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NUGAE N.17-18 Copertina+Interno

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“Nugae - scritti autografi” ANNO V - N.17/18 - 2008 Rivista letteraria trimestrale indipendente ed autogestita.

Organo ufficiale dell’Associazione Culturale “Nugae” Presidente: Michele Nigro Direttore e Redattore editoriale: Michele Nigro Direttore responsabile: Alfonso Amato Direzione, Redazione, Amministrazione: via G. Guinizelli, 14 Sc. A-22 84091 - Battipaglia (Sa) telefono: e-mail: blog:
333-5297260 scrittiautografi@virgilio.it http://rivistanugae.blogspot.com

Collaboratori redazionali (in ordine di pubblicazione): Vincenzo Capodiferro, Davide Morelli, Apostolos Apostolou, Carlo Iandolo, Carlo D’Urso, Luca Viglialoro, Franco Sardo, Gandolfo Cascio, Mario Visone, Francesco Troccoli, Alessandro Napolitano, Antonio Padovano, Silvana Sonno, Mariano Lizzadro, Elisabetta Marino, Edoardo Stivensoni, Gianluca Grossi, Vittorio Orlando. Responsabile Redazione Napoli: Mario Visone cell. 329-3605599 dennoz@virgilio.it Responsabile Redazione Battipaglia: Michele Nigro cell. 333-5297260 mikevelox@alice.it Stampa: finito di stampare nel mese di Settembre presso “Cagliostro e-Press Ass.Cult.” Cassino (FR) - info@cagliostroepress.com Pubblicità su “Nugae”: scrittiautografi@virgilio.it cell. 333-5297260 Registrazione del Tribunale di Salerno: N° 20 del 28/Giugno/2004 Editore: “Edizioni Nugae” Spedizione in Abbonamento Postale. TABELLA D Autorizzazione DCB/ SA/088/2005 Valida dal 16/05/2005 Chiuso in Redazione: 18 settembre 2008 Prossima scadenza per l’invio dei lavori scritti: 30 novembre 2008

Norme per la collaborazione: la collaborazione è gratuita ed aperta a tutti, esordienti e scrittori professionisti. Gli elaborati possono essere inviati, al fine di essere valutati ed eventualmente pubblicati, secondo le modalità di seguito riportate: 1)come allegati, in formato word o rtf, tramite e-mail all’indirizzo di posta elettronica: scrittiautografi@virgilio.it 2)utilizzando la posta ordinaria (si consiglia Raccomandata con ricevuta di ritorno) inviando i plichi all’indirizzo: “Redazione Nugae” c/o Michele Nigro via G. Guinizelli n.14 Sc.A-22 84091 Battipaglia (Sa) 3)consegnando i lavori direttamente ai Responsabili delle Redazioni locali (vedi recapiti). I lavori devono essere nitidamente dattiloscritti e firmati, ove non fosse possibile l’invio (decisamente preferibile) di floppy disk o cd-r contenenti i testi in formato word (.doc) o rtf. Non saranno prese in alcuna considerazione per la pubblicazione, per ovvi motivi pratici e per preservarle da possibili errate interpretazioni, le opere calligrafiche, indipendentemente dal loro indubbio valore umano e letterario. I testi (escluso in casi particolari individuati dalla Redazione) non dovranno superare la lunghezza di 5 cartelle. Le sillogi corpose (previo consenso dell’Autore) saranno suddivise in “sottosillogi” e queste ultime pubblicate su numeri consecutivi della rivista. La stessa regola verrà applicata ai racconti lunghi, ai romanzi brevi, ai saggi, alle tesi di laurea e agli atti, utilizzando una suddivisione in “puntate” degli stessi, concordata con gli Autori e che ne rispetti (nei limiti del possibile) l’eventuale capitolato originario. La Redazione non restituirà il materiale pervenuto presso la sede del periodico. Si avvale, inoltre, della prerogativa di non pubblicare gli elaborati ritenuti inidonei. Condividere con gli Autori le motivazioni della non pubblicazione dei testi non fa parte degli obblighi redazionali. Tuttavia ogni richiesta di chiarimenti sarà da noi gradita in quanto costituisce reciproca occasione di crescita umana e letteraria. La riproduzione, anche parziale, della presente rivista, è consentita solo ed esclusivamente dietro autorizzazione scritta della Direzione e con la citazione della fonte (ciò vale anche per la pubblicazione su supporti teleinformatici quali siti web, blog, forum, e-book… ecc.) Gli organizzatori di premi letterari, rassegne o eventi culturali-letterari che vorranno pubblicizzare i bandi/programmi, tenendo conto che i mesi di pubblicazione del presente periodico sono Gennaio, Aprile, Luglio, Ottobre, dovranno far pervenire i testi dei bandi/programmi entro e non oltre l’ultimo giorno del mese precedente al mese d’uscita. La stessa regola vige (l’alternativa è rappresentata dalla posticipazione dell’eventuale pubblicazione) per quanto riguarda l’invio di scritti in qualità di libero collaboratore (saltuario o continuo). La Redazione si avvale comunque, a prescindere dal rispetto delle suddette scadenze, della prerogativa di rimandare la pubblicazione per motivi differenti: sopraggiunta saturazione del numero; incoerenza dei contenuti per i numeri cosiddetti “a tema”; precedenza di pubblicazione per i lavori “a puntate” ecc. La Redazione, dopo attenta e scrupolosa analisi dei testi ricevuti, contatterà gli Autori prescelti per la pubblicazione tramite i canali comunicativi attivati dagli Autori stessi. Gli articoli, i racconti e le liriche riflettono le opinioni dei loro Autori, che di essi risponderanno direttamente di fronte alla Legge. Gli scritti inviati dovranno essere inediti e accompagnati dalla seguente dichiarazione: “LO SCRITTO INVIATO E’ UN MIO PERSONALE LAVORO E NON E’ MAI STATO PUBBLICATO”. Gli scritti pubblicati e inediti sono di esclusiva proprietà degli Autori e fa fede la data di pubblicazione sul presente periodico. I lavori degli Autori editi, invece, dovranno essere accompagnati da apposita autorizzazione rilasciata dall’Editore di origine. Per recensioni, segnalazioni, interviste valgono le regole del “Servizio di recensione” (vedi l’apposito riquadro a pag.1 o sul blog della rivista). Sono gradite le note bio-bibliografiche (con o senza foto) di chiunque collabori per la prima volta con il periodico. Il Foro di Salerno è competente per eventuali controversie.

In copertina:

LAPIDARIO

immagine di

Ivana
ivi_66@libero.it

“È con i cattivi sentimenti che si fanno i buoni romanzi.”
Aldous Leonard Huxley

SOMMARIO
L’EDITORIALE di Michele Nigro Da Napoli a Taranto – Diario di viaggio di un uomo del Settecento di Vincenzo Capodiferro Alcune considerazioni sul Novecento di Davide Morelli L’immagine unificante della scrittura poetica e del pensiero filosofico di Apostolos Apostolou Sviste manzoniane di Carlo Iandolo Il sangue e il grano di Carlo D’Urso Frammenti su Body art di Don DeLillo di Luca Viglialoro Siddartha tra i Molti Loti di Franco Sardo Emily Dickinson e la traduzione di Eugenio Montale di Gandolfo Cascio SUONI DI LETTERE - Copioni e falsari di Mario Visone L’INTERVISTA – Richard K. Morgan di Francesco Troccoli Swallow Inn - (L’inizio dell’incubo) di Alessandro Napolitano La messa pezzente di Antonio Padovano Il tempo di una sigaretta di Michele Nigro Un giardino fiorito di Silvana Sonno The Padre P.I.O. Show di Michele Nigro LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO Il cinema di Zhang Yimou di Mariano Lizzadro LA RECENSIONE Luciano’s Paranoia di Gianluca Grossi POESIA Autori Vari CONTROEDICOLA

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CONTRIBUTO ANNUALE STAMPA
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ORDINARIO ————————————————SOSTENITORE ——–———————————BENEMERITO ———————————————ARRETRATI(1 copia)————————ANNATA ARRETRATA —————————Il versamento effettuato: del contributo

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1)inviando i contanti in busta chiusa (includendo l’indirizzo civico - comprensivo di C.A.P. - presso cui si desidera ricevere il periodico) al seguente indirizzo: “Redazione Nugae” c/o Michele Nigro Via G. Guinizelli n.14 Sc.A-22 84091 Battipaglia (Sa) 2)versando la quota prescelta sul Conto Corrente n.49914047 intestato a Nigro Michele, via Guinizelli n.14 84091 Battipaglia (Sa); specificando nella causale: contributo annuale stampa NUGAE. 3)effettuando una ricarica (www.poste.it) sulla carta n.: 4023600458001577 4)tramite Donazione PayPal dal blog di “Nugae” http://rivistanugae.blogspot.com PostePay

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Comunicare, al più presto, il tipo di contribuzione scelta (specificando l’INDIRIZZO CIVICO utile per effettuare il servizio di spedizione) utilizzando la seguente scrittiautografi@virgilio.it e-mail: Per informazioni: 333-5297260 LA SCADENZA DELL’ANNUALITA’ VERRA’ COMUNICATA TRAMITE APPOSITO AVVISO INCLUSO NELLA SPEDIZIONE DELL’ULTIMO NUMERO.

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SERVIZIO DI RECENSIONE a cura della Redazione Hai pubblicato recentemente un libro e ti piacerebbe leggere una nostra recensione su uno dei prossimi numeri di “Nugae”? Vuoi far conoscere la tua opera ai Lettori del nostro periodico? Ti piacerebbe realizzare una “recintervista” con uno dei nostri redattori? E’ semplicissimo!
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A volte l'interpretazione soggettiva di una frase o di una singola parola può creare equivoci o deduzioni personali senza fine. Qualcuno di voi potrebbe obiettare che in realtà non esiste un'interpretazione oggettiva ma solo quella soggettiva ha un futuro nell'economia delle relazioni umane. No, amici miei, la mia non è filosofia: è vita pratica. Partire dal presupposto che le parole sono fisicamente limitate e confinate solo quando sono stampate è già di per sé un atto di ingenua presunzione: anche il testo scritto è fluido, libero, ribelle, incontenibile, riciclabile, reinterpretabile, modellabile, adattabile… Soggettivamente adattabile. Chi legge lo sa e lo sa anche lo scrittore intelligente che non si chiude nel suo castello fatto di personaggi apparentemente inattaccabili. Figuriamoci poi la parola parlata, sonorizzata, quella che usiamo tutti i giorni non per relazionare dinanzi a un'assemblea di filologi e glottologi, ma la parola quotidiana che adoperiamo quando andiamo a fare la spesa, quando incontriamo un vicino, quando comunichiamo in famiglia sentimenti importanti, quando... viviamo. Insomma. Ci si accorge che una frase per noi lineare e semplice da comprendere, assume nella mente del prossimo una conformazione a cui non avevamo pensato, un significato complesso o addirittura diametralmente opposto al pensiero che l'ha generata. Ma allora il linguaggio e la letteratura che deriva dal tentativo plurisecolare di ordinare il linguaggio sotto forma di segni, non sono nient'altro (si fa per dire) che il risultato di un incontrollabile equivoco interpretativo? Ah, dimenticavo! Ma il linguaggio basa la propria relativa tranquillità sulla convenzione. La convenzionalità dei termini comunemente adoperati dovrebbe salvarci da questi incidenti interpretativi; eppure qualcosa non va! Alla parola "cane" la nostra mente (dove per mente s'intende l'insieme delle nostre capacità intellettive supportate da memoria, esperienza, cultura, istruzione…) associa un essere animato generalmente peloso, che cammina a quattro zampe e che quando è l'ora di uscire emette un suono anche questo convenzionalmente definito abbaio. Il discorso, se compiuto su un singolo termine, appare scontato e anche un po' banale, diciamocelo. Il problema comincia quando aumenta la complessità e la quantità del discorso composto da queste singole unità chiamate parole. Ecco che le interpretazioni non sono più tanto scontate e le soluzioni proposte dal nostro inconscio (più che dalla nostra ragione) aumentano vertiginosamente e in maniera proporzionale alla nostra esperienza, alla nostra capacità deduttiva, alle elaborazioni dietrologiche, all'insondabile che ci perseguita, alla cultura che ci è stata spalmata addosso o a quella che ci siamo cuciti volontariamente nel corso degli anni… Una frase pronunciata nella più totale e ingenua spontaneità può offendere! Perché? Una frase assolutamente priva di malizia per una persona, può generare ira e risentimento in un'altra con conseguenze a volte spiacevoli. La parola, dunque, perde la propria inossidabile autonomia: assistiamo al passaggio, anche per il linguaggio, "da un sistema geocentrico a un sistema eliocentrico". Non sono più gli esseri umani che girano intorno alla Parola, ma è la parola che gira intorno all'uomo. E la cosa interessante

L’EDITORIALE
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di Michele Nigro

Le parole sono importanti!

è che nessun "Galileo Galilei delle Lettere" dovrà fare pubblica abiura per aver scoperto ciò! In realtà non sapremo mai con precisione cosa accade tra i neuroni dell'essere umano che ascolta: una stessa identica frase pronunciata ad altre cento persone determinerà cento differenti reazioni emotive e relative risposte. L'uno, nessuno e centomila di pirandelliana memoria viene qui riproposto in chiave semantica, o meglio, psicosemantica. Non basta il semplice significato delle parole a soddisfare le nostre esigenze linguistiche, ma dobbiamo prevedere e a volte prevenire l'impatto emotivo che queste suscitano. Praticamente un'operazione impossibile da realizzare che minerebbe la stessa libertà dell'individuo. Quindi il linguaggio come fonte di interpretazione unitaria dell'umanità diventa un'utopia. Quando realizziamo questa spiacevole verità diventiamo un po' più soli, un po' più tristi, ma almeno più disincantati e quindi sereni. Ed è a partire da questo preciso istante che molti scelgono il Silenzio. La lingua riesce a malapena a svolgere una funzione di coesione sociale: il linguaggio come un passe-partout sociale per la soddisfazione dei bisogni primari: - Scusi, a che ora parte il prossimo treno per Torino? - Alle 19:20. - Grazie! - Prego. Senza il linguaggio sarebbe difficoltosa la trasmissione di una simile informazione; la scrittura in certi frangenti è disagevole e porta via troppo tempo. E si consumerebbero troppi taccuini in giro per il mondo! Anche per quanto riguarda lo scambio delle parole abbiamo un donatore e un ricevente: il donatore sembra libero di agire, dal momento che è il "creatore" della frase che tra poco rivolgerà, ma in realtà la frase che formula è già condizionata a priori nella sua mente, schiavizzata dal substrato culturale, filtrata dalla memoria, ricalibrata dall'esperienza. Il ricevente non fa una vita migliore: oltre a subire una frase già adulterata sul nascere, dovrà in realtà sopportare anche la propria schiavitù interpretativa determinata da quegli stessi fattori che hanno condizionato la frase del donatore (cultura, memoria, esperienza…) Se i fattori coincidono, si possono avere delle buone possibilità comunicative senza incidenti. Ma ciò non ci autorizza ad abbassare la guardia. In poche parole: quella dell'essere parlante (e scrivente) è una vitaccia! Se riflettessimo per un attimo sulla flebile condizione umana, ci accorgeremmo di come la storia (sia universale che personale) non è nient'altro che un miracolo! Un miracolo laico e fisiologico (se volessimo interpretare l'emissione dei suoni solo su una base organica stimolata da alcune aree cerebrali deputate all'elaborazione delle parole) che si rinnova di giorno in giorno. Le dichiarazioni di guerra, i divorzi, le liti per il posto auto, le incomprensioni familiari, le antipatie personali che si perpetuano per anni, le chiusure al dialogo, l'incomunicabilità tra gli individui: riuscire a passare indenni attraverso tutte queste più o meno affidabili reinterpretazioni del nostro pensiero è già di per sé un grande miracolo. Altro che "il pane che diventa carne"! Il vero miracolo è riuscire semplicemente a farsi capire dagli altri.

SAGGISTICA

Diario di viaggio di un uomo del Settecento
Occorre una lotta drammatica e tenace

contro il tempo affinché, una volta superato il miraggio della successione degli istanti, resti solo il vissuto esasperato dell’attimo che proietta l’individuo direttamente nell’eterno. E. M. Cioran A Mario De Stefano, amico e padrino di pindarici viaggi sulle frontiere dei nostri pensieri

INTRODUZIONE 1. Nel 1999 il compianto Antonio Motta da Laurenzana ci affidava l’incarico di tradurre dal latino l’Epistola di Giacomo Castelli a Giovanni Bernardino Tafuri. Ci aveva seguito nei nostri sforzi, ma allora si profilava, da parte sua, la realizzazione di un sogno, da tanto tempo carezzato da molti storici. Sapevamo benissimo che la storia non s’inventa, anzi - ricordando il Vico - la storia è filologia, il verum ed il factum convertuntur. Nulla omettemmo allo scopo di trovare notizie e studiare documenti che si rivelassero utili alla comprensione del testo ed a far luce sui passi più oscuri e controversi della Lettera, molti dei quali restano ancora misteriosi e di difficile interpretazione. Restituimmo allora al nostro geostorico il materiale rielaborato per un ulteriore approfondimento da parte sua, ma la morte lo colse improvvisa a Potenza, interrompendo una serie interminabile di studi e lasciandoci un vuoto incolmabile culturale ed umano. È nostra intenzione, pertanto, e motivo di grande riconoscenza, voler ripresentare questo inedito e prezioso documento, nel ricordo del grande maestro, padre ed amico, che ha consacrato la sua vita, da itinerante, a percorrere, in qualità di Ingegnere Provinciale, tutte le strade della Basilicata e da storico a ripercorrere i vecchi itinerari, già raccolti, descritti e sviluppati in numerosi suoi scritti; basti citare il Carlo Afan de Rivera. Burocrate intellettuale borbonico. Il sistema viario lucano preunitario (1). Abbiamo insomma ritrovato questa briciola di storia per far luce sull’antico sud, ancora sotto molti aspetti sconosciuto: il Reame di Napoli. E il luogo privilegiato, può darsi il più rappresentativo di questa incognita ed arcadica connotazione, è la Lucania. Il cuore del sud è stato sempre, infatti, oggetto di indagini dei più disparati ricercatori da tutte le parti del mondo. Di questi accurati itinerari - non riprendiamo quello Antonino che pur su questa terra descrive città e stationes - si può richiamare alla mente, ad esempio, quello dell’Onorati, del Tenore,
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“Da Napoli a Taranto”

di Vincenzo Capodiferro

Da Napoli a Taranto

tra i più conosciuti, già ampiamente studiati dal Motta (2), il quale riprende in tale contesto lo studio del Castelli. Per non andare troppo lontano, pure in tempi più recenti, allorché la Lucania ancora custodiva quell’alone misterioso di inaccessibilità e di conservazione di un’ancestrale cultura incontaminata, si possono ricordare gli studi del De Martino, del Banfield, il famoso coniatore del contestuale familismo amorale, a livello letterario del Levi, a livello cinematografico capolavori di Pasolini, di Visconti, di Gibson. Non è il caso di addentrarsi in questa ulteriore indagine, se non per inciso ai fini di questo studio. Il nostro, come il Columella, è lucano, anche se si definisce il Neapolitano Giacomo Castelli, sia perché in linea paterna è napoletano, sia per una questione di omaggio verso Carlo III di Borbone, sia perché a Napoli ebbe importanti incarichi e svolse il suo patronato giudiziario. Ciò che accomuna i due è non solo la “lucanità”, essendo il Columella nativo di Craco, ma anche la direttiva dell’itinerario Napoli-Taranto (3). Per il resto è una costante del Castelli il confrontarsi con autori pugliesi, come il Tafuri ed il De Ferrariis, detto il Galateo. Questo lavoro storico sicuramente alimenta ancor di più quell’illibato Mito della Lucania sconosciuta, che non è solo il titolo di un libro (4), ma anche l’essenza di una realtà più sostanziale, perché più nascosta, meno fenomenica. E come non ricordare, sempre su quella scia avventurosa di cui prima, alcuni di questi insigni viaggiatori, immaginari o reali, rammentati dal Fierro? Sthendal, Borjès, Douglas, Du Camp, Goethe, Lawrence, Lear, Lenormant, Swinburne, Toqueville e tanti altri? Riportiamo, per dare idea di questo mito, solo una citazione, sempre dal testo, di François Lenormant: In effetti, a fianco dell’Italia, che tutto il mondo conosce, esiste, quando ci si inoltra nell’estremo meridione, una seconda Italia sconosciuta che non è meno interessante dell’altra, né inferiore per bellezza di paesaggi e grandezza di ricordi storici. Dal Settecento ad oggi qualcosa è cambiato, ma l’atteggiamento spirituale di chi si avvicina a queste terre è sempre lo stesso. 2. Sulla vita dell’autore dell’Epistola Giacomo Castelli, nato nella piccola cittadina lucana di Carbone il 9 febbraio 1688 e morto in Napoli il 15 novembre 1759 si rilevano le annotazioni già riferite dal Motta nel suaccennato studio sul Columella (5). Oltre alle note di Pedio, Giustiniani (6), Minieri Riccio (7), Soria (8), Castaldi (9), ma anche di Tropea (10), di Vitale (11), di Bozza (12), di Gattini (13) e di De Pilato (14), si possiede una ricca scheda biobibliografica curata da De Pinto (15), descrivendolo come studioso attento ed attivo, laureato in utroque iure, molto stimato dal Mazzocchi e da Re Carlo di Borbone, che lo nomina nel 1755 Giudice della Gran Corte della Vicaria e Accademico, dal 1755 al 1759 della Reale Accademia Ercolanense di Archeologia. Brevemente lo menziona il Cirelli nella sua monumentale opera sul Regno di Napoli: Il ceto superiore coltiva gli studi, ed ha esempi da imitare, poscia che tra i suoi avi conta un Giacomo Castelli tra i baroni di un tal cognome che morì Consigliere del Sacro Regio Consiglio sotto il Regno di Carlo III (16). Il Vitale ritraendo il suo carattere mite e

poco coraggioso, più propenso alla dottrina ed alle Antichità che alla difesa delle cause, riferisce che nel gennaio del 1759 fu nominato Regio Consigliere, pochi mesi prima della morte e che in un consesso di esperti sugli scavi di Ercolano e Pompei, ordinato dal Re Carlo il 13 dicembre 1755, il Castelli fu prescelto e nominato membro dell’Accademia Ercolanense. Per completezza comunque è opportuno riportare, nella traduzione, la Notizia sulla vita e le opere di Giacomo Castelli (17) scritta da lui medesimo ed apposta a principio della sua Dissertazione delle origini sulla lingua Napoletana. Trattato delle origini delle consuetudini ed altri scritti, per Vincenzo Pauria, Napoli 1754. Giacomo Castelli, napoletano di padre, nasce a Carbone in una inconsueta notte invernale: raramente sulla città di Pisticci, a ridosso del fiume Casuento (18), cade così lentamente tanta neve da inzuppare (19) la terra della Lucania orientale, poco abituata ad un inverno prolungato e rigido. Eppure in quell’anno assetata, ove in pianura si sazia delle succose acque, ove in pendio, invece, ne rende facile il deflusso. Si fende viceversa essiccata ai soli estivi e alla frequente frana e col suo candore acceca gli occhi fissi in essa, sicché si potrebbe credere che il nome «Lucania» derivi dal chiarore della biancheggiante creta (20). Crescendo, incamminato a buoni passi, si cura di Napoli, la paterna patria e dell’Apulia, sito del Regno, prima che lo zazzeruto soldato occupasse la Città (21). Si impegna nello studio del diritto civile come uditore dell’edotto Gennaro Cusani (22). In ogni modo credesse una tale facoltà universitaria come poco nobile né lucrosa senza quella avvocatesca agitazione, perciò trattenuta in segreto, si prepara comunque a dover rispondere ai giudici e il genere di orazione dei contenziosi si avvicinava spianato, spedito, ricco, finché l’oggetto fosse stato espletato con concisione e brevità, evitando i dilemmi e i sinuosi meandri della disputa forense. Nelle questioni giudiziarie, molte delle quali ha divulgato ad opera di calcografi, avanzava con stile ora poco più che sommario, ora più dettagliato e armonioso, conducendo il problema con potenza espressiva attraverso un’argomentazione procedente dalle figure proprie alla ragione del genere universale. Maggiormente nel diritto, infatti, è più opportuno sceverare sul genere, che sulla specie, non tramite lo spregevole lenocinio dell’erudizione (23) ma in modo che questo sembri addotto conformemente alla natura della materia trattata (24) più che ammesso a mezzo di sfacciata ostentazione. Per il mite carattere, propenso alle lettere, errante si fa trasportare dall’insaziabile curiosità in ogni scienza, per diletto si applica in molteplici e svariati generi di saperi, considerando di eguale pregio tutti gli studi. Amava ed ammirava molto e sempre l’arte poetica, per questo nel tirocinio al foro sceglie di imitare Basilio Iannelli, oratore facilmente facondo in una macchinosa causa giudiziaria, altrettanto però poco capace in una inaspettata, proprio come colui che fiorente nell’elogio poetico, non piacenti le muse nell’ispirazione, ha deposto prematuramente l’anelito alla laurea corona, richiesta dal comporre i versi, per convertirsi alla prosaica gloria. Di slanciata corporatura, dall’aspetto specioso e di non erta nuca, al minimo ambizioso, schivo delle aule regie e, con una certa ostinata negligenza, delle soglie dei potenti, alquanto, invece, più accurato e diligente nel dover custodire il credito degli interessi familiari, nel
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recuperare il patrimonio paterno, e appassionato di agricoltura. Da questa con pena doveva sfuggire a motivo di un prolungato ed incerto stato di malessere, quando è preso da una grave malattia e pressoché consunto dall’ardore del brivido febbrile, allora il trascurato fondo avito era vuoto durante i giorni della vendemmia e l’autunnale tempesta. Da vecchio crescevano le ricchezze più per un rigoglioso incremento del patrimonio familiare che per un avventizio guadagno, con l’aiuto dello stato di celibato e di una modesta, ma non misera, parsimonia. Ha scritto un libro De syndicato officialium (25), e le Enarrationes in acta divae Restitutae (26), di tanto fortunato successo, che il S. Padre Benedetto XIV, a lui dedicate, per la sua grande benevolenza approvò attraverso scritti come ricche di dottrina sacra e profana e richieste dall’alta perizia del diritto civile, anche il Muratori le commentò assai, e molti altri. Ha scritto pure le Notae ad Cerbellinum (27) ed una raccolta di opuscoli, tra i quali l’Epistula ad Tafurum (28), l’Iter Altavilla (29), il De nomine Campani amphiteatri berolais (30), il De Serico (31), e molti altri saggi (32): il Manibus de origine neapolitanarum consuetudinum (33); il De origine neapolitanae linguae, ab Oscorum usque radicibus petita (34); un commentario, distinto in tre libri, dal titolo De equestri statua Retinae (35) e le Notae ad adjectiones Castellii Avi ad Galluppum (36).

3. Per quanto riguarda l’Epistola del Castelli è bene prima soffermarsi sulle sue opere, perché alcuni ne hanno messo in discussione l’esistenza di almeno due: i Campi Veteres e l’Iter Altavilla. E si tratta di De Pinto (37), di Giustiniani (38) e di Tropea (39). Il Pedio, invece, alla stregua dei precedenti studiosi, presenta l’inesistente Itinerario, come un importante saggio, in cui l’autore descrive, con ampi riferimenti storici, alcuni centri del Lagonegrese (40). E di qui le preoccupazioni del Motta: solo così si può spiegare l’ultratrentennale ricerca di questo Viaggio, solo così si può giustificare la delusione che deriva dalla certezza che il saggio, forse solo pensato, forse solo manoscritto, non è mai stato stampato. Esso sicuramente avrebbe proposto molte avventure archeologiche, missioni e scavi, alla ricerca di civiltà sepolte del Lagonegrese interno […] la Valle del Sinni e il Vallo di Diano laddove le pietre parlano dei popoli Sirini, in rapporto costante con i popoli della costa jonica e tirrenica (41). Siamo certi, però, almeno dell’esistenza di una delle due opere: l’Iter Altavilla, altrimenti perché l’autore l’avrebbe menzionata nel Preconio, sopra riportato, del 1754? Forse esiste solo come manoscritto, non è stato mai dato alle stampe, ma non potrebbe essere stato solo pensato. L’Epistola Jacobi Castellii neapolitani ad eruditissimum virum Jo. Bernardinum Tafuri, come si legge nel Calcografo per il lettore alla seconda Edizione, inserita nella Dissertazione sulle origini della Lingua Napoletana e un trattato sulle origini delle Consuetudini, con altre dissertazioni, dell’Avvocato Giacomo Castelli, per Vincenzo Pauria, Napoli 1754, pp. 36-46, fu scritta nel 1733 e pubblicata per la prima volta nel Tomo XII della Raccolta di Opuscoli scientifici e filologici dal camaldolese Angelo Calogerà, Venezia 1735, pp. 507-525. Giacomo Castelli pubblicò l’opera a Venezia due anni dopo averla scritta e la ristampò venti anni dopo a Napoli.

Queste coordinate geostoriche si possono spiegare con due ordini di motivi: il primo è che proprio nel 1735 gli Ispano-borboni ripresero il Regno di Napoli, che era in potere dell’Imperatore d’Austria Carlo VI, con il giovane Carlo III, il quale governò fino al 1759, lo stesso anno in cui morì Giacomo Castelli, lasciando a successore il terzogenito Ferdinando IV. Fu un periodo di tentativi di grandi riforme intraprese con la collaborazione del toscano Bernardo Tanucci (1698-1783). Il secondo è che fu proprio nel 1755 che il Castelli fu nominato membro dell’Accademia Ercolanense, da che si può desumere la sua premura nel ripubblicare la Lettera che denota il suo interesse archeologico. Fu, infatti, l’entourage di Carlo III di Borbone a valorizzare le risorse di questo studioso lucano. L’evenienza che l’opera non fosse sfuggita all’illustre erudito veneziano, il Padre camaldolese Angelo Calogerà (1699-1768), il quale la inserì nella famosa Raccolta di opuscoli, pubblicata a partire dal 1728, con l’appoggio di Antonio Vallisneri, ci fa capire l’importanza e la grandezza di questa Lettera. Fatte queste dovute ponderazioni, presentiamo brevemente l’opera, che per la sua ricchezza di contenuti, lo stile, si può seguire nella traduzione italiana e nelle note. La versione è stata effettuata sull’editio princeps, naturalmente non mancano le collazioni e le espunzioni, indicate volta per volta, con la seconda edizione. Il contenuto segue generalmente il seguente schema riassuntivo: 507-510. Saluto. Annuncio del viaggio. Critica storico-filologica al De situ Japygiae del Galateo. 511-513. Esortazione verso il Tafuri a scrivere la Storia dei Salentini. Descrizione dei Messapi con un accenno alle fonti storiche. Sui Salentini. Gesta medievali dei Salentini. Digressione sul Colosso di Taranto, ripreso da Plinio. 514-516. Inizio dell’itinerario Taranto-Manduria. Descrizione delle popolazioni italo-greche presenti nell’entroterra, con accenno ai dialetti, agli usi e ai costumi. Sulla Iapigia. 517-525. Sui Lucani. Invito al Tafuri a scrivere sui Lucani. Descrizione della Lucania. Ripresa del viaggio da Taranto verso Metaponto. Il dominio di Boemondo. Il Monastero di S. Elia in Carbone. Descrizione di città lucane. Chiarimenti sui nomi di alcune località. 4. Alcune considerazioni storiche nel merito dell’attualità di certe questioni sollevate dal Castelli: in primo luogo nella critica alla Japigia di De Ferrariis, egli, in contrasto con la tendenza dell’autore pugliese ad esaltare i Greci, difende i Latini, anzi attribuisce ai primi la causa della caduta dell’Italia in mano dei barbari. È un tema di grande attualità questo antibizantinismo, che evidentemente si innesta in quel contestuale disprezzo di Voltaire, Montesquieu e Gibbon. Il Castelli ripercorre brevemente in questa ottica uno spiraglio di storia medievale. E la funzione della civiltà bizantina in oriente ed occidente, nonché il rapporto tra l’impero e i regni barbarici, è stata molto dibattuta dalla storiografia contemporanea, dal Diehl (42) al Silva (43), dal Cessi (44) al
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Salvatorelli (45), tanto per fare degli esempi. I Greci cedettero l’Italia al dominio dei Goti, al re Teodorico ed ancor più Narsete, secondo il giudizio del carbonense, invitò i Longobardi in Italia. Quello stesso goto, commenterebbe il Vaccai, «sebbene fosse venuto in Italia non come re di una nazione straniera, ma come funzionario romano […] chiese di essere investito della dignità regia in Italia e lo chiese all’Imperatore d’Oriente. E poiché l’Imperatore Anastasio si oppose, col suo silenzio al riconoscimento, Teodorico fece il colpo di forza, si proclamò re!» (46). Da buon giurista l’avvocato di Carbone difende la tradizione della romanità, quella sana idea che era continuata invece in Giustiniano, nel Corpus iuris civilis. Nell’accenno ai Longobardi emerge pian piano poi quel tema insistito, anelito di molti scrittori e storici, della terra Italia, un tema che sfiora il patriottismo fino a sfociare in una aperta contestazione verso il Galateo: non sei nato in terra barbara, non sui monti Ripei, ma in una volta potentissima padrona del mondo! E di qui il confronto con Ulisse. L’Italia si configura in questa duplice opposizione spazio-temporale: l’una verso l’oriente, e l’oriente è il greco descritto iperbolicamente come l’astuto, il temerario, non il sapiente, il giusto; l’altra nel presente in opposizione all’antichità esaltata dal Galateo: giovane è l’animo in cui non vi è alcuna primitiva supposizione derivante dal memorare l’antichità! Non ci soffermiamo sulla descrizione dei siti, dei nomi, dei popoli strani incontrati nel viaggio, qualche perplessità ha suscitato nella citazione delle fonti dei Messapi un certo Cadmaico, che potrebbe essere, col beneficio del dubbio, il logografo Cadmo di Mileto. Sulla Lucania, invece, si tenga presente questa particolare propensione ad accomunarla ai Salentini, alle Puglie, sia culturalmente che storicamente. Il Castelli fa derivare questa profonda osmosi non solo dal dominio di Boemondo di Taranto ma anche dalla comune origine e dalla giustificazione giuridica del privilegio del Vescovo di Otranto di consacrare i prelati di alcune diocesi lucane. Molti altri spunti potrebbero scaturire dallo studio di questo documento storico, dall’Italia Normanna alle Crociate, dai dialetti alle corografie, ma non ci dilunghiamo, lasciamo parlare da sé il testo affidandolo alla intelligenza di ognuno. Un’ultima cosa, visto che nell’enumerazione delle opere il Castelli nel Preconio fa seguire l’Iter Altavilla all’Epistola, si potrebbe ipotizzare che questa fosse una specie di saggio propedeutico al trattato successivo. All’inizio e alla fine della Lettera, infatti si accenna ad un iter, di cui si scrive al Tafuri. Questo ideale iter, che segue la linea orientale del Regno di Napoli, potrebbe essere stato approfondito in seguito, mentre la descrizione dei siti del Lagonegrese si trova più appropriatamente nell’Itinerario da Carbone a Napoli, citato dal Vitale. A quanto pare vi sono tre itinerari redatti dal Castelli, di cui uno è senz’altro quello presentato in questo lavoro. Vincenzo Capodiferro

EPISTOLA DEL NAPOLETANO GIACOMO CASTELLI Avvocato Difensore della Città ALL’ERUDITISSIMO GIOVANNI BERNARDINO TAFURI Patrizio Neretino Opusc. Tomo XII Y GIACOMO CASTELLI A GIOVANNI BERNARDINO TAFURI SALUTE1 (507) Sai per certo, o tanto sapiente Tafuri2, quanta viva cura e sollecitudine io adoperi a Galatone3 nel difendere gli interessi dell’ottimo Principe e Signore della città. Espletate le quali pratiche secondo il rito e convenientemente né essendo turbato, quantunque per breve tempo, dal gravoso lavoro dell’avvocatura, intanto che concedevo qualche ora allo studio delle lettere, feci una ricerca sulle tue opere e di recente subito ti richiesi il libro del Galateo De situ Japygiae4, corredato con l’aggiunta delle note di tua mano: il quale mi donasti non appena un improvviso e lungo viaggio5 si rese imminente. Accettai questo dono con riconoscenza6 e ti ringraziai, per quanto mi fu permesso a motivo della tua modestia. Il viaggiare non è contrario al desiderio di leggere7. Ora in cammino, ora soggiornando (508) presso ospiti8, ho letto il libro, [Y2] l’ho esaminato a fondo9, quand’anche sia lungi dal condividerlo appieno, avendo ammirato, infatti, l’ingegno di quest’uomo e la sua operosità abile e diligente, non fui in grado di indugiarmi e di rinviare la dovuta lettura del medesimo10. Descrisse proprio bene la Iapigia con corografie ed abbondevolmente: breve il discorso, ma ricco, pieno di contenuti e di concetti11 citati di proposito nel suo lavoro12, cui attendeva per renderlo più completo e sublime, onde per merito di Galateo la Iapigia deve essere più attentamente comparata con le antichità13. Dispiace tuttavia che biasimasse l’Italia e come immemore del beneficio accetto la proferisse ingrata verso la Grecia. La Grecia – scrive – perì per la sua vetustà14 e la sua fortuna, l’Italia deliberatamente15 e per le sue discordie: entrambe servirono i barbari; questa però spontaneamente, quella malvolentieri16. La Grecia spesso liberò l’Italia dalla servitù dei barbari: l’Italia, invece, permise che la Grecia fosse schiava dei barbari. É senz’altro un discorso pieno d’invidia ed audace l’affermazione di Galateo. Non proprio l’Italia permise ai barbari di asservire la Grecia, né essa stessa si dimostrò più dura verso la misera ed afflitta fortuna dei Greci, nessuna volta ricusò di porgere aiuto alle richieste effettuate con sincera lealtà17. Ma la Grecia non osò mai né poté chiedere aiuto, poiché tante volte effettuò (509) un’imprudente separazione dai Latini18, anzi preferì dividere e segregare il mondo intero – come
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egli stesso asserisce – e così si alimentò la dissensione tra Greci e Latini19. Né i Greci liberarono mai l’Italia dalla servitù dei barbari, ma insuperbiti dalla grandezza occupata dai Romani ed indeboliti nella Corte di Bisanzio, proprio essi un tempo abbandonarono l’Italia, tanto quanto spregevole il fatto che la cedettero al dominio dei Goti e per l’appunto al re Teodorico20. Narsete, il Generale dei Greci, scosso dall’ingiuria commessa ai danni della donna reggente21 - qual grave nefandezza! (510) purtroppo attirò i Longobardi in Italia, li incitò alla preda22; contro di lui stesso, non di rado dominato dalla sfrenatezza, clandestinamente diedero principio alle ostilità nell’Italia, già straziata da tante orde di barbari e lacerata da sciagure, con una guerra intestina. Il tentativo, inoltre, dei Latini, che esercitano un’azione forte in Oriente, è consistito sempre nell’essere stati elusi dai Greci dei quali non di rado abbiamo sperimentato il malaugurato vincolo del giuramento e la fede spergiura. Ora pagano amaramente il fio del Sacro Patto tante volte rotto, oppressi da un durissimo giogo e ridotti in vile ludibrio (511) [Y3] alla più completa schiavitù. Perciò, se una volta per tutte comprendi che gli Italici sono stati vessati dai Greci e non aiutati, puoi constatare quanto senza alcuna esitazione vengano sibilate queste ingiuste deplorazioni, che tu correttamente hai omesso, piuttosto che confutare nella tua breve annotazione. In maniera attenuata viene dichiarato, oltre a ciò, il fatto che si vergogna di essere nato in Italia: mi vergogno – scrive – o Spinelli23 di esser nato in Italia (con te posso parlare senza rimorsi24), sebbene qualche Scrittore avesse posto la Iapigia fuori dall’Italia. Non in terra barbara, non sui monti Ripei25, si professa d’esser nato: ma in una volta potentissima padrona del mondo, in un illustre angolo d’Italia! Nessuno mai si vergognò del patrio suolo, neppure ad Ulisse, che viaggiò straniero per tanti mari e toccò terre felici, dispiacque giammai la sua Itaca. Queste circostanze ci fanno conoscere dunque la temerarietà e la forbitezza propria dell’uomo greco: indoli queste che non si addicono affatto al sapiente e al giusto26. Chi tra tutti gli altri non ammirerà la saggezza umana e la imponenza nel parlare propria dei Latini, e la solerzia ricca d’ogni sorta di grazia e d’attrattiva27? Concediamo dunque ad un uomo tanto grande i suoi errori, lasciamo con animo sereno riposare in pace le anime dei morti. (512) Tu ora continua a scrivere la tua Storia dei Salentini! Impegnati, affinché il tuo zelo ed i tuoi sforzi ci giovino! Tutti noi attendiamo con ansia ciò che ci hai promesso: le annotazioni a Galateo, che hai scritto, vi scorgiamo quasi una certa gradualità, e lo intendiamo come un primo passo per le altre opere28. Cerchiamo da te lavori ben più grandi ed aspettiamo. Quella che sarebbe stata la prima origine della stirpe, quali i costumi, quale la lingua, quali le caratteristiche dei Messapi29 e i monumenti: li apprenderemmo dai testi non si sa se di Cadmaico, essendo un autore esule nel più vicino Illirico, o dal Lazio, ove Carmenta ci istruisce sugli Arcadi e gli Aborigeni30. Quanto poi varia è la discendenza dei Greci condotta nelle colonie, la loro gloria, il valore,

la religione, le usanze31 – secondo come richiede la condizione degli eventi umani – la fortuna: né uomini, né città, o Tafuri, possono vedere a lungo intatte tante rovine di insediamenti, né resti, né ruderi, se qualcosa resisterà per molto tempo ancora tra i mortali. Ecco come si presentano i monumenti delle gesta medievali e tante illustri testimonianze del valore dei Salentini: se le affidi alle lettere, mai alcun tempo potrà distruggere, né (513) alcun oblio cancellare32. Ma chi racconterà in sì grande oscurità di eventi e di azioni tante egregie imprese dei Salentini, la forza d’animo, la durezza colla quale hanno dovuto intrepidamente resistere a Totila33, quando per molto tempo ha scatenato le sue ire, ai Longobardi, che infuriavano con gli animi inacerbiti, a Romualdo Duca di Benevento che tristemente s’indignava? Intanto i Greci vittoriosi, con un inutile orgoglio, denominarono piccola Langobardia34 la parte della regione recuperata, una volta debellati i Longobardi, come se fossero stati soggiogati del tutto ed aggiuntavi la terra del Bruzzio, con varia fortuna hanno protetto le province italiche, mentre i Saraceni le saccheggiavano instancabilmente, scelleratamente ed empiamente. Intanto una luce più benigna rifulse, allorché fu Principe Boemondo, noto per la pietà verso i celesti, il quale si fece moderatore della situazione, una volta costituita la corte principesca a Taranto, e il figlio Boemondo, un giovane di esimio aspetto, ma di grandissima aspettazione e di indole degna di gloria35: questi, partito per la Siria, e non esitando davanti a niente, colto inaspettatamente in Cilicia, fu rapito da una fatale imboscata, tesagli dal tiranno del Rodano Alapiano. Ma quali altre imprese più recenti menzionare? Dico unicamente questo (checché ne pensi altrimenti Galateo, lo strenuo difensore dell’antichità36) che gli avvenimenti recenti non sono meno utili e sembrano degni di (514) massima più di quelli antichi. Veramente famosi quei monumenti come il Colosso di Taranto, scolpito da Lisippo37, dalle dimensioni di quaranta cubiti. Straordinario in quest’ultimo è il fatto che, pur potendo essere mosso con una mano - come dicono -, tale è il sistema di equilibrio, che non sia battuto dalle procelle. Di questo pare si sia preoccupato l’artefice stesso, collocando a breve distanza una colonna, dalla parte in cui era più necessario che fosse rotto l’impeto del vento38. Così proprio per la sua grandezza e la difficoltà a rimuoverlo, non lo toccò Fabio Verrucoso quando ebbe trasportato l’Ercole sul Campidoglio. Carete di Lindo, discepolo del suddetto Lisippo, scolpì il Colosso di Rodi, dedicato ad Helios39: miracolo del mondo, fatto non senza il contributo della scuola italica. I fatti storici più recenti sono tuttavia parimenti non meno illustri, e degni di nota, e così pare che per una particolare disposizione naturale40, chi ricerca sugli eventi più remoti, disprezzi quelli più a noi vicini. Così disse quel famoso Sacerdote Egizio a Solone Ateniese41: «Greci siate sempre fanciulli, e nessuno della Grecia sia vecchio!» giovane è, infatti, l’animo, in cui non v’è alcuna primitiva supposizione derivante dal memorare
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(515) l’antichità, né alcuna arcana scienza, così al contrario [Y5] a coloro che disprezzano gli avvenimenti odierni penserei di dover dire che siano vecchi e decrepiti. Nessun vigore giovanile, cui tanto arride l’antica scienza del mondo, in verità rimane ignorato dalla storia nuova. Passano in rassegna, tanto per dire, l’avita eredità, ma ignorano a fondo quella paterna! Se ti fa piacere, però, passiamo ad altro discorso. A metà del piacevole percorso tra Taranto e Manduria, e nella fertile campagna dei Greci dimora una non trascurabile manodopera dedita all’agricoltura solerte nei villaggi, nei quali essendo capitato, avvertii in me un certo desiderio dell’animo, e cioè di scrutare diligentemente i costumi di quella gente42, la lingua, la pronuncia, la fonologia43, e quanto le donne siano diverse dagli uomini nella scurrilità del linguaggio. Questo non accade in conformità ad un voto: le norme di vita della strada, gli amici che potrebbero avere altri sentimenti, la familiarità e nessuna necessità di stare con gli uomini, le distolsero mai da questo proposito. Desidero apprendere dunque da te: quale genere è quello di uomini, simile a questo? Eppure essi che passano di villaggio in villaggio all’aspra Iapigia, non si trovano lontano da Gallipoli: stessa è la lingua di entrambi, stesso il dialetto44. Sappiamo che (516) Spartani, Tessali, Cretesi, approdarono nella Iapigia, ma di tutti questi popoli non esiste un unico ed eguale dialetto. Una certa congettura mi induce ad assumerne questa opinione, come credo, e cioè che in verità questi uomini non appartenessero alla stirpe dei Greci; sembra infatti che i Greci si siano spinti verso le coste della Iapigia da Oriente, e che per proteggersi avessero disposto le città in modo da essere circondate da mura e ben fortificate; pare, inoltre, che abbiano permesso che questi indigeni, per la verità sottomessi, restassero in pace, mescolandosi con gli agricoltori greci, con gran vantaggio delle città, soprattutto durante il tempo in cui ammassavano in esse i raccolti, per la quale commistione i Greci coltivatori dei campi hanno appreso qualche notizia sulla Messapia, per quanto gli indigeni possano grecheggiare: dalla conoscenza di questa commista lingua si apprende il fatto se rettamente essa sia né degli uni né degli altri, l’una delle due o soprattutto entrambe45. E se quelli che ora discendono da quella generazione, sia Greci, od Italogreci che essi siano, conservino la lingua paterna, o greca, o italogreca, io so solo questo, che interrogati non riconobbi le parole né di CEPHAS, né di KHYROS, non so che di barbarico avessero pronunciato. Oh se nelle città, quantunque un tempo i cittadini parlassero greco, come suppongo, potessimo avvalerci degli studi comparati più facilmente e dei relativi confronti, e ricercare, esaminare e ponderare i significati delle (517) parole46! [Y6] Ma nelle città del nostro tempo ormai nessuno più conosce la lingua greca. Tutti parlano la lingua italiana. Secondo il parere di Galateo, quando la Grecia era ormai in declino e stava per tramontare, la città di Gallipoli, come le altre città italiane, ancora parlavano la lingua greca e che lui stesso la abbandonò quando era ancora

fanciullo47. Le altre città egualmente presero gli usi dei Latini, e abbandonarono i costumi, le abitudini48 e la lingua greca; tuttavia da questa comunità agreste si possono raccogliere tutte le espressioni verbali, compendiare i vocaboli ricavati da esse in un’unica edizione. Chi esamini attentamente la raccolta di parole ricercata scruti in tutte queste quanto serve e le valuti attentamente, avrà fatto un’utile ricerca, forse opportuna ed appropriata per molte conoscenze. Chiunque essi siano, coloro i quali ancora esistono, poiché vivono nel territorio dell’entroterra, nel quale nessuno ha rapporti, e non è possibile aver relazioni con gli stranieri49, avranno conservato, credo, per un lungo periodo di tempo, la lingua dei padri incorrotta ed immutata. Fammi sapere cosa pensi di tutte queste supposizioni, il tuo giudizio, la tua valutazione. Mi resta, se mi è lecito per la tua (518) liberalità ed umanità, che ti manifesti la passione e l’amore che nutro per i Lucani, con termini dei Salentini, e ti sveli in confidenza questo mio piccolo desiderio, che ti esprimo. I Lucani, infatti, mi sono congiunti non unicamente per l’amicizia, ma pure per una certa consanguineità; effettivamente sono disceso in linea materna da essi e dai nostri padri abbiamo appreso che non si possa trovare più giusta ed autorevole ragione dell’amore e della fatalità di quella scaturita dal vincolo di parentela e di nascita50. Indotto a questo da una frequente voglia e disposizione d’animo, mi pare che, con tutto il cuore, come si dice, voglio pensare soltanto alla gloria, al valore, all’onore e agli interessi dei Lucani e nel contempo rattristarmi del fatto che nessuno si sia mai assunto il compito di intessere un’ampia storia su di essi, come è bene, e di narrare con uno stile più ricco, tutti i fatti ad essi pertinenti51. Ma a quale scopo, mi diresti, mira questo discorso, tanto lungo e meditato? Non indarno direi, ma affinché (conosco infatti il tuo ingegno, le tue doti e la tua morigeratezza) ti esorti, e ti preghi di recuperare questa provincia, scrivendo sui (519) Lucani, sul loro territorio, sui baluardi, sulle città e sulle colonie. Ti prego e ti esorto proprio per il tuo singolare ed ininterrotto amore verso la Repubblica delle Lettere, affinché tutta la tua benevolenza verso di me la rivolga a questo lavoro. Ho riposto in me molta speranza con sicura fiducia, nel desiderare di chiederti questo. La liberalità e quella tua umanità, colla quale a Galatone confortasti me che ero triste ed inquieto, non perché appariscano come alcuna lieve contrarietà arrecata al tuo animo, o come imperizia di qualcuno, mi permettono di chiedertelo nella confidenza. Due motivi mi spingono soprattutto. L’uno che questa opera illustre e copiosa sia degna del tuo ingegno. L’altro, che non sembra essere in contraddizione colla tua storia dei Salentini. Chi non ammirerà difatti le imprese dei Lucani: le guerre con gli stranieri? L’impresa di Pirro in Lucania? Le devastazioni del callido Annibale? Le difficili condizioni affrontate da lui a Grumento? L’elefante52 spaventato dai porci nella guerra contro Pirro, o addirittura ucciso, abbattuto nella guerra Punica? Il popolo lucano tanto supera quello italico, quanto l’Italia stessa le altre nazioni: l’italica schiat8

ta, infatti, non è estranea ai (520) Lucani, discesi dai Sanniti, e i Sanniti dai Sabini. Quelli stessi che chiamarono la terra lucana, un tempo occuparono la patria degli Enotri e degli Ausoni, non senza aver prima scacciato, o massacrato, o soggiogato i coloni greci53. È un’estesa regione, ricca, fertile, ben irrigata dai fiumi d’ogni parte. Da questo lato il mar Tirreno, e il golfo Pestano54, con Paestum olente di rose ed essenze profumate, Velia e Busento55; dall’altro lo Ionio impetuoso, con Metaponto, Eraclea o Siri. Qui i campi pianeggianti, ubertosi, ricchi d’ogni genere di frutti, lì le altezze dei monti sovrastanti56, e le selve, ove il cinghiale lucano57. Lì ancora i colli, i dolci frutti e i vini, che non mancano di rinomanza: in verità tra tutti questi furono largamente resi noti i Lagarini, prodotti non lontano da Grumento, non solo perché erano bevanda gradita a Messalla, ma anche per la loro ottima salubrità58. Nelle zone dell’interno vi sono innumerevoli città, piazzeforti59, colonie, ricchissime di ogni bene e conosciute per l’enorme patrimonio ovino ed equino. Oggi, essendo stati mutati i confini, i Lucani hanno ceduto la parte occidentale e montagnosa della regione ai Picentini, i ricchi campi della piana di Sibari60 ai Bruzi: essi stessi, però, hanno ricevuto dagli Appuli, (521) oltrepassato un po’ oltre il Bradano61, Melfi, Venosa ed Acerenza. Ma accontentandosi dei propri beni, impigriti, non avendo commercio alcuno con gli stranieri, sconosciuti, nascosti tra le fauci ed i denti dei baroni, miseramente e squallidamente si affliggono. In secondo luogo penso che abbiano molto in comune Salentini e Lucani, e innanzitutto sembra che siano della stessa origine. Eccoti andando a piedi da Taranto verso occidente a quattro miglia il fiume Taranto62: a ventiquattro il Bradano, celebre per l’incontro e la pace tra Antonio ed Augusto63. Di qui fino a Sibari si curva la fertile costa dei Lucani: i fiumi Sinni, Agri, Acalandro e Basento64. Le città di Eraclea, o Siri, Metaponto, fin dove finisce la terza circoscrizione d’Italia65. Queste sono città greche ma divenute di diritto lucane. Onde in merito se si studiassero le consuetudini dei Greci, le inclinazioni, il territorio e i confini, se poi ancora tutto ciò che riguarda essi, molto sarebbe in comune agli Iapigi e ai Lucani e sembrerebbe che la storia degli uni non sia avversa a quella degli altri66. Succede che, se scruti la storia sacra, nel medioevo, una volta fu data facoltà di consacrare i Vescovi Lucani al Vescovo di Otranto67 e di crearli (522) presuli. Liutprando, nella legazione a Niceforo Foca68, p. 486, dice questo: così il Patriarca di Costantinopoli Polieuto ascrisse al Vescovo di Otranto, fin dove lo permette la sua autorità, il privilegio di consacrare i Vescovi nelle diocesi di Acerenza, Tursi, Gravina, Matera e Tricarico, che sembrano essere di pertinenza per la consacrazione al Prelato Apostolico. Se, come credo, le attività civili e i confini dell’Impero di Boemondo sono stati protratti da Taranto ai Lucani69, si cerca fin dove arriva la terra di Boemondo, e penso che giunga nella Lucania orientale70. Questo perché proprio il figlio Boemondo confermò, con diplomi e concessioni, i privilegi,

i possedimenti e le immunità che il Padre Priore del Monastero di Carbone aveva concesso ai suoi monaci, e donò loro una cappella di Taranto, dedicata al Beato Bartolomeo, affinché ne officiassero il culto71. Carbone è un paese della Lucania situato nelle zone montane, in una piccola valle tra l’Agri e il Sinni, distante sei miglia da Castelsaraceno verso il freddo Oriente. Carbone dunque fu sottomesso a Boemondo: è infatti pertinenza del Principe72, dentro i (523) confini dell’impero, non concedere altro, ma confermare con diplomi il privilegio e le concessioni preesistenti. Ed Alessandro da Chiaromonte, nonché suo fratello Riccardo (nipoti questi di Ugone), ricevono da Boemondo diritti sulle Città e lo chiamano Signore: riceviamo – dicono – dal Signore Boemondo, il condominio73 e la potestà sulla Città di Policoro: i documenti ed i diplomi si possono leggere in Ughelli e Santoro74. Policoro, dunque, e Chiaromonte, che era sotto quella dominazione e pure aveva dato il nome a quella popolazione, appartennero anche a Boemondo. Policoro è situato tra l’Agri e il Sinni, da un lato il mare, dall’altro Anglona. Chiaromonte, o Chiarimonti, paese in un luogo ameno e fiorente, posto sopra un colle, che il Principe75 Ugone Normanno aveva scelto a capitale dei luoghi ridotti in suo dominio, qui collocò la sua sede, lo circondò di torri e di mura, lo fortificò e diede il suo nome a quel popolo76: dista due miglia dal fiume Sinni, quattro da Senise, sedici da Tursi (524) verso occidente, onde non correttamente è posto dal Cluverio77 davanti a Grumento, che si trova non lontano dalle sorgenti dell’Agri. Non molto tempo fa nei libri editi dal molto dotto Muratori78, del quale tu sei amico, e giustamente te ne glori, l’autore della tavola corografica del medioevo: - salgo - dice - a Chiaromonte, un tempo Grumento. Correttamente sale a Chiaromonte, non a Grumento, lasciato il quale indietro, si allontana di molto verso oriente. Nondimeno egli stesso non rimane con la mente incerta e dubbiosa, e riferisce che Grumento viene denominato Agrimonte, o Agromento da Holstenio79. Dove si trovi Chiaromonte, l’abbiamo detto. Agromonte è un latifondo (noi diciamo feudo rustico), che si trova vicino al paese di Castelluccio, a dieci miglia da Chiaromonte. Agromento, o piuttosto Armento, dalle taglienti rocce (come correttamente lo definisce il Santoro), una cittadella ben fortificata e per gli ostacoli naturali, inaccessibile alle invasioni, dista dall’Agri tre miglia, verso settentrione: trecento dalla foce80. Ma nessuno dei due è Grumento; come giustamente dici col nostro Galateo, nessuno può tracciare una corretta corografia, se in questa regione non si è trattenuto a lungo, o vi è nato. Grumento, o Tafuri, giace in rovina non sopra i monti o (525) i colli, ma all’estremità di una pianura, circondata d’ogni parte da montagne scoscese, posto sulla riva destra dell’Agri, naturalmente, come testimonia Livio, alla confluenza dell’Agri e del Sora: a settentrione è bagnato dall’Agri, ad occidente dal Sora. Il Sora oggi è il Sauro, o (secondo l’abitudine della popolazione che vi abita di pronunciare la prima sillaba con un tono più forte) Sciauro. L’agro, dove
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si trovava l’antico insediamento è chiamato dal volgo Città, ovvero Civita e durante il medioevo la Città non è stata correttamente indicata come Marsico Avellino, ma come dissi Grumento81. Dista un miglio e cinquecento passi da Saponara, paese eretto dalle rovine sottostanti: dimora estiva dei Sanseverino situato su di un irto e nudo poggio. Così sono le alture ricordate da Livio: i colli – scrive – sovrastavano nudi. Ti sia consentito di far nota di ciò al tuo amico Muratori, tanto desideroso di conoscere la verità. Questo, infatti, abbiamo capito, che tra sapienti non vi sia alcun occultamento della verità, o mai alcuna scaltra premura nel fingere82: cosicché una notizia incerta all’uno e all’altro sia scoperta, e chiarita. Lo (526) stesso autore in un caso analogo così dice di Pisciotta, un tempo Velia: - si deve notare che se Pisciotta è Piscinola, come sembra, della quale c’è menzione nella Miscellanea, p. 107, già dal tempo di Giustiniano si chiamava così, non altrimenti Velia, ma né l’una né l’altra opzione è vera. Si vede, dunque, quanto facilmente un errore si propaga da un altro errore: infatti era necessario stare attenti al fatto più importante, che è a capo di tutta la faccenda: proprio come è avvenuto con Pisciotta e Piscinola. Il Generale dei Greci Belisario prese gli indigeni per la colonizzazione di quella nostra città distrutta: questi non provenivano da fuori della Lucania, bensì da quella stessa regione attorno alla città, che i Greci chiamarono Liguria, o Liburnia; ordinò agli abitanti che scelse da Piscinola di andare ad abitare a Napoli, non credere a Velia. Piscinola è anche oggi un casale nello stesso agro napoletano, quattro miglia a nord della città, e celebre al nostro tempo per la Villa, e il Teatro di Carlo Carmignano. Avendo apprese queste cose per te nella Città, e confortato dal lungo e durevole viaggio, decisi di scriverti83. Ti saluto.

Dato in Napoli84. ——————— Note dell’Introduzione (1) Edito nel 1989 a Potenza, gli fu assegnato, dalla Giuria presieduta da Tommaso Pedio, il “Premio Basilicata per la Saggistica”. Tra le altre opere di Antonio Motta ricordiamo Memorandum per il centro storico di Potenza (1981); Oltre Eboli (1998); Giovanni Andrea Serrao Vescovo (1999). (2) Cfr. gli studi di A. MOTTA, Per le montagne di Basilicata, per tutti quei paesi, più o meno alpestri, titolo tratto proprio dal Viaggio di Columella, e L’abbiamo percorso a piedi erborizzando, in Bollettino storico della Basilicata, Anno XIX, N. 20, Osanna Edizioni, Venosa, Ottobre 2004, pp. 61-124. (3) Nella fattispecie cfr. la IV delle Memorie su l’economia campestre e domestica che possono ser-

vire di supplemento all’Opera delle Cose rustiche del P. Niccola Columella Onorati, parte II, Tip. Flautina, Napoli, 1818, pp. 369-421: Viaggio filosofico-georgico fatto nell’anno 1802 da Napoli fino a Taranto per le Montagne di Basilicata. (4) G. FIERRO, Il Mito della Lucania sconosciuta. Antologia di viaggiatori stranieri tra settecento e novecento, Osanna, Venosa 1994. (5) G. MOTTA, cit, p. 70. (6) L. GIUSTINIANI, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Napoli 1787, ad vocem. Rist. anast. Forni, Bologna 2002. (7) C. MINIERI RICCIO, Memorie storiche degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Tip. Dell’Aquila, Napoli 1844, ad vocem. (8) F. A. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napoletani, Stamperia Simoniana, Napoli 17811782, ad vocem. (9) G. CASTALDI, Della Regale Accademia Ercolanese dalla sua fondazione sinora, con un cenno biografico dei suoi soci ordinari, Napoli 1840, pp. 115120. rist. anast. Graus Ed., Napoli 2006. (10) G. TROPEA, Contributo alla storia della Basilicata, Tipografia Editrice, Potenza 1890, pp. 17-42. (11) A. VITALE, Opere edite ed inedite di autori nati nel Lagonegrese, Pomarici, Potenza 1890, pp. 1315. (12) A. BOZZA, La Lucania. Studi storicoarcheologici, Tip. Ercolani, Rionero in Vulture 1888-1889, vol. II, p. 260. Rist. anast. Forni, Sala Bolognese 1979. (13) G. GATTINI, Saggio di biblioteca basilicatese, La Scintilla, Matera 1908, p. 8. (14) S. DE PILATO, Saggio bibliografico sulla Basilicata, Garramone, Potenza 1914, p. 28. (15) A. M. DE PINTO, Castelli Giacomo in A.A. V.V., Dizionario biografico degli italiani, Roma 1978, alla voce. (16) F. M. CIRELLI, Il Regno di Napoli e Delle Due Sicilie descritto ed illustrato, Napoli 1853, vol. III, alla voce Carbone, p. 37. (17) Praeconium a benevolo factum. A benevolo, complemento d’agente. Benevolus significa benevolo, bendisposto. Letteralmente sarebbe: preconio fatto da un disposto (sott. auctore) autore. Si noti nel prosieguo dello scritto come l’autore usi sempre la terza persona. (18) Antico nome del fiume Basento. (19) Labe residit, risiede alla caduta, naturalmente della neve. Il Castelli lega la sua nascita ad un fatto raro, anche per quei tempi, come la nevicata a Pisticci, città del Metapontino. (20) In altri termini il Castelli fa derivare la parola Lucania da luceo, brillare, risplendere. (21) Urbem occuparet, la città per eccellenza, Napoli.
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(22) Illustre accademico dell’Università di Napoli, appartenuto alla nobile famiglia dei Cusani, fratello di Marcello Papiniano, arcivescovo e vicerè (16901766) e di Biagio, anche egli giurista e professore. Gennaro fu maestro, tra l’altro, di Giovan Battista Vico e di S. Alfonso Maria de’ Liguori. (23) Il Castelli sintetizza in questo passo il suo metodo di studio, di tipo, evidentemente induttivo e procedente dal particolare (a propriis personis) all’universale (ad universis generi rationem). Esprime, inoltre, la sua contrarietà all’erudizione fine a se stessa, che paragona all’attività di chi induce o costringe alla prostituzione (non spreto eruditionis lenocinio), certamente in riferimento all’attività forense. (24) Pro re nata additum. Il Castelli vuol far intendere che il genere, cui l’argomentazione tende, più che alla parte (de genere, quam de parte), deve sembrare come se fosse “nato dalla cosa stessa” e per questa medesima, e non scaturito da una dimostrazione di forza. (25) Del sindacato dei funzionari. Officialis, funzionario (Ulp., Dig., XII 6,26), subalterno, ministro. In VITALE, cit. Adctiones novissimae ad Franciscum Carrabam de Syndacatu officialum, Rispoli, Napoli 1741. (26) Le divine enarrazioni restituite agli atti. In VITALE citata In acta Divae Restitutae Virginis et Martyris, Ex Typ. Johannis Simeonidis, Nap. 1742. (27) Note al Cervellino. (28) Epistola al Tafuri. In VITALE, cit. De Japygia epistola diretta a Giovanni Berardino Tafuri di Nardò: inserita nel tomo XII di Angelo Calogerà. (29) Il percorso Altavilla. (30) Sul nome dell’anfiteatro Campano di “berolais”. Si tratta dell’arena di Capua, comunemente chiamata Verlasci, ma il cui nome ha subito diverse trasformazioni, Berolais, Berelasis, Berolassi, e dato adito a diversi studi di vari autori, tra cui il Mazzocchi e l’Asemanno. In VITALE adj. Ad Philippum Fratrem. (31) Sulla seta. In VITALE, De mataxa et serico et bombyce. (32) Et de aliis, letteralmente, e su molte altre cose. Nel quale vanno inserite evidentemente le altre opere che riporta il Vitale, menzionate nella nota 36. (33) Sull’origine delle consuetudini napoletane verso i morti. (34) Dell’origine della lingua napoletana, sin dalle radici Osche. (35) Sulla statua equestre di Retina. (36) Annotazioni alle aggiunte dell’Avo Castelli al Galluppi. Vanno aggiunte, ad onor di cronaca altre opere riportate dal VITALE nella sua biografia: Aggiunta al direttorio della pratica civile, Rispoli, Napoli 1731; Iosepho Aurelio de Ianuario Epistola; De capillamentis et galericulis; De alica; Campi Veteres; Memoria intorno la vita di Giovanni Tafuri;

Itinerario da Carbone in Napoli; Alligazioni pel dritto di franchigia de’ Napoletani in Aversa e Casali, 26 luglio 1754; Le pitture antiche di Ercolano e contorni incise con qualche spiegazione, 1757. (37) Cfr. DE PINTO, op. cit. p. 720. (38) Cfr. GIUSTINIANI, op. cit., p. 230. (39) Cfr. TROPEA, op. cit., pp. 17-42. (40) T. PEDIO, Storia della Storiografia lucana, Edizioni del Centro Librario, Bari 1964, p. 63. (41) MOTTA, cit., p. 71. (42) C. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Laterza, Bari 1957. L’autore è uno dei più autorevoli bizantinisti. (43) P. SILVA, Il Mediterraneo. Dall’unità di Roma all’Impero italiano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano 1942, 58 e sgg.. (44) R. CESSI, Regnum ed Imperium in Italia, Bologna 1919, pp. 156 ss.. (45) L. SALVATORELLI, L’Italia Medievale. Dalle invasioni barbariche agli inizi del sec. XI, Milano, s.d. (ma 1940), p. 235 ss e passim. (46) P. VACCARI, Il particolarismo europeo nell’Alto Medioevo, in Questioni di Storia medievale, Milano 1956, p. 67. —————— Note del testo Riguardo al frontespizio le iniziali J.U.D., possono dare adito a diverse interpretazioni: si riferiscono sicuramente al Patronus causarum J(uris) U(rbe) D (icendarum), cioè l’avvocato difensore delle cause che si sostengono nell’Urbe (Napoli), come pure Patricium Neritinum, patrizio di Nardò. Nel seguito della lettera il Castelli dichiara, infatti, di aver difeso gli interessi del Principe di Galatone, ed accenna al suo lavoro di avvocato. Si noti l’accostamento di Urbe a Napoli, usato anche alla fine della lettera: Haec ad te in Urbem receptus. Le altre iniziali S. D., di solito significano S(alutem) D(icere), o dicit nel senso di salutare. 2 Giovanni Bernardino Tafuri, il destinatario della lettera, biografo, nacque nel 1695 in Nardò e vi morì il 24 maggio 1760. Scrisse varie opere, tra cui la monumentale Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Stamperia F. Carlo Mosca, Napoli 17441770, vol. 9, di cui abbiamo una ristampa anastatica Forni, Bologna 1974; la Vita di S. Gregorio Armeno, Lecce 1723, Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò, etc.. Riguardo alla presente opera, scrisse IV Ant. De Ferrariis Galatei de situ Japygiae…, Lecce 1727, ristampate nel IV volume del Calogerà. Tafuri arricchì l’opera di alcune note, come riferisce anche il Castelli nella lettera. Nell’Editio Secunda dell’Epistola, curata da Vincenzo Pauria, in Napoli 1754, si trova sapientissime Tafure. L’opera in cui quest’ultima edizione fu inserita risulta essere Dissertazione delle origini della lingua Napoletana, e un Trattato delle origini delle Consuetudini, con
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altre dissertazioni, di cui è l’Autore l’Avvocato D. Giacomo Castelli. 3 Galatanae, locativo, dovrebbe essere l’antico nome di Galatone. Alcuni storici, infatti, tra cui Antonio De Ferrariis, asserivano che Galatone era stato fondato dai Tessali, e ne fanno risalire la nascita al 195 a.C., quando profughi della Tessaglia ne rifondarono qui la natia “Galatana”, da cui Galatone (Città del latte). Ad avvalorare questa tesi la quasi omonimia tra la tessala Galatana e Galatone. 4 De Ferrariis Antonio nacque a Galatone, oggi in provincia di Lecce, donde trasse il nome accademico di Galateo, verso la metà del sec. XV dal notaio Pietro e Giovanna D’Alessandro. Nato forse intorno al 1444 (Boccanera ed altri) o 1448 (D. Moro), orfano del padre ricevette i primi rudimenti del sapere dai monaci basiliani di Galatone, completò gli studi a Nardò, maggiore centro culturale. Studiò letteratura latina e greca, filosofia antica, geografia e medicina. Nel 1465 si recò a Napoli ove approfondì gli studi umanistici e medici. Nel 1470 fu ammesso all’Accademia Napoletana: conobbe il Pontano ed il Sannazaro. Nel 1474, aiutato dall’amico Girolamo Castello conseguì nello studio di Ferrara il Privilegium in ortibus et medicina. Da Venezia a Napoli e nel 1478 si ritirò a Gallipoli, dove sposò la nobildonna Maria Lubelli, dalla quale ebbe 5 figli. Agli anni 14801481 (Guerra dei Turchi, che invasero Otranto), risale l’opera De situ Japygiae, della quale si ha una ristampa anastatica sull’originale del 1558 della Casa editrice Forni (Bologna), titolo Liber de situ Japygiae, 1956. Cfr. B. PAPADIA, Vite di alcuni uomini illustri salentini, Stamperia Simoniana, Napoli 1806, p. 26; G. BOCCANERA, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Typ. Nicola Gennari, Napoli 1814; V. ZACCHINO, La stirpe e la famiglia di Antonio De Ferrariis Galateo, in Familiare ’82, Arti Grafiche Pugliesi, Martina Franca, 1982, pp. 139 e sgg.; ID Fonti per la Storia di Galatone, Galatone 1986; D. MORO, Per l’autentico Antonio De Ferrariis Galateo, Ferraro, Napoli 1991. 5 Iter è propriamente il cammino, ma alla fine della lettera, il Castelli parla di un viaggio (ex itinere recreatus…) intrapreso da Napoli, durante il quale gli è maturata l’idea di scrivere al Tafuri. Il viaggio, oggetto della lettera, costituisce l’itinerario storicogeografico intrapreso dall’autore. 6 Studiose propriamente significa “con cura, con amore” ed anche “con passione”, si usa il termine “gratitudine” in correlazione al seguente gratias… egi. 7 In riferimento alla precedente nota si è reso il termine iter con viaggiare. L’aggettivo cupidae è riferito a lectioni, che ho tradotto con “desiderio di leggere”. La lectio in questo contesto è interpretata come lettura, proprio in riferimento al testo donato dal Tafuri. 8 Sive…sive, più che aut…aut, introduce due protasi, aventi in comune l’equivalente apodosi: librum legi. Hospes, in latino, come pure in italiano, ha significato ambivalente: colui che riceve o che è ricevuto. In questo caso ha valore attivo.

Si noti l’iterazione legi…perlegi. In italiano diremmo “l’ho letto e l’ho riletto”. 10 Passo un po’ controverso: miratus participio passato di miror, trattandosi di verbo deponente ha valore attivo; viri, più che riferirsi all’ingegno umano, si è ritenuto opportuno rapportarlo a Galateo; legendum gerundivo che indica la necessità dell’azione, reso con “dovuta lettura”, o “necessaria lettura”. 11 Res nel discorso indica il concetto, il vero, che si contrappone alla sententia in quanto giudizio. 12 Ascisco sta propriamente per “prendere da fuori”. In questo caso indica i riferimenti citati da altre opere. 13 Antiquus assume non solo il valore temporale di ciò che viene prima, ma anche il valore logico di ciò che è più importante e preminente. Il riferimento allo studio comparato che il Castelli vuole interporre tra la Iapigia e le antiche popolazioni italiche, va – come di seguito nella lettera si evince – in primo luogo alla Grecia. 14 Citazione del De situ Iapygiae del Galateo in Epistole Salentine, a cura di Michele Paone, Galatina 1974, p. 158. Vetustà nel senso di antichità, vecchiezza. Come per dire che la Grecia morì di vecchiaia e di fortuna, al contrario dell’Italia. Sullo stato mentale della “fine dei tempi” nella “ciclicità” antica, in opposizione alla “continuità” moderna cfr. A. SCHIAVONE, La storia spezzata, Laterza, Bari 1996. 15 Consilium è quivi inteso in senso negativo, come intenzione cattiva: è reso avverbialmente per mettere in evidenza il suicidium Italiae, rispetto alla morte naturale della Grecia. 16 Invita va considerata in contrapposizione a sponte, ecco perché è intesa come “che agisce malvolentieri, contro voglia, a malincuore, per forza”. 17 Fides è propriamente la fede o fiducia. 18 Facto temerario dissidio…ablativo assoluto che rende ragione al passo precedente, quindi trattato con una causale esplicativa. 19 Non a caso è giudicato da molti storici un gravissimo errore politico della classe dirigente bizantina il sistematico rifiuto dell’Impero d’Oriente di riconoscere i regni romano-barbarici. 20 In riferimento alla precedente nota la sistematica opposizione bizantina alla politica conciliatoria di Teodorico creò nel re barbaro il legittimo sospetto di una congiura romano-bizantina per cacciarlo dall’Italia, e per reazione divenne tiranno dominatore. Concessere va inteso in correlazione a misere. 21 Trattasi di Amalasunta (526) uccisa da Teodato: questo fatto, infatti, fu il pretesto della guerra grecogotica (535-553). Fonti: Procopio da Cesarea, De Bello Ghotico. 22 Proh sta per pro evocativo, perché non regge l’ablativo, nella traduzione è reso con un’espressione parentetica. Ed. Sec. (1754): proh facinus! Invitavit, più che invitare, indica l’azione di spingere ad agire proprio in rapporto a praeda. L’invasione dei Longobardi (568) determinò un’ulteriore rovina. Gli in12

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vasori non furono in grado di conquistare tutta la penisola, lasciarono le regioni costiere ai bizantini, e si divisero il territorio conquistato in tanti ducati indipendenti, dando inizio a quel rovinoso frazionismo, che doveva durare fino al Risorgimento; alimentarono contrasti e divisioni, impedendo l’unità politica e spirituale dell’Italia. 23 Altra citazione del De Situ Iap., Antonio De Ferrariis, Epist. Sal., op. cit., p. 158. Il vocativo Spinelle è riferito a Giovanni Battista Spinelli, Conte di Cariati, destinatario dell’opera del Galateo. 24 Sine arbitris, come per dire in italiano “senza peli sulla lingua”. Nelle Epis. Sal. è tradotto senza giudici. 25 I monti Ripei si trovano nella Scizia. Ed. Sec., 1754: riphaeis. 26 Haec dimostrativo sostantivato, ha valore di “queste cose”, tradotto con le circostanze. L’audacia e la levitas le ho intese in senso negativo in riferimento al passo successivo. La levitas è propriamente la leggerezza, la poco affidabilità. 27 Homo adfluens omni lepore ac vetustate (Cic.), l’uomo ricco di ogni sorta di grazia e di attrattiva. 28 Gradum, è inteso come una gradualità che segna l’inizio (aditum) di una proficua produzione letteraria, come dire “il trampolino di lancio”. 29 Antica popolazione italica della penisola Salentina immigrata intorno al 1000 a.C. dalle coste orientali dell’Adriatico; il dialetto messapico, attestato da c.ca 200 iscrizioni, rivela una stretta parentela con quello illirico. Scontratisi più volte coi Tarentini, furono sottomessi dai Romani (267-266 a.C.). Città messapiche erano Brindisi, Lecce e Canosa. 30 In questo difficile passo sorge, forse in maniera più marcata che in altri, il problema delle fonti dell’illustre carbonense. Non è tanto Carmenta a creare condizioni di incertezza, quanto l’identità di Cadmaicas (Cadmaico), sarà stato uno scrittore messapico, di cui non si hanno notizie, l’unica notazione apportata nel testo, autore…profugo, potrebbe far pensare ad un autore locale salentino, fuggito evidentemente nel vicino (proximum) Illirico, ma conoscitore, anche se in dubbio (dicerint ne) della lingua e i caratteri, evidentemente alfabetici, dei Messapi. Possibili interpretazioni: 1) nome eponimo, καδμει˜ος, cadmeo, tebano, da Cadmo; 2) discendente di Cadmo; 3) Cadmo stesso, che secondo la tradizione, lasciò il regno di Tebe al nipote Penteo, e fuggito in Illiria con la moglie, a seguito di una profezia ne divenne re, (cfr. L. BIONDETTI, Dizionario di mitologia classica, Baldini & Castaldi, Milano 1999, alla voce) il che spiegherebbe quel passo tanto ardito; 4) Cadmilo di Mileto, logografo ionico. Carmenta fu profetessa italica, una delle Camene, antiche divinità delle sorgenti fluviali. Essa rendeva i suoi oracoli in versi, come dice lo stesso nome ed aveva a Roma un suo tempio, dove officiava un apposito sacerdote, il flamine carmentale. Secondo Igino (Favole 277) Carmenta avrebbe adattato l’alfabeto latino da quello greco, pertanto, la disputa prospettata dal Castelli, che sicuramente apprende da

quella Storia dei Salentini, innanzi detta, non è di poco conto e per ragione della quale sarebbe più opportuno forse tradurre quel caracteres, con caratteri alfabetici più che caratteristiche. Nella Ed. Sec. Del 1754, si trova cadmaicas, iniziante in minuscolo, pertanto, per la medesima sono da escludere le ipotesi 3 e 4. 31 Ritus propriamente indica le cerimonie religiose, i rituali, ed in senso più allargato anche gli usi e i costumi. 32 L’autore affida il compito alle lettere di preservare nel tempo le testimonianze storiche. Nel corso dei secoli i toponimi “Salento” e “Terra d’Otranto” sono stati usati indifferentemente. L’etnico “Salentini” si ritrova per la prima volta in alcuni testi latini, ed in particolare dal 267 a.C., dopo il trionfo dei Romani sui Messapi. Salento in latino è probabilmente la traduzione di “Terra del Sole”, mentre pare che in messapico stesse a significare “mare”. Cfr. Carlo Siconio, Historia de regno Italiae, lib. IX (sec. XVI); Ottavio Beltramo nella Descritione del Regno di Napoli (1671) diviso in 12 provincie, riporta come settima la provincia di “Terra d’Otranto”, che anticamente fu anche nominata Hidrunto, Iapigia, Messapia e Salento; l’abate cistercense Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, tomo VIII (ed. veneta del 1721), fa un excursus storico geografico: Provincia Decimanona Seu salentina quam hodie terram Hydrunti vocant […] Terra Hydruntina primum Iapygia Messapiaque, indi Calabria, et Salentinorum regio fuit dicta Japygia ab Japygibus, qui Messapia denominata a Messapio Graecorum ductore […] Salentium Fastus solum derivat quae Salentini pene circunquanque mari ambiuntur […] Hodie ab incolis ab Hydrunte Terra Hydruntina, vulgo Terra d’Otranto, dicitur.; (La Provincia decimanona che oggi chiamano la Terra di Idrunte (…) La Terra Idruntina fu denominata prima Iapigia e Messapia, indi Calabria e regione dei Salentini: Iapigia dagli Iapigi, Messapia da Messapio, condottiero Greco. (…) Il Fasto del Salento deriva dal fatto che i Salentini sono circondati, quasi d’ogni parte, dal mare (…) Oggi viene chiamata dagli abitanti di Idrunte Terra Idruntina, per il volgo Terra d’Otranto.); Giuseppe Pacelli, Atlante Salentino (1807); Cosimo De Giorgi, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, 2 voll. (1888). 33 Totila, re goto (542-552) riconquistò l’Italia, tranne Ravenna, partendo da Verona, tenne testa a Belisario (544-549) ma venne sconfitto da Narsete a Tagina (Gualdo Tadino), cfr. A. MOTTA, Totila e la Lucania in Radici, n. 15. Fortitudinem…indica propriamente la fortezza: fortitudo, quae est dolorum laborumque contemptio (Cic.), la fortezza d’animo, che è disprezzo dei dolori e delle fatiche. Nella Ed. Sec. del 1754 non c’è …fortitudinem qua passi sunt…, ma …fortitudinem? Passi sunt… Sarebbe: …imprese dei Salentini, la forza d’animo, la durezza? Hanno dovuto resistere a Totila… 34 Benevento era la capitale della Langobardia meridionale. Sulle origini, frammentazione e fine della Langobardia Minor, il Duca Romualdo, cfr. V. VON FALKENHAUSEN, I Longobardi Meridionali, in
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AA.VV., Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, vol. III della Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso, UTET, Torino 1983, pp. 251-364; NICOLA CILENTO, Italia Meridionale Longobarda, Ricciardi, Milano-Napoli 1971; T. PEDIO, La Basilicata Longobarda, Levante, Bari 1987. 35 Il Castelli definisce Boemondo pietate in superos (celesti) claro perché partecipò alla I Crociata. Fonti: Gesta Francorum et aliorum Hierosolymitanorum (1101); Historia Belli sani (1118); Goffredo Malatesta, Lupo Protospatario, Annales Calenses, Atti del Convegno di Studi: Boemondo, da Taranto, ad Antiochia, a Canosa. Storia di un Principe Normanno, Taranto 16 Maggio 1998; T. PEDIO, La Basilicata Normanna, Levante, Bari 1987; V. FALKENHAUSEN, Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca Bizantina e Normanna in Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’Età Moderna, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti del Convegno internazionale di studi, Potenza-Carbone 26-27 Giugno 1992, Congedo Editore, Galatina 1996. E. CUOZZO, Quei maledetti Normanni. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Guida, Napoli 1989. Quem…abstulere. Periodo molto controverso, riferito probabilmente al precedente Boemundoque filio. L’evenienza che si tratti di Boemondo junior è comprovata dalla notizia della morte in Oriente, e precisamente in Cilicia (stato in luogo) per mano di Alapiano, proveniente dalla regione del Rodano. Rodani sta per Rhodani: si riferisce al fiume Rodano e non a Rodi, e più che locativo, esprime, a mio parere, provenienza (francese rhodanien). Altro personaggio sconosciuto risulta essere il goto Alapiano e del suo ruolo storico nei fatti di Boemondo, pugliese per origine, normanno per stirpe, (Guglielmo di Malmesbury, Gesta Regum, 349ss.). Sicuramente era un vassallo di Raimondo di Tolosa, il cui impero, oltre che in oriente, si estendeva nella zona del Rodano. Raimondo, infatti, ebbe contrasti con Boemondo di Altavilla, si battè sull’altopiano anatolico (quindi in Cilicia?) e fu sconfitto dai Turchi presso Ankara nel 1109. Tornato in Siria fu fatto prigioniero da Tancredi, nipote di Boemondo e liberato assalì Tripoli, senza portare a compimento l’impresa. 36 Laudator temporis acti. (Hor., A. P. 173), elogiatore del passato. 37 Lisippo, scultore greco nato a Sicione nel 370 a.C. Massimo rappresentante della corrente peloponnesiaca e maestro di numerosi artisti, tra cui Carete. Produsse un gran numero di opere in bronzo. 38 Mirum…columna: espressione di Plinio. Quando fu scolpito, lo Zeus bronzeo di Lisippo era la statua più alta del mondo greco (circa 18 m.), era posto nell’agorà di Taranto, ad oriente del canale navigabile, come ci racconta Strabone (Geografia IV, 3,1). L’Eracle, invece, era alto 5 m. e si trovava in un recinto sacro dell’Acropoli, laddove oggi è la città vecchia. 39 Chares di Lindo (Rodi, fine sec. IV – inizio sec. III a.C.) scultore greco, fu allievo di Lisippo. É celebre per aver eseguito per la propria isola la grande

statua bronzea di Helios (Solis), il cosiddetto Colosso di Rodi, una delle 7 Meraviglie del mondo. Nella Ed. Sec. del 1754, manca supradicti, quindi si trova Chares Lyndius Lysippi discipulus, Carete di Lindo discepolo di Lisippo. 40 Et ita natura comparatum videtur, letteralmente sarebbe “pare che così sia stato disposto dalla natura, che…”. 41 Solone, legislatore e poeta ateniese (634 a.C.). Non risulta una tale citazione nei frammenti di Solone, altrettanto oscura è l’identità di questo famoso (ille rafforzativo, proprio quello) sacerdote egizio, non è da escludere che si alluda a fatti riportati dal mitografo Manetone, anche se, a mio avviso, la fonte principale sia da ricercarsi nei dialoghi platonici e precisamente del Crizia e del Timeo, ove si parla di un sacerdote egizio, che rivelò il mito di Atlantide al giovane Solone. Attico Soloni, letteralmente “a Solone l’Attico…”. 42 Nei corsi dei secc. IX-XI si verificarono nelle Puglie anche cospicue immigrazioni di greci, che costruirono più di quaranta villaggi dopo la riconquista di Basilio I (Cronaca di Teofanie Continuatus), il quale inviò 3000 uomini nella Thema di Langobardia per fondare nuove colonie. Il Castelli si riferisce probabilmente ad un popolo misto italogreco, presente in Messapia. 43 Vocis sono, il suono della voce, viene tradotto in fonologia. 44 Passo un po’ controverso. Il Castelli accenna senz’altro ad una popolazione nomade, che ha la stessa lingua ed il dialetto della Iapigia e mette l’accento sulla familiaritas delle donne di questo popolo, le quali, nonostante la scurrilità del discorso (simplicitate sermonis), le leggi della strada (leges itineris), trattandosi di un popolo di viaggiatori, gli amici che potrebbero fraintendere i sentimenti (amici aliter sentienti), alcuna necessità di stare con gli uomini (necessitudo cum hominibus nulla), cioè di avere con loro rapporti, anche sessuali, non furono mai distolte dal loro proposito, anche se non lo fecero mai per voto (res non accidit pro voto). L’autore vuol metterne in evidenza il pudore di quelle donne misteriose e la dignità di questo popolo sconosciuto, di cui ne descrive, ancora oltre, le caratteristiche. 45 È il discorso precedente del dialetto, di cui l’autore accenna l’uso di due termini sconosciuti: cephas e khyros. Benché il Castelli sottintenda una lingua sconosciuta, lamentando il fatto di non potersi avvalere di studi comparati, si può supporre quanto segue: CEPHAS, voce di origine indoeuropea, sscr. Kapāla, tazza, piatto, cranio, guscio d’uovo, gr. Κεφαλή, lat. Caput, cephă, testa. KHYROS, voce di origine indoeuropea, sscr. Kira(t), maiale, cospargente, gr. Χέω, spando. 46 Si…valeremus, più che esprimere un periodo ipotetico, mancando dell’apodosi, ha valore desiderativo: “fosse che, avvenisse che”. Comparatione, è inteso nel senso di studi comparati, come pure pondera verborum, il peso delle parole, interpretato meglio
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con significato. 47 Galateo auctore è l’ablativo assoluto che regge la proposizione personale successiva. 48 Vestes, propriamente gli abiti: le abitudini (habitus). 49 Mediterraneus significa lontano dal mare, quindi nell’entroterra. Nemini è dativo di possesso. 50 L’autore sembra qui delineare quell’identità propria dei lucani e tanto attuale. 51 Si noti il paragone usato di intrecciare la storia con un filo più lungo (uberiori filo) tradotto con “stile più ricco”. 52 Il luca bos, lucae bovis, o bue lucano è l’elefante, cfr. E. MAGALDI, La Lucania Romana, Istituto di Studi Romani, Roma 1947, I, pp. 215-216. 53 Oenoniorum, Aeusonumque quondam sedes è chiarito meglio nella Editio Secunda dell’Epistola come Oenotriorum, Ausonumque quondam sedes, la patria degli Enotri e degli Ausoni. L’Ausonia era indicata come quell’ampio territorio, che nell’Italia preromana e preellenica, andava dal basso Lazio fino allo Stretto di Messina; ed infatti gli storici e geografi greci, chiamarono Ausoni quelli che l’abitavano. La denominazione deriva da Ausone, figlio di Ulisse e Circe, o la ninfa Calypso. I Romani li identificarono erroneamente con gli Aurunci, altra popolazione italica. Gli Ausoni furono tra i primi popoli indeuropei a stanziarsi in Italia. L’Enotria era l’antico nome (dagli italici enotri) dato dai greci all’Italia Meridionale, Serv. Aen. I,532; Oenotria tellus, l’Italia, Verg., Aen. VII,85; Οινωτρία, Enotria, Bruttio e Lucania, poi Italia tutta, Erodoto, Storie, 1,167; ARST, per maggiori approfondimenti cfr. S. MAZZARINO, Il pensiero storico classico, Laterza, RomaBari 1994, 2 voll., ed in particolare il tema della terra Italia, II, pp. 212 ss.. 54 L’odierno Golfo di Policastro. 55 Velia, l’antica Elea, colonia focese, fondata in Lucania nel 540 a.C.; fu la prima sede della scuola eleatica, i cui esponenti principali furono Parmenide, Zenone e Melisso di Samo. Buxentum, antica colonia romana, nacque agli albori del II secolo a. C., dopo che l’insediamento di Pixares andò in crisi. Nel 187 a.C., divenne Municipium. 56 Impendentium montium altitudines, espressione classica, le altezze dei monti sovrastanti. 57 Famosi sono stati sempre i maiali lucani ed i prodotti derivati dalla lavorazione delle carni suine (lucanicae), cfr. E. MAGALDI, op. cit. Nell’Ed. Sec. si legge & sylvae, ubi lucanus aper. 58 Salute, in riferimento ai vini è intesa come salubrità, ma se si vuole anche come conservazione. Come ci riportano gli scritti di Strabone e di Plinio, a Grumentum si producevano i vina Lagarina, che erano vini dolci, delicati e medicamentosi. 59 Oppidum è generalmente inteso come città fortificata. 60 Sibari era una città lucana celebre per il lusso e la

mollezza. 61 Uradanus, dovrebbe trattarsi dell’antico nome del Bradano. Nell’Ed. Sec., infatti, è scritto Bradam, accusativo, si suppone, pertanto, un mero errore materiale tipografico. 62 La stessa Taranto deriva dal fiume Taranto o Taro, che sbocca al mare a poca distanza dalla città; anzi il nome stesso significa insediamento presso il Taro. Taras fu anche municipio romano fondato dal leggendario Taras, figlio di Nettuno 12 secoli prima della fondazione di Roma. Taras era anche il nome che i Messapi avevano dato al piccolo fiume. Il passus, usato d’ora innanzi, come unità di misura di lunghezza, corrisponde a m. 1,479: mille passus è un miglio. Ibidem nota 61, Brada, nominativo. 63 Augusto fu a Taranto nel 37 a.C. per incontrare Marco Antonio, nell’occasione della stipula di uno storico patto. 64 L’Acalandro, l’odierno Cavone-Salandrella, il Casuento era l’antico nome del Basento. 65 Tertia designa la terza circoscrizione delle province italiche augustee. 66 Periodo ipotetico del I tipo con apodosi all’infinito futuro (communia fore). Studia: le inclinazioni del popolo, oltre che gli studi. 67 Idrunte (Otranto) nell’antichità era ascritta come città della Calabria, perché così era denominata la Iapigia. 68 Citazione castelliana della Legatio Liutprandi, cfr. Monumenta Germaniae Historica, Leipzig, K. W. Hiersemann, 1925-1933, tomo III, p. 361, Scripsit itaque Polyeuctos, Constantinopolitanus Patriarcha, privilegium Hydruntino Episcopo, quatinus sua auctoritate habeat licentiam episcopos consecrandi in Acirentila, Turcico, Gravina, Maceria, Tricario, qui ad consecrationem Domini Apostolici pertinere videtur. Due bellicosi coimperatori: Niceforo II Foca (963-969) appartenente alla dinastia macedone e Giovanni I Zimisce (969-976), riconquistarono Creta, la Cilicia, Cipro, Aleppo, Antiochia, Damasco. L’epopea bizantina si concluse con la sottomissione dei Bulgari, operata da Basilio II (996-1014), facendo leva sul principio dell’esercito composto da contadini-soldati, che poi divennero coloni delle terre conquistate. In Italia lottarono coi Longobardi ed i Normanni. Niceforo Foca fece anche ricostruire la città di Taranto 40 anni dopo il saccheggio dei saraceni (15 agosto 927). Cfr. T. PEDIO, La Basilicata Longobarda, op. cit., ad vocem. 69 Sull’impero di Boemondo, vedi nota 35. 70 Quae in Orientem vergit, che si volge ad oriente, orientale. 71 Sul Monastero Basiliano di Carbone si può consultare P. Emilio Santoro, Historia Monasterii Carbonensis ordinis Sancti Basilici, Romae 1601, anche nella traduzione di Marcello Spena, Istoria del Monistero di Carbone, Morelli, Napoli 1831, nella quale opera è riportato per intero il diploma di Boemondo, pp. 60 sgg.; Il monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio… Atti del convegno di studi, op. cit.;
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G. ROBINSON History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone in Orientalia Christiana, annate 19281930. 72 Principis enim est, genitivo di pertinenza. Orientem brumalem versus, il freddo Oriente. Brumalem deriva da bruma (breve, onde il giorno più breve, il solstizio d’inverno) e significa brumale, invernale, freddo. 73 Cum dominium, il condominio, inteso come dominio insieme a Boemondo, e non potestate cum dominio, altrimenti cum avrebbe dovuto reggere l’ablativo. 74 Santoro, Historia, op. cit., e l’abate Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, Venetiis 1717-22, opera monumentale in 6 voll. 75 Nella Ed. Sec. è posto illinc Anglona. Hinc… illinc, di qui, di lì. Regulus è diminutivo di rex, reuccio, re di un piccolo paese, dunque principe. 76 Spiega il passo precedente & nomen genti dederat. Il primo conte di Chiaromonte, infatti, colui che anche diede il nome alla cittadina, fu Ugo I della famiglia Chiaromonte, detto anche il “Monocolo”, proveniente da Clermont (Val d’Oise – Francia). Nello stemma della famiglia, come pure in quello di Chiaromonte, compaiono, infatti, cinque monti. Le origini di Chiaromonte risalgono all’epoca medievale, come è testimoniato da alcune carte greche del 1093. Ricostruito dopo il terremoto del IX secolo dai Normanni, fu feudo della famiglia Chiaromonte fino al 1319, poi passò ai Sanseverino di Bisignano. Cfr. L. G. MENANGER, Inventaire des familles Normandes et franques émigrées in Italie méridionale et in Sicilie (XI-XII siècle) in AA.VV., Roberto il Guiscardo e il suo tempo. Relazioni e Comunicazioni della Prima Giornata Normanno-Sveva (Bari, Maggio 1973), Roma 1975. 77 Filippo Cluverio, geografo, Italia Antiqua, Lione 1624. Ed. Sec.: Cluerio. 78 Ludovico Antonio Muratori (Vignola 1672 – Modena 1750) erudito e storico; sacerdote, fu prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano e poi della Estense di Modena. Fondatore della moderna storiografia, che fa assegnamento su basi scientifiche e documentarie, si occupò del primo medioevo, ordinando una monumentale raccolta di fonti (Rerum italicarum scriptores, 25 voll. 1723-51), che illustrò nelle Antiquitates Italicae Medii Aevi (1738-42); importanti anche gli Annali d’Italia (1744-49). In estetica sostenne l’idea di una poesia utile e razionale (Della perfetta poesia 1706). 79 Lucas Holste, detto Holstenius, od Olstenio (Amburgo 1596 – Roma 1661), geografo, filologo e studioso di fama internazionale, fu bibliotecario del Barberini, della biblioteca Vaticana e di quella della Regina Cristina. Sulla storia della città di Grumento F. S. ROSELLI., Storia Grumentina, 1882; sugli errori intorno al sito di Grumento, ivi, pp. 27 sgg.. 80 Ed. Sec.: Agrimons, mero errore materiale di trascrizione. Nella Ed. Sec. non è riportato l’avverbio

recte, riferito evidentemente al fraintendimento sui siti. Ostium, significa porta, entrata, se riferito a fiume si traduce con foce. 81 Grumentum, città illustre della Lucania, sorse nella prima metà del III sec. a. C., quasi contemporaneamente a Venusta (291 a.C.) e Paestum (273 a.C.). Importante nodo della Via Erculea, donde partiva un’altra strada che intercettava la Popilia sul versante tirrenico in Nerulum, Grumentum, sito militarmente strategico fu scelto dai Romani come sede per le operazioni belliche contro i Sanniti. Nel 215 e nel 207 a.C. divenne obiettivo di conquista di Annibale, ma a 500 passi (750 m.), sul colle di Grumento Nova, i Cartaginesi vi ebbero la peggio. Dopo un lungo periodo di floridezza economica, con la guerra sociale (90 a.C.), Grumentum, alleata degli Italici, che insorgono contro Roma, conobbe una lunga crisi, che si protrarrà sino agli inizi dell’età augustea (42 a.C.). Da questo periodo hanno inizio i lavori di ricostruzione del teatro, le terme, il forum ed il capitolium. Intorno alla fine del I sec. a.C., così fortificata ed abbellita riprese il ruolo di città cardine della Lucania meridionale. Imponente la costruzione dell’acquedotto, che portava l’acqua nella Civita. Nel 370 divenne sede episcopale e lo resterà sino al 954. Dal VI-VII sec. a.C. iniziò quel processo di abbandono, fino agli inizi dell’anno Mille, quando fu rasa al suolo dai Saraceni. Cfr. MAGALDI, cit. 82 Simulandi…sedulitas, l’atto del simulare, che nel suo proprio senso recondito significa fare o rendere simile, quindi anche “prendere l’aspetto di…”, poi imitare, rappresentare, ma anche fingere. Nel contesto del passo, potrebbe indicare anche l’atto del plagio, ma soprattutto la finzione derivante dalla veritatis occultatio, cui fa riferimento il Castelli. Nella Ed. Sec., difatti, l’autore marca ancora di più questo fatto:…arguta sedulitas; utque alius alii ignotam…etc, letteralmente: siccome uno scopri una notizia ignota all’altro e la chiarisca. Miscella, dall’aggettivo miscellus, mescolato, svariato, propriamente significa miscellanea di scritti, il contesto è chiarito dalla Ed. Sec.: miscella, usato con iniziale minuscola. Più che indicare un autore, pertanto, non si sa a quale scritto si riferisca. 83 L’autore chiarisce l’equivoco determinato dall’errore di confusione tra i nomi di Pisciotta, sorta nel 915 d.C., dopo che i Saraceni saccheggiarono Bussento, infatti, molti si trasferirono al di là del promontorio di Palinuro, dove fondarono un piccolo villaggio, che chiamarono Pixoctum (onde Pixocta – Pissotta – Pisciotta), e Piscinola, Casale vicino Napoli, a nord tra Miano Marianella e Secondigliano. Lo scrittore, alla fine, tira le somme del suo itinerario (iter). Questo processo di colonizzazione forzata è sicuramente inseribile in quella politica giustinianea di riconquista della parte occidentale dell’Impero, nella quale ebbero un ruolo fondamentale i generali barbarici Belisario e Narsete, sebbene questo processo di romanizzazione fosse iniziato molto tempo prima, in epoca romana (cfr. MAGALDI, op. cit., pp. 193 e sgg.). In Urbem, nella Città per eccellenza, Napoli.
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Il Castelli non appone la data della lettera ma si apprende dal Calcografo per il lettore alla già citata seconda edizione che questa fu scritta nel 1733 e pubblicata per la prima volta dal camaldolese Angelo Calogerà, nella Raccolta di Opuscoli scientifici, e filologici, Venezia 1735. Tra le due edizioni non vi sono notevoli differenze, al di là della punteggiatura, che in molti passi diverge, e al di là delle differenze terminologiche, già riportate in nota alla presente traduzione, che essenzialmente si attiene all’editio princeps, si riportano in generale le principali diversificazioni a partire dalle radici nominali (per comodità si usa per alcuni nomi ricorrenti il nominativo, dato che le difformità si riconducono maggiormente all’uso delle lettere minuscole/maiuscole, si segue l’ordine di lettura del testo): graecus/Graecus; oriente/Oriente; Sacramenti/sacramenti; Ripheis/ripheis; Ulissi/Ulyssi; Cadmaicas/cadmaicas; colonia/ Colonia; Brutio/brutio; Boemundus/Boëmundus; italograecus/Italograecus; Pyrrico/pyrrico; Punico/ punico; Paestanus/paestanus; Ionium/Jonium; Silvae/sylvae; baronum/Baronum; Hydruntino/ hydruntino; castro Saracenisco/ castro saracenisco; castellum/Castellum; colles/Colles; Vale/V..., inoltre alcuni passi riportati in corsivo nella prima edizione non lo sono nella seconda e viceversa.

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Vincenzo Capodiferro è nato a Lagonegro, in Provincia di Potenza, nel 1973 e si è laureato in Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Attualmente, per motivi di lavoro, vive a Varese. Nella sua permanenza in Basilicata è stato, tra l’altro, Assessore alla Cultura nel Comune di Castelsaraceno ed ha collaborato con periodici locali, quali l’Eco di Basilicata di Lauria. In campo poetico ha esordito con Stralci e briciole di vita, Ed. Gabrieli, Roma 1997. Ha curato la Prima edizione del concorso di poesia «Nicolò Picinni». Tutti poeti, Agesa, Moliterno 2000, nonché la presentazione dell’opuscolo Carnevale Castellano, Falabella, Lagonegro 2000, dopo di che si è dedicato prevalentemente a studi storici e filosofici: Una Domenica di sangue. Terra e libertà nelle infime convalli lucane, edito da Paolo Laurita, Potenza 2002, con un’intervista a Tommaso Pedio sui moti legittimisti del 1860 nel Lagonegrese ed un saggio introduttivo di Antonio Motta; La dittatura di Dio. Libertà e dispotismo in Nicolas Antoine Boulanger, edito da Clinamen, Firenze 2006, con Vita e opere di N. A. Boulanger (1722-1759) di Denis Diderot, Introduzione di A. Viola.

Il novecento: il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato un secolo policromo, ricco di ismi, correnti letterarie, correnti critiche. SAGGISTICA Per quanto riguarda la creatività letteraria si è assistito a una molteplicità di forme espressive e comunicative. Diverse sono state le correnti letterarie in Italia: il decadentismo, il crepuscolarismo, il futurismo, l'ermetismo, il neorealismo, la neoavanguardia, il postermetismo, il neosperimentalismo, il neo-orfismo. Se consideriamo anche l'Europa bisogna ricordarci anche dell'espressionismo, del simbolismo, del dadaismo e del surrealismo. Non sono naturalmente mancate le polemiche, come quelle tra tradizione e neoavanguardia e come quelle tra neorealisti e postermetici. Mai come nell'arco del '900 la letteratura ha registrato dei mutamenti così radicali. Nel primo novecento la letteratura italiana passò dall'estetismo dannunziano all'ermetismo, che stilisticamente si distingueva per le sue analogie, le sue sinestesie e per l'assolutezza della parola poetica; da un punto di vista etico si registrava il passaggio dai vizi e dal lusso sfrenato di D'Annunzio a una letteratura - come quella ermetica - intesa come impegno e testimonianza civile. Se si considerano le riviste questo cambiamento di rotta, questa svolta dal dannunzianesimo a un ruolo nuovo di letterato avvenne ancora prima. Infatti "La Voce", nella prima fase diretta da Prezzolini, fu una rivista "militante", che si pose problematiche filosofiche e sociali, come la questione meridionale e la politica del trasformismo giolittiana. In prosa si passò dagli epigoni del verismo all'antiromanzo, cioè a un romanzo-saggio in cui si dissolveva il personaggio e predominavano il contenutismo, i sociologismi e gli psicologismi. I protagonisti dei romanzi del '900 sono quasi tutti inetti e/o nevrotici, a cominciare dai personaggi di Svevo. Ma nella maggioranza dei casi la causa del disagio esistenziale è ignota. Solo nel "Memoriale" di Volponi la paranoia del protagonista ha un motivo certo, ovvero l'espulsione dalla fabbrica a causa della tubercolosi. Molti scriveranno della nevrosi, ma Tobino con "Le libere donne di Magliano" sarà colui che affronterà il tema della follia nel modo più realistico. Uno dei pochi che resiste alla tentazione dell'inettitudine è Fenoglio. Per lui si tratta semplicemente di osservare e trascrivere ("see and transfer"), come riesce a fare magistralmente ne "Il partigiano Johnny". Raramente il malessere esistenziale dell'uomo contemporaneo passa in secondo

piano. Succede però in "Garofano rosso" di Vittorini, in cui viene descritto il clima del fascismo e le sue conflittualità sociali. Accade anche in "Gente d'Aspromonte" di Corrado Alvaro, in cui viene posta in evidenza l'arretratezza sociale ed economica dell'Italia di allora. Le tematiche dell'inettitudine e della follia vengono eluse anche dai grandi romanzi del '900, che trattano in modo esemplare le conseguenze del nazi-fascismo: "Il giardino dei Finzi-Contini" di Bassani (l'emarginazione degli ebrei), "Se questo è un uomo" di Primo Levi (il lager), "Cristo si è fermato ad Eboli" di Carlo Levi (il confino). Durante il periodo della guerra e dell'immediato dopoguerra la letteratura italiana è contrassegnata dall'impegno morale e politico. L'unico che si concede un divertissement è Vasco Pratolini con "Le ragazze di San Frediano". Anche in poesia avvennero dei mutamenti radicali. Si passò dalle reminiscenze petrarchesche-leopardiane del Canzoniere di Saba a un frammentismo, talvolta prosaico. Il novecento non è stato caratterizzato solo dall'originalità delle correnti letterarie, ma anche da quella dei singoli autori. Si pensi per esempio alle innovazioni introdotte da Ungaretti, che fu il creatore del versicolo. Nel novecento comparve nel mondo della scrittura anche l'altra metà del cielo. Furono protagoniste della scena letteraria la poetessa Ada Negri ed Elsa Morante, che scrisse capolavori come "L'isola di Arturo" e "La storia". Ci si ricordi anche di Natalia Ginzburg, che in "Lessico famigliare" ritrasse l'ambiente culturale torinese antifascista, di cui fecero parte Cesare Pavese, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Giacomo Debenedetti. Diverse sono state le correnti della critica: lo storicismo marxista, il crocianesimo, lo storicismo gramsciano, lo strutturalismo, la critica psicanalitica. Non vanno nemmeno dimenticati gli apporti più recenti della semiotica e dell'ermeneutica nell'ambito della critica letteraria. La letteratura nel secolo appena trascorso non è stata considerata solo a livello sintattico, stilistico, simbolico, ma i critici del '900 hanno indagato a 360 gradi sul rapporto autore-opera e sul rapporto lettore-opera. Attualmente non è ancora possibile fare un bilancio del '900, valutare obiettivamente la portata di correnti letterarie ed autori, stimare effettivamente l'eredità di questo secolo, appena trascorso. Può accadere anche che autori che nel corso della loro vita ebbero fortuna critica vengano dimenticati e che autori, che non conobbero grande notorietà un tempo, vengano rivalutati. Ciò sta in parte avvenendo con D'Arzo, Silo-

“Alcune considerazioni sul Novecento”
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di Davide Morelli

ne, Comisso, Brancati, Manganelli, D'Arrigo. La letteratura del '900 è stata contrassegnata da innumerevoli svolte epocali e da profonde trasformazioni. Tutto ciò per aderire maggiormente alle realtà sociali, economiche, politiche, antropologiche di un secolo colmo di errori, orrori, nefandezze di ogni genere. Tutto ciò per riuscire a decifrare la successione, mai fino ad allora così veloce, di avvenimenti. Il novecento è stato un secolo intenso; ricco di paradossi e rompicapi da risolvere, di enigmi da decifrare. Illustri filosofi hanno cercato di rintracciare la causa principale della crisi della modernità. Freud scrisse del "disagio della civiltà", Max Weber della "gabbia di acciaio". Per Nietzsche l'origine di tutti i mali è il nichilismo, per i marxisti il plusvalore e i mezzi di produzione, per i cattolici la secolarizzazione, per gli esistenzialisti l'angoscia della scelta. Per Husserl il mancato ritorno al mondo della vita, per Mounier l'individualismo, per Dewey il fatto che il mondo sia aleatorio e rischioso. Per Niezsche Dio è morto, gli strutturalisti invece annunciano la morte dell'uomo. Ma forse non esiste una sola causa alla crisi della modernità. Forse sono molte le cause. La letteratura italiana del '900 ha cercato di intraprendere la sfida al labirinto gnoseologico-culturale, di cui parlò Calvino. Una sfida difficile, ma allo stesso tempo anche affascinante. La letteratura italiana del '900 proprio come uno dei personaggi più famosi di Pirandello il fu Mattia Pascal - ha dovuto rischiare più volte il proprio patrimonio (in questo caso la propria tradizione) come chi gioca al casinò, darsi per morta e cambiare identità per ritrovarsi e ritrovare il senso di un mondo, sempre più arcano e sfuggente. Talvolta ha assunto rischi folli in modo ludico, presentando i lati più grotteschi e più comici della realtà. Si pensi per esempio a Landolfi, a Zavattini, a Malerba, ad Achille Campanile, a Cavazzoni.

“Controedicola”
(anteprima)

Copertina della prima edizione di Le libere donne di Magliano (1953) Nel suo lavoro dedicato alla cura psichiatrica, che svolse con passione per tutta la vita, Tobino intravide una sorta di condizione a suo modo felice. Quella di una "anormalità" che riscatta, nelle sue manifestazioni meno atroci, la pesante "normalità" dei cosiddetti sani di mente. Tutto questo apparve, con grande scalpore, nel romanzo Le libere donne di Magliano che Tobino pubblicò nel 1953. “Dopo un qualche tempo che abitavo in manicomio e frequentavo i matti per la durata del giorno e spesso in ore notturne, mi si maturò con lentezza una convinzione, e giovanilmente quasi mi parve una scoperta. Certe persone, in precisi momenti della loro vita, fino ad allora senza alcun rilievo, cominciavano a ubbidire al loro segreto perché. Grano a grano, tessera a tessera, si costruivano, formavano se stesse, si creavano una personalità, che era poi quella loro, la vera. E, quando questa era completata, la manifestavano con gioia, con orgoglio, con sicurezza, quasi un loro dovere. Notai inoltre che per innalzare con più agio la loro costellazione, mettevano da parte ogni affetto, allontanavano da se stesse quelli che sono i comuni sentimenti, la cura dei figli, la tenerezza verso la madre, lo scambio dell'amicizia. Mi parve dunque che queste persone non erano colpite all'improvviso dalla follia, ma vi arrivavano perché dettati, costretti dalla composizione della loro natura.” Mario Tobino (1910-1990), psichiatra, esordì nel 1952 con Il deserto della Libia (Einaudi), cui sono seguiti Le libere donne di Magliano (1953), La brace dei Biassoli (1956), Il clandestino (1962, premio Strega), Per le antiche scale (1971, premio Campiello), La bella degli specchi (1976, premio Viareggio), per citare solo alcune delle sue opere più significative. (Tratto da http://www.internetculturale.it)
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In un’epoca nella quale il pensiero scivola su una fenomenologia della perdita irrimediabile del significato e su una duratura e indecisa intenSAGGISTICA zione espressiva, quale ruolo può giocare la poesia? E di quale poesia possiamo parlare oggi? Di una poesia del compimento trionfale del surrealismo? Di una poesia rievocativa, nostalgica, appartenente alla tradizione moderna, la quale non è che l’altro volto della noia? Una poesia militante, empirica, che risponde alle grida con un altro grido, alla stregua di una chiamata filosofica? O forse di una poesia in bilico tra la parola pronunciata e il suo significato? Oppure ancora di una poesia meditativa, che suo malgrado diviene potentemente lirica? Tuttavia la scrittura poetica ha già attraversato l’intero orizzonte meditativo. Così esiste in Baudelaire, “meubles voluptueux”, una teoria dell’agire comunicativo o dell'intenzionalità. Il desiderio di evasione è rinvenibile in Ηolderlin e Rimbaud, come ritiro incondizionato? L’indeterminatezza e la sconfinatezza di Kristeva si trova nei poeti come Jim Rosenberg, Frank O’ Hara, Andrew Levy e Jackson Maclow. La finitudine del soggetto appare in Nerval. Il vuoto senza respiro, come interruzione del respiro, è riproposto da Deleuze nei suoi ultimi scritti; ed esiste anche in Baudelaire (si vedano i “Fleurs du mal” per citare Proust quando parlava dell’interruzione del respiro nella scrittura di Baudelaire). La pienezza del discorso, del suono, che carpisce l’interiorità senza violarla, così come la contrapposizione tra discorso e scrittura (punto di disaccordo tra Walter Ong, Emmanuel Levinas e Derrida, in sostanza contrapposizione tra fenomenologia del suono e fenomenologia della scrittura, la quale scaturisce da un felice fraintendimento del dialogo platonico, nella frase “λόγους λέγειν τε και γράφειν” laddove in definitiva, per numerosi filologi, il logos significa discorso e scrittura, e non necessariamente una qualche scissione, come sosteneva Derrida) esiste nella poesia di Edmond Jabes. [1] Ciò malgrado la poesia non investe nello sforzo ermeneutico (prerogativa filosofica e psicanalitica, e

“L’immagine unificante della scrittura poetica e del pensiero filosofico”

menomamente poetica, per quanto ciò possa sorprendere, perché la poesia è meta-ermeneutica) poiché tale sforzo resta deformante ed opera come tale in base al fatto che lo sforzo ermeneutico non ha sufficiente “forma”. Ma inoltre, la poesia non impone condizioni di dominio, che vadano oltre il significato e il non significato. Un oltre che insidia persino la filosofia di Derrida (l’oltre della conoscenza assoluta, come spostamento finale e radicale allo stesso tempo, ci dirà in L’ecriture et la difference, Seuil. 1967, p. 371) e il suo pensiero, orientato da ciò che ribalta, allo scopo di estrarre le conseguenze, non necessariamente “esistenziali” si innesta nell’ispessimento di un oltre. Ecco perché è d’accordo con Philip Sidney, riguardo ai poeti, quando dice che essi non mentono mai, ed adotta nel “Qual quelle” la prospettiva di Valery, secondo la quale la filosofia dovrebbe assumere il radicamento della poesia. La poesia pluricausale e acausale, (secondo Κ.Axelos) [2] illumina la questione, affermando che quanto più estranee sono tra loro le cose, tanto più magica è la luce che prorompe dal loro contatto. Una bellezza che scaturisce dall’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello. La parola poetica, per quanto possa apparire simbolica, giunge a rendere l’universale concreto e il significato astratto un’immagine incarnata, e ciò perché essa soltanto racchiude in sé qualcosa della singolarità dell’immagine del mondo. Note [1] Vedi: Hans Robert Jauss, Pour une esthetique de la reception, trad. de l’allemand par Claude Maillard, ed. Gallimard, Paris 1978, p.49. Anche Wolfgang Iser, L’arte de lecture, trad. de l’allemand par Eveiyne Sznycer, ed. P. Mardaga, Bruxelles 1985, p.321. Anche Pierre Van Den Heuvel, Parole, Mot, Silence; pour une poetique de l’enonciation, ed.R.Corti, Paris 1985, p.65. [2] Vedi: K.Axelos Systematique Ouverte Les Editions de Minuit, 1984, p. 123.

di Apostolos Apostolou
Foto M.Nigro
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Apostolos Apostolou (adfapostolou@yahoo.gr) Dottore in Filosofia, ha insegnato in diverse Università. Fondatore del Pensiero e della Consulenza Filosofico - Poetica, riconosciuto a livello mondiale; scrittore e direttore della rivista "Yfos". Amministratore dell'Istituto Europeo Pratiche Filosofiche e Antropologia Filosofica. Direttore dell'Università del Tempo Libero di Atene - Nuovo Psichico (Grecia).

RILIEVI ORTOGRAFICI (1) Risulta notoriamente scontata la scarsa familiarità del Nostro con la punteggiatura – soprattutto per quanto attiene a un elementare uso delle virgole – nel corso dei trentotto capitoli. Qualche esempio rilevante? Al poetico novenario iniziale segue una proposizione relativa “necessaria o attributiva” (come testimonia anche il nodo costituito dall’aggettivo dimostrativo d’apertura = quello specifico ramo…), decisamente restía alla virgola di stacco: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume,… Lo stesso passo, nell’edizione del 1825-’27, è punteggiato con maggiore precisione e senza gli eccessivi spezzettamenti delle nove minipause di fiato, ridotte solo a quattro: dopo “monti”, “golfi”, “quelli” e “fiume”. Se è logico ed evidente che – senza l’intrusione d’elementi incidentali – non può dividersi il soggetto dal suo verbo immediatamente vicino, il Manzoni se ne dimentica nel cap. 8°, confondendo il rilievo oratorio dato al soggetto con una pausa di stacco e segnalandolo mediante una virgola erronea: Don Abbondio (2), vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì; lo stesso intento di risalto circa il lemma iniziale va ravvisato nel cap. 24°: I poveri,[?] ci vuol poco a farli comparire birboni. Assurde sono altre virgole: Dicendole poi il curato,[?] che l’aveva mandata a prendere,[?] d’ordine dell’arcivescovo, si mise il grembiule agli occhi (cap. 24°: dove la prima virgola, lí per lí, crea l’equivoco d’una frase relativa al posto d’un’infinitiva oggettiva) (3); I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro, [?] che in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei (cap. 2°: ma nell’edizione del 1825-’27 mancano la terza e la quarta virgola); Dite pure a tutti, [?] che ho sbagliato io (cap. 2°), dimenticando che non può esistere stacco fra breve reggente e infinitiva immediatamente successiva (4); ancóra: L’aspetto di Renzo divenne così minaccioso, [?] che don Abbondio, [?] non poté più nemmeno supporre la possibilità di disubbidire (cap. 2°); Ma il pensiero di Lucia, [?] quanti pensieri tirava seco (cap. 2°: per giunta, alla fine, occorrerebbe il segnale precipuo

“Sviste manzoniane”

È nota indispensabile – in fase preliminare – fare confessione pubblica d’un’incommensurabile ammirazione nei confronti del capolavoSAGGISTICA ro manzoniano (“I Promessi Sposi”), di modo che le nostre spulciature critiche (dinanzi a sbavature ora “linguistiche”, ora “logiche” nell’impalcatura narrativa) ci suscitano gli stessi pudori e rimorsi di chi è vergognosamente sorpreso nell’atto d’inseguire farfalle sotto l’arco di Tito…

d’una frase esclamativa)… In una sintetica esemplificazione concreta, basta indicare che, nell’arco del primo e del secondo capitolo, abbiamo contato oltre trenta casi di punteggiatura (specie virgole) decisamente contestabili e una ventina di segni discutibili. Ancóra sorprende il momento in cui don Rodrigo, beffeggiando la tronfia millanteria di quando il Griso si preparava al rapimento di Lucia (cap. 7°: “Lasci fare a me”), a tentativo fallito ironicamente ne echeggia l’espressione, questa volta resa dal Manzoni in forma di “scriptio continua” mediante un “signor lascifareame” (cap. 11°), ortograficamente scorretto. Infatti occorrerebbe non solo la doppia consonante ufficialmente richiesta dalla preposizione “a” nei composti (cfr. accanto, affatto, Castellammare) ma anche l’accento grafico, indispensabile per tutti i lemmi almeno bisillabici di tipo tronco: *signor lascifareammé (cfr. aldiquà, Oltrepò, rossoblú, trentatré)… Un altro rilievo – di gravità solo apparente – va mosso al Manzoni circa l’orientamento dell’accento grafico, giacché Egli usa il segnale grave là dov’è opportuno l’acuto per denotare il suono fonico “chiuso”: chè - fuorchè - giacchè - nè - perchè - potè - purchè - sè - sicchè - ventitrè (= ché - fuorché giacché - né - perché - poté - purché - sé - sicché ventitré). A sua discolpa va precisato che la distinzione grafica (limitata alla vocale “e” finale di parola tronca) è conquista della grammatica novecentesca (5), facilitata anche dalla diffusione della macchina da scrivere con la disponibilità del duplice segno; ancóra, che ai suoi tempi la grammatica scolastica aveva di mira soprattutto la “lingua scritta”, prestando scarsa o nessuna attenzione all’effettiva pronunzia collegata alla lingua viva, poi sí cara alla tesi del Nostro (fiorentino parlato dalle persone cólte). SOLECISMI MORFO-SINTATTICI Ai nostri sensi linguistici risulta sfasato l’accordo maschile dell’aggettivo nel binomio questo Milano di cap. 34° (mal sostenuto da Ilio raso due volte = “rasa” nel celebre carme sepolcrale di foscoliana memoria), giacché i nomi di città propriamente usati risultano femminili, eccetto “Il Cairo”; invece appare al limite dell’accettabilità È Pescarenico una terricciola… poco discosto dal ponte (cap.4°), ove forse il Manzoni avrà preferito l’uso avverbiale del lemma. Così risalta un uso sintattico poco raccomandabile della preposizione iniziale in Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni (cap. 4°), al posto di “Oltre che dalla guerra…”; ma soprattutto sorprende la forma del primo aggettivo, pur se spezzato dal suo sostantivo, nell’espressione senza alcuno, anche lontano, pericolo del 1° capitolo, giacché sono normali e legittimi “alcún – nessún – buòn” davanti a sostantivi maschili ini-

di Carlo Iandolo
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zianti sia con vocale che con consonante (purché non si tratti di “s+ consonante”, di “x, z” e, per alcuni, anche di “pn, ps”), sulla scia dell’articolo indeterminativo “un” di contro a “uno”. Ancóra: nelle proposizioni le montagne erano mezze velate di nebbia (cap. 21°) e le usciva di bocca dell’erba mezza rosicchiata (cap. 28°) è sfuggito all’Autore che, dinanzi ad aggettivi e participi, “mezzo” funge da avverbio, laddove è aggettivo e giustamente variabile davanti a sostantivi ufficialmente espressi: vede mezza la faccia del Griso (cap. 33°) e amava i mezzi ducatoni (34° capitolo) (5). Infine, durante il colloquio con Perpetua per permettere alla giovane coppia di salire da don Abbondio, Agnese per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: “sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? E voi? E voi?” Come il precedente “sicuro”, anche il parallelo aggettivo neutro dovrebbe gemellarsi nella forma “è chiaro”, non essendo eccessivamente giustificabile l’accordo con un sottinteso sostantivo femminile “faccenda-questione” ecc. (6) RILIEVI LESSICALI Qua e là, compaiono usi impropri di lemmi: ecco “celibe” (anziché “nubile”) attribuito a Perpetua nel 1° capitolo (7); egualmente, se è ormai idiomatica la frase raddrizzar le gambe ai cani (anch’essa nel cap. 1°), non è corretto l’uso di riunì le otto gambe dei capponi (cap. 3°), tant’è vero che a poca distanza successiva il Manzoni ritocca con quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe. E logicamente inaccettabile (pur se vivido nell’eloquio dialettale) appare il frequentissimo verbo “maritarsi” riferito alla condizione specifica dell’uomo o generica della coppia, al rispettivo posto di “ammogliarsi” e “sposarsi”: dapprima in bocca ai bravi (lei ha intenzione di maritare domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella?) e poi a don Abbondio, sia con Ragazzacci, che…s’innamorano, voglion maritarsi, sia con Son io che voglio maritarmi?” (sempre nel cap. 1°), sia con V’è saltato il grillo di maritarvi rivolto a Renzo (cap. 2°); e quest’ultimo domanda a Perpetua: Spiegatemi meglio voi perchè non può o non vuole maritarci (cap.2°), cosí come Agnese dice al cardinale: e avesse subito maritati i miei poveri giovani (24° capitolo) (8), e come conferma il verbo ripetuto molteplici volte nel capitolo terminale del romanzo… Rientrano nel settore anche talune tautologie: il doppio pleonasmo in ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria (cap. 1°); quando Perpetua disse: il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla: Ciò detto, le salutò tutte in fretta (cap. 2°); la stessa ripetizione a breve distanza disse… Ciò detto ritorna nel cap. 34° a proposito della madre di Cecilia.
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Pure il binomio del titolo, lí per lí giustificabile coi significati fondamentali del latineggiante “promessi = fidanzati” (cap. 7°: Agnese si staccò dai promessi) e di (“sponsi = promessi”, evolutosi in quello moderno) “sposi = ormai coniugi”, lascia poi perplessi di fronte a usi promiscui e pasticciati nel prosieguo: il palazzotto di don Rodrigo più in su del paesello degli sposi (= fidanzati: cap. 5°), gli sposi si strinsero al muro e poi gli sposi rimasero immobili nelle tenebre (cap. 8°); lo strano accoppiamento i due sposi rimasti promessi (cap. 8° = i due coniugi mancati e, quindi, ancora in attesa del matrimonio), dove proprio l’eco ancóra latina di “sponsi = fidanzati” conferisce valore pleonastico al sintagma. Senso contemporaneamente miscelato di “fidanzato” e di “(ormai quasi) coniugato” è nel cap. 7°, quando l’oste delle polpette risponde a Renzo circa i tre strani forestieri presenti nella locanda: E che diavolo vi vien voglia di sapere tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt’altro in testa? Inutile precisare come la semantica moderna dei rispettivi lemmi sia ben distinta nell’ultimo capitolo, dopo il matrimonio: Venne la dispensa, venne l’assolutoria, venne quel benedetto giorno: i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi. VARIETÀ DI CONTRADDIZIONI Molteplici e notevoli sono ulteriori instabilità nel romanzo. Alla fine del 1° capitolo, si alternano – a stretto giro espressivo – Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca (9), a meno che non si tratti d’oscillazione ortografica del momento che, piano piano, portò l’enclitica all’ufficiale unione anche scrittoria. Egualmente colpisce – pure in tanta predilezione per lemmi soggetti ad apocope speciale (col doveroso ricorso all’apostrofo: a’ = ai, co’ = coi, de’ = dei, ne’ = nei, que’ = quei, po’ = poco) – anche l’incoerenza di fronte agl’imperativi fa’, sta’, va’…, molto raramente caratterizzati dall’esatta grafia. A mo’ d’esempio, ecco nel cap. 15° l’ingiunzione dell’oste a Renzo: Sta zitto, buffone; va a letto; invece, quando l’Innominato parla al Nibbio, l’ortografia diventa contraddittoria a brevissima distanza: e va di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai, e poi no: va’ a riposarti (21° capitolo) (10). Su tale scia d’instabilità, si registra solo talvolta la giusta scrittura di “ché” (ma, quando decide d’accentarlo graficamente, il Manzoni ricorre all’erroneo segno grave, come nel cap. 15°: Chè, per quanto Renzo avesse voluto tener nascosto l’esser suo,…) col valore temporale di “allorché” o causale di “perché”, ov’è evidente il processo d’aferesi: Sta zitta: Non dico chi sa qualche cosa; che allora uno è

obbligato a intendere (cap. 24°). Ma c’è un altro tipo d’incongruenza involontaria, che però quasi rende il “cristiano” Manzoni poco osservante d’una rigida norma morale, in vigore fino a pochi anni fa nella Chiesa: il divieto assoluto di mangiare carne il venerdì, per non incorrere in peccato mortale e nell’obbligo conseguente della confessione-penitenza. La ricostruzione del calendario circa il 10 novembre 1628 ha permesso d’individuare nel venerdì il giorno settimanale in cui Renzo – nell’osteria del paese con Tonio e Gervaso al tramonto del sole – gusta un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate, secondo la vanitosa asserzione pubblicitaria del locandiere (7° capitolo). Polpette di carne? di venerdì? Ma forse “don Lisander” non si rese conto di tale coincidenza; oppure pensò a polpette… senza carne, secondo alcuni dei quindici tipi di composizione della pietanza che ci risultano da una ricetta culinaria ritrovata proprio in casa-Manzoni. SBAVATURE DI LOGICA Prima di soffermarci anche su alcuni illogismi trasparenti dal tessuto narrativo soprattutto del capitolo 8°, occorre qui un breve ma minuzioso tracciato topografico dell’ideale paesello dei due “promessi”, per il quale Olate o Acquate o Maggianico si contendono il ruolo d’ispirazione realistica. Nella descrizione manzoniana, il villaggio è in altura, come confermano il cap. 1° (delle due viottole quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura) e il cap. 7° (fra’ Cristoforo se n’andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento). Inoltre il paesello forse si estende per almeno trecento o quattrocento metri di lunghezza, avendo come margini estremi la “cura” di don Abbondio (situata quasi nella parte iniziale, donde si discendeva verso Pescarenico) (11) e la casa di Lucia (in fondo al villaggio, anzi un po’ fuori: cap. 2°). La dimora della fanciulla appare fornita d’un primo piano e d’un piccolo cortile, dinanzi, che la separava dalla strada ed era cinto da un murettino (cap. 2°), con un uscio di via chiuso quando le due donne si allontanavano (cap. 8°). La casa sorgeva nella stessa zona che ulteriormente s’inerpicava verso il palazzotto di don Rodrigo, isolato,…sulla cima d’uno dei poggi… più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento di fra’ Cristoforo (5° capitolo) (12). Quanto a Pescarenico, è una “terricciola” distante un miglio dal centro del villaggio; si trova al livello del lago e vicino allo sbocco del Bione. È un torrente a pochi passi da Pescarenico (cap. 8°) sulla riva sinistra ed orientale, poco discosto dal ponte (cap. 4°) e quindi da Lecco (cap. 1°); chi, come i nostri protagonisti, s’imbarca alla riva ch’era stata loro indica22

ta da fra’ Cristoforo (cap. 8°) e s’indirizza verso la spiaggia opposta (= sobborgo di Garlate), sulla terraferma verso Sud trova dapprima Monza a circa venti miglia e poi Milano (13). a) In occasione del “pane del perdono” chiesto da fra’ Cristoforo, la cerimonia avviene nella dimora del fratello dell’ucciso: A mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori d’ogni età e d’ogni sesso (cap. 4°). Il sintagma finale suona erroneo, poiché “ogni” implica il concetto di molteplicità (= tutti i sessi ?!) e non di dualità, cosicché avremmo gradito anche qui la tipologia espressiva di aveva destinato al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso (cap. 9°) e, quanto ai figli dei protagonisti, Ne vennero al mondo… non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso (cap. 38°). Egualmente poco felice è la frase Nel castello, tra quella moltitudine… di persone, varie di condizione, di costumi, di sesso e d’età (cap. 30°), giacché il valore dell’aggettivo non ci pare adatto al terzo sostantivo, da quello retto; tuttavia l’effetto dell’espressione qui risulta meno aspro e stridente, più attenuato e diluito. (14) b) Nel capitolo 9° un’altra sfasatura di “logica sessuale” è offerta dalla monaca di Monza allorché, rivolta a Lucia, usa una strana desinenza maschile: A voi credo… Ma avrò il piacere di sentirvi da solo a solo. Avrà forse influito la forma idiomatica, ma questo tipo desinenziale a noi è poco gradito, come nel “Canto notturno…” di fattura leopardiana: e in sul principio stesso – la madre e il genitore – il prende a consolar dell’esser nato. – Poi che crescendo viene, – l’uno (= l’una) e l’altro il sostiene (vv.42-46). (15) c) 10 novembre 1628: mentre il sole cadeva, Renzo con Tonio e Gervaso si reca all’osteria prima di tentare il matrimonio a sorpresa la sera. Lì trovano tre bravi spediti dal Griso: uno… sull’uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada (7° capitolo), (16) gli altri due nell’interno, intenti a giocare alla mora. Renzo coglie uno dei due ribaldi con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora spalancata, per un gran sei che n’era scoppiato fuori in quel momento: se provate anche voi a pronunziare “sei”, vi accorgerete che la semivocale finale del dittongo ha in sé suono chiuso, cosicché le labbra restano non dilatate ma vicine e quasi completamente strette!… d) Rilievi vanno avanzati anche per i due bravi che giocano alla mora: essi sono seduti (invece, di solito, si è in piedi per dare forza ai bicipiti e slancio al tiro digitale), gridando tutt’e due insieme…e mescendosi ora l’uno or l’altro da bere, con un gran fiasco ch’era tra loro (cap. 7°). Ma appaiono oltremodo strane le continue e scambievoli bevute di vino; proprio la legge del gioco, invece, impone che il succo di Bacco rappresenti il premio precipuo del vincitore, alla fine della compe-

(in modo ancóra “acuto”) da Perpetua e Agnese ad tizione gestuale-orale… almeno quattrocento metri, nel punto quasi opposto e) Dopo la sosta all’osteria e dopo l’ora dell’ave madel paesello? ria (la minuscola è opera del Manzoni!), Renzo con Ci è quasi facile ricostruire la distanza fra la casa del Tonio e Gervaso preleva Lucia e Agnese dalla loro curato e di Lucia: “…si fa sentire quel primo tocco casa, dirigendosi verso la dimora di don Abbondio di campana…, e dietro una tempesta di rintocchi in sul far della sera. fila…lasciano andar le braccia di Menico…Menico, Nel frattempo, anche il Griso è…al lavoro presso via a gambe per la strada, alla volta del campanile, l’abitazione ormai vuota delle due donne, insieme dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere”. con otto “bravi” e col Grignapoco, ch’è di Bergamo “Quel primo tocco, e due, e tre, e seguita…Perpetua e ha prerogative dialettali di “dicitore” tali da depiarriva, un momento prima dell’altra (= Agnestare le indagini. se);…l’uscio si spalanca di dentro e sulla soglia Due ribaldi, scavalcando il muricciolo di cinta compariscono” i quattro congiurati, “venuti giù a ch’era davanti alla casa (evidentemente l’uscio di saltelloni”; ricongiuntisi e rapidamente organizzatistrada era stato chiuso) si nascosero nel cortile, vicisi, Renzo con Lucia e la madre “s’avviavano…ma no all’albero di fico; il Griso picchiò fuori della arriva Menico di corsa”. strada e, poiché nessuno rispose e venne ad aprire, Il trio – sicuramente inceppato nella velocità dalla fece calare un altro con l’ordine di sconficcare adapresenza delle donne (specie di Agnese, ultraquarangio il paletto, per aver libero l’ingresso e la ritirata tenne) – può aver percorso (cap. 8°). una cinquantina di metri o Semplice e naturale un’obiepoco più, certo superando la zione: ma tale operazione parrocchia (infatti, incontrad’apertura dall’interno del tisi con Menico, “Voltarono, cortile non poteva essere s’incamminarono in fretta svolta dai due ribaldi che già verso la chiesa, attraversaerano dentro, senza bisogno rono la piazza” di essa); del terzo “bravo” che a sua invece il ragazzotto dodicenvolta scavalcasse il muretto ne – che nel punto opposto di cinta? A meno che ciò del paese è partito lievemennon sottolinei i limiti mentate prima – in proporzione e li del Griso, regista non solo in virtù sia della giovinezza “ritardatario” ma anche che della corsa sfrenata può “ritardato” nell’attuazione aver ricoperto almeno tredel piano… cento metri quasi nello stesf) Perpetua è trattenuta in so spazio di tempo… strada da Agnese, mentre i g) Nello stesso capitolo, doquattro si ritrovano avanti a po il fallimento del matrimodon Abbondio nella sua casa nio, Renzo e Lucia, Agnese per celebrare il matrimoe Tonio – nel frettoloso rinio…; ma, quando il curato torno a casa – si scontrano si accorge del tranello, lancon Menico sfuggito alla cia quel primo sgangherato morsa dei “bravi” donrodrigrido di aiuto! aiuto! ghiani. A tale invocazione la fidata Alessandro Manzoni Doveroso “dietro-front” solo serva con notevole difficoltà per i tre familiari, insieme riesce a liberarsi dalle strette di Agnese: Diavolo con Menico che dà ragguagli prima di tornare d’una donna! - esclamò Perpetua, respingendola, anch’egli dai genitori; poi, prosecuzione dei fuggiaper mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, schi verso Pescarenico, dove (fra la duplice perplespiù lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l’urlo sità di fra’ Fazio: Donne in convento? di notte?), di Menico (8° capitolo). (17) (18) è attuato il piano già preventivato da fra’ CristoBen sappiamo che Menico, mandato dal padre Criforo, con trasferimento dei tre dal convento al ponte, stoforo ad avvisar le due donne che, per l’amore del per imbarcarsi (cap. 8°). cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al Durante il triste attraversamento del lago, dalla riva convento, perchè…il perchè lo sapete, entrato orientale a quella occidentale, l’animo di Lucia absenz’alcuna difficoltà nell’uscio (il paletto era stato braccia le zone vicine e quelle a lei più care sui monschiodato e sconficcato), è afferrato per le braccia e ti, nel paesello: Si distinguevano i villaggi, le case, minacciato: Zitto o sei morto. Lui invece caccia un le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua urlo (cap. 8°). torre piatta, elevato sopra le casucce…Lucia lo vide Ci chiediamo: com’è possibile che l’esplosione voe rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, cale d’un fanciullo, anche se irrefrenabile e favorita fino al suo paesello,…scoprì la sua casetta, scoprì la dal silenzio della sera, possa propagarsi dal cortile chioma folta del fico che sopravanzava il suo muro antistante alla casa di madre-figlia ed esser sentita del cortile, scoprì la finestra della camera.
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Ora – se sono indubbiamente in scena i vividi occhi della fantasia e del sentimento – il Manzoni concede a Lucia anche lo sguardo della fisicità. Tuttavia… È noto che la casa della fanciulla è dalla parte opposta rispetto alla “cura” di don Abbondio e a Pescarenico, sobborgo di Lecco, da cui dista ben più d’un miglio; quindi, ci pare impossibile che – dalla barca, là dove il lago è attraversabile – ella possa inquadrare particolari anche minuti (soprattutto) del suo ambiente quotidiano. Ne sono evidenti ostacoli sia la notevolissima distanza (circa due chilometri, un po’ meno in linea d’aria), sia le tenebre dell’autunno inoltrato, dalle quali è avvolto il paesello collinare (anche se rischiarato dalla luna); inoltre (pur ammesso che la visione del villaggio sia nitida), l’angolazione dello sguardo dal basso del lago verso l’altura pone il legittimo dubbio che il muricciuolo di cinta addirittura sovrasti il fico e copra il primo piano della casetta, impedendole l’ulteriore individuazione specifica della sua finestra… Piccole sviste, insomma, da affiancare a quelle egualmente involontarie di altri autori celebri: il mazzolin di rose e viole della leopardiana donzelletta (in un’epoca priva di coltivazione artificiale, la rispettiva fioritura avveniva in primavera e in inverno, di modo che è congetturabile soltanto un tipo di…coesistenza dovuta a licenza poetica); La Luna sopra il campanile antico – pareva un punto sopra un I gigante del Gozzano, con evidente anomalia concettuale-ortografica, perché lo stampato maiuscolo rifiuta il punto soprascritto (pertanto entra in crisi anche una proverbiale espressione, che invita a porre i puntini sulle “i”: sì, purché in corsivo o in tondo ma di tipo stampato minuscolo); l’abbaglio di Ponson du Terrail: Con una mano prese il pugnale, con l’altra disse… (non si parla solo coi piedi, talvolta); l’umorismo certamente inconsapevole di Alessandro Dumas sia in Ah, ah! – rise in portoghese, sia in Quell’uomo aveva novant’anni e ne dimostrava almeno il doppio…! Ne deriva la conferma che anche per i Grandi è ben valida l’aurea sentenza di Terenzio Afro (Heaut. 77), secondo cui: Homo sum: humani nihil a me alienum puto. Note (1) Molteplici sono le oscillazioni ortografiche nel confronto tra le carte autografe (tuttavia quelle a sostegno dell’edizione 1825 -’27 non ci sono pervenute complete nel numero, anche se disponiamo di quinternetti aggiuntivi) e le correzioni dell’Autore apportate ora su di esse, ora sulle copie inviate alla censura austriaca, ora sulle bozze destinate alla
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stampa, ora mediante le variazioni su quinternetti aggiuntivi. (2) Nell’edizione del 1825 -’27 manca giustamente la prima virgola: “Don Abbondio intravide, vide, si spaventò, si stupì”. (3) Nell’edizione 1825 -’27: “Udendo poscia da lui come egli l’aveva mandata a prendere, d’ordine e per pensata dell’arcivescovo, si tirò il grembiale su gli occhi”. (4) Più precisa la punteggiatura nel 1825 -’27, ove manca la prima virgola al termine della principale. (5) Essa ha anche distinto le grafie tipo “po’ = poco” (anziché “pò”…) nell’apocope speciale. In realtà, in avvio dell’Ottocento sono rari i casi in cui – avendo di mira la lingua scritta – già si tentò il duplice orientamento dell’accento grafico per diversificare la pronunzia. Nel 1835 Carlo Mele pubblicò a Napoli un testo didattico (“Cenno sulla diritta Pronuncia italiana”) per segnalare il timbro aperto o chiuso delle vocali toniche “e-o”, anche al di là di parole tronche, mediante l’accento grave o aperto; la sua proposta fiorentineggiante ebbe un’eco nel secondo Ottocento nel lessicografo Policarpo Petrocchi, che con scarso successo propose di adottare e adattare grafie piú fedeli alla dizione tipica della città gigliata. (5) Quindi, nel nostro eloquio giornaliero, bisogna evitare e condannare espressioni tipo “le tre e mezza” (anziché “mezzo”), trattandosi di lemma singolo e, in quanto avverbio a sé stante, invariabile nella forma di base. Una sola eccezione per un uso ormai stereotipato: “la mezza”, cioè “le ore dodici e… mezzo”. (6) Il femminile è invece motivato nell’edizione del 1825 - ’27: “la è chiara” (in quella del 1840 -’42 è saltato il…“la”). (7) Rarissimo e improprio l’uso del lemma riferito a donne: cfr. “Di nuovo appare la celibe ed audace Regina del popolo Termodonzio” (Giordano Bruno). (8) Tale lemma è in contrasto con l’uso generico e corretto di cap. 2° (con la lieta furia d’un uomo…che deve in quel giorno sposare quella che ama), di cap. 3° (Renzo: Non siamo ancora marito e moglie), di cap. 6° (Lucia: io voglio esser vostra moglie), di cap. 7° (Gervaso: Che bella cosa…che Renzo voglia prender moglie)… (9) Dobbiamo qui intendere sicuramente il dito indice della mano destra. Non saremmo cosí categorici di fronte a quella di cap. 6° riguardante fra’ Cristoforo (il frate mise la mano sul capo bianco del servitore) giacché il cappuccino risulta…ambidestro, pur se tendenzialmente sinistroide, come si deduce dal cap. 5° (appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, … e

con la destra strinse la barba e il mento) e 6° (mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo). (10) Nell’edizione 1825 -’27 entrambi gl’imperativi sono erroneamente privi d’apostrofo. (11) Tale particolare è desumibile dalla duplice ma inversa direzione di marcia dei fuggiaschi (cap. 8°) dopo il fallito tentativo di matrimonio presso don Abbondio. (12) Quindi il cappuccino, il giorno 9 novembre 1628, percorre piú di dieci miglia (= oltre quindici chilometri), secondo le indicazioni dei capitoli 5°6°- 7°: due e mezzo la mattina fra il convento e la casa di Lucia, otto il pomeriggio fra Pescarenico e la dimora del signorotto. (13) Da Garlate li trasporta il barocciaio, arrivando a Monza dopo il levar del sole del sabato 11 novembre (cap. 9°); poi egli guida le due donne al convento del padre guardiano e resta con loro fino all’incontro con la “signora”, tornando a Pescarenico verso le ventitrè (= ventitré: cap. 11°) dello stesso giorno. Frattanto Renzo aveva súbito proseguito a piedi per Milano (altre dieci miglia: cap. 11°), all’aria fresca della mattina. (14) Invece l’apparente sfasatura del cap. 29° (non era possibile trovar nè un calesse, né un cavallo, né alcun altro mezzo rispetto al brano poco distante in cui don Abbondio, affacciato alla finestra e piagnucolante, prega i frettolosi passanti fate la carità al vostro pover curato di cercargli qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino) trova una giustificazione nell’ironia manzoniana: all’assoluta irreperibilità fa contrasto l’assurda richiesta del prete (qualche = alcuni…) che, in preda alla paura, facilmente fuoriesce dalla realtà… (15) Un caso analogo è offerto dallo “Pseudolus” di Plauto (vv. 1259-60): “Nam ubi amans complexust amantem, ubi labra ad labella adiungit, – ubi alter alterum (= alteram) bilingui manifesto inter se prehendunt…= quando uno abbraccia l’amante, quando accosta le sue labbra alle delicate labbra di lei, quando s’avvinghiano l’uno all’altra in un lungo bacio… (16) Un’ulteriore svista, indirettamente collegata al Manzoni, riguarda un disegno di Renato Guttuso (la prima edizione illustrata del romanzo offerta dall’Einaudi torinese risale al 1960), il quale rappresenta il bravo di sentinella armato solo d’uno spadone, laddove l’Autore precisa che teneva in una mano un grosso randello e che arme propriamente, [?] non ne portava in vista; …ma anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne potevano stare. (17) Un altro piccolo rilievo sintattico: la frase dipendente è atipicamente presentata da sola nel periodo, senza una reggente-principale, suscitando un immediato senso d’incompletezza e di sospensione espressiva. (18) In realtà, è sera inoltrata (forse le ore venti circa, o poco piú).

“Controedicola”
(anteprima)

"Esperimenti" Ricordi, visioni, fantasie, opinioni, appunti, piccole autarchie letterarie, osservazioni didascaliche, innocenti juvenilia. A volte racconti. (raccolta) pagine 108 di Michele Nigro "I racconti contenuti in “Esperimenti”, rappresentano il diario di bordo di un piccolo gozzo letterario impegnato in un viaggio attraverso la scrittura o, volendo essere precisi, sarebbe più corretto dire attraverso le scritture, compiuto da uno sprovveduto “alchimista” della parola alle prese con quegli irresistibili ingredienti narrativi offerti dalla vita personale, dalle vite altrui - con cui entra in contatto - o addirittura e con un filo di presunzione, dalla Storia..." (dalla Prefazione) Per ordinarlo: http://www.ilmiolibro.it/libro.asp?id=14893
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Il sangue e il grano
SAGGISTICA

“Amate l’arte per sé, e allora tutte le cose che vi occorrono vi saranno concesse. Tutte le grandi civiltà hanno professato questo culto per la bellezza e per la creazione di cose belle; per esso la vita di ogni cittadino diventa un sacramento e non una speculazione.” (Oscar Wilde) PREMESSA Proviamo a compendiare e a parlare in modo il più possibile acritico e simbolico di questa luminosa quanto oscura creatura di Dio: Vincent van Gogh. La sua poetica entra in punta di piedi sussurrando una nuova forza di linee e colori, nell’opulento mondo della pittura, certamente inaccessibile e indifferente a questo nuovo verbo; esso verrà molto più tardi innalzato quale supremo sacrificio dell’artista ad immagine della sua stessa travagliata esistenza, specchio della testimonianza miserabile con la quale van Gogh si lascia calpestare dal mondo per consentire alla sua pittura l’opportunità di partorire la sua pregnante estetica. Il magnete più forte che sento tuttora su di me esercitato da questo vulcanico artista è senza ombra di dubbio la sua iniziale incapacità nel dipingere, la sua estraneità a quel mestiere e probabilmente anche la sua distanza da un talento precoce di tipo mozartiano. Insomma tutte le premesse che indurrebbero chiunque, anche il più caparbio degli uomini a battere in ritirata, prendendo così atto del proprio scacco. Invece ho sempre sostenuto la freschezza e l’impeto creatore verso coloro i quali concepiscano una passione o un diletto come una incarnazione di tipo divino, un’illuminazione, un’infatuazione raggiunta anche oltre l’adolescenza e gli anni dell’apprendistato, capace di stabilire una visione del mondo di assoluta purezza concependo con la stessa enfasi quelle percezioni e quelle incarnazioni che ogni natura spirituale ha sempre ricercato instancabilmente, sia essa quella di un devoto o di un poeta, esse necessitano di una interpretazione e visione religiosa delle cose, affinché si giunga verso un gusto assoluto e sublime della vita, elitario ed incomprensibile per chi non abbia mai avuto impulsi ad intraprendere una qualsiasi ricerca. Falliti i tentativi di predicazione, insieme a quelli limitatissimi d’impiegato della rinomata Goupil, Vincent van Gogh è finalmente sul cocchio del suo

“Il sangue e il grano”
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COLLAGE EPISTOLARE E COMMENTARIO DEL PERIODO DI VITA 1875-1890 DI VINCENT VAN GOGH

di Carlo D’Urso

Brano tratto da:

destino il cui tiro è costituito unicamente dalla cara bontà d’animo del fratello Theo, che sosterrà costantemente Vincent nella sua graduale discesa verso l’inferno. E così sia; van Gogh combatte quotidianamente con innumerevoli nemici: la Perfezione, il Vitto, il Tempo, i Nervi, la Ragione e gli occhi degli stolti! Ho inteso trattare la vita di Van Gogh dal 1875 sino ai suoi ultimi giorni, perchè considero tale data, quella a mio dire fondamentale, che fornisce l’opportunità a Vincent di smettere i panni di semplice cittadino e impiegato, per catapultarlo verso il furore religioso, il quale in capo a qualche anno si tramuterà nell’esigenza di voler intraprendere un personalissimo cammino nella pittura e più in generale nell’arte, pur mantenendo a parer mio, molte delle caratteristiche peculiari al sentimento e alla dedizione religiosa. Poichè non era mio intento nè divulgare nè tanto meno saggiare per l’ennesima (e vacua) volta un pittore, già abbondantemente trattato e sezionato dai vari scrittori e critici, ho voluto riportare e commentare una parte del rapporto epistolare tra Van Gogh e il fratello, estraendo quelle parti che maggiormente attiravano il mio interesse, nel periodo di vita del pittore: 1875-1890. Il singolare modo nel quale tento di inquadrare e raccontare la vita di questo folle fiore d'una bizzarra primavera, è il risultato della mia sconfinata passione verso coloro i quali tentano in tutti i modi di eccedere le forme. Ho cercato di rendere il più possibile poetico il lamento e la fatica estetica del pittore, attraverso una scrittura il più possibile viscerale e altera. La mia scrittura trova preponderanza nella prosa poetica poichè è lo strumento più adatto per cesellare questa infinita sostanza artistica, che il pittore sembra contenere difficilmente come fosse una violenza sconvolgente. Chi leggerà potrà rendersi conto che quelle pennellate non furono solamente un nuovo verbo, benchè barbaramente affascinante, ma veri e propri colpi d'argento scagliati da un furioso Leviatano. La mia, spero non presuntuosa analisi, va dalla critica pittorica alla descrizione della vita quotidiana dell’artista, partendo imprescindibilmente dalle impressioni epistolari del medesimo. Si tratta di quattro paragrafi (nel presente numero di “Nugae”, per motivi di spazio, ne è riportato solo uno: “I mangiatori di patate” - N.d.R.), che riportano prima sinteticamente i punti, a mio avviso, più interessanti delle lettere di van Gogh, di seguito commentati dal sottoscritto, cercando di carpirne i punti essenziali. L'analisi di per sè affronta l'itinerario estetico e ideologico di van Gogh, attraverso i punti salienti della sua travagliata metamorfosi pittorica, ma la difficile rotta da trovare e da mantenere saldamente come in ogni serio scritto di natura critica, non è mai stata scevra delle impressioni del pittore, le quali come un

sicuro timone governano la corrente critica della mia penna. E' fondamentale per me chiarire come il mio scritto di per sè non avrebbe senso se il lettore perdesse di vista l'importanza dell'epistolario, il quale racchiude tutto il cristallo di uno spirito poetico; ogni suo riflesso è vitale per chi voglia comprendere l'epopea, il dramma e il genio di questo instancabile spirito cercatore. Del resto non voglio essere neppure per un istante imparziale nei confronti di questo prezioso figlio del Sole, poichè la mia analisi non è certo un'arringa malgrado abbia tutte le caratteristiche di chi voglia perorare ancora una volta una causa così nobile: VINCENT VAN GOGH. Carlo D’Urso ————I MANGIATORI DI PATATE [1880-1887] * Involontariamente sono diventato per la famiglia una specie di personaggio impossibile e sospetto; qualcuno che non riscuota fiducia, e quindi come potrei essere utile a qualcuno?Per questa ragione sono del parere che il partito migliore e più logico da prendere sia quello di andarmene e di tenermi a debita distanza, facendo come se non esistessi... Io sono un uomo istintivo capace di fare cose più o meno insensate, delle quali mi accade più tardi di pentirmi. Mi succede anche di parlare o di agire un po’ troppo rapidamente, quando invece sarebbe meglio pazientare... E’ vero che talvolta mi sono guadagnato il mio tozzo di pane e talvolta un amico me l’ha regalato, ho vissuto come ho potuto, sia bene che male, come veniva, è vero che ho perso la fiducia di molti, è vero che le mie faccende finanziarie sono ridotte male, è vero che l’avvenire è alquanto buio, è vero che avrei potuto fare di meglio, è vero che per guadagnarmi appena il pane ho perduto del tempo, è vero che i miei stessi studi sono in uno stato abbastanza triste e disperato, e che mi manca molto di più di quanto non abbia. Ma questo significa cadere, significa non fare niente?... Ma devo continuare il cammino iniziato: se non faccio niente, se non studio, se non continuo a cercare, sono perduto. E allora sarà una disgrazia per me... *Mi sono guadagnato qua e là qualche crosta di pane, in cambio di alcuni disegni che avevo in valigia. Ma esauriti i miei dieci franchi ho dovuto bivaccare in piena campagna nelle ultime notti, una volta in una carrozza abbandonata che al mattino era tutta bianca di brina, alloggio molto discutibile; una volta in un mucchio di fascine; un’altra volta, e andò un po’ meglio, in un pagliaio dove sono riuscito a farmi una nicchia un poco più comoda, solo che
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la pioggia sottile non aumentava certo la comodità. Ebbene, ed è stato proprio in questa miseria che mi sono sentito ritornare la forza e che mi sono detto: “Nonostante tutto ritornerò ancora a galla, riprenderò la matita che ho abbandonato nel mio grande scoraggiamento, mi rimetterò a disegnare... Si tratta per me di imparare a disegnare bene, a dominare sia la matita sia il carboncino sia il pennello, e una volta raggiunto questo farò delle buone cose non importa dove, e il Borinage è altrettanto pittoresco quanto la vecchia Venezia, l’Arabia, la Bretagna, la Normandia o la Piccardia... Spero di fare qualche scarabocchio in cui ci sia qualcosa d’umano. Ma prima occorre che disegni il Bargue e che faccia altre cose più o meno spinose. La via è stretta, la porta è stretta, e sono in pochi a trovarla... *Non aspiro a diventare qualcuno di “straordinario”; mi basta essere “ordinario” nel senso che il mio lavoro sia ragionevolmente buono, che abbia diritto di esistere e che possa servire a uno scopo... *Theo, che grandi cose sono mai il tono e il colore! E chiunque non impari a sentirli, vive lontano dalla vera vita... E pensare che per anni ho lottato e lottato, sempre in una falsa posizione! Ma ora-ora sorge l’alba di una nuova luce... Papà non può comprendermi e seguirmi, e io non posso accettare il suo sistema, che mi opprime e mi soffocherebbe. Anch’io leggo la Bibbia, di tanto in tanto, come leggo Michelet o Balzac o Eliot; ma nella Bibbia vedo cose diverse da quelle che vede papà e non posso trovarvi tutto ciò che lui vi trova, interpretando secondo la sua mentalità accademica... Gli uomini di chiesa ci chiamano peccatori, concepiti e nati dal peccato, Bah! Tutte sciocchezze! E’ forse un peccato amare, aver bisogno d’amore, non poter vivere senza amore? Penso che la vita senza amore sia immorale e peccaminosa. Se di qualcosa devo pentirmi, è del periodo durante il quale nozioni mistiche e teologiche m’indussero a condurre una vita troppo appartata. Poco per volta, ho compreso il mio errore... *Ho circa una dozzina di zappatori e contadini in un campo di patate e mi chiedo se non potrei farne qualcosa... Ebbene, non ne sono ancora sicuro, ma presto o tardi farò qualcosa di buono su questo soggetto: ho seguito attentamente il lavoro dei contadini, la scorsa estate... Studiando nuovi modelli mi sarà possibile scoprire gli errori di proporzione negli studi della scorsa estate... *Ogni talvolta mi sento depresso, guardo Les pecheurs di Millet o Le banc des pauvres di De Groux, il mio animo si solleva, accendo la pipa e ricomincio a disegnare. Ma se una persona civilizzata dovesse attraversarmi il cammino in un tale momento, potrebbe sentirsi dire cose tali da farlo rinsavire... Non dobbiamo (riferendosi all’unione con Sien, la prostituta incinta e malata con la quale ha intrapreso una relazione...) fare caso a quanto la gente dice, naturalmente non abbiamo la pretesa di alcun grado sociale. Non avendo molta dimestichezza con i pregiudizi del mondo, quel che devo fare è di ritirarmi dalla sfera della mia classe sociale, che

contorno, che serve pure per poter più tardi intensigià da molto tempo mi ha respinto. Ciò è tutto quanficare l’effetto del disegno. Penso che questo non lo to possa fare, non posso andare più in là... Dato che si acquisti senza sforzo, ma sopratutto con l’osserlei (Sien) è cattolica il matrimonio sarà ancor più vazione e particolarmente mediante duro lavoro e semplice, perchè allora per forza non ci sarà quericerca; ed è anche necessario un particolare studio stione di chiesa; nè lei nè io vogliamo averci nulla a dell’anatomia e della prospettiva... E’ dovere del che fare. pittore essere completamente preso dalla natura e *Una donna non deve essere sola in una società e in usare tutta la sua intelligenza nel suo lavoro per un’epoca come quella in cui viviamo, in cui non si esprimere il sentimento, di modo che la sua opera osa risparmiare i deboli ma li si calpesta, e una depossa divenire intelligibile agli altri. Secondo me bole donna che sia caduta viene spinta sotto le ruolavorare per il mercato non è precisamente la via te. Quindi dato che vedo tanti deboli calpestati, dugiusta; anzi, significa prendere in giro i cultori bito molto della sincerità di quel che viene chiamato d’arte. progresso e civiltà. Io ritengo davvero che la civiltà, I pittori veri non possono averlo fatto; la simpatia anche nella nostra epoca, sia solo del genere che è che essi hanno ricevuto ad un determinato momento basato sulla umanità vera. era il risultato della loro sincerità... Quando vedo *Sono spesso terribilmente malinconico, irritabile, dei giovani pittori che compongono e disegnano a ansioso di comprensione; e quando non ne ricevo, memoria - e poi ci spalmano sopra a caso quanto cerco di agire con indifferenza, parlo con durezza e vogliono, questo pure a memoria - poi guardano il vado a combinare dei guai. Non mi piace stare in risultato da lontano assumendo una espressione compagnia e spesso triste e misteriosa trovo difficile e penomentre cercano di so mescolarmi alla scoprire a che cosa gente e parlare con assomigli, in nome loro. del cielo, e infine ne *Voglio fare dei disetirano fuori qualcosa, gni che vadano al sempre a memoria - a cuore della gente... volte mi disgusto, a Sia nella figura che volte penso che tutto nel paesaggio vorrei ciò sia estremamente esprimere non una tedioso e poco intemalinconia sentimenressante. Il tutto mi tale ma il dolore vedà la nausea. Ma ro... Cosa sono io quei signori contiagli occhi della gran nuano a chiedermi, parte della gente? non senza una loro Una nullità, un uomo certa aria di sollecieccentrico e sgradetudine, se: “Non sto vole - qualcuno che dipingendo, ancoVincent van Gogh - “I mangiatori di patate”, 1885 non ha posizione sora?” Ora a volte anciale nè potrà averne ch’io mi siedo e, per mai una; in breve l’infimo degli infimi. Ebbene ancosì dire improvviso a caso su di un foglio di carta, che sè ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere ma a questo non dò maggior valore che ad uno mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, straccio o ad una foglia di cavolo. di questo nessuno... E’ vero che spesso mi trovo *Mi siedo con una tavola bianca di fronte al luogo nello stato più miserando, ma resta sempre un’arche mi colpisce, guardo quel che mi sta dinanzi, mi monia calma e pura, una musica dentro di me. Vedo dico: “Questa tavola vuota deve diventare qualcodipinti e disegni nelle capanne più povere, nell’ansa” - torno insoddisfatto - la metto via e quando mi golo più lurido. E la mia mente è attratta da queste sono riposato un po’, vado a guardarla con una cose come da una forza irresistibile. Le altre cose specie di timore. Allora sono ancora insoddisfatto, vanno perdendo sempre più interesse e, più me ne perchè ho ancora troppo chiara in mente quella scelibero, più rapidamente il mio occhio afferra le cose na magnifica per poter essere soddisfatto di quello per il valore pittorico. L’arte richiede un lavoro che ne ho tirato fuori. Ma trovo che nel mio lavoro persistente, lavoro malgrado tutto, e osservazione c’è in fondo un’eco di quello che mi ha colpito... So continua. Per lavoro persistente, intendo un lavoro per certo che possiedo un istinto per il colore e che continuativo, ma anche il non cambiare le proprie mi verrà sempre di più e che la pittura l’ho fin nel opinioni a richiesta del tale o del tal altro... Di remidollo delle ossa... cente ho avuto pochi rapporti con altri pittori. Non * Penso che la povera gente e i pittori abbiano un me ne sono trovato svantaggiato. Non è il linguagcomune senso del tempo e del variare delle stagioni. gio dei pittori, ma quello della natura che bisogna Naturalmente lo sentono tutti, ma non ha altrettanta ascoltare. importanza per la grossa borghesia e neppure ha *Per poter prendere appunti dalla natura o per pomolta influenza sullo stato d’animo generale. Ho ter fare dei piccoli schizzi è assolutamente necessapensato sia tipico quello che disse un muratore: rio possedere un senso estremamente sviluppato del
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“D’inverno soffro il freddo quanto il grano”... *Dopo gli studi di figure, sento il bisogno di guardare il mare, il fogliame color bronzo delle patate, i campi di stoppie, oppure della terra arata. Per risparmiare il mio tempo, non mi sono mai curato, ho economizzato di tutto solo per poter continuare a lavorare, ma ora sono proprio sfinito. Non posso più ottenere denaro togliendo ai miei bisogni personali; da quel lato non posso procurami un solo centesimo, ho un senso di malessere e di vuoto... *Ultimamente, mentre dipingevo, ho sentito una certa potenza coloristica che si andava risvegliando in me, più forte e diversa da quella sentita finora... *Il mondo mi riguarda solo in quanto sento un certo debito e un senso del dovere nei suoi confronti, perchè ho calcato per trent’anni questa terra e, per gratitudine, voglio lasciare di me un qualche ricordo sottoforma di disegni o dipinti - non eseguiti per compiacere un certo gusto in fatto d’arte, ma per esprimere un sincero sentimento umano... *Quando dico che sono un cattivo pittore e che ho dinanzi a me ancora anni di lotta - devo organizzare la mia vita à peu près come fa un bracciante o un contadino - allora questo è un punto fisso, da cui derivano molte cose; il considerarle altrimenti che nel loro insieme non è che uno sradicarle... La mia ferma decisione è di esser morto a tutto tranne che al mio lavoro. Ma è molto duro per me parlare di queste cose, che in sè sono semplici, ma sfortunatamente collegate a cose molto più profonde... *Come si diventa mediocri? Col compromesso e col fare concessioni, oggi su una questione, domani su un’altra, a seconda dei dettami del mondo - senza mai contraddire il mondo, e seguendo sempre la pubblica opinione! *Non ho iniziato ancora quel che mi ha colpito di più in natura, ultimamente, perchè non avevo a disposizione un buon modello. I campi di grano non ancora maturi sono attualmente di una tonalità di colore dorato, scuro, di un bronzo rossastro o dorato. Ciò risalta ancor più per contrasto con il color cobalto dei frammenti di cielo raffigurati su di uno sfondo del genere, delle figure di donna, estremamente rudi e colme di energie, dai volti, braccia e piedi abbronzati dal sole, dagli abiti polverosi e grossolani color indaco, la cuffia nera a forma di berretto posata sui capelli corti; e mentre si avviano al lavoro passano attraverso il grano per un sentiero polveroso di un viola rossastro, con delle erbacce verdi, e recano sulle spalle le zappe o una pagnotta di pane nero - una brocca o una cuccuma d’ottone per il caffè sotto il braccio. Questo soggetto l’ho visto ripetutamente negli ultimi tempi, con ogni sorta di varianti... è molto ricco e al tempo stesso molto sobrio, squisitamente artistico. Ne sono molto preso... *Spero di avere un po’ di fortuna con quel quadro di mangiatori di patate. Sto lavorando anche a un tramonto rosso. Bisogna saper fare tante cose per dipingere la vita dei campi. D’altro canto, non c’è cosa che io conosca cui si possa lavorare con tanta
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calma, con un tal senso di serenità sempre presente, anche se ci opprimono preoccupazioni di ordine materiale. *… Quanto ai mangiatori di patate, è un quadro che starà meglio in una cornice dorata, ne sono sicuro, ma starà bene anche su una parete tappezzata con una carta color grano maturo... Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della lampada, ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e quindi parlo di lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato il cibo. Ho voluto rendere l’idea di un modo di vivere che è del tutto diverso dal nostro di gente civile. Quindi non sono per nulla convinto che debba piacere a tutti o che tutti lo ammirino subito... Chi preferisce vedere i contadini col vestito della domenica faccia pure come vuole. Personalmente sono convinto che i risultati migliori si ottengano dipingendoli in tutta la loro rozzezza piuttosto che dando loro un aspetto convenzionalmente aggraziato. Penso che, più che da signora, una contadinella sia bella vestita com’è con la sua gonna e camicetta polverosa e rappezzata, azzurra, cui il maltempo, il vento e il sole danno i più delicati toni di colore. Se si veste da signora perde il suo fascino particolare. Un contadino è più vero coi suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va alla Messa la domenica con una sorta di abito da società... Penso spesso che i contadini formino un mondo a parte, che da certi punti di vista è migliore del mondo civile... *Supponiamo che io abbia ragione che questo strano contrattare sui prezzi (nel mercato d’arte) vada avvicinandosi sempre più al mercato dei bulbi... supponiamo che, come accade al mercato dei bulbi alla fine del secolo scorso, il mercato di cose d’arte, assieme ad altri campi di speculazione, debba scomparire alla fine di questo secolo come è sorto, vale a dire quasi di colpo. Ora può scomparire il mercato dei bulbi, ma la floricoltura resta. Per quanto mi riguarda sono ben felice, nella buona e nella cattiva sorte, di restare un piccolo giardiniere che ama le sue piante... Della natura conserverò una certa sequenza e una certa esattezza nel disporre i toni, e studio la natura in modo da non fare sciocchezze e restare nei limiti del ragionevole; tuttavia non mi importa che il mio colore sia proprio lo stesso, purchè sia bello sulla tela, tanto bello quanto in natura... Il colore in sè non vuol dire nulla, se non ne può fare a meno, lo si deve impiegare; quel che è bello, realmente bello - è anche giusto. *Il cobalto è un colore divino e non c’è nulla di altrettanto bello per creare un’atmosfera intorno alle cose. Il carminio è il rosso del vino e ha il colore e il mordente del vino. *Devo guadagnare un po’ di più o avere più amici, e preferibilmente entrambe le cose. E’ questa la strada del successo, ma ultimamente è stata troppo dura per me... Ogni giorno dimagrisco di più e inoltre i miei abiti stanno diventando troppo lisi e così via... ***************

Van Gogh, spodestato miseramente, dalle ipocrite coscienze delle clericali gerarchie, decide di lanciarsi nel vicolo cieco della ricerca artistica. E’ il principio di un cammino verso la dannazione, che van Gogh percorrerà rifiutando qualsiasi adito al compromesso borghese, dal quale si guarderà bene dall’avere anche il più minuscolo dei contatti. In una misura non indifferente, anche la sua famiglia, eccettuato il fratello Theo, contribuisce alla sua infelicità non approvando le sue scelte di vita, siano esse morali o professionali; anche se non mancheranno occasioni di riconciliazione, se pur fugaci. Ora Vincent è in preda, o forse egli stesso è preda della pittura, delle linee, dei paesaggi e dei colori; quest’ultimi saranno l’ossessione e l’ostacolo più difficile da sormontare per lui; l’estenuante ricerca di un colore che si possa ben accostare alla sua selvaggia spiritualità. Ma ancor prima di poter suonare una musica che nemmeno lui sa di poter scrivere, il suo apprendistato da pittore durerà degli anni; i risultati sono lenti e precognitori d’uno stile che potrà acquisire solo più tardi, a caro prezzo. Il fratello Theo, intanto divenuto ad ogni effetto mercante d’arte, della nota casa d’asta Goupil, nonchè mentore, confidente ed unico mecenate di Vincent, esprime pareri dubbi e consiglia il fratello sulla sua primitiva produzione pittorica. Van Gogh non abbandona i suoi tratti religiosamente umani, e aiuta tutti i diseredati che può, malgrado le sue esigue possibilità. L’esistenza in questo periodo è particolarmente vagabonda e miseranda e raramente si discosta dal mondo rurale e dalla natura tout court. Segue costantemente le figure dei carbonai, dei tessitori e dei contadini; uniche figure all’interno della società che riescono decisamente ad attrarlo; la loro semplicità e onestà non possono non scuotere la sensibilità di Vincent, che per lunghi periodi mangerà e vivrà come questi contadini, sebbene il suo sguardo tende continuamente alla ricerca sfrenata di sentieri invisibili. Van Gogh non tarda però a conoscere la sua instabilità di nervi, unitamente alla sua cagionevole salute, duramente provata da un’alimentazione carente e fortuita; terribile prassi che porta il materiale della pittura a saccheggiare tutto il contante di Vincent, imponendogli in alcuni casi il digiuno. Mentre Vincent getta tutta la sua anima e il suo tempo nello studio e nella pittura, il suo corpo e il suo stato mentale non accettano tali ritmi, e codesti si ribellano violentemente. Un altro nemico... La sua personalità comincia ad intralciare i suoi piani obbligandolo a lunghe degenze ospedaliere (inutili e infeconde pause nelle quali van Gogh dovrà faticare per recuperare il ritmo del suo lavoro). Insomma un’altro ostacolo da abbattere, prima di poter scorgere all’orizzonte qualche raggio di luce. Ma la notte è ancora lunga... Più che mai, forse, van Gogh in questi anni ha modo di toccare con mano il peso e il triste destino d’una vita d’artista e d’una vita per l’ARTE, che nemmen
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ti ripaga delle tue spese materiali! Dunque l’arte; la più ingrata delle illusioni, che ammalia e seduce l’uomo... prima di condurlo alla pazzia! Ma Vincent, per sua fortuna, sa anche trarre respiro e attimi di pace, nel mezzo dell’esistenziale lotta; lo fa passeggiando piacevolmente nell’incantato Brabante o nelle fertili pianure di Scheveninghen; egli accumula e fotografa nel suo cuore tutti quei colori, quei riflessi di luce e quella flora che ricolmerà, anche se per pochi istanti, i suoi vuoti e le sue malinconie. E poi ancora qualche bella incisione o acquerello, speditagli da Theo, o qualche ottima lettura e sicuramente la graditissima visita del fratello, che in certi momenti dona a Vincent persino serenità. Vincent in questi anni conosce Sien; una prostituta trentenne gravida e con un figlio, col volto deturpato dal vaiolo, abbandonata a sè stessa. Vincent non rimane insensibile e l’accoglie con il figlio nella sua stanzetta. Li nutre e sostiene le spese mediche della donna, con la ferma intenzione di sposarla. Ma tutta questa carità, o forse è il caso di dire cristianità, è oggetto di scandalo e di feroci critiche, specie da parte della famiglia di Vincent, che lo giudica insano nelle sue scelte. Benchè contrario in tale questioni, Theo non lo abbandona e continua a provvedere al suo sostentamento. Le critiche e i pregiudizi della gente ordinaria non fanno che confermare il disgusto e l’avversione di Vincent, per una società meschina e falsamente cristiana, con il quale non ha mai voluto e nè avuto nulla da spartire. Van Gogh prosegue, suo malgrado, a remare controcorrente nel mare della mediocrità, che si ciba di menzogne quotidiane e in modo accorto ostacola e dileggia gli spregiatori della pubblica opinione; egli è perfettamente conscio d’essere morto per la società e le sue regole, ma non vi è altra via da seguire per un artista che vuol esser tale, che non necessita di appagare nessuna vanità, passibile d’una qualsivoglia menzione o attenzione da parte del bestiale occhio dei profani, che imperterriti continuano ad abusare del loro tempo! In questi anni la fresca fucina artistica di van Gogh, dà vita al suo primo grande quadro: i mangiatori di patate. Codesto lavoro è il frutto di lunghi studi e disegni preparatori sulla vita contadina; particolarmente gli ambienti, i lavori e i suoi ritmi abitudinari colpiscono il pittore al punto da indurlo ad unire tutta una serie di fattori, concernenti la dura e incorrotta vita dei contadini sino a quella intima religiosità che costoro seguitano a conservare gelosamente; intanto fuori dal contado si sviluppano civiltà superficiali e antiestetiche, se pur alfabetizzate e circondate da istituzioni culturali, che tendono decisamente a sviluppare l’uomo creandone il tipo moderno, che assorbe e ricerca tutte le pulsioni della vita urbana, ma che in fondo ha perso quella sensibilità e forse anche quei tratti arcaici della vita, che van Gogh ha sempre ammirato e cercato instancabilmente. Quella società, il suo tempo, quella goccia nell’eterno: rappresenta la fine del mondo geometrico. Co-

mincia l’anarchia delle forme, tutto appare saturo di libertà, di nuove idee e forme di sviluppo. Tutti frutti decisamente acerbi... ancora saldamente legati al ramo indeciso della mente moderna, che trema al primo alito di vento... La scena de “I mangiatori di patate” è magnificamente descritta dal suo autore, come riportata qui sopra, e risulterebbe vana qualsiasi aggiunta di note di carattere stilistico o di tecnica pittorica; nonostante ciò, non posso sottrarmi dal commentare le parole di van Gogh sul suo quadro; egli insiste, a sua detta, sul dovere di rappresentare i soggetti in tutta la loro rozzezza con la chiara intenzione di innalzare le loro nature al di sopra delle altre, senza i consueti orpelli artistici che insudicerebbero l’incanto della scena menzionata, vale a dire la cena di una famigliola di contadini: all’interno d’una umilissima stamberga, i cui colori declamano miseria in ogni dove; si sta compiendo un pasto frugale, a base di patate lesse, che tenta di rigenerare le mille fatiche dei campi; sono certo che chi leggerà, sarà mosso almeno per pochi istanti dalla curiosità di vedere tale tela; se poi costui sarà dotato anche di un vivace e curioso occhio, lungi dalla critica ma soltanto ben proiettato alla contemplazione, potrà scorgere in questo dipinto un’atmosfera, che forse raramente è possibile trovare ai nostri infausti giorni, persino nelle liturgiche funzioni; un silenzio aleggia in quella tela che grida in faccia, a colui che osserva, tutto il rigore col quale queste persone sopportano i loro fardelli, anche a tavola. La luce tenue delle lampade a olio, illumina i loro volti così come van Gogh seppe scrutarli, quasi con timidezza e discrezione, affinché la sua presenza non ebbe a disturbare tutto il tepore e la grazia di quella scena. NOTE DELL’AUTORE * indica l’inizio di una nuova lettera, i cui fatti e pensieri sono sempre inscritti nella cronologia che indico nelle parentesi quadre, nel sottotitolo di ogni paragrafo. ... i segni d’interpunzione indicano che il pensiero, la frase o l’avvenimento nella lettera proseguono, malgrado io ritenga di interromperli. **** demarcano lo spazio tra le lettere del pittore e i miei commenti ad esse. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Vincent van Gogh, “Lettere a Theo” a cura di Massimo Cescon, ed. Ugo Guanda Editore S.p.a. Parma, 1984 (1° ediz.)

“Controedicola”
(anteprima)

Caro Theo: per molto tempo, dall'agosto 1872 fino al 27 luglio 1890, due giorni prima di morire dopo essersi sparato un colpo di rivoltella, Vincent Van Gogh scrisse al fratello Theo con una costanza che trova il solo termine di paragone nell'amore che egli nutriva per lui. Per molto tempo Theo fu il suo unico interlocutore; sempre fu quello privilegiato, il solo cui confidò le pene della mente e del cuore. Del resto, le lettere a Theo (qui presentate in una scelta che riprende, con qualche variante, la versione integrale apparsa in Italia nel 1959) costituiscono la gran parte dell'epistolario vangoghiano. Dalla giovinezza alla piena maturità, esse ci permettono di seguire, quasi quotidianamente, la vicenda artistica e umana del grande pittore. Vincent Van Gogh (1853-1890) nacque in Olanda. Visse ad Anversa, Parigi e Arles, in Provenza. Si dedicò integralmente alla pittura dal 1880, realizzando in soli dieci anni una tra le opere più decisive per l’evoluzione dell’arte moderna. Continuò a dipingere con disperato entusiasmo fino al 29 luglio 1890, quando morì. Il fratello Theo gli sopravvisse sei mesi. (Tratto da http://www.guanda.it)
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“Frammenti su Body art di Don DeLillo”

Don DeLillo, come un vero filosofo della vita, setaccia uno spazio ad assetto variabile, ovvero il corpo. In una sorta di analisi morfologica dell’esistenza, il nostro autore mette alle corde quell’identità che si fa di attimo in attimo, che si determina sempre da capo e che resiste alle forze livellatrici dell’interiorità, come una forma che, nella sua avventura nel mondo, resiste alla precarietà con un balzo, una spinta, un moto di ribellione volto all’autotrascendimento.
SAGGISTICA

di Luca Viglialoro

Dramatis personae

Quanto più l’io tenta di centralizzarsi e puntualizzarsi, tanto più vasta è la sua periferia e viceversa. E così perso e indeterminato nella natura, nella differenza, in un allontanamento senza precedenti, l’uomo torna a riferirsi alla natura e vi si inscrive. Il ruolo del registratore in questo inconsapevole ricercarsi, rimanda alla memoria il beckettiano L’ultimo nastro di Krapp, in cui Io, Linguaggio e Pensiero vengono completamente sbriciolati dal tempo. E’ in questo interminabile trovarsi disaminata per lacerti, che la coscienza si dà e sopravvive come coscienza. II Atto. Senso. Dialogo col sentire e la verità. La verità dilatata nella narrazione. Minuti, ore, millesimi ammassati come macerie: Tutto è lento e bianco e esangue e tutto accade interno al verbo sembrare. Tutte le macchine sembrano fluire con un movimento dissociato, dando l’impressione di, o presentando l’apparenza di, e l’autostrada corre via con un ronzio bianco (p.23) L’atmosfera è satura di nebbia e la verità vi si nasconde, fuggendo da possibili verificazioni esterne. La casa di Lauren sembra un covo di ombre, un nugolo di fantasmi (2) che si nascondono nel tostapane, nel pentolino e negli oggetti rassicuranti. Di mattina aleggia un’aria troppo grave per essere respirata: ha la densità degli incubi. Il suo peso è proporzionale alla paura e all’infinità di oggetti che ci circondano, ma è dietro questi frammenti che tiepidamente traluce il tuo volto: Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno accanto alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida nella baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. (p.1) Solo attraverso il corpo di un ragno si giunge a quel attimo in cui la verità lenisce il dolore, e dove lo spettro di Rey impallidisce. Il caos sotterraneo ricombina i moti, il tempo della verità coincide con un addio nella caducità in cui “la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consape-

I Atto. Dialogo nel senso Don DeLillo scrive Body art (1) ricominciando dall’ultima parola di uno dei suoi romanzi più celebri Underwold - che meglio mostra la possibilità di un dialogo nel senso: pace. Quale pace? La pace di Underwold nasce dalla confusione, dal caos di un rimescolarsi esiziale delle cose. Dalla palla da baseball al presidente del Stati Uniti, dall’infartato al mare di pattume, tutto si congiunge e si allontana in continuo movimento. Nel vertiginoso andamento delle sequenze del romanzo, la pace si instaura come il gioco preliminare delle cose, quello sfondo opaco che abbraccia e penetra ogni stato. E’ l’epopea tragica e vorticosa in cui si mescolano epoche (il dopoguerra americano) e figure (J.E. Hoover), tutte congiunte dai passaggi di mano di una pallina, cimelio di una partita tra Giants e Dodgers, che fa da elemento di continuità e curioso simulacro di decadenza e morte. Un presagio tangibile del Requiescat in pace, in cui la pace si sviluppa attraverso l’estensione ed il moltiplicarsi dei contatti con le singolarità. Riposa in pace Rey Robles, l’ex-marito regista di Lauren in Body art – ma la sua, è vera pace? chi può dirlo? Lauren vive già con un altro, ma un altro (uomo? io?) che non parla o, meglio, riesce solo ad emettere rumore (lo stesso che attraversa Underworld, ma con ritmo opposto), perché probabilmente esiste solo come imago mortis e ferita che non si cicatrizza. Altrove DeLillo lo avrebbe chiamato un rumore bianco. Lauren crede che l’uomo abbia un aspetto docile ed infantile, eppure si presenta improvvisamente, come una naked appearence, e ha la stessa voce di Rey. La sua ambiguità perseguita Lauren, che lo fa parlare dentro un registratore per dargli una qualche identità. E’ proprio nel sentirlo che quella stessa identità sempre gli sfugge, non si lascia mettere in forma.

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volezza”(ibid.). E’ qui, proprio qui che l’arte si incrocia col corpo, ripristinando il sé tra le pieghe oscure della sensibilità. L’ultima performance di Lauren artistica è Body time, in cui all’inizio appare una anziana donna giapponese in un palcoscenico completamente vuoto, e alla fine un uomo nudo che tenta disperatamente di dire qualcosa (3). Dove non c’è comunicazione non c’è tempo e luogo; la vita è una spoliazione, che mostra le rughe all’eternità. Invece l’espressione, nello spazio e nel tempo, è una minaccia blesa all’eternità. Le parole e le cose si stanno allontanando. Exodus. Senso. La verità del corpo. Lauren crede che l’uomo con cui abita, ribattezzato Mr.Tuttle come il suo goffo insegnante di liceo, stia cercando di imitare Rey. Mentre Mr.Tuttle fa il bagno, Lauren prova la dolcezza del contatto con la sua pelle, disegnando il suo inconscio su quella figura: pennella con leggerezza le labbra, le orecchie, le fattezze di chi vive. Nascere, però, può non essere un pregio. “Forse quest’uomo è indifeso contro la verità del mondo. Quale verità? Pensò. Quale verità?”(p.58). Questa è la vita? Se è così, allora perché dovremmo pensare alla verità? Che senso ha? Il corpo risponderà, ancora. “Voleva sentire l’odore forte della salsedine sulla faccia e lo scorrere del tempo dentro il corpo, voleva che le dicesse chi era.”(p.102)

Note (1) Don DeLillo, Body art, Torino, Einaudi, 2001. Ed. inglese, The body artist, Simon & Schustster, 2001. (2) Interessante il parallelo di James Marcus, all’interno dell’edizione originale, tra l’ambiguità di DeLillo e quella di Henry James in Giro di vite: “What follows is one of the strangest ghost stories since The turn of the screw. And like James’s tale, it seems to partake of at least seven kinds of ambiguity, leaving the reader to sort out its riddles.” (3) La scena appena descritta sembra presa direttamente da Hiroshima mon amour, di Alain Resnais. L’enfasi stilistica di entrambe le opere è, per ritmo e densità, molto simile. Luca Viglialoro (1985), Laureato in Filosofia, si occupa del rapporto tra filosofia e letteratura. Studia alla Humboldt Üniversität. E’ del 2007 la sua silloge, Il lavoro del tempo (Inedition). Ha inoltre tradotto Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard e Samuel Beckett.

“Controedicola”
(anteprima)

Don DeLillo
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Una storia di fantasmi, forse. L'allucinazione di un'artista costretta a confrontarsi con un dolore più grande di lei, una meditazione sul tempo e sullo spazio e un viaggio dentro il mistero della creazione artistica. Don DeLillo scrive un libro scarno e perturbante che racconta la storia di un abbandono e traccia il diario di ogni solitudine. "Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la piú piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei". (Tratto da http://www.einaudi.it/einaudi)

Così cita la strofa 25 del Canto III del Buddhacarita di Aśvaghoşa, opera poetica di argomento sacro scritta in sanscrito, tra le più alte della letteratura mondiale. Da questo testo di enorme valore artistico e religioso il grande fumettista italiano Roberto Raviola, meglio noto come Magnus (da Magnus Pictor Fecit = fatto da un maestro pittore), ha tratto l'ispirazione e i testi per una delle sue opere meno conosciute, ma certamente più interessanti: Il Principe nel Suo Giardino. Nel Buddhacarita, conosciuto in Italia col nome Le Gesta del Buddha, viene raccontata la storia della vita terrena del principe della dinastia dei Śākya, Sarvāsthasiddha, meglio noto come Siddhartha (1) Gautama, il Buddha, l'Illuminato, colui che fonderà una delle religioni più diffuse nel pianeta. Fra i tanti episodi che vengono raccontati, dai segni premonitori alla nascita, fino alla completa illuminazione, importante è quello che riguarda la visita a cui viene forzato il Principe nel boschetto chiamato L'Adorno di Molti Loti, dove il fiore supremo simbolo di bellezza asiatico, altro non è che un paragone per indicare le donne, ed in particolare, il loro sesso. Ed è proprio in quello che si concentra l'attenzione di Magnus, che per questo lavoro creerà 30 illustrazioni in cui protagonisti assoluti sono il sesso e il corpo della donna. Abituato a sorprendere il suo pubblico Raviola crea un portfolio spiccatamente erotico inserendolo in una cornice che più epica, mitica e religiosa non si poteva, e cosa più importante lo fa con una coscienza e un'arte che tutto fa pensare fuorché a un intento blasfemo. Pubblicato per la prima e unica volta dalla Granata Press di Bologna, città natale dell'autore, nel 1994 Il Principe nel suo Giardino è un'opera della tarda maturità di Magnus, e rappresenta l'ultima sua creazione ad ampio respiro prima dell'uscita del famigerato Albo Gigante di Tex La Valle del Terrore, che verrà alla luce nell'aprile del '96 dopo 7 anni di lavoro, poco dopo la morte di Raviola. L'erotico nel '94 era genere già ampiamente trattato dall'autore di Alan Ford (sua creazione più nota al vasto pubblico). Necron, Le 110 Pillole, Le Femmine Incantate sono solo alcuni dei suoi lavori più noti in cui il sesso viene usato come espediente comico, come argomento etico, o come pretesto narrativo. Il Buddhacarita pubblicato nell'edizione presa qui in considerazione dalla Adelphi, con la cura di Alessandro Passi, noto studioso di letteratura indiana, ha una storia travagliata. Andando completamente disperso l'originale, il curatore ha dovuto fare affidamento su alcuni testi, il più autorevoli possibili: un manoscritto sanscrito (quindi stessa lingua dell'origi-

“Siddartha tra i Molti Loti”

“Il principe, nel vedere per la prima volta la strada maestra, che era piena in tal guisa di cittadini modesti con vesti pulite e sobrie, si rallegrò alquanto e credette quasi d'essere rinato in cielo”*
SAGGISTICA

di Franco Sardo

1 - Il Principe Infelice

nale) del XIV secolo; due frammenti di un manoscritto nepalese; la traduzione tibetana del testo; la traduzione cinese del testo, quest'ultima risalente al V secolo d.C. Il grande lavoro del Passi non può certo evitare che dalla lettura si possano sollevare dei dubbi, ma d'altronde la ricostruzione originale del Buddhacarita così come fu scritto è impossibile. Inoltre questa edizione comprende soltanto i canti dal I al XIV, dove invece le versioni spurie tibetane e cinesi constano di XXVIII canti. Il motivo di tale cernita è dovuto al fatto che le versioni spurie posseggono delle modifiche e delle interpretazioni rese inevitabili dalla traduzione, che però farebbero perdere uniformità e coesione a un testo che prevalentemente è preso dalla fonte più autentica, il manoscritto in sanscrito. Si narra così della vita di Siddhartha fino alla sua Illuminazione, escludendo la parte relativa alla sua diffusione della dottrina. 2 - La Conversione del Poeta La figura del poeta Aśvaghoşa, come tutto ciò che concerne l'India antica, è avvolta in una coltre di mistero, a causa della totale mancanza di storiografia indigena che caratterizza la storia indiana fino al 1000 d.C. Da un confronto tra le fonti indirette cinesi e tibetane, lo studio sullo stile letterario e il linguaggio peculiare del testo, e i ritrovamenti archeologici probabilmente appartenenti al regno sotto il quale Aśvaghoşa visse, si può comunque avere un idea approssimativa della sua vita e del contesto storico a cui apparteneva. Brahmano dell'India nord orientale, quindi appartenente alla casta posta alla base delle gerarchie sacerdotali Indù, Aśvaghoşa era un grande conoscitore della retorica e della scrittura. Si dice che durante un pubblico dibattimento (che doveva essere simile a quello di Socrate narrato da Platone del “Gorgia”) con il maestro giainista (2) Pārśva venne sconfitto, e vacillando la sua fede, seguì quel dotto convertendosi infine al buddismo. Successivamente Aśvaghoşa avrebbe seguito in alcune campagne militari il Marajà Kanişka I, divenendo poi un suo stimato poeta di corte. Appartenente alla dinastia dei Kuşāņa, Kanişka I fu uno dei più grandi sovrani del suo tempo, con un regno che si estendeva in tutta l'India continentale, fino a sfiorare l'odierno Tibet al nord e la moderna Birmania a est, a partire all'incirca dalla prima metà del II secolo d.C. Con lui la pace, il commercio, le arti e le libertà confessionali conobbero un periodo di grande prosperità. Fra le religioni quella che più si sviluppò nel suo territorio, Tibet e bassa Cina soprattutto, fu proprio quella buddista, tanto che Kanişka I ne viene considerato uno dei patroni. L'idea dell'affiliazione di Aśvaghoşa a Kanişka I però si scontrerebbe con alcuni dati paleografici, tratti da alcuni manoscritti unanimemente ritenuti originali, che circoscriverebbero la vita del poeta all'interno del I secolo dell'era volgare. Sta di fatto che sia Aśvaghoşa che Kanişka I sono dei personaggi storici divenuti col tempo, e grazie alla mancanza di fonti certe, oggetto di numerose leg-

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gende di stampo buddista. Fra le numerose caratteristiche attribuite dai miti ad Aśvaghoşa c'è quella di una straordinaria fecondità narrativa, che abbracciava diversi stili, diverse forme e persino diverse lingue. Oltre a poemi religiosi infatti gli vengono attribuite opere teatrali, le prime della letteratura indiana, e poemi epici. Ci sono poi numerosi frammenti di altre opere che vengono, forse a ragione, assegnate alla paternità di Aśvaghoşa. In totale i testi da lui scritti, secondo la tradizione, sarebbero una ventina, ma lungi dal considerare inverosimile la mole e la varietà del lavoro, le altre opere vengono sottratte ad Aśvaghoşa per fondate questioni linguistiche e cronologiche. Tra i tanti testi due sono sicuramente suoi, accomunati, oltre che dal registro aulico e poetico, anche dal tema, caro al poeta, della conversione. Si tratta del Śāriputraprakarana e del Saundaranandakāvya. Sulla prima si può dire poco, data l'estrema frammentarietà del testo a noi pervenuto, tranne che si tratta di un dramma che parla della conversione di Śāriputra e di Maudgalyāyana. La seconda opera ci è arrivata completa, grazie alla giustapposizione di due frammenti nepalesi e uno centrasiatico. Si tratta di un mahākāvya (poema epico-religioso), come il Buddhacarita, che ha però come protagonista Nanda, un fratellastro di Buddha dissoluto e libertino. Rispetto al Buddhacarita è lungo la metà e l'argomento è trattato con più leggerezza, nonostante permanga un comune elemento educatore. Di certo l'argomento della scoperta della via della liberazione, dell'illuminazione, doveva affascinare un poeta che nella sua vita sperimentò un simile cammino. Nel Buddhacarita, per esempio, Aśvaghoşa calca la mano sulla “sconfitta di sè stessi”. Un concetto questo, tipico della filosofia orientale, che fa pensare come lui, assieme al suo pubblico, dovesse auto-istruirsi, per abbandonare l'illusorio mondo dei sensi. 3 - Il Toro degli Śākya Come raccontato nel Buddhacarita, il Buddha, trova i suoi natali in una delle famiglie più nobili appartenente alla stirpe dei Śākya, alla cui origine vi era Iksvaku, uno dei grandi sovrani della tradizione indiana. Figlio di un Re saggio, pio e dotto e di una madre bellissima, Siddhartha nacque senza placenta, già in grado di camminare e di parlare, annunciando al mondo lo scopo della sua esistenza, quello di trovare la Liberazione dal ciclo delle trasmigrazioni dell'anima. La sua nascita, come si conviene agli esseri divini, era stata annunciata da degli inequivocabili segni, e il più saggio fra gli asceti del suo tempo, Asita, dopo averli interpretati correttamente si recò nel palazzo del Re dove si trovava il neonato. Là informò il Re del destino del figlio, che avrebbe illuminato il mondo dei raggi della sua saggezza, rammaricandosi della sua età per colpa della quale non avrebbe potuto ascoltare le sue rette parole. Il Re, a quel punto, gioì e allo stesso tempo si preoccupò, per paura che il figlio tanto amato si allonta35

nasse da lui per raggiungere l'Illuminazione. Nel frattempo la madre di Siddhartha muore, e lui viene cresciuto dalla zia amorevole, fra tutti i piaceri e i lussi che un Re poteva concedere a suo figlio. Il regno era sempre più florido, la terra era generosa più che mai, il popolo era in pace, la povertà e la violenza erano sparite, i nemici si quietavano, le virtù prosperavano, e il Re per mantenere sempre a sé quel suo fortunato figlio, lo fece vivere nei più alti piani del suo palazzo, circondato dalle musiche e dalle arti di belle fanciulle, senza che potesse scendere a terra, dove, si temeva, Siddhartha avrebbe potuto assistere e venire turbato da scene non adatte a un Principe. Giunto a una certa età il Principe, come si conveniva nell'India del tempo, prese moglie, Yaśodharā, di grande bellezza e molteplici virtù. Da lei poco dopo, attraverso un rapporto puro (eseguito quindi secondo il dharma), ebbe Rāhula, suo figlio, uno splendido bambino nato sotto i migliori auspici. Mentre quindi la vita del Principe scorreva nel più piacevole e confortevole dei modi, egli decise di andare a visitare i giardini, i campi, i boschi pieni di meravigliose creature di cui sentiva parlare fin da bambino nei canti e nei racconti. Il Re a quel punto, vedendo il figlio preso dalla naturale e irrefrenabile curiosità di conoscere il mondo, organizzò una gita degna del suo rango. In più per evitare ogni tipo di turbamento al figlio, ordinò che dalle strade venissero allontanati tutti i vecchi, tutti i malati, e che deviassero le processioni funebri. Così il Principe passando su un carro d'oro nella via maestra poté vedere la città nel suo lato migliore, con i palazzi ai lati delle strade che traboccavano di gente accorsa a vederlo e a salutarlo, festosa e ammirata. A quel punto però, per intervento degli Dei che avevano intenzione di accompagnare il Principe nella sua strada verso l'Illuminazione, forgiarono un vecchio tremulo e malconcio, e lo misero sulla strada vicino al carro di Siddhartha in maniera che egli lo vedesse. “Chi è quell'individuo?” chiese allora egli al suo auriga “Questa dalla quale è spezzato costui si chiama vecchiaia” gli rispose quello che nella mente era guidato dagli stessi Dei benevoli. Colpito dalla nefandezza della situazione di quell'uomo e venuto a conoscenza dell'universalità del fenomeno, preoccupato decise di tornare al palazzo. Qualche tempo dopo, per distrarsi dai pensieri causati da quella visione, organizzò un'altra gita. Allora gli Dei crearono un malato, gonfio e ansante, e lo misero in maniera tale che Siddhartha lo vedesse. “Questa è la grandissima pena chiamata malattia” gli spiegò l'auriga. Il Principe allora terrorizzato e scosso dal vedere l'umanità gioire nonostante incombano su tutti malattia e vecchiaia decise di ritornare ancora a palazzo. Là, il Re, che vide come fosse profondo e ormai irreparabile il turbamento del figlio, decise di provare l'ultima carta, quella del piacere, per trattenere il Principe ed evitare che egli prendesse la via della Liberazione, lontano dalla sua reggia. Ordinò allora di preparare un nuovo carro e chiamò un altro auriga, e dispose che in un giardino regale nella città venissero chiamate le donne più leggiadre e abili nelle arti amorose. Ma durante il viaggio verso il giardino gli Dei fecero si che di fronte all'auriga e a Siddhartha sol-

tanto si materializzasse una processione funebre. “Per tutte le creature questo è l'atto finale” disse il cocchiere al Principe, che tremando di spavento e incredulità chiese che il carro fosse rigirato verso il palazzo. Ma l'auriga non voltò i cavalli, e anzi portò Siddhartha al suo giardino, L'Adorno di Molti Loti. 4 - Il Giardino della Tentazione E' da notare però a questo punto una fondamentale sintesi che Magnus opera del Buddhacarita per venire incontro alle sue esigenze narrative de Il Principe nel suo Giardino, ridotte rispetto a quelle descrittive. I testi che intercorrono tra un'immagine e un'altra, infatti sono presi da due capitoli del libro originale, il IV e il V, solo il primo dei quali riguarda L'Adorno di Molti Loti. Il secondo invece tratta del momento in cui Siddhartha prima da solo comincia il suo percorso di lavoro interiore per allontanare da sé ira, violenza, e passioni dal suo intelletto, pio incontra un messaggero degli Dei che gli ispira l'eremitaggio come retta via per l'Illuminazione, e infine annuncia al padre il suo proposito di partire per diventare un monaco errabondo, in cerca di Liberazione. Ma a quella notizia, il padre terrorizzato, pianse per far desistere il figlio da quell'intento, ottenendo solo di turbare maggiormente il suo animo. Salito a quel punto a un piano superiore del palazzo, il Principe si sedette in una stanza circondato da decine di splendide fanciulle dedite alla musica e ai piaceri dei sensi. Gli Dei in quell'istante addormentarono le ragazze, che così assunsero pose scomposte, buffe, grottesche ma allo stesso tempo sensuali. Magnus unisce la scena del giardino a quella del palazzo, che si assomigliano effettivamente in stile e finalità, rendendo in un'unica sequenza il progressivo rifiuto del Principe fatto alle donne, maestre d'amore e di passione, principali fonti di dolore dal quale egli si voleva liberare. Siddhartha si trova così davanti a una schiera di splendide donne istruite al fine di dare piacere ai sensi. Magnus a questo punto si occupa a realizzare la sua versione grafica di questo gruppo variopinto di femmine che hanno tutta l'intenzione di far cedere il Principe dai suoi saldi proponimenti di purezza e imperturbabilità. La serie di illustrazioni comincia con delle rappresentazioni estremamente esplicite e particolareggiate di alcuni sessi femminili. Nel Buddhacarita stesso si dice che le donne sono vestite impudicamente o svestite, facendo così cadere l'attenzione su quella messa in mostra di nudità. Successivamente si passa a delle figure di donna intere dalle fisionomie più varie, ingioiellate nelle maniere più colorite, in pose estremamente sensuali e provocanti, tutte nude o tutt’al più coperte da leggeri indumenti e accessori, come calze e camicette. Anche qui, come si conviene allo scopo lascivo, i sessi e i seni sono sempre posti in risalto. In questo caso però sono le pose e le espressioni delle donne a giocare un ruolo fondamentale. Magnus è attento a disegnare volti e corpi sempre protesi in un godimento sessuale, sia che rappresenti uno sforzo sia che rappre36

senti una rilassatezza. La terza serie di immagini è poi quella più sperimentale: se le precedenti donne emergevano tutte da uno sfondo bianco, per le ultime Raviola studia uno sfondo di diversi colori, ora rosso ora nero, ora viola ora grigio, modificando sostanzialmente non solo la forma, ma anche la cornice tematica, che si fa più eccitata, convulsa, come se in questo modo le donne tentassero le loro ultime carte per corrompere il Principe, che comunque come narra la storia rimane impassibile. I materiali usati per la realizzazione dei disegni sono relativamente pochi: cartoncini bianchi e colorati per gli sfondi, matite per i contorni e pastelli e pennarelli per rifiniture e colorazioni. Con questi semplici mezzi Magnus esprime una padronanza incredibile di tecnica sopraffina. Ciò che stupirà il lettore infatti è la verosimiglianza dei corpi rappresentati fin nei minimi particolari, con particolare attenzione per i sessi. Le ombre della pelle, le forme dei corpi, le espressioni del viso, sono realizzati tutti con una precisione formidabile. La bellezza delle illustrazioni infatti non emerge solo dalle donne rappresentate, che essendo di varie fattezze possono anche non piacere in tutto e per tutto, ma dall'illuminante tratto con cui vengono realizzate. Le stesse piccole imperfezioni naturali, asimmetrie, difetti, non vengono nascosti ma esaltati, per dare a ognuna delle figure una caratterizzazione unica e profondissima. A questo molto concorrono anche gli indumenti e i gioielli, per cui ogni femmina a seconda del suo “genere” ne indossa di appropriati. Ci si presenta così un harem in cui ogni donna, presa nella sua totalità possiede una sua bellezza, quindi un espediente da usare contro l'integerrimità di Siddhartha, e del lettore, a cui Magnus lancia una sfida pari a quella dell'Adorno di Molti Loti al Principe. 5 - Incontro all'Alba E' proprio nell'ottica della riproposizione della “tentazione” dell'immagine che si deve considerare l'opera di Roberto Raviola, che pur realizzando tavole di raffinato erotismo, non ha come semplice fine quello di eccitare il lettore. Lo scopo è piuttosto quello di metterlo di fronte a un banco di prova ipoteticamente paragonabile a quello posto davanti a Siddhartha, il quale nemmeno un pensiero concesse a quelle donne, così sfrontate e lussuriose. Un modo per far risplendere la figura del Principe di fronte alla naturale e innata condizione umana della concupiscenza, dalla quale solo con l'intraprendenza della lunga strada verso la l'Illuminazione, ci si può liberare. La stessa strada che poi viene descritta in maniera poetica e meravigliosa nei capitoli del Buddhacarita successivi al V capitolo fino al capitolo XIV, momento in cui è completata la Liberazione del Buddha. La vicinanza di Magnus al mondo spirituale dell'oriente, e in special modo a quello della Cina, mentre questa dell'India è un'eccezione, è cosa risaputa e confermata dalla grande mole di riferimenti alla filosofia Taoista e Buddista presenti in opere

come I Briganti, Le 110 Pillole, Le Femmine Incantate, ma anche in racconti più brevi come Il Sogno dello Scroscio di Pioggia. Da sempre Raviola, che ascoltò in gioventù le notizie della lontanissima Rivoluzione Culturale Cinese di Mao-Tse Tung, fu appassionato di “cineserie”, come venivano chiamati gli ammennicoli cinesi appunto che andavano tanto di moda all'inizio del '900. Egli usava persino firmare alcuni suoi lavori con un simbolo tratto dal Libro dei Mutamenti, I Ching, che stava a indicare “colui che cerca”, a ulteriore testimonianza della sua spiritualità intesa appunto come ricerca della verità e della pace interiore. D'altronde nemmeno la sua religione più tradizionale, il cattolicesimo, è stata ignorata da Magnus, che per esempio fa apparire San Michele del Pericolo del Mare in uno dei bellissimi episodi del suo Sconosciuto, ambientati nella famosa isola-penisola Mont Saint-Michel, in Normandia. Non è quindi errato pensare a Il Principe Nel Suo Giardino, se non come libro sacro e religioso, come libro dall'alta caratura morale, specialmente per i testi scelti nel terzo capitolo che lo compone, privo di immagini. In esso, il Principe conoscitore della vera condizione umana e vincitore sulle passioni, insofferente all'ingannevole felicità in cui si crogiola l'umanità, grazie al supporto delle divinità benevole, parte immediatamente alla volta dei boschi, per seguire la sua strada di Illuminato. “Così quel destriero, simile a quelli che possiede il Dio Sole, andando innanzi al galoppo come sospinto in pensiero, corse per molte leghe, lontano, incontro a un cielo di stelle già appannate dall'alba, e con lui anche il Principe.”* * Tratto da una traduzione italiana del Buddhacarita Note (1) L'erronea trascrizione "Siddharta" al posto di "Siddhartha" è diffusa solo in Italia, a causa di un errore (poi non corretto) nella prima edizione del romanzo di Herman Hesse. (2) Il Giainismo è una delle maggiori correnti filosofico-religiose sviluppatesi in India nel VI sec. a.C. La sua cosmogonia non prevede entità creatrici e per questo viene considerata una religione atea. Le divinità presenti nel Giainismo sono gli “Jina”, ovvero i “vincitori”, coloro che seguendo la dottrina hanno raggiunto uno stato divino. Sviluppata grazie all'opera di Mahavira, un maestro spirituale indiano contemporaneo del Buddha, ha un assetto sociale comunitario non gerarchizzato dove i fedeli devono seguire una serie di rigide regole, riassunte in 5 precetti fondamentali: castità, non-possesso, dire la verità, non-furto, e nonviolenza. Presente ancora oggi con all'incirca un milione e mezzo di seguaci, fra laici e monaci, il Giainismo è considerata una delle più antiche dottrine della nonviolenza. Il suo simbolo più sacro è la svastica con gli uncini rivolti a destra, i cui bracci indicano i quattro piani dell'esistenza: mondo degli dei, mondo dell’uomo, mondo animale, mondo infero.
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“Controedicola”
(anteprima)
"Io non farò ritorno nella città che ha nome da Kapila senza aver visto l'altra sponda della vita e della morte". Il cammino del Buddha: la nascita, l'infanzia e la giovinezza, felici e protette; la scoperta del mondo e del dolore; la ricerca della liberazione; il risveglio. La vita del Buddha è innanzitutto una grande favola: la storia del principe bellissimo che il padre vuole tenere all'oscuro degli orrori dell'esistenza e invece accidentalmente li scopre. Quei mali sono la vecchiaia, la malattia, la morte: e anche nel mondo di sola bellezza e piacevolezza che il potente re ha approntato per il figlio essi filtrano, onnipresenti e fatali. Le gesta del Buddha raccontano l'itinerario del principe per giungere a trovare la risposta a quei mali: l'Illuminazione, da cui discenderà la dottrina della Liberazione dal ciclo delle nascite. Annunciato dalla figura di un maestoso elefante bianco che appare in sogno a sua madre e penetra senza dolore nel corpo di lei, il principe si presenta con queste parole: "Per conseguire l'Illuminazione io sono nato, per il bene delle creature; questa è la mia ultima esistenza nel mondo". Ma prima di conseguire l'Illuminazione, il Buddha dovrà vivere sino in fondo la sua favola: conoscerà la felicità di un'infanzia paradisiaca, il primo atroce sgomento dinanzi alla totalità della vita, le tentazioni ripetute, gli inganni e gli errori. Lo vedremo, bambino, giocare con "elefantini, cerbiatti e cavallucci d'oro" e con "bambole risplendenti d'oro e d'argento" ; lo vedremo, giovinetto, "preda di femmine maestre di pratiche amorose e inesorabili nel piacere"; lo vedremo sconvolto dalla rivelazione della morte, riconoscere che "l'impermanenza pervade ogni cosa"; poi, nella foresta, affidarsi "al sentiero della quiete della mente"; poi rispondere al padre, che vuole trattenerlo dal farsi monaco errante, "non è giusto fermare uno che vuole uscire da una casa arsa da un incendio"; e poi fuggire a cavallo, ruggendo: "Io non farò ritorno nella città che ha nome da Rapila senza aver visto l'altra sponda della vita e della morte"; e poi riconoscere nell'ascesi una nuova forma dell'inganno, in quanto via verso il paradiso, ma non verso la Liberazione… Alla fine di queste "gesta", che si arrestano sulla soglia dell'Illuminazione, ci accorgeremo di esser stati introdotti al Buddha nel modo più dolce, suadente, sontuosamente romanzesco, da un alto maestro della parola, quell'Asvaghosa sapiente artista di Corte che Coomaraswamy ha definito "il più grande poeta del buddhismo". Nel settimo secolo dopo Cristo, cioè circa sei secoli dopo la composizione delle o Gesta del Buddha, un pellegrino cinese, I-tsing, scriveva che Asvaghosa era letto "per ogni dove nelle cinque Indie e nei paesi dei mari del Sud". (Tratto da http://www.liberonweb.com)

come poeta. A questo proposito sono già stati scritti degli studi sulla relazione con l’opera di T.S. Eliot (5), e uno in SAGGISTICA particolare sulla poetessa americana (6), mentre noi con questo contributo intendiamo soprattutto fare un’analisi traduttiva che metta in evidenza le possiEugenio Montale è stato traduttore di prosa e di poebili ragioni di determinate scelte linguistiche e ritmisia; ma se il lavoro dedicato al romanzo straniero è co-metriche adottate sul testo. Quella montaliana, stato spesso dettato da necessità economiche (1), infatti, a noi pare essere una dinamica interpretativa soprattutto dopo che nel 1939 perse la carica di diche, oltre allo scambio linguistico, porti a un rettore del Gabinetto Vieusseux, la sua attenzione transfert poietico. Montale, infatti, non prova a ricalalla lirica è stata uno strumento personale di riflescare la struttura formale del source-text, ma l’adatta sione. al proprio stile, cosicché gli scambi metrici e fonici Tra il 1929 e il 1948 traduce T.S. Eliot, poeta allora saranno molteplici, presentando delle soluzioni diancora sconosciuto in Italia; Shakespeare; Blake; stanti, o addirittura opposte alle precedenti, eppure Melville; Thomas Hardy; Maragall; Joyce; Djuna tutte riportabili all’intento di una progettualità della Barnes; Yeats; Pound; Guillén; Leonie Adams; Katrasposizione target oriented, dove però l’obiettivo vafis; Dylan Thomas; Milosz; Gerard Manley Honon è la facilitazione di lettura nella nuova dimora pkins e, appunto, Emily Dickinson. linguistica, ma l’appropriazione che, oltre che ad un livello fonosimbolico, si verifica anche in quello Le sue versioni sono pubblicate dapprincipio su rivilinguistico. Queste “adattazioni” implicano dapprista, mentre alcune erano apparse nel volume Poeti ma l’appropriazione del testo, anche in termini conantichi e moderni tradotti da lirici nuovi (2). Nel cettuali, e conseguentemente la sua restituzione, do1948 la maggior parte di esse viene raccolta nel po averlo fortemente modellato nel suo impianto Quaderno di traduzioni (Edizioni della Meridiana), metrico e semantico. e poi ancora altre due volte da Mondadori nel settembre e dicembre del 1975. Le edizioni differiscoCi preme riflettere su questa particolarità, che caratno per delle aggiunte e per le Note introduttive terizza poi più in generale le traduzioni d’arte, perdell’autore che a volte, in modo interessante, conché ciò viene dimostrato dalla profonda aderenza del traddice gli avvenimenti programmatici e di compotesto di partenza al tessuto lirico del poeta/traduttore. sizione (3). Oggi, giustamente, si ritrovano raccolte Il metodo adottato da Montale può allora considerarnel «Meridiano» assieme all’opera poetica (4). si assimilativo, dove lo stile e la struttura discorsivonarrativa dell’opera viene riprodotta per analogie Un’analisi approfondita della scelta dei testi e degli ritmiche, strofiche o simboliche, autori tradotti può essere rilevandi volta in volta differenti, senza te sia per riconoscere gli interesdover parallelamente ripetere il si culturali che il poeta coltivò in sistema versificatorio originario. quegli anni, sia per studiare le E per tali ragioni «Si rivela tuttapossibili influenze e suggestioni via improduttivo cercare nel che queste versioni ebbero nella Quaderno un sistema chiuso e propria produzione. Ed effettivacoerente di schemi sintattici, di mente il confronto si può fare soluzioni tecnico-poetiche fornon solo con i modernisti, ma malizzabili more geometrico» anche con Shakespeare metafisi(7). co, e nel nostro caso anche con Emily Dickinson (1830-1886), la Se poi del piano formale intenpresenza più “eccentrica”, insiediamo anche la sua trasmissione me probabilmente a Hopkins, culturale, è bene ricordare che le nell’accezione letterale, propria traduzioni delle opere letterarie del suo status di outsider, sia subiscono nel corso degli anni un dall’accademia, come dagli amaccelerato processo d’invecchiabienti letterari. mento, perché «la loro verità si basa sul momento temporale in Il fatto è che il Quaderno in quecui esse vengono espresse» (8). sta sua specifica pluralità dimoÈ per questo che il traduttore si stra la straordinaria sapienza che Emily Dickinson trova nella difficile situazione di Montale ha avuto nell’amalgadover riadattare la struttura linmare personalità tra loro spesso diversissime, se non guistica, distante dalla sua realtà, come da quella del addirittura contrastanti, sebbene in esso non si vuole nuovo fruitore. La traduzione fatta da un poeta vede ipotizzare uno schema interpretativo nella disposiin questa operazione la possibilità di poter evocare il zione dei testi. La raccolta, infatti, oltre a facilitare il mondo poetico dello scrittore tradotto adattandolo lettore che vuole prendere visione dell’insieme del alla nuova circostanza storica. Solo allora, infatti, le lavoro del genovese, non si presta a una lettura d’intraduzioni sono vissute come una legittima forma di sieme, né i vari testi possono considerarsi tra loro ποίησις: complementari. Si può instaurare invece un rapporto comparativo tra essi, il traduttore Montale e Montale perché esse, movendo dalla ri-creazione della poe“Emily Dickinson e la traduzione di Eugenio Montale”
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di Gandolfo Cascio

L’“eccentrica” Emily Dickinson e la prassi di Eugenio Montale, ovvero la traduzione come appropriazione

sia originale, l’accompagnano con gli altri sentimenti che sono in chi la riceve, il quale, per diversa condizionalità storica e per diversa personalità individuale, è diverso dall’autore; e su questa nuova situazione sentimentale sorge quel cosiddetto tradurre, che è il poetare di un’antica in una nuova anima. (9) Si può parlare quindi di uso equilibrato della retorica, in una rappresentazione duale del mondo d’arrivo, nel nostro caso quello italiano/montaliano, come di quello anglosassone/nordamericano di partenza. L’avvicinamento all’oggetto volto in italiano, come anche al suo autore, è quindi verificabile nelle traduzioni pur considerando che le due personalità, e cioè del poeta traduttore e del poeta tradotto, sono aliene l’una all’altra, perché: la spazialità inerente al gesto del traduttore – ladro e latore di un messaggio – è la dimensione in cui esso consuma la propria storia, le tracce temporali del viaggio andranno allora cercate nelle trasformazioni, nelle innovazioni linguistiche che la traduzione presenta rispetto al testo di partenza, mentre le invarianti segnaleranno l’avvenuto trasferimento, la legittimità dell’appropriazione. (10) Una prova verificabile di quello che abbiamo sostenuto finora si riscontra nella versione che Montale fece tra il ’38 e il ’43 di una lirica di Emily Dickinson, The Storm (11): 1593 There came a Wind like a Bugle It quivered through the Grass And a Green Chill upon the Heat So ominous did pass We barred the Windows and the Doors As from an Emerald Ghost The Doom’s electric Moccasin That very instant passed On a strange Mob of panting Trees And Fences fled away And Rivers where the Houses ran Those looked that lived - that Day The Bell within the steeple wild The flying tidings told How much can come And much can go, And yet abide the World! (12) TEMPESTA Con un suono di corno il vento arrivò, scosse l’erba; un verde brivido diaccio così sinistro passò nel caldo che sbarrammo le porte e le finestre quasi entrasse uno spettro di smeraldo: e fu certo l’elettrico segnale del Giudizio. Una bizzarra turba di ansimanti alberi, siepi alla deriva e case in fuga nei fiumi
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è ciò che videro i vivi. Tocchi nel campanile desolato mulinavano le ultime nuove. Quanto può giungere, quanto può andarsene, in un mondo che non si muove! (13) La decisione di tradurre questa poesia è probabilmente stata suggerita dal richiamo tematico del vento, della tempesta, (“bufera”), idealmente congeniale alla prassi scritturale montaliana. L’ordine sintattico del poema, che incomincia con la presentazione del soggetto, il vento, ovvero l’afflato lirico, viene rovesciato, sovrapponendo all’elemento naturale l’ingresso quasi plateale del “corno”. In questo modo si perde l’effetto narrativo originale, ma si ottiene una forte affabulazione scenica e ritmica: Mentre il vento irrompe con fiabesca familiarità (“There came a wind…”) nel testo della Dickinson e si trasforma simultaneamente in strumento musicale (“like a bugle”) per ellittica similitudine, nella traduzione esso è preceduto dal segnale sonoro con un’inversione che, mutando il rapporto metaforico (vento / strumento) in modalità di precedenza scenica (suono / vento) e occupando l’intero primo verso, ne rende l’arrivo regalmente enigmatico. (14) I primi due versi della poesia di Dickinson si fanno in questo modo “montaliani”, sia per la ricostruzione dei richiami tematici, come per la struttura invertita della lirica. Per verificare l’avvenuta assimilazione si può adottare un metodo analogico-comparativo, tra questa trasposizione e la struttura di Corno inglese, scritta nel ’22, e già inclusa nella prima edizione degli Ossi. Infatti, così come il vento della poesia della Dickinson si tramuta in essere che assimila in sé tutti gli ornamenti, ed è capace di oltrepassare la natura del bene e del male, così nel vento e nel mare della lirica di Montale si riscontrano parallelamente gli stessi componenti, che definiscono l’origine stessa dell’esistenza, e dell’escatologia delle cose: Il vento che stasera suona attento – ricorda un forte scotere di lame – gli strumenti dei fitti alberi e spazza l’orizzonte di rame. (15) Le similitudini presenti nei due testi sono di notevole interesse e ci convincono che la traduzione può essere considerata come una seconda versione del Corno inglese. La genesi della traduzione va cioè ricercata nell’incontro dei paralleli contenutistici che Lonardi in un suo saggio ha definito «fasci ossessivi importanti dell’imagery montaliana». (16) Nel tradurre un elaborato tanto vicino alla propria intelligenza, egli ha quindi visto la possibilità di “ritrovare” la propria poesia, e la possibilità di riscriverla, sebbene con nuovi caratteri. Non solo dunque il ritorno di un topos letterario, ma l’adattamento della propria estetica in un testo altrui, in un passaggio di esperienze che sarà stato nella direzione poeta → traduttore: Borges credo che potrebbe parlarne come di una «fonte» per i primi versi di Corno inglese: visto che

quest’ultimo è del ’22, è pensabile che, giusta il paradosso borgesiano, si debba parlare di «fonte» a posteriori. In realtà, eccoci a un caso di ritorno del poeta in proprio sul traduttore. (17) Esaminando i vv. 9-12 ci convinciamo della loro appartenenza, anche strutturale, all’universo montaliano. Vediamo che gli alberi – come in De Chirico poi – sono strumenti, tra i cui rami il vento suscita un suono di lame, sono il soggetto vibrante della poesia di Emily Dickinson, i protagonisti che nel loro ansimare trovano un nuovo tono da aggiungere alla sinfonia già aperta dal bugle - corno. L’esercizio qui, comunque costretto a un certo sconvolgimento semantico soprattutto all’inizio, è quello di mantenere la sonorità dei versi che gli si propongono. Nella poesia originale troviamo la rima di “grass : pass” (vv. 2 e 4), e le assonanze tra “doors : ghost : passed” (vv. 5; 6 e 8), con un frequente uso della “S”. Montale riproduce questa sonorità “ventosa”, che è forse il dato più caratteristico del poema, scegliendo suoni alveolari polivibranti e fricativi: «il vento aRRivò, ScoSSe l’eRba; / un veRde bRivido diaccio / coSì SiniStRo paSSò nel caldo / che SbaRRammo le poRte e le fineStRe [...]». L’eco che si riproduce ha una matrice dantesca ed è riconducibile all’effetto che ritroviamo nel discorso di Pier delle Vigne (Inferno, XIII, 33-39): e ’l tRonco Suo gRidò: «PeRché mi SChiante?». Da che fatto fu poi di Sangue bRuno, Ricominciò a diR: «PeRché mi SCeRpi? non hai tu SpiRto di pietade alcuno? Uomini fummo, e oR Siam fatti SteRpi: ben dovRebb’eSSeR la tua man più pia, Se State foSSimo anime di SeRpi». Non è escluso che Montale abbia tenuto a mente questo canto anche nella composizione del Corno inglese, dove invece si ritrova la ripetizione di rime, semirime e assonanze. Nella sua traduzione, nonostante l’assenza dell’omeotelèuto, «rinunciando soprattutto alla velleità di calchi ritmici e sintattici che renderebbero un’immagine devitalizzata e stravolta dell’originale» (18), l’originale effetto sonoro, ventoso, non è affatto perduto, anzi, è ripetuto e rafforzato nell’intero testo con l’uso delle vocali frontali; in un passaggio che, possiamo dire, va da Dante al Corno inglese, e ripreso nella traduzione della Tempesta. Un ulteriore cambiamento che ci aiuta a confermare l’ipotesi dell’appropriazione della lirica dickinsoniana, è poi la scomparsa di un termine oggettivo come il «mocassino»: Se il mocassino scompare è perché Montale connette al gesto del tradurre una funzione storicizzante, e nel mondo ghiacciato alle soglie della guerra in cui egli introduce questo frammento di un altro tempo e di un’altra cultura non c’è spazio, tra gli oggetti d’uso poetico, per la calzatura esotica [...]. (19) Montale non teme di adattare il testo evitando, soprattutto, la ripetizione ritmica: il che ottiene, 1. con la variazione là dove si trovi di fronte, all’opposto, alla ripetizione (epanalessi, iso40

coli o comunque ritorni di un identico ordine sintattico...), abbastanza facile da incontrare nella poesia anglosassone, [...]; e 2. con l’uso frequente dell’enjambement, il che fa saltare la coincidenza periodo sintattico-misura versale [...]. (20) La conseguenza è che le rime si perdono in più semplici assonanze, e che il finale viene mutato in una sentenza della “negatività” dell’essere; «la conclusione gnomica è ben montaliana, forzando leggermente il senso originario, il poeta può evidenziare l’incongruità del reale [...]» (21). Chiaramente questa si può identificare come una strategia programmatica, come altrove sono l’omissione dell’anafora con una parafrasi, alterando la struttura fondante del verso (come in Watching the Needleboats at San Sabba di Joyce (22), e la sostituzione di forme verbali con la costruzione nominale, ripresa anche nelle traduzioni in prosa, è identificabile nell’assimilazione ellittica. La procedura si può riconoscere in Green Mansions, in cui “After making a hasty meal at the house” viene tradotto con una nominalizzazione ablativa in: “Dopo un pasto affrettato” (23), e anche nel testo di Hopkins, La bellezza cangiante, dove il sintagma del terzo verso “upon trout that swim”, viene riportato con il più immaginifico “della trota in acqua” (TP, p. 743) (24). Facendo ciò Montale, se da un lato accorcia la lunghezza del verso, dall’altro ne aumenta il numero, e questo avviene proprio come nell’architettura di molte sue composizioni, con la formazione di diversi enjambement. La lunghezza del verso, infatti, è sempre stata una delle maggiori preoccupazione del Nostro, il quale, parlando di una nuova traduzione dei Sonetti di Shakespeare, dichiara che «a un decasillabo inglese raramente può corrispondere un endecasillabo italiano» (25), una sorta di postulato che, anche se indirettamente, ci dà un esempio delle difficoltà e dei procedimenti affrontati durante il proprio lavoro. Per confermare questa tesi, riprendiamo la versione della Tempesta, in cui, ancora una volta, il sostantivo monosillabico non viene parafrasato, ma composto nominalmente, così a: “and a green chill upon the heat”, corrisponde: “un verde brivido diaccio” (v. 3). Sulla scelta di tradurre questo sintagma con un binomio si è soffermata anche Musatti, ponendo l’accendo sul valore semantico del doppio nominativo: ove l’aggettivo, pur avendo uno scarso valore informativo in senso stretto [...], ha un’importantissima funzione d’amplificazione semantica (l’allitterazione della vocale i si fa segnale dell’intensità emotiva che si prolunga nel verso successivo in «cosÌ sInIstro»). L’intonazione ritmica pone l’accento semantico sul sostantivo brivido che, sdrucciolo, campeggia fra due lessemi piani. Significativa l’evidenza grafica dello schema sintattico Agg N Agg, isolato nell’ambito del verso: un artificio tecnico che ha vari esempi nella poesia montaliana [...]. (26) A questo punto risulta chiaro perché le versioni montaliane si inseriscono nel genere letterario più complesso della riadattazione poetica, se così sensibile è stata l’eredità ricevuta, e che perciò certe “appropriazioni” siano stati dei passaggi, non solo nella direzione del traduttore verso il poeta, ma, co-

me abbiamo cercato di dimostrare, anche viceversa. Noi crediamo che questo sia il normale risultato del contatto osmotico con la produzione che l’ha preceduto e che la traduzione, che altro poi non è che una più attenta lettura, abbia stimolato gli interessi culturali di Montale, per strategie pragmatiche e tematiche, verso direzioni allogene. La scelta dei testi tradotti, in ogni caso, «conferma indirettamente che gli esempi indigeni non bastavano [...]» (27). In modo diretto le traduzioni gli offrirono dunque l’ingresso alla modernità, e da qui la possibilità di diffonderne la voce distante, sebbene così paradossalmente eccentrica, periferica, come quella di Emily Dickinson, in ambiti a lui contigui. Note (1) Sulle motivazioni e la dinamica del lavoro di Montale come traduttore si rimanda a G. Cascio, Il terzo mestiere. Eugenio Montale traduttore, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani », XVIII, f. 2, 2003, pp. 155-165. (2) Poeti antichi e moderni tradotti da lirici nuovi, a cura di L. Anceschi e D. Porzio, Milano, Il Balcone, 1945. (3) Cfr. D. Isella, Il giovane poeta Guglielmo Crollalanza, in Id., L’idillio di Meulan, Torino, Einaudi, 1994, p. 229. (4) E. Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1984. Le citazioni da Montale che saranno riprese da questa edizione, riportano in nota solamente la sigla TP. (5) Si vedano in particolare i saggi di R. Luperini, Termini di confronto: «Four Quartets» le traduzioni, in Montale o l’identità negata, Napoli, Liguori Editore, 1984, pp. 162-179; e M. Praz, T. S. Eliot and Eugenio Montale, in T. S. Eliot. A symposium, compiled by R. March and M.J. Tambimuttu, London, Editions Poetry, 1948, pp. 244-248. (6) M. Bulgheroni, Dickinson / Montale: il passo sull’erba, in AA.VV., Eugenio Montale. Profilo di un autore, a cura di A. Cima e C. Segre, Milano, Rizzoli, 1977. (7) M.P. Musatti, Montale traduttore: la mediazione della poesia, in «Strumenti critici», a. XIV, n. 41, f. I, 1980, p. 124. (8) A. Friedmar, Il manuale del traduttore letterario, Milano, Guerini e Associati, 1993, p. 53. (9) B. Croce, La poesia, Bari, Laterza, 1969, p. 94, (I ed. 1936). (10) M. Bulgheroni, op. cit., p. 91. (11) La prima ed. della traduzione apparve in «Il Mondo», a. I, n. 1, 7 aprile 1945, p. 9. (12) Il testo originale della poesia che Montale utilizzò per la sua versione, e citato nell’originale Quaderno a p. 48, differisce leggermente dal testo riprodotto poi nelle edizioni critiche con la sola numerazione «1593». Cfr. The Poems of Emily Dickinson, edited by Thomas H. Johnson, Cambridge - Massa41

chusetts, The Belknap Press of Harvard University Press, 1955, vol. III, p. 1098. (13) TP, p. 742. (14) M. Bulgheroni, op. cit., p. 98. (15) E. Montale, Corno inglese, in TP, p. 13. (16) G. Lonardi, Fuori e dentro il tradurre montaliano in id., Il vecchio e il giovane e altri studi su Montale, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 147. (17) Ibidem. (18) M.P. Musatti, op. cit., p. 123. (19) M. Bulgheroni, op. cit., p. 101. (20) G. Lonardi, op. cit., p. 153. (21) M.P. Musatti, op. cit., pp. 138-139. (22) TP, p. 749. La prima versione uscì in «Il Mondo», n. 19, 5 gennaio 1946, p. 7. (23) Il testo originale di Green Mansions, e la traduzione di Montale sono riprodotte da M.A. Grignani, Prologhi ed epiloghi. Sulla poesia di Eugenio Montale. Con una prosa inedita, Ravenna, Longo Editore, 1987, pp. 206-207. (24) Per l’originale cfr. G.M. Hopkins, Selected Poetry, Edited with an Introduction and Notes by C. Phillips, Oxford - New York, Oxford University Press, 1986, pp. 117-118. (25) E. Montale, Shakespeare, «Letture», «Corriere della Sera», marzo 1953, ora in Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976, p. 480. L’articolo è dedicato alla traduzione dei Sonetti di Shakespeare presso Einaudi, a cura di A. Rossi. (26) M.P. Musatti, op. cit., p. 137. (27) G. Lonardi, op. cit., p. 149.

Eugenio Montale

dra (5 ottobre 1997). Il titolo di apertura era da mozzafiato (Mozart the plagiarist). In genere i giornali (musica e letteratura) americani o anglosassoni (ma anche i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, tranne gli italiani) non amano i SAGGISTICA titoli da scoop, quelli cubitali per intenderci, sebbene l’articolo di apertura andasse a riprendere ampiaLa scoperta di plagi e di falsi mi incute un senso di mente un precedente articolo di Sandro Cappelletto fanciullesco ardore. Freud non mi ha mai entusiaapparso su La Stampa di Torino del giorno precesmato, nemmeno sotto tortura ammetterei che pladente. La storia, che qui riassumo, ma che è ampiagiari e falsari possano ricondursi al patologico dopmente documentata in un interessante articolopio sessuale desiderio-impotenza; piuttosto, chiamesaggio del M° Enzo Amato sul n. 7/02 della rivista rei in causa il Nietzsche di Sull’utilità e il danno di musica Konsequenz, è la seguente. della Storia. Un genitore come Leopold Mozart che Scoprendo la bellissima Sinfonia Venezia (1776) del “aiuta” il figlio nella sua carriera di copione e falsa«molto cognito Napolitano» (parole dello stesso rio è un omicida che tende diabolicamente a prendeMozart) Pasquale Anfossi (1727-1797) - poi diretta re in giro gli investigatori. Quando la verità storica dallo stesso M° Amato ed incisa dal vivo sul CD viene fuori e secoli di fraudolente convinzioni crolANTES Milano Sinfonie Napoletane - salta subito lano, l’unica a perderne è la ragione dell’uomo, e evidente ai musicisti dell’Istituto scusate se è poco. Si obietterà la straordinaria somiglianza del che ristabilire la verità è ciò che finale dell’Andante con il Confula Storia stessa reclama e che la tatis del Requiem K.626 (1791) ragione ne esce vittoriosa: in tal di Mozart. Scrive Enzo Amato: caso, significa dire che la filoso«(…) trasponendo la tonalità Re fia non tutela l’onore e la dignità minore dell’Andante di Anfossi a degli storici, per cui solo a partire quella di La minore del Confutada questo momento, ristabilito tis mozartiano, si rileva che il l’ordine morale della Storia, comodulo intervallare della cellula minceranno ad esistere storici e melodica dell’Andante è identico musicologi (oltre che qualche a quello proposto da Mozart, asmiliardo di umanità) onorevoli e segnato alla corda dei tenori dignitosi. all’inizio del Confutatis maledicDunque, con quel padre, l’accontis, tranne che per la quarta nota discendente Wolgang Amadeus del motivo (dove) l’Anfossi indisarebbe semplicemente il “palo” ca un SI, Mozart invece un SOL di un crimine. Alcuni troverebbediesis (che comunque appartiene ro nello scambio epistolare fra alla stessa classe di intervalli) Wolfgang Amadeus Mozart Wolphi e la sorella Nannerl turbe sebbene il SI sia presente simule solerzie incestuose, cosicché taneamente alla corda dei bassi.» sorge il dubbio che papà Leopold covasse verso il Sebbene reso col concitato andamento che conosciafiglio un cupo risentimento: farlo grande sin da mo, la struttura ritmica del tema del Confutatis, cobambino per sfruttarlo (come tanti altri padri musicime precisa il M° Amato, è esattamente simmetrica a sti facevano coi loro pargoli prodigio), schiacciarlo quella dell’Andante, così come l’impianto armonico; con la propria personalità. Ma non voglio parlare di la sorprendente costruzione dell’Andante stesso riciò, in quanto Mozart perpetrò i suoi delitti anche guarda lo sviluppo del delicato tema finale, derivato dopo la morte del padre, con una tenacia pari solo a da «un’idea precedentemente appena accennata», un quella incontinenza sessuale che sarà la causa non piccolo gioiello organizzato nella struttura ritmica, tanto indiretta della sua morte, poiché persino la sua melodica e armonica in una connotazione di morte ha retto per oltre due secoli a falsi, scipitezze, «sospensione, drammaticità e attesa», che solo un buggerature: Mozart morì infatti assassinato, dopo artista di forte sensibilità può permettersi e che è alcuni giorni di agonia, il cranio sfondato dalle bapropria delle migliori opere di… Mozart. Per dirla in stonate del “disonorato” cancelliere Franz Hofdemel parole povere, oltre che acri, Anfossi inventa, Mo(poi suicida), che si era visto messo incinta la giovazart copia; il grande compositore di Scuola Napolene moglie Magdalena, allieva di pianoforte del mutana è praticamente sconosciuto, il salisburghese è sicista, miracolosamente salva da un fendente alla l’icona attorno alla quale vorticano ogni anno miliogola sferratole dal marito. Il fascino che sollecita ni di euro di interessi, che mandano avanti una inferl’aspetto “plagio-falsario” della vita e della morte di nale vaporiera fatta di discografia, musei, convegni, Mozart è conturbante, e molto probabilmente anche turismo, dolciumi, vino, liquori, immaginette, statuichi ne scrive, come me, sarebbe un interessante sogne, ristoranti, trattorie, bettole… Insomma, credetegetto da psichiatria forense. mi, ciò che si vede a Pietrelcina, a San Giovanni Quando per la prima volta, tanti capelli fa, mi recai Rotondo e in tante altri parti d’Italia per Padre Pio, è nella bella sede di via Matteo Renato Imbriani a Naun millesimo di ciò che succede per W.A.Mozart in poli dell’Istituto Internazionale Domenico Scarlatti, Austria, e non solo. subito mi colpì, incorniciata e appesa ad una parete, Morale della favola: il M° Amato è contattato dal la prima pagina di un numero del The Times di Lon“Copioni e falsari”
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di Mario Visone

Suoni di lettere

prof. Rudolph Angermüller, Segretario le sostenere» incalza il prof. Taboga generale del Mozarteum di Salisburgo, il «che Mozart e Haydn siano stati allievi o quale, approfittando di una sua visita a seguaci di Vallotti; di certo ne ignoravaNapoli, chiede un incontro presso l’Hotel no le teorie; forse l’esistenza stessa. Ma Capodimonte, dove consegna ai musicisti deve esistere una spiegazione logica alla napoletani lì convenuti una medaglia di presenza di temi vallottiani in lavori di bronzo, coniata dal Grande Oriente d’ItaMozart ed Haydn. Qual è l’elemento colia (…) in occasione del bicentenario delmune ai due compositori?» L’unica spiela morte di Mozart, un diploma e facsigazione logica è Andrea Luchesi, e vemili di due lettere autografe del Salisburdiamo come e perché. ghese, invitandoli cordialmente a “gettare Riporto, ancora, dal testo della conferenun po’ d’acqua sul fuoco”, poiché la queza di Bergamo: «[…] Seguace del Valstione non era poi così importante. lotti, con cui ebbe contatti di studio proPasquale Anfossi Il caso Anfossi-Mozart è una nugæ a contrattisi dal 1764 al 1771, Luchesi è il più fronto di quello, sconvolgente, Luchesi-Haydnimportante dei molti musicisti che servirono da ponMozart. te alla musica veneta e lombarda per il trasferimento al Nord, in maniera non episodica, ma tale da inDigitate Andrea Luchesi su Google ed aprite uno dei fluenzare il futuro sviluppo della musica austriaca, siti direttamente o indirettamente a lui dedicati: cotedesca ed europea. L’importanza e la stessa persona mincerete ad avere le traveggole ed una vertigine di Luchesi sono oggetto di un bisecolare tentativo di paurosa vi farà vacillare senza sosta; ad un certo rimozione motivato dal nazionalismo denunciato punto, se siete mozartiani o haydniani incalliti, spro[1980] a tutte lettere dal prof. Leopold Kantner fonderete in un mare di vergogna verso voi stessi, e [docente dell’Università di Vienna, esperto della vi direte com’è facile farsi prendere per i fondelli musica italiana e mitteleuropea del ‘700]. La cancelper una vita intera. lazione ha inizio a Bonn il giorno 8 maggio 1784, Giorgio Taboga, professore di matematica, musicoquando il nuovo principe elettore Max Franz dovette logo, massimo esperto del grande compositore treviprendere atto che 28 sinfonie e tre messe oggi integiano Andrea Luchesi (Motta di Livenza 1741— state a Joseph Haydn e 10 sinfonie che oggi figurano Bonn 1801), ha speso fin qui la sua vita nello studiadi Mozart erano in realtà del Kapellmeister veneto re la Wiener Klassik e i grandi falsari che ne hanno Luchesi. […] Haydn e Mozart non sono i grandi creato il mito: Mozart, Haydn e, sebbene in misura compositori che si vorrebbe far credere, né seguaci minore e per motivi di età anagrafica, Beethoven. di Vallotti, ma mediocri imitatori ed intestatari di È, tra l’altro, autore di un avvincente quanto doculavori altrui. Questo è subito evidente per Haydn, mentato libro, L’assassinio di Mozart, da cui ho tratancora accreditato di 107 sinfonie non sue di 256 to le notizie citate nella prima parte iniziali, ma altrettanto chiaro per di questo mio scritto. In una sua faMozart se si ricorda che si sono già mosa Conferenza sul cosiddetto scoperti oltre 70 lavori non suoi ed è Classicismo Viennese (Andrea Luda ridimensionare ulteriormente. La chesi e l’origine della Wiener KlasWiener Klassik deve la sua usurpata sik – Bergamo, 10 dicembre 2004), fama a due musicisti italiani, il priil prof. Taboga parte da un solo, mo di scuola lombarda, Giovan Batsemplice spunto: la misteriosa e retista Sammartini, il vero “padre delpentina scomparsa, nella seconda la sinfonia”, autore delle prime sinmetà del XVIII secolo, della fonie haydniane; il secondo di for«gloriosa tradizione musicale venemazione veneziana e padovana, Anta, che nella prima metà aveva prodrea Luchesi, maestro di cappella a dotto personalità quali Vivaldi, TarBonn dal 1771 al 1794, fornitore di tini, Vallotti e Galluppi, ed il conmusiche a Haydn e Mozart e vero temporaneo emergere senza padri maestro di Beethoven [ecco spiegata in Austria della Wiener Klassik, con l’ironia di quell’autodidatti]. Le i tre mostri sacri “autodidatti” messe sinfoniche di cui si gloria Haydn, Mozart e Beethoven» (e, Haydn risuonavano a Venezia 20 naturalmente, quell’autodidatti rianni prima del Requiem di Mozart, suona di una straziante ironia). Co25 anni prima delle date dichiarate Andrea Luchesi me è potuto accadere ciò? Quale da Haydn e 50 anni prima della Mispersonalità musicale sta dietro ai tre sa solemnis di Beethoven.» “grandi”? A questo punto il discorso si farebbe troppo lungo, Nella Messa K.194 di Mozart si trovano gli stessi cioè si dovrebbero riscrivere tutte le Storie della temi impiegati da Vallotti in un suo lavoro polifoniMusica dell’universomondo a partire dalla metà del co; l’Ave verum corpus, sempre di Mozart, segue XVIII secolo, come ha cominciato tenacemente a tecniche e linee armoniche precisamente vallottiane; fare il prof. Taboga. Il “maestro di cemballo” Lul’Et incarnatus est della Messa Prima di Haydn è chesi conosce i Mozart nel 1771, a Venezia, e «dà quasi lo stesso di quello di un Credo di Vallotti. Naloro un suo concerto per cembalo ed archi. turalmente siamo ai primi “spiccioli”. «È impossibi43

Nel 1778, Mozart spaccia per sua la sinfonia K.297 Pariser di Luchesi e per la scorrettezza viene cacciato con ignominia da Parigi. Solo dal 1784 Luchesi fornisce a W.A.Mozart sua musica in via continuativa e “legale”. Qui non siamo di fronte a plagi o copiature, ma a false intestazioni coscienti, e non solo ai danni di Luchesi. Della sinfonia Franz Joseph Haydn K.444 Linz di Michael Haydn, Mozart falsò l’incipit con un adagio iniziale di 20 battute che gli assicurarono l’attribuzione fino al 1908, quando con una manovra da giocolieri più che da studiosi si trasferirono le leggende relative alla nascita in tre giorni del mediocre lavoro di Michael Haydn sull’attuale K.425 Linz, nemmeno essa di Mozart. Le sinfonie K.385 Haffner II, K.504 Praga e K.551 Jupiter escono dalla penna di Luchesi prima dell’aprile 1783 e solo dopo il maggio 1784 divengono di Mozart per acquisto, garantito dal principe Max Franz d’Austria, il nuovo elettore a Bonn, coetaneo e protettore di Mozart. Max Franz tentò pure di liberarsi dell’ereditato Kapellmeister a vita Luchesi per far posto a Mozart, ma dovette scendere a patti riuscendo a far intestare a Mozart, per la maggior gloria della musica austriaca, molti lavori di Luchesi. Ciò spiega perché Mozart fosse oberato di debiti al momento della morte dovuta al bastone di Franz Hofdemel, geloso marito di una sua allieva. Constanze Mozart ottenne il pagamento di tutti i debiti del marito ed una pensione cui non aveva diritto in cambio del suo silenzio sui fatti e misfatti del marito, sui suoi legami con l’establishment asburgico e con Luchesi.» E ancora, sempre più sconvolgente, riprendendo una lettera scritta al compianto M° Luciano Chailly: «[…] Il 18 dicembre 2001 ero a Regensburg con un fotografo personale per fotografare all’infrarosso l’intestazione di cui all’allegato 28b […]. Si tratta della fotografia dalla quale appare chiaramente che il nome di Mozart sulla copia della sinfonia K.297 Pariser, oggi a Regensburg, è riscritto sopra quello eraso di Luchese, grafia non rara del nome che Luchesi usò a lungo anche in alternativa. […] Quanto alle Nozze di Figaro, dispongo della locandina relativa alla prima esecuzione a Francoforte sul Meno dell’11 aprile 1785, che precede di oltre un anno la prima dell’opera di Da Ponte e Mozart (1 maggio 1786). L'esecuzione di Francoforte era nota fin dal 1901 (Wolter).» Se l’impegno, la caparbia, lo studio di sterminati archivi, oltre che la profusione di inchiostro rendono tutte queste informazioni prologo ad un terremoto di vaste proporzioni (intanto che ne hanno già squassate di anime…), il prof. Giorgio Taboga merita tutto il rispetto possibile. Ma se le sue risultassero impeccabili costruzioni, ardimentose quanto straordinarie finzioni letterarie – oltre che storiche – verrebbe solo da dire che Taboga è un genio, più genio di Mozart, Haydn e Beethoven messi insieme.
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“Controedicola”
(anteprima)
Nuova luce sulla vita e la morte di Wolfgang Amadeus Mozart. Attraverso documenti e testimonianze l'autore fa rivivere lo scandalo che seguì l'assassinio del famoso compositore e punta il dito contro la sua sepoltura anonima e segreta.

Giorgio Taboga è nato a Venezia nel 1933 e si è laureato in Scienze Economiche all'Università "L. Bocconi" di Milano. Dopo diverse esperienze di lavoro in Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna, è rientrato nel natio Veneto e si è dedicato all'insegnamento. A Motta di Livenza, dove è vissuto per oltre quindici anni, ha preso origine il suo interesse per il musicista Andrea Luchesi, artista che lo affascina come persona al di là del valore della sua musica. A seguito di quasi vent'anni di studi è giunto alla convinzione che il caso di Andrea Luchesi sia forse il più eclatante di una lunga serie di artisti e scienziati italiani ingiustamente ignorati o cancellati. Da questa convinzione nascono i suoi lavori Andrea Luchesi e la cappella di Bonn (1993), Andrea Luchesi. L'ora della verità (1994) e L'assassinio di Mozart (1997), oltre a numerosi articoli su riviste italiane e straniere. Ha anche dedicato la sua attenzione a Faustino Perisauli (1450?-1523), poeta romagnolo precursore ignorato di Erasmo da Rotterdam. Attualmente sta completando la seconda parte della biografia di Luchesi, gli anni di Bonn (1771-1801), quando il Maestro fu l'insegnante di Beethoven e fornì sua musica a J. Haydn e W.A. Mozart. Dai suoi studi emerge la certezza che la storia della musica della fine del '700 vada riscritta in base a documenti, rifiutando il miracolismo interessato e fideistico che impera oggi negli scritti sui tre grandi della "Wiener Klassik", Haydn, Mozart e Beethoven, tutti e tre seppur in diversa misura debitori della loro grandezza all'oscuro e cancellato maestro italiano.

FANTASCIENZA

RICHARD K. MORGAN

Ha appena completato il suo primo romanzo Fantasy, mentre il terzo capitolo della saga di Takeshi Kovacs è prossimo alla pubblicazione in lingua italiana. Richard Morgan, uno dei più interessanti autori contemporanei di sf, ci svela alcuni retroscena delle sue storie e aspetti inediti del suo pensiero… Ciao Richard, iniziamo con una domanda facile: puoi dirci quanto dovremo aspettare in Italia per la traduzione di ‘Woken Furies’? Sarà davvero l’ultimo capitolo della serie di Takeshi Kovacs? Be’ posso dire che si tratta di certo dell’ultimo capitolo della serie per il momento. Penso proprio di aver espresso la gran parte del potenziale del protagonista e del suo ambiente, e dal momento che questi romanzi sono incentrati essenzialmente sul protagonista, temo che scavare ulteriormente nel suo potenziale possa avere un effetto di indebolimento. Qualunque personaggio di una serie che io abbia incontrato e amato ha avuto il destino di entrare in una spirale di progressiva riduzione della sua resa, usurata da una ripetizione di romanzi senza fine, e non vorrei mai che questo accadesse a Kovacs. Detto questo, se dovesse venirmi un’idea per un romanzo davvero efficace e nuova, sicuramente inizierei a scriverla. Quel vecchio bastardo mi manca, almeno quanto manca a voi. In merito alla traduzione italiana di Woken Furies, se non sarà già in commercio al momento in cui questa intervista sarà pubblicata, non ci vorrà ancora molto. Mi tengo in contatto piuttosto regolarmente con il mio traduttore italiano, Vittorio Curtoni, che tutti gli appassionati del genere conoscono, e con gli altri coinvolti nella produzione del libro, e a quanto ho potuto intendere la traduzione è stata terminata e rivista, quindi, ancora un pochino di pazienza e ci siamo! Puoi darci qualche novità sulla produzione cinematografica basata sul romanzo ‘Bay City’? No, al momento non c’è nessuna novità. L’opzione è stata prolungata e il film è ancora in preparazione, ma ovviamente questo significa tutto e niente. Tenete le dita incrociate! In una intervista rilasciata lo scorso anno hai detto che dovresti odiare P. K. Dick perché ogni vol-

“L’INTERVISTA”
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a cura di Francesco Troccoli

L’intervista

ta che hai avuto una buona idea, hai poi scoperto che lui l’aveva avuta prima di te. Inoltre c’è chi sostiene che le atmosfere che tu crei possano ricordare le sue; francamente Kovacs sembra un essere umano degno di questo nome, nonostante i suoi “super-poteri” e il suo cronico cinismo. Hai fiducia nell’essere umano? Se ho fiducia negli esseri umani? Be’, ad esser sinceri non c’è molta scelta, è tutto quel che abbiamo. Per me, l’aspetto più frustrante dell’umanità (ed è questo che emerge dal cinismo di Kovacs) è il terrificante senso dello spreco, ossia del potenziale che abbiamo e che sprechiamo con il nostro comportamento. Naturalmente questo senso dello spreco è un’illusione; siamo ciò che siamo in quanto umani, e una parte di quel che siamo è la nostra aspirazione ad andare ben oltre ciò che è nelle nostre (immediate) capacità. Sogniamo cose come la giustizia, l’uguaglianza, e poi ci disilludiamo quando non ci riesce di tirarle fuori dal cilindro in un istante. Ma è come se io aspirassi a correre una maratona e mi arrabbiassi perché ho collassato ai primi chilometri. Vuoi correre la maratona? Devi allenarti. Vuoi una società giusta ed egualitaria? Devi ragionare a lungo termine. Ci vuole molto tempo per ottenere obiettivi di elevato valore, e per farlo bisogna essere consapevoli dei propri limiti. Ovviamente il problema è che l’unico prezzo da pagare per un lento e costante allenamento alla maratona è il tempo, magari un po’ di fatica e di dolore (oltre forse a un leggero calo di auto-stima!), mentre il prezzo da pagare per la lentezza del progresso sociale si esprime in termini di miseria umana drammaticamente tangibile, e la miseria umana è dura da sopportare. L’impulso a far qualcosa in fretta, con la violenza, pur di contrastarla, è ineludibile, ma come la storia dimostra, quel tipo di impulso è ostinatamente errato e del tutto controproducente nella maggior parte dei casi. Dovremo capire bene tutto questo, prima di poterci arrivare. Per rispondere alla domanda quindi, sì, sono fiducioso che l’uomo abbia la capacità di realizzare un mondo migliore, ma penso che ci vorrà un po’ per riuscirci, e che sarà possibile solo prendendo coscienza dei nostri difetti, e questo riguarda tutti noi. Questo genere di realismo dovrebbe appartenere ad ogni singolo individuo. Nel futuro distopico che hai creato, la mente umana può essere trasferita per via digitale da e nei corpi. La scissione fra corpo e mente è parte integrante della filosofia del cosiddetto mondo occidentale, a partire da Platone (con il concetto delle “idee innate” nell’uomo) ed altri pensatori della Grecia antica, fino alla filosofia cartesiana

del XVI secolo, ovvero la teoria della divisione fra la RES COGITANS (la mente) e la RES EXTENSA (il corpo fisico). Per contro, nella cultura orientale, corpo e mente sono più compenetrati fra loro, fino quasi a costituire un tutt’uno; sulla base di questa visione, si potrebbe ipotizzare che la separazione corpo/mente alla maniera occidentale possa essere causa di malattia mentale. Qual è il tuo punto di vista? In sostanza, Bay City e i suoi due sequel rappresentano una variante della letteratura noir, ed il noir tende ad aggirare i grandi quesiti filosofici (quelli posti nelle loro forme più esplicite) e a focalizzarsi su aspetti molto più pratici. Quindi, non la grande ingiustizia sociale dello sfruttamento sessuale, ma lo squallore soffocante e sordido della stanza di una prostituta qualunque. Non l’ingiustizia della guerra come concetto esistenziale, ma la brutale esperienza personale di un singolo soldato sul campo. E così via…. I personaggi dei romanzi della serie di Kovacs raramente si soffermano a ponderare, a meditare sui massimi sistemi (Kovacs stesso, dopotutto, è un individuo molto intelligente e sofisticato) ma si concentrano su aspetti più specifici, che rientrano in una scala minore. Mi auguro quindi che la narrazione lasci emergere l’effetto concreto prodotto da questa scissione fra mente e corpo, ovvero cosa ci si guadagna, cosa ci si perde, qual è il costo sociale di questa tecnologia. E certamente la storia contiene l’idea di un danno che si produce nel processo di scissione, sia a livello emozionale che sociale; insomma, stiamo parlando di una tecnologia che è tutt’altro che “pulita”. Ritieni che la mente abbia una natura divina? Che sia “superiore” al corpo? Credi in Dio? No, sono un ateo materialista. La mente non è affatto superiore al corpo, come il tessuto muscolare non è superiore al tessuto grasso, come i cani non sono superiori ai gatti. Ogni componente ha la sua funzione, la sua validità intrinseca, e c’è un’interrelazione costante d’influenza reciproca. La mente è formata dal corpo in cui essa si ritrova, e questo è fin troppo ovvio. Nascere in un corpo più forte significa una maggior probabilità di sviluppare una predisposizione all’attività fisica; nascere in un corpo maschile significa una maggior probabilità di sviluppare una forte tendenza al confronto e a modalità di interazione più violente, e così via. Ma c’è anche un vantaggio in tutto ciò: via via che invecchiamo facciamo scelte, con la mente, che hanno un impatto importante anche sull’acquisizione di benessere a livello del corpo. Diventerò un pugile o no? Mangerò troppi cibi zuccherati? E così via. Ritengo sia utile vedere corpo e mente non come due elementi scissi, ma come due aspetti di un singolo evento biologico in corso, ovvero la nostra vita. Quando la mente viene scaricata in una nuova “custodia”, si potrebbe ipotizzare che accada qualcosa di potente; quando la luce colpisce gli occhi del nuovo corpo possiamo parlare di una
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“nascita”? Qual è la tua idea? Ah be’, se rispondessi a questa domanda direi troppo. Leggete i romanzi e andate a vedere cosa succede! Spostiamoci ora agli altri romanzi. ‘Market Forces’ (‘Business’ in Italia, ndt) e ‘Black Man’: due rappresentazioni diverse di un futuro prossimo. Possiamo considerarle come una fase intermedia verso il futuro più lontano in cui vive Kovacs? Assolutamente no. Ci sono alcune idee in comune con il mondo di Kovacs, questo è vero, come lo strapotere delle grandi compagnie, la colonizzazione di Marte, l’attitudine alla violenza dei protagonisti. Ma si tratta solo di aree della rappresentazione narrativa che prediligo. Oltre a questo, non c’è alcuna relazione intenzionale. Qual è lo stato dell’arte di ‘Land Fit for Heroes’? Avendo letto gli altri romanzi, è davvero difficile pensare a un mondo fantasy creato da un autore come te… La stesura di Land fit for Heroes (il cui titolo attuale è The Steel Remains, almeno in UK) è terminata. Ho consegnato la bozza finale la settimana scorsa (fine febbraio 2008, ndt), e dovrebbe essere pubblicata ad agosto. Penso che il modo più corretto di descrivere il romanzo sia un ‘low fantasy’ ambientato in un mondo di genere tipicamente ‘high fantasy’ ma con personaggi e comportamenti che sono l’antitesi di quelli che ti aspetteresti di trovare in un romanzo ‘high fantasy’ propriamente detto. E’ brutale, amorale, noir; per intenderci, la perfetta colonna sonora di quel mondo sarebbero i pezzi dei Rolling Stones, cose come Street Fighting Man, Gimme Shelter, Respectable, Sympathy for the Devil… Stai lavorando anche sulle tue storie a fumetti? No, non in questo periodo. La mia esperienza con Black Widow per la Marvel non ha avuto un gran successo (almeno non in termini di vendite) e non mi è stato chiesto di continuarla. Non posso biasimarli!!! Ho in effetti delle buone idee per storie a fumetti ed ho anche ricevuto diverse cortesi proposte editoriali, ma fino a un paio di settimane fa sono stato troppo impegnato con The Steel Remains per pensare anche a questi progetti. Ora che ho finito il romanzo, ed ho un po’ più di tempo a disposizione, vedremo… In un’intervista, hai affermato: "la società è sempre stata e sarà sempre un sistema per la strumentalizzazione e l’oppressione della maggioranza attraverso metodi di potere politico dettati da un élite, attuati da criminali con o senza uniforme, e sorretti dall’intenzionale ignoranza e stupidità della maggioranza stessa oppressa dal sistema." Ritieni che questa idea si possa applicare anche a quella che siamo soliti definire come

‘democrazia’? Be’, potremmo considerare la democrazia, la democrazia attiva, come un antidoto a questa visione. In realtà penso però che nelle nazioni moderne, la democrazia sia continuamente esposta alle dinamiche che ho espresso in questa frase. Guardate Bush in America, Berlusconi in Italia. Entrambi hanno violentato la democrazia, e la gente dei due paesi è stata a guardare senza muovere un dito, anzi in qualche caso hanno persino applaudito a questo stupro (in UK, Blair ha fatto qualcosa di meno violento ma altrettanto squallido – nel suo caso potrei chiamarlo uno stupro sotto l’effetto di sostanze stupefacenti dopo una cena romantica). Ho davvero paura che gli esseri umani siano soliti affrontare argomenti complessi con un loro ‘hardware’ settato sulla rigidità delle gerarchie, sulla xenofobia e sulla stupidità. Bisogna sforzarsi di combattere questa tendenza, di rifiutarla usando la conoscenza, la giustizia e l’intelligenza. Quali sono i tuoi autori preferiti di fantascienza? a parte P. K. Dick… Ad esser sinceri, Dick non è affatto uno dei miei preferiti; voglio dire, ho un infinito rispetto per la sua incredibile inventiva, ma stilisticamente penso che fosse abbastanza limitato, e che il suo livello qualitativo sia stato estremamente mutevole. E’ quello che devi aspettarti; se uno si fa di amfetamine e pubblica mezza dozzina di libri all’anno, il controllo di qualità è a dir poco difficile a farsi. Perciò, se da un lato penso che Ma gli androidi sognano pecore elettriche? e Scorrete lacrime, disse il poliziotto siano pezzi ispirati di autentica fantascienza, d’altra parte non posso dire che ho voglia di leggerli una seconda volta. I romanzi di William Gibson, invece, potrei leggerli e rileggerli perché l’intensità della cifra stilistica ti ricompensa abbondantemente per il tempo che spendi per rivisitarli continuamente. Penso che Gibson sia tuttora il mio autore preferito nel genere. Vedi differenze fra la fantascienza scritta da uomini e quella scritta da donne? (penso ad esempio a Ursula K. Le Guin)… Assolutamente sì. Ogni scrittore mette la sua sensibilità personale nel suo lavoro, e non c’è dubbio che la sensibilità femminile e quella maschile, benché in alcuni casi siano collegate, siano ben diverse. Parlando della Le Guin, I reietti dell’altro pianeta è uno dei miei romanzi preferiti fra tutti i generi, il tipo di libro che avrei voluto aver scritto io. Ma penso che una versione al maschile di quel romanzo sarebbe
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stata parecchio diversa, e tutto sommato non a quell’altezza. Sarebbe stata più rabbiosa, molto più violenta, e in sostanza, molto più disperata. Il valore de I reietti dell’altro pianeta è proprio che cortocircuita questi sentimenti e ti obbliga alla speranza nonostante tutto. Le donne sono in generale molto più inclini degli uomini alla speranza, nella letteratura come nella vita reale. Vuoi darci qualche impressione su autori di lingua non anglossassone? S. Lem? M. Ende? altri? Be’, probabilmente il mio autore preferito fra tutti i generi è Haruki Muratami, e direi che sia corretto annoverare la sua produzione nel genere FS, soprattutto il suo ultimo romanzo Kafka sulla spiaggia (nonostante io non abbia dubbi che quest’affermazione scandalizzerà molti critici mainstream). Ma devo riconoscere che non leggo molta FS tradotta. Non si tratta di una scelta, è solo che c’è già così tanto materiale pubblicato in inglese, che diventa statisticamente molto improbabile che mi capiti di leggere un autore non anglofono, a meno che non mi sia stato caldamente raccomandato. Sì, ho letto qualcosa di Lem, come Le storie del Pilota Pirx e mi sono abbastanza piaciute, ma non ho molte altre esperienze di lettura in tal senso. Nel tuo gradevolissimo blog/sito internet si legge “Wow - Sapete quanto molti lettori abbiano odiato Black Man/Thirteen? L’hanno odiato MOLTISSIMO! - come definiresti il tuo rapporto con i lettori? Il più rispettoso possibile. Penso che scrivere sia un atto (o almeno il tentativo di un atto) di comunicazione. Nei miei libri ci sono sia cose da dire che una storia da raccontare, e la mia speranza è che il lettore possa coglierne almeno una parte. Cerco da un lato di provocare una reazione emotiva, ma anche, dall’altro, di stimolare il pensiero, la riflessione. Quando questo avviene, quando il lettore fa “click” con il libro, è una sensazione meravigliosa. Quando invece questo non succede, quando cioè il lettore si arrabbia per qualcosa che posso aver scritto, in genere le possibili cause sono due: il lettore si ritrova in forte disaccordo rispetto a quanto scrivo, oppure non ha colto il punto. In quest’ultimo caso, che per me è un gran peccato, io tento continuamente, sul sito, per e-mail, negli incontri, di spiegare quello che non è stato inteso, in altre parole cerco di riaprire una linea di comunicazione con il lettore. Ma se la rabbia proviene dal disaccordo, allora non c’è molto da fare. Qual è la cosa più bella che ti abbia mai detto un tuo lettore? e quale invece la peggiore?

Una volta un lettore mi disse che nel finale positivo di Woken Furies lui aveva trovato l’ispirazione per combattere e vincere una lunga malattia di cui soffriva, e questo mi ha davvero toccato. Un altro mi rivelò che i romanzi di Kovacs lo avevano aiutato a concludere il suo divorzio (il che, ad esser sinceri, mi è parso un po’ allarmante!) Inoltre, molti lettori mi hanno contattato dopo la pubblicazione di Business per dirmi quanto il romanzo corrispondesse al loro personale incubo di essere dipendenti di aziende americane – ed è stato bello sapere di averci azzeccato – ma ancora una volta mi sono allarmato quando un lettore mi domandò se davvero io ritenessi che la violenza brutale e nichilista di Chris Faulkner (il protagonista del romanzo, n.d.t.) fosse la sola soluzione per uno nella sua situazione. Oh-oh… No! Abbassa la pistola… lentamente… e parliamone a fondo… Per quanto riguarda i commenti negativi, be’ fate un giro in Amazon, è pieno! Business e Black Man soprattutto hanno ricevuto insulti pesanti, penso principalmente per motivi politici. Ma per essere onesti, la cosa peggiore per un autore non è una critica ferocemente negativa, che rappresenta comunque una reazione emotiva che sei riuscito a indurre, ma la classica “alzata di spalle”, la frase “bah… non male…” che significa che hai fallito completamente. Il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

abbastanza precisa di dove la storia sta andando (in termini di argomenti e temi, se non di trama vera e propria) e non è un percorso che altri possano fare al tuo posto. Cosa trovi più importante ed emozionante: finire la storia o pubblicarla? La prima volta, è la pubblicazione, non c’è dubbio. Niente può eguagliare l’ebbrezza dell’essere pubblicati per la prima volta in assoluto. E’ come perdere la verginità nella situazione sessualmente più eccitante possibile. Ma dopo quella prima volta, direi che terminare un lavoro è quel che conta. Quando batti i tasti delle ultime parole del romanzo, e senti che hai detto ciò che volevi dire, quella è davvero una sensazione potentissima. Hai mai scritto un romanzo che poi non hai pubblicato? No, be’, ad esser sinceri, forse sì: la mia prima storia Ethics on the Precipice, che scrissi nel 1988-1989, non esiste più. Era proprio imbarazzante a guardarsi, e la distrussi. Onestamente penso che nemmeno il mio editore sarebbe stato felice di pubblicarla, non era affatto un buon lavoro. Se invece ti riferisci alla possibilità di scrivere qualcosa di valido che non sia poi stato pubblicato, no, non lo farei mai. Non ho così tanti soldi, né tempo da perdere!

Quali sono le condizioni ideali in cui scrivi? Sfortunatamente, sono una persona molto poco organizzata. Scrivo quando ne sento l’impellenza, qualunque sia l’ora del Cosa ti senti di dire a qualcuno che giorno o della notte, o quando una scasogni di diventare un autore di FS a Richard K. Morgan denza si avvicina e devo davvero conclutempo pieno? dere il lavoro. La verità è che lavoro meglio quando Di prepararsi ad un cammino lungo, faticoso e solisono sotto stress. Se pensate che alla mia età dovrei tario. Di essere certo che sia davvero questo che aver raggiunto un approccio più maturo alla questiovuole. Se la tua speranza è il successo, o il denaro, ne, uhm, no, direi che a quarantadue anni sono ancolascia perdere. Le possibilità di far tanti soldi con un ra quello che fa i compiti sullo scuolabus… romanzo sono prossime a zero, sarebbe meglio cercarsi un posto di lavoro in banca o in borsa. Se è per la fama, posso dire che sarai molto più famoso se fai C’è qualcuno che ti assiste nel darti consigli sulla vedere le tette (o qualunque succedaneo) alla televistoria, a cui magari sottoponi i tuoi capitoli prima sione nazionale. In realtà, io sono stato incredibildi continuare nella stesura, o vai dritto alla fine mente fortunato; l’80% degli scrittori non riesce a senza permettere a nessuno di interferire? lasciare la sua professione d’origine, e persino quelli Non mi da fastidio che qualcuno legga le mie cose che ci riescono si ritrovano a far fatica a vivere dei mentre sto ancora creando, non sono una “prima soli proventi dei loro libri. Nella letteratura di genedonna” su queste cose. Mia moglie qualche volta si re, tutto ciò è doppiamente vero. Robert Sheckley, affaccia sulla mia spalla e da una sbirciatina, ma lei uno dei narratori migliori della FS dell’epoca d’oro, non è un’appassionata di questo genere, perciò non morì in povertà, alla disperata ricerca di benefattori capita spesso. Altre volte succede che un amico o un che gli pagassero le fatture dell’ospedale. Questo è editore diano un’occhiata a un paio di capitoli se ovviamente un caso estremo, ma lo è anche la storia sono interessati e se gli capitano fra le mani. Sarò del mio successo. La realtà è in un punto intermedio brutalmente sincero: non mi importa molto dell’opifra questi due estremi. Ma se sei pronto ad accettare nione di nessuno prima che il lavoro sia terminato. tutto ciò, e vuoi ancora scrivere FS, allora, ti auguro Se gli piace, bene, altrimenti, fa nulla. Sei tu il solo la miglior sorte possibile, perché… ne avrai davvero ad avere la visione d’insieme quando scrivi il robisogno. manzo, e se da un lato non ti fa male sentire le opinioni altrui, non puoi certo star lì a tagliare e cambiare per far piacere ad altri. In genere ho un’idea
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NARRATIVA

“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male.” (Genesi 6, 5 – 12)

Martha Mckenzie girò la testa sul cuscino, l'uomo sopra di lei trovò lo spazio per appiccicarle le labbra al collo. Martha rabbrividiva al solletico provocato dalla sua bava che lenta colava sulle spalle. Decise di partire per uno dei suoi viaggi. Immaginò la collina di Watton-at-Stone nella periferia londinese. Nella realtà, c'era stata solo due volte e prima di restare orfana. Ricordava i grandi alberi secolari che come torri percorrevano la circonferenza del piccolo promontorio. Sentiva vivo l'odore legnoso della fattoria che dominava il centro della collina. Furono con tutta probabilità i giorni più belli della sua vita. Partivano la mattina presto, lei, la madre e quel tizio che le andava a prendere con la carrozza. Succedeva spesso che qualcuno le prelevasse dalla bettola che abitavano in Osborne Street. Arrivate a Watton la madre spariva per l'intera giornata. Martha la vedeva entrare nella casa dove ad aspettarla c'erano tre o quattro uomini, tutti ben vestiti. Lei restava sola, girovagava per la raduna antistante la fattoria. Si sentiva libera. L'uomo sopra i suoi seni grugnì; Martha interruppe il viaggio e consentì un cambio di posizione. Si girò posando il fianco sinistro sul materasso. Lasciò sgusciare l'uomo dietro le sue spalle e sollevò la gamba destra. L' energumeno scivolò dentro di lei. Martha fissava la parete, la sporcizia del muro disegnava con la luce della candela una strana figura. Sembra il musetto di quello scoiattolo, pensò, quello incontrato a Watton-at-Stone tanti anni prima. Il viaggio proseguì. Si ritrovò scalza con l'erba che le accarezzava le caviglie. Lo scoiattolo scappava saltellando a destra e

sinistra, Martha faticava a stargli dietro. Sembravano danzare. Stremato, l'animaletto aspettò di essere preso e coccolato. Martha ricordava il pelo ispido e allo stesso modo morbido, sentiva pulsare il cuoricino osservando la smorfia che lo scoiattolo le regalava. La stessa moina che ora intravedeva impressa sulla parete della sua stanza allo Swallow Inn. L'uomo completò il suo lavoro. Scalciò via la donna e si alzò dal letto. Non una carezza non una parola, solo una pedata dove un attimo prima era poggiato il suo ventre. Percorse pochi passi nella camera da letto, si servì dell'acqua che era compresa nel prezzo, si rivestì e uscì dalla stanza. Martha restò seduta, la schiena poggiata alla spalliera della branda con le gambe rannicchiate sul petto. Aveva il collo arrossato, il suo sguardo era perso tra i pensieri ancora imprigionati tra gli alberi di Watton-at-Stone. Così la trovò il nuovo cliente. Lo Swallow Inn era una locanda in pietre e legno, a due piani con un grande tetto a forma triangolare. La casa, vecchia più che antica, sembrava scricchiolare sotto il peso del camino che la sovrastava. Alla base del locale, sul muro esterno, un'edera stringeva il perimetro della costruzione lasciando libero lo spazio per l'insegna. Il nome della locanda era riportato con caratteri in stile medievale e al centro spiccava la figura di una Succube. Nelle credenze popolari, la Succube, era un demone dall'aspetto femminile capace di spingere gli uomini ai peccati della carne. Esporre quel demonio fuori una locanda significava segnalare la presenza di un bordello. Lo Swallow Inn si trovava in posizione strategica. Era ai confini dell'East End londinese dove passava la Chamber hight street. Questa, collegava la periferia della capitale con la cittadina di Dylath sede della grande fiera commerciale. Essere di passaggio per la Fiera garantiva allo Swallinn (con questo nome era conosciuta la locanda) centinaia di visitatori e il gestore del locale aveva l’obbligo di assicurare il meglio della scelta. Paul Prezzini versò una pinta di birra scrutando il suo cliente.

“Swallow Inn - (L’inizio dell’incubo)”
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di Alessandro Napolitano

- É stata di suo gradimento Martha? - É una brava figliola - replicò l'uomo, mentre l'oste pareggiava la schiuma al bordo del bicchiere. - Di certo farete molta attenzione alle vostre donne? - Per me sono come delle figlie - Paul sorrise beffardo, lasciando intravedere i pochi denti che aveva in bocca, aggiunse serioso: - Le tratto bene le mie ragazze. Il viandante, senza troppo badare alla risposta, lanciò sul bancone tante monete quante stabilite e uscì. Prezzini aveva vinto la locanda a Baccarat. Era quello che da buon giocatore gli piaceva dire. In realtà la locanda era da sempre appartenuta alla sua famiglia e lui perse lo Swallinn in una sfortunata mano di carte. Salvo poi rivincerla con una mano di coltelli. Quella notte, si riappropriò del locale al costo di una ferita da arma da taglio. La cicatrice diventò negli anni una buona consigliera; grazie a lei, Paul, seppe tenersi fuori dai guai e pensare esclusivamente agli affari. Martha uscì dalla stanza, percorse il ballatoio arrivando fino alla cima delle scale. Si fermò. Il locale iniziava ad animarsi come sempre accadeva poco prima dell'ora di cena. Il grande bancone era coperto dalle persone che si accalcavano e dai boccali di birra che padrone Prezzini spillava. Appena vicino la porta d'entrata era sistemato il salottino riservato alle intrattenitrici dello Swallinn. Sedevano con le loro gonne ampie e colorate, le camicette di buon lino adeguatamente scollate. Il resto del locale era arredato alla bene e meglio, tavoli e sedie permettevano un po' di riposo ai viandanti. Martha scese le scale, attraversò la sala e raggiunse le altre due donne. - Ce l'hai fatta - esclamò Pearly Poll. - Fortunatamente anche l'ultimo cliente ce l'ha fatta. - Rispose secca Martha. Le ragazze non amavano parlare delle faccende che affrontavano nelle loro camere da letto. Gli sguardi delle due interlocutrici si fecero caustici. La cosa non ebbe seguito e finì lì. Martha era sul libro paga di Prezzini solo da una settimana e la notevole mole di lavoro non aveva permesso il suo completo inserimento nel gruppo. - Perché non ci parli un po' di te? - incalzò Pearly lasciando emergere tutta la curiosità femminile. Martha era pronta ad affrontare il momento, aveva già la risposta. - Sono nata 37 anni fa - cominciò - mio padre non so chi sia, mamma è stata una puttana ed è morta in manicomio. Io - prosegui sempre tutta d'un fiato: per un po' sono stata… sfruttata… - si accorse che
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stava uscendo dal copione prestabilito, si fermò un istante e riprese: - da mio zio Jack e quando gli hanno ficcato un forcone in gola, mi hanno trasferita in un orfanotrofio. Inspirò, ma non ebbe tempo di espirare. - Orfanotrofio? - intervenne Alice Coles, la seconda donna davanti a lei. - Haut de la Garenne. - Si limitò a rispondere la Mckenzie. - E voi? Da quanto tempo siete qui? Aveva detto abbastanza ed era arrivato il momento di spostare l'attenzione su qualcosa di diverso. La sua domanda cadde nel vuoto. Si era appena avvicinato un signorotto vestito di tutto punto che dopo aver osservato le tre ragazze, si accostò ad Alice sussurrandole qualcosa all'orecchio. La donna si alzò, prese per mano il cliente e sparì dietro la piccola folla che stava animando il locale. - Ti abbiamo messa in difficoltà? - chiese Pearly con un tono più morbido rispetto a quello usato in precedenza. - Un poco, ma sapevo sarebbe successo. - Sorrise la donna. - Domani è il mio turno al mercato. Ti andrebbe di accompagnarmi? - Pearly Poll non aspettò la risposta e proseguì: - Andiamo a fare provviste e poi facciamo vedere queste belle tette in giro, magari qualcuno se ne innamora. Martha acconsentì facendo solo un gesto con la testa. L'indomani mattina Martha e Pearly uscirono di buon’ora. Londra era soleggiata, l'aria pulita dopo una notte di temporali. Settembre è un mese che riesce a regalare ancora qualche ora di sole. Le due donne lasciarono il numero 24 di Prescot Street dove era ubicato lo Swallow inn e imboccarono Castle Alley. I vicoli, malconci, si aprirono alla grande strada rionale: l'East End era in fermento. Le carrozze passavano veloci, schizzando via dalla strada l'acqua caduta nelle ore precedenti. Le due donne percorsero Castle Alley e imboccarono il sottopasso che terminava direttamente sulla piazza del mercato. - É da molto che sei allo Swallinn? - chiese timidamente Martha. - Da una vita, Paul è il mio padrino. Martha si limitò a girare la testa in direzione di Pearly che continuò. - Mio Padre è stato assassinato quando avevo dieci anni, era un tipo strano ma mi voleva bene. Quando è morto, mia madre si è fatta scopare da Paul. A lui deve essere piaciuto tanto che ci ha tenute alla locanda. Martha ascoltava la voce di Pearly arrivare da lontano, la sua attenzione era focalizzata sugli occhi degli

uomini che l'osservavano. - Era gelosissimo di lei - proseguì Pearly: - non poteva uscire dalla sua stanza se il locale era frequentato. Una notte ho sentito delle urla, un casino infernale, Paul sbraitava e inveiva, sentivo mia madre piangere. Un conto è farti scopare e pagare nella tua camera da letto, pensò Martha, un altro è la violenza dei loro occhi mentre cammini per strada. - Il giorno dopo era morta - Pearly non si accorse che parlava da sola - mi è stato detto che gli era preso un colpo al cuore. - sorrise: - Un colpo, glielo ha dato lui. Non me l'ha fatta neanche vedere. Pearly Poll abbassò il tono della voce e concluse: Però ha iniziato a fottermi e a darmi ai clienti dello Swallin. Fine della mia storia. La donna serrò la mascella, passò una mano sulla fronte trattenendo le lacrime. Sapeva di non poter fare troppe storie. Aveva un vitto, un alloggio e la possibilità di farsi un bagno una volta la settimana. Cosa più importante, aveva un protettore che sapeva maneggiare i coltelli. - Io sono stata carnefice della mia vita, non vittima. esplose Martha dalla nube dei suoi pensieri. - Cosa? - Replicò Pearly incuriosita. Non ci fu risposta. Risalirono il sottopasso sbucando in George Yard Place. L'Old Brick Market si apriva davanti a loro. Il mercato era ritenuto il centro nevralgico per lo smercio e il commercio del pesce di tutta Londra. Costruito interamente con mattoncini color terracotta, affacciava a sud su una darsena del Tamigi. Questa era capace di ospitare le chiatte che all’alba attraccavano stracariche di prodotti. Il piccolo porto dava lavoro a migliaia di persone: marinai, operai e scaricatori. Inoltre, sfamava con i suoi rifiuti centinaia di urlanti gabbiani. La darsena era da tutti conosciuta come The Pool. Martha rimase affascinata; mai aveva visto tanta grandezza. I banchi del pesce coprivano gran parte della struttura ma il mercato ospitava anche carrette della frutta e della verdura, commercianti di abiti e artigiani di oggetti in legno e in ferro. Colori e odori s’inseguivano per tutta la piazza e su tutto regnava il vociare dei venditori. Le due donne iniziarono il giro di perlustrazione; Pearly aveva un passo sicuro, sapeva già dove guardare e dove no, selezionava quello che poteva essere utile alla locanda e scartava ciò che era troppo caro da comprare. Martha si lasciava distrarre da ogni dettaglio, da ogni movimento di quel mondo che le girava attorno. D'un tratto, l'umore di Martha cambiò. Quella giostra di odori, di rumori e di urla s'impadronì della ragazza. Un cerchio alla testa l’assalì provocandole delle fitte lancinanti. La Mckenzie si voltò in cerca d'aiuto, chiamò Pearly Poll senza trovarla. Respirò a fatica e annaspò; la testa girava e avvertiva un fremi51

to all'altezza delle ginocchia. Martha Mckenzie cercò un posto dove sedersi. Tutto attorno a lei cospirava contro il suo equilibrio. Ogni angolo di quel posto emetteva grida e urla, vedeva le persone digrignare i denti; si sentiva la prelibata preda di una battuta di caccia. Presa dall'ansia e dalla disperazione Martha tornò a quel giorno di dicembre in cui entrò per la prima volta all’Haut de la Garenne: l'orfanotrofio comunale a cui fu assegnata dopo la morte dello zio Jack. Indifesa, dovette sottostare alle cattiverie di quelle orribili creature. Le bambine, ospiti della struttura, parlavano alle sue spalle, la prendevano in giro, la chiamavano pazza: - Pazza come tua madre! - dicevano. Nessuno aiutò la piccola Martha. Ricordò la violenza a cui dovette sottostare, la paura che diventava sua padrona in quelle lunghe notti d’inverno. Avvertì il terrore impossessarsi della suo spirito quando le luci del dormitorio si spegnevano e le ragazzine, impietose, davano vita alla loro danza diabolica. Le legavano al letto polsi e caviglie, sfilavano in processione bruciando la sua pelle con la cera delle candele. Chiuse gli occhi nel mezzo del mercato. Martha correva alla cieca per tutto l'Old Brick Market urtando cose e persone. Strillava, era fuori di sé. Stava per cadere, quando una mano l'afferrò per la spalla. Si girò di scatto con gli occhi persi nel vuoto e le labbra tremanti. - Cosa ti succede? - chiese Pearly tenendola ben stretta. - L'Haut de la Garenne, de la Garenne. - rispose balbettando. - L'orfanotrofio? La donna fissò Pearly e rispose: - Sono tutte morte le carogne, bruciate vive. Martha consumò il suo delirio e si riebbe in pochi istanti. Pearly Poll no. Rimase scioccata dal comportamento della sua compagna e non meno dalla sua lugubre affermazione. Decise che avrebbero ripreso la strada per lo Swallin. Martha sembrava una persona diversa: saltellava tra le pozze, sorrideva ai passanti giocando con loro, schizzando l'acqua da terra. Il suo viso era raggiante. Pearly vedeva Martha ballare e sorridere ma non smetteva di pensare all’immagine di quelle bambine bruciate vive da chissà quali eventi. Le sorprese per la Poll non erano finite. - Oh, una sera a teatro, come le vere signore, non ti piacerebbe? - Martha era accanto al muro di una bottega dove c'era incollato un manifesto dalla carta ingiallita: il Puck.

- É tra due giorni, 6 Settembre 1888, al Teatro Salder's Well, La duchessa di Padova, di Oscar Wilde. Martha leggeva e indicava le parole con il dito. - Scusa, te lo sei inventato oppure sai leggere sul serio? - Pearly non credeva alle sue orecchie. - Certo che so leggere, è stato lo zio Jack, lui mi ha insegnato un mucchio di cose. - Non ci posso credere Martha, sei l'unica puttana sulla faccia di questo dannato pianeta che sa leggere. - Ma io non sono solo una puttana. Pearly Poll, scura in volto e sempre più esterrefatta, allungò il passo. Martha e Pearly lasciarono Castle Alley, impiegarono pochi minuti per risalire Prescot Street. Arrivarono allo Swallow inn poco prima dell'ora di pranzo con la locanda ancora chiusa al pubblico. Pearly incrociò lo sguardo della Succube e tremò al pensiero che il demonio si fosse manifestato nel locale. - L'avete vista voi due? Dove è andata a nascondersi? - Prezzini sbraitava. - Cosa state cercando - domandò Pearly. - Sto cercando quella vecchia troia. - gli urlò dietro l'oste. Alice Coles era la veterana. Iniziò a lavorare allo Swallow Inn un paio di anni prima di Pearly. Era molto apprezzata nel quartiere. Sensuale, gentile e disponibile. Una professionista che amava ciò che faceva e per questo lo faceva bene. Era sparita, nessuno l'aveva più vista dalla sera prima e Prezzini sembrava pronto a mordere. L'oste andava e veniva da una parte all'altra del locale, freneticamente. Si avvicinò a Martha. - É venuta con voi al mercato, vero? Si è fatta fottere fuori da qui per intascarsi tutta la parcella? Martha non riusciva a sostenere lo sguardo dell'uomo. - No, non era con noi, io, io… - disse la Mckenzie. - Tu cosa? - Ieri notte - la donna si fece coraggio - l'ho vista uscire dalla sua stanza, dalla locanda, con l'ultimo cliente, mi sembra. - Cosa cazzo stai dicendo? Lo sai che è vietato uscire con i clienti, voi qui dentro siete roba mia, se vi toccano, toccano me, lì fuori io non posso nulla. Prezzini parlava a Martha tenendola per un braccio, stava a pochi centimetri dal suo naso. Con il suo modo di fare sembrava rivolgersi ad Alice Coles. Martha ascoltava le sue parole. Odorano di cipolla e birra pensò con freddezza. - Paul, sapete che Alice è una donna prudente - Pearly interruppe l'oste cercando di frapporsi tra l'uomo e Martha. - La conoscono tutti e nessuno rischierebbe la vostra collera. - Concluse.
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- Tutti? - l'uomo era definitivamente fuori di sé. - Tutti i bastardi che girano da queste parti e sono diretti alla fiera di Dylath City? Paul sferrò un ceffone a Pearly. La ragazza barcollò e andò a sbattere la testa contro la spalla di Martha. La forza dello schiaffo fu tale che entrambe fecero mezzo passo indietro. - Puttane! A voi serve una lezione e se non saranno quei bifolchi che vi scopano tutte le notti, allora sarò io a darvela. Prezzini si passò una mano sugli occhi asciugando il sudore dalle sopracciglia. Si diresse verso il bancone, girò l'angolo dalla parte della cassa e si chinò verso l'ultimo cassettone in basso. Tirò fuori un coltellaccio da cucina. Pearly chiuse gli occhi e raccomandò l'anima a Dio. Martha rimase immobile, i suoi occhi impauriti restarono fissi sulle mosse dell'uomo. L'oste infilò il coltellaccio sotto la camicia e dietro i pantaloni. - Non muovetevi da qui. - aprì la porta e uscì. Pearly si diresse verso il bancone, bevve un sorso d'acqua attaccandosi direttamente alla brocca. Si bagnò mani e polsi, rinfrescò fronte e tempie. - Pensavi ci uccidesse? O pensavi qualche altra cosa? - sorrise Martha. - Non lo conosci, non sai fino a che punto può arrivare. - E tu Pearly, fino a che punto puoi arrivare con Alice? - Martha inclinò il viso e lasciò affacciare sulle sue labbra un sorriso malizioso. - Cosa cazzo te ne frega, sgualdrina? - Oh, a me nulla ma, non mi venire a dire che la tua reazione è stata di paura per Prezzini. - Martha si fece seria. - L'ho capito subito che tra te e la biondina c'è del tenero e tu sei preoccupata per la fine che ha fatto. - La fine che ha fatto? E che fine ha fatto Alice? Martha si avvicino a Pearly posò le mani sui suoi fianchi schiacciandola contro il bancone. - Però ho visto anche come guardi me. - Martha sussurrava. Pearly cercò di ribattere senza riuscirci, la ragazza le aveva tappato la bocca con una mano. La teneva stretta al bancone con tutto il peso del corpo. Lasciò scivolare via le dita dalle sue labbra e la baciò. Pearly dapprima cercò di resistere poi aprì la bocca. Assaporò la sua lingua, succhiandola per qualche istante, afferrò con i denti il labbro inferiore e lo morse. Martha si chinò dal dolore lasciando alla donna una via di fuga. Pearly corse sulle scale divorandole una a una, arrivò sul ballatoio e prima ancora che Martha riuscì a riaversi, entrò nella sua camera. Le stanze non avevano serratura. La Mckenzie, dal basso del locale,

sentì un gran baccano di mobili spostati. Pearly si era barricata. Martha salì al piano superiore, origliò davanti l'alloggio di Pearly Poll. Percepiva solo un pianto soffocato. Lasciò passare una decina di minuti e quando fece per tamburellare le dita sulla porta, avvertì Prezzini tornare. La ragazza si attaccò alla parete lasciando un metro tra lei e la balaustra del corridoio che dava sull’entrata della locanda. Trattenne il respiro e restò immobile per non farsi sentire; dalla sua posizione riusciva a intravedere Paul Prezzini. L’oste era entrato di soppiatto nel locale, sudato e affaticato. In una mano teneva stretto un sacco di iuta legato all’estremità superiore da un cordone. Il contenitore gocciolava sangue. Sì, Martha non ebbe dubbi: era sangue. Prezzini lasciò il sacco ai piedi del bancone e tirò fuori dai pantaloni il coltello con cui era uscito. Anche questo era completamente imbrattato di rosso. Martha perse l’uomo dalla visuale, sentiva scorrere l’acqua nel lavabo del bancone, poi avvertì aprire e sbattere il cassettone posto sotto il distributore della birra. Il coltellaccio è tornato pulito al suo posto, immaginò. Prezzini riapparve nel suo campo visivo il tempo necessario per prendere il sacco di iuta, pulire a terra il sangue rappreso e sparire nuovamente. Martha sentì ancora lo sbattere di sportelli. La ragazza, camminando sulle punte, decise di muoversi per i pochi passi che la separavano dalla sua stanza; lì rientrò. L'autunno londinese era ormai alle porte. Il sole delle mattina stava lasciando il cielo a prorompenti nuvole nere. La luce del giorno andava pian piano consumandosi. Martha, affacciata alla finestra della sua camera, guardava l'orizzonte perdere di definizione e offuscarsi sotto una caparbia pioggerellina. La ragazza, si avvicinò al letto, si chinò a terra e tirò fuori un contenitore di cartone. Lo aprì. Rovistò tra alcune cianfrusaglie, spostò un paio di piccole scatole. Le sue mani si muovevano nervose. Cercò finché non trovò un diario con la copertina rigida tagliata sul bordo superiore. Le pagine erano stropicciate dalle frequenti consultazioni. Martha tornò con la mano nel contenitore, pescò una lunga penna d'oca e una bottiglia di vetro con dell'inchiostro rosso. Iniziò a scrivere. Lo sai che Zio Jack ti è sempre vicino, vero piccola bambina? Ti pensa e ti aiuta quando il mondo è cattivo con te. Zio vuole solo il tuo bene anche se, qualche volta, ti chiede piccoli sacrifici. Tu questo lo sai. - Io sento il mondo contro di me, mi devo difendere.
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- disse Martha ad alta voce alzando lo sguardo verso il bordo del letto. Tornò a scrivere. Bambina mia, insieme abbiamo sistemato tante cose. - Ho paura di quello che sento nella mia testa. - questa volta gli occhi rimasero fissi sulle parole vergate con una calligrafia allungata dai tratti maschili. Adesso Martha smettila di frignare. Sistema le cose con l'ultima tua compagna. L'amicizia è una cosa rara e neanche lei si è dimostrata buona con te. Io l'ho sentita parlare con il padrone, dice che sei una strega e che con te gli affari della locanda andranno in malora. - Anche quelle maledette bambine dell'orfanotrofio mi odiavano e mi volevano male. Il male, loro non hanno potuto farti alcun male; tu sei stata brava ad ascoltare i miei consigli e a fare loro quello che hai fatto. Martha era persa tra le righe del diario. Scriveva veloce e non rileggeva le parole. Strappò con cura una pagina, la poggiò sul pavimento e scrisse ancora qualche riga. Piegò il biglietto e se lo infilò nel reggicalze sotto la voluminosa gonna color crema. Rimise al suo posto il diario, la penna d'oca e la boccia con l'inchiostro. Dopo aver chiuso il contenitore, si alzò da terra e con un piede spinse la scatola sotto il letto. Lo Swallow Inn aveva da poco riaperto ai viandanti, c'era birra fredda per tutti i clienti e un riparo dal temporale che stava arrivando sulla città. Martha Mckenzie e Pearly Poll sedevano in bella vista nel salottino a loro riservato. Pearly, silenziosa, evitava qualsiasi contatto visivo con la compagna di lavoro. Martha, vivace, cercava con sguardi languidi di attirare l'attenzione dei clienti. L’oste, indaffarato, non aveva più toccato l'argomento Alice Coles. - Lei è Paul Prezzini? Due poliziotti avvolti in mantelle scure si avvicinarono al bancone. - Si, sono io. - rispose l'uomo preoccupato di contenere l’irruenza della birra al bordo del bicchiere. - É stato trovato il corpo senza vita di una donna. continuò l’uomo in divisa. Martha e Pearly seguivano la discussione a distanza. - Muore tanta gente. - si limitò a rispondere l’oste. - Si, ma non tutte lavorano con lei. Pearly sgranò gli occhi. Prezzini consegnò la pinta al cliente e intascò le monete. - Si chiama Alice Coles. - proseguì il poliziotto: - É stata trovata qui dietro, sotto il ponte di Royal mint

street. Mi pare di capire che non è molto interessato alla cosa, probabilmente perché già conosce cosa è successo alla poveretta. Pearly si alzò dal salottino spintonando via un cliente. I suoi occhi erano rossi e colmi di rabbia. Scoppiò in un riso isterico prima di crollare in un chiassoso pianto. Sbracciò ancora tra i pochi avventori presenti e guadagnò l'uscita. - Non la lasciare sola. - disse Prezzini rivolgendosi a Martha. - Ci penso io. - replicò la ragazza mimando le parole con le labbra. - Ho visto Alice l'ultima volta ieri sera, qui dentro. Questa mattina, quando mi sono accorto che era sparita, l'ho cercata per un po'. - proseguì Paul fissando il poliziotto: - Come l'avete trovata? - L'abbiamo trovata sventrata, chi ha fatto il lavoro si è portato via un ricordo di lei. Prezzini abbassò gli occhi verso il pavimento. - Chi sono quelle due donne? - chiese il poliziotto rivolgendo lo sguardo verso l'uscita dello Swallow Inn. - La ragazza uscita per prima si chiama Pearly Poll; la seconda è Martha Mckenzie. Sono le mie donne. la voce di Prezzini arrivò come una sentenza inappellabile. - Voi le proteggete? - Come proteggo i miei affari. - Prezzini - incalzò il poliziotto: - sappiamo della sua passione per i coltelli e della sua, come dire, aggressività. - I miei coltelli sono semplicemente il mio coltello interruppe l’oste infastidito e proseguì: - se ne avete voglia potete vederlo anche subito. Le guardie si guardarono negli occhi, quello che aveva solo assistito alla conversazione fece un cenno di assenso a Prezzini e lo raggiunse dall’altra parte del bancone. - Ecco il mio gioiello. - disse Prezzini aprendo il cassetto sotto le sue ginocchia. Il poliziotto si chinò e tirò fuori l’arma. La scrutò, la girò verso la finestra per guardarla in controluce. Soddisfatto, si abbassò per riporla ed esordì nella conversazione: - E in questi altri due cassetti? Paul Prezzini fissò l’uomo ancora chino a terra, non disse nulla. Il funzionario dell’ordine pubblico aprì il primo, non trovò nulla; aprì il secondo e tirò fuori un sacco di iuta imbrattato di sangue. Martha voltò l'angolo di Prescot street. La pioggia si era intensificata e martellava il manto stradale; i tuoni deflagravano uno dopo l’altro. Il cielo era diventato nero lasciando il quartiere di Whitechapel al buio. La ragazza si arrestò davanti a una donna acquattata a terra, con le mani sulla testa. Era Pearly Poll.
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La Mckenzie si chinò sulla figura rannicchiata riparandola dall’acquazzone. Pearly si lasciò avvolgere dal tenero abbraccio, si alzarono e percorso una decina di metri, svoltarono su Wentworth lane. Erano sole, davanti a loro un mucchio di immondizia ammassata contro il muro del vicolo. - Perché l'hai uccisa? - esordì Pearly. - Come puoi pensare che sia stata io? - Non fare questa scenata con me, lo so che sei stata tu, tu sei maledetta. - Maledetta? Oppure pazza? Tutto il mondo pensa che io lo sia, tutti mi vedono come mia madre. Ma non è così. - Dimmi, come hai fatto a sopravvivere al rogo dell’orfanotrofio? - Pearly urlava. - Io ricordo solo le fiamme e la disperazione delle bambine, mio zio mi ha aiutato a scappare. - Ti rendi conto di cosa dici, tuo zio è morto ed è per questo che ti sei ritrovata al Haut de la Garenne! Pearly parlava tenendo Martha per il colletto della camicia zuppo d’acqua; proseguì: - quell’orfanotrofio non deve esserti andato a genio. - Io ho non ho mai fatto del male a nessuno, io sono una povera donna. - disse la Mckenzie. Martha si strinse alla ragazza, sentiva arrivare il dolore alla testa che spesso l’investiva. Non ne parlava mai con nessuno, l’avrebbero internata in qualche ospedale per malati di mente; preferiva considerare quel dolore per ciò che era: una parte di lei. La nevralgia colpiva senza preavviso, investiva i centri nervosi limitando i suoi movimenti e offuscando i suoi pensieri. Così era accaduto poco prima di ritrovare il vecchio zio Jack con un forcone nel collo oppure, prima di svegliarsi sulla strada con l’orfanotrofio in fiamme. Pearly si accorse del malore di Martha, cessò di accusarla e ricambiò l’abbraccio. Confusa, ripensò ad Alice Coles, al loro amore difficile, imbarazzante, sensuale, vergognoso, appagante, maledetto, unico. Pearly conosceva il suo destino ora che la sua amica non c’era più. La sua sarebbe stata la vita di una prostituta in attesa di morire, esattamente come era successo a sua madre. - Alice, cosa ti è successo amore mio. - mormorò Pearly Poll confusa e con un filo di voce. Il poliziotto posò il sacco di iuta sul bancone. Il suo collega si preoccupò di far uscire i clienti dalla locanda, bastò tirare fuori la pistola puntandola in direzione dell’oste. - Cosa abbiamo di bello qui, Prezzini? - disse trionfale l’uomo armato. Paul non fiatò. La guardia indicò con gli occhi il sacco al collega e lo invitò ad aprire. Questo eseguì l’ordine; tolse il laccio che stringeva la iuta lasciando timidamente scivolare l’occhio all’interno del contenitore.

- E’ orribile! - esclamò con la faccia ancora nel buio della sacca. - Non mi dire che abbiamo trovato le orecchie e le mani della nostra Alice? Rovescia tutto sul bancone. - disse l’uomo con la pistola. Prezzini guardava attento, non tradiva alcuna emozione tanto da sembrare assente alla scena. L’uomo rivoltò il contenuto, tra viscere e sangue caddero due conigli. - Non pensavo fosse reato procurarsi il cibo da servire a cena. - il sorriso tornò sulla bocca di Paul Prezzini. - Potremmo avere bisogno di parlare ancora con voi e con le ragazze. - replicò infastidito il poliziotto. - Sapete dove trovarci. - rispose divertito l’oste. Il vento fischiava tra i vicoli del quartiere di Whitechapel. La pioggia, per quanto possibile, era ancora più intensa e nessuno si era avvicinato alle due donne ancora abbracciate. - Perdonami Martha, io sono sconvolta e non ti volevo ferire. - disse Pearly Poll. - Martha non è più qui - la Mckenzie aveva cambiato timbro della voce facendolo più cupo. Pearly impallidì, afferrò con le braccia la donna per cercare di impedirle i movimenti. Martha la guardava fissa negli occhi, sorridendo. Leccò il suo viso, una, due volte. - Adoro il sapore della paura. - disse. Pearly provò a pronunciare qualche parole ma lo sgomento bloccava ogni sua preghiera. - La tua vita è così inutile, sei stata fortunata a incontrare lo zio Jack, posso fare molto per te. Martha accostò le labbra all'orecchio della donna: - Ti libero per sempre. - sussurrò ancora. Pearly era avvinghiata alla ragazza, i suoi muscoli erano irrigiditi dal freddo; tratteneva il fiato senza accorgersene. Martha lasciò scivolare la mano sotto la pancera, estrasse un rasoio. Pearly non si accorse di nulla. Martha Mckenzie si riebbe qualche minuto dopo. Davanti a lei il corpo di Pearly Poll era disteso a terra, in bocca aveva il foglio che aveva scritto nella sua stanza alla locanda. All'altezza dell'addome spiccavano due squarci orizzontali tanto profondi da lasciar intravedere le budella. Martha prese Pearly per le braccia e arrancando la trasportò qualche metro più avanti, fino al mucchio della spazzatura. Prima di nasconderla, sentì un senso di compassione tanto forte da avvertirlo doloroso, inadeguato. Pearly aveva il volto irrigidito dalla sorpresa di una morte inaspettata. La Mckenzie ritornò con la mente a quel pomeriggio a Watton-atStone, ai profumi di quella campagna così diversi dall'odore acre che stava respirando. Tra le sue mani riapparve il viso dello scoiattolo; ricordò il suo mu55

setto curioso che guardava e annusava, osservò la spensieratezza di quel piccolo essere tramutarsi in orrore quando, con le unghie delle dita, le recise la carotide. Martha si chinò per l'ultima volta sul corpo della donna, le tolse la lunga mantella rossa e la indossò. Il corpo di Pearly Poll fu rinvenuto poche ore più tardi. Un passante notò un branco di cani randagi, con il muso imbrattato di sangue, che facevano la spola tra Prescot street e Wentworth lane. La polizia e il medico legale non potettero identificare il corpo tanto era stata accanita l'azione delle bestie. Dovettero servirsi della testimonianza di Paul Prezzini. L'investigatore a cui fu assegnato il caso, ordinò di setacciare il quartiere alla ricerca di Martha Mckenzie. Nei giorni successivi ci fu qualche perquisizione nelle case di alcuni malavitosi e molestatori. La polizia non trovò traccia della giovane. Le autorità s'interrogarono a lungo se rendere pubblico il messaggio rinvenuto nella bocca di Pearly Poll. Inizialmente fu deciso di archiviarlo per non alimentare la paura in un quartiere già colpito dal degrado e dalla delinquenza. Qualche settimana più tardi, a seguito del ritrovamento del corpo di una prostituta, martoriato a colpi di rasoio, la polizia decise di pubblicare lo scritto. La lettera apparve sul Puck, foglio settimanale affisso periodicamente sui muri del quartiere di Whitechapel. Londra, 4 settembre 1888. Dal profondo della morte. Signori, Vi lascio le spoglie di questa donna in modo che possiate ancora approfittare di lei. Non sarà la morte a fermare le vostre voglie. Io terrò per me la sua compagna, è così bella! La mangerò con tutta calma. La sfida è iniziata, trovatemi. Vostro. Jack lo squartatore. Post Scriptum Nell'autunno del 1888 il quartiere Whitechapel di Londra fu scosso da una serie di delitti perpetrati ai danni di alcune prostitute. Cinque sono i casi di omicidio attribuiti alla figura di Jack lo squartatore ma, con ogni probabilità, almeno altri quattro sono da attribuire al misterioso assassino. Durante il periodo dei crimini, Scotland Yard ricevette numerose segnalazioni che avrebbero potuto portare alla cattura del mostro. Tutte si dimostrarono

false. Non di meno, la polizia e i giornali ricevettero migliaia di lettere di confessioni, altrettanto false che contribuirono a miticizzare la figura di Jack lo squartatore. Di tutti i messaggi recapitati, solo tre sembrerebbero essere autentici: “The Dear Boss”, “The Saucy Jack postcard” e “The from Hell”. Quest'ultimo arrivò accompagnato da una scatola contenete il rene di una vittima. Sono stati fatti numerosi tentativi per arrivare all’identità dello squartatore. Alcune ipotesi hanno toccato il drammaturgo Oscar Wilde, altre si sono focalizzate sulla mitica figura di Jack dai tacchi a molla che nello stesso periodo agitava Londra sfigurando i passanti. Indagini moderne riconducono alla figura della Regina Vittoria intenta a proteggere il matrimonio di un nipote con una prostituta. La Regina, avrebbe incaricato uno dei suoi ministri che con l'aiuto di un frammassone (Jack lo squartatore), si sarebbe occupato di uccidere le cinque prostitute capaci di riconoscere l'ex squillo e di gettare nello scandalo la famiglia reale. Ultima indagine è quella compiuta dall'Università di Brisbane nel 2006. Analizzando i francobolli con cui Jack lo squartatore spediva le sue missive a Scotland Yard, è emerso che il DNA rinvenuto sulle affrancature fosse di una donna o, per meglio dire, non si può affermare con certezza che il codice genetico fosse di genere maschile. L'ipotesi di "Jill the Ripper" era già stata seguita nel passato. L'indiziata numero uno, a ricoprire il ruolo del serial killer più famoso della storia, era stata identificata in Mary Pearcey, una ventiquattrenne giustiziata nel 1890 per aver ucciso la moglie dell'amante e la loro figlia con modalità simile a quelle utilizzate da Jack lo squartatore. Ah, dimenticavo: oggi al 24, Prescot Street di Londra, c’è una locanda… Ringraziamenti Un grazie a Ivana che mi ha regalato l’immagine d’apertura (pag.45). Potete trovare le opere della mia amica su www.braviautori.com/autori/bonnie oppure complimentarvi con lei: ivi_66@hotmail.it Un grazie a Wikipedia, preziosa collaboratrice e uno a Luca che mi ha aiutato nella rilettura del testo.

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La grazia l'aveva avuta. NARRATIVA Suo marito che in fin di vita le aveva scritto da un ospedale dell'Argentina, dove doveva operarsi un'appendicite già perforata, dopo un mese le mandò una lettera in cui, ringraziando Iddio, diceva che il pericolo maggiore l'aveva superato ed era ormai in via di guarigione. Donatina sua moglie, povera crista, che nel ricevere quella lettera terribile un mese prima s'era sentita il mondo sprofondare sotto i piedi e nella disgrazia già si vedeva vedova con tre figli a carico, non sapendo a chi santo votarsi, aveva fatto voto alla Madonna del Carmine che se il marito riusciva a superare quella terribile operazione, Le avrebbe celebrato una messa pezzente. Ora il marito era in convalescenza e bisognava adempiere la promessa. Il voto è una libera promessa che si fa a Dio o ai Santi di qualcosa che si crede sia loro gradita. E non c'era niente di più gradito che Donatina potesse offrire alla Madonna del Carmine che la mortificazione di andare, lei orgogliosissima, scalza, casa per casa, battere alla porta, aspettare che l'aprissero, tendere la mano e chiedere i soldi per far celebrare la messa pezzente. Donatina era superba, inutile dirlo. Cresciuta in una famiglia per bene, non aveva mai visto i suoi genitori chiedere niente a nessuno. Tanto meno lei, poi, che Iddio aveva voluto maritare a un uomo, suo marito, che per non farle mancare niente aveva sfidato l'acqua degli oceani andando imbarcato per dieci anni e da tre la solitudine angosciosa dell'emigrazione in Argentina. Perciò, ora che si apprestava a sciogliere il voto, ogni qualvolta Donatina si immaginava sulla soglia di una casa protendere la mano per ricevere l'elemosina, vampate di vergogna l'assalivano arrossandole il viso e soffocandole il cuore. E così lo faccio oggi, lo faccio domani era passato un altro mese, suo marito era uscito dall'ospedale, stava quasi per tornare in Italia e lei non aveva ancora adempiuto il voto. Finalmente un bel giorno Donatina si alzò la mattina presto, rassettò la casa, mandò i suoi tre figli a scuola e facendo forza a se stessa uscì a fare la questua. Scelse un rione lontano da casa sua dove sperava di non incontrare parenti o conoscenti. E toltasi le scarpe, legatesele al collo, bussò alla prima porta. Il cuore nel petto le batteva forte... Venne ad aprire un ragazzotto sui sette anni che stupito di vedersi innanzi una donna scalza e con le scarpe legate al collo, le piantò addosso due occhioni azzurri pieni di meraviglia. Donatina tese la mano che le tremava per la vergogna e chiese la carità. Il ragazzino subito si fece indietro e chiamò: Mammina, c'è una poverella che domanda l'elemosina. Mandala via. - si sentì la voce stridula della madre. -

E chiudi bene la porta! Mi dispiace. - Fece il ragazzino indietreggiando. Mammina non tiene i soldi. - E le chiuse la porta in faccia. Donatina si sentì come un capogiro, ma non si scoraggiò e bussò alla porta accanto. - Fate la carità. Abbi la pace. - le rispose scostandosi la vecchietta che era venuta ad aprire. È per dire una messa pezzente alla Madonna del Carmine. - insistette disperata Donatina mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Già è passata un'altra prima di te. - mentì la vecchietta facendosi indietro e sbattendole la porta in faccia. Donatina voleva sprofondare sotto terra per la vergogna. Ma una forza irresistibile, forse perché pensava il voto era un obbligo irreversibile e il non adempierlo portava disgrazia, la spinse a bussare alla terza porta. Comparve sulla soglia un omaccione che le posò addosso uno sguardo duro e accigliato. - Fate la carità per una messa pezzente. - chiese intimorita Donatina. E vedendo che quello la fissava con sguardo minaccioso: - Non è per me. Ho fatto un voto quando mio marito stava per morire in Argentina e lo devo adempiere se non voglio mancare alla parola data alla Madonna del Carmine. L'omaccione non proferì parola. L'afferrò per le spalle, la girò su se stessa e la spinse oltre la soglia, sibilando tra i denti: - Qua non teniamo la macchinetta per distribuire i soldi né ai pezzenti né alle messe pezzenti. Sparisci ! - E rientrato in casa non chiuse nemmeno la porta dietro di sé. Le vampate di vergogna che accendevano il viso di Donatina all'improvviso si spensero diventando folate di vento gelido che dapprima le agghiacciarono il cuore e poi le congelarono tutto il corpo. Ma barcollando Donatina riuscì a raggiungere la porta accanto e a bussare. - Fate la carità. - Riuscì appena a pronunciare quando le venne ad aprire, alto e smilzo, un vecchietto. Questi, trovandosi innanzi più che una donna, uno spettro tanto era agghiacciante l'aspetto di Donatina e vitreo il suo sguardo, che per togliersi dinanzi quello spettacolo inumano, meccanicamente si mise le mani in tasca e le diede 50 lire. Mezz'ora per raccogliere 50 lire, pensò Donatina. E quanto ci sarebbe voluto per mettere insieme le quindici-ventimilalire per celebrare la messa pezzente?... La vergogna, l'ansia e la disperazione a questo punto la vinsero. E non potendosi più reggere sulle gambe, Donatina fu costretta a poggiarsi al muro per sostenersi. Così totale voleva Dio l'annientamento del suo amor proprio? Si sentiva calpestata, ferita nel proprio io. La testa cominciò a girarle e presa da conati di vomito, rovesciò a terra tutto ciò che aveva nello stomaco. Poi non potendosi più reggere sulle gambe lentamente scivolò contro il muro cadendo di traverso sul marcia-

“La messa pezzente”
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di Antonio Padovano

piedi. Come una farfalla che passa da un fiore all'altro succhiando il polline e volando via per posarsi sul fiore accanto, una ragazzina sui dieci anni, gonna blu e maglioncino rosso screziato di nero, passava di là saltellando sulle mattonelle del marciapiedi, attenta a mettere il piede al centro per non toccare le fessure tra una mattonella e l'altra. La gonna che svolazzava ad ogni movimento che faceva, le braccine protese indietro per darsi lo scatto in avanti, il piedino sinistro già sollevato da terra per spiccare l'ennesimo salto, stava per volare sulla mattonella accanto quand'ecco la ragazzina si trovò la strada sbarrata da Donatina che giaceva riversa sul marciapiedi. Sbalordita, rimase un attimo in quella scomoda posizione. Poi lentamente poggiò a terra il piede sinistro, si portò una mano alla vita e l'altra che con l'indice si frugava nel naso, per la meraviglia rimase a fissare Donatina che si contorceva presa ancora dai conati di vomito. Infine, resasi conto che la donna stava proprio male, sempre con quel ditino che frugava nel naso, cominciò a urlare. - Aiuto! Aiuto! Una signora si sente male. Aiuto! Alle grida, la strada che un attimo prima sembrava deserta si riempì di gente. Chi usciva dalle case, chi accorreva dalle strade vicine. Che succede?! - chiese una donna uscendo ciabattando da una casa vicina trascinandosi dietro la figlioletta per la treccina che evidentemente stava finendo di pettinare. - Chi è che grida così?! Chi si sente male? - domandò un'altra donna accorsa dal quartiere vicino. Quella signora per terra. Là, vicino al muro. - E solo allora la ragazzina si tolse il dito dal naso per indicare Donatina che si contorceva ancora a terra vomitando l'ultima bile che aveva nello stomaco. Ma è la donna che cercava l'elemosina per la messa pezzente. - disse la vecchietta che poco prima aveva dato la pace e sbattuto la porta in faccia a Donatina. Come?! - domandò uno studente magro e mingherlino, che passando di là col suo fascio di libri sotto il braccio, era accorso a tutto quel trambusto. - Chiedeva l'elemosina per la messa pezzente?! - e pronunciò queste due ultime parole come per dire che messa e pezzente unite insieme non avevano alcun significato. Sì! - intervenne l'omaccione che poco prima aveva così garbatamente allontanato Donatina dalla soglia di casa sua e che alle grida della bambina era accorso anche lui. - Diceva che in Argentina il marito stava male e aveva fatto voto alla Madonna del Carmine di dire una messa pezzente se si fosse salvato. E voi due?!... - domandò alla vecchietta e all'omaccione scandalizzata la donna che ancora si trascinava dietro la figlia per la treccina. - E voi due?! Non le avete dato i soldi?! Piano, mammina. - piagnucolò la figlioletta. - Mi fai male...
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Zitta, tu! - la mise a tacere la madre. Signo'! - urlò l'omaccione mentre negli occhi gli lampeggiava l'ira. - Qua non so' state ancora inventate le macchinette che metti i gettoni e escono i soldi! È vero. - si scolpò amareggiata la vecchietta che aveva elemosinato la pace a Donatina. - Passano tante zingare facce toste da queste parti che avevo pensato fosse una di quelle. Ecco perché il mondo va così male! Ecco perché aumentano i miscredenti! Alle cose sacre non si crede più! - gridò la donna inciabattata, che ora nella foga del discorso tirava sempre più la treccina alla figlia che, per alleviare il dolore, si trascinava dietro la madre come un cagnolino legato ad un guinzaglio troppo corto. - Lasciami i capelli, mammina!... - Fammi finire di parlare, prima! E sempre rivolta alla vecchietta e all'omaccione che per l'ira s'era gonfiato come un otre: - Giudei siete! Altro che cristiani! Vedete come avete ridotto quella povera femmina?! - Come l'abbiamo ridotta?!... - chiese con le lacrime agli occhi la vecchietta della pace. - Vomita e non dà più lingua. - E noi siamo stati?! - No… - fece acida la donna. - Io che in casa lisciavo i capelli alla figlia mia! Non dire così. - La supplicò piangendo la vecchietta, che ora sentiva la coscienza rimorderle per aver elargito solo la pace a Donatina. - Nessuno gli ha fatto nulla... - È la verità! Nessuno le ha fatto nulla. - sbottò l'omaccione che per l'ira non si conteneva più. - La colpa è di chi ha inventato le messe pezzenti! - No! - lo redarguì la donna con tono inquisitorio. - La colpa è vostra perché non avete fatto l'elemosina. Lo dico sempre io che bisogna fare a pezzi chi mette in testa alla povera gente simili fesserie e squartare tutti quelli che appresso a loro ci credono! - Tuonò l'omaccione che alle stesse sue parole già fiutava intorno a sé odor di sangue. - Avvicinati! - si fece minacciosa innanzi la donna che finalmente aveva lasciato la treccina della figlia per trasformare le sue mani in due artigli di tigre. - Squartami se hai il coraggio! E pronta a cavare gli occhi all'omaccione se avesse messo un passo avanti, con sfida: - Qui sta una che crede nei voti! L'omaccione la fissò con sguardo truce, poi per non compromettersi: - Ma guard'alla madonna che mi doveva capitare oggi?!... E gonfio d'ira, bestemmiando come un turco si fece indietro. Ma insomma che significano questi discorsi? - si intromise lo studente mingherlino. - Che sono queste madonne e messe pezzenti?! Cercava l'elemosina. - disse la vecchietta della pace indicando Donatina che giaceva ancora a terra e nessu-

no si prendeva la briga di soccorrere. - Per chi chiedeva l'elemosina? - domandò lo studente. - Per la Madonna del Carmine. - Le doveva accendere un cero? - No. Doveva farle dire una messa pezzente. - Che roba è?!... - Sentite lo scomunicato. - intervenne la donna-tigre che con un occhio teneva sempre a bada l'omaccione sanguinario. - Non sa nemmeno che la messa pezzente è uno dei voti che ci fanno avere più grazie davanti a Dio. - Ah, questo significa? - Ci voleva molto a capirlo? Che sta scritto su quei libri: a, e, i, o, u?... - Poi fai i tuoi apprezzamenti sui miei libri, signora. Fammi raccapezzare, ora. - La mise a tacere calmo lo studente. E rivolto alla vecchietta e all'omaccione che continuava a bestemmiare come un dannato: - Dunque, se ho ben capito questa donna che prima non ha mai fatto accattonaggio, per aver ricevuto una grazia, è venuta in questo rione, si è sfilata le scarpe dai piedi, se l'è legate al collo, andando chiedendo l'elemosina per far celebrare la cosiddetta messa pezzente alla Madonna del Carmine. Messa pezzente perché celebrata con i soldi elemosinati. Proprio così - disse la vecchietta della pace asciugandosi le lacrime dagli occhi. Io non so che vai facendo con tutti quei libri e libroni sotto il braccio, - lo schernì la donna-tigre. - Se per capire una cosa così semplice hai bisogno di un giro così lungo di parole. Ma questa è superstizione, signora mia, non più religione. - scoppiò a ridere lo studente. - Retaggio atavico di vecchie superstizioni pagane!... Lo dici tu, faccia di Caifas! - tagliò corto la donnatigre che evidentemente, dopo quelle parole sconsacrate, non intravedeva più di fronte a sé quello studentello magrolino e mingherlino, ma uno dei grandi sacerdoti del Sinedrio che condannarono Cristo alla croce. - I voti ai Santi so' cose serie. Non chiacchiere da studenti ciucci come te! Ma ormai lo studente pronto a spiccare il volo dietro la sua alta oratoria, non l'ascoltò nemmeno. - Ecco la superstizione! Ecco il vero senso della religione! Questa donna che giace a terra ne è l'esempio. Infatti la religione è automortificazione che annienta la persona riducendola ad una larva umana! - Tu sei un verme. - cercò di metterlo a tacere la donna-tigre. - Perché non capisci ciò che dici! - È vero. - fece tutta scandalizzata la vecchietta della pace. - Che sono questi discorsi scomunicati?! - La verità, nonnina! La verità sacrosanta! - si sentì una voce maligna dalla folla. - Il diavolo sta passando pure agli altri. - si fece il segno della croce la donna-tigre constatando che l'epide59

mia di miscredenza si trasmetteva alla gente circostante. Ma ormai la disputa divampava ed era impossibile spegnerla. Ecco come ti riducono i preti la povera gente! Ecco come dissanguano i preti la gente ignorante! Prima la spogliano completamente e quando non hanno più soldi la mandano ad elemosinare per loro! - Mentì spudoratamente lo studente, per il quale evidentemente oratoria e realtà erano due cose completamente diverse. E ciò che contava ora era l'effetto, non la verità. Lo dico sempre io che la maledizione della povera gente sono i preti! - intervene minaccioso l'omaccione sanguinario. Tu non parlare, faccia di Giuda! - gridò inviperita la donna-tigre, pronta a saltargli alla gola. La discussione aveva preso oramai questi toni roventi tra credenti e miscredenti, ma nessuno intanto si era preso la briga di soccorrere Donatina, che sebbene ora si sentisse meglio e fosse in grado di alzarsi, continuava a giacere riversa contro il muro, il volto coperto con le mani, per la vergogna di aver provocato, lei così schiva, tutto quel trambusto che rischiava di diventare moto di popolo. Fortuna però che il buon senso non è del tutto scomparso tra la gente. Infatti mentre quella tremenda discussione continuava ad infiammare gli animi dei due partiti avversi, un signore che faceva parte di una comitiva di persone distinte che fin dall'inizio avevano osservato in silenzio la scena, accompagnato da un amico, si avvicinò a Donatina e aiutandola a mettersi in piedi: - Tenga signora. disse l'uomo distinto. - Queste sono trentamila lire. È un dono suo - aggiunse l'amico - e dei nostri conoscenti che ci accompagnano. Noi non ce ne intendiamo se il voto che ha fatto è devozione o superstizione. Desideriamo soltanto che stia bene. Prenda questi soldi e faccia celebrare la messa pezzente alla Madonna del Carmine. Poi i due uomini accertatisi che Donatina si reggeva bene in piedi la salutarono e unitisi alla comitiva degli altri amici che più discosti li attendevano, proseguirono per la loro strada. Così Donatina vergognosa per ciò che era successo, ma felice in cuor suo perché, in un modo o in un altro, oramai il voto lo poteva sciogliere, senza farsi notare fuggì via; mentre gli animi dei credenti e miscredenti, non accorgendosi che la causa della loro disputa era ormai svanita, continuavano ad arroventarsi trascinando nella discussione masse sempre più numerose di gente, tanto che io penso stiano ancora lì a discutere con gli animi accesi dalla passione…

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Vi siete mai chiesti perché la vostra bionda preferita, pur rispettandovi e dimostrandovi la sua sincera amicizia, alla fine sceglie sempre NARRATIVA di farsi sbattere dal tipo più improbabile che passa per caso al "China Jazz Club" e che c'ha il portafogli a mantice? Vi siete mai chiesti quanti musicisti si ritrovano in questo fumoso buco cinese a fare jazz solo perché non hanno vinto il concorso in qualche orchestra o nella banda municipale dove ti pagano pure i contributi per la pensione? Vi siete mai chiesti quante volte un barman, durante una serata e una nottata, pulisce il bancone con lo straccetto umido prima di servire i nuovi clienti? Vi siete mai chiesti quanti cadaveri vengono gettati dai retro dei locali direttamente nell'immondizia dei vicoli stretti e puzzolenti di Neaples City? E poi, chi di voi non si è mai chiesto quanti pugni d'orzo occorrono per fare il whisky che ondeggia nel vostro bicchiere attendendo di essere tracannato? E se lo scotch whisky on the rocks è roba da checche delicate che cercano di diluire l'inferno, perché un superalcolico come quello va bevuto liscio e basta, se sei un vero uomo? Certe strane domande comincio sempre a pormele, più o meno, dal quarto bicchiere in poi, quando l'alcol entra seriamente in circolazione e l'atmosfera diventa vera, disarmante e dolorosamente triste come una lama che penetra inesorabile nel tuo ventre. La maggior parte della gente beve per dimenticare e riuscire così a sorridere; io, invece, bevo per ricordare tutto e meglio, perché di sorridere come un ebete in libera uscita non me ne frega niente. Quando ti lasci trasportare dalla tiepida onda alcolica e i tuoi globuli rossi fanno surf usando come tavola le molecole di alcol etilico, tutto diventa più chiaro e riesci persino a far collimare cose assurde e distanti, pezzi di vita rimossi che ritrovano la loro logica e lampante funzione all'interno di un meccanismo che credevi irrimediabilmente arrugginito e inservibile. Vi dirò! Vorrei essere sempre un po' brillo, ventiquattro ore su ventiquattro: per riuscire a ragionare meglio e per vedere lì dove non riesco a vedere quando sono sobrio. Il lavoro? Mai avuto problemi: non ricordo una sola volta in cui ho sbagliato mira oppure una sola serata durante la quale sono stato accompagnato a braccetto davanti casa dai ragazzi! Non sono il tipo che prima di ficcarsi nel letto si fa togliere le scarpe da un pivello appena sbarcato in città con la vocazione del gangster, io, o che si fa rimboccare le coperte da una pollastra astemia e furba che mi considera come uno zio a cui poter sfilare qualche banconota dal cappotto perché "… tanto è rintronato dal troppo bere…". Il comando lo detengo sempre e solo io! Questo è sicuro. Il segreto del mio autocontrollo? Essere costantemente insoddisfatto e incazzato: solo i professionisti vessati da una settimana di lavoro, i grassocci commercialisti che si agitano sulla sedia come i dannati del purgatorio non appena il trio attacca a suonare, solo gli avvocati ricchi che ridono in modo plateale

per fare inutilmente colpo su un'oca già a caccia di avvocati da sposare o gli studenti promettenti vestiti da adulti che bevono latte durante il resto della settimana, solo questi tipi crollano come pere secche già dopo mezzo bicchiere di J&B. Crollano sotto i fulmini di una divinità fermentata perché credono ancora nella vita, nella facilità dei loro soldi, dei loro presunti amori, nella moralità di una società che li ha fregati sul nascere senza che se ne accorgessero, perché credono nell'onesto miraggio del posto fisso o negli affari benedetti da Dio… E il disincanto non ha ancora anestetizzato il loro sensibile sistema nervoso, rendendoli finalmente paralitici dinanzi a stupide gioie da week end. L'alcol è per me come l'olio con cui si lucidano le canne e gli ingranaggi delle pistole e dei fucili prima di una missione delicata: se ne usi poco il metallo fatica a interagire, rischi di rimanere con il pezzo ingrippato davanti al fuoco nemico e… buona notte al secchio! Se ne usi troppo e capita che sei nervoso per un qualsiasi maledetto motivo e ti sudano le mani, può succedere - e vi giuro che è successo appena due settimane fa a Jimmy Spillo, riposi in pace! che ti scivola tutto di mano facendo la figura del fesso mentre muori sparato tra le risa generali persino dei tuoi stessi compagni. Comicità e morte: una schifosa miscela da evitare come la peste, se si vuole essere ricordati in maniera dignitosa e con un minimo di rispetto nel mio mondo. Filosofeggio, direte voi, o si tratta di un semplice cazzeggio da bicchiere? Forse tutte e due le cose, ma di sicuro, grazie a questo mio modo di pensare… sopravvivo! A me stesso e alla vita scellerata che ho scelto di vivere. Il motivo biondo e profumato della mia incazzatura cronica, anche stasera, come ogni sera, scende lievemente, come nebbia sui marciapiedi, dalle scale che portano alla toilette per signore del locale. In tanti anni che vengo qui puntualmente per depositare pezzi di fegato sul bancone, non l'ho mai vista entrare dalla porta del "China Jazz Club" come un cristo qualunque. Eppure il locale non è il suo… Ma è come se lo fosse: è sessualmente suo. Le pareti, i tappeti, le tovaglie e persino gli abiti dei camerieri appena ritirati dalla lavanderia, nonostante la quasi costante cortina fumogena presente nel locale, sono impregnati del suo intimo afrore che supera di gran lunga quello delle altre donne. Qualcuno, però, dirà che il mio è un naso innamorato e che il mio giudizio non è imparziale. E forse è vero, dal momento che presagisco il suo arrivo respirandola nell'aria, anche se continuo a bere con il volto girato verso la fila di bottiglie del bancone, completamente disinteressato al resto del locale. Scende dalle scale dopo aver incipriato il suo bel nasino, mi chiedo, o dopo aver sniffato un po' di quel carburante in polvere che le fornisco ogni settimana, prima di affrontare un'ennesima lunga notte al “China” tra potenziali soci in affari e cascamorti in azione? O forse entrambe le cose? Sperando che non confonda mai la cipria con la coca.

“Il tempo di una sigaretta”
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di Michele Nigro

Luana non è una semplice donna; i buddisti direbbero che potrebbe essere tutt'al più la reincarnazione di una mantide religiosa in un corpo di femmina umana. Si ciba della mia testa e del mio corpo, amandomi inconsapevolmente, però, solo con i suoi occhi colmi di tempesta e con le nuvolette di fumo con cui gioca e che fuoriescono da quella sua bocca dolcemente letale: non muoio mai, questa è la mia condanna, e di conseguenza il mio dolore è costretto a rinnovarsi ogni sera tra un glissando e un riff, mentre dalla porta della cucina giungono sprazzi di bestemmie cinesi tra un cameriere e il cuoco. Davvero una fine di pasta frolla per un duro come me. Luana "ama" un altro, uno che la illude, la fa soffrire e che dopo essersela scopata per benino la sbatte in un taxi dicendo che ha da fare cose importanti negli uffici del suo grattacielo e che non ha tempo per fare shopping clandestino con una ragazzina viziata del “China”, che non può chiedere il divorzio a sua moglie, perché quella possiede l'ottantatre per cento delle azioni della società ereditata dal padre e che quindi lo tiene al guinzaglio per le palle come una di quelle signore impellicciate che vanno a passeggio per le vie della città trascinandosi dietro il cagnolino, solo che al posto del cane ci sono i suoi "gioielli di famiglia". Uno che, quando Luana parte con il suo sistematico pianto greco da ragazza sedotta e abbandonata, caccia fuori la storia sempreverde dei "figli ormai grandi", del fatto che lei è carina e chissà quanti altri ne può trovare e bla, bla, bla… Un tizio che, prima o poi, farò sistemare come si deve da un paio dei miei ragazzi. Niente di cruento o di plateale, s'intende: giusto un "piedistallo" in cemento da abbinare a quei suoi bei mocassini da imprenditore con cui ama prendere a calci in culo la mia dolce Luana. La mantide sconfitta dal maiale: c'è bisogno di riequilibrare il karma di questa città. Io e Luana siamo molto simili: dietro un'armatura caratteriale a prova di proiettili e uno stile apparente62

mente cinico, nascondiamo un'anima soufflè. Peccato che il suo masochismo, ormai degenerato in autolesionismo sentimentale, non le permetta di notare l'adorazione quasi mariana che nutro per lei da molto tempo. Forse anch'io, a mio modo, sono un masochista perché non mi decido a lanciarle un razzo di segnalazione in direzione delle sue due scialuppe di salvataggio. In compenso ultimamente, magra consolazione, siamo diventati soci in affari… In loschi affari. Come tutti quelli di cui mi occupo. - É tornato Tony Molla? - (così soprannominato per via della sua imponente collezione di coltelli a scatto) mi chiede Luana mentre parcheggia il suo meraviglioso fondoschiena sull'alto sgabello vicino al mio. Il suo corpo proporzionato e micidiale, fino a quel momento uniformemente fasciato da un elegante vestito nero, trova una via d'uscita attraverso l'ampio spacco laterale che lascia sfuggire, accavallando le gambe, una delle due colonne berniniane che lo sorreggono in questo mondo abitato da noi poveri mortali. Prima che cominci io a balbettare dinnanzi alla sua coscia, distolgo velocemente lo sguardo dal suo corpo e le piazzo una risposta fredda e breve, tornando a fissare le bottiglie: - Non ancora! - Speriamo che non abbia combinato un casino! - continua Luana facendo segno al barman di portarle il solito. - Per uno esperto come Tony, consegnare un "pacchetto di metallo" è un gioco da ragazzi. Sarà qui a momenti, vedrai. Non preoccuparti e gustati il tuo drink! - dico a Luana una delle frasi più decise degli ultimi mesi. Nel gergo malavitoso consegnare un "pacchetto di metallo" significa mandare un "bravo ragazzo" per pugnalare nelle natiche o a morte qualcuno che ha sgarrato nel complicato mondo del traffico di droga; a volte la lama è più sicura e decisamente più silenziosa della pistola, ma c'è bisogno di esperienza perché la distanza di sicurezza tra la vittima e il carnefice è ridotta a zero. E Tony Molla è un'autorità nel

settore lame: io questo lo so, ma Luana non conosce i miei uomini come li conosco io e quindi freme nel suo vestito da femme fatale come una scolaretta prima dell'interrogazione nel suo grembiule. Vorrei rassicurarla stringendola a me, vorrei lanciarle quel benedetto "razzo di segnalazione" ma so che non è il momento giusto e che un suo rifiuto potrebbe rovinare anche quel minimo contatto che ancora mi permette di ascoltare la sua voce e di sentire il suo odore, a volte di sfiorarla mentre le porgo un bicchiere o le accendo una sigaretta. Piccoli contentini adolescenziali per uno che si vanta di scontri armati, omicidi e traffici di varia natura. Tuttavia la psiche umana è sorprendente, soprattutto la mia. Dopo tanti discorsi sulla cautela e sulla paura di essere rifiutato, mi riscopro a pochi centimetri dall'orecchio di Luana mentre le bisbiglio una frase a dir poco storica, una frase che se l'avessi preparata prima non mi sarebbe venuta fuori in modo migliore: - Che ne dici se dopo l'arrivo di Tony ce ne andiamo io e te a bere qualcosa al Cotton? Così, giusto per uscire da questo posto e prendere una boccata d'aria? I ragionamenti che facciamo a noi stessi, spesso, servono solo a preparare il terreno alla più sfacciata contraddizione: un po' come quando chiediamo un parere a qualcuno ma in realtà abbiamo già deciso. E meno male che ci contraddiciamo, aggiungerei. Rimanere legati alle proprie remore non fa bene alla salute e di tanto in tanto occorre osservare il mondo anche da un'altra angolazione, da un'altra visuale: fosse anche quella della sconfitta o del rifiuto. Lo sguardo di Luana da sorpreso diventa lentamente rilassato e vergato da una sfumatura di complicità nei miei confronti. Una sensuale complicità che non avevo mai neppure concepito durante i mesi precedenti. - Pensaci! - decido di aggiungere un tocco di classe e di finto distacco alla scena sotto forma di dolce ultimatum, mentre accendo, cercando di non tremare, la mia Dunhill Gold che tengo poggiata sull'orecchio sinistro da più di mezz'ora. Intanto il trio della serata, introducendo un vocalist nel tessuto delle improvvisazioni, ci regala la versione jazz di una vecchia canzone di Fred: Prima che finisca questa sigaretta tu mi dirai di sì, oppure forse no! Puoi pensarci bene, non avere fretta hai tanto tempo ancor, il tempo di una sigaretta ¹ Luana fissa sorridendo il fondo del suo bicchiere mentre un ciuffo di capelli, staccandosi dalla massa profumata e bionda, scivolando verso il mento le carezza una guancia. All'improvviso il suo sguardo passa fulmineamente dal bicchiere ai miei occhi e
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sento che il danno è ormai fatto e non mi resta che attendere il verdetto. Guardo pigramente, le spire profumate lo vedi, fumo a piccole boccate vorrei fermare un poco, questa punta di fuoco vorrei fermare il tempo, ma il tempo passa e va² Lei mi fissa mentre continuo a osservare, sfoggiando un falso interesse da duro intenditore, le varie etichette di whisky. E lentamente, distendendo la sua immensa schiena nuda verso di me, porta le sue labbra rosse come la lava di un vulcano attivo a portata di bacio o di sputo, a seconda della risposta che ha in mente per me. Vedi si consuma, questa sigaretta tu mi dirai di sì, o mi dirai di no. Passano i minuti, forse troppo in fretta io guardo gli occhi tuoi, fumando questa sigaretta…³ … sigaretta… … sigaretta… … sigaretta… … sigaretta… … sigaretta… … sigaretta… … sig… … sig… … aretta… … etta… … tta… - Maledizione! Si è incantato di nuovo! - sbraitò il Maggiore Black nel microfono della postazione O-37 all'indirizzo dell'operatore della Sala Ologrammi che, come al solito, già dalla seconda scena s'era mezzo appisolato sulla consolle del computer olografico, tanto quelle storie le conosceva a memoria. - Maggiore, ma perché si ostina a voler far girare sempre la stessa vecchia storia? - cominciò l'operatore una polemica con il Maggiore che sapeva di già vissuto. - Non sono affari che ti riguardano e non farmi sempre la stessa domanda…

- Abbiamo dei nuovi titoli, li vuole almeno sentire? tentando una timida promozione della merce. - Non m'interessano gli altri titoli! Non ti avevo già detto di risolvere il problema? - rispose secco il Maggiore. - Proprio ieri è arrivato fresco, fresco dal database della Compagnia una storia intitolata "La conquista di Phobos"… - continuando imperterrito - e narra della nostra gloriosa colonizzazione del pianeta Ph… - … Non m'interessano i tuoi nuovi stupidi titoli, lo capisci o no?! - … Lei potrebbe interpretare la parte del patriarca dei coloni. Che ne pensa? - Penso che questo tuo insistere nel tentare di farmi cambiare ologramma sia disonesto e puerile! - Oppure c'è… Aspetti, aspetti: mi gioco una settimana di paga che questa storia le piace! - correndo dietro il cliente deluso che già s'apprestava a lasciare la sala. - Sentiamo! - "Sette spose per i trivellatori di Adrastea", ambientato su uno dei satelliti di Giove: uno spasso dal primo all'ultimo fotologramma. - Ma per piacere… Hai appena perso una settimana di paga. - Va bene, faccia come crede! Capisco che lavorare nella base mineraria di un planetoide che gravita intorno a un sole lontano migliaia di parsec dal proprio, possa causare nostalgie e squilibri psichici vari… Ma incaparbirsi per un ologramma malfunzionante non aiuterà certamente il suo umore. - Lascia stare il mio umore e pensa piuttosto a farti trasmettere una nuova copia di questo ologramma dalla base… - disse risoluto il Maggiore: - La prossima volta che verrò qui, dovrà procedere tutto liscio fino alla fine! - Agli ordini! - Devo assolutamente sapere se Luana mi bacerà o no! Se accetterà di venire con me al "Cotton" per un drink!

riVISTE
a cura della Redazione

¹ ² ³ brani tratti dalla canzone “Una sigaretta” di Fred Buscaglione – Chiosso

—————— Nella foto a pag.62: Rita Hayworth

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Da bambino cominciai a spiare mia mamma e mia sorella quando andavano in bagno. Non chiudevano mai a chiave e spesso lasciavaNARRATIVA no la porta socchiusa. Mio padre era una persona riservata, che si teneva a rispettosa distanza dal pudore delle sue donne, ed io ero troppo piccolo per essere visibile. Mia madre s’era sposata molto giovane e con mia sorella giovinetta aveva un rapporto di complicità, anche fisica. Parlottavano in continuazione, ridevano, si facevano confidenze, andavano in bagno insieme. Avrò avuto nove anni quando vidi per la prima volta l’ombra ricciuta spuntare sotto le gonne e sentii quell’odore aspro e salino. Rimasi senza respirare incollato allo spiraglio della porta, mentre le due prime donne della mia vita si scambiavano di posizione: water, lavabo, e ritorno, senza smettere di parlottare e ridacchiare. Provai una sensazione fortissima e strana. Eccitazione, ma senza saperlo, perché non conoscevo quella parola. Dopo, una volta cresciuto, ho sempre ricercato quella prima impressione ed è forse questa la ragione per cui non mi sono mai piaciute le ragazze troppo profumate e quelle depilate. Ricciuto afrore, questo è profumo di donna per me. Qualche anno dopo mia sorella si sposò e i miei si separarono, così io completai i miei studi in collegio. Sono venuto su timido e ombroso – questo almeno dicevano le mie note caratteriali sul certificato scolastico – ma ho completato i miei studi regolarmente. Che altro c’era da fare in collegio se non studiare? Sono ragioniere e a venti anni ho cominciato a lavorare per una ditta di materiali da costruzione. Tenevo la contabilità: pochi soldi ma un ambiente tranquillo. Sul lavoro ho conosciuto una ragazza, Linda, faceva la telefonista. Era una brunetta di colorito scuro e pelosa, dalla risata facile; me ne innamorai così almeno mi parve - e cominciammo a uscire insieme. Non la esibivo volentieri davanti ai miei conoscenti, ma a letto mi faceva impazzire. Non durò molto. Linda si stancò presto di me e mi lasciò. Di lì a breve sposò un giovane geometra appena diplomato che frequentava l’azienda. Era incinta, ma mi assicurò che non ero io il responsabile. Nella sua voce avvertii un che di affettuoso scherno. Non ero abbastanza uomo da poter ingravidare una donna? Eppure io l’avevo sentita godere, e vibrare tutta, mentre l’accarezzavo, l’annusavo e leccavo ogni oscura zona del suo corpo. No, non facevamo niente altro, ci piaceva così; che altro avrei dovuto fare? Dopo Linda, per molto tempo non ho avuto rapporti con donne. A parte le prostitute, ma quelle non contano. Le paghi e loro stanno lì, ferme, e fanno tutto quello che gli dici. Era umiliante, ma dopo mi sentivo bene, come scaricato d’un peso. Ne ricordo una,

in particolare, che si faceva guardare mentre stava in bagno. Io la spiavo, inseguendo quell’antico ricordo, e lei intanto approfittava per lavarsi le calze. Me le faceva odorare prima e poi le infilava nel lavabo, con uno sguardo d’intesa. Era affettuosa e mi incoraggiava a masturbarmi, diceva che ne aveva tanti di clienti come me, ero normale, non dovevo preoccuparmi, e intanto lavava le calze e poi anche le mutandine e altra biancheria… A un certo punto, nonostante le sue buone parole, ho cominciato a sentirmi a disagio, il suo tono di voce mi ha ricordato Linda e così ho smesso di frequentarla. Ci ho messo un po’ di tempo, ma alla fine l’ho capito: le donne a me non piacciono; non le sopporto. Stanno sempre a chiedere, vogliono aiutarti, s’intrufolano nella tua vita, ma al dunque non sanno stare al loro posto. Potrei fare facilmente a meno di loro, se non ci fosse la questione dei peli. Quando stavo in collegio i miei compagni parlavano spesso di sesso. Al ritorno dalle vacanze estive c’era sempre qualcuno che dichiarava d’aver perso la verginità - normalmente portato a puttane da un membro adulto della famiglia - e si profondeva in racconti particolareggiati davanti ad un pubblico di ragazzini arrapati. Di solito tutti i ragionamenti finivano per convergere su un punto d’accordo: le donne sono un buco con un mucchio di roba inutile intorno. Questa affermazione suscitava ogni volta ilarità, e tra le risate si scioglieva la tensione che quelle testimonianze suscitavano. Io mi sono sempre tenuto in disparte da quelle chiacchiere e, anzi, le ho sempre trovate di scarso interesse e volgari, ma, col passare del tempo, sono arrivato anch’io ad una conclusione simile: le donne sono un buco intorno al quale fiorisce un giardino profumato e solo questo le rende irrinunciabili. Il resto non conta. Con questo non voglio dire che loro sono tutte uguali per me. Non è assolutamente così. Ad esempio le bionde non mi piacciono. Quelle naturali, intendo. Hanno un che di dolciastro, slavato. La peluria poi è inconsistente, setosa, ti si affloscia tra le mani. Alle rosse non mi ci avvicino proprio; quella pelle bianca mi ricorda la pancia delle lucertole e un che di rettile ce l’hanno per come camminano, come ti guardano con quegli occhi quasi senza ciglia. Mi fanno ribrezzo. Nessun confronto con le brune, di pelle e capelli, le vere bellezze mediterranee. Loro sì che hanno una fica fiorita; un pelame aspro, folto e succoso, da perdercisi; e quei riccioletti indiavolati che sprizzano fuori delle mutandine e s’inerpicano tra le cosce, li puoi arrotolare intorno alle dita, te li avvicini, e sprofondi nell’odore del mare. Ne ho colti ormai tanti di questi “fiori” e quando li tiro fuori dai loro contenitori – sono tutti ben conservati e classificati – e me li spargo tutti addosso, e li accarezzo, e li annuso, me li godo, d’un piacere che nessun strizzacervelli potrà mai capire. Tutto è cominciato una sera d’estate di qualche anno fa – ricordo che ero nervoso, stanco, mi sentivo come una molla compressa – . Attacco discorso con

“Un giardino fiorito”
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di Silvana Sonno

tore pacioccava una penna, la stessa che gli ho visto una ragazzetta alla stazione dell’autobus. Lì vicino usare in tutti i nostri incontri. Ne aveva tante sulla c’è un parco con un piccolo chiosco, così le ho doscrivania, ma quando doveva prendere gli appunti mandato se voleva bere qualcosa con me. Lei ha cercava quella e scriveva solo con quella. “Perché?” detto di sì, che era ancora presto per tornare a casa, e avrei voluto chiedergli “che le rappresenta quella abbiamo bevuto un paio di birre a testa. Poi le ho proposto un giro sotto gli alberi e ci siamo seduti penna?” vicino alla fontana. C’era un bel fresco, eravamo Dottore, lei è fortunato: se la sua penna si rompe soli e c’era giusto quel poco di luce che resta subito può farla aggiustare e magari al negozio può trovardopo che il sole è tramontato. Abbiamo un po’ parne una proprio uguale, può ordinarla via internet, … lato, poi lei si è stesa sulla panchina e mi ha tirato ma io i peletti odorosi dove li trovo? Chi me li dà? verso di sé; era sudata e io ho di nuovo sentito quelD’altra parte è più forte di me: quando sto vicino ad l’odore. Le ho tolto le mutandine e lei ci stava; ha una donna, ad esempio sull’autobus e fa caldo e si chiuso gli occhi, così io ho preso dalla tasca dei pansta per forza appiccicati; magari è estate e lei ha un taloni il mio coltellino svizzero, che tengo ben affibraccio alzato per mantenersi attaccata alla manilato, e le ho depilato il pube. Lei subito non ha capiglia, e lo tiene teso proprio davanti alla mia faccia, e to, ha visto il coltello e si è spaventata; ha pensato dall’incavo del braccio emana un odore… ricciuto; che volessi farle del male e s’è messa a strillare, ma oppure al cinema, è inverno, e sto vicino ad una che io non le ho dato retta. Ero felice; tenevo in mano accavalla le gambe e ad ogni movimento è come se quei riccioletti odorosi ed ero finalmente felice. Però si accendesse una sono dovuto scappafreccia che indica re, perché si stava proprio lì, dove s’inradunando della gencontrano le cosce su te e la ragazza non la in cima e lo sfregafiniva più di chiedere mento dovuto alla aiuto. Ce li ho ancora posizione non può quei peletti, dentro non fare attrito con la una bustina, e ogni peluria che spinge tanto li tiro fuori e li contro le mutandiannuso. Sanno solo di ne…; o quando pasplastica, ormai, ma seggio davanti alle mi ci sono affezionatoilettes pubbliche e to. vedo uscire una donSono un feticista? Ho na e m’immagino sentito una volta il quell’operazione: giù dottore del centro la biancheria, prima d’igiene mentale che water e poi lavabo, e Gustav Klimt, Nudo di donna distesa, 1912 - 1913 lo diceva ad un collepoi di nuovo è tutto ga. Che vuol dire feticoperto, lei esce e si cista? E poi, anche se fosse, che c’è di male? Quansta allontanando… fra poco sarà persa per me; beh, do facevo la prima media mia madre s’era accorta io non riesco sempre a controllarmi e allora le seche prendevo la biancheria sua e di mia sorella dal guo, mi avvicino, ci parlo… cesto dei panni sporchi e la conservavo sotto il cuAll’inizio ho provato a chiederglieli i peletti, ma non scino, così mi aveva portato da uno psicologo e era facile trovare le parole, cominciavo a farfugliare, quello le aveva detto di non preoccuparsi, che crea gesticolare, diventavo tutto rosso - ho già detto che scendo le cose sarebbero andate a posto da sole. sono timido, no? - e loro si mettevano a strillare, Aveva parlato d’un oggetto transizionale; aveva scappavano, chiamavano gente… per forza ho dovuspiegato che i bambini di solito scelgono coperte, to ad un certo punto imbavagliarle e legarle. Non peluches, pezzi di stoffa, che li aiutano a crescere, a sono matto, la violenza mi fa orrore; le cose potrebdistaccarsi dalla madre. Io avevo scelto le sue mubero essere così semplici, solo ci fosse un po’ di tandine usate; certo era un po’ inusuale, certo ero collaborazione… già grandicello e quella fase avrei dovuto averla già superata, ma questo dimostrava che ero immaturo, e Ultimamente ci si sono messi anche i giornali e sono niente più. La mamma non s’era convinta però e diventato il maniaco del rasoio, lo stupratore del continuava a tenermi d’occhio e a sospirare; ho anparco – questa sì che è grossa! –, il barbiere delle che creduto che si fosse separata da mio padre per donne, e se con i titoli non ci vanno leggeri, quello colpa mia, per allontanarsi da me dopo che mia soche raccontano negli articoli è tutta robaccia, bugie, rella l’aveva lasciata, ma anche questo è un pensiero senza un briciolo di verità. Mi hanno definito degeinfantile, no? Delirio d’onnipotenza… nerato, pervertito, mostro, hanno messo in mezzo la mia famiglia. Non è vero niente; io non sono un vioTornando alla questione del feticismo, io ci ho rifletlento, anche il nastro adesivo che uso è quello cerato tuto. A me sembra che a tutti piace baloccarsi con dell’ospedale, così a toglierlo non fa male, come qualcosa: un oggetto, un’immagine, un’idea, un non faccio male io: una passatina di rasoio – adesso guanto, una persona, più persone, il proprio fallo, i sono ben attrezzato – e il gioco è fatto. Io sono conpiedi,… Mentre parlava del mio feticismo quel dottento e loro risparmiano i soldi della depilazione.
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Ma c’è poco da scherzare. Intanto sono stato arrestato e chissà quanto tempo dovrò restare dentro, rinchiuso. M’hanno beccato perché stavano cercando degli spacciatori nel parco e io sono capitato proprio quando i poliziotti facevano la retata. Ho cercato di nascondere la ragazza e di non farci scoprire. Non l’avevo legata stretta perché di solito faccio presto e anche per loro è meglio, ma invece quello è stato la causa di tutto. Lei si divincolava, mugolava forte, e io per tenerla ferma mi sono agitato, ho fatto un gesto brusco e il rasoio è affondato nell’inguine; i peletti si sono bagnati e sono diventati tutti rossi. Inservibili. Sono rimasto a guardarli come paralizzato, poi è arrivata la polizia. Sì, lo so che è morta, dissanguata, per via che ho reciso l’arteria femorale. Ma io non volevo, mi dispiace. L’avvocato ha detto di scrivere tutto, che punterà sull’infermità mentale, che è come dire che se mi va bene diranno che sono matto e mi manderanno al manicomio criminale, e giù sedute cogli strizzacervelli, pillole, isolamento. Chissà, magari stavolta mi capita una psichiatra donna. Chissà se posso scegliere. Perché no? Dopotutto faciliterebbe la terapia, è chiaro. Il dottore del centro lo diceva sempre che tra noi la relazione terapeutica non funzionava perché io non mi affidavo e aveva ragione: lui e la sua penna mi facevano innervosire e se ho continuato ad andare alle sedute è perché c’era quella paziente che veniva prima di me e che incontravo sulla porta, mentre entravo nello studio, che mi piaceva tanto. Aveva una gran massa di capelli ricci e nerissimi e la pelle color della notte. Era ivoriana. Un giorno sono arrivato in anticipo, il dottore era uscito e lei stava stesa sul lettino a occhi chiusi. Sono entrato senza far rumore, mi sono messo in ginocchio vicino a lei e le ho appoggiato il viso in grembo. Non dimenticherò mai il suo odore acuto e la piega del suo vestito sotto il ventre e la mia bocca e il naso che premevano, premevano e succhiavano. Ogni volta che ci ripenso mi vengono i brividi. Fu il mio primo ricovero. Sì, domani glielo dico all’avvocato: lo psichiatra lo voglio femmina, con la gonna, e che sia mora.

nugæ
rivista letteraria trimestrale Anno V - n.19 (Ottobre/Dicembre 2008)
Invito alla realizzazione del 3° numero monografico:

“Howard Phillips Lovecraft e la letteratura dell’orrore”
La Redazione della rivista "Nugae" è lieta di lanciare il tema del suo prossimo numero monografico intitolato "H.P.Lovecraft e la letteratura dell'orrore" e invita tutti i narratori e i saggisti, eventualmente interessati, a inviare i propri scritti entro e non oltre il 30 novembre 2008. Le forme letterarie richieste: saggistica e narrativa di genere (racconti, lunghezza massima: 10 cartelle ovvero meno di 20.000 caratteri s.i.). I partecipanti selezionati riceveranno una copia omaggio del numero 19. Per saperne di più: http://rivistanugae.blogspot.com/2008/04/ il-3-numero-tema-di-nugae.html#links
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Silvana Sonno vive a Perugia. Ha abitato a lungo a Torino dove ha insegnato nei corsi per lavoratori («150 ore») e si è occupata di educazione degli adulti. Ha conseguito il diploma di counsellor, secondo il metodo della gestalt psico sociale, ed è socia fondatrice dell’Associazione Asterischi che si occupa di tematiche relative al benessere psicofisico. Ha pubblicato due romanzi (Colpo di stecca, Nuove Scritture, Milano 2004; Il gioco delle nuvole, Graphe.it, Perugia 2007) e una raccolta di storie di donne (Femminile singolare, Il Filo, Roma 2007). Partecipa con testi diversi a raccolte antologiche e blog. Un racconto e una poesia, rispettivamente Occhio per occhio e Notte, sono stati accolti nel n.16 della rivista Nugae, dedicato alla letteratura fantasy.

di Michele Nigro “The Padre P.I.O. Show”
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NARRATIVA

"Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione." (Guy Debord - "La società dello spettacolo") "Tutta la chiesa sempre più d'accordo, sempre più lontano già nel terzo millennio loro ragionano così… Altro che giorno per giorno." (Vasco Rossi - "La fine del millennio") "Fine del mondo in Mondovisione. Diretta da S. Pietro per l'occasione." (Ligabue - "A che ora è la fine del mondo")

San Giovanni Rotondo, 24 Aprile 2028 d.C. Non appena la porta automatica della chiesa si chiuse alle mie spalle, fui avvolto da un piacevole silenzio soprannaturale e l'odore di cui tanto si parlava raggiunse persino le mie agnostiche narici. Il tempo di compiere pochi passi in direzione della zona dove presumibilmente avrei trovato l'entrata della cripta e fui intercettato da una sorridente vecchietta, bassa di statura e con una borsetta nera aperta che penzolava da un braccio. - Giovanotto, mi scusi! Sarebbe così gentile da leggermi il biglietto di quella macchina infernale? - e nel pronunciare la parola infernale si girò velocemente verso l'altare sussurrando termini incomprensibili come a voler chiedere perdono di qualcosa: Ho dimenticato di portare con me le lenti per leggere da vicino: credevo di averle messe nella borsetta e invece… - Non si preoccupi, mi faccia vedere. - presi in mano un piccolo rettangolo di carta bianca che non avevo mai visto o utilizzato prima: - Qui c'è scritto, signora, che dovrebbe recitare tre avemarie e quattro padrenostro oppure, fa lo stesso, può andare sul sito della diocesi, se è "pratica di Internet", e cliccare tre volte sull'immagine della Madonna e quattro su quella di Gesù. - La ringrazio tantissimo, Lei è un giovanotto molto gentile! Che Dio la benedica e buona giornata. - Si figuri, per così poco. Ah, sì! Ne avevo già sentito parlare di quelle macchine infernali o forse avevo letto qualcosa da qualche parte: si trattava degli avveniristici Confessionali Intelligenti della Soulsoft, una società tailandese con una sede importante anche a Milano specializzata in arredamenti liturgici interattivi. Una vera ficata! Almeno dal punto di vista tecnologico. Dopo la grave crisi vocazionale d'inizio millennio, al Vaticano sembrò essere l'unica soluzione praticabile per arginare la pressante richiesta d'ascolto da parte dei

fedeli peccatori che volevano continuamente essere confessati. Tu entravi in quegli affari di legno del tutto simili ai confessionali che c'erano una volta, ti inginocchiavi e cominciavi a vomitare fuori tutte le nefandezze commesse e i pensierini poco cristiani formulati nei giorni e nelle settimane precedenti. Solo che, dall'altra parte della grata, non c'era il classico prete in devoto e comprensivo raccoglimento o semiaddormentato, pronto a trovare le parole giuste da affibbiarti per alleggerire l'anima, ma una serie di sofisticati sensori collegati tramite una vasta giungla di fili e marchingegni vari a un cervellone elettronico piazzato, addirittura, in un lontano sotterraneo di Città del Vaticano. Questo computer centrale, forte di un database contenente più di ottomila definizioni di peccati standard e un corpus di millecinquecento peccati particolarmente fastidiosi e "pesanti", era capace di elaborare una penitenza personalizzata nel giro di pochi decimi di secondo, dopo che ci si alzava dall'inginocchiatoio. Il tempo di ringraziare in direzione della webcam il prete virtuale e già, zaaaac!, t'usciva il biglietto da un'apposita fessura con tanto di preghiere da recitare e atti riparatori da compiere nel giro di ventiquattrore. Cantava Giorgio Gaber alcuni decenni prima: "E la chiesa si rinnova per la nuova società!" Ero stato inviato dal mio giornale, ovviamente in qualità di giornalista scientifico e non certo di devoto del santo di Pietrelcina, in occasione di un evento storico tanto fondamentale quanto segreto: l'inaugurazione ufficiosa del P.I.O. ¹ a cui avrebbero assistito pochi e selezionati giornalisti accreditati direttamente dal Vaticano e le più alte cariche religiose della regione, in primis il vescovo. La robotica aveva fatto passi da gigante durante quegli ultimi venti anni e l'immagine del santo con il volto siliconato, che fece scalpore nel 2008, stava per essere archiviata definitivamente. Le ricerche riguardanti il cervello positronico avevano già dato ampie soddisfazioni sul versante della gestione industriale e commerciale: robot capaci di gestire sportelli bancari o di pilotare petroliere senza commettere alcun errore, avevano da tempo fatto la loro comparsa sui vari scenari della vita pubblica. Stavolta si trattava, però, di applicare gli stessi concetti in un campo decisamente più delicato ed emotivamente sensibile: riproporre al pubblico credente il corpo di un santo morto da sessant'anni. L'equipe internazionale di esperti aveva lavorato per più di un anno sui pochi resti del frate, cercando di riprodurre un simulacro umanoide in metallo leggero. Non era tanto importante creare esattamente le fattezze corporee del santo che sarebbero state ricoperte da una muscolatura e un tegumento in gomma compatta e dall'immancabile saio, quanto piuttosto fabbricare delle mani convincenti e soprattutto un nuovo volto, utilizzando una speciale plastica gommosa capace di assecondare i movimenti dei sottostanti meccanismi robotici; congegni precisissimi che avrebbero dovuto interpretare esattamente le espressioni umane, le smorfie, gli stati d'animo del frate. Un'impresa faraonica se confrontata con la vecchia e sorpassata maschera in silicone.

I tecnici, grazie a quella prova, avrebbero presto saputo se gli sforzi di quei lunghi mesi fossero stati inutili o se potevano finalmente dichiarare aperta una nuova stagione della robotica. Il "santo robot" avrebbe potuto interagire con i fedeli, ascoltarli, toccarli, benedirli, schiaffeggiarli se necessario, coccolarli, sbatacchiarli, incensarli, trastullarli, mandarli fuori a pedate dalla cripta, tirare le orecchie ai bambini, confessarli, ungerli, battezzarli, sposarli, cresimarli proprio come avrebbe fatto il vero frate Pio da Pietrelcina durante gli anni perduti della sua vita carnale. Si passava così da una venerazione statica a una venerazione dinamica e interattiva: i fedeli, pur sapendo che non si trattava di un vero corpo umano, sarebbero stati felici di illudersi dinanzi al robot, avrebbero fatto finta di poter recuperare un rapporto mai vissuto con il famoso frate, si sarebbero riscaldati al fuoco confortante delle sue sante parole come bimbi seduti ai piedi di un nonno ecumenico, parole elaborate in tempo reale e senza esitazione dal calcolatore centrale del P.I.O. Avrebbero, insomma, vissuto una nuova e sofisticata fase di illusione attuata dalla santa madre chiesa, che farebbe di tutto pur di non allentare la presa sull'emotività e sulla fedeltà delle sue pecorelle smarrite. La spettacolarizzazione della religione stava per raggiungere il suo massimo livello storico, facendo apparire ridicoli tutti gli sforzi architettonici dei secoli passati, tutte le crociate lanciate in nome di Dio, tutta la maestosità del vicario di Cristo fatta di ori e raffinati paramenti. E io avrei avuto la fortuna di assistere a quella eccezionale anteprima pensata per pochi. - Sono uno dei giornalisti accreditati. - dissi mostrando il mio tesserino al supervisore del programma mentre, stando in piedi davanti alla porta della sala controllo, cercava il mio nome nella lista. - Tutto a posto, può entrare. - Grazie! Avevano ricavato una certa quantità di spazio, in cui collocare la sala controllo del P.I.O., utilizzando una delle cappelle laterali opportunamente chiusa con un muro. Al centro della cripta c'era uno scranno imponente su cui sedeva immobile il santo robot ricoperto dall'immancabile saio marrone e con il cappuccio in testa. Dalla sala i tecnici potevano tenere sotto controllo la cripta e il suo serafico ospite, non visti, attraverso un vetro a specchio: sulla consolle pullulante di luci e tasti le mani frenetiche degli operatori attendevano agli ultimi preparativi tecnici prima dell'arrivo dell'alto prelato che avrebbe dato il via alla prova generale del "Padre Pio Show".
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Ripensavo, durante l'attesa, ad alcuni passaggi delle interviste che avevo realizzato il giorno prima gironzolando tra i fedeli che frequentano costantemente la chiesa di San Giovanni Rotondo. - Io sono uno dei miracolati! - mi disse convinto un uomo di mezza età con uno strano sorriso stampato in faccia: - Avevo un tumore e dovevo essere operato. La sera prima mi addormentai, sognai Padre Pio e quando mi svegliai non avevo più niente! Capisce? Certo, capivo. Dopo alcuni minuti, parlando con sua moglie che l'accompagnava, seppi la verità sul "miracolo". Il poveraccio interpretava il "sogno" come una metafora dell'anestesia generale: infatti era stato regolarmente operato da un'equipe di chirurghi oncologi ed effettivamente al suo risveglio non c'era più traccia della neoplasia. All'uomo piaceva credere che fosse stato Padre Pio a levarglielo e continuai a farglielo credere, tanto non mi costava nulla. Vivere e commerciare sfruttando la figura non sempre cristallina di quel frate: questo, forse, era stato il vero miracolo. Il miracolo economico. Come aveva scritto un collega su "la Repubblica" qualche giorno prima: "… si tratta di vestigia di un mondo premoderno… dell'incapacità da parte dell'italiano medio di praticare una religione spirituale, di andare al di là della materia, di distinguere tra spirito e materia… Il materialismo della religione per esaltare l'incorruttibilità del santo… Santità e corruzione non stanno bene insieme…" Il mio amico giornalista era stato sempre molto delicato e diplomatico nei suoi articolo: al posto suo io avrei parlato, invece, di "pornografia religiosa" e l'avrei fatto senz'altro nell'articolo che m'apprestavo a scrivere, dopo la prova che stava ormai per cominciare. Non si trattava, ovviamente, della classica pornografia a cui il nostro pensiero troppo facilmente ci rimanda, ma dell'ostentazione di un'oscena corporeità, seppur santa, che denunciava un'immaturità spirituale gravissima, anche se condivisa da migliaia di rispettabilissime persone. La gente aveva bisogno di vedere e la filosofia mediatica (per non dire televisiva!) che stava alla base di questo bisogno collettivo, era la stessa che alimentava tutti gli altri campi dell'umana comunicazione commerciale: il santo come un detersivo, né più né meno. Togliere macchie o tumori, la differenza non importava quasi a nessuno. - Buongiorno Eminenza, è tutto pronto! - disse il capo del programma quando vide entrare il vescovo nella sala. - Potete procedere, allora! - rispose il prelato sedendosi su una delle poltrone appositamente preparate per l'occasione.

- Circuiti preliminari? - Pronti! - Percentuale di elaborazione dati positronici? - 98%! - Bene… Procediamo con l'invio dei primi schemi mentali. - … 3… 2… 1: invio in corso. Per alcuni secondi non accadde nulla di interessante, poi all'improvviso il robot positronico cominciò a muovere le dita della mano destra e alzò il braccio di quel lato fino all'altezza del viso come a volersi rendere conto di sé stesso, della propria "esistenza", come a voler registrare accuratamente il dato "mano". Gli schemi mentali di Padre Pio erano stati preparati da un attento gruppo di agiografi e di psicologi comportamentali sulla base di una vasta gamma di informazioni culturali e biografiche che andavano dal 1887, anno di nascita del santo, fino al 1968, anno della sua morte. Schemi che avevano lo scopo di riprodurre, tramite il simulacro robotizzato, la maggior parte dei gesti e delle reazioni tipiche del frate, quando questo era realmente vivo in Puglia e gli scorreva del sangue vero nelle vene. Insieme a me, tra il selezionato "pubblico", vi erano infatti molti anziani testimoni che avevano avuto la fortuna di conoscere personalmente Padre Pio all'epoca della sua prima vita organica e avrebbero potuto così suggellare, con la loro presenza e il loro consenso, il successo o meno dell'esperimento. - Sta benedicendo! - esclamò in maniera concitata uno di loro in direzione del capo programma. - É un miracolo… - incalzò il capo programma visibilmente esaltato - … della scienza! - si affrettò a concludere. Il santo robot si alzò dallo scranno su cui era seduto e fece i primi passi nella cripta. Il cervello positronico stava registrando minuziosamente tutte le caratteristiche dell'ambiente e presto i dati raccolti avrebbero permesso alla macchina di muoversi autonomamente senza più bisogno di ricevere ulteriori dati dalla sala controllo. - Mandiamogli un bambino! - disse risoluto il vescovo. - Fate entrare il bambino! - comandò un tecnico da un microfono della consolle. Si aprì una porta e comparve timidamente un "fortunato" bambino scelto per estrazione tra i tanti concorrenti della parrocchia di San Giovanni Rotondo. - Fatti più avanti, Luigino! - intimò il tecnico dall'altoparlante. - E tu chi sì? - chiese tra lo stupore generale il santo robot, pronunciando le sue prime parole. - Mi chiamo Luigino e questo fiore è per te! - il bambino preventivamente addomesticato era entrato nella cripta con un giglio in mano. - Grazie guagliò! La vuoi na caramella? - Sì! Il vescovo, strappandosi quasi le vesti di dosso, si alzò in piedi ed esclamò: - Funziona! E tutti, tranne io, si inginocchiarono per pregare. La prova generale del "Padre Pio Show" procedeva ormai da più di un’ora: avevano mandato nell'arena,
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oltre il bambino, una madre anziana, una giovane ragazza con il fidanzato, un carabiniere, un parroco diocesano, un contadino, un medico, un hippy, un neonato, un veterinario, un tetraplegico, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, un ex alcolizzato, un ex galeotto, un tossicodipendente di una vicina comunità e un gatto nero… Gli schemi mentali erano stati quasi tutti caricati nel cervello positronico del santo e le prove sembravano procedere per il meglio: le reazioni erano più o meno uguali a quelle del vero frate Pio. Vi fu anche un momento di generale ilarità quando il frate positronico ordinò all'hippy: - Guagliò, vatti a lavare e tagliati sti capill! Sinnò nun t' facc trasì cchiù! Era proprio lui: il burberamente dolce frate cappuccino era "tornato" per continuare a operare il bene tra i suoi amati fedeli. Il vescovo sembrava volesse gridare al mondo intero: - Santi positronici di tutto il mondo, unitevi! Ma l'entusiasmo generale sarebbe stato di lì a poco ridimensionato. - Registro un preoccupante aumento dell'energia positronica nel lobo frontale! - avvertì nervosamente uno dei tecnici rivolgendosi al capo programma che da dieci minuti gongolava in compagnia del vescovo discutendo degli sviluppi futuri della prova. - Dammi sul monitor un grafico dello schema mentale generale. - ordinò il capo programma rientrando bruscamente dalla gioia prematura. - Ecco… Sembrerebbe tutto a posto, ma nonostante questi dati non riesco a spiegarmi l'aumento… - Diminuiamo del 5% il flusso di dati mentali positronici e controlliamo il buffer overflow! - Siamo già all'87%, ma mancano ancora i dati mentali relativi agli anni sessanta… - Tu non ti preoccupare: diminuisci il flusso come ti ho detto e tieni sotto controllo l'energia. - Va bene! Ma ormai era troppo tardi: il sovraccarico positronico aveva già destabilizzato la griglia motoria del robot e dalla sala controllo, da quell'istante in poi, avrebbero potuto solo assistere passivamente alle follie robotiche del marchingegno andato in tilt. - I’m singing in the rain just singing in the rain! - la versione robotizzata di Padre Pio da Pietrelcina cominciò a cantare improvvisamente, tra lo stupore generale, imitando addirittura i passi di danza di Gene Kelly nel celeberrimo film "Cantando sotto la pioggia". - Interrompi l'energia! - sbraitò il capo programma. - Fatto… Non succede niente! - rispose il tecnico guardando la faccia terrorizzata del capo. - Il sovraccarico positronico sta gestendo in maniera autonoma l'immane quantità di dati che abbiamo già introdotto nella memoria positronica… - E ora cosa facciamo? - Bisognerebbe entrare nella cripta e togliere direttamente dalla testa del robot il chip mnemonico… - La vedo difficile, capo! - Lo so: se entriamo lì dentro, quello sarebbe capace di prenderci a calci in culo fino a domani mattina! Intanto il frate positronico, imitando Gassman, continuava indisturbato la sua inaspettata performance teatrale: - Essere o non essere, questo è il problema:

se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli?² - Fermatelo, per carità! - guaiva il vescovo ormai in preda a una vera e propria crisi isterica. - Ci stiamo provando! - cercò di rassicurarlo senza troppa convinzione il capo programma. - Con ventiquattromila baci… così frenetico è l'amore… in questo giorno di follia… ogni minuto è tutto mio! - tirando in ballo persino il Molleggiato, il robot s'era messo a cantare un motivo sempreverde del 1961 di Adriano Celentano; segno evidente che, almeno fino a quell'anno, i dati mnemonici erano stati incamerati. La sala era ormai in preda a un comprensibile trambusto: frati cappuccini che correvano da tutte le parti, suore con in mano i sali per il vescovo svenuto, tecnici disperati e assolutamente impotenti che guardavano il cybercappuccino attraverso il vetro a specchio mentre cantava un vecchio successo di Frank Sinatra: - But more, much more than this, I did it my way! Non c'era più traccia in me del freddo cronista scientifico in giacca e cravatta; ero disteso da più di due minuti sulla sedia e avevo le mani premute sulla pancia per cercare di trattenere il dolore derivante dalle forti risate a cui m'ero abbandonato. Mentre tutti intorno a me fuggivano e si strappavano i capelli, io ero forse l'unico a non aver perso la testa. L'unico ancora capace di ridere della vita, delle follie del mondo: per non prendere quella buffonata pseudo-religiosa troppo seriamente. L'esperimento malriuscito, poi, aveva rappresentato il massimo della stupidità umana: gli individui della mia specie erano capaci di atti assolutamente esilaranti e la comicità derivante da questi fatti aumentava progressivamente in relazione alla grandiosità e all'austerità che li accompagnava. - Proprio strana la specie umana! - pensai tra me mentre mi apprestavo a lasciare la sala controllo. Avevo guadagnato ormai l'uscita della cripta e mi dirigevo verso il sagrato della chiesa, all'aria aperta, sotto il sole cocente di Puglia. Non ridevo più e respiravo decisamente meglio. Non sapevo ancora cosa avrei scritto nel mio articolo, ma di una cosa ero fermamente convinto: non capivo il trambusto dei frati e la disperazione scaturita dagli eventi a cui avevo appena assistito. In fin dei conti, e malgrado tutto, il "Padre Pio Show" c'era stato e, almeno io, m'ero divertito come non mi succedeva ormai da anni.

“Controedicola”
(anteprima)
Patricia Cornwell, da sempre interessata al caso di Jack lo Squartatore, il serial killer che nel 1888 uccise brutalmente cinque donne nella nebbia della Londra vittoriana, ricostruisce la morbosa psicologia di una mente criminale e dà nome e volto al colpevole. Sarebbe il pittore impressionista Walter Sickert, inesorabilmente riportato in vita per rispondere dei suoi crimini, prova dopo prova. Il libro è la storia di un'indagine durata anni, che si legge come un romanzo.
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¹ P.I.O.: acronimo di “Positronic Intelligence Ostensory” – Ostensorio ad Intelligenza Positronica. ² William Shakespeare - “Amleto”, atto III, scena I.
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Padre Pio Miracoli e politica nell'Italia del Novecento di Sergio Luzzatto - Einaudi Credevamo di sapere già tutto su padre Pio, onnipresente nella realtà come nell'immaginario dell'Italia contemporanea. E invece, a ben guardare, non sapevamo quasi niente. Prima della ricerca di Sergio Luzzatto, la figura del cappuccino con le stigmate era vincolata soltanto alla fede degli uni, all'incredulità degli altri. Un santo vivo, addirittura un «altro Cristo» per gli innumerevoli suoi devoti. Un uomo ambiguo, addirittura un personaggio losco per gli altrettanto numerosi suoi detrattori. Adesso, grazie al monumentale lavoro di scavo archivistico su cui si fonda questo libro, padre Pio viene finalmente consegnato alla storia del ventesimo secolo. Un'avventurosa storia di frati e soldati, pontefici e gerarchi, beghine e spie. Soprattutto, una storia istruttiva. Perché fra crismi e carismi, miracoli e politica, quella che Luzzatto racconta con mestiere e con brio è una parabola sull'Italia novecentesca. (tratto da http://www.liberonweb.com)

Il cinema come perfezione: l’uso del colore nei film di Zhang Yimou.
CINEMA

Adoro il cinema di Zhang Yimou, per me rasenta quasi la perfezione. Mi piace quell’intreccio di storie, colori, fotografia e coraggio che è poi la cifra stilistica di questo regista che è uno dei maggiori cineasti cinesi ed oserei dire mondiali. Nato a Xi'an, nella Cina sud-orientale, dopo un’infanzia travagliata, da studente viene costretto dal partito per motivi politici ad abbandonare la scuola e successivamente a lavorare dapprima come operaio tessile e poi come contadino, prima di essere ammesso con pieni voti all'istituto di cinematografia cinese. Zhang Yimou è uno dei maggiori esponenti della cosiddetta “quinta generazione”, ossia quel gruppo di registi cinesi che ha scelto il cinema per esprimere la propria esigenza di libertà e per criticare la realtà. Nel Suo cinema la volontà di rinnovamento e lo spirito di denuncia si fondono con i caratteri tipici del teatro cinese, così come è presente una straordinaria capacità di creare immagini forti, sia dal punto di vista cromatico che da quello della messa in scena. SORGO ROSSO Esordisce alla regia con "Sorgo Rosso" nel 1988, vincitore dell’Orso d'Oro al Festival di Berlino, storia violenta ambientata in una Cina feudale piena di usanze e di imposizioni, che appaiono molto strane ai nostri occhi di occidentali, ma che in realtà risultano vive ancora oggi in alcune zone della Cina. La protagonista principale è una bellissima ragazza, costretta dalla sua contingenza a sposare un ricco e anziano distillatore, affetto da lebbra. Dopo la morte violenta del marito, si risposa con un lavoratore che si comporta eroicamente nel momento dell’invasione giapponese della Manciuria. “Sorgo rosso” è una “sorta” di sinfonia in rosso, un viaggio campestre raffinato in cui la vita contadina è scandita sia dalla violenza che dall’avventura. “Sorgo rosso” mischia momenti di folklore ad altri drammatici e violenti. La vicenda narrata parte negli anni venti del novecento, quando un gruppo di uomini rozzi trasporta dentro una portantina rossa la giovanissima Nove Fiori per una vallata solitaria, diretti verso la casa del suo futuro e sconosciuto sposo. L’uomo che l’attende è un vecchio e ricco lebbroso, proprietario di una distilleria di grappa color rosso sangue, ricavata dalle piante di sorgo, unica ricchezza di quella zona. Questo vecchio possidente è riuscito ad ottenere la giovane dai suoi genitori in cambio di un mulo. Mentre il piccolo gruppo attraversa i campi di sorgo rosso, commentando la sorte della giovane che si troverà di fronte ad un orribile marito, un bandito armato li coglie di sorpresa, deruba i portantini e tenta di violentare la giovane, ma uno dei portantini, Yu, mette in salvo Nove Fiori. Il terzo giorno dopo le nozze, come vuole l’usanza, la giovane sposa si reca in visita presso i genitori, ma durante il viaggio, Yu che l’aveva salvata, la porta in un campo di sor-

go dove la possiede. Al ritorno dal viaggio la neo sposa si ritrova neo vedova, poiché il vecchio marito è stato misteriosamente assassinato. Nove Fiori assume così la direzione della distilleria conducendola abilmente e trattando i dipendenti con giustizia e rispetto, sposa Yu dal quale ha un figlio e vive per anni felice con lui. Quando il loro bambino ha nove anni la zona è invasa dai giapponesi, questi ultimi impongono ai contadini la distruzione dei campi di sorgo per la costruzione di una strada. Terribile la scena in cui un operaio cinese viene costretto dai giapponesi a scuoiare vivo un ribelle. Gli abitanti del luogo, stanchi di queste continue angherie, si uniscono per difendere il loro paese e preparano una trappola mortale contro gli invasori, useranno la grappa di sorgo per confezionare bombe incendiarie. Ma l’attentato finisce in una strage, in cui muoiono sia Nove Fiori che Yu. La strage è resa ancor più drammatica ed epica da un'eclisse di sole che accentua questo triste epilogo. Questa opera cinematografica è molto interessante per la sua favolosa fotografia, che pone la massima attenzione ai dettagli ed ai particolari. I colori sono veicolo di comunicazione nella loro valenza simbolica, il rosso è la chiave delle vicende legate alla vita del villaggio in ogni parte del racconto: all’inizio con i campi di sorgo che sono anche la ricchezza del villaggio, poi la grappa rossa che è la ricchezza dei lavoratori delle terre. Il vento tra gli steli del sorgo, il calore e il colore di una natura rigogliosa, la violenza e il desiderio in un incontro di insolite premesse per una storia d'amore. La giovane donna, nel corso del suo tumultuoso viaggio verso la casa del promesso sposo, comprende che il futuro che l'attende sarà tormentato da dolore e passioni: il marito che l'aspetta è un vecchio lebbroso, la distilleria di sua proprietà è punto di riferimento per vagabondi e briganti. Il racconto procede tra squarci elegiaci in un crescendo di tensione. Alla scomparsa del vecchio marito la bella Nove fiori ha saputo come destreggiarsi: ha preso in mano l'azienda, fronteggiando con furbizia le scorrerie del bandito Tre Cannoni, ha messo in riga il balordo spasimante che l'aveva posseduta, legandolo a sé con la nascita di un figlio, ha potuto alfine gustare la grappa del sorgo, frutto del lavoro suo e dei suoi dipendenti, in un'armonia di uomini e ambiente felicemente ripristinata. Ma l'invasione giapponese fa esplodere all'improvviso una nuova violenza: anche nella comunità che vive intorno alla distilleria, il rosso del fuoco, del sangue e del dolore si uniscono in una metafora dal forte impatto visivo. Nella sofferenza comune, uomo e donna ribadiscono ruoli contrapposti ed in una società in lacerante trasformazione il brutale cammino della Storia sembra non conoscere pietà, lasciando nel cuore e negli occhi dei sopravvissuti solo un allucinato paesaggio di morte e desolazione. LANTERNE ROSSE Tutta l'opera di Zhang Yimou si caratterizza per un’attenzione ai particolari ed una dedizione assolu-

“Il cinema di Zhang Yimou”
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di Mariano Lizzadro - LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO

nella sua pittura popolare. Ed è anche il colore che ta per la fotografia e l'uso particolare dei colori, in simbolizza le tre fasi della vita ossia nascita, matrispecial modo il rosso. Nel 1991 esce "Lanterne rosmonio e morte. La trama appare costruita intorno al se", film di fatto pluri-premiato a livello internaziocolore rosso, colore della vita che in “Lanterne rosnale. Si tratta ancora di una tragedia in una società se” appare trattenuto a forza nelle mura di una ricca feudale caratterizzata da rigidi rituali. Siamo negli residenza della Cina feudale, in cui tutto è rituale ed anni venti del novecento in Cina. La giovane e belal contempo tutte le comparse di questo film appaiolissima Song Lian abbandona la casa e l'università no per così dire “spersonalizzate”. L’uso del colore per diventare la quarta moglie del ricco signor Chen. fa parte di una ricerca della perfezione, presente poi E’ la numero quattro, la più giovane e perciò la favoanche in molta parte della produzione successiva rita. Ogni sera il signor Chen decide la sposa con cui dell’estro creativo di Zhang Yimou… rappresenta trascorrere la notte deponendo una lanterna rossa innanzi alla porta della moglie. Song Lian, tuttavia, una cifra del Suo immenso talento. non riesce ad accettare la logica violenta di servili***** smo che si nasconde dietro l’ordine patriarcale. DoAppunti vari e sparsi e dispersi sul cinema di Zhang po aver inscenato una finta gravidanza, finisce emarYimou. Per cercare di parlare del rapporto indiviginata ed abbandonata da tutte e da tutti, e scopre duo-potere, che a mio avviso è forse uno dei nodi ben presto l'ostilità, l'invidia e la perfidia delle altre centrali di tutta l’opera cinematografica di Zhang mogli. Questo clima torbido coinvolge Song Lian in Yimou mi tocca ripartire da dove il discorso era riuna spirale di violenza che la spinge alla pazzia. E masto sospeso ossia dal dopo “Lanterne rosse”. forse in fondo anche a capire le altre donne che coZhang Yimou realizza nel me lei condividono lo stes1989 “Ju Dou” film che so ruolo di mogli dello non ho mai avuto l’opporstesso uomo. Dunque la tunità di poter vedere e poi diciannovenne Song Lian, nel 1992 “La storia di Qui in contrasto con la matriJu”. Storie di primi piani. gna, ha abbandonato l'uni“La storia di Qui Ju” si versità ed ha accettato di chiude su una immagine sposare un ricco cinquandella bellissima Gong Li e tenne, signore di un'antica ritorna in mente un altro casata che ha già tre mogli: grande primo piano del una signora anziana che gli cinema di Zhang Yimou, ha dato un figlio, un’altra quello che apre appunto donna ambigua ed infine “Lanterne rosse”. Il volto è una ex cantante ancora atlo stesso: Gong Li è ora la traente. Il segno del privilecontadina cocciuta Qiu Ju gio sono le lanterne rosse che sfida il potere, che opche il marito - padrone fa pone la sua fragile dignità deporre accese davanti alla alla macchina possente stanza della sposa con la della legge e dello stato, quale trascorrerà la notte. mentre appunto in La prescelta gode delle “Lanterne rosse” era la belancelle migliori, di un maslissima e raffinata Song saggio tonificante ai piedi e Lian che si ribellava al perfino del diritto di decimondo arcaico e maschilidere i pasti del giorno dosta. Molte cose sono campo. Song Lian scopre prebiate: dalla Cina degli anni sto tutti i roghi che covano Zhang Yimou Venti si è passati a quella sotto le ceneri di un mondo contemporanea. I rituali di un palazzo feudale hanno che sembra consistere tutto nel cortile rettangolare e lasciato il posto ai modi spicci della cultura contadinelle eleganti decorazioni architettoniche dell'antico na. Ma Zhang Yimou rimane fedele alla passione di palazzo. La trama scorre fra false amicizie che nacui vive il suo cinema: l'intuizione sofferta dell'opscondono voglie di morte, forti gelosie ed intrighi posizione tra individuo e potere. In “La storia di Qiu vari che conducono a morti e punizioni violente. Ju” è ancora una donna a patire questa opposizione. L'estate successiva arriva la "quinta signora", una Anche nei film precedenti vengono narrate storie di bambina che nota una giovane donna vagare come donne in rivolta contro il potere maschile, pur non una sonnambula nel cortile: è Song Lian diventata essendo il cinema di Zhang Yimou riducibile ad una pazza. Ed adesso il rosso però è il colore della follia. mera questione di ruoli sessuali. Caso mai è a partire In “Lanterne rosse” la messa in scena è perfetta e dai ruoli sessuali che si illumina una dimensione che tutto si incastra armoniosamente. Insomma un capotravolge uomini e donne. In “Lanterne rosse” il malavoro estasiante, una sintesi sublime di storie colori rito - padrone ha tutto il potere nel e del palazzo poisuoni fotografia e coraggio. Rosse sono le lanterne ché la storia gli dà un ruolo che il cinema, giudice che danno il titolo come rosso era il sorgo del suo silenzioso, gli nega. È vertice del sistema di dominio primo film. Il rosso appartiene alla storia ed alla culmaterializzato nei rituali rigidi della casa, ma alla tura della Cina. E’ presente nelle sue cerimonie e
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fine è anch'egli sua trascurabile appendice, incatenato all'ordine del suo mondo. Questa violenza oggettiva del potere o del dominio, questa sua vocazione a schiacciare i singoli, uomini o donne che siano, è appunto il nocciolo centrale, il cuore di “La storia di Qiu Ju”. Il cinema di Zhang Yimou non denuncia in modo diretto ma lo fa semmai in maniera indiretta, allusiva. “La storia di Qiu Ju” è realistica come può esserlo una favola. Della favola ha infatti le ripetizioni e la morale. Tutta la vicenda non è che la ripetizione della discesa di Qiu Ju dal suo villaggio di montagna verso la pianura che serve anche a mostrare il profondo cambiamento della Cina di questi anni. Il passaggio è dalla semplicità immediata di un mondo rurale fatto di individui verso la complessità mediata di un mondo post moderno. Ogni volta, quella discesa si fa più complessa, più radicale. Ogni volta, cresce la distanza dal punto di partenza, ossia dalla semplicità immediata degli individui. D’altronde le favole procedono con un accumulo di ripetizioni e con un'attesa suggerita e indotta. Che i burocrati abbiano l'anima, che tutti i burocrati di “La storia di Qiu Ju” ne abbiano una che ci sembra irrealistica, è essenziale alla trama. Se non ce l'avessero, se fossero come in genere sono i burocrati, non ci sarebbe più modo per riconoscere la morale della favola. I singoli burocrati, a partire dallo stesso Wang, non sono mostri di malvagità. Al contrario, sono funzionari ideali messi in scena per mettere in risalto il carattere oggettivo del potere. Più e meglio di Song Lian, Qiu Ju è una donna in rivolta che vuole giustizia. Wang, il capo del villaggio di una zona contadina della Cina del Nord da cui proviene Qui Ju, ha colpito suo marito al basso ventre con un calcio. Wang ha agito in un momento d'ira, dopo che l'avversario, la cui moglie è incinta, gli ha rinfacciato di non poter più avere eredi maschi, infatti è già padre di quattro femmine e la pianificazione delle nascite gli proibisce di mettere al mondo altri bambini. La sua reazione, tuttavia, è stata troppo violenta e ora Qiu Ju pretende le scuse. Ma non c’è niente da fare poiché Wang non vuole perdere la faccia di fronte al villaggio. Accetta sì una mediazione di un bonario poliziotto che propone di risarcire le spese mediche, ma in quanto a scusarsi neanche a parlarne. Anzi, getta i soldi a terra, pretendendo che la donna gli si chini davanti per raccoglierli. La giovane sposa non è tuttavia tipo da arrestarsi di fronte alle difficoltà. Accompagnata dalla cognata, affronta duri viaggi invernali sotto la pioggia e la neve per incontrare funzionari di volta in volta più importanti dell'amministrazione giudiziaria. Lei, contadina, si avventura nella grande città: inesperta, sembrerebbe avere la peggio se qualcuno, per sua fortuna, non finisse sempre per prenderne a cuore il caso. Ma una notte, mentre il marito è lontano, arrivano le doglie ed è proprio Wang il solo che la può aiutare. Dunque Qui Ju non vuole il denaro di Wang ma vuole le sue scuse. Con coraggioso ottimismo, con chiara determinazione, cerca il riconoscimento della sua dignità, la proclamazione della sua ragione. E li vuole proprio dalla struttura del potere. La favola potrebbe avere un lieto fine, ma in effetti non va a finire proprio così. Wang le salva la vita, e
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Qiu Ju ritiene chiusa la lite: oramai, le leggi e i tribunali possono ritirarsi sullo sfondo, lasciando il campo agli individui. Ma non è questo il carattere del potere, che non conosce ragioni soggettive, che non si adatta agli individui e alle loro esigenze interiori. Wang è arrestato e la donna in rivolta è costretta a guardare negli occhi il gelido mostro ed il coraggio e l'ottimismo si scoprono sconfitti. Come in quello di Song Lian, nel primo piano di Qiu Ju ora c'è consapevole spavento. La storia di Qiu Ju segna in apparenza una forte rottura con l'opera precedente di Zhang Yimou. Mentre “Sorgo rosso” e “Lanterne rosse” privilegiavano immagini raffinatissime e una cura quasi maniacale delle scenografie, questa volta prevale il massimo di realismo, con molti attori non professionisti ed una “sorta” di cinema sporco. Ma, a ben guardare, restano le costanti di fondo: il ruolo centrale del personaggio femminile, la sua lotta solitaria contro l'oppressione, l'attenzione amorosa per i dettagli, a partire dall'amatissimo colore rosso, presente in ogni inquadratura in questo ennesimo capolavoro del cinema di Zhang Yimou. Nel 1994 è la volta di “Vivere!”, che narra venti anni di storia della Repubblica popolare cinese, dalla seconda metà degli anni '40 sino alla rivoluzione culturale, attraverso le dolorose traversie di Fugui, ex ricco e animatore di un teatro ambulante delle ombre, e di sua moglie Jazhen. La trama di “Vivere!” in apparenza sembra raccontare alcuni decenni di avvenimenti storici vissuti fra mura domestiche, dove si piange e si ride, dove qualcuno muore e altri tirano avanti. Negli anni Quaranta Fugui è un giocatore di dadi che perde al gioco la casa del padre, che ne muore di crepacuore. L’inizio del film racconta la casa da gioco animata dal teatro d’ombre che il protagonista, dilettante di quest’arte, avrà in prestito dal padrone Long. Con il suo teatrino, Fugui batte l’intero paese finché nel 1949 finisce prigioniero dell’esercito contro rivoluzionario. In mezzo all’epica avanzata dell’esercito rosso, il nostro eroe sperduto e perdente si rende conto che in guerra sopravvivere è tutto. Tornato a casa, Fugui apprende che sua figlia è diventata muta e intanto Long viene giudicato e fucilato come proprietario, tanto che il protagonista commenta: “Se non mi fossi giocato la casa sarei stato fucilato io... E’ bene essere poveri”. Ottimista o rassegnato, l’uomo accetta i miti del nuovo regime, speranzoso che con Mao: “si mangeranno ravioli tutti i giorni”. In questi venti anni la famiglia subisce lutti e avversità. Ad un certo punto arriva perfino l’ordine di bruciare il teatro d’ombre, poiché ciò che è vecchio è antirivoluzionario. Un operaio zoppo, attivista delle Guardie Rosse, accetta di sposare la figlia muta ed il matrimonio si svolge in divisa, agitando il libretto di Mao. Però poi la giovane muore di parto perché nell’ospedale i medici bravi sono stati cacciati dalle giovani infermiere contestatrici e non serve ripescarne uno, all’ultimo momento, reso quasi folle dalle privazioni e dalla fame. La trama ed il racconto di “Vivere!” sono quasi stoici: chi è riuscito a salvarsi dalle imboscate della storia, forse ce la farà di nuovo. Gong Li ancora una volta incarnando una madre dolorosa ci conduce attraverso le emozioni di un film che alterna scene di massa con mo-

menti di intenso intimismo. E questo mi pare sia il messaggio che un grande cineasta quale è Zhang Yimou mandi dall’interno di una società vulnerata e ancora incerta sulla via da intraprendere verso un avvenire migliore. Zhang Yimou si mantiene lontano da sofisticazioni stilistiche, divagazioni allegoriche, preoccupato soltanto di ricreare l'estenuante lotta per la sopravvivenza di Fugui e della sua famiglia in un Paese sottoposto alle prove più difficili. Il tutto con umana pietà, tenerezza per i suoi personaggi, commozione e partecipazione emotiva, non disgiunta da un’ironia di fondo. Come quando marito e moglie, travolti dalla Rivoluzione culturale, si guardano dolcemente negli occhi per poi sussurrarsi: “ora siamo massa popolare!”. Dunque un film “semplice”, “storico” e “popolare”, nel senso più elevato di questi termini, che alterna scene epiche di battaglia ad altre più intime. Il motivo conduttore del teatrino delle ombre serve ad alleggerire la dolorosa vicenda, ma è ammirevole anche la misura con cui Zhang Yimou riesce a tenere in equilibrio il privato e il pubblico, a collegare le vicende di Fugui e della sua famiglia con i drammatici avvenimenti storici, a suggerire la dimensione dell'assurdo del “Grande Passo in Avanti” e della “Rivoluzione Culturale” senza forzare le tinte. Per ripercorrere questo lungo affresco, il cineasta cinese si serve di uno stile alquanto eterogeneo, mettendo in campo insegnamenti e suggestioni provenienti da tutta la storia del cinema: il melodramma, il comico, il cinema epico con le sequenze di largo respiro delle battaglie s'intrecciano a scene di sottile ironia. Anche una certa riflessione sul teatro delle ombre in quanto metafora del cinema, sul suo mutare funzione a ogni nuovo padrone, fino alla sua distruzione totale in una civiltà della comunicazione e massificazione globale, entra a far parte del gioco. Insomma un’altra grande riflessione sul rapporto individuo-potere, ed in forma più generale sul rapporto fra individuo e storia! Invece “Keep cool” del 1997 è la storia di un irruente e balbettante venditore di libri e l'anziano, mite ricercatore che cerca di dissuaderlo dal vendicarsi col sangue del nuovo ricco che l'ha fatto malmenare per ragioni di donne. Si tratta di una commedia critica, razionale, lucida la cui trama serve per descrivere in maniera ironica e sarcastica come Pechino possa apparire più caotica e consumistica di Hong Kong, abitata da gente stressata, affamata di soldi, con dislivelli sociali accentuati come nell'Occidente capitalista e con una preoccupante deriva verso la perdita di una identità culturale. Discoteche
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blu, telefonini e cercapersone, casino e frastuono, fretta e nervosismo, gente sempre attaccata alla bottiglia d'acqua minerale come negli stati occidentali, gangster in grosse macchine, computer e software, il protagonista tutto in jeans con testa rasata e collana d'oro, ragazze eleganti pazze per lo shopping, grattacieli, risse continue, luci fluorescenti e tutto ciò a dispetto del titolo che tradotto vorrebbe significare: stiamo calmi! Secondo me il film mostra come si vive oggi a Pechino, fra tradizioni e post modernità, fra fame di soldi e ricerca di valori. Nel ritrarre Pechino, Zhang Yimou, sembra sussurrare alle orecchie dello spettatore: stiamo calmi, dialoghiamo anziché aggredirci! Inoltre questo film narra anche dei dislivelli sociali che nascono da una non equa amministrazione delle leggi dato che poi i protagonisti vogliono farsi giustizia da soli con metodi arcaici come ad esempio mediante il taglio della mano! Per descrivere tutta questa ingiustizia Zhang Yimou usa i toni della commedia con tinte che vanno dal comico al grottesco. Film girato sempre con la macchina a mano, il cui movimento sussultorio contribuisce a dare a “Keep Cool” e alla Pechino descritta un ritmo inquieto, frammentato, affannato il tutto ulteriormente accentuato da una colonna sonora sospesa fra pop cinese e canzoni melodiche fino al vecchio inno delle Guardie Rosse. Lo sconcerto, l'ironia e forse la malinconia per il Paese mal cambiato si esprimono attraverso una storia buffa: un negoziante di libri deciso a riconquistare l'amore d'una ragazza bella, elegante e sexy che gli ha preferito un losco proprietario di locali notturni. Il protagonista principale nel momento in cui viene malmenato, fatto picchiare dal proprietario di locali notturni vuole vendicarsi, mentre un ricercatore che nella rissa ha avuto distrutto l'amato computer vuol vendicarsi di lui e d'un cuoco aggressore. Dunque “Keep cool” descrive il cambiamento della Cina che abbandonati i vecchi valori sta inseguendo quelli occidentali, quasi senza fare i conti con un passato la cui memoria s’attenua e con un presente nel quale si mescolano alla rinfusa biciclette e telefonini, computer e karaoke. Non a caso, in una piccola parte del film appare lo stesso Zhang Yimou che tirando un carretto stracolmo di ciarpame e vecchie cose, attraversa lo schermo ossia, un enorme spiazzo vuoto sovrastato da gelidi grattacieli, quasi fosse l’ironico robivecchi d’una storia e d’una cultura millenarie. La poetica di questo immenso cineasta non è soltanto specchio di una visione sociologica: è creatore d’un suo proprio mondo. In “Keep Cool” fin dalle

prime inquadrature, la macchina da presa sempre tenuta in mano ha il ruolo di un grande occhio curioso. E tutto questo finisce per darci l’impressione che siamo proprio noi a reggerla, questa macchina da presa in movimento continuo, che siamo proprio noi a osservare il mondo attraverso questo grande occhio curioso. La continua mescolanza fra primi piani e improvvisi piani totali crea una “sorta” di disorientamento rafforzato da immagini di particolari ingranditi fino a non essere più riconoscibili, sgranati a tal punto e montati con un tale ritmo da trasformarsi in puro colore e in movimento astratto come nella splendida sequenza in cui il protagonista viene assalito e brutalmente picchiato. C’è qui anche una felicità creativa dell’occhio oltre che alla questione sempre posta dal cinema di questo immenso cineasta sul rapporto tra libertà e potere, tra individuo e sistema. Infatti Zhang Yimou è testimone della realtà in mutamento del suo Paese e per estensione di tutto il mondo e lo fa creando e ricreando mondi e storie in grado di superare confini geografici e culturali e soprattutto ammaliando lo sguardo di noi spettatori! Nel 1999 è la volta di “Non uno di meno”. In un lontano villaggio della campagna cinese, dove le strutture sono modeste e il livello di vita è molto povero, il maestro Gao deve assentarsi per un mese per andare ad assistere la madre gravemente malata. Per sostituirlo il sindaco sceglie Wei, una ragazzina tredicenne senza alcuna esperienza d'insegnamento. Prima di partire, Gao raccomanda a Wei di fare in modo che nessun allievo si ritiri dalla scuola durante la sua assenza. Con la promessa di un compenso di cui ha molto bisogno, Wei si appresta ad affrontare un compito che però si rivela molto difficile: i bambini sono irrequieti e spesso preoccupati per le molte difficoltà che vivono in famiglia. Quasi inevitabilmente dunque una mattina il piccolo Huike i cui genitori sono fortemente indebitati, lascia la classe, scappa dal villaggio e va in città a cercare un lavoro. Wei non ha esitazione e decide di andare alla sua ricerca. Nel panorama urbano confuso e disordinato, Wei affronta situazioni del tutto sconosciute. Alla fine una rete televisiva viene a conoscenza della sua storia e ne fa oggetto di un servizio specifico. Huike allora ricompare. Quando tornano al villaggio, la troupe li segue e insieme porta una serie di oggetti raccolti grazie alle donazioni e per la scuola si aprono nuove prospettive. Intanto i bambini scrivono sulla lavagna con tanti gessetti colorati. Intimidita, ma salda nel suo piccolo coraggio la piccola maestria Wei fronteggia la sguardo della televisione. Il suo volto si riga di pianto. Poi, in controcampo e in primo piano, Zhang Yimou inquadra l'obbiettivo della telecamera. A quest’occhio mostruoso la ragazzina ora chiede aiuto. A questo interlocutore muto, che la scruta minaccioso, la supplente del maestro Gao affida la disperata speranza di ritrovare Huike. Potrebbe finire qui, “Non uno di meno”. Il cammino della tredicenne Wei si è compiuto. Dalla povertà d'una scuola sperduta in un angolo della Cina contadina, la maestrina Wei ha ripercorso in pochi giorni la storia recente del suo paese. In città, del villaggio di Shuiquan e della sua scuola elementare non c’è neppure il ricordo. Là, in un'antica po76

vertà, i gessetti per la lavagna sono un bene prezioso. Là, il prezzo d'una Coca Cola è misurato in mattoni: quante centinaia, quante migliaia occorre trasportarne, per riceverne un compenso sufficiente a comprarsi una di quelle lattine rosse che vengono da lontano? In città invece, fra centinaia di auto e migliaia di biciclette, in una concitazione che ricorda quella di “Keep Cool”, sembra che trionfi, se non l’opulenza dell'Occidente, almeno una sua imitazione o forse il desiderio d'una sua imitazione. C’è anche questo, in “Non uno di meno” ossia questa descrizione, talvolta rammaricata, d'una società che si trasforma velocemente, radicalmente. In pochi decenni, una storia e una cultura millenarie hanno dapprima conosciuto e poi sempre più percorso la post modernità. Terribili miserie sono state vinte. Tuttavia, altre e nuove miserie minacciano di prendere il posto delle antiche. Tra esse c’è l'ineguale distribuzione delle risorse. E poi ci sono il lavoro minorile e l'abbandono diffuso della scuola. Dunque la poetica di questo cineasta continua ad avvicinarsi a queste tematiche pur essendo espresse in veri e propri capolavori. Lo sguardo di Zhang Yimou è capace di vedere e mostrare il vuoto apparente della campagna cinese, trasfigurandolo in un pieno d'umanità, di descrivere i rapporti tra gli adulti e i ragazzini, i sentimenti e i desideri, i discorsi e i volti in modo immediato e complesso al contempo. Per cui alla fine anche i nostri occhi partecipano a questa vicenda, narrata in questi ambienti rurali dai colori bellissimi, della giovanissima insegnante Wei e la sua caparbietà ingenua ed il suo coraggio. Insomma un altro grande ritratto di donne in rivolta del cinema di Zhang Yimou. Come alla protagonista di “La storia di Qiu Ju” a cui tocca affrontare la burocrazia della città. E’ in città, appunto, che la caparbietà della ragazzina si libera della sua casualità, e cresce fino a diventare coraggio consapevole. Non sono più i 60 yuan promessi dal maestro Gao che la spingono a cercare Huike. La muove un sentimento ben più forte: una nostalgia di colori chiari e netti, di colline e campi assolati, di rapporti immediati, una povertà senza miserie, anche se poi alla fine pare che la generosità virtuale trionfi: la televisione ritrova Huike e porta a Shuiquan una promessa è un desiderio d'opulenza. Ma il film ha anche un primo finale, ben più addolorato: con il volto bagnato di pianto, e poi dopo qualche attimo di silenzio con coraggio, la maestria Wei guarda in macchina e sta per parlare. Proprio allora, rovesciando la prospettiva del cinema, Zhang Yimou inquadra l'obbiettivo della telecamera: interlocutore muto, occhio mostruoso. Ed è come se all'ingenuità felice della maestrina Wei ora toccasse d'esserne divorata. Amara riflessione sul rapporto tra essere umano e mezzi di comunicazione di massa, tra individuo e potere! “La strada verso casa” datato 1999 è il film che più ho amato e che più mi è rimasto impresso fra tutti i film di Zhang Yimou che ho visto ed è quello che forse ha meno a che vedere col discorso che sto portando avanti in questo articolo. Stranezza e potenza del ricordo, io adoro questo film! La trama di questa

meravigliosa opera d’arte si dipana intorno alle vicende di Luo che ritorna al villaggio natale nel nord della Cina, per l'improvvisa morte del padre avvenuta durante la sua permanenza in città. Lo zio e il capo del villaggio lo informano delle ultime volontà del padre e dei funerali che dovranno essere celebrati, secondo la madre, osservando le antiche tradizioni rituali: la madre desidera che il marito venga portato “a braccio" sulla strada verso casa e che un drappo tessuto di sua mano ne avvolga le spoglia. A Luo tutto questo sembra, all’inizio irragionevole, ma la memoria dell'amore straordinario che unì indissolubilmente la madre e il padre lo convincerà a onorarla come si onora un testamento. E così se il presente si scolora in un bianco e nero raffreddato dalla neve, il passato si dipinge dei colori dell'amore. E nella lunga "strada verso casa" la storia individuale dei genitori che sono entrambe due maestri diventa la Storia di un popolo che può pensare il futuro solo celebrando il passato. Allora il regista reintegra ciò che la Rivoluzione culturale aveva rimosso: la tradizione e l'individualità. Luo ricorda e dal bianco e nero nasce il colore. Quasi come al padre, anche a lui la madre mostra il cammino che lo riporterà indietro, al tempo dell’infanzia e della prima giovinezza. Di lei, infatti, sono i ricordi che ora lui stesso ricorda e che anzi ricostruisce e re-inventa e che sullo schermo s’accendono di luci e colori. Per quanto l’io narrante esplicito di “La strada verso casa” sia Luo, la prospettiva dalla quale Zhang Yimou ne vede e ne mostra immagini, idee ed emozioni è piuttosto una prospettiva femminile come ad esempio attraverso l’immagine della madre di Luo, appunto Zao, coraggiosa come tutte le donne descritte da Zhang Yimou che silenziosamente ed eroicamente capovolge una condizione antica d’inferiorità sociale. Lo fa con una determinazione e insieme con una dolcezza che sono pari solo alla certezza solare dell’amore per suo figlio Luo. Accanto alla determinazione e alla dolcezza, si dipana questo film in cui il presente cerca e trova se stesso nel passato riuscendo a immaginare una nuova apertura verso il futuro. Con emozione, con sorpresa e con calore, dal volto ormai sfiorito della madre il figlio vede riemergere la fanciulla che fu e che di sicuro lui non ha conosciuto. O che ha solo intuito negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza, che ha forse sospettato in quel che ne restava e che però, anno dopo anno, ha finito per dimenticare, come se fosse appartenuta a un tempo del tutto altro, senza continuità con il proprio. E quel suo tempo, in tal modo, ha finito per apparirgli come un presente senza radici, senza inizio. Quello che lo induce alla riscoperta della memoria o forse ad una
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sua postuma ricostruzione e re-invenzione è un piccolo, grande gesto della madre che si aggiunge alla sua decisione di riportare a casa il padre morto secondo l’antico rituale ormai abbandonato: a piedi, reggendolo a spalla, gli amici di tutta una vita gli mostreranno la via che, dalla città dove è morto, lo ricondurrà al villaggio e a casa. Gli parleranno, durante il cammino, rivolgendosi a lui e chiamandolo per nome, come se ancora fosse lì tra loro, insieme con loro. Ma prima ancora, nell’attesa di quel ritorno, lei tesserà un drappo da posare sulla bara. Ora, appunto, Zao è al telaio, un vecchio arnese di legno che ha conservato per quarant’anni e che un artigiano rimette in sesto. Sulle immagini di lei che tesse, che intreccia veloce e attenta fili antichi, altre immagini riemergono, come per una profonda analogia emotiva. Qui, dunque, il film passa dal bianco e nero al colore, prima sullo splendore cromatico di un’estate lontana, poi sul rosso acceso d’un altro drappo che, diciottenne, Zao tesse per la nuova scuola del marito. È profondamente femminile, il suo gesto al telaio. Così come per il suo panno, con la stessa cura Zao tesse il suo amore. Femminile, ancora, è la premura con cui prepara il cibo per il marito, portandolo poi dove lui, con gli altri uomini, è intento a costruire la scuola. Anche qui, ben più che un ruolo di subordinazione, si intuisce un antico luogo dell’immaginario, una potenza simbolica che scavalca il tempo. E lo stesso accade per la tenacia con la quale attende il ritorno del suo innamorato e per la scelta coraggiosa che la porterebbe da lui, nella città lontana, se l’inverno poi non la vincesse. Ritorna in mente la Cina occidentalizzata di “Keep Cool” e sembra quasi che Zhang Yimou, proprio come Luo, stia ricreando, re-inventando una madre dimenticata. Ossia una cultura antica, un tempo dell’inizio. La memoria del passato apre al futuro: così l’io narrante chiude “La strada verso casa”, tornato al bianco e nero. “La strada verso casa” è un’elegia straziante sulla vita che ci sfugge inesorabilmente, un canto d’amore per la giovinezza e per la primavera dei sentimenti, una canzone sulla forza della passione capace di superare ogni avversità e che affida all’immortalità questo film e direi tutta l’opera cinematografica di questo grandioso cineasta! Dopo “La strada verso casa” Zhang Yimou ha girato “La locanda della felicità”, “Hero”, “La foresta dei pugnali volanti”, “Mille miglia lontano” e “La città proibita”. E io non ho più parole!

Il primo romanzo della scrittrice italo-etiope-eritrea Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, sembra essere animato dal desiderio di esplorare e ricostruire la vera Storia della penetrazione coloniale italiana nel Corno d’Africa, cogliendola da una prospettiva inconsueta, attraverso gli occhi di chi è stato oggetto - mai passivo - di dominazione. Parallelamente, il romanzo si propone di recuperare nella pagina scritta il gusto per la narrazione orale, l’energia della parola pronunciata, la vitalità di un racconto che, nel suo essere depositario di valori sciolti dalla contingenza e nel suo procedere in modo circolare, senza distinguere tra inizio e fine, riesce a sconfiggere la linearità del tempo che cancella il ricordo, per proiettarsi in una dimensione quasi metastorica. Il romanzo si apre sull’immagine della piccola e curiosa Mahlet (la narratrice principale) e sulla promessa solenne da lei fatta al venerabile Yacob, l’anziano progenitore che, profetizzando il ruolo di “cantora” della sua terra d’origine che era destinata a ricoprire, inizia a intrecciare fili di memorie alla trama ancora sottile della vita della bimba: “allora prometti davanti alla Madonna dell’icona. Quando sarai grande scriverai la mia storia”, dichiara con solennità il vecchio Yacob, “la storia di quegli anni e la porterai nel paese degli italiani, per non dare loro la possibilità di scordare” (57). Gabriella Ghermandi incastona nella narrazione primaria (che si snoda seguendo lo sviluppo di Mahlet fino agli anni universitari in Italia e al suo ritorno in Etiopia) perle preziose di racconto; intreccia sul capo della narratrice una ghirlanda di fiori colorati di parole, raccolti e offerti in dono a Mahlet dalle persone che la giovane incontra sul suo cammino. Mettendosi seduto ad ascoltare accanto a Mahlet, il lettore partecipa ai racconti orgogliosi della resistenza etiope, gode delle descrizioni appassionate dei paesaggi, osserva con ammirazione il coraggio delle donne-combattenti, sostenute dal desiderio di difendere una terra tanto amata quanto in pericolo, si immerge nell’intensa storia d’amore finita in tragedia tra una ragazza etiope e un soldato italiano, ed è spinto a riflettere sull’amara conclusione di quest’ultimo: “non siamo venuti a portare la civiltà ma a distruggerne una” (45). Lungi dall’indulgere nella parzialità, le parole della scrittrice ci appaiono sempre come portatrici di verità, piene di rispetto pur nella denuncia. Come un

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Regina di fiori e di perle Gabriella Ghermandi Donzelli Editore, 2007, 264 pp.

anziano tiene a precisare dopo aver finito la sua storia sui “talian sollato”, quando verranno fermate su carta, le parole dovranno essere “sistemate”, per “non recare offesa a chicchessia”, perché “parlare di qualcuno equivale a renderlo ospite. Ospite delle proprie parole. E da noi l’ospite è sacro” (151). Attraverso le azioni e i ricordi dei suoi personaggi, Gabriella Ghermandi sembra voler rovesciare anche alcune percezioni stereotipate che un occidentale potrebbe forse avere dell’Africa tradizionale: pur non togliendo dignità alle differenze, uomini e donne hanno pari diritti e libertà, oltre a godere di analoghe possibilità di formazione e istruzione. La chiusa del romanzo è speculare all’inizio, trasformando così la narrazione in una spirale senza soluzione di continuità; Mahlet, che da adulta aveva dimenticato la promessa fatta a Yacob, recupera il ricordo, le sue memorie e la storia della propria terra quando lascia Bologna e torna in Etiopia, per piangere la morte dell’anziano Yacob. Ogni giorno, mentre si reca da un venerabile saggio per pregare assieme a lui, diventa inconsapevole depositaria del racconto di un nuovo personaggio che le si affianca, che versa in lei parole come linfa di un passato da mantenere in vita. Ed ecco che, finalmente, Mahlet ricorda la promessa, ed ecco che Mahlet, finalmente, scrive, iniziando dalla descrizione di sé, bambina, illustrando il suo rapporto privilegiato col vecchio Yacob, cui aveva fatto la promessa solenne di raccontare. Regina di fiori e di perle è un invito alla comunicazione autentica, che si basa non solo sul saper dare corpo con la voce ai propri pensieri, ma anche sul sapere ascoltare, sull’accogliere la prospettiva di un altro con il quale si finisce per sviluppare un rapporto di profonda empatia. Il romanzo ci appare come uno splendido shemmà, un mantello etiope tradizionale, che Gabriella Ghermandi ha saputo tessere con pazienza e cura, partendo da tanti fili diversi e colorati. Elisabetta Marino Gabriella Ghermanti è nata ad Addis Abeba nel 1965 e si è trasferita a Bologna, la città paterna, nel 1979. Gabriella ha vinto nel 1999 il primo premio del concorso per scrittori migranti “Eks&Tra” e, nel 2001, si è classificata terza. I suoi racconti compaiono su varie riviste letterarie e in numerose collane. Il primo romanzo, intitolato Regina di fiori e di perle, ha riscosso un notevole successo di pubblico e ampi consensi da parte della critica, oltre a vincere il premio “Popoli in cammino” nel 2007.

L’opera prima di Alessandra Galdiero è un libro da leggere. Questa è la prima cosa che viene in mente quando si arriva all’ultima pagina. Attraverso i miei occhi si articola, quasi involontariamente, in due fasi che sono l’una l’opposto dell’altro, ma anche la naturale prosecuzione degli eventi. Il romanzo racconta della vita di una giovane ragazza che troppo presto ha dovuto affrontare il grande dolore derivante dalla perdita della madre. Tutto perde senso, le certezze crollano in un istante e l’abbandono è la naturale conseguenza. Non c’è logica né spiegazione ad un evento così tragico e la protagonista si trova a lottare con domande urlate in silenzio per le quali non esiste risposta. In seguito a questo episodio la protagonista risale dall’abisso grazie ad un amore, totale e viscerale come solo nell’adolescenza questo sentimento sa essere. La seconda parte si divincola in questa storia intricata, coinvolgente ma straziante, che restituisce alla protagonista la voglia di riconoscere il bello, di imparare il caldo e il freddo delle emozioni, di comprendere che la vita va vissuta in tutte le sue fasi, rialzandosi dalle cadute e godendo dei momenti di felicità. L’amore vissuto a distanza amplifica le sensazioni, complica le situazioni, ma riesce anche a dare una potenza viscerale agli eventi, facendoli vivere con una intensità senza paragoni. Ed è tra questi sentimenti contrastanti, tra questi picchi di emozioni indefinite e senza controllo che il libro si snoda in modo flessuoso attraverso attimi di vita, ragionamenti a voce alta, richieste di aiuto non espresse e domande troppo grandi per poter essere assecondate. Il primo lavoro letterario della scrittrice lascia ben sperare per il futuro. L’esordio è assolutamente positivo, ben costruito, la linearità della scrittura si contrappone al precipitarsi degli eventi. Il racconto è scorrevole, appassionato e mai banale, trascina per mano il lettore nelle emozioni, spesso fortissime, senza lasciare il tempo di respirare. La scrittura è fluida, ferisce e lenisce con maestria e attenzione, emoziona, toccando con decisa delicatezza le corde più nascoste. L’autrice riesce nella non facile impresa di trascinare il lettore in un vortice avvolgente che si lascia malvolentieri. In alcuni passaggi è facile riconoscere i propri dubbi, le proprie paure derivanti dalla mancanza di certezze, dalla continua necessità di prendere scelte in momenti in cui si vorrebbe solo fermarsi un attimo per poter prendere aria, per raccontarsi una favola a cui credere senza pensarci troppo. Certe pagine contengono parole pungenti, uno sfogo contro una logica inesistente, una sorta di “j’accuse” nei confronti di un mondo e di una vita che non protegge, ma mette a nudo le debolezze di chi cerca di conoscersi. Ales-

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Attraverso i miei occhi Alessandra Galdiero MEF – L’autore libri Firenze

sandra Galdiero affonda gli occhi, il cuore ed il cervello nel suo dolore portandone fuori un’analisi scrupolosa e non asettica di una crescita imposta ma affrontata con coraggio e caparbietà. L’incontro con l’amore, avvenuto subito dopo il tragico evento, suona quasi come uno scherzo beffardo, un richiamo al continuo saliscendi della vita che trasforma tutto nel suo contrario e riduce a dubbi fugaci delle incrollabili certezze. Una menzione particolare merita l’azzeccata e difficile scelta di iniziare a narrare la seconda parte della storia dalla fine, facendo il percorso nel senso inverso di come è accaduto. Una scelta che conferisce ancora più enfasi a determinati momenti, che permette di soppesare frasi, affermazioni e stati d’animo. E’ evidente la cura con cui l’autrice sceglie le parole più adatte a tradurre in scrittura la materia di cui sono fatte le emozione, che è per sua stessa natura intraducibile. E pure la scrittrice riesce a far esprimere senza apparente sforzo, la voce del sentimento, della coscienza, della ragazza intrappolata in una dimensione che non ha sostanza, ma solo echi e ricordi confusi. Attraverso i miei occhi prende, scrolla di dosso i falsi bisogni, fa riscoprire le necessità sentimentali di cui si ha bisogno e rende partecipi di un’analisi approfondita di sé, offrendo spunti molto interessanti per guardarsi dentro e fare i conti con sé stessi. E’ un diario pensato ad alta voce, una ricerca quasi ossessiva di qualcosa che pare nascondersi, celarsi dietro intriganti arabeschi del destino, senza svelarsi mai troppo, ma garantendo la propria esistenza. Affronta tematiche forti come l’amore e il dolore, ma si scioglie in sfumature morbide che abbracciano e avvolgono per colpire al cuore quando ci si abbandona. Un esordio deciso, forse difficile da scrivere per la forte componente autobiografica, che svela un’autrice delicata, da romanzo ottocentesco, che affronta tematiche umane in una società veloce e meccanicizzata, dove diventa facile distrarsi da sè stessi. Un libro da leggere, metabolizzare e, perché no, consigliare a chi ha voglia di scoprire e riscoprirsi, attraverso un processo non scientifico ma altamente umano e sentimentale verso la profondità delle emozioni. Edoardo Stivensoni Alessandra Galdiero nasce a Napoli nel 1980, si laurea in Scienze Politiche presso l’Orientale con una tesi in Filosofia su Hannah Arendt e le sue riflessioni sulla “banalità del male” e l’annullamento dell’identità umana nei campi di concentramento. Il talento narrativo dell’autrice si fa vivo già in tenerissima età e raggiunge in questo racconto maturità e concretezza. La forza della sua scrittura vibrante e sinuosa, capace di coinvolgere ed emozionare, trascina il lettore in un vortice di passioni che lascia un segno delicato ma incisivo.

Leggendo le poesie di Giuseppe Agliastro contenute nella raccolta “Caffè freddo” (ed. Il Filo), si nota subito e senza grandi ripensamenti che si tratta di una poesia acerba e giovanile, legata al bisogno di un classico sfogo diaristico tipico di certe età; una poesia intimistica che spesso sfocia in una sorta di prosa poetica trasudante quotidianità. Le tematiche proposte, anche se non originalissime, non sono mai banali e donano al Lettore infinite possibilità di riflessioni interiori e sociali, quindi esteriori. L’Autore non sembrerebbe tanto interessato all’ottenimento, per mezzo dei propri versi, di un effetto estetico musicalmente piacevole, quanto piuttosto all’impellente necessità di trasmettere il proprio vissuto tramite una serie di intime voci che sembrano seguire le regole di un “verso libertino” più che libero; il linguaggio usato (e i termini che lo compongono) è decisamente non aulico ma confidenziale e dialogante. La poetica dell’Autore contiene gli elementi di una lotta ancora in atto tra la liricità di alcuni versi e la praticità comunicativa immediata offerta da altri. Nessun aspetto viene trascurato da Giuseppe Agliastro: le emozioni intime derivanti dalle naturali dinamiche affettive si ritrovano sullo stesso piano di quelle suscitate da eventi socio-politici, come a voler ribadire la piena appartenenza del poeta al mondo. Si passa così dalla tristezza metropolitana vergata da elementi naturali (“Licantropo”) alla giusta polemica geopolitica e anti-interventista derivante dai fatti di Nassirya (“XII novembre”); dall’utopia della ricerca della felicità (“Felicità”) all’ironia con cui, a volte, può essere gestita una faccenda triste come la guerra (“Uranio impoverito”); dall’irriverenza agnostica e canzonatoria (“Padre Nostro”) al ricordo di un familiare (“La nonna”); dalla falsità di certi rapporti umani (“Bifronte”) all’invettiva par condicio che non risparmia nessuno (“Odio”); dall’immancabile amore in tutte le sue forme e gradazioni (“L’invisibile filo”, “Saponetta”, “Soliloquio con Giulia”, “Le cose che sei”…) a una doverosa ricerca della funzione della poesia nella vita dell’uomo (“A cosa servono i versi”), anche se l’Autore afferma altrove, come a voler ribadire la natura semplice e stilisticamente disimpegnata dei propri versi: “Giulia, io non sono un Poeta” (pag.34). “Caffè freddo” è un monologo poetico non affetto da quella ricerca ossessiva di uno stilema fasullo ed elitario come spesso accade in chi trasmette il vuoto, ma punta direttamente alla registrazione di quegli

LA RECENSIONE

“Caffè freddo” di Giuseppe Agliastro

elementi fondamentali (amari o gioiosi) della vita umana, per alcuni scontati (“Al trillo della sveglia”). Lo spontaneismo verseggiante di Agliastro viene espresso chiaramente in una lirica in particolare, che ci riserviamo di citare in coda: “Rimpianto” (pag.37). Qui l’Autore chiede scusa ad un’ideale interlocutrice per essere stato incapace di amare (-la) con moderazione, come se fosse possibile verseggiare e amare seguendo delle regole precise capaci solo di alterare la naturalezza del gesto poetico o amoroso. L’Autore si scusa, è vero, e rimpiange i momenti in cui avrebbe dovuto usare ben altri atteggiamenti dettati da una moda comportamentale artefatta, ma in realtà non fa nient’altro che rivendicare la propria appartenenza a quella fetta di genere umano ancora maledettamente (e fortunatamente) affetta dalla Passione: …non tradire proprio nessuna emozione mostrare falsa escogitata indifferenza… L’Autore rifiuta palesemente quelle posture studiate da psicoesperti di riviste patinate e talk show, e ancor di più rifiuta la tecnica disumana dell’indifferenza applicata all’“arte della seduzione”: …dovevo librarmi anch’io in volo indifferente non farti capire ch’eri tanto importante… Ma come si può amare in modo “indifferente” se l’Amore è fuoco, terremoto, dolce stravolgimento? Come si può verseggiare solo ed esclusivamente in maniera ordinata e accademica se la Poesia è il risultato di una suggestione momentanea ed effimera che ha bisogno di essere fissata sul foglio prima che scompaia per sempre? …Scusami, sono incapace di amare con moderazione sarebbe troppo forte la contraddizione.

(m.n.)

Giuseppe Agliastro è nato a Erice (TP) il 12 maggio del 1983. Dopo la laurea in Economia e Management per l’Arte, la Cultura e la Comunicazione presso l’università “Luigi Bocconi di Milano” si è perfezionato negli USA e in Spagna e ha svolto un tirocinio MAE-CRUI presso l’Ufficio Politico dell’Ambasciata d’Italia a Mosca. Attualmente è allievo del master in giornalismo dell'università Cattolica di Milano. Le poesie della raccolta Caffè freddo sono state scritte tra il 1999 e il 2007.
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Con “Il sibilo dei sommersi” (Ed. Il Filo), Maurizio Piccirillo regala ai propri lettori un chiaro esempio di poetica visionaria ed evocativa costituita da immagini forti e, a volte, dolorose ma mai eccessivamente ed inutilmente eclatanti. Il poeta non vuole stupire; si affida a certe vincenti associazioni tra termini apparentemente improbabili ma capaci, in realtà, di creare emozioni grazie a quella alchemica e salvifica drammaticità che solo la parola ricercata e cesellata può donare: “…colonne di fumi d’ossa…”; “…un letto di fiori recisi…”; “…imprigionato nell’umidità…”; “…il graffio del conflitto…”; “…togliere le squame che la guerra mi ha appiccicato…”; “…respirare…il legno…”; “…scorgere la danza dei chiodi…”; “…rugginosa domenica d’autunno…” Può esserci speranza per l’amore e la tenerezza in uno scenario esistenzialista solitario e disperato? Leggendo le poesie di Piccirillo sembrerebbe di sì: non vi è una sola lirica, in questa raccolta, caratterizzata da una totale assenza di speranza. Anche dagli scenari più tristi sembra emergere un grido amaro che riconduce i protagonisti e i lettori verso una risalita speranzosa. Per niente affetto dalla “sindrome della poesia lunga”, il nostro poeta si diletta nella stesura, in rapide zaffate, di versi pittorici capaci di descrivere scenari surreali (grazie all’alchimia a cui accennavamo) ma sentimentalmente reali e vicini ad ognuno di noi. Piccirillo compie, inoltre, esercizi di autoconsapevolezza quando chiede a sé stesso e agli altri: “Ma chi è il vero prigioniero?”; esplora le forme ibride, ma non meno intense, della passione quando esclama: “Che razza d’amore!”; s’imbatte nei resoconti fallimentari di chi non ha saputo, potuto o voluto raccogliere i frutti del cuore e nel corso della propria esistenza ha soltanto “…baciato le ortiche”. La poesia di Piccirillo è ricca di espressioni uniche e sconvolgenti nella loro potenzialità visionaria: solo chi non teme la sperimentazione e osa, unendo termini apparentemente inconciliabili, può offrire inquadrature poetiche di sicuro effetto, ibridazioni istantanee che possono esistere solo sulla carta, nel mondo fittizio del poetare, ma che si riferiscono a eventi materiali e umani ben individuabili. L’anima dell’autore è un’anima terrestre che ha visto e vede le cose del mondo così come appaiono, e non ha nessuna intenzione di immedesimarsi in un verso trascendentale e fasullo: “Piove/ e mi si bagna l’anima”. Un’anima che non ha paura di sperimentare gli elementi della vita, perché è solo dal contatto dell’anima con la vita vera che nasce il verso sobrio e capace di testimoniare il dolore pubblico e privato, il bisogno di una libertà che spesso siamo incapaci di raccogliere pur essendo liberi fisicamente (“Da un ramo/ penzola qualcosa./ E’ il mio sogno di uomo libero”). Una poesia che registra eventi, a volte, non storicamente rilevanti ma presenti nella nostra quotidianità indifferente e veloce: un ragazzo che chiede

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Il sibilo dei sommersi di Maurizio Piccirillo

l’elemosina, il gesto grafico di un “writer”, il semplice osservare la folla; e scendendo in un ambito meno pubblico: il divano che diventa testimone di un fallimento esistenziale e affettivo; il momento del suicidio (la poesia intitolata “Premi pure il grilletto” possiede alcune interessanti analogie con il brano “Breve invito a rinviare il suicidio” di Franco Battiato, presente nell’album “L’ombrello e la macchina da cucire”); la libertà racchiusa nell’oggetto “bicicletta” che nasconde, in realtà, un richiamo agrodolce alla solitudine (“Io/ ho una bicicletta rossa,/ l’adoro,/ ma ci vado da solo.”); la consapevolezza tragica di un’assenza (“E’ dura,/ fare colazione senza le tue gambe,…”). E poi la presenza costante ma discreta dell’alcol e dell’amore comprato per strada come a voler ribadire ulteriormente che la poesia deve innanzitutto preoccuparsi di esaltare gli aspetti definiti decadenti e, per questo motivo, veri dell’essere umano e non quelli pubblicamente virtuosi e di conseguenza artefatti e falsi. Piccirillo si affida alla devastante ma necessaria ispirazione del “momento”: uno sguardo, un odore, un colore, un gesto, un’istantanea colta per caso… Tutto può diventare poesia nella brevità di uno scatto fotografico che “impressiona” la pellicola poetica di un animo sensibile e attento. Il poeta tenta invano, in alcuni momenti, di liberarsi di questa dannazione scritta (“Quanti libri ho nella stanza./ Vorrei bruciarli tutti,/ ma poi/ preferisco spezzarmi qualche costola.”), si pone legittime domande sulla funzione di questa dannazione (“A cosa serve,/ a cosa serve la poesia?”), arriva addirittura a rinnegare la propria esistenza sapendo di mentire a sé stesso (“Non vorrei mai essere un poeta,/ dico davvero…”), per accorgersi che si tratta di una vana ribellione e che la terapia a questa malattia poetica può e deve essere solo di tipo omeopatico: guarire il bruciore interiore causato dalla poesia, poetando… “…Ma il fatto, il fatto è che non si può sotterrare un’anima inquieta…” (m.n.) Maurizio Piccirillo è nato nel 1968 a Massa di Somma (NA), ma vive e lavora in Toscana da molti anni. Poeta, scrittore e musicista, partecipa a concorsi letterari, reading di poesia radiofonica, performance artistici di strada, corsi di scrittura creativa e frequenta circoli culturali. Varie sue opere sono state pubblicate da riviste specializzate, siti Web ed antologie di premi. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Dietro le Nuvole” 1998 (Ed. Il Gabbiano), “Le Lacrime degli Angeli” 2001 (Ed. I Miei Colori), “Il Sentiero” 2002 (Ed. Il Foglio), “L’Albero di sale” 2004 (Proposte Editoriali), “Il Sibilo dei sommersi” 2005 (Ed. Il Filo), “L’Ultimo chiuda la porta” 2006 (Ed. Il Foglio) e “Poesie scelte 1998-2004” 2006 (Ed. Il Quadrifoglio). Inoltre, le opere di narrativa “Binari di solitudine” 2002 (Prospektiva Editrice), “Sussurri & Sospiri” 2003 (Ediclub), “Angeli, Barboni & Cavalieri” 2004 (Ed. Il Foglio), “Benzennerdezoster” 2005 (Ed. il Foglio), “Battiti Anomali” 2007 (Editrice Zona).

Mi chiamo Luciano Pinardi e i prossimi sono 35. 35 non sono pochi, ma non sono nemmeno quisquilie. E comunque una volta NARRATIVA c’era meno casino. L’aria era meno inquinata. I centri commerciali non esistevano. C’era molto più verde. E poi c’era il glam metal. C’erano band con i capelloni. C’erano gli Skid Row, porca miseria. Era tutto un altro vivere. Adesso invece non ho che mia madre che mi tramortisce le meningi dalla mattina alla sera e mio padre che le dà spago. Lavorano in tandem. Entrambi con l’osteoporosi e mille altri acciacchi dell’età. Il loro cruccio principale? Ch’io possa rimanere per l’eternità senza ragazza, un single. Non avendomi mai visto con una donna al mio fianco, non se ne capacitano. Eppure non ti abbiamo fatto così brutto, pare si chiedano. Non sarà mica dell’altra sponda, fa il papi. Oddio, no, non è possibile: all’asilo stava dietro alla Mara, che aveva la frangetta bionda, la bella nipotina del Tarcisio, cugino di tuo cugino di secondo grado, che adesso abita a Desio. Sì, ma sono passati quasi 40 anni, le fa il vecchio. Si pongono sul mio conto mille interrogativi senza tregua. E io comincio a non sopportarli più, anche se ho quasi 35 anni, e vivo ancora con loro, e dovrei aver imparato a sopportarli, perché con la maturità si impara, o meglio, si dovrebbe imparare a sopportare chi comincia a dare segni di squilibrio mentale. Per carità, no che non intendo prendere per i fondelli coloro che mi hanno dato la vita, e che amo infinitamente, ma il fatto è che… davvero… talvolta mi sembrano così ottusi, così tristi, così bigi. Sono ancora lì a credere che un uomo possa essere ritenuto tale solo se prende moglie. Solo se va a vivere sotto un tetto con una che crede di sapere chi è e che dopo sei mesi di convivenza si rende invece conto di non avere mai conosciuto e di non voler mai conoscere. Se non prende moglie è un uomo-sessuale, va avanti il papi. Oppure un alcolizzato. Un paranoico. Un troglodita. I miei non si rendono proprio conto che i tempi sono cambiati. Che oggi va bene qualunque cosa. Anche sposarsi con il proprio pappagallino, se le cose dovessero buttare in una qualche maniera. I tempi sono cambiati, miei cari mamma e papà. Una volta c’era la guerra, oggi non c’è più; oddio, c’è ancora, ma lontano dall’Italia. Un tempo non c’era la televisione, oggi c’è. Un tempo erano quasi tutti analfabeti, oggi parlano e scrivono più o meno tutti bene. Oggi, quindi, uno dovrebbe avere il sacrosanto diritto di non sposarsi, o no? E grazie a Dio non ci si mette anche mia sorella che se ne è andata da casa a 25 anni – ne ha uno in meno di me – e ha già procreato per tre volte con il suo bel maritino romagnolo, conosciuto in un campeggio a Tenerife, professione informatico. Lei se ne sta sulle sue, dice ai miei di non interferire nelle mie faccende, che so il far mio, e che presto o tardi arriverà anche il mio momento. Ha ragione. 35 anni… ma che diamine ho fatto in questi quasi 35 anni? Nulla. Quante ragazze ho avuto in quasi 35 anni? Qualcuna. Però i miei non ne hanno mai vista mezza. Ecco perché mio padre si ostina a pensare ch’io sia dell’altra sponda. Come se ci fosse qualcosa di male a essere dell’altra sponda,

peraltro. Insomma: ho sempre preferito gestirmi gli innamoramenti lontano da casa. Senza rendere partecipi i miei delle mie faccende sentimentali. Chiamiamolo pudore, chiamiamola riservatezza, chiamiamolo… Il punto è che io sto bene così. Le cose mi vanno bene così. Io sono sereno così. Perché gli altri, il popolo, il mondo, mi devono rompere le scatole dalla mattina alla sera? Perché non devono rispettare la mia originalità? La mia individualità? Vivo ancora con i miei solo perché non ho un lavoro fisso. Solo perché oggi lavoro in un mollificio e domani chissà. Solo perché non ce l’ho fatta a finire l’università: mi ero iscritto alla facoltà di lettere moderne, ma poi… ho dato solo un paio di esami in un paio di anni. Solo perchè il mio conto in banca urla pietà, e i miei non sono così ricchi – anzi non lo sono per niente – per comprarmi una casa tutta per me. Il destino ha voluto così, ma non me ne dispiaccio. Vivere con i miei vecchi, tutto sommato, è un vantaggio. C’è sempre pronto da mangiare e ci sono sempre i vestiti puliti e profumati. No, non amo particolarmente bere. E nemmeno fumare, se è per questo. Più di una volta ho provato la marijuana, ma non mi ha dato grandi soddisfazioni. Lo stesso è accaduto con l’hashish. Il cinema? Ogni tanto vado a vedere qualche film, ma la cosa non mi entusiasma più di tanto. Più che altro è la coda per andare a prendere i biglietti che mi snerva. È questo il problema principale. Il tale che abita sotto di me, anche lui sulla trentina, ma molto più pelato, più di una volta mi è venuto a citofonare per andare con lui al cinema. Anche l’altro giorno. Mi ha detto che è uscito un nuovo film di un nuovo regista. Si intitola “La banda”. Parla di un gruppo di palestinesi che fa amicizia con un gruppo di israeliani. Non mi interessa, gli ho detto e lui ci è rimasto malissimo. Ha quindi insistito per un po’, poi, però, non ha potuto far altro che riprendere immalinconito la strada di casa. La politica poi… Sempre a ripetere le stesse cose. Ma i politici non si rendono conto che sono ridicoli? Non si rendono conto che un qualunque italiano mediamente intelligente non è così pirla da credere alle loro parole? Temo che non se ne rendano conto, sennò non sparerebbero così tante boiate. Durante la campagna elettorale sbocciano così sorrisi da paraplegici, in tv e sui cartelloni della pubblicità, che mi danno la nausea. E mi tocca quindi stare a sentire certe proposte assurde, velleitarie, infantili… I miei? Naturalmente la pensano esattamente all’opposto di me. Per loro la politica e i politici sono il sale della esistenza. Non si può vivere senza i politici, senza gli amministratori, senza un controllo. Chissà, forse hanno ragione loro, ma di che controllo parlano? Di che politica parlano? Chi è il politico per loro? A questa stregua chiunque potrebbe quindi pensare a me come a una specie di nichilista, uno che non sa bene chi è e cosa fa, e mille altre cose, ma in realtà non è così. Non è affatto così. In realtà c’è una cosa che mi dà grandi emozioni, che mi piace fare e che continuo a fare: è leggere. Ebbene sì: mi piace la lettura. No, non ho detto scrivere, ho detto che mi piace leggere. A volte penso di avere un certo gusto nella lettura. Mi accorgo di ciò dal fatto che difficilmente scelgo i libri riportati nella topten settimanale

“Luciano’s Paranoia”
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di Gianluca Grossi

del Corriere della Sera. Tutti sanno infatti che i libri riportati nella topten settimanale del Corriere della Sera sono libri che valgono poco o nulla perché sono quelli che leggono tutti quelli che di lettura non capiscono un accidenti. I libri che di solito ti trovi subito davanti agli occhi appena entri in una libreria. I libri che vendono anche all’Esselunga di Vimercate non lontano dalle merendine del Buondì che amo ancora mangiare. Personalmente amo le biografie. Amo leggere testi dove qualcuno, famoso o no, racconta qualcosa di un qualcuno sicuramente famoso. Non so se mi sono spiegato. Spesso l’autore dei miei libri è quindi uno sconosciuto, mentre è una celebrità colui di cui va raccontando… D’altra parte ci possono anche essere le cosiddette autobiografie dove, invece, la notorietà dell’autore corrisponde necessariamente a quella del protagonista; ho detto una cosa scontata e scimunita, lo so, tuttavia, essere chiari non è certo un peccato. Sicché di questi ultimi tempi ho letto almeno tre interessanti biografie: quella del Re Sole, quella della poetessa russa Achamtova e quella di Dean Martin. Mi sono piaciute tutte e tre. Della prima mi hanno affascinato la figura del padre di Luigi il Grande, dal pessimo carattere e dalla cagionevole salute; quella del Richelieu, con il suo assolutismo monarchico e la sua lungimiranza; quella del Mazzarino, un mezzo siciliano e mezzo abruzzese che - succedendo al Richelieu - per vent’anni rimbambì i francesi con il suo genio politico e amministrativo. Infine Anna d’Austria, la mamma del sovrano. Anche lei mi ha galvanizzato, con i suoi amori veri o presunti, la sua innata eleganza, la sua opulenza. E dunque mi fa specie pensare che il libro ha iniziato ad annoiarmi proprio nel momento in cui, in teoria, avrebbe dovuto iniziare a interessarmi, quando cioè è entrato nel merito delle vicende del re. Ho trovato, probabilmente, divertenti la sua infanzia e le sue scorribande da un letto all’altro, ma poi il resto… mi è sembrato così… risaputo. La biografia dell’Achamatova mi ha intrigato perché la sua storia coincide con uno dei periodi storici che mi esaltano di più: il periodo a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Arrivano la teoria della relatività, il cubismo di Picasso, la rivoluzione russa, la prima guerra mondiale. È un periodo così pregno e florido di avvenimenti che oggi mi sembra che non accada più nulla, escludendo l’11 settembre. Ho l’impressione quindi che il genere umano si sia rammollito. L’arte decaduta e così la letteratura… Della biografia della Achamtova mi sono rimasti impressi i primi tempi, quelli della sua giovinezza; con i primi amori, le prime poesie, gli incontri con Block e Modì, le notti brave al Cane Randagio. Poi con lo scoppio della rivoluzione bolscevica il fascino si squaglia, tutto cambia, tutto diviene pericolante, angosciante, grigio e freddo. Non c’è più da mangiare. Block muore, fucilano il marito della poetessa, il figlio Lev Nikolaievic, nato nel ’12, finisce in un campo di prigionia. Finché un giorno anche il suo debole cuore cede: è il 5 marzo del 1966. Infine mi sono confrontato con il buon vecchio Dean - padre di una moltitudine di figli, marito di una moltitudine di mogli - anche lui, come il Mazzarino, di origine italiana. Il suo vero nome era Dino Crocetti e i suoi venivano dall’Abruzzo. La sua biografia è stata scritta da Nick Tosches. Non è scritta divina83

mente, ma si sa, in questi casi, non è certo la letteratura a tenerti incollato al libro. Di Dean ho amato soprattutto le beghe che ha avuto con Jerry Lewis, sua celebre spalla, e i retroscena del suo rapporto con Frank Sinatra e Sammy Davis Junior, il cosiddetto Rat Pack, Branco di ratti. In fondo io e Dean siamo amici da lustri. Ero un bambinetto quando vidi per la prima volta “Un dollaro d’onore”, film del 1959, in cui canta “My rifle, my pony and me”, con di fianco John Wayne. La mia timidezza? Beh, sì, forse il vero problema dei miei problemi sta proprio in questo. Nella mia timidezza quasi patologica. Sono troppo timido. Mi nascondo dietro a mille scuse, storie, congetture, ma poi, senza tanti giri di parole, l’unica verità è questa: sono troppo timido. Ho sempre fatto fatica a interagire col prossimo. Non che il prossimo mi faccia schifo o paura. Ma il prossimo mi imbarazza. Mi mette in soggezione. Mi impensierisce. E così amo starmene spesso per i fatti miei, magari a leggere. Anche con le ragazze le cose non sono mai andate alla grande per via di questa mia inclinazione caratteriale. Penso per esempio a uno dei miei primi amori, forse il più importante: Linda. Linda mi piaceva in tutto e per tutto, ma poi le cose fra noi non sono andate avanti perché secondo lei non ero abbastanza volitivo. Perché non mi divertivo come gli altri. Perché non ero abbastanza aggressivo sessualmente. Preferisco gli schiaffi alle carezze, diceva. Sicché Linda, ora, sta con un altro. Si è sposata da poco e aspetta un bambino. Pochi giorni fa ci siamo rivisti al supermercato. Aveva un livido sulla guancia destra ma mi ha detto di non essersi mai sentita così bene in vita sua, aggiungendo che mi vedeva molliccio come sempre. Molliccio? Sì, molliccio. Insomma, eccomi qui, con le mie solite paranoie, a domandarmi perché e percome e per chi sto ancora qui a pensare a tutte ste stronzate. Ormai ho quasi 35 anni, un’età in cui non c’è più tempo per filosofeggiare. Ormai è tempo di agire. E allora agiamo. Stasera ho messo a punto un piano. Da stasera intendo cambiare registro. Stasera voglio rifarmi una vita. Avere quasi 35 anni, può anche significare avere ancora tutta la vita davanti a sé. Ho anch’io quindi il diritto di sognare, di crederci. E allora stasera… stasera… stasera faccio un salto alla Mondadori e vedo se è uscito qualcosa di nuovo. Compro un nuovo libro e poi l’indomani vado a leggerlo su una panchina del parco di villa Borromeo, ad Arcore. So già che - in pieno percorso vita - mi passerà davanti una giovane fanciulla che mi si siederà accanto chiedendomi delucidazioni in merito al testo che ho fra le mani. E fra noi sarà come esserci conosciuti da sempre. Senz’altro andrà a finire così. Mi esorterà quindi a bussare alla porta di qualche casa editrice per lavorare come recensore e correttore di bozze. Dopodichè, sarà mio dovere presentarla ai miei, invitarla a cena dai miei, e… Mi chiamo Luciano Pinardi e i prossimi sono 35. 35 non sono pochi, ma non sono nemmeno quisquilie. E comunque una volta c’era meno casino. L’aria era meno inquinata. I centri commerciali non esistevano. C’era molto più verde. E poi c’era il glam metal. C’erano band con i capelloni. C’erano gli Skid Row, porca miseria.

Rock di sera… buon tempo si spera!
POESIA

Autori Vari

Ti prego, ho detto… Tramonta! E porta con te il disincanto di chi ha sofferto e per questo sceglie di far soffrire. Ci illudiamo di essere centro ma siamo sempre alla periferia di noi stessi e dei nostri sogni. Iniezioni di rock e birra

Tramonta il sole triste d’inizio settembre sui grigi parcheggi periferici vuoti d’umanità vagante tra lucenti vetri di bottiglia e calme schegge di gioventù. Sottofondo autostradale per elettriche note di prova. Le gru nel cielo rossazzurro come plettri dolorosi su anime solitarie attendono il rock notturno. Mi lascio alle spalle inganni e mezze verità mentre spingo sull’acceleratore malinconico di sangue e spazzatura. Angolo squallido di gioia nera e vuoti cartelloni bianchi in attesa di colori e occhi. Quando anche l’ultima freccia dolente di sole scomparirà dietro nuove terre, daremo fuoco al palcoscenico. Tramonta sole, tramonta! Oggi anche tu fai male …se mi guardi. Spontanei agglomerati umani in cerca di energia sonora mi ricordano solitudini e viaggi per un solo passeggero. Michele Nigro Dopo di che striscerò apparentemente soddisfatto verso casa nel freddo metallo di un vettore solitario rimuovendo progetti e speranze. POESIA

per dimenticare questo giorno.

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Salento: ritratto a colori Meriggio. Attraverso la terra sanguigna, spaccata di frutti, sotto un sole che sgretola piccole case di gesso. Scuri muri a secco, fatti di pietre, sormontati da pale di fichi irti e spinosi. Ulivi bassi, neri di nodi, mi tendono rami carichi. - il raccolto, quest’anno, sarà ricco Cerco con gli occhi la cicala che canta, che incanta. Ne seguo il suono. Vittorio Orlando Un frullio di ricordi nel cuore. La memoria del tuo viso fra le dita. Elisabetta Marino

Iconoclastia Mi inseguono gli adoratori di dio, di un dio declassato mentre le Furie iconoclastiche incarnano la parte di un attore venuto da lontano, troppo lontano! Nel visibile, nascosto Il nunzio è tra la folla ad annunciare la novella, la novella del nulla dove l’essere e il non essere si confondono nell’acque... ...nell’acque del Lete rafferme, raggelate come l’onda desertica cancellata non dall’Harmattan ma dai coturni di un falso profeta distruttore dell’ancestrale Io

“Controedicola”
"Poesie" collana Saggi. Arti e lettere A cura di Silvana Ghiazza. Prefazione di Guido Sacerdoti; pp. LVIII- 358; 2008 Opere di Carlo Levi a cura della Fondazione Carlo Levi - Roma. A dare notorietà al grande autore piemontese furono alcune delle sue opere in prosa, rimaste tra i capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi: da Cristo si è fermato a Eboli a L’orologio. Ma Levi fu artista eclettico e instancabile pensatore, che passava con estrema scioltezza dalla pagina alla tela, dal dibattito pubblico ai versi. La scrittura poetica infatti attraversa l’intero arco della vita di Carlo Levi, ed è strettamente intrecciata alla sua opera di prosatore e alla multiforme attività di pittore, politico e intellettuale. Questo volume raccoglie in edizione integrale i suoi principali testi poetici, alcuni dei quali solo episodicamente apparsi su riviste o cataloghi di mostre o in antologie incomplete e filologicamente inadeguate. Si tratta di un materiale che, seppur talora disuguale negli esiti lirici, è tuttavia imponente per vastità e interesse e restituisce un tassello importante per la conoscenza dell’opera leviana, rivelandone un aspetto rimasto sempre in ombra. Si offrono dunque per la prima volta al lettore le Poesie, risalenti agli anni 1934-1947, così come già raccolte e ordinate da Levi stesso – insieme alla compagna Linuccia Saba – in vista di una pubblicazione che non fu però mai portata a termine. Ad arricchire il volume una preziosa silloge delle altre poesie, in gran parte inedite, che coprono gli anni precedenti al 1934 e successivi al 1947.

“I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy - gli Adelphi "Intinta nell'inchiostro blu dell'adolescenza, la penna di Fleur Jaeggy è il bulino di un incisore che disegna le radici, i ramoscelli e i rami dell'albero della follia che cresce nello splendido isolamento del piccolo giardino svizzero della conoscenza fino a oscurare col suo fogliame ogni prospettiva. Una prosa straordinaria. Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l'autrice: il resto della vita". (j.b.) Un collegio femminile in Svizzera, nell'Appenzell. Un'atmosfera di idillio e cattività. Arriva una "nuova"; è bella, severa, perfetta, sembra che abbia già vissuto tutto. La protagonista - un'altra interna del collegio - si sente attratta da questa figura, che lascia intravedere qualcosa di quieto e terribile. E il terribile, a poco a poco, si scopre: è, la terra dì nessuno tra perfezione e follia. Lo stile limpido e nervoso, l'acutezza delle notazioni, l'intensità di questa storia fanno risuonare una corda segreta, quella che si nasconde nell'immaginario collegio da cui tutti siamo usciti. E ci lascia toccati da un'emozione rara, fra lo sconcerto, l'attrazione e il timore, come se al centro di un'aiuola ben curata vedessimo aprirsi una voragine. "E forse furono gli anni più belli, pensavo. Gli anni del castigo. Vi è come un'esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo".

“L’uomo in bilico” di Saul Bellow - Mondadori Joseph, protagonista del romanzo, è un borghese che un giorno decide di rifiutare il proprio ruolo nella società. Per farlo chiede di arruolarsi nell'Esercito, dove la ferrea regola militare lo assolverà da qualsiasi obbligo sociale. A partire da questa decisione, quello che si apre agli occhi del lettore è un viaggio allucinato nell'alienazione del mondo contemporaneo alla ricerca dei fondamenti di una nuova vita. Anche al prezzo della negazione di ogni principio di libertà. Saul Bellow. Nato a Lachine [Quebec] nel 1915, figlio di ebrei russi di recente immigrati in Canada, nel 1924 si trasferì con la famiglia a Chicago, che da allora divenne la sua città d'elezione. Si laureò a Chicago in antropologia e sociologia. Alterna insegnamento e attività letteraria. Nel 1976 il premio nobel con questa motivazione: "for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work". Bellow aveva vinto anche il Premio Pulitzer e tre National Book Awards. Bellow ha avuto una vita sentimentalmente movimentata, con cinque mogli (e quattro divorzi), oltre a numerosissime amanti. E' morto il 6 aprile 2005 nella sua casa di Brookline, nel Massachusetts, con accanto la moglie e la figlia.

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