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i Miei Lucignoli

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I miei Lucignoli - Maria Serena Peterlin.In questa opera racconto di ragazzi e insegnamento, ma metto in luce e rivelo anche retroscena e fuori scena di momenti ed episodi di vita scolastica che di solito sono riservati agli addetti ai lavori.
I miei Lucignoli - Maria Serena Peterlin.In questa opera racconto di ragazzi e insegnamento, ma metto in luce e rivelo anche retroscena e fuori scena di momenti ed episodi di vita scolastica che di solito sono riservati agli addetti ai lavori.

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Maria Serena Peterlin I miei Lucignoli

Riflessioni e Note di Scuola e Fantascuola

2008
Autori del Pratico Mondo di www.praticomondo.net

1 Il blog di Maria Serena Peterlin note cellulari

Ad Elena, Anna e Maria A Viviana A Simona A tutte le mie brave ragazze, alle prese con i Lucignoli di sempre

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Presentazione e ringraziamento di Mariaserena

Pubblico con gioia anche questo nuovo ebook nella Biblioteca degli AUTORI del PRATICOMONDO . E' entusiasmante contribuire a dar vita sul web a questa nuova forma di editoria popolare e gratuita e disponibile per tutti. In questa opera racconto di ragazzi e insegnamento, ma metto in luce e rivelo anche retroscena e fuori scena di momenti ed episodi di vita scolastica che di solito sono riservati agli addetti ai lavori. Tutto ciò che racconto è una trascrizione della realtà o di come i fatti e i personaggi mi sono apparsi; nella prima parte “La scuola ed io” in una dimensione analitica, mentre nella seconda “Fantascuola” in dimensione surreale e con qualche divagazione su fatti e persone. Sul tema sono stati scritti libri e realizzati film, cortometraggi e fiction, ma nonostante siano passati parecchi anni io credo che solo il film La scuola con Silvio Orlando per la regia di D.Lucchetti ne abbia dato una bella rappresentazione: vera, oggettiva e perfino commovente ma senza smielature.

Nel Praticomondo la mia scrittura ha trovato uno spazio e un supporto ideale; la competenza e la sensibilità del team compone gli ebook mettendo online i file nei quali esprimo riflessioni e analisi critiche e narro le mie storie. In questo habitat dinamico e creativo gli spazi e i tempi contano meno dell'entusiasmo e della creatività, qui le mie parole trovano trova una risonanza ideale e si avviano verso il mondo reale per incontrarsi con i lettori. Ringrazio dunque di cuore Prat Pratico (conduttore del Praticomondo), Vinnie Commedia (webmaster), Brujaloca (grafica) per aver sostenuto anche questa impresa rendendola possibile.

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Indice

PARTE I - LA SCUOLA ED IO
1 QUELLO CHE NON SI PERDE 2 INTERPRETAZIONI DI SCUOLA E DIDATTICA 3 EDUCAZIONE DEI SENTIMENTI – AMARE E TEMERE 4 LA MERITEVOLE PROFESSIONE DOCENTE 5 GENERAZIONI A CONFRONTO-BULLISMO e SCUOLA : Quali le regole? 6 ADOLESCENTI VIOLENTI - ADULTI PERBENE 7 RESPONSABILITA' DEGLI ADULTI E QUALITA' DEI RAGAZZI EDUCAZIONE E DIDATTICA 8 L'INSEGNANTE E' IMPARZIALE? 9 DIDATTICA ANTI-BUONISTA 10 L'EDUCAZIONE NON SERVE AD AMMANSIRE AGNELLI 11 VECCHIA SCUOLA SCOLARIZZAZIONI ALL'ANTICA 1 12 SCOLARIZZAZIONE ALL'ANTICA 2 : MEDIA ED AVVIAMENTO 13 SCOLARIZZAZIONI ALL'ANTICA 3 14 SCOLARIZZAZIONE ALL'ANTICA 4 : Ora di RELIGIONE 15 SCUOLA D'OGGI 16 L'IMPEGNATIVA VITA DOCENTE E LE VICENDE DEL REGISTRO DI CLASSE 17 EDUCAZIONE LETTERARIA (la c'è la differenza) 18 LEZIONE DI ITALIANO :Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? 19 LEZIONE sul Cantico delle Creature 20 DORMIRE IN CLASSE: MA SENZA DISTURBARE I PROF 21 SCUOLA NEOFUTURISTA 22 I RAGAZZI ASCOLTANO E RISPONDONO 23 ADOLESCENTI VIOLENTI? Ma che ne sapete voi... 24 GIOVANE VIOLENZA

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PARTE II : LA FANTASCUOLA
1 FANTA-SCRUTINI – Atto unico 2 (S…)CONSIGLIO DI CLASSE – mini scena 3 GLI APPUNTI DI PROFI' 4 FANTASCUOLA IN TRIDIMENSIONALE LE FAVOLE E LE STORIE 5 FANTASCUOLA IN DIMENSIONE LETTERARIA - RISCRITTURE ovvero esercitazione letteraria per adulti consapevoli La roba (del Ruiz) da VERGA 6 RISCRITTURA DA MANZONI - Gli alunni promessi 7 FANTASCUOLA nella mia NARRATIVA Un racconto fantastico dedicato a Nick 8 U. B. - La volontà di afferrare e comprendere 9 UN LUCIGNOLO SULL'AUTOBUS 10 FINE 11 CONGEDO CONCLUSIONE

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PARTE I - LA SCUOLA ED IO Lo ammetto. A volte mi piacerebbe essere ancora in classe in mezzo a loro, ed aspettare quel momento in cui, senza mie imposizioni, semplicemente parlando e guardandoli negli occhi, un po' scherzando con loro, un po' chiamandoli per nome e un po' con i miei "discorsini", come li chiamava la mia studentessa Diana riuscivo ad accendere in loro l'interesse. Ancora non mi spiego perché arrivassi a scuola sempre con tanti libri (non i soliti manuali) portati da casa, o pescati dal bagagliaio della macchina dove ce n'erano almeno una trentina fissi, più quelli aggiunti all'ultimo momento uscendo di casa. In classe non sempre li aprivo, ma facevano parte di me e quando si avvicinavano i ragazzi alla mia cattedra spesso li aprivano per curiosare ed era un altro passo che ci avvicinava, come quando mi mettevo a scrivere sulla lavagna frasi e parole che qualcuno copiava. Erano i versi dei miei poeti; una mattina impiegai tutta una lezione a spiegare pochi versi: "Ho sceso dandoti il braccio forse un milione di scale" (Montale) e un'altra "Se a voltarmi più non ti vedo, chi di noi due manca?" (Eluard). Oppure scrissi la poesia di Pavese "I gatti lo sapranno" e i selvaggioni sollevarono il viso per stare a seguire. Nel pomeriggio su MSN mi arrivò un messaggio di Roby :"Profi, mi serve una poesia bella come quella di stamattina", "A che ti serve?", "Vorrei
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fare colpo su una ragazza..." . Debolezze di Profi, mi sono quasi commossa e gli ho risposto: "Beh, Roby, è davvero fortunata..." Oggi in classe spiegherei un brano di una poesia di Alfonso Gatto, bella. Con il programma magari non avrebbe nulla a che fare; ma con loro sì.

Bastasse l'angelo arguto a dirci che il male è tutto là sul giornale per chi l' ha fatto per chi l' ha ricevuto. Il male ci coglie d’un tratto. Immeritata la gioia che non sia di tutti e i nostri lutti che non son nostri, i pensieri... La testa è più distratta ove più impara a dir col passo gli stessi pensieri. (da Osteria Flegrea)

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1 QUELLO CHE NON SI PERDE Solo dopo diventa chiaro quanto i ricordi siano importanti. Solo dopo, solo quando non si è fatto nulla per raccoglierli e per portarne con sé le tracce in fotografie, carte, oggetti e ti accorgi che tutto quello che hai non ti è abbastanza. Ti accorgi che quei segni ora li vorresti con te; e pensi che le tante mattine in cui la tua vita scorreva e le stesse situazioni si ricreavano giorno per giorno, tanto simili da sembrare eterne, proprio tutte quelle interminabili mattinate, che a volte avresti voluto abbreviare, sono state troppo importanti, che ti hanno cambiato e segnato, che le hai dentro di te. E vorresti che tutto fosse testimoniato e documentato. Ma poi ti guardi dentro e li ritrovi, quei giorni, ad uno ad uno con te. Non sempre dipanati e diffusi, non sempre distinti e segnati da particolari. Ne senti il suono, ne vedi la luce e i colori, ne respiri e percepisci l’aria tale e quale; talmente uguale che quei segni e quelle testimonianze forse non ti servono più. Sono le ragioni degli affetti che replicano i segni della vita. Forse per questo ho sempre saputo che non mi sarebbero mancati i primi giorni di scuola. Ma gli ultimi. E per questo, fortunatamente a contenere la piena dei sentimenti già sovrabbondante, l’eccitazione per la fine dell’anno scolastico ha fatto sì che ogni anno l’ultimo giorno di scuola, fosse sempre il più scombinato e anticonvenzionale. Ed anche che il mio discorso di saluto e di raccomandazione fosse inutile, tanto loro erano già avvolti dalla smania estiva: “ Ciao Profi. Allora, noi andiamo. Arrivederci!” Questa non è nostalgia. Si può provare nostalgia per qualcosa o qualcuno che si è perso. Invece così non è stato. E’ tutto dentro di me. Il tempo che ricordo ero con voi chiuso in un cubo di pareti e vetri, trascorse con sconnesse dissonanze di divergenti intenti e pochi segni; quel tempo era scandito come spicchi
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d’un dolceamaro frutto oltremarino. Se voi impazienti, con me troppo paziente, quel tempo non riuscimmo ad assaggiare, come quel frutto suddiviso a molti non è bastato, o forse era immaturo. Ma non per questo non lo posso amare. Dopo la classe di cui ho scritto nel mio precedente libro, pensavo che non avrei voluto scrivere più di ragazzi e di scuola. Invece non è stato così. Ho continuato farlo quasi ogni giorno. Ma tutto continua e tutto si modifica, anche gli stati d’animo, le intenzioni e le sensazioni. Succede come quando, in piena estate, di notte si alza un vento imprevedibilmente freddo, tanto da costringerti richiudere tutte le finestre prima spalancate come bocche in cerca di aria, e al mattino ci si sveglia con ventuno gradi invece che trentacinque. Allora si pensa che l’estate si stia prendendo una pausa e ti lasci riposare, e che non è necessario che la stagione ed il tempo trascorrano velocemente: il mondo non si è fermato, ma continua a girare ciclicamente. "A ondate è scosso il mio ciliegio, prima custode a dolci suoni aerei e a lievi voli. Bianche già le corolle, in rossi volte frutti preda di gazze. Ora il libeccio lo percorre e frusta. Sospesa mutamenti attendo e suoni ascolto." Allo stesso modo le immagini mutano in prospettive dinamiche; e il tempo cambia solo ciò che si lascia cambiare.

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2 INTERPRETAZIONI DI SCUOLA E DIDATTICA Rulfo, un mio lontanissimo alunno, scrisse in un tema “La scuola non dovrebbe essere materiale, ma sentimentale.” Concetto che, pur espresso con una certa primitiva ingenuità, è però ancor oggi vicino ai pensieri di molti ragazzi. Le discussioni sulla scuola possono essere molto serie e pervase di intenzioni scientifiche. Ma io non mi sento scientifica. Ciò che risponde alla ricerca di sentimento da parte dell'alunno Rulfo, che oggi ha una piccola galleria d'arte moderna, è in realtà la ricerca di un rapporto non fondato tanto sullo scambio di prestazioni io insegno- tu impari- io verifico, quanto invece su una interrelazione utile e corretta di interessi, di pensieri, di considerazioni critiche, di espressione di ciò che si pensa. In questa interrelazione troverà spazio anche la pratica didatticamente necessaria del io insegno- tu impari- io verifico. Inoltre il confronto, tra studenti e insegnante non è necessariamente generatore di emozione: ma è una disposizione serena e razionale dell'anima al confronto stesso; da questa disposizione dell’anima le emozioni non sono escluse, ma l'insegnante deve controllarle e tenerle a freno con la ragione. Altrimenti scatta in lui la ricerca della popolarità presso gli studenti, della soddisfazione professionale, del gradimento, del successo scolastico e si rischia di non tener conto dei tempi e delle percezioni dei ragazzi. Alcuni affermano che la didattica è trasmettere conoscenza. Il punto è, però: come? Tutto è didattica a scuola: compreso come ti vesti, come entri dal portone, come cammini, come li saluti. Io mi imponevo di entrare in classe sempre sorridendo (anche con l'emicrania, il collare per l'incidente stradale ecc) e di guardarli negli occhi. E se non sorridevo, si preoccupavano. Che cià oggi pressorè? Non è che ce l'ha con noi, vero? Ero solennemente arcigna solo in occasione di feroci rimproveri (che non sono mancati), ma non ho mai "chiuso" con nessuno. Tutto è didattica: anche il colore della matita per le correzioni, il modo di passare tra i loro
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banchi, il caffè mandato a prendere dall'alunno affidabile. E tuttavia ho certamente sbagliato molte cose ed è tardi per le giustificazioni. Sono certa, però, che la scuola non mi ha reso peggiore. Anzi. Per questo, la … rifarei e quando leggo le e mail che mi arrivano dei miei ex (di più vent’anni fa...) confermo le mie scelte e le mie idee.

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3 EDUCAZIONE DEI SENTIMENTI – AMARE E TEMERE

SOLILOQUIO Con soffio tenue d’echi confusi, solo di notte raggiunti, riascolti voci lontane, vicine parole. Tornano al buio d’un’aria sorpresa dolci e ronzanti quei tuoi ricordi. L’aula sonora, secchi i rumori Occhi, respiri e i tuoi sorrisi.

E’ difficile amare quando si ha paura. L'amore per gli altri non è per tutti un sentimento facile, spontaneo e naturale e quindi si deve essere educati anche ai sentimenti e all'amore. Naturali e spontanei sono il senso egoistico e il soddisfacimento di bisogni ed istinti. Ogni giorno costatiamo come la natura degli esseri umani non li induca al vivere nella pace e nella fratellanza. Ecco perché i sentimenti devono essere coltivati e instillati con l'esempio, con la costanza, con la capacità di far ragionare. L'indole ci porta attitudini (buone o non buone), talenti e capacità; l'educazione ci insegna a reprimere la tendenza alla sopraffazione, all'egoismo, al desiderio di dominare. Ma può insegnare pure il coraggio. La società civile ha scritto leggi e regole, le ha imposte e insegnate. La civiltà consiste anche in questo. Senza un'accettazione delle leggi non c'è più il diritto; e torneremmo (o rimarremmo) all' homo homini lupus. Voler bene agli altri significa anche tener conto anche di un bene comune, di un bene generoso e rispettoso verso la società e l'umanità. Ma tentare di trasmettere amore senza istruire ed educare non funziona, non può funzionare. Allo stesso modo è inutile cercare di trasmettere solidarietà
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senza leggi o addirittura ignorando le leggi. Le nostre responsabilità di adulti, in questo processo, sono fondamentali poiché tutti possiamo continuare sempre sia ad educare sia ad imparare. Per insegnare efficacemente è necessario essere credibili ed autorevoli e queste sono qualità che di possono acquistare con la preparazione e l’esperienza. Dunque la scuola ha bisogno di MERITO, non di MEDIOCRITA’. Quando si è iniziato a smantellare il merito? L’Italia è stato un paese in cui, in tempi non troppo lontani, c’era spazio per laureati colti e impegnati nella professione, come per gli operai valenti e dediti al lavoro o gli artigiani abili e capaci. C’era spazio anche per i bravi docenti che non aspiravano ad emergere per carriera, ma godevano di prestigio, di rispetto ed erano gratificati dal loro lavoro. C’era ammirazione anche per ragazzi e ragazze bravi e studiosi e le loro famiglie. Poi sono prevalse altre logiche, tra le quali quelle delle cordate e delle appartenenze. Ora si riparla di merito; ma il rischio è di far crescere una pianta che nasce stentata e a fatica. Anche il merito, infatti, non è un talento ma è frutto dell’educazione. Quindi deve essere coltivato. E’ l’educazione che instilla il senso del dovere, che fa apprezzare la gratificazione nel risultato di ciò che si fa e non nell’approvazione. E’ l’educazione che insegna a bastare a se stessi nei momenti difficili: l’autonomia di una persona è un bene prezioso su cui contare. E’ sempre l’educazione che può indurre ad avere come riferimento il bene sociale, la soddisfazione di contribuire al miglioramento della società. E potremmo continuare. Aggiungo solo che è l’educazione che può trasmettere sia la convinzione di avere una missione che ci attende sia il senso del dovere ci sospinge verso questa missione.

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4 LA MERITEVOLE PROFESSIONE DOCENTE Non è facile ricostruire quello che la diffusa sciatteria e superficialità pseudo intellettuale hanno distrutto. Non è facile restaurare il senso di sé e riproporre un modello di persona dignitosa e che non si confida in chat o piange al telefono con l’amica o all’amico, ma rispetta sé stessa e gli altri e prima di gemere cerca rendersi emotivamente e intellettualmente presentabile. La logica delle cordate ha invaso anche la vita privata che, sulla scia del talk e dei reality show si esibisce e sbandiera senza nessun pudore. Non sarà facile, dunque, ricondurre i nostri ragazzi sulla strada della vita, quella vera e seria. Abbiamo subito, (e molti hanno accettato e promosso) l’idea che un bambino o un ragazzo debbano sempre “essere come gli altri” o anche “non sentirsi diversi”. Invece dovremmo dire e trasmettere con forza ai nostri ragazzi la convinzione che non è questa l’eguaglianza. L’eguaglianza non è un copia/incolla del modello velina o tronista o, peggio ancora del bullo di turno. L’eguaglianza non consiste nel vestire il jeans sponsorizzato da chi ha travolto e ucciso, da ubriaco, persone innocenti e le ha lasciate sulla strada, né nel pettinarsi e dimenarsi come la modella cocainomane di turno. Su questo potremmo essere tutti d’accordo, però va sottolineato che anche la disapprovazione deve far parte di un progetto educativo. Negare la moda o il modello non è possibile se prima non abbiamo costruito e lavorato sulle motivazioni e sui valori Dunque dobbiamo insegnare da subito ai bambini che l’eguaglianza sta nei diritti della persona e, non nella personalità. Essere uguali significa sapere che possiamo essere socievoli o meno socievoli, eleganti o meno eleganti, belli o meno belli, vestire firmato o no, amare lo studio o studiare per dovere, amare il cinema (o il ballo, o la pittura, ecc) o non amarlo, piangere per una poesia o riderne e così via, andare in campeggio o odiare le formiche e tutti gli insetti del mondo, ma essere comunque individui rispettosi e rispettati perché siamo persone
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corrette e che fanno il proprio dovere senza ossequiare e senza temere nessuno. Un’ultima riflessione. Le vittime preferite dal bullismo sono ragazze e ragazzi meno belli o troppo belli, molto studiosi o poco dotati, vanitosi o timidi e incapaci di aggressività: insomma sono ragazze e ragazzi non omologati e non conformisti rispetto al costume diffuso nel loro ambiente. Il bullismo può esprimere anche una pessima idea di uguaglianza dunque; un’uguaglianza in subalternità, ossia un’interpretazione delinquenziale dell’omologazione. La meritevole professione docente può fare molto per restituire valori. Qualche insegnante già lo fa.

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5 GENERAZIONI A CONFRONTO BULLISMO e SCUOLA : Quali le regole Sul cosiddetto bullismo cresce l’attenzione e si attivano provvedimenti non sempre efficaci. Ma se un ragazzo è bullo l’educazione ha già fallito. Per questo la questione è seria ed importante. Per quanto riguarda le scuole la presa di posizione del Ministero è abbastanza nota e diffusa. C’è anche un numero verde: 800.66 9696 e una pagina sul sito : http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2007/070207.shtml Per i casi di bullismo reiterato si può decidere l’espulsione del colpevole. Che cosa succederebbe quando gli insegnanti e i dirigenti scolastici, gli organi collegiali e quelli disciplinari, nelle scuole esiste infatti una commissione disciplina, fossero chiamati a deliberare sulla materia? La normativa ministeriale lascia ampio margine agli operatori scolastici nel valutare le situazioni e istituire i rimedi, ossia delega, ma dovrebbe fornire un adeguato orientamento. Esiste uno strumento non soggettivo di valutazione e classificazione degli episodi di indisciplina, di maleducazione o di bullismo atto a ridurre il margine di errore nella valutazione dei singoli episodi? Le garanzie di equità sono necessarie altrimenti uno stesso atto potrebbe essere molto diversamente valutato in una scuola di Modena, di Aosta o Palermo. Sul termine bullismo i dizionari sono di scarsa utilità. Invece nel sito ufficiale della Polizia di Stato troviamo una pagina molto chiara sulla questione : http://www.poliziadistato.it/pds/primapagina/bullismo/index.htm Le scuole possono usare questo riferimento sia per trasmettere chiari concetti agli studenti, sia per orientarsi nell’interpretazione dei comportamenti. L’indisciplina va educata e repressa, ma non è necessariamente bullismo. Un atto di violenza è reato e non bullismo. Quando i ragazzi si comportano male e disturbano o compiono azioni mediamente o gravemente indisciplinate, è importante non perdere la testa ed avere a disposizione strumenti adeguati.

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Per i suddetti motivi cito la frase conclusiva dalla pagina sul bullismo del Sito della Polizia di Stato. Qualche volta è necessario diventare serissimi; e più seri e convincenti di così è difficile essere. “Vi ricordiamo che non si tratta di bullismo se due ragazzi o gruppi di ragazzi litigano fra loro o si picchiano perché, in questi casi, esiste una parità di forza. Ma soprattutto non è bullismo quando qualcuno attacca o minaccia un coetaneo con un coltello, procura ferite gravi o compie molestie o abusi sessuali. Questi comportamenti sono dei veri e propri reati.” Il bullismo è stato definito mobbing in età evolutiva; un atteggiamento di prevaricazione violenta dunque, che ha molte e diverse sfumature e espressioni a seconda delle situazioni in cui si manifesta e che si manifesta con una particolare evidenza a scuola e in tutti gli ambienti di aggregazione giovanile. Ovviamente l’affermazione ha anche un valore inverso. Smettiamola dunque di definire bullismo la generica maleducazione o la prepotenza, sulle quali si deve intervenire adeguatamente. C’è invece da augurarsi un’urgente e intelligente riflessione laddove si ravvisino elementi di un evidente fallimento dell’azione educativa scolastica e non. Solo da qui tutto potrà ripartire.

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6 ADOLESCENTI VIOLENTI - ADULTI PERBENE I nostri opinionisti mediatici danno varie interpretazioni della violenza tra i giovani e giovanissimi; alcuni si esprimono emettendo sospiri imbarazzati ripetono attoniti: "Non so, non capisco... quanta solitudine in questi ragazzi!". L’inquietante televisione, che si auto genera, auto produce ed auto trasmette non è forse il prodotto di autori, registi, anchorman, produttori, attori, veline, opinionisti, signore ben orientate, ex signore benvestite, giornalisti/e, presentatori smaglianti, conduttrici saltellanti che partecipano allo show globale? E proprio costoro sono legittimati a giudicare ed accusare famiglia, scuola e società? E’ corretto lasciarci tutti giudicare ed influenzare da questa folla del carrozzone mass-mediatico televisivo? La domanda è lecita proprio perché i giovanissimi incriminati si giustificano e, anche davanti al giudice, affermando: "La televisione è stata maestra delle nostre azioni." Qual è dunque il ruolo dei media? Da chi prendono linee e direttive costoro? dall'(ex) pianeta Plutone, dalla più lontana Alpha Centauri, o da una realtà che abita assai più vicino? Quanto mi innervosiscono, perciò, gli adulti perbene che parlano con tanta gravità e assennatezza di adolescenti violenti, bulli ed estremi. Questa specie di neologismo adolescenti estremi classifica con enfasi compunta gli episodi raccontati su giornali, radio, tv e internet. Si tratta spesso di quarantenni che non generano per scelta e si innervosiscono se casomai si trovano alle prese con il problema dell'educazione. A tutti costoro bisognerebbe suggerire di studiare qualcuno dei principali testi di pedagogia (almeno quelli dal settecento ai giorni nostri) e di considerare che se il problema dell'educazione ha sempre costituito un argomento su cui spendere fiumi di inchiostro e anni di studio allora vuol dire che non è un problema semplice si cui si possa autorevolmente pronunciarsi senza rischiare di scivolare sulle banane. Si potrebbe anche suggerire di rileggere Dickens e di vedere se sia il caso
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si rimettersi ad usare le frustate e le nerbate; potrebbero funzionare? Educare è faticoso. Si educa confrontandosi con gli adolescenti, non solamente giudicandoli, anche perché molti dei giudici avrebbero non poche difficoltà a dimostrare di avere buoni esempi da dare. Fino a prova contraria, i bambini e i ragazzi non creano modelli sociali, ma gli adulti sì

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7 RESPONSABILITA' DEGLI ADULTI E QUALITA' DEI RAGAZZI – EDUCAZIONE E DIDATTICA

I ragazzi, dall’adolescenza in poi, tendono ad essere critici verso il mondo degli adulti; a volte gli insegnanti li ricambiano con diffidente sussiego e i genitori assecondandoli troppo o irrigidendosi irragionevolmente. Ma oggi vi sono adulti che hanno assunto aspetti nuovi che si materializzano ed esprimono in categorie non tradizionali (non pretendo di analizzarne l’universo perché sarebbe assurdo oltre che impossibile). Il mondo degli adulti comprende infatti non solo genitori e insegnanti, ma anche una folla di persone e personaggi che rappresentano comunque suggestivi modelli tra i quali, oltre ai calciatori e ai saranno famosi di turno, troviamo non solo qualche star un po’ inquietante come Paris Hilton, ma anche tutto l’universo di coloro che appaiono sui media: il panorama non è da sottovalutare. Mentre i genitori e gli insegnanti sono spesso insigniti dai ragazzi dalla onorificenza di rompiballe assillanti e stressanti, coloro che appaiono si avvalgono di ben altre e accattivanti qualità: levigati e disinvolti, sgargiuli e sgarzoline, fichissimi e precisi, sexy e fascinosi. Insomma essendo irresistibilmente trendy nonché divertentemente trasgressivi la fanno da padroni. Ma è importante che i genitori e gli insegnanti non accettino un ruolo da comparse, si tengano, a testa alta, il titolo di rompiballe e non cedano ai modelli disinvolti e amichevoli. Se il loro ruolo tiene (e la sua tenuta può resistere solo se si fonda su contenuti e motivazioni importanti, che insegnanti e genitori hanno) avremo qualche speranza in più. Se invece anche queste due categorie, che costituiscono ancora la fondazione indispensabile nella costruzione dell’edificio “educazione e crescita” cedono al fascino mediatico e si lasciano coinvolgere da intellettuali alla ricerca di consenso, se si lasciano influenzare da astrologi e psicologi televisivi, se aderiscono senza riflettere alle tendenze di costume estemporanee, se infine, si lasciano coinvolgere da discussioni
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sul “lato A e lato B” delle fanciulle di Miss Italia senza insorgere spegnendo la tv o passando ad altro canale allora rimane poco da fare. Anche perché gli intellettuali attualmente più ascoltati e trasmessi dai media radiotelevisivi hanno rinunciato ad un ruolo scomodo di pensatori critici del presente, hanno sdegnato a quello nobile e antico del censore (termine che uso in senso latino) e si adeguano a loro volta, al modello sgargiulo e sgarzolino un tantino imbellettato; hanno messo il pensiero politico sullo scaffale più scomodo delle loro librerie universitarie e ammiccano al LATO B. Se succede che anche le fondazioni cominciano a vacillare allora è inevitabile anche accettare leader improvvisati e accadrà sempre che tutto ciò che fa spettacolo può fare anche politica, educazione, pedagogia e cultura. Ma io non credo che sia così; i fenomeni passano, ma il senso civico, la buona scuola, i valori e la politica alta resistono, o tornano. I ragazzi hanno bisogno di motivazioni e convinzioni, di riscoprire il valore del lavoro e della costruzione di sé. Se questa generazione di adulti (tra i 40 e i 60 anni circa) fallisce, come lascia temere, sarà travolta e superata. Sarebbe invece assai meglio che sia l’edificio educazione e formazione, sia quello della società fossero costruiti insieme. Qual è dunque il ruolo attuale della scuola? Non se ne esce. Siamo ultimi, forse penultimi dei migliori o primi dei peggiori? Non si trova il rimedio, si dice, e i professori, un tempo fieri e austeri custodi del sapere, adesso sono impietosamente accusati di colpevole inedia. La considerazione che si attribuisce all’istituzione scolastica è condizionata da molti fattori. Teniamo conto del fatto che i titoli di studio sono in parte svuotati di significato e i laureati e i diplomati sono senza prospettive.
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La scuola, inoltre, ha subito la tracimazione di intermittenti e rapsodiche riforme alla Fioroni e vaga nelle nebbie come la nave di Gordon Pym. Come se non bastasse non poche famiglie sembrano aver chiuso per rinnovo attività per cui non collaborano, anzi ostacolano gli insegnanti. Intanto il bullismo scolastico fa audience su Youtube e le attività preferite dei ragazzi sono: messaggiare, palestrarsi e sballare. Infine costatiamo che il comune senso della morale e del pudore sono nero-abbronzati e perennemente di ritorno dall’Isola dei famosi.. Insomma tutto considerato come è possibile imputare tutto alla scuola? La scuola, a mio parere, non va così male. Se abbandoniamo i luoghi comuni possiamo fare una sintetica analisi che vola radente rispetto alla realtà. Non è nemmeno il caso di generalizzare sui ragazzi e gli adolescenti del nostro tempo; sono molto diversi dalle generazioni del passato, ma sanno anche gestire la loro vita come, fino a pochi decenni fa, i corrispettivi adolescenti di allora non si sognavano nemmeno di sperimentare. Ad esempio 1. sanno muoversi da soli. Viaggiano, prendono treni e aerei, scelgono tariffe e sono falchetti della vacanza all’estero (a volte esagerando) 2. fanno facilmente amicizia con ragazzi delle più varie culture, religioni, etnie e sanno rispettarsi e aiutarsi 3. non soffrono di timori reverenziali ma affrontano gli adulti (a volte esagerano… ma si possono fronteggiare) 4. A parte i soliti imbecilli, che finiscono sui telegiornali, danno solidarietà ed affetto ai compagni portatori di handicap che ora frequentano le loro stesse scuole mentre in passato erano scartati in partenza) 5. Sono belli perché amano la salute fisica, si curano, fanno sport 6. Sono affettivamente attivi, dialogano e la maggioranza di loro non fa idiote battute sull’altro sesso. 7. Generalmente rispettano i principi della tolleranza 8. Hanno una discreta educazione sessuale (certo si dovrebbe fare di più) 9. imparano volentieri le lingue straniere 10. conoscono benissimo le nuove tecnologie
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11. cercano prestissimo lavoro perché vogliono essere autonomi 12. In loro il lecchinaggio e l’ipocrisia nei confronti degli adulti è in continua diminuzione 13. Spesso fanno da spalla a genitori spappolati da crisi di ogni genere (dal mobbing alle triangolazioni affettive) e... "reggono": non si sa come. 14. Sopravvivono ai quattro salti in padella e a quant'altro ammannisce la refezione casalinga di papà-e-mamma pendolari. 15. Crescono, nonostante tutto, all'insegna della pedagogia fai-da-te. Insomma a potremmo continuare. Non è giusto considerarli tutti giovinastri o teppisti. E se è vero che ci sono i cosiddetti bulli e i violenti è anche vero che quelli sono in evidenza, di loro si parla, e le loro azioni sono quelle sbandierate dai media. Dei ragazzi normali, più o meno buoni, più o meno trasgressivi, ma che rientrano nella media accettabile e quotidiana non si parla. Educarli è difficile, perché sono nati con gli occhi aperti e sono tendenzialmente provocatori. E’ difficile, ma si può e si deve fare. E’ vero che devono studiare di più. Però forse sarebbe il caso di dargliene anche un buon motivo. Sarà necessario risolvere la questione dello sviluppo dell’occupazione altrimenti sarebbe arduo riconvertirli all’amor dello studio fine a se stessi. Un po’ di pratico pragmatismo serve anche nell’educazione. Molti dichiarano che nessuno segue più i figli; affermazione amara, forse anche un po' generalizzata, ma certamente fondata; e se persone serie e di buona volontà notano questo c'è da tremare. Da insegnante ho visto figli seguitissimi ma secondo scelte educative discutibili; ho visto anche figli ben seguiti; altri, non pochi, praticamente abbandonati. Ho visto una scuola che approva o disapprova i ragazzi in funzione della loro docilità e sottomissione, una scuola che boccia o promuove, costringe a ore interminabili di recuperi, ma non sempre educa e dialoga abbastanza, o se lo fa è per iniziative di docenti illuminati, e qualcuno ce n'è. Le casistiche sono tante; e non tutto si può correggere. Il sistema dei
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media, che può influenzare e condizionare anche i genitori, e gli adulti in generale, ha le sue colpe, ma le responsabilità maggiori sono comunque anche nel modello di sviluppo economico in cui tutto si consuma e tutto si compra e si vende. Infine anche se non credo che la causa di tutto sia la televisione, continuo a disapprovare il modo superficiale e banalizzante con cui la televisione si auto legittima e si auto approva, il modo in cui si valorizzano personaggi diseducativi e soprattutto violenti e volgari, il fatto che si propongono modelli sociali e pseudo culturali nefasti e non costruttivi. E non è sempre stato così; negli anni 70 gli intellettuali sostenevano che il diritto alla felicità e ad essere amati non si acquisisce soltanto per il fatto di esistere, ma solo facendo qualcosa di utile per gli altri...(I. Calvino ad es). Ma oggi?

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Una riflessione sull'educazione mi porta sempre verso il mio porto. Un porto sommerso (sepolto direbbe il poeta) , del quale parlo di rado. Se ne parlo qui è perché tento di uscire, di evadere da una discussione per la quale ho insufficiente attitudine ed eccessiva indisciplina personale. Il mio viaggio verso l'educazione (e concordo con chi afferma che istruire ed insegnare deve essere innanzitutto educare) è stato tuttavia un viaggio principalmente di sentimenti e di grande impegno e di fronte a qualche insuccesso non ho pensato che la responsabilità non mi sfiorasse. Leggo, ancora oggi, con sgomento frequenti interventi di docenti che si lamentano. Che possiamo fare in questo sfacelo? Come se le colpe fossero sempre altrove. Insegnare nella scuola pubblica è professione faticosa, ma con un margine di autonomia significativo che va gestita con coraggio e forte determinazione. La scuola non è posto da fannulloni, per usare un termine oggi in uso. Il coinvolgimento personale è importante, le conseguenze di una scelta o di un atteggiamento possono avere una ricaduta a domino. La professionalità, tanto sbandierata, non può prescindere da questa consapevolezza. Spesso si affronta il tema della responsabilità esclusivamente in termini giuridici. A questo ci hanno abituato eventi recenti e un costume ormai diffuso, ma da rifiutare perché credo che se un insegnante si regolasse così farebbe un pessimo servizio non solo ai suoi studenti e alla scuola, ma anche alla sua umanità. E’ vero, le responsabilità giuridiche ci sono, sono importanti e sarebbe leggerezza colpevole ignorarle. Ma la responsabilità morale, e vorrei dire affettiva, nel rapporto educativo con i bambini e i ragazzi è uno stigma visibile; lascia segni su di loro come li ha lasciati su di noi adulti. Nessuno si senta offeso, ma nessuno si sottragga, perché mentirebbe. Un insegnante deve essere uno studioso della sua disciplina, non deve smettere mai di apprendere e approfondire, deve confrontarsi con la società e la realtà; ma deve essere anche persona. Ogni percorso didattico che egli progetta (e se ne progettano tanti) ha lo scopo di far avanzare nella conoscenza i suoi alunni, ma fa progredire lui stesso. La cosiddetta
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ricaduta dell’insegnamento ha un impatto sia sulla classe sia sul singolo studente. Negli anni lontani delle mie scuole medie i miei indefinibili professori di latino e matematica dicevano senza vergogna che quando uno solo della classe aveva capito la lezione, l’insegnante aveva già fatto tutto il suo dovere. Ma non è così; non può essere questa la risposta. D’altro canto l superficialità, la presunzione, la pigrizia e l’inefficienza hanno risolto facendo sì che si cedesse, senza ammetterlo, alla logica della sanatoria del sei politico, dell’indulgenza plenaria senza pentimento. Dunque rigore, impegno, serietà e tanta fatica aspettano un insegnante che crede nella sua professione. E’ giusto chiedere stipendi più elevati per i bravi insegnanti e non ci sono giustificazioni sulla inadeguatezza delle attuali retribuzioni. Tuttavia credo che solo il contrastato, ma euforizzante, sentimento ugualmente distribuito verso il lavoro e verso gli studenti, sia la vera motivazione di un percorso didattico. Credo che sia questa la buona notizia dell’educatore: oggi hanno imparato qualcosa perché io ho insegnato. Insegnare è camminare insieme ma, per la nostra soddisfazione e per la loro fortuna, a un certo punto i giovani se ne vanno via, più spediti di noi e verso strade diverse. Il porto di arrivo e partenza dell’argonauta insegnante è diverso per ciascuno. Dal mio sono partita e là tornata tante volte. Cercando di non navigare da sola. Click e ti ascoltano Click e si annoiano. Click! e non puoi fingere che non siano loro la misura del tuo lavoro. A causa, forse, della mia presunzione pedagogica, continuo a pensare che io li conoscevo bene. E sono ancora oggi sicura che è meglio premiare chi ottiene risultati non eccellenti lavorando con le sue forze piuttosto che dare voti alti ai "copisti", o professionisti del temario. Come fare a individuarli e distinguerli? Per me è stato semplice: parlandoci, facendoli discutere in classe, ascoltandoli. Certo, ho subito un po' di caos e qualche volta anche un fragore giovanile vociante forse
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eccessivo prontamente riprovato da austere colleghe e sussiegosi colleghi; ma è stato un buon modo per conoscerli davvero. E a chi esordiva in un'interrogazione affermando "Dante era un poeta (ma pensa te...) che s'innamorava de Beatrice che però non lo ricambiava, perché è morta giovane" oppure a chi si giustificava "Pressorè ciavevo er motorino rotto, so' dovuto girà pè meccanici, se potevo studiavo, ma doppo nun me pijava popo de studià..." o ad altro soggettone che durante una estenuante visita di studio alla Galleria Borghese o agli Uffizi esclamava "! bella robbetta, chissà quanto ce se potrebbe fa’..." beh a estroversi e simpatici giovinetti di tal fatta andava la mia altrettanto simpatica sopportazione, ma non mi sarebbe mai venuto in mente di elargire dei sette o degli otto ai loro temi scritti che sciorinavano invece frasi come "La poetica leopardiana, fondata sul pessimismo via via più filosoficamente strutturato, si fonda su una complessa concezione del rapporto uomo-Natura; laddove per Natura si intende non tanto l'insieme degli esseri viventi nonché degli abitanti del mondo animale e vegetale, quanto..... ecc ecc ecc " (frase tra l'altro ampollosa e inesatta).

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8 L’INSEGNANTE E’ IMPARZIALE? Non date mai retta a chi dice di essere imparziale. Gli insegnanti non sono mai neutri di fronte ad una classe. Anche chi lo crede in buona fede, in realtà tenta solo di darsi una stabilità emotiva che vorrebbe ottenere ma che è molto distante da come realmente si sente. Affrontare una classe ci destabilizza e mette in gioco, ci crea problemi. Molte volte ho ricevuto genitori che mi pregavano: intervenga lei, ci parli, di lei ha stima e l’ascolterà. E promettevo e parlavo. Ma il più delle volte il ragazzo e la ragazza mi aveva già a loro volta detto: io voglio bene ai miei, guai a che tocca mia madre, ai miei genitori non deve succedere nulla; ma non li sopporto, non mi capiscono: ci parli lei. E’ uno dei casi in cui ci si chiede se si lavora per insegnare una disciplina oppure se si non abbiano maggiori e più pesanti responsabilità, anche perché insegnare una materia che rappresenta una nostra vocazione significa comunque sia aprirsi ai ragazzi, sia essere responsabili di fronte a se stessi. Significa sentire di dover trasmettere correttamente e senza pedanteria, ma nemmeno sciattamente, ciò che rappresenta il nostro sapere per averlo lungamente studiato ed amato e scelto, e di cui percepiamo una complessità speciale non sempre omogeneizzabile e sbriciolabile fino al punto poter essere comunque distribuita e quindi resa assimilabile. Proprio da questo deriva e discende che non si può essere neutri. Non si può essere talmente distaccati, o freddi, da recepire come indifferenti da un lato i comportamenti e le reazioni, dall’altro le espressioni, le sfumature degli stati d’animo, la diffidenza, la perplessità. Vi è inoltre l’eterno problema del difficile rapporto tra il gruppo dei volonterosi non sempre troppo dotati con i nullafacenti organizzati e indisciplinati, gli intelligenti svogliati e la minoranza degli intelligenti, volonterosi e curiosi. Ognuno di questi gruppi è un problema a sé. Perché non è affatto detto che la piccola compagine degli intelligenti-volonterosi-curiosi non sia un problema; non solo perché sapendo di essere dalla parte del giusto si attendono una gratificazione che invece spesso non è somministrabile né opportuna, ma perché sono esigenti e spesso insofferenti con gli altri
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compagni; e infine perché possono essere un incubo per un insegnante che non ha molta voglia di lavorare e quindi li teme. Insomma l’insegnante non è imparziale spontaneamente. Non riesce, dentro di sé, a non percepire sintonie maggiori verso uno studente piuttosto che verso un altro per tanti motivi, e d’altronde la cosa è reciproca. Però deve riuscire a dare a tutti le stesse opportunità e la stessa qualità di insegnamento e dare all’insieme di tutta la sua classe la dedizione della sua missione.

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9 DIDATTICA ANTI-BUONISTA Un recente studio americano ha stabilito che i "primi della classe" si riconoscono dalla scuola materna. E fin qui la notizia non è tanto buona, quanto umoristica: come è possibile,infatti il contrario? Ossia che un bambino indolente e poco curioso (e ci sarebbe anche da capire perché lo sia), che la famiglia non supporta con adeguati stimoli, ma che pascola beato alla scuola materna pago di far collanine e di colorare "dentro i bordi" sazio di mensa scolastica improvvisamente cresce e sviluppa capacità insospettate per cui al liceo diventa un genio e all'università vince il Nobel prima della laurea? Umoristica e penosa insieme dunque una simile illogica tesi. In realtà lo studio americano sottolinea qualcosa di davvero importante. «Abbiamo scoperto il singolo e più importante fattore per prevedere i futuri successi accademici: che il bimbo inizi la scuola con una conoscenza base della matematica e rudimenti per saper leggere e scrivere», assicura Greg Duncan, ricercatore della Northwestern University e primo autore della ricerca, pubblicata su “Developmental Psychology”.» E dunque, finalmente, non si parla di omologazione del sapere o dell'appiattimento verso un sapere modesto ma buono per tutti, alla "fateli giocà...tanto sò creature..." Infatti ciò che di questo studio mi è sembrato assai significativo è un secondo passaggio che riguarda un aspetto che, in tempi abbastanza recenti, si era affermato e largamente diffuso: quello dell'apprezzamento verso socializzazione, ottima certamente, ma che si manifestava anche nel premiare più le attitudini all'ambito socio-affettivo che non all'apprendimento sistematico e critico. Chi conosce la realtà scolastica sa bene che i cosiddetti rendimento-eProfitto e le socializzazione-e-relazioni-socio-affettive non sempre sono presenti nello stesso ragazzo o bambino contemporaneamente. Questo non significa che un alunno studioso e capace sia necessariamente poco affettuoso o antipatico ai compagni; ma non significa nemmeno il contrario: ossia che l'alunno simpatico e affettuoso sia necessariamente anche studioso e dotato.
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E' un po' la logica che riscontriamo tra i professionisti: non è detto che il medico simpatico sia bravo né che quello bravo sia simpatico: ma scegliamo quello bravo. Insomma, continua lo studio citato, «I bambini con comportamenti aggressivi o solitari, o che fanno fatica a fare amicizia, non hanno ottenuto risultati diversi rispetto ai compagni più rispettosi o amichevoli.» Se si considera che un comportamento solitario e poco amichevole contrasta con l'atteggiamento buonista alla volemose bene potremmo avanzare un'ulteriore ipotesi inquietante: il ragazzino/a un po' scontroso/a e che non è sempre disposto alla relazione affettiva con i compagni e con l'insegnante attira meno attenzioni e premure anche dagli insegnanti stessi e perciò lavora di più da solo, con maggiore fatica, mentre se fosse maggiormente supportato potrebbe ottenere risultati superiori. Intendiamoci: il ragazzino o la ragazzina simpatici fanno feeling e sono popolari: però, i rompiballe un po' scontrosi mi hanno sempre incuriosito e riuscire a coinvolgerli è sempre stata una delle mie personali sfide al conformismo dell'istruzione. Forse perché prevedevo, stante la loro scarsa propensione al compromesso e alla deferenza, che la loro strada futura avrebbe affrontato maggiori salite, che difficilmente sarebbero stati gratificati da complimenti (come i tanti lecchini un po' paravento, ma che simpatici …) e tanto meno sarebbero stati inclini al politicamente corretto o facilitati nei consensi tanto da esser proposti ad incarichi politici. Ma i rompiballe poco amichevoli non valevano nemmeno un mezzo grammo in meno dei simpatici. Anzi.

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10 L’EDUCAZIONE NON SERVE AD AMMANSIRE AGNELLI Lorena Cultraro. Una ragazzina ammazzata da coetanei che su di lei hanno perfino inventato una menzogna per tentare di giustificarsi; era incinta di uno di loro. Su questa tragedia, c’è un constatazione elementare e che sgomenta. Nelle interviste dei telegiornali agli abitanti di Niscemi tutti hanno detto concordemente che non riescono a credere a quello che è successo, che si tratta di famiglie normali, di ragazzi normali, che vivevano e si frequentavano normalmente. Evidentemente dobbiamo interrogarci sulla considerazione che si è giunti ad avere della normalità. O meglio cosa significa e cosa si intende per normale? Si può definire normale chi uccide con una dinamica individuale e collettiva particolarmente cruda, ma di non insolita violenza? Non è giusto riferirci brutalmente alla morte di questa povera figliolina per renderla emblema di un problema più vasto. Ma tutti gli adulti devono, invece, cominciare a chiedersi se davvero conoscono i giovani e soprattutto se li capiscono e se dialogano con loro. Gli adulti devono smettere di creare alibi alla loro inadempienza di educatori per indorare la realtà e non possono continuare a semplificare il rapporto con la generazione che hanno messo al mondo, ma di cui hanno delegato ad altri l’educazione. L’educazione non serve ad ammansire gli agnelli dunque. Non serve per chi nasce Abele. L’educazione esiste perché la natura umana non è sempre di per sé buona e mite, né spontaneamente orientata al bene proprio e comune. Nemmeno in natura è così. E’ vero che nascono i santi e nascono persone tendenzialmente meno aggressive e altre più vivaci. L’educazione è proprio quel processo indispensabile, complesso e impegnativo che segue la nuova creatura dalla nascita all’età adulta anche per trasmettergli valori, per guidarne anche l’indole, per favorire un inserimento rispettoso e corretto nella società. Gli adulti che di fronte ad episodi di sangue e violenza perpetrati dai ragazzi chiedono pene esemplari, ergastolo e altri provvedimenti lo fanno per assolvere se stessi. E’ evidente che anche se giovanissimi gli assassini devono pagare per il
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loro delitto avendo raggiunto un’età in cui ciascuno risponde delle sue azioni e quindi del bene e del male che compie. La domanda di base, però, è se la fondamentale differenza tra “bene” e “male” sia, oggi, ancora adeguatamente insegnata, inculcata e, quando necessario anche imposta con un’educazione che si basi sul dialogo e la comprensione, ma che non deroghi né deleghi sui principi fondamentali. Chi non percepisce la gravità di un omicidio non solo non capisce il significato e il valore della vita, non solo non sa provare pietà ed amore, ma non ha nemmeno, e per molti motivi, né freni, né principi, né capacità di valutare le conseguenze di una propria azione Un branco che uccide è animato da una ferocia, a una brutalità deviata che non nasce dalla normalità del bene e non riguarda solo i suoi giovani componenti.

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11 VECCHIA SCUOLA SCOLARIZZAZIONI ALL’ANTICA 1 Ricordo la mia seconda elementare: una classe di bambine con una maestra che si chiamava Laura. La maestra era, secondo lei, una seconda mamma: ce lo ripeteva continuamente. Era alta, bella, con occhi verdi e capelli neri. La carnagione bianca e compatta. Io le volevo abbastanza bene. Aveva dei modi fermi e gentili. Ma come tutte le maestre non era molto accostabile da noi bambine, e le mie compagne ed io ne avevamo comunque molta soggezione. Per questo la bambina Matilde, che non aveva il coraggio di chiedere di andare al bagno, si faceva la pipì addosso, bagnando il grembiule bianco e il vestitino di lana che portava sotto, le calzine e tutto il resto di pipì e, per la vergogna, bagnando di lacrime il fiocco azzurro. La bambina Fiorella aveva sempre fame, era grassoccia, aveva due grosse trecce nere e la carnagione rosso-dorata da contadina, e ogni tanto trangugiava pezzetti del suo pane e salame tratto da sotto il banco di nascosto, ma il salame riempiva di aroma l'aria e veniva sorpresa, messa dietro alla lavagna e sgridata... altre lacrime. Io non riuscivo a stare sempre zitta, e siccome ero arrivata in quella classe dopo le altre perché avevo fatto la prima privatamente, venivo sgridata regolarmente: zitta tu che sei l'ultima arrivata! Però la maestra era tutto sommato buona. Ne ebbi la prova l'anno dopo, in terza elementare, quando fui trasferita dalla famiglia in una scuola di Suore del Preziosissimo Sangue e la mia nuova maestra, Suor Livia, ci gratificava di qualche ceffone, tirate di orecchie e di capelli ed appioppava sulla schiena, in caso di prestazioni insufficienti il "Cartello del Somaro". A me toccò il cartello del somaro perché non mi riuscivano le divisioni a due cifre... - Si vede che vieni dalla scuola pubblica, io queste cose le ho già fatte in seconda...- Il "Cartello del Somaro", era un pezzo di cartone rigido, che ci facevano indossare come uno zainetto sulle spalle e sopra il cappottino. Dovevamo tornare a casa (io a piedi, e per un paio di chilometri) senza poterlo staccare, anche perché le cocche preferite della Maestra-Suora avrebbero fatto la spia. Poi a casa erano altre sgridate. Non ti vergogni?! (E come no, mi sarei sotterrata). Mia madre si faceva venire
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una crisi isterica con palpitazioni e sudori e si doveva chiamare il dottore, che accorreva e le dava le gocce per calmarla; e mio padre mi guardava cupo dicendo : Hai fatto piangere la mamma. Se anche avessi avuto il videofonino, la fotocamera o la videocamera non credo che nessuno mi avrebbe difesa, erano altri tempi. Però se lo avessi avuto e avessi avuto il coraggio di usarli potrei dimostrare con i fatti che la violenza non se la sono inventata i ragazzi di oggi. E potrei dimostrare forse che non abbiamo fatto granché per combatterla come dovremmo. E potrei anche disporre di prove evidenti che l'educazione dei bambini e dei ragazzi, ma anche la formazione degli educatori tutti dovrebbe essere un problema di tutti. Altro che dibattiti tele-giornalistici...

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12 SCOLARIZZAZIONE ALL’ANTICA 2 : MEDIA E D’AVVIAMENTO Negli anni cinquanta la Scuola Media italiana non era ancora dell'obbligo e i nostri maestri delle elementari la sconsigliavano agli undicenni di quinta non abbastanza dotati o, più semplicemente, provenienti da famiglie povere o con troppi problemi per aver tempo di seguire i figli che avessero pensato di proseguire gli studi. Giudizi del tipo: E' inadatto allo studio oppure E' figlio di contadini (o di uno spazzino, o di una donna di servizio) ed è meglio mandarlo all'Avviamento Professionale ad imparare un mestiere, erano sentenziati senza perplessità né scrupoli. Non pochi dei nostri compagni grazie ad essi venivano avviati ad una strada che non li avrebbe più condotti né al liceo né tanto meno all'Università. Al termine della quinta elementare tutti gli scolari sostenevano l'Esame di Licenza, con una commissione di maestri interni alla scuola ed un ispettore esterno, e affrontavano gli scritti, con tema e problema, e gli orali in tutte le materie. Inoltre chi non era avviato al lavoro, affrontava un successivo altro Esame: quello di Ammissione alla Scuola Media ed era esaminato dai professori delle medie, mentre la maestra poteva solo assistere. Affrontai anche io quell'esame con le mie compagne tra le quali ricordo molto bene la mia compagna di banco Giovanna Papini. Con l'avvento della scuola media dell'obbligo si è lamentato l'abbassamento del livello dell'istruzione; non si può negare che dare a tutti i bambini e a tutti i ragazzi le stesse opportunità e cercare di distribuire il sapere a tutti e in parti uguali è probabilmente un'utopia, ma non provarci nemmeno non sarebbe stata un'ingiustizia? Oggi la scuola è talmente cambiata che sempre più spesso se ne riesce a vedere solo tutto ciò che non va: gli edifici non adeguati, le strutture mancanti, i laboratori insufficienti, i presidi aziendalisti e carrieristi, gli insegnanti svogliati, frustrati, impreparati. E non parliamo degli alunni che i genitori sostengono ricorrendo alla magistratura quando incorrono in imprevisti insuccessi scolastici che rovinano o sconvolgono il loro menage o le loro vacanze. Non parliamo nemmeno di quegli alunni da cui
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ormai le istituzioni scolastiche vorrebbero difendersi con regolamenti e controlli sempre più severi e sempre più simili alle norme previste per fronteggiare gli eccessi e le violenze di tifosi e degli ultras da curva di cui peraltro molti di loro fanno parte. Gli alunni sono, però, anche i figli delle famiglie che abitano nel nostro paese, i nostri eredi e successori, il prodotto della nostra sgomentante società mediatizzata e globalizzata, ma in cui, se non altro, non si muore di poliomielite come negli anni cinquanta. Loro sono i nostri ragazzi insomma; e se ci vergogniamo di loro o se non sappiamo educarli e correggerli, né capirli e nemmeno amarli forse dovremmo riflettere un po' più attentamente su noi stessi. Per me rimanere nella scuola anche come insegnante ha significato cercare di non spegnersi nella routine, di capire, dialogare e reagire allo scoraggiamento quotidiano per contribuire a costruire un utile mattone per la costruzione del nostro futuro. Certo, il graduale venir meno della gratificazione sociale ed economica è stato un prezzo piuttosto alto, ma che si paga senza troppe lamentele, e a testa alta.

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13 SCOLARIZZAZIONI ALL’ANTICA 3 Oggi ho rovistato tra le carte vecchie e nuove ed ho trovato un tema, che ho svolto il 15 febbraio 1963 in classe di cui conservo la brutta copia. Il titolo era una frase di Goethe "La gioventù vuole essere stimolata piuttosto che istruita" Ne copio solo poche righe. Alla tenera età di sedici anni, tanti ne avevo, allora scrivevo così: "Prima di tutto noi giovani non amiamo che ci si parli dogmaticamente, senza darci la possibilità di esprimere le nostre idee. Se infatti fossero errate,ma non possono essere discusse, non ci si può rendere conto dell'errore. (...) Senza contare che si comincia a dubitare del professore. Poi non si preferiscono certo quegli insegnanti che parlano moltissimo, perfino quando siamo interrogati, e finiscono sempre per credere che non abbiamo studiato". Posso oggi dire, a una bella distanza di tempo, che confermo! Non posso più dire "noi giovani" però posso dire che quei principi enunciati con tanta sfrontata e ingenua sicurezza li ho amati per tutta la vita, e li rivendico con la gioia di chi riconosce se stesso senza doversi rimangiare le parole.

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14 SCOLARIZZAZIONE ALL’ANTICA 4 : Ora di RELIGIONE Tento di non assumere la noiosa modalità lamentela del bel tempo passato anche perché i miei ricordi sono talmente vivi e presenti che, se mi lascio andare alle mie fantasticherie, mi pare ancora di sentire il pizzicore in gola per la polvere del gesso, l'odore dell'inchiostro, la paura delle interrogazioni e così via. Il mio indimenticabile insegnante di religione era Don Gregorio, un prete di mezz'età. Vestiva tutto di nero: dal cappello, quello classico da parroco, leggermente lucido e con la tesa larga e rotonda sormontata da un cupolino, fino alle scarpe di cui si intravedeva solo la punta rincagnata. La tonaca era segnata da una lunga linea verticale di fitti bottoni allacciati; il collarino bianco tagliava brevemente la sagoma, massiccia e omogenea della sua figura come sorreggesse il volto pallido e il naso. Questo era schiacciato sulle narici tanto da sembrare incollato al viso e la punta pendeva in giù con la forma di un piccolo pipistrello, intersecando quasi la bocca che appariva come una riga serrata. Entrava silenzioso e posava la cartella di cuoio sul piano della cattedra. Era alto e un po' curvo; le grosse scarpe cigolavano mentre lui saliva sulla pedana e si accostava alla sedia sulla quale si accomodava con brevi misurati movimenti; si attardava solo un attimo, in un impercettibile ventilare della veste che sistemava con cura sotto si sé per non gualcirla. La cattedra era chiusa su tre lati, e appariva come un unico blocco di legno. Una volta seduto dietro, don Gregorio vi si ergeva con il busto appena inclinato verso il registro e le spalle severe e impettite da cui partivano le braccia bordate dai polsini della camicia che si intuivano appena sotto le lunghe maniche dell'abito talare. I suoi modi erano misurati e brevi; l'unico gesto un po' elaborato lo compiva per soffiarsi il naso perché non gli era semplice raggiungere con il fazzoletto le narici collocate sotto la punta lunga e triangolare che le copriva come un tetto spiovente. La mia classe, di prima media, era alloggiata nella succursale: un palazzo adattato a scuola. Le aule erano delle stanze appena sufficienti per contenerci; due finestre illuminavano però l'ambiente aprendosi sulle geometrie grigie e rosse del peperino e del mattone del quartiere
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medievale della città. Sedevamo suddivisi in quattro file. I banchi avevano ancora il calamaio di bachelite marrone inserito al centro della scannellatura che conteneva penne e matite. La prima H era una classe mista, numerosa e abbastanza vivace. Ma quando entrava don Gregorio si faceva silenzio ed anche io, seduta al mio terzo banco di una fila centrale, non osavo distogliere gli occhi da lui o meglio dal suo mezzo busto che dominava la cattedra. Non sbirciavo nemmeno verso la finestra, che invece di solito, appena potevo, mi incantavo a guardare. Don Gregorio era il nostro professore di religione e non faceva nulla per sembrare benevolo o cordiale o per smentire la sua fama di essere austero e severo fino all'intransigenza. Il primo giorno ci chiamò all'appello con nome e cognome osservandoci tutti e prese qualche breve appunto sull'agenda. In seguito, anche grazie ad uno schema con la pianta della classe in cui i nostri nomi erano segnati nei banchi, non ebbe più bisogno di chiedere come ci chiamavamo. Nessuno di noi ragazzini si permise di pensare che la religione fosse una materia di secondaria importanza da poter prendere alla leggera. Le sue interrogazioni erano temibili perché esigeva precisione e completezza ma, considerato l'argomento la proprietà di linguaggio e di concetti era dovuta. Imponeva un'attenzione serrata ed assegnava i compiti scritti a casa che dovevamo svolgere su un quaderno apposito rispondendo ad alcune domande sulla lezione seguita al mattino. Sapevamo che il voto di religione non era espresso con un numero, ma con un aggettivo di valutazione che non faceva media; ma gli scarso scrosciavano come i due e i tre di Latino e i quattro di Matematica, i sufficiente erano meno dei sei di Disegno e i buono più rari dell'otto di Storia. Per questo del mio buono, ottenuto con un'ostinata escalation solo alla fine dell'anno, fui felice e contenta e lo considerai quasi come un pareggio con il sudatissimo sei di Matematica. Con don Gregorio studiavamo il catechismo imparando, anche a memoria, risposte a domande, comandamenti e precetti. Ci spiegava con voce calma e pacata alcuni racconti della Bibbia; ad esempio quello di Abramo e Isacco che ascoltai dapprima sospesa e intimorita ma poi rassicurata. Ci leggeva le parabole del Nuovo Testamento e ricordo che ascoltai suggestionata e sorpresa il commento di alcune delle beatitudini: beati i poveri, beati i
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miti. Credo che il suo insegnamento, pur partendo da una persona austera che si esprimeva in un linguaggio severo e per nulla ammiccante, abbia che saputo raggiungere e incidere la nostra sensibilità frenetica, semplificatrice e spensierata da adolescenti di fine anni cinquanta e che, intimorendoci, ma senza frustrarci, ci abbia indicato una riflessione più alta, una comprensione che andasse oltre le apparenze e la superficialità. La religione ci veniva insegnata in famiglia come un dovere tradizionale, come un conforto o una necessità cui ricorrere e cercare protezione non solo contro il male o il peccato, ma anche contro i bisogni, le malattie e le necessità della vita. Ma quando don Gregorio spiegava io percepivo che avrei potuto trovare nei suoi discorsi le risposte a qualcuno tanti perché che si affacciavano nelle nostre teste turbolente di ragazzini, e vi trovavo anche un'esortazione oltre che al senso del dovere, alla responsabilità, ad agire secondo coscienza e responsabilità, anche alla riflessione. Ascoltandolo non sperimentavo solo la soggezione del prete e il timore di Dio; ma l'ipnosi verso l'inspiegabile vertiginosa altezza degli argomenti trattati, quasi con semplicità, nell'ora di religione. Nessuno di noi scolari si permise di rivolgere a lui, nemmeno nei bigliettini anonimi che potevamo lasciare sulla cattedra per i quesiti più imbarazzanti, le domande maliziose e impertinenti che l'anno seguente rivolgemmo spensierati alla professoressa Rina, la giovane insegnante di religione che lo sostituì. Lei era poco più che ventenne; ricordo i suoi capelli castani e crespi, irregolarmente geometrici su un viso triangolare dagli occhi scuri che spesso socchiudeva sorridendoci. Ricordo la pelle bianca e fresca del viso e delle mani. Vestiva gonne diritte e di solito grigie, ma i golfini morbidi di maglia mascheravano appena la sua giovinezza. Qualche volta Rina indossava un tailleur un po' sgraziato, a quadretti neri che sfiorava, con i revers del severo collo a uomo, i capelli irregolari che le scendevano sul collo e che la imbruttiva, come il cappotto beige, a ruota, che la infagottava d'inverno. La giovane professoressa di religione era paziente e non dava a nessuno il giudizio di scarso, rilasciato frequentemente da don Gregorio, ma non c'erano possibili dubbi sulla serietà e la certezza del suo messaggio. Ci parlava della vita e della fede, con qualche rossore o sospiro per le nostre impertinenti o maliziose irrequietezze. Ci guardava
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con gli occhi accigliati e ci richiamava con voce ferma serrando un po' le mani e dando qualche colpo leggero alla cattedra, ma non si mostrava mai davvero irritata. Uscendo da scuola ci siamo tutti incamminati verso la vita ed esperienze diverse: correndo o rallentando il passo, dandoci la mano o da soli, girando la testa qua e là oppure guardando fiduciosi avanti, sospirando o sorridendo: perché sulla direzione da seguire ci avevano dato indicazioni chiare. L'uno e l'altra ci hanno indicato, in modo diverso, la strada. Forse per questo oggi mi sembrano strumentali le discussioni sull'ora di religione, sul crocefisso in classe, sulla laicità della scuola.

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15 SCUOLA D’OGGI La scuola all’antica appartiene a un periodo ormai lontano e concluso. Ma cosa accade alla scuola di oggi? Qualcuno afferma che invecchia. E infatti è vero, manca un ricambio generazionale anche tra gli insegnanti che ormai sono quasi costretti a rimanere in servizio ad oltranza. Ma che cosa ci aspettiamo da una classe di docenti e dirigenti allineati sulla linea Maginot della sessantina? Che rifioriscano come le aulenti, lente ginestre dannunziane? Che ringiovaniscano a contatto con la tellurica new generation? Che aspirando le aure balsamiche delle aule umidine umidine under 16 gradi centigradi ne escano beneficati e rinvigoriti come da un bagno di fieno in una beauty-farm del Cadore? E soprattutto che costretti alla rincorsa di qualche decina o centinaia di euro annuali di salario aggiuntivo ottenuto in spasmodiche attività extracurricolari trovino ancora la forza di respirare? Non prendiamoci in giro. Siamo passati da una normativa festaiola in base alla quale le insegnati donne potevano andare in pensione da quarantenni, con 14 anni 6 mesi e 1 giorno di servizio riscattando gli anni di laurea, a una situazione economica e normativa compressiva della professionalità, dell’efficienza e dell’evidenza anagrafica. Un mio collega, insegnante e avvocato stimato, diceva spesso, asciugandosi la fronte con un fazzoletto bianco mentre entrava in sala insegnanti che per insegnare occorre cuore e polmone. Il cuore c’è sempre, ma a volte è il polmone che comincia a cedere.

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17 L’impegnativa vita docente e le vicende del Registro di classe Quelle che seguono sono pagine di vita di classe vissuta e reale. Sono cronache dalla scuola. Un’avvertenza è necessaria. Non c’è bisogno di tuta mimetica e anfibi per entrare in un’aula di ragazzi vivaci e disinibiti; ma non tentate furbizie e doppio gioco. Li riconoscono al volo. Meglio la spontaneità e la determinazione. Il Registro di classe Avvertenza: Qui si fa la scuola e non la passerella dei bravi. Per favore, nessuno si stupisca; le cose vere non sono quelle dei bei film. Ho cercato sempre di difendere lo sventurato registro dal suo destino, ma io andavo in classe soprattutto per lavorare e insegnare Storia e Letteratura. Il Registro non era lo scopo dell’insegnamento. 1 - Uso consueto o normale del Registro di classe Il Registro di classe è un documento ufficiale, dovrebbe esser trattato con ogni cura e diligenza. Negli anni di cui stiamo parlando entravo nell’aula (prima ora) e lo trovavo sulla cattedra. Gli studenti entravano insieme all’insegnante. Io subito facevo l’appello chiedendo le giustificazioni delle assenze dei giorni precedenti. E qui si presentava il primo problema. Esempio: (Interno Aula, mattino ore 8,30. Inizio lezioni con appello. Nome, nome,nome, nome, nome… stop) Prof : Tu devi giustificare Alunno: Chi io? Prof : E certo, sto parlando con te… Hai portato la giustificazione? Alunno: Eccome no? Un attimo che cerco il libretto (fruga fruga fruga) Prof: Sbrigati Alunno : Un secondo, prof. Ora lo trovo (Prof continua l’appello; classi come quella di cui parliamo non consentono tempi morti di attesa: si entra si comincia e si continua serratamente. Se ti fermi loro prendono il sopravvento… Prof annota le assenze, redarguisce qualche ritardatario e scrive la R accanto al nome. Poi alza gli occhi…)
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Prof. Allora? La giustificazione? Alunno: so’ sicuro che ce l’ho. Mannaggia, avevo messo il libretto nell’Antologia, ora non c’è. Prof. Guarda, se domani non la porti non entri! Alunno: ma no, ma no! La porto. Ce l’avevo anche oggi, ma lei non m’ha dato il tempo. A questo punto i casi sono due. O l’indomani hai ancora la prima ora nella stessa classe e richiami all’ordine l’imbroglione, oppure il fedifrago dirà al collega che ha già giustificato con te e tu non hai annotato la giustificazione sul Registro. Se invece ci sei tu, dirà che il giorno prima aveva già ritrovato il libretto in seconda ora e lo aveva mostrato al prof di Educazione Fisica (o di Francese … i più smemorati in assoluto) e che quindi tu lo stai perseguitando. Allora che fai? Se esci dalla classe per cercare il collega si scatena l’Octoberfest in classe, se convochi un bidello, che sta sfogliando la settimana enigmistica o il giornalino del Fantacalcio ti dice “ Pressorè, ciò da fà, io!” , se provi a riannotare l’irregolarità sul registro ti maledicono come nazista, se convochi il genitore ti maledicono in tre: il vicepreside perché deve ricevere il genitore, il genitore che dovrà scomodarsi e intervenire verso il figlio-alunno e l’alunno per ovvi motivi. 2 - Modi di far sparire il Registro a) Alunno lo porta in palestra nell’ora di Educazione Fisica e lo occulta in qualche anfratto. b) Alunno lo mette nello zaino e lo porta a casa (lo fanno, lo fanno) c) Alunno lo nasconde dietro lo sciacquone al bagno dei maschi (le femmine parlerebbero) d) Alunno lo lascia nell’aula ma in luoghi “impropri”; ad esempio: infilato dietro al termosifone, infilato tra la lavagna e il muro, sul davanzale esterno della finestra, sul ballatoio raggiungibile scavalcando la finestra(nel caso di finestre al primo piano) e) Alunno particolarmente sciagurato lo butta nel laghetto dell’Eur in pasto ai pesci (sput sput)
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f) Prof di Francese o Spagnolo se lo porta in Aula di lingue per ricopiare le assenze e se lo dimentica colà. Per settimane. g) Prof di Informatica/Elettronica lo fa portare in laboratorio da Alunno e qui si ricomincia dal punto b) Conclusione: il Registro sparisce per settimane. Alle volte la segreteria è costretta a farne un duplicato. Una mia classe particolarmente vivace e disinibita ebbe il triplicato; e da allora nulla fu più come prima. 3 - Modi di recuperare il registro Non c’è un modo, ognuno si arrangia come può. Però è un buon sistema trascrivere tutto sul proprio registro personale. Certo la cosa è noiosa. Il prof che corre dal preside non è sportivo. Secondo me vale la pena di tentare almeno una mediazione e aprire una trattativa energica. 4 – Motivi ed altri motivi per cui il suddetto sparisce Già detto : evadere le giustificazioni e risparmiare i foglietti del libretto Prendere in contropiede il prof/la prof sciroccata e negare che c’è compito in classe Sostenere che è stata prenotata una proiezione di un film Far sparire le temute Note Disciplinari Far sparire il conteggio delle assenze quando ci si è procurati un libretto fasullo (o si riciclano i foglietti degli anni precedenti) Negare che ci siano compiti assegnati Far credere che c’è già stato il compito in classe di un’altra materia nello stesso giorno e che due nella stessa mattina non sono sostenibili Varie ed eventuali In conclusione il famigerato registro, se e quando sopravviva fino alla fine dell’anno mostra, come una vecchia e gloriosa bandiera, tutti i segni delle sanguinose lotte sostenute. Merita l’onore delle armi. Perciò quando lo trovavo tutto infarinato di gesso impressovi (apposta) dagli angioletti della classe col cancellino e una ripulita bisognava dargliela. Anche energica. Non sono mai stata una che chiama il preside per queste “sciocchezze”. Non scherziamo.
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17 EDUCAZIONE LETTERARIA (la c’è la differenza) Avevo i miei buoni motivi per pensare che quella sui confronti tra testi e autori fosse una danza ormai messa in soffitta a causa, come dire, di raggiunti limiti di età. La musica è finita, i suonatori se ne vanno, che inutile didattica. Lieta e pensosa, mi ero illusa che l'affermarsi di metodologie forse meno eleganti, ma più robuste, della teoria e della prassi della didattica dell'Italiano avessero felicemente introdotto strumenti di studio come l'analisi del testo che, con un po' di pazienza, si possono anche insegnare ai ragazzi non presumendo esclusive doti di finezza interpretativa. Insomma detto in spiccioli: i geniali grandi critici italianistici passati e presenti possono permettersi ogni tipo di lettura e analisi per la delizia della Profi che se li legge. Ma se si chiede agli amati selvaggioni, tutti palestra e proteine, di discutere su Manzoni o Leopardi, forse un minimo di didattica democratica ci vuole. E se nessuno si ricorda le domande classiche o le vecchie tracce dei temi d'esame delle maturità del giurassico, posso fare qualche esempio a braccio (ma se vado a rovistare le vecchie carte viene fuori anche di meglio) : "Dica il candidato quali aspetti della poetica pariniana siano presenti nelle opere giovanili dell'Alfieri e riemergano nell'Ortis foscoliano". Oppure: "Parli dell'agnosticismo leopardiano e della religiosità manzoniana facendo opportuni riferimenti alle opere dei due autori" O anche " L'infinito in Leopardi e l'indefinito in autori del '900". Non occorre fingere di sapere le risposte, queste cose le sanno pochissimi ormai, e non le dicono a nessuno. Per cui se qualche spaesato ex-alunno (stanziale o di passo) si sgomentasse dovendo definire le differenze ad esempio tra: A) La provvidenza nel Manzoni e nel Verga B) Il pessimismo leopardiano nel Sabato del villaggio e ne La sera del dì di festa gli suggerirei, senza farmi troppi castelli mentali, di rispondere
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A) Nel Manzoni la provvidenza è Dio, mentre nel Verga è la barca naufragata dei Malavoglia B) in Leopardi "Il sabato" è un pessimismo settimanale come tutti i sabati, mentre "Il dì di festa " è annuale, come la festa del santo patrono di Recanati che vi si racconta. Perché questo è ciò che si rischia di imparare quando non si impara anche a pensare.

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18 LEZIONE DI ITALIANO :Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? "Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa?" Così mi accoglie l'alunno Marco della terza A fingendo di frugare nell'astuccio alla ricerca di una matita, mentre invece sta digitando velocissimo il telefonino per comporre una risposta all'ultimo sms ricevuto. In classe c'è il solito fermento brulicante di ragazzi che non riescono nemmeno a stare seduti nel banco, non sanno ascoltare, sono già sazi di parole di qualunque provenienza. Sono appena riemersi, immuni e eccitati, da due ore consecutive di sballo da Elettronica. Elettronica! il solo nome mi ha sempre fatto venire in mente ambienti grigi e quieti, impercettibilmente ronzanti e palpitanti di immateriali luci digitali. Niente a che vedere, invece, con le straripanti e coreografiche intemperanze del collega di elettronica che investe , durante la sua lezione, di roboanti decibel in forma di barriti e grida disumane con aggiunta di schizzi di sudore i discepoli provocatori. Il corridoio, il piano, l'edificio e il viale, l'Eur e dintorni hanno a lungo risuonato di quasi irriferibili ma pittoreschi improperi (te possino ammazzà a te e a tutta la palazzina tua!) calci alla porta e sediate, lanci di registro e telefonino. Del resto per i ragazzi Elettronica è preferibile ad un'ora di Chimica, segnata dall'austerità rigorosa dell'unico collega in grado di trasformare, senza rimorsi né dubbi e con una semplice domanda dal posto, le ipercinetiche creature che abitano le nostre aule in esemplari di fossili inerti o materie inorganiche. Queste le mie riflessioni mentre -Non mi ha sentito?- ribadisce perentorio Marco con voce più alta rivolgendosi a me forse peggio di come apostroferebbe una colf smemorata - Perché proprio Dante? possibile che non ci siano cose più interessanti?A domande simili corrisponde nell'anima mia, fedele a lungo ed eterno amore per la poesia in generale e all'Alighieri in particolare, una muta apnea soffocata.
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Vorrei rispondergli, con adeguata freddezza, che è la prima volta che un ragazzo mostra tanta insensibilità. Però non voglio trattarli con antipatia; li conosco solo da poche settimane e loro, dopo un brevissimo rodaggio, hanno decretato che non sono abbastanza feroce da impaurirli e che con me possono parlare. Si tratta di una specie di pseudo-idillio stressante corrisponde però una contropartita che posso/voglio arginare solo in parte. Secondo loro, infatti, le mie ore di italiano funzionano così: poiché li faccio parlare ed esprimere (e di solito non ringhio né mordo) allora non sono una minaccia da temere; e dunque hanno deciso di potersi esibire come, quanto e quando credono. Ed ecco il copione dell'ora di Italiano in terza A telematico: sei ragazze e tutti gli altri maschi. All'inizio mi aspettano fuori della porta sparpagliati lungo tutto il corridoio e, sperando di patteggiare sulle attività da svolgere in classe, mandano avanti una delle tre Silvie della classe come ambasciatrice della petizione Oggi non facciamo lezione per favore. Dopo aver ricevuto la necessaria ed opportuna sgridata entrano nell'aula vociando, spingendosi e spesso tirandosi qualche cazzotto (per pura amicizia!); si dirigono verso i banchi e li squadrano come se li vedessero per la prima volta, discutono tra loro e si scambiano le sedie, traslocano i tavolini, si ammucchiano in venticinque tutti su una fila vicino alle finestre e lasciano i due terzi dell'aula praticamente disabitati. Durante la lezione tenderanno a migrare seguendo la luce del sole. Sedati i tumulti più clamorosi, apro il registro di classe e, istantaneamente, inizia ad agitarsi la "piazzetta", così ho soprannominato (e se ne sono anche compiaciute) un gruppo di quattro ragazze piuttosto energiche, e per niente simili alle sofferenti ed angeliche eroine dei testi letterari che dovrò costringerle a studiare. La piazzetta dà forma e vita ad un crocchio agitato e pestifero che si scambia gomitate e spallate, che pretende di riuscire a seguire la lezione imperversando con battute e risatine e chiacchiere generiche. (in tutto simili alle comari paesane sedute sull'uscio di casa che si scambiano, con un picchiettante sottofondo di tic-tac dei ferri da calza frenetiche notizie sui pupi, la suocera e il minestrone). Per tutto il tempo la "piazzetta" borbotta commentando la vita della classe e del pianeta e si
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dedica alla decorazione dei quaderni che vengono istoriati con disegni, scritte e scarabocchi. I maschi sono più, come dire, espliciti e diretti: niente risatine, ma dei bei calci nelle reni, niente disegnini, ma lanci a volo radente di penne ed astucci, niente diari, ma riviste di moto, niente bigliettini ammiccanti, ma schede del fantacalcio: probabilmente è inevitabile che la domanda Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? - arrivi da uno di loro, anzi proprio da quello che ha sempre il cappello in testa e, mentre sta seduto di sghembo e prende a pedate uno zaino a caso, ha lo sguardo diviso a metà tra il telefonino e me. Sono dunque tentata di dire all'alunno impertinente con il cappellino che lui non può essere in grado, dopo poche lezioni, di dare un giudizio; oppure di citargli il brano in cui Primo Levi in Se questo è un uomo, ricorda come la memoria del canto XXVI dell'Inferno di Dante, nell'inferno di Auschwitz lo abbia aiutato a sopravvivere al campo di sterminio, o anche semplicemente di zittirlo, perché no? con un sibilante Ma come ti permetti ! Invece gli faccio un cenno che vuol significare -Avremo tempo di discutere con calma...- e che lui finge di non capire, per non cedere e commenta ironico: - Non mi vuole rispondere...-. Ho l'impressione, però, che con la sua provocazione non cercasse una reale risposta; e preferisco pensare che l'onda lunga delle sediate e delle imprecazioni elettroniche, nonché della gelida modalità intimidatoria delle ore di informatica e chimica precedenti abbiano provocato un'insofferenza di principio o di bandiera verso tutto. Anche perché l'alunno medesimo per adesso si contenta di riprendere la forsennata digitazione dentro l'astuccio. Ma ostenta la Divina Commedia sul banco. Li esorto a prendere tutti il testo e li guardo per lunghi secondi, ma evidentemente io non ho lo sguardo di Medusa e loro non si pietrificano, anzi la classe è percorsa dalle solite attività. Chi chiede un fazzoletto di carta ne riceve il pacchetto al volo e lo restituisce rilanciandolo per aria o avviandolo a disinibite triangolazioni; chi chiede un libro in prestito, e lo ottiene, apProfitta per alzarsi a
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prenderlo e gironzolare per la classe, fermarsi a parlare, affacciarsi un attimo alla finestra e poi tornare al banco tirandosi dietro la sedia e strusciandola sul pavimento facendo il massimo rumore possibile; chi invece simula di seguire la lezione compila parole crociate tenendo il giornalino sotto il libro e si dimena chiedendo suggerimenti e gesticolando: (-Oh! Andrea! Quattro lettere, la prima e la terza so'.... E...- , - E che dice?-,- C'è scritto -Fuggì da Troia!-, - E che ne so? Sarà straniero...-) Chi vede cadere un pezzetto di carta dal piano superiore si agita come se avesse avvistato l'Enterprise in missione sul cielo di Roma agli ordini del capitano Kirk di Star Trek ed indica l'evento mulinando le braccia verso il compagno più lontano; chi annuisce compunto fingendo di ascoltarmi ha probabilmente la bocca piena di pizza al salame e carciofini (confezionata da mamma la sera prima) ed inghiotte lentamente, come un pitone che stia ingurgitando una capra d'angora e per lo sforzo ha gli occhi bordati di rosso e microscopiche gocce di sudore sulla fronte che cerca di far passare per commossa partecipazione al viaggio del pellegrino e poeta tout le long de la selva oscura. Chi ha le mani davanti alla bocca e finge di grattarsi il naso parla invece degli affari suoi col vicino di banco; chi ha il cappellino poggiato di traverso sul banco ci nasconde dentro uno smartphone o la PSP (playstation portatile) e gioca come un forsennato facendo finta di ridare forma al copricapo stropicciato. Chi guarda sotto il banco perché si è appena schiacciato un foruncolo e cerca di asciugarsi (brrr), chi è appena un po' più furbo è abbastanza allenato a ricordare l'ultima parola che ho pronunciato e me la snocciola strafottente e disonesto se lo richiamo all'attenzione: - Ma sempre con me ce l'ha prof? io la stavo a sentì; vole che je ripeto? stava a dì "...la lupa rappresenta...""Non ti sembra di essere presuntuoso? ricordi appena due parole e non sai nemmeno di che si parla!" Ma lui aggiunge con una faccia impassibile da schiacciapatate ed ipocrita come quella di un gatto che ha appena mangiato la bresaola pronta per la cena:
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"E lei allora perché s'è interrotta? è lei che m'ha fatto perdere il filo...." "Insomma!" "Lo vede, di nuovo.... " chiude lui implacabile.

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19 LEZIONE sul Cantico delle Creature E' giovedì ed è la settima ora. Come dire l'ultima spiaggia. Come dire un brandello di lezione da agitare a mo' di saluto prima della partenza verso casa, come dire ci dovrebbero ringraziare i professori che siamo qui da sei ore e non abbiamo ancora incendiato la scuola, mica vorranno anche far lezione per davvero? Invece proprio perché la classe non si trasformi in un centro sociale autogestito entro nell'aula seria ed annuncio: - Ragazzi la lezione di oggi sarà seguita da una verifica scritta sugli stessi argomenti che spiegherò. Una delle Silvie alza la testa dal banco dove era impegnata riordinare il bagaglio scolastico in previsione dell'uscita e: -Come come? - Chiede incredula. - E' molto semplice. Spiegherò un argomento e su questo stesso ci sarà un compito.- Che è? Per farci stare attenti per forza?- Interviene Riccardo con la solita aria schifata. - Anche, ma soprattutto vorrei verificare la vostra capacità di ascoltare!- Come sarebbe a dire, che siamo sordi?- Aggiunge Edoardo che ha capito, come sempre, tutto. - Ma che stai dicendo... - rispondo cercando di non innervosirmi - Ad esempio, quando spiego non guardate mai verso di me, non chiedete spiegazioni e sembra che non capiate nulla...- Però non è vero! sentiamo tutto, ma che oggi è arrabbiata per caso? Aggiunge Luca. Luca è un estenuante seguace di Vasco, si stava già per alzare dal banco chiedendo per la trentanovesima volta nella mattinata -Posso uscire? Indossa il solito trendissimo cappellino stile militare (del tour "Buoni o Cattivi live 2005"), una maglietta verdognola disegnata da una bambolona svestita color lamè, i pantaloni a mezz'asta e due palmi di mutande nere che sbucano dai calzoni indossati bassissimi. Per di più ostenta l'aria da "..Io so' io e voi siete voi" della serie "Rientro adesso dal mega rave
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alternativo e non c'è più niente al mondo che possa stupirmi; ringraziatemi per essere tra voi". - Ma insomma! - Sbotto, e tento di alzare la voce, che però fa cilecca a causa di una affezionatissima tracheite che non può più fare a meno di me; allora picchio la mano sulla cattedra per richiamarli, ma solo un paio di teste si girano lentamente. - Insomma non perdiamo altro tempo! fin dalle elementari vi avranno parlato delle quattro abilità di base: ascoltare, parlare, leggere, scrivere. - Seeee, io preferisco un'altra abilità: dormire! - aggiunge da dietro uno zaino la voce soffocata di Alessio: -Nun ce sta gnente de mejo che dormì! - Su questo non avevo dubbi, però ti devi adattare: dunque prendiamo il testo! - Ma prof è la settima ora!- La settima è un'ora come un'altra, non ho fatto io questo orario. Dunque, la Lauda medievale è...- Ferma, nun cominci, a questo punto, se lei fa sul serio, ci vuole il quaderno! - dice la prima Silvia che si alza e raggiunge il primo banco; vi si spalma di traverso, per quanto è lunga, sul piano verde e prende una penna per scrivere. - Pronta prof, ora può cominciare!- La Lauda medievale è una forma di poesia religiosa, in volgare, che permetteva a tutti i fedeli di pregare insieme, il del Cantico delle creature di San Francesco è ... - Ma che è quello de chiesa? - Che vuoi dire? - San Francesco ha detto no? Quello di "fratello sooooleeee!" se ne esce Riccardo.- Beh sì, insomma; quello che tu citi è tratto dal Cantico di San Francesco.- E allora chi va in chiesa è avvantaggiato... Io in chiesa non ci vado mai. - Sbotta fierissimo un altro. - Adesso basta, avete esagerato! Spiego il testo, e se stai attento potrai fare il compito come tutti, altrimenti...!55

- Ma ci dà un quiz a crocette? - Riattacca Riccardo - Sì sì la prego prof a crocette! - aggiunge Silvia che rilancia la provocazione. - Non dò mai dei compiti di letteratura con il test a scelta multipla! - Crocette! Crocette! Crocette! Crocette! Le crocette so' 'na ficata! - urla la classe - Niente da fare: vi darò un foglio con il testo e con delle domande aperte. - Allora ci vuole fare andare male per forza!- Basta! Vi ripeto che se state attenti sarà facile.- E chi oggi manca e non sente la spiegazione?- Per chi è assente provvedete voi a passare gli appunti e spiegate che ci sarà la verifica.- Prof posso andare al bagno?- (Ovviamente è Luca) - Adesso? No. E fate silenzio! - A prof ! Daniele s'accolla! Lo vede? Je dica qualcosa! - E tu non ti girare di nuovo Silvia! - A prof ! ma non lo vede? E' Daniele che s'accolla! - Ragazzi mancano cinque minuti alle due, se fate così non riusciremo a terminare la spiegazione. - E' per colpa sua prof, è lei che si interrompe in continuazione! Perché non spiega? Sta finendo l'ora e lei parla parla...Ridacchia sempre il Luca seguace di Vasco. - Silenzio!! Il Cantico delle Creature fu composto da Francesco d'Assisi in volgare umbro, si tratta di un componimento poetico o più precisamente di una prosa ritmica assonanzata, divisa in strofe irregolari... -Assonanzata? - Infatti non ci sono vere rime, ma assonanze, vi ricordate vero? dovreste aver studiato metrica al biennio - Metrica? e chi non se la ricorda? Nessuno!! Non è giusto! Allora niente compito!- E allora compito. Comunque. E ripassate a casa. 56

20 DORMIRE IN CLASSE: MA SENZA DISTURBARE I PROF Sttttttt silenzio, si dorme Anche a me è capitato di vedere teste chine sul banco: commozione? contrizione? riflessione? meditazione sui versi d'amore e prose di romanzi appena spiegati? Magari. Niente affatto. Solo un invincibile sonno giovanile di varia origine e natura e del quale ho chiesto spiegazioni. - Ieri notte ho lavorato come cameriere fino alle tre (Pietro). - Ho spostato una cifra di sedie per la manifestazione sportiva dei disabili organizzata dal prof di Educazione Fisica (Michele) - Ho passato la notte sulle scale, mia nonna mi aveva chiuso fuori (Simone) - Scusi, scusi prof, mi dispiace. Non lo so perché è successo. (Nicola) - Non è vero, non dormivo (Era una bugia, Giovanni fu poi anche arrestato per scippo e violenza) - No, non sono incinta (Francy invece lo era e ha lasciato la scuola) - E’ stata la sua voce , mi sono rilassato, mi ha fatto da culla. (Quel paravento di Alessio) No, nessun sonno è uguale. Insomma, non è semplice, però poi qualcosa ho tentato per evitare le letargie. Ma alcuni invece sono sonni volontari, come quello di studente Davide, di cui non dimenticherò mai l’innocente spiegazione: "Non sono riuscito a sopportare la soporifera (Informatica), mi sono messo le cuffie alle orecchie, mi sono incappucciato e buona notte, nel vero senso della parola". "Ma la prof non se ne è accorta?" "A quella basta che stai zitto, e non ti dice niente." Ah ecco. Appunto. Viva il silenzio.

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21 SCUOLA NEOFUTURISTA ovvero Quella volta che HO TIRATO L'ANTOLOGIA IN TESTA all'ALUNNO Non dico che sia stato un gesto didattico di grande stile. Ma per giudicare, se qualcuno proprio ci tenesse a farlo, bisognerebbe conoscere bene il clima che si crea qualche volta in classe. E sarebbe anche utile entrare dentro alle situazioni personali, agli stati d’animo, alle aspettative di una insegnante. Insomma una come me (e come io ero allora) che insegna letteratura perché la ama, è una che ci crede, come si dice adesso in un gergo jolly, ed agisce di conseguenza. Una che ci crede e che va in classe decisa a scardinare la vera o presunta ignoranza e a spargere sapore di letteratura e sapore di poesia, ma non sempre trova ventisei o ventotto occhi-orecchi spalancati con annesso cervello connesso. A volte è tutto il contrario; e proprio quella classe del 1989, di giovani manzi da carne e non da vibrazione estetica, aveva intenzione di pascolare tutt’altro. Però io dignitosa e fedele alla consegna quella mattina volevo spiegare la mia lezione. E non solo. Ero anche convinta che di fronte alla grandezza dell’arte anche le belve s’incantassero (se l’ha fatto Orfeo, pensavo convinta, perché io no? Già perché? Beata incoscienza e beato anche Orfeo). Ero inoltre determinatissima a leggere e commentare il testo. Foscolo. Uno di quelli su cui vorresti sentire un palpitare all’unisono cuori e anime, in cui vorresti che quel “Né più mai toccherò le sacre sponde” fosse assorbito come linfa vitale: nettare a cui abbeverarsi avidamente. (Ragazzi qui la correlativa né è usata in senso evocativo, vedete? Il poeta sottintende che non solo ha perduto fortuna, affetti, amici e patria, ma che non potrà nemmeno più ritornare in patria dopo la sua morte: “Né più mai toccherò…” capite?) Invece niente, o press’a poco niente. Classe maschile al 90 per cento. Una decina di facce atteggiate a conveniente accondiscendenza, ma distanti
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anni luce, altre cinque o sei abbastanza interessate, altrettante con aria compita ma la testa altrove (pressorè dopo c’è la Prosperetti: compito di matematica…), in fondo agli ultimi banchi i soliti zaini uso trincea e barricata dietro ai quali accade qualsiasi trasgressione concepibile in ambito scolastico, e poi l’andirivieni al bagno (posso uscire professoressa? scusate ma per voi l’ora di lettere è diuretica? No è che gli altri non ci mandano! Ah, grazie della fiducia allora). Comunque la lezione si avvia, e dopo un po’ molti stanno con la testa sulla immortale Antologia Pazzaglia dello Zanichelli editore; e non solo le ragazze (brave porelle, e carine e intelligenti) prendono appunti; ma qualcuno segue davvero, e chiede spiegazioni, e interrogato interloquisce: insomma la lezione salpa quasi felice e veleggia verso Itaca-Zante tra passato e presente, tra illusione e poesia. Tanto che, perfino Andrea, all’ultimo banco dietro la barricata apre un tenue spiraglio e il solito insofferente è quasi rassegnato. Insomma in qualche modo mi seguono tutti più o meno; tutti, tranne quello al terzo banco della fila centrale il perfido Massimo Stanghe. Lui continua a distrarsi, a parlottare, a sgomitare il compagno. Lui mi sfida o meglio non mi si fila per niente E’ un ragazzo con i capelli corti color carotene, alto e robusto, ma sempre raggomitolato per cercare di non farsi notare. Uno organizzato: decide lui quando studiare, infatti amministra (o così vorrebbe) la scuola e l’impegno scolastico, ha l’agenda delle verifiche e si presenta volontario quando ritiene sia il caso per poi pretendere di avere assolto il suo compito. E’ un tipo che mi fa innervosire perché secondo me lui considera la scuola come lo sportello delle poste: vado, scrivo il telegramma, pago e ritiro la ricevuta. E la ricevuta è la sufficienza anche in Italiano, materia che lui sopporta appena. La cosa che mi fa ringhiare dentro, ma cerco di dominarmi. Quindi lo richiamo, lo sgrido, lo invito a seguire. E lui risponde: “Sì sì, seguo”, “Massimo ma come segui se parli?”, “Questa l’ho fatta in terza media, la so a memoria” risponde con impudenza. Petulante e insopportabile: come può pensare che un testo fatto “in terza media” possa esser stato analizzato e spiegato come si deve fare al
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triennio delle superiori. (E silenziosamente mi domando : perché? Perché con tanta letteratura disponibile, alle medie si debbono fare gli autori del programma che poi sarà della maturità… a quale scopo?). Tuttavia proseguo la spiegazione, approfondisco, chiarisco i risvolti storici, i collegamenti classici. Insomma una lezione fatta coscienziosamente (Massimo S. se ne infischia e continua; per non far vedere che ride tiene la testa china). Vado aventi: definizione di sonetto e tipi di sonetto; le rime, le assonanze del testo. Il mondo classico nel Foscolo, il richiamo ai temi ortisiani e a quelli dei Sepolcri… Massimo non cambia atteggiamento, mi sbircia e finge di mettersi serio ma continua, batto la mano sulla cattedra per richiamarlo all’attenzione, annuisce con degnazione ("seguo, lo vede? ho il libro aperto..."), ma imbroglia, e io alzo la voce per sottolineare i concetti. Niente. Quasi un duello. A un certo punto vedo che non finge nemmeno più e si distrae completamente. Ho l’antologia in mano; un bel volumone di peso discreto. Il testo lo conosco a memoria ovviamente (e comunque non mi serve per spiegare, ma per indicare le pagine ai ragazzi). Quindi continuo la spiegazione … “Tu non altro che il canto avrai del figlio … o materna mia terra …” Vedo che l’ho completamente perso e non resisto per cui d’impulso prendo la mira e lancio il libro in volo planare verso Massimo. I compagni dei banchi davanti a lui hanno visto la mossa e si spostano svelti e il libro atterra sul malcapitato colpendolo tra naso e fronte. Ne segue una scena epica: la classe si rotola dalle risate, qualcuno allibisce, Massimo si alza imbestialito, sembra stia per scoppiare per l'ira funesta, si agita convulso, si alza rosso in faccia e rosso in testa: per un attimo penso che verrà alla cattedra a picchiarmi ma continuo a spiegare guardandolo inferocita a mia volta… Poi borbotta oscure minacce (genitori, denunce, ritorsioni) e si chiude in un dignitoso silenzio. Oggi mi chiedo come mi sia venuto in mente di fare una cosa simile e come ho fatto lanciarmi così sconsideratamente nella sfida. Non era un
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gesto che avrei potuto giustificare, né è stato un atto razionale, misurato e pensato. A distanza di vent’anni però confesso che mi rivedo con soddisfazione e non solo stupore. Perché so che quel gesto, inconsueto e censurabile certamente, era però in piena coerenza con me stessa e con la determinazione di cogliere sempre la loro attenzione, di stravolgere il loro convenzionalismo, di dimostrare che ci vuole anche coraggio, sfida e prepotenza quando si ha in mente di ottenere qualcosa di importante. E per me trasmettere un insegnamento era importante. Era importante far arrivare nella loro testa la letteratura e la poesia: magari non con il libro allegato. Ma quel che è fatto è fatto.

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22 I RAGAZZI ASCOLTANO E RISPONDONO Dizionario: voce del verbo "schifare". Il verbo schifare ha, come molte altre parole, nella lingua parlata dai miei ragazzi, un significato esatto, ma che non coincide necessariamente con quello dello Zingarelli. Loro, i pischelli che abitano le mie classi, hanno elaborato una capacità di rappresentazione e di adesione linguistica al reale quotidiano del tutto autoctona, che ha dato vita ad un veicolo comunicativo pressoché iniziatico e semanticamente più ristretto di uno slang e che potrebbe, piuttosto, essere definito un codice autoalimentato dal quotidiano ed indifferente alla forma e ai significati correnti. Tale codice ha una capacità di trasmissione quasi più legata al suono che al segno. Quella che, ad esempio, parla Pietro, anche a scuola con me, non è né la lingua che usa quando si rivolge al cerchio ristretto dei suoi amici né, tanto meno, l'italiano distillato dai media. Ma anche questo ha un’importanza molto relativa. O meglio non ha nessuna importanza, come dimostra il fatto che lui continua a esprimersi fondendo diversi registri, che conosce più o meno approssimativamente, ma continua e ad essere perfettamente capito da chi gli vuol bene come da chi gli vuol male. Inoltre intende e comprende perfettamente sia chi cerca di farsi capire, sia chi risponde elusivamente o finge di non recepire: ma soprattutto chi cerca di mascherare ciò che pensa dietro frasi elaborate e ampollose. Perciò non mi sono troppo stupita quando mi ha detto: - Cià fatti chiamò 'r preside, semo stati du’ ore lì; quello parlava parlava; ma m’ha roduto troppo. Ha capito che je vojo dì pressorè? - Sì Pietro, non eri d’accordo con lui. - Ma chissene frega deesse d’accordo co’ lui. Io parlavo e lui me guardava co’ quei du’ occhi come si nun me vedesse, nun me carcolava. - E allora hai capito che non gli interessava quello che volevi dirgli
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-No, ho capito, invece, che popo me schifava. M’ha roduto troppo. Ma chi se crede de esse? Io parlavo anche a nome de tutti qui de scola - ... visto che sei stato votato da più di quattrocento ragazzi che ti hanno eletto al Consiglio di Istituto... -J’ho chiesto, gentilmente: « Lei che fa se noi facciamo autogestione?»-Ma Pietro, che ti è venuto in mente? come puoi pensare che lui ti autorizzi? -Ce 'o so, nun me deve autorizzà. Ma 'na risposta maadevedadà. Qui ce stanno i foji co le firme de tutta scola. - E ti ha risposto? - Quello è un ... ca... - Questi discorsi non li posso nemmeno ascoltare! - No,no, lei me deve lascià dì: mo' joo spiego; sto a dì che si dovessimo fà autoggestione, lui, er preside, un piano de sta scola me 'o deve dà; sinnò qui succede un macello; e 'nvece no, nun solo nun m'ha risposto, ma me guardava co quii du' occhi che popo se capiva che nun me carcolava, che me schifava. , ma joo faccio vede io a quello si me po' schifà. Noi ciaveno tutti i pischelli de scola co' noi. - E ... ? - Quello pjava 'n giro e, stava a fà finta de nun capiì, girava er collo e guardava per aria, e se me guardava se capiva che me schifava. Poi jo detto: « E che succede se l'autogestione comincia? »- Che t'ha risposto?- Joo sto a dì che è 'n .....; s'è messo a dì: «L'autogestione nel mio Istituto?mai! » - E se la famo uguale? -«Non lo permetterò: chiamo la polizia, l'esercito, i carabinieri.. ».- Ma davvero ha risposto così? - A pressorè stò popo a rosicà: chiamasse pure i pompieri jò detto; però de 'na cosa me preoccupo, che me se beveno 'e guardie. - Ma come fa a chiamare la polizia se voi non commettete reati?

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- Ecco, de questo te sto a parlà; qui è tutto regolare, tutto organizzato; 'a scola è nostra, mica sua; ma lui, che vole lui che è appena arrivato?Je stavo a sbroccà, però me so tenuto.Ero stata sul punto di correggerlo, il ragazzo Pietro, per l'uso del verbo schifare (o avrei dovuto intervenire sul rosicare?) con questo significato di provare palese e aperto disgusto verso qualcuno, e volevo dirgli che mi sembrava eccessivo, però man mano che lui parlava e guardavo i suoi occhi capivo quanto la ferita che aveva ricevuto gli bruciasse come un'umiliazione, e che avrei potuto tentare di attenuare la sua rabbia solo mentendogli. ("Ma no avrai frainteso... vedrai dobbiamo dialogare, capirci..." Ma era corretto agire così? perché cercare di manipolare le sue percezioni così nette? lui si fida delle mie opinioni, mi ascolta; e non mi sembrava poi tanto lontano dal vero. ) Per questo il giorno dopo quando ho incontrato l'illustre Dirigente incrociandolo davanti alla Presidenza, ho tentato una mediazione. Era insensato tentare di far passare i miei ragazzi per dei benparlanti ho giocato la carta dell'attenuazione e dell'ironia; perché il DS non poteva negarmi almeno la chiarezza e la volontà di dialogo che il solito Pietro, insieme ad Andrea e ad Alessio avevano messo a sua disposizione. Così gli ho detto: - So che ha ricevuto i miei ragazzi eletti al Consiglio di Istituto... non è ansioso di incontrarli di nuovo e di riprendere il dialogo?Ha strabuzzato gli occhi, come costretto ad inghiottire un mattone; la fronte gli sì è imperlata di sudore (il quale è altresì apparso a rinforzare le aureole sottoascelle della sua solita giacchettina), ed è rimasto un bel po' a pensare, senza rintracciare la risposta erudita di rito... Incalzato dalla domanda ha roteato le pupille spilliformi cercando ancora e frugando invano nella sua già esausta materia grigia (griggia?) e ancora non rispondeva. Allora l'ho nuovamente sollecitato - Dunque, Preside, non è desideroso di parlare ancora con i nostri studenti?Con un ulteriore sforzo si è come infilato le mani dentro le maniche della giacca ed ha infine proferito: - Solo dopo aver preso un epatoprotettore.64

Questo è il vero significato del verbo schifare. Verbo transitivo; ma anche intransitivo pronominale: provare disgusto. Ma lo schifo, quello vero, qual è? Dissimulare le menzogne e simulare la verità ed apProfittare di una posizione di potere per impastoiare frasi oscuramente minacciose? O lo schifo, come ha inteso il mio ragazzo Pietro, è il modo di guardarti di chi ti vuole intimidire ed ingannare, mentre percepisce uno stipendio per dirigere una struttura educativa? O lo schifo è anche l'inettitudine di piccoli camminatori in veste di dirigente, ma dalle zampe palmate, che si arrampicano goffamente verso un pendio troppo arduo e scosceso, mentre avrebbero dovuto accettare la loro naturale condizione di papere infagianate da fango palustre? Secondo me lo schifare è l'incapacità di giocarsi, quando invece è vitale nel rapporto con i ragazzi, un tantino l'anima e il cuore perché si ha più né l'una né l'altra , o meglio, li si sono indossati, ma poi affidati e dimenticati da tanto tempo al Monte di Pegni in cambio di una piccola piccola carriera.

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23 ADOLESCENTI VIOLENTI? Ma che ne sapete voi... "Io so' uno tosto," mi dice, "io ho provato tutto," aggiunge. Poi si infervora. "Mio padre si sbraca sul divano, tira fuori le canne e dice, vuoi provare? Facciamoci una canna insieme. Mia madre non vuole che lo frequenti; vive con il suo compagno, ha una figlia con lui; la mia sorellina." Gli chiedo "E com'è tua sorella?" Qui si intenerisce. "E' uguale a me da piccola." "E ci vai d'accordo con il compagno di tua madre?" "E che ne so? Lui non mi può dire niente; va bene a lei. Lei e mio padre si odiano e lei non poteva restare sempre sola, ha 37 anni." So che lui ne ha diciotto, e la sorellina ne compirà due. "Mio padre è un fallito, fa il simpatico, ma è un deficiente, lavora quando ne trova; così mia madre dice che la devo aiutare." "Economicamente?" chiedo. "E certo, io a quindici anni scaricavo le cassette e facevo il fruttarolo due giorni a settimana, per questo facevo assenze a scuola. So fare tutto: scarico, pulisco la verdura, faccio il banco, so' i prezzi, faccio le buste." "E adesso?" "Adesso no. Da quest'estate faccio i turni allo Sheraton; mi sono imparato a fare i cocktail, a servire ai tavoli, ad apparecchiare: mica è facile. E poi c'è il servizio in camera, però lì..." "Lì?" "Capitano certe vecchiacce tutte truccate, coi labbroni rifatti, e ce provano. Che schifo." "Ma dici davvero?" “Posso fumare?” “Lo sai che qui non si può...” “Ci ho provato… insomma dicevo, quelle appena vedono un ragazzo giovane ci provano e ti infilano i biglietti da venti, anche cinquanta euro nei jeans. Fanno schifo.” “E tu che rispondi?”
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“Io dico che mi aspettano ai servizi e scappo. Io so uno tosto, le droghe le ho provate tutte; quando dico tutte, vuol dire proprio tutte; e tante volte dai rave non lo so manco io come sono tornato a casa. Ma certe cose non le ho volute fare; c'erano ragazzine che si strusciavano, ballavano senza… avranno avuto dodici tredici anni; m’hanno dato pure del frocio; ma io certe cose no.” “Capisco” “No non puoi capire; però grazie che me stai a sentì”. "Ma....no. Grazie a te.”

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24 GIOVANE VIOLENZA Arriva sudato, e sconvolto strattona violentemente i suoi amici che lo trattengono: "Che succede?" "L'ammazzo a quello." "Ma che succede?” "L'ammazzo!" "Spiegatemi, fermi, che succede? parlate..." "Professoressa, lo lasci perdere, è meglio..." interviene Andrea. "No, no! A lei jelo dico; ho incontrato M. la ragazza mia sull'autobus, ieri m'ha lasciato, oggi stava ridere co' uno. A lei jò dato no schiaffone, poi m'hanno buttato fuori dall'autobus... ma io quello l'aspetto e l'ammazzo." "Così finisci in questura..." – "e che m'importa? E' di famiglia, mio padre troppe volte c'è finito..." – "E tua madre?" Si ferma. Sbianca in viso. "Quella, poraccia, piange sempre." "Ti prego allora...." Ma lui già si è accasciato sul banco, la testa tra le braccia a faccia in giù: e trema. "Lasciatelo perdere adesso" ripete il suo compagno Andrea. Gli accarezzo la testa rasata e ispida. Vibra anche quella.

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PARTE II : LA FANTASCUOLA Accade che la realtà più vera sembri talmente assurda o paradossale da poter essere considerata frutto di invenzione. La realtà ha più aspetti, e di solito noi ne vediamo uno solo alla volta; se invece proviamo a girarla sottosopra o a rimirarla in controluce o di sbieco possiamo vederla diversa e a volte affascinante o grottesca, ridicola o commovente. Per questi motivi LA FANTASCUOLA è scritta in chiave fantastica. Racconta alcune cronache emblematiche della mia esperienza di insegnante. I fatti sono stati interpretati proiettati in una visione immaginaria, ma tutto ciò che è raccontato è realmente accaduto lasciando tracce nelle persone e negli animi. Qui sono anche raccolte alcune riscritture ottenute rielaborando note opere letterarie che ho adattato alla cronaca scolastica e riscrivendo una favola. Completano la sezione riflessioni e interpretazioni sull’infanzia e sulla adolescenza dei miei ragazzi. **** 1 FANTA-SCRUTINI Lo scrutinio è un momento serissimo della vita scolastica, le procedure di svolgimento sono dettate dalla normativa; ma spesso forma e contenuto contrastano in modo stridente. I fatti qui di seguito raccontati sono stati rappresentati in forma ironica e drammatizzati, ma sono tutti realmente accaduti. Atto unico (ogni riferimento a persone e a cose non va preso alla lettera...)
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Personaggi principali dialoganti: Il Preside Il prof Minotaurix Professori assortiti Personaggio con una sola battuta finale : Profi (io) inoltre

Personaggi presenti e muti La scena è un'aula disadorna e poco luminosa, i banchi sono stati allineati e accostati, disposti in modo da formare una specie di lungo tavolo. Sulle sedie alcuni professori un po' grigiolini o incanutiti (nessun giovane tra loro) aspettano consultando i loro registri e parlano tra loro. Tutti guardano spesso l'orologio, alcuni sbadigliano, altri reprimono rutti e singulti da dopopranzo con panino o primo-piatto precotto della rosticceria adiacente alla scuola. Si apre il sipario Entra il PRESIDE e si rivolge ai presenti che gli si inchinano tutti insieme. Il Preside (perentorio e sussiegoso) - Coraggio professori, sbrigatevi; io oggi ho diciotto scrutini!Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente) - Ho già preparato tutto!!Il Preside (perentorio e sussiegoso) - Allora siete presenti al completo? Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente) - Ehem... Ehem... Il Preside (perentorio e sussiegoso) - Siete tutti vero?
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Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente)- Veramente no, ci scusi Il Preside (perentorio e sussiegoso) - E chi manca? Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente e ammiccando)- Manca la professoressa di filosofia… Il Preside (perentorio e sussiegoso e minaccioso) - Professori… questo non è possibile Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente e ghignando)-E manca anche il professore di Matematica Il Preside (perentorio e sussiegoso e sibilante) – Io non ho tempo da perdere! ho diciotto scrutini, ho cronometrato tutto…, ma i voti ci sono?Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente)- Veda Signor Preside, anche io ho preparato tutto… i voti ci sarebbero… Il Preside (perentorio e sussiegoso)- Che vuol dire ci sarebbero? Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente)- Vuol dire che sul tabellone ci sono i voti dei presenti e… Il Preside (perentorio e sussiegoso)- E? parli dunque!! Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente e con tono schifato) Ma siccome mancano proprio quelli di Filosofia e Matematica…. Il Preside (perentorio e sussiegoso e ringhiante-ansimante)- mancano!? Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente e con tono adulatorio) Si ma veda signor illustrissimo dirigente scolastico, egregio, esimio, eccellente, slurpissimo preside… Il Preside (perentorio e sussiegoso un po' rabbonito)- Dica caro, dica pure, io apprezzo la sintesi Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente per tre volte) Diciuevo… slurp slurp -(bavetta bavetta) Il Preside (perentorio e sussiegoso)- Mi dica caro, mi dica pure!Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente) Diciuevo che la prof di Filosofia mette comunque otto a tutti e il prof di Mate mette sempre quattro a tutti per cui slurp doppio slurp… . Il Preside (perentorio e sussiegoso, ma un po' sospettoso)- Mi dica caro, mi dica pure io apprezzo anche la sua efficienza 71

Il prof. Minotaurix (inchinandosi profondamente) - Per cui otto più quattro fa dodici, diviso due sei…. e quindi … che ci siano o non ci siano, il risultato delle medie cambia poco… !! Il Preside (perentorio e sussiegoso, ma trionfante)- Ha ragione caro prof. Facciamo tutto così allora: il Consiglio di classe è regolarissimo, perfetto! E lo scrutinio è valido! Si proceda dunque… e in fretta: io ho 18 scrutini, che diviso 3 ore fa 6 quindi ho uno scrutinio ogni 10 minuti, cioè ogni 8 minuti togliendo due minuti per le esigenze fisiologiche (pipì). E quindi questo scrutinio è già finito. Scrivete i voti. Io vado al bagno. - E ricordate di firmare, tutti! Profi (molto, ma molto sgomenta)…. Ma come !? Il prof. Minotaurix (minaccioso) Zitta collega, scrivi!

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2 (S…)CONSIGLIO DI CLASSE – mini scena Consiglio di classe: O.d.g. : Andamento didattico - corsi di recupero situazione classe Coordinatore : Allora, visto che siamo ad Aprile, dobbiamo avvertire gli studenti presenti, che alcuni ragazzi della classe rischiano la non promozione, perché il Collegio ha deliberato che con tre materie insufficienti si può non promuovere (una volta si diceva bocciare, ma non si dice più)! Prof Laguardia: Scusate! Ma insomma! cos'è questo buonismo? cos'è questo lassismo? Gli utenti NON devono sapere cosa decidono i docenti in Collegio! Profi - Ma allora come fanno a capire la loro situazione? e poi è anche una questione di trasparenza.... Prof La guardia - E allora non lamentiamoci se non studiano... io invece ottengo la massima disciplina e silenzio assoluto!! Rappresentante studenti : ma....'nce capimo ... a professo' ! Prof La guardia - Voi non dovete capire! (Ecco, appunto. Questa sì che è scuola!) 3 GLI APPUNTI DI PROFI’ Brutta abitudine quella di verbalizzare i consigli di classe. Abitudine indotta dall'uso abusato. Mi dicevano "scrivi tu, vero? sei di lettere"; qualche volta ho borbottato in risposta che però la licenza elementare e media l'avevamo tutti, ma poi scrivevo e scrivevo. E così è durato per anni; poi però sono arrivate le incentivazioni in denaro per le attività aggiuntive all'insegnamento e roba del genere, per cui sono bastate poche decine di euro all'anno in più e... i verbalizzatori volontari si sono lanciati sull'esca.
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Però io ormai avevo preso l'abitudine e qualche appunto lo scrivevo lo stesso. Non più verbali, ma appunti in cui registravo le perle e le gemme del didattichese trash un po' ruspante dell'ultimo decennio. Ovviamente ne riverso qui modiche quantità. Per dosi maggiori occorrerebbe la ricetta. Questi dialoghi si sono svolti nell'austera circostanza di un consiglio in cui si discuteva la situazione didatticodisciplinare della classe . Presenti i Rappresentanti di genitori e studenti e Prof privi di autocontrollo. "Se restano scoperti un'ora cominciano a dare in escandescenze. Se tutto funziona riescono a stare tranquilli, ma in laboratorio non vi dico quello che è successo" "In terza, basta che faccia il muso duro e mi permettono di fare una lezione silente; quando io dico state zitti, automaticamente lo fanno." (clik - si spegne?) "Il mio è un interrogatorio poliziesco e le interrogazioni si susseguono una all'altra. Le capacità ci sono" "Collega, hai colpito il segno, si hai proprio colpito il segno, perché il lunedì hanno me in prima ora e entrano in seconda" "Sì, io li ho avuti in prima, e quando li ho ritrovati in terza mi sono detta: ma non possono essere loro."

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FANTASCUOLA IN DIMENSIONE TRIDIMENSIONALE 4 LE FAVOLE E LE STORIE Dedicata a: tutti i miei selvaggioni di Profi: indimenticabili e indimenticati... La fiaba di Natale, che ho scritto e consegnato in copia ai miei studenti prima delle vacanze di Natale e fu pubblicata nel glorioso giornalino scolastico, è una riscrittura de La piccola fiammiferaia (che qui diventata venditrice di accendini) dalla novella di H. C. Andersen. -Una festa non è una vera festa senza una storia da raccontare!- aveva brontolato Profi quando i suoi alunni le avevano chiesto di non fare lezione per festeggiare l'inizio delle vacanze di Natale. Però la mattina del 23 dicembre dell’ennesimo anno di scuola, quando era entrata in classe e... -Profi!- le avevano affettuosamente detto Alessio e Fabio -abbiamo portato dolci e bibite! possiamo..?- ella aveva esitato solo un attimo, e poi aveva sorriso: prima di tutto perché aveva incontrato i loro giovani occhi contenti, e poi perché aveva visto sui banchi, invece dei libri e dei quaderni, torte e pandolci, torroni e una fila di bottiglie dorate. -Buono! e questa bibita com’è fresca e aromatica!- aveva detto assaggiando qui e là. -E’ una spremuta speciale fatta in campagna da nonno mio! Rispose fiero Diego versandone un altro bicchierone a Profi che bevve a piccoli sorsi inebriati. In fondo questi ragazzacci mi vogliono bene! Pensava mentre sentiva scorrere tanta dolcezza dentro di sé che aveva voglia di cantare, ma si tratteneva e annuiva dondolando un po’ la testa. -Profi e la storia per la festa? - Chiesero Serena e Pamela mentre tutti continuava a riempire i bicchieri di tutti. Profi si sentiva ora un po’ confusa, ma aveva già un'idea: non le piaceva leggere in classe e avrebbe raccontato la storia con parole sue, pensava che sarebbe riuscita ad interessarli di più. -Il racconto per le feste di Natale è un po’ commovente…- premise -Ti pareva…- Borbottò Martina - Gli scrittori sono tutti un po’ sfigati…75

-Martina, ti prego!-, - Mi scusi Profi, però…-Dunque il racconto si chiama: “La piccola fiammiferaia... venditrice di accendini”I ragazzi sbocconcellavano scaglie di torrone, la spremuta campagnola scorreva tra i bicchieri di plastica riflessi dai display dei telefonini, qualcuno aveva portato un televisore e l'aveva collegato alla play-station davanti alla quale un gruppetto stava radunato tamburellando freneticamente i joypads; Francesco sognava una stanza d'albergo a Pigalle; Sabatino fantasticava, con gli occhi sbarrati, di scappare per sempre lontano dalla mamma; Simone si ostinava a fare la punta ad inutili matite e Pietro guardava tutti con occhi da gatto stralunato: sperava che il racconto finisse presto, aveva i suoi buoni motivi. Profi trasse un sospiro e cominciò a parlare quasi sottovoce: "Quell'anno il gelo era arrivato molto presto e i passeri cadevano intirizziti dai rami. Era l’ultimo giorno dell’anno. Faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada e aveva tanta fame. Teneva tra le mani accendini e fazzoletti di carta che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte." - Ricco!- disse Martina, - Lo sapevo: 'na traggedia...Pietro quasi ringhiava, d'un rantolo asmatico, socchiudendo gli occhi. -A Fabbio…- accennava all’amico che prontamente rabboccò il bicchiere di Profi.- Fàmola beve, sennò..Ma lei non si offese ed era come trasognata perché la narrazione, come al solito, la incantava con un effetto ipnotico e, pur percependoli ad uno ad uno presenti, quasi non li vedeva e si illudeva di accarezzarne il cuore con le parole. In quei momenti contava solo quel mondo fantastico che andava dipanando dalla sua mente sognante, ma che stavolta sentiva più euforica e un po’ indisciplinata. "La bimba piangeva mentre camminava con le vesti troppo lievi per quel freddo, con i piedini nudi e intirizziti infilati in scarpe troppo grandi e sformate; non erano le sue, le aveva ereditate dalla mamma che era partita da tre anni per Boca Chica nel Mar Caribe dove partecipava ad una gara
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televisiva di sopravvivenza e avrebbe dovuto resistere, per il bene della sua immagine, il più a lungo possibile nutrendosi solo di noccioline velenose e fetidi conchiglioni. La piccola era rimasta sola col patrigno, che ogni mattina la prestava ai suonatori ambulanti della metro B e di pomeriggio la costringeva a vendere accendini e fazzoletti, al semaforo di Piazzale Douhet, ed in cambio non le dava quasi da mangiare. Aveva dunque molta fame e molto freddo e non aveva guadagnato neanche un soldo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l'ultimo giorno dell'anno e lei non pensava ad altro! Aveva già passato tutta la mattina nei vagoni della Metro B: avanti e indietro da Laurentina a Rebibbia, tra spintoni e imprecazioni, senza riuscire a raccogliere monete nel bicchiere di carta di McDonald's che teneva nella manina livida." Qui Profi fece una piccola pausa; era turbata e la voce cominciava a tremarle un poco. Massimo invece si era sdraiato sul banco e russava leggermente, Alessio F. fissava, vitreo, il vuoto e pareva, come sempre, catalettico e le ragazze si stavano truccando. Il freddo l'assaliva sempre più. La bambina non osava ritornarsene a casa dove il padrino l'avrebbe schiaffeggiata e rimandata fuori al freddo. Si avviò tristemente per viale dell'Aeronautica e, per riscaldarsi le dita congelate, ogni tanto schiacciava un accendino facendone sprizzare una tenue fiammella azzurra che le sembrava calda e brillante. Giunta ad un incrocio alzò gli occhi: in giro non c'era nessuno, ma tutte le finestre erano illuminate e i profumi del cenone si diffondevano nella strada. Si asciugò gli occhi incamminandosi per viale delle Montagne Rocciose e arrivò in un viale molto più grande fiancheggiato da pini giganteschi i cui rami aerei, incurvati dalla neve, disegnavano trame nere irreali nel cielo grigio. Qui si fermò accanto ad un cancello che chiudeva un ampio cortile deserto.
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Il suo cuore batteva spaurito, scavalcò ugualmente quel cancello, tenendo stretto il suo vestitino, ma perdendo le scarpe. La piccola si trovò davanti ad un grande edificio geometrico di mattoni rossi incorniciati da pannelli di cemento grigio, i suoi piedini erano ora nudi e feriti; si avvicinò all'edificio, si sedette in un angolo, fra due muri sotto una grande scalinata. Aveva ancora molti fazzoletti di carta ed accendini. Ne prese uno e premette la levetta: si accese una fiamma calda, brillante, bizzarra e alla bambina sembrò di vedere un bel caminetto luccicante nel quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco... ma la fiamma si spense e scomparve. La piccola accese un secondo accendino: questa volta diede fuoco anche ad un fazzolettino di carta e la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un'oca arrosto le strizzò l'occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani... ma la visione scomparve quando si spense il fuoco. Nel frattempo giunse la notte. "Ancora una volta!" disse la bambina ed aprì un intera confezione di otto fazzoletti: Crac! accese una fiammata che fece anche un po' di fumo: una finestra dell'edificio fu spalancata con violenza e si affacciò una faccia rossa e sudata con due occhi puntiformi coperti da lenti spesse: - Che fai lì per terra, stracciona? e perché accendi il fuoco? - Mi scusi signore - disse la bambina tossendo un po' affumicata, - ho tanto freddo! - Vai a casa tua allora! - Non ho nessuno, è la notte di Capodanno e se accendo un piccolo fuoco riesco ad immaginare di vedere cose buone da mangiare e le persone che ... - Insomma, non bastano i danni che ogni giorno fanno qui tanti giovini di malaffare? Ora ci voleva pure una stracciona come te che dà fuoco alla carta? Questa è una Scuola e io sto lavorando! - Mi scusi buon signore, ma perché lavora nell'ultima notte dell'anno? perfino io, che come vede sono povera, infelice ed affamata sto cercando di riposarmi un po'...
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- Che fai, rispondi? Sei anche impertinente? Vattene subito dalla mia scuola! - Ma io cercavo solo di scaldarmi; ho i piedini gelati e graffiati, i capelli bagnati, la mamma a Boca Chica e il patrigno che mi costringe lavorare... e mi presta ai venditori ambulanti... - Ad ognuno i suoi problemi e le sue responsabilità! Il Mio Regolamento Supremo non prevede la presenza di ragazzini straccioni e... figli di gente di pessima reputazione! - Mi scusi signore, ma lei non mi conosce, io ho tanto freddo e tanta fame, lei non potrebb...? - Ragazza, tu non capisci, io non sono un signore qualunque! Io sono ... e qui gonfiò le vene del collo già rosso e congestionato... - sono il Gran Responsabile Supremo Morale, Civile e Fisico e dirigo questo edificio... quindi mi occupo solo di cose importanti! - Ma se questa è una scuola si interesserà della sorte dei ragazzi... e io sono una bambina sola e, le ripeto, povera, infelice, congelata e affamata! - Ecco appunto, sei un pessimo soggetto! Quelli come te non hanno bisogno di scuola, ma di una buona rieducazione. Vattene, io ho da fare e per dar retta a te non ho salvato il mio file e mi si è impallato il personal computer portatile, stavo scrivendo le mie circolari! - La prego, signor Gran Responsabile Supremo ecc ecc... tutti festeggiano questa notte, tranne me che sono povera e ... lei! Ma perché le sue circolari le scrive ora: è la gran notte di... - Basta! Se non te ne vai chiamo l'esercito, i carabinieri, la polizia! - No, le guardie no! gridò terrorizzata la piccina bionda dai riccioli pieni di neve. Si allontanò più in fretta che poté, coi piedini nudi gelati, nella neve fattasi ancora più fitta, stringendosi negli straccetti bagnati che indossava, gli occhi pieni di lacrime. Fu presto senza più forze e si fermò appena raggiunse l'altro lato del grande cortile. Laggiù, in fondo, si nascose dietro a un basso muretto vicino a una scaletta dove nessuno poteva vederla.
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Prese ancora un accendino, cercò qualcosa da aggiungere ai kleenex per farne un po' di fuoco e trovò per terra, tra la neve, dei contorti mozziconi fumati, li aggiunse ai fazzolettini e fece sprizzare la fiamma... Appena acceso il fuoco si levò molto fumo denso: lei subito si sentì bene, e vide vicinissimo un albero di Natale con mille candeline che brillavano sui rami illuminando giocattoli meravigliosi. Le candeline sembrarono salire in cielo... ma in realtà erano stelle. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta e le aveva detto spesso: "Quando cade una stella, c' è un'anima che sale in cielo". Allora alimentò il fuoco con altri mozziconi e tutti i suoi fazzoletti e le visioni si moltiplicarono: vide la nonna sorridente che le tendeva le braccia, una bella casa riscaldata, una tavola piena di cibi e un regalo per lei: la collezione intera dei cd diMarshall Mathers III (Eminem) e un impianto stereo - Nonna!- gridò la bambina tendendole le braccia, - portami con te! Non voglio che il fuoco si spenga perché allora anche tu sparirai come il bell'albero di Natale, i cibi e i doni! La nonna sorrise, vi fu un misterioso luccichio in fondo ai suoi occhi: "Piccina mia, sei troppo buona e ingenua, non vedi che questo fuoco si sta alimentando da sé e durerà a lungo?" Infatti oramai la fiamma cresceva e cresceva, il calore fece scoppiare il vetro di una bassa finestra lì accanto e qualche favilla penetrò nell'edificio, cadde vicino ad un mucchio di vecchie carte in un angolo che presero fuoco, e lo trasmisero ad aule con vecchie sedie e cattedre cadenti, ad un'Aula Magna con il pavimento di linoleum, ad una specie di ambulatorio dimesso; le fiamme si propagarono poi lungo i corridoi, le sirene d'allarme antincendio cominciarono a suonare.... il fuoco attaccò quindi l'ascensore che aveva le porte aperte. La fiammata, ormai gigantesca, alimentata dai cavi elettrici e dall'effetto camino del vano dell'ascensore rombò cupamente ed esplose oltre il tetto dell'edificio con un effetto lava lapilli e cenere che nemmeno il Pinatubo. Fu poi la volta degli antifurto dei laboratori che ulularono all'inizio striduli e laceranti, ma poi sempre più rochi; nessuno però intervenne né diede l'allarme perché nel frattempo era scoccata la mezzanotte, e nelle case vicine i televisori trasmettevano a tutto volume musica caraibica e carioca; fuori il
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cielo era tutto uno sfavilìo di petardi, di razzi, di fuochi artificiali, l'aria era frustata dalle trombe da stadio ed affumicata dal fumo dei fischioni e dei botti clandestini, la gente brindava felice e più rumore e più fumo c'erano e più tutti erano soddisfatti. La bambina volava verso la nonna nel cielo, mentre i suoi capelli biondi formavano una luminosa cometa, come una surreale figurina smemorata, di un quadro di Marc Chagall." Qui Profi socchiuse gli occhi, come se raccontasse a se stessa e sembrava che quasi una smorfia ironica le aleggiasse ora sulle labbra. -Solo al mattino seguente un arzillo pensionato, uscito indenne dal picco di colesterolo del cenone di capodanno, si accorse, mentre portava il suo Chihuahua con il cappottino scozzese a far pipì, che l'edificio di mattoni rossi era un mucchio di rovine fumanti. Vide che uno strano tizio, tutto irrigidito, con i vestiti sbruciacchiati, i capelli ritti sul capo, un paio di occhiali liquefatti sul naso rosso, un fascio di carte annerite sotto l'ascella sinistra e una scatola nera rettangolare sotto la destra, stava raggomitolato vicino al cancello da cui evidentemente non era riuscito a fuggire. Il tizio sbruciacchiato frignava: via! via! come vi permettete giovinastri! io chiamo la polizia, l'esercito, i pompieri. -Forse era meglio chiamare i pompieri per primi... - sogghignò il pensionato tirando di lungo! La storia era quasi finita, ed era suonata la campanella, i ragazzi se ne erano andati, ma Profi non ci fece caso; il finale lo raccontò solo a se stessa. Come tanti dei suoi desideri...

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5 FANTASCUOLA IN DIMENSIONE LETTERARIA RISCRITTURE ovvero esercitazione letteraria per adulti consapevoli La roba (del Ruiz) da VERGA Il viandante che andava lungo il laghetto artificiale dell'Eur, disteso là sotto come un pezzo di stagno marcito, e i marciapiedi grigi di asfalto rotto dalle radici dei pini, e striati dalle porcherie lasciate dai cani, se domandava, per ingannare la noia del tragitto lungo il viale Africa, nell'ora in cui vanno al lavoro gli impiegati dei ministeri, e gli autobus scaricano fumi dagli scappamenti, e i motorini suonano striduli chiedendo strada : - che edificio è questo?- sentiva rispondersi - l'Arangio Ruiz -. E passando vicino a un cancello, oltre cui si intravede un campo di erba sintetica, circondato da alberi ed erbe infestanti e ragazzi seduti per terra mettono in gruppo che si guardano attorno per vedere se passano le guardie: -E qui?-, - l'Arangio Ruiz -. E poi, mentre ti senti pesare addosso l'umido appiccicoso dell'Eur e qualche processionaria dai pini ti cade addosso tra la pelle e il collo della camicia e ti viene un'orticaria perniciosa, scorgi un muretto messo di sghembo dietro il campetto, con sopra una fila di giovani sub-metropolitani che parlano fitto tra di loro scambiandosi essenze vegetali e sintetiche nell'ora in cui suona una campanella dell'edificio: e qui che edificio è ? - l'Arangio Ruiz - E si sale uno scalone bianco, macchiato di nero dalle gomme masticate e sputate, con in cima una vetrata opaca e piena di fogli scritti appiccicati e s'ode il vociare di un uomo, che sembra un mastino, ma è vestito con un giacchetto impermeabile colo fango e non porta il cappotto nemmeno quando tira una tramontana che fa scappare i passeri dai rami: e questo? - Il bidello dell'Arangio Ruiz Poi arriva una monovolume Mercedes Benz, grigiastra come il laghetto marcito dell'Eur, con sopra un uomo con la faccia rossa e lustra, la bocca a mezzaluna, gli occhiali sul naso e vestito che sembra l'usciere del tribunale ma, a vederlo, non gli dareste un euro e questo chi è? - Il capoccia dell'Arangio Ruiz82

Pareva che fosse Arangio Ruiz perfino il sole che si alza al mattino e gli stormi che volano verso la campagna gracidando, e le ambulanze che vanno al S.Eugenio e la metropolitana che passa lì vicino sottoterra ed esce ad Eur Fermi. Invece -Arangio Ruiz- sono dei ragazzacci che, diceva la gente affacciata alle finestre di fronte, arrivano tutte le mattine e non hanno nemmeno voglia di entrare nel cortile. Però quando sono lì non ci pensavano più ai compiti di Informatica e alle interrogazioni di Fisica e hanno solo voglia di farsi compagnia e di stare insieme: col sole, col vento, con la pioggia, con le scarpe bagnate o i jeans stretti e abbassati sul didietro, appena coperto con due soldi di mutande, ma tanto robusto che a prenderlo a calci ti ci bucavi le scarpe ti facevi male ai piedi. Della roba i ragazzi dell'Arangio Ruiz ne avevano o ne cercavano dappertutto, e alcuni di loro lo sapevano che c'erano più di mille ragazzi a cui procurarne: tutti cattivi pagatori, ma che si contentavano con pochi euro di essenze vegetali e che a chi gli domandava un soldo o una sigaretta rispondevano che non l'avevano. E non l'avevano davvero. Ché in tasca non tenevano mai più di cinque euro, tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalle loro tasche. Per questo quando il capoccia con gli occhiali sul naso, la bocca a mezzaluna e vestito come l'usciere del tribunale cominciò a parlare di NUOVO REGOLAMENTO, e di sbirri e di carte da portare a casa per riportarle firmate, i ragazzi dell'Arangio Ruiz, a cui del resto non gliene importava del denaro, dicevano che questa era cartaccia scritta e non era roba, e stavano sempre più torvi seduti sul muretto col mento nelle mani guardando, attraverso quella loro nebbia fumata, la loro scuola così cambiata. Così quando gli dissero che sarebbero venuti anche i cani poliziotto e che il responsabile della sicurezza avrebbe raccolto campioni della loro urina e, mentre le pigne rinsecchite dal sole cadevano rimbalzando, avrebbero dovuto ascoltare le prediche di un paio di psicologhe della ASL, si alzarono barcollando e se ne andarono fuori dall'Arangio Ruiz tirando
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sassate ai passanti sui gipponi fuoristrada strillando "roba mia vientene con me!"

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6 RISCRITTURA DA MANZONI - Gli alunni promessi I . Quella strada dell'EUR, chiamata Viale Africa, che congiunge la via Laurentina al viale Cristoforo Colombo, e costeggia, tra due filari ininterrotti di pini mediterranei, un breve pendio discendente verso il laghetto, viene, quasi ad un tratto, ad attraversare viale dell'Arte conducendo il passante nei pressi di un edifizio, chiamato Istituto Tecnico Arangio Ruiz, il cui nome si deve ad un illustre giurista che fu anche ministro di Grazia e Giustizia e della Pubblica Istuzione nel 19... Per questo viale tutte le mattine si incammina una folla di giovini di sesso diverso i quali, dall'abito e dal portamento nonchè da quello che, anche da un luogo di osservazione non lontano, si può distinguere del loro aspetto, non lascian dubbi sulla loro condizion di studenti. I giovini procedono un po' dondolando, rasenti al muro di cinta, con una cert'aria di rassegnazione e nello stesso tempo di braverìa comune agli adolescenti che devono quel giorno affrontare un'interrogazione di Chimica. Attraversano poi un cancello di ferro e, sempre camminando di malavoglia, salgono gli scalini che portano all'interno della scuola. Qui giunti si danno una voce, e pronunziano alcune frasi che, al vostro autore, pare di dover riferire per amore di verità, pur se è necessario durare la fatica di trasporle in un idioma corretto: quanto è infatti dozzinale e sguaiato, com'è scorretto il loro linguaggio! "Figliuoli, amici!", essi dicono, "ebbene? che faremo oggi? via! fate un po' di luogo, accomodiamoci alle aule!" Ed altri rispondono "Mi sento un gran sonno ancora! e una certa fiacchezza di gambe, ma orsù! allo studio! Stamane il cielo promette una bella giornata! questo cielo di Roma così bello quando è bello!" Giungono quindi i maestri: "Oh! qual buon vento vi mena costì giovinetti? Siete tutti presenti? La c'è costì l'alunna Dimarco? Evvia quella giovine l'è proprio di salute cagionevole, già lo s'indovina dal livido pallor delle gote...! Ringraziamo la Provvidenza; gli altri ci son tutti e son sani..." "Ebbene accomodiamoci" rispondon pronti i presenti "S'inizi la lezione".
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*** II. In una di queste mattine veniva bel bello lungo il viale, guidando con cauta perizia una berlinetta monovolume Mercedes Benz Classe A, il nuovo Governatore: l'illustrissimo gentiluomo don Ilex Quercus. (1) L'Eccellentissimo Uffizio Regionale MIUR l'aveva nominato con lo speciale incarico di reggere il quotidiano e correggere il necessario ma egli, già dai sui primi minuti di presidenza, aveva dovuto comprendere quanto la legge legale non lo proteggesse dalla protervia di alcuni molesti maestri poco inclini alle riverenze e alle ubbidienze. Il nostro Don Ilex doveva fare inoltre molto presto conoscenza anche con piccole oligarchie, armate di forze proprie e leghe speciali, disposte a qualunque astuzia pur di difendere i propri vantaggi esercitati in proporzion della propria autorità. Qualche galantuomo avrebbe voluto avvertirlo che, tra le sue preoccupazioni, avrebbe annoverato quei giovini promessi studenti, di cui la nostra storia si vorrebbe occupare, ma tutto ciò era per era per lui lontano come una burrasca che si addensi sul capo di chi, dormendo profondamente, non ne scorga nemmeno un lontano presagio. In capo a due o tre settimane Don Ilex Quercus si era tuttavia insediato, aveva dato fuori vigorose leggi atte a fronteggiare le ribalderie dei giovini meno dabbene, e prescritti nuovi regolamenti bastanti ad estirpare qualunque nefandezza. Si accingeva, inoltre, a pubblicar altre ordinanze rivolte contro ai maestri proclamando parole, talmente gagliarde e sicure, che, si poteva pensare, anche la sola loro eco avrebbe messo in fuga una qualsiasi volontà di irriverente ribellione. Quieto e certo di essere riuscito a ricondurre l'edifizio e l'istituzione scolastica alla ragione, Don Ilex si accingeva, stropicciandosi le mani, a riorganizzare anche la mobilia del suo studio, uno stanzone con le pareti ricoperte di vecchi cimeli, quando sentì picchiare dei gran colpi all'uscio ch'egli teneva sempre serrato. Strabuzzò gli occhi e brontolò tra sé "che modi! Non hanno dunque discrezione costoro?" Si asciugò la fronte, si spinse la casacca all'indietro e... : "Chi picchia a questo modo? chi è?"
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L'uscio fu spalancato con fragore e don Ilex vide ciò che non avrebbe voluto vedere. Davanti a lui stavan due individui con le braccia incrociate sul petto. Le teste quasi rasate con brevi ciuffi discendenti lungo la nuca e ascendenti sulla fronte, i capelli di colore alterato dalla tintura, i lobi delle orecchie, come anche i sopraccigli, forati da anelli di ferro di diverse misure, le natiche e il ventre semiscoperti da calzoni a cintura abbassata, il resto dell'abbigliamento colorato da disegnacci minacciosi con figure e numeri da purgatorio: tutto lasciava intendere e dava a conoscere che si trattasse di giovini della peggior condizione: quella degli studenti promessi. Il povero don Ilex, non giovane, non pronto e coraggioso ancor meno fu assalito da mille pensieri e la sua prima reazione fu quella di richiudere subito l'uscio. Fece un rapido quanto vano tentativo: il più torvo dei due l'aveva già bloccato con una scarpa, vi si appoggiava insolente e minaccioso e... "Signor Governatore" disse piantandogli gli occhi in faccia..."Che volete bravi giovini?" ansimò egli in risposta, riaggiustandosi le stanghette degli occhiali scivolose per il sudor della fronte. "Signor Governatore!" ripetè l'altro anche più alto e feroce del primo, con i pugni piantati sulla vita e la faccia guarnita sul mento da un caprino pizzetto proteso verso di lui. "Lei ha intenzione di applicar da domani il Nuovo Regolamento dell'Istituto!" "Cioè..." rispose con voce tremolante don Ilex "Cioè, voi, bravi giovani... sapete come vanno queste faccende..." "E come vanno? perché non ce lo dice? parli dunque!" "Cioè...vedano..." "Allora?" "Ma, bravi giovini... vedano dicevo...un povero preside non c'entra... L'eccellentissima Donna Letizia de' Conti di Bracchetto Moratti ha ordinato una nuova riforma....e sapete com'è, noi poveri presidi dobbiamo adeguarci... Noi eseguiamo, applichiamo, attuiamo, svolgiamo, obbediamo insomma... siamo i servi della Illustrissima Signoria."
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"Ma, via, signor Preside, Ella ci vuol far credere che la cosa si decide... a chiacchiere?" "Ma, ottimi giovini... Io ho degli ordini.... vedano. Suggeritemi dunque voi..." "Suggerire noi a lei? ma noi suggeriamo ai compagni nostri! Lei è quello che ci fa mettere le note e ci toglie le gite! Lei è quello che non ci fa entrare e ci comanda!" "Ma via..." "Niente ma, niente via!" E gli si avvicinarono più d'appresso...quasi a mordergli l'orecchio fattosi scarlatto: "Questo Regolamento non s'ha da fare, né domani, né mai" "Perché..." aggiunse l'altro "chi lo farà, non se ne pentirà perché non ne avrà il tempo." E qui aggiunsero una parolaccia che l'autore non trascrive. "Le abbiam dato questo avvertimento per il suo bene! Arrivederci Signor Governatore illustrissimo. La classe quinta A telematico la saluta!" Quel nome.... - QUINTA A TELEMATICO - fu come una folgore d'un temporale notturno nella mente di don Ilex Quercus... il quale vide chiari e distinti i segni della sua sciagura. I due giovini si allontanavano dondolando e facendo tintinnare minacciosamente catenelle e chiavi appese alla cintura, le mani in tasca, gli orecchini scintillanti lividi alla luce del neon dell'edifizio.... le spalle larghe e muscolose: si dirigevano verso lo scalone dell'edificio, mentre anche due grossi toponi, di fogna, li guatavano spaventati dalle fessure dell'usciolo del bagno dei maestri (1) Quercus Ilex è il nome botanico della QUERCIA – Tale era il cognome dell’allora mio preside; giusto per non fare i nomi.

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FANTASCUOLA nella mia NARRATIVA 7 Un racconto fantastico dedicato a Nick L'Isola Mare-Notte Capì presto che la sua attrazione per il mare non era quella per le onde, il vento, la sabbia. E nemmeno per la contemplazione struggente e banale di albe o tramonti, di lattiginosi cieli stellati, di aranciati fuochi meridiani. L'attirava il respirare, l'ansimare, l'anelare; l'attraeva la forza espressa dalla marea, lo ipnotizzavano gli scogli su cui capiva che i sogni potevano fracassarsi, o vittoriosi proseguire, più forti. Il mare gli si apriva come una strada; e sapeva, con sicurezza, che ne avrebbe riconosciuto ogni pulsazione come un ritmo che era anche dentro di lui: la sua vita. Imbronciato aveva fissato i suoi giochi da bambino: paletta, secchiello e soprattutto le formine (così le chiamavano) che riproducevano stelle e cavallucci marini, conchiglie e pesciolini. Per accontentare la mamma aveva provato anche ad usarle e impastato la sabbia con l'acqua di mare, spolverato il fondo delle forme con altra sabbia asciutta, le aveva riempite con il miscuglio inumidito e ben pressato, e rovesciate battendole con forza per ottenerne delle figure. Ma le ridicole creature sabbiose che ne uscivano si sbriciolavano: se lo meritano, aveva pensato dentro di sé, sono noiose e finte... E piuttosto immaginava e vedeva la vita nei fondali, dove stelle e cavallucci, conchiglie e pesci danzavano nell'acqua e nel sale dando senso, origine e durata al loro contrario: aria e luce. Provava ad immaginarsi sommerso da quel mare letto nei libri di scuola, ma di più nelle favole. Allora tratteneva il respiro, si vedeva guizzante tra le altre creature e prepotente e felice pensava che sì, per lui sarebbe stato possibile, forse facile vivere anche là sotto; e che avrebbe fatto a meno della sensazione diretta e violenta dell'aria e della luce purché tutto fosse ridotto all'essenziale; e finalmente laggiù anche i rumori sarebbero stati spenti e le paure avrebbero taciuto.
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Intanto trascorreva le ore seduto sull'orlo del confine tra acqua e sabbia; le gambe distese che aspettavano le onde, appoggiato sulle braccia, allungate a compasso all'indietro, con le mani sprofondate sulla rena asciutta e ancora calda. Teneva gli occhi chiusi e cercava di indovinare l'arrivo susseguente delle ondate, dei colpi del mare. Lo riscuoteva la voce di qualche ragazzino come lui; solo allora si alzava e si curvava come per togliere dalle gambe gli schizzi dell'acqua salata e nella stessa posizione restava qualche istante: le mani sulle ginocchia, gli occhi ancora connessi alla spuma che andava e veniva, il respiro ormai sincronizzato su quella misura acqua-terra. Però una sera era rimasto talmente a lungo che la marea era risalita fino a circondarlo; e lui per nulla impaurito si era lasciato andare mentre, quasi sdraiato tra acqua e sabbia, afferrava per gioco qualche granchio disorientato che non riusciva a riguadagnare il mare. Il sole non c'era già più e adesso le ombre avevano uno spessore più freddo e più limpido. Si accorse che non voleva tornare, e che voleva rimanere lì senza darsi un limite di tempo, che voleva capire cosa si prova quando la linea del cielo si confonde con quella delle acque, quando nel buio si alza il vento caldo della terra e cerca di gettarsi tra le onde. Voleva essere lì e capire cosa si sente quando, assente la luce, non sono più i sensi e la mente, ma sono solo il cuore e la pelle a captare e ricevere come un unico esteso organo percettore. Gli sembrò che potesse arrivare quel momento, ed era anzi sicuro di aver capito il come, il dove, il quando. Avrebbe ghermito lui quell'acqua infinita, superati quegli scogli e navigato sempre verso occidente per raggiungere la sua meta. Avrebbe pilotato da solo e sarebbe riuscito ad approdare alla fine del viaggio. E avrebbe saputo di essere giunto quando la linea del cielo e del mare si fossero di nuovo confuse senza più luce e il vento caldo della terra si fosse finalmente placato nelle onde. Nella sua Isola.
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- Che fai lì tutto il tempo? - E dai, vieni, giochiamo: abbiamo trovato un pallone!

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8 U. B. - La volontà di afferrare e comprendere I. Un ragazzo non è soltanto un ragazzo, un adolescente, un giovane, un diciassettenne, un diciottenne, un figlio, uno studente, un allievo, un sognatore, un prepotente. Non è solo un ribelle, che smania e si deprime, che sfida e ha paura, giudica ma si aspetta pazienza e rispetto, provoca e se ne infischia delle conseguenze. Un ragazzo è un rapinatore di sentimenti che... detesta la solitudine, ma impone la sua intransigenza anche a chi lo ama; e non patteggia per convenienza o per comodo, ma neanche per temperanza. Un ragazzo ha il formidabile problema vitale di cercare se stesso, ed anche per questo considera un torto le domande, le prediche, le sentenze. E' già tanto insopportabile il conflitto violento che porta dentro che ne uscirebbe da sè per non sentirlo più urlare. E se ne avesse la forza prenderebbe in mano il suo cuore per rallentarne il ritmo e trovare l'intervallo necessario alle storie di tenerezza e al calore, ed afferrerebbe il suo respiro per ricacciarselo dentro e modularlo sul tempo della vita e dell'amore. Ma nemmeno le sue storie e la vita sono soltanto vita e storie per lui. II. Sono una voglia ed un tempo per afferrare e capire più in là; sfide accettate come ossessioni, ansie di chi cerca esperienze e si mette alla prova. Per sé, per i suoi amici. Visi e occhi scuri, nervi e sangue nel passo veloce, radunarsi e cercarsi, fare gruppo ed andare: le mani in tasca, la testa insaccata nelle spalle, la complicità taciuta o sottintesa. Ragazzi con aspetto da uomini, ragazzi che gli adulti non giustificano e guardano con sospetto e diffidenza, e che per loro ghignano parole di offensive e rapaci lusinghe. Ragazzi che non cedono all'inganno e non mentono, chiusi e nascosti nel loro corpo già grande. Corpi insofferenti, tagliati, graffiati, feriti, frugati. Da temere.

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III. Quella notte sopra di lui, bianco non fu un viso che interroga, né l'impallidire delle nuvole sbrindellate dal vento. Fu bianco il bagliore, orribile agli occhi, e lo smarrimento nel letto di ferro che sprofondava; i camici e le flebo, le lenzuola estranee e l'acciaio, le plastiche e un'insegna con sopra una croce; lui negava e taceva, ma sentiva agitarsi dentro il veleno raccolto per ore. Riconosceva ed udiva il rombo cupo, il tremito e l'estraniante delirio quando, rigido e stordito, ha avuto ancora un guizzo di rabbia, di rifiuto e di sfida contro il gorgo della soglia finale. Lo hanno strappato e riafferrato le braccia e la lunga paura stretta da Nick, gli amici abituati allo sgomento seduti in fila, fuori nel neon perché accanto a lui solo il bene era rimasto. E per lui poi l'orgoglio di chilometri nell'alba percorsi serrando i denti sulla nausea, ma con passo sempre più fermo per il pensiero inquieto. Che la madre il suo sonno continui, e non sappia. Che un riscatto cominci da subito e non gli sia negato. IV. Ma un ragazzo, grande come un uomo, è ancora un ragazzo, è incosciente violenza, è ancora paura. Al contrario dei suoi giudici astiosi che sono diffidenza incapace di amare, ottusa volontà di sopraffare e sottomettere: meschine necessità dell'ossequio comunque. Nemica è l'aura silente di chi parla da solo e per sé. E nemica è la cortina grigia di cocci taglienti e di frasi smozzicate non concluse, di allusioni oltraggiose, di mezzi pensieri sussurrati ammiccando. V. E quanti ancora saranno i giorni da attendere e ancora quante le scale da scendere senza ritorno, quante le fughe incoscienti dietro ad angoli e gli spezzoni di tenebre, e quante le notti in cui ancora sospeso tra due quarti di luna e due di nuvole stracciate lui starà sospeso su in alto sul filo più instabile? VI. Chiamo perché scenda per trovare anche qui il suo passo, ma prego che continui il suo volo per afferrare e comprendere. Purché non prenda scorciatoie, purché finalmente resista e risponda da grande alla voce della ragione: lucido e freddo e con l'incendio solo nel cuore.
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9 UN LUCIGNOLO SULL’AUTOBUS E' ormai sera, mentre l'autobus 766 parte dal capolinea, alla stazione di Trastevere, tra ripetute vibrazioni che scuotono i passeggeri. L'autobus non è molto affollato; alla seconda fermata siamo in viale Marconi; i passeggeri sono varia umanità che viaggia, rassegnata, verso il pasto serale, consulta l'orologio o fissa inanime il vuoto; due anziani parlano tra loro, una signora risponde al cellulare che squilla miagolando "Per Elisa" di Beethoven. Io sono seduta vicino alle porte centrali e faccio parte di questa provvisoria comitiva anonima, guardo la strada e i negozi che stanno chiudendo ed hanno già le saracinesche mezzo abbassate, mentalmente annoto qualche negozio di Hi-Fi e telefonia dove vorrei andare a curiosare. All'incrocio di viale Marconi con via Enrico Fermi sale un robusto ragazzo: vent'anni, carnagione chiara e lentigginosa, capelli biondorossicci e pettinati corti con una leggera cresta in mezzo alla testa. Appena salito si installa su un sedile libero e risponde al suo cellulare. All'inizio dice solo "Aho!" quindi ammutolisce per qualche secondo: poi esplode e comincia a parlare e strillare ad alta voce, concitato e senza quasi mai interrompersi. Dopo uno sconfitto tentativo di disinteresse lo ascolto sempre più ipnotizzata dal tono della voce che copre ogni altro rumore. Imperdibile. ...... -Che vòi? Nun esco perché nun m'enteressa, nun me va! So' stanco.Anzi se me va esco co' chi me pare Craudia, e no co' te! E nun me devi telefonà più. Stavorta è finita Cra'! Basta, basta! Nun te sento, nun te sento, nun te sto a sentì Craudia! ...... Che vòi? No m'hai rotto Cra'! io sto sull'autobbusse Cra'! Qui c'è chi me guarda come no psicopatico Cra! Basta nun te sento, nun te sento, nun te sento!!! Che vòi? Che vòi?
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No, no, no, no Craudia è finita, sei egoista Cra' ciao attacco. ....... Che vòi? Basta Cra', ma allora nun voi capì? come nun vojo cap' io? e che c'è da capì? tu te ne freghi a Cra'; ce lo sapevi che stavo male, che stavo dar dottore! Tu mica m'hai mandato un messaggino: amò? hai finito? come stai? amò quando hai finito me chiami? No Craudia! Tu te ne sei fregata Craudia! Tu nun m'hai chiamato perché magari stavi a fà artro Craudia! Basta tu devi stà co un pischello piccolo, no co un pischello maturo come me! Hai chiuso Craudia! Che? Quale artra possibbilità? L'hai avuta la possibilità Craudia e mo' t'arangi ciao ciao ciao è finita. ...... Che vòi? Che vòi?? Io quando tu sei ita all'ospedale me so' arzato alle sette per chiedete: amò come stai? Tutto bene? E pure pe' tu' padre me so' interessato: come sta tu padre? Perché io so uno che se interessa mentre tu sei una che se ne frega, che sei egoista! ..... Che voi!? Co' me hai chiuso Craudia! Chiuso, chiuso! M'hai rotto er c.... Claudia! Attacca, no io nun attacco in faccia, nun so' maleducato io! tu sei maleducata tu devi attaccà ciao! ..... Che vòi? Basta so stanco, me manca l'aria Craudia, me manca l'aria, sto male me sento male, so' stato dar dottore ce lo sai me sento male! Attacca Craudia che devo chiamà mi madre! voio chiamà mì madre! Posso chiamà mì madre o no? Posso chiamà mi madre o no? Si me sento male e vojo mamma 'a posso chiamà o no? E basta Craudia, allora nu voi capiì: no, no, non no nun me devi chiamà, nu me chiamà pe' gnente, anzi se me chiami nun te rispondo! quale artra occasione? No. Ciao. Ciao, attacca! ...... Che vòi? Che vòi?
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Nun me ne frega gnente! rimani ner tuo piccolo mondo e io rimango ner mio. Rimani ner tuo piccolo mondo, vai a fà 'o shopping co' l'amiche tue sceme, ma quanto sei scema a Cra'! Io rimango nel mio mondo de adulto! Attacca! Me serve er telelofono. Devo chiamà mi' madre! Me fai chiamà mamma che me manca l'aria e glielo devo avverti? Me fai chiamà mamma che so' stanco, che me ne sto a tornà a casa? No, no, no, si me chiami a casa nun te rispondo No, nun me chiamà ar cellulare! Anzi domani o' butto sto nummero e così nun me chiami più! Hai capito? Domani o' butto sto nummero, me ne vado a comprà n'arto e nu te lo dico. No! Nun te chiamo più! ..... Che vòi? Che vòi? Basta Cra' m'hai rotto er c. m'hai rotto le palle, me so' rotto. Nun esisti più hai avuto la tua occasione, mo' le occasioni so' finite. Che voi? E che me frega? No nun te chiamo più scordate er nummero mio, cancellalo. buttalo er nummero mio. Che vòi? Quando arivo a casa nun te chiamo, nun te voio più sentì. Che vòi? Si me chiami tu nun lo so se rispondo. Quando arivo a casa se tu me chiami se me va rispondo sennò t'attacchi. E chiudelo sto telefono a Cra'! Vojo chiamà mi' madre! No! Noi nun stamo più insieme. ...... Che vòi? Si me va te rispondo se nun me va nun te rispondo. -

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Via Ambrosini, incrocio con Via Grotta Perfetta. Devo scendere, un po' di malavoglia perché ora potrò solo immaginare come andrà a finire la sua storia d'amore (?) con Claudia.

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10 FINE E CONGEDO Gli esami non finirebbero mai se qualcuno non dicesse: “Ora basta”. Quello che segue è il racconto di come si sono conclusi gli esami di maturità della quinta A telematico diplomata nel 2003. Fu una sessione di gioia e fatiche, di successo ottenuto tenacemente. I ragazzi furono tutti promossi. Ottenni che non copiassero il tema: li correggevo io e li conoscevo troppo bene perché barassero. E loro furono corretti. Alcuni dei temi mi diedero la soddisfazione di costatare che avevano superato le mie aspettative. Non era una classe di letterati, ma molti di loro avevano interessi, curiosità e capacità di pensare e lo dimostrarono. Al colloquio risposero guardandomi negli occhi; non volevano farmi fare figuracce di fronte a colleghi con cui avevo tempestosi rapporti per causa loro, anche se sapevano che li avrei difesi comunque. Quel guardarmi fisso negli occhi mi rimarrà sempre, come tutto ciò che non ha bisogno di foto o parole scritte. Subito dopo l’esame, invece, ne combinarono una delle loro. Perché erano affettuosi e capaci di contenersi, ma non domati né addomesticati. E la fecero grossa: un’impresa sciocca, anche se innocente nelle intenzioni che scatenò la mia amara delusione solo in parte rimarginata dalle loro scuse, lettere, dimostrazioni di pentimento. In breve: molti di loro possedevano una copia della chiave della loro aula (che la scuola aveva ufficialmente consegnato per risparmiare un estenuante lavoro di apri/chiudi ai bidelli. Terminati gli esami rientrarono di nascosto nell’aula e scrissero alla lavagna (e in parte sui muri) frasi vendicative di insulti e sfottò ad alcuni dei professori. “Niente di che” si giustificarono quegli incoscienti “cose che sapevamo tutti!” Però nell’aula violata c’era ancora l’armadio con alcuni documenti dell’esame. Non i principali. I ragazzi non manomisero né gli armadi né altro; però avevano commesso una clamorosa, e come al solito vistosa, infrazione che diede la possibilità ai miei colleghi di ghignare su di me e la fiducia riposta in loro. Ahimè. Il fatto è che la scuola modifica, educa e può migliorare un ragazzo, ma la vera trasformazione dell’individuo accade quando è lui stesso che decide di assumere un’identità nuova,
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evoluta e perfettamente educata e civile. A diciott’anni non si è ancora adulti; non lo dico per giustificarli, ma per contestare le trionfanti illusioni di quanti vogliono i diciottenni maturi, consapevoli, autonomi in tutto allo scopo di sollevare gli adulti, e specialmente i genitori, dalle fatiche dell’educazione. E’ naturale che dei diciottenni debbano essere considerati adulti e chiamati severamente alle loro responsabilità: la legge li considera cittadini attivi e responsabili, ma io credo che l’azione di confronto (non più di guida) degli adulti sia ancora necessaria. Tanto che io stessa, che avevo concluso il triennio e li avevo “maturati” all’esame, dovetti ancora intervenire (e lo feci con grande fermezza e intransigenza) contro le loro incoscienti intemperanze. Fu dunque, quello, un dopo-esami da trauma e lo racconto in terza persona, perché ancora non mi è passata. Il dopo esami di Profi Il ronzio stridulo del telefono la scosse ma cercò di ignorarlo. Non le andava, non voleva proprio rispondere e cercava di ignorare quel del telefono che friniva soffocati stridii di imprecisabile provenienza. Gli esami di stato erano finiti da meno di ventiquattrore e le sembravano giustamente conclusi e accantonati. La scuola è un organismo lento e arcaico da bradipo, pensava, possiede la felice proprietà di archiviare inesorabilmente il presente e di esorcizzare il futuro settembre come un’era geologica a venire minacciata da spiritate cassandre, ma cui si può fare a meno di pensare. "Gli esami sono finiti e i colleghi sono lontani dalla mia stanza/ e tutti gli alunni ce l'hanno fatta a passare l'esami/ adesso mi posso riposare/ e lasciare da parte i problemi / ... e dormire fino a domani..." canterellava sottovoce storpiando senza pietà la canzone di Venditti che i suoi ragazzi avevano scelto come inno di fine anno. Questi erano i pensieri in libertà di Profi, immersa nella modalità di ricreazione personale e meritata. Quando andrò in pensione, si diceva, non sentirò tanto la nostalgia dell'inizio dell'anno scolastico quanto, semmai, dell'ultimo giorno di
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scuola che mi dà sempre, la stessa sensazione di fuga felice, come quando ancora andavo alle elementari. Era tranquilla e, sperando di non essere udita, continuava ad accennare altre più vecchie canzoni ".. non cambiare, stessa spiaggia stesso mare... je vois la vie en rose, il est entré dans mon cœur, une part de bonheur..." salticchiando dall'una all'altra senza nessun nesso "... quando vien la sera...! love love me do ... il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me". La giornata era calda e invadeva tutti i pori della pelle; la luce bianca entrava dalla finestra e lei guardava il cielo; quasi si aspettava di veder ronzare uno di quegli scoppiettanti aeroplanini ad elica che solcavano il cielo della Romagna e che, bambina, vedeva rombare sulla spiaggia del mare Adriatico con lo striscione pubblicitario AMBRA SOLARE o CAMPARI SODA lasciando una scia di fumo e una pioggia di volantini pubblicitari : "Questa sera gran gala al Dancing Verde Luna, spettacolo con ballo!" Profi si adagiava dunque nei ricordi, nelle ferie e nel suo mondo privato. In realtà, al momento, la sua casa non era particolarmente conveniente all'intimità domestica, visto che vi scorazzavano da vari giorni gli elettricisti, i muratori nonché un paio di energumeni, senza precisa qualifica, che sembravano sbarcati dal Caine e davano continuamente ordini: "Me serve ‘na scala più corta", "Ma non c’è l'ha un avvitatore? a questo se so' esaurite le pile", "… Signora! la chiave della cantina: subito però!","! Qui stacco tutto: smorzate i computer. Adesso levo l’antenna della televisione e tra dieci minuti isoliamo er telefono", "E st’armadio? Qui m’empiccia! ‘o dovete spostà." Per di più gli invasori sciamavano invadendo tutti gli spazi, compreso il bagno che era riservato ai loro abiti, le scarpe e gli attrezzi. Sul letto, nonostante un patetico tentativo di protezione con un telo di plastica, planavano quotidiane dosi di farinosi calcinacci; il frigorifero era stato sloggiatodalla cucina e parcheggiato dietro al tavolo del soggiorno, insieme alla lavastoviglie e le sedie di casa prendevano aria buona sul balcone.
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Profi sopportava il disagio dei lavori indispensabili alla sua casa, un’abitazione un po’ vecchiotta e da rinnovare, ma che lei considerava la tana migliore che avesse avuto. Un po’ di pazienza ancora per qualche giorno, si diceva, e alla fine tutto si sistemerà. Decise che quello che continuava a suonare era probabilmente il cellulare di uno dei muratori e con un libro in mano, rincantucciata nella vecchia sedia a sdraio scovata in ripostiglio e spostata in angolo provvisoriamente disponibile, ripeteva a se stessa cantilene di formule rassicuranti. "Eccomi a casa, e non a fare esami in aula afosa e poco pulita, in ostaggio dei colleghi, costretta a discutere su tutto, a sopportare le solite spiritosaggini sfiancanti, a subire critiche indirette e frecciatine maligne; a casa mia, e non a sudare seduta di sghembo su una di quella specie di sedie ondeggianti con le gambette metalliche tutte storte e il sedile di compensato scheggiato che si aggrappa ai sottili abiti estivi (vestimenti leggieri…freschi pensieri)." Nel soggiorno, traumatizzato dall’invasione, le poltrone erano affastellate sottosopra sul divano e di là gemevano rassegnate formando una sorta di intreccio purgatoriale su cui era stato ammucchiato di tutto: i quadri, i fustini dei detersivi, gli attrezzi di cucina, gli ombrelli e altri oggetti che impicciavano. Le sue care ceramiche erano state sfrattate senza un perché, e collocate in bilico sul televisore, un recente sony stereofonico con ricevitore satellitare acquistato a rate grazie ad una lacerazione non proprio indolore per la carta di credito. "Non devo fare la difficile," si diceva lei; "...questi sono giovanotti che sudano, lavorano e hanno bisogno di spazio per procedere più velocemente. Chiederò al portiere di scusarmi con i vicini nevrotizzati dal ringhiare dei trapani elettrici che imperversavano sbrindellando la loro quiete signorile di impiegati di banca in pensione."

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Non sarebbe stato facile, ma comunque meno arduo che convincere il collega di Elettronica, Magliapesante, a non sbraitarle nelle orecchie investendola di umidi afrori. D'altronde, anche se un po’ formali e impettiti, i condomini erano soltanto compiti cittadini e regolari esseri umani, e non entità diffidenti e minacciose come la collega di Informatica Sonaglini, allestita in frusciante di chiffon sintetico fosforescente, e decisa a ribattere, ritorcere puntualizzare, svellere e sbriciolare ogni umana forma di possibile dialogo. Certamente tutto il palazzo avrebbe sospirato di giustificato sollievo quando gli eterogenei mobili di Profi, ora parcheggiati sul pianerottolo con un effetto davvero imperdibile: tra pop art, Duchamp e mercatino dell'usato, fossero tornati a cuccia dentro casa. Le sembrava che lo squillo insistesse a interrompere i suoi pensieri: “! non risponde? Guardi che 'o devo stacca'; ma che fa, signora? Non ce sente?”. "Non mi va di rispondere.. ma dovrei farlo, ecco ora mi alzo e vado..." pensò rassegnata, ma rallentando i movimenti nella speranza che smettesse da solo. Svogliatamente mosse solo un braccio e prese il telefono: “Pronto….” “Professoressa è lei? Le passo il Preside” annunciava la voce inquietante di Valentina, che di solito le dava del tu chiamandola sbrigativamente solo per cognome. “E...? No, guarda Valentina, non me lo passare proprio sono in ferie! e poi perché?” “Glielo passo professoressa… attenda in linea!” "Mmm… " pensò tra sé, "e ora che vuole questo"; però si comportò come se stesse rispondendo a una telefonata attesa e gradita e ascoltò la voce stridula: “Professoressa!” “Salve Preside! Come sta?”, rispose tentando una tonalità di garrulo cinguettio frizzantino. “Che succede di nuovo? Ci siamo salutati solo ieri! Non me lo dica, lasci che indovini: ci siamo dimenticati la solita firmetta sull'incarto sigillato del plico degli esami…”
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“Professoressa!” il tono era metallico e perentorio “Deve venire subito qui.” “Via Preside, sta scherzando vero?” “Professoressa!” (e dai!) “Ho davanti a me il Presidente di Commissione” “E..?” “Professoressa, ascolti bene “Stanotte qualcuno ha forzato l’Aula della Commissione e compiuto atti di vandalismo. L’armadio degli Atti non risulta aperto, ma i muri sono stati imbrattati da disegni osceni e scritte con insulti ai professori; sono stati sicuramente i Suoi Alunni! Lei, che è di lettere, ne riconoscerà le grafie, altrimenti il Presidente chiederà una perizia calligrafica…” L’atteggiamento vacanziero ed ottimistico che Profi si era concessa, subì una scossa violenta e definitiva. Le mancò il respiro, e si sentì come se le fossero caduti addosso, tutti insieme, i 5346 litri di liquido che uno dei canadair, in quel luglio arroventato in azione sui litorali infestati dagli incendiari, è agevolmente in grado di rovesciare in 12 secondi. Annaspava, cercando di immettere dell’aria dove più era utile per il suo svuotato organismo, ma il DS proseguiva inesorabile: “Professoressa! Ha capito? Il Presidente, vuole chiamare i Carabinieri; è una cosa seria.” Profi farfugliò in apnea ingarbugliate sillabe dislessiche , “ma, ma, ma ...” La voce sempre più alta incalzava: "Lei sa come me, professoressa, non è vero, certo che lo sa, quanto sono importanti gli Atti degli Esami di Stato e quanto sia stato grave entrare nell'Aula in cui sono custoditi. Il Presidente intende annullare gli esami" La sensazione che qualcosa stesse cadendole addosso travolgendola e strappandola via non si allentava e in realtà già tutto le stava sfuggendo: non sentiva più la cornetta del telefono tra le dita inerti, il labbro inferiore cadeva in giù verso il mento, le spalle si appoggiavano alla parete devastata dalle nuove tracce per i cavi elettrici; Profi percepiva di scivolare tutta in giù, con la schiena slittante lungo il muro, mentre lasciava una scia sulla polvere recente. Si trovò seduta per terra (e dove sennò, le sedie erano in villeggiatura sul balcone), le gambe flesse, sui calcinacci e i cavi elettrici, con i muratori
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che in un continuo andirivieni passavano, tra aromi agliacei e d’altro tipo, scavalcandola: "a signò, già sta casa è un macello co’ tutti sti impicci e sti libri, noi stamo a lavorà, ma se lei nun se scanza…" Si passò lentamente una mano tra i capelli, ritti in capo, avvertendoli come induriti (angoscia? polvere?) e fu assalita da altre percezioni che la incalzavano contemporaneamente. Gli ultimi mesi di scuola, come un caleidoscopio di fotogrammi impazziti, le passarono davanti mentre tentava di formare frasi di risposta al Preside, che le parevano però insufficienti. La prima reazione fu, infatti, stata di totale rifiuto ed incredulità. Era convinta che fosse un incubo e che presto sarebbe finito. Freneticamente accumulava pensieri dentro di sé: "Ma cosa sta dicendo il DS? E' come un crudele video-gioco-quiz... devo rispondere Vero/Falso I miei alunni…No, non può essere, non è vero, dunque è tutto falso. - Mi stanno raccontando una balla, non possono essere stati loro, dunque è falso - Ho fatto molto per questi ragazzi e loro sono tanto cambiati e dunque è falso - Mi vogliono bene, sanno quanto mi dispiacerebbe se facessero una cosa così e quindi non c’e niente di vero. Falso, falso , falso..." Profi si dispose dunque a negare comunque. Inoltre, pur stordita dello shock, era indignata per quel modo di apostrofarla: “… i Suoi alunni…”, usato, come al solito, per marcare solo le critiche non soltanto dal Dirigente, ma anche da colleghi e bidelli, e che in automatico la faceva passare, senza nessuna esitazione, dalla loro parte. Mentre pensava ad una via di uscita, Profi cercava di reagire il più velocemente possibile. Ora mi sveglio ed è tutto finito, pensava. Strappata dalla modalità inerte in cui si era finalmente adagiata come in un porto sicuro, si sentiva nuovamente assediata da un’ansia violenta da cui, solo pochi istanti prima, era certa di essersi messa in salvo. Tentava di riorganizzare i suoi pensieri per ritrovare se stessa, ma la marea ostile incombeva soffocandola, come una vortice polveroso e asfissiante.
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Si affannava a riordinare in fretta i pensieri in una lotta quasi fisica affrontando un confronto di logiche opposte. Certo di averla colpita, il Preside dava per scontata la sua sottomissione e lei, intuendolo, cercava di guadagnare un po' di tempo per ragionare, e nel frattempo la voce al telefono proseguiva, parlava, ordinava, ma per il momento sembrava non aspettasse risposta. Profi insegnava lettere in un triennio superiore; prendeva le classi in terza e le seguiva fino all'esame di maturità. Si rendeva solo ora conto che, senza ammetterlo, aveva atteso, per tre anni, il momento in cui, concluso il suo lavoro, avrebbe potuto tagliare il legame, stabilito all’inizio per stringente senso del dovere, ma poi coltivato con curiosità, interesse e partecipazione crescenti, con quei suoi studenti. Vi si era dedicata, sospesa tra sfida e caparbietà, fino a provare una sorta di senso di colpa nei confronti dei colleghi, e di tutti quelli che continuavano a chiamarli sfaticati, arroganti, teppisti o anche peggio ed imputavano lei di complicità trasgressiva. Era stata presuntuosa? Qualcuno lo aveva insinuato: chi si credeva di essere per pensare di riuscire a modificare ad educare quella sorta di scialuppa d’appestati? Tagliare, potare e bocciare… la sola ricetta per sopravvivere affermavano i portatori di sane certezze pedagogiche.. Invece lei aveva analizzato la situazione con la pazienza cocciuta di una merlettaia di tombolo: i fili, i fuselli gli intrecci, il disegno complesso da realizzare era là, si poteva vedere in controluce; tutti gli altri avrebbero potuto vederlo solo avessero cercato; come aveva cercato lei. Sorretta da una congenita allergia per gli schematismi e da un essenziale e ostinato senso pedagogico si era persuasa che l’insofferenza verso le regole, l’incoerenza, la brutalità dei comportamenti, le provocazioni ossessive di quella classe fossero in realtà una specie di spessa crosta, complessa e stratificata; un abito per mostrarsi o apparire; un modo di venire alla luce senza confessarsi troppo; ma che sotto ci fosse dell’altro e non necessariamente di meglio. E infatti c’era altro: problemi e disagi, diffidenza e degrado, ma anche intelligenza, sentimenti e creatività che molti non avevano voluto vedere. Riviveva un film vorticoso che la trascinava in fuga verso il passato: facce, suoni, situazioni, luci, odori istantaneamente affastellati; e, minuto
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per minuto, le lunghe ore di lezione; in particolare i giorni in cui aveva deciso di sintonizzarsi su loro per iniziare una lunga partita senza barare, anche soltanto per attrarli ad un dialogo onesto con lei. Flash dei consigli di classe (professoressa solo lei ci ha difeso!) in cui Sonaglini e La Guardia l'accusavano di paternalismo, di lassismo, in cui perfino il collega Trotta, di Educazione Fisica, affermava che non c'erano voti abbastanza bassi per loro, e il collega filosofico, Animamia, la raggelava, sprezzante verso i suoi tentativi di analisi. E ancora, il sarcasmo dei bidelli arroganti solo con lei: "Professoressa venga a vede’ come hanno ridotto l'aula, è un porcile, 'no schifo, gliela faccia puli’ a loro, noi non lo facciamo". "Il corso A telematico? quelli non ce provate proprio a mandarli ar piano mio... nun li vojo manco vede." Per non parlare dei colleghi : "Ma come mai la tua classe si comporta così? Hanno problemi?" Dimostrare che con loro si poteva far scuola era stata la sua sfida; una sfida che pensava di aver sostenuto forse per spirito di contraddizione, ma anche con serietà e slancio e senza compromessi. Non le importava di aver vinto quella sfida (e contro chi, poi, avrebbe vinto?); al contrario le importava spasmodicamente d'essere riuscita a stabilire attenzione e comunicazione, interesse e fiducia reciproci. Quella connessione era stata la chiave di volta. Erano ancora una terza, quando aveva definitivamente deciso che quella sarebbe stata davvero la sua classe sua e per sempre. Tre anni prima, infatti, il mercoledì precedente l'inizio delle vacanze di Pasqua, presa da un'irrazionale impulso, Profi aveva comprato un grande uovo di cioccolato. L'aveva portato in classe, nascosto nella sua solita informe cartella e aveva annunciato: "Ho una cosa per voi, ve la darò alla fine della lezione se vi comportate bene". Avevano accettato il gioco; la seduzione del gioco era un meccanismo infallibile con loro. Pochi minuti prima del suono della campanella tutti stavano ancora seduti nei banchi e lei aveva aperto piano la borsa. L'incarto metallizzato e lucido dell'uovo aveva crepitato e subito Daniele, che aveva intuito, strillava: "A regà, nun ce posso crede! ci ha portato l'uovo di Pasqua!"
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Urla selvagge si erano sfrenate: Profi non le aveva ascoltate, ma aveva guardato dentro ai loro occhi: accesi, raggianti, da ragazzini... poi il sempre affamato Adriano era volato per primo verso la cattedra con la mano protesa, l'aveva sbattuta, violento, frantumando la cioccolata ne aveva preso il pezzo più grande ficcandoselo tutto in bocca; in due secondi non c'era nemmeno più il profumo di cacao nell'aria. Ma tutti sorridevano, compresa lei, perché Riccardino (soprannominato tongola, roncola, pingola, tingola, frangola e vongola) aveva protestato: "Non ne avete lasciato neanche un po' alla Profi !" e gli altri si erano, un pochino, imbarazzati tanto che qualche mano si era aperta offrendole le briciole quasi sciolte. Sì, quella volta Profi, rinunciando a capirsi, aveva sentito il suo cuore frullare contento. Eppure, già molto prima di entrare in quella così particolare classe, era consapevole che con i ragazzi, e con gli studenti in particolare, non si va a stabilire un legame senza tempo. L’attrattiva e il fascino del suo lavoro, nel quale lei nascondeva la sua antica vocazione ad incidere l’indifferenza e scalfire l’ignoranza, erano proprio l’instabilità, le scadenze che arrivano troppo presto o troppo tardi, la consapevolezza di dover ottenere risultati complessi, ma con margini definiti. Tutto questo lavorando senza rete e senza trucchi, altrimenti non ci sarebbe stato, per lei, altro che la frustrazione del rinnegare se stessa. Dunque proprio in quel groviglio, quasi inestricabile, di adolescenti barbari e strafottenti, indifferenti ed emotivi, Profi aveva creduto di riconoscere una realtà emblematica, anche se selvaggia, che l’aveva irretita: "se riesco con loro", aveva spericolatamente pensato, "anche tutto il prima e tutto il dopo avranno un significato. Se riconoscono il mio ruolo e il mio interesse sincero per la loro crescita, avrò raggiunto il mio risultato" E loro l’avevano riconosciuta. Era stato tuttavia essenziale che nel patto instaurato con i ragazzi, fossero chiari quei confini e quelle scadenze; e imprescindibile che l’insegnamento non potesse durare più a lungo per non degenerare nell’inutile fallimentare fatica di un'insalata di vani tentativi e sentimenti stonati.
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Profi credeva profondamente che il passaggio dei ragazzi nella scuola abbia un senso proprio in quanto movimento verso il mondo. Aveva perciò lavorato, ma nello stesso tempo atteso e desiderato il momento in cui sarebbe stato possibile e naturale non soltanto troncare quel legame per separarsene con sollievo, quanto alleggerirlo dalle responsabilità didattiche e lasciare che, concluse quelle, si trasformasse, per chi tra i suoi ragazzi l’avesse spontaneamente voluto, in qualcosa di diverso: senso di liberazione, nostalgia, voglia di crescere, emancipazione o miscuglio di sentimenti liberamente associati. Ed era sicura che lei se ne sarebbe arricchita: in fantasia e leggerezza, ironia e gratificazione. Invece quella mattina, nel caos della sua casa sottosopra, la voce nella cornetta sempre strepitante, si sentì investita da un’aggressione inaspettata e ingiusta e trovò priva di senso e di logica l'imposizione del processo sommario decisa dal Preside: è successo, so chi è stato, lei deve intervenire. Profi individuava in sé due stati d’animo prevalenti che, intrecciati tra loro, assorbivano le sue capacità di reazione. Il primo era il fastidio. Il secondo era il rifiuto. Fastidio per l’approssimazione, l’inadeguatezza, la presunzione con cui i due dirigenti in causa, Preside e Presidente, stavano gestendo l'accaduto. Durante gli esami, ad esempio, chiunque avrebbe potuto notare che alle Commissioni erano state consegnate le chiavi delle aule senza cambiarne le serrature. Era stata una leggerezza che le aveva dato da pensare. Come ogni anno, all'inizio delle lezioni, a ciascuna classe erano state assegnate due copie delle chiavi dell'aula in modo da poterla chiudere, senza scomodare i bidelli, e non lasciare oggetti, cellulari o denaro incustoditi quando i ragazzi fossero andati nei laboratori o nelle palestre. Ovviamente le due copie di chiavi potevano esser diventate quattro, sei o anche di più per evitare di rimanere senza le chiavi se i responsabili della classe si fossero assentati; perciò anche se le due chiavi iniziali erano certamente state restituite, esistevano altre copie di proprietà non più identificabile. E nessuno se ne era curato.
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Ma lei sentiva anche un rifiuto istintivo, della lacerazione che il fatto denunciato, avrebbe causato nel consolidato agglomerato di sentimenti ed esperienze che pensava di aver stabilito con i ragazzi. Un rifiuto, totale, sordo, categorico. Invece di reagire, replicando, alle affermazioni univoche che provenivano dal telefono (ma perché, poi, dopo aver praticamente impedito qualsiasi attività in casa, gli elettricisti avevano lasciato in funzione proprio il telefono e non lo avevano isolato subito quella mattina?) tentava di interpretare la realtà da altri punti di vista e di trovarne le altre possibili spiegazioni. Silenziosamente, si dava una serie di prescrizioni: "Stai sognando; concentrati sul presente, non divagare, risolvi questa situazione, devi uscirne; ma allo stesso tempo, demoralizzata e sempre più frenetica pensava cose senza senso: sono iniziate le vacanze, dovrò pulire quando gli elettricisti se ne andranno; questa è solo una telefonata e quando attaccherò sarà tutto finito; ma che vuole da me questo Presidente che fino a ieri nemmeno mi salutava?" E nella contorta ramificazione emotiva generata dalla faccenda in atto, sentiva introdursi nel suo animo un'ulteriore afflizione, perché sulla gerarchia tra esseri umani in generale, sui Dirigenti scolastici in senso lato, e sui Presidenti di Commissione in particolare, l’anima democratica di Profi aveva le sue belle perplessità da risolvere. Probabilmente non era quello il momento di affrontare una questione da massimi sistemi, tuttavia la sua impaziente voglia di giustizia non riusciva a sottrarsi alla questione particolare. Chi, come, perché, con quali titoli e preparazione si è nominati Presidente, carica peraltro da sempre piuttosto ambita e richiesta. Con i precedenti ordinamenti degli Esami di Maturità lei stessa, senza rimpianti o rimorsi, aveva accettato più volte la nomina a Presidente. In quelle occasioni si era preparata e aveva studiato la normativa fino a saperla a memoria e risolto, così riteneva, quello che c’era da risolvere. Se qualcosa le era sfuggito era però certa di evitato di snaturare un incarico serio e di averlo svolto con attenzione ed equilibrio e non con impersonale freddezza burocratica.
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Invece il Presidente nominato nella sua scuola si era dimostrato un rigido esecutore di formalità, non aveva seguito né ascoltato nemmeno un esame, aveva ratificato i risultati impugnando la calcolatrice e distribuito schemi di verbali fotocopiati; insomma uno spento, ma puntiglioso travet professore di Educazione Fisica e nominato alla Dirigenza degli Esami di Stato. Nell’alienazione provocata dalla telefonata che stava ascoltando, pur abbattuta dallo sdoppiamento e triplicamento delle sue reazioni in apnea cerebrale, Profi non riusciva a far tacere il suo personale eccepire. Assediata dal vorticare di polvere, da calcinacci e oggetti fuori posto, da odori di presenze invadenti e da fili elettrici che schioccavano, da trapani incessanti che percuotevano e foravano, lei si appigliava faticosamente alle sue logiche sbrindellate dall'incertezza. Reimpostava la mente e finalmente decise: se come affermavano Preside e Presidente, qualcuno si era davvero introdotto a scuola aprendo la porta dell'aula della Terza Commissione, che doveva essere chiusa e sigillata, nonché custodita con la dovuta attenzione allora c’erano ovviamente dei colpevoli che avevano commesso il fatto; ma senza dubbio c’era anche chi non aveva prestato sufficiente attenzione e scrupolo al suo lavoro, chi non aveva dato disposizioni adeguate al personale, chi si era comportato con leggerezza mostrandosi sottodimensionato rispetto all’incarico assunto. E il Presidente non poteva permettersi di cavarsela scaricando accuse su altri, invocando Polizia e Carabinieri, né tanto meno di chiamando Ispezioni o millantando che avrebbe annullato gli esami, come stava divertendosi a minacciare. Avrebbe dovuto invece prendersi una generosa dose di Valium, o di un'altra benzodiazepina a sua scelta, e cominciare a pensare nell’ordine a: dove aveva sbagliato, far meno chiasso possibile, rimediare e risolvere i suoi errori. Troncare e sopire. Si doveva trattare solo di un equivoco. Ed avrebbero fatto il loro bene a persuadendosene anche i dirigenti responsabili: Preside e Presidente Se invece avesse subito le istruzioni dei due incapaci dirigenti avrebbe dovuto affrontare la folla dei tanti episodi, piccoli o no, che tornavano verso di lei e nessuno dei quali era disposta a smentire né a cedere né a
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dimenticare strappandoseli dal cuore, in cambio di una esordiente estraneità, di un atto di mediazione o di un compromesso. Ecco farò proprio così, concluse finalmente Profi; risponderò, come sempre, quello che penso. Sarò cortese, ma formale e dirò: “Non vengo Preside, e anche volendo non potrei allontanarmi da casa." L'ordine perentorio arrivò, ma le fu dato in forma di domanda: “Dunque che fa Professoressa? Non viene?” Felice di avere elaborato una risposta disubbidiente, ma credibile lei replicò: “Non vengo Preside, e anche volendo non potrei allontanarmi da casa su due piedi; ho gli operai in casa ed, essendo iniziate le mie ferie, non ho dato la mia disponibilità ad essere presente a scuola.” "Gli esami sono finiti e i colleghi sono lontani dalla mia stanza/ e tutti gli alunni ce l'hanno fatta a passare l'esami/ adesso mi posso riposare/ e lasciare da parte i problemi/ ... e dormire fino a domani../. Ma come fanno i professori di Educazione Fisica con la camicia a quadrettini a diventare Presidenti..." Colse voci che sbraitava in romano-rumeno: "Hai capito? sta casa è una caciara: marito escito, fija nun sta qui mai, e questa abbioccata..."."Statte zitto mo' ce parlo io: A signo' ma che dorme?! facci quarcosa! Che je prende? rispondo io?" Profi cercava di aprire gli occhi e di rispondere, alla fine tirò fuori un po' di voce, alla meglio, e: "No, no, non serve. Anzi lo stacchi, lo stacchi pure quel telefono, non aspetto nessuna chiamata...proprio ... nessuna". E sbadigliò sollevata.No, proprio non voleva, non le andava per niente di rispondere al telefono... le vacanze erano iniziate, e non si poteva mai sapere...

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11 CONGEDO Poi tutto finì, com’era cominciato e cominciarono le vere vacanze. A Settembre ci fu perfino la cerimonia della consegna dei diplomi dove io lessi, tra incredibili applausi e festeggiamenti questo breve discorso di commiato, scritto per l’occasione; e fu finalmente tutto CONCLUSO…

Se ci fosse stata giustizia a questo mondo la ex quinta A Telematico non avrebbe mai dovuto esistere. E non incolpiamo madre natura; lei li ha solamente fatti nascere, ma non li ha assemblati insieme radunandoli nel più imprevedibile e dissennato composè di infiorescenze di cardi e cicorie che una qualche coincidenza ha messo insieme. La ex (e Dio sia sempre lodato per quell'ex) quinta A Telematico, iscritta in terza nell'A.S. 2001-2002, si è definitivamente congedata da noi il 7 luglio 2004 mentre le cicale cantavano un indifferente ed imperterrito geghe-geghe-geghe-gè sui pini del cortile assolato, le zanzare tigre planavano fameliche sulle caviglie della professoressa Guazzugli, la soave professoressa di Economia tentava di addolcire le tensioni inespresse nutrendo la commissione di cioccolatine e latte di mandorle e la professoressa di Informatica faceva tintinnare i suoi braccialetti d'oro chiudendo il pacco degli atti dei lavori della Commissione scritti con ogni cura possibile dal professore di Elettronica. Si dice che i lanzichenecchi, scesi a Roma al seguito delle truppe di Carlo V, l’abbiano messa a sacco ed offesa imbrattando i muri delle chiese e facendo fuggire il Santo Pontefice; non è il caso di esagerare, i nostri ex della quinta A non sono arrivati a violare dei luoghi sacri e noi
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insegnanti nemmeno nella nostra più sfrenata presunzione pedagogica, di professori di medio o di lungo corso, siamo stati sfiorati da ambizioni di sacralità. E tuttavia i nostri ex alunni hanno alterato, forse per sempre, qualche nostro equilibrio psicofisico, impegnato le nostre coronarie più di una discesa in deltaplano e se ne sono andati lasciando rovine e calcinacci fumanti, ma anche un certo sollievo nell’animo nostro. In fondo in fondo si erano probabilmente affezionati ad una scuola che ha cercato sempre di dialogare e farli crescere. Speriamo che abbiano finito di nuocere, ma sappiamo che, per quanto ci riguarda, noi non ci consumiamo dalla voglia di ripetere l’esperienza Tuttavia crediamo che continueranno a volerci bene.

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CONCLUSIONE Ecco. Questa è ed è stata la mia scuola tra passato e presente, tra ricordi e cronaca e le parole sono finite. Senza rimorsi né pensieri concludo pubblicando un documento autentico; la prova dell’apoteosi del ruspantismo in sé e per sé (nato sotto il segno del Minotauro) : trattasi di una nota scolastica documentata con il mio cellulare. Una perla nera, comparsa sul registro di classe e vergata dalla rabbiosa grafia di un furioso ed indifendibile protagonista assoluto della neodidattica faidatè approdata e consolidatasi impunemente nell’istituzione ex-pubblica-istruzione. La prima parte della nota l'ha scritta il suddetto furioso, la seconda la mia mano: impertinente ed esasperata. Il registro è rimasto per molti mesi al suo posto e a disposizione delle autorità scolastiche, ma senza reazioni. Hic manebimus. Optime?

LEGGASI "alle 11, 06 invitati ad entrare in classe, perdura il clamore nel corridoio" "Alle 11,07 ho premuto il grilletto (per la disperazione)!"

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Notte docente Nella notte luminosa una Profi non riposa, pesta i tasti e va scrivendo dell'infausto avvenimento .ma anche quando vuol smentire è un po' vero quel suo dire. Ai superbi dirigenti preferisce i suoi studenti! *** Fine ***

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PENSIERI DIVERSI, IN VERSI ai miei ragazzi, miei studenti

La classe, un insieme difforme di giovani assorti o distratti per loro parole e richiami: pensieri per tutti e qualcuno. Tenace la mia convinzione, tenaci anche errori e difetti, che al cuore si parla, e la mente lo segue con tempi diversi. La classe: un disordine caldo, un lungo ronzio frastornato, l’impulso frequente e distratto l’attento pensiero incrociato. Eppure la vita è tra loro la vita: e con essa l’agguato del tempo; e da nere sorprese la scuola non v'ha esonerato. Ma mentre parlavo e leggevo quel mondo sembrava lontano e i dubbi e quell’ansia il lavoro svolgevo ascoltandovi piano. Ciascuno una strada e un ricordo del male o del bene donato: tra pagine scritte e pensieri quel tempo lontano è tornato. Maria Serena Peterlin

I miei Lucignoli

Maria Serena Peterlin

Autori del Praticomondo di www.praticomondo.net

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