You are on page 1of 16

carmina burana

Introduzione ai Carmina Burana adattamento da http://www.jongleurs.it/sui-carmina-burana.html Le caratteristiche dei Carmina Burana La Goliardia Clerici vagantes Tratto da it.wikipedia.org Un esempio: In taberna quando sumus Breve commento al testo

Introduzione ai Carmina Burana
Correva l’anno 1937 allorquando, la sera dell’8 giugno, nella Staatsoper di Francoforte, veniva rappresentata - con notevole successo di pubblico e di critica - una cantata con un inconsueto titolo in lingua latina: Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis (Canzoni profane per voci soliste e coro, con accompagnamento orchestrale e scene fantastiche). L’autore di quest’opera, conosciuta poi come “Carmina Burana”, era un musicista bavarese, di nome Carl Orff.

Il significato di quell’evento, era dato soprattutto dal fatto che, per la prima volta, uscivano dal criptico circuito dei dotti medievisti, per essere portati alla conoscenza di un vasto pubblico, 26 testi che il compositore bavarese aveva utilizzato, traendoli da un antico codice medievale.

A questo punto, il nostro racconto ci spinge ulteriormente indietro nel tempo per ritrovarci - nell’anno 1803 - in una Baviera che risente degli effetti dell’epopea napoleonica. Gli editti per la soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dei beni ecclesiastici fanno sì che l’intero patrimonio librario ed archivistico dell’Abbazia benedettina di St. Benedikbeuern vengano trasferiti nella capitale Monaco, alla Staatsbibliotek, dove l’archivista classifica tutto il materiale ed attribuisce la sigla d’inventario C.l.m. 4660 ad un manoscritto, risalente al secolo XIII, che su 112 fogli di pergamena riporta ben 315 testi poetici. La sigla C.l.m. stava ad indicare Codex Latinus Monacensis, la più imponente raccolta di versificazione mediolatina - cioè latina medievale - giunta fino a noi.

una pagina del codice C.l.m. 4660

Ridestato dall’oblio dei secoli, il codice suscita l’interesse degli studiosi e soprattutto di Johann Andres Schmeller il quale, nel 1847, ne curerà la prima edizione per la quale s’inventerà la sistemazione dei canti per argomenti (Carmina moralia, divina, veris et amoris, amoris infelici, lusoria, potatoria) e conierà quel titolo “Carmina Burana”, con il quale lo conosciamo oggi, proprio in ricordo della provenienza dall’abbazia di St. Benediktbeuern, l’antica Bura Sancti Benedicti del Medioevo. L’esame del contenuto del codice rivela l’origine scolastica dei “Carmina Burana”, massimamente legata alla cosiddetta “poesia goliardica” medievale. Dagli inizi del Medioevo l’istruzione scolastica era infatti prerogativa della Chiesa e veniva impartita, nelle scuole parrocchiali, nelle forme più elementari, a più alto livello nelle abbazie

ma anche nelle collegiate e nelle cattedrali. Frequentando le scuole della Chiesa, gli scolari venivano a far parte dell’Ordo clericalis. Solo alcuni di essi tuttavia prendevano poi gli ordini maggiori, i più si limitavano a quelli minori che imponevano la tonsura (il taglio dei capelli) e l’abito ecclesiastico, ma non l’obbligo del celibato. La clericatura però offriva loro vistosi privilegi: l’esenzione dal servizio militare, l’esenzione dall’apparire davanti al tribunale civile, l’esenzione da tasse e da ogni sorta di imposizioni del potere secolare. Nel XII secolo, con il rifiorire delle attività produttive e dei commerci che consentivano una più diffusa ricchezza ma soprattutto più stabili condizioni del vivere, accanto alle scuole episcopali ed a quelle monastiche, cominciarono a svilupparsi anche le scuole laiche, di natura privata: gli Studia. Si studiava giurisprudenza a Bologna, medicina a Salerno, retorica ad Orléans, matematica e scienze naturali a Chartres, teologia a Reims e Tour. Ma chi amava dedicarsi alle arti liberali e amava i dibattiti di pensiero, se già non lo era, diventava chierico, nel senso che, indipendentemente dall’abbracciare in futuro la carriera ecclesiastica, era pur sempre un “libero uomo di lettere” che, senza controllo e con disponibilità di documentazione, poteva dedicarsi allo studio dei classici. Questo permetteva a giovani di varia estrazione sociale, figli di mercanti o artigiani (talvolta anche di nobili), di lasciare le proprie case e vagare per anni, da una università all’altra, colà richiamati dalla presenza di celebri insegnanti. Sorgerà allora, nell’ambito di codesti Clerici sive scholares, una particolare categoria di chierici che assumono la denominazione di vagantes oppure di “goliardi” i quali costituiscono una frangia anticonvenzionale, vistosa e ribelle, in perenne e petulante ricerca di mezzi di sussistenza e anche in serrata e aperta polemica ora contro la Curia romana, accusata di corruzione, ora contro il soffocante integralismo monastico, nemico della nuova cultura. Se si eccettuano alcune figure, iptoticamente ricostruite (Ugo d’Orleans, Gautin de Chatillon, Pierre de Blois), è dalla penna dei vagantes, personaggi del tutto anonimi, che scaturisce la poesia dei Carmina Burana, singolare commistione di cultura classica e di spontaneità popolaresca. Consci che non tutti sarebbero arrivati ad addottorarsi ed a guadagnare posti ben remunerati per una vita decorosa ed al tempo stesso troppo orgogliosi e smaliziati per rassegnarsi ad un’esistenza umile e dura, questi chierici preferiscono girare il mondo, come i giullari loro contemporanei, ricantando i ritmi più famosi, rimaneggiandoli, creandone dei propri, sempre in cerca di un uditorio generoso o di munifici intenditori, ma attirandosi anche le ire del potere religioso.

L’Europa Medioevale

Nelle corti ecclesiastiche oramai essi vengono qualificati, con epiteto diffamatorio, goliart o guliart (capaci di gola, voraci), essi allora, riallacciandosi alla definizione di “nuovo Golia” (ovvero “nemico di Dio” alla maniera di S. Agostino) che Bernardo da Chiaravalle aveva usato nell’invettiva contro Abelardo, accolgono a fanno proprio il nome di Golia quale loro patrono. Con arrogante sfrontatezza essi si dichiarano apertamente “pueri et discipuli Goliae”. Golia è l’episcopus, il pontifex della loro numerosa, variopinta sradicata familia. Con l’avvento del secolo XIII, questo mondo volge inesorabilmente al tramonto. Il riconoscimento giuridico di Filippo Augusto e Innocenzo III alla Universitas magistrorum et scholarium Parisii studentium (l’Università di Parigi) assicura ai suoi membri una vita più economicamente tranquilla, ma comporta d’altro canto la perdita di gran parte dell’autonomia culturale. In questo secolo infatti nasceranno gli ordini predicatori francescani e domenicani ed i pontefici favoriranno l’ascesa dei nuovi frati alle cattedre di teologia. Con Bonaventura da Bagnoregio, Alberto Magno da Colonia, Tommaso d’Aquino che studiano e insegnano a Parigi, la Chiesa s’impone nuovamente ai suoi critici ed ai dialettici più acuti.

Tommaso d’Aquino

Una serie di interdizioni e di divieti, emessi dall’apparato ecclesiastico, vieta all’Ordo clericalis di avere occupazioni secolari, di giocare a dadi e di intrattenersi nelle taverne. Il Concilio di Rouen del 1231 stabilisce infine che i “clerici ribaudi, maxime qui dicuntur de familia Goliae” non vengano più tonsurati, affinché “sine scandulo et periculo ista fiant”. E’ la fine della Goliardia. Ma quando una produzione caratteristica, che ha suscitato una tradizione e degli affetti, si va disperdendo, inevitabilmente nasce il rimpianto nell’animo di in un qualche nostalgico, una sorta di laudator temporis acti, il quale avverte il bisogno di salvare delle reliquie di un mondo che sta scomparendo.

Innocenzo III riceve San Francesco

Ed è così che, mentre le condanne conciliari colpivano i goliardi, un vescovo, un canonico o un abate della Baviera commissionava a degli amanuensi la raccolta dei frutti sparsi della “poesia clericale” che era tutt’altra e irripetibile cosa rispetto all’avanzare della nuova poetica in volgare. Come detto, il Codice Burano deve il suo appellativo all’abbazia benedettina di Benediktbeureun, l’antica Bura Sancti Benedicti (fondata, tra il 730 e il 740, da San Bonifacio sulle Alpi Bavaresi non lontano dai valichi che conducono al Tirolo) dalla quale, a seguito dell’editto napoleonico che secolarizzava i beni ecclesiastici, il codice venne trasferito (nel 1803) alla Staatsbibliotek di Monaco di Baviera con tutto il patrimonio librario della stessa abbazia. Allorché poi, nel 1847, lo studioso Johannes Andreas Schmeller ne curò la prima pubblicazione parziale, a ricordo della sua provenienza, coniò quel titolo di Carmina Burana con il quale appunto il codice viene ormai universalmente chiamato. Il Codice Burano attualmente consta di due sezioni: il C.l.m. n. 4660 e il C.l.m. n. 4660a (Fragmenta Burana) composto di 7 fogli, individuati soltanto nel 1901. Tutto il codice perciò raccoglie 315 testi poetici, in 112 fogli di pergamena, decorati con 8 miniature, e rappresenta una delle più vaste ed importanti collezioni di liriche internazionali, principalmente latine, dall’XI al XIII secolo. L’individuazione di documenti contemporanei paralleli permette di stabilire i paesi di origine di molte di queste liriche: Occitania, Francia, Inghilterra, Scozia, Svizzera (Certosa di Basilea), Catalogna (Abbazia di Las Huelgas), Castiglia (Toledo), Germania (Convento di Weingarten), come pure, fra tanti componimenti anonimi, risultano riconoscibili i nomi di poeti quali l’Archipoeta di Colonia; Ugo d’Orleans; Gautin de Chatillon; Pierre de Blois; il Cancelliere di Parigi Philippe de Grève e l’Arcivescovo di Canterbury Stephen Langton.

un’immagine attuale dell’Università Sorbona di Parigi, uno dei centri principali della cultura medievale

Una parte dei testi contenuti nel codice può essere definita come poesia dei “vagabondi” (vagantes) o dei “goliardi”. Tale presenza fa sì che, a fianco di dolci canti d’amore e di canti di primavera, affiorino canzoni satiriche che criticano violentemente la loro epoca, oppure che, accanto a liriche intrise di spiritualità, compaiano canti quasi immorali e canti di avidità senza misura. Sin dalla sua origine, il codice risulta articolato in tre sezioni, secondo un preciso piano strutturale, alle quali corrispondono le sequenze dei testi e la scansione delle otto miniature. La prima sezione, che comprende le liriche nn. 1 – 55, ha un contenuto satirico e morale; la seconda, sino al n. 186, riguarda due gruppi di liriche amorose, uno in latino, l’altro in tedesco, separati da altri testi eterogenei; la terza sezione, fino al n. 228, è riservata ai “carmina potatoria”, ai canti cioè di bevuta ed alle canzoni conviviali. Questi sono preceduti da alcuni canti satirici (nn.187 – 190) e conclusi da due drammi religiosi. Nell’aggiunta (canti 229 – 305) predominano i testi dal contenuto moralistico sacrale. La redazione di quest’ultima parte è opera di una trentina di mani diverse che hanno operato fra la seconda metà del XIII secolo e l’inizio del XIV. Il Codice Burano fu redatto, in momenti differenti, in una corte periferica collocata sul confine Austria-Italia (Tirolo; Carinzia) o nella corte di un Vescovo di Seckan, in Stiria (Vescovo Karl o Vescovo Heinrich). Il nucleo originario (ca. 1230), ad opera di tre amanuensi, comprende i carmi 1 – 228 ai quali, come prima accennato, scribi posteriori hanno aggiunto altre 26 poesie latine e molte di quelle in tedesco. Studi approfonditi sul codice hanno permesso di rilevare come già in epoca medievale, al momento della prima rilegatura, l’inizio della raccolta era andato smarrito e, poiché questo doveva contenere poesie di sapore religioso, tutto il codice risultava improntato da una diversa identità. Le liriche del Codice Burano erano tutte destinate ad essere cantate, gli amanuensi tuttavia ci hanno tramandato la notazione musicale soltanto di una trentina di canti, in parte riportata dallo stesso scriba del testo, in parte aggiunta da mani diverse ma, essendo tali notazioni in forma “adiastematica” (cioè senza rigo musicale), le melodie non sono interpretabili. La fama di questo manoscritto va in gran parte attribuita alla rivisitazione che operò, nel 1937, il compositore Carl Orff il quale musicò una silloge di 26 canti, ma è pur vero che al grande pubblico il nome “Carmina Burana” evoca solo il ricordo di antichi canti licenziosi e di bevuta, immiserendo così la grande portata di questo codice che annovera invece ben 315 testi poetici suddivisi in: Carmina Moralia; Carmina Veris et Amoris; Carmina Lusorum et Potatorum; Carmina Divina, in 112 pergamene, più 7 di “fragmenta”. I testi del Codice Burano costituiscono una vera collezione di liriche, alternate da annotazioni morali

e didattiche, che avvicinano quest’opera alle tante “enciclopedie” moralizzanti in uso nel Medioevo e, a ben vedere, la poesia dei “vagabondi”, i vagantes clerici (detti anche “goliardi” dal mitico vescovo “Golia”) che girovagavano per le nascenti università dell’Europa, rappresenta soltanto una parte, e non la più ponderosa, dell’intero contenuto.
Le caratteristiche dei Carmina Burana

Ricapitolando, possiamo sintetizzare che i Carmina Burana sono una raccolta di canti medievali in latino e medio-alto tedesco, databili in massima parte tra il XII secolo e i primi trenta anni del XIII . I canti sono tutti anonimi, ma per alcuni di essi è stato possibile risalire agli autori (AbelardoArchipoeta di Colonia- Gualtiero di Chatillon- Filippo il Cancelliere). Nei loro ritmi, ora festosi, ora malinconici, è stato colto il desiderio di piaceri terreni, in un mondo posseduto dall’ansia dell’aldilà, oltre all’amore per la libertà individuale e la vita errabonda. Tutti i Carmina Burana erano destinati ad essere cantati, ma gli amanuensi ci hanno tramandato la notazione musicale solo di una trentina di canti. Sono state poi recuperate melodie da manoscritti coevi, così che oggi disponiamo di 47 canti accompagnati dall’apparato musicale. Quest’ultimo è tuttavia di difficile interpretazione perché le melodie sono annotate con “neumi tedeschi in campo aperto”, cioè segni musicali collocati direttamente sul testo, ma senza la possibilità di intonare l’altezza delle note. I Carmina Burana possono essere divisi in tre gruppi: Carmina moralia: alcuni canti attaccano la Chiesa ed esprimono un desiderio di rinnovamento, di ritorno alla purezza e semplicità evangelica. Altri hanno un carattere satirico e morale. Carmina amatoria: i canti d’amore sono i testi in maggior numero. C’è un tono sensuale, l’amore è erotismo e deve essere libero. Carmina lusoria et potatoria : sono canti che esaltano il vino ed il gioco. E’ la sezione più nota della raccolta. Il vino libera dagli affanni ed è legato ad un ambiente, la taverna, che diventa un microcosmo culturale, con valori diversi da quelli della società del tempo. Mentre il mondo medievale appare diviso in classi chiuse e rigide, l’osteria è un luogo aperto a tutti, tutti sono uguali e possono esprimersi liberamente. In un mondo ossessionato dal timore dell’aldilà, all’interno dell’osteria non si teme affatto la morte poiché passato e futuro si annullano nella dimensione di un presente atemporale. Domina il dio Bacco, che è il dio della gioia e cha ha poteri taumaturgici: una coppa del suo nettare (il vino!) risana, guarisce, dona la gioia.

I Carmina Burana sono collegati al mondo dei Goliardi o Clerici vagantes. Essi erano studenti, per lo più chierici, che si spostavano da una città all’altra per seguire le lezioni dei maestri più famosi. Alcuni di loro condussero una vita scioperata e diventarono degli emarginati nella società. Furono definiti con disprezzo clerici vagantes e la Chiesa li condannò.

La Goliardia Goliardo nel dizionario:

Diz. della lingua italiana Sabatini Coletti: 1)Nel Medioevo, chierico che si spostava nelle città sede di università, dove conduceva spesso vita scapestrata; 2)estens. (f. -da) Studente universitario, con riferimento alla spensieratezza del periodo degli studi e all’antica pratica della goliardia. Diz. della lingua italiana De Mauro: 1)stor., al pl., chierici vaganti; 2)studente universitario, spec. con riferimento alla vita libera e spensierata che si ritiene caratteristica di tale periodo di studi | estens., spreg., ragazzo ingenuo, fatuo e irresponsabile; allegrone; Etimologia E’ incerta l’etimologia della parola, le possibili spiegazioni sono tre: Golia, il gigante della mitologia, simbolo del male nel Medioevo; Golia Abelardo, soprannome di Pietro Abelardo fondatore del movimento goliardico e avversario di San Benedetto da Chiaravalle; Gula=gola, per la loro irrefrenabile passione per il bere e il cibo. La goliardia nel Medioevo La spiegazione più corretta e quella che ormai chiunque ha adottato è quella dei goliardi come chierici vaganti. Giovani poco abbienti che nel Medioevo non potevano seguire le normali lezioni dei professori ed erano emarginati dai compagni, vivevano alla giornata senza controllo né morale né intellettuale affidandosi ad espedienti come fare unirsi a giocolieri, saltimbanchi e persone considerate spostate. Questi vagavano di zona in zona per seguire le lezioni di professori famosi, leggere letture proibite allora dalla Chiesa e saziare la fame di sapere; la spensieratezza della gioventù li portava ad assaporare i piaceri che questo stile di vita libero e senza regole offriva loro: vino, amore e giochi. Di questi comportamenti malvisti all’epoca, perché considerati lascivi, se ne trovano ampi riscontri nei tre libri dei canti medievali Carmina Burana: nei Carmina moralia viene mossa una forte critica alla chiusura e alla ristrettezza di idee della Chiesa, nei Carmina amatoria, lusoria e potatoria invece il tono diventa sensuale e festoso e vengono esaltati i piaceri dell’amore come atto sessuale e del vino come fonte di liberazione. Goliardi oggi? In Italia lo spirito goliardico inteso come necessità di studio accompagnato dalla voglia di avventure e trasgressione è stato molto sentito negli anni cinquanta/sessanta per scomparire fino agli anni ‘90. In questo periodo inizia a risvegliarsi nei giovani la voglia di tornare ai vecchi ordini e di riarmarsi di cappelli, mantelli, papiri e tutto ciò che veniva tramandato dagli anziani capi ai propri ordini. Tutto questo è diventato così parte della vita universitaria di molti giovani. Nascono così le raccolte moderne di goliardie e nascono i caffè nei quali i nuovi goliardi compiono le loro “sregolatezze”, le piazze accolgono i loro scherzi e le loro feriae matricularum! Oggi in Italia sono presenti numerosi Ordini anche se molti non ne sono a conoscenza: Bologna: Sacer VenerabilisQue Fictonis Ordo - S.V.Q.F.O. , Congiura de’ Pazzi , Convento de li Frati Gaudenti, Excelsa Neptuni Balla, Goliardica Balla Montecristi, Sovrano Ordine delle Tre Palle Meridionali… e altre; Chieti: I Clerici; Ferrara: Ordine de li Cavalieri de li Scacchi (1964), Ducatus Estensis, Marchesato de la Torre Matildea ; Firenze: Sovrano Commendevolissimo Ordine Goliardico di San Salvi, Sovrano Laborioso et Agreste

Ordine della Zappa, Fecondo e Calcinoso Ordine della Cazzuola, Placido Ordine della Vacca Stupefatta (PODVS)…; Lesina: Sacer Ordo Scorpionis; L’Aquila: Sacer Ordo Ursa Majoris; Milano: Sacra Goliae Confraternita; Parma: Ducatus Parmae, Placentiae, Guastallae, Lunigianae et Terrae Limitrophae, Æterno Ordo Salamandre Terre Salsesi (1982), Sultanato del Terronia Tellus…; Roma: Pontificatus Romani Archigymnasii – P.R.A.; altre città hanno i loro Ordini come Torino, Napoli, Palermo, Messina, Udine, Verona, Urbino. Col termine Clerici vagantes (in latino significa “chierici vaganti”) si è soliti indicare quegli studenti girovaghi che, nel Basso medioevo, solevano spostarsi in tutta Europa per poter seguire le lezioni che ritenevano più opportune. Essi erano appunto definiti chierici perché godevano di alcuni dei privilegi ecclesiastici, ma non avevano preso i voti. Tuttavia la loro vita irrequieta e la condotta morale discutibile – oltreché un certo parteggiamento per i cosiddetti studia scholarum, ovvero poli universitari gestiti dagli studenti, e non da ecclesiastici, attirò su di loro le ire degli ambienti ecclesiastici. La loro fortuna durò quindi fino ai primi del XIII secolo, quando il fenomeno si esaurì.

Una lezione medievale

Presto si affermò l’abitudine di frequentare la medesima università senza essere costretti a spostarsi in continuazione, e alla istituzionalizzazione dei curricula di studio contribuì anche la Chiesa, che mal sopportava la frivolezza di costoro e le loro invettive contro la corruzione delle autorità romane. Derivò da questo la loro condanna esplicita da parte dei concili di Treviri (1227) e di Rouen (1231), con l’esplicita minaccia di esentare i chierici dai privilegi clericali (è interessante notare come nei documenti di questi concili i termini familia goliae, ovvero goliardi, e clerici vagantes fossero diventati ormai interscambiabili, a dimostrazione di come una certa condotta di vita fosse ampiamente diffusa tra gli studenti girovaghi).

IN TABERNA QUANDO SUMUS In taberna quando sumus, Quando siamo alla taverna non curamus quid sit humus, non ci interessa nient’altro sed ad ludum properamus, ma ci dedichiamo al gioco cui semper insudamus. per il quale andiamo matti. Quid agatur in taberna, Quello che succede alla taverna ubi nummus est pincerna, dove il soldo è allegria hoc est opus ut quaeratur, questo sì che è interessante si quid loquar, audiatur. state a sentire: Quidam ludunt, quidam bibunt, C’e chi gioca, c’è chi beve, quidam indiscrete vivunt. c’è chi vive indecentemente, Sed in ludo qui morantur, E quelli che muoino per il gioco ex his quidam denudantur; e perdono anche i vestiti. quidam ibi vestiuntur, Qualcuno ne esce rivestito, quidam saccis induuntur. e qualcuno rivestito di sacco, Ibi nullus timet mortem qui nessun teme la morte, sed pro Baccho mittunt sortem : ma per Bacco sfida la sorte . primo pro nummata vini. Prima si beve alla salute di chi paga; Ex hac bibunt libertini; poi beve il libertino

semel bibunt pro captivis, un bicchere per i carcerati post haec bibunt ter pro vivis, e poi tre per quelli vivi, quater pro christianis cunctis, quattro per i cristiani quinquies pro fidelibus defunctis, cinque per i fedeli defunti; sexies pro sororibus vanis, sei per le brave donne, septies pro militibus silvanis, sette per i militari; octies pro fratribus perversis, otto per i fratelli traviati, novies pro monachis dispersis, nove per i monaci dispersi, decies pro navigantibus, dieci per i naviganti, undecies pro discordantibus, undici per i litiganti duodecies pro poenitentibus, didici per i penitenti, tredecies pro iter agentibus. tredici per i viaggiatori; Tam pro papa quam pro rege Per il papa e per il re bibunt omnes sine lege. bevono tutti senza freni. Bibit hera, bibit herus, Beve quello e beve quella, bibit miles, bibit clerus, beve il soldato e il prete, bibit ille, bibit illa, beve lui, beve lei, bibit servus cum ancilla, beve il servo con l’ancella, bibit velox, bibit piger, beve il veloce, beve il pigro, bibit albus, bibit niger, beve il bianco e beve il nero, bibit constans, bibit vagus, beve il costante, beve il vago, bibit rudis, bibit magus, beve il rozzo, beve il mago, bibit pauper et aegrotus, beve il povero e il malato, bibit exul et ignotus, beve l’esule e l’ignorato,

bibit puer, bibit canus, beve il bimbo, beve l’anziano, bibit praesul et decanus, beve il vescovo e il decano, bibit soror, bibit frater, beve la sorella e il fratello, bibit anus, bibit mater, beve la nonna, beve la mamma, bibit ista, bibit ille, beve questo, beve quello, bibunt centum, bibunt mille. bevon cento, bevon mille. Parum centum sex nummatae I soldi durano poco durant, ubi immoderate se immoderatamente bibunt omnes sine meta, tutti bevono senza limite, quamvis bibant mente laeta. ciascun obeve a mente lieta. Sic nos rodunt omnes gentes, Perciò l’oste ci spenna et sic erimus egentes. e noi siamo sempre al verde Qui nos rodunt confundantur, Chi ci tratta così male et cum iustis non scribantur. non sia scritto nel libro dei giusti!. -La giornata di uno studente medievale: come conciliare l’università con le mille attrazioni del mondo? -Esploriamo il mondo medievale: sacro o profano, l’amore ha davvero il primo posto! -I poeti maledetti: donne, taverna e dadi in un modello di poesia che non tramonta mai. I clerici nella taverna trovano una comunità chiassosa di persone intente a bere (ma non priva di intima coerenza). Vogliono infrangere (per qualche giorno) i rigidi dettami del potere temporale e spirituale della Chiesa. Gli ingredienti fissi sono tre: -il VINO: un tramite d’eccezione, perchè “scioglie la lingua” e fa superare ogni inibizione; -i DADI, uno strumento di beffarda riabilitazione economica, perchè consente di costruire o perdere la fortuna economica dal niente; -il SESSO, liberato dalle astrusità del vassallaggio amoroso cantato dai trovatori. I poeti goliardi nelle loro bevute si pongono ai margini nella società: la sera infrangono l’ordine sociale, al quale tornano legati la mattina seguente. Come nel teatro comico di Aristofane (Atene, V sec. a.C.) i canti di taverna rigenerano la società con lo strumento della parodia e della trasgressione verbale. La loro trasgressione è un fatto artistico, di grande consapevolezza e maestria, e nasce dalla conoscenza dei canoni, sia sociali che poetici, trasgrediti in una parodia nutrita di cultura e ironia. Anche se vino, gioco e sesso sono gli ingredienti della loro giornata, la loro vita è rigidamente regolata da norme. Tra i carmina potatoria, uno degli esempi più significativi è “IN TABERNA QUANDO

SUMUS”. Questo è uno dei più noti canti goliardici, in cui si fondono la parodia dissacrante, l’annullamento delle gerarchie sociali e l’esorcizzazione della miseria sempre in agguato. Il testo ci mostra come, in taverna, tutti siano uguali e tutti bevano (senza interessarsi a cosa sia il mondo in realtà). E’ chiaramente messo in evidenza l’inno al vino: è tipico della poesia tabernaria medievale quell’andamento che imita i salmi. Ad esempio, si nota una litania in onore del dio del vino, Bacco, che riprende la preghiera dei fedeli del Venerdì Santo. Ci sono anche altre espressioni, che riprendono il Messale romano, dove si prega “in commemorazione dei fedeli defunti, dei pellegrini e dei viandanti, per la salute dei viventi, per i pubblici penitenti e per i nemici”. Nelle sette strofe di questo Carmen si nota uno schema di rime baciate; sono presenti anche numerose anafore (ripetizioni) delle parole quidam e bibit. Si evidenziano alcuni elementi morfosintattici della lingua latina: - versi 2/5 “quid sit humus”, “quid agatur in taberna” (interrogative indirette) - verso 4 “cui (ludum) semper insudamus” (proposizione relativa) -verso 8 “audiatur” (congiuntivo esortativo) - versi 8/11 “loquar”, “morantur” (verbi deponenti) - verso 9 “quidam” (pronome indefinito) - verso 14 “ex his” (complemento partitivo) - verso 52 “quamvis bibant” (proposizione concessiva)

Related Interests