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Le chiese campestri nel libro LE ISOLE DIMENTICATE: LA SARDEGNA di Gaston Vuiller (1892) Nelle prime pagine di questa narrazione

, a proposito del bandito Giovanni Cano, ho detto qualche parola sulle scene impregnate di magnanimità, quando le autorità sarde hanno la rara fortuna di ristabilire la pace fra famiglie a lungo divise dalla vendetta. Un trattato di questo tipo ha posto fine alla guerra fra Bitti ed Orune, lunga, sanguinosa disputa, che cominciò con la lotta fra due famiglie, poi continuò, per anni, con battaglie fra i due grandi villaggi. Questi paesi sono appollaiati nel Nuorese, sull’altopiano granitico di Buddusò, non lungi dalle sorgenti del fiume Tirso. Nel 1887 – il fatto è recente, come si può vedere – i notabili dell’uno e dell’altro, cedendo alle lunghe preghiere delle autorità religiose, militari, civili, conclusero solennemente un patto d’amistà. Nell’austera piana di S. Giovanni, in una cupa giornata di dicembre, si trovarono riuniti seicentosessantasei uomini che rappresentavano le famiglie più importanti di Bitti ed Orune. Diecimila persone erano accorse dai villaggi del Nuorese per assistere alla riconciliazione. La cerimonia si fece alla presenza del vescovo della diocesi, del prefetto, del maggiore dei carabinieri reali, del sindaco, del rettore dell’università di Sassari, di molti consiglieri generali, del colonnello di Sant’Elia, del contrammiraglio Luni, dei rappresentanti della stampa sarda, di un corrispondente de L’Illustrazione italiana, e di molti altri personaggi ancora. La povera chiesa di San Giovanni era davvero troppo piccola per offrire posto a seicentosessantasei contraenti, ancor meno alla folla di curiosi. Il vescovo era assistito da arcipreti e canonici; celebrata la messa, egli pronunciò un discorso in sardo e fece un caloroso appello ai buoni sentimenti di questi uomini, la maggior parte dei quali, forse ancora irresoluti, si lanciavano occhiate feroci. Spettacolo singolarmente commovente, questo di seicentosessantasei nemici, che separavano fiotti di sangue, i quali cedevano, infine, alle esortazioni di un vescovo, in una povera chiesa sperduta fra i monti della Sardegna! Quando essi avanzarono verso il crocefisso, pronunciando uno ad uno il giuramento del perdono e dell’oblio, le lacrime scendevano dagli occhi di chi assisteva, e singhiozzi s’alzavano fra la folla. Fuori la pioggia cadeva fredda e continua, sferzava i vetri, il cielo era completamente nero e la chiesa oscurata. Nel pomeriggio, il cielo si rasserenò, e tutta questa gente sedette al banchetto che le era stato preparato. La fine della giornata fu consacrata ai canti, ai balli. Un testimone oculare scriveva l’indomani, da Orune, ad un giornale sardo: «Siamo ancora avvolti da un’atmosfera di festa. Non una festa chiassosa fra trofei e luminarie, ma una semplice e cara festa di cuori. Un profondo sentimento di gioia ha invaso il popolo. Pareva che il dolce linguaggio del perdono con cui a San Giovanni si era rivolto loro il vescovo, risvegliasse in alcuni un sentimento indefinito di dolore e tristezza, ultimo ricordo di feroci ma nobili odi che li avevano posseduti. 22 novembre. – Ho lasciato Desulo, ho visto Sorgono, da dove, lungo un sentiero attraverso i boschi di querce verdi, ho fatto rotta per San Mauro. Sul pendio di un monte, disseminato di gruppi di querce, la chiesa di San Mauro corona un’altura; la circondano qualche tettoia, alcune case. In lontananza ondeggiano dolcemente, d’orizzonte in orizzonte, le colline boscose. È là che si tiene, nel mese di maggio di ogni anno, la più importante delle tre grandi fiere della Sardegna, nello stesso periodo in cui vi si celebra una festa religiosa. Quel giorno, durante la messa e nel momento dell’elevazione, si mette in movimento una ruota provvista di campanelle. Subito, attorno alla chiesa, risuona un gran fracasso di

petardi, razzi, colpi di fucile, nello stesso momento in cui si fa compiere ai buoi e ed ai cavalli una sòrta di parata attorno alla piazza, davanti al portale. I buoi hanno le corna ornate con arance, nastri, piccoli specchi, e dei fiori gli pendono in fronte; il loro collo è ornato con fazzoletti di seta, scapolari, amuleti. I cavalli portano selle di velluto dai colori vivaci, impreziosite da arabeschi, la criniera è intrecciata, così come la coda. Subito dopo la messa, la processione. Un cavaliere, il più famoso dei dintorni, precede la folla portando lo stendardo di San Mauro. Egli spinge col morso il suo cavallo a ritroso e, di tanto in tanto, lo fa mettere in ginocchio, mentre egli stesso saluta lo stendardo. I buoi ornati seguono la processione, che fa il giro della chiesa. Gli uomini vanno a capo scoperto, col berretto frigio sulla spalla. L’intervento dei buoi nella processione è comune a più villaggi della Sardegna. Nella festa di Quartu essi aprono il corteo. Vi si contano, talvolta, 200 paia di questi animali, lustrati per la circostanza, ricoperti di magnifiche gualdrappe, inghirlandati di fiori bellissimi, conciati con orpelli, specchi incorniciati in carta dorata e ciuffi di lana; pendono loro dal collo dei sonagli, come pure una grossa campanella, e, sempre come nella processione di Sant’Efisio a Cagliari, delle arance ornano le loro corna. In Sardegna le processioni sono una sòrta di concorso regionale. I proprietari, pungolati dall’emulazione, vi espongono i loro animali più belli e meglio curati. A Quartu, il cavaliere che porta la bandiera costringe ugualmente il suo cavallo a marciare a ritroso. In queste feste si perpetuano delle usanze ben singolari. In alcune di queste si sceglie una patrones[s]a che s’indica in sardo col nome di sa guardiana. Questa, generalmente una giovane, ha il privilegio di collocare tutti i suoi gioielli sulla santa o il santo trasportato in processione. Prima della festa, la patronessa, recando in mano una piccola statuetta del santo, fa la questua in tutte le case del villaggio. Essa presenta la statuetta da baciare e tende subito un sacchetto, dentro il quale si mette l’offerta. Un uomo l’accompagna, un portatore di bisaccia, nella quale i poveri depositano un dono in natura, quasi sempre in grano. Questo privilegio di patronessa non si conferisce per due anni di seguito alla stessa persona. La chiesa di San Mauro e le casupole che la circondano sono deserte tutto l’anno, tranne il bel mese di maggio, nel periodo della festa; allora vi è considerevole affluenza; non solo i Sardi vi accorrono da ogni parte dell’isola, ma anche i Siciliani vi giungono in gran numero, per acquistare cavalli. Essi scelgono, di preferenza, i cavalli selvaggi dell’altopiano della Giarra [Giara]. Nelle botteghe sistemate all’aperto si trovano le donne di Busachi con i loro tessuti, gli uomini di Gavoi e di Santo Lussorgio [Santulussurgiu], fabbricanti rinomati di morsi e speroni, i Desulesi con i loro utensili di legno, taglieri (talleri[s]), cucchiai, e mille altri oggetti. Da Milis arrivano i grandi carri, pieni d’arance magnifiche; da Oristano e Solarussa, i venditori di varnaccia [vernaccia], vino bianco tipico in questi paesi, ed assai popolare in Sardegna. Molti Sardi vi si recano, per adempire tale o talaltro voto fatto durante la malattia di qualche bambino, od in questa o quella circostanza. Essi trasportano in chiesa dei ceri inghirlandati, piedi e mani, persino seni di cera e trecce di cavallo. Avevo già costatato quest’usanza singolare nel Logudoro, ove la basilica di San Gavino, la chiesa di Sorso, la cappella di Bonaria, mostravano ugualmente exvoto di tal genere. Numerosi infanti sono condotti là vestiti da religiosi Domenicani, da Cappuccini, ecc. È a seguito d’un voto, durante una malattia, che questi bambini son stati consacrati a tali abiti, ed essi li mantengono fin verso gli otto o dieci anni. Talvolta, avevo avuto l’occasione di incontrarne così vestiti anche nelle strade di Cagliari, abbigliati da monaci di differenti ordini; niente di ché: ogni paese ha le sue stranezze.

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