Valerio Evangelisti Giuseppe Genna Wu Ming 1 e altri

Il caso Battisti
L’emergenza infinita e i fantasmi del passato
A cura della redazione di Carmilla

NdA Press ha deciso di pubblicare questo libro, che non tratta soltanto della vicenda specifica di Battisti, a dispetto del clima ostile creatosi in Italia da un mese a questa parte, per due ragioni principali. Uno, riteniamo importante dare spazio a un diritto di critica e a un’altra versione dei fatti. Le ragioni di una, a suo modo inusuale ed eccezionale, mobilitazione che ha coinvolto importanti intellettuali, scrittori, docenti universitari, editori e politici di valenza europea sono state “stravolte” da quasi tutti i media, quando non addirittura ignorate come nel caso della mobilitazione italiana. Riteniamo questo fondamentale principio imprescindibile in una società a democrazia avanzata come la nostra, tanto più in casi come questi dove il principale imputato non è più nelle condizioni di difendersi e quando parla con i media, spesso lo fa male. Due, crediamo che non sia compito di editori, scrittori e giornalisti stabilire o meno l’innocenza di Cesare Battisti, non intendiamo assolutamente inoltrarci in questo campo, ma altrettanto riteniamo che l’attenzione suscitata dal suo arresto a Parigi, possa essere l’occasione per fare chiarezza su un periodo irripetibile della nostra storia che tutta la società italiana deve conoscere per evitare di lasciarlo sospeso in un oblio (fatto di uomini e donne, nonché di memoria) a uso e consumo di una delle parti che ne è stata protagonista. Speriamo che il nostro lavoro non esasperi l’emotività suscitata dalle vicende ascritte a Battisti, ma che si iscriva in un dibattito pacato e necessario per chiudere definitivamente quel periodo sia dal punto di vista storico che politico. NdA Press, 21.3.2004

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CHI È CESARE BATTISTI Cesare Battisti nasce a Sermoneta (Latina) nel 1954. Inizia il liceo classico nell’anno 1968, ma abbandona gli studi nel 1971 trascinato via dal conflitto sociale diffuso. Nella galassia giovanile dedita agli “espropri proletari”, Battisti si muove in un territorio di confine tra lotta politica e banditismo metropolitano. Dopo le prime schermaglie con la giustizia nel 1976 arriva a Milano dove si riunisce ad alcuni amici. Da quel raggruppamento nascono i Proletari Armati per il Comunismo (PAC), uno dei tanti gruppi clandestini dell’epoca, a cui sono attribuiti alcuni omicidi e diverse rapine. Nel 1979 viene arrestato nell’ambito di una vasta operazione anti-terrorismo. Mentre sono in corso istruttorie basate principalmente sulle deposizioni di “pentiti”, Battisti è detenuto nel carcere speciale di Frosinone. Il 4 ottobre 1981 è protagonista di una spettacolare evasione. Raggiunge la Francia e poi il Messico. Due anni dopo è tra i fondatori della rivista culturale “Via Libre”. Nel frattempo, gli arriva notizia che è stato ritenuto responsabile di tutti i reati attribuiti ai PAC, e di conseguenza condannato all’ergastolo in contumacia. Nel 1990 decide di tornare in Francia, a Parigi, dove entra in contatto con la vasta comunità degli esuli italiani, accolti grazie alla celebre “Dottrina Mitterrand”. Poco dopo viene arrestato in seguito a domanda d’estradizione del governo italiano, ma la Chambre d’accusation di Parigi lo dichiara non estradabile. Battisti ottiene il permesso di soggiorno e scrive il suo primo romanzo, Travestito da uomo, pubblicato da Gallimard nel 1993. Negli anni successivi continua a scrivere e pubblicare (è autore di dodici libri), diventa padre di due figlie e lavora come portinaio dello stabile in cui risiede. Il 10 febbraio 2004 viene di nuovo arrestato, in seguito a un accordo informale tra il ministro della giustizia Castelli e il suo omologo francese Perben, e nonostante il parere già espresso dai magistrati d’Oltralpe nel 1991. Comincia una grande mobilitazione contro l’estradizione. Dopo venti giorni Battisti ottiene la libertà provvisoria, il tribunale comunicherà la sua decisione il 7 aprile 2004. Nel momento in cui questo libro va in stampa, la spada di Damocle è ancora sospesa sul capo dello “scrittore ex-terrorista”.

“Nego totalmente i fatti specifici di cui mi si accusa e per i quali mi hanno condannato. Me ne assumo la responsabilità collettiva, come dovrebbe fare ogni uomo degno di questo nome implicato in un dramma sociale di portata così vasta. Posso forse giudicare me stesso sventato, a quell’epoca, ma questo non mi dà il diritto di dimenticare il contesto politico e sociale che alimentò la mia sventatezza.” Cesare Battisti

INDICE

Premessa 1. L’arresto, la mobilitazione, i primi appelli 2. Il caso Battisti. La riflessione 3. Il quadro storico 4. Appendici Bibliografia essenziale

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PREMESSA

“Non posso nascondere la mia amarezza vedendo riemergere certe accuse alla magistratura italiana che, come disse allora Pertini, tanto contribuì a fermare il terrorismo, rispettando la Costituzione e le regole del processo.” Armando Spataro, La Repubblica, 8 marzo 2004 “Di fronte ad una situazione d’emergenza [...] Parlamento e Governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il preciso ed indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita legislazione d’emergenza.” Sentenza 15/1982 della Corte Costituzionale.

Dopo la messa in libertà vigilata di Cesare Battisti, in quel di Parigi, i media italiani si sono scatenati, rovesciando sull’opinione pubblica tutto il metallo fuso per anni negli altiforni del rancore, della vendetta, dell’ossessione securitaria. È impossibile fare un resoconto di tutte le distorsioni e le falsità scritte e trasmesse nell’ultima settimana. Non c’è articolo, per quanto breve, che non ne contenga decine. Persino i dettagli apparentemente insignificanti sono sbagliati. Episodi e personaggi che nulla c’entrano col caso in oggetto vengono gettati nel calderone per intorbidire la brodazza, scatenare il panico morale, impedire a ogni costo l’uso della ragione.
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Un killeraggio mediatico come non se ne vedevano da parecchio tempo, al quale è faticosissimo opporre argomenti ed elementi concreti, ricostruzioni storiche minimamente approfondite. Eppure non si può rinunciare a esercitare la ragione, non ci si può chinare e coprire la testa con le mani in attesa che passi la burrasca. Fosse anche un’impresa disperata, occorre esercitare la ragione contro il fanatismo. Non va taciuto che, in questo Paese, chi continua a opporsi agli scoppi di emergenze strumentali è destinato a sentirsi solo: è una di quelle campagne in cui devi coprirti su entrambi i fianchi, il destro (ça va sans dire) e il sinistro. Da entrambe le parti, gli argomenti (anche se è difficile chiamarli così) sono i medesimi. La cosa non deve sorprendere: parlare di emergenzaterrorismo significa tornare su storture giuridiche, strappi costituzionali e prassi inquisitorie che il PCI di fine anni Settanta (quello del “compromesso storico” e della “solidarietà nazionale”) sostenne con entusiasmo e abnegazione. La stessa gente, oggi, dirige il centrosinistra. O meglio, dirige quella parte di centrosinistra che, a mo’ di struzzo, ha da poco messo la testa sotto la sabbia irachena, non votando contro la partecipazione dell’Italia all’occupazione neocoloniale della Mesopotamia. La stessa gente ha da tempo delegato a una sezione di magistratura inquirente le fatiche di un’opposizione al governo B********* che in Parlamento non si è in grado di condurre (quando proprio non ci si rifiuta di farlo per inseguire il “dialogo”, la “responsabilità di fronte alle istituzioni” e l’inciucio bipartisan del momento). Molte “toghe rosse” (come le chiama B*********) sono le stesse che istruirono e condussero i grandi processi contro il terrorismo (vero e presunto: nel tritacarne ci finirono anche i movimenti di quegli anni). A sinistra è tuttora egemone la visione della storia di chi scrisse e approvò le leggi d’emergenza, e di chi rappresentava l’accusa ai processi che ne derivarono. Non è sorprendente che chi prese e difese posizioni tanto drastiche allora sia poco disposto a tornarci sopra oggi per darsi qualche torto, o almeno rimettere in prospettiva
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le ragioni. Anche perché a destra ci si dà impudicamente al grand guignol, si sparano le frattaglie con l’obice per inzaccherare di sangue tutto il campo della discussione, si strofinano con le cipolle gli occhi dei telespettatori. Con l’arma dell’emozione incontrollata e del ricatto morale, si richiama all’ordine la sinistra “riformista”, la si spinge a condannare la sinistra “radicale”, a dividere il campo dell’opposizione. Non che i “riformisti” abbiano bisogno di troppe spinte... In questo modo, però, si condanna il Paese all’eterna paura dei fantasmi del passato, passato che in realtà non passa ed è evocato per motivi di bassa cucina politico-elettorale. 1. Le leggi speciali 1974-82
“Questo libro l’ho scritto con rabbia. L’ho scritto tra il 1974 e il 1978 come contrappunto ideologico alla legislazione sull’emergenza. Volevo documentare quanto fosse equivoco fingere di salvare lo Stato di Diritto trasformandolo in Stato di polizia” Italo Mereu, Prefazione alla seconda edizione di Storia dell’intolleranza in Europa.

Chi dice che il terrorismo fu combattuto senza rinunciare alla Costituzione e alle garanzie per l’imputato è disinformato oppure mente. La Costituzione e la civiltà giuridica furono sbrindellate decreto dopo decreto, istruttoria dopo istruttoria. – Il decreto-legge n.99 dell’11/4/1974 aumentò a otto anni la carcerazione preventiva, vera e propria “pena anticipata” contraria alla presunzione d’innocenza (art.27 comma 2 della Costituzione). – La legge n.497 del 14/10/1974 reintrodusse l’interrogatorio del fermato da parte della polizia giudiziaria, abolito nel 1969. – La legge n.152 del 22/5/1975 (“Legge Reale”) all’art.8 rese possibile la perquisizione personale sul posto sen9

za l’autorizzazione di un magistrato, nonostante la Costituzione (art.13, comma 2) non ammetta “alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Da quel momento le forze dell’ordine poterono (e possono tuttora) perquisire persone il cui “atteggiamento” o la cui presenza in un dato posto non apparissero “giustificabili”, anche se la Costituzione (art.16) dice che il cittadino è libero di “circolare liberamente” dove gli pare. La “legge Reale” conteneva molti altre innovazioni liberticide, ma non è questa la sede per esaminarle. – Un decreto interministeriale del 4/5/1977 istituì le “carceri speciali”. Per chi ci finiva dentro non valeva la riforma carceraria di due anni prima. Il trasferimento in una di quelle strutture era a totale discrezione dell’amministrazione carceraria, non c’era bisogno del parere del giudice di sorveglianza. Si trattava addirittura di un peggioramento del regolamento carcerario fascista del 1931: all’epoca, solo il giudice di sorveglianza poteva mandare un detenuto alla “casa di rigore”. La rete delle carceri speciali divenne presto una zona franca, di arbitrio e negazione dei diritti dei detenuti: lontananza dalla residenza delle famiglie; visite e colloqui a discrezione della direzione; trasferimenti improvvisi per impedire socializzazioni, divieto di possedere francobolli (l’Asinara); isolamento totale in celle insonorizzate, ciascuna con un cortiletto per l’ora d’aria separato dagli altri (Fossombrone); quattro minuti per fare la doccia (l’Asinara), sorveglianza continua e perquisizioni corporali quotidiane; privazione di ogni contatto umano anche visivo tramite citofoni e completa automazione di porte e cancelli etc. Questi erano i posti in cui gli inquisiti, a norma di legge ancora innocenti, scontavano la carcerazione preventiva. La Costituzione, all’art. 27 comma 3, recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Verso quale rieducazione tendeva il trattamento appena descritto?
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– La legge n.534 dell’8/8/1977, art.6, limitò le possibilità da parte della difesa di dichiarare nullo un processo per violazione delle garanzie dell’imputato e, rendendo più sbrigativo il sistema delle notifiche, facilitò l’avvio di processi in contumacia (in contrasto con il diritto di difesa e contro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che è del 1954). – Il “decreto Moro” del 21/3/1978, oltre ad autorizzare il fermo di polizia di ventiquattro ore a fini di identificazione, eliminò il limite di durata delle intercettazioni telefoniche, rese le intercettazioni legali anche senza permesso scritto del magistrato, le ammise come prove anche in processi diversi da quello per cui le si era autorizzate, infine rese autorizzabili intercettazioni “preventive”, anche in assenza di indizi di reato. Inutile ricordare che la Costituzione (art.15) definisce inviolabile la corrispondenza “e ogni altra forma di comunicazione” se non per “atto motivato” dell’autorità giudiziaria “con le garanzie stabilite dalla legge”. – Il 30/8/1978 il governo (violando l’art.77 della Costituzione) emanò un decreto segreto, che non fu trasmesso al Parlamento, e venne pubblicato sulla “Gazzetta ufficiale” soltanto un anno dopo. Il decreto dava al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – senza togliergli l’incarico di garantire l’ordine nelle carceri – poteri speciali per combattere il terrorismo. – Il decreto del 15/12/1979 (divenuto poi la “legge Cossiga”, n.15 del 6/2/1980), oltre a introdurre nel codice penale il famoso art. 270bis,1 autorizzò, per i reati di “cospirazione politica mediante associazione” e di “associazione
1 . “Chiunque promuove, costituisce, organizza e dirige associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da 7 a 15 anni. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da quattro o otto anni.” Nel codice penale esisteva già l’art.270: “Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti econo-

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per delinquere”, il fermo di polizia preventivo della durata di 48 ore, più altre 48 ore a disposizione per giustificare il provvedimento. Per quattro lunghi giorni un cittadino sospettato di essere in procinto di cospirare, poteva rimanere in balìa della polizia giudiziaria senza l’obbligo di informare il suo avvocato. Durante quel periodo poteva essere interrogato e perquisito, e in molti casi si è parlato di violenze fisiche e psicologiche (Amnesty International protestò diverse volte). Tutto questo all’art.6, una norma straordinaria della durata di un anno. All’art.9 la legge rendeva possibili le perquisizioni “per causa d’urgenza” anche senza mandato. La Costituzione, art.14, recita: “Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e nei modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale”. Che tutela della libertà c’è in un sistema dove viene legalizzato l’arbitrio, la facoltà di decidere sul momento se per una perquisizione sia necessario o meno un mandato? All’art.10, i termini della carcerazione preventiva per reati di terrorismo venivano estesi di un terzo per ogni grado di giudizio. In quel modo, fino alla Cassazione, si poteva arrivare a dieci anni e otto mesi di detenzione in attesa di giudizio! All’art.11, si introduceva un grave elemento di retroattività della legge, ordinando di applicare i nuovi termini della carcerazione preventiva anche ai procedimenti già in corso. Il fine era chiaro: impedire che decorressero i termini e che centinaia di sepolti vivi attendessero il giudizio a piede libero.
mici o sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da uno a tre anni.” Com’è evidente, si tratta del medesimo reato. Che bisogno c’era di questo “sdoppiamento”, se non quello di isolare e amplificare la “fattispecie terroristica”, e in base a questa aumentare le pene?

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– La “legge sui pentiti” (n.304 del 29/5/1982) coronò la legislazione d’emergenza concedendo sconti di pena ai “pentiti”. Il testo parlava di “ravvedimento”. In un libro che nell’ultimo mese viene citato molto spesso (in Rete, non certo sui media tradizionali), Giorgio Bocca si chiedeva chi fosse mai il “pentito”: “Uno che per convinzioni politiche si è unito al partito armato e che poi, per ripensamenti politici, se ne è dissociato al punto di combatterlo, o qualsiasi avventurista che prima si diverte a uccidere il prossimo e poi, catturato, scampa alla punizione denunciando tutto e tutti?” Cito Elio e le storie tese: “Propenderei per la seconda ipotesi / perchè emani un fetore nauseabondo” (dalla canzone “Urna”, del 1992). Bocca proseguiva: “Sono terroristi pentiti quei capetti del terrorismo diffuso che prima hanno plagiato dei ragazzi delle scuole medie, li hanno convinti ad arruolarsi e poi li hanno denunciati per godere delle clemenze giuridiche? Sono ravveduti sinceri quelli che in mancanza di serie delazioni se le inventano? [...] Lo stato di diritto non è la morale assoluta, l’osservanza rigorosa delle leggi in ogni circostanza, ma è la distinzione e il reciproco controllo delle funzioni. Nello stato di diritto la polizia può eccedere nei metodi inquisitori, ma il cittadino può ragionevolmente contare sul controllo del giudice sul poliziotto. Ma se si accetta con la legge sui pentiti e simili che giudice e poliziotto siano la stessa cosa, quale controllo sarà possibile? Ma, si dice, la legge sui pentiti è stata efficace, ha ottenuto centinaia di arresti e la fine del terrorismo. Questo è scambiare gli effetti per la causa: non sono i pentiti che hanno sconfitto il terrorismo, ma è la sconfitta del terrorismo che ha creato i pentiti. Ci si dovrebbe chiedere se la legge ha giovato o meno a quel bene supremo di una società democratica che è il sistema delle garanzie. La risposta è che i danni sono stati superiori ai vantaggi, anche se un’opinione pubbica indifferente al tema delle garanzie fino al giorno in cui non è direttamente, personalmente colpita, finge di non accorgersene. Sta di fatto che una notevole parte della magistratura inquirente si è lasciata se13

durre dai risultati facili e clamorosi del pentitismo, ha preso per oro colato le dichiarazioni dei pentiti sino a capovolgere il fondamento del diritto, le prove sono state sostituite con i sentito dire. Grandi processi sono stati imbastiti sulle dichiarazioni dei pentiti, centinaia di arresti fatti prima di raccogliere le prove. Un magistrato italiano ha potuto dichiarare a una radio francese a proposito del caso Hyperion... ‘Non ho le prove ma le troverò’. Uomini politici, insegnanti, moralisti non si sono preoccupati delle conseguenze inquisitorie della legge, della infernale catena di delazioni incontrollabili che essa metteva in moto. La reazione delle vittime della delazione è stata, come si poteva prevedere, feroce, una serie di cadaveri ‘infami’ è stata raccolta dalle guardie carcerarie a cose fatte, secondo la legge barbara delle nostre prigioni. Nella fossa dei serpenti tutto è possibile e niente accertabile.” Chiedo scusa per la lunghezza della citazione, ma credo ne valesse la pena. La Corte Costituzionale non potè negare che tutte queste leggi fossero da stato d’eccezione: semplicemente decise che, “vista l’emergenza”, andava bene così. Ponzio Pilato ha ancora le mani nel catino. Non c’è cattiva memoria pubblica che possa rimuovere questa realtà, non c’è ex-Pm che riesca a farmi accettare questa barbarie in nome della “Ragion di Stato”, nessuna sinistra legalitaria potrà mai convincermi della bontà di tutto questo. 2. Terrorismo, coscienza, “guerra preventiva”
“È proprio lo stato d’animo, il pensiero nascosto e non espresso, la interna disobbedienza che divengono oggetto di indagine, in quanto è all’accertamento di essi che il giudice tende a risalire? Ecco che in processi di questi ultimi anni sono sottoposti al vaglio del giudice penale comportamenti quali la creazione di un collettivo di lavoratori contrapposto al sindacato, l’organizzazione dei seminari autogestiti, la collaborazione, mediante un articolo dal contenuto lecito, a un periodico riconducibile ad una struttura associativa rite14

nuta illecita; l’intervento in un’assemblea universitaria, e, in genere, rapporti interpersonali manifestatisi attraverso scambi di documenti politici, lettere, telefonate, ecc., tutti dal contenuto penalmente irrilevante.” Antonio Bevere, “Processo penale e delitto politico, ovvero della moltiplicazione e dell’anticipazione delle pene”, in Critica del diritto n.29-30, Sapere 2000, aprile-settembre 1983

La Costituzione, all’art. 27, comma 1, dice che “la responsabilità penale è personale”. Eppure il nostro codice penale (che risale al fascismo e nel periodo delle leggi speciali fu inasprito in più punti) pullula di reati come il “concorso morale” nel reato o la “adesione psichica” allo stesso, nonché di ogni forma di reato associativo che si possa immaginare tra cielo e terra. Gran parte delle istruttorie sul terrorismo lavorarono soprattutto su questi elementi, oltreché sui sospetti e le intenzioni (il famoso “essere in procinto di”), su un’idea oltremodo estesa del concorso, del favoreggiamento, delle contiguità. Si arrivò a teorizzare il “fine terroristico” come sussistente “al di là dello scopo immediatamente perseguito dall’agente (omicidio, danneggiamento ecc.)” e di definirlo “reato a forma libera” il cui specifico dolo “offre l’elemento unificatore e l’essenza dei delitti terroristici”.2 In parole povere, terrorista è lo scopo, il fine ultimo, anche a prescindere da fatti concreti. Non c’è quindi da stupirsi se in molti casi si finirono per processare la personalità degli imputati e la loro ideologia, quest’ultima identificabile nel loro essere amici di Tizio e Caio, o nel loro avere ospitato Sempronio. Terroristi si è, anche a prescindere da ciò che si fa. Terrorista è l’intenzione, contro la quale va combattuta una “guerra preventiva” che è tipica della società del controllo.
2 . Citazione dalla cosiddetta “Carta di Cadenabbia”, documento conclusivo di un convegno di magistrati titolari delle principali inchieste sul terrorismo, cit. R. Canosa - A. Santosuosso, Il processo politico in Italia, Critica del Diritto n. 23-24, Nuove Edizioni Operaie, Roma, ottobre 1981 - marzo 1982, pag.17)

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La “cospirazione” c’è, anche se non ha portato a niente. Si può essere processati per “insurrezione” anche se l’insurrezione non c’è stata: come disse Pietro Calogero, si tratta di un “reato a consumazione anticipata”, cioè – in parole poverissime – il vero reato è volerla, l’insurrezione. Tribunali della coscienza. Non sono un giurista, eppure mi sembra di poter rinvenire il nucleo ideologico, il “meme” di quest’idea contemporanea di “prevenzione” oltreoceano, nell’Anti-Riot Act dell’11 aprile 1968, ideato e usato contro i movimenti afroamericani e le mobilitazioni per porre fine alla guerra in Vietnam. Tale legge punisce chi, durante uno spostamento sulla rete viaria interstatale, o durante l’uso di infrastrutture della rete viaria interstatale, commetta atti finalizzati a “incitare, organizzare, promuovere, incoraggiare, prendere parte e portare avanti una sommossa [riot]”, o aiuti qualcuno in tale incitazione. Secondo la legge americana, un riot è un assembramento di cinque o più persone che, comportandosi in modo violento o minacciando di farlo, mettano in grave pericolo le persone e la proprietà. Riassumendo, alcuni esponenti dei movimenti americani furono inquisiti, processati e condannati per aver viaggiato su strade interstatali con l’intenzione di aiutare qualcuno a incitare un assembramento di cinque o più persone che minacciassero di comportarsi in modo da arrecare danni alla proprietà. Spero sia chiara la percezione della grande distanza che separa la persona dal presunto reato. Sia ben chiaro che non sto dicendo che tutti gli imputati di processi per terrorismo erano estranei a fatti concreti, ci mancherebbe. Tuttavia, molte persone furono processate e condannate non per atti specifici bensì in nome di un’idea astratta di “fattispecie terroristica”. Il proverbiale “processo alle intenzioni” fu reso una realtà dalla Ragion di Stato. Gli effetti di quella distorsione sull’opinione pubblica perdurano a tutt’oggi. Non è un caso se quello che maggiormente si rimprovera a Cesare Battisti è il fatto di “non essersi pentito”. Non è un caso se la crescente mostrificazione mediatica di Cesare Battisti prescinde ormai dai reati per cui fu condannato, e s’incentra sulla sua personalità e il suo stile di
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vita (di adesso, non di allora): lo si accusa di essere “un vigliacco” perché è fuggito, di essere “un furbo” perché lo protegge “la lobby degli scrittori di sinistra”, lo si aggredisce coi flash all’uscita di prigione per rubare l’immagine “strana”, congelare la smorfia fugace e sbatterla in prima pagina per far vedere che è “brutto, sporco e cattivo”. 3. Censure e rimozioni della stampa sul caso Battisti Il mio scopo non è dimostrare che Cesare Battisti è innocente. Giudicare non spetta a me né all’opinione pubblica. Ciò che mi preme far capire è che il modo dominante di affrontare questa vicenda soffre di tutte le storture, i vizi di procedura e i nodi irrisolti del periodo dell’emergenza. Sono questi elementi, di cui non si vuol fare piazza pulita, a impedire un confronto razionale, laico e costruttivo. Le frettolose ricostruzioni della vicenda giudiziaria di Cesare Battisti apparse sulla stampa italiana sono molto lontane dalla realtà dei fatti, e addirittura in contrasto con gli atti delle istruttorie e dei processi. Se addirittura uno dei PM di allora infila nella sua lettera aperta errori grossolani, scrivendo ad esempio che il gioielliere Torregiani aveva ucciso un rapinatore nel proprio negozio anziché al ristorante “Transatlantico”,3 figurarsi i semplici commentatori di versioni di quarta mano. Tutti, ma proprio tutti, ripetono che Cesare Battisti sparò a Torregiani e a suo figlio tredicenne, costringendo quest’ultimo sulla sedia a rotelle. Alberto Torregiani è stato anche intervistato dalle televisioni, che lo hanno presentato come “vittima di Cesare Battisti”. Eppure, a detta dello stesso ex-PM di cui sopra, Battisti non faceva parte del commando che uccise Torregiani.4

. La ricostruzione dettagliata degli eventi che seguono è presa da: Laura Grimaldi, Processo all’istruttoria. Storia di un’inquisizione politica, Milano Libri, 1981 4 . Da un testo di Armando Spataro, riportato integralmente in: Mario Pirani, “Se a Parigi pari sono Battisti e Victor Hugo”, La Repubblica, 8 marzo 2004, pag.14
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Battisti è stato condannato per aver “ideato” e/o “organizzato” quel delitto, conclusione molto difficile da dimostrare, interamente basata su prove indiziarie e testimonianze di “pentiti”. Questa è una delle cose che fa storcere il naso Oltralpe, tanto alla giustizia quanto all’opinione pubblica. Battisti viene indicato dai “pentiti” come ugualmente responsabile per due omicidi avvenuti lo stesso giorno alla stessa ora. Di fronte all’evidente impossibilità logica, il quadro si modifica sì da farlo risultare esecutore materiale di uno (delitto Sabbadin) e “ideatore” dell’altro (delitto Torregiani). Inoltre è ritenuto ugualmente responsabile di decine e decine di rapine, e in generale di tutti i reati compiuti dall’organizzazione di cui faceva parte, i Proletari Armati per il Comunismo (gruppo che ebbe vita piuttosto breve). Chi ignora quanto il nostro diritto (soprattutto quello dell’emergenza-terrorismo) sia incistato di contiguità, complicità e “compartecipazioni” di varia natura, si stupisce e non può che trovare contraddittorio il quadro emerso dalla sentenza. Ma non sto facendo una controinchiesta, quello che mi preme chiedere è: perché, di fronte alle madornali idiozie dette dai media sul ruolo di Battisti nel delitto Torregiani, il Pm in questione non ha agito nell’interesse di una corretta informazione e di una maggiore comprensione di quelle vicende, prendendo carta e penna e precisando: “Attenzione, questa cosa non è vera”? Perché egli non ha smentito gli sciacalli dell’informazione gridata? È convinto di aver reso onore alla funzione pubblica che esercita, comportandosi in modo tanto reticente? Il direttore di un giornale razzista, in una trasmissione televisiva, ha gridato che “Battisti sparò alla schiena all’orefice Torregiani”, premendo sul pedale dell’isteria, descrivendo l’agguato come ancor più vile di quanto ci si potesse immaginare. Ma Battisti non c’era, ce lo conferma il pubblico ministero. Inoltre, Torregiani – che indossava un giubbotto antiproiettile – affrontò il commando e rispose al fuoco. E ancora: perché omettere di citare le proteste di Amnesty International per il modo in cui furono trattati i sospetti durante il fermo di polizia nell’istruttoria Torregiani?
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Amnesty International usò l’inequivoco termine “tortura”. Aveva ragione? Aveva torto? Rimuovendo, non lo scopriremo mai. 4. Il “mal francese” “Ma come si permettono questi francesi? Pensano di poterci dare delle lezioni?”. Ecco uno dei leitmotiven di questi giorni. Il rancore nei confronti dell’opinione pubblica francese che non ci vuole restituire un “macellaio”, un “mostro”. Quanto sono boriosi, i “cugini”! Sono Pazzi Questi Galli. Anziché cercare di capire il punto di vista altrui, si dà per scontato e indiscutibile che abbiamo ragione “noi”. E non ci si rende conto che, mentre li riteniamo colpevoli di farsi gli affari “nostri”, in realtà siamo “noi” che ci facciamo i cazzi loro. Non si capisce perché mai i francesi dovrebbero rinunciare a una consuetudine giuridica pluridecennale, la cosiddetta “Dottrina Mitterrand” (che in realtà è stata rispettata anche dai governi di destra), solo perché il loro ministro Perben ha fatto un accordo col nostro ministro C*******. Se il ministro della giustizia cinese, o birmano, in barba alla legge italiana che vieta l’estradizione di persone condannate a morte nel loro paese, ottenesse da C******* l’arresto e l’espatrio di un rifugiato (chiamiamolo Chèsáré Xiliren), noi non reagiremmo con forza? E se venissimo a sapere che un tribunale italiano ha già esaminato la situazione di Xiliren nel 1991, dando un parere contrario all’estradizione, e che nessun nuovo elemento giustifica un secondo arresto e un riesame a distanza di tredici anni? E se, per soprannumero, nel nostro Paese Chèsaré Xiliren non avesse mai e poi mai commesso un reato, tenendo anzi una condotta impeccabile, dando anche un contributo alla cultura nazionale? Questo esempio ha un difetto: la Cina e la Birmania non sono nell’Unione Europea. Infatti, molto rancore nei confronti dei francesi si basa sull’idea che i “cugini” stiano
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ostacolando la formazione dello “spazio giuridico europeo”. Tale critica proviene da un Paese, il nostro, più volte oggetto di critiche e condanne da parte della Corte di Strasburgo, che per più di quarant’anni non ha rispettato la Convenzione europea per quanto concerneva le condanne in contumacia, e che durante e dopo il G8 ha trattenuto in arresto cittadini europei sulla base di accuse inverosimili, attirandosi anche la protesta ufficiale del governo austriaco. Inoltre, al momento l’Italia detiene il primato del governo più “anti-europeista”, e si è fatta ridere dietro tutti i giorni da mane a sera durante il Semestre di presidenza dell’UE. Davvero crediamo noi di poter criticare chicchessìa su questi temi? Poi c’è chi ha detto: “i francesi sono teneri solo coi terroristi degli altri. I loro invece li trattano malissimo.” Non c’è dubbio. Nonostante le distorsioni dei media nostrani, la Francia non è un paese dove se fai la lotta armata si congratulano dandoti pacche sulle spalle. Ti mettono in galera, come accade in tutto il mondo. La conclusione sarebbe dunque semplice da trarre: la sinistra francese non sta difendendo Battisti perché è stato un terrorista, ma nonostante lo sia stato. L’opposizione all’estradizione va ben oltre Battisti e la sua vicenda umana (benché sia giusto far notare che non delinque da trent’anni e non ha alcun collegamento coi nuovi gruppi lottarmatisti). La campagna va ben oltre, per i francesi si tratta di difendere un principio, quello del diritto d’asilo, e un punto d’onore, quello della parola data da Mitterrand ai nostri connazionali rifugiati nell’Esagono. 5. “Soluzione politica” e amnistia C’è voluto uno scrittore francese, Daniel Pennac, per riuscire a parlare di amnistia sulle pagine di un quotidiano italiano. Probabilmente un nostro connazionale non sarebbe mai riuscito a superare certi “filtri”. Pennac, intervistato da un quidam, ha detto: “Con la Repubblica l’amnistia è diventata qualcosa di necessario alla concezione repubblicana della pace sociale. C’è l’e20

sempio della Comune, ma più vicino a noi c’è anche l’amnistia dei membri dell’Oas, che si sono battuti con le bombe e con la violenza contro l’indipendenza algerina. Ma quattro anni dopo la fine della guerra sono stati amnistiati. Erano di estrema destra, hanno ucciso: non ammetto che abbiano ammazzato, ma si dovevano amnistiare [...] L’amnistia è il contrario dell’amnesia. Si tratta di chiudere una porta per permettere agli storici di capire un periodo in maniera meno passionale. Mi è difficile ammetterla sentimentalmente, soprattutto se si immaginano le vittime. Il problema non deve però essere considerato dal punto di vista affettivo”. È un invito già caduto nel vuoto, in questo Paese certe cose non si devono affrontare se non a colpi di emozioni e di psicologia delle folle. Si produce ancora isteria sugli anni Quaranta, sulle foibe, sulla “epurazione dal basso” dei fascisti gestita da Volante Rossa e gruppi consimili, figurarsi se si può far partire un dibattito sull’emergenza senza rimuovere tutto quanto esposto sopra. Specialmente oggi, con l’opposizione a B********* dietro i sacchi di sabbia delle trincee giudiziarie (un bel regalo, con tanto di fiocchetto, di certa leadership girotondista). Eppure bisogna fare il tentativo. Non credo di esagerare affermando che questo Paese non potrà mai cambiare in meglio senza ripensare quanto vi è successo negli anni Settanta. E solo dopo un’amnistia per gli ultimi prigionieri e rifugiati dei cosiddetti “anni di piombo”, solo dopo la soluzione politica di un problema che fu ed è politico e non solo criminale, si può sperare di capire cosa successe e come quegli accadimenti hanno condizionato la vita pubblica italiana. Bologna, 8-9 marzo 2004

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1. L’ARRESTO, LA MOBILITAZIONE, I PRIMI APPELLI

SOLIDARIETÀ PER LO SCRITTORE CESARE BATTISTI Abbiamo appreso con incredulità e immediata reazione di sdegno dell’arresto a cui è stato sottoposto, questa mattina a Parigi, lo scrittore Cesare Battisti. L’autore italiano, esule in Francia per motivi politici, viene ora trattenuto dalle autorità francesi, a circa venticinque anni dai fatti per cui in Italia è condannato e in Francia è stato processato. I quali fatti, e lo sottolineiamo con forza, non sono assolutamente quelli diramati oggi, in tv e su Rete, dagli organi di informazione: al solito, in momenti drammatici, sia da un punto di vista personale (per lo scrittore Battisti) sia sociale (per l’attuale momento storico e politico che viviamo), emerge una disinformazione pretestuosa, che ha il sapore del condizionamento di regime e che conduce a vette di tragica comicità – quale a tutti gli effetti è la dichiarazione del ministro dell’Interno Beppe Pisanu, il quale si è congratulato con la Direzione Antiterrorismo transalpina, per l’operazione di cattura di una persona che da anni è rintracciabile da chiunque e il cui indirizzo di casa è reperibile perfino sul Web. Cesare Battisti paga una gravissima deriva, politicamente opportunista e scandalosamente revisionista, che il governo Berlusconi ha imposto al nostro Paese ed esportato in Europa, e in Francia in primis, per motivi di
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pura propaganda elettorale e al fine di dare sostanza al delirante fantasma rosso con cui pensa di ipnotizzare un continente intero. Al di là del surrealismo che presiede all’arresto dello scrittore Cesare Battisti, risulta estremamente chiaro a noi di Carmilla che il contesto sociale in cui maturarono le scelte di una generazione è, a oggi, un nodo irrisolto della vita civile italiana. Intervenire, a venticinque anni da un periodo di autentica guerra civile, con l’arresto pretestuoso di una persona che ha subìto anche in Francia il processo per fatti di eversione – il che differenzia, e di molto, lo status di Cesare Battisti rispetto a molti altri consimili –, costituisce la conferma che dobbiamo affrontare l’onda lunga di una reazione che, soltanto per non apparire il mostro che è in realtà, si definisce liberista e non autoritaria. Carmilla è solidale con Cesare Battisti e ne chiede l’immediata scarcerazione. Ci mobiliteremo, con i mezzi che abbiamo a disposizione, per attirare il massimo dell’attenzione pubblica su questo scandalo giurisprudenziale ed umano. A breve verrà pubblicato un appello per la liberazione di uno dei più importanti scrittori italiani. SOLIDARIETÀ A CESARE BATTISTI! (Redazionale su Carmilla On Line, 10.2.2004) LA RETE SI MOBILITA: LIBERAZIONE PER CESARE BATTISTI Nel momento in cui viene scritto questo post, le 11.32 del 12 febbraio ‘04, sono 712 le firme raccolte a favore dell’APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI CESARE BATTISTI (molte le stiamo tuttora inserendo manualmente). In Francia, una petizione consimile pubblicata dal sito Mauvaisgenre è stata sottoscritta da 1.400 persone. È una risposta di enorme impatto, se si considera che gli appelli sono on line da ventiquattr’ore soltanto. Nonostante l’incredibile e grottesca disinformazione praticata da tv, radio e giornali, la solidarità scattata attraverso la Rete dimostra che un’alternativa comunicativa esiste e dispone di un rilievo non indifferente. Moltissimi firmatari non si
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sono limitati a inviare nome e cognome: hanno scritto autentiche riflessioni sullo scandalo giudiziario e umano che colpisce in queste ore Cesare Battisti. TENIAMO TANTISSIMO A RINGRAZIARE CIASCUNO DEI FIRMATARI: non possiamo farlo personalmente, vista la massa di adesioni, ma è fondamentale per noi esprimere la massima gratitudine a ogni persona che ha sottoscritto l’appello. Tra i firmatari compaiono nomi di prestigio pubblico: scrittori (i moltissimi francesi, tra cui cito Serge Quadruppani, Pascal Dessaint e Dominique Manotti, pubblicati in Italia; tra gli italiani, oltre a Wu Ming che ha diffuso in newsletter l’appello e contribuito da sempre all’enorme diffusione della conoscenza sul caso Battisti, citiamo Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Lello Voce, Marco Philopat, Sandrone Dazieri, Helena Janeczek, Luigi Bernardi), produttori cinematografici (Marco Muller, per esempio), disegnatori (come Vauro), giornalisti (come Loredana Lipperini di Repubblica), docenti universitari (da ogni nazione: l’UCLA americana e istituzioni tedesche, svizzere, oltre che francesi). È un’adesione importante, sia da un punto di vista emotivo (appena saremo in grado, consegneremo a Cesare Battisti le firme), sia da un punto di vista politico (la realtà, una volta di più, non è quella che appare nei media tradizionali, e la Rete permette una mobilitazione di straordinaria incisività, facendo apparire necessario sciogliere anche culturalmente il nodo irrisolto di un tragico decennio). Terremo aggiornati tutti sugli sviluppi del caso. Cominciamo sin da ora segnalando l’articolo di Libération e quello de il manifesto e il presidio degli scrittori francesi (saranno più di un centinaio, secondo le prime stime) davanti al carcere della Santé, a Parigi, lunedì 16 febbraio alle 17. Un appello al presidente Chirac è stato inoltrato dallo scrittore Patrick Pécherot. Per quanto concerne l’Italia, stiamo organizzando, in varie città, eventi e serate per Cesare Battisti: quasi certamente a Milano, certamente a Bologna – daremo avviso per tempo. (Redazionale su Carmilla On Line, 12.2.2004)
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APPELLO A CHIRAC PER LA LIBERAZIONE DI CESARE BATTISTI di Michel Quint, Claude Mesplède, Pascal Dessaint, François Joly, Guillaume Chérel Un gruppo di importanti scrittori francesi (Michel Quint; Claude Mesplède; Pascal Dessaint; François Joly; Guillaume Chérel) ha steso un appello al Presidente Chirac, al Parlamento e al ministro della Giustizia di Francia, per protestare contro lo scandaloso arresto di Cesare Battisti. Il testo, che qui riproduciamo nella traduzione di Paolo Chiocchetti, verrà inoltrato alle autorità lunedì 16. Lo scrittore Philippe Sollers era stato precedentemente ricevuto dal Presidente Chirac, esponendogli il caso di Battisti. Lettera ai presidenti dei gruppi parlamentari all’Assemblea Nazionale, al Guardasigilli e al Presidente della Repubblica Francese “Siamo degli scrittori che non sopportano più la situazione che si è venuta a creare con l’arresto e forse domani l’estradizione del nostro collega romanziere e amico Cesare Battisti”. Il romanziere Cesare Battisti è minacciato d’estradizione verso l’Italia, dove si trova sotto il peso di una condanna che risale all’epoca delle azioni terroristiche condotte durante gli anni ‘70. Rifugiato in Francia dal 1990, come molti altri militanti italiani, aveva ottenuto dal Presidente Mitterrand l’assicurazione di poter vivere in Francia, alla condizione di non fare più attività politica. Da allora Cesare Battisti ha rispettato questo impegno. Ha messo su famiglia ed è diventato scrittore, fornendo nei suoi romanzi delle testimonianze uniche su quel periodo e sugli avvenimenti che ha vissuto. Un’allarmante anticipazione di quanto ora succede si era verificata nel 2002, costringendoci alla stesura di una petizione nazionale firmata da numerosi romanzieri, critici, editori, traduttori e personalità varie. Queste firme erano state depositate presso i rappresentanti del ministero della cultura. La situazione era rimasta immutata. La parola data dal presidente Mitterrand a nome della Francia era stata rispettata. Improvvisamente le cose sono cambiate. Abbiamo appena appreso che nella mattinata di martedì 10 febbraio 2004, Ce26

sare Battisti è stato arrestato nel suo domicilio dalla BAT, per essere poi incarcerato sulla base di una richiesta di estradizione. Se una tale procedura venisse portata a termine, sarebbe la parola data dalla voce di un presidente francese che verrebbe insultata, e il senso dell’onore della Francia calpestato. Siamo tutti noi, Francesi di tutte le origini, ad essere offesi da questa mancanza alla nostra parola data tramite un presidente eletto a suffragio universale. Ed evidentemente noi non possiamo che esprimere la vergogna da cui siamo pervasi. È la sorte di un uomo, di una famiglia ma anche l’onore delle lettere francesi e della nazione che sono in gioco. Nell’ora in cui l’Italia ha il coraggio di guardare sul grande schermo le Brigate Rosse all’opera con le lore vicissitudini, i loro tormenti, le loro contraddizioni: nell’ora del matrimonio principesco Savoia–Coureau, del ritorno degli aristocratici in Italia, noi saremo più nazionalisti che il re di un paese nel quale non siamo...? Ci sono dei conti che è indegno regolare per altri. Così Tolomeo offrì in passato la testa di Pompeo a Cesare, che ne fu oltraggiato. Si può sperare che Berlusconi si senta insultato dal fatto che gli si consegni un uomo che è un esempio di umanità, perché questa umanità la misura alla sua riconquista? È per questo che domandiamo al Guardasigilli e al Presidente della Repubblica francese, a nome nostro, a nome di uomini che non sono in nulla migliori di Cesare Battisti, di restituire la libertà a Cesare e di riconfermargli il diritto di asilo, che in nome della nostra dignità sta a tutti noi francesi di conferire. (Da Carmilla On Line, 13.2.2004) CASO BATTISTI: MONTA LA PROTESTA DEGLI INTELLETTUALI Secondo fonti francesi, sono molte migliaia le firme ottenute dalle varie petizioni a favore di Cesare Battisti: oltre a quelle su web, che ammontano ormai a più di seimila tra Francia e Italia, sono ora da contare le adesioni provenienti dagli Stati Uniti, dal Messico e dalla Germania, grazie al27

l’impegno di alcuni docenti universitari molto noti. Tra i firmatari prestigiosi dell’appello italiano, si è aggiunta oggi la scrittrice e traduttrice Laura Grimaldi, oltre che Antonio Moresco, Dario Voltolini, Carla Benedetti, il poeta Ivano Ferrari e il poeta-traduttore e direttore editoriale JeanCharles Vegliante. A Parigi, ieri, si è tenuta una riunione per organizzare la manifestazione davanti alla Santé, lunedì prossimo, nel corso della quale verrà consegnato l’appello degli scrittori francesi al Presidente Chirac: ieri sera erano presenti centocinquanta persone, tra cui intellettuali molto noti all’opinione pubblica francese, oltre che rappresentanti del sindacato dei magistrati, avvocati e le telecamere di France 3. Domani, sabato 14, alle 15.30, presso il CICP (21 ter rue Voltaire, 75011 metro nation o rue des boulets) viene a costituirsi ufficialmente il coordinamento per il sostegno a Cesare Battisti. Delphine Cingal, docente di letteratura anglosassone presso l’Université Paris II-Assas, sta organizzando una struttura che raccolga fondi per affrontare le spese processuali. Daremo notizie sugli sviluppi: Cesare Battisti non versa in buone condizioni economiche e, qui in Italia, si può contattare Carmilla se si desidera fare pervenire allo scrittore aiuti di ordine monetario. Nel baillamme disinformativo, spicca un articolo del giornale francese destrorso Le Figaro, che racconta dell’arresto di Cesare Battisti a causa dell’uccisione di un suo vicino di casa a Parigi: la tragedia partorisce farse. Oltre alla trasmissione di Radio La-Bas, che abbiamo segnalato, apprendiamo che un programma lunghissimo e approfondito sul caso Battisti è andato oggi in onda sull’emittente radiofonica nazionale France Inter. È stato comunicato che, con tutta probabilità, Cesare Battisti comparirà davanti ai giudici mercoledì 18 o mercoledì 25. Vi terremo aggiornati su tutti gli sviluppi. (Redazionale su Carmilla On Line, 13.2.2004)

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APPELLO PER CESARE BATTISTI da Nazione Indiana, www.nazioneindiana.com Non abbiamo gli elementi per esprimere un giudizio approfondito sulla vicenda processuale che portò molti anni fa alla condanna all’ergastolo di Cesare Battisti, da quindici anni rifugiato in Francia. Né abbiamo alcuna comprensione nei confronti delle logiche del terrore di qualsiasi provenienza né insensibilità verso la sofferenza di coloro che ne sono stati e ne sono vittime. Ma non ci sembra che vi sia giustizia nel sottoporre una seconda volta, dopo tanti anni, a una procedura di estradizione la stessa persona per la quale era già stata negata una prima volta. Sarebbe come portare di nuovo sul patibolo un condannato a cui all’ultimo momento si era deciso di commutare la pena. Inoltre non ispira un senso di giustizia l’impressione che a dettare i tempi e i modi di questa operazione siano in realtà contingenze politiche interne, per di più da parte di un governo che, in questa stessa materia, si è generalmente distinto nella pratica dei “due pesi e due misure” (rogatorie, immunità parlamentare, rifiuto di ratificare il mandato di cattura europeo....) e nell’attacco frontale alla Magistratura del nostro paese. Ci uniamo perciò all’appello rivolto alle autorità francesi affinché non si prestino a un gioco che più che agli interessi della giustizia e della verità sembra obbedire a logiche di altra natura. Sergio Baratto, Carla Benedetti, Ivano Ferrari, Andrea Inglese, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Dario Voltolini L’HUMANITÉ: BATTISTI DEVE RESTARE IN FRANCIA dal quotidiano francese L’Humanité, 13.2.04 Cesare Battisti è stato arrestato a casa sua, martedì, da agenti della DAT, la Divisione nazionale Antiterrorismo, e trattenuto in carcere sotto richiesta di estradizione. Nessuna procedura accusatoria è stata ingaggiata contro di lui
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da parte della giustizia francese. È grazie alla richiesta del governo Berlusconi che lo scrittore è stato arrestato, in virtù di una domanda di estradizione che la giustizia francese aveva già rifiutato nel 1991. Nessun nuovo elemento è stato prodotto dalle autorità italiane. Cesare Battisti, negli anni Settanta, era uno dei responsabili dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo), un’organizzazione di estrema sinistra che propugnava la violenza politica. È stato condannato all’ergastolo, mentre era latitante, sulla base di dichiarazioni di pentiti, che le negoziariono con la polizia. Un processo manifestamente truccato, che lo accusò, per fare solo un esempio, di avere commesso due omicidi, lo stesso giorno alla stessa ora, a Venezia e a Milano. Una condanna ottenuta in base a leggi eccezionali, che aggravavano la pena in funzione del contesto politico, in un paese dove non vengono riprocessati i contumaci. In pratica, fatti di trent’anni fa, che sarebbero caduti in prescrizione o amnistiati, e che Battisti ha negato sempre di avere commesso. Nel 2002, egli ha riconosciuto l’errore politico dei PAC, senza abiurare comunque agli ideali della sua giovinezza. Nel 1985, François Mitterrand dichiarò che la Francia non avrebbe mai estradato coloro che risultava non fossero personalmente responsabili di crimini contro la vita e che avessero dichiarato l’abbandono definitivo della violenza a ogni livello. Era, per l’appunto, il caso di Battisti, come di Paolo Persichetti, professore alla Paris VIII, estradato nell’agosto 2002. Il ministro della Giustizia, Dominique Perben, desideroso di confermare l’immagine di un governo francese dal polso fermo e giustizialista – anche avventurandosi nei territori dell’estrema destra –, oltre che di compiacere Berlusconi, nostante sia palese la violazione dei diritti, torna su un affare su cui già è stata emessa in Francia una sentenza, e fa crollare una volta ancora, insieme alla tradizione dell’asilo politico che la Francia ha sempre concesso, i principi fondamentali del diritto. Una richiesta di sospensione del provvedimento cautelare è stata presentata dagli avvocati di Battisti, insieme a una domanda di scarcerazione. Intanto, si sta organizzando la solidarietà.
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PARIGI: LA MANIFESTAZIONE PER CESARE BATTISTI di Serge Quadruppani Autore noir di fama europea, Serge Quadruppani ha pubblicato in Italia L’Assassina di Belleville e La Breve Estate dei Colchici. Dalle 17 una folla di circa quattrocento persone – ma si sono in seguito aggiunti molti altri – si è radunata davanti al carcere della Santé, per manifestare il proprio rifiuto all’estradizione di qualunque rifugiato politico italiano arrivato in Francia dopo gli anni Ottanta. Cesare Battisti si trova per l’appunto improgionato alla Santé, sotto richiesta di estradizione. Annunciato dapprima come semplice conferenza stampa, il concentramento ha avuto luogo su boulevard Arago all’incrocio con rue de la Santé, ed è stato aperto dagli interventi di Alain Krivine (deputato europeo LCR-trotskista), Noël Mamère (Verdi) e dall’avvocato De Felice, appartenente alla Lega dei Diritti dell’Uomo, che difende Cesare. Philippe Sollers (autore Gallimard) ha in seguito preso la parola. Componevano l’assembramento scrittori e intellettuali di diversa estrazione (tra cui Tahar Ben Jalloun, il regista Yves Boisset, l’architetto PC Castro) insieme a una folta rappresentanza di editori, giornalisti, semplici militanti, rifugiati politici italiani (tra cui Oreste Scalzone) che indossavano gli adesivi “Libérez Cesare”. Erano presenti anche gruppi più o meno radicali che contestano la carcerazione e il sistema repressivo. I manifestanti sono rimasti più di due ore a scandire slogan di solidarietà con lo scrittore italiano, in modo che, se anche Cesare non avesse sentito, i cori raggiungessero comunque gli altri detenuti. Cinque deputati, Krivine e tre parlamentari Verdi e un senatore del PC, sono riusciti, secondo i poteri di cui dispongono per legge, a fare ingresso nel carcere, ma il ministro della Giustizia ha loro illegalmente interdetto l’incontro con Cesare. Tra la folla, striscioni di sostegno alla causa di Cesare, un’enorme bandiera contro il sistema carcerario e la prima
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pagina del quotidiano l’Humanité (giornale del Partito comunista) che titolava a caratteri cubitali “Libérez Battisti!”. Tra i manifestanti si sono fatti sentire anche alcuni ex(?)-stalinisti che, vent’anni fa, non avrebbero esitato a consegnare Battisti alla polizia. Ma il mondo cambia, in Francia come in Italia. Al termine della manifestazione, la sensazione generale è stata che il governo francese abbia compiuto una mossa azzardata e non priva di rischi. Giovedì, alle 14.30, la Lega dei Diritti dell’Uomo terrà nella sua sede una conferenza stampa. Alle 20.00, presso il CICP (locale di incontro tra militanti) verrà proiettato il film Cesare Battisti: rèsistances. Il comitato di solidarietà a Cesare continuerà a organizzare azioni di sostegno, in vista del 3 marzo, data dell’udienza sulla richiesta di scarcerazione. Cesare libero! Nessuna estradizione degli esuli italiani! (Da Carmilla On Line, 17.2.2004) LEGA PER I DIRITTI DELL’UOMO: LIBERATE BATTISTI Nel pomeriggio di ieri, presso la sede parigina della Lega per i Diritti dell’Uomo, si è tenuta una conferenza stampa sulla situazione di Cesare Battisti. In una sala affollatissima, sono intervenuti: – Michel Tubiana, presidente della lega per i Diritti dell’Uomo, che ha messo in connessione i casi di Cesare Battisti e di Paolo Persichetti, denunciando il malfunzionamento della giustizia italiana che ha imposto processi iniqui negli anni Settanta e Ottanta, e terminando il suo intervento con una riflessione sull’attuale posizione del governo francese: “Rinnegare la parola data non è soltanto un attentato all’onore della Francia, significa sovvertire tutti i fondamenti della politica”. – Irène Terrel, avvocato di Cesare Battisti, a proposito della posizione del governo parla di una “forma di oltraggio all’etica politica”. Terrel ha fatto giustizia sul ca32

so dei vicini di casa di Cesare Battisti, che avrebbero sporto denuncia contro di lui: si tratta di una deliberata volontà di criminalizzazione. Ha inoltre ricordato come sia falso sostenere che Cesare, una volta estradato in Italia, avrebbe diritto a un nuovo processo: egli dovrebbe al contrario scontare le condanne comminategli mentre era in contumacia. De Felice, altro avvocato di Battisti, ha letto un passo di un documento della polizia che pretenderebbe che, nel ‘91, la corte di appello abbia sentenziato A FAVORE dell’estradizione – quando la verità è esattamente l’opposto. – Philippe Sollers ha dato lettura di un magnifico testo di Erri De Luca che presto sarà pubblicato su Le Monde. – Sono stati letti messaggi o sono intervenuti direttamente rappresentanti delle seguenti organizzazioni: Cimade (organizzazione umanitaria protestante), Sindacato degli Avvocati di Francia, France Liberté (Danielle Mitterrand), Sindacato della Magistratura. – Il biologo Albert Jacquard (una personalità estremamente nota in Francia) ha preso la parola in qualità di semplice cittadino. – Michèle Lesbre, scrittore, ha presentato l’appello francese e ha segnalato un gran numero di iniziative di solidarietà: la cittadina di Frontignan, in cui si tiene un festival del noir, ha intenzione di nominare Battisti cittadino onorario. – Serge Quadruppani ha presentato l’appello italiano e ha spiegato perché è così difficile che passi in Italia, come le forze politiche svolgano un ruolo centrale nell’impedire un riesame del periodo 70-80, in nome della lotta contro il terrorismo, e perché la sinistra abbia delegato ai giudici il tentativo di risolvere i problemi che la politica non è più in grado di affrontare – in particolare: come sbarazzarsi di Berlusconi e del berlusconismo. – Un rappresentante del Partito comunista francese (di cui erano presenti molti eletti) ha annunciato che il gruppo comunista del Consiglio comunale parigino proporrà che Cesare Battisti venga nominato “amico della Città di Parigi”. – Il Capo di Gabinetto di François Hollande, segretario
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generale del Partito Socialista, ha letto un messaggio di quest’ultimo che insiste nuovamente sulla necessità di “rispettare la parola data”. La riunione si è conclusa con la lettura di “alcune parole di Cesare Battisti”, un testo scritto in occasione dell’espulsione di Paolo Persichetti. (Da Carmilla On Line, 20.2.2004) SERATA AVENIDA LIBERATION: COM’È ANDATA È andata benissimo. Presso il circolo Arci Sesto Senso, a Bologna, si è tenuta la prima serata italiana di solidarietà a Cesare Battisti. Valerio Evangelisti, Wu Ming 1 e Giuseppe Genna non soltanto hanno presentato Avenida Revoluciòn, l’ultimo libro tradotto in Italia di Cesare Battisti (uscito per Nuovi Mondi Media), ma hanno parlato della vicenda umana, politica e giuridica dello scrittore italiano attualmente detenuto nel carcere parigino della Santé, in attesa che sia esaminata la richiesta di estradizione per l’Italia. In un locale affollato, alla presenza di scrittori, di critici, di un’inviata del quotidiano francese Libération e di moltissimi giovani, Valerio Evangelisti ha raccontato alcuni particolari del processo kafkiano a cui Battisti fu sottoposto in Italia. Non si è trattato di semplice memorialistica: l’esilio dell’autore del Cargo sentimental è frutto di una scellerata conduzione, in un periodo di leggi speciali che alcuni pretenderebbero tuttora in vigore, di un procedimento giudiziario falsato da trattamenti iniqui e violenti da parte delle forze di polizia, confusione investigativa (dieci persone trattenute dagli organi giudiziari furono costrette a “confessare” un medesimo omicidio), distorsione delle accuse e costruzione di castelli immaginari a forza di negoziazioni con poco credibili “pentiti”. Evangelisti ha anche sottolineato l’importanza della letteratura di Cesare Battisti: una delle pochissime, ai nostri giorni, a immergersi totalmente in un’epoca che l’Italia stenta a elaborare. Giuseppe Genna ha introdotto all’opera di Battisti: soltanto quattro libri su un totale di dodici sono attualmente tradotti in Italia,
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ed è necessario e urgente pubblicare da noi il Cargo sentimental, profondissima riflessione sull’intera storia contemporanea d’Italia, dal dopoguerra all’insorgere del Movimento che si è mobilitato ai nostri giorni. Wu Ming 1 ha anzitutto evidenziato le storture informative e la pochezza di argomentazioni che sono circolate in Rete e sulla stampa, ampliando poi la prospettiva rispetto al contesto politico generale in cui il caso Battisti esplode: l’inanità di un’opposizione che ha delegato alla magistratura l’attacco al transitorio premier e al suo governo, che è garantista soltanto in casi di interesse personale, mentre fioccano le proibizioni in ogni comparto del vivere civile. Sono andati esauriti i dossier composti dai materiali presenti on line su Carmilla, sono state vendute copie di Avenida Revoluciòn, si sono aggiunte molte firme all’appello (che stiamo aggiornando manualmente e ripubblicheremo integralmente a breve). Prima degli interventi, è stato proiettato il video realizzato in Francia Cesare Battisti: rèsistances. Vorremmo ringraziare tutti gli intervenuti: è stato importante per noi, ma soprattutto per Cesare. La serata, nelle intenzioni, diventerà una sorta di evento disseminato per l’Italia. È imminente l’annuncio della data di Milano (sono previste, sul palco, partecipazioni numerose), mentre ci stiamo attivando per organizzare un’iniziativa analoga anche a Roma. (Redazionale di Carmilla On Line, 27.2.2004) LETTERA APERTA DI 500 INTELLETTUALI AL MINISTRO DELLA CULTURA FRANCESE, PER LA LIBERAZIONE DI CESARE BATTISTI Mentre l’amministrazione comunale della capitale francese accorda in forma ufficiale e solenne la “protezione della Città di Parigi” a Cesare Battisti, e istituisce un’apposita commissione; mentre varie cittadine qui e là per la Francia lo nominano cittadino onorario; mentre addirittura gli inquilini dello stabile in cui abitava (già autori di un volantino intitolato “Ridateci il nostro portinaio”) marciano con tutto il 9° Circondario fino al municipio del quartiere e trovano la solida35

rietà del sindaco e dei consiglieri, gli intellettuali transalpini più prestigiosi continuano la loro mobilitazione. Quattro di essi, ben noti anche in Italia (lo storico Pierre Vidal-Naquet, il disegnatore Enki Bilal, la scrittrice Fred Vargas, il regista Jacques Audiard) hanno redatto la lettera aperta che riportiamo, firmata nel giro di pochi giorni da 500 loro colleghi. Signor Ministro, l’arresto del romanziere Cesare Battisti e la minaccia di estradizione che pesa su di lui destano emozione e riprovazione nel mondo della cultura, e ben al di là di esso. Noi, scrittori e romanzieri, editori e traduttori, librai, disegnatori e fotografi, artisti, attori e cineasti, donne e uomini di cultura, le domandiamo di rompere il suo silenzio sulla situazione di Cesare Battisti. Noi non possiamo accettare che la nostra Repubblica ritiri brutalmente l’impegno preso con Cesare Battisti di consentirgli di vivere tra noi a patto di rompere con la logica degli anni di piombo, promessa che Cesare Battisti ha pienamente rispettato. Non possiamo accettare che Cesare Battisti sia minacciato di estradizione per l’arbitrio di un voltafaccia giudiziario inaccettabile, e imprigionato a vita in Italia, senza ricorso possibile per via di una legge iniqua. Ne va dell’onore della Francia, arricchita da tanti apporti venuti dal mondo intero, e della sua cultura, di cui lei è il garante e il difensore naturale. Ne va del rispetto della parola data, così come dell’avvenire delle libertà e dei diritti nell’Europa in costruzione. È per questo che vi domandiamo, Signor Ministro, di intervenire affinché la libertà sia restituita a Cesare Battisti, e gli sia definitivamente assicurato il diritto d’asilo promesso. Tra i 500 firmatari dell’appello, i più noti in Italia sono gli scrittori Daniel Pennac, Tonino Benacquista, Daniel Picouly, i registi Costantin Costa-Gravas e Bertrand Tavernier, il filosofo Bernard-Henri Lévy, il disegnatore Willem. (Da Carmilla On Line, 2.3.2004)
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DANIEL PENNAC: LETTERA A BATTISTI Con il titolo “A un perseguitato”, lo scrittore francese Daniel Pennac, che ha firmato l’appello per la liberazione di Cesare Battisti, ha inviato una lettera allo scrittore italiano detenuto a Parigi in attesa di estradizione. Il quotidiano il manifesto l’ha tradotta e pubblicata nell’edizione domenicale. Ecco il testo. Caro Cesare Battisti, non la conosco, non l’ho mai letta e certamente non l’avrei seguita nella sua giovanile partecipazione alla lotta armata. Questo mi lascia tanto più libero di dirle la vergogna che provo per ciò che il mio governo le sta facendo e che, attraverso di lei, minaccia, probabilmente altri rifugiati italiani. Il 10 luglio 1880, nove anni appena dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di 30.000 morti!), i condannati vennero graziati e amnistiati. Siamo nel 2004, i fatti che le vengono imputati (i più gravi dei quali non sono stati provati), risalgono a quasi trent’anni fa, e lei è di nuovo gettato in prigione, tradito dal paese (che le aveva garantito asilo), e consegnato a quello che le rifiuta il perdono. Come spiegare alle giovani generazioni una tale regressione del costume politico? E come far capire a coloro che ci governano, che agendo in tal modo essi creano il clima di disperazione che ha spinto alla lotta armata l’adolescente che lei era negli anni ‘70? Certo, i ministri passano e il sostegno che molti le stanno dimostrando durerà più a lungo dei nostri rispettivi governi; ma è una magra consolazione, se pensiamo a quale società può nascere da comportamenti in cui si può tradire la parola data da un capo di stato, e in cui la giustizia si apparenta alla vendetta – se non viene addirittura imbavagliata. Naturalmente, spero con tutto il cuore di sbagliarmi e che il mio governo, sensibile agli argomenti che gli sono stati presentati, resterà fedele alla garanzia di protezione che le è stata data. Coraggio dunque, sperando di vederla presto, libero. (Da Carmilla On Line, 24.2.2004)
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LIBERATE BATTISTI! di Bernard-Henri Lévy Francamente non avremmo mai creduto di ospitare un giorno un intervento di Bernard-Henri Lévy (tratto dal settimanale Le Point). Invece il caso Battisti ci mostra, ancora una volta, la superiorità degli intellettuali francesi – inclusi i più “massmediatici” – rispetto a quelli italiani. Sulla detenzione arbitraria di Cesare Battisti prendono posizione personalità poco sospettabili di “sinistrismo”, come Philippe Sollers, Bernard Kouchner e tanti altri, tra cui, per l’appunto, Lévy. Una dimostrazione di indipendenza di pensiero, in Italia quasi inimmaginabile. Cesare Battisti, questo ex responsabile dei Proletari Armati per il Comunismo riconvertito alla – buona – letteratura poliziesca e arrestato, l’altra mattina, dalla polizia francese. L’ho incrociato, una volta. Era presente – me ne rendo conto rileggendo le mie annotazioni dell’epoca – alla riunione organizzata nel novembre 1978, a Roma, dal quotidiano italiano Lotta Continua, in cui si dibatté, con Félix Guattari e altri, se il terrorismo fosse o meno il figlio naturale di una coppia diabolica, fascismo e stalinismo. Oggi il tempo è passato. La guerra è finita. La rivoluzione anche. E tutti, tra i protagonisti del dibattito di allora, sarebbero d’accordo nel ritenere che la scelta della “lotta armata” fosse al tempo stesso assurda e criminale. Chi ha interesse, data la situazione, a riaprire la vecchia piaga? Perché, sebbene Battisti vivesse a viso aperto, con moglie, figli, editori per i suoi romanzi, amici, indirizzo conosciuto, fare di colpo finta di scambiarlo per una sorta di clandestino? È veramente una buona idea, per un’Italia visibilmente minacciata da un nuovo tipo di terrorismo, prendersela con chi si è ritratto dalla violenza antica maniera e, nei suoi romanzi, ha fatto più di chiunque altro per riflettere sul fenomeno, e dunque scongiurarlo? In ogni caso, qui, in Francia, la questione non si pone nemmeno. La camera d’accusa della corte d’appello di Parigi ha in effetti, tredici anni fa, già risposto no a una precedente domanda di estradizione. Tutti i governi, da allora
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in poi, hanno implicitamente ratificato una posizione dettata, in particolare, da quella peculiarità del diritto italiano che fa sì che un condannato in contumacia, se consegnato, finisca direttamente in prigione, senza possibilità di nuovo processo. Di conseguenza, visto che nel frattempo non è affiorato alcun elemento nuovo, le autorità francesi non hanno, oggi, che una parola da dire, che un gesto da fare: liberare Cesare Battisti. (Da Carmilla On Line, 22.2.2004) OGGI L’UDIENZA. LA CITTÀ DI PARIGI A SOSTEGNO DI BATTISTI di Jacqueline Coignard Articolo apparso su Libération del 2 marzo 2004 Ci siamo. Oggi pomeriggio, alle 14, l’intera giunta comunale di Parigi uscirà dal municipio con la sciarpa tricolore a tracolla, alla guida di un corteo che si porterà fin sotto il tribunale della città, dove deve essere esaminata l’istanza di scarcerazione presentata dai legali di Cesare Battisti. Intanto si è appreso che già il 20 maggio 2003, dietro pressione del governo italiano, il guardasigilli francese aveva presentato al Procuratore generale una richiesta di estradizione, concernente Battisti e altri due rifugiati. Il 4 dicembre 2003 il Procuratore aveva annunciato al ministero l’archiviazione della pratica. Tuttavia non c’è da essere troppo ottimisti, visto l’accanimento del governo francese su insistenza di quello italiano (sono di ieri le pressioni indebite esercitate in Francia su uno dei promotori del manifesto dei 430 intellettuali, poi saliti a 500). Cesare Battisti è “posto sotto la protezione della Città di Parigi”. Così ha deciso, ieri, il consiglio municipale per sostenere lo scrittore italiano, ex attivista degli “anni di piombo”, rifugiato in Francia nel 1990 e incarcerato il 10 febbraio in attesa di una eventuale estradizione. “Noi domandiamo che la Francia rispetti i suoi impegni passati; che tutti gli altri rifugiati politici italiani, che beneficiano degli stessi impegni, non siano estradati; che Cesare Batti39

sti possa beneficiare della protezione della Città”, ha spiegato Christophe Caresche (PS). Tra il sarcasmo dell’opposizione: “Volete farlo dormire qui?”. Jacques Bravo, sindaco socialista del IX Circondario, in cui Battisti viveva, replica: “Gli eletti di Parigi vigileranno. Ci mobiliteremo per analizzare e difendere questo caso”. D’altronde, un appello a manifestare dal municipio al palazzo di giustizia di Parigi è stato lanciato per mercoledì, nel momento in cui i giudici esamineranno la domanda di scarcerazione di Battisti. Con l’occasione, Pierre Mansat (PCF) rinfresca la memoria di certi consiglieri : “Nel 1996 Cesare Battisti fu invitato d’onore di Jean Tiberi e di JeanJacques Aillagon, allora direttore degli Affari culturali della città (entrambi di destra; oggi Aillagon è ministro della Cultura, NdR), per un incontro sulla letteratura italiana”. La sinistra parigina si ritiene alla testa di un movimento per fare riconsiderare all’Italia le “proprie leggi di vendetta” e prevedere un’amnistia per azioni politiche che risalgono a trent’anni fa. Ieri, a Tolosa, una manifestazione per Battisti ha radunato 300 persone. (Da Carmilla On Line, 3.3.2004)

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2. IL CASO BATTISTI. LA RIFLESSIONE

L’INCUBO BATTISTI di Giuseppe Genna Quanto sta succedendo in queste ore, in questi giorni a Cesare Battisti è, e lo è con esattezza scientifica, quanto sta accadendo in questi anni all’Italia e all’Europa: la minaccia realizzata della violazione del diritto in nome di una dottrina superindividuale e astratta, elettorale e ipocrita, che mostra il suo vero volto quando si attiva per maciullare idee e corpi. A rischio di apparire generalista e massimalista, affermo: c’è una continuità – che nemmeno più è inquietante – tra il caso Battisti, la deriva del Vecchio Continente e l’orrore perpetrato in Afghanistan e Iraq. Si tratta di un medesimo ente saturnino, vòlto con sistematica predeterminazione a divorare non i figli suoi, ma i figli dell’uomo. La nonchalance con cui oggi, in Europa, si censurano le idee in tv e sui giornali, si sistemano i conti in un ok corral indecente e amorale, si scatenano conflitti preventivi e si compiono alla luce del sole crimini patenti – questo è il paesaggio che chi si ritiene ancora umano è chiamato oggi a modificare con forza e fatica. I nodi vengono al pettine: e sono nodi di capelli di un cuoio strappato a viva forza dai crani di chi pensa, di chi tenta di ricordare e di ridiscutere il passato per aprire il futuro. Sono enormi le conseguenze implicite che sprigionano dalla
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scelta del governo italiano di domandare l’estradizione di Battisti: costringono tutti noi a verificare con mano chi sono le persone che si schierano – non, questa volta, per una battaglia armata, ma per una battaglia di idee. Battaglia che, come si nota in questi ultimi anni, non è che comporti meno sangue delle precedenti. Il prezzo della lotta per il pacifismo, i diritti dell’uomo e la libertà, che sia condotta con la potenza delle idee e dei sentimenti oppure con altri supporti, è un prezzo amaro e pesante. Eppure ciò non toglie che lo tsunami di speranza in Movimento che si sta scatenando finisca per travolgere chi vi si oppone: dimostra la storia dell’uomo che quando si spalanca una crepa ideale, una frattura da cui il bene può scaturire, per una legge superfisica il bene emerge. Da anni, questo è il punto, si sta rifacendo la Rivoluzione Francese: ed è una Rivoluzione Francese planetaria. Sorprenderebbe se fosse la Francia la prima nazione a sfilarsi da una simile Rivoluzione Francese. Per quanto concerne l’Italia, è necessario superare il disgusto emetico che provoca la condotta di un governo cieco e reazionario come l’attuale. Il comportamento di Berlusconi e dei suoi è, una volta ancora, di una leggerezza che sa di tragico, e fa parte di una precisa strategia di innalzamento delle quote di conflitto e di ansia collettiva interne al Paese. La soluzioncina, che soltanto un ragiunatt brianteo poteva trovare geniale, di riaprire in questo modo una falla devastante nell’autocoscienza di una nazione, è una trovata degna di uno Scaramacai quale in effetti è il coboldo governativo. Non si toccano in questo modo immorale i meccanismi di elaborazione storica, faticosissima per l’Italia, di un decennio tragico come i Settanta: un periodo che si vorrebbe decontestualizzare dal periodo stesso, una guerra civile autentica che si vorrebbe fare passare per scaramuccia tra serial killer splatter – come a tutti gli effetti è stato dipinto dai media nazionali Cesare Battisti, in questo caso vittima emblematica di un meccanismo di stritolamento memoriale e politico. Si badi bene: non è qui questione della colpevolezza vera o presunta (nel caso di Battisti, ben meno che presunta, se nell’originale richiesta di estradizione gli sono stati ac42

collati due omicidi, uno a Milano e uno a Venezia, avvenuti nello spazio di mezz’ora...). Qui è in gioco una questione enorme, che non è mai slittata fuori dal consorzio civile italiano. La stagione di piombo non ha schiacciato o segnato una generazione soltanto: in realtà non ha mai smesso di condizionare la vita nazionale. Se pensiamo allo spauracchio rosso, agitato nel perenne periodo pre-elettorale che Berlusconi ha imposto alla vita politica del Paese, osserviamo come il proprietario di Mediaset abbia preordinatamente evocato, più che i rigori russi dello stalinismo, il brivido eversivo che fece tremare la borghesia italiana. Una borghesia, tra l’altro, che rientra negli obbiettivi dell’attuale governo italiano impoverire fino alla cancellazione. La presenza dei rifugiati a Parigi è sempre stata avvertita come minaccia memoriale costante, come spada di Damocle sulla testa di ogni coalizione politica. Sopita al di là delle Alpi, questa minaccia non cessava di allarmare i sonni dei potenti transeunti del Belpaese. A nulla è valso l’obnubilamento degli Ottanta, quando si è cercato di fare bere più di una città agli italiani. A niente ha condotto la stagione del giustizialismo che ha figliato, come ogni parto giustizialista, un reazionariato che biascica dialetto lombardo. Io penso che la questione dei postumi del terrorismo e della rivolta di massa italiana sia un fenomeno unico in Europa e che non sia stata risolta; penso che non tocchi semplicemente una componente ideologica di sinistra, ma anche personaggi di destra, il che non significa che spero in una soluzione a base di tarallucci Mulino Bianco e vino all’etanolo; penso che si sia tentata oltre ogni limite una politica di imposizione dei processi di rimozione collettiva, cosa che presupporrebbe una condizionabilità del mondo e della storia e dell’uomo, il che è opera non soltanto impossibile, ma criminale; penso che questo tentativo di imporre la rimozione a un’intera collettività sia stata effettuata attraverso strategie consapevoli di condizionamento psichico, attraverso l’inoculazione di un virus sottoculturale che ha il suo apice nel berlusconismo di massa; penso che pochissimi ma spettacolari elementi umani della generazione che fece i Settanta dovrebbero vergognarsi, non semplicemente per l’abiura compiuta verso una prospetti43

va storica che praticarono, ma per l’incredibile e strenua opera di conversione al potere costituito da nessuno, che li ha incoronati re per un giorno e piazzati su troni di cartapesta e cartastampata; penso che costoro, ben lungi dall’essere memoria storica di un passato che non passa anche senza di loro, costituiscano un ostacolo di abnorme entità sulla strada della rielaborazione di ciò che fu e ciò che non fu; penso che l’attuale classe dirigente sia emersa non dalla reazione ai fatti recenti di una bufala rivoluzionaria condotta nelle aule di tribunale, bensì dall’impossibilità di affrontare criticamente lo spettro degli anni Settanta; e penso che le nuove generazioni si siano rotte i coglioni di osservare inermi questa incredibile messa in abisso di una questione che non è sovrastorica, ma storica, e che come tale è naturale che sia metabolizzata. Per l’appunto, io faccio parte della generazione che, ai tempi, giocava a pallone ai giardinetti. La stessa generazione che però ricorda bene il volto impietrito della madre quando fu ritrovato il cadavere di Moro e ascoltò le parole disanimate: “Qui finisce un decennio, adesso arriveranno i carrarmati per strada”. La madre che non intuiva che i carrarmati non sarebbero giunti in strada, ma nell’etere, è uno dei legami più veri e vivi che gli attuali trentenni mantengono con una stagione che vissero non da adulti, ma da bambini, con il portato di un’innocenza scevra da croste ideologiche, capace di osservare le storie di sangue con un terrore lontano da ogni aspettativa, per quello che erano: storie di sangue. Penso che quell’innocenza bambina, non disgiunta dalla vita della storia che si fece e che continua a farsi, sia oggi la premessa necessaria per arrivare presto a quanto arriveremo: sciogliere il nodo, non tagliarlo. È la medesima premessa che mi fa vergognare di essere italiano quando l’Italia fa in modo che si vada a prelevare Cesare Battisti e lo si traduca in carcere, per un’attesa kafkiana che riguarda non soltanto il suo destino, ma quello di tutti noi. E poiché il destino è soltanto il presente, si intende qui che quell’incubo in cui hanno gettato Battisti è l’incubo del mio e del nostro presente. (Da Carmilla On Line, 14.2.2004)
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TRE PASSI NEL DELIRIO (DEI DELITTI E DELLE PENE) di Girolamo De Michele Girolamo De Michele è autore di Tiri mancini. Walter Benjamin e la critica italiana (Mimesis, 2000), Felicità e storia (Quodlibet, 2001), e numerose voci filosofiche dell’enciclopedia multimediale Encyclomedia e di diversi saggi sul pensiero filosofico contemporaneo. È anche coautore (assieme a Umberto Eco) di una storia del concetto di Bellezza in Cd-rom (Opera Multimedia). Ha curato un volume su Deleuze (Gilles Deleuze. Una piccola officina di concetti, Discipline filosofiche 1, 1998), l’edizione italiana di Michael Hardt, Gilles Deleuze, Un apprendistato in filosofia (a/change, 2000) e un inedito di Èlie Wiesel (La memoria e l’oblio, in “arcipelago” 4, 1999). Nei primi mesi del 2004 Einaudi Stile Libero darà alle stampe il suo primo romanzo, Tre uomini paradossali. Proviamo a fare non uno, ma tre passi oltre l’immediata emotività che si è espressa nella mobilitazione seguita all’arresto di Cesare Battisti. Tre passi, cioè tre aspetti che bisogna saper disgiungere entro la complessità umana, troppo umana della vita di Cesare. Ma soprattutto: tre diversi compiti, tre campagne che dobbiamo avere il coraggio di osare, a partire dalle agende politiche del movimento sin dalle assemblee preparatorie della giornata del 20 marzo, perché anche questa è guerra interna. In primo luogo, va denunciato il carattere odiosamente vendicativo della “campagna acquisti” in atto da parte del ministro Castelli tra i rifugiati politici italiani, iniziata il giorno in cui Castelli si recò in Francia con una lista di 12 “sovversivi” (tra i quali Persichetti e Battisti). Vale la pena di rammentare che i réfugiés sono in Francia per effetto di un contratto morale siglato tra loro e lo Stato francese ai tempi di Mitterrand, contratto al quale si era attenuto, in nome della continuità dello Stato attraverso il mutare dei governi, lo stesso Chirac quando divenne capo del governo. Persichetti, Battisti e compagni sono oggetto di una vendetta assolutamente gratuita (cos’hanno da aggiungere a ciò che già sappiamo alla ricostruzione degli anni ‘70?), e il loro eventuale “pentimento” sarebbe null’altro che un’a45

biura inquisitoria, a uso e consumo del compiacimento dei suppliziatori; laddove i vari stragisti sono depositari delle pagine più nere della nostra storia, e uomini e istituti/istituzioni che il loro silenzio copre sono tuttora attivi, sempre ben radicati nella società illegale. Castelli, va sempre tenuto a mente, è il ministro che visitò Bolzaneto nella notte delle torture; è l’uomo che ha inconsciamente rivelato il suo odio di classe nel paragonare i torturati di Bolzaneto agli operai della sua fabbrica (“essere costretti a restare in piedi per alcune ore non è tortura: nella mia fabbrica gli operai sono abituati a lavorare in piedi otto ore senza lamentarsi”, dichiarò più o meno in questi termini in Parlamento). Questo spirito vendicativo è tanto più pericoloso in quanto non è indirizzato verso un soggetto sociale (la “classe antagonista”), ma è un residuo allucinatorio, la persistenza di una memoria malata che, come un orologio molle, cola giù su qualunque individuo abbia la ventura di richiamare, come un distorto déjà vu, le forme fordiste dell’antagonismo: tanto più pericoloso in quanto il bisogno di emergenza che esso rivela può colpire in modo indiscriminato. In secondo luogo, dobbiamo avere la capacità di praticare il terreno giuridico, di fare critica del diritto anche attraverso l’uso dei suoi strumenti formali. Lo status giuridico di Cesare Battisti è quello di un latitante condannato in contumacia a due ergastoli, comminatigli in misura della sua asserita colpevolezza rispetto a tutti i reati attribuiti ai Proletari Armati per il Comunismo. Com’è noto, Cesare non si è difeso in tribunale, ma ha praticato l’evasione (il che lo renderebbe inestradabile, giacché la Francia non riconosce la validità delle condanne in contumacia). Il punto è proprio questo: evadendo, Battisti scelse di non difendersi perché le condizioni processuali oggettive lo rendevano impotente a fronte delle dichiarazioni dei pentiti. È necessario ricordare che la gestione dei pentiti a Milano è stata particolarmente vendicativa e spesso ai margini della “legalità”? Ora, è un fatto che il diritto penale – in modo esplicito dall’entrata in vigore del rito accusatorio – ha per oggetto il verosimile, ricostruito in base all’evidenza
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della prova, afferente alle singole persone, e non il giudizio politico complessivo (dal quale, via pentiti, alcuni giudici deducevano, applicando il rito inquisitorio, la colpevolezza dei singoli, spesso privilegiando le cosiddette “figure di confine” tra legalità e illegalità). E dunque sarebbe importante ricostruire con precisione la sua vicenda processuale, per dimostrare che, da un punto di vista puramente giudiziario, le violazioni delle più elementari norme a tutela del diritto di difesa rendono di fatto inaccertabili i reali livelli giuridici di responsabilità, indipendentemente dagli specifici eventi attribuibili a Battisti. Qui non parlo solo di alcune palesi incongruità dell’originaria domanda di estradizione – come faceva Cesare ad essere nell’arco di mezz’ora a Milano e a Mestre? Parlo del fatto che, a fronte della illusoria pretesa che il diritto comporti un’opzione secca tra innocenza e colpevolezza, esiste un’area di indecidibilità, nella quale si trovano quelli che George Boole, il fondatore della logica binaria (1=vero, 0=falso) chiamava “residui indefiniti”: traducendo la logica di Boole in quella processuale, nel determinare di quante accuse Cesare è colpevole non è possibile discernere tra nessuna, alcune e tutte. La cosa non deve sembrare bizzarra, perché è usuale nei processi americani: basterà rammentare il “caso O.J. Simpson”, o il proscioglimento dei fondatori dell’organizzazione armata dei Weathermen: questi imputati sono non-processabili, e dunque a piede libero, perché le prove a loro carico furono raccolte violando il diritto di difesa, e dunque le accuse loro rivolte si rivelano indecidibili. Ebbene, è proprio quello che avviene se trasliamo la rilevanza processuale del pentito dal rito inquisitorio (dove la sua parola era legge, anche in assenza del dichiarante in aula) al rito accusatorio (nel quale al dichiarante è richiesto di fornire prove certe e ostensibili a sostegno delle sue accuse). Oggi, riaprendo molti processi per “banda armata” o “terrorismo”, molte condanne si tramuterebbero in assoluzioni: questa constatazione non è inficiabile dal principio che non si può processare due volte per lo stesso reato un imputato (ma questo principio deve valere anche per l’esame della richiesta di estradizione di Cesare). Non si tratta
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di riaprire i processi, ma di appalesare l’illogicità rebus sic stantibus di molte posizioni giudiziarie, magari per reimpostare in modo più attento e giuridicamente sensato una campagna per l’uscita dai cosiddetti “anni di piombo”. Vengo al terzo punto. A partire da una contraddizione interna al diritto, che va allargata dalla critica materialistica: la contraddizione tra la certezza del diritto (che impone la punibilità, anche temporalmente differita, del delitto) e lo scopo della pena, che è la “riabilitazione” del reo. A costo di essere realisti sino al cinismo: che finalità (una volta esclusa quella emergenziale di usare la pena come grimaldello per ottenere una confessione utile alle successive indagini) ha condannare un individuo che ha vissuto una vita palesemente difforme dal reato commesso per un quarto di secolo or sono, praticando una soluzione di continuità di spessore esistenziale? E dove va a finire l’uguaglianza formale degli uomini davanti alla legge, se alle elezioni abbiamo visto e vedremo candidarsi nostalgici e inquisiti eccellenti che i complessi disegni del diritto rendono “non punibili” per rispettabilissime alchimie procedurali – ma pur sempre pervicacemente intenti a condurre dubbie politiche, senza soluzione di continuità, mentre altri come Cesare Battisti hanno, come alternativa esistenziale, la galera o una stentata vita ai margini della miseria? Hic Rhodus… (Da Carmilla On Line,16.2.2004) CESARE BATTISTI E LE LIBERTÀ IN ITALIA di Wu Ming 1
“La vera questione politica posta dal terrorismo è sì sapere come vi si entra, ma soprattutto come se ne esce.” François Mitterrand, 1985 “È noto che io sono per l’indulto. È una cosa notoria. È come chiedermi: ma lei ha i capelli bianchi? Certo. Sarei stato favorevole anche all’amnistia.” Francesco Cossiga, “La Repubblica”, 31/07/1997 48

“Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra o della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l’opposizione del mondo politico che fa capo all’ex-partito comunista.” Francesco Cossiga, lettera a Paolo Persichetti, s.d. [2002]

L’appello per la liberazione di Cesare Battisti, arrestato a Parigi il 10 febbraio scorso, ha avuto in pochi giorni un sorprendente numero di adesioni. La sera di domenica 15 si era a quota 1360. Scrittori, registi, produttori cinematografici, deputati, docenti universitari, giornalisti, addirittura missionari, e “semplici” cittadini/e hanno voluto esprimere la loro solidarietà. Oltre a questo appello ne esistono altri, in italiano e soprattutto in francese, uno dei quali ha raccolto molte migliaia di firme. C’è anche una lettera aperta al Presidente Jacques Chirac, firmata da alcuni scrittori. A Parigi è tutto un vorticare di iniziative, assemblee, conferenze stampa, e oggi (16 febbraio) c’è stata una manifestazione (non autorizzata) di fronte alla Santé. Quattro deputati (tre verdi e il trotzkista Alain Krivine) sono entrati e hanno chiesto di parlare con Cesare. Il ministro della giustizia Dominique Perben ha dato ordine di impedirglielo, cosa che pare essere illegale. Per tornare in Italia, la casa editrice DeriveApprodi ha mandato in ristampa il romanzo di Battisti L’ultimo sparo, pubblicato nel 1998, e devolverà tutti i proventi alla difesa legale. Credo che tutti gli editori solidali con Cesare dovrebbero acquisire i diritti dei suoi libri non ancora pubblicati in Italia, o pubblicati ma fuori catalogo, e mandarli in libreria con la stessa clausola. L’esame della situazione di Cesare da parte della magistratura francese sarà più lungo di quanto ci s’immaginava. Il problema principale è che, se il 3 marzo non dovesse essere accolta la domanda di libertà provvisoria presentata dai suoi avvocati, questo periodo lo trascorrerà tutto in galera. Nei giorni scorsi, qualcuno ha espresso legittimi dubbi e perplessità su questo caso e sull’ appello. Qualcuno altro ha detto e scritto vere e proprie idiozie, frutto di incancre49

nimento ideologico e/o disinformazione sui temi dell’emergenza e della giustizia. Con questo articolo vorrei mettere le cose in prospettiva per quanto mi è possibile, contribuire a fare chiarezza, senza il pesante linguaggio ideologico solitamente utilizzato per discutere di questi temi. Per prima cosa farò un breve compendio della “Dottrina Mitterrand” e della situazione dei rifugiati italiani in Francia; dopo qualche cenno sul contesto in cui Cesare Battisti fu processato e condannato, descriverò il contesto di oggi, quello del nuovo “allarme terrorismo”, passando brevemente in rassegna alcune bufale propinateci dopo l’11 Settembre; nel paragrafo successivo cercherò di rispondere ai dubbi suscitati dall’appello, infine chiuderò con un personalissimo commento sullo stato delle libertà nel nostro Paese. È un compito che reputo urgente ma che non è facile. Spero mi verranno perdonati i tagli con l’accetta e le inevitabili sbavature. 1. La “Dottrina Mitterrand” fino all’arresto di Persichetti Nel 1984 viene ufficializzata la cosiddetta “Dottrina Mitterrand” (espressione imprecisa ma largamente utilizzata) sui rifugiati politici italiani. Più di un centinaio di reduci degli “anni di piombo” ottengono il permesso di restare in Francia. In cambio devono rendersi visibili alle autorità e rinunciare in modo inequivoco alla violenza politica. L’esplicito intento dello stato francese è concedere a costoro una via d’uscita dalla clandestinità, ma è altrettanto determinante il fatto che le autorità italiane presentino dossier raffazzonati e lacunosi. Caso dopo caso, si fa evidente che quelle persone hanno subito processi (basati sulle leggi d’emergenza del periodo 1975-82) che il diritto francese considera iniqui. Per la comunità dei rifugiati, questa differenza di cultura giuridica diverrà un secondo livello di tutela, anche a prescindere dalla “Dottrina Mitterrand”. La Francia non va idealizzata, sia ben chiaro, però là non esistono bizzarre fattispecie di reato come “concorso
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morale” o “compartecipazione psichica”. Al contrario, gli italiani sono abituati alla violazione di uno dei più antichi princìpi del diritto: “Cogitationis poenam nemo patitur” [Non si punisca nessuno per il pensiero]. Il codice penale francese, a differenza di quello italiano, non prevede uno sparverso di reati associativi distinti solo da trucchetti semantici che significano diversi anni di galera in più o in meno. Eclatante l’esempio degli artt. 270 e 270 bis, rispettivamente “associazione sovversiva” e “associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico”. La descrizione del reato è praticamente identica, solo che nel primo caso rischi da 5 a 12 anni, nel secondo da 7 a 15. Un lascito della legge n.15, 6/02/1980, meglio nota come “Legge Cossiga”. In Francia è ben raro condannare un imputato in base alle dichiarazioni di un solo testimone. In Italia, invece, è consuetudine: tutti i processi del caso “7 Aprile” erano costruiti sulle deposizioni di Carlo Fioroni; le condanne a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono basate sulla chiamata in correità di Leonardo Marino. Una sola persona che accusa è ritenuta più credibile di decine di testimoni che scagionano.1 Infine in Francia, come accade in tutti i paesi europei e come è previsto dalla Convenzione Europea sui diritti umani del 1954, una condanna in contumacia non può diventare definitiva. Se un condannato in contumacia si presenta o viene catturato, la sentenza è annullata e il processo si rifà in sua presenza. Di contro, la prassi giudiziaria italiana in materia di contumacia è in totale dispregio del principio romano “Ne absens damnetur” [“Non si condanni un assente”]. La Corte Europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, la Corte Costituzionale italiana e la Corte di Cassazione (a sezioni
. Ecco altre due caratteristiche tipiche del nostro sistema giudiziario/mediatico: la prima è l’inversione dell’onere della prova, ovvero non è lo Stato che deve dimostrare la tua colpevolezza, sei tu che devi provare la tua innocenza; la seconda è l’escrescere dei “pentitismi”, delle delazioni, delle chiamate di correo, dei “super-testimoni”. Il lavoro d’indagine viene quasi interamente sostituito dalle rivelazioni del tale o del tal altro, sostituzione che si è fatta sistema con la legge sui pentiti del 1982 ed è oggi considerata naturale.
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unite) hanno chiesto alla magistratura di rispettare la Convenzione Europea, che in teoria lo Stato italiano ha recepito con la legge n.848 del 4/8/1955. I tribunali ignorano questa richiesta, e continuano a pronunciare condanne definitive in contumacia. Secondo il giornalista Stefano Surace, anch’egli vittima di questa prassi, in Italia sono 5000 i detenuti condannati in questo modo.2 Tornando alla Francia: per diciotto anni non vi sono estradizioni, fino all’agosto 2002, quando Paolo Persichetti viene arrestato e rimpatriato, in base a un decreto d’esradizione firmato nel 1994 dall’allora primo ministro Edouard Balladur. È il segnale di un cambio di fase. Il guardasigilli Perben dichiara che d’ora in avanti le vicende dei rifugiati italiani saranno valutate caso per caso. 2. Dare a Cesare quel che è di Cesare L’enfasi posta dal diritto penale italiano sui reati associativi (e in particolare sulla “fattispecie terroristica”) ha spesso portato i Pm a ignorare le responsabilità individuali in fatti concreti, che hanno via via perso importanza a vantaggio del “fine ultimo”. Talvolta si è processata prima l’ideologia degli imputati, vera base della “fattispecie terroristica”, e in seconda battuta i reati specifici di cui erano accusati. A memoria di questa tendenza, andrebbe scolpita nel marmo una dichiarazione di un giudice istruttore del processo “7 Aprile” (spezzone romano), rilasciata al “Corriere della Sera” il 27/5/1979: “Stiamo cercando di ricostruire il percorso ideologico che ha portato l’imputato a commettere i gravissimi reati di cui è accusato... L’imputato non si è

2 . Nel 2002 Stefano Surace, sessantanovenne, fu arrestato e incarcerato a causa di tre condanne per oscenità risalenti a più di trent’anni prima, quando dirigeva la rivista “Le Ore”. Surace non sapeva nulla di quei processi, si era trasferito in Francia ed era stato condannato in contumacia. Al suo ritorno in Italia fu arrestato. La vicenda fece un certo scalpore, per ottenerne la liberazione si mossero la FNSI e Reporters Sans Frontières.

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ancora accorto di questo e continua ad attendersi che gli venga contestato un fatto preciso”. Il 5 luglio dello stesso anno, sullo stesso giornale si poteva leggere un’intervista al giudice, titolare dello “spezzone veneto” dello stesso processo, in cui il magistrato definiva “ingenuo e sbagliato” pretendere “prove di fatti terroristici specifici”. Tra l’altro, questo ha portato alla progressiva scomparsa di reati intermedi come il “favoreggiamento”: si è tutti terroristi e basta. Con un clima del genere, era prassi quotidiana che a un imputato fossero attribuiti tutti i crimini commessi dal gruppo di cui faceva parte, anche quando circostanze oggettive ne rendevano impossibile la presenza e partecipazione. Successe anche a Cesare Battisti, condannato per vari omicidi, due dei quali avvenuti lo stesso giorno a Milano e Venezia. Per tali reati, dei quali si proclama innocente, fu condannato in contumacia con sentenza definitiva. Soprattutto per questo il 29 maggio del 1991 la Chambre de Accusation di Parigi si oppose all’estradizione, in quanto contraria alla Convenzione Europea dei Diritti Umani. Poiché il governo italiano non ha presentato nessun nuovo documento, di fatto l’arresto, la carcerazione e il nuovo riesame della situazione di Battisti violano un principio che sta molto a cuore ai francesi: non si può essere processati due volte per lo stesso reato, cosa che in questi giorni hanno fatto notare anche il Syndicat de la Magistrature e il Syndicat des Avocats de France. 3. DAI PACCHI-BOMBA AI BOMBAROLI-PACCO Il ministro degli interni Pisanu ha definito l’arresto di Battisti “un ulteriore significativo passo in avanti nella lotta al terrorismo”. Stiamo parlando di un uomo che ha abbandonato la lotta armata e da più di vent’anni non commette alcun reato. Nel frattempo, non solo è rimasto perfettamente visibile e reperibile da chiunque, vivendo alla luce del sole e la53

vorando come portinaio di un condominio, ma è addirittura divenuto un personaggio pubblico, uno scrittore che lavora con prestigiose istituzioni culturali e i cui libri sono pubblicati da grossi editori. Stiamo parlando di una persona il cui rimpatrio non aggiungerebbe alcunché alla nostra comprensione della lotta armata degli anni Settanta. Aver messo le mani su questa persona viene spacciato come una brillante operazione anti-terrorismo. Anche l’estradizione di Persichetti fu presentata come un eroico blitz o un’operazione da 007. La realtà era ben diversa: Persichetti era docente a contratto all’Università di Paris VIII, i suoi orari di lezione e ricevimento erano appesi in bacheca e disponibili sul sito web dell’ateneo. Non era poi difficile “scovarlo”. Purtroppo, dopo l’11 Settembre e il nefasto ritorno delle “nuove BR”, in nome dell’allarme-terrorismo si può propinare all’opinione pubblica qualunque cazzata, anche madornale. Negli USA l’isteria sul terrorismo ha portato a leggi di abnorme liberticidio come il Patriot Act o l’Homeland Security Act, e a inviti ridicoli alla popolazione, come quello a sigillare gli infissi delle case con nastro isolante per far fronte a possibili attentati chimici.4 In Italia, oltre alle farse mediatiche e alle storie di manette facili, è partita una grande seduta spiritica per evocare i fantasmi del passato. Ai movimenti è stato imposto un dibattito senza capo né coda su violenza e non-violenza, le contiguità tra lotte sociali e terrorismo, la presa di distanza dai pacchi-bomba (come se la distanza non fosse già oggettiva e ben evidente). Trappola retorica in cui il ceto politico “no global” è caduto a faccia in giù, quando proprio non ci si è buttato con un’incudine al collo. Il già citato art. 270 bis figura negli avvisi di garanzia consegnati dalle Alpi alla Sicilia a occupanti di centri so3 . Quello del nastro isolante era un consiglio dell’amministrazione Bush. Poi si è scoperto che la più grande ditta produttrice di nastro isolante negli Stati Uniti aveva contribuito alla campagna elettorale repubblicana. Cfr. www.thenation.com/doc.mhtml?i=20030331&s=drmarc

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ciali, sindacalisti di base, attivisti anti-guerra e reduci dalle manifestazioni anti-G8 di Genova.4 Sul versante della caccia al terrorista islamico, abbiamo assistito a ripetute campagne d’allerta su attentati dati per imminenti, per poi scoprire che non avevano alcun fondamento.5 Altrettanto gravi sono i numerosi casi di “mostrificazione” dei musulmani, gente sbattuta al fresco e sui Tg di prima serata sulla base di indizi inconsistenti, in seguito (quando gli è andata bene) liberata senza clamore e senza una scusa. A Bologna, il 20 agosto 2002, cinque persone vengono arrestate all’interno della basilica di S. Petronio, in Piazza Maggiore. Secondo la Procura, stavano facendo un sopralluogo per preparare un attentato. Il reato di cui sono accusati è il solito 270 bis. Acriticamente, i media amplificano la notizia. Il “Corriere della Sera”, infischiandosene della presunzione d’innocenza, titola: “Al Qaeda voleva colpire a Bologna. Piano per un attentato alla basilica di San Petronio sventato da un’operazione dei carabinieri. Nel mirino l’affresco con Maometto all’Inferno”. Ma chi sono gli arrestati? Si tratta di un professore italiano e quattro cittadini marocchini, in visita turistica a Bologna, entrati in S. Petronio con una videocamera e sorpresi a chiacchierare in arabo davanti al famoso affresco, che per i musulmani è altamente blasfemo. Del resto, come reagirebbe Baget Bozzo se gli arabi scrivessero “Dio ladro” a caratteri cubitali sui muri delle moschee? In meno di ventiquattr’ore, per fortuna, la vicenda si sgonfia. L’equivoco è chiarito, i cinque vengono scarcerati, la Procura di Bologna e i media (locali e nazionali) hanno fatto una gran figura di merda, ma tanto verrà dimenticata nel giro di pochi giorni. È solo un piccolo preludio alla grande demonizzazione dei musulmani in Italia.
4 . Cfr. l’arresto di alcuni militanti di Cosenza e Taranto nel novembre 2002, storia raccontata da Claudio Dionesalvi nel suo libro Mammagialla, Rubbettino, Cosenza 2003. 5 . Cfr. www.repubblica.it/2003/k/sezioni/cronaca/terroita/bodava/bodava.html.

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Nei due anni successivi, a orientare le indagini dell’Antiterrorismo sarà il mito della “cellula terroristica in sonno”, cioè non attiva ma pronta a diventarlo (il famoso reato “a consumazione anticipata”). Le indagini sono nutrite di cultura del sospetto e interpretazioni capziose al limite del paranoico. Come nei giorni del “7 Aprile” e dintorni, una conversazione telefonica in arabo su una partita di calcio diventa un messaggio in codice su un attentato da preparare in Germania. Comunissime espressioni idiomatiche arabe diventano inquietanti squarci su esistenze clandestine. Sulla confusione tra un verbo e un altro si costruiscono altissimi castelli di carte. Tutto queste emerge nel processo di Milano contro i membri della moschea di Viale Jenner, sospettati di legami con Al Qaeda. Certo, si tratta di appartenenti all’Islam radicale, ma di per sé non è un reato. Alla spinosa questione, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo dedicano un pezzo apparso su “La Repubblica” del 27 gennaio scorso, dal titolo: “Quando la caccia ad Al Qaeda mette a rischio lo stato di diritto”. È una presa di posizione importante, dato che sul loro stesso giornale ha scritto per molto tempo Magdi Allam, i cui articoli e libri criminalizzanti hanno contribuito non poco a diffondere la peggior cultura del sospetto.6 L’articolo include una dichiarazione virgolettata di Renzo Guolo, studioso dei fondamentalismi contemporanei: “È problematico provare che proselitismo e propaganda ideologica si traducono automaticamente in favoreggiamento delle organizzazioni terroristiche. La distinzione tra l’appartenenza all’Islam radicale o alla sua ala jihadista è spesso sottile, ma paradossalmente coincide con quella che separa i reati d’opinione da quelli di terrorismo”.7 Cogitationis poenam nemo patitur, appunto.

. L’unica opera di controinformazione su Magdi Allam è la memorabile serie di articoli “Il Pinocchio d’Egitto”, scritti da Valerio Evangelisti nella prima fase della guerra in Iraq e pubblicati su carmillaonline.com: www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&search=Magdi+Allam 7 . L’articolo si trova qui in formato pdf: www.difesa.it/ministro/rassegna/2004/gennaio/040127/56dq0.pdf
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Pochi giorni fa, il 12 febbraio scorso, all’aeroporto di Venezia viene bloccato un volo Alitalia per Roma. Motivo? A bordo c’è un passeggero di cittadinanza irachena. Un terrorista iracheno? No, un iracheno e basta. Volo ritardato di due ore, tutti scesi, si passa il metal detector mentre la polizia interroga il sospetto (ma sospetto in base a che?) e gli perquisisce i bagagli, già passati al check-in senza problemi. Risultato: il tizio è un rifugiato politico residente in Norvegia, che ha un appuntamento all’ambasciata turca di Roma per ottenere un visto.8 Che l’allarme terrorismo sia il più delle volte esagerato pare rivelarlo un fatto recentissimo: i famosi Nuclei Territoriali Antimperialisti (banda armata attiva nel Nord-Est su cui si indagava dalla metà degli anni Novanta) in realtà non sarebbero mai esistiti. Tutto un bluff portato avanti da un ex-giornalista di destra un po’ mitomane, tale Luca Razza, 36 anni, nel 1998 candidato alle amministrative del comune di Udine nella lista di “SOS Italia”, piccolo movimento filo-Haider. Aveva preso un unico voto. Presumibilmente il suo. E i documenti degli NTA? Copia-e-incolla da articoli di giornale e vecchie “risoluzioni strategiche” delle BR trovate sul web. Gli attentati? Roba da ladri di polli: qualche auto incendiata e poco più. Razza avrebbe anche rivendicato azioni non compiute da lui, ad esempio facendo una telefonata dopo l’omicidio Biagi. “Ho iniziato a scrivere quei documenti per fare uscire il mio disagio e la mia rabbia. Anche professionale: mi piace molto scrivere, è la mia passione, e nel 1992 sono stato allontanato da un quotidiano dove lavoravo come giornalista pubblicista. [...] Ho fatto tutto questo senza intenzione di uccidere alcuno e senza volontà di eversione dell’ ordinamento”. Una bella sequenza di “scherzi” per i quali lo avrebbero aiutato due burloni amici suoi. Nel bel mezzo di tutto ciò, l’arresto di Battisti viene definito “un ulteriore significativo passo in avanti...” ecc.

8 . Cfr. www.repubblica.it/2004/b/sezioni/cronaca/islammilano2/venezia/venezia.html

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4. L’appello, le reazioni, la “soluzione politica” Secondo alcuni che si atteggiano a lucidi strateghi della realpolitik, non sarebbe il momento di criticare il sistema giudiziario, perché la priorità è liberarsi di Berlusconi, e oggi il “garantismo” è strumentalizzato dal governo e dobbiamo distinguerci e così via. Per prima cosa, quello del governo non è garantismo. Certo, questa destra cerca di depenalizzare una ristretta tipologia di reati commessi solo dai ricchi, nascondendo il privilegio di classe e l’indole golpista dietro una caricatura di garantismo. Al contempo, però, impone a tutti gli altri leggi autoritarie e liberticide sulle droghe, sull’immigrazione, sui diritti dei lavoratori, sulla fecondazione assistita, sui manicomi, sugli orari dei locali pubblici e chi più ne ha più ne metta. Vorrebbero addirittura vietare ai bambini sotto gli undici anni di partecipare a manifestazioni (“fatta eccezione per le udienze papali”).9 Non va dimenticato che mentre Lorsignori ingaggiavano un braccio di ferro con la magistratura sulle questioni che li toccavano direttamente, non hanno mai smesso di comportarsi da partito d’ordine: se ne fottono se le carceri scoppiano (facendosi scavalcare “a sinistra” da Wojtila: forse dovrebbero vietare ai bambini anche le udienze papali); non vogliono dare la grazia a nessuno; fanno sparare sui manifestanti... Al rimpatrio coatto dei rifugiati a Parigi sembra tenerci particolarmente il ministro Castelli, bell’esempio di “garantista”, che ha affrontato più volte il problema col collega Perben. Ci tiene perché vuole utilizzare le estradizioni nel clima di allarme descritto al paragrafo precedente. Non c’è dunque nessuna contraddizione tra la lotta contro le estradizioni e per il superamento dell’emergenza, e la lotta contro questo governo che strumentalizza le paure della gente per negare i diritti fondamentali.
9 . Da “Panorama” del 4/2/2004: “La parlamentare Alessandra Mussolini è assolutamente contraria a una proposta ‘che’ sostiene ‘dà un’immagine deteriore della politica, la politica è importante, fa parte della vita, io stessa da piccola leggevo il quotidiano anziché Topolino’.

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In secondo luogo, è vero che la priorità è detronizzare l’Unto, ma se per farlo si deve imporre un nuovo Pensiero Unico sulla magistratura, intesa come casta d’eroi da venerare e a cui dare sempre e solo ragione, si passa da un autoritarismo all’altro, dal messianesimo forzitaliota al messianesimo giudiziario, senza superare l’emergenza e ben lontani dal risolvere i problemi del nostro ordinamento, anzi, quasi certamente aggravandoli. Aggiungo che, parlando delle leggi speciali, non possiamo tacere sulle gravi responsabilità del PCI, che appoggiò con entusiasmo – e talora addirittura propose – le misure più autoritarie. Allo stesso modo non possiamo tacere sulle responsabilità dei suoi eredi, prima PDS poi DS, che negli ultimi vent’anni non hanno fatto né assecondato un solo passo per uscire dalla cultura dell’emergenza e chiudere quella pagina di storia. Anzi, a più riprese e su diversi temi i DS si sono presentati come il campione dei partiti d’ordine, invariabilmente “più realisti del re”, anche per paura di essere lasciati “fuori dalla modernità”. Brrrrrr... Insomma, lottare contro la destra non può significare mettersi la mordacchia e non criticare più la sinistra istituzionale, o la magistratura. Oggi a proporre una soluzione politica all’emergenza è proprio uno dei principali protagonisti della repressione, Francesco Cossiga. Fin da quand’era al Quirinale sostiene la necessità di un indulto, un’amnistia, comunque un atto che parta dalla ri-contestualizzazione della lotta armata, la sua restituzione a una dimensione (nel bene e nel male) politica. Nel 1997, in un’intervista a “Sette”, dichiarò: “Non avevamo a che fare con criminali comuni. L’amnistia non è il perdono. È uno strumento politico: vuol dire chiudere politicamente un periodo storico. Quella del ‘68 e del ‘77 è stata una generazione di militanti. E anch’io sono un militante.” Con dichiarazioni come questa, l’ex-Presidente si è più volte esposto a una pioggia di strali, cosa che sembra divertirlo un mondo. Se lo stesso Cossiga – che sulla più allucinante delle leggi speciali ci mise addirittura il nome – afferma che la soluzione al problema non può essere trovata dentro il diritto penale e nelle pieghe delle vicende individuali, si capisce
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quanto siano fuori contesto le obiezioni del tipo: “Ma perché Battisti non torna in Italia ad affrontare la giustizia, anziché comportarsi come Craxi?”, “Ma perché non va in galera? Al massimo chiederà la grazia”, o addirittura: “Ma perché è fuggito? Non poteva comportarsi come Adriano Sofri?”. Son tutti integerrimi, quando si tratta della galera degli altri. Innanzitutto, togliamo di mezzo il paragone con Craxi. A Cesare Battisti è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, e per motivi più che buoni. A prescindere da qualunque valutazione sulla vicenda giudiziaria ed esistenziale dell’ex-leader socialista, sono due situazioni diverse sotto ogni punto di vista. Chi fa questo genere di obiezioni ha una visione completamente schiacciata su un presente che crede eterno, senza principio e senza fine. Non sa nulla del contesto di fine anni Settanta, non sa da cosa alcuni sono fuggiti: processi grotteschi per la negazione del diritto di difesa; imputati ammassati in gabbie, sovente in pessime condizioni psicofisiche, reduci da mesi o anche anni di carcerazione preventiva in culo al mondo, nelle carceri speciali; in queste ultime c’erano anche i cosiddetti “braccetti della morte” (sezioni di isolamento assoluto) e vigevano angherie da parte degli agenti di custodia, perquisizioni corporali intime ripetute ogni giorno etc.; nel frattempo i capi d’accusa “lievitavano” per allungare a dismisura i termini del carcere preventivo; infine, i media prima contribuivano alla tua “disumanizzazione”, facendo di te un mostro, poi si scordavano che esistevi. Tutte cose denunciate da Amnesty International nei suoi rapporti di quegli anni. È del tutto privo di senso il paragone con quanto subìto da Adriano Sofri, per quanto grave: altra epoca, altra copertura mediatica dei processi, condizioni di detenzione completamente diverse. Sofri scrive su due o tre quotidiani e un rotocalco, appare in tv, scrive libri, ha intorno a sé una vastissima rete di solidarietà, la lotta per la sua grazia è portata avanti da un’alleanza politica trasversale, “terzista”. Inoltre ha una certa età. Situazione completamente diversa da quella di un ventenne-venticinquenne mandato
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in un carcere speciale alla fine degli anni Settanta. E comunque Pietrostefani, co-imputato di Sofri, ha fatto la stessa scelta di Cesare Battisti, e nessuno gli ha rotto i coglioni, nemmeno Sofri, il quale non ha mai preteso che le sue scelte valessero per tutti. Ma poi, scusate, si fugge da che mondo è mondo, e solo in Italia la contumacia è considerata prova di colpevolezza. La grazia. Sofri, che nemmeno l’ha chiesta, assiste (immagino in preda al disgusto) al delirio che la proposta ha scatenato. Massimo Carlotto spinse il suo metabolismo impazzito oltre i 140 chili e sulla soglia della morte prima che gli fosse concessa. A Curcio non la diedero anche se la proponeva Cossiga, allora Capo dello Stato. Battisti, a differenza di Sofri, non ha grossi agganci politici. A differenza di Carlotto, gode di buona salute. A differenza di Curcio, è accusato di reati di sangue. Insomma, il più morto dei binari morti. Un’altra obiezione all’appello, di natura del tutto differente, è questa: “Si è messa troppa enfasi sul fatto che Battisti è uno scrittore”. Può pure darsi. È un appello scritto rapidamente (non da noi, ma da alcuni amici di Cesare), e – soprattutto – rivolto all’opinione pubblica di Francia, dove la persona in questione non è descritta come un macellaio, un aguzzino, una belva assetata di sangue, bensì come uno scrittore. In parole povere: in questi giorni non è in galera il Cesare Battisti del 1980, ma quello del 2004, e l’appello descrive quest’ultimo. L’appello è rivolto ai francesi perché, allo stato attuale e per tutti i motivi descritti sopra, in Italia una campagna d’opinione non sortirebbe alcun effetto. Termino questo paragrafo con una riflessione da cinefilo: in Inghilterra, sulle aberrazioni delle loro leggi antiterrorismo, ci hanno realizzato un film come “Nel nome del padre”. In Italia, di vicende come quella di Gerry Conlon e compagnia ne abbiamo letteralmente centinaia, anche più spaventose di quella. Dove cazzo sono i film?10 Se ve ne viene in mente qualcuno comunicatemelo.

. Con la lodevole eccezione de Il fuggiasco di Andrea Manni, che racconta la vicenda di Massimo Carlotto.
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5. Lo stato delle libertà in Italia In parole poverissime: in questo Paese c’è una grandissima voglia di spaccare i maroni al prossimo. Si vuole metter becco nella libera scelta di una persona di non farsi amputare un piede, ci si indigna perché i testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni di sangue, si vorrebbero risolvere complicate questioni di bioetica con scorciatoie come il silenzio-assenso, si infilano nei consultori preti per convincere le ragazze a non abortire, si propone la “castrazione chimica” per i pedofili, AN ha una proposta di legge contro le sette sataniche... Nel 1998 alcuni membri dell’allora Luther Blissett Project scrissero un corposo saggio intitolato Nemici dello Stato: criminali, mostri e leggi speciali nella società di controllo, pubblicato da DeriveApprodi, nel quale si parlava di “molecolarizzazione dell’emergenza”, cioè “un suo spingersi dalla res publica ai microlegami sociali, dall’ordine pubblico alla privacy, fino ai recessi delle differenze singolari. In altre parole: dal Politico (territorio già completamente colonizzato e strutturato) al Culturale (in senso lato, antropologico) allo... Spirituale”. Non riporto qui nemmeno uno dei numerosissimi esempi contenuti in quel saggio. Mi limito a dire che, da allora, la situazione è nettamente peggiorata, e non è solo una questione di destra e sinistra, o di comunicazione mediale viziata dal conflitto d’interessi. La questione va molto più a fondo: è in atto un’offensiva contro la libertà d’espressione in tutte le sue accezioni, dalla libertà di culto a quella di cura e scelta terapeutica. Sovente il nostro presunto “oltranzismo” su questi temi (che è poi lo stesso oltranzismo di Voltaire) ci ha attirato molte critiche (e addirittura calunnie e tentativi di censura). Alcuni di noi hanno preso posizione per la libertà di parola degli storici negazionisti contro la legge FabiusGayssot,11 dei neofascisti contro la Legge Mancino, dei dis11 . Appunto, non è il caso di idealizzare la Francia. La legge FabiusGayssot, approvata dal parlamento francese il 13/7/1990, all’art. 8 punisce (con pene da un mese a un anno di reclusione, e/o con un’ammenda da 2000 a 300.000 franchi) “coloro che avranno contestato… l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità come li si è definiti nell’articolo 6

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sidenti in materia di HIV/AIDS. In vicende ben note abbiamo difeso la libertà d’associazione dei satanisti. Per noi non si transige: alle idee, per quanto rivoltanti o sconvenienti le si possa considerare, vanno comunque opposte altre idee, non la forza dello Stato in armi. Per l’ennesima volta: cogitationis poenam nemo patitur. E ci interessano i “casi-limite”, perché su di loro si sperimenta la restrizione delle libertà di tutti quanti. Questo non può essere un pezzo esaustivo, ad esempio non potevo certo citare tutti gli episodi di falso allarme sul terrorismo. Spero però di aver dissipato alcuni equivoci. Di lavoro da fare ce n’è tantissimo, e non si creda che con la caduta di Berlusconi lo stato delle libertà in Italia, lo stato di queste libertà, registri un sensibile miglioramento. Bisogna lottare, non lasciarsi imbavagliare, rifiutare per quanto possibile i ricatti morali della realpolitik. 15-16 febbraio 2004 CESARE BATTISTI DEVE TACERE di Valerio Evangelisti Il presente articolo è stato pubblicato dal quotidiano Le Soir di Bruxelles mercoledì 25 febbraio 2004. Se un lettore dei giorni nostri vuole documentarsi sulla stagione di sangue che si abbatté sull’Italia verso la fine degli anni ’70, può trovare saggi e memorie di valore diseguale. Trova però poche fonti letterarie davvero convincenti e artisticamente persuasive: certe pagine di Erri De Luca e i romanzi di Cesare Battisti. Questi ultimi si presentano come romans noirs, ma sono molto di più. In essi Battisti ha trasfuso la sua stessa,
dello statuto del Tribunale militare internazionale, allegato all’accordo di Londra dell’8 agosto 1945, e che sono stati commessi dai membri di un’organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell’articolo 9 del suddetto statuto, o da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da una giurisdizione francese o internazionale” (trad.nos.)

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tormentata biografia: da delinquente comune, a militante dei gruppi “autonomi” giovanili tentati dall’esperienza della lotta armata, alla conseguente vita di esule braccato da un continente all’altro, fino all’asilo offerto dalla Francia. Come tanti altri giovani italiani della sua generazione, Battisti si è trovato a vivere una condizione di perenne evaso, prolungatasi anche quando ogni ipotesi di insurrezione in Italia era tramontata da quasi un trentennio. A differenza dei coetanei che hanno condiviso il suo destino, ha trasfuso il proprio vissuto in parola scritta. Pagine amare, talora ironiche, spesso intrise di cinismo. La storia del tramonto di ideali che, se mai vorranno riproporsi, dovranno trovare altri mezzi e altri protagonisti. È questa sincerità, colma di consapevolezza storica e aliena, proprio in ragione di ciò, dalla nozione moralistica del pentimento, che non gli è stata perdonata. Capace di descrivere come pochi altri le ragioni di una sconfitta e l’esilio dei vinti, Battisti è quasi assente dalle librerie italiane. Si cercherebbe inutilmente, per esempio, il suo ultimo romanzo, Le Cargo Sentimental: straordinaria descrizione di un istinto di ribellione che passa da una generazione all’altra, e che fornisce un quadro sintetico ma persuasivo della storia d’Italia dalla resistenza al fascismo ai giorni nostri. E ciò attraverso le vicende intrecciate di gente semplice spinta alla rivolta senza avere affatto la tempra, dura e spietata, del rivoluzionario di professione. Nessun editore italiano ha avuto finora il coraggio di pubblicare un romanzo così. Destra e sinistra fanno invece a gara per offrire versioni semplificate della storia. La prima – la destra – regola vecchi conti, riapre dossiers polverosi e, mentre chiude benevolmente un occhio sui crimini attribuibili a organi dello Stato o a militanti neofascisti, scatena la caccia ad attempati contestatori che si sono rifatti una vita qua e là per il mondo, con l’alibi oggi comune della “lotta al terrorismo”. La seconda – la sinistra italiana – ha costruito un intero mito di rifondazione repubblicana sulla chiusura carceraria e repressiva del “capitolo” degli anni ’70, e stenta ad ammettere l’uso distorto della magistratura, il ricorso sistematico a “pentiti” che tutto avevano da guadagnare dal
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loro pentimento, l’impiego della tortura nelle questure per giungere a condanne rapide e sommarie, che nascondessero il problema senza svellerne le radici. Ecco dunque Battisti, imprigionato dal governo francese su pressione di quello italiano, messo in carcere in attesa di un’estradizione che lo cancellerà per sempre, come uomo e come scrittore. Poco importa che il mandato di cattura gli imputi delitti assurdi, commessi in luoghi diversi alla stessa ora. Poco importa che la magistratura francese abbia già negato una volta l’estradizione, scandalizzata dagli atti processuali che le provenivano dall’Italia, al punto di definirli, citando Clemenceau, frutto di una “giustizia militare”. Poco importa il rispetto del principio Ne bis in idem procedatur, tra i fondamenti di ogni diritto. Cesare Battisti non era un rivoluzionario, ma un ribelle. Specie pericolosa per ogni regime. Che paghi, dunque. Che non scriva più. Potrebbe riesumare verità inquietanti. Questo il ragionamento nascosto (ma non tanto) del partito dell’estradizione. L’Europa assisterà in silenzio? (Da Carmilla On Line, 28.2.2004) BENTORNATO, CESARE! UNA PRIMA VITTORIA di Valerio Evangelisti, a nome di tutta la redazione di Carmilla Oggi noi tutti di Carmilla eravamo così emozionati da non riuscire a parlare. Si era appena sciolta una tensione durata un giorno intero, punto estremo di quell’angoscia che si trascinava ormai da un mese: da quando il nostro amico Cesare Battisti era stato arrestato. La notizia, appena pervenuta dalla Francia, era che il tribunale di Parigi aveva deciso per Cesare la libertà provvisoria, contro tutte le pressioni esercitate dal governo francese e, attraverso questo, da quello italiano. Solo la sera prima il ministro della giustizia Dominique Perben (cognome pochissimo adeguato a chi lo porta) aveva approfittato di un canale televisivo per vomitare su Cesare tutte le ignominie raccolte dal giornale-immondezzaio “Le Figa65

ro” (autore, per mano del suo redattore Guillaume Perrault, di deliranti invenzioni su un Battisti che minaccia di morte i vicini di casa, che fugge dal carcere pugnalando un secondino, che finisce le proprie vittime con un colpo alla nuca, ecc.). L’intento di Perben era quello di influenzare la magistratura, che pure già a fine 2003 non aveva ritenuto di dare seguito a una precedente proposta di estradizione. Dal canto suo il portavoce del governo, Jean-François Copé, aveva cercato (come i ministri italiani Pisanu e Castelli) di legare il caso Battisti al quadro fumoso del “terrorismo internazionale”, oggi pretesto a ogni violazione del quadro democratico. Come se Cesare e tutti gli altri italiani rifugiati in Francia o altrove, tornati da quasi un trentennio a una vita nei limiti del possibile ordinaria, avessero qualcosa a che vedere con integralisti islamici o dinamitardi di varia specie. Pur senza ancora affrontare la questione dell’estradizione, i giudici parigini hanno quanto meno sancito, con la liberazione di Cesare, la sua non pericolosità. Quest’ultima, se esisteva, era semmai legata alla sua capacità di scrivere; però in Francia – pur con il governo che si ritrova – ciò non pare essere avvertito come una minaccia. La sentenza decisiva è attesa per il 7 aprile. Data che in Italia suona emblematica. Quello stesso giorno, nel 1979, venivano arrestati Toni Negri, Oreste Scalzone e un cospicuo gruppo di intellettuali e docenti universitari italiani, accusati, sulla base del cosiddetto “teorema Calogero”, di essere i capi delle Brigate Rosse. Ci vollero anni perché quell’imputazione, totalmente assurda, venisse lasciata cadere, ma nel frattempo i capi d’accusa erano stati via via modificati, per renderli funzionali a una sentenza di condanna. A quel tempo la Francia accettò di ospitare quanti degli accusati erano riusciti a varcare la frontiera, orripilata da una gestione così disinvolta della giustizia. Ci auguriamo che i suoi magistrati, al momento di decidere sull’estradizione di Cesare Battisti, si ricordino di quello stato d’animo, all’origine della successiva “Dottrina Mitterrand”. E si ricordino delle immagini raccapriccianti viste a Genova, nei giorni del G8, delle violenze nella scuola Diaz, delle sevizie nella caserma di Bolzaneto. Dello spettacolo scandaloso dei poliziotti di Napoli che circondano la Que66

stura, a proteggerla dalle indagini sui loro colleghi colpevoli di avere infierito con selvaggio accanimento su militanti no-global quasi adolescenti, come documentato da immagini che hanno fatto il giro del mondo. Sotto il profilo della ferocia repressiva, l’Italia non è affatto cambiata, rispetto agli anni ’70. Questo resta il paese dell’impunità totale rispetto alle schegge dello Stato (schegge importanti) che si macchiano di sangue. Stragi spaventose non hanno mai avuto una soluzione giudiziaria, o ne hanno avute di comodo. Le inchieste sulla morte di tanti giovani – Saltarelli, Zibecchi, Varalli, Franceschi, Serantini, Lorusso, Masi ecc. (chi si ricorda più di costoro?), fino a Carlo Giuliani – si sono arenate o sono finite in assoluzioni anche quando dei colpevoli si sapeva nome e cognome, leggibile sulla mostrina della divisa. Adriano Sofri è in prigione, però il volo dalla questura dell’innocente Giuseppe Pinelli fu derubricato in suicidio, malgrado una massa impressionante di prove contrarie. Cesare Battisti ha scritto più volte che le scelte estreme compiute da lui e da altri giovani della stessa generazione nacquero da questo quadro di radicale ingiustizia. Lo stesso quadro che vide un procuratore della Repubblica milanese, nell’ambito di un processo in cui fu coinvolto lo stesso Cesare (pieno di “pentiti” e di confessioni poi ritrattate), scrivere in tutta tranquillità di coscienza, a proposito delle violenze cui furono sottoposti i fermati: “Nel caso che dalle violenze non derivi malattia, ma solo transitoria sensazione dolorosa senza obiettivabili alterazioni organico-funzionali, si parlerà di un altro reato: quello di percosse (art. 581 CPP). In quest’ultima ipotesi, i fatti diventano di impossibile accertamento sul piano tecnico proprio perché in assenza di malattia manca qualsiasi elemento obiettivo”. Un’asserzione obbrobriosa, che fa il paio con l’assoluzione preventiva accordata, in tempi molto più recenti, dal vicepresidente del consiglio (ex fascista) e dal ministro degli interni (ex piduista) agli autori dei macelli di Genova e di Napoli. Se tutto ciò è vero, a una frase apparentemente ragionevole del corrispondente del Corriere della Sera da Parigi, Massimo Nava, che martedì 2 marzo si chiedeva cosa pen67

seranno di una sentenza favorevole a Battisti i congiunti delle vittime dei Proletari Armati per il Comunismo (i delitti attribuiti a Battisti in prima persona sono oggetto della confusione più totale), ci sentiamo di replicare: e cos’avranno pensato i congiunti dei giovani uccisi e delle vittime delle stragi che ho menzionato più sopra, usi a vedere piovere assoluzioni ogni volta che l’autore del crimine apparteneva a un apparato dello Stato? Se si vogliono riaprire quei dossiers, che li si riapra tutti; se li si vogliono chiudere, che li si chiuda tutti assieme. La soluzione più logica sarebbe avviare una discussione serena e informata (dunque, alla larga certi giornalisti, in riferimento all’attributo “informata”!) sugli anni ’70. Non è una soluzione, invece, andare a pesca trent’anni dopo dei presunti “colpevoli” in disarmo ai quattro angoli del mondo, per poi seppellirli, spogliati della loro storia, in una Guantanamo locale sotto forma di penitenziario a vita. Viene il sospetto che, assieme alle prede, si voglia seppellire – in modo particolare nel caso di Battisti – anche la loro memoria, e quella collettiva. Comunque non vogliamo dilungarci, in questo giorno di festa, memorabile per vari motivi. Anzitutto Cesare è di nuovo fra noi. Poi, abbiamo assistito a una straordinaria mobilitazione di intellettuali capace di scuotere poteri e coscienze di uno dei principali paesi europei (mentre, su La Stampa, il corrispondente dalla Francia Cesare Martinetti, d’ora in poi chiamato “il volpino”, parlava di “intellighenzia in disarmo”: va’, va’, povero untorello, non sarai tu che spianterai Parigi). Abbiamo anche notato la capacità della narrativa di genere, in cui Carmilla è specializzata, di mobilitare via via altri settori della cultura, sino a risvegliare settori importanti del potere politico. Si noti che quasi tutto il movimento è nato da un sito sulla letteratura noir e di fantascienza, denominato “Mauvais Genres”. Quasi la dimostrazione di ciò che Carmilla ha sempre sostenuto, circa la narrativa che è viva e quella che non lo è. Infine una piccola soddisfazione personale: le 2.200 firme a sostegno di Cesare Battisti raccolte fino ad ora in Italia sono tutte dovute al nostro sito web, nella sua modestia, e ai siti alleati: I Miserabili, Wu Ming Foundation, Indyme68

dia e pochissimi altri. Se la stampa straniera ci ha dedicato grande attenzione, quella italiana ci ha ignorati o – in un paio di casi – sostenuti in modo fiacco. Noi volevamo anzitutto dimostrare che anche in Italia (e non solo in Italia) c’era chi – tra intellettuali e comuni cittadini – non era affatto disposto a lasciare solo Cesare e quanti, Oltralpe, si stavano battendo per lui e per gli altri esiliati. La soddisfazione maggiore, però, è pensare che potremo rivedere Cesare, ridere con lui, bere con lui, subire i suoi scherzi e restituirli. Sappiamo che la battaglia non è affatto finita (continuate a firmare, gente!), ma adesso Cesare ha di nuovo la parola. Se l’userà nel modo peggiore – quell’uomo è il sarcasmo fatto persona – lo perdoneremo facilmente. Perché si tratta di un amico, di un collega, di un compagno. Per usare un’unica parola, di un fratello. (Da Carmilla On Line, 4.3.2004) LETTERA A GIUSEPPE GENNA di Paola De Luca Paola De Luca è rifugiata in Francia. Questa sua lettera è del 6.3.2004 Caro Giuseppe Genna, (...) Mi permetto di aggiungere un punto che mi sta a cuore. “Cesare Battisti non si è mai pentito”. Considero questa frase la più significativa del testo. Senza pretendere di analizzare in poche righe la compatta convenzione ideologica del giornalismo glamour italiano, nè la sua antilaicità militante, mi pare legittimo osservare che il vero crimine evocato e aborrito non è tanto l’assassinio di questo o quel povero cristo, ma il rifiuto di passare sotto la gogna della delazione. L’istituto dell’infamia, invece di essere sotterraneamente usato (ragione di stato comprensibilissima!) e rapidamente abbandonato o comunque celato (ricostituzione del terreno sociale terremotato in quegli anni) è diventata un’insegna di cui vantarsi e da esibire orgogliosamente in nome della propria aderenza alla parte “sana” della nazione.
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In effetti, i crimini dei “pentiti ufficiali” sono stati molto rapidamente abbonati sia dal punto di vista giudiziario che da quello sociale (si è mai visto un microfono d’un giornalista sotto il naso di un familiare delle vittime d’un pentito?). Come spesso, la mitopoeiesi in Italia sostituisce trionfalmente la storia. Come se i fatti e la verità fossero, per le menti ufficiali della penisola, vessatori e insoddisfacenti. I “misteri” del caso Moro sono sempre “aperti”, un vaso di Pandora scoperchiabile ad libitum: non importa che tutto si sappia ormai perfettamente (quante versioni del processo? cinque, sei, ventuno?), si potrà sempre aggiungere una tesi, un riferimento geopolitico, un nemico da abbattere, un’allusione o una minaccia. Il “telefonista” può essere stato Toni Negri, o forse Sciascia o magari anche Cossiga, da quando ha cominciato a denunciare le sue stesse leggi d’emergenza. Si è riusciti a fare delle verità (e delle prove, con buona pace del sig. Ostellino che si sciacqua abbondantemente la bocca con la filosofia del diritto) orpelli postmoderni, obsoleti e – diciamolo! – inutilmente pedanti. Giustizia sostanziale, dicono questi “buoni maestri”, invece che formale. Presto ci domanderemo – o le nuove generazioni domanderanno a gran voce – perché rivolgersi alla giustizia per dirimere l’eventuale conflitto; la giustizia sostanziale è più efficace se applicata dallo stesso offeso. O no? “Cesare Battisti non si è mai pentito”. Questo è il vero crimine. Ed è questo che lui e noi altri non pentiti pagheremo ad vitam aeternam. Il peccato mortale imperdonabile. L’istituto giudiziario della prescrizione e quello sociale dell’amnistia (sempre con buona pace degli evocatori della filosofia del diritto) non possono applicarsi su un tessuto sociale che si è voluto ricompattare sull’infamia e sulla degradazione. Per essere riaccettati come italiani si deve essere delatori, non basta dichiararsi vinti e convinti che le tendenze insurrezionali non potevano essere “coniugate” al modo indicativo. Occorre anche piegare la testa davanti al Giano che dichiarava giudiziariamente che i nostri erano crimini contro la personalità dello Stato e nello stesso tempo non accettava la qualificazione di “politici” degli stessi, si deve religiosamente “pentirsi” e dichiarare che
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tutte le lotte antiautoritarie e antimperialiste che si sono condotte erano insane e che occorreva delegarle alla saggezza e alla sagacia dei partiti di governo, unici garanti della convivenza democratica. Si deve inoltre accettare la perennità ormai normale di quell’arsenale giuridico d’eccezione che è stato, è e sarà un moltiplicatore di pene utilissimo per sbaragliare tutti, terroristi, rivoluzionari, nemici politici, mafiosi, anarchici di 16 anni o newglobal, per i quali le leggi democratiche, il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza, la responsabilità individuale provata non sono che “margaritas ante porcos”, fronzoli formali da agitare, eventualmente, solo per persone impegnate in lotte straniere e fuori confine. Confermando e confortando, tra altre sciagure, il semplicismo imperdonabile (quello sì!) con cui molti della mia generazione avevano liquidato la “forma democratica”. Restituire storia alla storia, uscire dal mito, dalla retorica e dalla religiosità pelosa del pentimento, potrebbe forse evitare che vecchi “demoni” vadano all’assalto delle nuove generazioni, che magari immaginano di ridare lustro alla teoria dell’avanguardia armata di leninistica memoria con nuove e atrocemente inutili azioni. COME FABBRICARE UN MOSTRO. CESARE BATTISTI E I MEDIA ITALIANI di Valerio Evangelisti Articolo pubblicato in versione ridotta da L’Humanité del 16.3.2004 “Quell’imbecille! Quell’imbecille!” Così si esprimeva l’onorevole socialista Ottaviano Del Turco, giovedì 11 marzo, durante una trasmissione di Rete 4 intitolata “Zona Rossa”. Su uno schermo sfilavano le immagini di Cesare Battisti che usciva di prigione. Poco prima, l’ex magistrato Ferdinando Imposimato si era rivolto al pubblico, tutto fiero: “Noi non leggiamo i romanzi di quel signore, non è vero?” Spettatori fin lì passivi avevano applaudito, entusiasti. Ciò dà un’idea del clima di linciaggio che i media hanno alimentato in Italia dopo che Cesare Battisti ha ottenuto la libertà
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provvisoria. Ci sono trasmissioni contro di lui due o tre volte al giorno, su tutti i canali televisivi e radiofonici. Gli uomini politici, dall’estrema destra ai partiti di centro-sinistra, dall’ex fascista Fini all’ex comunista D’Alema, sono uniti da un crescendo di accuse contro Battisti e dalla domanda che sia estradato e rinchiuso per sempre in un penitenziario. Si parla di una “Italia intera” che si rivolta, come se un sistema dei media asservito a un sistema politico a maggioranza ultrareazionaria, e un’opposizione debole e spesso complice, potessero davvero rappresentare la società italiana nella sua complessità. Bisogna capire bene questo punto. L’Italia è il paese in cui una ex presidente della Camera dei Deputati, Irene Pivetti, divenuta soubrette, presenta oggi un varietà televisivo sulla chirurgia estetica. In cui l’ex sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi faceva pubblicità a una marca di caffè mentre era ancora nel pieno esercizio delle sue funzioni. E l’Italia è anche il paese in cui una parte degli ex comunisti, i DS, dopo avere approvato tutte le guerre “umanitarie”, “preventive”, “democratiche” ecc., rifiutano di votare contro il finanziamento della presunta “missione di pace” in Iraq voluta da Berlusconi; in cui è quasi impossibile scoprire differenze tra il programma economico della maggioranza di destra e l’opposizione di centro-sinistra, imperniati come sono entrambi sulla “flessibilità” (vale a dire la precarietà del lavoro) quale sistema per uscire dalla crisi; in cui Massimo D’Alema, quando era capo del governo, si macchiava di vergogna riconsegnando alla Turchia il leader curdo Ochalan, rifugiato in Italia. D’altronde, tra questo gesto e la richiesta di estradizione di Battisti, esiste, a ben vedere, una sinistra coerenza… Ma, al di là del mondo politico, sono soprattutto i grandi quotidiani (salvo Il manifesto e Liberazione) che si sono incaricati di modellare l’opinione pubblica e di fare di Cesare Battisti un mostro, nell’intento poco nascosto di influenzare la stampa francese, dunque il pubblico, dunque i magistrati di Parigi… Qui bisogna distinguere tra i quotidiani italiani popolari e quelli che godono di una certa reputazione, benché il fine ultimo sia lo stesso. Tra i primi, vi sono per esempio tra giornali appartenenti allo stesso gruppo editoriale: Il Resto del Carlino
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(Bologna), La Nazione (Firenze), Il Piccolo (Trieste). Sono usciti, sabato 6 marzo, recando sulla prima pagina, una foto di Cesare Battisti che faceva una smorfia orrenda, e il titolo, enorme, “Non è un martire, è un assassino”. Il contenuto era altrettanto volgare. Soprattutto si erano andati a pescare intellettuali francesi favorevoli all’estradizione nel nostro caso Max Gallo e André Bercoff, direttore di France Soir. Poco imbarazzati, si sarebbe detto, di figurare tra titoli che grondavano odio. Altro tratto comune ai media popolari – quotidiani di basso livello, televisione pubblica o privata (in realtà non ce n’è che una, in Italia), radio – è, oltre al linguaggio esacerbato, la continua esibizione di “vittime di Battisti”, vere o presunte. Abbiamo visto ormai infinite volte in televisione il figlio paraplegico del gioielliere Pier Luigi Torregiani o il figlio del macellaio Sabbadin, uccisi dai PAC lo stesso giorno (16 febbraio 1979) con mezz’ora di intervallo, l’uno a Milano e l’altro presso Venezia. Eppure, se c’è qualcosa di certo nella vicenda giudiziaria di Cesare Battisti, è che egli non eseguì questi omicidi, in nessuno dei due casi. Il suo principale accusatore, Pietro Mutti – che, divenuto un pentito solo dopo l’evasione di Battisti, faceva parte di un’altra organizzazione (Prima Linea) e rilasciò confessioni quanto meno dubbie (secondo lui, le Brigate Rosse sarebbero state armate dai Palestinesi, ma la cosiddetta “inchiesta veneta” non approdò a nulla) – negò sempre la partecipazione diretta di Battisti all’attentato Torregiani, mentre i magistrati gli attribuirono solo un ruolo di copertura per l’omicidio Sabbadin (simultaneo all’altro). Battisti avrebbe partecipato alla loro organizzazione in quanto membro dei PAC. Il pentito Mutti, d’altra parte, riferiva voci raccolte nell’ambiente. Altri personaggi da lui accusati vennero poi assolti con formula piena. D’altra parte, il caso Torregiani illustra bene il funzionamento della giustizia italiana, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Torregiani uccise uno dei due rapinatori che avevano assalito il ristorante in cui cenava, il 22 gennaio 1979. Un cliente innocente morì nella sparatoria. Meno di un mese dopo, Torregiani fu ucciso a sua volta, davanti alla gioielleria
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di cui era proprietario. Per errore colpì il proprio figlio, che rimase invalido (buona parte della stampa italiana continua a ripetere che il ragazzo fu ferito da Battisti in persona). Durante l’istruttoria, rivolta contro un collettivo autonomo di quartiere, vi fu una quantità di confessioni “spontanee”, di cui alcune totalmente assurde. Tredici “rei confessi” denunciarono in seguito di essere stati selvaggiamente percossi e torturati dalla polizia. I magistrati (nessun poliziotto che abbia ucciso o torturato dei “contestatori” è mai finito in prigione, in Italia; e il caso di Carlo Giuliani è sotto gli occhi del mondo intero) archiviarono tutte le denunce. Fu la prima volta che Amnesty International si pronunciò contro un paese occidentale – l’Italia – per ricorso alla tortura. Il resto del processo – fondato inizialmente sulle confessioni di un giovane vittima di gravi turbe psichiche, che in seguito ritrattò senza che se ne tenesse conto, di una ragazzina di quindici anni handicappata mentale, ecc. – brancolò nel buio fino alla comparsa, in una seconda fase, del “pentito” di turno. Tutto ciò è ben descritto nel libro di Laura Grimaldi Processo all’istruttoria (ed. Milano Libri, 1981), che fa ben comprendere come funzionasse la giustizia italiana durante gli “anni di piombo”. Il figlio di Laura Grimaldi fu a sua volta accusato di avere ucciso Torregiani. Tra le prove, il rinvenimento a casa sua del disegno di un uomo con un fucile in una mano e una bomba nell’altra. Peccato che questo disegno non fosse opera del giovane, come fu affermato. Era stato eseguito nel 1944 da un partigiano iugoslavo, e figurava sulle mostrine dell’esercito della Jugoslavia. Gli anni ’70 e i primi anni ’80 in Italia erano d’altronde quelli in cui si arrestava un povero diavolo per aver disegnato, sul tovagliolino di carta di una pizzeria, una stella simile a quella delle Brigate Rosse; in cui si gettava in prigione una venditrice ambulante ottantenne (“Nonna Mao”) quale complice dei terroristi. In cui Toni Negri e una dozzina di docenti universitari venivano imprigionati, il 7 aprile 1979, come “capi delle BR”, salvo poi riconoscere che non era vero e modificare il capo d’imputazione per mantenerli ugualmente in prigione o in esilio; in cui si esaminavano, sezione per sezione, le schede elettorali per vedere se qualcuno vi aveva tracciato slogan o disegni sovversivi; ecc.
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È chiaro che la stampa e i media popolari non hanno alcun interesse a frugare in questo passato non precisamente pulito. A loro basta avere trovato il “mostro” a cui attribuire tutti i delitti possibili, trascurando le altre confessioni poco utili del suo “pentito” personale; basta, senza sapere nulla del processo, esporre alle lacrime del pubblico i figli delle sue “vittime” – più probabilmente vittime di una procedura giudiziaria viziata, senza confronto reale con l’accusato, giudicato in contumacia (e privato del diritto a un nuovo processo se arrestato, che l’Italia, sola eccezione in Europa, ancora non prevede). Veniamo ora alla “grande stampa” italiana, quella che conta: La Stampa, La Repubblica, Il Corriere della Sera, più alcuni settimanali. In questo caso, è evidente un proposito di più largo respiro: parlare ai confratelli “intellettuali” francesi e farli ricredere. Cominciamo con Barbara Spinelli, corrispondente molto rispettata da Parigi de La Stampa. Il suo articolo (7 marzo 2004) si intitola “Cari amici francesi, su Battisti sbagliate. Non lui, ma altri, sono le vittime degli anni di piombo”. È stato tradotto su Le Monde del 13 marzo. Barbara Spinelli accusa gli intellettuali che hanno firmato le petizioni pro Battisti di ignoranza: per via della loro propensione all’ospitalità e della loro simpatia per i ribelli, si sarebbero fatti ingannare. La ricostruzione degli “anni di piombo” in Italia a cui credono sarebbe quella dei rifugiati, e non avrebbe nulla a che vedere con la verità. Battisti sarebbe stato il “capo” dei PAC e, senza eseguirli personalmente (in ciò Barbara Spinelli è più cauta della maggioranza della stampa italiana), avrebbe “ordinato” gli assassinii di Torregiani e Sabbadin. Gli intellettuali francesi, nobili nella loro difesa di Dreyfus e di Solzenicyn, non dovrebbero lasciarsi ingannare dal fatto che Battisti sia uno dei loro, “uno di Gallimard”. Dovrebbero informarsi meglio: Alberto Toscano, corrispondente da Parigi di Panorama, ha gia scoperto che il direttore de La Marianne non sa nulla dei delitti concreti attribuiti a Battisti. Se gli intellettuali francesi avessero visto in tv, come Barbara Spinelli, il povero figlio di Torregiani sulla sua carrozzella da invalido, avrebbero capito meglio da che parte stia la giustizia…
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Ecco un esempio di disinformazione intelligente. Vediamo dunque gli elementi che avvicinano Barbara Spinelli ai suoi colleghi “di rango”: Si ignora, o si finge di ignorare, che il rifiuto di estradare Battisti poggia su principi che non hanno nulla a che fare con la sua presunta colpevolezza. Le questioni in gioco, in Francia, sono la possibilità che una stessa Corte si pronunci nuovamente su materia già giudicata, che uno Stato sottragga di colpo a un rifugiato il diritto d’asilo che aveva concesso per tredici anni, che accetti che un prigioniero sia consegnato alla “giustizia” di un paese che mantiene procedure tipiche dell’Inquisizione, come la condanna in contumacia senza ripetizione del processo in caso di cattura, o come l’abiura del prigioniero quale via per la libertà, affidando all’autorità l’esame della sua coscienza individuale. Si ignora praticamente tutto del caso giudiziario di cui si tratta. Nessuno ha accusato Battisti di essere “il capo” dei PAC, salvo una parte della stampa italiana più volgare, innamorata dei titoloni. Ancora oggi, Battisti è tutto salvo che un ideologo (lo si nota anche dall’impaccio di certe sue dichiarazioni). Se lo si accusa di qualche cosa, è di avere “partecipato” (così si legge nella richiesta originale di estradizione) a due dei quattro assassinii che gli sono attribuiti, nonché a una sessantina tra rapine e aggressioni che gli sono addebitate per avere fatto parte dell’organizzazione (60 persone) che le rivendicò. Le altre due accuse di omicidio eseguito direttamente provengono dal “pentito” di cui ho già parlato. Prima di scrivere una sola riga bisognerebbe sapere queste cose, se si ha il senso dell’onore, e non accusare i propri colleghi francesi (più interessati ai principi in gioco) di un’ignoranza che si condivide. D’altra parte, il “metodo Spinelli” è comune alla maggior parte degli editorialisti della stampa italiana e dei conduttori di talk-show. Così Mario Pirani, ex comunista ed ex dirigente dell’ENI di Enrico Mattei, fa su La Repubblica del 4 marzo un ritratto di Battisti totalmente campato in aria: “ex brigatista rosso”, “riparato in Nicaragua” subito dopo l’evasione, convertitosi in scrittore solo perché ciò poteva garantirgli una vita “confortevole e sicura” in mezzo agli intellettuali del Quartiere Latino (mentre Battisti creò la pro76

pria rivista letteraria Via Libre quando si trovava in Messico), ecc. È evidente che Pirani non sa nulla di Battisti. Si pronuncia sul destino di un uomo senza essersi nemmeno preso la briga di informarsi. Stessa cosa per Alberto Toscano, uno dei riferimenti di Barbara Spinelli (anche, supponiamo, per ciò che riguarda il supposto “partito di Gallimard”: Toscano scrisse infatti che tutti i romanzi di Battisti erano usciti presso Gallimard, mentre ciò è vero solo per i primi tre, su una dozzina. Vabbé, bazzecole). Ebbene Toscano, sul settimanale Panorama, subito dopo avere accusato Philippe Cohén, de La Marianne, di non sapere di cosa stesse parlando, descrive in dettaglio, fidandosi di una “fonte qualificatissima del ministero della Giustizia”, il modo in cui Battisti avrebbe personalmente “finito con gelido sadismo” il macellaio Lino Sabbadin, mentre questi giaceva ferito al suolo. Abbiamo visto che Battisti non è stato accusato di avere eseguito materialmente questo crimine (attribuito a un altro imputato, di cui riporto le sole iniziali: D.G.). Dunque quello di Toscano non è nemmeno più del giornalismo. È violenza allo stato puro, contro qualcuno che si sa impotente a reagire per via giudiziaria, con una querela per diffamazione. È la fabbricazione deliberata e paziente di un mostro, fino a darne un’immagine che permetta di schiacciarlo contro il muro. È il “gelido sadismo” che si vuole attribuire a Battisti. Non più il “metodo Spinelli”, ma il più generale “metodo italiano” di questi giorni. Termino col peggio, che ci viene da un altro corrispondente de “La Stampa” da Parigi, Cesare Martinetti. Costui traduce per il pubblico italiano una frase apparsa sul quotidiano L’Humanité, di questo tenore: Cesare Battisti a été condamné en 1987 par la justice d’exception – un tribunal militaire –, réservée aux procès des militants de l‘ultra gauche.1 La frase tra lineette – “un tribunale militare” – è dei giuIl 19 marzo L'Humanité ha pubblicato una replica di Cesare Martinetti de La Stampa a questo articolo, circa il modo in cui lo stesso Martinetti aveva tradotto "une justice d'exception - un tribunal militare". Sostanzialmente, il giornalista avrebbe mantenuto i trattini. Ciò non

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dici francesi che per primi respinsero la richiesta di estradizione di Cesare Battisti. Quanto al fatto che una legislazione d’emergenza sia stata applicata ai militanti italiani di estrema sinistra, nessuno oserebbe negarlo (a parte alcuni magistrati ed ex magistrati italiani a suo tempo coinvolti in pesanti distorsioni del diritto, e che oggi sembrano ammettere tra le righe che stavano in qualche modo “vendicando” il loro collega Alessandrini). Ma ecco come il pubblico italiano ha potuto leggere la frase de L’Humanité, nella traduzione di Martinetti: “Battisti è stato condannato nel 1987 da un giudice speciale di un tribunale militare riservato ai processi dei militanti dell’estrema sinistra.” Dubito che Martinetti, corrispondente da Parigi di uno dei principali quotidiani italiani, ignori la differenza tra “réservé” (l’oggetto sarebbe il tribunale militare) e “réservée” (l’oggetto è la legislazione d’emergenza). Eppure questa traduzione è passata di quotidiano in quotidiano, di settimanale in settimanale, fino a divenire la prova della cattiva conoscenza che non solo L’Humanité, ma più in generale gli intellettuali francesi che hanno firmato l’appello contro l’estradizione, i cittadini solidali con Battisti – per farla breve, buona parte della Francia – avrebbero dell’Italia degli “anni di piombo”, percepita come simile al Cile di Pinochet. Tutto fa brodo, dunque – dalla pura menzogna alla traduzione “adattata” astutamente, dal “metodo Spinelli” alla scelta delle foto più idonee – perché il “mostro” Battisti e i suoi libri cessino di essere testimonianza di ciò che si vuole nascondere: l’adozione in Italia di “leggi d’emergenza” in gran parte ancora operanti, che hanno permesso centinaia di processifarsa, migliaia di arresti senza prova e il massacro sommario di tutta una generazione di ribelli. (Da Carmilla On Line, 16.3.2004)

toglie che, trattini o no, "justice d'exception" è divenuto "giudice speciale", invece di ciò che indicava ("procedura d'emergenza"). Lo stesso Martinetti non ha chiesto rettifiche al Corriere della Sera, a Panorama e agli altri giornali che hanno riportato la nostra stessa frase.

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“L’ARCO UNICO” DELLA REPRESSIONE di Mauro Bulgarelli Mauro Bulgarelli è deputato del partito dei Verdi Sui giornali dei giorni scorsi campeggiavano – spesso affiancate – due notizie. La prima riguardava l’arresto a Parigi di Cesare Battisti, ormai noto più in veste di affermato scrittore noir che come latitante dei Proletari Armati per il Comunismo; l’altra, la relazione semestrale del Sisde che, fedele a un formulario per la verità un po’ consunto, riproponeva la teoria dell’ ‘unico arco eversivo’, nel quale stipava a vario titolo brigatisti, anarco-insurrezionalisti e disobbedienti. L’accostamento delle due notizie, in effetti, rispecchia efficacemente la filosofia che muove istituzioni e investigatori che, quando si tratta di fare i conti con il conflitto sociale, si ritrovano sulla strada che conoscono meglio: quella dell’emergenza. A nessuno può sfuggire che l’attenzione repressiva che da qualche tempo le nostre autorità riservano agli esuli degli anni ‘70 trova una sua logica nell’adesione convinta del governo italiano alle nuove politiche disciplinari europee che, in materia di sicurezza, riesumano da un lato lo spettro terroristico e dall’altro quello del deviante (sia esso il migrante, il tossicodipendente o la marginalità ‘eccedente’ delle metropoli). Sotto questo profilo, le centinaia di esuli si trasformano in veri e propri ostaggi da dare in pasto all’opinione pubblica per corroborare e rendere più efficace sul piano simbolico le virtù muscolari dello Stato, soprattutto laddove esso attraversi una crisi di autorevolezza e di consenso sociale. Proprio quest’ultima considerazione ci riporta all’altro asse del problema, quello che investe il movimento, destinatario, negli ultimi tempi, di un rinnovato zelo inquisitorio. È, infatti, l’incapacità di governare l’insorgenza di pratiche di insubordinazione sociale che minacciano di massificarsi e di autoriprodursi – penso alle lotte degli autoferrotranvieri, alle mobilitazioni spontanee della società civile a Scanzano Jonico, La Maddalena, a Terni, nonché alla capacità da parte dei lavoratori atipici e intermittenti di portare in superficie la propria condizione di “senza diritti”– che con79

siglia di colpire quei movimenti che hanno mostrato di saper dialogare, di intrecciarsi, con queste realtà. Lo Stato, insomma, sembra da una parte voler riaffermare la vocazione emergenziale del diritto penale assemblato nei “tribunali di guerra” degli anni settanta e, dall’altra, far retrocedere brutalmente la soglia della ‘legalità’ dopo che il grande movimento nato a Genova e cresciuto nelle straordinarie mobilitazioni contro la guerra l’aveva significativamente spostata in avanti, affermando un principio nuovo: non esiste illegalità di massa che possa essere sanzionata se essa si propone di contestare i crimini incommensurabilmente più grandi perpetrati dai potenti della terra attraverso la globalizzazione del comando capitalistico e i massacri della guerra preventiva. E proprio sul versante della piazza i segnali preoccupanti non mancano: botte e processi a chi lotta per la casa, a chi si oppone alla costruzione di quei lager camuffati che sono i Cpt, a chi contesta le scelte guerrafondaie di questo governo. Sulla lettura penale degli anni ‘70 e la criminalizzazione delle lotte dei nostri giorni – testimoniata dal nugolo di procedimenti aperti contro il movimento – si sostanzia la logica del redde rationem innescata dallo Stato, che la sinistra commetterebbe un errore tragico se non tentasse di arginare in qualche modo. Per far questo, la strada è lineare e non si presta a scorciatoie: rilanciare la campagna per la soluzione politica di quegli anni, imperniandola attorno a un progetto credibile di amnistia generalizzata, e impedire, a partire dall’inizio del processo per i fatti di Genova, che una nuova generazione di lotte venga data in pasto alla repressione e alle patrie galere. In quanti, anche tra gli scranni del Parlamento, abbiamo magnificato “lo spirito di Genova” come una sorta di soffio vitale che poteva rianimare una politica agonizzante? Bene, ora si tratta di difenderlo. A Genova centinaia di migliaia di uomini e donne hanno sfidato, con forme e linguaggi diversi, l’arroganza delle zone rosse: è stato, a mio avviso, uno dei momenti più alti di democrazia dal basso che questo paese abbia mai espresso, un patrimonio che va difeso e sottratto alle stanze dei tribunali, quelle stesse stanze dove nessuno è mai entrato, e forse entrerà mai, per l’assassinio di un ragazzo, Carlo Giuliani.

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3. IL QUADRO STORICO

IL COLLETTIVO AUTONOMO BARONA:
IMPOSSIBILE

APPUNTI PER UNA STORIA

di Primo Moroni e Paolo Bertella Farnetti da Primo Maggio n. 21, primavera 1984. Abbiamo voluto scrivere una storia “impossibile”. Impossibile perché affonda le sue radici in procedimenti giudiziari ancora aperti. Perché giornali, magistrati, Digos e “pentiti” ne hanno raccontato e distorto i pezzi che gli servivano. Perché molti compagni l’hanno ignorata, o rimossa, o troppo rapidamente archiviata con un giudizio sommario. Perché i percorsi personali, collettivi e politici si intrecciano fra loro in modo ingarbugliato, su un terreno inquinato dalle delazioni, dalle reticenze e dalle autocensure. Questa è la nostra versione, basata sui documenti, sulle cronache, sulle testimonianze dirette, nello sforzo che abbiamo intrapreso di raccontare noi, per frantumamenti e avvicinamenti progressivi, la storia di questi ultimi anni. Il quartiere Barona si trova alla periferia Sud di Milano, in un vasto triangolo compreso tra il Naviglio di Abbiategrasso e il Naviglio Pavese di Pavia. Insieme ad altri quartieri (S.Cristoforo, Moncucco, Boffalora, Conca Fallata, Gratosoglio, Chiesa Rossa) prende il nome dalle grosse cascine agricole che formavano il territorio dei cosiddetti
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“Corpi Santi” esterni alle mura spagnole. Un tempo Comuni, vennero inglobati nella grande Milano dall'amministrazione fascista, che iniziò in queste zone un programma di edilizia popolare: tra il 1931 e il 1938 l’Istituto Case Popolari costruì i primi insediamenti collettivi proprio alla Barona, affiancandoli a quelli degli anni venti nelle zone Stadera e Naviglio Pavese. Negli anni cinquanta sarebbero seguiti S.Cristoforo, ancora la Barona, via Conchetta e via Torricelli. Infine negli anni sessanta, in concomitanza con la grande immigrazione interna, vengono costruiti ex novo Chiesa Rossa, Gratosoglio Nord, Sud e Torri, S.Ambrogio I e II, Lodovico il Moro (Negrelli). Molte di queste costruzioni sono IACP e questo determina la formazione di una vasta zona a carattere proletario e popolare. Il vertice di questo triangolo tra i due Navigli è rappresentato dalla Darsena di Porta Ticinese, determinando una complessa relazione di scambi umani e politici tra le due zone, tanto che nella “geografia del politico” milanese la zona Sud é stata sempre considerata un prolungamento logico della capacità di produzione politica del quartiere Ticinese-Genova, che é stato senza dubbio il quartiere di massima concentrazione delle sedi politiche del “movimento” cittadino. Il CAAB (Collettivo Autonomo Antifascista Barona) nasce nel novembre del 1974 per iniziativa di Fabio, quindici anni, e di Umberto, quattordici anni, amici da sempre. Nel giro di pochi mesi si aggiungono altri amici, soprattutto ex compagni di scuola media di Fabio, come Sante, Bob, Ivano, Fabrizio, Marco, Tonino: “ci si trovava in uno scantinato, in un bar oppure per strada e si parlava di noi e di che cosa ci offriva il futuro, era il tempo del Collettivo Autonomo Antifascista Barona, un gruppuscolo di ragazzi che senza cercare nessun appoggio e senza allinearsi su posizioni di Partiti e movimenti politici esistenti volevano cercare di costruire politicamente qualcosa di nuovo in zona. (Eravamo nati soli e volevamo fare tutto da soli)”.1 Il passaggio all’impegno politico di quella che era una compagnia o banda di quartiere avviene per gradi e quasi
. Sei giorni troppo lunghi, dattiloscritto non pubblicato di Umberto Lucarelli, pag. 92.
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naturalmente. All’inizio la compagnia si ritrovava in Piazza Miani, intorno a una panchina. Alcuni venivano solo per la passione della pallacanestro o per organizzare delle feste, ma si parlava anche delle manifestazioni e dei problemi del quartiere-ghetto, senza campi di gioco o palestre, senza spazi associativi per i giovani. Con il passare del tempo l’amicizia si impasta con i bisogni, con la cultura e l’emarginazione proletaria. C’é la voglia di organizzare qualcosa che dia senso alla vita quotidiana, c’é l’incontro alla scuola media con i figli degli occupanti di viale Famagosta,2 uno dei primi grandi movimenti di occupazioni di case a Milano. Alcuni di loro hanno cominciato a disegnare col pennarello i pugni chiusi sui banchi di scuola, poi hanno continuato a riempire i muri del quartiere di scritte “per sentito dire”, firmandole MS o AO ancora prima di sapere cosa significassero queste sigle. Poi ci sono i contatti a livello personale con gli extraparlamentari che cercano di muoversi nei quartieri e la crescita per affinità culturale con i modelli della cultura del mitico ‘68, che passa anche attraverso la esperienza scolastica, secondo un percorso che accomuna la grande parte dei Collettivi giovanili dei quartieri proletari ai margini di Milano. È per ciò che i Collettivi vanno estendendosi in tutti i quartieri a tradizione operaia e proletaria come Rozzano, Gratosoglio, Piazza Abbiategrasso, Conchetta al Ticinese, Barona, S.Ambrogio, Tessera, Giambellino, Baggio, Quartiere Olmi, congiungendosi poi con quelli più a Nord di Pero, Limbiate, Cinisello per saldarsi infine con la grande area di Crescenzago, Padova, dove operano Collettivi

. Occupazione iniziata nel 1974 negli stabili IACP e organizzata principalmente da Lotta Continua e Avanguardia Operaia. Durerà alcuni anni, diventando un punto di riferimento politico per tutta l’area Sud. Nel marzo 1975 circa quattrocento famiglie partecipano all’occupazione degli stabili IACP di piazza Negrelli, coordinandosi con gli occupanti di viale Famagosta. In particolare, dal 1975, le occupazioni si estendono in tutta la zona, interessando particolarmente gli stabili IACP ma anche quelli privati. Si registrano quindi occupazioni in via Teramo, a Stadera, Gratosoglio, ChiesaRossa, Moncucco, Gallaratese, via Conchetta, via Torricelli, ecc. Molti Centri Sociali e Circoli Autogestiti, trovano nelle case occupate, consolidando il proprio rapporto organico con il quartiere.
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nelle zone Loreto, Leoncavallo, Lambrate, Ortica, Segrate. Si comincia quasi sempre da temi astratti come l’antifascismo, la Cina, il Vietnam e l’antimperialismo, ma per la loro collocazione nella vita e nella memoria del quartiere i Collettivi passano rapidamente a tematiche concrete e di classe, tra cui la lotta per la casa e le occupazioni, le autoriduzioni, la lotta contro il lavoro nero, il collegamento scuola-lavoro. Su questi temi concreti, sull’inchiesta nel quartiere si avvia l’impegno politico del Collettivo, fin dall’inizio deciso a mantenere il controllo sulle proprie azioni e sul proprio spazio, in accordo con la sua identità e omogeneità di banda di compagni e amici. Per questo il Collettivo si definisce prima di tutto “autonomo”, senza nessun riferimento a quell’autonomia operaia che proprio in questo periodo si esprime attraverso Rosso, ed è ancora sconosciuta alla Barona. Nell’altra definizione che si dà il gruppo, “antifascista”, c’è sia un’eco della cultura di movimento di questi anni, dove tutto è antifascista (è anche il periodo degli scontri fisici con i “sanbabilini”), sia una nuova interpretazione del tipico obiettivo di una banda di quartiere: “sorvegliare” la propria zona con una vigilanza antifascista, cercare un nuovo modo di egemonizzare politicamente uno spazio dove non possono giungere o comunque non sono tollerate iniziative esterne. Il Collettivo non si identifica con tutta la compagnia di amici della Barona: quando nel 1975 acquista una fisionomia più precisa è formato da una decina di militanti molto attivi, in grado di coinvolgere, a seconda del tipo di iniziativa, altri venti o trenta ragazzi che costituiscono o frequentano la compagnia. In questo stesso anno il CAAB trova una sede provvisoria nello scantinato di un fiorista e comincia i suoi primi interventi sulle occupazioni di viale Famagosta: i primi volantini vengono fatti a mano e attaccati con il Vinavil. Una delle prime uscite “ufficiali” è al Fabbrikone,3 un vec. Si tratta di una vecchia fabbrica di via Tortona, smantellata da molti anni e occupata nel 1975 dal Coordinamento Autonomo Inquilini Ticinese-Genova. L’occupazione nasce come risposta allo sgombero poliziesco del Teatro Uomo di corso Manusardi, richiesto dal parroco della chiesa di S.Gottardo a cui il teatro è annesso. Il Teatro Uomo è infatti destinato a diventare, insieme alla chiesa di S.Lorenzo alle Colonne uno dei centri propulsori dell’emergente Comunione e Liberazione. L’occu3

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chio stabile occupato in zona Genova, dove si fanno notare per la loro divisa: giacca militare, camicia dell’aereonautica, scarpe anfibie e basco con la stella rossa. Se la divisa si ispira all’iconografia di Che Guevara e della guerriglia sudamericana, le loro letture preferite sono soprattutto nord americane: Prateria in fiamme dei Weathermen, L‘autobiografia di Malcolm X, Col sangue agli occhi di George Jackson, la storia e gli scritti delle Pantere Nere; ostici e lontani i classici del marxismo e i loro epigoni. I film più ammirati e discussi sono quelli di Costa-Gavras come Zeta e L‘Amerikano. Fin da quando il quartiere comincia ad avvertire la presenza del Collettivo, l’atteggiamento della sezione locale del PCI è ostile: nel corso degli anni il giornaletto comunista di zona, La sedicesima, non mancherà di attaccare i giovani autonomi, anche se i rapporti personali non arriveranno mai allo scontro fisico. Atteggiamento per altro generosamente ricambiato dal Collettivo, non solo per la generale cultura antirevisionista che circola nel movimento, ma anche per l’opposto giudizio sul fallimento dell’esperimento cileno di Allende, che porterà il partito comunista all’elaborazione della strategia del “compromesso storico”. Anche il rapporto con i gruppi extra-parlamentari si presenta subito in modo conflittuale. Trattati dai militanti dei gruppi “da sbarbati”, per la giovane età e l’inesperienza, sono però costretti a frequentare le loro organizzazioni per poterne utilizzare i mezzi tecnici, come per esempio il ciclostile per la quasi quotidiana produzione di volantini.
pazione del Fabbrikone andrà avanti alcuni mesi tra “scazzi” continui tra le varie componenti che si sono rapidamente aggregate, soprattutto tra i militanti del Coordinamento, che fanno capo all’Assemblea Autonoma Alfa Romeo e quelli di “Rosso”. I primi intendono usare il luogo come centro di propulsione di lotte, secondo una tipica ottica operaia, mentre “Rosso” tende a legittimare una serie di soggettività e comportamenti di tipo “nuovo” che la parte operaia rifiuta di riconoscere come autonomi” e respinge liquidandoli come “Frikettoni”. Nel corso di una festa discretamente “spinellata” si determinano comportamenti distruttivi del luogo stesso e “espropriazioni” delle attrezzature. Questo episodio, insieme a una sterminata polemica sulle responsabilità, determina una progressiva decadenza del Fabbrikone, che diventerà sempre più un asilo di “tossici”.

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Tutti di famiglie proletarie, i giovani autonomi soffrono di una carenza cronica di soldi e di mezzi per la loro attività; per questo si divertono a identificarsi con gli eroi del popolare fumetto di Max Bunker, Alan Ford e l’agenzia TNT: una banda di scalcagnati che sopperiscono con il volontarismo e i miracoli d’inventiva all’assenza di fondi e di mezzi. Bob è Grunf, l’autore dei “miracoli tecnici”, Ivano è Alan Ford, Fabio è la Cariatide e così via. Il contatto con i gruppi produce dei tentativi di reclutamento, che diventeranno abituali nel corso della storia del Collettivo. Il Movimento Studentesco è la prima organizzazione a corteggiare gli autonomi della Barona. Fanno insieme delle riunioni e delle ronde antifasciste in zona, discutono di antifascismo e di temi come l’Italia fuori dalla NATO. Il CAAB si stanca presto di questo rapporto, problemi come quelli della NATO o del Fronte Popolare sono troppo lontani e non trovano seguito nel quartiere, i membri del Collettivo si sentono alieni dalla logica di organizzazione, dalle gerarchie, dai dirigenti e dai quadri. Si divertono di più con l’autoriduzione al cinema o la organizzazione di feste diverse, “proletarie” nel quartiere. Conducono una grossa campagna contro l’ATM per avere migliori collegamenti con il centro e contro l’aumento del prezzo dei biglietti. Riempiono i mezzi pubblici di scritte spray, ci salgono sopra col megafono a fare propaganda. La loro presenza nel quartiere cresce e nel settembre 1976 producono un giornaletto ciclostilato, Revolucion, un po’ per la “libidine” di vedersi scritti e un po’ per mettersi alla prova: scrivono di aver voluto dimostrare “che dei ragazzi anche se non intellettualisti (per fortuna) possono prendere iniziative di qualsiasi tipo!”. In questo primo numero i pezzi forti sono un articolo sul problema delle abitazioni nel quartiere-ghetto e una ricostruzione grafica degli scontri di via Mancini finiti con la morte di Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri. Lo slogan finale è “Contro lo stato della violenza ora e sempre resistenza”. Incredibilmente il ciclostilato, distribuito all’edicola di via Santa Rita, viene venduto tutto e questo li spinge a continuare la esperienza in un rapporto col quartiere non più personale e frettoloso. Il Collettivo, ora semplicemente CAB (Collettivo Autono86

mo Barona), fa uscire altri due numeri. In quello di ottobre/novembre ci sono analisi del quartiere, tipico ambiente “AFRIKANO” (rione negro), temi esistenziali, una “CAB story” un identikit del nemico delle masse comuniste: “non è solo il fascistello sanbabilino, il burocrate DC, il clero reazionario, ma anche chi professandosi comunista, tradisce gli interessi della classe operaia”, temi di politica internazionale. Concludono avvertendo: “Con questo numero abbiamo cercato di eliminare le pecche e le eventuali ingenuità che caratterizzavano il primo numero (speriamo di esserci riusciti). Ma nel numero di dicembre sentono il bisogno di sottolineare : “Questo giornale è scritto da dei compagni adolescenti”, concludendo con questo slogan : “La nostra lotta cresce di zona in zona siamo i PELLEROSSA della Barona”. Il giornale esce come supplemento di Katù - Flash (Vogliamo Tutto); il rapporto con i compagni che fanno capo a questa esperienza aiuta i membri del CAB a “smaliziarsi” nel linguaggio e nell’impegno politico e li fa entrare in contatto con Rosso. Accettano di vendere questa rivista nel quartiere, ma lo fanno soprattutto come occasione per contattare la gente; non riescono a leggere più di due articoli per numero e lo trovano troppo difficile. Anche il tentativo di leggere collettivamente Proletari e Stato di Toni Negri si fermerà alla prima pagina e il libro sparirà, probabilmente bruciato nella stufa. Quando Vogliamo Tutto confluisce in Rosso i membri del Collettivo non approvano questa operazione e si tengono distanti. Ma se il percorso del Collettivo, con una storia simile a quella di tanti altri micro-organismi autonomi, si sviluppa comunque “dentro, fuori, ai bordi dell’area dell’autonomia organizzata”, rimane vivo il rapporto di scambio e non di subalternità con le organizzazioni maggiori, tipo quella che fa capo a Rosso. Tramonta invece definitivamente ogni possibilità di rapporto con gruppi come Avanguardia Operaia e Movimento Studentesco, con i quali il CAB e altri collettivi (S.Ambrogio, via Teramo, “Fornace”, piazza Negrelli) occupano la Cascina Boffalora per farne un centro comune: il contrasto fra il “dirigismo” dei gruppi e l’autonomia dei collettivi farà fallire in breve tem87

po questa esperienza. Da qui in poi il rapporto fra gruppi e autonomi sarà quasi sempre conflittuale, contraddistinto spesso dallo scontro fisico. L’apertura al quartiere dà buoni frutti e la gente segue con simpatia le iniziative del CAB, ormai riconoscibile e riconosciuto alla Barona. Attraverso l’inchiesta di massa si impegnano nei problemi di zona come lo sfruttamento, il carovita, le abitazioni, l’eroina, il lavoro nero. Su questi punti i membri del Collettivo formano delle commissioni di intervento. Organizzano frequenti mostre fotografiche davanti al supermarket di viale Famagosta, sull’ATM e all’ospedale San Paolo, una struttura-fantasma che potrebbe, se funzionante al completo, garantire una maggiore assistenza sanitaria e uno sbocco di lavoro agli abitanti della Barona. In questo lavoro collaborano con il gruppo anarchico di via Conchetta. Contro il lavoro nero il CAB organizza delle ronde proletarie tutti i sabati: in circa una trentina, con striscioni e volantini, entrano nelle piccole fabbriche della zona e invitano gli operai a sospendere il lavoro nero e a non fare gli straordinari. A volte l’intervento funziona, gli operai ascoltano o discutono, in qualche caso segue l’assunzione con i libretti. Se questo è possibile nelle fabbrichette con più di dieci operai, più problematico è l’intervento in quelle con pochi lavoratori, spesso legati da parentela con il padrone. Impossibile risulta intervenire sul lavoro nero fatto in casa, come quello delle casalinghe che fanno i giocattoli per poche lire al pezzo. Sui muri vengono scritte le denunce contro i padroni del lavoro nero, ogni giorno cancellate e puntualmente riscritte. L’intervento nel territorio, nel giro di tre anni, è diventato capillare e quasi quotidiano:
“Lavorare nel territorio per la ricomposizione proletaria su basi rivoluzionarie, non è affatto facile: è un progetto di lunga durata che viaggia tra mille difficoltà di ogni genere, ma che abbiamo fatto nostro da sempre, sgombrando il campo da ogni ambiguità democraticistica. Rompere la tranquillità sociale nel territorio significa intervenire complessivamente, anche in situazioni o su temi specifici che ci erano sconosciuti o che avevamo sottovalutato, spesso ricominciando tutto da campo o addirittura da O, in ogni aspetto 88

della quotidianità metropolitana per materializzare collettivamente i bisogni proletari. Usare l’inchiesta di massa come dato di partenza, costruire un rapporto continuo con gli abitanti per non autoemarginarsi dagli emarginati”.4

ll quartiere si è ormai abituato alla presenza del CAB, alle mostre fotografiche e ai cortei, ai volantini su vari problemi lasciati nelle caselle delle abitazioni, agli interventi nel consiglio di zona e alla distribuzione dei giornali. Il vero giornale del Collettivo è rappresentato dalle scritte murali che tappezzano la zona, accompagnate da una germinazione spontanea di messaggi di ignoti che si firmano CAB. Anche i negozianti collaborano di buon grado alla raccolta di fondi per rinsanguare le magre finanze del Collettivo. Si allargano anche i contatti con gli organismi autonomi limitrofi come Chiesa Rossa, Gratosoglio, Zona Sud; ottimi sono i rapporti col circolo giovanile di S. Ambrogio, con cui spesso si lavora insieme e si organizzano delle feste. Importante è anche la collaborazione con il Co-Cu-Lo,5 che per alcuni mesi affianca il CAB nell’intervento sul lavoro nero. A differenza di quello con i gruppi, si tratta di un rapporto abbastanza corretto: non ci sono i soliti pesanti tentativi di cooptazione, vengono messi a disposizione del Collettivo il ciclostile e altri mezzi tecnici per la propaganda. Nel 1977 si trovano finalmente una sede, occupando due locali in via Modica, ornati dai murales di Sante, il “grafico” del Collettivo. Il CAB si autoseleziona, la politica diventa una attività a tempo pieno: dei nuovi compagni di origine sarda, Sisinnio, Marco e Sebastiano trovano nel. “Black Out”, numero zero, 1 febbraio 1977, pag. 6. . Comitato Comunista (m-l) di Unità di Lotta, con sede in via Vigevano, nel Ticinese, dove fonda il Circolo Siqueiros. Pubblica fino al 1979 il giornale “Addavenì” e, in concomitanza della crisi organizzativa, “Controvento”. Il Co-Cu-Lo è formato da militanti operai di varie fabbriche della zona sud e da conosciuti intellettuali di formazione marxista-leninista che fanno un uso dialettico e originale della cultura maoista. È presente nella fondazione dei Coordinamenti Autonomi zona Sud e in gran parte delle iniziative di massa della seconda metà degli anni settanta. Può essere collocato nella tendenza m-l dell’area dell’autonomia, ma con forti differenze politiche organizzative nei confronti dell’altra componente m-l che fa capo al giornale “Voce Operaia”.
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l’attività del Collettivo una risposta alle loro istanze di emigrati delusi ed emarginati. Il 1977 segna un passaggio qualitativo per tutti gli organismi autonomi milanesi: è l’anno di via De Amicis e dell’Assolombarda, dei cortei armati e del dibattito di massa sulla lotta armata. A livello nazionale c’è l’uccisione di Lorusso, la cacciata di Lama dall’università di Roma, il movimento del ‘77, il convegno di Bologna. I collettivi autonomi milanesi, con la loro identità e la legittimità di massa frutto del rapporto con il proprio quartiere, nell’urgenza di un progetto politico che unifichi le loro esperienze, si trovano esposti alla superiore organicità progettuale delle organizzazioni maggiori che si muovono nell’ area dell’autonomia. Queste, sia clandestine che di massa, sono guidate da quadri politici formatisi sin dalla metà degli anni sessanta. Un quadro politico che rimane sostanzialmente di tipo leninista e tende quindi a legittimare le aggregazioni spontanee di movimento nella prospettiva di forzarne i contenuti per arrivare a un successivo loro reclutamento organico al proprio interno. In questo periodo le dinamiche delle organizzazioni dell’autonomia sono scosse dalla discussione su due problemi fondamentali: l’emergenza massiccia della “tendenza armata” e la fine della “centralità operaia”. Il dibattito si ripercuote in modo confuso nelle strutture dei collettivi senza che questi abbiano gli strumenti per comprendere pienamente le diversità di motivazioni, di strategie che determinano le posizioni tattiche, le alleanze, le proposte che circolano. Alle riunioni dei collettivi partecipano spesso militanti organici delle organizzazioni e, viceversa, i collettivi partecipano spesso alle riunioni nelle sedi delle organizzazioni: tutto ciò oltre a determinare un forte scambio di suggestioni politiche, costruisce una grande complessità di rapporti soggettivi e di solidarietà, che troverà la sua espressione più clamorosa nei cosiddetti “cortei armati”, dove si troveranno quindi a convivere “immaginari” della pratica armata e militanti organici della stessa. In questa zona di incontro-scontro fra la cultura della violenza di massa contro il sistema, propria del movimento, e la messa in atto minoritaria e clandestina della lotta arma90

ta, non è semplice decifrare i percorsi e le collocazioni dei singoli (e infatti si sa che è stato molto più facile fare di ogni erba un fascio, affidandosi al criterio ignobile ma funzionale della “contiguità”). In questa situazione di confusione e di accelerazione, di verticalizzazione e di indurimento della lotta politica cittadina, si muove anche il CAB, partecipando con i collegamenti Sud Ovest, cioè con S.Ambrogio, Chiesa Rossa e Co-Cu-Lo, a manifestazioni, a interventi nelle scuole e in fabbriche come l’Alfa Romeo. All’inizio dell’anno si impegnano in interventi contro il lavoro nero insieme al Collettivo Autonomo Romana Vittoria, in cui si fa notare per il suo protagonismo Marco Barbone. Avvertono in questo contatto delle spinte esplicite a muoversi nella direzione di Rosso e si allontanano da questa esperienza dopo le forzature dei cortei armati (come quello di via De Amicis che finisce con l’uccisione dell’agente Custrà), dove si accorgono che personaggi come Barbone cercano di provocare scontri armati all’insaputa della maggior parte dei compagni che partecipano al corteo. Si sentono estranei ai “dirigentini” che vanno nelle situazioni a indicare cosa si deve fare. Pur rifiutando di diventare portavoce di Rosso frequentano il collegamento di via Disciplini6 per sapere cosa succede, per essere in contatto con gli altri organismi. A settembre partecipano alla tre giorni di Bologna, che sembra preludere a una organizzazione nazionale delle varie situazioni autonome. Dopo Bologna l’aria diviene sempre più calda, c’è una gran
6 . Sede storica della rivista “Rosso” nella sua seconda versione, che nasce nel 1975 e dura ininterrottamente fino al 1979, quando viene arrestata praticamente tutta la redazione. Sede del CPO (Collettivi Politici Operai) e dei CPS (Collettivi Politici Studenteschi), può essere considerata una delle sedi più stabili dell’area dell’autonomia nel corso degli anni settanta. A periodi alterni e in rapporto al diffondersi dei collettivi autonomi, diventa anche “struttura aperta” di Coordinamento di situazioni di lotta (fabbrica, scuola, quartiere). Sostanzialmente da questa sede sono passate gran parte delle strutture dell’autonomia milanese in un complesso mosaico di dibattito-scontro-rottura che ha permesso ai magistrati e ai “pentiti” le più diverse interpretazioni. Quello che è certo è che non è mai esistita una struttura centralizzata dell’autonomia milanese e che, pur essendo “Rosso” dotato di una propria progettualità politica spesso in duro contrasto con le altre tendenze, teneva la sede “aperta” tentando di porla “al servizio” del movimento.

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fretta, il discorso sulle forme di organizzazione e di pratica politica diventa quotidiano e spasmodico. Per qualche mese il Collettivo continua a frequentare via Disciplini, dove il coordinamento è sempre più sottoposto da varie parti a spinte e urgenze di organizzazione. Nel telegrafo senza fili del movimento i coordinamenti e le situazioni collettive sono pieni di sussurri e grida, le idee di formazioni come le BR o Prima Linea sembrano avere dei portatori qua e là, ma il quadro è molto confuso, solo voci e discorsi per sentito dire, mai proposte dirette. Il CAB si sente però estraneo a queste forme di organizzazione, dalla simpatia per le prime attività non cruente delle BR, dagli slogan provocatori a loro favore, è passato alla distanza politica nei loro confronti dopo le “quintalate”di sparamenti. I giovani autonomi della Barona si rendono conto al coordinamento che ancora una volta il discorso è quello di accaparrarsi gente per la propria organizzazione, di reclutare. Inoltre, una buona metà della gente che frequentava via Disciplini era diversa da loro, “stava bene”, sapeva parlare con sicurezza, aveva il culto del personaggio senza incertezze, “andiamo, facciamo”. Non c’erano grandi rapporti sul piano personale: si sentono spinti a intervenire ai sabati dell’Alfa Romeo contro il lavoro straordinario, ma provano disagio, sono troppo distanti dal problema, la gente non li segue. Nella crisi di Rosso vengono sollecitati a prendere posizione sia da parte del gruppo che continua a fare capo al giornale, sia dallo spezzone transfugo di Barbone, ma non seguono nessuno e si allontanano definitivamente da via Disciplini. Nel corso del 1977 hanno pubblicato un paio di numeri del Bollettino del Collettivo Autonomo Barona che ha sostituito Revolucion, e hanno collaborato alla redazione di Black Out, un giornale di collegamento delle lotte autonome ritenuto “più utile” di Rosso, con un linguaggio più chiaro e inserti sui quartieri che ne rendevano più facile la diffusione in Barona. Ma è forse troppo tardi per un’iniziativa di questo tipo: è il momento in cui cominciano a moltiplicarsi le testate autogestite dell’“ala creativa”, lontane dalla vecchia terminologia, come Apache, Sesto senso, La pera è matura, Wow, Viola, Crach, ecc. Nel 1978, il CAB viene sfrattato dalla sede in via Modica, e usa come punto di riferimento il centro di S.Ambrogio,
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frequentando anche la “Fornace”, il collegamento zona Sud Ovest e l’affollato coordinamento proletario della zona Sud in via Momigliano. A questo punto della loro storia i membri del Collettivo cominciano a cercare una strada politica che, da una parte, li faccia uscire dal ristretto ambito della zona, anche per rispondere alla generale spinta a una organizzazione più allargata, e dall’altra li differenzi dalle altre proposte che circolano nel movimento. In risposta all’ipotesi avanzata da Rosso di fondare un partito dell’autonomia, fanno uscire Eppur si muove... un ‘foglio per l’organizzazione proletaria nella metropoli”, come primo tentativo di analizzare le esperienze comuni dei collettivi territoriali milanesi e di dare delle indicazioni teoriche e pratiche per la realizzazione di un progetto collettivo, passando dall’autonomia diffusa all’organizzazione proletaria nella metropoli. Dopo avere descritto la grande diffusione dei comportamenti antagonisti e la risposta capillare e preventiva delle forze repressive statali e private, capiscono “come a questa estensione sociale di sovversione corrisponda sostanzialmente l’incapacità delle varie forze dell’autonomia cosiddetta organizzata di essere momenti di organizzazione e direzione. Finché le proposte di militanza rivoluzionaria saranno ricche di ideologia e moralismo, l’autonomia diffusa ne rimarrà sempre più estranea: lasciamo agli intellettuali e militanti, che negano la radicalità dei loro stessi bisogni, menarsela su forme partitiche più o meno intergalattiche, salvo poi annegare queste menate frustranti nel pessimo e costoso vino delle varie “operette”.7 L’unico terreno di organizzazione praticabile rimane quello del territorio: “il fondare il nostro progetto di organizzazione solo e unicamente assumendo il territorio co-

7 . La definizione di operette prende il nome dal locale “L ‘Operetta di corso di Porta Ticinese”, aperto intorno al 1977 da un furbo commerciante che aveva capito e interpretato i primi segnali di riflusso e disgregazione. Il modello è stato poi fatto proprio da molti altri, soprattutto provenienti dalle formazioni di sinistra e molto spesso dalla fabbrica. In questo ultimo caso i capitali iniziali ven-

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me momento centrale di ricomposizione proletaria, è il frutto di anni di lotte e di esperienze territoriali lungamente praticate qui a Milano spesso ritenendole terreno secondario o comunque complementare all’organizzazione di fabbrica. Movimenti di massa autonomi dal capitale si sono sviluppati nelle scuole, nei servizi, nei quartieri ghetto, nelle piccole fabbriche e nelle prigioni, il movimento giovanile ed il movimento delle donne, fino al movimento del ‘77 hanno posto fine alla parola centralità operaia... La via dell’organizzazione si fa ora più complessa e tortuosa e non può che essere il risultato di una lotta sul territorio, collettiva e di massa, per e dentro la ricomposizione di classe. Per essere dentro a questo processo è necessario attaccare le attuali sedimentazioni organizzative. L’esigenza di classe non è quella di trovare alleati, ma di ricomporsi sul territorio battendo ogni tentativo corporativo e riformista. Questa è la prospettiva: officina per officina, casa per casa, unità per unità produttiva.” Non si crede più nella possibilità “di agire autonomamente in ogni singola zona e di ritrovare poi momenti specifici di coordinamento su iniziative delimitate e mai stabili”: questo ha impoverito il dibattito e impedito la circolazione dei contenuti delle forme di lotta, “creando di fatto una mentalità da banda, che ha provocato seri e infantili settarismi, quando non addirittura rivalità fra i singoli collettivi.” Ora è necessario “ricercare tutti i settori del Proletariato metropolitano, comportamenti antagonisti espressi da una parte, spezzoni di organizzazione autonoma già dati dall’altra e dall’insieme di queste due cose porre le basi dell’organizzazione proletaria stessa.” Con l’anticipazione repressiva del capitale e con il decentramento produttivo non si può più “intendere il contropotere cogono realizzati principalmente attraverso super liquidazioni ottenute spesso per il ruolo di avanguardia di lotta che i futuri gestori delle osterie svolgevano nel luogo di lavoro. Il fenomeno si è diffuso parallelamente alla crisi dei modelli politici e alla conseguente chiusura di molte sedi. Il bar serale diventa quindi un punto di riferimento e di aggregazione.

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me una trincea da scavare sul posto di lavoro e la trattativa come modo per imporre i bisogni operai: il contropotere diventa immediatamente lo scontro con il capitale, uno scontro quotidiano e continuato che vede nel territorio l’unico campo di battaglia, senza più linee di demarcazione e mediazione tra capitale e proletariato... Costruire le ronde proletarie che vadano a visitare l’organizzazione del lavoro e la composizione di classe territoriale, far nascere commissioni e gruppi di intervento che vanno a scovare i covi del lavoro nero, gli spacciatori d’eroina che seminano morte: formare commissioni di controinformazione per avere la conoscenza totale della militarizzazione a cui siamo sottoposti; ronde contro il carovita che impongono il controllo dei prezzi e la qualità della merce venduta dai bottegai vari; gruppi di studio che analizzano la nocività della vita metropolitana: scarichi industriali, lavorazioni pericolose, avvelenamento degli inceneritori, dell’immondizia e delle fabbriche della morte (vedi Seveso), rumorosità e igiene del territorio dove i proletari vivono. Questi non sono che i primi momenti di organizzazione e conoscenza che vogliamo costruire. La nostra pratica di intervento deve da subito essere estesa omogenea e contemporanea su tutta la metropoli.” Un altro punto accennato è la difesa dei proletari detenuti “comuni” accanto a quella dei politici. Netto è il rifiuto della pratica esemplare armata: “Niente a che vedere con azioni più o meno esemplari e con relative pretese di insorgenza proletaria attorno a questi attacchi. Intendere il contropotere attacco indiscriminato e propagandistico agli apparati dello stato diffuso e ai centri di comando della fabbrica diffusa, significa impossibilità di tracciare un terreno di ricomposizione e rimanerne fuori... Eliminando lo spacciatore di eroina non si elimina la rete organizzativa di spaccio, la stessa cosa vale per ogni settore dell’offensiva proletaria nelle metropoli, che intendiamo organizzare.” Questo tentativo di elaborare un progetto politico partendo dalla propria esperienza territoriale arriva in una situazione metropolitana dove si sta chiudendo la forbice repressione- lotta armata e sta maturando la crisi del dopo
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Bologna, dopo l’impatto esplosivo del movimento del ‘77. Il piano repressivo elaborato dal governo di Unità Nazionale, l’accettazione organizzativa delle formazioni armate, l’impossibilità per l’autonomia organizzata di attestarsi come bastione ai confini dell’illegalità producono per conseguenza l’impossibilità per i collettivi di proseguire nella pratica di autodeterminazione, esponendoli per primi all’ondata repressiva. Il CAB continua il confronto e la collaborazione con altri collettivi, come quelli del Gallaratese e di viale Ungheria. Inizia un rapporto con il Collettivo Politico Ticinese, con il quale organizza delle ronde contro l’eroina in piazza Vetra. Le iniziative si incrociano, come dimostrano i numerosi volantini del periodo firmati di volta in volta da diversi raggruppamenti di organismi autonomi, ma senza omogeneità e senza più controllo sulla situazione. I membri del CAB, in questo tentativo di allargare l’intervento politico al di là della propria zona, rallentano i contatti con il quartiere e si perdono un pò di vista anche fra loro, muovendosi a volte in situazioni diverse. In modo unitario mandano avanti il discorso politico sul carcere. Nel 1978, in occasione della morte in prigione di Mauro Larghi, producono un eliografato sulla sua morte, costato dei sacrifici in termini di denaro, “San Vittore come Stamheim”, anche per reagire all’indifferenza di Rosso e di altri gruppi. Nello stesso anno si ritrovano per una manifestazione con striscioni OPAM, insieme al collettivo “gli Unghari” e al Collettivo Proletario S.Ambrogio contro il carcere e la militarizzazione del territorio; emettono un volantone, “Dovere di tutti è essere liberi”. All’inizio del 1979 sono tra i fondatori del Comitato Metropolitano Contro il Carcere alle Colonne di San Lorenzo. Il 16 febbraio del 1979 un orefice della Bovisa viene ucciso da due giovani a volto scoperto. Si tratta di Pier Luigi Torregiani, già entrato nella cronaca per avere ucciso in un locale pubblico un rapinatore. I due giovani salgono a bordo di una Opel Ascona, al volante della quale c’è un terzo giovane, e dopo poche centinaia di metri si trasferiscono su una Renault 4 rossa, che risulterà poi appartenere alla madre di Sante Fatone, un membro del CAB. Fra il 17 e il 18
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febbraio scatta un’operazione della Digos, coadiuvata dalla Squadra Mobile di Milano, che porta all’arresto di cinque membri del Collettivo Autonomo Barona, mentre altri due, Sante Fatone e Sebastiano Masala, si rendono irreperibili. I giornali, inaugurando la tecnica del “processo a mezzo stampa” danno grande rilievo agli arresti e “sbattono i mostri in prima pagina”: i titoli sono del tenore “sgominata la cellula degli autonomi che ha assassinato Torregiani”; si parla dei killers dell’autonomia, della “banda” politico-criminale della Barona. Riferendosi ai membri sardi del CAB, Sissinnio Bitti e i fratelli Masala, il Corriere della Sera titola il 21 febbraio: “Come un pastore sardo può diventare un killer degli autonomi”. Mentre la stampa prosegue il suo linciaggio, il Presidente della Repubblica si congratula con il ministro Rognoni per la brillante operazione. Ma il 24 febbraio tre dei membri del Collettivo arrestati, Umberto Lucarelli (18 anni), Fabio Zoppi (19 anni) e Roberto Villa detto Bob (18 anni), vengono scarcerati per assoluta mancanza di indizi. Gli altri due arrestati, Sisinnio Bitti (31 anni) e Marco Masala (18 anni), indicati come gli esecutori materiali del delitto, hanno un alibi di ferro, confermato da molte persone: all’ora del delitto erano presenti sul posto di lavoro e in seguito verranno completamente scagionati dall’accusa. Lo scagionamento e l’estraneità all’omicidio Torregiani rendono più allucinante e significativo il trattamento subito dai giovani durante l’“operazione”: inaugurando una tecnica che avrà in seguito altre applicazioni, gli autonomi della Barona vengono torturati selvaggiamente da agenti e funzionari della Digos per costringerli a confessare il delitto. Pestaggi a pugni e schiaffoni, cerini accesi sotto i piedi e i testicoli, bastonate sul torace attraverso una coperta per non lasciare segni, ingerimento forzato di acqua mediante un tubo di gomma, botte sulle tempie con le nocche delle mani e cosi via; due degli arrestati devono essere ricoverati in ospedale. Il Collettivo Autonomo Barona, ben conosciuto organismo autonomo, continuamente corteggiato dai “partitini” della città, senza nessuna copertura politica e perfettamente noto alla polizia per la sua frenetica attività, si dimostra all’occasione il modello ideale per la
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criminalizzazione e la distruzione di una pratica politica incontrollabile e irriducibile. Il Collettivo viene “scelto” per le sue caratteristiche, come esempio per inquinare un’area già fortemente sospetta agli occhi dell’opinione pubblica e per inaugurare un nuovo corso, più selvaggio e indiscriminato, della repressione, che porterà a una lettura esclusivamente criminale di un lungo e complesso percorso politico. L’impatto devastante con le torture e la prigione, la ferocia dell’esperienza subìta insieme alla consapevolezza di essere innocenti, in un primo tempo rinsaldano i rapporti fra i compagni del Collettivo e li rafforzano nella convinzione di avere ragione, di avere le idee giuste. Nonostante che il caso Torregiani abbia distorto completamente, soprattutto attraverso la diffamazione della stampa, la loro immagine e la loro attività politica, i membri del CAB continuano ad essere attivi, soprattutto sul problema del carcere. Intervengono alla Palazzina Liberty, partecipano al corteo per i ragazzi di via De Amicis, formano comitati di liberazione, emettono dei volantini contro la repressione, fanno dei piccoli cortei di quartiere con una cinquantina di persone e ronde nei negozi a spiegare la situazione dei compagni incarcerati e a raccogliere sottoscrizioni. Ma la repressione diventa sempre più incalzante, l’attività dei vari collettivi si riduce sempre più all’autodifesa, sempre con meno cose da dire o sempre le stesse. La costituzione di comitati di liberazione non riesce a tenere dietro agli arresti, l’operazione del 7 aprile dà la misura della portata e della qualità del disegno di criminalizzazione nazionale di tutta un’area di movimento e focalizza su di sé gran parte dell’impegno antirepressivo. Tutto questo contribuisce a rimpicciolire il caso degli autonomi della Barona; in questo clima la magistratura archivia con motivazioni grottesche l’inchiesta avviata dopo le denunce contro la tortura.8 L’estremo tentativo di coordinamento fra i collettivi sul problema della repressione finisce per sciogliersi anche perché ognuno lavora su questo punto per conto proprio.
. Vedi Laura Grimaldi, Processo all’istruttoria, Milano Libri Edizioni, Milano 1981.
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Per il Collettivo della Barona il problema più grave è la progressiva perdita di rapporto con il quartiere, l’attività sul territorio che da sempre aveva funzionato come elemento di coesione e di forza. Il quartiere all’inizio reagisce bene al coinvolgimento nel caso Torregiani, dimostrando, dopo il disorientamento provocato dalla campagna diffamatoria, piena solidarietà con gli autonomi scarcerati e gli altri del collettivo. La gente si congratula e si indigna per la vicenda, offre sottoscrizioni, si ferma comunque a parlare con i “mostri” o con gli “eroi”. Ma il seguito giudiziario e altri avvenimenti sbricioleranno a poco a poco questo rapporto. Sui compagni latitanti, nonostante la pochezza degli indizi, è gioco facile della magistratura imbastire una serie di nuove accuse. I nuovi arresti di presunti membri del CAB in relazione all’omicidio Torregani, come Grimaldi o Memeo, creano confusione e sono difficilmente giustificabili. Anche se si tratta di persone mai state membri del CAB, vengono indicati come tali dalla magistratura: questo non viene smentito né dal collettivo, per un senso di solidarietà con i nuovi arrestati, né da questi ultimi, per avere una legittimazione della loro azione politica. È un meccanismo che incrina di nuovo la loro immagine, giustificato però dalla vissuta esperienza carceraria. È lo stesso meccanismo che agisce nell’emanazione di un nuovo numero di Eppur si muove... nel dicembre del 1979. Nel nuovo numero si difendono tutti i detenuti politici, si vuole affermare la legittimità di tutti i comportamenti antagonisti allo Stato; “Nessun comunista è innocente per lo stato! Nessun comunista è colpevole per il Proletariato!” È un tentativo di mantenere un atteggiamento unitario e omogeneo, di fronte alle paure e ai sospetti di una situazione di “caccia al comunista”, dove i compagni si smarrivano per strada e tutti i progetti politici si riducevano alla sopravvivenza e all’intervento sul carcere. Ma il bisogno di non fare i giudici, di difendere tutti quelli che comunque pagavano il loro modo di essere contrari allo Stato, è anche il risultato dell’esperienza della prigione, della solidarietà intensa nata dentro questa istituzione totale, che aveva fatto dimenticare le collocazioni, le appartenenze. Si tratta comunque di un errore: difendendo le persone si difendono anche i loro pro99

grammi, ma il Collettivo, che ora si firma Organismi Proletari della Barona per staccarsi dalle etichette di killers dovute alla campagna diffamatoria, se ne rende conto solo dopo l’uscita del giornale. Il grosso dei superstiti del Collettivo si unisce a una parte dei giovani del centro di San Ambrogio e continua una limitata attività sotto il nome di CASBA (Comitato Autonomo S.Ambrogio Barona). Un brutto colpo per gli autonomi della Barona è l’arresto di Sebastiano Masala, uno dei latitanti del collettivo, preso con delle armi che appartenevano a Prima Linea. È la crisi quasi definitiva dei rapporti con gli abitanti del quartiere: la gente non crede che il passaggio sia avvenuto “dopo”, che questo possa essere uno sbocco naturale della latitanza nel particolare clima del momento. Per la gente del quartiere i nuovi arresti di cosiddetti partecipanti al Collettivo, il passaggio alla lotta armata di Sebastiano, la latitanza di Sante Fatone, che viene considerata prova della sua non innocenza, sono tutti elementi che dimostrano o una pratica clandestina armata affiancata a quella fatta alla luce del sole o perlomeno la strumentalizzazione di una banda di sprovveduti presi in un gioco più grande di loro. A questo si affianca l’attività dei “reclutatori” dei gruppi armati che cercano di trarre vantaggio dalla situazione e inquinano i tentativi di fare chiarezza dei superstiti del Collettivo. Poco tempo dopo il rilascio degli arrestati viene ucciso il poliziotto del quartiere, Campagna, proprio sotto la ex sede del CAB. L’azione, recentemente rivendicata dai PAC (Proletari Armati per il Comunismo), fu seguita allora da un volantino che lo accusava di essere un torturatore. L’influenza politica negativa di questo fatto agisce a dispetto dei tentativi di prendere le distanze e denunciare l’assurdità del gesto. Cominciano ad apparire scritte delle Brigate Rosse sotto le abitazioni dei membri del Collettivo e volantini di reclutamento delle BR nelle caselle dove questi erano soliti porre i loro fogli. Compaiono volantini rivendicanti l’omicidio di Torregiani nelle scuole o nelle assemblee in cui gli scarcerati del Collettivo vanno a fare dibattiti sul loro caso o sulle torture subìte. Contro questo pedinamento continuo di fantasmi non
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sanno cosa fare, se non infuriarsi a vuoto e stare male. All’inizio del 1980 la colonna Walter Alasia delle BR uccide tre poliziotti del commissariato Tabacchi della Barona, con una rivendicazione fatta in zona. I giornali escono con pezzi che danno per mandanti gli autonomi della Barona. I resti del Collettivo decidono di intervenire al comizio organizzato dalle forze politiche della città per commemorare gli agenti uccisi, presentandosi con un volantino intitolato “Per fare chiarezza...” dove fra l’altro si dice: “In relazione all’uccisione dei tre poliziotti di via Tabacchi avvenuta ancora una volta nel nostro quartiere, gli organismi proletari della Barona prendono posizione sull’accaduto: ci sono totalmente estranee queste assurde azioni le quali non praticano nessun tipo d’intervento politico reale specialmente in un quartiere proletario come il nostro. Facciamo presente che da quando abbiamo iniziato il nostro intervento politico di zona sul lavoro nero, precario, sottopagato, contro l’espandersi dell’eroina, gli sfratti e per l’apertura dell’ospedale S.Paolo, non si è mai sentito parlare di poliziotti assassinati (vedi A.Campagna, Santoro, Tatulli e Cestari), né di bancari (vedi A. D’Annunzio ucciso per sbaglio dalla P.S.), in quanto la nostra pratica politica di massa toglieva e toglie spazio tuttora ad azioni esemplari di questo tipo”, fino alla campagna infamante del caso Torregiani. Il volantino si conclude affermando: “Siamo stufi di essere chiamati in causa tra false righe da tutta la stampa ogni qualvolta succeda un qualsiasi fatto di cronaca in Barona o in zone limitrofe e diffidiamo qualsiasi strumentalizzazione ai danni dei nostri compagni”. La Digos ferma e sequestra i volantini perché manca l’indirizzo di dove sono stampati; tutti vengono schedati e processati per direttissima. Un mese dopo, alla Barona si tenta di fare un grosso corteo degli organismi proletari contro la repressione. Dopo aver concesso l’autorizzazione, la polizia manda a prendere a casa due membri del vecchio CAB, fra gli scarcerati del caso Torregiani: il vice-questore minaccia di arrestarli se la manifestazione avrà luogo. Non serve affermare di non rappresentare le altre cinquanta persone che vogliono fare il corteo. I due sono costretti a ritornare al centro di
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Sant’Ambrogio, già circondato dalle forze di polizia, per convincere gli altri a rinunciare alla manifestazione. L’ANSA aveva già dato la notizia della richiesta dell’autorizzazione e il Giorno aveva scritto che gli autonomi della Barona avrebbero fatto il corteo contro il divieto della questura. Così all’interno del centro, nel quartiere spaventato e assediato dalle forze di polizia, si tiene semplicemente una conferenza stampa per i giornalisti accorsi per documentare lo “scontro”; nei giornali del giorno dopo non verrà pubblicato nulla. È uno degli ultimi atti politici organizzati dal Collettivo, seguito solo da sporadiche raccolte di fondi e dal Comitato per la liberazione di Marco Masala, o da alcuni volantini come quello sulla chiusura dell’istruttoria Torregiani. Tagliato il cordone ombelicale con il quartiere, confuso con la pratica dei gruppi armati, assottigliato dai sospetti e dalle paure, sempre nel mirino della Digos o della questura, il collettivo è costretto a rinunciare alla straordinaria voglia di lottare che lo ha sempre accompagnato. Fenomeni analoghi hanno devastato tutto il tessuto connettivo degli organismi spontanei della metropoli. Nessuna iniziativa unitaria è più possibile, neanche a scopo difensivo, perché i superstiti di ogni gruppo sono costretti a frantumarsi nella difesa dei propri “prigionieri”, ognuno nel proprio quartiere, chiusi per mantenere un briciolo della loro identità e per non inquinarsi di fronte al pentitismo dilagante, a partire da quello di Barbone verso la fine del 1980. Il pentitismo viene usato per leggere nel senso voluto dalla magistratura i diversi percorsi politici, serve per colpire soprattutto chi non ha delazioni e conferme da scambiare con il potere per attenuare le proprie imputazioni giudiziarie, giungendo così a un’iniqua distribuzione delle pene, che vede pluriomicidi in libertà e persone condannate in modo sproporzionato anche per reati modesti. Il pentitismo si presta utilmente anche alla persecuzione giudiziaria degli autonomi della Barona. Per Sisinnio, Marco, Fabio e Umberto gli ultimi anni sono stati un continuo entrare e uscire dal carcere. Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per “partecipazione a
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banda armata”, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto “discutere con altre persone” nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di “concorso morale per duplice omicidio” (Torregiani e Sabbadin, un macellaio veneto ucciso contemporaneamente all’orefice), perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni. Attualmente è detenuto. Marco Masala, scagionato per il caso Torregiani, è attualmente in carcere, condannato a nove anni per un attentato contro una caserma di carabinieri, sempre su indicazioni di pentiti. Fabio Zoppi, accusato di “esproprio proletario” di un negozio di Hi-Fi dai pentiti Pasini Gatti, Andrea Gemelli e Anna Andreasi, è attualmente agli arresti domiciliari. Poiché si è ostinato a dichiararsi sempre innocente del fatto, il magistrato lo ha definito “irriducibile e socialmente pericoloso”. Ha trascorso due anni e due mesi in carcere. Umberto Lucarelli è attualmente in libertà provvisoria; insieme con Fabio Zoppi deve rispondere di un esproprio e del bruciamento di tre “covi” del lavoro nero. Alla fine del 1980, di fatto, il Collettivo non esiste più a parte sporadiche iniziative di qualcuno dei superstiti. Chi è rimasto fuori dalle disavventure giudiziarie se n’è andato o si è spoliticizzato; anche il legame di amicizia per molti non funziona più. L’apatia e l’impotenza hanno portato alcuni della vecchia commissione sull’eroina a provare su di sé questa sostanza, che ormai ha invaso la zona soprattutto dopo la costruzione del ponte di collegamento con il Giambellino, il centro di spaccio della droga di Milano. La Barona, dopo aver conosciuto anni di militarizzazione a partire dal 1979, sembra oggi ritornata al normale letargo di un ghetto-dormitorio. Non ci sono più collettivi: è rimasto il centro sociale di S.Ambrogio, dove alla sera si gioca a Risiko, e ogni tanto si suona. Non ci sono neppure più volantini come questo, del gennaio ‘80: “la grande stagione della caccia al terrorista si è aperta. I cittadini sono invitati a partecipare e alla fine
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del gioco saranno sorteggiati ricchi premi per tutti. Ma noi non ci stiamo. La nostra sola pratica di lotta è una condanna al terrorismo. Non ci nascondiamo dietro al mirino di una pistola, né conduciamo vite parallele, di giorno bravi ragazzi di notte brigatisti spietati, né siamo disposti a chiuderci in casa e far parlare per noi i vari boss dei partiti costituzionali di zona. Siamo decisi, e sempre lo abbiamo fatto, ad intervenire politicamente in prima persona e alla luce del sole nel nostro quartiere.” ANNI ‘70: STATO “D’EMERGENZA” E TERRORISMO di Nanni Balestrini e Primo Moroni Alcuni estratti da L’Orda d’oro, ed. SugarCo, 1988; ed. Feltrinelli, 1997 La “strategia della tensione” era stata sconfitta da tre grandi componenti sociali e politiche: la conflittualità dell’autonomia di classe, la pratica militante, il radicalismo democratico. La posizione estrema e sintetica delle formazioni armate aveva storicamente prodotto “la forma-violenza organizzata in partito”, ma questa componente era rimasta fino a tutto il 1976 sostanzialmente minoritaria (Bonisoli, uno dei protagonisti della fondazione delle BR, dirà che a quell’epoca i militanti non arrivavano a cento in tutta Italia) e proprio nell’emergere del “movimento ‘77” si era trovata in gravi difficoltà progettuali: anche se il riferimento immaginario e politico alla tendenza armata si poteva leggere in modo diffuso, non era tale però da autorizzare un’unità di intenti tra progettualità armata e pratica della violenza diffusa. Crisi dei “modelli organizzativi”, radicalità del “bisogno di comunismo”, ristrutturazione profonda e autoritaria del ciclo produttivo, ricomposizione della “forma stato” sono gli elementi dello scontro. Confrontata con il periodo ‘69-’73, la novità più rilevante del ‘77 è data dal duro irrigidimento istituzionale, condiviso ora dalla quasi totalità delle forze politiche rappresen104

tate in Parlamento. Il progetto di ordine pubblico, che passerà alla storia come “legislazione di emergenza”, ha rappresentato nel ‘77 “la base dell’accordo fra i partiti dell’arco costituzionale ed è stato la condizione per la cooptazione del Pci nell’area “democratica” o di governo; per la prima volta nella sua storia il Pci si è dichiarato favorevole a un massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali e si è impegnato in campagne ideologiche — ultima quella del “referendum” sulla legge Reale — dirette ad alimentare consenso popolare nei confronti del processo di restaurazione autoritaria” (L. Ferraioli, D. Zolo). “Benché, come giustamente nota uno degli storici e dei testimoni più lucidi delle vicende istituzionali e degli apparati giudiziari italiani, una forte spinta all’inasprimento delle sanzioni penali sia già cominciata nel ‘74-75, “il 1977 è l’anno chiave” (Romano Canosa). Tra l’altro viene posta una pesante ipoteca sugli avvocati che esercitano una difesa politica, consentendo di sospendere dall’esercizio della professione chi incorre in procedimenti penali a suo carico o chi viene colpito da mandato di cattura” (Sergio Bologna). È anche il periodo in cui vengono autorizzate — e mai legiferate — le “carceri speciali”, autentici lager destinati alla distruzione psicofisica dei detenuti, e viene estesa la possibilità di ricorrere all’uso delle armi per impedire le evasioni facendo intendere che se ci saranno altre “stragi di Alessandria” non dipenderà dall’iniziativa personale e forzata di qualche magistrato, ma sarà obbligo di legge. Non a caso l’incarico di dirigere questo settore viene affidato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che di quella “strage” era stato uno dei protagonisti. In effetti, se la “strategia della tensione” era stata manovrata da settori dello Stato per “comunicare” al conflitto di classe il ricatto terroristico di una possibile involuzione reazionaria, la “legislazione di emergenza” è l’assunzione a livello istituzionale di una pratica sostanzialmente “illegale”, involutiva, reazionaria, rivolta a condizionare e reprimere qualsiasi espressione organizzata o spontanea di ribellione sociale. Diverse sono le forme in cui si manifesta la risposta dell’avversario di classe ma identiche le finalità.
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Nella percezione comune di migliaia di militanti — ma anche di settori democratici — lo Stato nel coprire (tollerare od organizzare) le trame della “politica delle stragi” era stato delegittimato del monopolio esclusivo dell’uso della violenza, e d’altronde questo supposto privilegio “democratico” è tra i più ambigui e contraddittori. Norberto Bobbio (uno dei padri della Costituzione) nell’intervenire su queste problematiche affermava: “Che i gruppi rivoluzionari giustifichino la propria violenza considerandola come una risposta, l’unica possibile, alla violenza dello Stato, è più che naturale. [...] Del resto, questo stesso argomento è usato dallo Stato per giustificare l’uso della violenza propria, della violenza cosiddetta istituzionalizzata, nei riguardi della violenza rivoluzionaria”. È dentro questa specularità che, secondo Bobbio, i “democratici conseguenti” elaborano le Costituzioni e le tavole delle leggi. Il compito di questi apparati “disciplinari” dovrebbe essere quello di equilibrare il diritto di rappresentanza dei movimenti sociali con le esigenze di gestione e di riproduzione delle democrazie. Quando ciò non avviene, quando vengono alterati unilateralmente gli statuti e le regole del gioco, si apre un conflitto dagli esiti imprevedibili. A metà degli anni Settanta l’arretratezza conservatrice del potere democristiano aveva prodotto un “blocco” del sistema democratico, le cui avvisaglie si avvertivano fin dal 1974 (quindi molto prima della fase del cosiddetto pericolo “terrorista”) con il varo della legge che raddoppiava i termini di carcerazione preventiva, si consolidava con la reintroduzione dell’interrogatorio di polizia, per completare una prima fase involutiva con la legge Reale (1975): un’autentica “licenza di uccidere” delegata alle “forze dell’ordine” (provocherà 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione). Vista a distanza di anni, la dinamica autoritaria si presenta quasi come un disegno organico: da un lato “il terrore delle stragi” favorito dagli apparati di sicurezza dello Stato, e dall’altro una progressione di provvedimenti giudiziari sempre più autoritari, giustificati con la necessità di difendere una non meglio definita “democrazia” minacciata dalla violenza, a sua volta genericamente evocata.
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Tutto ciò in risposta alla profonda modificazione della “costituzione materiale del sistema politico italiano”. Modificazione che partendo dalla fabbrica e integrandosi nel sociale aveva profondamente alterato i rapporti di forza tra le classi. Si era formato il sindacato, anzi l’unità sindacale, voluta dalla base, dall’operaio massa. Il sindacato, unico strumento di mediazione tra il potere della classe operaia e il sistema dei partiti (di tutto il sistema dei partiti), diventava anche la principale cinghia di trasmissione tra la società civile e lo Stato, indebolendo così in maniera drammatica e irreversibile il tradizionale potere dei partiti, e in particolare di quelli di sinistra. Nella fabbrica e nella società i movimenti si sottraevano progressivamente all’egemonia del PCI, che per la prima volta dal dopoguerra perdeva l’egemonia sulle fabbriche. Le forme di lotta, la “conflittualità permanente”, i movimenti che portavano avanti il conflitto sul salario, sul reddito, sui servizi, sul consumo produttivo della forza lavoro, erano quasi tutti autonomi e indipendenti dal sistema dei partiti. L’unica forza che tentava contraddittoriamente di rappresentarli era il sindacato nelle sue varie articolazioni, dentro le quali prevalenti diverranno rapidamente le istanze di base — mette conto di notare che la grande maggioranza degli iscritti al FLM (l’organismo intersindacale dei consigli di fabbrica) era priva di una qualsiasi tessera di partito — fino a scontrarsi duramente con i vertici. “Una intera società pare in trasformazione accelerata, mentre si verifica una violenta e perdurante crisi di identità della borghesia, che inizia dalla perdita della sua identità culturale e delle residue eredità democratiche formatesi durante la Resistenza, ma si sostanzia in un suo conflitto-modificazione di poteri interni alla sua composizione” (Sergio Bologna). È dentro questo scenario che si forma una tendenziale unificazione del quadro politico attorno al progetto di difesa dello “Stato democratico”. […] Nel pre ‘77 è proprio il PCI che tenta di rivedere in profondità i propri statuti materiali, i propri referenti e sistemi di poteri interni. È anche il partito che in una prima fase ottiene i maggiori vantaggi dalla spinta al rinnova107

mento complessivo che proviene dalla società civile. Le vittorie elettorali del ‘75-76 (massimi storici del dopoguerra) sono anche il risultato di un grande immaginario collettivo che nel “sorpasso” elettorale della Democrazia Cristiana condensa una parte dei bisogni espressi dal quinquennio precedente. Ma tutto si rivela una tragica illusione. Il PCI, per strategia storica, per cultura politica, non è in condizione di recepire un bisogno di cambiamento così radicale, ma al contrario persegue con ostinazione l’obiettivo di entrare nell’area di governo. Così si spiega l’abbandono della discriminante contro la NATO (storica battaglia fin dagli anni Cinquanta) e la scelta di lottare per ricostruire la “produttività” capitalistica duramente intaccata dalle lotte sociali e di fabbrica. Obiettivo indispensabile di questa strategia di avvicinamento al potere è la necessità di ricondurre il sindacato dentro l’egemonia del partito e della sua strategia. Il sindacato era, come abbiamo visto, l’unica forza di mediazione del conflitto. “Privo dei sindacati, il sistema politico italiano non reggerebbe alle spinte di classe, alle spinte sul reddito, ai nuovi bisogni” (Sergio Bologna). Qualsiasi ricomposizione dall’alto del potere non poteva avvenire senza la collaborazione del sindacato. Su questa progettualità si innesca la politica dei sacrifici mobilitando tutte le “teste fini” a disposizione. Trentin scrive un lungo testo di riflessione (Da sfruttati a produttori) per spiegare la necessità del patto tra produttori per ricostruire, vedi il caso, il percorso di “egemonia democratica” del movimento operaio. Berlinguer, nel famoso discorso agli intellettuali, spiegherà che il governo di sinistra non è tanto un’ipotesi impossibile, quanto indesiderabile finché il terreno della “produttività” non è “un’arma del padronato” ma “un’arma del movimento operaio per mandare avanti la politica di trasformazione”. Lama, dal canto suo, in una famosa intervista a “La Repubblica”, ribadirà in forma organica gli stessi concetti, appoggiato dall’autorità dell’economista Sylos Labini che in maniera più incisiva dichiara che “la sinistra deve deliberatamente e senza cattiva coscienza aiutare la ricostituzione di margini di profitto, oggi estremamente depressi, anche proponendo
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misure onerose per i lavoratori. Questo può essere un passo nella direzione dell’egemonia gramsciana [sic]”. Questa ultima sintesi teorica verrà fatta propria dal PCI durante la sua “partecipazione” al governo. Ma una scelta strategica di questa natura non può svilupparsi senza conseguenze drammatiche sul conflitto sociale. Essa significa l’esatto capovolgimento del conflitto capitalelavoro sviluppatosi durante la fase rivoluzionaria precedente. Significa annullare tutte le conquiste dell’”autunno caldo” e l’egemonia conquistata con il “partito di Mirafiori”. Si possono usare tutti gli artifici linguistici (i licenziati, ad esempio, diventano “esuberanti”), ma nella realtà sia gli operai che i movimenti che agiscono nella società non intendono rinunciare alle conquiste già fatte, vogliono anzi andare oltre. La “legislazione d’emergenza” nasce proprio come deterrente, come prevenzione del possibile scontro che si innescherebbe con la modifica delle “regole del gioco”. Il governo di “solidarietà nazionale” come espressione del taumaturgico e interclassista “stato democratico” tende ad assorbire in sé nel Parlamento qualsiasi forma di conflitto, mentre quelli incompatibili diventano materia penale e giudiziaria. La forma-stato sotto la figura del “sistema dei partiti”, che da sempre è una forma latente della storia italiana, riemerge allora con forza e progettualità. […] Mentre nel ‘77 il Parlamento vara un pacchetto di “leggi eccezionali”, le conseguenze delle pratiche insurrezionali del movimento e il disperato arroccarsi nelle fabbriche delle avanguardie operaie sconvolgono l’intero panorama dei movimenti rivoluzionari. Mentre l’autonomia e la ricchezza del “movimento del ‘77” si confrontano con il deserto della scomposizione soggettiva e il dilemma “avanti come, avanti dove?” assume significati esistenziali, le avanguardie di fabbrica vivono drammaticamente il “tradimento dei vertici”. L’uso politico della cassa integrazione, il decentramento degli impianti, i continui licenziamenti motivati da discriminanti politiche puntualmente legittimate dallo straripante potere della magistratura, sembrano — e in effetti sono — ostacoli insormontabili alla ripresa dell’iniziativa.
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È forse il periodo più oscuro dal dopoguerra. Se l’angoscia dei primi anni Sessanta era stata una delle molle della rivolta, la “paura” operaia produce disperate omologazioni. La battaglia “contro il terrorismo” viene usata come “cavallo di Troia” per far passare un progetto molto più vasto e molto più complesso. Innanzitutto, da un lato, l’eliminazione dal panorama politico italiano di una serie di forze di opposizione rivoluzionarie; dall’altro capo l’eliminazione del corpo centrale delle avanguardie di fabbrica che avevano reso ingestibile il comando padronale sulla fabbrica stessa. Per far ciò si mette in moto non soltanto un meccanismo processuale e legislativo che fa a pezzi lo “ stato di diritto”, ma anche un formidabile apparato dei media, una cultura, un modo di leggere e falsificare la storia degli anni Settanta con l’obiettivo di privare della “memoria” qualsiasi soggetto antagonista. Nei giovani militanti si produce una sindrome terribile rispetto all’inutilità di qualsiasi forma di autorganizzazione di base. Le scelte paiono essere solo di tipo estremo e radicale: una spirale dove da una parte c’è il diffondersi di massa dell’eroina (10.000 drogati nel ‘76, 60-70.000 nel ‘78) come espressione di una radicale negazione dell’esistente; dall’altra, come in un diffuso bisogno di scelte di rigore e ordine morale, l’afflusso in massa dentro le formazioni armate. L’organizzazione armata che storicamente godeva del massimo prestigio era quella delle Brigate Rosse. Con una solida origine dentro la classe e un organico impianto teorico sempre più mutuato dalle esperienze della Terza Internazionale (dopo un lungo inizio decisamente più “operaista” e guerrigliero), le BR parevano un’organizzazione impenetrabile e imprendibile, dotata di una micidiale capacità operativa. Il rapimento e l’uccisione dell’on. Moro, che si preparava a inserire direttamente il Pci nei livelli dello Stato, facevano delle BR gli interpreti di un desiderio di risposta diffuso in modo contraddittorio nei resti dei movimenti. Larghi settori di avanguardie di fabbrica vedevano con ammiccante simpatia i valori simbolici della vicenda Moro, e in molte aree movimentiste aveva destato grande impressione l’efficienza militare esibita nel corso del rapimento dello statista democristiano.
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Nei primi mesi del ‘78 e dopo la tragica conclusione della vicenda di Aldo Moro, si assistette ad un continuo moltiplicarsi dei gruppi e delle pratiche armate. Affluiscono dentro le formazioni maggiori centinaia di militanti dell’autonomia diffusa e intere sezioni di avanguardie di fabbrica — esemplare a questo riguardo la vicenda della Brigata Walter Alasia di Milano, per la gran parte costituita da giovani operai. Mentre il “sistema dei partiti”, apparentemente destabilizzato dalle sue stesse scelte politiche, delega i poteri di controllo e repressione alle forze dell’ordine e alla magistratura, che acquisisce poteri insindacabili e assoluti, scrivendo una delle pagine più nere nella storia degli “stati di diritto” moderni. Le Brigate Rosse nel rapire e uccidere l’on. Aldo Moro realizzavano simbolicamente un passaggio della strategia di “attacco al cuore dello Stato” elaborata a partire dal 1975-76 come conseguenza del giudizio dato sulla ipotesi del “compromesso storico”. Nella Risoluzione della direzione strategica dell’aprile 1975 le BR avevano definitivamente abbandonato il modello dell’autointervista per porsi con un documento ufficiale che aspirava a essere una sorta di programma generale come nelle tradizioni dei partiti storici della Terza Internazionale. Già questa scelta, apparentemente formale, era indicativa di un porsi dell’organizzazione armata come elemento egemonico della complessità del processo rivoluzionario in atto. Non più quindi un organismo armato clandestino come polo di riferimento delle esperienze più radicali dello scontro di classe, ma vera e propria organizzazione che, ponendo la “lotta armata” come unica linea strategica dello scontro di classe, come la “forma” della rivoluzione, tendeva a riqualificare al proprio interno tutte le esperienze prodotte dalla complessità del movimento reale. Una scelta strategica di questa natura non poteva che operare una drastica riduzione della stessa complessità e ricchezza dei percorsi organizzativi e, dentro questa riduzione, provocare una progressiva contrapposizione con altre esperienze di lotta non solo nei resti dei gruppi extraparlamentari ma anche nell’area dell’autonomia organizzata e diffusa. Queste divisioni si manterranno negli anni successivi provocando continue dinamiche di comprensione-rifiuto della pratica delle BR, ma
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sostanzialmente mai una loro completa delegittimazione fino alla divaricazione complessa e contraddittoria che si verificherà durante il “caso Moro”. Nel rapire lo statista democristiano le BR intendevano sicuramente attaccare il progetto del “compromesso storico”, ma in realtà l’obiettivo più ambizioso era indirizzato a prendere l’egemonia, ad anticipare l’inevitabile scontro tra “centralità operaia” e Stato del capitale che nelle analisi delle BR veniva dato per certo, imminente come storico, “naturale” risultato dell’attacco che il capitale e lo Stato stavano portando all’egemonia espressa dall’”operaio massa”. Anticipare la “guerra civile dispiegata” attraverso le azioni esemplari e militari con l’obiettivo di prendere la direzione del movimento reale nel momento stesso in cui questo per genesi propria si sarebbe incontrato con il progetto BR. Questa progettualità tutta ideologica e indicativa del progressivo separarsi dal movimento reale avrebbe ricevuto una clamorosa smentita nella grande e traumatica sconfitta operaia alla Fiat nel 1980: decine di migliaia di operai sospesi, di fatto espulsi dalla produzione, si disperdevano nel sociale diventando “invisibili” soggetti impauriti e deprivati della propria identità di massa, mentre i gruppi armati ormai innescati dalla pratica esclusivamente militare non erano più in grado di rapportarsi alle modifiche profonde intervenute nello scenario dello scontro. “Negli ultimi mesi del ‘78 e nei primi del ‘79 cede la formula del governo di unità nazionale e parallelamente vengono liquidate anche le ultime barriere di mediazione. L’assassinio del magistrato Alessandrini (ad opera di Prima Linea) acquista a questo punto un significato particolare perché rimette in discussione tutto il funzionamento e la storia della magistratura nella gestione dei processi politici degli ultimi dieci anni. Cadono le distinzioni che ancora settori politici e giudiziari facevano tra terrorismo organizzato e movimenti di contestazione. La magistratura, come corpo separato, ha una reazione d’autodifesa che va al di là dei ritmi e dei tempi voluti dagli stessi corpi o nuclei speciali antiguerriglia, agisce contro tutto e tutti, ficcando in galera teorici e politologi, tecnici e giornalisti” (Sergio Bologna).
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In effetti la teoria di un’unica direzione tra gruppi armati e movimento era stata portata avanti dalla magistratura padovana e dagli articolisti comunisti di “Rinascita” fin dal 1976-77, ma, come abbiamo visto nel dibattito relativo al movimento ‘77, era “passata” solo parzialmente provocando aree di resistenza e di rifiuto non solo tra gli intellettuali ma anche in consistenti settori dei magistrati democratici. Con la vicenda Alessandrini quest’ultima fragile barriera di agibilità si frantuma definitivamente contribuendo a dare fondamento all’efficacia falsificatrice e devastante del “teorema Calogero”. Deprivato violentemente dei propri strumenti di comunicazione (vengono incarcerati e inquisiti centinaia di redattori), schiacciato dall’efficacia dei gruppi armati, oramai pressoché privo di alleati o “compagni di strada”, il movimento si disperde in mille rivoli. È la fase dei “suicidi militanti” seguita da quella ben più consistente dei “suicidi operai” (più di duecento nella sola Torino tra i cassaintegrati). La fase in cui lo Stato ricostruitosi come apparato fa dell’emergenza un autentico e micidiale metodo di governo funzionale a ridisegnare in termini autoritari tutta la “geografia del conflitto” facendo a pezzi qualsiasi forma di rappresentanza che non si pieghi alle nuove esigenze produttive. “L’economia sommersa” (leggi “lavoro nero”) porta alla ribalta una nuova generazione di imprenditori spregiudicati, aggressivi e preparati a confrontarsi con la tradizionale “razza padrona” industriale, che dopo aver desertificato le fabbriche dalle soggettività rivoluzionarie espresse dall’”operaio massa”, può finalmente inglobare la scienza operaia dentro la ristrutturazione tecnologica e informatica. La “cultura d’impresa” e l’”individualismo proprietario” si capovolgono in valori positivi difesi ed esaltati dai media e dagli intellettuali che dentro il “pensiero debole” del “quotidiano” e del “basso profilo” della difesa dei propri privilegi paiono trovare l’alibi alla loro fuga. La teoria delle “due società”, che poteva sembrare un’eccessiva schematizzazione durante il movimento ‘77, assume all’inizio degli anni Ottanta una dimensione di massa: centinaia di migliaia di giovani “non garantiti”, milioni di sottoccupati sono l’asse portante e privo di rappresentanza della nuova ricchezza.
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Nei grandi labirinti metropolitani regna il silenzio della separatezza e dell’impotenza, i volti “serializzati” dei “politici” ripetono parole prive di senso dagli schermi televisivi. Sono iniziati gli anni Ottanta. Gli anni del cinismo, dell’opportunismo e della paura. CONDANNATI ALLA NORMALITÀ. I RIFUGIATI POLITICI IN FRANCIA di Vincenzo Ruggiero da Vis-àVis n. 2, 1994. Questo articolo è stato concepito originariamente per un pubblico non italiano. L’enormità riguardante la situazione dei rifugiati politici in Francia, che è nota tra noi soprattutto tra i meno giovani militanti della sinistra, è infatti del tutto sconosciuta in altri paesi. L’intento di questo contributo era perciò di documentare una storia e denunciare una condizione di cui, vuoi tra accademici illuminati vuoi tra gruppi politici, pochi erano a conoscenza. Redatto in inglese, l’articolo era rivolto ai due suddetti gruppi di lettori, ed è già apparso in una rivista di sociologia critica del diritto che, sebbene in un numero ridotto di esemplari, circola nelle maggiori università del mondo (si tratta di Crime, Law and Social Change, Vol. 19, N. 1, 1993). Alcune delle semplificazioni contenute nel testo si devono al tentativo dell’autore di descrivere a un pubblico internazionale il clima politico italiano degli anni ‘70-’80. I lettori di anziana milizia politica troveranno perciò alcuni passaggi un pò scontati, mentre altri ravviseranno delle approssimazioni, a volte delle forzature. Altri semplicemente discorderanno da alcuni spunti analitici che sono il frutto esclusivo, ovviamente, delle esperienze e delle opinioni dei rifugiati politici contattati e di scrive. Sono stato incoraggiato a tradurre questo articolo dalla redazione di Vis-à-vis, che mi ha assicurato circa l’opportunità della sua divulgazione. Mi è stato fatto notare, infatti, che anche il pubblico italiano più politicizzato, specialmente quello giovane, non è al corrente degli episodi che si narrano qui di seguito. Gli avvenimenti che hanno coinvol114

to la precedente, e la mia, generazione vengono avvertiti, mi è stato detto, come una eco lontana da chi fa politica oggi. D’altro canto, la storia dei rifugiati politici italiani, conosciuta da pochi e trasmessa solo oralmente, rischia di lasciare poca traccia se non fissata, seppure sommariamente, in uno scritto. Spero che questi incoraggiamenti e rassicurazioni, che ho trovato persuasivi, abbiano colto nel segno e che trovino riprova nell’interesse di chi legge. Premessa Gli anni ‘70 in Italia sono stati più conflittuali che altrove. I movimenti sorti nel corso degli anni ‘60, infatti, si sono mantenuti vitali per due decenni e, contrariamente a quanto verificatosi in altri paesi europei, il loro declino ha avuto inizio solo nei primi anni ‘80. Questa anomalia di natura temporale riflette dei contenuti politici altrettanto anomali. Sebbene coinvolgesse gli attori sociali più disparati (operai, studenti, donne, insegnanti, medici, avvocati, giornalisti, detenuti, ecc.), il movimento riusciva ad eleggere per tutti delle strategie indipendenti e dei terreni extra-istituzionali di lotta. Le stesse forme del conflitto, molto spesso, trascendevano i rituali della contrattazione permanente. Le aspirazioni, in altre parole, non venivano negoziate, ma davano luogo a delle pratiche. Le definizioni “pratica dell’obiettivo” e “decreto operaio” riassumevano un atteggiamento e insieme un programma: una volta individuati dei bisogni collettivi e stabilite le modalità per soddisfarli, queste modalità andavano subito e autonomamente messe in campo e non negoziate. Poco importava se, aggirando la negoziazione, le forme e i contenuti delle lotte venivano ufficialmente ritenuti illegali. La stessa illegalità, infatti, non veniva ritenuta illegittima, essendo proprio la costituzione di una nuova legalità e di una nuova moralità uno degli obiettivi di quelle lotte. La formazione di numerosissimi gruppi armati, internamente ai movimenti della sinistra, non è in fondo che un’espressione di questa ricerca di nuove legalità e moralità, ricerca condotta con le sfumature diverse nella scelta degli obiettivi e degli strumenti e conformemente alle spe115

cifiche convinzioni politiche dei gruppi stessi. Per un lungo periodo, prima che avesse inizio una sorta di cacofonia di azioni militari, era persino possibile riscontrare una certa coerenza tra le convinzioni di un gruppo, la sua analisi politica e sociale e gli “obiettivi armati”, se non le modalità di operazione, con le quali l’obiettivo stesso veniva praticato. La storia italiana di quegli anni non è stata ancora compiutamente ricostruita, né una tale ricostruzione rientra nei compiti di questo contributo. Di seguito, ci si limita ad analizzare uno degli esiti di quella stagione. Tra gli anni ‘70 e la metà degli anni ‘80, il sistema della giustizia criminale in Italia ha “raggiunto” oltre 20.000 rei politici. La cifra record dei detenuti politici della sinistra è stata di 4.000. Un paio di centinaia di militanti rimangono ancora detenuti. Molti, invece, non appena conseguita la libertà provvisoria, hanno preferito lasciare il paese e aspettare “a distanza di sicurezza” le fasi finali del processo che li riguardava. Alcuni sono riusciti ad evadere, altri sono stati scarcerati per motivi di salute. Altri ancora sono fuggiti non appena hanno avvertito come imminente l’arresto. Uno ha lasciato il carcere in quanto eletto deputato del Parlamento. Oltre 400 persone si sono raccolte a Parigi, luogo tradizionale dei rifugiati politici dove, ironicamente, già i comunisti e socialisti italiani di inizio secolo avevano trovato ospitalità durante il periodo fascista. Le testimonianze che seguono sono il frutto di conversazioni e interviste non strutturate effettuate nell’arco di alcuni anni. Solo dopo ripetute visite a Parigi, infatti, il gruppo di rifugiati più frequentemente contattato ha avvertito la necessità di far scaturire da quelle conversazioni un capitolo scritto, seppur breve, della propria storia. Da queste testimonianze emerge che l’esilio è una forma di pena, una punizione “impropria”, sulla quale poeti e romanzieri si sono spesso intrattenuti, ma che raramente è stata oggetto di analisi da parte vuoi di sociologi critici vuoi di militanti politici. Siamo qui di fronte a cittadini europei che chiedono asilo politico all’interno della cosiddetta fortezza Europa, avendo costoro valicato soltanto le
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frontiere interne di questa fortezza. Un fenomeno che si crede riguardare esclusivamente le vittime di una dittatura sud-americana o i transfughi altamente spettacolarizzati degli ex paesi comunisti, si verifica invece tra noi, nella democratica Europa unita. Una anomalia giuridica La condizione dei rifugiati italiani in Francia presenta un paradossale dilemma giuridico. Relativamente ad asilo politico ed estradizione, il trattato in forza tra i due paesi viene siglato nel 1979, quando una serie di paesi europei adotta una strategia comune di lotta al “terrorismo”. Ma sebbene il trattato introduca delle sostanziali limitazioni al diritto d’asilo, alcuni importanti elementi delle legislazioni dei singoli paesi europei non vengono completamente cancellati. Secondo la costituzione italiana e francese, ad esempio, l’estradizione non può essere concessa qualora la persona venga accusata di aver commesso reati politici. Questo principio si basa sull’assunto secondo cui, nei diversi paesi, esistono notevoli differenze nel valutare quali siano i limiti giuridicamente accettabili entro i quali l’attività politica può essere legittimamente svolta. A questo proposito, la costituzione italiana indica che tra due paesi che non condividono la stessa nozione di legittimità politica, una “cooperazione repressiva” non può aver luogo. D’altra parte, la stessa costituzione italiana indica che i reati commessi con l’intento di sovvertire i principi della libertà e della democrazia non vanno ritenuti reati politici. Controverso è anche l’art. 26 della nostra costituzione, che così recita: l’estradizione va considerata possedere natura politica anche quando, pur se concessa per reati comuni, mira in realtà alla persecuzione politica di un individuo. Infine, è principio internazionale condiviso che, una volta negata l’estradizione, abbia inizio una procedura che assicuri l’asilo politico a “chi viene impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche nel proprio paese” (art. 10 della costituzione italiana). Ignorando questi principi fondamentali, le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione dei rifugiati non appe117

na divulgatasi la notizia della loro presenza a Parigi. Tuttavia, le scelte a loro disposizione erano piuttosto limitate. Tra le formule più ovvie che potevano accompagnare le richieste di estradizione vi era, ad esempio, l’asserzione che i rifugiati avevano agito con lo scopo di sovvertire i principi di libertà e democrazia sui quali è basata la repubblica italiana. È questa un’affermazione piuttosto difficile da corroborare, anche perché più adatta a descrivere gruppi e militanti della destra. La sua originaria formulazione, tra l’altro, risale all’era post-bellica, quando tale norma costituzionale mirava ad impedire il risorgere del fascismo nel paese. Poteva perciò esser utilizzata, al massimo, nel richiedere l’estradizione di rifugiati neo-fascisti. Al contrario, molti degli esuli italiani in Francia avevano un passato di anti-fascismo, in alcuni casi anche violento, circostanza che impediva alle autorità francesi di accettare le richieste di estradizione da parte di quelle italiane. Imputare a dei marxisti, libertari ortodossi o critici che siano, una condotta di stampo tipicamente fascista veniva interpretato dalle autorità francesi come una contorsione politica davvero implausibile. Altra scelta a disposizione delle autorità italiane consisteva nel reclamare la natura non politica dei reati commessi dai rifugiati. Ma anche questa strada si dimostrava impervia in quanto molti esuli erano imputati in processi collettivi con altri membri di questa o quella organizzazione. Tali processi, per altro, erano conosciuti vuoi dai media vuoi dai magistrati che li istruivano col nome delle stesse organizzazioni politiche che fungevano da imputati. Ora, dimostrare che gruppi quali le Brigate Rosse o i Proletari Armati per il Comunismo non fossero altro che associazioni di delinquenti comuni richiedeva un bizantinismo giuridico più spiccato di quanto anche i più fantasiosi magistrati non posseggano. Per questo motivo, quando tra le imputazioni a carico dei rifugiati figuravano reati quali la detenzione di arma o il furto d’auto, le autorità francesi attribuivano anche a questi reati una connotazione politica che la loro controparte italiana attentamente ometteva. Di nuovo, l’estradizione veniva negata in quanto questi reati venivano ritenuti “reati mezzo”, o preliminari, propedeutici, intesi a perseguire dei fini, in ultima analisi, politici.
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Ulteriore, seppure lontana, possibilità consisteva nell’imputare i rifugiati di strage. Il codice penale italiano contempla questo reato, definendolo, più o meno, come assassinio o massacro intenzionale e indiscriminato. È improbabile che questa imputazione, quando rivolta a militanti della sinistra, metta in moto la procedura di estradizione. È conoscenza comune infatti che la strage negli anni ‘70 è reato tipico della destra, o degli apparati deviati dello stato. Per di più, nel richiedere l’estradizione per l’assassinio di un manager della Cloracne (responsabile del disastro di Seveso), o di un maresciallo delle guardie di custodia (responsabile di tortura ai danni dei detenuti), le autorità italiane potevano difficilmente utilizzare l’aggettivo “indiscriminato” che conferisce plausibilità all’imputazione di strage. La procedura di estradizione può aver luogo solo quando il reato commesso nel paese richiedente sia considerato tale anche nel paese cui viene inoltrata la richiesta. Il codice penale italiano definisce questo il principio della “doppia perseguibilità” o la “considerazione bilaterale di un comportamento come reato”. Anche su questo punto i magistrati italiani hanno incontrato non poche difficoltà. Reati quali “associazione sovversiva” o “partecipazione e costituzione di banda armata”, coniati in epoca fascista con l’intenzione di criminalizzare la sinistra (e riesumati dopo la Resistenza per criminalizzare i gruppi di destra) non hanno alcun significato giuridico in Francia. Di nuovo, l’estradizione veniva negata in quanto la cultura extragiuridica di un paese, sulla quale si basavano le stesse definizioni giuridiche, non corrispondeva alla cultura extragiuridica dell’altro. Quando imputazioni vaghe quali associazione sovversiva o banda armata si dimostravano insufficienti alla concessione dell’estradizione, le autorità italiane ricorrevano a un’altra contorsione giuridica. Ad esempio, se un’organizzazione era ritenuta responsabile di uno specifico reato, tutti coloro che erano imputati di far parte di quella specifica organizzazione venivano ritenuti responsabili di quello specifico reato. Questa logica transitiva rendeva superflua la ricerca delle prove tecniche riguardanti le responsabilità individuali. Alcuni potevano perciò essere accusati di un reato sulla base della semplice conti119

guità fisica, o dell’assonanza politica, con coloro che erano accusati di quel reato. Questo procedimento logico veniva ritenuto dalle autorità francesi al pari di un sillogismo, e di nuovo l’estradizione veniva negata. La magistratura italiana, che utilizzava la formula della “corresponsabilità morale” nei procedimenti che si svolgevano in Italia, credeva di poter usare la stessa formula nelle richieste di estradizione. La cosa era inaccettabile in Francia. Il rifiuto di concedere l’estradizione ha causato inizialmente un serio imbarazzo. Occorre considerare, infatti, che l’estradizione viene comunemente rifiutata quando vi è ragione di credere che gli imputati, restituiti al proprio paese, verranno perseguitati e discriminati sulla base della loro razza, religione, sesso, nazionalità o convincimento politico (Art.698 del Codice italiano di Procedura Penale). I giudici italiani non potevano subìre una simile umiliazione, almeno non pubblicamente. D’altra parte, anche le autorità francesi si trovavano in una situazione imbarazzante, in quanto, una volta rigettata la richiesta di estradizione, avrebbero di logica dovuto concedere ai rifugiati italiani l’asilo politico. Vediamo come sia i francesi che gli italiani hanno cercato simultaneamente di nascondere l’umiliazione e l’imbarazzo rispettivi. Un limbo segreto Alcuni rifugiati hanno lasciato l’Italia come forma precauzionale immediatamente dopo l’arresto di qualche loro compagno. Alcuni, già ricercati dalla polizia, hanno fatto uso di documenti contraffatti. Uno di loro ha preso il treno Milano-Parigi insieme alla moglie e alla figlia. Indossando parrucca e baffi finti, alla frontiera è stato trattato amabilmente. Un altro è scappato in motoscafo. Con l’aiuto di amici benestanti, ha organizzato una breve crociera che dalla riviera ligure lo ha condotto sulla costa francese. Un altro ancora ha attraversato la frontiera sugli sci. Infine, qualcun altro se l’è fatta a piedi. In maggioranza, i rifugiati italiani hanno reso immediatamente pubblica la loro presenza in territorio francese in quanto hanno costituito un’associazione di difesa legale. Alcuni giuristi e avvocati francesi hanno aderito all’asso120

ciazione e offerto prestazioni spesso gratuite. Le immediate pressioni esercitate dalle autorità italiane, che pur dubitavano che l’estradizione sarebbe stata concessa, hanno condotto all’arresto di molti dei rifugiati. Costoro, di regola, detenevano documenti falsi, reato che in Francia viene punito con una pena di sei mesi. Ma per i rifugiati, ovviamente, sei mesi in un istituto francese diventavano accettabili se paragonati alle lunghe pene da scontare in istituti italiani. La procedura per l’estradizione, osservata più in dettaglio, prevede due stadi distinti. Dopo il verdetto della corte (nel caso francese della Chambre D’Accusation), la decisione finale perché una persona venga estradata va assunta in via ufficiale dal governo. In molti casi, a fronte del parere favorevole espresso dai tribunali, il governo francese ha il più delle volte capovolto o ignorato questo parere. Nella maggioranza dei casi, insomma, l’ingiunzione ufficiale non è mai stata redatta. Lentamente, ha preso forma una sorta di accordo informale tra l’associazione dei rifugiati italiani e il ministero della giustizia francese. L’illuminato dicastero di Mitterrand ha dato a intendere che gli italiani non sarebbero stati estradati se avessero tenuto un “basso profilo” politico. Per evitare imbarazzi ufficiali, però, non sarebbe stato loro concesso l’asilo politico, in quanto la concessione di quest’ultimo avrebbe significato un’aperta condanna del regime e della legislazione del paese vicino. Per molti degli esuli, comunque, questa vaghezza di status non si è mai dimostrata ideale. In qualsiasi momento, infatti, il governo poteva ufficializzare l’estradizione, specie se insoddisfatto del “comportamento” di questo o quel rifugiato. Nella testimonianza che segue si ha prova degli effetti imprevedibili causati da quella che viene interpretata da molti come una spada di Damocle:
“Alcuni rifugiati si sono allontanati da Parigi, in modo da avvicinarsi alla frontiera italiana e rendere più agevole la visita di loro parenti o amici. Bene, sono stati seguiti dalla polizia e arrestati. Nelle zone meno centrali della Francia, la polizia ti arresta e ti consegna immediatamente ai colleghi al di là delle Alpi. Tutta la procedura legale viene insomma sospesa”. 121

Un episodio bizzarro si è verificato in occasione della visita di Ronald Reagan a Parigi. I più noti rifugiati italiani, ma anche molti baschi, irlandesi e latino-americani, sono stati prelevati dalle loro abitazioni alcuni giorni prima dell’arrivo di Reagan. Uno degli involontari protagonisti di questo episodio ricorda:
“Non mi rendevo conto di cosa stava succedendo. Un mattino, di buon ora, si sono presentati tre agenti in borghese, ed io ho pensato: ecco, è finita. Come per altri, la corte aveva dato parere favorevole alla mia estradizione, ma il governo non aveva ancora dato l’avallo ufficiale. Mi hanno portato alla stazione, dove ho trovato amici ed esuli di altri paesi pronti a partire. In realtà, ci hanno portati in una cittadina a ridosso della frontiera spagnola, da dove si godeva la vista dei Pirenei. Ospitati in albergo, siamo stati tenuti lontani da Parigi lo stretto necessario perché la visita di Reagan non venisse disturbata. Temevano, non si sa mai, che stessimo per organizzare qualcosa. È stata in fondo una breve e piacevole vacanza”.

In altri casi, le autorità francesi si sono rese responsabili di illegalità più gravi. Una decina di rifugiati, ad esempio, sono stati prelevati e accompagnati alla frontiera spagnola. Consegnati alla polizia di confine, sono stati condotti in carceri spagnole in attesa che le autorità italiane inoltrassero le richieste di estradizione. Il governo spagnolo, a sua volta, ha prontamente accettato le richieste ed estradato quel gruppo di italiani. In questa maniera, la reputazione della Francia come paese tradizionalmente generoso nei confronti degli esuli politici di tutto il mondo è rimasta ufficialmente intatta. Un altro gruppo di rifugiati è stato letteralmente messo su un aereo con un biglietto di sola andata. Destinazione: un qualche paese africano. Le autorità francesi presentavano come particolarmente generosa questa pratica, in quanto, rassicuravano, non esiste trattato che regoli l’estradizione tra i paesi africani e l’Italia. Ad alcuni questa opzione è stata, con grande clemenza, offerta in anticipo per poter essere considerata. Altri sono stati semplicemente portati all’aeroporto senza che venisse loro comunicata la destinazione.
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Come già notato, la condizione dei rifugiati italiani a Parigi costituisce una anomalia giuridica. Non viene loro concesso l’asilo politico, sebbene la loro presenza venga informalmente tollerata. Non vengono estradati, eppure il loro interlocutore, che è un’autorità astratta e irraggiungibile, può prendere una decisione improvvisa a proposito, circostanza che consente di esercitare un costante ricatto su di loro. Impigliati in un apparato burocratico, non ne conoscono la logica e sono a loro oscure le procedure decisionali. Il modello di giustizia che i rifugiati si trovano di fronte è insomma di tipo “carismatico”, modello che è adottato sia dal loro paese d’origine che dal paese che li ospita. La legge, per loro, non possiede le caratteristiche di calcolabilità e prevedibilità razionale che dovrebbero esserle proprie. È piuttosto una legge dai toni magici, quei toni che Max Weber attribuiva ai modelli arcaici di giustizia. La loro condizione è legata alle convinzioni di un giudice italiano che li ha indotti a fuggire. D’altro canto, l’incertezza del loro status attuale è legata all’indecisione di un giudice francese che, per motivi extra- giuridici, non può concedere loro l’asilo politico. È questa una cosiddetta “giustizia di Kadi”, per cui le controversie vengono risolte da un’autorità oracolare internamente ad una sfera di arbitrio: le decisioni assumono le sembianze dei dicta profetici. Nel caso dei rifugiati, si tratta di dicta politici travestiti da decisioni giuridiche, decisioni che non hanno però alcun valore normativo, essendo soggette a improvvise mutazioni. Imprevedibilità e vaghezza di status sono di per sè parte della punizione inflitta ai rifugiati politici italiani. Negando loro un interlocutore, un avversario con cui battersi o negoziare, li si priva anche di identità politica. Vige una sorte di sospensione della pena nei loro confronti, sospensione che riguarda simultaneamente la loro esistenza di individui e di cittadini. Alcuni episodi, sparsi nel tempo, confermano periodicamente la precarietà della loro condizione. Sembrano messaggi deliberati: uno di loro viene arrestato, un altro pedinato, un altro minacciato da persone non identificabili: questi episodi creano ansia permanente e dissuadono dal condurre attività politica. Il fatto che siano privi di diritti è comprovato dalla circostanza per cui
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non saprebbero a chi rivolgersi se volessero rivendicare dei diritti. La deprivazione politica di cui sono oggetto li colloca in un limbo, una nicchia segreta che è impervia all’informazione ufficiale. Aprire questa nicchia significherebbe produrre imbarazzo politico ingestibile da parte vuoi della Francia che dell’Italia. Sconfitta politica come emarginazione La generazione politicamente attiva negli anni ‘60 e ‘70 sembra consapevole della propria sconfitta. Agli sconfitti viene negata un’identità collettiva e viene perciò simultaneamente negata la possibilità di riprodursi politicamente. Gli italiani esiliati a Parigi assaporano inoltre un supplemento di sconfitta, in quanto si scoprono privi di un locus, geografico e sociale, nel quale la riproduzione politica può avere luogo. Parlo qui di una civitas, un luogo concepito come universo pubblico. Per definizione, la civitas ha carattere collettivo, non ci appartiene come individui. Ciononostante, ne abbiamo bisogno in quanto individui più di quanto la civitas abbia bisogno di noi; la sua esistenza procede egregiamente anche in nostra assenza: è questa una delle tragedie dell’esilio politico. Il paese che garantisce integrità fisica ai rifugiati, allo stesso tempo, proibisce loro di giocare un qualche ruolo nella sua vita politica. I comportamenti e gli atti dei rifugiati vengono perciò privati di significato sociale. L’esilio, in questo frangente, riduce l’individuo a un “corpo”, perseguitato da un paese e condizionalmente protetto da un altro. Per i rifugiati politici italiani tutto questo si traduce anche in emarginazione sociale, materiale. In altre parole, la deprivazione politica impedisce loro anche una decorosa riproduzione materiale. Ma come vedremo di seguito, questa circostanza non riguarda tutti i rifugiati, essendo in opera un processo selettivo di cui si cercherà di tracciare il profilo. Molti esuli a Parigi avevano un lavoro in Italia. O meglio, usavano il proprio lavoro come puro strumento di sopravvivenza, dedicando la maggioranza del tempo alla loro vera attività: l’attività politica. L’esilio forzato, a questo proposito, si traduce per molti in una punizione insoppor124

tabile, in quanto comporta la completa ristrutturazione del proprio tempo. I rifugiati, ad esempio, sono costretti a privilegiare il tempo produttivo nel senso ufficiale del termine, a cercare un lavoro, a rincorrere una qualche forma di reddito. Poco tempo rimane per il loro lavoro non pagato, segnatamente quello che attiene alla riproduzione politica. È immaginabile poi a quale tipo di lavoro possa accedere uno straniero a Parigi. T.S. (tutte le iniziali sono fittizie), ad esempio, che in Italia era un impiegato nel servizio postale, spiega:
“Non è che io non voglia lavare i piatti in un ristorante, ma non voglio farlo per dieci ore al giorno pagato una miseria. Ho lottato tutta la vita contro lo sfruttamento, e guarda ora come sono ridotto; non avevo idea che nella “civile” Europa esistessero condizioni di questo genere. Siamo trattati come animali dai quali ci si aspetta gratitudine per un piatto di minestra. Dove lavoro sono ossessionati dal cibo, come se le soddisfazioni personali si misurassero in calorie e proteine. È una vita ridotta al minimo: siamo dei tubi digerenti. Non ho tempo di far niente, ma la cosa viene vista come normale dai miei colleghi di lavoro. Mi dicono: ma cosa vuoi di più, lavori, mangi, e hai un tetto dove stare al riparo”.

Per molti, la barriera della lingua ostacola l’accesso a un lavoro accettabile. È questa però una barriera di natura spesso artificiale, eretta dai datori di lavoro a mo’ di discriminazione nei confronti degli stranieri e di ricatto nei confronti di coloro che tra questi sono così “fortunati” da trovare un impiego. Non è raro, tra l’altro, che la polizia informi il “generoso” datore di lavoro sul passato e l’identità di chi è stato inavvertitamente assunto: un ricercato per terrorismo. Alcuni rifugiati, infatti, vengono improvvisamente licenziati senza apparente motivo, dopo strane allusioni riguardanti il loro passato da parte dei datori o dei compagni di lavoro. In questi casi, condannati alla “normalità” di un lavoro, agli esuli non vengono garantite le condizioni di questa pur detestabile normalità. In altri casi, gli esuli rifiutano le condizioni di lavoro o innescano un conflitto che li porta al licenziamento. E.P. è stato assunto
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in un ospedale in qualità di analista di laboratorio. In Italia svolgeva un lavoro simile, ma nella nuova condizione:
“Si davano tutti un gran da fare a darmi degli ordini. C’erano un senso della gerarchia e un clima di disciplina che non ho mai visto in nessun altro posto di lavoro. Eravamo anche soggetti a delle sottili umiliazioni quotidiane, fatte di piccoli ricatti e dispettucci un po’ infantili. Avevano tutti paura di lamentarsi e di dare risposta alle vessazioni. Mi sono licenziato dopo due mesi. Ricordo che in Italia comportamenti di questo tipo non sarebbero stati tollerati. Pensa al clima negli ospedali italiani: si sarebbe indetto subito uno sciopero, i capireparto avrebbero avuto paura di noi, non noi di loro”.

Gli esempi di seguito danno conto dell’emarginazione materiale di molti rifugiati a Parigi. Una trentina di loro insegna italiano per qualche ora alla settimana in istituti privati: possono essere licenziati in qualsiasi momento. Chi in Italia lavorava nella pubblicistica, ora si adatta occasionalmente a correggere bozze. Alcuni sono venditori ambulanti, altri muratori o imbianchini, lavori ad alto rischio per via delle condizioni di illegalità in cui vengono reclutati. Verso la fine degli anni ‘80, una trentina di loro, esausti di queste condizioni, ha deciso di lasciare Parigi e tornare in Italia e accettare la condanna loro inflitta. A loro modo di vedere, le condizioni di detenzione cui spontaneamente si sottoponevano erano preferibili alle condizioni di lavoro che erano costretti ad accettare: bizzarra contraddizione del principio della “minor eleggibilità del carcere”. Avendo negoziato il ritorno in Italia, è stata loro garantita una qualche alternativa alla custodia dopo un certo periodo in carcere. Queste negoziazioni sono state condotte direttamente con direttori di istituti di pena, con magistrati di sorveglianza, o a volte con la mediazione di cappellani carcerari. Altri (un centinaio), preoccupati del mutevole clima politico francese, hanno deciso di trasferirsi altrove: in altri paesi mediterranei, in Sudamerica o in America Centrale. Tra quelli rimasti a Parigi, molti sono disoccupati, e sopravvivono grazie alla rete informale di solidarietà che è ancora funzionante, o vengono “mantenuti” da parenti e amici residenti in Italia. Alcuni si sono ammalati, e sareb126

be interessante verificare se la malattia da cui sono colpiti si debba alle condizioni stesse dell’esilio. Alcuni sembrano percorrere la via dell’alcolismo, altri trascorrono periodi intermittenti in ospedale psichiatrico. Un gruppo, qualche anno addietro, ha cercato di risolvere i problemi di reddito con l’estorsione ai danni delle famiglie dei”pentiti”, loro compagni di una volta che li avevano denunciati. Chiedevano una sorta di risarcimento da parte dei “traditori” per essere stati ridotti in quelle condizioni. Un numero non identificabile, sebbene limitato, fa ricorso ad attività illecite: compra-vendita di oggetti di poco chiara provenienza, o piccole rapine. Altri sono diventati tossicodipendenti, e due di costoro hanno deciso di lasciare Parigi e trovare sistemazione in regioni del mondo dove le droghe circolano con maggiore facilità. In Tailandia, dove il loro livello di vita si è rivelato inferiore a quello sperato, si sono accaniti in una reciproca ostilità ruotante attorno a soldi e droghe: ci è scappato il morto. La stampa italiana ha erroneamente trattato l’episodio alla stregua di un atto di guerra tra trafficanti internazionali in concorrenza. M.G. ha lasciato Parigi a metà degli anni ‘80, e in un paese dell’America centrale, dove si è stabilito, ha collaborato a riviste della sinistra. Non molto tempo fa ha deciso di far ritorno in Francia, dove risiede sua figlia. Nessun problema all’aeroporto di Parigi, dove sembra non venire identificato. Viene in realtà seguito da un gruppo di agenti in borghese per qualche giorno. Alla fine, gli agenti decidono di intervenire, sebbene privi di uno specifico mandato di cattura. Si ritiene che M.G. possa essere armato, ragione o pretesto che induce i poliziotti a massacrarlo con i calci della pistola prima che lui si renda conto di quanto stia per accadere. Sopravvive, e dopo i sei mesi canonici di carcere per possesso di documenti falsi, è ora a Parigi libero e senza una lira. Simbolicamente, l’esilio forzato equivale a spingere l’individuo al suicidio. Un suicidio politico legato allo smarrimento del senso di collettività. Evocando toni durkheimiani P.N. osserva:
“In tempo di guerra i suicidi quasi scompaiono: l’identificazione con una causa comune produce una spinta vitale ver127

so il conseguimento di obiettivi collettivi. Per la maggioranza di noi era questa la situazione in Italia. Ma qui, tutte quelle norme di tipo etico e ideale hanno cominciato a crollare. Alcuni sono messi in condizione di commettere una sorta di suicidio. Si lasciano andare, diventano apatici. Altri si distruggono con l’alcool o semplicemente rinunciano a pensare o a condurre un’esistenza critica. È questo uno dei risultati dell’esilio: un incoraggiamento al suicidio”.

L’esilio si presenta insomma come estrema accentuazione della sconfitta, come supplemento di punizione di cui si è oggetto proprio in quanto si è stati sconfitti. Alcuni rifugiati sembrano letteralmente aver perso il senno: vagano per le strade rifiutando di accettare la loro nuova condizione. Con ingenuità, alcuni cercano di capitalizzare sulla condizione di rifugiati, ostentando il loro status e usandolo ai fini di ricavarne vantaggi e credibilità. Uno di costoro avverte come un suo diritto, lui rivoluzionario, l’ospitalità di chi, piccolo borghese, gli mette da tempo la casa a disposizione. C.D. racconta:
“Alcuni miei vecchi amici credono che il tempo si sia fermato quando loro sono arrivati a Parigi. Il fatto è che la loro esistenza è tutta nel passato. Parlano sempre degli anni ‘70 e delle loro imprese, presentando un’immagine di sè di sedicenti guerriglieri dalla vita avventurosa. Sembrano un po’ quegli anziani partigiani che non la smettono mai di parlare della Resistenza. Vengono tollerati come personaggi un po’ buffi, o come degli scocciatori che si finge di ascoltare ma su cui non si fa affidamento”.

Alcuni girano il mondo credendo che la polizia sia sulle loro tracce, ma è questa solo una proiezione dell’immagine che hanno di se stessi. In realtà, sono stati semplicemente dimenticati: sono soldati dispersi che non hanno mai fatto ritorno dal fronte. Una soave inquisizione Come si è accennato, non tutti gli esuli italiani sono economicamente e politicamente emarginati. La condanna al si128

lenzio politico scaturisce solo dal mancato diniego del passato. Alcuni, al contrario, hanno preso distanza dalle proprie pratiche ed idee precedenti. A Parigi come a Canossa? Una sottomissione di natura confessionale in cambio dell’integrità fisica? A coloro ai quali è stata offerta una nuova civitas viene imposto di farne un uso appropriato. In un certo senso, le autorità italiane sono riuscite ad esportare in Francia le procedure e il clima di restaurazione imperanti nel loro paese. In questo modo, la restaurazione ha finito per colpire anche coloro che dal paese hanno preferito fuggire. Ma per analizzare queste procedure e questo clima occorre muovere un passo a ritroso. Le migliaia di attivisti politici processati in Italia hanno dovuto fronteggiare un sistema della giustizia in cui molti commentatori hanno ravvisato una forma, seppure soave, di Santa Inquisizione. Le cosiddette leggi di emergenza, infatti, avevano introdotto nella legislazione delle categorie di tipo chiesastico e delle nozioni che sono connaturali a un’autorità sacrale e alla sua celebrazione. Le leggi in materia di terrorismo venivano da alcuni paragonate al Decreto Pontificio del 1181, il cui nocciolo si sostanziava nella cosiddetta “sola suspicio”, vale a dire nell’idea che il sospetto da solo potesse dar luogo a una punizione preventiva. Ma il sospetto, nell’opinione di molti giuristi, non apparteneva alla vantata tradizione dei principi illuministici. Piuttosto, era parte di un concetto di verità e di fede assolute. Il sospetto veniva anche interpretato come uno stato patologico della mente, o come un’ossessione religiosa. E in effetti, in tribunale ci si preoccupava più di affermare una verità assoluta che non di stabilire la verità giudiziaria. I reati come fatto materiale tendevano a dissolversi, mentre le precise responsabilità giudiziarie perdevano ogni valore di fronte alle convinzioni politiche. Erano solo queste ultime il vero oggetto del procedimento giudiziario. La personalità degli imputati era insomma più importante, ai fini della condanna, che non le azioni da loro compiute. Un esempio: l’autocritica degli arrestati doveva suonare come abiura, da declamare pubblicamente e non da maturare nell’intimità. Possibilmente la si doveva divulga129

re in aula, spettacolare e celebratoria. L’autorità insomma faceva di tutto per recitare forme moderne di autodafé Tra le categorie affiorate negli anni dell’emergenza, “dissociazione” e “pentimento” si distinguono per aver lasciato tracce vistose nella attuale legislazione. La prima comporta la presa di distanza da parte dell’imputato vuoi dagli specifici atti compiuti vuoi dalla comunità politica nella quale quegli atti sono giunti a maturazione. Dissociarsi comporta un’azione positiva pubblica, un’azione che sia riproducibile in virtù della propria insita potenza promozionale. Il pentimento, a sua volta, comporta una cooperazione concreta, e inizialmente segreta, con le agenzie ufficiali dello stato. Al pentito si richiede di rivelare nomi e indirizzi di complici o presunti tali, di assegnare responsabilità specifiche a individui e organizzazioni. Il pentimento, in altri termini, possiede una distinta natura militare: alcuni soldati semplicemente passano dalla parte del nemico. Ma paradossalmente, il danno sociale prodotto dai pentiti è circoscritto, limitandosi a smantellare una organizzazione clandestina e a penalizzare i membri che la costituiscono. La dissociazione invece è misura di più ampio respiro sociale, in quanto crea un precedente ideologico, produce disaffezione e scoraggiamento non nelle file di una specifica organizzazione, ma internamente ai movimenti sociali in generale. La dissociazione si rivolge perciò a un numero elevatissimo di individui, ed è potenzialmente più insidiosa in quanto trascende la semplice sconfitta militare. Il pentimento adotta il linguaggio dell’esercito, mentre la dissociazione attinge dal vocabolario comunicativo della società civile. Coloro che si sono distanziati dal proprio passato hanno avuto, il più delle volte, la possibilità di riprendere o iniziare una professione. La loro “autocritica” assume rilevanza non in quanto maturata nell’intimo delle convinzioni personali, ma in quanto si presta ad essere riprodotta e trasmessa al altri individui e gruppi. Ai dissociati si chiede di agire da testimoni di una sconfitta generazionale, di promuovere una memoria di sconfitta che non si esaurisca nel tempo passato e presente, ma che conservi un impatto significativo anche relativamente al futuro. È un fatto che,
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per coloro che sono stati coinvolti in processi politici, dissociazione ha anche significato reinserimento e spesso lavoro. Molti altri hanno dovuto emigrare. Tra i primi, lo status pubblico di dissociati si è sostanziato in messaggi e appelli chiari, inequivocabili, lanciati dalle pagine dei giornali o dagli schermi televisivi. Vi è da aggiungere che, tra gli effetti della legislazione, si annoverano la liberazione di coloro che, pur responsabili di omicidi, operano chiamate di correità, e l’accanimento punitivo contro chi, non responsabile di reati di sangue, rifiuta di rilasciare dichiarazioni dissociative pubbliche. Come si è già fatto notare, questa cultura e queste procedure hanno attraversato il confine italiano, finendo per informare anche le procedure delle autorità francesi nei confronti dei rifugiati. Anche in Francia, perciò, l’avvio di una carriera rispettabile è subordinata a qualche forma di “declamatio”, di professione di fede, che rassicuri l’autorità circa le proprie idee e progetti. Questa “declamatio”, anche qui è di natura attiva e coinvolge non solo chi ne è artefice: nel dichiarare la propria innocenza e i propri buoni propositi per il futuro, si finisce spesso per indicare la colpevolezza o di denunciare la bellicosità dei propositi di altri. I rifugiati che coltivano ambizioni accademiche, ad esempio, sono costretti ad annullare il proprio attivismo passato tramite un contro-attivismo di natura e contenuto opposto. Condannati al mercato Il fatto che la soave inquisizione abbia attraversato il confine non è dovuto ad accordi segreti tra Italia e Francia. È l’esilio stesso che può incoraggiare dissociazione e pentimento. Le organizzazioni politiche italiane degli anni ‘70 erano composte da individui provenienti da diverse classi sociali. Ma le differenze di status tra i membri delle stesse organizzazioni venivano (frettolosamente?) dimenticate. A Parigi, le stesse persone una volta impegnate nella comune attività politica sono ridotte a fare affidamento sulle proprie risorse economiche o professionali. Superate o rimosse, le differenze di status riemergono. Secondo T.B., quando i
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principi del mercato e della pura realizzazione individuale vengono rapidamente interiorizzati, sono inevitabili dei processi di intima conversione. Così argomenta:
“L’esilio è per definizione carenza di opportunità e mancanza di sostegno. È isolamento in tutti i sensi. Quando sono arrivato a Parigi, ho trovato una situazione di “robinsonismo”, la nostra isola di naufraghi essendo questa grande metropoli col suo mercato del lavoro sovraffollato. Come Crusoe, molti hanno pensato di potersi salvare solo grazie alle proprie risorse personali, vale a dire, titolo di studio, specializzazione, amici influenti. La nostra sconfitta si può leggere anche in questo: il trionfo dell’individualismo e la scomparsa di un punto di riferimento collettivo. Molti rifugiati rifiutano persino di parlare del passato, e la carriera intrapresa qui comporta la rottura con altri che hanno il loro stesso passato. Mi sento un po’ come nel romanzo “Il signore delle mosche”, dove un gruppo di bambini, presumibilmente in condizioni di eguaglianza nella loro vita quotidiana, fanno naufragio su un’isola sconosciuta. Qui, mettono in piedi la peggiore delle società, con gerarchie di ferro e autoritarismo brutale. Si deve forse pensare che anche nella loro vita di tutti i giorni quei bambini non erano poi così “uguali”, ma che solo una sorta di artificio li faceva sembrare tali”.

L’esilio comporta il ritorno delle clientele, dei patronati o, nella migliore delle ipotesi, delle reti amicali e familiari che, sole, sono in grado di garantire riproduzione. R.P. osserva:
“Durante gli anni ‘70, il lavoro che uno faceva aveva poca importanza. Nella mia organizzazione, a dire la verità, io non sapevo nemmeno come i miei compagni si guadagnassero da vivere. Senza essere troppo nostalgici, le cose molto spesso si dividevano, non perchè si praticasse una forma primitiva di comunismo, ma perché in quel frangente politico la nostra identità non dipendeva dal lavoro ufficiale che uno svolgeva. Qui invece siamo costretti a venderci sul mercato. Così, quelli che stanno bene sono coloro che hanno una specializzazione che viene loro riconosciuta, che in passato hanno avuto modo e tempo di accumulare esperienze e abilità utilizzabili nel mercato del lavoro ufficiale. D’altra parte, trovi qui della gente che let132

teralmente non sa fare niente, sa fare solo politica, avendolo fatto per tutta la vita”.

Gruppi di status e circoli occupazionali sostituiscono tra i rifugiati quelli che erano i raggruppamenti politici e ideologici del passato. Coloro che si sono deliberatamente assentati dal mercato si trovano ora ad affrontare un clima estremamente competitivo, le cui regole non conoscono o trovano difficile accettare. A Parigi, perciò, ha avuto luogo una selezione secondo la quale solo alcuni si trovano a proprio agio: possono ora disporre delle proprie abilità e del proprio capitale umano, e come conseguenza, la loro posizione nel mercato tende a differenziarsi. Insomma, le restaurate condizioni di mercato hanno reintrodotto delle divisioni che molti ritenevano superate. Come già ricordato, alcuni rifugiati che in Italia svolgevano attività accademica non hanno trovato difficile continuare la stessa attività in Francia. Ma questa circostanza non è legata a un semplice e doveroso riconoscimento della loro professione. In alcuni casi, continuare la propria professione ha significato ristrutturare la propria identità fino a farla coincidere esclusivamente con la professione medesima. Tra i rifugiati c’è chi lamenta:
“Se vuoi un posto all’università devi dimostrare di essere affidabile, ma devi anche dimostrare che il tuo unico obiettivo è di essere un buon professore. Inoltre, non devi limitarti ad assumere un ruolo passivo, ma devi essere un propagatore attivo di quella che si chiama una buona deontologia professionale. Ad esempio, può essere di una certa utilità denigrare pubblicamente altri professori che sono “distratti” dalla politica; devi denunciare chi ha rapporti con “gruppi pericolosi”; insomma devi infangare altri in modo da promuovere te stesso. Solo in questo modo puoi presentarti al mondo accademico come un intellettuale puro, al di sopra delle fazioni”.

Il passato si rivela orrido Nelle osservazioni di uno dei rifugiati italiani, l’esilio è come una finestra che si apre sull’abisso: vengono le vertigini
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a guardarci dentro. Un altro paragona la situazione dei rifugiati a quella di sopravvissuti di un naufragio, laddove la disperazione può spingere al cannibalismo. Ma questa situazione non si limita a produrre sentimenti estremi relativamente al solo presente, relativamente cioè a una situazione che è di per sè estrema. L’esilio, secondo I.L., rivela “il normale processo di costituzione della soggettività”. Il suo effetto è peggiore del prodotto di una situazione estrema. L’esilio rivela non come si è oggi, ma come si era in passato. Il passato, allora, diventa orrido altrettanto quanto il presente. Narcisismo, competitività, panico di status appaiono improvvisamente a rivelare di essere sempre stati tra noi. E.G. fa notare che l’esilio è un rivelatore molto vivido degli errori previamente commessi, quando il movimento rivoluzionario era in ascesa. Le questioni riguardanti la responsabilità personale, ad esempio, non venivano mai davvero affrontate nella sinistra. I problemi etici erano assenti dall’orizzonte dei militanti politici, i quali tendevano a mimetizzare la propria individualità all’interno della vaghezza molto accogliente del “collettivo”. I processi di rivoluzione intima riguardanti l’individuo venivano rimandati a un futuro indeterminato, a un’epoca di epifania politica improbabile quanto indefinita. Un altro rifugiato spiega:
“Eravamo convinti di far parte di una comunità morale i cui valori erano opposti alla moralità ufficiale e a quella dello stato. Il nostro era invece una forma di “familismo”, simile in un certo senso al familismo tradizionale delle società segrete e dei gruppi chiusi. La nostra moralità ci legittimava in tutto quello che facevamo, e giustificavamo ogni comportamento individuale facendo appello a una collettività di cui non dubitavamo il sostegno. Un sostegno però che a volte era reale a volte solo immaginario. E tuttavia, si riusciva a trovare un punto di equilibrio, un artificio ideologico che ci consentiva di evitare ogni senso di colpa. Qualsiasi cosa si facesse veniva interpretata come una necessità e non come l’esito di una scelta personale. Noi non ne avevamo colpa, essendo sempre dell’imperialismo la colpa”. 134

La negazione della responsabilità, la condanna di chi condanna, l’appello ad una più alta lealtà, sono categorie che echeggiano altrettante tecniche di neutralizzazione molto celebri in discipline quali la sociologia della devianza. Ma nei comportamenti extra-legali di natura politica queste tecniche non fungono da rassicurazione per l’individuo, mirano piuttosto a cementare una collettività, seppure talvolta artificialmente, attraverso l’esercizio di un contro-potere. Quest’ultimo, nell’Italia degli anni ‘70, veniva interpretato come depositario di una più alta moralità rispetto allo stato. Come ricorda P.F.:
“La certezza di avere ragione ci proveniva da quella che ci appariva come una grande coerenza morale. Rinunciare alla vita privata e agli interessi personali, trascurare gli aspetti dell’individualità, ci sembravano una garanzia e una prova inconfutabile del nostro altruismo. Se si faceva una rapina, ad esempio, i soldi non andavano ad aumentare il reddito di chi la faceva, ma servivano a finanziare l’organizzazione. Questi meccanismi di auto-giustificazione sono stati dilatati al punto da coprire ogni tipo di comportamento. Così anche episodi orribili venivano a volte accettati con compiacimento, in nome di interessi collettivi astratti”.

Ai rifugiati non viene solo negato un presente, viene anche negato un passato. Quest’ultimo non viene cancellato ma appare in una luce diversa. Gli individui e i loro atti ne vengono sfigurati, mentre la personalità dei primi e la logica dei secondi rivelano tratti inaspettati. G.L. afferma di essere stato shockato da come persone da lui credute straordinarie si siano invece rivelate scandalosamente ordinarie:
“Molti di quelli che si sono rifugiati qui hanno ucciso, lo sappiamo tutti. Lo scandalo è che, una volta neutralizzato il senso di colpa, e una volta pentitisi, hanno cominciato a mostrare una serie di valori con i quali anche i reazionari di vecchio stampo si sentirebbero a disagio. Mia nonna è più progressista di loro”.

La punizione insita nell’esilio, insomma, produce effetti
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anche sul passato di chi la recepisce. E contrariamente alla distopia orwelliana, il passato non scompare, ma torna più vivido e spaventoso. Forse quelle persone sono sempre state “scandalosamente ordinarie” come si rivelano essere adesso. La punizione inflitta con l’esilio sembra suggerire che non c’è via di scampo, e che il sistema “clona” i suoi oppositori: coloro che si presentano come antagonisti, in realtà, posseggono lo stesso repertorio di valori contro i quali sembrano combattere. Secondo D.S., ad esempio, il tipo di carrierismo di alcuni rifugiati è simile al carrierismo che si avvertiva anche negli anni più conflittuali. C’era una lunga lista d’attesa per entrare nelle Brigate rosse, ha detto, come oggi c’è una lista d’attesa per avere un impiego di prestigio dopo essersi pentiti. Questa continuità nell’atteggiamento intimo degli individui, nonostante i drastici cambiamenti presunti, ha trovato espressione letteraria in Camus. Il Rinnegato è un sanguigno missionario che si impegna a convertire un popolo notoriamente crudele. In effetti sarà lui a venir convertito da questo. Quando, dopo un periodo di convivenza col suo nuovo popolo, gli arriva notizia che un altro missionario ha assunto il suo impegno precedente, si arma di tutto punto e lo uccide in un’imboscata. In questa simmetria di comportamenti, in realtà non è mai cambiato.

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4. APPENDICI

INTRODUZIONE A CESARE BATTISTI, L’ULTIMO SPARO di Valerio Evangelisti Non sono mancati libri di memorie, film e romanzi sugli anni in cui migliaia, e forse decine di migliaia, di giovani italiani decisero di prendere le armi contro un sistema che giudicavano intollerabile, mentre altre decine di migliaia, e forse centinaia di migliaia, manifestavano la loro opposizione senza arrivare a scelte così radicali. In tutta l’abbondante produzione sul tema è stato però quasi sempre assente l’aspetto esistenziale, talora tragico ma talvolta festoso, se non goliardico, di quell’esperienza. Ne è risultato un ritratto a tinte uniformemente grigie, e spesso fosche, di una realtà senz’altro drammatica, ma variegata e viva, anche se indecifrabile dall’esterno. Personalmente, pur avendo fatto scelte diverse da quelle di Cesare Battisti, ho vissuto, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, in mondi contigui al suo. Ricordo bene come nei bar di piazza Verdi, roccaforte bolognese di quello che veniva definito semplicemente “il Movimento”, si alternassero discussioni sulla lotta armata ad altre, interminabili, sull’origine dell’universo, sul teatro o sul cinema; come per molti di noi quella stagione, vista da fuori quale una sorta di inferno, coincidesse con i primi amori e le prime, arruffate, esperienze sessuali; come serpeggiasse un
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particolare tipo di ironia, fondata sul paradosso, che in seguito avrebbe fatto la fortuna di programmisti radiofonici e televisivi. Quando chi nel ’77 era democristiano, o addirittura fascista, rivendica un percorso analogo a quello del Movimento, mi viene da sorridere, perché il suo vissuto ludico non può essere stato simile al nostro. Cesare Battisti, per la prima volta, rievoca tutto questo, in un romanzo che non può essere scambiato per un’autobiografia, ma che ha senz’altro il sapore agrodolce della verità. Le storie d’amore – e anche, molto tradizionalmente, di corna – che si intrecciano all’interno del gruppo dei clandestini; lo sguardo distaccato e umoristico; la deriva ineluttabile verso uno scontro campale che nessuno si sente di affrontare, e a cui nessuno è disposto a sottrarsi: tutto questo non era mai stato descritto con altrettanta efficacia e altrettanta passione. Dove passione non significa però rivendicazione. Battisti non è affatto pentito (della storia non ci si pente), ma nemmeno auspica una continuità impossibile. Sentimento naturale in chi incontrò sulla propria strada un movimento granitico – le Brigate Rosse, ispirate alla tradizione comunista ortodossa – pronto a fulminare le eresie spontaneiste del proletariato giovanile, salvo imporgli livelli di scontro inauditi e, più tardi, a sconfitta ormai compiuta, costringerlo ad assistere allo spettacolo di un pentimento collettivo e piagnone, quale nessun movimento guerrigliero al mondo aveva mai conosciuto. È molto difficile rievocare l’atmosfera di quegli anni, in Italia, e far capire perché la suggestione della lotta armata riuscisse a conquistare tanti adolescenti. Un contesto culturale asfittico, in cui le vie di fuga erano dominate per intero dal modello americano; una classe politica screditata come poche e destinata, di lì a quindici anni, a soccombere sotto il peso della propria corruzione; una serie interminabile di stragi impunite, messe in atto per puntellare il sistema e invocare soluzioni di forza; un fascismo strisciante e insidioso, fatto più di cinismo che di prese di posizione ideologiche, più di ottusità e di resistenza al cambiamento che di nostalgie. Contro tutto ciò si era condensato, a partire dalla metà degli anni Sessanta, un vero e proprio culto dell’eguaglian138

za. Anche chi lo disprezzava fingeva di aderirvi; chi ne era colpito dava mostra di stare al gioco. L’opportunismo degli intellettuali italiani, riletto oggi, impressiona. Soprattutto quando li si vede farsi cantori di un neoliberismo spietato e rabbioso, che in comune con l’antico populismo ha solo l’arroganza e il sostrato autoritario. Accadde che, impregnati di ideali egualitari, tantissimi giovani (non certo la maggioranza, e meno che mai un’intera generazione) si ribellassero alla gabbia di squallore che li imprigionava. Si formarono aggregazioni variopinte e selvagge, in cui lo studente fuorisede viveva in simbiosi con il piccolo delinquente politicizzato, la femminista con il ragazzo cresciuto tra lavori precari e la frequentazione del bar di quartiere. Una teoria nuova e stimolante, che si pretendeva marxista ma che di Marx accoglieva solo le suggestioni di alcuni scritti giovanili o secondari, dava un’identità politica a questa coesistenza. Tramontata la centralità della vecchia classe operaia, emergeva l’ “operaio sociale”, disgregato sul territorio e tuttavia funzionale ai processi di accumulazione imposti dal sempre più accentuato ricorso alle macchine; oppure il “non garantito”, figura di proletario che, esclusa dal sistema produttivo, non aveva accesso ai benefici del Welfare State e li rivendicava. Il passaggio alla lotta armata non fu né automatico né graduale. Una società che aveva saputo assorbire senza troppi traumi la protesta del ’68, si trovò paralizzata a fronte delle istanze egualitarie ben più radicali del ’77. Probabilmente non riusciva ad afferrare l’ “umanità” di fondo di cui masse di giovani – caratterizzate, al loro interno, dall’assenza quasi totale di violenza, che riversavano invece all’esterno – erano portatrici. Reagì con impaccio e con rabbia. Ebbe la risposta che in fondo si era andata a cercare. Una risposta che forse il potere auspicava, in quanto capace di semplificare un universo troppo complesso per essere fatto oggetto di repressione indiscriminata. Le Brigate Rosse, con le loro rozze teorie terzinternazionaliste, con la loro demenziale ridda di sigle (MPRO = Movimento proletario rivoluzionario offensivo, SIM = Sistema imperialista delle multinazionali, ecc.), con le loro esecuzioni individuali spacciate per guerriglia (fino all’orrore asso139

luto dell’assassinio di un’anziana vigilatrice di Rebibbia, tra singhiozzi e colpi di tosse), diedero a chi governava l’apporto definitivo, consentendo la liquidazione del Movimento e, di conseguenza, la fine del culto dell’eguaglianza. Cesare Battisti ci parla di tutto questo, col tono aspro, l’ironia e l’assenza di retorica che gli sono consustanziali. Devono essergli grati non solo i lettori generici, ma anche gli studiosi dei comportamenti collettivi, dai sociologi agli storici: non hanno mai avuto tra le mani una testimonianza pari a questa, e probabilmente non ne avranno altre in futuro. Ci voleva uno scrittore condannato all’esilio dal suo paese, dopo un’evasione e una sentenza di taglio militare assurdamente severa, per ripercorrere senza animosità ma con passione anni di cui, in Italia, è ancora difficile parlare, a meno di non rendere omaggio alle fumisterie di complotti inesistenti o di spargere lacrime di contrizione. Battisti è un tipo poco incline al piagnisteo, e poco disposto a chiedere perdono per sé o per altri. La luce che gli brilla negli occhi, dopo un decennio di sofferenze e di fughe, è ancora quella del sarcasmo. Ha l’aria di un ragazzino dal sorriso beffardo, intento a premeditare una nuova monelleria. L’aria che avevano quasi tutti i partecipanti, fuori dai ranghi delle “armate regolari”, a una guerra perduta in partenza, ma che si riteneva valesse comunque la pena combattere.

PAROLE DI UN FUGGIASCO: L'INTERVISTA CENSURATA di Cesare Battisti Il romanzo di Cesare Battisti L'orma rossa (Einaudi Vertigo, 1999) aveva a corredo una serie di dichiarazioni dell’autore raccolte da Valerio Evangelisti. Il testo fu pesantemente tagliato dall’editore, cui peraltro va dato atto di avere avuto il coraggio di pubblicare un romanzo oggettivamente “scomodo”. Riproponiamo ora le dichiarazioni di Cesare nella loro integralità.
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Una narrativa che nasce dalla carne Una decina di anni fa cominciai a buttare giù le prime linee di un romanzo. Allora non sapevo ancora dove andavo a parare, cercavo disperatamente una storia, un pretesto dal quale snodare un riesame esistenziale. Senza esserne cosciente, stavo scrivendo l’ultimo capitolo dei miei anni Settanta… Nel mio primo romanzo, Travestito da uomo (…per non essere niente, era il titolo completo), Claudio, il protagonista, si dibatte per sopravvivere al purgatorio degli esiliati italiani a Parigi. Finirà per abbandonare definitivamente la scena nel solo modo possibile. Tolta di mezzo questa mina vagante, mi sono detto allora, potrei tentare di spingermi oltre, di risalire ancora un po’ il tempo per gettare uno sguardo a un passato meno recente. E un libro dopo l’altro, mi sono ritrovato improvvisamente sulla soglia degli anni Settanta. La prima reazione è stata quella di tornare indietro di corsa, ma la macchina del tempo non funzionava più. Non mi restava altro che avventurarmi in quel deserto di menzogne dove brillavano le ossa di altri incauti. Non ci tenevo a fare la stessa fine, allora mi sono inventato una favola, un pretesto psicologico che mi liberasse dalla tara ideologica. Solo inseguendo la fantasia potevo ricostruirmi un passato ricco di dettagli tragico-umoristici; un passato che, se anche fosse appartenuto alla vita di un altro, non sarebbe stato meno reale del mio. In questo modo avevo pensato di avere il personaggio biografico ideale. Non dovevo fare altro che allineare narrativamente immagini reali, e inserirle nella storia per flash disordinati, purché profondamente nitidi e genuini, in modo da tessere il filo dei miei anni Settanta. Il risultato si chiama L’ultimo sparo. Né autobiografia né fiction, ma una ricerca del reale in cui raramente si va nella direzione di quel che ci si aspetta. Perché nella vita vera le reazioni sono sempre insensate, assurde, talora raccapriccianti. “Guarda, guarda… Impara a guardare!” E in quell’istante lo scrittore sparisce. Questa è l’unica conclusione che pretende L’ultimo sparo.
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L’evasione e la fuga in Messico Il 4 ottobre 1981 mi lasciavo alle spalle il carcere di Frosinone. Non a testa bassa né svuotato nello spirito, come avrebbero voluto i signori della repressione, ma con un’arma in pugno e il petto che mi scoppiava dalla gioia. Alcuni scrissero di un’azione militare perfetta: senza colpo ferire, un gruppo di compagni penetrò all’interno del carcere e lo occupò i tempo necessario per permettermi di varcare una decina di cancelli. L’aspetto “militare” dello sforzo di migliaia di giovani, che in quegli anni osarono sfidare il potere più selvaggio e corrotto dell’Occidente, era l’unico linguaggio accessibile ai media e a tutti coloro che rifiutavano vigliaccamente di guardare in faccia la realtà. No! Sono stati l’amore e la solidarietà, lo spirito libero e generoso di quei meravigliosi anni Settanta che mi hanno strappato dalla prigione, non quattro pistole arrugginite. Purtroppo non mi fu possibile gioire a lungo della ritrovata libertà. Qualche giorno dopo seppi degli infami rastrellamenti effettuati dai carabinieri. A nessun membro della mia famiglia, da una nipote di appena tredici anni a mio padre morente di tumore, fu risparmiato l’abituale trattamento riservato ai “terroristi”: arresti, ricatti, percosse, tortura e condanna nel caso di una sorella colpevole di avermi reso visita in carcere. Con il groppo in gola fuggii un’Italia disgraziata. In Francia non mi vollero, all’epoca accettavano solo i fuggiaschi che si erano sporcate le mani esclusivamente d’inchiostro. Le mie erano un immondezzaio, andai a lavarmele in Messico. E fu un bagno d’ossigeno. In un paese così lontano dal grigiore degli anni Ottanta in Italia, dove la frattura sociale perdurava in un clima di sconfitta da un lato e nell’isteria individualista e megalomane dall’altro, incontrai un popolo straordinario. Ridendosene delle morali e di certi valori come la coerenza, che laggiù è un lusso che non si permettono neanche i parolai professionisti, il Messico mi ha insegnato a guardare me stesso e il mondo da un angolo inaccessibile alla cultura dominante occidentale. Al Messico devo la na142

scita di mia figlia, la voglia impellente di scrivere e quel calore umano che la democrazia italiana aveva relegato nel profondo delle carceri speciali. L’approdo in Francia Nel ’90 sono dovuto tornare in Francia per ragioni familiari, ma anche perché restava il solo paese al mondo a tollerare la presenza dei fuggiaschi italiani. Il ritorno alla ville lumière per me fu un trauma. Difficile riabituarsi a un intrico di norme sociali che, in nome dell’ordine democratico, ti succhia la vita. Con affitti da capogiro, senza documenti e quindi senza lavoro, insomma nella miseria totale e con una famiglia da mantenere. Come se non bastasse, nello stesso giorno mi informarono che durante l’esilio messicano era morto mio padre e avevo subìto una condanna all’ergastolo. Al momento non realizzai, mi sembrava talmente troppo che non riuscii a versare una lacrima. In seguito, l’avvocato mi fece pervenire una valigia di atti processuali. Dopo averne letto qualche pagina, fu tanto il disgusto per quell’ammasso di menzogne che decisi di buttare tutto nella spazzatura. Nell’illusione di liberarmi definitivamente di una storia che non mi apparteneva più, che era stata disonestamente rivista e corretta, mi misi a scrivere come un forsennato. Nel ’92 uscì il mio primo libro, poi il secondo e così via. Gli editori e il pubblico francese si interessarono progressivamente a uno stile che la stampa definiva di volta in volta viscerale, crudo, picaresco. Intanto continuavo a remare come un pazzo in un mare di stenti. Ma da un paio d’anni le cose sono migliorate, nel senso che ora riesco a vivere dei miei romanzi. I conti col PCI L’ombra rossa è un altro passo a ritroso, un ulteriore tentativo di capire cosa mi / ci era successo negli anni Settanta, che pure avevo vissuto da protagonista. Venendo da una famiglia religiosamente comunista mi sentivo autorizzato a rovistare tra i panni sporchi del PCI. Inoltre, in quel periodo mantenevo una corrispondenza ricca di informazioni stori143

che con un illustre membro del partito silurato insieme a Pietro Secchia. Al PCI rimprovero l’ambiguità calcolata, la lingua biforcuta con cui da un lato alimentava i sogni di tutti gli sfruttati, spesso mandandoli al massacro, e dall’altro si riproduceva come partito di potere intento a spartirsi la torta con la Democrazia Cristiana. Del PCI detesto l’anima stalinista, complottista e persecutrice che già durante la seconda guerra mondiale giocò un ruolo di primo piano nella vigliacca distribuzione politica dei popoli europei. Più tardi, durante la tragedia degli anni Settanta, credendosi ormai a un passo dall’Olimpo, tutte le maschere caddero e il PCI si rivelò per quello che era in realtà. Basterebbe ricordare le numerose espulsioni degli iscritti al partito che si rifiutavano di etichettare il movimento contestatario come una devianza di destra; gli sgherri di Lama all’assalto dell’università di Roma, spranga alla mano; le autoblindo del sindaco di Bologna; le pattuglie armate contro i comitati autonomi dell’Alfa e della Fiat; la brillante idea di Giuliano Ferrara, allora consigliere comunale a Torino, di lanciare un censimento porta a porta con lo scopo di promuovere la delazione verso ogni comportamento in odore di sovversione. E via di questo passo, fino alla copertura di assassinii, di torture, di decine di migliaia di licenziamenti, dell’arresto di oltre diecimila compagni. Mi è difficile non credere che, se negli anni Settanta il PCI avesse accettato il dialogo con il Movimento, si sarebbe potuto evitare un massacro. Invece hanno fatto come i fascisti, si sono schierati con i cattolici dando il via alla caccia alle streghe. Del resto, dopo il ’43, non si contano i quadri del Fascio riciclatisi nel cosiddetto partito dei lavoratori. In comune avevano il concetto del lavoro: per gli uni rappresentava il fulcro della liberazione (in URSS gli stakhanovisti lavoravano senza stipendio), per gli altri un’espressione del rafforzamento della razza. Un’amnistia improbabile Seconda Repubblica, voltare la pagina degli orrori, risanamento sociale, giustizia, e chi più ne ha più ne metta. Parole che solo un paese con un governo politico forte può per144

mettersi di concretizzare. Vista da lontano, questa povera Italia con i suoi governucci tecnici o di transizione, che sono una manna per la satira politica internazionale, al massimo riesce a rattoppare qualche vecchio buco, se i soliti clan glielo permettono, beninteso. Per le soluzioni, quelle limpide, ci vuole il coraggio di uscire allo scoperto, ma dov’è? Forse nella pagina dei commenti de “La Repubblica”, dove uno sprovveduto, se non malintenzionato, Franco Coppola,* per scongiurare un’eventuale amnistia, pasticcia tra terrorismo e lotta armata, tra stragi di Stato e rivolta sociale, tra Ustica o la Uno Bianca, cito testualmente, e il Partito armato. E se si mettessero sullo stesso piano anche Mussolini e Togliatti, che avrebbero da ridire questi buffi angeli vendicatori? CESARE BATTISTI: AVENIDA REVOLUCIÓN di Giuseppe Genna Avenida Revolución è edito in Italia per Nuovi Mondi Media. Il brano che segue è l’introduzione di Giuseppe Genna alla versione italiana del romanzo. Signore e signori siamo lieti di presentarvi il massimo tra gli autori noir italiani, uno dei più appassionanti e importanti scrittori di genere a livello europeo, e anche uno degli intellettuali di nuova specie che stanno facendo e faranno il culo alla cattiva globalizzazione con cui certa gentaglia pensa di imbrigliare il pianeta: Cesare Battisti. Nell’introdurre la figura di questo adrenalinico zingaro dello spirito e delle geografie, vorrei evitare la facile retorica esistenzialista che, qui da noi, finora l’ha accompagnato. Mi limiterò a ricordare le linee essenziali di un’avventura umana che, almeno a mia conoscenza, non ha pari nell’Italia degli ultimi trent’anni. Chi finora ha avuto la fortuna di leggere i romanzi e gli interventi di Cesare Battisti può avere pensato che si tratti di scritti politici. Il fatto,
*. F. Coppola, I carnefici e le vittime, “La Repubblica”, 16 febbraio 1999.

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però, è che Battisti è un narratore e ci mette davanti a una scomoda verità: la narrazione è un fatto politico e la fiction è una forma di potere, esattamente come lo è il racconto di un’autobiografia. In parole povere: i libri di Battisti sono tutti scritti politici, ma a una profondità che davvero non ha nulla a che vedere con le parentele superficiali che sono finora state attribuite a questo imperdibile autore. La vita di Cesare Battisti è un viaggio e, in un certo senso, i suoi romanzi possono apparire una forma innovativa e impazzita dei resoconti di viaggio. Se uno si legge L’ultimo sparo, formidabile reportage su se stesso, ha l’impressione di trovarsi di fronte a un Truman Capote che, per disperazione o necessità, ha assunto qualcosa di stupefacente, pur di reggere alla potenza di un racconto tanto intimo, politico e sbalorditivo: una sorta di A sangue caldo per amanti della letteratura benzedrinica. Molti luoghi, molte persone, molte esperienze ha attraversato Cesare Battisti nel corso della sua vicenda esistenziale. Abbandonata l’Italia, via Francia va in Messico – a Puerto Escondido, il che vi ricorderà qualcosa di cinematografico –, passa per Managua, ritorna a Parigi e diventa il massimo scrittore italiano di genere nero. In Francia è acclamatissimo: gli dedicano speciali televisivi, pagine di giornale, trasmissioni radiofoniche. In occasione dell’uscita dell’ultimo suo lavoro, lo splendido Le cargo sentimental, capita di vivere scene come questa che racconto. Sono alla FNAC accanto alla Grande Arche, entro, chiedo a un commesso l’ultimo libro di Battisti e quello, accorgendosi che sono italiano, mi domanda se lo conosco di persona, mi supplica di portargli un saluto affettuoso da parte di un fedele lettore. Sono in tanti: non i commessi FNAC, ma i fedeli lettori dei romanzi di Cesare Battisti. Anche in Italia si contano schiere di fedelissimi, che rimasero letteralmente incantati dalla potenza narrativa e civile di testi come L’ultimo sparo (Derive Approdi) e L’orma rossa (Einaudi). Adesso che si prepara un rientro editoriale di grande richiamo, su Cesare Battisti è prevedibile che si scatenerà di nuovo la tentazione di farne un culto letterario. Non è il caso. Il culto è la degenerazione dell’amore e tutti i romanzi di Battisti altro non sono che un tentativo di impedire proprio questa degenerazio146

ne. Il che garantisce a tutti i suoi lettori un’esperienza che sembrava perduta: quella di amare un scrittore e ciò che ci regala – vale a dire: amare la letteratura. La tentazione critica da cui vorrei deviare, parlando dell’opera di Cesare Battisti, è questa: Battisti è interessante perché ha vissuto a fondo la stagione politica e i suoi sono romanzi politici. Non è così. Sembra così, per alcuni titoli, ma non è mai così, come dimostra il libro che avete in mano e che si intitola sì Avenida Revoluciòn ma non ha precisamente nulla a che vedere con un’interpretazione superficialmente politica ed esistenziale. Certo, uno prende in mano L’ultimo sparo e dice: è la storia dei miracoli di un fuggiasco, è il resoconto finale di una generazione perduta al sogno di libertà. Anche qui: solo in apparenza. L’ultimo sparo è molto di più: in tempi in cui nessuno si filava i romanzi brevi, glaciali e sconvolgenti di Jean-Patrick Manchette, prima della postuma riscoperta che dell’autore di Nada ha fatto il massimo e più celebrato scrittore noir (ma non solo), Cesare Battisti aveva scritto l’unico romanzo italiano avvicinabile a Manchette. Teso, ritmato come una piatta onda vibratoria, L’ultimo sparo otteneva proprio l’effetto di un ultimo sparo: colpiva alla fronte il lettore e lo segnava indelebilmente. Tra l’altro, esito non secondario, riproponendo, ma in maniera genialmente algida e rinnovata, la questione assai tradizionale e letteraria dello spazio di scelta (o di non scelta) tra vita e morte, tra libertà e necessità, tra fatalità (termine precisamente manchettiano) e rivolta, tra sogno e realtà. Ecco a che cosa giunge la scrittura politica di Battisti: alla totalità dell’esistente, che è la vita vivente, con tutto il suo glorioso massimalismo, che ripete in perfezione e in presenza l’altrettanto gloriosa tradizione epica. Non soltanto perché L’ultimo sparo, storia largamente autobiografica, è un bilancio generazionale. È soprattutto perché si affronta il rapporto ambiguo, deficitario o trionfante che sia, tra l’individuo e la comunità che L’ultimo sparo si costituisce quale vibrante e supercompressa epica contemporanea. Non è una storiografia che Battisti tenta. Siamo fin troppo disinibiti per credere che la storia di un drop out, per quanto reattivo, sia semplicemente quello che sembra: le sue valenze allegori147

che, diciamo così, sono ben più politiche di qualunque rimando semplicistico alla vicenda in sé, che è politica anch’essa. Questo stravolgimento della storiografia, potentemente rovesciata in narrazione epica, è un tentativo a cui Battisti è rimasto fedele in tutti i suoi romanzi, fino a questo Avenida Revoluciòn. Basta semplicemente considerare che, seppure in senso non soltanto fisico, L’orma rossa è quella di Palmiro Togliatti: un approccio quasi shakespeariano (non ovviamente sul piano linguistico: sto parlando del piano tematico) a tutta la messinscena che il Potere tenta di allestire nella sua opera di espropriazione dell’umano. Proprio di questo si parla in Avenida Revoluciòn: dell’umano espropriato da se stesso. Qui Battisti ha calibrato in maniera sconvolgente l’utilizzo non soltanto di un genere, ma di molti generi, tutti coagulati in uno. Non voglio sottrarre una particola di piacere alla lettura rivelandone la trama: perché Battisti è uno dei pochi scrittori italiani che funzionano prendendoti alla gola e non lasciandoti più. Parlerò piuttosto delle suggestioni che questo romanzo veicola e da cui è a sua volta veicolato. Avenida Revoluciòn è una storia dell’Interzona: un luogo di mezzo, di contenimento e di contenzione, di libertà sfrenata e di duello all’ultimo sangue con l’alienazione, con gli altri e con se stessi (è da tenere presente, questa notazione, quando si leggerà il finale e si osserverà da una prospettiva tutta nuova la sorte di Antonio Casagrande, il protagonista). Citare l’Interzona significa evocare immediatamente lo spettro di William Burroughs – ed è esattamente ciò che desideravo fare. Non nel senso che lo stile di Battisti è una macchina complessa e barocca e magari illeggibile di tagli e montaggi: no, Avenida è un libro leggibilissimo secondo il carattere di linearità a cui lo “spettatore” occidentale pare essersi abituato. È piuttosto la mescola di tematiche tra cui l’autore fa scoccare archi voltaici impressionanti ad avvicinare questo romanzo a quelli del genio del Pasto Nudo. Qui c’è tutto il corredo tradizionale della letteratura: amore, morte, lavoro, sesso, senso, confine, sogno, utopia, lotta, mistificazione. È un percorso iniziatico che in Avenida viene raccontato, compiendo il quale Antonio Casagrande, uno
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che la casa la lascia e che grande non è affatto, verrà ad attraversare l’esperienza definitiva, ma sempre mobile, della Casa Nomadica e della Grandezza dell’Uomo. Burocrazie complesse e macchiniche, artificiali e stritolatrici, vengono ad affrontare de visu l’uomo che cerca la propria emancipazione, tentando di attaccarlo al muro dell’apparenza e del condizionamento. Muro che, peraltro, è uno dei massimi protagonisti del romanzo, che raggiunge il suo apice in una Tijuana onirica ed epifrenica, in cui Battisti condensa gli esotismi noir dell’Orson Welles de L’infernale Quinlan e, va da sé, il retrogusto anfetaminico dell’Ellroy di Tijuana mon amour. L’iscrizione oraziana che “non è cambiando cielo che si cambia anima” viene incisa a viva forza sulla pelle dell’ex contabile Antonio Casagrande, in una via crucis che conduce da Milano al Messico (ma soprattutto nell’Altrove): esperienza ultimativa grazie a cui l’uomo si trova davanti al Leviatano, che non è il Potere ma Se Stesso, e deve prendere una risoluzione. E la risoluzione è questa: o di là o di qua, o si passa il confine o si resta dietro di esso, pur sapendo che molto spesso ciò che si trova al di là del limite è un’inversione – e si torna al di qua. Il gesto radicale dell’uomo in cerca di emancipazione significa questo: sottrarsi al gioco incoerente della vita , al trucco con cui il destino presenta le sue tre carte tentando di gabbarci. In mezzo a tutto ciò, secondo la precisa tradizione alla Burroughs (che, insieme a Kafka e al Dick di Ubik, mi pare il nume tutelare del libro di Cesare Battisti), farete l’esperienza da incubo di intermezzi apparentemente distonici, divaricati secondo la logica dell’allucinazione storiografica a cui Battisti lavora con alacre impegno. Giusto per farvi assaggiare la potenza civile, spiazzante e rivelatrice, di questi inserti in forte connessione tra loro, ecco come culmina uno snodo importante di quella rete in cui sarete felicissimi di farvi prendere: “Oh, so bene chi sei: un artista della sublimazione; altrimenti detto, un falsario della realtà. Ora però ti senti come un prestigiatore a cui hanno sottratto conigli e cilindro. Dài, cittadino, mostraci come farai a recuperare il potere delle tue pagine”. Mentre nel successivo Cargo sentimental Battisti sconvolge il romanzo realista plurigenerazionale, entrando nel149

l’abisso della costante uomo tra epoche diverse (per intenderci: una versione avantpop di Bacchelli: di quella cosa lì, insomma), in Avenida egli realizza il sogno di un romanzo fantastico e realista, cioè eminentemente, violentemente politico, al di fuori dei comodi canoni del realismo fantastico alla sudamericana. Qui si avverte l’asprezza della battaglia di un uomo contro di sé, di un uomo che ha vissuto con profondità sempre e ovunque, non lasciandosi incantare dagli esotismi dell’alienazione, ma tentando la radicalità, individuale e collettiva, come via primaria alla liberazione dal giogo e alla riappropriazione del gioco. Cesare Battisti, come del resto Valerio Evangelisti, operano sul fantastico e sul politico un lavoro di non tanto segreta elaborazione. L’epoca che stiamo vivendo, la battaglia di movimento che si sta preparando certificano quanto costoro, che sono tra gli ultimi umanisti, abbiano oggi ragione. Per questo li dobbiamo amare. CESARE BATTISTI: CARGO SENTIMENTALE di Hubert Artus Le Cargo Sentimental (Eds. Joëlle Losfeld, febbraio2003) è probabilmente il capolavoro di Cesare Battisti. Ancora intradotto in Italia, il romanzo è stato recensito da Hubert Artus sul sito francese Mauvais Genres. Pubblichiamo la traduzione di quell’articolo. Le cargo sentimental è una sommatoria di destini familiari, messi in vertiginosa centrifugazione. Sulla linea del romanzo che precedentemente Battisti aveva pubblicato da Losfeld, Dernières cartouches (linea che si potrebbe sintetizzare così: desiderio, amore, intensità dei ricordi, rabbia del vinto, forza della volontà rivoluzionaria), il cargo imbarca tre generazioni (il padre, il figlio narratore, una giovane figlia) per tracciare un bilancio sulla vita e sulle lotte di ciascuno: la resistenza al fascismo di Mussolini, gli anni di piombo e la resistenza all’economia liberista. Il narratore, esule egli stesso dall’Italia in Francia, pendola tra il presente affannoso e il passato in cui ha agito
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senza specchietto retrovisore. Con la sua tipica strategia linguistica di spostamento sulla linea di confine, Battisti innova il suo tentativo di parlare del passato al di fuori di qualunque nostalgia... ammesso che ci sia una verità da catturare. In Battisti, la frontiera tra realtà e fiction è sempre sottile; e quella tra reale e interpretazione del reale, anche. Questo romanzo, semplice soltanto in apparenza, esige un’attenzione costante e intensa in ogni momento. La lingua di questo autore esprime rabbia e lascia trapelare sottintesi. Per Battisti, le origini dell’ingiustizia commessa nei confronti dei rivoluzionari italiani risale alla Guerra: una guerra perduta che non ha permesso di affrontare compiutamente, in Italia, il fascismo. Sollevazione narrativa – come si deduce da una frase come questa, che Battisti ripete più volte: “Non è l’uomo che crea le circostanze, sono le circostanze che creano l’uomo”. Il personaggio scopre, intera, non soltanto la storia del padre, ma anche la propria, tra gli stessi residui luminosi del proprio destino. Due generazioni di combattenti per il medesimo risultato: nessun passaporto per vivere. Una terza generazione che, i documenti, li ha. Il parallelo stabilito tra questi destini (che, per forza di cose, si intrecciano) offre una prospettiva di romanzo a più livelli e una dimostrazione di algebra politica implacabile. Battisti, che dispone di una visionarietà acida, si congeda da noi, a fine libro, con un’immagine (su una duna) di sfrenata poesia. Se il potere, qualunque cosa esso sia, divide (lotte e generazioni) per meglio imperare, questo romanzo ricostruisce il legame e comprova l’intensissima esigenza intellettuale e letteraria di Cesare Battisti. APPELLO PER LA LIBERAZIONE DELLO SCRITTORE CESARE BATTISTI I servizi speciali francesi hanno arrestato lo scrittore Cesare Battisti, rifugiato in Francia ormai da quattordici anni. Su di lui pende una domanda di estradizione presentata dal governo italiano, sulla base di una condanna pronunciata in contumacia oltre un ventennio fa.
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È bene ricordare che a Cesare Battisti fu concesso asilo politico solo dopo che un magistrato francese ebbe vagliato le “prove a suo carico”, e le ebbe giudicate contraddittorie e “degne di una giustizia militare”. A Battisti erano stati addossati tutti gli omicidi commessi da un’organizzazione clandestina a cui era appartenuto negli anni ‘70, anche quando circostanze di fatto e temporali escludevano una sua partecipazione. Dal momento della sua fuga dall’Italia, prima in Messico e poi in Francia, Cesare Battisti si è dedicato a un’intensa attività letteraria, centrata sul ripensamento dell’esperienza di antagonismo radicale che vide coinvolti centinaia di migliaia di giovani italiani e che spesso sfociò nella lotta armata. La sua opera è nel suo assieme una straordinaria e ineguagliata riflessione sugli anni ‘70, quale nessuna forza politica che ha governato l’Italia da quel tempo a oggi ha osato tentare. La vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale. È riuscito ad attirarsi la stima del mondo della cultura e l’amore di una schiera enorme di lettori. Ha vissuto povero ed è povero tuttora. Nulla lo lega a “terrorismi” di sorta, se non la capacità di meditare su un passato che per lui si è chiuso tanti anni fa. Trattarlo oggi da criminale è un oltraggio non solo alla verità, ma pure a tutti coloro che, nella storia anche non recente, hanno affidato alla parola scritta la spiegazione della loro vita e il loro riscatto. Certo, c’è chi ha interesse a che una voce come quella di Cesare Battisti venga tacitata per sempre. Chi, per esempio, contribuì alle tragedie degli anni ‘70 militando nelle file neofasciste o in quelle di organizzazioni – clandestine quanto i Proletari armati per il comunismo – chiamate Gladio o Loggia P2, e sospettate di un numero impressionante di crimini. Chi fa oggi della xenofobia la propria bandiera. In una parola, una gran parte del governo italiano attuale. Noi invece vorremmo che di scrittori capaci di affrontare di petto il passato come Cesare Battisti ce ne fossero tanti, e che i cittadini francesi capissero chi rischiano di
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perdere, per la vigliaccheria dei loro governanti: un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto. In una parola, un intellettuale vero. Non era tradizione della Francia privarsi di uomini così, per farli inghiottire da una prigione. Ci auguriamo che la Francia non sia cambiata tanto da tacere di fronte a un simile delitto. Sì, delitto. Avete letto bene. Seguono 2200 firme, tra cui le seguenti: Valerio Evangelisti (scrittore), Serge Quadruppani (scrittore, Francia), Daniel Pennac (scrittore, Francia), Marco Muller (direttore della Mostra del cinema di Venezia, produttore cinematografico), Wu Ming (scrittori), Vauro (disegnatore), Giuseppe Genna (scrittore), Lello Voce (poeta), Nanni Balestrini (scrittore e critico), Antonio Moresco (scrittore), Tiziano Scarpa (scrittore), Marco Philopat (scrittore ed editore), Luigi Bernardi (scrittore ed editore), Helena Janeczek (scrittrice), Giorgio Agamben (filosofo, scrittore), Aldo Nove (scrittore), Davide Ferrario (regista), Guido Chiesa (regista), Dario Voltolini (scrittore), Loredana Lipperini (giornalista) Ivano Ferrari (poeta), Massimo Carlotto (scrittore), Florence Thinard (scrittrice, Francia), Tommaso Pincio (scrittore), Pino Cacucci (scrittore), Gilles Perrault (scrittore, Francia), Roberto De Caro (critico musicale, direttore di Hortus Musicus), Dominique Manotti (scrittrice, Francia), Paolo Cento (deputato Verdi), Mauro Bulgarelli (deputato Verdi), Stefano Tassinari (scrittore), Carla Benedetti (critica letteraria), Laura Grimaldi (scrittrice e traduttrice), Gianfranco Manfredi (scrittore e musicista), Michele Monina (scrittore), Beppe Sebaste (scrittore), Jean-Marie Laclavetine (scrittore, Francia), Octavio Carsen (giurista, Argentina), Giovanni Russo-Spena (deputato, PRC), Graziella Mascia (deputato, PRC), Massimiliano Governi (scrittore), Christian Raimo (scrittore), Sandrone Dazieri (scrittore), Jacques Tardi (disegnatore, Francia), Christian Britsch (docente università di Zurigo), Anne-Marie Métailié (editrice, Francia), Deanna
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Shemek (docente università della California), Monica Dell’Asta (docente università di Bologna), Jacopo De Michelis (editor)… …e altri duemila tra intellettuali, operai, sindacalisti, imprenditori, fotografi, impiegati, artisti, musicisti, attori, cineasti, docenti, giornalisti, scrittori, studenti, dall’Italia, dall’Europa e da altri due continenti.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

OPERE DI CESARE BATTISTI Les habits d’ombre, Série Noire Gallimard, Parigi 1993 (ed. italiana: Travestito da uomo, Granata Press, Bologna 1993) Nouvel an, nouvelle vie, Ed. Mille et une Nuits, Parigi 1994 L’ombre rouge, Série Noire Gallimard, Parigi 1995 (ed. italiana: L’orma rossa, Einaudi Vertigo, 1999) Buena onda, Série Noire Gallimard, Parigi 1996 Copier coller (romanzo per ragazzi), Flammarion, Parigi 1997 J’aurai ta Pau, Coll. Le Poulpe Ed. Balene, Parigi 1997 Dernières cartouches, Ed. Joelle Losfeld, Parigi 1998 (ed. italiana: L’ultimo sparo, ed. DeriveApprodi, Roma 1998) Jamais plus sans fusil, Ed. du Masque, Parigi 2000 Terres brûlées (antologia a cura di CB), Ed. Rivages, Parigi 2000 Avenida Revolucion, Ed. Rivages, Parigi 2001 (ed. italiana: Avenida Revolucion, Nuovi Mondi Media, Ozzano E. 2003) Le Cargo sentimental, Ed. Joelle Losfeld, Parigi 2003 Vittoria (romanzo illustrato da Alain Karkos), Ed. Eden Productions, Parigi 2003 TESTI UTILI ALLA COMPRENSIONE DEL PERIODO AA.VV., La mappa perduta, 4 voll., Sensibili alle foglie, Roma 1994 AA. VV., Settantasette, DeriveApprodi, Roma 1997
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Nanni Balestrini, Primo Moroni, L'orda d'oro. 1968-1977, la grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, a cura di Sergio Bianchi, SugarCo, Milano 1988; Feltrinelli, Milano 1997 Giorgio Bocca, Il caso 7 Aprile. Toni Negri e la grande inquisizione, Feltrinelli, Milano 1980 Giorgio Bocca, Noi terroristi. Dodici anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, Garzanti, Milano 1985 Romano Canosa, Le libertà in italia. I diritti civili e sociali nell'ultimo decennio, Einaudi, Torino 1981 Lucio Castellano (a cura di), Aut. Op., Savelli, Roma 1980 Centro di iniziativa Luca Rossi (a cura di) 685. Libro bianco sulla legge Reale, autoproduzione, Milano 1990 Collettivo redazionale La nostra assemblea, Le radici di una rivolta, Feltrinelli, Milano 1977 Comitati Autonomi Operai di Roma, Autonomia Operaia, Savelli, Roma 1976 Comitato 7 aprile e collegio di difesa (a cura di), Processo all’Autonomia, Lerici, Milano 1979 Pasquino Crupi, Processo a mezzo stampa: il 7 Aprile, Com 2 Editrice, Venezia 1982 Renato Curcio, Mario Scialoja, A viso aperto, Mondadori, Milano 1993 Franco Fortini, Extrema ratio, Garzanti, Milano 1990. Prospero Gallinari, Linda Santilli, Dall'altra parte. L'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli, Milano 1995 Laura Grimaldi, Processo all'istruttoria. Storia di un'inquisizione politica, Milano Libri, 1981 G. Martignoni, S. Morandini, Il diritto all’odio, Bertani, Verona 1977 Italo Mereu, Storia dell'intolleranza in Europa, III edizione, Bompiani, Milano 1995 Mario Moretti, Carla Mosca, Rossana Rossanda, Brigate Rosse: una storia italiana, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2002 Primo Moroni, IG Rote Fabrik, Konzeptbüro, Le parole e la lotta armata, Shake, Milano, 1999 Primo Moroni, Paolo Bertella-Farnetti, Collettivo Autonomo Barona. Appunti per una storia, in “Primo Maggio” n. 21, 1984
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Primo Moroni, Quel ferrovecchio di Gladio, in AA. VV., “La notte dei gladiatori”, Calusca edizioni, Padova 1991 Ivan Palermo, Condanna preventiva. Cronaca di un clamoroso caso giudiziario che si vuol dimenticare: il “7 Aprile”, Pironti, Napoli 1982 Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e Stato d'emergenza in Italia dagli anni 70 a oggi, Odradek, Roma 1998 Giuliano Spazzali, La zecca e il garbuglio. Dai processi allo Stato allo Stato dei processi, Machina Libri, Milano 1981 Sergio Spazzali, Chi vivrà vedrà. Scritti 1975-1992, Calusca City Lights, Milano 1996

PRINCIPALI SITI INTERNET DEDICATI AL CASO BATTISTI: In Italia: www.carmillaonline.com www.miserabili.com www.wumingfoundation.com www.indymedia.it In Francia: www.vialibre5.com www.cesarebattisti.net www.mauvaisgenres.com http://cesarebattisti.free.fr

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