono di fronte, armi in pugno. Lou strinse con forza il suo enorme spadone, mentre Doom estraeva i suoi pugnali ricurvi, le armi tipiche dei Rednakes. Poi, dalle cavità sotto la torre, fuoriuscirono le creature. Si riversarono sul terreno bruciato a centinaia, nodosi corpi di lupi e di orsi deformi, dai lunghi musi digrignanti. Erano fatti di pietra e di gesso, privi di anima ma animati, figli della follia del loro padrone. In un mondo remoto potevano chiamarsi golem oppure gargoyle, ma in Limbo erano semplicemente le belve di Sawar. Solo il ferro intinto in un bagno magico era capace di schiantare la pietra animata. Doom e Lou lo sapevano bene e per questo motivo le loro armi erano state trattate dagli stregoni. I Dowa si erano portati alle spalle dei tre uomini. Tenevano puntati i loro bastoni incantati, pronti a tramortire le belve, ma queste erano davvero troppe, pensò Lou. Non avevano nessuna possibilità. Pochi balzi e lo scontro ebbe inizio. Doom si muoveva come un felino, piroettava tra le creature come se stesse danzando, e intanto affettava pezzi di pietra. Lou invece schiantava le belve con colpi precisi e poderosi. I due Arcon erano un muro invalicabile davanti all’amico Elenty, ma i nemici erano troppi e in poco tempo riuscirono ad aggirarli. I raggi sprigionati dai bastoni dei Dowa abbattevano le creature, ma l’incantesimo non sortiva gli effetti sperati. I golem si rialzavano dopo pochi istanti, di nuovo pronti a gettarsi sulle loro prede. Il popolo magico arretrò verso le cascate e le prime file incominciarono a cadere. La battaglia sarebbe durata molto meno del previsto. Poi finalmente Trevor completò l’incantesimo. Era un disegno complesso che s’infiltrava fino alle profondità della matrice, sovvertendo le proprietà degli stessi elementi. Una voragine si aprì sotto l’orda in avvicinamento, fauci di terra e radici divorarono ed

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inghiottirono decine di creature. Sawar non rideva più dall’alto della sua torre. Distese allora il palmo della mano in direzione dell’Elenty e scagliò il fuoco magico. La palla di energia esplose davanti a Trevor e ai due Arcon, in un’effusione di ori e di cremisi. Il calore divenne insopportabile e le tenebre li ghermirono. Era la fine, pensò l’Elenty. Dopotutto era stato il fuoco a reclamare la sua vita. III Quando riaprì gli occhi sentì il dolore e il puzzo della carne bruciata. Era la sua e non solo. Accanto a lui giacevano Lou e Doom, anch’essi feriti ma vivi, entrambi ancora privi di sensi. Non erano più all’aperto ma nelle grotte dietro le cascate. I Dowa li avevano trascinati là dentro e adesso cercavano di difendere con tutte le loro forze la loro dimora, ma le belve avrebbero presto conquistato l’entrata delle caverne, ed allora non ci sarebbe stato più scampo. Trevor fece uno sforzo enorme per riuscire a mettersi a sedere. Provò ad attingere alle sue ultime energie sperando di poter ancora fare qualcosa, ma scoprì presto che non gli era possibile. Fu in quell’istante che udì un suono. Lo riconobbe subito; era il canto dei Dowa. Proveniva dalle profondità delle caverne, dentro cunicoli che non era ancora riuscito a visitare. Un corridoio sprofondava nella nuda roccia, rischiarato appena dai cristalli incantati. Trevor si alzò gemendo e si avviò verso quel suono. Il richiamo era irresistibile. Mentre percorreva il corridoio il canto divenne ancora più definibile. C’era un che di solenne nella melodia, ma anche il ritmo cadenzato e ripetitivo tipico di alcuni incantesimi. Tre, quattro, forse addirittura cinque voci si rincorrevano sulle totalità basse, e poi vi era un cantante solista che afferrava le melodie più alte. Il corridoio si aprì su una piccola caverna tempestata di cristalli. Sette creature piccole e longilinee si tenevano per mano, formando un cerchio attorno ad un unico grande quarzo che spuntava dal pavimento. Il canto inondava la grotta e Trevor non riusciva neanche più a sentire i rumori della battaglia. Poi nel quarzo apparve un’ombra. In principio era solo un volto scuro,

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privo di lineamenti, la silhouette di una testa, ma mentre il canto si alzava di un’altra tonalità, la faccia incominciò a rischiararsi, dal basso verso l’alto. Prima il mento, poi la bocca e infine gli occhi. Trevor trattenne il respiro. Era il volto di Martin Saymour Downson. «Figli miei, mi avete chiamato?» chiese l’ombra apparsa dentro al quarzo. «Siamo in pericolo, signore. Le cascate verranno distrutte. I Dowa stanno per lasciare Limbo» rispose uno dei sette. «Non preoccupatevi, non lascerete Limbo. Le storie, amici miei, si possono sempre riscrivere…» Poi una luce proveniente dal quarzo inondò la caverna... Trevor sbatté gli occhi. Era in piedi nella radura del benvenuto, le tovaglie distese cosparse di ciotole piene di frutta, Lou seduto accanto a lui, i Dowa in attesa di sentire quello che aveva da dire. Le cascate rifluivano poco distanti in suoni argentini. Sawar era un sogno, forse… Che diavolo è successo, pensò. Poi ricordò il quarzo e le parole di Martin: “Le storie si possono sempre riscrivere…” E allora capì. Si schiarì la voce e incominciò. «Vi ringraziamo immensamente per la vostra ospitalità…» disse.

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IL PIANTO DI MILA

La trovò che piangeva con lo sguardo rivolto al mare infinito. «Mila, che cosa c'è?» «Non ce la faccio più!» singhiozzò lei. Lui le circondò le spalle, la strinse a sé. «Non ne posso di questa assurda prigione, questo mondo fasullo!» continuò la donna Elenty. «Guardami!» le disse lui. «Ti prometto che usciremo di qui. Arriverà il tempo dell’Emersione ed insieme lasceremo Limbo» Mila guardò negli occhi il suo uomo e si sentì ancora più triste. “Druge, amor mio, tu sei solo un Arcon. Non ti è permesso di uscire da questo mondo” pensò. Ma non ebbe il coraggio di dirglielo.

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L'UOMO DELLE MONTAGNE

La foresta non era sempre stata laggiù. Ai tempi in cui la comunità dei Falconieri decise di stabilizzarsi nella Valle dei Canti, una larga striscia di terra ricca di alberi da frutto e ruscelli, vi era solo un paesaggio piatto ed incolore oltre la collina più alta, all’orizzonte del quale brillava violentemente un enorme sole azzurro. Il padre di Diamond raccontava spesso di come un giorno di molti anni prima, salendo sulla collina per far volare il suo falco, aveva scoperto la grande foresta. Giunto sulla parte più del rilievo aveva guardato oltre la cresta e si era meravigliato davanti a quel mare ombroso di vegetazione che si estendeva fino a una lunga striscia di montagne dai picchi dentellati e tinteggiati di bianco. Il sole azzurro doveva trovarsi oltre quella nuova catena montuosa, dove cielo riverberava di argento e cobalto. Questo era Limbo, un mondo in continuo cambiamento, dove le terre scivolavano via sotto i piedi degli uomini come il tempo sulle loro pelli. Diamond aveva investito la carica di cacciatore da pochi giorni, ma non era ancora mai uscito fuori dalla valle per il suo nuovo incarico. La foresta però la conosceva bene, perché per molti anni era stata il suo rifugio ed il suo posto speciale. Vi si recava quando la solitudine lo attanagliava, mettendo a nudo la sua scomoda condizione di giovane erede al Guanto Dorato di capo del villaggio. Era la carica che suo padre aveva in serbo per lui e non poteva rifiutarla. Ereditare le responsabilità di una tribù non era cosa da poco. I Falconieri contavano oltre duecento elementi, compresi donne e bambini, e organizzare la prossima migrazione sarebbe stato il suo compito più difficile, l'incombenza di ogni capo delle centinaia di comunità nomadi di Limbo. Quando il sole rosso che determina la fine del mondo fosse apparso all’orizzonte, sarebbe giunto di nuovo il tempo di migrare verso il sole azzurro, alla ricerca di una nuova terra sulla quale fondare il villaggio. Il pensiero di quella grossa responsabilità e la sensazione di non sentirsi all’altezza di quell’incarico lo faceva spesso sentire solo.

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Mentre quei pensieri gli turbinavano nella mente, si ricordò del suo amico falco che cacciava sopra le alte chiome della foresta. Scrutò lo squarcio di cielo dalla radura nella quale era giunto ma non riuscì a scorgere alcun uccello. Vide però del fumo librarsi dal fianco della montagna più vicina, segno inconfondibile della presenza di un viaggiatore poco avveduto. Era infatti risaputo che la catena montuosa oltre la Valle dei Canti era un luogo impervio privo di sentieri percorribili, e una leggenda parlava anche di uomo solitario e pericoloso che si aggirava con misteriosi intenti tra i boschi e le nevi perenni di quei rilievi. I Falconieri evitavano accuratamente le montagne, e i viaggiatori saggi sapevano che vi erano strade migliori per attraversare quel territorio. Diamond chiamò il suo falco con tre acuti suoni del fischietto che teneva appeso al collo, una sequenza di note che era il tipico richiamo dei Falconieri. Attese qualche istante, mentre il silenzio della foresta lo sovrastava, e si guardò attorno, aspettandosi di veder sopraggiungere da un momento all’altro il suo amico alato. Ma non accadde niente. Con l’agilità di uno scoiattolo il ragazzo incominciò ad arrampicarsi su un albero che sporgeva la chioma oltre il tetto della foresta, e giunto abbastanza in alto da poter gettare lo sguardo in ogni direzione, soffiò tutto il fiato che aveva nei polmoni dentro l’imboccatura del fischietto. Il falco però continuava a non rispondere al richiamo. Scrutando il cielo giallo sopra la foresta, Diamond si accorse che nessun uccello vi volteggiava, nessuna nuvola lo attraversava, e il sole era scomparso, fuso insieme al cielo stesso per dare vita a quell'abbacinate alone dorato. Significava che si stava facendo tardi e che il quinto margine del giorno era passato da tempo. A casa i suoi genitori lo stavano già aspettando, ma non poteva tornarsene al villaggio senza il suo amico alato. Sarebbe stato un grande disonore per qualsiasi falconiere, figuriamoci per l’ereditario al Guanto Dorato. Continuò a fischiare seduto sul ramo del gigantesco albero, sperando di scorgere un movimento, un segno della presenza del suo amico. Un grido squarciò il silenzio della foresta. Diamond sussultò e per poco non perse la presa che lo teneva aggrappato al ramo. Era sicuramente il richiamo del suo falco, e sembrava provenire dalla montagna, dove

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continuavano a librarsi nell’aria le nuvolette di fumo del bivacco del viandante. Con due agili salti Diamond atterrò sul sentiero e senza perdere tempo si diresse verso la montagna e quel richiamo, temendo che il suo amico alato fosse in un qualche pericolo. Giunto ai piedi dell’altura si accorse che la foresta continuava a ricoprire il terreno per quasi l’intero fianco della montagna, ma appena il sentiero incominciò ad inerpicarsi tra le rocce e la vegetazione, questi si perse in una piccola radura priva di sbocco. Alzò gli occhi al cielo, che perdeva lentamente il suo colore dorato per farsi scuro e buio. Adesso Diamond temeva che se l’imprevedibile notte di Limbo fosse sorta senza luna e senza stelle, non sarebbe mai riuscito a ritrovare la strada di casa. Usò nuovamente il fischietto nella speranza di un qualche risultato. Da quella radura poteva solo tornare indietro per il sentiero dal quale era giunto, oppure tentare la sorte verso una direzione casuale dentro la vegetazione, una decisione che poteva farlo smarrire nelle viscere della foresta. Ora non temeva solamente per la sorte del suo amico falco ma anche per la sua. Gli tornarono in mente le storie sull’uomo delle montagne, lo strano tizio che si aggirava da quelle parti senza una meta apparente, un mago secondo alcuni, un pazzo secondo altri. E se fosse stato il suo fuoco quello che aveva intravisto dalla cima dell’albero? Ad un tratto la temperatura sembrò calare vertiginosamente, ma il fenomeno durò solo qualche secondo. Poi il paesaggio attorno al ragazzo crepitò di elettricità, un effetto ottico che fu subito accompagnato da una melodia inafferrabile, uno di quei rari fenomeni chiamati Canti di Limbo, musiche provenienti da remote dimensioni che affioravano nell’aria nei momenti più strani. La melodia durò meno di un minuto, spegnendosi con una nota lunga e grave, poi tutto sprofondò nel silenzio. Un attimo dopo Diamond avvertì un movimento alle sue spalle tra i cespugli, ma era come pietrificato e per alcuni istanti non riuscì neanche a respirare. Poi, come scosso da una forza interiore sconosciuta, girò su stesso sfoderando il coltello che teneva appeso alla cintura, un regalo del padre per la sua nuova investitura. Una figura imponente lo sovrastava. Aveva il volto come scolpito nella roccia, ed occhi che sprofondavano in un precipizio di assurde

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conoscenze. Quando lo sguardo del ragazzo incrociò quello dell’uomo, un baratro di follia si aprì sotto i suoi piedi. Diamond vide riflessa negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi. «Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…» Le parole dell’uomo non avevano suono, eppure la mente di Diamond riusciva a percepirle. Quale che fosse il loro significato lui non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa. Udì il suono di un ghigno rimbombare dentro la sua testa, come se lo straniero ridesse di lui e della sua vigliaccheria. Il sentiero si era fatto liquido sotto i suoi piedi, ed ignorava il dolore dei rami che gli sferzavano la faccia. Diamond era lanciato in una folle fuga lontano da quell’uomo, e di sicuro non si sarebbe neanche voltato un momento se i suoi pensieri non fossero andati all’amico falco. Non fu la paura di essere disonorato per la perdita dell’animale che lo fece fermare, ma la genuina preoccupazione per il suo fedele amico. Diamond frenò la sua corsa appigliandosi ad un ramo e voltò lo sguardo verso la radura appena lasciata. Lo straniero era ancora laggiù e stringeva qualcosa nella mano, qualcosa che si dimenava gridando. «Lascia andare il mio falco!» Diamond sentì gridare queste parole dalla sua bocca, una reazione che lo sorprese profondamente. Provò a pensare a come uscire da quella situazione, ma si accorse di non avere nessuna possibilità. L’uomo che aveva davanti non poteva essere altri che il mago delle leggende e la sua vita era ormai nelle sue mani. Poteva solo continuare a fidarsi di quell’istinto che lo aveva fatto fermare e urlare quelle parole. Lo straniero rise nella sua testa, ma il suo volto sembrava fatto di roccia. «Hai coraggio, piccolo Arcon. Chissà che strana derivazione sei? Potresti essere addirittura un mio parente?» Ancora una volta quelle parole attraversarono la mente di Diamond senza lasciare traccia. Il ragazzo non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo lo straniero. «Non so di cosa state parlando. Io sono solo un Falconiere della valle, e

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quello è il mio falco. Lasciateci andare!» L’uomo avvicinò al suo volto l’uccello che si dimenava. «Rivuoi il tuo amico?» Domandò l’uomo nella testa del ragazzo. «Eccotelo!» Con un rapido movimento del braccio lo straniero scagliò l’animale verso Diamond che lo vide congelarsi nell’aria, paralizzato da qualche strana magia, e atterrare ai suoi piedi con un rumore di vetri spezzati. Incredulo il giovane Falconiere vide il suo falco andare in frantumi. Se la follia non lo colse davanti a quella visione, per poco non ci riuscì quando la risata dell’uomo attraversò nuovamente la sua testa. In quel momento la foresta incominciò a girare e Diamond si ritrovò disteso sopra i pezzi di vetro sparsi sul sentiero. Due notti caddero in quel momento, quella di Limbo sul paesaggio e quella nella mente del ragazzo. Quanto di tutto ciò fosse stato un sogno oppure no lui non riuscì mai a capirlo. Diamond venne svegliato la mattina dopo dal punzecchiante becco del suo amico. Ripercorse il sentiero fino alla Valle dei Canti, trascinando due gambe pesantissime e tenendosi la testa dolorante tra le mani. Da allora si tenne molto distante dalle montagne, ma ogni volta che visitava la foresta gettava lo sguardo verso di quei rilievi, cercando il segno di un bivacco, una traccia di fumo nel cielo. E a volte succedeva che vi era davvero qualcuno lassù che alimentava un fuoco, probabilmente un viandante poco avveduto, un nomade sulla strada sbagliata, oppure…

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APPENDICI

Gli appendici qui riportati sono stati scritti come fondamenta per costruire la storia di Limbo. Durante la stesura del romanzo alcuni dettagli sono stati alterati, anche se le idee di fondo sono rimaste immutate. Gli appendici si sono rivelati un'ottima ossatura per scrivere i primi racconti su Limbo ed intrecciare la trama del romanzo.

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1. Introduzione Alla fine del ventunesimo secolo l’umanità entrò nell’era del caos che in pochi decenni portò alla completa estinzione del genere umano. Teologi e scienziati concordarono nell’affermare che la fine dell’uomo combaciava con qualche misterioso piano, sia questo divino, naturale o chimico. Non era certo importante determinare la vera entità di questa svolta (che chiamarono Curvatura di Involuzione), ma era fin troppo chiaro che gli eventi che si susseguirono in quegli anni avevano un unico fine: l’estinzione della razza umana. Vi furono guerre, vi furono epidemie causate dalle armi batteriologiche e vi furono catastrofici eventi naturali dovuti agli sbalzi climatici avvenuti in tempi recenti. C'erano insomma tutti i presupposti per il crollo della grande cultura egemone dell’uomo, ma a nessuno sarebbe saltato in mente di pensare ad una totale scomparsa del genere umano. Questa avvenne a causa della perdita della fertilità. Nessuno riuscì mai a capire quale fu la causa di questo evento. Forse l’evoluzione di uno dei tanti virus sviluppati in laboratorio e fuoriusciti a causa dei bombardamenti delle guerre in corso, almeno secondo gli scienziati, mentre per i religiosi era fin troppo facile pensare ad una punizione divina. La presa di coscienza dell’impossibilità di riprodursi trascinò l’umanità in un profondo baratro di disperazione che portò a guerre ancora più cruente e a conseguenti carestie che decimarono la popolazione mondiale. In breve tempo rimasero solo sporadici gruppi che attesero inermi la fine di una razza. In questo contesto si posiziona la Rete di Hope (Hiding Organization Program Evolution), una società segreta operante in un sottolivello della rete e composta da studiosi, scienziati e teologi. Lo scopo di questa organizzazione segreta era quello di preservare l’Esistenza Umana anche nel caso di una terribile estinzione. La visione lungimirante e nefasta dei fondatori della Rete di Hope mise in moto il complesso disegno che questi studiosi avevano da tempo elaborato. Con un lavoro intenso di programmazione ed assembramento di processori, calcolatori e memorie, e dopo cinque anni di sperimentazioni, la Rete diede vita a Limbo, il mondo virtuale dove sarebbe stata conservata non solo la

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conoscenza dell’uomo ma la sua vera ed unica coscienza, attraverso la Trasmigrazione Esistenziale di centinaia di volontari. Limbo sarebbe diventata la giara elettronica per la preservazione dell’uomo, fino a quando un’altra razza, terrestre o aliena, avrebbe saputo riportare fuori da quel mondo virtuale le coscienze scaricate al suo interno. 2. I Mondi Virtuali Alla metà del 21esimo secolo l’uomo era capace di sondare mondi virtuali trasmigrando al loro interno. Ogni caratteristica, alterazione e sfumatura di una persona veniva tradotta in codici binari creando così l’esatta copia elettronica di una coscienza, che poteva essere scaricata all’interno dei programmi struttura di questi mondi artificiali. Questi sdoppiamenti d’identità scaricati dentro mondi virtuali venivano chiamati Elenty (Elettronic Entity). La grandezza di questo traguardo della tecnologia fu ridondante quanto il suo immediato fallimento. Ben presto infatti ci si accorse che l’entità scaricata dentro un processore doveva combattere con la sua gemella del mondo reale per conquistare il diritto all’esistenza nell’universo. A questo concetto ci arrivarono i teologi che da allora lavorarono molto vicino ai programmatori e scienziati del campo. I primi mondi virtuali, meravigliosi sotto l’aspetto sensoriale e liberi da ogni vincolo restrittivo come il tempo, le necessità e il pericolo, rafforzavano enormemente le entità sdoppiate al loro interno che potevano facilmente avere il sopravvento su quelle gemelle presenti nel mondo reale. Difficili da eliminare con programmi assassini, spesso per salvare l’entità umana si ricorreva a spegnere il processore. Infatti un Elenty, a differenza dei programmi artificiali, ha bisogno di energia elettrica per sopravvivere, esattamente come il cervello di un uomo. La persona la cui entità veniva sdoppiata cadeva in depressione e se non si interveniva in tempo a sopprimere la copia Elenty, il soggetto avrebbe prima o poi tentato il suicidio. Data la pericolosità dell’operazione, queste sperimentazioni vennero subito proclamate illegali. Ciononostante i ricercatori continuarono a lavorarci segretamente, spesso finanziati da uomini di potere desiderosi

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di costruirsi il proprio mondo virtuale dove poter scaricare il loro doppione come alternativa alla morte, una sorta di personale paradiso elettronico. Attraverso gli anni e le sperimentazioni si conobbero molti aspetti di questa pratica che non poteva essere presa troppo alla leggera. Vi erano fattori quali il rigetto dell’identità, la percezione del tempo e il baratro dell’appagamento che aprivano le porte ad incredibili intuizioni filosofiche. IL RIGETTO DELL’IDENTITÀ: l’Elenty rifiuta di tornare indietro e combatte per non essere soppresso I programmatori sono costretti a distruggere l’Elenty per salvare l’uomo, ma la sua identità rigetta il mondo reale e tenta il suicidio. LA PERCEZIONE DEL TEMPO: è data dalla frenesia dei programmi all’interno del mondo virtuale. Trovare l’equilibrio temporale all’interno di un mondo virtuale non è facile. Alcuni Elenty vivono dieci vite in un giorno terreno, rimanendo vittime del Baratro dell’Appagamento. IL BARATRO DELL’APPAGAMENTO: si raggiunge quando in un mondo virtuale si ha un overdose di esperienza. L’Elenty che raggiunge questo apice di appagamento tenterà il suicidio. 3. I Programmi di Limbo Limbo è composto essenzialmente da quattro tipi di programmi, oltre ad altri svariati programmi come Necessità, Sopravvivenza ecc. Limbo’s Artificial Structure – LAS, programmi struttura del mondo. Riguardano i 4 elementi e tutti i programmi che interagiscono con la percezione dei Programmi Viventi. Anche la maggior parte dei vegetali sono riprodotti in struttura, un po’ come se si trattasse di alberi dipinti, insensibili ad agenti esterni.

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Limbo’s Artificial Entity – LAE, chiamati anche ARENTY, programmi viventi fini a loro stessi. Creature come gli animali di bassa intelligenza sono sempre Arenty, così come alcuni esemplari del mondo vegetale e anche una buona parte dei Programmi Viventi Intelligenti. Un Arenty ha uno scopo ed è legato a questo. Anche quelli più complessi non possiedono la libertà di scelta tipica delle entità coscienziose. Limbo’s Artifitial Conciouness – LAC, chiamati anche ARCON, programmi senzienti con la possibilità di evolversi. Sono programmi che hanno la medesima complessità degli Elenty ed infatti vengono creati a loro immagine. I programmatori sdoppiano un Elenty e lo manipolano creando una nuova entità, non più in conflitto con la sua gemella, e con l’opzione di libera scelta. Esistono Arcon che si credono Elenty. Limbo’s Human Electronic Entity – Ovvero gli Elenty. 4. La Struttura di Limbo Limbo è un mondo incredibile e meraviglioso. È una dimensione sempre in evoluzione, che per ragioni di memoria limitata non si estende, ma si trasforma. La struttura di Limbo ha due vertici, uno delimitato da un’alba permanente di un sole azzurro e l’altro delimitato da un tramonto permanente di un sole rosso. L’alba rappresenta la costruzione di nuovi programmi struttura, mentre il tramonto segna il punto in cui i vecchi LAS si cancellano per liberare memoria. I programmatori di Limbo hanno curato ogni dettaglio per la riuscita del grande esperimento. Cosa importantissima è il continuo afflusso di energia elettrica necessario per la sopravvivenza di ogni Elenty all'interno del processore, che avviene attraverso alcune apparecchiature che assicurano un'abbondante fonte di energia rinnovabile. I piani dei programmatori non sono stati rivelati totalmente ai volontari che hanno abbandonato l’esistenza terrena per vivere l'esperienza cibernetica. Questa segretezza deriva dagli studi effettuati sulle

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sperimentazioni di altri mondi virtuali. Secondo il piano conosciuto, gli Elenty avrebbero dovuto vivere una pacifica esistenza in Limbo per testimoniare la storia dell’uomo a chi un giorno avrebbe codificato questa eredità elettronica, nella speranza di tornare in superficie dentro un nuovo corpo. Ma le anomalie dei mondi virtuali portarono gli scienziati a complottare un diverso disegno. Limbo avrebbe avuto un fattore tempo, molto rallentato ma presente. La Rete di Hope credeva che sarebbero passati millenni prima che qualcosa potesse accadere all’esterno. Il fattore tempo avrebbe fatto invecchiare e morire i programmi viventi al suo interno, ma avrebbe dato loro la possibilità di riprodursi. Il fattore tempo era importantissimo per armonizzare un mondo virtuale. Ma se gli Elenty sarebbero morti di vecchiaia, a cosa sarebbe servito tutto? La Rete di Hope creò dei doppioni degli Elenty all’insaputa di questi ultimi, e li imprigionò in dei Frame che congelavano le entità stesse lasciandole in stand-by. Questi Frame vennero consegnati nelle mani di alcuni Arenty e Arcon con lo scopo di proteggerli fino a quando non fosse giunto il momento dell’Emersione. I programmatori inoltre non costruirono un mondo pacifico e bellissimo. La moltitudine di creature, scenari e altre variabili rendeva Limbo, nel suo favolistico approccio, un mondo molto simile a quello reale. Vi erano Arcon che non guardavano di buon occhio gli Elenty, Arenty che avevano il preciso scopo di eliminare i doppioni umani, o di proteggere coloro che avevano in consegna i Frame. Inoltre vi erano i due grandi programmi dell’equilibrio, le divinità di Limbo. Poseidon era un'onniscienza Arenty conoscitrice di ogni piano e dedita a mantenere l’equilibrio nel mondo. Poi vi era Loke, un Dio Arcon libero, variabile rischiosa ma, secondo i teologi, necessaria per equilibrare l’equilibrio stesso. Ma anche se Limbo aveva delle regole, rimaneva comunque un mondo virtuale, ed un programma evoluto sarebbe riuscito comunque ad aggirarle. Dentro Limbo veniva chiamata Magia, ma il termine tecnico sarebbe stato “craccare”. Perché è proprio questo che Elenty ed Arcon di un certo livello riescono a fare; corrompere i programmi struttura per alterare le regole di un mondo costruito per funzionare in una certa maniera.

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E così alcuni Elenty aggirarono il fattore tempo diventando immortali e qualcuno di loro venne a conoscenza dell’inganno della Rete di Hope. 5. L'Inganno dei Frame All’interno della Rete di Hope si svilupparono due diverse linee di pensiero; una abbracciava la casualità, confidando nell’equilibrio sintomatico di milioni di varianti e forze opposte, l’altra credeva nel grande disegno, uno schema programmato di eventi e previsioni di possibili fallimenti. L’inganno dei “Frame” fu ovviamente la messa in atto di un piano ideato dai programmatori della seconda linea di pensiero. La realizzazione di questi “back-up” di coscienze umane fu attuata in segreto ed avvenne solo molto tempo dopo la scomparsa degli stessi programmatori. Vennero creati Arenty e Arcon con il preciso compito di copiare gli Elenty, imprigionare la loro copia in un Frame (sotto forma di un oggetto) e consegnarla ad un “Keeper”. Ma questi eventi accorsero solo quando l’input si accese dentro questi stessi programmi viventi (chiamati Framemaker), in un tempo postumo alla scomparsa dell’uomo. I Framemaker Arenty erano programmati per autodistruggersi subito dopo aver portato a termine la missione. Gli Arcon (si sarebbe preferito utilizzare solo Arenty, ma la missione poteva rivelarsi troppo difficile per un programma privo di coscienza, così si utilizzarono anche alcuni Arcon) invece avevano un “errore di ricordo” che entrava in funzione dopo aver effettuato il Frame e averlo consegnato ad un Keeper, e ciò causava loro la perdita della memoria relativa a quell’evento specifico. Questo accadeva per evitare che l’Arcon stesso rivelasse in un secondo tempo l’accaduto. Infatti per realizzare un Frame, il Framemaker doveva avvicinarsi molto all’Elenty, diventargli amico, e questa amicizia poteva compromettere i piani della Rete di Hope. Se l’entità Arenty è controllata da una sorta di destino scritto, l’entità Arcon è libera tanto quanto un Elenty, e quindi incontrollabile.

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6. I Programmi Viventi ENTITY – è l’esistenza ancora presente nel corpo dell’uomo. ELENTY – è la copia scaricata in un programma struttura. ARCON – è una coscienza artificiale, simile a un Elenty ma non di derivazione umana. ARENTY – è un Entità artificiale non cosciente ma fine a se stessa. PROGRAMMI VIVENTI – Elenty, Arcon e Arenty sono Programmi Viventi all’interno di Limbo. 7. Il Fattore Tempo Nei primi Programmi Struttura privi di “Fattore Tempo”, gli Elenty erano molto più forti e prevalevano sulla copia gemella esterna, che si lasciava morire. Si creò dunque per Limbo un Programma Tempo che “invecchiava” i Programmi Viventi, all’insaputa dei volontari Elenty che credevano di poter sopravvivere Limbo per un tempo indeterminato. La Rete di Hope infatti credeva che se un Elenty avesse vissuto un'esistenza immortale, avrebbe corrotto la sua stessa natura, diventando una coscienza che sarebbe stata un’onnisciente evoluzione di quella umana, decisamente differente da quella che i programmatori si erano promessi di lasciare in eredità (vi erano inoltre rischi di collasso di identità e baratro d’appagamento che potevano portare al suicidio gli stessi Elenty). Per questo motivo si crearono i Frame, e si introdusse il fattore tempo. 8. Il Tempo Dentro Limbo È suddiviso in Cicli di circa 100 anni di Limbo, pari ad un millennio esterno. Questo Ciclo è determinato dal cammino di Mountoor, la montagna dove risiede il portale per l’Emersione. Questa montagna è uno dei pochi LAS (programma struttura) che non subiscono trasformazioni ed è l’accesso al mondo esterno. Percorre le terre emerse dall’alba del Sole Azzurro nei pressi di Limbo in costruzione, al remoto Sole Rosso di Limbo in cancellazione.

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Un Ciclo è a sua volta suddiviso in mezzi cicli e quarti di ciclo, individuabili dalle distanze tra l’alba, il tramonto e la posizione di Mountoor. In un quarto di Ciclo (25 anni di Limbo e 250 esterni) c’è una costante nel sistema che si ripete regolarmente circa 100 volte, segnando un periodo simile a una stagione (3 mesi di Limbo e 2 anni e mezzo esterni). Si tratta del passaggio di una cometa che è possibile avvistare in qualsiasi luogo di Limbo. Nata per errore o forse per volere degli stessi programmatori, la Cometa Clessidra, battezzata così per la sua inerenza col tempo, è una sorta di campana che scandisce le stagioni di Limbo. Il Programma Stanchezza, che interferisce con ogni Programma Vivente in Limbo, segnò il ciclo dei giorni, che in Limbo non sono condizionati dal sole. Ma i Programmi Viventi sentirono la necessità di suddividere i periodi di sonno (6/8 ore di stand by) e quelli di veglia (16/18 ore), in un totale di 10 Margini (3 di riposo e 7 di veglia). I margini sono a loro volta divisi in 50 pause. La vita di un Elenty, come della maggior parte dei programmi viventi, ha una durata di un ciclo. Esistono però alcuni che riescono a craccare il programma tempo e a diventare immortali. 9. I Programmi Necessità Interagiscono con i Programmi Viventi. Sonno, stanchezza, fame, sete, istinto, riprodursi, ecc… Senza di questi si romperebbe l’equilibrio del mondo virtuale e il significato stesso di esistenza da parte degli Elenty e degli Arcon. Nessuno è in grado di aggirare questi programmi per molto tempo, neanche gli Elenty più evoluti. 10. Riproduzione dei Programmi Viventi Arenty padre con Arenty madre – Arenty figlio Arcon padre con Arenty madre – Arenty figlio (la natura della madre prevale) Arenty padre con Arcon madre – Arcon figlio (la natura della madre prevale)

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Arcon padre con Arcon madre – Arcon figlio Elenty con Arcon – Arcon figlio Elenty con Elenty – Arcon figlio. Gli Elenty sono puri programmi derivati da una coscienza umana, è quindi eticamente impossibile procrearli in Limbo. 11. Memoria Struttura e Memoria Vita Limbo è un mondo chiuso, costantemente in cambiamento ma delimitato dalle sue possibilità di memoria. Questo non vale solo per la sua struttura che è in continua evoluzione, ma anche per i programmi viventi che circolano al suo interno. Esiste un programma di sopravvivenza che spinge Arcon, Arenty ed Elenty a combattersi per lo spazio necessario all’evoluzione della loro entità. Un Elenty immortale è un enorme programma che occupa molta memoria; evolvendosi si espande ancor più fino, se necessario, ad eliminare altri programmi per trovare lo spazio per la sua mole. Se la prima è chiamata Memoria Struttura, la seconda è chiamata Memoria Vita. Nota: Sawar è un programma molto complesso e articolato che la memoria vita non è più in grado di contenere, e anche per questo sente la necessità di distruggere Limbo. Quando la sua entità digitale viene deframmentata nelle grotte dei Sewolf, non sentirà più questa urgenza. 12. Esistenze Nomadi A causa della mobilità di Limbo, i programmi viventi al suo interno sono costretti ad una vita nomade. Non esistono stati sociali o paesi. I villaggi che vengono costruiti hanno sempre intenti provvisori, e spesso è la stessa struttura di Limbo che provvede ai ripari per i programmi viventi come nel caso degli Alberi Montagna e delle numerose caverne disseminate un po' ovunque. Di solito un popolo vive in una zona fino a quando il ciclo si chiude e il loro insediamento si avvicina al tramonto del sole rosso, segno della cancellazione della struttura di Limbo.

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Quando questo accade, il popolo si mette in viaggio verso un nuovo luogo da abitare. 13. Colonne delle Voci In Limbo esistono delle colonne di cristallo che spuntano casualmente nei remoti angoli della sua struttura e che vengono chiamate le “Colonne delle Voci”. Essenzialmente si tratta di portali di comunicazione per i programmi viventi. Le entità intelligenti usano le colonne per registrare dei messaggi al loro interno, messaggi che potranno essere ascoltati in ogni altra colonna. Non tutti però possono aver accesso a questi strumenti e solo pochi conoscono il loro funzionamento. Esistono messaggi aperti e messaggi schermati, diretti specificatamente a qualcuno, e naturalmente messaggi in codice, indovinelli e simili. Anche i programmi divini Poseidon e Loke utilizzano le colonne per comunicare con i programmi viventi, stando sempre molto attenti a non rivelarsi. 14. Mnemonia Esiste una memoria esterna che realizza un back-up compresso di tutti gli eventi rilevanti che avvengono in Limbo. Questo luogo dove viene conservata la testimonianza di ogni azione e parola di ogni programma vivente è chiamato “Mnemonia”. Solo dei programmi evoluti riescono, non senza molte difficoltà, a codificare le informazioni compresse di Mnemonia. Confutarle e alterarle è quasi impossibile, ma un Elenty di grande esperienza potrebbe provarci. In Limbo Mnemonia è una terra appartenente a un’altra dimensione. Un'entità deve viaggiare attraverso il corpo, la mente, lo spazio e il tempo per raggiungere la Terra dei Ricordi, ed avere la meglio sulle fiere che ne proteggono l’entrata: i Lupi di Mneomonia, divoratori di rimorsi. 15. Entità e Forme Gli Elenty hanno sembianze umane, essendo le proiezioni digitali delle

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coscienze degli uomini, non essenzialmente identiche agli originali (gusci corporei dove risiedono le gemelle) ma sicuramente somiglianti. L’evoluzione di un Elenty che viene corrotto dal fattore tempo (overdose di esperienza) apporta dei cambiamenti nella forma, così come lo stesso fattore tempo che innesca un input di invecchiamento in ogni programma vivente (almeno che non si riesca a craccare). Gli Arcon sono prevalentemente umanoidi (derivano infatti da copie alterate di coscienze umane), ma la Rete di Hope riuscì anche a dare vita a delle creature decisamente non umane, che però preservavano l’indole libera tipica degli Acron. Gli Arenty possono essere sia umanoidi, che animali, che qualsiasi altra cosa. Praticamente gli Arenty sono semplicemente dei programmi struttura un po’ più evoluti e complessi, di conseguenza Limbo ne è pieno. 16. I Rednakes Sono Arcon di aspetto umano, alti e flessuosi, dotati di lunghe mani dalla potente stretta. Hanno una carnagione molto chiara, quasi lattea, e i loro occhi sono intensamente azzurri. Il loro nome deriva dal tipico dred-look, una chioma di spesse trecce cremisi che ricordano un nido di serpenti rossi (Rednakes). Abili combattenti a mani nude, portano spesso dei lunghi pugnali ricurvi che agitano veloci davanti agli occhi dei loro avversari. Esistono Rednakes chiamati Shamani che riescono ad alterare i programmi struttura. La loro comunità si sposta tra le foreste di Limbo abitando gli Alberi Montagna, tronchi enormi e cavi che possono accogliere decine di persone. “…una pira di Pietre Infuocate, i magici sassi degli shamani, illuminava il volto di Vulno impegnato in dolorose espressioni, sotto lo sforzo dell’incantamento. Un gesto della potente mano e il fuoco divampò ancor più in alto, per un accecante momento. Poi la fiamma si fece rossa e buia, e il paesaggio iniziò a crepitare. Dai piedi dello shamano una larga voragine incominciò ad aprirsi, un passaggio annullatore di distanze, una porta per il luogo che Vulno era deciso a

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raggiungere…” Tratto dai “Racconti delle Serpi Rosse”. 17. I Sandity Popolo Arcon che vive presso il deserto in grotte di sabbia compatta. Minuti e dal volto fanciullesco, hanno una carnagione che tende sul rosso, e gli occhi di ghiaccio simili a quelli dei felini. Infatti possiedono i tratti tipici dei gatti, orecchie a punta e leggermente pelose, denti affilati e unghie artigliate che usano come armi in combattimento. Silenziosi ed agili, alcuni Sandity chiamati Maestri possono trasformarsi in felini. È un popolo schivo e riservato, che si allontana raramente dai luoghi che abita. Rinomata la bellezza delle loro donne, le Gatte… 18. I Sewolf Creature Arcon di grossa mole, umanoidi ma ricoperte di peli. Hanno una curiosa carnagione bluastra, riflesso del mare presso cui abitano. Vivono infatti nelle grotte delle scogliere del Grande Mare di Limbo, il Mare Infinito come lo chiamano alcuni. Le grotte sono ampie e meravigliose, ricche di cristalli ed anfratti, opere perfette della matrice. I Sewolf sono abili forgiatori e maestri nell’uso di spade e spadoni. Pur vivendoci accanto, evitano prudentemente di navigare il mare, poiché lo temano più di ogni altra cosa. Il Mare di Limbo si perde ai confini della sua memoria. 19. I Dowa Popolo Arcon silenzioso e saggio, vive presso le grotte dietro le Cascate dell’Eternità “Foreverfall”. Le cascate sono un programma struttura di Limbo che ritorna abitualmente. Non sempre appaiono all’alba di Limbo dopo la loro cancellazione, ma prima o poi ritornano, e i Dowa lo sanno bene. Durante il periodo in cui le cascate non sono presenti nel

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mondo in continuo cambiamento, i Dowa errano in meditazione attraverso le terre di Limbo, cantando strane canzoni appartenenti a dimensioni lontane. I Dowa hanno una carnagione grigiastra, sono alti e flessuosi e si muovono lentamente e con fare aggraziato. Hanno grandi occhi blu obliqui privi di sclera, piccolissime orecchie, due orifizi per naso, una bocca simile a una taglio (ma dolcemente sorridente) e sono privi di capelli. Conoscono la magia. “…sentivo il rumore delle cascate cambiare in un’antica melodia, e vi erano delle voci che lo accompagnavano. Parlavano una lingua incomprensibile ma stranamente amichevole. Mi avvicinai al bordo del precipizio e guardai oltre le pietre, giù fin dove il fiume si lasciava cadere con scrosci e gorgoglii, e la luce della Grande Luna Bianca illuminava le rocce che affioravano sopra l’acqua di un laghetto. Sopra le rocce alcune flessuose figure danzavano, o almeno io interpretai quei movimenti come una danza. Erano proprio quelle figure che partecipavano a quel canto. Per un attimo lunghissimo il mondo davanti ai miei occhi sembrò fermarsi…” Tratto da “I Viaggi di Kyos”, storie delle recondite regioni di Limbo. 20. I Cieli di Limbo I Cieli di Limbo sono molteplici e cambiano a seconda dello scenario in cui ci si trova. Limbo non rispetta regole fisiche, temporali o meteorologiche come il mondo reale. Luce, umidità, temperatura e venti sono relativi ai paesaggi e gradualmente cambiano insieme a questi. Ecco allora che si potranno avere pianure piovose accanto a montagne assolate, e oltre queste declivi notturni illuminati da una luna rossa. 21. La Biblioteca Volante Nei cieli multicolori di Limbo si trova la Biblioteca Volante, isola galleggiante non appartenente alla struttura di Limbo e per questo libera

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di spostarsi in ogni dove. Gli Aviatores, popolo Arenty dall’aspetto sfuggente, alti e vestiti in nero con lunghi capelli bianchi, custodiscono i segreti della biblioteca e guidano l’isola galleggiante attraverso lo spazio e il tempo di Limbo. La grande piattaforma sulla quale si erge la biblioteca ha un diametro di circa mille passi ed è ricoperta dalla vegetazione. Un bellissimo giardino ricco di rarità botaniche (vere e create dall’immaginazione dei programmatori, incluse terribili piante carnivore) circonda tre costruzioni di vetro scuro. Una custodisce la storia del mondo esterno, ma a nessuno è permesso consultarla né accedervi. È super protetta e neanche gli Aviatores sono autorizzati a consultare i libri al suo interno. Una seconda costruzione detiene la storia di Limbo e la bugia della sua natura (reale ed organica a differenza di quella vera, fatta di byte). Questa è ovviamente accessibile a tutti. Infine la terza contiene i segreti della magia di Limbo ed è accessibile a pochi. Gli Aviatores guidano l’Isola Volante attraverso la struttura di Limbo con il preciso incarico di consegnare al guardiano di Mountoor l’eredità del vecchio mondo al momento dell’Emersione. Ogni tanto una misteriosa confraternita chiamata i “Veggenti di Mnemonia” compare sull’isola insieme a nuovi volumi per la grande biblioteca. Provengono dai remoti confini di Limbo alle porte di Mnemonia, la terra dei ricordi. Vivono su delle grandi navi e sono a guardia del passaggio verso quelle terre proibite. 22. Il Guardiano di Mountoor Il Guardiano di Mountoor è un gigante immortale dalla pelle bronzea, un Arenty di enorme forza e potere che ha il compito di proteggere l’accesso alle grotte che nascondono il portale esterno. Brandisce una grande ascia ed indossa un elmo d'acciaio indistruttibile. È sicuramente la creatura di Limbo più imponente. Egli vive per adempiere al suo compito e l’Emersione segnerà la fine della sua missione.

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23. Le Lingue di Limbo La lingua ufficiale di Limbo è il Sint, un derivato di tutte le lingue conosciute. Si parlano però anche altri idiomi, estrapolazioni di conoscenze Elenty evolute da comunità Arcon, evoluzioni comunicative legate ai diversi gruppi sociali, codificazioni impostate da Limbo stesso. Esiste poi la lingua dei maghi, chiamata anche “Bit”, derivata dai linguaggi degli stessi programmatori. Il Bit è capace di alterare gli stessi programmi. 24. Gli Spettri di Limbo Se un programma vivente viene ucciso è possibile che il sistema non lo cancelli del tutto. In tal caso rimane nel mondo virtuale una sorta di scia, di ombra dell’essere che fu. Questa creatura è chiamata Spettro o Draugur ed il suo principale intento è quello di penetrare un altro programma vivente e “possederlo” per prenderne il controllo. Apparizioni fotocromatiche, squarci nei programmi struttura, suoni stridenti ingiustificati ed altre manifestazioni sono la prova della presenza di questi esseri. “…nella foresta regnava l’oscurità, squarciata qua e là dai bagliori della luna sopra le chiome degli alberi. La temperatura era calata d’improvviso insieme al vento che frusciava e soffiava. Ora tutto taceva, tutto tranne che un suono acuto e distante, una melodia ripetitiva di tre note battute su uno strumento metallico: tin, tin, tin… D’un tratto le radici di un enorme quercia incominciarono a risplendere di una luce argentata che pareva viva, e subito la fluorescenza percorse il tronco dell’albero fino a raggiungerne le alte fronde. L’apparizione durò pochi istanti e fu accompagnata da un leggero boato, poi tutto tornò come prima, e il vento riprese a cantare…” Tratto da “Lo Spettro della Foresta”.

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25. La Musica in Limbo La Rete di Hope si convinse che il patrimonio musicale dell’umanità dovesse fare da colonna sonora al mondo di Limbo, come se la presenza reale delle melodie più importanti della storia dell’uomo potessero armonizzare quell’universo virtuale. Per questo i programmatori disseminarono le canzoni del nostro mondo in ogni angolo di Limbo, e i programmi viventi possono accedervi nelle situazioni più disparate; il profumo di un fiore, il raggiungimento della vetta di un monte, il gusto di una bacca, la scoperta di una caverna, l’ascolto di una conchiglia, il sonno presso un antico albero, la caduta di una foglia ecc. Ovviamente Arcon ed Elenty svilupparono la volontà di riprodurre queste melodie che venivano percepite in ogni angolo di Limbo (i Canti di Limbo). Esistono menestrelli Arcon e menestrelli Arenty. Quest’ultimi hanno un'impostazione musicale fin dalla nascita e un repertorio vastissimo. “…Mirror alzò gli occhi verso il cielo purpureo su cui brillava fievolmente la coda della Cometa Clessidra, mentre il vento del mare gli asciugava il sudore sulla fronte. Stringeva nella mano destra l’ascia insanguinata con la quale aveva appena decapitato il Troll delle Sabbie. L’elettricità della morte scivolava insieme al sangue sulla lama scura dell’arma. Il cielo si tinse di giallo per qualche istante, mentre una nube viola oscurava il sole del quinto margine. Mirror riconobbe la sensazione arrivare. Era una melodia blasfema e tagliente, che cavalcava ritmi ancestrali, mentre il rullare dei tamburi si fondeva con le graffianti melodie di strumenti sconosciuti. Chiuse gli occhi per farsi riempire dalla sensazione. La morte cantava, e Mirror ne assaporava la suadente voce…” Tratto dai “Misteri di Limbo”, in cui si narrano le avventure di Mirror, spirito libero schiavo di mille perché.

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26. Le Lande del Disordine I Troll delle Sabbie sono creature Arenty molto pericolose. Il loro aspetto è umanoide e muscoloso, hanno una pelle gommosa e due fessure per occhi. Abitano le dune di sabbia, i deserti e le zone selvagge di Limbo, ed il loro cromatismo dorato li rende quasi invisibili all’interno del loro habitat. Si cibano dei vermi delle sabbie, altre creature terribili, manifestazioni virtuali del caos appartenenti alle recondite lande di Limbo. Le Lande del Disordine sono una costante nel processo creatore dei programmi struttura e ritornano, più o meno casualmente, occupando porzioni di tutte le terre emerse. Stimolano nei programmi viventi la percezione del pericolo e del dolore allontanando il rischio del “baratro dell’appagamento”. Improbabili vegetazioni, ameni declivi, terrificanti paludi sono gli scenari tipici di queste terre. Ogni programma vivente all’interno di Limbo conosce le orribili storie e leggende delle Lande del Disordine, e le favole che vengono raccontate ai bambini sono spesso originarie di quei luoghi oscuri. 27. Il Mare Infinito Il mare di Limbo è un estensione infinita di un programma che si ripete, una sorta di paesaggio che si riflette in due specchi paralleli e viene riprodotto all’infinito. Il mare è una costante nella struttura di Limbo, ma a differenza di Mountoor non appartiene veramente alla geografia del mondo virtuale. È infatti una sorta di confine, un luogo sfuggente e pericoloso. Pochi lo navigano, a parte i Veggenti di Mnemonia, che hanno la loro flotta volante nei pressi del Vortice della Memoria, il passaggio da Limbo alle terre di Mnemonia. 28. Il Dodicesimo Ciclo di Limbo Nella seconda metà del dodicesimo ciclo della storia di Limbo, si evolveranno alcuni eventi fondamentali per l’esistenza di ogni forma vivente del mondo virtuale. Incidentalmente entrerà in funzione il

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programma di Preparazione all’Emersione, una contingenza di eventi prestabiliti dai programmatori con lo scopo di favorire la riuscita dell’esperimento. Ma in realtà la messa in moto di questi accadimenti è dovuta ad un errore della matrice. 29. Personaggi Principali SAWAR: Elenty immortale corrotto dal potere. Egli è sicuramente l’entità più potente di Limbo dopo il Gigante di Mountoor. Multiforme, sfuggente e senza pietà, vomita addosso a chiunque la rabbia accumulata durante le sue ere di prigionia virtuale. Non ha speranza di riemergere, non crede nella vita di Limbo e non riesce a convincersi delle sensazioni percepite perché concio dell’artificialità di queste. Il suo solo scopo è distruggere. RIVIER: Elenty immortale di grande saggezza. Ha visto epoche virtuali passare davanti ai suoi occhi ma continua ancora a credere nel mondo reale e nella possibilità di emergere. Tuttavia la sua esistenza non si basa esclusivamente su questa speranza. Lui crede, a differenza di Sawar, che l’importante è essere, al di là del modo e del mondo in cui si è. DRUGE: Arcon immortale che si crede Elenty. Fiero e combattivo, attende il momento dell’Emersione perché convinto di averne diritto (ma il Gigante di Mountoor non permetterebbe mai ad un Arcon di accedere al portale esterno). Scoprirà la sua vera natura attraverso il gesto di un Framemaker, uno dei pochi rimasti, che ne farà una copia identica e gli dimostrerà di poter convivere con il suo gemello (cosa impossibile per un Elenty). MILA: Compagna di Druge, Elenty immortale. Si è ormai convinta di ciò che suo marito pensa di essere, anche se in cuor suo sa che non è vero. RYO: Framemaker amico di Druge che rivelerà la sua vera natura.

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NICON: Arcon immortale molto potente, a capo della gilda di cavalieri protettrice di tutte le tribù Arcon. Egli odia gli Elenty, odia la loro causa ed è fermamente convinto che l’estinzione di questi sia la prova dell’inadeguatezza di vivere in un mondo reale. Non reputa gli Arcon superiori, dato che provengono da una costola degli uomini, ma crede nell’assoluto equilibrio di un mondo virtuale come Limbo, dove esistono regole ma possono essere infrante. Crede nella magia e ama Limbo in tal modo che il suo scopo è quello di farlo sopravvivere in eterno. JADE: Keeper Arcon. Una ragazza dalla grande forza di volontà e desiderosa di conoscere la verità dietro il mistero dell’oggetto che è destinata a proteggere per tutta la vita. YUMO: Protettore Arenty di Jade. Gigante muto dalla forza disumana. MISAR: Arcon saggio fedele alla causa di Limbo. All’oscuro del grande disegno, combatte insieme a Jade e Yumo per scoprire il significato dell’oggetto in mano alla giovane ragazza. 30. Ancora sul Significato dei Frame Perché si è dovuto creare un intero mondo attorno al progetto dei Frame? Non sarebbe stato semplicemente possibile “congelare” queste esistenze su diversi supporti di memoria fino al momento di un eventuale emersione? In realtà tutto il progetto “Limbo” si basa su una moltitudine di imponderabili varianti. Per quanto si sia cercato di programmarlo fin nei minimi dettagli, nessuno poteva prevedere come le cose si sarebbero evolute. Lo scopo principale della Rete di Hope era quello di creare un Mondo Alternativo, una via di fuga per il genere umano. Fenomeni dello stesso tipo ne esistevano a centinaia, luoghi virtuali in cui la gente cercava di sfuggire al suo destino, ma nessuno di questi mondi poteva davvero competere con la grandezza di Limbo. Ai tempi del 12esimo ciclo, periodo in cui si svolgono i fatti descritti

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nel libro, Limbo è l’unico mondo virtuale perfettamente funzionante sulla Terra. I pochi attivi ancora esistenti sono oramai corrotti e fuori controllo. Nella sua varietà di forme, significati e prerogative, Limbo era riuscito a sopravvivere rimanendo per millenni l’unica e sola autorevole eredità digitale dell’uomo. 31. Portali Dimensionali (Le Connessioni) Mountoor è un portale dimensionale, ovvero una connessione per accedere fuori da Limbo. Le connessioni tra i mondi virtuali esistevano all’epoca della rete e rimasero per molto tempo anche dopo la scomparsa dell’uomo, grazie ai satelliti orbitanti che permettevano i collegamenti wireless. Durante questo periodo alcune creature provenienti da altri mondi cercarono di penetrare in Limbo, mettendo così a repentaglio le sorti dell’esperimento. La Rete di Hope creò il Guardiano di Mountoor non solo per proteggere il portale, ma anche per scongiurare una possibile invasione di entità esterne. È infatti di gran lunga la creatura più potente di Limbo, un programma capace di respingere qualsiasi minaccia. Tuttavia la presenza del Guardiano non bastò a tranquillizzare la Rete di Hope che escogitò un altro sistema di sicurezza. Otto programmatori (gli stessi che avevano ideato i Framemaker) costituirono una piccola unità di controllo virtuale all’interno di Limbo. Scaricarono all’interno del sistema il loro doppione virtuale (in stand by fino al momento della loro morte reale), per continuare a controllare l’esperimento fino a che la minaccia di infiltrazioni esterne non si fosse esaurita. Questa unità di controllo venne chiamata La Guglia, e si trovava negli abissi del Mare Infinito, un'imponente torre di giada a guardia della quale furono messi dodici squali giganti di natura immortale. La torre sarebbe dovuta scomparire alla fine del primo ciclo, quando le connessioni satellitari non sarebbero più state un problema, ma uno degli otto credeva che sarebbe stato più sicuro continuare a tenere sotto controllo Limbo, così escogitò uno stratagemma che gli permise di fingere la propria morte e la dissolvenza della torre insieme agli altri sette programmatori, e di tornare da solo alla Guglia in un tempo postumo, in modo regolare e

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continuo. La torre appare infatti ogni mezzo ciclo e Wirlock (questo era il nome del programmatore) torna nella sua curiosa rappresentazione virtuale di vampiro per assicurarsi che tutto proceda secondo i piani. Rimane in Limbo per un breve periodo, evitando di rimanere corrotto da un'esistenza immortale, e poi ritorna nella sua tomba sui fondali del Mare Infinito. 32. La Mitologia Arcon Esiste una storia che narra della creazione di Limbo secondo gli Arcon, una genesi che non ha nulla a che fare con mondi virtuali ed esperimenti. Gli Arcon sono a tutti gli effetti degli uomini che vivono (o cercano di vivere) un’esistenza normale dentro un mondo che a livello percettivo non ha nulla di sbagliato. La mitologia Arcon, per quanto fantasiosa, serve a consolidare il senso di realtà in tutte le creature abitanti Limbo. La storia narra dei due Dei di Limbo, Poseidon e Loke (nella lingua Bit), che nel comune Sint sono conosciuti coi rispettivi nomi di Seidon e Kyos. Essi erano fratelli, figli di un grande re chiamato Hope. All’epoca di Re Hope il mondo era piatto e delimitato dal mare che lo circondava. I due fratelli amavano molto quel mondo e ne conoscevano ogni collina, ogni fiume e ogni albero. Lo attraversavano in lungo e in largo a cavallo di due stalloni, uno bianco per Seidon ed uno nero per Kyos. A quel tempo il sole saliva e scendeva nel cielo seguendo un corso preciso ed il tempo veniva spezzato dal suo spostamento. La Cometa Clessidra non esisteva e le stagioni erano segnate dai cambiamenti climatici. Il mondo era ordinato e perfettamente congegnato, ma per il giovane Kyos divenne troppo prevedibile e scontato, così un giorno rivelò al fratello il suo disappunto. Seidon capiva le ragioni del fratello minore ma sapeva che l’ordine del mondo faceva si che tutte le creature che vi abitavano potessero vivere insieme felici e in armonia. Kyos però non riusciva più a tollerare quel continuo susseguirsi dei giorni tutti uguali. All’epoca gli uomini costruivano grandi edifici di pietra e splendide città. Essi erano i figli di Hope, di Seidon e di Kyos, discendenti della

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famiglia divina, ed erano chiamati Elenty. Ma quando Re Hope morì lasciando il trono in eredità a suo figlio maggiore Seidon, Kyos divenne ancora più insofferente. Un giorno fece costruire una grande nave e confessò al fratello di voler andare a vedere dove nascesse il sole. Così salpò verso oriente e non si vide più. Ma dopo qualche tempo il clima cambiò repentinamente e ci furono tempeste, uragani e maremoti. Anche il terreno sembrava in tumulto, ed alcuni edifici crollarono a causa di improvvisi terremoti. Seidon andò presso la tomba del padre per chiedere al suo spirito il motivo di quei disastri, ed il padre gli rispose che suo fratello aveva raggiunto l’orizzonte laddove nasceva il sole ed aveva lacerato il drappo che conteneva il mondo, facendo entrare nuove terre. Ma il mondo non poteva contenerle tutte. C’era bisogno di un apertura per farle uscire. Così Seidon fece anch’egli costruire una nave e salpò verso l'orizzonte opposto, dove il sole andava a dormire. Con la sua spada dorata fendette il drappo di cielo che conteneva il mondo, facendo uscire il mare e le terre in eccesso. Fu così che Limbo venne creato, che le città scomparvero risucchiate oltre lo strappo all’orizzonte e che gli uomini Arcon, figli degli Elenty, furono condannati ad un esistenza errante in un mondo in continuo cambiamento. Come si è detto, nella mitologia Arcon gli Elenty sono i figli di Seidon e di Kyos e molti di loro abitavano le grandi città che vennero inghiottite dallo strappo. Preferirono perire tra le mura dei loro imponenti edifici che essere condannati ad un vita nomade in un mondo sconosciuto. Alcuni invece accettarono quell’infausto destino e partirono all’esplorazione delle nuove terre. Questi furono chiamati Arcon, il popolo errante. Un signore Elenty chiamato Fergus aveva molte greggi a cui badare, ma non abbastanza uomini per accudirle. Fergus era anche un grande mago, parente stretto dei due Dei (infatti era cugino di Seidon e di Kyos). Egli creò il popolo Arenty per servirlo. Secondo la mitologia Arcon Mountoor è un luogo infestato da demoni, un posto estremamente pericoloso dal quale è meglio stare alla larga. In tempi remoti strane creature provenienti da assurde dimensioni facevano la loro comparsa attraverso la montagna, nei rari casi in cui

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riuscivano ad oltrepassare il Guardiano. Il Guardiano è in realtà un potente programma di protezione ed assume la forma di un gigante dalla pelle bronzea, mentre per la mitologia Arcon egli è un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo può pietrificarti e il suo urlo può portarti alla follia. La “Connessione” (Portale Dimensionale) si trova nel cuore della montagna ed assume la forma di un globo di luce azzurra. Questo globo galleggia a mezz’aria sopra un lago nero come la notte che occupa quasi l’intera superficie di un’ampia grotta. Nella grotta risiede anche il Guardiano. Secondo la mitologia Arcon solamente durante il tempo dell’Emersione gli uomini potranno recarsi presso Mountoor senza timore di essere aggrediti dal Gigante, perché quello sarà il momento in cui gli oggetti sacri di Seidon verranno consegnati al Guardiano. Allora il dio degli Arcon metterà fine al moto perpetuo di Limbo e le antiche città risorgeranno. 33. Il Padre di Jade Jade è l’erede di un oggetto di famiglia, i misteriosi Frame in cui sono conservate le copie degli Elenty e di cui gli Arcon non sanno nulla. Essi pensano infatti che quando questi verranno consegnati al Guardiano di Mountoor, nel momento di preparazione all’Emersione, le terre del vecchio mondo s’innalzeranno dagli abissi del mare e le vecchie città risorgeranno. Il padre di Jade si chiama Ethan ed è stato un Keeper per quasi un quarto di ciclo, e prima di lui lo fu il fratello di suo madre, suo zio Adhernot. Essere un Keeper significa essere da solo insieme al proprio protettore Arenty, lontano dall’avidità degli uomini e dalla propria tribù, per evitare di mettere in pericolo altri Arcon. Questa è la legge del Keeper. Ethan fu costretto a lasciare la comunità degli Arceri Rossi ed affrontare il pellegrinaggio attraverso Limbo insieme a Yumo, guerriero Arenty che da generazioni era il protettore dell’oggetto assegnato alla sua famiglia. Si tratta di un medaglione con uno smeraldo incastonato, il Frame che imprigiona il doppione di Sawar.

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Nella mitologia Arcon essere Keeper è il privilegio più grande. Gli oggetti, appartenenti alla famiglia dall’inizio del tempo sono stati consegnati da Seidon in persona e servono a riportare il mondo come era prima dei due strappi, interrompendo così la nomade esistenza di ogni Arcon. Durante il suo pellegrinaggio Ethan incontra Misar, un uomo saggio e comprensivo. Accompagnerà anche Jade nel suo viaggio attraverso Limbo, mantenendo la promessa di proteggere la figlia fatta all’amico in punto di morte. 34. Mylo e Rivier Mylo è un giovane Arcon che viene tratto in salvo dall’Elenty Rivier e ne diventa amico, iniziando così un lungo e difficile cammino di reminiscenza. Il rapporto tra i due è intrigante. Il ragazzo è fiero e testardo, crede di sapere tutto ma in realtà è un ingenuo dal cuore d’oro. Rivier è affascinato dal coraggio che il giovane dimostra, per questo lo segue e lo indirizza verso la conoscenza della magia. Mylo viene a sapere dei Misteri e vorrebbe che Rivier glieli rivelasse, ma l’Elenty sa bene che per afferrare il significato che si nasconde dietro i Misteri, un Arcon deve prima essere ben preparato. 35. I Misteri di Limbo nella Mitologia Arcon Alcuni sanno che esistono ma non ne conoscono il significato, altri credono invece che siano soltanto un mucchio di storie senza senso, pochi riescono ad afferrarli e la maggior parte degli Arcon non hanno la più pallida idea di cosa essi siano. Credere ai Misteri significa rifiutare la storia della creazione di Limbo e l’esistenza di Seidon e Kyos. Per alcuni credenti e fedeli come i Testimoni di Seidon questa posizione è considerata eretica. I Misteri di Limbo sono la visione più vicina alla verità sul mondo virtuale che gli Arcon possono permettersi di comprendere. Non conoscendo infatti la differenze tra “reale” e “virtuale”, le creature Arcon ed Arenty non sono capaci di capire a pieno il segreto di Limbo. La conoscenza dei Misteri però rivelano importanti aspetti della verità.

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Limbo è stato creato dagli Elenty Gli Elenty provengono da un altro mondo Limbo significa “Luogo di Attesa”. Gli Elenty lo hanno creato per sfuggire alla morte del proprio mondo e aspettano dentro Limbo l’avvento di un nuovo mondo (Emersione). Seidon e Kyos non sono creature divine ma sono forze interne di Limbo create dagli stessi Elenty. Gli oggetti di famiglia sono chiamati Frame e contengono le essenze vitali degli Elenty.

36. La Gilda di Nicon Una sgargiante carovana composta da un centinaio di Arcon attraversa Limbo in lungo e in largo, esplorando le nuove terre, cercando i significati dei Misteri e insegnandoli a coloro che vogliono far parte della comunità. Vi fanno parte cavalieri, stregoni, veggenti e ranger esperti nelle più svariate abilità. Il nobile intento della Gilda è quello di proteggere ogni Arcon dalle conseguenze degli strani disegni degli Elenty, considerati un pericolo per Limbo. La Gilda segue una disciplina alquanto severa ed è nemica giurata degli Elenty. A sua volta è vista male da chi rifiuta l’esistenza dei Misteri e dai Testimoni di Seidon, comunità devota al dio creatore di Limbo. 37. I Testimoni di Seidon Si tratta di una comunità mista di Arcon ed Arenty dedita a testimoniare in Limbo la Verità di Seidon, ovvero la mitologia Arcon secondo la quale il mondo fu creato dagli strappi degli orizzonti causati dai due figli di Re Hope. Estremamente rigidi nei loro preconcetti, gli appartenenti a questa comunità errante rifiutano ogni diceria sui Misteri e ripudiano totalmente la magia (che in qualche modo è legata ai Misteri). Sono nemici della Gilda di Nicon, banda di stregoni ed eretici che girovaga per Limbo infangando la verità di Seidon.

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38. Ancora su Sawar Sawar è anche chiamato il “Delirante Demolitore di Limbo” ed è, dopo il Guardiano di Mountooor, la creatura più potente delle terre emerse. Più di ogni altro Elenty Sawar rimase deluso dell’inganno di Limbo. Fu abile, appena si accorse dell’esistenza del fattore tempo che controllava i programmi viventi, ad imparare ogni trucco che gli permettesse di sopravvivere al programma di invecchiamento. Divenne immortale, come lo divennero anche altri Elenty, e col passare del tempo la sua inquietudine crebbe, fino a convincersi che l’Emersione non sarebbe mai arrivata, e che tanto valeva distruggere quel mondo fittizio che non riusciva a dargli più nessuna emozione. Insieme a lui vi erano altri due Elenty insofferenti. Ekaron, lo smilzo braccio destro di Sawar e Davinia, compagna di letto e di stregonerie. Sawar è l’unico che riesce a manipolare la Memoria Vita per creare creature Arenty al suo servizio. Egli li chiama Golem o Gargoyle. La sua dimora è una rocca galleggiante che si sposta sulla superficie di Limbo. Le sue Belve senza anima la proteggono mentre lui siede sul trono della più alta torre a meditare nuove incursioni di distruzione. Wirlock lo tiene d’occhio ogni volta che ritorna alla Guglia. Crede fermamente che l’esistenza dell’Elenty corrotto a questo punto crei un equilibrio necessario per la continuazione dell’esperimento.

GM Willo – 2006 - 2011

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INDICE

Intro Libro Primo Libro Secondo Libro Terzo I Racconti La Promessa di Sawar Favole di un Elenty Dinastia di Limbo Il Portatore del Bracciale I Giochi Erotici di Davinia Tu Non Esisti Il Segreto dei Dowa Il Pianto di Mila L'uomo delle Montagne Appendici

5 7 105 151 203 205 208 210 211 215 216 217 232 233 239

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