PV C’è tutto.

Mi ha emozionato leggerlo perché l’ho visto l’antropologia entrare dentro la vita, che è quello che sogno di insegnare. Grazie. 30 e lode. MASSIMILIANO CROCE - MATR. 121029 CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN
STORIA E CONSERVAZIONE DEI BENI ARTISTICI E ARCHEOLOGICI

ANTROPOLOGIA SOCIALE. PROF. VERENI.

DIALOGO INTORNO ALL’ANTROPOLOGIA

SOCIALE
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DI

MASSIMILIANO CROCE

L

a

stradina

dei quel

Dattoli, giorno

che era

conduce ancora

alla più

Madonnina,

suggestiva: le foglie marrone chiaro dei grandi

alberi di quercia cadute in terra, il vento fermo dietro la cortina fitta delle nuvole, il fresco del giorno invernale davano al luogo un’aria ancor più suggestiva. Proprio così la immaginavo quando pensavo al momento in cui al professore Appadurai avrei mostrato quel posto così annoso e così surreale. Procedevamo in silenzio mentre con cercavo di cogliere dal paesaggio lo sguardo per suggerimenti

intraprendere un buon discorso, ma quel che scorgevo era ciò che volevo lui non vedesse: le buste della spazzatura sotto il viale, abbandonate dai soliti imbecilli dopo le abbuffate di Natale e Capodanno. Quei sacchetti d’immondizia mi fecero però pensare agli zebù che io ed Emily vedemmo durante il viaggio di nozze a Zanzibar: cercavano il cibo tra i rifiuti proprio come i gatti randagi lo

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fanno qui da noi; l’Africa mi suggerì quindi il problema del Kenya, per cui esordii proprio con il parlare di questo:
-

Ha visto, professore, cosa sta accadendo in Kenya? Sembra che tutto ad un tratto l’odio di una parte della popolazione sia esploso ai danni di un’altra.

- Vede – disse il professore guardando il cielo con le mani dietro la schiena – la situazione è abbastanza complessa – la pausa mi sembrò così lunga da farmi cercare le parole per rompere il silenzio, quand’ecco che riprese a parlare – è odio, ma più che di implosione.
-

proprio vero che si tratta di esplosione io parlerei di

In che senso – dissi con aria attonitamente interessata. Il termine esplosione – riprese il professore – potremmo associarlo alla sfera ideologica del primordialismo, a quell’idea, cioè, riconducibili ad che atti di questo tipo siano un condiviso, puro e semplice

sentimento etnico; io invece credo che non si tratti di una mera pratica atavica. In realtà – aprì le braccia e mise le mani a paletta, facendomi venire in mente la grande statua di Rio de Janeiro – le violenze etniche si alimentano attraverso semplici processi sociali, quali la comunicazione, l’interpretazione ed il commento che, a lungo termine, associati alla frustrazione economica, alla manipolazione politica, alla paura di minacce
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esterne per la propria religione ed all’aspirazione all’autogoverno, possono sfociare nelle ferocie che abbiamo visto in questi giorni. - E quali potrebbero essere – dissi io, dopo aver ascoltato con attenzione le sue parole – questi processi sociali che in Kenya hanno innescato simili barbarie?
-

Dobbiamo partire dal presupposto – disse il professore, mentre con slancio afferrava una ghianda da un albero di quercia – che per un’attenta analisi, non bisogna fissare lo sguardo sulle culture e le differenze di queste in termini sostanziali, ma bisogna guardare all’azione umana, perché proprio le emozioni naturali provate dall’uomo, sono alla base di questi conflitti. Per approfondire poi il nesso tra azione dell’uomo e violenza etnica, occorre far riferimento a quei processi detti di transvalutazione e focalizzazione.

Ecco, pensai, arrivano i paroloni: bisogna sempre stupire lo studente con un linguaggio prettamente tecnico.
-

Questi due termini – riprese subito, come se mi avesse sentito – indicano in sostanza: il primo, quel processo per cui gli incidenti e le dispute locali vengono progressivamente contestuali, spogliati dai loro particolari mentre il secondo, indica il processo

parallelo di assimilazione dei dettagli sotto una causa o un interesse più ampio, collettivo. Ora, per ritornare al
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punto di partenza, questi due processi rappresentano l’azione esecutiva, se vogliamo, l’effettivo comportamento delle folle durante la fase di violenza etnica, mentre a monte vi è una fase, diciamo così, preparatoria.
-

Si

tratta

di

eventi

scatenanti?

risposi

io

frettolosamente per far capire il mio interessamento alla discussione.
-

Si proprio così. – rispose lui fermandosi a guardare un ulivo chino sul margine della strada – A questi eventi possiamo però, per comprenderne meglio le dinamiche, dare il nome di cascate. In sostanza queste cascate altro non sono che fattori esterni e scatenanti e quindi determinanti nel costituirsi di una turbolenza etnica. Per cui, un particolare avvenimento, come ad esempio il vilipendio alla religione o un attentato terroristico, possono innescare un fenomeno di violenza etnica di vaste proporzioni. Più in generale potremmo dire che si tratta, il più delle volte, dell’ostinazione a realizzare uno stato nazionale moderno nel momento in cui quello stesso stato nazionale ha fatto circolare l’idea che la diversità culturale sia di rilievo assoluto. A questo punto divampano i diversi focolai, che vanno ad alimentarsi vicendevolmente; per fare degli esempi concreti:
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appartieni

ad

un

diverso

credo

religioso,

allora

incendio il tuo tempio; fai parte di una minoranza etnica, allora ti isolo; offendi la mia cultura, allora ti uccido.
-

Quelle che lei chiama cascate – ripresi io – come potrebbero configurarsi nella dinamica delle ostilità scoppiate in Kenya? Semplice – rispose il professore con aria sicura – queste cascate possiamo interpretarle, per analogia, in questo modo: Kibaki, rappresentante dell’etnia kikuyo ha ottenuto oltre il 90% dei voti nei territori attorno al Monte Kenya, allo stesso tempo anche Odinga, a capo dell’etnia luo, seconda per importanza nel paese, ha avuto il 90% delle preferenze nella provincia del lago Vittoria; le rivalità tra le due etnie sono andate via via accrescendo, anche successivamente all’indipendenza ottenuta da Londra nel 1963; da allora i kikuyo hanno occupato importanti le principali incarichi cariche politiche del e i più economici governo,

-

alimentando il risentimento delle altre etnie; durante la campagna elettorale Odinga si è presentato come il paladino dei più poveri contro il corrotto Kibaki, fautore dello sviluppo economico del Paese che non ha però favorito una redistribuzione delle ricchezze, e ciò, date le condizioni di estrema indigenza in cui vivono
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migliaia di persone, ha costituito uno dei fattori maggiormente scatenanti della violenza. La focalizzazione e la transvalutazione, in questo caso, hanno assorbito le loro energie da macroeventi e processi, ovvero cascate, che collegano la politica globale alla micropolitica della realtà quotidiana. Il viale alberato lasciava spazio alla veduta delle prime antiche case di pietre e mattoni, mentre s’intravedeva, in lontananza, la parte alta del casino: malconcio e fiero come Lancillotto dopo aver salvato Ginevra dai briganti del Meleagant. Ogni cosa era come doveva essere: le oche di Marietta razzolavano operose sull’aia, la galline si rincorrevano sbandando sul pietrisco, mentre il buco della stalla era come al solito occupato dal muso del porco che si confondeva con il rosso dei mattoni. Gli proposi di attraversare l’aia, che con gli anni era diventata il nostro campo di calcetto, perché potesse ammirare il panorama dei Dattoli in tutta la sua dovizia. Nel mezzo del campo c’era ancora la trave di legno che il nonno di Camillo ci aveva prestato per allestire la porta. Camillo era molto bravo a giocare a pallone, era il nostro idolo nella squadra del Dattlin; l’avevamo chiamata così su proposta di un insegnante di inglese che un giorno passava di lì per accompagnare i suoi figlioletti al catechismo. Quando giocavamo contro l’Arcavacata Camillo riusciva a
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segnare sempre tre o quattro goal, anche se di fatto ne prendevamo almeno dieci o dodici. Con gli anni volle unirsi al gruppo dei ragazzi più grandi d’Arcavacata, quelli che se ne stavano davanti al Bar di Vittorio con le mani in tasca anche quando faceva freddo e che s’intendevano con un solo sguardo; ridevano fino a notte fonda, nella piazzetta del Cuticchio, per cose che solo tra di loro sapevano, dopo che al sabato sera avevano fatto a gara con le impennate in motorino. Noi ad dei Dattoli non eravamo proprio alla considerati, anche se Don Pierino a messa aveva detto che appartenevamo un’unica comunità. Quando domenica mattina Camillo andava al Cuticchio per sentirsi uno di loro, pur impegnandosi a far uscire la voce, mentre con serietà da liceale cercava di porre l’attenzione su qualche problema sociale, nessuno l’ascoltava, e se qualcuno distrattamente si trovava a guardarlo girava il volto dall’altra parte prima che finisse di parlare. Ma venne l’estate e con essa il torneo di calcetto. Per prepararci, al pomeriggio, dopo esserci “gasati” con Holly non e Benji, a giocavamo giocare; si fino a quando solo a non si accendevano i lampioni della strada. Un giorno venne presentò Camillo sera,

accompagnato da Silvio, il capitano dell’Arcavacata. Silvio rimase in macchina ad ascoltare la cassetta dei Guns n’ Roses mentre Camillo si avvicinò abbozzando un sorrisino
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imbarazzato. “Ragà – disse – mi hanno preso a giocare nell’Arcavacata”. Camillo segnò i goal più importanti e spettacolari del torneo, facendo piazzare l’Arcavacata al secondo posto. Noi finimmo al penultimo; Camillo venne sostituito da Romildo, un diciassettenne, figlio di papà, che non segnò neppure quando in porta c’era Francesco Mani Bucate. Dopo il torneo, quando la sera passavo col motorino per andare a prendere il pane, lo vedevo sempre più spesso scherzare con Silvio e gli altri del Cuticchio; qualche volta mi fermavo per salutarlo e notavo che tutti approvavano qualsiasi cosa egli dicesse e ridevano insieme a lui anche quando non c’era da ridere. Il cane di Marietta era ormai ad un passo dal professore, scodinzolando così forte da far sollevare le zampe posteriori dal terreno. Il professore iniziò ad accarezzarlo in modo così energico da fargli alzare la polvere dal pelo rossastro. La concitazione andava sempre più incalzando, tant’è che per non restarmene lì come un fesso, iniziai a raccontare la storia del Dattlin, di Camillo e del torneo di calcetto. Il professore iniziò ad annuire sempre più spesso, regalando via via al cane solo gesti convenuti. Stranamente la sua attenzione a quel racconto aumentò a tal punto che iniziai a cadenzare con perizia gli episodi, creando anche qualche attimo di suspense. Sul finire della narrazione il cane si ritrovò solitario a rosicchiare un
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legnetto, mentre il professore se ne stava ad ascoltarmi con le braccia conserte ed una mano sul mento.
-

Bene – dissi io – spero che questo racconto le sia piaciuto. Altrochè – rispose lui con tono riflessivo – la sua testimonianza rientra in una dinamica sociale molto rilevante. Sarei molto curioso – proposi io – di ascoltare la sua rielaborazione del racconto in chiave antropologica. Ci proverò. – rispose il professore sorridendo –

-

-

-

Dobbiamo però partire da alcuni concetti di base, indispensabili per analizzare al meglio la questione. La cultura globale, attraverso cui gli individui immaginano e costruiscono la propria identità, si muove in diverse direzioni e a diverse velocità ed intensità. Questi movimenti costituiscono dei flussi disgiunti ai quali daremo il suffisso di orama, da panorama. Entrando ancor più nello specifico andremo ad indicare i cinque flussi costitutivi con il nome di: etnorama, riferendoci alle migrazioni e alle diaspore umane; mediorama, per indicare il flusso dei simboli; tecnorama, il movimento delle energie tecnologiche; finanziorama, per il movimento del denaro e ideorami per i flussi di idee. Ora, forse dal punto di vista di Don Pierino questa contrada, e la più grande Arcavacata, potevano di fatto
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costituire un’unica comunità. In realtà il Paese, con la sua centralità della piazzetta, dove i ragazzi formano un gruppo e quindi un’entità culturale, vede la campagna dei Dattoli con aria di superiorità, ravvisando in essa la mancanza di una tradizione culturale egemone. Il povero Camillo, conscio di ciò, cercò, malgrado la timidezza, di penetrare nel gruppo di Silvio per farvi parte, ma non vi riuscì. Aveva però un asso nella manica: sapeva giocare a pallone. Di sicuro la scelta di non disputare il torneo con la squadra dei suoi amici di sempre non è stata cosa facile, allo stesso tempo però era consapevole che giocando e vincendo per la squadra di Silvio avrebbe potuto diventare finalmente uno di loro, e così è stato. Vede – aggiunse il professore rallentando di colpo il ritmo del discorso – lo sport dà vita ad una sorta di solidarietà che travalica la classe, ed è per questo che Camillo, solo perché utile alla squadra, è stato accolto pur provenendo da un contesto culturale inferiore. Ritornando ai flussi di cui abbiamo appena parlato, avendo analizzato la questione, possiamo affermare che ci troviamo dinnanzi ad un tipico esempio di correlazione tra flussi, dove uno condiziona l’altro, andando così a delineare una gerarchia tra di essi. Nello specifico è opportuno parlare di intreccio tra un mediorama ed un ideorama.
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Il primo è rappresentato da tutti quei messaggi simbolici, come il senso di appartenenza ad un gruppo, la complicità di una classe e la chiusura a soggetti esterni, che hanno entusiasmato e coinvolto emotivamente Camillo; il secondo riguarda le soluzioni cercate per entrare a far parte di quel modello di categoria comunitaria: la frequentazione della comitiva; il cercare di coinvolgere gli adepti con seri discorsi di carattere sociale ed in ultimo la scelta di preferire la loro squadra alla vostra, cercando così di divenire, come effettivamente si è verificato, membro legittimo ed insostituibile del gruppo stesso. In realtà questi due flussi sono meglio assoggettabili a dinamiche sociali più complesse e di proporzioni maggiori, intendendo per mediorami quelle immagini del mondo create dai media, ovvero dalla pubblicità, dai giornali, dalla televisione, dalla cinematografia ecc.; per ideorami invece le ideologie degli stati e le contro ideologie di movimenti che tendono alla conquista del potere statale o ad una parte di esso. La descrizione del professore, pur essendo stata molto dettagliata necessitava di una riflessione maggiore, per cui, anche se diedi ad intendere di aver compreso tutto perfettamente, in realtà mi ripromisi di ritornare sul discorso una volta a casa, magari cercando delle analogie
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che

riguardassero

qualche

episodio

della

mia

vita,

andandone a parlare poi con mia moglie, ma non per far sfoggio delle acquisite conoscenze antropologiche, quando per dimostrare a me stesso d’aver capito. Attraversato il campo, sull’argine del dirupo il vento soffiava sul bavero del cappotto color cammello del professore. Le rovine e le case abbandonate alle nostre spalle, davanti a noi l’uliveto sconfinato disposto a file parallele, le querce ordinate e l’orto di mio padre che si distingueva per il colore più scuro della terra lavorata, mi facevano sentire fiero di quel posto, come non lo ero mai stato, mentre il professore si distraeva guardandosi le scarpe sporche di terra. Decisi allora di tirar fuori la carta vincente che mi ero preservato: mostrargli il casino e magari gli ultimi contadini che lo abitavano: di sicuro non avrebbe mai creduto che quel posto così muto e solingo contenesse anche delle vite umane. Vicino alla Madonnina l’erba era alta e piegata dal freddo dell’inverno, come piegata all’indietro era pure la colonnina dell’edicola fatta erigere dai padri missionari nel ‘54; davanti al volto eroso di Maria, i fiori rinsecchiti, miseramente reclinati sul bicchiere adibito a fioriera, davano il senso di un luogo non più degli uomini ma del vento.

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Il cane zoppo di Marietta ci precedeva fiero con un bastone tra i denti, quando il professore, inaspettatamente, mi chiese come mai fossi così legato a quel posto. La domanda fu secca ed inaspettata, ma pur avendo mille discorsi da fare non sapevo proprio da dove cominciare; in realtà il dubbio, su come affrontare il discorso, nasceva dalla consapevolezza vista storico e magari antropologico.
-

di non dover

trattare l’argomento in chiave romantica ma da un punto di Questo luogo – dissi io – era una colonia contadina insediatasi qui agli inizi del 1800. In principio, di questa colonia, ne facevano parte diciotto famiglie, tutte alle dipendenze di un padrone, tale Antonio Giovannelli, originario di Napoli, il quale a suo volta gestiva il fondo, circa quindici mila ettari, attraverso un fattore. Il casino dei Dattoli, oltre ad ospitare la famiglia del fattore, fungeva da centro di raccolta dei beni destinati a Don Antonio Giovannelli: vi si conservava il grano, i fichi, le olive, l’olio e gli ortaggi. Oggi le case dei Dattoli sono state tutte abbandonate, anche se alcune famiglie vi hanno abitato fino agli anni 80; la maggior parte sono state lasciate intorno agli anni 60. Attualmente, molti discendenti di quelle famiglie, continuano a coltivare i terreni e soprattutto a raccogliere le olive e i fichi, limitandosi a pagare agli
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eredi di Giovannelli solo un modestissimo canone di affitto annuo. L’unica famiglia che abita ancora questo luogo è quella di Peppino e Marietta: da quando il comune ha fatto sapere di voler occupare il terreno, per costruirvi un grande complesso sportivo, mi chiamano spesso per raccontarmi le loro toccanti storie e per chiedermi di impegnarmi affinché tutto questo non vada perduto. Il professore a questo punto mi interruppe chiedendomi di raccontargli qualcosa in più sulle vicende di quella gente. Ero contento di sentirmi chiedere questo, così iniziai a riferirgli tutto ciò che mi era stato raccontato da Marietta e Peppino; fatti che pur non essendo stati vissuti da me in prima persona, mi avevano procurato col tempo un vero e proprio senso di nostalgia. Gli parlai di quando le donne a maggio andavano a ripulire il raccolto mentre intonavano antiche canzoni; di quanto erano felici ed uniti; dei bambini che si riunivano a giocare sotto il casino mentre le figlie del fattore, non potendosi unire a loro, guardavano dalla finestra, delle belle notti di Natale quando ci si riuniva “rumanze”. - Mi convinsi sempre più – dissi io – che il “vecchio” dei Dattoli dovesse divenire “antico”, e che avrei dovuto impegnarmi affinché quel patrimonio culturale non venisse
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davanti al focolare a raccontar

cancellato dal presente e dimenticato dal futuro: raccolsi le firme per evitare che le ruspe intraprendessero i lavori di modernizzazione; parlai più volte della questione al sindaco e a diversi assessori del comune di Rende; chiesi alla Soprintendenza di fare un sopralluogo tra i ruderi dei Dattoli per dichiararli di interesse storico-culturale; fondai un’associazione per la salvaguardia della cultura popolare calabrese e bandii un concorso per le scuole sul tema delle tradizioni contadine.
-

Cosa intende con l’affermazione che il vecchio debba diventare antico? – mi interruppe il professore, mentre il cane di Marietta rincorreva un gatto veloce come un ghepardo. Penso che – ripresi io, soddisfatto perché rassicurato sul fatto che mi stesse ascoltando e perché avrei potuto finalmente parlare della mia teoria del vecchio e dell’antico a qualcuno che ne capiva – tutte le cose, animate e non, ad un certo punto della loro esistenza diventano obsolete, vecchie, quindi da buttare, da sostituire: il giradischi è stato ormai superato dallo stereo a CD, allora lo butto; la cinquecento è vecchia di trent’anni, allora la rottamo e prendo il modello nuovo. Si tratta di un momento fatale che se superato porta alla venerabilità e all’inviolabilità dell’antico. Mi rendo perfettamente conto che questo posto è vecchio e che,
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-

come tale,

potrebbe essere cancellato per lasciare questo momento critico, così da

spazio al moderno; la sfida è rivolta dunque al superamento di trasmettere il mondo culturale dei Dattoli, con tutti i suoi intriseci valori, alle generazioni future.
-

La sua riflessione sul vecchio e l’antico – disse il professore – anche se un po’ scontata, è abbastanza verosimile. Dico abbastanza perché non sono sicuro che si possa usare per tutte le categorie animate e non. Però più che soffermarmi su questo volevo prendere spunto dalla sua spiegazione riguardante il passaggio dal modello vecchio a quello nuovo, per dire che questo processo, rispetto al passato, oggi è di gran lunga accelerato, e questo è dovuto alla velocità con la quale viaggiano le informazioni, le immagini e i simboli. Ritorniamo, in questo caso, del mediorama, al nostro flusso dove le scelte di preferire un

qualsivoglia oggetto nuovo ad uno vecchio sono determinate non tanto dalle intrinseche qualità del prodotto stesso, quando dalla circolarità di nuovi stereotipi, imposti dai media, che la gente insegue con trasporto ormai insito alla sfera comportamentale. Questo processo va poi ad innescare automaticamente un altro meccanismo, quello cioè riguardante l’incentivazione alla produzione da parte delle aziende,
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prestando

continua

attenzione

al

rinnovamento

costante del prodotto offerto. A ben vedere, abbiamo delineato il confluire di altri due flussi: i mediorami con i finanziorami. Per ciò che concerne la conservazione del luogo, posso solo dire, in maniera molto esplicita e semplicistica, che non si può conservare tutto quello che riguarda il nostro passato, avremmo un mondo in stallo, che vive in funzione di un tempo che non gli appartiene. Bisogna invece vivere nel presente, con la convinzione che il progresso culturale dell’uomo è correlato, in modo naturale, alla ricerca, nella storia, di tutti quegli elementi indispensabili per la sua evoluzione, scegliendo sempre, cosa e quando, nel momento più congeniale.
-

Secondo lei allora – ripresi io, sentendomi un po’ bacchettato dalle sue parole – qual è i miglior modo di porsi dinnanzi alla cultura popolare che rischia di svanire?

-

Molto sinteticamente – riprese subito il professore – dico che, a mio avviso, non bisogna lasciarsi andare ai pateticismi pseudoromantici di chi si ostina a rimpiangere un mitico tempo antico sinonimo di totale benessere, e neppure essere fautori di quell’idea di modernizzazione che aborrisce tutto ciò che riguarda il passato, tacciandolo di arretratezza, di rozzezza, di
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civiltà “miserabile” appartenuta ai propri avi, dei quali vergognarsi e come tale da cancellare sbrigativamente, ma analizzare il problema attraverso riflessioni specifiche e ricerche mirate a palesare i diversi aspetti demoetnoantropologici. Un tema interessante, sul quale poi si potrebbe aprire un punto di riflessione, riguarda la nostalgia per eventi non vissuti in prima persona. Quello che lei ha raccontato poc’anzi, si potrebbe inquadrare nella dinamica della cosiddetta nostalgia da tavolino o nostalgia immaginata, quella cioè che si innesca quando si viene coinvolti emotivamente dal flusso del mediorama, più in particolare dalla sollecitazione pubblicitaria, la quale ha il potere di far nascere, nei consumatori, un sentimento di perdita per una cosa mai vissuta e quindi mai avvenuta. Tutto ciò ovviamente viene sapientemente posto in essere per far sì che il consumatore legato ad esso. Quest’ultimo passaggio della nostalgia non mi entusiasmò molto, anche perché, li per lì, non riuscii a trovare un nesso con il mio racconto sulla nostalgia per vicende di vita non vissute. possa desiderare un determinato oggetto, sentendosi, in un certo senso, emotivamente

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Intanto vidi in lontananza, con mia immensa gioia, Marietta, mentre con un secchio di alluminio attaccato al braccio scendeva lentamente l’irta scala del casino. Marietta stava per ripetere il rito di sempre, e cioè quello di andare a ritirare le uova dal pollaio, prima dell’imbrunire, affinché la faina non se ne facesse una scorpacciata durante la notte. Scortici, rimase immobile sull’ultimo gradino, tirandosi un po’ su lo scialle dalla fronte, per poter vedere meglio. Riconosciutomi si avvicinò con uno scatto in avanti, guardando a terra per non inciampare: - Sei tu Massimo! – esclamò sorridendo.
-

Ciao Marietta, come state? – risposi io. disse lei avvicinandosi al professore.

- Sono contenta di vederti. E questo signore chi è? – - Salve – disse il professore – io mi chiamo Appadurai, piacere di conoscerla. L’espressione di Marietta cambiò di colpo; si voltò indietro e a gran voce chiamò il marito. Peppino giacca, mentre con una mano si uscì dall’uscio della porta con ancora un braccio fuori dalla aggiustava frettolosamente il cappello; da quando aveva subito il furto del maiale era sempre vigile sui movimenti delle macchine e delle persone che si appressavano davanti al suo cortile.

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-

Ch’è successo Mariè! – disse con voce preoccupata, mentre scendeva le scale reggendosi con una mano al muro di pietra. Marietta, prima che Peppino scendesse dall’ultimo

gradino gli si avvicinò e, con voce emozionata, gli sussurrò:
-

Massimo ha portato quello degli appalti rurali. Capii subito che c’era stato un malinteso riguardo

al nome del professore, ma dato che ero sicuro d’aver sentito solo io quella frase bisbigliata, un po’ divertito della cosa, non dissi nulla per evitare l’equivoco. Peppino si avvicinò al professore, come se io fossi una cosa scontata, e gli strinse forte la mano dicendo:
-

Ingegné, cercate di aiutarci, siamo stati tutta una vita qui a buttare il sangue nelle terre, ora però vogliamo quello che ci spetta, la buonuscita. Potremmo vivere nelle case che abbiamo costruito ai nostri figli, ma facciamo il sacrificio di continuare a stare in questo brutto posto solo per avere il riconoscimento dei nostri diritti.

- Altrimenti chi ci starebbe qui – intervenne Marietta – abbiamo trascorso solo brutti giorni, fatti di duro lavoro e miseria. Mi sentii crollare il mondo addosso: tutte quei bei fatterelli, quelle storie di vita sana e felice, proprio non riuscivo a crederci.
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Il professore intanto cercò di svincolarsi annuendo sistematicamente ad ogni loro richiesta, cosicché, in ultimo li rassicurò, dicendo loro di stare tranquilli, perché primo o poi tutto sarebbe andato per il meglio. Ci salutarono calorosamente, ma di più al professore, scrollandolo energicamente come si fa con un parente che sta per intraprendere un lungo viaggio. Nel far ritorno al ristorante “Antica Dattoli”, (avevo dato io quel nome al locale di mio fratello), per un po’ non proferimmo parola, quand’ecco che il professore disse:
-

Ora di sicuro la dinamica della nostalgia immaginata e della pubblicità le sarà molto più chiara. Di colpo intesi le parole del discorso relative a

quell’argomento, e mi rattristai molto, sentendomi un oggetto pubblicitario nelle mani di Peppino e Marietta. Si erano serviti della mia sensibilità, della mia cultura e anche della mia associazione culturale per sostenere una loro causa. Mi tirai su pensando ad un’immagine divertente:
-

Provi ad immaginare – dissi al professore sorridendo – Peppino e Marietta seduti dietro ad una scrivania, con il sigaro in bocca, intenti a pianificare le loro strategie pubblicitarie – ridemmo. Le case vecchie dei Dattoli erano ormai alle nostre

spalle, come lo era pure il cane zoppo di Marietta, che ci
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seguiva a distanza. L’imbrunire dava al luogo ancor più il senso di sera. Non lo dissi apertamente, ma dentro di me ero molto grato a quell’uomo, perché da quell’incontro, molte cose della realtà quotidiana avrei iniziato a percepirle in modo diverso. Una volta a casa, dopo aver addormentato Sofia con la musichina dei Teletubbies, decisi di scrivere tutto sul mio diario, per non dimenticare niente di quanto avevo imparato quel giorno:
-

profonda solitudine e di abbandono, mentre le

foglie secche delle querce si rotolavano nella brezza della

La stradina dei Dattoli, che conduce alla Madonnina…

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