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Dalla Brama Alla Liberazione Testo Interno FINALE

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L’equanimità come espressione di un atteggiamento distacca-
to nei riguardi dell’esperienza sensoriale è descritta in un
discorso dell’A gutttara-nikāya. Secondo questo discorso un
monaco è degno di rispetto e di offerte nella misura in cui
non si eccita, sumana, né si deprime, dumana, in relazione a
ciò che esperisce tramite i sei sensi, ma dimora in uno stato
di equanimità, presenza mentale e chiara comprensione,
upekkhako viharati sato sampajāno (AN III 279).
L’atteggiamento interiore di equanimità verso gli oggetti
sensoriali è il risultato di un addestramento graduale. Stando
all’Indriyabhāvanā-sutta, alcuni contemporanei del Buddha

equanimità ~ upekkhā

112

sostenevano che l’attrazione verso gli oggetti dei sensi si
ri solvesse semplicemente evitandoli. Secondo il Buddha,
in vece, l’approccio corretto implica il guardare all’esperienza
sensoriale, piacevole o spiacevole che sia, come qualcosa di
grezzo e condizionato. A paragone di tale esperienza grezza e
condizionata, l’equanimità è pacificante e sublime (MN III
299). Ciò indica una capacità di ‘dis-passione’ che consente di
conservare l’equilibrio a prescindere dalle vicissitudini che si
verificano.

Lo stesso discorso descrive poi come si può arrivare a pa-
droneggiare l’esperienza sensoriale. Secondo questo passo, ci
si esercita a percepire ciò che è ‘sgradevole’, pa ikkula, come
‘gradevole’, appa ikkula, e ciò che è gradevole come sgradevo-
le; successivamente, a percepire entrambi come sgradevoli e
come gradevoli. Lo stadio finale dell’esercizio è raggiunto
quando le etichette di ‘sgradevole’ e ‘gradevole’ cadono, e si
resta in uno stato di equanimità caratterizzato da presenza
mentale e chiara comprensione nei riguardi di qualunque
tipo di esperienza (MN III 301).
Da notare che l’Indriyabhāvanā-sutta, come il passo già cita-
to dell’A guttara-nikāya, presenta l’equanimità in connessio-
ne con la presenza mentale e la chiara comprensione. Ciò
sottolinea lo stretto rapporto dell’equanimità con qualità
mentali che denotano una piena appercezione della situazio-
ne in corso e la presenza di discernimento.
Il Sa āyatana-sutta distingue l’equanimità di tipo mondano,
gehasitā upekkhā, propria dell’individuo ordinario ignorante
nei riguardi degli oggetti degli sensi, dall’equanimità fondata
sulla rinuncia, nekkhammasitā upekkhā, che sorge dalla con sa-
pevolezza del carattere impermanente e insoddisfacente di
tali oggetti (MN III 219). Le varie forme di equanimità mon-
dana dipendono dall’oggetto, le cui caratteristiche sono tali

equanimità ~ upekkhā

113

da non suscitare reazioni particolari in positivo o in negativo.
Viceversa, l’equanimità fondata sulla rinuncia lo trascende,
ativattati, in quanto nasce da un atteggiamento interiore, non
dalle caratteristiche esterne dell’oggetto.
Spesso i discorsi si riferiscono all’esperienza dell’e quanimi-
tà con il termine ‘facoltà dell’equanimità’, upekkhindriyā. Tale
facoltà qualifica l’esperienza fisica o mentale come né piace-
vole né spiacevole, n' eva sāta nāsāta vedayita (SN V 211).
L’equanimità è la quinta di una serie di facoltà che include
il piacere fisico, sukha, il dolore fisico, dukkha, la gioia menta-
le, somanassa, e il dispiacere mentale, domanassa (SN V 209).
Le facoltà del piacere fisico e della gioia mentale corrispon-
dono alla sensazione piacevole, sukhā vedanā; la facoltà del
dolore fisico e del dispiacere mentale alla sensazione spiace-
vole, dukkhā vedanā; la facoltà dell’e quanimità corrisponde
alla sensazione neutra o, più letteralmente, alla sensazione
‘né piacevole né spiacevole’, adukkhamasukhā vedanā (SN V
210). Le altre quattro facoltà vengono progressivamente a
cessare con la realizzazione dei quattro jhāna, mentre quella
dell’equanimità viene a cessare solo quando si raggiunge il
livello della cessazione delle percezioni e delle sensazioni,
saññāvedayitanirodha (SN V 215).
Secondo un’esposizione alternativa, upekkhā è menzionata
fra sei ‘elementi’, o dhātu, i primi quattro dei quali sono su-
kha, dukkha, somanassa, e domanassa, cui si aggiungono appun-
to upekkhā e l’ignoranza, avijjā (MN III 62).

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