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Book of Abstracts

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W ORKSHOP

ON

E THICS

A J UNIOR -S ENIOR D EBATE
Milano, 14 giugno 2012 Aula Crociera Alta Università degli Studi di Milano

Program & Book of Abstracts

I NDICE
Programma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1 Senior: Mario de Caro Naturalismo e normatività . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3 Junior: Michele Borri Elementi per una revisione critica del concetto di “fallacia naturalistica” . . . 5 Junior: Sarah Songhorian Empathy: from description to prescription . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 Senior: Carla Bagnoli La morale come conoscenza pratica: l’argomento costruttivista . . . . . . . . . . . . 10 Junior: Luca Zanetti Percezione morale senza realismo morale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .14 Junior: Francesca Vitale Ragionamento pratico tra astrazione e idealizzazione: Onora O’Neill e John Rawls . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16 Senior: Luciana Ceri Il dibattito sul naturalismo nell’etica contemporanea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 Junior: Guglielmo Feis The OIC/PAP dispute: two ways of interpreting the ‘Ought’ Implies ‘Can’. .19 Junior: Matteo Grasso Neuroscienze cognitive e coscienza animale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22

W ORKSHOP ON E THICS A J UNIOR -S ENIOR D EBATE
Milano, 14 giugno 2012 Aula Crociera Alta Università degli Studi di Milano

Programma
ore 9:00 - 12:00 Chair: Leonardo Caffo (LabOnt/Università degli Studi di Torino) • Introduzione ai lavori • Mario de Caro (Università Roma Tre): “Naturalismo e normatività” • Sezioni Junior: – Michele Borri (Università degli Studi di Milano-Bicocca): “Elementi per una revisione critica del concetto di ‘fallacia naturalistica’” – Sarah Songhorian (Università Vita-Salute San Raffaele): “Empathy: from description to prescription” • Dibattito • Presentazione della Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior

ore 14:00 - 18:00 Chair: Sofia Bonicalzi (Università degli Studi di Pavia) • Carla Bagnoli (Università di Modena e Reggio Emilia): “La morale come conoscenza pratica: l’argomento costruttivista”

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• Sezioni Junior: – Luca Zanetti (Università degli Studi di Bologna/Cogito Center of Research in Philosophy): “Percezione morale senza realismo morale” – Francesca Vitale (Università del Salento): “Ragionamento pratico tra astrazione e idealizzazione: Onora O’Neill e John Rawls” • Dibattito

Chair: Mattia Sorgon (Università degli Studi di Milano/RIFAJ) • Luciana Ceri (Università di Parma): “Il dibattito sul naturalismo nell’etica contemporanea” • Sezioni Junior: – Guglielmo Feis (Università degli Studi di Milano): “The OIC/PAP dispute: two ways of interpreting the ‘Ought’ implies ‘Can’” – Matteo Grasso (Università degli Studi di Milano): “Neuroscienze cognitive e coscienza animale” • Dibattito

Tutti gli abstract sono disponibili sul sito http://workshopethics.wordpress.com

N ATURALISMO

E NORMATIVITÀ

Mario De Caro

Qual è il ruolo che una filosofia naturalistica dovrebbe riconoscere ai concetti dello “spazio della ragione”? È vero che per tali concetti le uniche possibilità sono quelli di essere ridotti a concetti scientificamente accettabili oppure eliminati o, ancora, conservati come utili finzioni? Ovvero, per porre diversamente la cosa, quanto seriamente i concetti della prospettiva agentiva debbono essere considerati dai filosofi rispetto a quelli della prospettiva scientifica? I cosiddetti “naturalisti scientifici” tendono a pensare che i concetti che appartengono alla seconda prospettiva debbano essere inglobati o assorbiti o sostituti da quelli dalla seconda, mentre i cosiddetti “naturalisti liberali” ritengono che la prospettiva agentiva sia irriducibile, ineliminabile e intellettualmente preziosa. Il dibattito sui rapporti tra la prospettiva scientifica e quella agentiva è vasto e profondo e ha implicazioni filosoficamente assai rilevanti. In particolare, una parte importante della controversia concerne il tema della normatività. John Mackie (1977, p. 36), con la sua concezione della morale come “error theory”, diede autorevole voce ai dubbi del naturalismo scientifico contro le nozioni normative, affermando che i giudizi che le contengono – giudizi che pretendono di essere oggettivi e assumono l’esistenza dei valori – sono da considerarsi irrimediabilmente falsi. In molti, però, si sono opposti a questa visione. Putnam (2004, p. 70), per esempio, considera l’anti-normativismo come il marchio ideologico del naturalismo scientifico. A suo giudizio la larga fortuna di questa concezione dipende da una sorta di “orrore verso il normativo” – un orrore che può aver senso solo se si è gravemente fuorviati da una metafisica dogmatica. Nel mio saggio argomenterò che, per dirsi veramente soddisfacente, il naturalismo non può non considerare i concetti normativi come ineliminabili e irriducibili ai concetti non normativi.

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Riferimenti bibliografici
Mackie, J. (1977). Ethics: Inventing Right and Wrong. Harmondsworth e New York: Penguin. Putnam, H. (2004). “The Content and Appeal of ‘Naturalism’”. In: Naturalism in Question. A cura di M. De Caro. Cambridge, Mass.: Harvard University Press, pp. 59–70.

E LEMENTI

PER UNA REVISIONE CRITICA DEL CONCETTO DI “ FALLACIA NATURALISTICA”

Michele Borri

Nel 1903, G.E. Moore pubblicava i “Principia Ethica”: un testo fondamentale per la storia dell’etica analitica, all’interno del quale molte fra le precedenti tradizioni della filosofia morale venivano fortemente ridimensionate sulla base del fatto che esse commettevano tutte quante l’errore di “fallacia naturalistica”. Questo concetto ha trovato grande fortuna e diffusione nel corso del tempo, tantoché ancora oggi lo si trova frequentemente utilizzato nelle discussioni di etica, metaetica ed etica applicata. E’ mia opinione, tuttavia, che l’utilizzazione corrente del termine si discosti sensibilmente dalla formulazione originalmente datane da Moore, senza tenere adeguatamente conto del contesto storico-culturale e delle finalità che l’autore si proponeva. Uno tra gli obiettivi fondamentali di Moore, infatti, era quello di mostrare come gran parte dei sistemi etici d’uso più comune incorressero frequentemente nel medesimo genere d’errore : quello, cioè, di voler definire la nozione di “bene” (good) – che costituisce l’oggetto specifico dell’indagine etica – in termini di proprietà naturali (oppure metafisiche) le quali finivano in realtà col rimpiazzare e finanche travisare la nozione di partenza. Secondo Moore, invece, il bene è una qualità semplice, indefinibile e non analizzabile che può essere colta soltanto per mezzo di una intuizione diretta e, conseguentemente, non può essere spiegata facendo ricorso ad altre proprietà eterogenee rispetto ad essa. Se questa era – in sintesi – la formulazione data da Moore del concetto di “fallacia naturalistica”, nel corso dei decenni successivi essa è stata utilizzata all’interno di strategie argomentative di genere molto diverso che, in molti casi, hanno finito per alterarne il significato originario. Quando poi, nel corso degli anni ’50, Hare propose l’interpretazione di un passaggio del “Trattato sulla natura umana” di Hume, enunciando quella che noi oggi conosciamo come “Legge di Hume” (secondo la quale, in sostanza, non è possibile derivare

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logicamente i valori dall’osservazione di fatti empirici, né gli enunciati prescrittivi da enunciati descrittivi), allora il concetto di “fallacia naturalistica” (che Moore aveva sviluppato circa mezzo secolo prima) venne prontamente impiegato come argomento a sostegno della “Legge di Hume” e, talvolta, come un sinonimo di essa. Osservando retrospettivamente la storia del concetto di “fallacia naturalistica” e i diversi usi che ne sono stati fatti fino al tempo presente, si ha dunque l’impressione che l’accezione oggi prevalente di essa rimandi ad una strategia argomentativa volta soprattutto a sostenere, in generale, le ragioni di un’etica di tipo non-cognitivista e, in modo particolare, la versione razionalisticoformale di essa elaborata da R.M. Hare, improntata ad un prescrittivismo di stampo universalista. Tale interpretazione, tuttavia, non sembra trovare adeguato riscontro nel testo di Moore.

E MPATHY: FROM D ESCRIPTION P RESCRIPTION
Sarah Songhorian

TO

Recent studies in neuroethics and in moral psychology have shown that our standard (rational) explanation of moral judgment and decision making is no longer wholly convincing or, at least, it has to be integrated (Greene and Haidt, 2002). Moral judgment and decision making have long been considered a product of reasoning. The truth is they are often guided by some emotive, instinctive, automatic, and unconscious reactions coming from the so-called “emotional brain” (Dalgleish, 2004; Greene, 2009; Greene et al., 2001). My focus will be that of understanding how the emotional path works. What emotional mechanism can trigger moral responses? Empathy defined as an emotional reaction triggered by someone else’s feelings can be the answer. Recent studies in neuroscience (Gallese, 2006; Gallese, Keysers, and Rizzolatti, 2004; Rizzolatti and Sinigaglia, 2006) have shown that it is an emotional analogous to the mirror neuron system (MNS): both in feeling an emotion and in observing it in someone else, experimenters have seen the activation of the same neural circuits. At this point the issues are of two kind: • The descriptive issue: what can neurosciences tell us about how we actually judge and decide? When and how do we empathize (Singer et al. 2004; Singer et al. 2006: De Vignemont, Singer 2006)? Which neural circuits are involved in empathy? • The prescriptive one: what can we infer from these empirical studies for a moral theory that has to tell us how we should live? If empathy is considered an emotional mechanism embedded in our brains, the question thus regards how we can explain the passage from a natural characteristic to a moral theory, that is supposed to tell us how we should behave and not simply to describe how we actually do.

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We need to understand whether is possible to derive a moral “ought” from a neural “is” or not (Greene, 2003). How can we justify the step from a description of the neural correlates of our mental activity to a normative proposition about what is morally right or wrong? Empathy can provide the natural and embedded basis for our ability to understand those who are similar to us, but it is not yet moral until we consciously decide that we are going to take others’ emotions as relevant for our moral judgment and decision making. As long as it is just an instinctive reaction, it is far from a moral theory of how we should behave towards others. The innate mechanism is obviously necessary for the moral consideration of other people, but it is not a sufficient condition to make that relationship moral: having such a mechanism is totally compatible with immoral decisions and judgments, which leaves human beings with some freedom. Besides the existence of some neural circuits, a person has always the possibility of a moral option: neurosciences do not imply the abolition of free will or determinism. The neural circuits give us a possibility: I can act morally or not. And it is the concept of “possibility” that explains the passage between description and normativity.

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References
Dalgleish, T. (2004). “The Emotional Brain”. In: Nature Reviews Neuroscience 5, pp. 583–589. Gallese, V. (2006). “The «Shared Manifold» hypothesis: From mirror neurons to empathy”. In: Journal of Consciousness Studies 8, pp. 33–50. Gallese, V., C. Keysers, and G. Rizzolatti (2004). “A unifying view of the basis of social cognition”. In: Trends in Cognitive Sciences 8, pp. 396–403. Greene, J.D. (2003). “From Neural “Is” to Moral “Ought”: What are the Moral Implications of Neuroscientific Moral Psychology?” In: Nature Reviews Neuroscience 4, pp. 847–850. — (2009). “The cognitive neuroscience of moral judgment”. In: The Cognitive Neurosciences IV. Ed. by M.S. Gazzaniga. MIT Press, Cambridge, MA. Greene, J.D. and J. Haidt (2002). “How (and where) does moral judgment work?” In: Trends in Cognitive Sciences 6.12, pp. 517–523. Greene, J.D. et al. (2001). “An fMRI investigation of emotional engagement in moral judgment”. In: Science 293, pp. 2105–2108. Rizzolatti, G. and C. Sinigaglia (2006). So quello che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Raffaello Cortina, Milano.

M ORALITY AS PRACTICAL KNOWLEDGE : C ONSTRUCTIVIST D EFENSE
Carla Bagnoli

A

There is a familiar sense in which we ordinarily invoke practical knowledge, as knowledge of what one ought to do. This paper argues in defense of a constructivist account of morality as practical knowledge. Its antagonists are those meta-ethical theories that deny the cognitive import of moral judgments and those that reduce practical knowledge to applied theoretical knowledge. The distinctive feature of this cognitivist constructivism is that it endorses Kant’s claim that practical knowledge sharply differs from theoretical knowledge (Kant, 1788, pp. 90, 92). Constructivism explains this difference by claiming a relation of existential dependence of the objects of practical thought on practical reasoning (Rawls, 1980; Korsgaard, 1996, pp. 38– 44; Bagnoli, 2000, 2007, 2011b; Engstrom, 2009, p. 119). The relation of existential dependence shows that the function of reason is practical in two senses. First, it produces its objects. Second, it commands action with authority. These are two complementary aspects of practical knowledge that constructivism purports to vindicate. The general task of the theory is to gain a more transparent and articulate understanding of morality as continuous with other dimensions of our rational practices (Kant, 1785, p. 388; Kant, 1788, pp. 9-10). A well-known objection against the very possibility of moral knowledge is that it implies knowledge of a special moral ontology, which is ontologically queer (Mackie, 1977, pp. 38–42). Since moral objects are special, moral knowledge “would have to be by some special faculty of moral perception or moral intuition, utterly different from our ordinary ways of knowing everything else” (Mackie, 1977, p. 38). In response to this objection, I argue that the claim about the cognitive import of moral judgments does not depend on the further claim about a special moral ontology (Bagnoli, 2000, 2002, 2011b, §7). Second, I argue that the objection rests on a mistaken construal of the practical significance of moral judgments as “intrinsically motivating”. This reading

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gains some plausibility from being confined to the moral domain, but it appears rather dubious when extended to the larger domain of practical skills and activities. It leaves us with the dilemma between severing morality from other forms of rational cognition and considering queer all ordinary ways in which we claim to know what to do (Bagnoli, 2012; Engstrom, 2012). A second objection does not threaten to set morality apart, but it similarly misunderstands the sense in which knowledge is claimed to be practical. According to Christine Korsgaard, in the epistemological model of morality the agent “grasps some external normative truths” about how to reach a good end (Korsgaard, 2003). In her view, when one knows what makes an action good, this is just a piece of knowledge that must be put in practice. It seems that one needs a norm of application to bridge the gap between knowing that something is good and doing it. But how to apply the norm of application? It seems that we still have to bridge the same gap. Korsgaard’s point is that only obligations can bridge the gap, and obligations do not derive from bits of knowledge. The argument draws on Kant’s distinction between the practical and the theoretical standpoints (Kant A802/B830), but it is deeply indebted to Mackie’s approach to the problem. In fact, Kant’s practical/theoretical distinction is internal to the domain of cognition. To read it as if it separated cognitions from obligations is to misunderstand the very idea of objective lawmaking, which is fundamentally the form of practical knowledge (Bagnoli, 2000, 2002; Engstrom, 2009; Bagnoli, 2012; Engstrom, 2012). In stark contrast to the accounts criticized, I argue for a conception of practical significance as a distinctive sort of efficacy. Moral agents are practical subjects, that is, subjects capable of acting under their own representation of what they are and what they do. This distinctive sort of efficacy is marked by reflective consciousness, and it is such that it establishes a special relation of the practical subjects to themselves. This is a relation of authorship. Practical knowledge is ultimately knowledge of oneself as a practical subject, rather than knowledge of external objects. The epistemic gain in practical reflection is not a more determined, refined, perceptive and discerning judgment of good ends; it is a gain in self-awareness. To be efficacious in their distinctive (self-conscious) manner, practical subjects are required to act on the basis of universalizable considerations. On the constructivist reading, this requirement is not an independent principle of pure practical reason that applies to all rational beings as such because of its independent rational status. Its rational status is constructed, that is, rationally justified. The practical role of the requirement is that it grounds an authoritative ranking of our claims. Before practical reflection, any of our claims have the same relevance and putative authority. This is because prior

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to practical reasoning, no claim has any special normative status; they differ only in strength or urgency. The universalizability test ranks such claims and makes rational action possible by offering a basis that cannot be challenged from any one partial perspective. The role of the universalizability requirement is not merely deliberative (O’Neill, 1975). More fundamentally, it specifies a principled form of self-government that warrants the distinctive efficacy of practical subjects, that is, rational authority.

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References
Bagnoli, C. (2000). “La pretesa di oggettività in etica”. In: Modi dell’Oggettività. Ed. by G. Usberti. Milano: Bompiani, pp. 7–22. — (2002). “Moral Constructivism: A Phenomenological Argument”. In: Topoi 21, pp. 125–138. — (2007). “Costruttivismo kantiano”. In: Oggettività in etica. Ed. by G. Bongiovanni. Milano: Mondadori, pp. 257–276. — (2011a). Constructivism in Meta-ethics. The Stanford Encyclopedia of Philosophy. URL: http://plato.stanford.edu/entries/constructivism-metaethics/. — (2011b). “Moral Perception and Knowledge by Principles”. In: New Intuitionism. Ed. by J. Hernandes. Continuum, pp. 84–105. — (2012). “Morality as Practical Knowledge”. In: Analytic Philosophy 53.1, pp. 60–69. Engstrom, S. (2009). The Form of Practical Knowledge. Harvard University Press. — (2012). “Bringing Practical Knowledge Into View: Response to Bagnoli, Hill, and Reath”. In: Analytic Philosophy 53.1, pp. 89–97. Kant, I. (1785). “Grundlegung zur Metaphysik der Sitten”. In: Kants gesammelte Schriften. Vol. 4. Berlin: Preussische Akademie der Wissenschaften. English translation: “Groundwork of the Metaphysic of Morals”. In: Practical Philosophy. Ed. by A. Wood. Cambdridge University Press 1996. — (1788). “Critique of Practical Reason”. In: Kants gesammelte Schriften. Vol. 5. Berlin 1907: Preussische Akademie der Wissenschaften. English translation: “Groundwork of the Metaphysic of Morals”. In: Practical Philosophy. Ed. by A. Wood. Cambdridge University Press 1983. Korsgaard, C.M. (1996). The Sources of Normativity. Ed. by O. O’Neill. Cambridge: Cambridge University Press. — (2003). “Realism and Constructivism in Twentieth-Century Moral Philosophy”. In: The Journal of Philosophical Research APA Centennial Supplement, Philosophy in America at the End of the Century, pp. 99–122. Mackie, John L. (1977). Ethics: Inventing Right and Wrong. London: Penguin. O’Neill, O. (1975). Acting on Principle. New York: Columbia University Press. Rawls, J. (1980). “Kantian Constructivism in Moral Theory”. In: Journal of Philosophy, pp. 515– 572. Reprinted in: J. Rawls, Collected Papers, ed. by S. Freeman. Cambdridge, Mass., 1999, pp. 303–358.

P ERCEZIONE

MORALE SENZA REALISMO MORALE

Luca Zanetti

Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse per il fenomeno della percezione morale, dovuto in buona parte al successo dell’intuizionismo moderato sostenuto da Robert Audi in The Good in the Right (2004). Quasi tutte le teorie della percezione morale condividono la stessa preoccupazione: fornire un modello di percezione morale che sia compatibile con il realismo delle proprietà morali e che eviti le classiche obiezioni della stranezza ontologica ed epistemologica. Allo scopo di mostrare che la percezione morale è un fenomeno genuino, è stata sottolineata da più parti l’analogia fra la percezione di proprietà morali e la percezione di proprietà complesse (come la percezione che qualcuno sta compiendo un furto, o che qualcuno è annoiato, ad esempio). Dato che quest’ultima, si sostiene, è un caso non controverso di percezione, dobbiamo accettare che vi siano anche percezioni morali. Credo che l’analogia sia sostanzialmente corretta, ma al contempo sostengo che essa ci dovrebbe condurre ad un modello antirealista di percezione morale. La tesi principale che sosterrò è dunque la seguente: il fenomeno della percezione morale riceve una spiegazione più soddisfacente se rifiutiamo il realismo e cerchiamo di comprendere la percezione morale alla stregua di altri casi meno controversi di percezione, come la percezione non-morale di proprietà complesse. Difendo questa tesi presentando l’argomento del disaccordo percettivo e l’argomento della cecità morale. Entrambi fanno leva su fenomeni molto comuni come il fatto che non tutti hanno le stesse percezioni morali in casi sufficientemente simili, e il fatto che alcuni non hanno nessuna percezione morale in casi in cui la maggior parte di noi invece ha percezioni morali. La spiegazione che realisti morali come Robert Audi e Jonathan Dancy danno a questi fenomeni è in sostanza la seguente: i soggetti moralmente ciechi non hanno ricevuto un’educazione morale sufficiente e non possiedono i concetti morali rilevanti per avere percezioni morali; i soggetti che vedono un atto giusto quando in realtà l’atto è ingiusto hanno delle credenze morali di sfondo che fuorviano la loro percezione morale. La mia strategia argomenta-

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tiva sarà sostenere che questa spiegazione è al contempo la più ragionevole e difficilmente conciliabile con un modello realista di percezione morale. In conclusione presenterò la forma generale che può prendere un modello non realista di percezione morale, e quali implicazioni ha l’accettazione di un tale modello. Due sembrano essere le implicazioni più importanti: la percezione morale non costituisce una base solida su cui fondare l’oggettività in etica (diversamente quindi da quanto sostiene, fra gli altri, Audi); una comprensione adeguata del fenomeno della percezione morale richiede uno studio del ruolo svolto dai concetti morali nella percezione e dei meccanismi tramite i quali un soggetto sviluppa una sensibilità morale.

R AGIONAMENTO

PRATICO TRA ASTRAZIONE E IDEALIZZAZIONE : O NORA O’N EILL E J OHN R AWLS

Francesca Vitale

Il paper offre alcune argomentazioni avanzate da Onora O’Neill a favore di una tesi costruttivista del ragionamento pratico, secondo cui i principi etici sono l’esito di un processo di “costruzione” razionale, non di “scoperta”: non esistono verità normative, su cui conformare l’agire, indipendenti dalla ragione del soggetto. Istituirò un confronto tra la tesi di O’Neill e quella elaborata da John Rawls in A Theory of Justice, secondo cui i principi di giustizia sono il risultato di una “procedura” di costruzione razionale fatta da agenti ideali in condizioni ideali, sostenendo vi siano buone ragioni per preferire la prima a quest’ultima. Credo sia fertile avviare una riflessione sul Costruttivismo etico, che ne delinei la poliedricità prospettica, analizzando le differenze “interne” al suo stesso contesto di origine e sviluppo. Il confronto tra O’Neill e Rawls su specifici temi farà emergere le differenze definite “interne”. L’approccio di analisi interno (internal approach) coglie la pluralità di declinazioni in cui il Costruttivismo si flette. Il costruttivismo di O’Neill conserva tratti teorici rawlsiani, data la comune matrice kantiana da cui ha origine il loro pensiero, ma si distanzia da quello di Rawls sul piano della modalità di determinazione dei principi etici. Li allontana una diversa concezione di ragionamento pratico: O’Neill, a differenza di Rawls, rifiuta ogni forma di “idealizzazione” della situazione di partenza in cui l’agente sceglie i principi guida del proprio agire, a favore di una procedura di “astrazione” (bracketing) da applicare a tutti gli aspetti degli agenti potenzialmente coinvolti nell’azione. L’autrice sostiene una concezione di ragionamento pratico teso a stabilire principi che possano essere “seguibili” da tutti su una base minimale (minimal base) di condivisibilità (followability), condizione iniziale e necessaria affinché i principi scelti fungano concretamente da guida per l’azione di tutti. Questo livello “minimale”, in contrasto con la tesi rawlsiana, non presuppone alcuna concezione idealizzata dell’agente (original position, veil of ignorance, etc.), ma

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usa una procedura di astrazione, che si distingue dall’idealizzazione e da ogni argomentazione metafisica ad essa sottesa. Questo lavoro esplora alcune differenze di articolazione del ragionamento pratico in O’Neill e Rawls, al fine di dare una visione, seppur parziale, del Costruttivismo in etica e della varietà delle sue procedure di costruzione, di cui gli autori trattati sono due substrati teorici essenziali.

IL

DIBATTITO SUL NATURALISMO NELL’ ETICA CONTEMPORANEA

Luciana Ceri

Il termine «naturalismo» può indicare un punto di vista opposto a soprannaturalismo e idealismo (naturalismo cosmologico), una teoria metaetica (naturalismo sostanziale) oppure la tesi che all’etica siano applicabili i metodi di ricerca delle scienze empiriche (naturalismo metodologico). Nel dibattito contemporaneo, concentrato sul naturalismo metaetico, l’attenzione si è spostata dal piano dell’analisi semantica a quello dell’ontologia morale. Una delle critiche rivolte al naturalismo è quella della fallacia naturalistica, esposta da Moore con l’argomento della domanda aperta. Tale argomento, benché tuttora oggetto di numerose obiezioni, continua ad avere non pochi sostenitori. Un’altra critica al naturalismo concerne il carattere pratico dei giudizi morali, che può essere inteso come forza motivazionale o come forza normativa. Nel saggio vengono esaminati un argomento teso a mostrare che il naturalismo non riesce a spiegare la forza motivazionale dei giudizi e le possibili risposte del naturalista a tale obiezione. Ci si sofferma poi sulla questione della forza normativa dei giudizi morali, che i critici del naturalismo lo ritengono incapace di spiegare; e si presenta una lettura del dibattito sul naturalismo, proposta da Iris Murdoch e Uberto Scarpelli, secondo cui all’origine del rifiuto del naturalismo e della difesa della legge di Hume vi è la difesa dell’autonomia e della libertà umana. Accettare questa lettura del dibattito comporta l’abbandono della tesi della neutralità della metaetica. Tale tesi può essere intesa in due sensi diversi, uno solo dei quali è condivisibile; l’altro implica invece la violazione del principio, speculare alla legge di Hume, che vieta il passaggio logico dal piano valutativo o normativo a quello descrittivo.

DISPUTE : TWO WAYS OF INTERPRETING THE ‘O UGHT ’ I MPLIES ‘C AN ’

T HE OIC/PAP

Guglielmo Feis

I propose to review the relationships between the ‘Ought’ Implies ‘Can’ (OIC) and the Principle of Alternative Possibilities (PAP) (Blum, 2000; Copp, 2008; Frankfurt, 1988; Widerker, 1991; Yaffe, 1999) adding a complexity in the OIC. I will distinguish two OIC principles: 1. commission-OIC: The ought implies can of commission of the proposed action (i.e. ought implies can do A and ought implies can do not A); 2. choice-OIC: The ought implies can of choice (i.e. ought implies the practical possibility of doing something else: ought implies can do A or can do something different from A or not A). For fulfillable requests both OIC hold: when faced by a ‘do not smoke’ sign I can smoke or not smoke (commission OIC is satisfied) or do something else instead of smoking (choice OIC is satisfied). Moving to Frankfurt PAP counterexamples, both principles fail. The new question is: are there intermediate cases? The question splits into: 1. Are there cases where commission-OIC holds but choice-OIC fails? 2. Are there cases where commission-OIC fails but choice-OIC holds? The first would be a situation where you are forced to do an action without having the chance of going away or doing something else, but the action you ought to do is an action whose commission is possible. An example might be the following: you are on the top of a bridge ready for bungee jumping and ‘you ought to dive’. Here it is possible for you to dive (or not) but not to do something else (start dancing, walk away). In case you do not dive, you lose your turn and the other bungee jumper has its chance to dive. The second case would be a situation where you are facing a practical necessity (i.e. you can only do the thing only in that way) but you have a choice to do another action.

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I think acts ruled by (anankastic) constitutive rules (CRs) (Azzoni, 1991) – i.e. acts that are determined by a certain CR (e.g.: a valid will needs to be signed) and, given that you want to make a will, you have to sign it – represent such a case. Here commission-OIC does not apply, you have no way not to make a will except in the way CRs prescribe it. Nonetheless, when faced by an anankastic-constitutive requirement, you can still do another action (i.e. instead of signing your will, you may stipulate a contract or going along without leaving any will). This means that choice-OIC holds. I claim this latter case might be an argument for Frankfurt (1988)’s OIC/PAP non derivability thesis and is close to Yaffe (1999)’s argument of PAP implicating OIC but OIC not implicated PAP. OIC and PAP are related but, given the existence of cases of “no commission-OIC but choice-OIC” they have to be distinguished.

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References
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N EUROSCIENZE

COGNITIVE E COSCIENZA ANIMALE

Matteo Grasso

L’ipotesi della coscienza animale presenta profonde implicazioni per la concezione che l’uomo ha della natura e del suo posto in essa, per il problema epistemologico dei limiti della conoscenza scientifica e per questioni morali sull’utilizzo degli animali per l’allevamento e la ricerca. Seppur in Filosofia della mente e Neuroscienze cognitive non esista consenso sulle definizioni di coscienza, due interrogativi principali inquadrano il fenomeno in un orizzonte più ampio: in primo luogo la domanda sulla distribuzione (“quali animali oltre all’uomo sono coscienti?”) lascia spazio a due prospettive sull’evoluzione della coscienza: le teorie discontinuiste, per cui la coscienza emerge ad uno stadio preciso della filogenesi, e le teorie continuiste, per cui essa accompagna da sempre la materia e coevolve in complessità con essa; in secondo luogo la domanda fenomenologica (“cosa si prova ad essere un altro animale?”). Nonostante molte prospettive (riduzioniste o anti-riduzioniste) non escludano l’ipotesi della coscienza animale, non vi è alcun argomento teorico risolutivo. Approcci sperimentali valutano similarità e dissimilarità nei comportamenti animali rispetto a quelli umani, ma solo in anni recenti le Neuroscienze cognitive hanno fornito dati comparativi sulle attività cerebrali sottostanti e su omologie e analogie anatomo-fisiologiche. In questo intervento si discutono alcuni risultati delle Neuroscienze cognitive dell’ultimo decennio, fra cui: l’analisi condotta da Bernard Baars sulle “omologie” neuroanatomiche interspecifiche, mantenutesi grazie al lungo trascorso evolutivo comune nel corso della filogenesi; la teoria della coscienza come “informazione integrata” di Giulio Tononi, che identifica la complessità come proprietà necessaria e sufficiente all’emergere della coscienza, oltreché come proprietà misurabile utile per stabilire se un organismo (di qualsiasi specie) sia cosciente o meno; gli studi di Stanislas Dehaene volti ad isolare i processi cerebrali “marker” dell’elaborazione cosciente delle informazioni, possibile base per l’analisi della coscienza animale fondata su “analogie” interspecifiche nei processi neurofisiologici. Se il problema epistemologico della privatezza dell’esperienza co-

Workshop on Ethics – A Junior-Senior Debate. Milano, 14 giugno 2012

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sciente proposto da Thomas Nagel suggerisce l’impossibilità di rispondere alla domanda fenomenologica comprendendo che cosa si provi ad essere un altro animale, il contributo delle Neuroscienze cognitive può fornire una risposta alla domanda sulla distribuzione della coscienza, mostrando che l’esperienza cosciente potrebbe non essere una peculiarità della specie Homo sapiens ma un fenomeno comune nel mondo naturale. Solo il futuro della ricerca e della sinergia tra Filosofia e Neuroscienze potrà tuttavia chiarire la storia evolutiva della coscienza, mostrandone la discontinuità come fenomeno emerso ad uno stadio preciso della filogenesi oppure mostrando la continuità dell’esperienza cosciente come fenomeno primitivo e connaturato alla realtà fisica.

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