TIMO TOLKKI

MILLE ANNI DI SOLITUDINE

Traduzione in Italiano di Aldo Chircop

Dedicato a Mika

Solo nel mezzo della più schiacciante solitudine puoi finalmente capire ....

Non ricordo il giorno in cui accadde. Forse era quando, all’età di sette anni, mia madre mi ordinava di finire tutto il cibo nel mio piatto, altrimenti ... Ma no, la cosa non era poi così brutta. O forse fu il giorno quando mio padre se ne andò dopo tanti anni di violenza e terrore? Quando finalmente potevamo essere liberi dalla sua rabbia cieca? No. Quel giorno mi sentivo felice. Oppure fu quando compresi, all’età di 14 anni, che c’era stata una cosa conosciuta come “Seconda Guerra Mondiale” e che 70 milioni di persone ci morirono, e che anche bambini piccoli furono uccisi solamente perché appartenevano ad un determinata razza. No, non è stato neanche quello, anche se quel fatto mi fece pensare molto.

O magari fu il fatto che, in un mattino d’inverno, mio padre decise di tagliarsi entrambi i polsi con un coltello da cucina dentro una vasca da bagno senza acqua, e poi di gettarsi dal balcone del quarto piano. No, quello fu il giorno in cui cominciai a scappare dalla mia vita. E continuai a scappare per 32 anni. No, non fu nessuna di queste cose. Tutto cominciò invece quando persi la fede in me stesso. E perdere la fede in noi stessi è la peggiore cosa che ci possa mai accadere.

L’ANNO IN CUI DOVETTI MORIRE Mi ritrovo a navigare su Internet in una mattinata di Marzo del 2004. Dentro di me sento un orrenda sensazione di panico, e mi sento come se due mani gigantesche mi stessero stritolando il cranio. Sono alla disperazione. Non trovo nessuno che mi possa aiutare. Il mio panico aumenta. Questo non è un comune attacco d’ansia, o come diavolo lo chiamano. Sono invece gli effetti di anni vissuti nella menzogna. Sembra che questa cosa voglia distruggermi totalmente, e ci sta riuscendo. Fino a quel momento ero gia stato in psicoterapia per sette anni, più o meno. La cosa che non mi aspettai era che la psicoterapia stessa mi avrebbe portato alle orgini del mio disagio interno. Era come se la diga che tratteneva tutto dentro di me era crollata, e niente ormai avrebbe potuto fermare l’ondata. Per poter continuare a vivere, dovevo prima morire. Finalmente mi portarono in un ospedale privato, ma prima dovetti aspettare mezz’ora in sala d’attesa insieme ad altre persone.

Fu uno degli episodi più orribili della mia vita. Trattenevo a stento il terrore che mi sentivo dentro durante quegli interminabili minuti mentre aspettavo di venire chiamato. Finalmente il dottore mi chiamò, e mi chiese cosa poteva fare per me. Gli dissi che non ne avevo la più pallida idea, che mi sentivo così disperato e terrorizzato che mi sembrava d’impazzire. L’unica cosa che sapevo era di avere questo indescrivibile dolore nell’anima che m’investiva dalla testa ai piedi. Una sensazione di terrore totale. Mi accorsi che il dottore nel frattempo scriveva sulla sua agenda: “Musicista in una famosa rock band”. Non avvertii nessuna umanità da parte sua quando mi disse: “Beh, credo proprio che dovrò mandarla all’ospedale psichiatrico statale”. Avevo gia sentito parlare di quel posto. Sapevo anche com’era, perché un mio amico ci era stato ricoverato. Eventualmente il mio amico si tolse la vita... Quel posto era il capolinea. L’ultima spiaggia di quelli a cui non rimaneva nessuna speranza. Un posto in cui nessuno veniva mai curato dal suo male, e da cui non c’era possibilità di ritorno. Chiesi al dottore – lo implorai – se potevo invece rimanere nel suo ospedale. I suoi occhi si accesero

subito. “Ma certo che può!”, mi disse. “Perché non me l’ha detto prima? Venga con me.” La cosa che invece non mi disse era che stare in quell’ospedale costava mille Euro al giorno. Ma probabilmente fu la mia salvezza. Mi fu assegnata una mia camera privata, e per la prima volta nella mia vita presi un tranquillante. Cominciai a sentirmi estremamente pesante e insensibile, come se non esistevo più. Stavo steso sul letto in quella stanza tutta bianca, da cui potevo scorgere un albero all’esterno. Non provavo più quel terrore, ma non riuscivo a provare neanche più niente per via delle medicine. Non capivo cosa mi stava accadendo, e questa cosa mi spaventava. Mi venne a trovare una dottoressa, una donna gentile che mi sembrava molto felice. Ricordo che mi chiesi com’era possibile che una persona sembrasse tanto felice. Mi fece alcune domande, dopo di che dovetti sottostare ad un ‘test per la depressione’, che consisteva in altre domande ancora. Come la maggior parte dei dottori, lei cercava di capire la mia malattia in un modo ‘meccanico’. Ma io ero gia abituato a questo. Le dissi che in qualche modo capivo che mi portavo dentro tutte queste emozioni, e che improvvisamente le avvertivo tutte insieme.

Mi disse che lei non era uno psichiatra, e che l’indomani avrei avuto una consultazione. Le feci notare che già da sette anni mi ero sottoposto a psicoterapia, anche se non di continuo. Lei non commentò nulla su questo fatto. Così, passai il resto della giornata come uno zombie. Vedendo niente, sentendo niente, provando niente. Potevo solo fissare quell’albero all’esterno, e sperare che un giorno mi sarei sentito vivo almeno quanto lui. Il giorno dopo incontrai uno psichiatra. Era un uomo un pò anziano, sulla sessantina, e mi fece riempire diversi questionari e mi fece molte domande. Gli raccontai la mia vita, e notai a tratti le lacrime scorrergli sulle guance. La sua diagnosi era che soffrivo di disturbo bipolare. Non avevo idea di cosa fosse, e allora lui me lo spiegò. Questo già dava un senso a molte cose. Mi accorsi allora di averne avuto i sintomi già da quasi dieci anni. Lui mi disse che è infatti abbastanza comune che questa malattia non venga riconosciuta anche per dieci anni, se non di più. Molte volte mi ero chiesto se tutti gli anni trascorsi in terapia erano stati invano. Adesso sapevo che no, non erano stati inutili. Il risultato di tutto questo? Medicine, e tante.

Nelle settimane successive mi furono somministrate diverse medicine. Alcune mi davano effetti collaterali orribili, ed altre invece sembravano non aver effetto alcuno. Alla fine mi fu data une delle più moderne e costose medicine anti-depressive e tranquillanti. In quel momento, non sapevo che somministrare antidepressivi a chi soffre di disturbo bipolare è come innescare una bomba ad orologeria. Possono causare episodi maniacali molto gravi, oppure (ironicamente) far precipitare la depressione. Passai i sei mesi successivi stando a letto quasi tutto il tempo, con le tendine alle finestre tirate. In alcuni giorni le tendine restavano aperte di forse dieci centimetri, ma la maggior parte del tempo erano chiuse del tutto. Passai questi sei mesi della mia vita a piangere tutti i giorni. Non sapevo da dove venivano tutto quel pianto e quell’angoscia, ma una parte di me sapeva che era qualcosa che era stata rinchiusa dentro di me per molto tempo. Era un pianto disperato che veniva dal profondo dell’anima. Riuscivo a capire che quello che provavo in quei momenti non c’entrava niente con il disturbo bipolare. Era invece qualcosa che tenevo sempre nascosta. Qualcosa di terribile che apparteneva al mio passato e che mi ero portato dentro per tutta la vita.

Non avevo mai veramente elaborato la morte di mio padre e la mia infanzia perduta. Sembrava quindi che finalmente stavo iniziando a farlo. Quando ero in grado di uscire un pò, andavo spesso a visitare i luoghi dove avevo trascorso l’infanzia. Mi ricordavo tutto nei più minimi dettagli: le burle che io e i miei amici facevamo, i posti dove giocavamo a calcio. Tutti questi posti risvegliavano ancora più emozioni dentro di me. Per chi non ha mai avuto un esperienza simile, è impossibile descrivere questo dolore. Lo si percepisce come dolore fisico estremo. Molta gente non riesce a capire questo fatto. Non credo sia possibile capirlo, se non lo si è mai provato sulla propria pelle. Spesso mi mettevo a sedere in riva al mare, nello stesso posto dove mi piaceva andare a pescare quando avevo undici anni. Mi sedevo su una roccia e osservavo il panorama. La neve si era disciolta ed il ghiaccio ricopriva la maggior parte del mare, come anche il golfo della Finlandia. Un giorno di questi cominciò a nevicare improvvisamente, ma mi accorsi che la neve cadeva solamente intorno a me, in un raggio di più o meno cento metri. Rimasi seduto lì ad osservare la bellezza del paesaggio mentre la neve scendeva. Sentivo come se tutta la mia vita fosse stata inutile, e che il dolore che

provavo era così enorme che non riuscivo più a sopportarlo. Non mi accorsi in quel momento che mi trovavo a soli tre chilometri da dove mio padre si era suicidato. Avevo con me una bottiglia di pillole. Sarebbero state sufficienti per spegnere il dolore per sempre. Rimasi seduto nello stesso posto per lungo tempo mentre la neve cadeva, il mio sguardo fisso verso l’orizzonte. Mi chiedevo se m’importava più ormai della mia vita stessa, se valeva la pena continuare a lottare contro tutto quel dolore e quella nera disperazione. Sarebbe stato facile lasciarmi scivolare via dolcemente. Eppure qualcosa dentro di me era incapace di commettere quel gesto. Tuttavia, durante quell’anno sono morto. Sì, era proprio così che mi sembrava. Una morte lenta. Fare musica mi era impossible. Spesso mi sembrava impossibile anche solamente alzarmi dal letto. Tutte le mattine mi sembravano orribili. La prima cosa che avvertivo appena mi destavo era un senso di disperazione, di mancanza della più minima speranza. Ho vissuto in quella disperazione per una buona metà dell’anno. Posso veramente dire che son dovuto morire durante quell’anno. Morire per avere la possibilità di ricominciare a vivere.

Spesso ho sentito dire che il suicidio è una scappatoia facile. Ma oggi posso dire, dopo aver valutato sia la mia esperienza che quella di mio padre, che questo è solo un luogo comune. Il suicidio non è per niente una scappatoia facile. Ci vuole tantissimo coraggio per togliersi la vita, proprio perché sarebbe la fine di tutto, di ogni cosa che conosciamo. Ecco perché è quasi sempre una fuga da un dolore immenso o da una situazione divenuta insopportabile. O da entrambe le cose. Ma non è per niente facile. Cercate di immaginare, se avete appena un briciolo di umanità nel vostro cuore, come ci si deve sentire in quegli ultimi attimi. Appena prima di fare quel gesto finale, e mentre sta accadendo. Cercate di comprendere come una persona che l’abbia fatto veramente si deve essere sentita in quei momenti. Posso dirvi che solo se voi stessi vi siete trovati almeno una volta ad un passo dalla morte, potreste forse capire l’immensità della decisione di chi consapevolmente si toglie la vita. Come fece mio padre. Come fece uno scrittore Finlandese, che una mattina usci dall’ospedale psichiatrico in cui si era ricoverato di sua spontanea volontà, camminò fino alla più vicina stazione del métro, e salto sui binari davanti ad un treno all’ultimo momento. Restò in piedi sui binari immobile, senza mostrare nessuna paura, senza fare alcun movimento mentre il treno percorreva

quell’ultima quarantina di metri prima di andargli addosso. Oppure come fece il mio miglior amico Mika, che cinque anni fa si gettò dal quarto piano dell’abitazione dei suoi genitori, dopo una lunga lotta contro la depressione. Vi prego di non fraintendermi, poiché non voglio certo esaltare il suicidio. Dico solamente che sono in grado di capire chi decide di togliersi la vita. E anche che voi, molto probabilmente, accettate tutti i tabù che la società associa al suicidio. Personalmente, non credo a nessuna delle due cose – ne nella società, ne nei tabù. Ma il fatto è che diverse persone a me vicine hanno finito per togliersi la vita, e quindi ho dovuto pensare molto a questo argomento. E ovviamente, il mio stesso dolore e la mia sofferenza mi rendono più facile capire questo tipo di decisione. Una decisione che può sembrare assurda e incomprensibile a tutte le persone che hanno una vita felice e che non sanno cosa sia la vera depressione. E così continuai a convivere con il mio dolore e il mio terrore. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Tuttavia ciò non m’impedì di guidare per quattro ore per accompagnare mia figlia ad un concerto che desiderava veramente vedere. E mentre lei era al concerto, io rimasi in un albergo a piangere tutto il tempo perché la cosa mi sembrava

così dolorosa. Provavo di tutto allo stesso tempo: paura, rabbia, terrore, tristezza, senso di abbandono. In quei momenti non riuscivo nemmeno ad indentificare tutte quelle emozioni. Le soffrivo tutte e cercavo solo di conviverci e di andare avanti in qualche modo. Ma il dolore era immenso. Tutto questo però non m’impediva nemmeno di portare mia figlia a scuola la mattina e riportarla a casa il pomeriggio, o di fare colazione insieme a lei. Non mi fermò neanche dal fare due tournée mondiali con una band heavy metal in condizioni durissime, ne dal visitare la tomba di mio padre dove facevo conversazioni immaginarie con lui o mi sedevo lì per ore ad osservare la sua tomba ed il cimitero. Mi accorsi che non avevo mai veramente detto addio a mio padre. Che non ero nemmeno veramente consapevole del fatto che lui era morto. Noi esseri umani abbiamo questa strana capacità. Razionalmente capivo che lui era morto, ma a livello emotivo, nel profondo del mio cuore, lui ancora viveva più che mai. Ci volle molto per finalmente capire che lui era morto. Molte visite al cimitero. Moltissimo dolore, più di quanto mai immaginavo avrei potuto sopportarne. Ci volle una ricerca accurata sul suo suicidio e sugli ultimi giorni della sua vita. Dovetti ritornare a sentirmi come il bambino di dodici anni che ero allora, che dovette vivere un avvenimento cosi tragico.

Solo allora cominciai veramente a capire cos’era accaduto. Ma ci vollero anni. E ancora oggi non riesco ad accettarlo del tutto. Forse non è nemmeno possibile guarire completamente da certi dolori. Forse dovrò veramente conviverci per tutto il resto della mia vita. Oggi ho undici anni di più di quanti ne aveva mio padre quando è morto. E’ una sensazione strana. Ma tutti noi abbiamo una nostra storia da raccontare. Tutte queste esperienze mi hanno impedito di vivere pienamente, ma allo stesso tempo avevo come la sensazione che fosse in qualche modo il mio destino. Stavo diventando consapevole di molte cose dolorose che tenevo rinchiuse dentro di me. Le sentivo nel mio corpo stesso. Alcuni dicono che non è possibile cambiare chi siamo veramente. Io però non sapevo nemmeno chi ero fino a quando riuscii a liberarmi dal mio passato. Da quel punto in poi iniziò il mio percorso che mi avrebbe finalmente riportato a chi ero veramente, e non a chi fingevo di essere. E questo è il percorso più doloroso che si possa mai intraprendere. Tuttavia, una volta che questo percorso mi aveva chiamato, non potevo fare altro che lasciarmi trascinare dalla sua corrente e lasciarmi guidare da essa. La vita trova sempre un modo. Ovviamente non posso nemmeno negare l’effetto che la mia infanzia dolorosa ha avuto sul mio sviluppo

come artista e musicista. Sicuramente molti dei brani da me scritti esprimono quella malinconia e quella mancanza di mio padre che sentivo, anche se non ne ero consapevole mentre gli scrivevo. Vista in questa luce, la mia infanzia potrebbe anche aver avuto un certo risvolto positivo, dopo tutto. Potrebbe... Mentre scrivo queste parole è l’estate del 2010, e gia ho dovuto convivere con questo dolore per ogni giorno degli ultimi sei anni. Il dolore ancora non mi ha lasciato. Devo ancora prendere il litio ed i tranquillanti. I medici dicono che la sindrome bipolare è incurabile, che c’è l’hai per tutta la vita. Forse è anche così, non saprei. Quello che so dirvi è che è come portarsi uno spettro sulla propria spalla, un compagno di viaggio che ti ricorda ogni mattina, ogni momento, quanto la vita sia fragile e quanto sia facile arrivare a perdere tutto in un attimo.

NESSUN DOLORE, NESSUN RIMORSO La mia infanzia è stata per lo più felice e rassicurante. Per “infanzia” intendo dire, nel mio caso, fino ai nove anni circa.

Non sembrava esserci niente di male nella nostra famiglia. Anzi, direi addirittura che eravamo praticamente una famiglia ideale. Avevamo una bella casa e godevamo di una buona situazione economica. Mia madre si prendeva tantissimo cura di me, e l’amore e la devozione che mi regalava sarebbero stati fondamentali per la mia sopravvivenza in futuro. Ricordo che amavo moltissimo il Natale. In qualche modo ancora ricordo bene la sensazione di magia che rappresentava per me quel periodo, quando avevo otto anni. Ricordo bene gli odori, quell’atmosfera speciale. Era così rassicurante sentirci tutti riuniti e felici! Quando tutta la famiglia si riuniva, mio nonno mi chiedeva sempre di cantargli una canzone che a lui piaceva. Io ero timido, ma lui mi convinceva a cantare regalandomi dei soldini. In quell’epoca iniziai anche a cantare in un coro classico maschile che si chiamava “Cantores Minores”, e spesso cantavo anche durante le funzioni scolastiche. Ricordo che provavo molta sicurezza nel cantare. Sentivo veramente che mi veniva naturale. A sette anni mi regalarono la mia prima chitarra per Natale. Già quando avevo appena cinque anni consideravo mio cugino come una specie di eroe, perché suonava la chitarra acustica. Ricordo che m’intrufolavo di nascosto nella sua stanza solo per poter ammirare la sua chitarra. Ancora la ricordo

benissimo. Toccavo le corde piano piano e cercavo di trarne dei suoni, delle note. Mi ero innamorato a prima vista. Mi sembrava qualcosa di magico e arcano. Mio cugino m’insegnò a suonare qualche accordo e alcuni pezzi dei Beatles, tra cui ricordo “Eight days a week”. Lui già suonava in una band, cosa che m’impressionava tantissimo. Quindi era inevitabile che anch’io volessi avere una chitarra mia. Questo mio desiderio fu esaudito quel magico Natale del 1973. Ovviamente già saprete dove questo strumento mi avrebbe in seguito portato, ma a quell’epoca ancora non lo immaginavo minimamente. Avevo solo un enorme desiderio di avere una chitarra. All’inizio non riuscivo a ricavarne molto, poiché non sapevo ancora suonarla. A scuola davano un piccolo corso dove insegnavano alcune nozioni basilari di chitarra. Io ci andai, e lì imparai la mia prima canzone. Ne ero felicissimo. Andavo al corso settimanalmente, e ogni volta imparavo qualcosa di nuovo. Avevo scoperto la musica, e mi sentivo naturalmente trasportato da essa. Mia madre dice che già ad appena tre anni, mi piaceva ascoltare musica alla radio. Sapevo i testi di tutte le canzoni in testa alle hit parade, e ogni volta che le sentivo alla radio mi mettevo a cantare.

Tuttavia, non tutto era roseo. Ricordo che mia nonna purtroppo si ammalò di cancro, e le dovettero amputare entrambe le gambe. Ancora ricordo mio padre mentre la portava in braccio su per la scale la notte di Natale, per adagiarla sul divano. Mia nonna diceva che per lo meno aver avuto il cancro le permettava di essere sempre ricoperta di premurose attenzioni. Attenzioni che non aveva mai trovato quando ancora era in piena salute. Ricordo che mi chiedetti allora se fosse possibile che una persona “creasse” il cancro dentro di se. Oggi sono convinto che questo in effetti può succedere, e forse è anche la causa più comune del cancro. Non in tutti i casi, ma forse molti di più di quanto immaginiamo. Mia nonna morì l’anno successivo. Non ricordo se andai o no al funerale. Fu sepolta nello stesso cimitero dove si trovano anche mio nonno e mio padre. Ma io sicuramente non sarò sepolto lì. Per i bambini la morte è un concetto astratto. Qualcosa che non riescono a capire appieno, almeno fino ad una certa età. O magari invece, i bambini riescono a capirla ed accettarla con molta più facilità e naturalezza degli adulti. Sicuramente la morte è un grande tabù nella nostra società, qualcosa da cui rifuggire come se non esistesse. Sembra quasi che nessuno è veramente consapevole del fatto di dover morire un giorno. Forse

anche domani. Non sappiamo mai quando arriverà il nostro momento. I bambini invece sembrano essere capaci di accettare la morte con molta più facilità. E forse potrebbero anche insegnarci molte cose, se solo avessimo l’umiltà di ascoltare quello che hanno da dirci. E hanno molte cose da dire. Forse la cosa che mi manca di più è quella sensazione di freschezza che si ha all’età di otto anni, quando tutti i nostri sensi sono ancora così acuti. Quel modo di vedere il mondo che si ha da bambini. A prescindere da come veniamo trattati dai nostri genitori e dalle scuole, a otto anni riusciamo ancora a vedere il mondo con occhi diversi. Si riesce veramente ad assaporare tutto. Ancora non si è stati soppressi da tutte le regole, dogmi e tabù che arriveranno in futuro. A quell’età ancora corri e giochi, semplicemente perché è così che fanno i bambini, in uno stato di purezza e di innocenza. Ancora ricordo quelle sensazioni chiaramente. Ricordo l’odore dell’erba. Ricordo come mi sentivo quando giocavo a pallone con gli amici fino a sera e poi correvo a casa perché morivo di sete. Il sapore delizioso di un gelato d’estate. La sensazione di libertà appena cominciavano le vacanze estive e sapevi di avere tutta l’estate da godere davanti a te. Come ci si sentiva a scherzare con le ragazze, a ridere e ad essere felici, a marinare la scuola ogni tanto.

Ricordo quanto odiavo la matematica e quanto invece amavo la musica. Ricordo tutti i luoghi della mia infanzia con un pò di nostalgia. Quei giorni purtroppo non torneranno mai. Se potessi solo avere anche una centesima parte dell’entusiasmo e della felicità che provavo da ragazzino, sarei l’uomo più felice della terra. Mio padre lavorava in un negozio di elettrodomestici, apparecchi TV, radio e cosi via. Possedeva una grande collezione di musica a casa, e io ci presi molto interesse. Il primo gruppo che iniziò a piacermi erano gli ABBA. Mio padre mi diede una loro cassetta. Credo fosse il loro primo album. Ricordo ancora quanto mi piacevano quelle canzoni, che poi provavo a suonare con la mia chitarra. Per lungo tempo, gli ABBA erano l’unico gruppo che faceva veramente per me. Ancora oggi amo le loro canzoni, e ricordo bene di quanto suonavano fresche alle mie orecchie. Desideravo diventare come loro, un giorno. I loro pezzi erano incredibilmente forti. Riuscirono ad avere qualcosa come otto pezzi in cima alle hit parade uno dietro l’altro, a cominciare da “SOS”. A casa si ascoltava anche molta musica Finlandese. Molti dei miei pezzi traggono spunti da quel tipo di musica, forse anche in modo imbarazzante a volte, ma non ho mai copiato niente consapevolmente quando scrivevo. La prova di quanto il nostro subconscio

riesca ad immagazzinare tutto, è proprio il fatto che pezzi scritti quando si ha quarant’anni possano contenere melodie ascoltate trent’anni prima! Da tutto questo non è difficile dedurre quanto la musica avrebbe avuto un ruolo sempre più importante nella mia vita. Ma fu un processo graduale di cui non ero veramente conscio. Da ragazzo ancora mi dedicavo a diverse attività. Giocavo in una squadra di hockey su ghiaccio, e anche a palla canestro. Ero molto più alto degli altri ragazzi della mia età, e ricordo che mi trovavo veramente bene a giocare a basket. D’estate poi mi piaceva moltissimo anche nuotare. Direi quindi di avere avuto un infanzia molto felice ... fino al momento in cui qualcosa accadde e tutto cambiò. Ed il sogno diventò un incubo. La strofa in una mia canzone intitolata “Forever” che dice “Oh how happy I was then, there was no sorrow there was no pain. Walking through the green fields, sunshine in my eyes”1 rispecchia veramente la maggior parte della mia infanzia. Anche se in verità ho scritto questo canzone per mio padre. Quei verdi prati ci sono ancora, devo solo riuscire a ritrovarli in qualche modo. Forse un giorno ci riuscirò. Forse un giorno mi ritroverò ancora da ragazzo a camminare in quei prati verdi con

il sole in fronte. In quel momento saprò allora di essere veramente tornato a casa. Avrei così tante cose da dire a me stesso da ragazzo. Tante cose da spiegare e da condividere. Spero davvero di incontrare ancora me stesso da ragazzo un giorno, su qualche strada bruciata dal sole.

1

“Oh quanto ero felice allora, non c’era rimorso non c’era dolore. Camminando attraverso verdi prati, con i raggi del sole in fronte”

LA CADUTA NELLA PSICOSI Accadde gradualmente. Guardandomi indietro, durante il periodo tra il Natale del 2004 e l’autunno del 2005, ero sicuramente in qualche sorta di stato psicotico. Nel 2004, prima di avere la crisi nervosa che portò alla diagnosi di sindrome bipolare, avevo appena messo su uno studio di registrazione di prim’ordine, che chiamai “Goldenworks”. Ci misi dentro tutti gli anticipi degli utili

della mia discografia, più un addizionale prestito bancario per un investimento totale di circa 150 000 Euro. Appena lo studio era stato completato, iniziarono dei lavori per costruire un parcheggio sotterraneo, proprio sottostante al mio studio. Il terribile fracasso degli scavi e delle esplosioni era praticamente continuo. Era ovvio che nessun cliente avrebbe mai accettato di venire a registrare e mixare in quelle condizioni. Era stato il mio sogno, un investimento per il mio futuro. Uno studio di registrazione tutto mio. Ma il progetto fallì prima ancora di iniziare. Solo un album fu registrato lì: il “Black Album” degli Stratovarius.

Dovetti poi querelare la proprietaria, che si rifiutava di annullare il contratto d’affitto. Si ostinava a dire che i lavori non influenzavano in nessun modo la mia attività. Ne uscì fuori che già era a conoscenza del progetto per il parcheggio sotterraneo, ancor prima di firmare il contratto con me. Non solo, ma lei era addirittura uno dei proprietari del parcheggio. Nonostante tutto ciò, persi la prima causa in tribunale. Mi appellai e dopo altre procedure giudiziarie, riuscii finalmente a vincere. Ma mi costò quattro anni della mia vita, anche per il fatto che questo tipo di cose sono davvero odiose e stressanti per me. La proprietaria

dovette pagare 50 000 Euro di spese legali. E pensare che l’unica cosa che volevo era di annullare il contratto d’affitto. Beh, si può dire in questo caso che chi troppo vuole nulla stringe. Ancora non so dire con certezza se sono stati gli antidepressivi a farmi precipitare nell’abisso della psicosi. Sicuramente mi trovai in uno stato maniacale, dove trovavo ogni cosa intollerabile. Cose come rumori improvvisi ... praticamente tutto faceva scatenare la mia rabbia. Credo che piano piano, questo stato maniacale degradò in una vera e propria psicosi. Quando si è psicotici, si perde praticamente ogni contatto con la realtà. Si cominciano a vedere cose che non ci sono. In pratica, per dirla più volgarmente, “si diventa pazzi”. Ad esempio, nello studio avevamo un pupazzetto di E.T. che ripeteva alcune frasi registrate quando gli si premeva la mano. Ogni tanto aveva preso a ‘parlare’ quando nessuno lo toccava. Anche Timo Kotipelto lo notò alle volte. Ricordo però che questo fatto mi turbava e sentivo strane sensazioni nella mia mente, come una strano miscuglio di paura e arroganza. Una volta ero in un supermercato a comprare del cibo, e mi occorreva del burro. Mi balzò all’occhio una scatola di burro di una particolare marca. Mi ritrovai a fissarla in preda al panico, perché sapevo che questa marca non aveva mai cambiato la grafica sulla scatola,

che era la stessa da vent’anni. Eppure leggevo il nome sulla scatola come qualcosa di diverso dal solito. In verità il nome era veramente cambiato, mentre tutto il resto era uguale al solito. Questo semplice fatto mi gettò nel panico. Temevo che non riuscivo più a leggere il nome o che me lo stavo immaginando. Non mi fidavo più della mia mente stessa. Evidentemente le cose stavano peggiorando. Un giorno, un amico della band mi chiamò mentre stavo mixando in studio, e mi chiese se poteva venire lì ad ascoltare alcuni nostri pezzi. Gli dissi che era il benvenuto. Subito dopo però cominciai ad avere la convinzione che questa persona, in realtà, era Satana. Può sembrare comico a dirsi, ma in quel momento ne ero assolutamente convinto. Quando lui entrò nello studio, mi sentivo sicuro al 100% che il diavolo in persona era venuto lì ad ascoltare i nostri pezzi. Mentre era seduto ad ascoltare lo fissavo, e ricordo che pensavo: “Non ti prenderai gioco di me! So chi sei veramente!” Il bello è che io non credo minimamente all’esistenza di Satana e di quel tipo di cose (anche se inconsciamente magari ci credo in qualche modo più recondito), e questo amico che in quel momento credevo essere il diavolo, è una delle persone più buone e gentili che abbia mai conosciuto. Mi trovavo a scivolare sempre più nelle tenebre della psicosi, e non tutti riescono ad uscirne una volta entrati.

Poi venne il momento di andare a Berlino per presentare alcuni pezzi alla casa discografica. Era la primavera del 2005. Contemporaneante a Berlino c’era un festival cinematografico. Una sera mi andava di uscire un pò a farmi qualche drink, così chiamai un produttore di film finlandese di mia conoscenza, che sapevo trovarsi lì per il festival. Mi rispose che stava già praticamente per partire, ma che avrebbe detto ad un suo amico islandese di mettersi in contatto con me. Questo tipo – chiamiamolo Yngvar – mi chiamò e mi disse che sarebbe venuto all’albergo dove alloggiavo, insieme ad un suo amico austriaco. Durante quella telefonata mi disse anche di considerarlo come “l’ultimo dei vichingi”. I due arrivarono all’albergo mentre gli stavo aspettando al bar. Le prime parole che mi dissero erano: “Sappiamo che sei tu, anche se non sapremmo riconoscerti”. Già da subito la cosa mi sembrò prendere una strana piega. Yngvar e il suo amico Markus mi sembravano moltro strani e inquietanti. Mi dissero che loro lavoravano nell’ambito cinematografico. Notai che entrambi avevano una specie di agendina nera, e mi chiesero come mai non ne avevo una anch’io. Mi dissero: “Anche Hemingway ne aveva una”. Lo scopo di queste agendine nere divenne presto chiaro, già da quando ci trovavamo ancora al bar.

I due cominciarono ad avvicinare ogni donna che attirava la loro attenzione, chiedendo direttamente il loro nome e numero di telefono o indirizzo email. Rimasi stupito nel vedere che molte di loro accettavano di buon grado, e i due scrivevano nomi e numeri nelle lore agendine. Mi ripetevano più volte che anch’io avrei dovuto fare come loro. Tutto mi sembrava cosi strano e assurdo, anche se paradossalmente durante un episodio maniacale, anche le cose più strane possono apparire sensate in qualche modo.

Mentre eravamo seduti al bar a bere, Yngvar cominciò a dirmi molte cose. Cose del tipo che lui era l’intermediario tra Dio e il demonio, e che io avrei dovuto continuare quell’incarico dopo di lui. Disse che io sarei diventato famoso in tutto il mondo entro due anni e mezzo, e che avrei attirato molta gente verso di me. Mi disse anche che sarei morto tranquillamente nel sonno all’eta di 70 anni, a che anche se avrei avuto qualche “difficoltà” nella vita, alla fine tutto sarebbe andato per il meglio. Considerando anche lo stato mentale in cui mi trovavo, questo tipo di discorso mi terrorizzava. Non riuscivo a capire quest’uomo. Più tardi andammo in un club, e loro fecero di nuovo la stessa cosa con le agendine. Ricordo che Yngvar mi affidò la sua giacca,

chiedendomi: “Mi posso fidare di te, vero?” Io dissi di sì e presi la sua giacca. Lui tornò dopo circa dieci minuti, si riprese la giacca e mi ringraziò, dicendomi anche che dovevo starci attento perchè nella giacca c’era una pistola! “Nel caso dovessi proteggerti”, mi disse. La stessa scena si ripetette varie volte in diversi club, e Yngvar diventò sempre più ubriaco. Alla fine prendemmo un taxi. Io mi sedetti davanti e loro due sul sedile posteriore. Dopo un pò iniziai ad avere come la sensazione che Yngvar mi stava leggendo nei pensieri. Non so come e perché avevo quella sensazione, ma ce l’avevo. Lo ricordo molto chiaramente, e questa fu una delle mie prime esperienze paranormali. Decisi allora di mettere la mia sensazione alla prova. Mi concentrai su un unico pensiero, che diceva: “Se riesci a leggermi il pensiero, bussa alle mie spalle due volte”. Fui sbigottito nel sentirmi toccare due volte dopo pochi secondi. Allora quell’uomo stava davvero leggendo i miei pensieri! Sarebbe molto facile imputare tutto questo al mio stato maniacale, ma sono convinto che era una cosa davvero reale e concreta. Posso giurare che è andata esattamente così. Naturalmente tutto questo mi spaventava moltissimo. Mentre scendevo dalla macchina ero praticamente inebetito. Yngvar mi disse improvissamente che quel

giorno avrei finalmente accettato la fine di mio padre. Come diavolo faceva a sapere anche di mio padre? Io gli gridai: “Che cosa vuoi da me?”. “Timo, non voglio niente da te” mi disse, “ma solo farti capire che da oggi in poi avrai un amico”. Una volta rientrati in albergo, ci sedemmo nella lobby. Yngvar mi disse che era pronto a prendersi una pallottola per proteggermi, anche cento volte se necessario. Poi accadde la cosa più spaventevole di tutte. Una cosa che mi terrorizza ancora oggi. Anche questo episodio sarebbe facile da imputare a un episodio maniacale, ma niente mi sembrò così reale quanto questa cosa. Yngvar stava in piedi accanto a me, di lato. Mi guardava con un ghigno strano. Sentii come un ronzio che proveniva da dentro la mia testa. Guardai Yngvar di nuovo .... e vidi che aveva due ali nere sulla schiena! Non erano molto grandi, forse lunghe 40 cm. Erano nere e orribili. Lui aveva certo notato che io le vedevo, poiché mi guardava con quel suo ghigno. Non so cosa lui abbia fatto e come, ma in qualche modo deve aver proiettato l’immagine di quelle ali dentro la mia mente. Doveva essere quella la causa del ronzio che mi ero sentito in testa. Non riuscivo a chiedere ai miei occhi. Poi lui andò a sedersi nuovamente. Si lamentò sul fatto che non riusciva quasi mai a stare coi suoi figli, e poi

se ne andò insieme a Markus, dicendo che si era fatto tardi. Non l’ho mai più incontrato dopo quel giorno. Ero rimasto incredulo e terrorizzato, e con una marea di domande per la testa. Dopo quell’episodio sono davvero precipitato nella psicosi. Le cose che mi aveva detto Yngvar devono avere influenzato la mia mente, poiché cominciai a credere a tutte quelle cose. Iniziai a sentirmi speciale, un prescelto. Il messaggero protetto di Dio che poteva fare tutto quello che voleva. Non mi accorgevo che lui aveva distorto la mia mente, forse con la telepatia, non lo so. Ma sicuramente ha giocato a piacimento con la mia mente. Forse certe persone si divertono a fare certe cose agli altri. Devono essere persone senza scrupoli e senza morale. Questo episodio ebbe conseguenze gravissime sia per me come per chi mi stava accanto. Ho vissuto l’estate del 2005 nella confusione totale. Cominciai a notare molte persone farsi il segno della croce e pregare quando passavo io. Ero convinto che lo facevano perché vedevano qualcosa in me. Che in qualche modo sapevano chi ero e pregavano, ma allo stesso tempo stavano zitti per non divulgare il mio segreto. Pensieri del genere sembrano pura follia adesso, ma per me erano la realtà durante quel periodo. O meglio, la mancanza di ogni senso di realtà.

Il posto dove abito si trova vicino al mare. Nei giorni di maltempo mi recavo in riva al mare, e “ordinavo” al mare in tempesta di calmarsi, come crediamo che abbia fatto Gesù. E io ero anche convinto che il mare mi obbediva e si calmava. La sera, dopo che ritornavo dal mio studio, mi mettevo ad ascoltare “Into the West” da “The return of the king”, da cui credo scaturiva l’idea di “ritorno del messia”. Ricordo che se guardavo verso il cielo stellato e mi veniva l’idea che sarebbe stato bello scorgere una stella cadente, in quel preciso istante questa mi appariva. Quindi la mia mente mi dava molte conferme del fatto che io fossi veramente “speciale” e che avevo una “missione” da compiere. Una notte lavai una maglietta grigia nel lavandino, e la lasciai sul bordo del lavandino fino all’indomani. Il giorno dopo rimasi esterrefatto nel scoprire una specie di disegno nero di circa 10 centimetri impresso sulla stessa maglietta, che sino al giorno prima era una comunissima maglietta grigia. Il disegno raffigurava un uomo con un fucile puntato. Ancora oggi conservo quella maglietta e quella stranissima figura c’è ancora, anche se non potrò mai spiegarmi in che modo e finita lì. Capirete sicuramente quanto tutte queste cose abbiano influito sul mio comportamento verso le persone intorno a me e con cui lavoravo. Tutto quello che mi succedeva mi sembrava assolutamente reale, e

non m’azzardavo a farne parola con nessuno. E ancora oggi sono convinto che almeno alcune di quelle cose erano davvero reali. Non credo che solamente la sindrome bipolare possa essere la spiegazione di tutto. Tuttavia diventavo man mano sempre più paranoico. Ogni cosa mi sembrava fosse un segno speciale inteso solo per me, anche un qualsiasi rumore lontano. Devo dire però che fino a quel punto stavo ancora prendendo i farmaci sbagliati, gli stessi che mi erano stati prescritti in ospedale. Dovevo trovarmi in una sorta di stato semi psicotico, perché almeno una parte di me era consapevole che c’era qualcosa di tremendamente sbagliato che non andava. Capivo che non stavo per niente bene e che dovevo fare qualcosa. Mia madre mi suggerì uno psichiatra che l’aveva avuta in cura negli anni ottanta. Si rivelò una benedizione. Si accorse subito che le medicine che prendevo erano del tutto inadatte a me. Mi fece fare delle analisi del sangue, dopodiché mi prescrisse il carbonato di litio, che è la medicina più usata per la sindrome bipolare. Mi diede anche dei tranquillanti per controllare l’ansietà e le mie paranoie. Prendo ormai le stesse medicine da cinque anni, e probabilmente dovrò usare il litio per il resto dei miei giorni. Ma da quando lo uso, non ho più avuto nessun episodio maniacale grave ne depressione. A volte sento una mania in procinto di arrivare, cosa che succede per lo più durante la primavera. In quei

casi, ho l’accortezza di aumentare un pò la dose di medicina. Come dice anche il mio psichiatra, solo io posso imparare a conoscere la mia stessa malattia più di chiunque altro. Ma grazie al litio, ho potuto finalmente ricominciare a lavorare, a fare musica e a fare concerti. Anche i giorni in cui bevevo li ho lasciati alle mie spalle. Non tocco una goccia di alcol da cinque anni ormai. Non ne sento nemmeno la mancanza, anche se devo dire che fare una tournée completamente da sobrio è una sensazione strana, specialmente considerando che in passato ero ubriaco praticamente tutti i giorni durante le tournée. Ma ho imparato ad apprezzare che essere sobrio ha i suoi vantaggi. Stranamente, sembra che molte persone facciano fatica ad adattarsi a questa mia presa di posizione.

IL RAGAZZO DI BLUEBERRY HILL Tutto cominciò come dal nulla, senza nessun preavviso. Mio padre non aveva mai avuto l’abitudine di bere, ma ad un certo punto cominciò a bere sempre più spesso. Questo fu intorno al 1975. Più beveva e più diventava violento. Per un bimbo di appena nove anni, che prima di allora aveva vissuto felice e sereno, tutto ciò era inimmaginabile. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, e perchè mio padre stava cambiando in quel modo. Spesso lo trovavamo nudo sul pavimento, privo di sensi dopo essersi ubriacato completamente. Ricordo anche che a volte si faceva dei tagli con una lama di rasoio. Ancora oggi ho fobia dei rasoi, quelli vecchio stile che sembrano grossi coltelli. Quando era ubriaco, mio padre cambiava completamente. Diventava crudele e violento, specialmente con mia madre. Mi ricordo chiaramente di quella volta quando provavo a trattenere mio padre tirandogli i vestiti e implorandolo di fermarsi, mentre lui rincorreva mia madre che

fuggiva terrorizzata per tutta la casa. Per il bimbo di nove anni che ancora ero, tutto ciò era assurdo e incomprensibile. Credo fu da quel momento in poi che qualcosa si spezzò dentro di me, che rimasi veramente traumatizzato. Basta osservare la mia foto scolastica del 1976 per capire. Guardandomi in quella foto, traspare tutta la tristezza che provavo. Ancora oggi quando rivedo quella foto mi viene da piangere, perché ricordo quanto invece ero stato felice prima di tutto questo. Non è facile descrivere l’espressione che avevo in quella foto. Trasmette confusione, delusione, tristezza .... è la foto di un bimbo di dieci anni che si sentiva distrutto nell’anima. Sul retro di questa foto c’è ancora una scritta che fece mio padre. A volte mettendomi a letto mi diceva quanto “papà ti vuole bene”, anche se lo faceva completamente ubriaco e con una sigaretta accesa in mano. Le uniche parole leggibili di quella scritta, tra gli scarabocchi incomprensibili di un ubriaco, sono: “papà si toglierà la vita”. Dio solo sa cos’altro aveva provato a scrivere, ma quelle sono le uniche parole che riesco a leggere chiaramente. I miei genitori litigavano spesso, specialmente la sera. Li sentivo anche attraverso la porta chiusa della mia camera da letto. Sentivo il rumore di oggetti lanciati, ma sapevo che non era mai mia madre a lanciarli. Sentivo tanti rumori forti e improvvisi che mi

terrorizzavano. Ricordo quanta paura sentivo in quei momenti, e che piangevo fino a quando riuscivo in qualche modo ad addormentarmi. Ancora sento il mio guanciale sul viso, tutto bagnato dalle mie lacrime. Mia madre aveva messo un immaginetta accanto al mio letto, che raffigurava un angelo custode che proteggeva due bimbi con le proprie mani. Mi ricordo che pregavo a quell’angelo custode di aiutarci prima che la situazione peggiorasse ancora di più. Più di una volta mio padre diventava cosi violento che io, mio fratello e mia madre eravamo costretti a fuggire di casa. Avevo dieci anni allora. Una volta arrivò addirittura a buttare il tavolo del salotto dalla finestra gridando come un folle. Anche quella volta fuggimmo da qualche nostro parente. I nostri parenti si erano ormai abituati alle nostre fughe notturne. Succedeva sempre di notte. Ancora ricordo la sensazione dell’aria gelida d’inverno mentre scappavamo terrorizzati nel cuore della notte, indossando quello che ci capitava di indossare in quel momento. Ho ancora stampati davanti agli occhi i finestrini ricoperti di ghiaccio dell’auto di mia madre, e la paura che mio padre avrebbe potuto inseguirci. Ma questo non lo fece mai. Le cose continuavano a peggiorare. Mio padre arrivò anche a minacciare un vicino con un coltello, e quindi anche le altre persone del vicinato cominciarono a temerlo ed evitarlo. Costringeva mia madre a guardarlo mentre lui si spegneva le sigarette sul suo braccio.

Chiaramente la situazione diventava sempre più critica. Ricordo di una volta che lo trovammo steso sul pavimento privo di sensi. Si era imbottito di tranquillanti e alcol. Mio madre chiamò un ambulanza. L’immagine di mio padre che veniva trasportato dai due infermieri ce l’ho ancora stampata in mente. Lo ricoverarono in ospedale, ma lui tornò a casa il giorno dopo come se niente fosse. “Non c’è niente che non va!”, disse. Spesso ci chiedeva perché scappavamo di casa durante le sue frequenti sfuriate da sbronzo. Da bimbo di dieci anni che ero, sapevo solo rispondergli: “Perché avevamo paura.” Lui rispondeva dicendo “No, no ... non dovevate andare via!” Mi ricordo di come aiutavo mia madre a svuotare diverse bottiglie di alcol nel lavandino, un tentativo disperato di impedire che un alcolizzato bevesse. Ricordo che quando trovai una brochure di atrezzi ginnici che raffigurava Arnold Schwarzenegger ed i suoi enormi muscoli, ordinai quegli atrezzi – all’età di dieci anni – perché volevo diventare abbastanza forte da proteggere mio fratello e mia madre. Sembra un pensiero assurdo, ma dimostra la disperazione di un bimbo che si trovava in una situazione terribile. Tutto questo andò avanti per circa due anni, dal 1975 al 1977. In quei due anni devo essermi costruito un qualche meccanismo di protezione. In pratica mi sono

chiuso completamente per schermarmi dal mondo esterno. Una volta, mentre ero fuori a giocare con un mio amico, questo mio amico vide attraverso una nostra finestra mio padre nudo che beveva Gin, mentre mia madre piangeva e si disperava. Il mio amico mi chiese: “Ma che sta combinando tuo padre?”. “Niente,” gli risposi come se nulla fosse, “lui fa sempre così.” Non so come riuscivo ad andare a scuola e far sembrare che era tutto normale. Credo che lì sviluppai veramente quella che io chiamo la mia finta personalità. La mia vera personalità si trovava rinchiusa dentro di me, impotente di esprimere quello che provava per la follia in cui stava vivendo. La situazione era troppo folle e dolorosa per un bimbo di dieci anni da capire. Ricordo che progettavo di scappare da casa. Non avevo idea di dove sarei andato, ma so che volevo andarmene. Avevo però un mio rifugio, dove andavo a nascondermi quanto potevo da quella folle situazione. Si trovava nel mezzo di una foresta su una collina vicino a casa nostra. La chiamavo “Blueberry Hill”2. Passai molte serate seduto lì a piangere. Ma in qualche modo trovavo un pò di sollievo e sicurezza in quel posto, cose che non potevo mai avere a casa. Quel posto divenne il mio rifugio in cui potevo pensare e sognare.

2

“Collina dei mirtilli”

Non capisco nemmeno come mia madre riuscisse a reggere quella situazione e andare al lavoro tutti i giorni come se niente fosse. Forse anche lei si era creata lo stesso meccanismo di protezione che avevo io. Doveva sentirsi come se tutto le crollava addosso, e si trovava sola a dover prendersi cura di due bambini piccoli. Secondo lei, una volta io le dissi che se mio padre non se ne fosse andato, sarei stato io ad andarmene. Non ricordo di averle detto questo, ma in quel caso deve essere stato il momento in cui si rese conto che doveva fare qualcosa. Decise allora di divorziare. Non ricordo molto di quei giorni, tranne una cosa. Ricordo il giorno in cui mio padre se ne andò, e come mi sentivo. Era un giorno di sole ed avevamo appena comprato un piccolo gattino nero che era nato senza la coda. Ricordo di come mi sentivo a non dover avere più paura. Ero finalmente felice, ora che lui se n’era andato. In soli due anni, mio padre riuscì a distruggere tutto quello che c’era da distruggere. Ma ero felice che se n’era andato. Non ricordo esattamente quando l’ho rividi ancora. Ma dovevano essere passati almeno sei mesi, e lui nel frattempo era peggiorato ulteriormente.

IL TEATRO DEL CORPO E DELLA MENTE Cominciai la psicoterapia nel 1999, a Helsinki. La mia vita si trovava in una tale situazione che non vedevo altra via d’uscita. Avevo appeno cominciato a fare ricerche sul suicidio di mio padre, e credo che mi trovavo nel mezzo di un episodio maniacale. La mia vita personale era a pezzi, anche se professionalmente le cose andavano alla grande. Avevo appena terminato la tournée mondiale di “Visions”. Mi misi a cercare uno psicologo sulle pagine gialle. Alla prima telefonata trovai la segreteria telefonica. Il secondo che chiamai mi rispose. Ricordo che era un uomo con una voce molto pacata. Già da anni divoravo libri sulla psicologia ed il comportamento umano. Devo averne letti più di un migliaio. In quel tempo ancora credevo che si poteva acquisire la vera saggezza leggendo solo libri. Erano invece solo un altra via di fuga dal confrontarmi veramente, anche se devo ammettere che esistono modi di fuggire molto peggiori di questo. Dissi allo psicologo, chiamiamolo Jukka, che al primo appuntamento lui avrebbe deciso se avermi come paziente o no. Lui mi chiese come facevo a saperlo. Non sapeva che l’avevo letto nei miei libri, ma tuttavia

quei libri sarebbero divenuti un ostacolo durante il percorso verso una terapia efficace. Quando andai a trovare Jukka per la prima volta, avevo molta paura. Mi salutò all’ingresso, e poi mi fece accomodare nel suo ufficio, dove ci sedemmo entrambi. L’unica cosa che riuscivo a dire era: “Ho tanta paura!”. Lui si limitava ad annuire, mi disse che ero in uno stato di estrema ansia, e mi chiese se stavo mangiando a sufficienza e bevendo abbastanza acqua. Un ora passò molto velocemente, e restammo d’accordo che sarei andato in terapia una volta alla settimana. Oggi mi accorgo che lui probabilmente si stava chiedendo se non fosse meglio ricoverarmi subito in ospedale, vista la situazione in cui mi trovavo, e dovette prendere una decisione in fretta. In qualche modo comunque riuscivo a gestire la situazione, e potei iniziare la terapia. All’inizio arrivavo spesso in ritardi agli appuntamenti, o addirittura non ci andavo senza ricordarmi di avvisare prima. Molte volte lui mi chiamava per chiedermi dove mi trovavo e se sarei andato all’appuntamento. Ricordo che una volta si arrabbiò davvero con me perché per l’ennesima volta non ero andato all’appuntamento senza avvisarlo prima. Ricordo che gli regalai dei libri, e spesso gli chiedevo cosa pensasse di me. Lui non dava molte risposte, e spesso ci trovavamo a passare un ora intera a dirci quasi niente. Per i primi anni stavo lì a parlare della

vita di Gesù, dell’universo...di tutto tranne che di me stesso. Ovviamente, stavo ancora una volta tentando di scappare dall’inevitabile: dal dovermi guardare dentro. Quando non trovavo più argomenti di cui parlare, provavo a fargli delle domande su di lui, su cosa faceva fuori dal lavoro, e cosi via. Ovviamente, questo non e ciò di cui normalmente gli psicologhi parlano, e quindi mi trovavo veramente a corto di argomenti. Tuttavia, ogni volta che tentavo di parlare di me stesso, incontravo una resistenza enorme dentro di me. Jukka una volta mi disse che forse avevo così tanto orrore racchiuso dentro di me, che non riuscivo nemmeno a parlarne. Aveva perfettamente ragione. La mia vita nel frattempo continuava ad andare avanti e a subire cambiamenti, tra cui anche un divorzio, ma io continuai la terapia. Cominciavo ad apprezzare l’aiuto che mi dava poter sedermi su quella sedia una volta la settimana a parlare. A volte Jukka faceva terapie di gruppo, e ci andai alcune volte. La prima volta che decisi di andare ad una di queste occasioni, la terapia sarebbe dovuta durare una settimana, ma io non riuscii a rimanerci più di un giorno. Mi sembrava che tutti lì dentro erano pazzi, e che dovevo andarmene al più presto. Invece non capivo che ero io stesso ad avere tantissime cose dentro di me ancora da risolvere.

Piano piano cominciavo a capire cosa effettivamente fosse la psicoterapia. Fu un processo lento e doloroso. Jukka aveva un senso dell’umorismo incredibile, e spesso mi ritrovavo a sbellicarmi dalle risate un attimo dopo aver parlato di un esperienza dolorosa. Bastava un suo piccolo commento, una frase al momento giusto, per farmi vedere il lato comico di ogni esperienza. O magari tragicomico. Jukka mi disse anche che spesso le persone smettono di fare terapia proprio quando questa comincia ad avere effetto e a produrre cambiamenti. Ovviamente questo successe anche a me, varie volte. Però ogni volta tornavo, e lui disse che forse era già stato innescato un percorso che ormai non poteva più essere fermato. Ancora una volta aveva ragione. Era sicuramente iniziato un percorso dentro di me, che mi avrebbe riportato al mio dolore e terrore originario fino a far crollare tutto me stesso. Dopodiché avrei fatto delle scoperte personali e sofferte per finalmente, passo dopo passo, ritrovare quel lago di ghiaccio dentro di me dove avevo nascosto tutti i miei dolori dell’infanzia per così tanto tempo. E quei dolori erano lì ad aspettarmi. Cominciai ad avvertirli sempre di più. Non ricordandomi in che stato mi trovavo anni prima quando iniziai la terapia, chiesi a Jukka se questo era il vero significato della terapia. Le

sue risposte erano però sempre vaghe. Ma oggi capisco il perché. Ero io a dover trovare le mie risposte, non lui. Quando finivo col piangere su quella sedia, lui si limitava a guardarmi. A volte questa cosa mi dava rabbia, perché sembrava che a lui non gliene fregasse niente di me. Invece lui non poteva fare altro che osservare lo svolgimento della mia scoperta interiore. Poteva solo aspettare. Ricorderò sempre cosa mi disse durante una seduta in cui mi sentivo particolarmente disperato. Disse che se la terapia funziona davvero, il paziente si troverà a dover decidere se desidera continuare a vivere o meno. Questa cosa mi sembrò così fredda e brutale che mi arrabbiai molto. Ma aveva ragione. Non era certo lui ad aver messo tutte quelle emozioni dentro di me, o ad avermi fatto qualcosa di male. Stava solo cercando di aiutarmi, e sapeva quello che faceva. La mia terapia finì quando fui ricoverato nel 2004, e fino ad oggi sono ancora convinto che fu la terapia stessa a portarmi a quel punto, e che fosse l’unico percorso possibile che mi avrebbe permesso di sopravvivere. Altrimenti sarei sicuramente andato incontro allo stesso destino di mio padre. Jukka mi fece anche capire che già stavo andando in quella direzione, quando una volta mi chiese se per caso stavo cercando di imitare mio padre. Allora mi accorsi che infatti stavo facendo molte cose esattamente come le aveva fatte mio padre. Tutta la mia personalità

nevrotica sarebbe dovuta crollare, per permettere ad una più sana di sostituirla. Il passato doveva morire, per dare spazio al nuovo presente. Ma era una lotta per cui non ero preparato, e che non mi aspettavo sarebbe stata cosi lunga. Ma ovviamente, quando hai represso tantissime emozioni dolorose dentro di te per vent’anni e queste ritornano alla luce, la cosa non può certo essere facile. Si deve svolgere per tutto il suo percorso, come ogni altra cosa nell’universo. Non credo che sarei ancora vivo oggi senza la terapia e tutto il bene che mi ha fatto. Anche se non è stata lei a salvarmi. Sono stato io a dovermi salvare. Però mi ha sicuramente aiutato a capire me stesso, e ironicamente molte delle mie scoperte interiori sarebbero arrivate più tardi, a terapia già finita. Non posso neanche negare quanto la terapia abbia influito sulla mia musica. Ad esempio i brani che ho scritto per l’album “Infinite” sono stati molto influenzati dal processo terapeutico. Inconsapevolmente, ne sono stati influenzati la mia creatività come anche la mia personalità stessa. O forse è semplicemente il fatto che si può scorgere il percorso e lo svolgimento della mia personalità su quel album, come anche su quello successivo “Elements Pt 1”. Entrambi gli album mi rimarranno sempre molto cari. Dopo aver fermato la terapia nel 2004, ho avuto solo altre tre sedute nel 2006. Da allora non ci sono più tornato. Ormai sento che non è più necessaria e che

ho gia capito quello che dovevo capire di me stesso. Almeno per ora. Dal 2006 vedo uno psichiatra che mi aiuta a gestire la sindrome bipolare con le medicine adatte. Ma non faccio più psicoterapia.

SUICIDIO Era il 10 di Marzo del 1978 quando mio padre decise di terminare la sua esistenza su questa terra. Avevo dodici anni e vivevo in una nuova casa assieme a mia madre e mio fratello. Lo spazio era molto più piccolo di quello che avevamo prima, visto che mia madre non poteva permettersi di meglio. Io e mio fratello ci dividevamo la stessa stanza. Ma ci sentivamo al sicuro lì, eravamo circondati dalla natura e anche il mare si trovava molto vicino. Andavo spesso al mare per pescare, o anche solo per ammirare le meraviglie della natura. Ancora ascoltavo gli ABBA, ma da poco avevo anche scoperto i Beatles, e amavo tantissimo anche loro. Mi piaceva in special modo John Lennon, le sue canzoni e il suo senso dell’umorismo, ma tutto il gruppo era diventato importante e caro a me quanto lo erano gli ABBA. Suonavo ancora la mia chitarra acustica, e imparavo pezzi di entrambi i gruppi. Il divorzio dei miei genitori e

tutti gli avvenimenti precedenti mi avevano turbato profondamente. Mi ritrovai a rifuggire dal mondo esterno in un modo che non saprei spiegare. La natura e la musica erano la mia consolazione. Non avevo tanti amici come quando avevo ancora otto anni. E anche se fino ad allora avevo già visto così tanta violenza, non era preparato ad affrontare gli eventi che si sarebbero presto svolti. Mio padre aveva traslocato in un appartamento abbastanza vicino al nostro, forse solo a due chilometri o giù di lì. C’era stato un accordo per cui io e mio fratello potevamo vederci con nostro padre. Credo che fosse a fine settimana alterni, ma ricordo di esserci stato solo due volte. Non vedevo mio padre da circa sei mesi e ancora mi mancava molto. Ero un ragazzino di dodici anni molto confuso e spaventato. Ricordo che durante una di queste visite, stavo guardando la TV insieme a mio padre, mentre lui mi accarezzava gentilmente la testa. Ricordo ancora chiaramente il suo tocco, una delle pochissime cose positive che fisicamente ricordo di lui. L’atmosfera nella sua nuova casa non era per niente felice, però. Si era messo con una nuova fidanzata, che aveva anche lei un bimbo di otto anni. A quante pare, il suo comportamento si ripeteva anche con la sua nuova famiglia. Ancora beveva molto, e anche la sua nuova famiglia dovette scappare di casa alcune volte. Davvero non ricordo di essere stato da lui più di

un paio di volte, anche se poi tornai a visitare lo stesso piano di quel palazzo varie volte. Intorno al 1998 sentivo il bisogno di scoprire veramente quello che era successo a mio padre. Nessuno mi aveva mai detto veramente cos’era successo, come era morto e in quali condizioni. In Finlandia si ha il diritto di chiedere di avere tutti i documenti legali di un parente deceduto. Quindi mi informai presso la polizia, e visitai tutti gli ospedali per provare a scoprire cosa era successo. Trovai molti documenti, ed ero in grado di ricostruire cosa era successo nelle ultime settimana precedenti al suicidio. Per due volte fu chiamata un ambulanza dopo che aveva mescolato tranquillanti con l’alcol. Una volta mentre lo stavano portando in ospedale in ambulanza, gli si fermò il cuore. Riuscirono a rianimarlo, ma ancora non riesco a credere come nessuno si accorse di quello che sarebbe successo. Il giorno prima di suicidarsi, comprò una bottiglia di cognac e andò nella casa estiva di famiglia. A quanto pare si ubriacò come al solito e divenne violento. Andò alla casetta accanto, dove non c’era nessuno in quel momento, e spaccò tutte le finestre. I vetri eranno ricoperti del suo sangue. Poi perse i sensi sul letto con una sigaretta accesa in mano, e la casa prese fuoco. Qualcuno vide le fiamme e chiamò i pompieri, che lo salvarono all’ultimo momento. Il posto fu distrutto completamente dalle fiamme.

Fu portato in ospedale per vie dei tagli che si era fatto con i vetri e per le ustioni. Poi fu trattenuto in una cella alla stazione di polizia. Lo accusarono di effrazione, ma usci fuori che i proprietari della casa appartenevano alla sua famiglia. Tuttavia lo interrogarono molte volte e per lungo tempo, poiché le sue risposte non erano mai soddisfacenti. Mentre lo trattenevano cercò di suicidarsi usando il filo elettrico della lampadina nella sua cella, svitando la lampadina per provare a prendere una scossa. Non ci riuscì solo perché lo vide un poliziotto appena in tempo. Mio nonno, il padre di lui, fu chiamato a prendersi mio padre in cura. Il nonno era il proprietario dell’azienda di famiglia dove lavorava mio padre, ed are arrabiatissimo con mio padre. Forse la reazione di mio nonno fu ciò che spinse mio padre a fare il suo gesto finale. Il nonno portò mio padre a vedere la casetta di villeggiatura bruciata, dicendogli: “Guarda che cosa hai fatto!” Dopodiché il nonno portò mio padre a casa, dove gli disse di non presentarsi più al lavoro e di considerarsi licenziato. Gli prese anche le chiavi dell’auto aziendale che guidava mio padre. Tutte queste cose le ho apprese leggendo i documenti ufficiali della polizia. La settimana prima, io avevo appena compiuto dodici anni. Ricordo bene quel giorno poiché mio padre mi portò a comprare un acquario per regalo. Ricordo anche che lui rimase molto serio per tutto il tempo.

Quell’acquario era un regalo molto importante per me, perché lo desideravo da tempo. Anche a mio padre piaceva molto la natura, ed aveva sempre avuto acquari anche lui. La mattina del 12 Marzo 1978 fu il giorno che avrebbe cambiato la mia vita per sempre. Non avrei mai più guardato il mondo allo stesso modo. Mi avviai verso la scuola intorno alle 7:30. Era un giorno freddo d’inverno, ma io facevo sempre a piedi i due chilometri da casa mia alla scuola. La palazzina dove abitava mio padre si trovava praticamente sullo stesso percorso appena prima della scuola, quindi potevo scorgere la casa di mio padre quasi tutti i giorni. La strada che facevo do solito per andare a scuola non passava direttamente accanto alla casa dove stava mio padre, ma solamente quella mattina, per qualche strana ragione, sentii il bisogno di prendere l’altra via che passava accanto a casa sua. Mentre ero sotto il palazzo, automaticamente alzai gli occhi al quarto piano dove c’era l’appartamento di mio padre. Per mia sorpresa lui era lì, alla finestra della camera da letto, lo sguardo fisso verso l’esterno. Lo salutai con un cenno della mano, ma lui non mi vide. Non sapevo in quel momento che lo stavo salutando per l’ultima volta. Ricordo anche che mi venne un pensiero improvviso che mi diceva: “Vai a casa sua”, ma lo ignorai e proseguii verso la scuola che si trovava ad appena 200 metri da lì.

Entrai a scuola per la prima lezione, dopodiché come sempre uscimmo fuori per un intervallo di dieci minuti. Erano circa le 8:55. Improvvisamente vidi un ambulanza e un auto della polizia correre in direzione della casa di mio padre. Tutti quanti a scuola corsero lì per vedere cosa era successo, ma io non ci andai. Non ci andai perché in qualche modo, già avevo capito cosa era successo. Me lo sentivo. Tuttavia quando gli altri cominciarono a tornare indietro, chiesi ugualmente cosa era successo. Mi dissero che qualcuno, un uomo, si era gettato dalla finestra. Chiesi se sapevano dirmi cosa indossava quell’uomo, e la descrizione combaciava esattamente con degli abiti che sapevo mio padre spesso indossava. Incredibilmente rientrai a scuola per la seconda lezione, e solo dopo chiesi alla maestra di andare a casa perché non mi sentivo bene. Corsi verso casa, e continuai a correre per tutta la strada. Mentre ci passavo sotto, vidi che quel balcone del quarto piano era tutto sporco di sangue. Arrivai a casa ma non c’era nessuno. Telefonai subito a casa di mio padre. Mi rispose una voce di donna singhiozzante, e quella fu la mia conferma che lui era morto per davvero. Pochi minuti dopo arrivò la nonna, che mi strinse a se con forza. Tutta la famiglia si ruinì a casa della nonna, ma non ricordo molto altro di quel giorno.

Quando chiamai la polizia per chiedere di vedere i documenti relativi al suicidio di mio padre, appresi che c’erano anche alcune fotografie. È regolare procedura per la polizia di fare fotografie sulla possibile scena di un crimine. Nei casi di suicidio, l’unica cosa che devono fare e appurare se c’è stato un crimine o meno. Chiesi al poliziotto di parlarmi delle foto. Mi disse che c’è n’erano sette, e che in due di loro si poteva vedere il corpo. Una era a distanza ravvicinata e l’altra da più lontano. Gli chiesi di descrivermele, ma lui mi disse che ne aveva viste di tante ormai, che era difficile da dire. Ordinai tutti i documenti e le fotografie, ma non quelle in cui si vedeva il cadavere. Quando andai a ritirarle, il cuore mi batteva forte. Presi la busta, che conteneva cinque fotografie e tutti i documenti relativi all’investigazione. Guardai le foto, ed erano orribili. E quel che era peggio, e che in una delle foto si poteva in effetti scorgere il cadavere da lontano. Il corpo di mio padre si trovava sul terreno innevato sottostante al suo balcone, e indossava gli abiti che solitamente usava quando era a casa. Alle 7:00 circa di quella mattina fatidica, la fidanzata di mio padre uscì per andare al lavoro. Appena il giorno prima era tornato a casa dopo che era stato trattenuto dalla polizia, ed il nonno lo aveva cacciato dal lavoro. Come ho già detto, quel giorno sono uscito per andare a scuola alle 7:30, e dovevo trovarmi sotto il suo

balcone intorno alle 7:45 – appena un ora prima della sua morte. Quindi, sicuramente sono l’ultima persona che ha visto mio padre ancora vivo. Cosa è accaduto durante quel ultima ora l’ho ricostruito dai documenti della polizia. Mio padre andò in cucina e prese un grosso coltello. Poi andò in bagno, si sedette nella vasca da e si tagliò le arterie di entrambe le braccia. Prima si tagliò un braccio, poi non so come prese il coltello nell’altra mano e si tagliò l’altro braccio. Si fece anche un taglio profondo nel dito a cui una volta portava la fede nuziale. Poi mise il coltello accuratamente nel porta bottiglie del bagno. Non si sà per quanto tempo rimase lì a sanguinare. Non trovarono acqua dentro la vasca da bagno. Quando arrivò la polizia, c’erano circa 5 cm di sangue sul fondo della vasca da bagno – praticamente tutto il suo sangue. Dalle fotografie si capisce che ad un certo punto, per qualche ragione si alzò dal bagno. Probabilmente era in delirio. Andò in camera da letto dove si sedette sul letto. C’erano macchie di sangue sul letto, e sulla moquette bianca tra il bagno e la camera da letto. Quindi stava ancora sanguinando. Poi uscì sul balcone, ed alzò una gamba sopra la ringhiera. Questo fu dichiarato da un testimone che lo vide. Si teneva con le mani alla ringhiera sull’orlo del balcone, e questo spiega la quantità di sangue che c’era all’esterno del balcone.

Ad un certo punto ha mollato la presa ed è precipitato giù in strada dal quarto piano. La morte fu istantanea. Tutto questo accadde in un ora, ed è morto alle 9:45. Le fotografie sono raccapriccanti, ed è stato durissimo vederle. Ma avevo bisogno di capire cos’era accaduto vent’anni prima. Ora sapevo. Sono anche riuscito a contattare e ad incontrare la sua fidanzata di allora, nel 1999. Mi disse praticamente le stesse cose che si possono capire dai documenti della polizia. Mio padre non lasciò nessuna lettera o messaggio prima di suicidarsi. Aveva avuto un’assicurazione sulla vita di cui io e mio fratello eravamo beneficiari, ma due mesi prima di uccidersi mio padre intestò l’assicurazione a lei, la sua fidanzata. Lei mi disse che mio padre era diventato sempre più violento, e lei pensava seriamente di troncare la loro relazione. Mi disse anche che la notte prima del suicidio, lui era molto agitato e riusciva a malapena a dormire. Probabilmente aveva già deciso di farla finita il giorno dopo, appena lei fosse uscita di casa. Lei mi disse anche che durante la notte si destò e vide tre sagome nere in piedi accanto al letto, ma mi sembrava molto turbata dalla mia visita, e non so quanto mi stesso dicendo i fatti com’erano accaduti veramente.

Al funerale qualche settimana dopo, ricordo ancora il crematorio e la bara bianca. Ricordo il prete che

parlava ed io, mio fratello e mia madre che mettevamo dei fiori sulla bara. Non ricordo cosa disse mia madre. Si dice che i funerali sono un modo per dire addio, ma io non riuscivo nemmeno a capacitarmi di cosa era accaduto. Avevo solo dodici anni. Sarebbe passato molto tempo prima di riuscire veramente a capire cosa era accaduto e perché. Ma l’effetto che tutto questo ebbe su di me, fu di far sì che mi chiudevo sempre di più in me stesso. Forse decisi a quel punto che non ci si può fidare di nessuno a questo mondo. E quindi mio padre andò a riposare in pace – se si può dire così in questo caso – e la vita andò avanti. Ma niente sarebbe mai stato come prima. In qualche modo sono riuscito a rimuovere tutti questi eventi dal mio conscio per vent’anni, fino a che tutto uscì nuovamente alla luce. A quanto pare mia madre mi portò da una psicologa per bambini, dopo il suicidio di mio padre. Ci andai per un pò, ma la psicologa disse che poteva fare ben poco in quel momento. Disse anche però che io avrei dovuto affrontare questa cosa prima o poi. Non poteva aver avuto più ragione.

VIVERE CON LA SINDROME BIPOLARE

Quando all’inizio mi dettero le medicine sbagliate dopo la prima diagnosi, credevo davvero di non farcela. Ricordo bene quel momento durante un lungo periodo di depressione, quando per la prima volta pensavo che non ce l’avrei fatta, e avevo veramente paura. Ancora ricordo bene quell’orribile sensazione di impotenza e disperazione. Fortunatamente oltrepassai quel brutto momento ed eventualmente iniziai a prendere le medicine adatte, quindi sono in grado di dire di essere ancora quì. Ancora devo riprendermi da una serie di episodi maniacali e depressivi, senza parlare poi dell’episodio psicotico e paranormale. Riprendersi fisicamente da certe cose può richiedere anni. Il problema però è che pochissime persone possono permettersi di passare tutto il loro tempo a riposare e a riprendersi. Neanche io ho quel privilegio, e quindi mi devo arrangiare in qualche modo. Non è facile vivere con questa condizione, perché ti ritengono ugualmente responsabile delle tue azioni anche nel mezzo di un episodio maniacale (e ovviamente, almeno fino ad un certo punto, ne sei responsabile). Ma per fare un esempio, una persona che soffre di cancro, per dire, viene vista in una luce diversa. Lo psichiatra mi ha detto che anche dal punto di vista legale, certe azioni compiute durante un episodio maniacale potrebbero essere invalidate da un tribunale. Dico questo perché a volte certe persone

compiono gesti sconsiderati durante una mania, tipo comprare cose costosissime che poi non si possono permettere, case, automobili e via dicendo. In alcuni casi almeno, un tribunale potrebbe dichiarare nulle questo tipo di transazioni. Secondo me è sbagliato ritenere responsabile di tutte le sue azioni una persona che soffre di sindrome bipolare. Per cominciare, il rischio di suicidio per chi soffre di questa condizione e del 25%, che già dà un idea di quanto sia seria. In secondo luogo, durante una mania acuta con la dopamina alle stelle, non riesci assolutamente a valutare le conseguenze delle tue azioni. Diventi come una macchina che agisce solo in base a istinti e impulsi, senza alcun pensiero razionale. Quest’ultimo semmai arriva, se arriva, durante la fase di depressione che segue sempre una fase di mania. Mi trovavo a registrare e mixare il “Black Album” degli Stratovarius nel mio studio, praticamente solo come un cane tutto il tempo. Solo il perenne fracasso di scavi ed esplosioni mi teneva compagnia. Sommerso com’ero da problemi economici causati, pressione da parte della produzione, e tutti gli altri problemi nella mia vita personale, ricordo che dovetti ugualmente passare il natale del 2004 a lavorare da solo in studio. Lo passai a inserire samples (suoni campionati) su ogni colpo di tom tom che Jörg Michael aveva registrato alla batteria. Credo dovetti inserire manualmente almeno un migliaio di sample prima di poter mixare. Le cose che ricordo di più di quell’album

sono la solitudine e il tremendo lavoro che mi è costato. Dovetti lavorare davvero molto, forse anche troppo. Vi ricordo che in quei giorno non mi era ancora stata diagnostica la sindrome bipolare, e ancora non prendevo nessune medicine. Ed ero già stato ricoverato per una crisi nervosa appena otto mesi prima. Direi che è quasi un miracolo che quell’album fu completato. Ma in un modo o nell’altro, ci sono riuscito. Quel tipo di situazione potrebbe facilmente scatenere un episodio maniacale. Nel mio caso, credo che mi abbia fatto diventare almeno parzialmente psicotico. Chi come me è abbastanza fortunato da trovare le medicine adatte, magari aiutato anche dalla terapia, è in grado di condurre una vita relativamente normale. Idealmente si dovrebbe evitare lo stress il più possibile, cosa che purtroppo il mio lavoro non permette. Solo il fatto di essere in una rock band è già molto stressante. Non mi viene in mente niente che potrebbe essere più ‘maniacale’ di una tournée rock! Tuttavia, io sono un musicista. È l’unica cosa che so fare e che ho sempre fatto, quindi le mie scelte rimangono piuttosto limitate. Prendo quattro pillole di carbonato di litio ogni giorno. Fanno 1,2 grammi al giorno. Il litio è un metallo, e ne sto prendendo sui 350 grammi all’anno. Direi che fino ad oggi ne ho ingerito circa 1,5 kg di questo metallo. Un fatto interessante e ironico, considerando che faccio musica heavy metal.

Mi ritengo molto fortunato di aver trovato le medicine giuste. Potrei non trovarmi più qui altrimenti, anche se devo tollerare una certa stanchezza per vie delle medicine. Ad ogni modo, non mi rimane altra scelta. Da quando prendo il litio non ho più avuto nessun episodio maniacale o depressivo grave, eccetto alcuni con cause concrete e razionali. Con questo intendo dire che la medicina non può eliminare ogni senso di tristezza e abbattimento che potrebbe capitare. Ci sono sempre avvenimenti nella vita per cui è normale sentirsi tristi, e in quei casi bisogna avere la forza di combattere e andare avanti, anche se può volerci un pò di tempo. Comunque almeno non soffro più di quel tipo di nera depressione dove si finisce a letto per sei mesi a piangere tutto il tempo, per intenderci. Anche se riflettendoci devo dire che anche quella volta c’era una causa logica e razionale. Solo che a quel tempo ancora non lo sapevo. Molti artisti hanno sofferto della stessa condizione. Ernest Hemingway e Virginia Wolfe finirono col suicidarsi. Dicono che Beethoven l’abbia avuta. Kurt Cobain ce l’aveva. L’unico mio scopo nel scrivere questo libro, eccetto forse il soddisfare il mio bisogno artistico, e di poter raccontare la storia di qualcuno che ha avuto un percorso durissimo, ma che è ancora qui a raccontarlo. Sono sempre stato molto schietto con il pubblico e

nelle interviste, riguardo alla mia malattia. La ragione è semplice: dare un pò di speranza ad altre persone che stanno soffrendo per cause simili. Mi capita di ricevere delle mail da persone che chiedono aiuto perché si sentono disperate e non sanno cosa fare. Lo considero un mio obbligo umanitario di dare aiuto in qualsiasi modo mi è possibile. Anche se non posso permettermi di farlo fino al punto di mettere a repentaglio la mia salute o la mia stessa vita. Certamente non credo di essere Gesù. O per lo meno non lo credo più. Voglio però dire che non sento più l’obbligo di provare a salvare in mondo, semplicemente perché non credo abbia bisogno di essere salvato. E sarebbe molto presuntuoso da parte mia pretendere che io possa salvarlo. Il mondo semplicemente è cosi com’è. E lo è esattamente nel modo in cui noi collettivamente l’abbiamo creato e plasmato. Io non sono che, come dice una canzone che ho scritto, “una goccia d’acqua nel mare”, e finalmente sono riuscito a capirlo. E solo questo fatto rappresenta un progresso enorme rispetto alla persona che ero prima. LA FORESTA DEGLI UCCELLI E IL SALVAGENTE Verso la fine dell’estate del 1978, riuscimmo ad allontanarci da tutti quelli avvenimenti tragici. Ovviamente tutti ne portavamo il peso dentro di noi,

ognuno a modo suo. Ricordo che era già estate inoltrata, quindi dovetti aspettare di finire l’anno scolastico per poter traslocare durante le vacanze. Ricordo la sensazione di paura nel tornare a scuola, poiché mi vergognavo di quello che aveva fatto mio padre. Come fanno molti bambini, avevo confuso tutto dentro di me e credevo che in qualche modo era colpa mia se mio padre non c’era più. Non ne ero consapevole e non lo sono ancora del tutto nemmeno adesso, ma riesco a capire quel tipo di ragionamento. Tutti si mostravano molto gentili e dispiaciuti con me, anche insegnanti che prima erano stati molto severi. Era come se il suicidio di mio padre avesse toccato un pò l’animo di tutti e fatto scaturire dei sentimenti umani atavici, che venivano proiettati su di me. Più tardi avrei imparato molte altre cose su queste proiezioni, una volta diventato un famoso musicista quindici anni dopo. Ma questa è un altra storia. Comunque era una bella sensazione ricevere tutte quelle attenzioni, anche perché io ero quello “che ha visto cose che nessuno avrebbe mai dovuro vedere”. Nel profondo del mio cuore, capivo in qualche modo quanto terribili e violenti erano stati quegli eventi. Così violenti che la mia mente dodicenne non riusciva a capacitarsi di tali azioni da parte di un mio genitore. Durante l’estate del 1978 cominciai ad avvertire quella solitudine malinconica che sarebbe poi divenuta parte

determinante del mio carattere. Trascorsi l’estate intera da solo. Uscivo di casa la mattina appena alzato e tornavo la solo la sera. Passavo molto tempo in riva al mare...nello stesso posto in cui sarei tornato più volte dopo la mia crisi nervosa. Mi sedevo lì a guardare il mare e sentivo questo enorme vuoto dentro di me, che non riuscivo nemmeno a ricollegare a mio padre. Mi sentivo totalmente, incredibilmente solo. A volte mi mettevo a pescare, e se prendevo qualcosa lo portavo a casa per darlo a mia madre. Trascorrevo anche molto tempo immerso nella natura, semplicemente andando in giro ed osservando tutti i dettagli di quello che mi circondava, come i vari tipi di pesci nel fiume, o le foglie degli alberi che brillavano dopo la pioggia. Mi sentivo a casa quando ero circondato dalla natura. Direi che mi sentivo al sicuro. Avevo cominciato ad allontanarmi dagli altri essere umani. Credo che dentro di me decisi che gli essere umani erano imprevedibili e non ci si poteva fidare di loro, anche se capivo che avrei dovuto relazionarmi con loro ugualmente prima o poi. Questi erano pensieri pesanti per un bimbo di dodici anni. Anche gli ABBA e i Beatles furono protagonisti quell’estate. Ricordo come a volte, dopo che mia madre usciva per il lavoro, restavo a casa da solo a piangere per la perdita di mio padre. Era il pianto disperato di un dodicenne che si sentiva come

intrappolato in una ragnatela da cui non c’era via d’uscita. Le mie uniche oasi di vita erano la natura e la musica. Non sono molto cambiato in verità. È ancora cosi per me anche oggi. Un giorno mentre ero solo a casa, mi misi a suonare un piccolo organo che avevamo, e piangevo. Sarà stato solo pochi mesi dopo la morte di mio padre. Ne uscì una melodia che ogni fan degli Stratovarius saprebbe riconoscere. Cantavo anche alcune parole in finlandese su quella melodia che suovano su quel piccolo organetto. Erano: “Perché mi hai lasciato, papà...ti voglio bene”. Quella stessa melodia sarebbe poi diventata l’introduzione del pezzo di nome “Destiny”, cantata da un corista dodicenne dei “Cantores Minores”...lo stesso coro di cui facevo parte. “Destiny” fu registrata vent’anni dopo quel giorno. Fu la prima composizione della mia vita, anche se in quel momento non ero consapevole che stavo “componendo”. Stavo suonando spontaneamente e piangendo. In futuro la mia musica avrebbe poi espresso molta malinconia. Verso la fine di quell’estate del 1978, ci siamo poi trasferiti in un nuovo posto, il cui nome tradotto sarebbe “Foresta degli uccelli”. Si trovava a 40km dalla nostra casa precedente, ed era per così dire un nuovo inizio. Era un posto splendido, nel mezzo della campagna finlandese. C’era una piscina all’esterno, e io avevo una stanza tutta per me. A pochi passi dalla mia finestra c’era un grandissimo albero di betulla, le

cui foglie arrivavano alla mia finestra, dandomi ancor più quella sensazione di essere immerso nella natura. Avevo anche il mio acquario lì, lo stesso che mi regalò mio padre una settimana prima della sua morte. Adoravo la mia stanza, ma continuavo a starmene da solo e tenevo sempre la porta chiusa. Amavo anche esplorare i dintorni della nuova casa, e trovai molti posti che mi piacevano. Ricordo che spesso avevo paura la notte, anche se non c’era ragione di averne. Ma la paura era dentro di me. Era molto spaventato da qualcosa. Facevo sogni dove mi trovavo a volare molto in alto, per poi improvvisamente precipitare. Però poi cadevo molto lentamente fino a poggiare i piedi dolcemente sul terreno. Quei sogni mi sembravano davvero reali. A quel punto i terribili eventi di qualche mese o forse un anno prima, erano già stati rimossi dal mio conscio. Sicuramente influenzavano la mia vita e la mia personalità, ma non ero conscio direttamente. Forse era da lì che veniva quella paura che non mi sapevo spiegare. Non piangevo più, ma provavo un certo vuoto malinconico, una mancanza. Questa mancanza però non aveva un oggetto preciso. Non sentivo la mancanza di qualcuno in particolare, ma provavo quella sensazione ugualmente. Non avevo amici. Ma poi venni a sapere di un nuovo alunno che si era trasferito dalla Lapponia ad un altro

paese vicino alla Foresta degli Uccelli. Si chiamava Mika. Lui suonava il pianoforte, e molto presto diventammo amici. Sembrava come qualcosa di predestinato. I suoi genitori erano assiduamente religiosi. Mika mi raccontò che spesso veniva picchiato da piccolo, e parlava spesso di Dio e di religione, cose che a quel punto non mi interessavano minimamente. In verità pensavo che lui stava solo ripetendo tutte le cose che i suoi genitori gli avevano inculcato. Ma si parlava di questo argomenti solo ogni tanto, e quindi per me non c’era problema. Cominciammo a suonare insieme, io con la mia chitarra acustica e lui il pianoforte. Ricordo bene la prima volta che abbiamo suonato insieme, a casa sua. Fu un esperienza bellissima. Poi cominciammo a suonare da duo in certe occasioni, come ai festini scolastici di fine anno. Suonavamo delle cover, più che altro pezzi che la gente ci chiedeva. Ci divertivamo molto a suonare insieme, e sette anni dopo lui sarebbe diventato il primo tastierista degli Stratovarius. Poi sentii una band che si chiamava “The Shadows”. Suonavano un tipo di music strumentale, e usavano chitarre elettriche. Mi innamorai molto di loro. La loro musica era bella e eccitante, con ottime melodie memorabili. Così chiesi a mia madre se potevo avere una chitarra elettrica, e un bel giorno andammo in un negozio a Helsinki, dove presi la mia prima chitarra elettrica ed un piccolo amplificatore. La marca della

chitarra si chiamava Aria, ma non ricordo la marca dell’ampli. Cominciai ad imparare i pezzi degli Shadows, e ben presto ero in grado di accompagnare i loro dischi con la mia chitarra. La musica riempiva la mia vita, e riusciva anche a colmare quel grande vuoto che mi sentivo dentro. Mi dava un senso d’identità, e volevo passare tutto il tempo a suonare. I primi tre gruppi importanti per me sono stati quindi gli ABBA, i Beatles, e gli Shadows. Un giorno però, ascoltai per caso qualcosa alla radio che mi avrebbe cambiato la vita per sempre. Era “Smoke on the water” dei Deep Purple. Quel riff mi sembrava incredibile, qualcosa di veramente magico. Non avevo mai sentito musica come quella prima di allora. Diventai completamente ossessionato dai Deep Purple e dai Rainbow, e ovviamente in particolar modo da Ritchie Blackmore, che diventò il mio più grande idolo in assoluto. Poi ereditai un pò di soldi da mio padre. Anche se avrei dovuto ricevere l’eredità solo dopo aver compiuto i diciotto anni, mia madre riuscì a fare in modo di ritirarne una parte prima del tempo stipulato. Con quei soldi mi comprò una Fender Stratocaster color argento. Credo avevo quattordici anni allora. Ben presto tutte le mie giornate erano dedicate completamente alla musica e alla chitarra.

Ricordò di aver avuto un lavoro estivo nella stessa azienda di famiglia dove aveva lavorato mio padre. Eroincaricato delle spedizioni dal nostro magazzino ai domicili dei clienti, insieme ad un collega che guidava il nostro furgoncino. Era un lavoro piuttosto duro, poiché dovevamo trasportare merce pesante come frigoriferi e lavatrici, e portarla su anche in palazzi sprovvisti di ascensore. Comunque guadagnavo un pò di soldi miei, e con il ricavato mi comprai uno stereo nuovo ed un amplificatore migliore per la mia chitarra. Mi sentivo al settimo cielo. Cominciai a prendere lezioni di chitarra una volta alla settimana. Consistevano più che altro in Jazz e altre cose che non m’interessavano tanto, ma comunque imparai un pò di teoria e stili musicali diversi. Suonavo ancora nel duo insieme a Mika, ma adesso avevo una chitarra elettrica. Ricordo che suonai in chiesa la “Toccata e fuga in Re minore” di Bach, ed un giornale locale pubblicò un articolo su di me con una mia foto, complimentandomi per la mia prestazione. Suonai lo stesso pezzo anche al festino scolastico di fine semestre, davanti a cinquecento persone. E ricordo chiaramente che non mi sentivo per niente nervoso di fronte al pubblico. Non bisogna essere Einstein per capire che la chitarra mi dava un senso d’identità che non avevo mai avuto prima. È stata veramente il mio salvagente. Potevo raccontarle i miei più reconditi segreti, e lei mi ripagava sempre con la sua fedeltà.

Per me era qualcosa di cui avevo veramente bisogno, specialmente per via degli eventi della mia infanzia. Prima di scoprire la chitarra, non aveva nessun senso di me, nessuna identità. Più tardi però avrei capito che nemmeno una chitarra ti può veramente dare un identità. Che un fiore può crescere anche sull’asfalto, e la stessa cosa vale per noi esseri umani e tutto quello che ci portiamo dentro di noi. Comunque, crescevo in quella Foresta degli Uccelli, circondato dalla natura e dalla musica. Ho molti buoni ricordi di quel posto, poiché la mia carriera musicale in pratica comincio lì. Le mie giornate venivano riempite con lo studiare, suonare ed ascoltare musica. Mi piaceva anche fare scampagnate e curare il mio acquario. Leggevo anche molti libri di Kondrad Lorentz sul comportamento animale, notando che non era poi molto diverso da quello umano. La mia serie televisiva preferita era “World War II” (la seconda guerra mondiale), e la seguivo incredulo. Imparai di un certo Adolf Hitler, di quanta gente era morta e per quali ragioni. Tutto questo non aumentava certo la mia fiducia nell’umanità. Non riuscivo a capire come ottanta milioni di persone potevano essere state uccise, e perché. La cosa non aveva alcun senso per me. Non capivo il concetto di “frontiere”, che praticamente esistono per impedere ad un popolo di attaccare un altro popolo.

Eppure questo accadeva ugualmente, e quindi queste frontiere dovevano essere protette. Ciò significa che bisogna avere quelle cose conosciute come “armate”. Non ero ancora a conoscenza del concetto di nazionalismo fino a quel punto, ma comunque l’idea che mi stavo facendo dell’umanità diventava sempre più pessimista. Il mese di Dicembre del 1980 uno dei miei idoli, John Lennon, fu assassinato dinanzi a casa sua. Ricordo che ero a scuola quando successe. Non capivo com’era potuto succedere, e ricordo quella sensazione di smarrimento poiché ero un grandissimo fan di Lennon, e ancora lo sono. Gli spararono a sangue freddo nella schiena con sua moglie accanto. Ventisei anni dopo avrei visitato il luogo della sua morte a New York, mentre mi trovavo in tournée. Rimasi fermo lì a pensare a quello che era successo in quello stesso punto esatto. Lennon diede la sua ultima intervista poche ore prima di essere ucciso, e durante quell’intervista disse una frase che sarebbe poi sembrata come un presagio: “Che significato ha se viene ucciso un pacifista?” Visitai il parco di “Strawberry Fields” accanto alla sua casa, e vidi centinaia di persone raggruppate intorno a quella lapide di cemento con su scritto “Imagine”, mentre suonavano e cantavano le sue canzoni. Ad un certo punto incontrai alcune persone che erano interessate allo stesso tipo di musica che piaceva a me. Mettemmo insieme qualche band, e demmo anche

qualche concerto dal vivo. Penso era intorno al 1982. Una di quelle band si chiamava “Roadblock” ed il loro cantante, Tuomo Lassila, divenne poi il primo batterista degli Stratovarius. Un altra band si chiamava “Thunderbird”. Suonavamo in maggior parte delle cover, insieme ad alcune canzoni mie che erano più che altro delle speci di collage di pezzi dei Rainbow. Notai anche che le ragazze diventavano molto più interessate a te se facevi parte di un gruppo rock. O forse s’interessavano più che altro all’immagine. Non ero mai stato molto interessato alle ragazze prima, più che altro perché ero molto timido. Ricordo che quando avevo intorno ai quindici anni, una ragazza che non conoscevo telefonò a casa mia, e mi chiese se poteva venire a trovarmi. Io balbettai una specie di “sì”, e lei venne a casa mia. Aveva dei lunghi capelli biondi ed era un pò bassina di statura. A quindici anni io ero già molto alto. La feci entrare e accomodare sul divano, mentre io mi sedetti su una sedia di fronte a lei, con un cuscino sulle ginocchia. Ricordo che mi sentivo completamente come un pesce fuor d’acqua e non sapevo cosa dire ne cosa fare. Lei mi disse: “Non parli molto, tu..” a cui le risposi “Eh, no ... penso proprio di no.” Lei poi mi raccontò che mi vedeva sempre da solo la mattina alla fermata dell’autobus per andare a scuola, e che le dispiaceva vedermi sempre solo. Io però non mi ricordavo di averla mai vista prima. Misi su un pò di musica, e ricordo ancora che disco era: “The Wanderer” di Donna Summer, che mi piaceva

ascoltare ogni tanto. Dopo un pò lei dovette andare, e ci scambiammo un abbraccio ed un bacio davanti al portone di casa. Il mio primo bacio. Era stato carino, ma lei non l’ho mai più rivista dopo quella volta. Poi nel 1984 mi arrivò quella telefonata chiedendomi di unirmi agli Stratovarius, cosa che io come ben sapete accettai. Mi ero quindi trovato un identità ancora più grande e importante. Intorno al 1986 anche Mika si unì agli Stratovarius, ma aveva già lasciato la band quando fummo scritturati dalla CBS. Ancora non so bene perché se ne andò, la ragione che ci diede era un pò vaga. Non l’ho rivisto più dopo allora per dieci anni, ma ci ritrovammo intorno al periodo quando iniziai la terapia, e rimanemmo in contatto fino all’estate del 2005. Quell’anno aveva già tentato il suicidio guidando contromano. Fu ricoverato in un ospedale psichiatrico. Ricordo che lo chiamai quando si trovava lì, e gli mandai un lettore CD, della musica e dei libri. Lui mi scriveva delle lettere molto strane, dicendo che voleva dedicare il resto della sua vita “al servizio di Dio”, e cose di questo tipo. Mi sembravano praticamente le stesse cose che mi diceva quando avevamo quattordici anni. Quando fu dimesso, tornò a vivere coi suoi genitori. Mi trovavo in vacanza a Dubrovnik nell’estate del 2005 quando ricevetti un messaggino sul cellulare da lui, che diceva solo: “Come stai?”. Non gli risposi allora, ed oggi vorrei averlo fatto. Appena una settimana dopo si uccise gettandosi dal balcone di casa dei suoi genitori.

Non m’invitarono al funerale, e non ho nemmeno avuto il coraggio di andare a visitare la sua tomba. Il dolore è troppo forte. Era un uomo molto sensibile che era stato profondamente ferito dalla vita, o più probabilmente da alcune persone. Anche se era un tastierista ai massimi livelli e molto ricercato, continuava a considerarsi un signor nessuno. E quando questa parte negativa di lui ebbe il sopravvento, niente poteva più salvarlo. Non ho alcun dubbio in cuor mio che se fosse ancora vivo oggi, ancora suoneremmo musica insieme. Un giorno forse avrò il coraggio di visitare la sua tomba. Dio, quanto mi manca il mio amico.

CHITARRA, MUSICA, FAMA E GLORIA Questo titolo è intenzionalmente provocatorio. Le prime due parole sono consone alla realtà. Le altre due, no. Quando cominciai a suonare la chitarra seriamente, ne ricavai un forte senso d’identità. Ma non mi accorgevo che rimaneva un identità immersa nella solitudine. La tua identità può essere completa solo se hai rispetto di te stesso e riesci ad accettarti come essere umano. Ma io ero ancora molto lontano dal riuscire a farlo. Mi basavo più che altro sull’imitare altri musicisti ed il loro

stile, ma ero ancora molto lontano dal creare qualcosa che fosse una riflessione di quello che ero io veramente. Scrivere musica non è un processo conscio per me. Agli inizi si trattava più di fare molta pratica, o di vestirmi come Ritchie Blackmore. Il termine “far pratica” mi suona un pò innaturale in un contesto musicale. Mi sembra più qualcosa che ha a che fare con lo sport, che con la musica. Certamente più in avanti, una volta ottenuta una migliore concezione di me stesso, sarei diventato più in grado di lasciare la musica scorrere liberamente da dentro di me. È una delle cose più difficili da fare – riuscire a mettere la propria mente da parte, per permettere alla musica di scorrere. Ho dato anche una serie di seminari nel 2009-2010 in Europa e Sud America, focalizzati su questo aspetto della musica. In base alla mia esperienza, questo aspetto non viene quasi mai insegnato nelle scuole di musica o nei corsi di chitarra. È purtroppo devo dire che è qualcosa di molto difficile da insegnare. Ma non impossible. Siamo essere umani, e tutti noi proviamo emozioni e sentimenti e sappiamo quanto possano essere influenzati dalla musica. Quindi è logico che ci deve essere un collegamento molto profondo tra emozioni e musica. Eppure nessuno voleva parlarne. Erano sempre cose del tipo: “Come posso imparare a suonare veloce quanto te?” Suonare la chitarra,

secondo me, non ha niente a che vedere con il suonare delle scale e cose del genere. Non è matematica. Non è meccanica. Ognuno suona la chitarra, o qualsiasi altro strumento, in maniera esattamente consona al proprio carattere. Quindi se non sei consapevole del tuo carattere stesso, ovvero non sai chi sei veramente, non puoi mai esprimere te stesso e le tue emozioni al meglio attraverso il tuo strumento. Man mano che gli Stratovarius diventavano sempre più popolari, e suonavamo sempre più concerti di fronte a migliaia di persone, imparavo cos’erano la fama e la gloria. In quelle situazioni è molto facile perdere il contatto con la realtà, sentendosi chiamare “dio” o “maestro” ed altri termini esaltanti. Solo più tardi ho capito il significato di quelle cose. È molto pericoloso lasciarsi prendere la mano dalla fama e dalla gloria. Ci sono stati molti brutti esempi di cosa può succedere se si comincia veramente a credere di essere un dio. Il mondo della musica è pieno di persone egocentriche fino all’inverosimile. In verità essere un musicista significa più semplicemente essere un intrattenitore. A volte è qualcosa che uno sa che è nato per fare. O può essere la tua vita che in qualche modo ti spinge in quella direzione. Essere un intrattenitore significa, per me, mettersi di fronte a chi ha voglia di vederti suonare e di sentire quello che hai da dire. È uno scambio di energia tra te e quelle persone, e tu ti trovi lì per

metterti al loro servizio sollevandoli con la tua musica. Quindi in ultima analisi, essere un musicista ed un intrattenitore significa esprimere chi si è veramente attraverso la musica, e mettersi al servizio degli altri. Con questo non intendo dire che scrivo musica a tavolino solo per compiacere una certa fascia del pubblico. Se facessi così, sarei solamente falso. Sarebbe come mentire a me stesso. Significa che quando mi metto a comporre, cerco di distaccarmi da tutti (cosa che mi riesce abbastanza facile), e cerco di scavare dentro di me il più possibile, lasciando che la musica scorra a suo piacimento. Mi limito a lasciarla nascere, poiché e lei stessa a voler essere partorita. Non ho bisogno di sforzarmi per ore per farmi venire l’ispirazione, perché attingo alle mia fonte primaria e originaria. Non è un atto di volontà, ma si tratta più di essere capace di ascoltare che di suonare, di ricevere anziché dare. A quel punto è qualcosa di intensamente personale che ancora appartiene solo a me, quindi è un processo molto intimo. Quando poi si arriva a registrate questa musica ed altre persone sono coinvolte, il risultato finale dipende molto da loro e dalla loro sensibilità e percezione. Questa è una cosa per cui ho dovuto lottare e faticare non poco. Odio l’egocentrismo. Ovviamente possiedo anch’io un ego come tutti. Ma oggi la differenza è che il mio ego non possiede più me. L’ego è molto astuto però, e spesso mi sussurra ogni genere di cose

nell’orecchio. Nel tempo ho imparato a riconoscere la sua voce traditrice, anche se a volte mi son lasciato trarre in inganno anche in modo eclatante. Ma ho imparato la lezione, e questo non accadrà più. Ho sentito un pò di paura dentro di me a scrivere quella frase. È il mio ego stesso che sento. Ho suonato quasi tremila concerti durante la mia carriera. Ho conosciuto molte persone è visitato più di sessanta nazioni. Ho osservato molte culture diverse e le differenze tra di loro. E tuttavia, i momenti più memorabili sono stati le chiacchierate con i fan prima e dopo i concerti...quei momenti quando sono ancora un pò incerti se poter avvicinarsi per parlare. Sicuramente si incontrano anche molte persone arroganti, e a volte la situazione e difficile da gestire quando c’è davvero tanta gente, ma posso dire di aver avuto delle conversazioni molto toccanti. Come parlare con un padre e i suoi due figli che suonavano entrambi la chitarra e mi facevano molte domande, e sapere che si chiedevano com’era possibile che fossi disposto a passare un ora intera a parlare con loro. Ma non sapevano che mi avevano dato molto più di quanto io potevo dare a loro. Oppure un tipo che si sentiva disperato perché lo aveva appena lasciato la sua fidanzata. Lui era un cantante e quindi lo invitai a cantare con noi sul palco, e poi passai un pò di tempo con lui dopo il concerto ad ascoltarlo parlare. Tutto questo lo aiutò molto a sentirsi accettato. Almeno c’era ancora qualcuno che voleva

ascoltarlo. Si commosse fino alle lacrime, ed anch’io lo ero mentre lui cantava sul palco con gli occhi chiusi. Momenti unici che si vivono una volta sola. È in quei momenti, almeno per me, che si capisce veramente il significato di essere un intrattenitore. Un musicista. Un essere umano. Esseri famosi significa avere molta influenza su alcune persone. Questo “potere” può essere utilizzato in vari modi. Se usato in modo positivo, allora è veramente in grado di salvare delle vite. Ho ricevuto centinaia di lettere negli anni da persone che mi scrivono che la mia musica gli ha salvato la vita, e ha dato loro la speranza e la forza di andare avanti. Spesso non sento di meritarmi tutte quelle parole. Non posso certo prendermi tutto il merito. Forse una parte, ma non tutto. Il mio ego sarebbe più che felice di accettare la medaglia e gridare “Urrà! Urrà!”, ma lui se ne deve stare ben chiuso nella sua cella, cosa che ovviamente a lui non piace. Ma è così che deve essere. Ricordo una volta durante una tournée quando mi svegliai nel mio letto in pullman, con la mia guancia in una pozzanghera del mio stesso vomito sul guanciale. Avevo vomitato mentre mi trascinavo ubriaco verso il letto, ed era dappertutto. In quasi i tutti i concerti che ho fatto tra il 1996 e il 2003, ero completamente ubriaco. E ovviamente si continuava a bere anche dopo i concerti, fino alla mattina dopo. Ad oggi però

non tocco una goccia d’alcol da cinque anni, e non ne sento per niente la mancanza. Mi sento molto più lucido, e suonare sobrio mi da una sensazione diversa. È difficile esprimere emozioni quando si hanno una decina di birre in testa. Quindi, la “sindrome del dio” colpì anche me. Ma grazie ad una serie di eventi nella mia vita ho dovuto fare delle scelte e decidere cos’è veramente più importante. Ero spaventato a morte durante i miei primi concerti da sobrio. Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, anche se in realtà era esattamente al contrario. Ma mi sentivo strano. Nudo. Però...sentivo. E capivo di poter sentire veramente delle cose a suonare senza alcol. Per me fu un cambiamento totale, sia nel modo di suonare che nel modo di essere. E lì iniziai a comprendere cosa significa essere un musicista ed un intrattenitore. E non mi sono guardato più indietro. Sono molto grato di aver ricevuto il dono della musica, e tutte le cose che lei mi ha portato. È stato un percorso piuttosto lungo. Eppure mentro scrivo queste parole, in qualche modo sento come se sono ritornato a casa, da dove ho iniziato. Al punto d’origine.

A COSA APPARTENGO VERAMENTE? Non ho mai provato un senso di appartenenza vero e proprio. Dicono che sentirsi parte di qualcosa sia molto importante per noi esseri umani. Una volta, cosa che capita raramente, mi trovavo ad una festa e c’erano una decina di persone Cinesi che conversavano tra di loro con molto entusiasmo. Io ero seduto su un divano e li guardavo. Provai a partecipare in quella conversazione, ma mi sentivo come un idiota. È da notare che questo non successe in Cina, ma in Finlandia in casa di una coppia Finlandese che li aveva invitati. Eppure queste persone sembravano davvero felici e piene di vita. Sorridevano e gesticolavano tutto il tempo mentre parlavano tra di loro. Improvvisamente mi sono sentito triste di non poter essere come loro. Di non essere capace di partecipare ad una conversazione spensieratamente.

Di non essere come tutte altre le persone normali. Di non appartenere a nulla. Quindi restai lì sul divano senza dire una parola. Per lo meno, questa è una cosa che mi riesce bene. Sono capace di recitare quella parte, di far finta di socializzare. Ma è molto stressante per me, proprio perché mi trovo a dover recitare invece di essere me stesso. Una volta confessai al mio psicologo che mi sentivo come un eremita, e che non mi andava di esserlo per tutta la vita. Lui disse: “E se magari lo sei veramente?” Allora cominciai a capire che in effetti ero stato io ad isolarmi, perché non mi sentivo di appartenere da nessuna parte. Ero come E.T. che voleva tornare a casa. Solo che io una “casa” non ce l’avevo. Una casa è più che semplicemente un luogo o una costruzione. È difficile da accettare, quando capisci che il tuo ‘io’ più interiore e completamente isolato e che non appartieni a nulla. Sicuramente sono in grado di capirne le ragioni logiche, ma sapere questo non mi aiuta per niente. Sarà mai possibile allora che io mi accetti così come sono? Riuscirò mai a sentirmi come un essere umano che ha un valore intrinseco, nonostante tutto quello che mi porto dentro? Credo che la risposta sia sì, ma non è per niente facile. È come un lungo calvario attraverso un enorme deserto. Un viaggio durante cui molte volte ho pensato: “Basta, non ce la faccio più”. Eppure sono riuscito ad andare avanti, e ogni tanto riuscivo a vedere qualche piccola oasi di speranza.

Alcune persone che ho incontrato durante il percorso me l’hanno data, un pò di speranza. Una volta passai anche un fine settimana con una famiglia, una coppia che aveva sei figli. Non mi sembrava vero che in quella casa non esistesse ombra di paura. Quando mi accompagnarono all’aeroporto li ringraziai di cuore, dicendo che forse nemmeno potevano comprendere loro stessi quanto mi avevano dato. Dissi loro che mi avevano dato la speranza. Ogni volta che ho avuto il coraggio di essere me stesso, ho finito per perdere il rapporto con delle persone. Quando si ha un diverbio con qualcuno, pochissimi purtroppo hanno la capacità di sapersi guardare allo specchio e capire che anche loro hanno una parte di colpa. Che anche loro hanno contribuito a quella lite. O quella separazione. O quel divorzio. Queste cose non succedono a caso, senza nessuna ragione. C’è sempre un percorso prima. Quante volte vi siete sentiti trattati ingiustamente, per esempio? Magari fino al punto di cominciare ad odiare qualcuno? Ma vi è mai venuto in mente che forse anche voi ci avete messo del vostro in quella situazione? Pochissima gente ha abbastanza maturità per farlo. Ma è segno di una personalità forte e sana saperlo fare. Saper sempre chiedersi: “Un momento...come mi sono comportato io? In che modo ho contribuito anch’io a creare questa situazione?

Cosa avrei potuto fare invece per evitarlo? È possibile che un pò di colpa ce l’abbia anch’io?” Mi sovviene quindi un pensiero terrorizzante: “Forse allora io appartengo solo...a me stesso?” Non ci avevo mai pensato prima. Eppure, è così semplice. A chi altri potrei mai appartenere altrimenti? Non ho quasi mai avuto il coraggio di essere me stesso in pubblico. Ho sempre recitato un ruolo. Dò dei consigli alle persone che poi non riesco a seguire nemmeno io. Quando il mio ego prende il sopravvento senza che me ne accorga, gli piace recitare la parte dell’uomo saggio, o del guru, o qualcosa del genere. Eppure...appartenere a me stesso? Cosa potrebbe mai voler dire? Forse vorra dire riuscire ad accettarmi per come sono, accettare tutta la mia storia. E riuscire e perdonarmi e a chiedere perdono a tutte le persone che ho ferito. Quest’ultima cosa potrebbe essere difficile, poiché come ho detto non è una strada a senso unico. Quindi ti potresti trovare a chiedere perdono ad una persona che ti ha ferito duramente a sua volta, ma che non vuole capirlo. Comunque, in questo caso non si tratta delle altre presone. Gli altri hanno la loro strada da percorrere. Qui si tratta di noi stessi. E quindi si chiede perdono in parte a noi stessi, e in parte perché si sente di aver fatto del male a qualcuno. In pratica questo è quello che ho cercato di fare, anche se non è facile. L’amore e il rispetto verso se stessi si dimostrano

quotidianamente con le proprie azioni. Non sono semplicemente un pensiero astratto. Quindi o si rispetta e si ama se stessi, oppure no. Ed è molto difficile, credo, riuscire ad amare e rispettare un altra persona se prima non rispettiamo e amiamo noi stessi. Durante molte delle mie lunghe depressioni, ho provato moltissimo odio verso me stesso, e moltissima disperazione. Mi sentivo così debole. Nella società, ammettere di essere deboli significa venire ridicolizzati. Eppure credo che molte persone che sembrano forti sono in verità solo arroganti. Stanno solo recitando il ruolo di una persona forte. Amano parlare molto, più che altro di se stessi. Non gli interessa sapere degli altri, e vogliono sempre dirottare i discorsi su di loro. Secondo me, esiste una sola strada per diventare forti di carattere. Bisogna prima sentirsi deboli. Diventare umili. Anche queste sono cose che non si possono ottenere solo con la volontà. Non ti puoi autocomandare di essere debole o essere forte. Devi prima capire il percorso della tua vita e quello che hai subito, e riuscire ad elaborare il lutto per quelle cose che hai perso. Nel mio caso erano mio padre, gran parte della mia infanzia perduta, e anche altre cose che rimangono ancora oggi. Eppure so che proprio in quei momenti quando la paura sembrava schiacciarmi inesorabilmente e soffrivo immensamente, ironicamente in quei momenti diventavo più forte. È un processo lento e doloroso, ma continuo. Senza dubbio la vita è piena di paradossi, e

questa cosa lo è sicuramente. Com’è possibile diventare forti diventando deboli? Può sembrare paradossale, ma io credo sia vero. Ed è proprio quando ti trovi in ginocchio, a sentire tutto il tuo essere ed il tuo dolore, che incominci a comprendere meglio anche gli altri. Lì diventi più umile e più tollerante. Dopo tutto, anche un diamante diventa tale solo se prima è sottoposto a enormi pressioni.

L’UMANITÀ Albert Einstein disse: “Solo due cose sono infinite: la stupidità del genere umano, e l’universo...anche se non sono del tutto sicuro della seconda.” Ho sempre scritto musica riguardante l’universo, l’amore e la spiritualità. Era su queste cose che mi sentivo di scrivere, anche se non so perché. Sin da quando ero ancora ragazzo, m’interessavo alla capacità distruttiva degli essere umani. Sia guardando quei programmi sulla seconda guerra mondiale, sia vivendo quei terribili eventi nella mia stessa famiglia. Più tardi avrei dovuto fare i conti anche con la mia, di distruzione. Ed infine, cercare di capire il quadro completo, come funziona davvero questo mondo. Rimango sempre di sasso quando sento certe persone affermare che dobbiamo salvare la natura. La natura è

molto più potente di quanto potremmo mai comprendere. Credo che siano esistite cinque o sei civiltà diverse su questo pianeta prima di noi, molto tempo fa. E si sono estinte tutte a causa delle loro stesse azioni. In verità la nostra cultura moderna esiste solo da qualche secolo, al massimo. Abbiamo creato moltissime cose che ci rendono la vita più facile. Siamo arrivati fin sulla luna. Stiamo esplorando Marte e le frontiere dell’universo. Conosciamo molte cose, ma non sappiamo spiegarle. Una cosa che mi ha sempre stupito è quanto poco sia stato studiato l’essere umano stesso. I meravigliosi meccanismi del corpo umano sono stati studiati, sì. Ma che dire del comportamento umano? Della nostra capacità distruttiva? Perché dovrebbe essere un argomento tabù, ad esempio, cercare di capire perché sono state uccise otto milioni di persone nei campi di concentramento appena sessantacinque anni fa? Perché è tabù studiare le dinamiche di come Hitler salì al potere e quelle dell’intero movimento nazista? Sappiamo cosa è successo, ma riusciamo a capirne il perché? Sembra che nessuno voglia chiedersi la domanda più importante: “Com’è stato possibile tutto questo?” Ed è molto importante capirlo, perché gli stessi meccanismi ancora sono parte di noi, dei sette miliardi di persone su questo pianeta. E possono essere uno strumento nelle mani di persone che sanno trarne vantaggio.

Come avrete già capito, la mia opinione dell’umanità è piuttosto negativa. Non c’importa di capire queste cose. Ci sembra più importante aggiustare la macchina, tosare il prato e giocare a poker la sera. Però intanto il tempo passa. In soli cento anni, la cosiddetta “rivoluzione industriale” ha già causato danni enormi al pianeta ed ai suoi abitanti. Se guardiamo il nostro mondo, sembra tutto così ben organizzato e controllato. Ma non lo vediamo veramente per quello che è. Non lo capiamo. E c’è chi non vuole che la gente capisca. Preferiscono che stiate al vostro posto, ad aggiustare la macchina e a giocare a poker. Come ho accennato prima, il pianeta è suddiviso in diverse regioni, delineate dalle frontiere. Una volta queste frontiere non c’erano. Non esistevano passaporti fino alla prima guerra mondiali. I confini furono stabiliti dopo. Le terre all’interno di questi confini diventano poi le varie nazioni, con i loro cittadini occupati a vivere le loro svariate vite. E questi cittadini solitamente vivono in piccoli gruppi chiamati ‘famiglie’. Ed è proprio da lì che comincia tutto il resto. Quando veniamo al mondo, siamo come un foglio bianco. Tabula rasa. Non vado a discutere se abbiamo o meno un “DNA spirituale” che determinerebbe il nostro futuro. Ma comunque nasciamo liberi da ogni concetto che una cultura industrializzata dovrebbe rappresentare, come i concetti di famiglia, scuola,

nazione e religione. Ognuna di queste cose ha uno scopo preciso: creare cittadini conformisti, ubbidienti verso la loro nazione. Citando Albert Einstein ancora una volta: “Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo della razza umana”. Parole forti, per un uomo che ha vinto il premio Nobel per la pace. Sto cercando di trovare delle ragioni in questo momento. Una famiglia consiste in un padre e una madre, solitamente provenienti dallo stesso ambiente. Quindi è molto probabile che cresceranno i loro figli allo stesso modo in cui sono stati cresciuti loro. Credo fermamente che questo sia l’inizio di tutti i problemi, semplicemente perché molti genitori non sanno come crescere i loro figli in un ambiente sicuro, ma con i dovuti limiti. Invece si usano più che altro la paura e le punizioni per controllare il bambino, per costringerlo ad obbedire. E cosi si producono cittadini ubbidienti, e gli psicologi continuano ad avere molto da fare. I bambini sono saggi e tenaci. Non si danno per vinti facilmente. Ma il sistema è spietato. E prima o poi tutti i bambini non avranno altra scelta che di cancellare la loro vera identità, e sostituirla con una conformista. Ma è un identità finta. Lo stesso sistema continua a scuola, dove inizia la vera competizione. Vieni valutato in base ai voti e ti viene insegnata la storia, per essere sicuro di

conoscere il passato. A nessuno interessa molto in verità, ma devi stare al gioco. Cosa succede se provi a rifiutare la scuola? I tuoi genitori ti sforzano ad andarci. Cosa succede invece se i tuoi genitori non te lo impongono? Allora qualche altro elemento della società s’interesserà alla questione, e probabilmente arriverà qualche assistente sociale a controllare cosa c’è che non va in te e a decidere dove mandarti se non a scuola. Perché nessuno si sta facendo la domanda più ovvia? Perché bisogna avere per forza la scuola obbligatoria, tanto per cominciare? Oltre all’aspetto superficiale del tipo “Napoleone ha fatto questo e quello”, che scopo ha veramente? Credo che molti bambini sentono che qualcosa non va, e provano a ribellarsi al sistema. Ma è del tutto invano. Quindi piano piano sono costretti ad adattarsi. Un sistema scolastico non basato sulla competizione e che prenda in considerazione l’individualità di ogni bambino, sarebbe molto migliore. Ma finirebbe col produrre il tipo sbagliato di individui per la nostra società. “Combatti per la tua nazione”. “Difendi la tua patria”. La nazione è il più potente dei sistemi, spesso abbinato alla chiesa e alla religione. È una combinazione molto potente. “Dio protegge la nostra nazione”. Ecco ancora il concetto di frontiere. Personalmente mi sono sempre

considerato un Finlandese come persona, ma un cittadino del pianeta terra. Non esiste nessun pezzo di terra per cui io sia “pronto a morire”. Ma il nucleo famigliare e la scuola spianano la strada perché i bambini diventino parte di quel sistema, quella macchina chiamata “nazione”. E nazione è sinonimo con società. Non potrebbe esistere il nazionalismo se non ci fossero le nazioni. Ma ad un certo punto, molte persone si sentono già fiere di “appartenere alla loro nazione”. Fanno ormai parte del sistema, anche se alcuni si lamentano del sistema. Alcuni vigorosamente, altri più cautamente. Anche mentre scrivo queste parole, ancora vengono combattute innumerevoli guerre in tutto il mondo. Appena nel secolo scorso ci sono state le due guerre più devastanti della storia dell’umanità. Pare proprio che la razza umana non abbia imparato nulla dal suo passato. Anzi, sembra che le cose possano solo diventare sempre più violente. Durante gli ultimi vent’anni sono stati commessi ancora altri genocidi, e continuano anche in questo stesso momento. Gli stessi meccanismi sociali che hanno permesso ad Adolf Hitler di arrivare al potere, sono ancora attivi e attuali più che mai. E la gente ha sempre più paura. Nessuno sa esattamente cosa accadrà in futuro, anche se non è così difficile da prevedere. Solo che preferiamo non saperlo.

Tutte le diverse religioni affermano di rappresentare la potenza divina sulla terra. Con le loro svariate storie e dogmi, sicuramente hanno molti seguaci sulla terra. Noi essere umani abbiamo sempre avuto il bisogno di credere in qualche potenza soprannaturale, o per lo meno di adorare qualcosa al di sopra di noi. Ad alcuni non gli importa niente di tutto questo, mentre altri dedicano tutta la loro vita alla loro religione. In una delle mie canzoni ho posto una domanda. Cosa succederebbe se non ci fosse nessuna religione? Nessun Dio? E nemmeno potenze militari, armi, ne razzismo di qualsiasi forma? Tutti pensieri ipotetici, ovviamente. Ma comunque, come sarebbe il mondo senza tutte queste cose? Una delle cose che odio di più nelle religioni è la paura che quasi sempre ne è parte integrante. Anche se cercano di camuffarlo il più possibile, sia la società che la chiesa adoperano la paura. E la usano come strumento di controllo. Si ubbidisce molto più facilmente quando si ha paura. E più hai paura, meno domande fai. Secondo alcune religioni, la vita dopo la morte offre due possibilità: paradiso o inferno. Come ti comporti durante la tua vita su questa terra determinerebbe il tuo destino dopo la morte. Ma in pratica tutte le religioni raccontano più o meno la stessa storia, solo in forme un pò diverse e dando nomi diversi alle loro divinità. Non intendo entrare nei dettagli di alcuna religione in particolare. Intendo solo dire che

solitamente vengono adattate secondo i bisogni della società in cui si trovano. C’è poi chi si sente ateo, o chi crede ad alcune cose “new age”. C’è chi preferisce definirsi “spirituale”. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. Ma allora, nonostante tutte queste religioni e credenze diverse, perché le cose continuano a peggiorare anziché migliorare? Metà della popolazione del mondo si trova a dover campare con meno di due dollari al giorno. Ogni giorno, più di ventimila bambini africani muoiono di fame o di malattie facilmente curabili. Ogni giorno, ottocento miliardi di dollari vengono utilizzati per scopi militari...800.000.000.000 di dollari! Una cifra pazzesca. Specialmente se si pensa alla povertà in cui più di tre miliardi di persone ancora si trovano. Ma com’è possibile? Come si fa a spendere queste quantità folli di denaro solo su armi e sulla “difesa” delle nazioni? L’ordine di attaccare o di “difendere la patria” può provenire solo da un autorità, qualcuno che ha il potere di farlo. E questo potere esiste a seconda di come ogni singolo cittadino vede le cose. Per me è molto chiaro. Non c’importa di cosa sta accadendo, perché crediamo che non influenzi le nostre vite. Ma invece io credo che dovrebbe importarcene, e molto. Possiamo dire di avere anche solo il diritto di mangiare, prima che ogni bambino nel mondo non sia stato sfamato e vestito? Ma cosa siamo diventati? Da quando non c’importa più

niente di nulla? Sempre che ci è mai importato di qualcosa... Sono domande terribili, ma non posso fare a meno di pensarci se solo osservo come vanno le cose su questo pianeta. Vi ricordo che queste statistiche non sono inventate. Sono dati reali. E quindi, che pensare? Che ne sarà di noi? Ci resta ancora speranza? Il problema del cambiamento del clima è una realtà. Ma nonostante tutto, i governi e le nazioni fanno ancora poco o niente per aggiustare le cose. Entro l’anno 2050, si calcola che la popolazione della terra arriverà intorno ai dodici miliardi. Questo pianeta è in grado di sostenerne forse solo uno o due miliardi. E ci ritorna ancora in mente Einstein, a dirci che non ci vuole molto per capire dove andremo a finire nei prossimi cinquant’anni. Il nostro modo di controllare e sfruttare la natura sembra voler negare il fatto che anche noi facciamo parte della natura stessa. Uno scienzato ha proposto un ipotesi interessante: la possibilità che la terra sia un entità consapevole, per cui tutte le nostre azioni sulla terra avranno delle conseguenze. Non voglio certo aggiungermi al coro di quelli che predicono l’imminente fine del mondo, o che sembrano provare piacere nel constatare tutti i problemi che ci circondano. Provo invece tristezza, perché so quanto potenziale abbiamo noi esseri umani. Riesco a vedere come potrebbero essere le cose. Siamo davvero in grado di aggiustare tutto da

adesso, in questo momento. Ma se solo guardo il mondo com’è nella realtà, mi vengono molti dubbi. Come possono cambiare le cose, allora? Forse e anche già troppo tardi. Di una cosa sono certo però: usare la forza contro il sistema non porterebbe a nulla. Le nostre società e nazioni sono come sono perché noi stessi le abbiamo create così. Quindi il cambiamento può solo avvenire a livello individuale, a cominciare da ognuno di noi. Ironicamente, si potrebbe dire che il destino della razza umana dipende da quanto la razza umana stessa è capace di vedere le cose come stanno veramente. Bisogna riuscire a vedere come siamo veramente, e in che modo siamo stati programmati a pensare e agire. Se potessimo renderci conto dell’entità di questa programmazione, di come le nostre società sono strutturate e come funzionano, della nostra stessa capacità distruttiva, e se cominciassimo a fare qualcosa a cominciare dal nostro stesso carattere....allora sarebbe davvero possibile cambiare le cose. Se ogni singola persona cominciasse a fare tutto questo, sarebbe una rivoluzione come non si è mai vista al mondo. Purtroppo però le condizioni instabili del pianeta lo impediscono. Non stai a pensare ai problemi dell’ambiente o al cambiamento del clima, se prima non hai da mangiare e di che vestirti. E siccome questi problemi basilari non vengono mai risolti dai governi (perché a loro conviene che ci sia instabilità), una tale

rivoluzione diventa molto improbabile. Ma almeno bisogna provarci. Ci ho pensato su molte volte prima di decidere se lasciare questo capitolo nel libro, poichè so che mi renderà un facile bersaglio per la critica. Ma non scrivo tutte queste cose per sentirmi superiore o migliore agli altri. Dico solo come stanno i fatti. E la ragione principale per cui ho deciso di includere questo capitolo, è che questi miei pensieri sono il risultato di quasi vent’anni di riflessioni. Cominciando prima a livello individuale, vedendo come il proprio genitore può cambiare in qualcosa di completamente distruttivo. E poi pian piano cominciando ad analizzare le cose su una scala più grande, fino ad arrivare a queste conclusioni. Questi pensieri dovevano per forza apparire quì, poiché sono una parte fondamentale di me.

TIMO, MA DIO ESISTE? Ho dovuto valutare a lungo anche se aggiungere questo capitolo. E ho dovuto concludere che la spiritualità e una parte tanto importante di me che non potevo farne a meno. In questi anni, forse anche per via dei testi delle mie canzoni, molte persone mi hanno fatto questo genere

di domande. Su Dio, sul daviolo, sull’inferno, sul paradiso, e chi più ne ha più ne metta. Non capisco perché la gente si aspetti che io abbia le risposte a tutte queste domande. Come potrei? Le uniche cose che so su Dio e sulla sua esistanza, sono basate solamente sulle mie esperienze personali. Come potrebbero quindi essere identiche alle esperienze di qualcun’altro? Quello che so è che parole come “Dio”, “religione” e via dicendo, non significano nulla al giorno d’oggi. Hanno perso totalmente ogni significato. C’è chi si chiede come sia possible che Dio non faccia nulla mentre tutti quei bambini muoiono di fame in Africa. Ma è perché un “Dio” di quel tipo non esiste! Questa concezione di Dio lo fa sembrare una specie di distributore a gettoni pronto ad esaudire i desideri dell’umanità. “Sia fatta la tua volontà” è un altro concetto che non sono mai riuscito a capire. Semplicemente non riesco a concepire un Dio in quel modo, come una specie di potere punitivo che mantiene i suoi stessi figli nella paura. Mi ricorda molto appunto la figura di un genitore che utilizza la paura e le punizioni come strumento di controllo, e non posso credere che Dio possa essere così. Noto anche molti “guru” che pretendono di dare risposte alla gente e di poter prevedere il futuro, o che spaventano la gente durante delle “sedute spiritiche”. La prima cosa che hanno in comune questi “guru” è

che sono tutti dei cialtroni. La seconda è che sono molto pericolosi e seminano solamente paura. É solamente un enorme business, è sono tanti quelli che vogliono avere “risposte” da queste persone. Ma in verità, sapresti riconoscere una persona veramente spirituale? La risposta è no, non te ne accorgeresti. Le persone veramente spirituali non si atteggiano in modo appariscente. Non attirano l’attenzione su di loro. Sono persone umili che non si prenderebbero mai gioco degli altri facendo finta di leggere il loro futuro, o dando soluzioni facili ai quesiti della vita. Semplicemente perché non esistono soluzioni facili. La vita, più di ogni altra cosa, è un percorso. Un processo evolutivo. Sono convinto che la spiritualità non è qualcosa che si può insegnare o che si può imparare solo assorbendo informazioni. Non credo abbia a che fare con l’intelligenza o la conoscenza. La spirtualità è un viaggio. E il senso della vita si trova più che altro nel viaggio stesso, non nella destinazione. Ci sono persone che incontrano difficoltà e dolori enormi nella loro vita. Queste persone sono pronte per il viaggio spirituale. È un viaggio che s’impadronisce completamente di te e della tua vita. Ti capovolge completamente, e in certi momenti non credi di riuscire a farcela. Il significato di questo viaggio e di abbandonare la via più percorsa e intraprenderne una nuova – quella che ci tracciamo noi stessi.

Se t’incammini lungo quella via, non sarà un percorso facile. Spesso avrai voglia di lasciar perdere, di abbandonare tutto. Ma riuscirai sempre ad andare avanti. Non ti arrenderai mai, costi quel che costi. E un giorno - forse dopo un anno, o tre, o venti – vedrai una foresta bellissima, che ti sembrerà familiare. Ti avvicinerai e vedrai qualcuno in quella foresta, qualcuno che conosci bene. Vedrai te stesso quando eri bambino, prima che cominciasse il lavaggio del cervello che ti hanno fatto. Lui è rimasto lì ad aspettarti per anni, con molta pazienza. Sei tornato nel nascondiglio che avevi costruito tu stesso quando non riuscivi più a sopportare il mondo e chi ti stava attorno. Ma ora finalmente sei tornato a casa e puoi prendere per mano quel bimbo ancora spaventato, e fargli capire che esiste almeno una persona al mondo di cui si può fidare. Che saprai essere il genitore che non ha mai avuto. E puoi dirgli che tutto andrà bene da quel momento in poi. In quel momento hai finalmente raggiunto il punto più profondo di te stesso, la vera essenza del tuo essere. Ed è questo il viaggio spirituale. “Ma allora Dio”, mi chiederete, “dove sta? Esiste quindi?” Questa domanda è così personale che non riesco mai a rispondere. Solo il mio ego ha risposto, molte volte. L’ego ama domande di natura spirituale. Niente lo fa sentire più importante che rispondere a questo tipo di domande.

Quindi anziché dare una risposta, vi racconterò una storia. Un ragazzo si trovava a camminare nella foresta, duecento anni fa. Camminò per un bel pò, addentrandosi sempre più. Improvvisamente vide qualcosa sul terreno. Era un orologio. Uno di quegli orologi antichi fatti a mano con precisione eccezionale. Il ragazzo aprì la cassa dell’orologio, e vide il meccanismo che lo faceva funzionare. Era perfetto nei minimi dettagli. Quell’orologio era un capolavoro di artigianato.

IL FUTURO: RITORNO ALLE ORIGINI La vita va avanti. Non è così che dicono sempre? Ma è davvero così? È davvero possibile andare avanti con tutte le ferite e le cicatrici? Si e no. Sicuramente alcune di queste cicatrici me le porterò sempre dentro, impossibili da cancellare. Ma forse non è detto che si debbano cancellare. La mia vita è questa. Per qualche ragione, le ferite e le cicatrici ne fanno parte. E lo saranno fino al giorno della mia morte. Forse hanno qualcosa da raccontarmi. Sono un qualche tipo di messaggio, magari.

Se potresti, cambiaresti qualcosa del tuo passato? La risposta è sempre “No, non cambierei nulla. Neppure un giorno della mia vita”. Ma io lo farei. Cambierei molte cose che sono accadute o che io ho fatto, ma purtroppo non è possibile. Alcune di quelle cose ancora mi perseguitano ogni giorno. Sono come dei fantasmi che vengono dal passato a ricordarmi la mia vita. Non riesco a farli andare via. Quindi non mi resta che accettarli come miei compagni di viaggio, e guardarli dritti in faccia. Ogni giorno. Grazie alle medicine non ho più manie o depressioni da cinque anni ormai. Riesco a lavorare e ad avere una vita relativamente normale. E quindi vado avanti. Con qualche ferita di guerra, ma comunque vado avanti. Ho solo un vago ricordo di com’era la mia vita prima di diventare una lotta. È stato molto tempo fa. Ho viaggiato molto, imparato tante cose, ma l’unica cosa che ho fatto in verità...è stato tornare a casa. E più imparo, meno riesco a capire. Forse la vita non è fatta per essere capita. Forse è fatta per essere vissuta. Ognuno a modo suo. Nel mio caso, saprò di essere guarito quando smetterò di chiedermi: “Perché?” Allora saprò di essere andato lontano. Sono consapevole degli ostacoli che mi aspettano. Ma non ho paura. So che la vita è fatta di questi ostacoli. Nessuno ha mai detto che vivere e facile. Anche se a volte penso che potrebbe essere almeno un pochino più facile.

Mi considero una persona molto sensibile. Questa sensibilità pervade la mia arte. E la sensibilità e la bellezza sono unite da un qualche filo invisibile. Ho scritto questo libro nel completo isolamento, in una casetta nel mezzo della più profonda foresta Finlandese. Un posto molto, molto lontano dalla “civiltà” moderna. Qui non c’è nessuno, e c’è tanto silenzio che l’unica cosa che sento è la mia voce interiore. Sono circondato da diversi tipi di alberi, e il cortile è ricoperto di trifogli. Ci sono molte api e vespe, e l’altro giorno ho visto un cervo. Questo posto è così pieno di vita e colori, che si respira il mistero della vita stessa. E visto più da vicino, non sembra più nemmeno un mistero, ma qualcosa di naturale. Qualcosa di cui mi ero scordato da molto tempo. La sera vado a sedermi all’aperto da solo, a guardare il cielo e le stelle. Sono così belle che mi commuovo. Sento un grande vuoto dentro di me, in questo isolamento. Ma capisco che l’isolamento è dentro di me. Il mondo, l’universo è perfetto. Sembra esortarmi a partecipare alla vita, a fare in fretta perché non c’è molto tempo. Provo a dirgli che ho già fatto molto, e che forse il mio tempo è finito. Ma lui mi risponde con un sorriso e mi dice di tornare indietro, al punto d’inizio. Allora mentre guardo la via lattea, la nostra casa, torno indietro nel tempo a quando ero piccolo, quando ogni più piccola cosa era un miracolo.

Quando vedevo il mondo semplicemente com’era: bellissimo. E il mondo mi dava tutto quello di cui avevo bisogno. Ma l’universo mi dice di andare ancora più indietro, al giorno in cui sono nato. Oggi è il 3/3/1966, e sono appena nato. Vedo una persona dal viso bellissimo e radioso. Lei mi tiene in braccio dolcemente, e mi guarda amorevolmente. Sembra così felice. Dopo nove mesi in quel posto buio, ho finalmente incontrato mia madre. Sono finalmente a casa.

ULTIME PAROLE Ci sono state molte canzoni e poesie che mi hanno dato la speranza ed il coraggio di andare avanti. Vorrei condividere una delle poesie che mi è più cara. Credo sia impossibile vivere nel modo che questa poesia c’insegna. Ma a me è stata veramente d’aiuto. Se potrà aiutare anche voi in qualche modo, ne sarò felicissimo.

- SE – (Rudyard Kipling) Se sai mantenere la testa quando tutti intorno a te la stanno perdendo e dandotene la colpa, Se ti fidi di te stesso quando tutti gli altri dubitano di te, ma sai anche dare il giusto peso al loro dubbio, Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa, O sentendoti calunniare, non rispondi con calunnie, O sentendoti odiato, non ricambi con altro odio E non vuoi farti troppo bello, ne sembrare troppo saggio, Se sei capace di sognare, senza esser schiavo dei tuo sogni, Se sai pensare, senza fare dei tuoi stessi pensieri il tuo obiettivo, Se sai reggere la vittoria come anche la disfatta, ma trattare entrambi questi impostori allo stesso modo, Se sopporti di sentire le tue verità corrotte e usate per intrappolare gli sciocchi,

O vedere distrutte le cose a cui hai dedicato la vita, e chinarti per ricostruirle con consumati atrezzi, Se sei capace di rischiare tutto quello che hai su di un unico lancio della moneta, e una volta perso tutto ricominciare dall’inizio senza mai dire parola della tua perdita, Se riesci a far si che il tuo cuore e i tuoi nervi e le tue membra ti sorreggano ben dopo che se ne siano andate, E quindi tenere duro quando non rimane altro in te che la tua stessa volontà che grida: “Tieni duro!” Se sai mischiarti alla folla e mantenere le tue virtù, O passeggiare con i sovrani senza perdere la tua semplicità, Se ne nemici ne cari amici possono ferirti, Se tutti contano per te, ma mai nessuno troppo, Se sai riempire l’impietoso minuto con sessanta secondi di corsa fino alla fine, Allora tua sarà la terra e tutto ciò che la comprende, E – ancor di più – sarai un Uomo, figliolo!