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FESTE CAMPESTRI DEL CAMPIDANO: SAN BASILIO E SAN GREGORIO

Estratto dal libro IL TEMPO DEI SANTI di Carlo Pillai – collana dell’Unione Sarda “La Spirtualità”
Fra le feste campestri del Campidano di Cagliari erano un tempo molto frequentate quelle dei santi Gregorio e Basilio, che si tenevano rispettivamente nel maggio e nell’agosto di ogni anno nelle campagne di Sinnai, ma a cura della comunità di Maracalagonis. Notevole era stata in passato la rivalità tra i due paesi per la proprietà di quei salti, che alla fine vennero attribuiti al primo, restando però al secondo assegnate le chiese campestri dei relativi santi, situate nelle località omonime. L’area di S.Gregorio si caratterizzava per la produzione degli agrumi e per essere una delle mete preferite dai cagliaritani benestanti per villeggiare. Allora le ferie più che in periodo estivo si prendevano a maggio, quando le campagne erano nel pieno della fioritura e quando le attività della Reale Udienza, la suprema magistratura dell’isola, subivano una pausa: da qui il detto passai a maiu (passare il maggio) per indicare un periodo di interruzione del lavoro. Il tutto era favorito, oltre che dalla bellezza, dalla salubrità dei luoghi, che già in epoca bizantina erano stati sede di stanziamenti umani. Al periodo bizantino deve farsi risalire il culto dei due santi, tanto popolari presso i greco-ortodossi, anche in riferimento alle origini del monachesimo. La tradizione locale ne aveva fatto degli eremiti e raccontava in proposito anche un curioso aneddoto: Gregorio viveva nella località, che da lui prende il nome, mangiando unicamente un’arancia al giorno, anzi della cosa si era inorgoglito, reputando che nessuno al mondo si accontentava di così poco, fin tanto che scoprì l’esistenza di un altro eremita, Basilio, il quale, vivendo più a sud, si cibava delle bucce dello stesso frutto che lui Gregorio aveva mangiato e che la corrente del fiume aveva trasportato più a valle. Un eremita o rimitanu custodiva le due chiese campestri con lo scopo precipuo di impedirne la profanazione e di effettuare la questua per la loro manutenzione. A tal uopo doveva ottenere sia l’apposita licenza annuale da parte dell’arcivescovo di Cagliari, valida per tutto il territorio della diocesi “previo il permesso dei rispettivi parrochi” e sia la prevista autorizzazione da parte della Curia locale, in questo caso quella del mandamento di Sinnai, che gli concedeva la facoltà di “liberamente recarsi da un luogo all’altro del regno”, ai sensi del disposto del pregone del vicerè Tornielli del 5 ottobre 1825 sull’ordine pubblico. La questua era estesa alla raccolta dei fondi necessari per lo svolgimento della festa di S.Basilio, che nel corso dell’Ottocento arrivarono fino all’importo considerevole di 100 lire. I fondi per la festa di S.Gregorio erano raccolti da obrieri appositamente nominati, che operavano nel periodo immediatamente antecedente la data della ricorrenza. Gli organizzatori della festa di S.Gregorio potevano contare anche sui proventi di un giardino che possedevano. Nel 1814 se ne ricavarono 75 lire, ottenute dalla vendita della frutta che produceva, per lo più agrumi. Qualche utile venne anche dall’affitto dell’atrio della chiesa di S.Basilio, alla solita condizione che venisse tenuto sgombro per la festa, e dalla questua del miele, già da allora prodotto tipico della zona. Alle entrate ovviamente facevano riscontro le spese, acquisto di cera, olio e vino per le sacre funzioni, compensi al curato, al sacrista, al suonatore di launeddas e soprattutto le spese per su cumbidu (l’invito) alla cavalleria, costituita dai miliziani di Mara, che scortavano le effigi dei santi. Par di capire che l’invito consistesse all’inizio di pane e minestra, poi sostituita da maccheroni, venti libbre nel 1827, allora genere alimentare più costoso. In più il “trattamento” si arricchì ancora perché vi si aggiunsero carne, vino e acquavite. Le prerogative della scorta della processione e della tutela dell’ordine pubblico durante la manifestazione furono sempre difese gelosamente dalla comunità di Mara, che a più riprese intervenne per tutelare i propri interessi. Nel 1816 una violenta protesta fu formulata contro il delegato di giustizia di Sinnai, per aver escluso dalla ronda i barracelli maresi sostituendoli con quelli di Sinnai. Diatribe e scontri con la comunità di Sinnai si ebbero a più riprese, sia perché quest’ultima vedeva di malocchio l’intervento di miliziani estranei, sia perché accusava quelli di Mara di invadere i propri

territori e di impadronirsi della legna della zona, arrivando al punto di volerne proibire il taglio non solo per la costruzione delle baracche, ma anche per l’accensione dei fuochi nel corso dei festeggiamenti. Massima fu la tensione nel 1836, allorquando anche per le pressanti richieste dell’allora sindaco di Maraalagonis, la Segreteria di Stato, l’ufficio del vicerè in Cagliari, decise di convocare per il giorno 6 maggio di quell’anno i due consigli comunali per definire una volta per tutte la vertenza, che difatti fu risolta con piena soddisfazione dei maresi. Per l’imminente festività di S.Gregorio (9 maggio), fu esclusa qualsiasi ingerenza dei miliziani sinnaesi, e per far rispettare quanto riaffermato si dispose l’invio di un drappello di cavalleggeri, sostituiti poi dai carabinieri. Le feste, ma più quella di S.Basilio, erano occasioni di svago e di incontro e servivano anche da fiere per lo scambio dei prodotti locali, ad esempio miele e noci oltre che agrumi. Importante era altresì il mercato del bestiame, come ricaviamo da una deliberazione consiliare del 1° settembre 1816, in cui si protestava contro il delegato di giustizia per aver aumentato la tassazione a danno dei negozianti e degli allevatori, che vi affluivano col rischio di rendere “sprovista e spopolata la festa con gran discapito del glorioso S.Basilio”. Non si trattava forse delle principali occasioni di socialità, di cui i nostri paesi potessero disporre? Questo spiega il prevalente aspetto profano che simili manifestazioni rivestivano e che veniva nettamente separato dal lato religioso e puramente liturgico di spettanza del clero. Ciò era del resto noto, anche se non sempre ben accetto da parte dei ministri di culto, tanto che gli obrieri raramente rinunciavano ai loro poteri, consapevoli com’erano del margine di autonomia di cui godevano. Una conferma la fornisce la documentazione d’archivio, rivelatrice non solo dell’iniziativa che i laici prendevano nell’organizzare le feste, spesso non curanti di alcuna autorizzazione ecclesiastica, ma persino della pretesa di certi sindaci di intromettersi nell’amministrazione della chiesa. Non meraviglia quindi, se in tema di feste più d’una volta si dovette assistere a proteste da parte degli arcivescovi. Per la loro esemplarità riporto alcuni brani di uno scritto indirizzato dall’arcivescovo di Cagliari alla Segreteria di Stato e di Guerra, datato 22 settembre 1810. In esso si lamentava che “la folla era distratta tra la confluenza degli forestieri, la dissipazione dei balli e lo spettacolo delle corse, né si mostra arrendevole al suono delle campane. Si vende e si compra si gareggia sfacciatamente”; si passava poi a criticare il fatto che bettole, osterie e luoghi di ritrovo – nelle feste campestri venivano chiamate glorieddas – fossero “aperte a tutte le ore” e che in generale si abbondasse in “offese a Dio con stravizzi e gozzoviglie”, né si mancava di sottolineare i reati che vi si commettevano, specie i furti, che realmente avvenivano, ma che erano una conseguenza dell’abitudine di ricorrevi per arrotondare le entrate, ove queste si fossero rivelate insufficienti. Infine si concludeva con l’evidenziare un ulteriore lato negativo: “le imprecazioni, blasfemie, parole e canzoni oscene”. La festa di S.Basilio non faceva eccezione, anche considerando l’afflusso di gente che richiamava. In quanto al ruolo del tutto marginale che il clero vi rivestiva è eloquente riferire in proposito quanto espresse per iscritto il sacerdote S. Maccioni, parroco di Maracalagonis, al vicario generale capitolare in data 12 agosto 1870. Dopo un preambolo in cui dava notizie sommarie sulla manifestazione, ma indugiando sulla resa che la questua produceva, “non meno di 100 lire, in alcuni anni anche molto di più”, ecco come il buon curato proseguiva: “tutto va sacrificato nella cucina per i due giorni e due notti che vi si dimora. Pochi moccoli nell’altare sono il tutto per la parte religiosa. Dentro la chiesa si fa una specie di mercato di così detti goccius e d’immaginette. Il sacerdote vi è onninanente passivo; e guai a lui se volesse ricordare che quello è luogo sagro e luogo esclusivamente di preghiera. Il sacerdote vi deve stare come una formalità d’uso e nient’altro”. Non senza aver poi lamentato che dei tre casolari esistenti, neanche uno gli veniva riservato, perché “vi si accatastavano le rispettive famiglie dei festeggianti”, concludeva con la richiesta di adozione “di un qualche rimedio contro sì enormi abusi”.