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Poste Italiane s.p.a.sped.in A.P.-D.L.353/03(conv.in legge 27/02/04 n.46)art.

1comma 1-DCB Roma -- Austria -- Belgio -- Francia -- Germania -- Grecia -- Lussemburgo -- Olanda -- Portogallo -- Principato di Monaco -- Slovenia -- Spagna € 5,10 -- C.T. Sfr. 6,20 -- Svizzera Sfr. 6,50 -- Inghilterra £ 3,80 Poste Italiane s.p.a.sped.in A.P.-D.L.353/03(conv.in legge 27/02/04 n.46)art.1comma 1-DCB Roma Austria Belgio Francia Germania Grecia Lussemburgo Olanda Portogallo Principato di Monaco Slovenia Spagna € 5,10 C.T. Sfr. 6,20 Svizzera Sfr. 6,50 Inghilterra £ 3,80

euro 3,00

settimanale di politica cultura economia - www.espressonline.it

N. 29 anno LVIII 19 luglio 2012

Venti donne assassinate dalla ‘ndrangheta in nome di un codice barbaro che sembraVa cancellato per sempre. in esclusiVa, la Verità su un Fenomeno drammatico e oscuro

delitto d’onore 2013

ahfshfhf hope ahfshfhf hope auto crac europa IN VeNdIta Tur secTaquaTus, voloraTas Turper cinesi e arabi secTaquaTus, voloraTas la crisi del mercaTo ium dolorum volupTaT p. 116 ium dolorum volupTaT 32 00 e le sue conseguenze p. 00 è Tempo di saldi p. p.

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Altan

il sommario di questo numero è a pagina 28
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Roberto Saviano L’antitaliano

Roghi tossici, peggio di Fukushima

C

Nelle campagne tra Caserta e Napoli ogni giorno vengono bruciati materiali nocivi che fanno aumentare tumori e malattie respiratorie. Ma nessuno dice nulla. Per paura che l’allarme faccia crollare i valori di terreni e fabbricati

aro Roberto, sono Luigi Costanzo un medico di famiglia di Frattamaggiore. Come ben saprai, da circa vent’anni viviamo un dramma che negli ultimi mesi sta assumendo proporzioni catastrofiche: parlo dei roghi tossici». Qualche giorno fa il dottor Costanzo mi ha scritto una lettera, che proverò a sintetizzare. Nei paesi e nelle campagne tra Caserta e Napoli, ogni giorno, vengono incendiati materiali tossici, prodotti di scarto di industrie tessili, di pellame, di cuoio, di amianto e pneumatici. Centinaia di pneumatici. Questi incendi non rendono solo irrespirabile l’aria, ma la rendono soprattutto nociva. «A confronto», dice il dottor Costanzo, «Fukushima con la sua radioattività è un luogo di villeggiatura... e Seveso nel disastro del 1976 fu evacuata per molto meno». Tra i suoi assistiti ha riscontrato un aumento dei tumori. Non solo. Aumenti anche di malattie dermatologiche e respiratorie, di allergie in anziani mai stati allergici, di malattie della tiroide, di broncopatie e malattie intestinali. Una terra che da decenni viene costantemente violentata nell’indifferenza di istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, televisione e stampa, come se i roghi tossici sia impossibile fermarli. ormai è chiaro a tutti che i rifiuti che arrivano in Campania, che vengono intombati o incendiati in Campania e che avvelenano gli abitanti della Campania, non sono prodotti solo in Campania. Ci sono inchieste e sentenze che individuano responsabilità e colpe, quindi resta un mistero come mai, questo nostro Paese, continui a ritenere i sacrifici umani di centinaia di migliaia di campani un prezzo accettabile da pagare. Per cosa, ci si domanda? Per quale tornaconto o interesse? Le denunce presentate non si contano più e sono centinaia le segnalazioni che associazioni, comitati e semplici cittadini fanno nel tentativo di dar voce al dramma che si sta vivendo. Usando l’arma dei giusti, la nonviolenza, chi abita nella Terra dei fuochi da anni lotta, da solo, per difendere la salute dei propri figli. Ricordo ancora quando

anni fa avevo deciso di attraversare a piedi la terra dei fuochi. Mi ero coperto naso e bocca con un fazzoletto, l’avevo legato sul viso. Camminavo tra le terre divorate dalla diossina, riempite dai camion e svuotate dal fuoco. Ogni qual volta ci sono servizi televisivi e denunce sui territori dei roghi, arrivano alle redazioni e ai singoli giornalisti segnalazioni e lettere infuocate da sindaci e amministratori comunali che non gradiscono che i loro paesi finiscano nella mappa dei comuni inquinati, nella mappa della terra dei fuochi. Le amministrazioni locali, spesso, non affrontano il problema, lo negano contro le proteste degli stessi abitanti. E lo negano per una ragione semplice: dichiarare che il proprio territorio necessita di bonifiche, che è preda di organizzazioni che bruciano rifiuti di ogni tipo per diminuirne la massa, abbasserebbe il prezzo dell’unica risorsa di questi territori: il cemento. Il prezzo delle case crollerebbe e la parte maggiore degli amministratori di queste zone viene eletta dai voti dei cantieri, dei rifiuti, della sanità. ringrazio il dottor luigi Costanzo, medico di Frattamaggiore. Lo ringrazio per i suoi toni pacati necessari assai più di una generale rabbia, a mostrare come la diffusione di malattie sia un dato inconfutabile dello stato terminale di quella che un tempo era tra le terre più fertili d’Italia. E un dato inconfutabile dell’irresponsabilità e la profonda ignoranza di «mandanti ed esecutori che dopo aver consentito lo scempio non volano via nei Caraibi per respirare aria pulita e mangiare cibi sicuri, ma condividono, invece, il tragico destino dei loro conterranei diventando carnefici e vittime nello stesso tempo». Mi unisco al suo appello, perché questo governo, nelle tante, troppe priorità metta ai primi posti la salute dei suoi cittadini. E con il dottor Costanzo vorrei condividere un desiderio. Recentemente in tv molte persone ci avevano scritto che una parola non avrebbero più voluto sentir pronunciare era la parola “intombato”… aggiungo ora che non vorrei più sentire nemmeno la parola “rogo”, seguito dall’aggettivo “tossico”.
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Foto: P Bossi / AGF .

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Michele Serra Satira preventiva

D
Eating review per evitare che gli italiani mangino troppo. Riduzione degli stipendi del 15 per cento e una sforbiciata alle banconote. Ecco le misure del governo per risanare i conti. Tutte in inglese. Compresa una tassa sul sesso

E ora arriva la Fucking Tax
mila euro, comunque già inclusa preventivamente nella cartella di Equitalia. Sembrerebbe complicato, ma non lo è affatto. Basterà consultare il nostro “Eating Review Little Book” (libretto della revisione dei consumi alimentari), con tutte le istruzioni. A volte basta aggiungere un barattolo di cetrioli sotto aceto, o regalare alla cassiera una fetta di prosciutto, o restituire al pescivendolo uno sgombro da mezzo chilo e farsene dare uno da sette etti, e l’obiettivo è raggiunto. fucking tax Quanto costa alla collettività ogni atto sessuale? Se si calcolano il consumo d’acqua per le abluzioni pre e post, l’usura delle molle del materasso, la perdita di redditività per un periodo che in media, compresi i preliminari, sfiora i dieci minuti, si arriva a un costo intorno ai trenta centesimi. Moltiplicandoli per l’intera popolazione italiana e per il numero dei rapporti, è una cifra impressionante. Ecco dunque l’idea della Fucking Tax (imposta sulle attività sessuali effettivamente portate a compimento). Solo trenta centesimi per ogni rapporto, un’inezia per il contribuente, una miniera d’oro per lo Stato. In discussione le forme di riscossione: vale l’autocertificazione oppure è meglio applicare gli studi di settore? E sarà possibile forfettizzare, come chiede l’associazione dei bagnini romagnoli? Dure polemiche per l’ennesima esenzione totale concessa alla Chiesa. money patchwork Se ogni italiano tagliasse a ogni banconota in suo possesso una strisciolina di due o tre millimetri, mettesse in una busta tutte le striscioline così ottenute e le spedisse al ministero del Tesoro, avete idea di quante nuove banconote lo Stato potrebbe ottenere incollando tutte le striscioline? È il money patchwork, l’ultima moda in fatto di micro-economia. Il suo inventore è l’economista bengalese Bangwa Bic, teorico della no-economy e sostenitore del digiuno come via maestra per il ripianamento dei conti pubblici e privati.
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opo la Spending Review (revisione delle spese) quali altre ingegnose misure finanziarie (Smart Tricks) adotterà il governo Monti per risanare i conti dello Stato (Public Hole)? gaining review Rivedere le spese non basta se non si rivedono anche i guadagni. La Gaining Review consiste nel tagliare tutti gli stipendi di almeno un dieci-quindici per cento. Grazie a questo provvedimento gli italiani saranno più poveri, e potranno così accettare con maggiore naturalezza i drastici tagli della spesa pubblica. Gli studi economici più aggiornati spiegano infatti che l’impoverimento ha come ricaduta virtuosa (happy re-falling) una diffusa rassegnazione. Trovare il proprio ospedale di zona chiuso sembra inconcepibile a un benestante, abituato a una vita funzionale e agiata; ma è del tutto naturale per un morto di fame, che trova già sorprendente avere un letto a casa sua, figurarsi trovarne uno in ospedale. «Governare un paese povero», spiega Mark Poretti, docente di Economia della Depressione a Harvard, «è il sogno di ogni ministro delle Finanze. Meno pretese, meno illusioni, più rassegnazione. La gente deve smetterla di rovinarsi la vita con questa assurda mania del benessere». eating review Mangiare troppo fa male alla salute. Ma mangiare troppo poco nuoce all’economia, perché deprime i consumi alimentari. Come conciliare queste opposte esigenze? Grazie alla nuova Eating Review del governo, oggi è possibile. Ogni famiglia, a seconda del numero dei componenti, riceverà a casa una cartella di Equitalia dove potrà facilmente trovare, al rigo 24 del riquadro G-B (riquadro U-F se si è residenti in un Comune diverso da quello indicato nel quadro 54, rigo H), la lista della spesa settimanale. Dovrà poi dimostrare, inviando gli scontrini a Equitalia, di avere effettivamente speso ogni settimana esattamente quella cifra, con un errore tollerato di due centesimi al massimo. Pena un’ammenda di trenta-

Foto: P Bossi / AGF .

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Massimo Cacciari Parole nel vuoto

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Il governo ferma lo smantellamento dello Stato burocraticoministeriale. E ri-centralizza per controllare la spesa. Ma autonomia e responsabilità degli enti locali non vanno abbandonati. Se non si vuole tornare indietro

Che statalisti questi tecnici
hi ritiene che il governo Monti costituisca l’ultima spiaggia per avviare in Italia una stagione costituente, dovrebbe, invece di ripetere “rancio ottimo e abbondante”, chiedersi: emergenza e “logica di sistema” debbono necessariamente contraddirsi? Bisogna solo abbrancare risorse dove si può? Esperienza storica e logica avrebbero voluto che si decidessero l’abolizione della Provincia e il passaggio delle sue competenze a città metropolitane e a Regioni. Non ha alcun senso decretarne la fine in base a criteri essenzialmente quantitativi perché motivi ambientali, territoriali, storici possono rendere una Provincia di 100 mila abitanti meno inutile di una di un milione. E immaginiamoci i mercati che si scateneranno in sede di conversione del decreto! E la sanità? Ma non si trattava di materia di esclusiva competenza delle Regioni? O, almeno, non sarebbe loro sacrosanta responsabilità la definizione delle priorità e l’articolazione della spesa? E prima di giungere a ulteriori e indiscriminati tagli non sarebbe stato logico riferire al pubblico a che punto stava l’applicazione degli standard per le diverse prestazioni, unica cosa sensata dei provvedimenti sul federalismo fiscale? Ma è facile profezia: Regioni ed enti locali pagheranno il conto (e più “virtuosi” sono, più proporzionalmente salato sarà) mentre poteri più forti o comunque più autonomi rispetto a quelli politici centrali troveranno certo il modo di “correggere” la spending review. E con qualche buona ragione. Alcune delle sedi di tribunale da rottamare sono state costruite l’altro ieri! E se risultano oggi inutili occorrerà che qualche Corte dei conti indaghi su simili sprechi (o sulla propria stessa incapacità di indagare). E quelle che restano presentano strutture adeguate per assorbire personale e funzioni delle soppresse? Esiste un simile calcolo? Logica vorrebbe che una tale verifica fosse il presupposto del decreto. Perché presentare come una decimazione la riduzione del personale nella Pubblica amministrazione? Solo difetto di comunicazione? Se è così, è tanto macroscopico da superare quello di Brunetta nei suoi giorni migliori. Si ha una pallida idea dei conflitti, dei sospetti, degli arbitrii, delle frustrazioni, della carica demotivante che la sua applicazione può generare in un ufficio? Si pensa così di aumentarne la produttività? Può immaginarlo soltanto chi non ha mai varcato la soglia del più piccolo dei Comuni. e perché non si è proceduto alla trasformazione di tutte le partecipate comunali in società a amministratore unico, eliminando consigli di amministrazione e migliaia di nomine tutte politiche? Risparmio e pulizia etico-politica, invece della “grida” manzoniana sulla loro abolizione tout court. Con quali procedure? Quali tempi? Pure a costo di svendere? Perché anche qui, come per le Provincie, mezze misure, che per natura assommano i vizi delle estreme? Forse a causa di veti politici che i nostri “tecnici” sembrano propensi ad avvertire quanto hanno avvertito quelli di lobby e corporazioni in materia di liberalizzazioni? E a proposito di vendite di asset pubblici, logica (e forse anche un po’ di giustizia) vorrebbe che prima di decretare dall’alto dei colli romani sul destino delle proprietà degli enti locali, il governo procedesse alla dismissione del suo patrimonio: Eni, ad esempio, perché per mamma Rai solo l’idea sembra troppo audace. Si potrebbe continuare. Ma la morale è semplice e drammatica. Il senso di questi provvedimenti, al di là degli effetti finanziari immediati, va in una direzione che contraddice in toto quel discorso di autonomia, responsabilità, progressivo smantellamento della costruzione burocratico-ministeriale-centralistica del nostro Stato che sembrava aver iniziato a permeare la cultura politica del nostro Paese. Le dinamiche della crisi ri-centralizzano ogni decisione in modo esasperato. Riportano a un modello organizzativo e amministrativo obsoleto trent’anni fa. Almeno prendiamone coscienza, se vogliamo sopravvivervi.
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a cura di Gianluca Di Feo / Primo Di Nicola

Riservato
WikiLeaks / Usa e Italia

madia double face | formigoni tiene famiglia | i cannoli di schifani | i finiani e il tesoro di an | scilipoti nucleare

PRoteSta PeR UNa CaNzoNe

Chi spiava i no global
Le condanne definitive contro i vertici della polizia per i fatti del G8 di Genova hanno riacceso l’attenzione sul movimento no global. Ma dai file della diplomazia Usa rivelati da WikiLeaks si scopre che la rete di Vittorio Agnoletto era oggetto di attenzioni molto partico- ViTToRio AGNoLETTo, LEADER DEL MoViMENTo No GLoBAL iTALiANo lari. Un rapporto trasmesso nel febbraio 2003 a Washing- tro di monitoraggio della crisi e lavora a ton dall’ambasciata americana di Roma una serie di tattiche con i rappresentanti analizza la forza del movimento e i suoi delle Ferrovie. È stato attivato un sistema leader. C’è il timore che le proteste pos- di contromisure, che include una pesante sano fermare la partenza di truppe e sorveglianza delle comunicazioni dei materiali statunitensi dalle basi italiane manifestanti». Dunque e-mail e telefonaverso l’imminente guerra contro l’Iraq. te dei pacifisti erano spiate. Da chi? Dalla «Il dipartimento di Pubblica sicurezza del polizia italiana, dal Sismi o dalla Cia? ministero dell’Interno ha creato un cenS. Mau.

ReNzI RottaMato DaI RIGheIRa
Ha parafrasato una canzone dei Righeira, “L’estate sta finendo”, hit degli anni Ottanta, per dare lo sfratto alla classe dirigente del Pd: «L’estate sta finendo, il loro mandato no. Marini, D’Alema, Veltroni, Rosy Bindi: avete fatto molto per l’Italia e per il partito, ma ora basta», ha tuonato il sindaco Matteo Renzi dal palco della convention Big Bang di Firenze. Lo stesso Renzi però dai microfoni dell’emittente fiorentina Lady Radio ha rivelato: «Ma lo sapete chi si è offeso? Non Bindi, non D’Alema, non Marini. A protestare arrabbiati per l’accostamento, sono stati loro, i Righeira: “Che paragone fa?!”, mi hanno scritto su Facebook». Johnson Righeira, al secolo Stefano Johnz Righi, ha anche mandato un sms a Renzi per chiedergli un incontro. L’artista ci tiene a far presente che la band di “Vamos a la playa” e “no tengo dinero” è sempre stata dalla parte dell’innovazione: i primi rottamatori del pop italiano. M. La.

Sel cerca alleati nel Pd

Inchiesta della Corte dei conti

Mi manda Vendola
«Scusa, hai un minuto di tempo?». È la frase ricorrente che in questi giorni numerosi esponenti del Pd si sentono ripetere al telefono o di persona dagli uomini (e le donne) di Nichi Vendola. Da quando Pier Ferdinando Casini ha aperto all’alleanza con Pier Luigi Bersani, il leader di Sel, sempre molto presente a Montecitorio, ha sguinzagliato infatti alcuni dei suoi più stretti collaboratori per cercare sponda all’interno del Pd e sabotare il piano, che lo vedrebbe marginalizzato e ridimensionato. Fra i più attivi, l’ex segretario di Rifondazione Franco Giordano, Alfonso Gianni (sottosegretario ai tempi del governo Prodi) e l’ex deputata Elettra Deiana, che pure era desaparecida da tempo. Tutti in cerca di uno scambio di idee, un incontro o un colloquio volante in Transatlantico con qualche parlamentare per spiegare che un accordo elettorale con l’Udc sarebbe «un suicidio per la sinistra». P. Fa.

Dirigenti facili al Coni
Le assunzioni “facili” di Coni Servizi, partecipata al 100 per cento dal ministero dell’Economia, finiscono nel mirino della Corte dei conti. La Procura regionale del Lazio ha aperto un’inchiesta per danno erariale su 50 assunzioni, tutte per ruoli dirigenziali, effettuate lo scorso anno dalla società operativa del Comitato olimpico nazionale italiano. I magistrati sospettano che la spa presieduta da Giovanni Petrucci sia stata utilizzata per aggirare le procedure e i tetti massimi delle assunzioni consentite per legge al Coni. Le cinquanta persone in questione sarebbero infatti state arruolate da Coni Servizi salvo essere poi destinate a ricoprire incarichi dirigenziali, tutti retribuiti con lauti compensi, nelle federazioni sportive che dipendono dal Coni. La Corte dei conti stima che fino ad oggi per gli stipendi e i rimborsi dei dirigenti oggetto di accertamento siano già stati spesi 30 milioni di euro. D. L.
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Foto: A. Dadi - S. Carofei / Agf

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Riservato
Madia e la riforma del lavoro

tribunali: riSorSa piÙ, riSorSa meno
Nella sua spending review, il governo guarda anche alla Giustizia. Prevedendo la riduzione e l’accorpamento di 37 tribunali e 38 procure e la sopressione delle 220 sezioni distaccate di tribunale. Solo che il Parlamento dall’inizio della legislatura aveva auspicato più risorse ai tribunali, tema oggetto di numerosi interventi I PARLAMENTARI CHE SE NE OCCUPANO DI PIÙ DEPUTATI SENATORI 1 Rita BERNARDINI (Pd) Gianpiero D’ALIA (Udc) 2 Nicola MOLTENI (Lega) Luigi LI GOTTI (Idv) 3 Manlio CONTENTO (Pdl) Elio LANNUTTI (Idv) 4 Antonio DI PIETRO (Idv) Silvia DELLA MONICA (Pd) 5 Federico PALOMBA (Idv) Maria Elisabetta CASELLATI (Pdl) 6 Maria Antonietta COSCIONI (Pd) Franco CARDIELLO (Pdl) 7 Donatella FERRANTI (Pd) Filippo BERSELLI (Pdl) 8 Marco REGUZZONI (Lega) Adriana POLI BORTONE (Cn) 9 Alessandro MONTAGNOLI (Lega) Salvatore FLERES (Cn) 10 Roberto RAO (Udc) Felice BELISARIO (Idv) ATTIVITÀ PARLAMENTARE ATTI PRESENTATI Ddl 49 Ordini del Giorno 84 Interrogazioni 373 Mozioni 5 Risoluzioni 10 Risoluzioni 3

MaRianna uno e due
Quando si dice la coerenza. E non su una questione qualsiasi: si parla di riforma del lavoro e del decreto governativo passato a colpi di fiducia. Due opinioni a confronto, ma entrambe di Marianna Madia, deputata veltroniana. Madia prima versione: commissione Lavoro, 14 giugno, giudica il provvedimento in esame «fortemente deludente» e ritiene che lo stesso «sia privo di interventi coraggiosi e contenga misure inefficaci, permeate da uno spirito ideologico quasi arrogante, in presenza del quale appare impossibile prefigurare sviluppi positivi per le sorti del Paese». Madia seconda versione, dichiarazione di voto finale in Aula, 27 giugno: «Posso assicurare a tutte le generazioni di precari che i passi avanti ci sono e sono molti... Credo che, con coraggio, questa è la via sulla quale bisogna continuare per aiutare quella generazione che non è più di giovanissimi». Qual è la vera Madia? E. M.

la scala? Meglio il papa
Roberto Formigoni ha tuonato contro il sovrintendente della Scala Stephàne Lissner: «Tagliare lo stipendio o riduciamo i fondi». Il motivo del contendere è tutto economico: troppo un milione l’anno per la guida del più prestigioso teatro del mondo. Così il governatore è passato ai fatti usando come una clava il contributo di 2,7 milioni di euro che la Regione spende per la lirica milanese. Ma c’è un particolare: a maggio il Pirellone aveva già sforbiciato di 500 mila euro i fondi per La Scala, il Piccolo teatro e i pomeriggi musicali. È più o meno la stessa somma (570 mila euro) dirottata per la mostra “La vita condivisa. I gesti della famiglia nelle immagini dell’arte”. Un’iniziativa voluta dal governatore per celebrare l’arrivo del papa e proposta dall’assessore Giulio Boscagli, cognato di Formigoni. Più in famiglia di così... M. S.

ITER 9 diventati legge 46 accolti 28 risposte dal Governo 0 approvate 1 approvata 0 approvate

parlamento in cifre

9.500.000.000

sono le cause, civili e penali, pendenti in Italia. Provocando un’incertezza che, oltre ad accrescere il senso di ingiustizia, frena anche l’economia. Infatti, Confindustria ha stimato che azzerare questo arretrato farebbe guadagnare il 4,8 per cento del Pil, pari a poco meno di 96 miliardi di euro.

case salva-italia
Messa in sicurezza degli immobili, interventi antisismici e rifacimento delle facciate che abbelliscono le nostre città. A questi obiettivi dovrebbero rispondere gli incentivi all’edilizia per risparmiare energia e per dare ossigeno all’economia, creando un processo virtuoso che stimoli aziende, tecnologie e turismo. La proposta lanciata da Innocenzo Cipolletta su “l’Espresso” del 15 marzo (“Il New Deal parte dal condominio”) è piaciuta anche al governatore di Bankitalia Ignazio Visco che sul “Corriere della Sera” ha ipotizzato un «un ampio progetto di manutenzione immobiliare... Si diano gli incentivi giusti, soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell’ambiente e della sua estetica». T. M.

guido Quaranta Banana Republic
E così, alle elezioni della prossima primavera, si candiderà anche Vittorio Sgarbi (ferrarese, 60 anni, critico d’arte famoso). Lo farà, ha detto, con un partito tutto suo: il partito della Rivoluzione. C’era da aspettarselo: Sgarbi è un habitué delle competizioni elettorali. La prima volta che si è presentato risale al 1990 quando, con l’appoggio dei comunisti, voleva diventare sindaco di Pesaro. Non ce la fece e, due anni dopo, si è ripresentato al Comune di San Severino Marche: qui c’è riuscito. Poi si è candidato 4 volte per la Camera e ha fatto il deputato. In seguito ha mancato il

Sgarbi candidato multicasacca
seggio all’Europarlamento ma si è consolato conquistando il Municipio di Salemi. Infine, non è riuscito a mettersi la sciarpa tricolore a Cefalù ma non ne ha fatto una malattia. Sgarbi è sempre disposto a far comizi e a raccogliere voti. Solo che, per diventare due volte sindaco e 4 volte deputato, ha esagerato: si è candidato, di volta in volta, in liste psi, pli, dc, berlusconiane, missine, repubblicane, radicali, civiche e, persino, di consumatori. Cioè ha usato i partiti come taxi, alla maniera di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, che diceva «Mi portano dove voglio, scendo quando mi pare».

VITToRIo SGaRBI. IN aLTo: La dEPUTaTa Pd MaRIaNNa MadIa 16 |

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Foto: a. dadi - agf, M. Chianura - agf

Riservato

Schifani e i suoi cannoli
I cannoli sembrano essere diventati un must nel rapporto fra politici siciliani e giornalisti. Nel 2008 fece scalpore il governatore Totò Cuffaro, che li offrì per festeggiare la riduzione della condanna a “semplice favoreggiamento”. Nei IL PReSIdenTe deL SenATo RenATo SchIFAnI giorni scorsi nemmeno Renato Schifani è riuscito a resistere alla tentazione: per portarlo in visita istituzionale al contingente italiano in Afghanistan, da Roma è giunto a Palermo - dove il presidente del Senato abita - un aereo con una trentina di persone fra giornalisti, cineoperatori e membri dello staff di Palazzo Madama. Partenza fissata a mezzanotte per motivi di sicurezza: peccato che il velivolo dalla capitale fosse atterrato alle dieci e mezza. Novanta interminabili minuti di attesa al caldo per quanti erano a bordo che il presidente Schifani, salito solo pochi minuti prima del decollo, ha cercato di far dimenticare con sei vassoi di dolci a base di ricotta e canditi. A.A.

Marco Damilano

Top e FLop

toP MARIo DRAGhI «Tra un volo e l’altro di paesaggio ne vedo assai poco...», confida il presidente della Bce a Eugenio Scalfari. Ammissione sincera, e anche un po’ amara. Vita da super-banchieri. Padroni dell’universo ma con i poteri inceppati. Prigionieri, come nel film “The Terminal”, di un aeroporto. Costretti a guardare il mondo dalle altissime quote. Dello spread. floP GIANRICo CARofIGLIo Magistrato, scrittore, senatore Pd, infaticabile promotore di sé e dei suoi romanzi, «attività conciliabile con il ruolo di parlamentare che richiede la presenza a Roma dal martedì al giovedì». La sconfitta allo Strega è solo un inciampo. Per accrescere la Fama c’è tempo: dal venerdì in poi. Quando si dice la cura del collegio. E il rapporto con gli (e)lettori. toP ALfREDo VITo Che nostalgia, riecco le preferenze! Mancano dal 1992, quando a Napoli il deputato della Dc ne prese 100 mila. «Come faccio? Telefono. Cammino» (e altro, per i pm). Le rivogliono nella legge elettorale, per la gioia di ristoratori, tipografi e scambisti di voti. Tornerà anche lui? (Nel 2001, passati i processi, rientrò pure con l’uninominale. Un artista). floP fRANCESCo PRofUMo Sul sito del Miur compare una dotta nota sul cane di Pavlov, «la forte salivazione da acquolina in bocca quando suona il campanello della pappa, anche senza cibo». Per l’autore, il portavoce Fabio Nicolucci, fa così chi contesta i tagli alla ricerca senza aspettare il decreto. Finché la spending arriva: una mazzata. E abbaiano tutti: anche il ministro.
Foto: P Tre - A3, P Scavuzzo - Agf, M. Frassineti - Agf, A. . . casasoli - A3, M. chianura - Agf, S. carofei - Agf

Fini rivuole il tesoro di An
La battaglia in carta bollata per l’eredità di An si arricchisce di un nuovo capitolo. Il vicepresidente di Futuro e Libertà, Italo Bocchino, ha chiesto al Tar del Lazio di annullare il provvedimento con cui la Prefettura di Roma, lo scorso aprile, ha riconosciuto la Fondazione An. Si tratta della fondazione alla quale il congresso che nel 2009 sciolse il partito affidò la la gestione del patrimonio di An: circa 76 milioni in depositi bancari e immobili per un valore stimato tra i 300 e i 400 milioni. La mossa di Fli ha un obiettivo preciso: togliere i beni conferiti alla Fondazione, di fatto gestita dagli ex colonnelli di An oggi nel Pdl Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Gianni Alemanno, per farli tornare all’associazione Alleanza nazionale. A quel punto anche la formazione di Gianfranco Fini potrebbe tornare a dire la sua sul patrimonio ex An. D. L.

Prove di sopravvivenza Rai
I maligni raccontano che il capo dell’ufficio legale della Rai, Salvatore Lo Giudice, ha ormai imparato come ci si deve muovere per sopravvivere nella tv pubblica: la regola è diventare amico dei nuovi potenti e abbandonare presto i perdenti al loro destino. Entrato nell’azienda pubblica anche grazie ai buoni uffici del cliente più famoso del suo studio legale, Luigi Bisignani, l’avvocato fu imposto dall’ex dg Mauro Masi, nonostante non tutti i consiglieri (Angelo Petroni in primis) fossero convinti della scelta. Le relazioni amichevoli con l’allora direttore generale, si sono però interrotte appena Lorenza Lei ha preso il suo posto. Il rapporto tra i due ha funzionato bene per un po’, ma la manager s’è recentemente lamentata con gli amici di Lo Giudice, che non l’avrebbe aiutata a trovare qualche appiglio giuridico per bloccare il suo defenestramento. «Se fosse così, Salvatore ha fatto bene», spiegano i suoi fan. L’avvocato ora punta tutto sul nuovo dg Luigi Gubitosi: sarà infatti lui a decidere se confermarlo o meno nell’incarico. T. M.

buon SwaP PeR veltRoni
Buone notizie per le dissestate casse del campidoglio. I contratti sui derivati stipulati tra il 2003 e il 2007 dalla giunta Veltroni non hanno prodotto danni. Anzi, hanno addirittura portato dei benefici, sebbene limitati: qualche centinaio di migliaia di euro. È la conclusione a cui è arrivata la Procura di Roma che, per questa ragione, entro l’estate, chiederà l’archiviazione dell’indagine per truffa aperta tre anni fa. nel mirino del pm Paolo Ielo erano finiti gli swap stipulati tra il 2003 e il 2007. D. L.

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riservato
follie nucleari

sciLiPOTi TuTTO

denise pardo pantheon

d’un PiEZO

Domenico Scilipoti si scopre ambientalista. E scienziato, anche. Fresco di ritorno dal vertice di Rio (dov’è andato, recita l’agiografia ufficiale, a propugnare un «cambio di rotta nel settore alimentare», s’intende «in una visione olistica dell’esistenza»), e alla vigilia del suo quarto passaggio di gruppo (deluso da Popolo e territorio per il sì alla riforma Fornero), ha piazzato nei saloni della Camera un megaconvegno dedicato alla “rivoluzione energetica non inquinante”. Il nuovo faro del nostro, tramontato quello di Arcore, è il piezonucleare. Ultima versione della chimera del nucleare pulito, energia pura liberata dalla frantumazione delle rocce. In sostanza, «prendere a martellate il granito», dice il direttore di Fisica della Sapienza Giancarlo Ruocco, infuriato per «il dilagare della pseudoscienza». Di recente, 1000 scienziati hanno firmato una lettera-appello al ministro Profumo perché stronchi le velleità (costose) della corsa al piezonucleare assai di moda nell’Inrim (Istituto di meteorologia diretto dal contestato Alberto Carpinteri, nomina gelminiana). Ma di quei mille Scilipoti se ne infischia, e invita proprio Carpinteri come guru del piezonucleare al suo convegno. Carpinteri non li ha delusi, e ha annunciato a breve le previsioni scientifiche dei terremoti. Per le previsioni sui prossimi cambi di gruppo di Scilipoti, invece, si dovrà attendere. R. C.

casino royale a Montecitorio
dei giovani Dc, assistente di Ortensio CARtE PARlAMEntARI. Dopo l’affollato Zecchino, un passaggio con Sergio partito delle tre carte, nel senso del noto D’Antoni, poi auto-candidato a sindaco di gioco, in Parlamento è arrivato il partito Roma e anche a segretario alle primarie del poker. Leader acclamato della vague del Pd nelle cui fila, alle politiche 2008, è politica, e al momento unico tesserato, è il primo dei non eletti nella circoscrizione la new entry della Camera: il deputato Lazio 1, Adinolfi, 41 anni, è una specie di Mario Adinolfi. Un tipo strepitoso, il più Giuliano Ferrara di nuova generazione. Lui avanzato esemplare a cavallo delle tre preferirebbe un paragone più alla Repubbliche: anima democristianaBonaparte («Sono nato il 15 agosto come popolare, blogger di grido, giocatore Napoleone», dice modesto) visto il gusto pokerista quasi professionista. per lo showdown spettacolare e l’azzardo lAS vEgAS ovvIo. Subentrato a un della scommessa su tutto, anche quanti recalcitrante Pietro Tiddei, costretto voti prenderà il Pd. al forfait in quanto neo sindaco di nEl MAzzo dI ElSA. È stato giornalista Civitavecchia, ci ha messo un po’ ad arrivare in Italia: per forza, partecipava alla per Rai e per la stampa di area, ha litigato con Dino Boffo ai tempi di “Avvenire”, è World series of poker, a Las Vegas ovvio saggista, autore, agitatore, cassandra mica a Cerignola. Finalmente ci siamo: nell’anno dell’antipolitica e dei politici-bluff politica («Grillo ci farà neri») ma anche il primo italiano ad arrivare alla finale del ci voleva proprio un campione del ramo. World poker tour nel 2009 al Casino di Al tAvolo Con PAolIno. La nomina ha Venezia. Una goduria! «Sosterrò la Fornero suscitato l’entusiasmo dei colleghi. e chiederò la legalizzazione del poker live», «Mario arriva o no?» chiedeva, orecchiata ha detto Adinolfi prendendosi la Ola dai la notizia, Paolino Bonaiuti ansioso di aprire un tavolo di pokerino a Montecitorio siti del poker e dai comuni che aspirano ad aprire dei casinò. Dalla Fornero ancora a Giorgio Stracquadanio intento, da non si sa. membro della giunta per le elezioni, tERzo Pollo. Un democristiano a compulsare il regolamento per poi del terzo tipo per non dire del Terzo polo agitarsi: «Mio Dio, c’è solo l’indicazione o terzo pollo perché la vulgata è che a per la giacca». giocare a poker si è sempre in tre - il fInI non dIoR. In effetti, i padri della quarto è il pollo - e in ogni caso la patria non avevano previsto l’arrivo di un parabola è lineare, c’era De Mita che onorevole in bermuda e flip flop, divisa giocava a tresette ora Adinolfi, mille cara a Adinolfi che invece, povero caro, si è presentato come si deve. Peccato, però, generazioni dopo, è un campionissimo del poker. Quindi è un tecnico anche lui quel togliersi sempre le scarpe - una (e si chiama pure Mario). disperazione per i commessi. E quelle mutande in vista dopo l’improvviso L’ONOREVOLE MARIO ADINOLFI. A SINISTRA: DOMENICO SCILIPOTI calo dei pantaloni: “Boato in Transatlantico” ha scritto lui stesso da vero Falstaff, in un tweet. Lo striptease ha spinto il presidente Fini a un consiglio da Christian Dior: «Bretelle, onorevole, un bel paio di bretelle». fERRARA bIS. Ultimo presidente

e il pdl scoprì la terza età web
A tre anni dalla sua costituzione, la Consulta dei Seniores del Pdl è infine sbarcata sulla Rete. “Internet non ha età: come i Seniores possono usare il Web per la comunicazione politica” è il titolo della prima lezione rivolta ai piddiellini non più giovanissimi - capeggiati dal deputato Enrico Pianetta - tenuta dal guru berlusconiano Marco Montemagno. I Seniores sembrano entusiasti e ora twittano gioiosi: «Invecchiare è una forma d’arte». C. CU.
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Foto: S. Carofei - Agf, A. Cristofari - A3

Marco Travaglio Carta canta

Gori rottama tutto tranne la tv berlusconiana

N

L’ex uomo Fininvest dice cose poco coerenti col preteso rinnovamento. Ora Renzi potrebbe vincere le primarie Pd, ma poi trovarsi contro un centrodestra armato di tre reti Mediaset e due Rai benedette da colui che ha scelto come guru

on bastando quel che dice Matteo Renzi, a dare un’idea di come sarebbe il Pd se cadesse in mano al rottamatore fiorentino ha provveduto il suo suggeritore-consigliere Giorgio Gori in una memorabile intervista a “SetteCorriere della sera”. L’intervista contiene anche risposte intelligenti, tipo quella sulla totale incompetenza in materia televisiva dei due candidati della società civile spediti dal Pd nel Cda Rai e dei due nominati da Monti alla presidenza e alla direzione generale. E poche altre. Il resto è un misto di banalità e bugie che fanno dubitare del “rinnovamento” sbandierato tanto da Renzi quanto da Gori, che rischiano di somigliare paurosamente ai vecchi leader. E fanno sospettare di volerli rottamare solo per prenderne il posto e poi fare esattamente le stesse cose. Bergamasco, craxiano, già a 18 anni, Gori ha diretto una o più reti Mediaset fino al 2001, quando fondò Magnolia producendo programmi rivoluzionari come “Il Grande Fratello”, sempre per Mediaset. Ma questo è il meno: il peggio è quel che dice e pensa oggi. Vittorio Zincone domanda: si cita il suo passato a Mediaset per attaccare Renzi. Gori risponde: «Fu D’Alema a definire quell’azienda “un patrimonio del Paese”». Appunto: Mediaset era ed è un patrimonio dei suoi azionisti, soprattutto uno; il Paese non c’entra, a parte quel che ci sono costati vent’anni di favori a Mediaset con decine di leggi ad aziendam. sareBBe interessante sapere che ne pensa Gori di quella sciocchezza dalemiana, anche perché D’Alema è in cima alla lista dei rottamandi. Invece l’efebico spin doctor se la cava dicendo «ho lasciato Mediaset nel 2001, ben 11 anni fa, ma sono fiero di averci lavorato». E, dopo aver auspicato «un profondo rinnovamento a partire dal Pd», fa i nomi dei tre suoi preferiti alla guida della Rai: Maurizio Carlotti, Paolo Vasile e Marco Bassetti. Il primo era dirigente di Telecinco (Mediaset), il secondo è il capo di Telecinco (sempre Mediaset), il terzo è il marito

di Stefania Craxi ed è stato l’amministratore delegato di Endemol (ancora Mediaset fino a qualche mese fa). Sicuro di aver lasciato Mediaset 11 anni fa? Sicuro che il problema della Rai sia la penuria di ex dirigenti Mediaset? In realtà Gori non ha ancora fatto i conti con i sette anni trascorsi ai vertici del network berlusconiano (1994-2001) quando Berlusconi era al governo o comunque in Parlamento. Ecco come li racconta a “Sette”: Berlusconi nel ’94, oltre a Retequattro e a Italia1, «pensò di schierare anche Canale5, ma incontrò la resistenza mia, di Mentana, di Costanzo sostenuti da Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Non ne fu contento. Trascorso quel periodo, e fino al 2001, ho lavorato senza problemi. Lui, il Dottore, non s’è più fatto sentire». evidentemente perchÉ era contentissimo: con Montanelli, di cui era molto scontento a causa della sua indipendenza, si fece sentire eccome, e prim’ancora di scendere in campo, nel gennaio ’94, mettendolo alla porta del “Giornale” che aveva fondato. Gori intanto mandava in onda le dichiarazioni di voto di Mike Bongiorno, Vianello, Elia, Zanicchi, i telemanganelli Sgarbi, Liguori e Fede. Nel 1995, alla vigilia dei referendum televisivi per ridurre la pubblicità e il numero delle reti Fininvest, in ossequio alla norma antitrust sancita dalla Corte costituzionale nel novembre ’94, fu ancora il Biscione made in Gori a lanciare la campagna a reti Fininvest unificate per il No, con tutte le star mobilitate. Ci pare ancora di vederli, i tupamaros Costanzo, Letta, Confalonieri e Gori che si battono come un sol uomo in clandestinità nella strenua resistenza contro il vergognoso schierarsi delle reti dirette da Gori, ovviamente a sua insaputa. Ora Renzi dice “basta con l’antiberlusconismo”. Forse non sa che, anche se vincesse le primarie del Pd e diventasse il candidato premier del centrosinistra, si ritroverebbe di fronte un centrodestra armato, per la sesta volta in 19 anni, di tre reti Mediaset e due Rai. Già che c’è, Gori potrebbe spiegargli l’effetto che fa.

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Alessandro De Nicola Provocazioni

Q
Ci sono voluti più di dieci anni per privatizzare i traghetti della Tirrenia. E ancora non si vede la fine. Nel frattempo nascono come funghi compagnie regionali che fanno concorrenza ai privati

Vide ’o mare quant’è bello
uesta settimana si chiude l’annosa vicenda della privatizzazione di Tirrenia, la compagnia di navigazione pubblica che collega l’Italia alla Sardegna e non solo. La sua pazza storia è l’esempio tipico del perché sia bene che lo Stato non faccia l’imprenditore. La compagnia nasce nel lontano 1936 e per lunghi anni viene gestita in perdita finché nel 2001 l’allora amministratore delegato, Franco Pecorini, ne preannuncia l’imminente privatizzazione. Già la permanenza di quest’ultimo per 25 anni al comando di una società che inghiottiva in continuazione soldi la dice lunga sui criteri di selezione del management. Comunque, chapeau a Pecorini che è sopravvissuto a Craxi, Andreotti, Prodi e Berlusconi! “Imminente” era una parola grossa. E fino al 2009 non si è fatto nemmeno un tentativo. Nel frattempo, nel solo periodo 2005-2009 Tirrenia ha ricevuto sussidi pubblici per 1.052 milioni di euro che attualizzati sono quasi 1.300. Mica male. Dopo varie prove (di cui una esperita da un consorzio addirittura capitanato dalla regione Sicilia), nonché il fallimento di Tirrenia, si è arrivati nel 2011 alla firma per cederla alla società Cin, posseduta in parte da fondi di private equity, in parte da operatori del settore. Il prezzo è stato fissato in 380 milioni a patto che lo Stato continui a versare per otto anni un consistente pacchetto di sussidi. In cambio l’Antitrust ha imposto a Cin di cedere alcune rotte per evitare che si instauri una posizione dominante. TuTTavia, il diavolo sta nei particolari. Infatti, precedentemente erano state spacchettate le società regionali di navigazione che assicurano le tratte con le isole minori: Caremar (Campania), Saremar (Sardegna) e Toremar (Toscana) mentre la Siremar (Sicilia) è rimasta alla capogruppo. Toremar è stata privatizzata, mentre Siremar chi l’ha comprata? Un consorzio di cui detiene la maggioranza ancora una volta l’ineffabile regione Sicilia! Peccato che, è il caso di dirlo, tutto sia ancora in alto mare, perché a fine giugno, su ricorso della cordata concorrente, il Tar ha annullato la procedura di gara attraverso la quale la Trinacria si era appropriata della compagnia. Sapete perché? Perché le banche garanti dell’operazione sono state a loro volta pirandellianamente controgarantite dalla Regione Sicilia, configurando così un illecito aiuto di Stato. Passiamo a Saremar. La regione Sardegna, invece che privatizzare, si è messa a fare concorrenza a Tirrenia a prezzi calmierati e anzi si è pure rivolta all’Antitrust per contestare un presunto cartello tra le imprese private del settore che avrebbero tenuto artificialmente alti i prezzi. Peccato che chi di concorrenza ferisce, di concorrenza perisce. Infatti l’Antitrust ha a sua volta aperto a maggio una procedura per sospetti sussidi incrociati. Saremar con la stessa società gestisce sia le rotte sovvenzionate per le isole minori sia quelle con il continente dove è in competizione coi privati. Staremo a vedere. Quanto alla Caremar per ora niente vendita, ma possiamo salutare con soddisfazione l’entrata di un nuovo concorrente nel mercato. Evviva, di chi si tratta? Ma della Regione Lazio, naturalmente, che sentendosi un po’ esclusa, ha formato la compagnia Laziomar e ha rilevato le tratte per le belle isole di Ponza e Ventotene. insomma, le compagnie di navigazione pubblica proliferano e, per ricordarci alcuni fastidiosi obblighi europei, nel mese di giugno la Commissione europea ha aperto ben due procedure. Nella prima richiede all’Italia di conformarsi alle norme sugli appalti pubblici in quanto ha omesso di indire gare per l’assegnazione di servizi di cabotaggio marittimo gestiti, guarda caso, dalle compagnie regionali di Campania, Sardegna e Lazio: i relativi contratti erano scaduti già nel 2008. Infine, dulcis in fundo, ha chiesto la restituzione di aiuti di Stato erogati a Tirrenia per un ammontare che si stima sui 500 milioni. Cin si è giustamente irritata e ha detto che non li pagherà lei, mentre a noi cittadini non resta che infuriarci con la classe politica, passata e attuale, che ha permesso tutto ciò.
adenicola@adamsmith.it

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L’altra copertina
AllA crisi del mercAto dell’Auto è dedicAtA l’AltrA copertinA. A soffrirne in europA sono soprAttutto itAliA e frAnciA. mentre dAll’AmericA All’AsiA le vendite sono in Aumento e si registrAno utili e profitti (servizio A pAg. 116). di ben diverso tenore è il temA di copertinA. sembrAvA un rituAle cAncellAto dAllA società. invece in itAliA si muore AncorA di delitto d’onore: ben venti donne uccise dAllA ‘ndrAnghetA. in un’inchiestA A pAg. 40 tuttA lA verità su unA prAticA bArbArA, oscurA e drAmmAticA

Settimanale di politica cultura economia - www.espressonline.it

N. 29 anno LVIII 19 luglio 2012

IN ItaLIa, e NoN SoLo, La crISI coLpISce durameNte IL mercato. daLL’aSIa aLL’amerIca INVece SI regIStraNo utILI e profIttI

L’auto ha fatto crac

deLIt to d’oNore

Nella ‘NdraNgheta è aNcora uNa realtà p. 40

per ciNesi e arabi è tempo di saldi p. 32

europa IN VeNdIta

HoLL aNde dyNaSt y

le doNNe e i guai del premier fraNcese p. 70
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Sommario
116 88 70 44 40 00 100 52

n. 29 - 19 luglio 2012

Questa settimana su www.espressonline.it
“comincio lunedì”, il radio blog dedicato alla politica Ogni venerdì sul nostro sito, la trasmissione di Luca Sappino e Matteo Marchetti. Trenta minuti di talk con i protagonisti dell’attualità politica alle prese con i temi più caldi della settimana Les halles, trent’anni nel cuore di parigi Ha una storia ormai pluridecennale, il centro commerciale parigino che, nel 1979, ha preso il posto degli antichi mercati generali. Il fotografo Ezio D’Agostino ne racconta i particolari in “Alphabet”. In mostra alla Galerie LWS della capitale francese fino al 15 settembre. La fotogalleria nella sezione Multimedia baccalà, c’era una volta un piatto poveroi Al “pil pil”, “Revuelto de ajos frescos”, alla “Riojana”: il baccalà vive un revival importante, dalle trattorie ai bistrot fino all’alta ristorazione. Ecco come sceglierlo al mercato e valorizzarlo al meglio in cucina per creare grandi piatti. Nella sezione Food&Wine terme, massaggi e co. il benessere al maschile Dal Trentino alla Sardegna, dalla Toscana a Capri, la nostra guida alle Spa più lussuose che dedicano trattamenti mirati per la bellezza e la “remise en forme” pensati per gli uomini e che includono spesso la dieta e la possibilità di fare sport. Ecco alcune proposte “only for men” da concedersi regalandosi una settimana di coccole o anche solo un’ora in pausa pranzo. La fotogalleria con i nostri consigli nella sezione Style&Design

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Questa settimana
31 / monti sì, monti no, monti forse di Bruno manfellotto

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Tecnologia
110 / com’è buona questa app Mappare la deforestazione. Sminare un terreno. Ecco Internet socialmente utile di carola Frediani 140 / baciati daL soLe Stili, colori, forme. Tutti gli occhiali che accompagnano le vacanze di antonia matarrese

Attualità
44 / proBLemi tecnici in casa pd Nel partito cresce la voglia di Monti dopo il 2013. Ma Bersani alza le barricate, su tagli e legge elettorale di marco damilano 48 / iL quirinaLe e Le reGoLe vioLate Perché intercettare il presidente Napolitano è contro i dettami della Costituzione di michele ainis 49 / BYe BYe montecitorio Un plotone di parlamentari rischia di saltare alle prossime elezioni. E cerca di salvarsi di susanna turco 52 / io arrivo e taGLio Instancabile. Riservatissimo. Così Bondi ha messo a punto il piano risparmi di stefano Livadiotti 56 / che enerGia, deLL’utri Entrature nei ministeri di Monti, manovre in Parlamento, tangenti sull’energia. In una nuova indagine il potere del senatore di Lirio abbate e paolo Biondani 60 / GaLeotta fu La canna Record dei consumatori di cannabis e marijuana. Ma discutere di legalizzazione è un’eresia. E le cosche ci guadagnano di tommaso cerno 64 / coLLeZionista di crac Il business della moda. Le ville. I quadri. La parabola di Perna. Che non si dà per vinto di Luca piana

Primo Piano
32 / a.a.a. europa vendesi Banche, grandi marchi della moda, porti, aziende energetiche e tecnologiche: il Vecchio Continente passa di mano di federica Bianchi 36 / L’isoLa dei quattro sceicchi Lo sbarco del sultano omanita, l’emiro in Costa Smeralda, i sauditi a Porto Cervo. La Sardegna sogna una rinascita principesca di enrico arosio

74 / c’era una voLta La citY Lo scandalo Barclays, l’ultimo di una serie, ha minato la fiducia degli inglesi nella capitale della finanza mondiale di Leonardo clausi

Reportage
78 / anarchici a miLano Mille giovani con un futuro precario. Che creano comunità nelle case abbandonate. Ecco volti e parole dei nuovi rivoluzionari di Gianluca di feo

Economia
116 / non è un paese per auto Troppi stabilimenti e un mercato che si prosciuga. Così Fiat e francesi soffrono. Mentre i tedeschi volano di maurizio maggi 120 / cara, grande e tartassata L’auto non attrae i giovani. Non è più statyus symbol. E nessuno la vuole di emiliano Fittipaldi 124 / chiamatemi mister cinema Valter Mainetti si lancia in un nuovo business: compra le sale ex Cecchi Gori e punta su Medusa di paola pilati 126 / La banca è suL Web Il finanziamento tra i privati di stefano Vergine

Passioni
146 / cinema 147 / spettacoli 148 / musica 149 / arte 150 / Libri 152 / moda 155 / beauty 156 / La tavola 157 / Viaggi 158 / motori 162 / per posta, per email copertina: foto di Justin Paget / Corbis

Cultura
88 / viaGGiare È un po’ vivere Paul Theroux, l’erede ideale di Chatwin, spiega perché ci piace girare per il mondo. E dà qualche utile consiglio di Wlodek Goldkorn 92 / iL siGnore deLLa saGa Peter Jackson ha terminato le riprese de “Lo Hobbit”. I segreti di un kolossal di Lorenzo soria 96 / striscia Lo straniero Un famoso fumettista ha trasformato il capolavoro di Camus in un cartoon colloquio con Josè muñoz di silvia santirosi

Inchiesta
40/ morire d’onore Donne uccise dai loro parenti. Per punire il tradimento. Nella ’ndrangheta è ancora la regola. Si indaga su venti casi di Lirio abbate

Rubriche
7 / per esempio di Altan 9 / L’antitaliano di Roberto Saviano 11 / satira preventiva di Michele Serra 13 / parole nel vuoto di Massimo Cacciari 15 / riservato di G. Di Feo e P Di Nicola . 18 / top e flop di Marco Damilano 20 / pantheon di Denise Pardo 22 / carta canta di Marco Travaglio 24 / provocazioni di Alessandro De Nicola 77 / senza frontiere di Tahar Ben Jelloun
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Abbonati e abbonamenti
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Società
130 / LoVe story di moda Lei è il direttore creativo di Gucci. Lui il presidente della maison. Frida Giannini e Patrizio di Marco si raccontano di Valeria palermi 136 / omaggio a yayoi Una grande mostra celebra l’artista al centro di ogni avanguardia di alessandra mammì 139 / borghi Vincenti La success story di Sextantio di Luisa taliento

Mondo
70 / hoLLande donne e Guai La compagna Valérie contro la ex Ségolène. L’ostilità di Martine Aubry. Il presidente ha un problema: troppe regine attorno. di denise pardo

Scienze
100 / mio cuGino iL GoriLLa Il genoma conferma la parentela con noi umani. E ora si studiano le poche differenze di Giovanni sabato 105 / saLute

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Bruno Manfellotto Questa settimana

Monti sì, Monti no, Monti forse...

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Non si sa con quale legge si voterà, chi si candiderà, con quale coalizione. E se il premier dice che nel 2013 lascerà, tutti tacciono e fingono di ignorare che la crisi non è finita. E ci chiediamo perché in Europa ancora non si fidano?

omanda: quant’è durata l’illusione che la parentesi dei tecnici - l’incarico affidato a Mario Monti di guidare un governo dei professori sostenuto da una mini-grande coalizione e capace di affrontare la crisi economica fosse l’occasione per i partiti politici di rinnovarsi e ritrovare così il consenso e la fiducia dei cittadini? Poco, pochissimo. NoN c’è voluto molto, infatti, perché riemergessero vecchi vizi, e ne spuntassero perfino di nuovi e inediti. Proprio ora che da mezzo mondo ci guardano in casa sperando che l’Italia abbandoni per sempre le vecchie abitudini e prosegua lungo la strada imboccata, è in atto un sottile tentativo di normalizzare il governo Monti, di condizionarlo, di annetterlo. Magari di levarselo di torno, senza però dirci con cosa e con chi lo si intenda sostituire. Ma andiamo per ordine. Le prime avvisaglie di insofferenza per lo “strano” gabinetto tecnico, marziani a Roma, già si manifestarono, ricordate?, appena tre-quattro mesi dopo l’esordio, mentre il premier era impegnato in delicate missioni all’estero, Libia e Asia: del resto non si ricorda governo della Prima Repubblica che non abbia subìto lo stesso trattamento a distanza. Assaggi. Qualcosa si ruppe poi qualche settimana dopo sulla riforma del lavoro, diventata presto solo sfida di principio sull’articolo 18, emergenza che costrinse Monti ai primi vertici con Alfano, Bersani e Casini, prima frettolosi, riservati abboccamenti nel tunnel sotterraneo che corre tra il Senato e Palazzo Giustiniani; poi summit ufficiali raccontati alle agenzie di stampa e immortalati su Twitter dalle foto scattate da Pierferdi. Fu in quell’occasione, secondo ricostruzioni attendibili, che per la prima volta si barattò qualche ritocco all’articolo 18, antico tabù della sinistra, con il rinvio dell’asta per le frequenze tv, affaire di conflittuale competenza berlusconiana. Poi tutto è andato precipitando. Basta pensare alla fatica immane che ha dovuto sopportare il commissario Enrico Bondi

nell’espletare il suo compito di spending review (pag. 52) per gli ostacoli d’ogni tipo che gli hanno posto direttori generali, ragionieri, sottosegretari e grand commis. Intanto la discussione intorno ai costi della politica, agli sprechi del Palazzo e ai privilegi delle categorie d’oro diventava un penoso, inconcludente balletto. Se questo è il quadro, non potevano mancare la corporativa difesa della Rai così com’è - per la quale si è scomodato perfino uno spompato Berlusconi (“Rieccolo”, “l’Espresso” n. 27) che quando si tratta degli affari suoi ritrova vigore e senso della scena - e il ritorno a suon di fanfara della discussione sulle riforme istituzionali. Aiuto. Ora, le cose stanno così: da quando il trio ABC ci ha detto che entro venti giorni avremmo avuto una nuova legge elettorale sono passati quasi due mesi durante i quali ognuno è stato ben attento a proporre solo il correttivo che farebbe più comodo alla propria formazione. Insomma, alla vigilia delle più calde e drammatiche vacanze del dopoguerra, il cittadino italiano non sa con quale legge si andrà a votare, chi si candiderà, chi avrà una qualche lontana chance di vittoria e quindi quale sarà il governo che potrà nascere da questo caos greco. INtaNto Il premIer che c’è lascia intendere che, se necessario, è disposto a continuare il suo lavoro, e gli alleati capiscono che si sta ricandidando, tanto che lui è costretto a precisare non solo che non è così, ma che nel 2013 lascerà Palazzo Chigi. Seguono elucubrazioni sulla sua voglia di Quirinale. Però non c’è nessuno che gli dica né “non ti muovere” né “mettiti da parte che arrivo io”. Anche perché la crisi non è affatto finita e chiunque vinca dovrà necessariamente continuare a fare la spola con Bruxelles, tagliare spese, arginare la protesta che monta, fare i conti con la recessione economica. Forse per questo tutti tacciono. E forse per questo, come non ci stanchiamo di scrivere da settimane, in Europa dell’Italia ancora non si fidano.
Twitter@bmanfellotto
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Primo Piano crisi / chi vince, chi perde

a.a.a. EuroPa vEndEsi a
Tra fondi sovrani e famiglie reali
Principali acquisizioni di società europee da parte di compagnie extra europee &,1$ La cinese Xuzhou Construction Machinery Group ha annunciato di volere acquistare la partecipazione di maggioranza della Schwing L'Hebei Lingyun Industrial Group Corporation, una sussidiaria della China North Industries, ha comprato la società di componenti automobilistici Kiekert La cinese Sany Heavy Industry ha acquisito Putzmeister, una società di ingegneria meccanica Norvegia Svezia *,$3321( La Royal Bank of Scotland ha venduto la sua unità di leasing aereo al Sumitomo Mitsui Financial Group (0,5$7,$5$%,81,7, Abu Dhabi United Group ha comprato il Manchester City 4$7$5 Dexia ha venduto le operazioni turche e lussemburghesi al fondo d'investimento del Qatar Qatar Investment Authority (Qia) ha comprato mezzo miliardo di euro di asset immobiliari dalla società assicuratrice Groupama La famiglia al Thani del Qatar acquista il Paris Saint Germain Emirati Arabi Uniti Cina Giappone Hong Kong Oman Qatar &,1$ Consorzio di investitori Russia cinesi e giapponesi Taiwan riuniti nella Nevs ha comprato la Saab Volvo venduta dall'americana Ford alla cinese Geely Automobile &,1$ La China National Blue Star acquista la Elken Metals dalla Orkla 4$7$5 La Royal Dutch Shell sta vendendo una quota del 3-5% alla Qatar Investment Authority (Qia) Olanda Gran Bretagna 4 4$7$5 Qatar Investment Authority, che possiede il 10% del Credit Suisse, ha acquistato la sede londinese del Credit Suisse Germania 4$7$5 La famiglia reale del Qatar in trattative per acquistare Valentino Il fondo sovrano Aabar del Qatar investe nel 6,5% di Unicredit &,1$ La cinese Shandong Heavy ha comprato la quota di maggioranza della Ferretti yacht +21*.21*7$,:$1 Hutchison Whampoa (Hong Kong) e i taiwanesi di Evergreen acquistano la concessione del porto di Taranto 5866,$ Il fondo russo Pamplona investe nel 5% di Unicredit

Banche, energia, auto, moda, porti, calcio, Borsa... Cinesi, russi e arabi si danno al grande shopping. Spesso a prezzi di saldo. E non si fermano. Anzi
Di feDerica bianchi
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S

i narra che l’iniziativa l’abbia presa la sceicca Mozha, elegante sovrana del Qatar. Sarebbe stata questa splendida cinquantenne, nota alle cronache soprattutto per le sue mises costosissime e i turbanti colorati, a volere l’acquisto di Valentino, l’azienda italiana sinonimo di alta moda, dal 2007 di proprietà del fondo d’investimento Permira. Se Mozha quest’estate riuscisse nell’intento (dopotutto la cifra di 600-700 milioni non è considerata molto alta), Valentino non sarebbe la prima casa di moda europea a passare in mani orientali. Era già successo alla Cerruti, acquistata nel 2012 dalla Trinity di Hong Kong, alla Miss Sixty venduta alla cinese Trendy e alla Gianfranco Ferré acquisita

dal Paris Group di Dubai l’anno scorso. Ma sarebbe un vero colpo di classe per lo sceicco del Qatar che da tempo si dedica a vario titolo - sotto forma di investimenti della famiglia reale o dello Stato con i fondi sovrani - a un ampio e variegato shopping europeo. Non è il solo. Da quando è scoppiata la crisi economica nel 2008 sono molti i “nouveaux riches” che hanno preso di mira l’Europa: dagli Emirati Arabi a Dubai, dalla Cina alla Russia. Tutti Stati in forte espansione economica, per lo più guidati da regimi autocratici e dittatoriali, attirati dai prezzi da saldo che la crisi infinita ha imposto alle nostre aziende-gioiello. Nel caso dei regni del Golfo e della cugina Russia, sono le sterminate ricchezze provenienti da sottosuoli ricchi di petrolio a invogliare allo shopping.

&,1$ Il fondo di investimento sovrano cinese acquista il 30% della divisione esplorazione di Gaz de France La cinese Fosun acquista il 7% di Club Med 4$7$5 Qatar Holdings detiene il 2% di Energias do Portugal &,1$ China Three Gorges detiene il 21% di Energias do Portugal La cinese State Grid International ha acquisito il 25% di Redes Energetica Nacionais 20$1 Oman Oil ha acquisito il 15% di Redes Energetica Nacionais

Francia Svizzera

4$7$5 Qatar Holdings acquista il 6,2% Iberdrola Portogallo (0,5$7,$5$%,81,7, Royal Emirates di Dubai compra il Getafe Club de Futbol Spagna La compagnia petrolifera de degli Emirati Arabi compra il 33% de della società petrolifera Cesp

Italia

Grecia &,1$ La cinese Cosco detiene i diritti sulla parte principale del porto del Pireo

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Primo Piano
Nel caso della Cina, è l’esigenza di trovare investimenti redditizi per le riserve di valuta estera accumulate in decenni di tumultuose esportazioni. Nel mirino degli affaristi ci sono marchi che evocano il sogno e gli investimenti con rendimenti a doppia cifra. Il Qatar è un buon esempio. Risalgono al 2009 i suoi investimenti in Porsche e Wolkswagen. Nello stesso anno aveva tentato invano di aggiudicarsi la squadra di calcio del Manchester City, finita poi tra le proprietà del fondo sovrano di Abu Dhabi, per ripiegare l’anno successivo sul Paris Saint Germain. E se in Inghilterra Hamad bin Kalifa al-Thani ha messo le mani su una quota della London Stock Exchange, dei supermercati Sainsbury e della banca Barclays, oltre che sul 100 per cento degli storici grandi magazzini Harrod’s, in Francia ha comprato le attività turche e le operazioni lussemburghesi di Dexia, la banca francobelga vittima della crisi del debito sovrano, e pochi mesi fa è entrato con l’1 per cento nel titano mondiale del lusso Lvmh. «Il mondo è ormai cambiato», sottolinea Simone Alvaro, responsabile dell’ufficio studi giuridici della Consob: «I Paesi produttori di petrolio e di materie prime hanno conquistato dal 2007 un grande vantaggio economico». Non a caso i loro fondi sovrani, un tempo propensi a investire solo in obbligazioni Usa, ora sono pronti a una diversificazione più spinta degli ingenti patrimoni. Così diventano protagonisti dell’economia mondiale: a piazza Affari detengono quote in un terzo delle società del listino, a Londra partecipazioni in un quarto.«Bisogna cominciare a prendere atto dei cambiamenti», prosegue Alvaro: «E non si può pensare che siano temporanei, soltanto dovuti alla crisi». Con il potere economico che si sposta ad Oriente è inevitabile che anche i simboli del successo economico passino di mano verso regioni dove abbondano denari e opportunità di crescita. Certo è però che la crisi dell’Eurozona ha offerto il fianco agli acquisti stranieri. Sempre più importanti, talvolta anche strategici. Non fosse stato costretto dal piano di salvataggio europeo, il Portogallo non avrebbe mai privatizzato la sua società elettrica, Energias do Portugal, spalancando le porte al Qatar (con il 2 per cento) e alla Cina, che tramite il braccio d’investimento China
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Il Potere economIco sI sPosta a orIente. e InsIeme mIgrano anche I sImbolI del successo

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Foto: M. Lombezzi - Contrasto, E. Cremaschi - Luzphoto, M. Regan - Gettyimages, A. Penso - OnOff, Pag 32-33: H. Gruyaert - Magnum Photos / Contrasto

Three Gorges International ne ha acquistato oltre il 20 per cento. Per non parlare dell’investimento qatarino (6,19 per cento) nella spagnola Iberdrola, la maggiore società di energia eolica al mondo. Dal canto loro gli Emirati Arabi, tramite il fondo sovrano International Petroleum Investment (Ipic), hanno approfittato della crisi per comprare dalla francese Total il 49 per cento di Cepsa, la seconda società petrolifera spagnola, che si va ad aggiungere al 47 per cento già detenuto, consolidando così il proprio portafoglio globale di investimenti nel settore energetico. In Italia il fondo sovrano di Abu Dhabi si è aggiudicato nel 2010 una quota del 6,5 per

cento di una Unicredit in difficoltà, seguito quest’anno dal fondo russo Pamplona con il 5 per cento.Risultato: tra libici (al 7), arabi e russi, sono gli stranieri a detenere la partecipazione di maggioranza del colosso bancario nazionale. A fare man bassa di aziende europee non sono solo gli arabi, seppure dominanti, anche per naturale sbocco geografico. Il miliardario messicano Carlos Slim ha annunciato che «è un buon momento per investire in Europa» e ha offerto 3,5 miliardi di dollari per far lievitare al 28 per cento la sua partecipazione nel monopolio delle telecomunicazioni olandesi Kpn. I miliardari russi, oltre ai nostri club di calcio, dal Chelsea al Monaco, puntano alle raffinerie petrolifere. Lo scorso marzo un tycoon amico del presidente Vladimir Putin ha acquistato quella di Anversa in Belgio, una delle cinque più grandi d’Europa, dopo che la recessione l’aveva costretta a portare i libri in tribunale. Sono però i cinesi, storicamente più attratti dagli investimenti negli Usa ma da questi più volte e su più fronti respinti, a essere diventati i “serial buyer” d’Europa. Mentre declinano gentilmente le richieste di acquisto del debito sovrano da parte dei governi dell’Eurozona, non perdono occasione per entrare nelle aziende in cerca di un cavaliere bianco. Secondo la A Capital, una società di private equity con quartier generale a Pechino e a Parigi, l’Europa è diventata nel 2011 la principale destinazione degli investimenti cinesi all’estero, che dal 2009 sono triplicati

dopo avere passato gli ultimi venti anni ad accumulare ricchezze, stanno ora scoprendo il piacere dell’ozio e degli hobby. Barca inclusa. «L’Italia dovrebbe sfruttare a suo vantaggio questa situazione di grande interesse da parte di arabi e cinesi verso l’Europa», spiega Bernardo Bortolotti, docente di economia a Torino e direttore del Laboratorio di investimento sovrano del Centro Paolo Baffi dell’università Bocconi: «Potrebbe utilizzare il fondo sovrano della Cassa depositi e prestiti come un fondo di private equity per investire nelle aziende italiane insieme a partner stranieri, garantendo loro la bontà dell’investimento». Se infatti l’interesse straniero nelle aziende italiane era cresciuto molto nel 2011 con un aumento dell’80 per cento delle M&A rispetto al 2010, nel primo semestre del 2012 si sono concluse operazioni per soli 5 miliardi di euro. «Il rallentamento degli iL PORtO dEL PiREO. A sinistRA: unO stAnd FERREtti yACHt; vALEntinO GARAvAni; unA PARtitA dEL MAnCHEstER City investimenti stranieri riflette l’effetto di“rischio Paese”legato di numero e aumentati di valore, con il nu- le merci prodotte in patria. La società statale all’area euro» ha sottolineato Maximilian mero di transazioni sopra il milione di euro Cosco ha conquistato il porto greco del Pireo Fiani, partner di Kpmg. Senza contare che la che ha sfiorato quota 200 nell’ultimo bienno. mentre la Hutchison Whampoa di Li Ka- piccola taglia delle nostre aziende non è semUn esempio calzante è il recente acquisto da shing, ha ottenuto i diritti di sfruttamento del pre appetibile per i grandi investitori. E infatti mentre con un occhio guarda a parte del fondo sovrano cinese (Cic) di una porto di Taranto a metà con i taiwanesi di Valentino, con l’altro lo sceicco del Qatar ha partecipazione del 30 per cento nella divisio- Evergreen. La natura degli acquisti dei cinesi sta cam- già messo a fuoco Fincantieri ed Eni. «Non ne esplorazione e produzione della società biando. «Se prima cercavano soprattutto mi meraviglierei se qualcuno avesse mire francese Gaz de France Suez. Complessivamente gli investimenti di Pe- occasioni in regioni ricche di materie prime, anche su Snam rete gas», aggiunge Bortolotchino all’estero hanno raggiunto i 68 miliar- adesso guardano all’investimento estero co- ti. Ma con aziende di questo calibro si podi di dollari, secondo le stime dell’Onu: una me a uno strumento per salire di grado lungo trebbe entrare in un’area delicata, dove le cifra ancora piccola rispetto a quella degli la catena del valore», spiega André Loe- ragioni politiche si sovrappongono facilUsa, ma quintuplicata rispetto a cinque anni sekrug-Pietri, fondatore di Capital A: «Cer- mente a quelle economiche. E proprio fa. Soprattutto, si tratta di numeri destinati a cano opportunità di acquisto che possano questo è il problema più delicato: quanto si moltiplicarsi in futuro, grazie all’appoggio dare loro un vantaggio competitivo in pa- può aprire il capitale di società strategiche del governo a ogni forma di investimento tria». Un esempio perfetto è quello del Club che operano nella difesa, nell’energia, nelle estero, fino a potere raggiungere nel 2016 Med, di cui il gruppo privato Fosun ha acqui- tlc a fondi di paesi come la Cina, la Russia, l’incredibile soglia degli 800 miliardi di dol- stato il 10 per cento, sapendo bene che il gli Stati arabi? «Ci vorrebbe una concertalari. A fare gola in Europa sono le società di mercato turistico cinese è in espansione ver- zione europea, non tanto per limitare gli energia elettrica o rinnovabile, di componen- tiginosa. Un altro è quello dell’italiana Ferret- acquisti da parte degli stranieri di cui non tistica, come la norvegese Elkem pagata ti. Dopo avere ottenuto nel 2009 il controllo possiamo fare a meno visto che non riusciadalla China National Blustar ben 2 miliardi della francese Moteurs Baudouin, leader nei mo a generare da soli investimenti di lungo di dollari in una delle maggiori acquisizioni motori marini di qualità, quest’anno la socie- periodo, ma magari per introdurre alcune cinesi in Europa, ma anche i produttori tede- tà statale Weichai ha acquistato il produttore clausole agli acquisti». E non rischiare di schi di macchine di precisione e gli snodi lo- di yacht con l’obiettivo di offrire un prodotto svendere insieme alle aziende anche i valori gistici come i porti, sbocchi fondamentali per di eccellenza ai multimiliardari asiatici che, della vecchia Europa. n
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Primo Piano europa vendesi / il business turismo

L’isola dei quattro sceicchi
Di enrico arosio

atmosfere e lussi da mille e una notte. tra jet privati, yacht grandi come traghetti, flottiglie di auto
Churchill, come re Hussein di Giordania, è islamista moderato, liberale in economia, cavallerizzo, promotore di musica classica, fondatore di un’orchestra sinfonica da 120 elementi, fautore del dialogo diplomatico tra Usa e Iraq e di cauti passi verso l’Iran. Se uno così, possessore di ben cinque superyacht (anche un attempato 103 metri sfornato nel 1982 dai cantieri Picchiotti) è disposto a iniettare petrodollari, ovunque voglia, molti sardi sono pronti a dire grazie. Tanto più che dopo una missione riservata a Roma, in maggio, un altro liquidissimo orientale, il magnate dell’acciaio indiano Pramod Agarwa, ha rivelato all’“Espresso” la sua volontà di acquisire i villaggi turistici Valtur, che nell’isola sono presenti a Golfo Aranci, Santo Stefano e Baia di Conte, e nei suoi progetti potrebbero allargarsi alla costa sud o verso Stintino a nord-ovest. Ma prima dell’Oman e degli indiani, s’era mosso un altro capo di Stato, quello del Qatar. Con l’emiro Al Thani, che è impegnato su vari fronti. Per esempio la Meridiana Fly, la compagnia aerea fondata dall’Aga Khan che ha base a Olbia e vola in cieli turbolenti, a maggio dichiarava un rosso di 130 milioni di euro nel bilancio consolidato, e un elevato indebitamento. Oppure la costa verso Chia e Teulada e il già citato Forte Village del gruppo Marcegaglia (che per i mantovani è un resort redditizio, diversamente dalla sfortunato ex Arsenale alla Maddalena, il Maddalena Hotel e lo Yacht Club, orfano del G8 annullato e della mala gestione della cricca Balducci & Bertolaso, che quest’estate resterà chiuso). Ma soprattutto la Qatar Investment Holding è già in piena azione nella Costa Smeralda acquisita dall’americano Tom Barrack con i suoi celebrati alberghi a 5 stelle. In queste settimane un manager della Qatar Investment, Mohamed Al-Sayed, sta esaminando nei dettagli le singole proprietà tra Porto Cervo e Cala di Volpe. All’hotel Cervo la delegazione qatariota si è riunita con i dirigenti americani. E il 29 giugno l’emiro Al Thani ha incontrato a Roma, con discrezione, il governatore sardo Ugo Cappellacci e Valenti-

Lo sbarco del sultano omanita. L’emiro in Costa Smeralda. I sauditi a Porto Cervo. E la Sardegna sogna una rinascita principesca
ome mai il bianco maxiyacht Al Said, 155 metri (poco meno di un traghetto Moby Lines), se ne sta ormeggiato nel porto di Cagliari, assistito da una nave-appoggio? L’immenso bestione prodotto dai cantieri Lürssen reca il nome del proprietario, il sultano dell’Oman, Qaboos bin Said Al Said, il baldo settantenne che prese il potere nel 1970 rovesciando a forza il padre e oggi governa lo Stato arabo con piglio d’equilibrista tra buone relazioni con l’Iran e una storica vicinanza a Regno Unito e Usa. Il sultano è sbarcato dal suo jet il 10 luglio, in anticipo sulle attese: ufficialmente per turismo. E i suoi arrivi sono sempre seguiti da gesti e manovre da Mille e una notte. Quattro anni fa, a Palermo, si portò appresso due elicotteri, una flotta di Mercedes blindate, un codazzo il sultano dell’oman Qaboos bin said al said. di 600 persone, requisì l’in- a destra: una festa in costa smeralda tero albergo Villa Igiea, fece dispensare mance pazzesche e donò i fasti anni Sessanta del principe ismaiRolex d’oro al sindaco e al presidente lita Karim Aga Khan, sembrano pundella Regione, sbalordendo tutti con tare occhi e denari sull’isola dei nurauna festa d’addio memorabile. ghe. Tanto che quasi si potrebbe ridiMa forse c’è qualcos’altro, in questa segnare la bandiera sarda: al posto dei estate dove i magnati arabi, e altri quattro mori, quattro sceicchi. Forse investitori orientali, quasi a rinverdire il Creso dell’Oman arriva anche per
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affari. La vox populi lo dà tra gli interessati a insediamenti turistici nel sud Sardegna: il Forte Village di Pula, a ovest, o la costa verso Villasimius a est. E non si esclude che lo Stato dell’Oman possa essere interessato proprio al porto di Cagliari, una bella addormentata che non si sveglia mai. Questo almeno è negli auspici del presidente dell’Autorità portuale, l’ex senatore Pdl Piergiorgio Massidda, che conferma all’“Espresso” di essere andato a trovare il sultano in Oman, e di essersi studiato il porto di Salalah, città natale del capo di Stato, per capire se Cagliari possa in futuro intecettare un po’ di traffico mediterraneo, perché gli omaniti sono buoni smistatori di prodotti cinesi e indiani verso l’Europa. Cagliari è uno scalo sottoutilizzato: un traffico di 600 mila teu (l’unità di misura dei container) rispetto a un potenziale di un milione e mezzo. L’idea dell’amministrazione è di potenziare sia il porto canale, per il traffico commerciale, sia il porto storico per diportismo e crociere. E qui un erroraccio clamoroso è già stato fatto: il

molo Ichnusa, vicino al quale è ormeggiato il gigantesco Al Said, inaugurò un terminal crociere nel 2008, ma non lo si poté usare perché il fondale era troppo basso e non dragabile più di tanto; così ora si è costretti a realizzare un nuovo terminal sul vicino molo Rinascita, con ulteriore spesa. Quali che siano le vere mire del sultano, il personaggio fa sognare una parte dei sardi, preoccupati dall’economia recessiva, dalle pessime stime su un calo significativo delle presenze turistiche, dai posti di lavoro persi nelle ultime attività industriali rimaste, l’alluminio, le miniere, il petrolchimico, dalla crisi della pastorizia. E allarma un’altra parte, quelli che non vogliono una Sardegna in svendita e diffidano delle «apparizioni sacre», come le chiama, pungente, lo scrittore ambientalista Giorgio Todde. Con queste brutte lune, è gioco facile per il miliardario col turbante incarnare il proverbiale cavaliere bianco. A Qaboos bin Said al Said non manca nulla per affascinare: allievo dell’Accademia militare britannica di Sandhurst, come

Foto: P Macdiardid - Rex Features / Olycom, T. M. Puglia - Gettyimages .

Principe a quattro ruote
Tra i personaggi più pittoreschi che compaiono e ricompaiono a Porto Cervo c’è l’esagerato cronico Mohammad bin Fahd, principe saudita, 61 enne figlio assai viziato di re Fahd d’Arabia Saudita, morto nel 2005. Padre di sei figli, è il governatore delle Province orientali e fondatore della PM University di Al Khobar, un ateneo privato. Controverso in patria per lo stile di vita non troppo rigoroso, nelle sue puntate mediterranee, tra Portofino e Montecarlo, fa volentieri un salto a Porto Cervo col suo yacht Montkaj: sono solo 78 metri, ahilui, ma in banchina lo attendono i bolidi della sua collezione, la vera mania del principe. Quando sbarcò nel 2008 esibì pezzi roboanti come una Lamborghini Gallardo spider, una Porsche Carrera 4S, una rara Bmw Alpina B6, una Ferrari 575 Superamerica. L’anno scorso svelò agli occhi dei curiosi una Bentley Continental, una Aston Martin, un paio di Mercedes e una Ferrari 458 gialla. E quest’anno, con la crisi, pover’uomo?
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Primo Piano
Quando gli Hariri, i figli dell’ex premier libanese, padroni di mezza Beirut, atterrano in jet privato allo scalo dell’Aviazione generale di Olbia, non rilasciano comunicati stampa; e così i familiari dell’emiro di Abu Dhabi, o il sultano del Brunei, che pure utilizza per sé e la sua corte un megalomane Boeing 767 (lo stesso modello del magnate russo Roman Abramovich), lungo 56 metri e costato 250 milioni di dollari. Ma quest’estate, segnalano dall’Aviazione generale, in agosto si prevedono 3.500 aerei, contro i 4.500 di un anno precrisi come il 2007. E in generale, si coglie da indiscrezioni nel mondo chiuso dei paperoni arabi, se non migliora la qualità del servizio, in una stagione già troppo breve (ad aprile, ospiti del Golf club del Pevero erano scandalizzati perché c’era un solo ristorante aperto) potrebbero scegliere altri lidi, come Ibiza. Gli sceicchi, infatti, verrebbero anche più spesso fuori stagione, ma gli operatori sardi non rispondono. Sarà certamente una coincidenza, ma un membro della famiglia reale del Qatar si è appena comprato l’isola greca di Oxia, 500 ettari, vicino a Itaca... E così si spera che non tradiscano tipi generosi e veterani della bella vita smeraldina come Nasser Al-Rashid, curatore d’affari della famiglia reale saudita, armatore del clamoroso Lady Moura, un panfilo Blohm + Voss di 106 metri sospinto da due motori da 6.800 cavalli. Anche lui organizzatore di memorabili party, ogni volta definiti esclusivi e ogni volta ambiti da cortigiane, imbucati e servi sciocchi. Mentre i tanti sardi a terra sognano, e calcolano, e risognano: dopo la bandana del Cavaliere, la Sardegna col turbante. n

l’EMirO dEl qaTar E sua MOgliE MOzHa. a dEsTra: la spiaggia di pula nEl CagliariTanO. sOTTO: lO yaCHT al said dEl sulTanO dEll’OMan, lungO 155 METri

no Valentini, storico collaboratore di Silvio Berlusconi, tanto che si pensa che, oltre che di turismo di lusso e di Meridiana, si sia parlato anche di petrolio. In parallelo, la Camera di Commercio di Cagliari ha segnalato agli operatori sardi l’opportunità di investire in Al Markhya, un grande mall commerciale a Doha. Una cosa, al momento, è certa: l’effetto Qatar, sul rilancio della Costa Smeralda, in calo di presenze e di prestigio, darà frutti non prima dell’estate 2013. Anche se in parecchi, tra i membri di lunga data del Consorzio Costa Smeralda che riunisce i proprietari di case, terreni e boutique, diciamo il partito dell’Aga Khan, si rallegrano della chiusura così simbolica del locale Billionaire di Flavio Briatore, testimone di un’epoca volgarotta e nouveau riche che si vorrebbe archiviare. Non solo, infatti, il principe Aga Khan, da cosmopolita filoinglese, ha sempre intrattenuto uno stile assai diverso. Gli stessi ricchi mediorientali proprietari di ville o maxiyacht, in buona parte si muovono con modi discreti, molto differenti dai russi, come certifica un conoscitore, l’architetto
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Enzo Satta, che fu l’autore del primo progetto di sviluppo della Costa. Una ventina di arabi, non tutti lo sanno, possiede immobili in loco: si va dal notissimo ex ministro del petrolio saudita Zaki Yamani nella sua villa bunker a Romazzino, fino al businessman, sempre saudita, e legato alla famiglia reale, che abita dal 1999 la villa Arcu de Chelu ma detesta la pubblicità.

il ricchissimo sovrano omanita Potrebbe investire nel forte village e in altri resort del cagliaritano. mentre un magnate indiano vuole i villaggi valtur

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Foto: H. Tyagi - Epa / Corbis, M. Casiraghi - Cuboimages, Olycom

Inchiesta

codice mafia

morIre d’onore
Di lirio abbate

Il boss si fa l’harem
Il boss Francesco Pesce, detto “Cicciu testuni”, cugino di Giuseppina, aveva un’amante diversa per ogni sera trascorsa nel bunker di Rosarno, durante la latitanza. E per l’harem, formato da ragazze che arrivavano da ogni angolo della piana di Gioia Tauro, gli investigatori lo hanno ribattezzato Ciccio “il califfo”. Il boss è sposato con la giovane Maria Stanganelli, che è sotto processo a Palmi. Ma il matrimonio non gli ha impedito di avere rapporti con altre donne. Il codice d’onore imposto dalla ‘ndrangheta, che punisce con la morte le donne che tradiscono, per gli uomini non vale. Pesce è stato arrestato dai carabinieri nell’agosto 2011. Nel covo in cui si rifugiava sono arrivati seguendo una rumena. La bella donna era stata sistemata da Pesce a lavorare nel bar di un distributore: una proprietà del boss, che le pagava anche l’affitto. Era la sua preferita. E dalle intercettazioni emerge che le altre ragazze, che a turno entravano nel covo, facevano a gara per diventare la preferita e ottenere benefici economici. In un caso gli inquirenti hanno anche registrato la telefonata fra una giovane e suo padre, in cui quest’ultimo spingeva la figlia ad andare a trovare il boss: se lo avesse conquistato, lei ci avrebbe guadagnato e la sua famiglia avrebbe ottenuto il “rispetto” del paese. Nel covo sarebbe arrivata anche la ex protagonista di un reality show. L.A.
FRaNCESCo PESCE. a SINISTRa: IL doLoRE dELLE doNNE dI FRoNTE a uNa MoRTE vIoLENTa

Donne uccise. Dai loro parenti. Per punire il tradimento. Nella ’ndrangheta è ancora la regola. Si indaga su 20 casi
ste rivelazioni il procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria, Michele Prestipino, sta riaprendo le indagini su una ventina di casi, archiviati come suicidio o rimasti senza colpevoli. Tutti delitti d’onore, tutti con lo stesso movente. «La donna che tradisce o disonora la famiglia deve essere punita con la morte», ha detto ai giudici di Palmi poche settimane fa Giuseppina Pesce. Ha trentatre anni, un cognome importante nella Piana di Gioia Tauro e una memoria che sta mettendo in crisi il gotha del potere criminale. I Pesce sono uno dei clan storici di questa valle ai piedi dell’Aspromonte, terra fertile di agrumeti e ulivi secolari dove negli anni Settanta fu costruito un colossale polo siderurgico, inutile cattedrale d’acciaio, con un porto che ha fatto da terminale a qualunque traffico: un sistema che ha arricchito la dinastia mafiosa più potente di Calabria. Lei è nata e cresciuta in quel mondo: il padre e lo zio sono i boss della zona, autorità indiscusse. Il percorso di collaborazione è complicato, tortuoso, sofferto, così com’ è stata la sua vita. Conosce il marito ad appena 14 anni, lui ne ha 22. Rimane incinta a 15 anni, il primo di tre figli, e per “riparare” agli occhi del paese deve ricorrere alla “fuitina”. Appena maggiorenne si sposa ed entra a pieno titolo nella casata che domina Rosarno, 15 mila anime, tanti, tantissimi omicidi e un’economia interamente nelle mani delle cosche. La quotidia-

È

una strage, coperta dall’omertà e dall’indifferenza: 20 donne assassinate, nella sola Piana di Gioia Tauro. Vittime di una brutalità antica, che ha cambiato volto ma resta identica nella sua ferocia atavica: il delitto d’onore. Sì, nel Ventunesimo secolo esiste ancora. Come nel remoto Afghanistan dei talebani, anche in Calabria resiste il codice più feroce, che punisce con la morte il tradimento femminile. La ’ndrangheta ignora la modernità, anzi la trasforma in una colpa. Adesso non ammazza soltanto chi ha una vera relazione,ma persino le ragazze che fanno amicizia sul Web: chattare, intrecciare legami virtuali basta a scatenare la sentenza definitiva. E il matrimonio è indissolubile oltre la morte: la vedova di un affiliato non può rifarsi una vita, riscoprire l’amore. Il clan non lo tollera: pretende che l’onta venga lavata dagli stessi familiari. Figli, padri, fratelli si trasformano in esecutori. Spesso nascondono la verità simulando il suicidio,ma il messaggio di vendetta è chiaro: condiviso da molti nei paesi dove comandano le cosche. I parenti assassini sfoggiano fierezza e orgoglio: lavano con il sangue del loro sangue la vergogna da cui si sentivano macchiati e riconquistano il rispetto della comunità. Adesso alcune giovani coraggiose hanno sfidato questa gabbia di orrore. Sanno di non avere scampo, sanno che per amore sarebbero andate incontro alla morte.Altre donne, magistrati dello Stato, come Alessandra Cerreti, le hanno convinte a collaborare garantendo protezione. Così a que40 |

nità di Giuseppina è a contatto con killer, esattori del racket, narcotrafficanti. Suo marito è un giovane con aspirazioni criminali e si sente in diritto di trattarla come una bestia. «Mi picchiava perché mi ribellavo, perché dicevo le cose che pensavo, e lui per farmi stare zitta mi aggrediva». Dopo esitazioni e ripensamenti, decide di fidarsi del pm antimafia Cerreti: le racconta sedici anni di botte e segregazioni. Riferisce retroscena mafiosi e storie di altre donne, massacrate perché ritenute traditrici. Quello che doveva essere il suo destino. Dopo tanta brutalità, Giuseppina conosce un uomo gentile, che le dedica attenzioni. Riscopre la gioia, si sente ancora ragazza, è pronta a tutto pur di vivere con lui. Ma sa che il clan non la perdonerà. A salvarla è l’arresto, con l’accusa di aver partecipato agli affari della cosca. «Mi avreb-

bero ucciso, perché le donne che tradiscono vengono uccise. È una legge. Ed è successo tante volte in passato, perché qui, in Calabria, ragionano così. Hanno questa mentalità». Davanti ai magistrati ricostruisce fatti concreti: donne fatte sparire, i loro amanti assassinati. Riapre un caso degli anni Ottanta che molti a Rosarno vogliono dimenticare: il dramma di sua cugina Annunziata Pesce, figlia dell’altro boss del paese. In questo caso, addirittura un doppio oltraggio: vuole lasciare il marito per fuggire con un carabiniere di cui si è innamorata. Un’onta inaccettabile, che viola tutti i codici della ’ndrangheta. Annunziata viene prelevata a forza da due persone mentre cammina nel viale principale, in pieno giorno. La caricano su un’auto, che sfreccia via: nessuno ne saprà più nulla. Il carabiniere è trasferito, la scomparsa della

donna totalmente dimenticata. Ma la cugina ricorda quello che dicevano in casa e lo mette a verbale: Annunziata è stata ammazzata dai suoi fratelli e il cadavere fatto sparire. Oggi i pm stanno indagando su parecchie vicende simili, molte delle quali coperte dal segreto investigativo. Le nuove istruttorie fanno luce sulla versione aggiornata del delitto d’onore, lontano dalle commedie anni Sessanta, come “Divorzio all’italiana” interpretato da Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Fino al 1981 la legge riconosceva il valore sociale dell’onore e concedeva le attenuanti a chi ammazzava per difendere la reputazione. Poi la norma è stata abolita. Salvo che nei feudi delle mafie. Lì si scopre che la fedeltà è per sempre. La formula “finché morte non vi separi” non vale per la ’ndrangheta. Nel
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Foto: Franco Zecchin, ansa

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inchiesta
2007, sempre a Rosarno, Domenica Legato viene trovata agonizzante sotto la sua abitazione e smette di respirare poco dopo il ricovero. Era vedova da alcuni anni, il figlio ha sostenuto che si era gettata dal balcone: un suicidio. Ora alcuni pentiti offrono un’altra verità: è stata uccisa perché frequentava un uomo. E il clan non tollerava l’offesa al ricordo del marito. Una perizia dei carabinieri del Ris ha accertato, come aveva scritto il medico legale, che sulle mani di Domenica c’erano numerosi tagli: come se prima di buttarsi o di venire spinta giù, avesse tentato di parare i colpi sferrati con un coltello. Anche l’uomo che lei amava è stato poi trovato morto. Ma non è l’unico caso di vedova uccisa per onore postumo. Nel 1994 i sicari calabresi si sono spostati da Rosarno fino a Genova. E qui hanno eliminato Maria Teresa Gallucci, una bella quarantenne, vedova di un muratore deceduto mentre ristrutturava la casa dei boss Pesce. Molti anni dopo la morte del marito, con i due figli già grandi, inizia una relazione con un commerciante del suo paese. Il clan non approva. Prima prendono di mira l’uomo. Gli sparano una raffica sui genitali, morirà dopo lunga sofferenza. Maria Teresa capisce di essere in pericolo. Va a Genova, ospite della sorella, e si barrica in casa, terrorizzata. Una fuga inutile. I sicari irrompono nell’appartamento, uccidono lei, l’anziana madre e una sua nipote di ventidue anni. Una carneficina. Gli investigatori pensano a un’azione della ’ndrangheta, a una vendetta trasversale. Ora si è scoperto che anche quello è stato un delitto d’onore: i killer non hanno lasciato testimoni. Bisogna essere fedeli anche ai morti. E lo si deve essere persino su Facebook. L’11 maggio 2011 Maria Concetta Cacciola si presenta ai carabinieri di Rosarno. Ha 31
C’è ancora chi crede alle leggende sui codici d’onore. Alle dicerie popolari secondo cui “la mafia rispetta le donne e i bambini”. No. La realtà è molto diversa. E se anche oggi sempre più spesso ci sono figure femminili al vertice dei clan, si tratta sempre di supplenti degli uomini detenuti. Perché le cosche sono “maschie” e disprezzano le donne, rivendicando regole ataviche che non ammettono l’emancipazione. E non risparmiano l’altro sesso. Lo dimostra
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non importa che l’adulterio sia reale. anche solo chattare sul web è da punire. e l’omicidio è spesso mascherato da suicidio

da sinistra: maria stanganelli; anziane donne in calabria; giuseppina pesce

Quelle 157 donne uccise dai padrini

anni, tre figli e un marito in cella da parecchio tempo con una condanna pesante per mafia. Dice che vogliono ucciderla e racconta una storia che ha dell’incredibile. Dice di avere una relazione su Internet con un altro uomo, un legame virtuale. Platonico. Ma qualcuno informa la sua famiglia con una lettera anonima e scoppia il dramma. Il padre la picchia violentemente e l’avverte: «Questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita». A questo punto i carabinieri la trasferiscono in una località protetta, è una testimone preziosa sulle attività della cosca. Solo lì, può finalmente conoscere e incontrare l’uomo dei suoi sogni telematici, ma solo in presenza della scorta. Da Rosarno arrivano pressioni per farla tornare a casa e ritrattare. In paese, tra l’altro, sono rimail dossier realizzato dall’associazione “daSud” che censisce ben 157 storie di donne ammazzate da Cosa nostra, ’ndrangheta, camorra e Sacra corona unita. È un elenco raccapricciante, che si apre con una ragazzina palermitana: Emanuela Sansone, 17 anni. Fu uccisa il 27 dicembre 1896, perché si sospettava che la madre avesse denunciato i picciotti che falsificavano bancanote. Graziella Campagna, stessa età, venne eliminata nel 1985: lavorava in una

sti i suoi figli. La convincono con l’inganno. Lei spera di recuperare i bambini e poi scappare, chiedendo ancora l’aiuto delle istituzioni. Invece il 20 agosto 2011 Maria Concetta viene trovata agonizzante dai genitori: ha ingoiato acido muriatico, muore poche ore dopo. La famiglia sostiene che si è suicidata. I pm accusano padre, madre, fratello per le pressioni e i maltrattamenti con cui l’hanno spinta a ritrattare. E seguono la pista dell’omicidio. In procura fascicoli come questo vengono riaperti. Decine di storie che arrivano da tutto il Reggino. Anche Simona Napoli sei mesi fa si è salvata correndo dai carabilavanderia e in una camicia da pulire aveva scoperto l’agendina di un latitante. Molte sono cadute sotto i colpi delle vendette trasversali, per trasmettere un messaggio di morte ai loro mariti: persino Carmela Minniti, consorte di Nitto Santapaola, è morta così. Altre sono state abbattute assieme ai loro compagni, per rendere ancora più plateale la ferocia delle esecuzioni: come Emanuela Setti Carraro, morta al fianco del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa

nieri. In caserma ha detto che il padre aveva appena ucciso il suo amante: «La prossima vittima sarò io». Lei ha solo 25 anni, una figlia e un matrimonio in pezzi. Invece con Fabrizio Pioli si sente rinascere: è una ragazza innamorata, se ne frega delle regole del paese. «Mio padre mi ha picchiato più volte. Mi ha minacciato: se avessi conosciuto un altro, avrebbe preferito una figlia morta che “disonorata”».
nel 1982. Spesso i killer sbagliano bersaglio: nel napoletano la vita di tre minorenni è stata stroncata nelle mattanze di camorra. Si chiamavano Rosa Visone, 16 anni, Filomena Morlando, 17, e Annalisa Durante di soli 14 anni. Molte sono finite sotto le raffiche tirate nel mucchio, come le tre signore e la bambina rimaste sul prato di Portella della Ginestra. Drammatica la sorte di Rossella Casini, una bella studentessa fiorentina che nel 1981

Anche loro si erano conosciuti su Facebook. Fabrizio, 31 anni, ha intenzioni serie. Non vuole nascondersi. Ma quando si presenta a casa di Simona, il padre si infuria: lo insegue, lo uccide e fa sparire il corpo assieme al fratello della ragazza. Anche la madre è stata arrestata per complicità. «Troppo disonorevole e inaccettabile è stata infatti la visita fatta dalla vittima a Simona Napoli, coniugata e madre di un
si innamora di un ragazzo di Palmi coinvolto in una faida: lui si è salvato, lei no. Altre sono state trovate morte, con il sospetto che siano state indotte al suicidio: ad esempio, Santa Boccafusca, moglie di un boss calabrese. Ma la mafia riesce a uccidere con la disperazione: Rita Atria, cresciuta in una famiglia di boss, a 17 anni testimonia davanti a Paolo Borsellino e viene ripudiata dalla madre. Si ucciderà pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio, prima di

bambino piccolo, fino all’interno addirittura dell’abitazione, troppo disonorevole ed inaccettabile la diffusione di quella notizia nel piccolo e arretrato paese di Melicucco, che avrebbe gettato un’onta sull’intera famiglia Napoli, “stimata e di rispetto”», così descrive la vicenda il pm di Palmi , Giulia Pantano: «L’accettazione di quella mancanza di rispetto sarebbe stata percepita dai cittadini di Melicucco come manifestazione di debolezza da parte di una famiglia “rispettabile” e l’avrebbe esposta a ludibrio pubblico». Ora Simona è sotto protezione. Ma sa che per lei non ci sarà tregua: «Sono una morta che cammina». Le donne in Calabria cercano coraggio. n
diventare maggiorenne. L’ultima storia che ha commosso l’Italia è quella di Lea Garofalo. Vedova, sorella e compagna di trafficanti, nel 2002 decide di testimoniare contro di loro. Vive sotto protezione ma nel 2009 la rapiscono e l’uccidono a 34 anni. Nel processo sono determinanti le testimonianze della figlia, che accusa suo padre e lo fa condannare per omicidio. Il segno che il coraggio delle donne di tutte le età non si fa piegare.
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Foto: Ansa (2), Magnum - Contrasto

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Attualità verso il voto / democratici alla prova

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onti? Dopo il 2013, come dice lui stesso, non resterà a Palazzo Chigi. Resterà il garante dell’Italia in Europa in un altro ruolo. Noi, ora, dobbiamo costruire il perimetro dell’alleanza che dovrà governare il Paese, in una situazione difficilissima...». Pier Luigi Bersani ripete da giorni lo stesso ragionamento, ai potenziali alleati: non solo Pier Ferdinando Casini ma anche Nichi Vendola, che in una riedizione della Grande Coalizione che sostiene l’attuale governo tecnico mai e poi mai dichiara di poter rientrare. «Stai tranquillo, Nichi, il premier punta ad altro», ha provato a sedare le preoccupazioni del governatore pugliese il segretario del Pd nell’ultimo colloquio. E non si sa se volesse rassicurare il leader di Sel o se stesso. Perché il più agguerrito partito pro-Monti è all’interno del Pd. Ed è con quello, più che con gli alleati imbizzarriti o con le ambizioni di Matteo Renzi, che il numero uno di largo del Nazareno deve fare i conti. Perché è Bersani il più forte candidato premier di un governo di centrosinistra dopo il 2013, come riconosce lo stesso Casini: «In politica i numeri contano. E il partito di maggioranza relativa ha il diritto di candidarsi a guidare la coalizione vincente». E sarebbe Bersani, perciò, la
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Nel partito cresce la voglia di Monti dopo il 2013. Ma Bersani alza le barricate. Su tagli e legge elettorale
Di marco Damilano
principale vittima nel caso in cui un risultato elettorale senza vincitori e vinti dovesse rendere inevitabile il ritorno della strana maggioranza Pd-Terzo Polo-Pdl. Il partito Monti nel cuore del Pd è uscito allo scoperto alla vigilia dell’assemblea nazionale del 14 luglio con una lettera al “Corriere”,in cui si invoca il superamento di «ogni residua ambiguità» sul governo dei Professori: «I percorsi virtuosi avviati daranno i loro frutti solo attraverso un’azione pluriennale. L’agenda Monti deve travalicare i limiti temporali di questa legislatura e permeare di sé anche la prossima». Firmato dai veltroniani Giorgio Tonini, Stefano Ceccanti, Alessandro Maran, dal senatore Enrico

problemi tecnici in cAsA pd
Morando che scrisse il programma elettorale del Pd di Veltroni nel 2008, un secolo fa, ed è considerato il più filo-governativo del partito. E poi il battitore libero Pietro Ichino, il post-democristiano Marco Follini, che nel 2009 partecipò all’elezione di Bersani a segretario, Umberto Ranieri, il democratico più vicino a Giorgio Napolitano, che attacca la debolezza del sistema politico: «Bando alle ipocrisie. Quando c’è stata una difficoltà negli ultimi anni ne siamo usciti con un governo tecnico di nomina quirinalizia. I partiti non sono stati in grado di trovare una soluzione al loro interno». Pd compreso. Monti altri cinque anni, la durata della prossima legislatura? Bersani pensa il contrario: «Mai più larghe intese». E sull’agenda dei tecnici da proseguire replica sprezzante: «Metafisica». Il segretario è da mesi impegnato a tenere unite le anime del Pd, dietro lo schermo dello stato di necessità e della mancanza di alternative ai professori. Negli ultimi giorni però, causa i tagli della spending rewiew, con le regioni in subbuglio, i governatori di Emilia e Toscana a capeggiare la protesta e con il leader impegnato in prima persona a chiedere una marcia indietro del governo su sanità e pubblico impiego e schierato totalmente con la linea dura della Cgil di Susanna Camusso, la tregua tra le correnti è saltata. Montiani contro gauchisti: la coppia Stefano Fassina-Matteo Orfini,
il segretario del pd pier luigi bersani

membri della segreteria, nemici dichiarati dei tecnici, impegnati in un tour di presentazioni in tutta Italia dei rispettivi volumi. La presidente del Pd Rosy Bindi in guerra su due fronti: contro i giovani nostalgici del Pci e contro i Monti-entusiasti, in polemica sui tagli dei posti letto perfino con il ministro Renato Balduzzi, suo braccio destro quando al ministero della Sanità c’era lei. I rottamatori di Renzi contro tutti: un sondaggio interno, rimbalzato tra i vertici del Pd emiliano, dà il sindaco di Firenze a un’incollatura da Bersani in eventuali primarie. Ecco perché, sospettano i renziani, dall’ordine del giorno

dell’assemblea del 14 luglio sono sparite le consultazioni nei gazebo e il dibattito dai due giorni iniziali è stato ridotto a poche ore. Tagli ai dipendenti pubblici e alle regioni, il core business dell’elettorato Pd, legge elettorale, alleanze: la leadership futura di Bersani si gioca in poche settimane, perché dopo l’estate non si potrà più tergiversare. È per questo motivo che il segretario, all’improvviso, ha cambiato rotta. E ha cominciato a sottolineare ciò che lo differenzia dal governo Monti: «Sulla sanità è inaccettabile che comandi il mercato». Linea interpretata fedelmente dal quotidiano del Pd“l’Unità”che bombarda il governo sulla spending e che nei titoli sembra essere tornato all’opposizio19 luglio 2012 |

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Foto: E. Cremaschi - Luzphoto

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Attualità
stretto trA il premier e lA Cgil. Follini: “BersAni deve sCegliere. vuole essere il genero di monti o lo zio di FAssinA?”
ne: “Questa manovra deve cambiare”. “Quelli che la democrazia non conviene” (in difesa del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, contro Luca di Montezemolo e Marco Tronchetti Provera). E l’immaginifico “Taci, lo spread ti ascolta”, con il manifesto di epoca fascista in prima pagina. La vera preoccupazione dei bersaniani è il dopo-2013. Ed è il fantasma di una nuova grande coalizione, con il Pd in posizione subalterna, che spiega la svolta sulla legge elettorale. Per mesi Bersani e i suoi sherpa hanno ripetuto: basta con le coalizioni caravanserraglio, basta con i premi di maggioranza e con i candidati premier con il nome sulla scheda elettorale, i governi si fanno in Parlamento. «Gli italiani devono votare per un partito. Poi, dopo il voto, ogni singola forza politica deciderà le alleanze con cui governare. In ogni caso decideranno i gruppi parlamentari», diceva ad esempio Luciano Violante, il regista delle riforme per conto del Pd. Macchè, scrive ora il direttore dell’“Unità” Claudio Sardo, serve «una legge elettorale europea in cui la sera del voto sono chiari il nome del premier e la maggioranza che lo sosterrà per l’intera legislatura». Perché, altrimenti, «si espone l’Italia al drammatico rischio greco: partiti anti-euro, albe dorate, demagoghi di ogni risma». E soprattutto «l’approdo tecnocratico diventerebbe inevitabile. L’effetto sarebbe catastrofico». Quella che ieri sembrava la medicina, il proporzionale, oggi diventa la malattia, qualcosa che porta a metà strada «tra la Grecia e Tangentopoli», attacca Bersani. Anche perché, con il movimento di Grillo al 15-20 per cento, le larghe intese sarebbero inevitabili. Con grande soddisfazione di Silvio Berlusconi, che resterebbe in gioco nonostante la batosta del Pdl. Mentre per Bersani Palazzo Chigi diventerebbe un miraggio. «Sulla legge elettorale si è perso il bandolo, Napolitano l’ha capito e ha sentito il bisogno di intervenire», spiega il senatore Ceccanti, veltroniano e oggi ancor più montiano. «Le

DA SInISTRA: ROSy BInDI; wALTER VELTROnI; SUSAnnA CAMUSSO; STEFAnO FASSInA. SOTTO: GIORGIO SqUInzI

Se Forrest Gump abita all’Eur
«Sono sicuro che Confindustria saprà considerare adeguatamente il buon lavoro che questo governo sta realizzando» Così, domenica 8 luglio, Paolo Scaroni ha voluto marcare le distanze dal presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, che il giorno prima, cinguettando a Serravalle Pistoiese con il leader della Cgil Susanna Camusso, aveva bocciato il governo di Mario Monti, parlando di macelleria sociale. Solo tre mesi prima proprio l’amministratore Eni si era intestato il merito dell’elezione di Squinzi, sostenendo che era stato il pacchetto di voti del cane a sei zampe a consentire all’industriale chimico di battere il rivale, Alberto Bombassei, nella corsa per il vertice di viale dell’Astronomia. Ma a prendere le distanze dal neo-leader dell’aquilotto, costretto dopo quarantott’ore a rimediare alla sua incauta sortita con una dolorosa piroetta, non è stato il solo Scaroni. Oltre a Luca di Montezemolo e Franco Bernabé, si sono sfilati altri due big della Lombardia come Marco Tronchetti Provera e Gianfelice Rocca. A quel punto, è stato costretto a esprimere il proprio dissenso anche il capo della potente Assolombarda, Alberto Meomartini, che all’industriale chimico aveva dato più di una mano. Ora, il problema è che il neo-presidente è stato eletto proprio grazie all’asse tra le associazioni degli imprenditori di Roma e Milano, ai cui voti se ne erano sommati altri provenienti dal Sud. E, se Milano sembra proprio essersi già pentita, anche gli altri consensi racimolati all’epoca da Squinzi appaiono a rischio. Il capo di Unindustria Roma, Aurelio Regina, diventato vice presidente per lo Sviluppo, non ha infatti nascosto, in privato, una certa stizza per essere stato informato solo a cose fatte, nei giorni scorsi, della scelta di Marcella Panucci come nuovo direttore generale. E i siciliani Antonello Montante e Ivan Lo Bello non hanno davvero digerito l’idea di Squinzi di ingaggiare di fatto come proprio assistente Francesco Fiori, un ex eurodeputato trombato di Forza Italia, vicinissimo a Marcello Dell’Utri. Insomma, in sole sei settimane Forrest Gump, come ormai tutti chiamano il presidente di Confindustria nel quartier generale romano dell’Eur, è riuscito a dilapidare un patrimonio di consensi. All’assemblea del 23 maggio il patron della Mapei aveva totalizzato 1.218 voti. Milano (107), Unindustria Roma (52) e la Sicilia (26) da soli ne valgono 185 (in realtà, molti di più, grazie all’influenza sulle categorie). Come dire che, nella migliore delle ipotesi, il 15 per cento della dote del neo-presidente ha già preso il volo. E ormai molti, anche tra i suoi ex supporter, stanno lavorando per far si che mister Vinavil non riesca più a incollare i cocci. Stefano Livadiotti

riforme si faranno solo quando si sarà capito qual è il quadro politico in cui si collocano. Spetta a Bersani decidere: resterà appiattito sulla Camusso? Oppure guiderà il nuovo progetto, un’alleanza del Pd con il Terzo Polo per continuare l’opera di Monti?».

No alle elezioni anticipate’
La fiducia degli italiani in Mario Monti
Dal 15 novembre 2011 ad oggi, valori in % 70,0

A suo avviso, sarebbe preferibile:

66
62,5

61 59

55,0

54

56 47 45

47,5

40,0 15 nov
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30 nov

6 dic

15 dic

28 feb

30 mag

Oggi

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Foto: M. Chianura - Agf (2), P Tre - Foto A3, Tania- Foto A3 .

L’indagine è stata condotta dall’Istituto Proseguire con il Governo Monti nazionale di ricerche sino alla fine del mandato Demopolis per (primavera 2013) “l’Espresso” dal 6 al 9 luglio 2012, con metodologia integrata caticawi, su un campione di 1.000 intervistati, rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne, stratificato per genere, età, titolo di studi e area geografica di Tornare alle urne residenza. anticipatamente Approfondimenti e (in autunno) Non sa) metodologia completa su www.demopolis.it

«Bersani deve scegliere: vuole essere il genero di Monti o lo zio di Fassina? Fin qui è stato tutte e due le cose», riassume Marco Follini. E pazienza se in entrambi i casi il ruolo non è quello del capo-famiglia. Fassina, il responsabile economico del Pd, si è fatto notare per le sue scudisciate contro il governo e ha dato negli ultimi mesi più di un dispiacere allo zio Bersani, nonostante il rapporto di lealtà assoluta. E qualcuno ipotizza addirittura che Fassina potrebbe candidarsi alle primarie, per rappresentare l’ala sinistra del Pd («È il nuovo Ingrao», concordano sostenitori e detrattori, i primi con entusiasmo, i secondi con ironia), contro Renzi che sarebbe

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Attualità

verso il voto / onorevoli in bilico

Attualità

per le elezioni il leAder studiA liste ArAncioni dA AffiAncAre Al pd, sul modello di pisApiA e doriA
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Foto: M. Marco - Olycom, D. Scudieri - Imagoeconomica

l’ala destra, con Bersani al centro. E i montiani? Per disinnescarli il segretario del Pd, in gran segreto, sta lavorando a favorire nel centrosinistra la nascita di una lista civica arancione, su modello dei sindaci di Milano e Genova Giuliano Pisapia e Marco Doria, che potrebbe raccogliere altre adesioni, da Nord (il presidente della Provincia di Trento Lorenzo Dellai) a Sud. A Bari per la prima volta una settimana fa si è riunito il forum delle liste civiche, guidate dal sindaco Michele Emiliano e dai suoi colleghi di Brindisi, Taranto e Foggia, «rappresentiamo il 43 per cento dell’elettorato di destra e di sinistra», hanno vantato gli organizzatori. Una rete di sindaci, metà di movimento e metà di governo, con lo scopo di bloccare i consensi per Grillo e di intercettare un elettorato vicino alla sensibilità del tecnico Monti, né di destra né di sinistra. E chissà che da questo mondo non possa spuntare anche un candidato alle primarie in grado di infastidire Renzi e di aiutare la corsa di Bersani. «Rischiamo di sottovalutare la gravità della situazione», ricorda un saggio come Pierluigi Castagnetti. «In Parlamento stiamo votando riforme attese da decenni, eppure sui mercati internazionali l’effetto è nullo. A essere sotto esame è l’intero Paese. E sarà ancora Monti a proporsi nel 2013 come il punto di riferimento. Magari trasferendosi al Quirinale, la sola istituzione che regge nella crisi. E da lì potrà guidare una fase convulsa, che richiederà forse un’assemblea costituente e nuove elezioni in breve tempo». «Successe anche in Francia con il passaggio alla Quinta Repubblica: prima De Gaulle prese il potere, poi studiò un sistema per mettere in ordine la nuova situazione», conclude Ceccanti. «A settembre si vedrà se Bersani è in grado di raccogliere l’eredità di Monti. In caso contrario, toccherà a Monti dichiarare la sua disponibilità a restare». Sì, ma in quel caso, che resterà del Pd? n

michele Ainis

la procura, il Quirinale e le regole violate
Domenica 8 luglio Eugenio Scalfari, sulle colonne di “Repubblica”, ha puntato l’indice contro gli abusi della procura di Palermo, in relazione all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Anzi: contro il Grande Abuso, l’intercettazione telefonica nei riguardi del presidente Napolitano. E ha accompagnato la denuncia con un moto sbalordito, per il silenzio dei costituzionalisti, degli addetti ai lavori. Non a torto, anche se c’è qualche eccezione. D’altronde pure la politica ha mostrato una reazione blanda, se non proprio reticente. Dichiarazioni di Cicchitto e Alfano, un’interrogazione congiunta di Enrico Letta e Andrea Orlando, la difesa d’ufficio di Casini. Ma lo sdegno è durato quanto la fiamma d’un cerino. E intanto il nastro registrato è sempre lì, una pistola carica chiusa a chiave nel cassetto. Nessuno l’ha distrutto. Sicché mi iscrivo anch’io fra le eccezioni, e pazienza se comunque resteremo in pochi. Sì, in questa vicenda c’è uno strappo alla Costituzione, maiuscolo come una montagna. Per una doppia ragione: formale e sostanziale. La prima riposa sulla regola dell’art. 90, secondo cui il presidente è giuridicamente irresponsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. Significa che non può venire indagato, perquisito, intercettato, arrestato, processato. A meno che il Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri, non lo ponga in stato d’accusa davanti alla Consulta per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. Anche in questo caso, tuttavia, serve una delibera parlamentare per sottoporre a intercettazioni il capo dello Stato (art. 7, comma 2, della legge 5 giugno 1989, n. 219). Di più: la delibera può venire adottata soltanto dopo che la Corte costituzionale abbia sospeso il presidente dalla carica (comma 3). Insomma la regola, per una volta, non si presta a equivoci. Semmai una zona d’ombra copre la responsabilità del presidente per i delitti comuni, che i costituenti non disciplinarono per una questione di riguardo verso il capo dello Stato, per non immaginarlo mentre ruba polli o truffa le vecchiette. Tanto che Orlando e Crisafulli - tra i massimi costituzionalisti del Novecento italiano - ironizzavano su un presidente costretto a ricevere gli ambasciatori stranieri in cella, anziché al Quirinale. Nessun dubbio, però, sull’immunità presidenziale in tutti gli altri casi. E l’immunità investe anche i ministri. Come ha ricordato Valerio Onida sul “Corriere della sera” (4 luglio), Mancino e Conso all’epoca dei fatti erano ministri, eppure la procura di Palermo li ha messi sotto accusa ignorando le procedure dettate dall’art. 96 della Costituzione e dalla legge costituzionale n. 1 del 1989. Ecco, le procedure. Servono a garantire l’equilibrio fra i poteri dello Stato, ed è qui che la forma si tramuta in sostanza. Perché in caso contrario il potere giudiziario diventerebbe il tiranno delle istituzioni e dei governi. E perché dunque ogni abuso verso il capo dello Stato non colpisce la persona, bensì il nostro stesso Stato di diritto.
michele.ainis@uniroma3.it

gabrIella gIaMMancO. SOttO: catIa pOlIDOrI

Bye bye Montecitorio
Un plotone di parlamentari rischia di saltare alle prossime elezioni. Così, tra paure e manovre tentano di salvarsi
DI SuSANNA turCO

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orcellum o Provincellum, il problema è stare “in listum”». L’urlo, nel mezzo di raffinati dibattiti sulla legge elettorale, proviene da un anonimo deputato leghista. Ma il terrore, quello di non riavere la poltroncina rossa, è trasversale. Ferisce in pratica mezzo Parlamento. Girano previsioni da paura, salmodiate tra i banchi d’Aula come versetti dell’Apocalisse. Alla Camera 130 pidiellini su 210 non torneranno più, e così pure se ci riprovano accadrà a 35 leghisti su 60 (ma ci sono sondaggi che li danno sotto la soglia fatidica del 4 per cento). Spazzati via i Respon-

sabili e gruppuscoli satellite del centrodestra (altre venti-trenta persone), letteralmente dimezzati i futuristi. A casa - stando alle regole del Pd - un’ottantina di parlamentari democratici, candidati alla rottamazione per legge interna. Mentre il gruppo dell’Italia dei Valori attende d’essere

raso al suolo in nome del rinnovamento. Insomma una carneficina. Molto più ampia di un fisiologico turnover. Conclusione degna di una legislatura lunga, sgangherata e ormai estenuante, cominciata all’insegna dell’ordine costituito e finita in una inarrestabile slavina dell’esistente. In mezzo alle rovine si aggira, dunque, il gregge di coloro che non torneranno. Una marea dolente, il cui lamento non è ancora esploso ma serpeggia eccome. Centinaia di persone, centrodestra per lo più, che ballano l’ultima estate, l’ultimo tango da parlamentari: odore della fine che accomuna sconosciuti baciati dal colpo di fortuna, elefanti marini arrivati a fine corsa, ragazze non più ragazzine, vecchi non anziani, stufi, entusiasti e non rassegnati. Fra qualche mese, dopo la mareggiata delle elezioni, la gran parte di loro non ci sarà più. Non là dentro, almeno, ma fuori, nel vasto mondo e ignoto. Molti già l’hanno capito - come il peone di rango Mario Pepe che teorizza un ritorno al policlinico Umberto I, dove è in aspettativa da endocrinologo. Altri, come supernovae che brillano pur essendo stelle morte, non se l’aspettano. INCONSAPEVOLI. «Io sto lavorando come e più di prima, incertezza non ne vedo, ho
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Foto: M. Lanni

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Attualità
un sacco da fare e sono molto sereno», si bea Maurizio Paniz. Balzato di botto, un annetto fa, nell’olimpo berlusconiano in quanto alfiere della strepitosa teoria per cui il Cavaliere credeva seriamente di tutelare, in Ruby la nipote di Mubarak, l’avvocato di Belluno continua a lavorare così, «con tutto l’impegno possibile», come ai tempi in cui pareva la quadratura del cerchio (un nuovo Ghedini, non dipendente del Cav), ma con gli occhi chiusi sul futuro: «La prossima legislatura? Un problema che non mi sono posto. Sono sereno, molto sereno, molto», spiega bordeggiando la rimozione. Forse, l’atteggiamento di chi, privo di una cordata che lo agganci a una rielezione, si puntella da sé. Come fa Catia Polidori, pidiellina di ritorno (fu ricompensata con un posto da viceministro) che, nella speranza di recuperare (forse) posizioni, intanto socializza dando feste. Sempre sorridenti, e per lo più sostanzialmente inconsapevoli, le cosiddette “ragazze”, le quindici-venti giovani e belle del Pdl come Gabriella Giammanco e Barbara Mannucci: a rischio, in realtà, non tanto perché Berlusconi non intenda garantire la categoria in sé (“Forza gnocca”è tra le poche sue certezze), quanto perché - spiegano spietati - «esiste già il ricambio, le nuove leve: stessa categoria, più giovani». EX PICCONATORI. Nel si salvi chi può di un Pdl dove ormai si ragiona nelle proporzioni del ne sopravviverà uno su tre, stile formicaio impazzito, particolarmente abili nel consolarsi da soli (perché già sicuri di essere falciati via) sono quelli che hanno picconato la coda del berlusconismo di governo. «Io francamente mi sarei anche stufato di stare in un posto dove si fa sempre il contrario di quel che sostengo», dice Giorgio Stracquadanio, da un anno in cerca di una strada diversa, da ultimo insieme con Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e altri (vedasi la neo associazione “Un’altra Italia”): «Non dovesse funzionare, avrei il mio piano B: comunicazione d’impresa, relazioni istituzionali. Qualche proposta di consulenza l’ho già avuta», prova a rassicurarsi. Il partito di chi, in mancanza di un futuro da parlamentare, si ricorda di avere un’alternativa, è del resto folto - e va forte soprattutto tra chi sa di aver tirato molto la corda. «Tornerò a fare l’avvocato, pazienza. Peccato però», ripete da mesi (a giorni alterni) il futurista Nino Lo Presti, che qui si prende ad esempio per quella trentina di parlamentari che ha seguito fino in fondo
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DA sinisTrA: sAnTo VersACe; GiorGio sTrAquADAnio; sAnDro bonDi

Gianfranco Fini nel divorzio da Berlusconi, e che oggi sa che, tra grandi coalizioni e società civile, ben che vada ci sarà spazio per una metà del gruppo attuale. «La paura della rielezione», l’ha chiamata il presidente della Camera nell’ultima riunione, beccandosi applausi caldi e spauriti (del resto il leader centrista Pier Ferdinando Casini, potesse decidere da solo, ne salverebbe giusto due: Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno). AUTO-ROTTAMATI. «Il cosa fare nessuno lo sa, bisogna aspettare che passi agosto. Però certo, l’idea di mollare c’è: un altro giro, mi chiedo, per fare cosa?». Paolo Guzzanti, agitatore d’altra stagione (si pensi alla Mitrokhin), oggi parte di una componente liberale del gruppo misto («Siamo in tre»), dà voce a una ipotesi che - a carature e forze d’urto diverse - percorre nomi noti del Parlamento. Prossimo al passo indietro,dicono nel Pdl,è per esempio Sandro Bondi, per il quale è già apparecchiato un posto in Mondadori: l’apparente mite triumviro del Pdl, che ormai siede mansueto nella sua poltroncina da senato-

re con l’aria di chi alla politica non saprebbe più che chiedere, potrebbe così lasciare spazio per la rielezione della compagna Manuela Repetti (peraltro anche in questo caso tutt’altro che scontata). Si vocifera, poi, che Claudio Scajola stia cercando sì di piazzare i suoi (forse con Casini) ma restando lui fermo un giro: non a sua insaputa, stavolta, ma in rottamazione forzata, causa una legislatura nella quale, a furia d’essere evocato, si è soprattutto consumato. Nel Pd, invece, l’aver ventilato Massimo D’Alema di essere forse disposto al passo indietro ha diffuso il panico tra i big: Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Franco Marini, Livia Turco, Walter Veltroni, Beppe Fioroni, Giovanna Melandri e la restante ottantina di parlamentari che ha raggiunto il limite dei tre mandati previsto dallo statuto del partito. Perché è vero che sono prevedibili (non poche) eccezioni alla regola, ma se il lìder Maximo volesse sua sponte non ricandidarsi, sarebbe assai più difficile per gli altri tenersi lo scranno. Di qui l’agitazione. VIETATO MOLLARE. «Sono entrato in Parlamento per cambiare la politica, da

chi pensa di tornare al vecchio lavoro. chi cerca nuove sponde. versace: “io non mollo. non so chi mi candiderà, si vedrà poi”
dentro è 100 mila volte peggio che da fuori, ma voglio continuare». Santo Versace, ex Pdl, ora deputato Api, resiste attaccato allo scoglio e non lo nega. Non è che facciano a gara per contenderselo: «Ma io non mollo. Chi mi candiderà? Si vedrà, non lo so. Vorrei un movimento nuovo, leader nuovi. A Parma avrei votato per Pizzarotti, ma di diventare grillino non me la sento. Vedremo». Più raffinato, il centrista Rocco Buttiglione gioca l’argomento del cosa farebbero senza di me: «È bello il segnale per cui rinnovamento significa che qualcuno va a casa, e a me non dispiacerebbe tornare all’Università», dice il professore che siede in Parlamento da diciotto anni. Poi aggiunge: «Però sto contribuendo a generare un nuovo partito, non mi sembrerebbe leale lasciare proprio ora». Ci rifletterà, assicura. PRIMA FILA ADDIO. Domenico Scilipoti, reuccio dell’epoca dei Responsabili, da qualche tempo è ancora più agitato del solito. Ha capito che si è abbattuto su di lui lo stesso virus che colpì Clemente Mastella ai tempi della caduta del secondo governo Prodi: preziosissimo fino a un momento prima, «inacquistabile» un momento dopo (proprio così lo definì il Professore). Additato oggi come sovrana causa della rovina del governo Berlusconi (altro che tappeti rossi) Scilipoti ha annunciato l’abbandono del gruppo Popolo e territorio per dedicarsi anima e corpo alla sua creatura dall’impronunciabile sigla Mrn: dove finirà, non sa. Su tutt’altro livello, ma accomunati dalla cesura netta tra un prima e un poi, ce ne sono tanti. Ex golden boy come il leader dell’Api Francesco Rutelli che, in attesa di riprendersi dal colpo mortale dell’inchiesta sui rimborsi della Margherita che ha portato in galera il suo ex tesoriere, si sarebbe

fatto garantire una postazione nel polo casiniano: a patto però - par di capire - che tenga almeno per qualche tempo un conveniente basso profilo. O Giulio Tremonti: già leader in pectore del centrodestra berlusconiano, già protagonista di qualsiasi scenario politico-istituzionale, squagliatisi tra le mani Pdl e Lega (per non parlare delle proprie aspettative dopo il caso Milanese) starebbe lavorando con l’ottantacinquenne Rino Formica per rifare una sorta di partito socialista. Un futuro scintillante. SPETTRO GRILLINI. Non è solo lo stare all’opposizione del governo Monti che accomuna i parlamentari di Lega e Idv. È anche l’incertezza verso il proprio futuro, diversamente minato dal Movimento 5 Stelle, che incarna in modo più efficace l’attacco ai tecnici e all’ordine esistente. Nel Carroccio, l’annuncio del “via da Roma” del neosegretario Roberto Maroni è soprattutto oggetto di rimozione collettiva: tra gli 80 parlamentari leghisti in teoria prossimi a fare le valigie, c’è chi dice di aver «comunque già aperto una segreteria elettorale in Valcamonica, non si sa mai»; chi teorizza la soluzione schizofrenica di un piede a Roma e un altro in Padania; chi, come Jonny Crosio, immagina disperato l’espatrio elettorale: «Mi potrei candidare in Svizzera». Nel partito di Antonio Di Pietro, invece, la faccenda ha preso una piega strana: il leader ha infatti annunciato l’intenzione di radere al suolo l’attuale dirigenza, non tanto perché scottato dalle esperienze scilipotesche, ma soprattutto perché si attrezza contro la concorrenza dei grillini. Conseguenza: terrorizzati dal finire sotto la mannaia, i parlamentari dell’Idv non aprono più bocca. Non si azzardano a criticare il leader in pubblico (vedasi il più recente attacco a Napolitano, ad esempio), e nemmeno a discuterci in privato: nelle ultime due riunioni del partito, a differenza del solito, ha parlato solo Di Pietro e tutti rasenti il muro. Risultato: il paragrillino Franco Barbato, sempre più raffinato («Avete rotto i coglioni»), dilaga. Lui, par di capire, tornerà. n
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Foto: A. Dadi / V. La Verde / Agf, Tania - FotoA3, M. Chianura - AGF

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Attualità mister spending review

Io arrivo e

Balzo all’indietro di trent’anni
di orazio carabini
Quasi trent’anni bruciati. È il prezzo che l’Italia pagherà alla fine della doppia recessione vissuta tra il 2009 e il 2012. Tra un’economia che non cresce e un diluvio di tasse per arrestare la corsa del debito pubblico. Mentre tutte le retribuzioni sono ferme da anni, se non negative in termini reali. L’indicatore cui guardare per rendersi conto dell’arretramento è il reddito disponibile reale pro capite ovvero quanto resta in tasca (in media, naturalmente) a ciascun italiano dopo aver pagato tasse e contributi sociali, al netto dell’inflazione. Ebbene, secondo i calcoli di Prometeia, la società di ricerche economiche bolognese diretta da Paolo Onofri, il reddito pro capite nel 2015 tornerà ai livelli del 1986 (vedere grafico qui sotto a sinistra). Il grande balzo all’indietro ha molte cause. Lo sviluppo si è fermato, di fatto, all’inizio del secolo e negli ultimi anni il Pil (Prodotto interno lordo) è addirittura diminuito per effetto della doppia recessione. Si produce di meno, si consuma di meno, si investe di meno. E il reddito cala. Allo stesso tempo la pressione fiscale e contributiva, che normalmente in queste condizioni congiunturali i governi riducono per stimolare l’economia, è aumentata. Bisognava infatti far fronte alla crescente spesa pubblica ed evitare incrementi del debito pubblico. Colpa dei mercati internazionali che hanno scommesso sull’insolvenza dell’Italia vendendo i titoli del Tesoro che prima avevano accumulato in abbondanza. Gli economisti di Prometeia hanno calcolato che la quota dei titoli di Stato detenuta da stranieri è scesa dal 49 per cento del 2007 al 43,2 del febbraio scorso. In Spagna nello stesso periodo la percentuale è scesa anche di più, dal 47,6 al 37,2. Dunque meno reddito, più tasse e infine più popolazione, ovvero più bocche che si dividono una torta sempre più striminzita. Non di molto ma gli italiani sono aumentati, soprattutto grazie all’immigrazione. Tutti questi fattori (reddito, tasse, popolazione) hanno spinto verso una sola direzione: la riduzione del benessere individuale, misurata appunto dal reddito disponibile pro capite. Meno pesante è l’arretramento dell’altro indicatore: i consumi reali pro capite, cioè quanto ciascun italiano spende ogni anno, sempre al netto dell’inflazione, per mangiare, vestirsi, mantenere una casa, far studiare i figli. In questo caso si torna ai livelli del 1998 (vedere grafico). Ma come è possibile che le famiglie diminuiscano i consumi meno del reddito, cioè di quanto entra in casa? Semplice: hanno ridotto, e parecchio, il risparmio. Lo si vede dal grafico a destra. Nel 2013 la quota di reddito disponibile destinata al risparmio finanziario precipita all’1 per cento dopo essere stata anche al 7 per cento all’inizio degli anni 2000. E impressiona anche il dato in valore assoluto: meno di 10 miliardi di euro. «Un livello», osserva Stefania Tomasini, economista di Prometeia, «che deve far riflettere anche per il futuro dell’industria italiana del risparmio gestito». Per i signori dei fondi d’investimento e delle gestioni patrimoniali si annunciano tempi bui.

tAglIo
Instancabile. Riservatissimo. Diffidente. Così Bondi ha messo a punto il piano risparmi. Arrivando ai ferri corti con dirigenti e ministri
Di stefano livaDiotti

H

o bisogno di una relazione completa entro ventiquattr’ore. Ma, mi raccomando, non ne parli con nessuno. E niente e-mail: l’aspetto domattina alle otto qui nel mio ufficio». È la richiesta perentoria che si sono sentiti rivolgere tutti coloro che sono sfilati nelle scorse settimane davanti al commissario alla spending review, Enrico Bondi- “Mani di forbice”, l’uomo che ha indicato al premier, Mario Monti, dove tagliare nei prossimi tre anni 26 miliardi di sprechi pubblici. “L’artista delle ristrutturazioni”, come l’ha ribattezzato anni fa “L’Economist”, da sempre non si fida di niente e di nessuno: prende i suoi appunti su minuscoli foglietti di carta che non lascia mai incustoditi sulla scrivania, anche se si alza solo per andare a fare la pipì. E se diffidente lo è di natura, ha raddoppiato le precauzioni da quando “Il Portaborse-il blog del gruppo assistenti parlamentari” ha pubblicato una serie di indiscrezioni sul suo lavoro, facendolo schiumare rabbia. Così, sempre più si è rinchiuso nell’ ufficio al primo piano di via XX
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Settembre, che raggiunge la mattina prestissimo (il primo briefing è alle 7,30) a bordo di un’utilitaria e al quale hanno accesso due sole persone: un funzionario del Senato e un ufficiale della Guardia di finanza incaricato di tenere i rapporti con i servizi ispettivi della Ragioneria generale dello Stato e delle Fiamme gialle, che ha trasforma-

to nel suo braccio armato. Un bunker da cui Bondi è uscito poche volte, quasi sempre per andare a riferire a quattr’occhi (o, tutt’al più, alla presenza del viceministro Vittorio Grilli) al presidente del Consiglio. O per presiedere qualche riunione operativa nella sede della Consip, la società che dovrebbe provvedere agli acquisti di beni per conto dello Stato, ma che finora era stata spesso e volentieri bypassata dalle amministrazioni pubbliche. Bondi un po’ è fatto così. E un po’ ci gioca. Finge disinteresse assoluto per ciò che si dice di lui. Ma in realtà ci tiene, forse, più che a ogni altra cosa. E allora alimenta il proprio mito. Quello di un uomo che non dorme, semmai ricarica le batterie. Che non mangia, ma si alimenta. E che, soprattutto, non sorride mai. Ma qua più che di un atteggiamento si tratta di una sorta di dovere professionale ereditato dal padre Giuseppe, che di mestiere faceva l’imprenditore delle pompe funebri. Lui, che ha conservato in famiglia le quote della premiata ditta (la Ofar di Arezzo), non cambia mai espressione: si limita a stringere gli occhi a fessura nel momento in cui perde davvero le staffe. Quando è proprio al settimo cielo, il che non capita poi troppo spesso, si presenta parafrasando l’agente

ENrICO BONDI. A SINISTrA: MArIO MONTI

007 di Ian Fleming: «Mi chiamo Bondi. Enrico Bondi». In tutti gli altri casi usa una formula standard che deve aver studiato a tavolino: «Sono un chimico, non un esperto di scienze economiche». Andare d’accordo con uno così non è facile. E infatti “Il Dottore”, come lo chiamano con deferenza i suoi pochi collaboratori, si è fatto tanti nemici. Quando è sbarcato in Telecom, alla fine dell’era di Roberto Colaninno, è arrivato rapidamente ai ferri corti con il nuovo azionista, Marco Tronchetti Provera. Subito dopo, appena traslocato in Premafin, sono state scintille con Salvatore Ligresti. Non poteva andare diversamente al ministero dell’Economia. Quelli della Ragioneria, abituati a essere un’enclave, non hanno gradito l’intrusione. Il capo, Mario Canzio, già piuttosto seccato per essere incappato nella tagliola agli stipendi dei grand commis (ma qua Bondi c’entra solo di striscio), ha cercato di fargli terra bruciata intorno. È dovuto intervenire Monti in persona. Con risultati piuttosto modesti, se è vero quanto risulta a “l’Espresso”: nella cassaforte della Ragioneria sarebbe ben custodito un pro-memoria riservatissimo, dove si spiega come i

I conti in tasca
Reddito disponibile e consumi delle famiglie 18 pro capite (migliaia di euro) 17 16 15 14 13 12 11 10 9 Consumi ’90 ’95 ’00 ’05 ’10 ’15 Redditi 2015 =1998 2015 =1986

Calano i tesoretti
Risparmio delle famiglie Risparmio finanziario/Reddito disponibile in % Risparmio finanziario in miliardi di euro 8 7 6 5 40 4 30 3 2 1 0 2000 2005 2010 20 10 0 2015 70 60 50

Foto: S. Cremaschi - Olycom, P Tre - FOTO A3 .

8 1980 ’85

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attualità
solo due persone hanno accesso al suo ufficio: un funzionario del senato e un finanziere
risparmi ipotizzati nella manovra del manager aretino siano di fatto irrealizzabili. Quasi da subito Bondi è entrato in rotta di collisione con il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda. S’è visto nella riunione ministeriale convocata dal premier per le 19,30 di lunedì 2 luglio, alla vigilia dell’incontro con le parti sociali. Doveva durare una manciata di minuti. E invece è andata avanti per quasi tre ore. Chi c’era racconta che a ogni intervento del commissario seguiva una replica piccata del ministro. Che ha tenuto duro, disertando la conferenza stampa notturna di giovedì 5, quella dove l’asciutto Bondi ha stabilito il suo nuovo record personale, parlando per sette minuti e cinquantasette secondi, nel vano tentativo di spiegare ai giornalisti presenti il concetto di «interpolante statistica» alla base dei suoi calcoli. «Si fermarsi nel ruolo del Mister Wolf di “Pulp Fiction”, quello che risolve i problemi. Il manager aretino appassionato di Sun Tzu (l’autore de “L’arte della guerra”), che a Roma è ospite (pagante, s’intende) in una caserma dei carabinieri e ha convocato riunioni anche di sabato e domenica, disertando perfino l’adorata tenuta in Toscana (“Il matto”, dalle parti di Olmo, dove assicurano produca un olio sublime), ha preteso che nel suo mandato fosse inserito il potere di ordinare ispezioni agli uomini della Finanza e della Ragioneria generale. E ha fatto le pulci ai conti che gli erano stati sottoposti personalmente dai capi delle aziende pubbliche, verificandoli cifra per cifra con i collegi sindacali. Molti di loro se la sono presa a male. E hanno forse ricordato il giudizio che Guido Rossi scolpì perfidamente di Bondi e del suo scopritore, Cesare Romiti: «È la brutta copia di un cattivo esempio». Dove il cattivo esempio sarebbe, appunto, l’ex amministratore delegato della Fiat. Se mai avessero avuto il coraggio di dirglielo in faccia, dice chi lo conosce bene, lui avrebbe certamente fatto spallucce. E replicato con una delle sue frasi preferite: «I ragli degli asini non arrivano in paradiso». Bondi è solo all’inizio. E come sempre continuerà tirando dritto per la sua strada. Ma è già riuscito a mettersi contro mezza Italia. Addirittura, la strana coppia Cgil-Confindustria, con Susanna Camusso e Giorgio Squinzi a denunciare all’unisono il rischio di una macelleria sociale. Lui non si è turbato più di tanto. Un po’ perché in certe polemiche ci sguazza molto più di quanto lasci intendere. Ma soprattutto perché l’aveva ampiamente previsto. «Io sono un chimico», ha detto una volta, convinto di non avere giornalisti tra i piedi (o forse proprio perché invece aveva notato la loro presenza): «Se butto per terra la nitroglicerina, devo sapere che esploderà tutto». Ecco. n

Questioni di vita Ignazio Marino

Sanità a rischio e sprechi dimenticati
Un colpo basso che disorienta. La spending review in sanità rappresenta l’ennesima scossa di un terremoto che rischia di incrinare le fondamenta del servizio pubblico così come è stato ben disegnato nel 1978. Un anno fa il governo Berlusconi disponeva la riduzione di 17 miliardi al bilancio della sanità, ora il commissario Bondi chiede altri 5 miliardi. E fanno 22, quasi un quarto del totale dei fondi. Misure di tale portata si spiegano solo con la necessità impellente di reagire a un’emergenza che stritola, con il rischio di bancarotta dietro l’angolo e la paura che, senza interventi drastici, non sia la sanità a crollare ma tutta l’Italia. Si può comprendere l’esigenza di ridurre le spese ma è inspiegabile perché i tecnici non siano entrati nel dettaglio degli sprechi, preferendo invece la scorciatoia dei tagli uguagli per tutti. “Un governo tecnico incompetente” ha sentenziato il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che i suoi conti li ha sistemati da anni, da quando era assessore. In effetti, essendo la gestione della sanità affidata alle regioni dal 2001, le situazioni sono molto diversificate e a fronte di amministrazioni virtuose ce ne sono altre sepolte dai debiti. Basti pensare che Lazio e Campania insieme raggiungono il 60 per cento del disavanzo dei conti sanitari di tutto il Paese. Eppure, stando al decreto del governo, proprio in Campania si potrebbero aumentare i posti letto anziché ridurli, benché la regione abbia dimostrato da più di dieci anni di non essere neanche lontanamente in grado di gestirli in maniera efficiente. Ma essendoci di mezzo la salute delle persone, gli interventi devono essere analitici ed equi, non ci si può fermare alla contabilità. Se è giusta la chiusura degli ospedali minori, inefficienti economicamente, privi di tecnologie e spesso pericolosi per i pazienti, che dire dei 35 reparti di emodinamica del Lazio, delle 20 cardiochirurgie della Lombardia, di una concentrazione di Tac e risonanze magnetiche nella provincia di Varese superiore a tutta la Svizzera? Ridurre va bene, ma con metodo chirurgico: eliminare i doppioni, chiudere i reparti che servono solo per assegnare un posto di primario all’amico di partito, intervenire sull’abnorme numero di indagini diagnostiche inutili e ripetitive. Servirebbe un Enrico Bondi in ogni regione, o ancora meglio in ogni ospedale. Serve, infatti, molto lavoro e un po’ di tempo, per mettere in sicurezza la sanità pubblica sul lungo periodo e puntare su ciò che conta di più: qualità delle cure ed efficienza. I tagli non si giustificano dando la colpa a una spesa complessiva troppo elevata dal momento che, rispetto a Paesi come Francia o Germania, in Italia i fondi sono inferiori del 20 per cento, a parità di condizioni di salute dei cittadini. Il problema non sta nel saldo totale degli investimenti ma nello sperpero, spesso associato a incompetenza, a livello locale. Ormai in quasi mezza Italia il servizio pubblico di fatto non esiste, benché sia pagato con le tasse dei cittadini, e le cure non sono garantite. L’altra metà del Paese sta meglio e non ne vuole sapere di pagare per tutti. Ma se i tagli colpiranno allo stesso modo le regioni virtuose e quelle negligenti si arriverà in fretta allo smantellamento del principio dell’assistenza come diritto costituzionale. Chi governa ha l’occasione per fare uno sforzo in più: individuare capillarmente gli sprechi ovunque esistano ed eliminarli, avviare un’azione incisiva di controllo e monitoraggio non solo sugli acquisti di beni e servizi ma anche sulla qualità delle cure, sulle prescrizioni, sui ricoveri inutili, sui costi della corruzione. E soprattutto il governo deve imporre le decisioni, una volta condivise. Per fare un esempio, la chiusura dei punti nascita dove si eseguono meno di 500 parti l’anno, prevista oggi dal decreto del governo Monti, è giustissima, peccato che la stessa disposizione fosse stata introdotta da un altro governo nel 2000 e, a dodici anni di distanza, siamo ancora al punto di partenza. Ecco, questa volta evitiamo di fare tanto rumore nulla.

piero giarda. a sinistra: vittorio grilli e, sopra, vincenzo fortunato

tratta di tagli lineari alla Tremonti, disegnati da uomini di Tremonti», ha commentato acido Giarda con i suoi interlocutori. Il ministro si riferiva a Vincenzo Fortunato, potentissimo capo di gabinetto del Tesoro, esponente di spicco della casta dei mandarini governativi, quelli che i ministri passano e loro restano. E al suo uomo più fidato, il direttore di gabinetto Marco Pinto. Sarebbero stati loro due a mettere a punto in gran segreto la relazione finale di Bondi, che a poche ore dal Consi-

glio dei ministri convocato per la sua approvazione neanche il premier aveva avuto il privilegio di poter sbirciare. A quasi 78 anni, dopo aver risanato Montedison (imponendo l’uso di carta ricliclata, mettendo all’asta pure i quadri dei Ferruzzi e facendo schizzare il titolo da 10 a 5.500 lire) e Parmalat (15,5 miliardi di euro di debiti accumulati con venti anni di bilanci fasulli, decine di fabbriche in fallimento e 90 mila risparmiatori inferociti solo in Italia), mancato di un soffio il timone della Fiat ed essere stato tirato in ballo per casi disperati come l’Alitalia e la Rai, Bondi non ha nessuna intenzione di perdere l’ultima occasione per con-

Bondi legge “l’Espresso”
Foto: D. Scudieri - Imagoeconomica, A. Dadi - Agf, M. Chianura - Agf

Un impegno davvero a tutto campo, quello di Enrico Bondi, commissario anti-sprechi addetto ai tagli di sedie e poltrone. Negli stessi giorni in cui dalla finestra del suo ufficio scopriva alcuni dipendenti del ministero dell’Economia che perdevano tempo fumando in cortile, e scendeva a balzi le scale per fare loro un rapporto disciplinare, passava subito dopo alla scrivania a leggere avidamente il numero 23 dell’Espresso del 7 giugno scorso, che annunciava in copertina un’inchiesta sugli enti inutili che “costano milioni di euro ma nessuno li taglia”.

Nessuno li taglia? Ora ci penso io. Bondi leggeva il pezzo sull’Ente per il Microcredito, nato per organizzare il soccorso agli imprenditori più poveri e marginali (quelli a cui le banche non scuciono un centesimo) ma ancora a corto di risultati concreti, a dispetto della sontuosa sede di Palazzo Blumensthil e dei circa 2 milioni di euro che ogni anno costa allo Stato, e zac, detto fatto lo inseriva nella spending review. Soppresso: un mese per sparire dal mondo. Con buona pace del deputato pidiellino Mario Baccini, a cui quell’ente era stato cucito addosso. Da presidente si prendeva 120 mila euro

lordi l’anno (oltre allo stipendio da parlamentare, s’intende) per condurre a termine la “grande missione di battere sul tempo la povertà”. Rinunciando alle sue prebende, magari avrebbe dato meno nell’occhio e l’Ente sarebbe ancora in piedi. Peccato. C.G.

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Attualità soldi & politica / l’inchiesta di FiRenZe

IL MINISTro LorENzo orNAGHI. IN BASSo: IL SoTToSEGrETArIo ANToNIo CATrICALà. A SINISTrA: MArCELLo DELL’UTrI DUrANTE UNA MANIFESTAzIoNE DEL PDL

U

na lobby in grado di condizionare parlamentari, imprenditori e burocrati di altissimo livello, interferendo perfino sul governo Monti. Presunto burattinaio, il senatore Marcello Dell’Utri. Braccio operativo, Massimo De Caro, ex «consulente speciale» di due ministri dei Beni culturali, arrestato il 24 maggio con l’accusa di aver rubato centinaia di libri antichi dalla Biblioteca dei Girolamini a Napoli, di cui era diventato direttore tra molte polemiche. Mentre i magistrati partenopei continuano a indagare sui maxi-furti addebitati a De Caro (che dopo il ritrovamento a Verona dei primi 257 preziosi volumi, ora è sospettato di averne trafugati più di 2.200), la Procura di Firenze ha scoperto le carte di un’altra inchiesta. La nuova accusa che accomuna De Caro e Dell’Utri è una presunta corruzione: tangenti per favorire l’espansione in Italia del gruppo Avelar-Renova, un colosso dell’energia controllato da un miliardario russo con base in Svizzera. Seguendo la pista degli affari i carabinieri del Ros hanno inter| 19 luglio 2012

Manovre in parlamento, entrature nel governo, tangenti su un affaire di gas. Si indaga sul potere del senatore. Che dura
DI LIRIO ABBATE E pAOLO BIONDANI
cettato De Caro per mesi, fino all’arresto per i libri rubati. Le telefonate considerate rilevanti svelano la sua rete di relazioni nei ministeri e nello staff di Palazzo Chigi. Un ruolo conquistato grazie al legame con Dell’Utri e i parlamentari più fedeli al senatore, che nel ’93-94 fu il creatore del partito-azienda di Berlusconi. DALLA RUSSIA CON DE CARO. Tra aprile e maggio 2009 Dell’Utri incassa 409 mila euro sul suo conto al Credito Cooperativo Fiorentino, la banca allora guidata dal coordinatore del Pdl Denis Verdini, poi commissariata dopo l’indagine sulla “cricca” degli appalti. A versargli quei soldi è il bibliofilo De Caro. Sulla carta è il prezzo di una «epistola di Cristoforo Colombo del 1493». Per i giudici di Firenze, però, la giustificazione «è del tutto fittizia»: Dell’Utri non aveva quell’incunabolo, mentre De Caro gli ha girato soldi che
Foto: M. Chianura - Agf (2), G. Quilici - Imagoeconomica

Dell’utri

Che energia,

aveva a sua volta ricevuto dai russi di Renova, di cui fino al 2009 fu manager (come rivelò “l’Espresso” del 22 dicembre 2010). Dunque quei bonifici, secondo i pm, servivano in realtà a comprare «l’influenza del senatore Dell’Utri sulle amministrazione pubbliche», per assicurare al gigante straniero, che in Italia fattura già un miliardo, nuove concessioni «di rilievo strategico», come i giacimenti di gas lucani a Grottole Ferrandina e Pisticci. Con le prime perquisizioni finora è emerso solo questa accusa, ma l’inchiesta è più ampia. Le intercettazioni documentano altri interventi di De Caro sul crinale tra affari e politica. E il suo cellulare registra le manovre di Dell’Utri e dei «suoi» parlamentari per influire su leggi e fondi pubblici. Per loro, Mario Monti è «un problema». Ma tra i papaveri della burocrazia c’è chi appoggia «l’uomo di Dell’Utri» perfino mentre il senatore è in attesa del verdetto per mafia della Cassazione. MI MANDA ROMANO. Nel marzo-aprile 2012, mentre è consulente ministeriale, De Caro si fa in quattro per favorire un progetto privato: un impianto fotovoltaico a Gela da 110 milioni di euro, «per un terzo coperti da contributi pubblici». L’imprenditore interessato è Paolo Campinoti della Pramac di Firenze, che è in cordata con il solito gruppo Renova del miliardario Viktor Vekselberg. Da Cipro, il colosso russo ha già versato 1,2 milioni a De Caro, che ne ha girati un terzo al senatore. Nel febbraio 2012 De Caro sta gestendo «un nuovo progetto con Saverio Romano», l’ex ministro delle politiche agricole imputato per mafia. Quindi annuncia a Dell’Utri che «lunedì 13 Campinoti mi fa visitare la sua fabbrica a Lugano, al ritorno mi fermo da lei». Il senatore commenta: «Ottimamente». In Svizzera De Caro non va in fabbrica, ma nell’ufficio di un avvocato del colosso russo. Il 23 marzo, al secondo «incontro riservato» a Lugano, partecipa anche un siciliano, Domenico Di Carlo: è il capo della segreteria di Romano e per i magistrati «rappresenta gli interessi dell’ex ministro». Prima e dopo ogni visita in Svizzera, De Caro va a rapporto da

Dell’Utri. E per i giudici è molto sospetto che Campinoti voglia cedere ai russi i «costi non industriali e di contorno». «Oneri di compensazione ai comuni? No, ai privati....», ci scherza sopra un faccendiere lucano, che segnala a De Caro le pretese di un politico soprannominato “Ciaffaraffà”. PRESSIONI SU ORNAGHI. Nato a Bari nel 1973, De Caro ha nel curriculum solo un’impresa (liquidata) di libri antichi e il lavoro di lobby per i russi, quando viene nominato, il 13 aprile 2011, «consulente speciale» del ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan. In giugno diventa anche direttore della biblioteca dei Girolamini. E il 15 dicembre viene riconfermato dal nuovo ministro, Lorenzo Ornaghi, ex rettore della Cattolica, che però gli taglia lo stipendio a 40 mila euro l’anno. Dal ministero, De Caro tratta con politici e

alti funzionari. Nel gennaio 2012 il senatore Elio Palmizio di “Coesione nazionale”gli annuncia un incontro con Ornaghi: «Mi ha chiamato il ministro, quindi ci vediamo prima noi per mettere giù tutte le cose da fare». All’uscita il parlamentare telefona a De Caro che «è andata bene»: «Abbiamo parlato di un sacco di cose. Con ordine: le deleghe lui non le fa scritte, però ci organizza l’incontro con il direttore generale delle biblioteche... Su Arcus mi ha detto che non c’è problema. Entro

Così faccio lobby a Palazzo Chigi
Massimo De Caro ha rapporti confidenziali con Sergio De Felice, già al Consiglio di Stato, ora nello staff di Palazzo Chigi con il sottosegretario Antonio Catricalà. I carabinieri li intercettano il 4 febbraio 2012. De Felice chiama per sapere se «un giovane advisor di Edison» sia davvero «amico del dottore», alludendo a Dell’Utri. De Caro pensa di sì e «verificherà». Poi parlano di nomine e lobby. De Felice: «Ma è bravo questo ministro?». De Caro: «Diciamo che Galan era cattivo...». De Felice: «Figurati. E Nastasi è sempre lì?». De Caro: «Sì però, sai, il ministro c’ha quell’attenzione molto cattolica, per cui non vuole che si muova niente, così almeno è sicuro che non si facciano errori. Quindi anche noi...». De Felice: «Tu stai sempre là?». De Caro: «Sì, mi ha riconfermato». De Felice: «Bene (…). Io invece sono molto contento: sono consigliere giuridico alla presidenza del Consiglio. Catricalà mi ha affidato la moglie, capo del dipartimento amministrativo... Ci sono state pure un po’ di polemiche...». De Caro: «Marito e moglie...». De Felice: «Lì passa tutto, per esempio l’Expo di Milano... Io sto avendo contatti con lei e Peluffo che è l’altro sottosegretario dopo che s’è dimesso Malinconico... Lavoro due-tre giorni pieni. Magari ci vediamo. Questo ti piace?». De Caro: «Molto». De Felice: «Catricalà prima mi propose cose importanti, poi da luglio ho capito che non s’è potuto muovere più di tanto... Ma dopo che in sei anni ho fatto il capo legislativo di quattro ministeri, il tempo è breve, volevo giocare in modo diverso». De Caro: «Hai fatto una buona scelta». De Felice: «La moglie è molto garbata, brava, però va supportata giuridicamente... Ti dico la verità, Massimo, ora è tutto molto più importante, perché le nomine, gli enti, i commissariamenti passano di lì... Tutta l’attività amministrativa passa di lì. Allora, praticamente, io riesco a fare lobby in senso positivo... molto più che all’interno di un ministero». De Caro: «Buona come cosa». De Felice: «Senti, caro, fatti vedere».
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Attualità
il suo brAccio destro erA consulente di ornAghi. Al telefono evocAvA interventi di pAsserA e dossier contro d’AlemA

la biblioteCa NaPoletaNa dei gerolamiNi. a destra: massimo de Caro

metà febbraio è operativo e da lì si parte per chiedere i soldi per le varie cose che ci interessano... Finché non si sblocca Arcus non posso fare un cacchio». Arcus è una società-cassaforte dei Beni culturali: secondo i carabinieri, il senatore pensava ai «suoi interessi». IMU ALLA CHIESA. Il 25 febbraio Dell’Utri è all’estero in attesa del verdetto per mafia. Alle dieci di sera De Caro gli chiede la sua approvazione a un «sub-emendamento sull’Imu della Chiesa» presentato dal senatore Salvatore Piscitelli: «Dove c’è un vincolo dei Beni culturali, non si deve pagare l’Imu... Ovviamente la Chiesa è d’accordo. Palmizio ha sentito il ministro Ornaghi che è contentissimo». Dell’Utri è «d’accordissimo»: «È una cosa di giustizia, sottoscrivo». De Caro aggiunge: «Monti ha tagliato anche le agevolazioni per le dimore storiche, mentre noi con l’emendamento diciamo che deve continuare l’esenzione». Dell’Utri approva, «perché ci interessano le cose della Chiesa». L’unico problema è interno al Pdl: De Caro vorrebbe pubblicizzare «una delle prime cose che ha fatto la nostra corrente del Buongoverno», ma «Letta voleva andare dall’associazione delle dimore storiche a dire: vi ho difeso io». Al che Dell’Utri s’infuria: «È un pezzo di m...». FALLO PER L’AMBIENTE. Il 15 marzo un funzionario delle Politiche agricole, Giamberto De Vito, segnala a De Caro l’imprenditore italiano C. che «vuole
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investire centinaia di milioni per le serre in Russia»: «Mi sono permesso di fargli avere la tua lettera d’intenti, che il ministro Catania non ha più portato avanti. Gli ho detto che hai un sacco di entrature». De Caro chiama subito l’imprenditore: «Vediamoci a Roma, ho l’ufficio al ministero dei Beni culturali...». De Caro era stato designato da Galan anche per il direttivo del parco del Gran Sasso, ma la nomina ora spetta ai nuovi ministri. Bisogna sapere se hanno già scelto un altro. Dopo una telefonata a Dell’Utri e un incontro con Romano, che vanta «ottimi rapporti con Catania», De Caro riesce a sapere che «non c’è ancora nulla di firmato»: glielo comunica il capo di gabinetto dell’Ambiente, che non è suo amico. Infatti De Caro gli telefona sotto falso nome: «Sono il dottor Tuzzi». PASSERA E LA REGIONE. Il 27 gennaio De Caro fa il punto su un progetto di Renova in Basilicata: «Oltre al politico nazionale, lì è intervenuto, sul presidente della Regione, il ministro Passera, perché ha ricevuto una telefonata molto minacciosa dall’ambasciatore russo, dicendo che se non avessero dato questa concessione, avrebbe creato problemi tra Italia e Russia». De Caro racconta spesso balle che gli fanno comodo. Certo è che l’oligarca Vekselberg è davvero protetto da Putin. D’ALEMA E LA LIBIA. In gennaio De Caro tenta di ispirare un dossier contro Massimo D’Alema. Come presunta fonte cita

l’amico pugliese Roberto De Sanctis, che lavorò con lui per i russi. «Roberto ha organizzato viaggi in Libia su mandato dell’altro quando era ministro, con aerei privati, per fare contratti con la società del gas libica. Ci sono anche scambi di lettere. Poi l’hanno presa nel sedere perché era calato il gas». Anche queste parole vanno prese con le pinze: l’amico di Dell’Utri può avere interesse a screditare D’Alema. Ma in altri casi De Caro parla direttamente con i politici. L’AMICO POMICINO. Quando il governo Monti annuncia il taglio degli incentivi al fotovoltaico, l’imprenditore Campinoti cerca «una via politica per tenere Gela fuori dal quinto conto energia». In aprile incontra a Palermo l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, che promette aiuto: «Bisogna salvare il progetto». L’imprenditore si è indebitato per la crisi e il politico di Tangentopoli gli garantisce appoggi anche con le banche. «Sono a Roma, oggi rivedo il gran capo», lo rassicura, senza fare nomi al telefono. MARCELLO IN CASSAZIONE. Il 9 marzo, mentre la Suprema Corte decide, Dell’Utri è all’estero. Quando esce la sentenza, è De Caro a passargli la moglie Miranda, che gli elenca gli amici in festa, da Verdini al senatore Riccardo Villari. Proprio De Caro è l’unico a sapere dov’è Dell’Utri: «Madrid? No, c’è un oceano di mezzo. Brasile? No: parlano spagnolo». n

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Foto: N. Pino - Controluce

Attualità dopo la proposta saviano
questi oltre il 50 per cento per la sola cannabis. Ecco che con norme fiscali simili ai tabacchi l’erario guadagnerebbe quasi 4 miliardi l’anno. Non senza regole. Perché, questo i pro-canne lo ammettono, ci sono pure i casi limite. Come Federico, 38 anni, milanese, di mestiere fa l’informatore farmaceutico. Con la valigetta di pelle in fila dal medico della mutua non s’è accorto che quello spinello tutto solo in auto o in veranda, che lo rimetteva al mondo, dice lui, era diventato un cappio: «Ogni santo giorno, rollavo in media otto o nove spinelli», racconta. Troppi. Così s’è presentato al consultorio di Milano e ha chiesto aiuto: «Noi trattiamo soprattutto cocaina, ma il 2 per cento dei casi riguarda la cannabis. Una cifra irrisoria, ma che mette a nudo un aspetto della questione che va tenuto in considerazione. In Italia pochissimi consumatori di droghe leggere ritengono pericoloso il loro comportamento, ma succede che a qualcuno sfugga di mano. Non per ragioni di dipendenza alla sostanza, come nel caso delle droghe pesanti, ma per problemi legati a depressione o disturbi della personalità che il soggetto aveva sottovalutato». Il bello è che, sul piano pratico, la colpa è proprio dell’ipocrisia italiana: «Di quei famosi 4 milioni di italiani che hanno fatto uso di canapa o marijuana, le statistiche dicono che meno dell’1 per cento lo ammette», spiega Saletti. Ecco perché anche chi, come lui, si schiera per lo spinello libero invoca «regole e controlli capillari del mercato». Anche perché nel sistema-marijuana c’è un baco silenzioso che finora è stato sottovalutato: gli Ogm. «Da qualche anno molta della marijuana e cannabis che circola non ha più nulla a che vedere con le piantine che conoscevamo. Oggi gli esperti hanno individuato 115 specie Ogm. Senza un controllo serrato della coltivazione, non sappiamo cosa stiamo assumendo», aggiunge. Con qualche rischio, visto che in alcuni casi le versioni “mostruose” hanno effetti diversi dai progenitori naturali. «La liberalizzazione porta dunque un vantaggio economico e contrasta la criminalità, ma deve avere dei paletti proprio come è stato per l’alcol, quando s’è vietata la produzione di liquori con gradazioni troppo alte». Ma l’Italia è ben lontana da questo traguardo. Addirittura il monito della Commissione globale per le politiche sulla droga, di cui fanno parte Kofi Annan e numerosi ex capi di Stato, che ha esortato - come Saviano - i governi a perseguire la via della legalizzazione delle droghe leggere perché «si indebolisca almeno la criminalità organizzata», in Italia rimane inascoltato. Mentre la mafia si arricchisce, «ogni anno le segnalazioni ai prefetti sono circa

la rubrica di roberto saviano, lo scorso numero dell’espresso, con la proposta di legalizzare le droghe leggere

Galeotta fu la canna

L’Italia ha il record di consumatori di marijuana: quattro milioni. Eppure discutere di liberalizzazione è ancora un tabù. E lo Stato lascia alle cosche un business miliardario
Di tommaso cerno
poneva di legalizzare le droghe leggere per sottrarre miliardi, armi e potere alle mafie. Un grido salito dritto da Gomorra che ha incassato subito l’appoggio di luminari della medicina come Umberto Veronesi, ma che ha anche risvegliato - come tutte le volte - i fantasmi dentro milioni di italiani. Già. Perché in Italia lo spinello è segreto. Si fa ma non si dice. Guai. Sempre più gente lo fuma. Mamme e papà. Figli e nipoti. Poi mamma sgrida il figlio. E il figlio ruba il fumo a mamma. Ma nessuno lo dice. E così per l’italiano medio vale ancora la regola: canna uguale droga. Pochi sanno che non è più così. E che nel nostro Paese lo spinello è un rito che coinvolge ormai 4 milioni di italiani. Avvocati, medici, notai. Idraulici, camerieri, disoccupati. Studenti e sfaccendati di ogni età e foggia. Sono il popolo radiografato dall’ultimo rapporto Onu, che ha spiegato come l’Italia dello spread alle stelle, in Europa un record ce l’ha: siamo noi quelli che hanno consumato più cannabis nel 2011, ben il 14,5 per cento degli italiani. Di tutte le età. Dai 15 ai 65 anni.

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edici anni. Napoli. È finito in manette con 10 euro in tasca: aveva venduto uno spinello a un amichetto. Diciannove anni. Roma. Due tizi si sono fatti un giro in galera: coltivavano, nel diroccato bagno di casa, tre piantine di marijuana a testa. Sono gli ultimi casi di piccolo spaccio da pochi euro. Con tanto di sirene, polizia, giudice, prigione e soldi spesi. Tre anonimi pizzicati proprio nelle ore in cui Roberto Saviano violava su “l’Espresso” uno dei più cristallizzati tabù made in Italy. E pro| 19 luglio 2012

È gente che non guadagna certo con la droga, come fa invece la camorra, ma è anche un esercito invisibile che non vuole dare troppo nell’occhio. Che non si dichiara. Che fa di nascosto, compra di nascosto e fuma di nascosto. «Capita un po’ quello che succedeva con i gay negli anni Ottanta, in Italia chi usa cannabis o marijuana ha ancora paura di dirlo. E così nel dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere prevale il fronte del no», spiega l’ex sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone, il primo a depositare alla Camera, già nel 1995, una proposta di legge per la canna libera, con 150 firme di deputati. Una norma che giace ancora lì. «Pochissimi lo ammettono, per cui sensibilizzare l’opinione pubblica diventa difficile». In realtà c’è di tutto nel carnet del fumatore medio. C’è il ragazzino che fuma con i grandi in famiglia, quello che fa la doppia vita, quello che non lo dice nemmeno agli amici. Li accomuna un fatto. Rischiano per comprare la marijuana e finiscono così per alimentare la criminalità. Tutto per un pregiudizio. Eppure a fare due conti, fra consumo diretto (e quindi tasse che andrebbero allo Stato anziché alle cosche), e risparmio di tempo e denaro fra forze di polizia e Legalizzare la marijuana? carceri stracolme, la legalizzazio- L’opinione dei cittadini italiani, valori in % ne dello spinello sarebbe una bocContrari cata d’ossigeno anche per i nostri conti in rosso. A spanne, spiega Achille Saletti, presidente di Saman, la rete di comunità fondate da Mauro Rostagno, «porterebbe un introito di almeno un miliardo e mezzo l’anno». Una cifra da capogiro in tempi di spending review e tagli draconiani. Stando a uno studio della Sapienza firmaSenza to da Marco Rossi, poi, si potreb- opinione be far pure meglio: «In Italia il Favorevoli costo del proibizionismo è in media di circa 10 miliardi di euro l’anno», quantifica il docente. Di

Divisi dallo spinello
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Valori per classi di età, in % Favorevoli

Favorevoli

Foto: Getty Images

Under 35 anni

Over 64 anni

i dati sono tratti, in esclusiva per “l’espresso”, dal monitor continuativo sull’opinione pubblica del paese realizzato dall’istituto nazionale di ricerche demopolis su un campione di mille intervistati, rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne. approfondimenti su www.demopolis.it

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Attualità
A processo il fondAtore del rototom: troppo fUmo Al festivAl reggAe. e lUi trAslocA in spAgnA
50 mila, il 68 per cento per gli spinelli. Vuol dire, dal 1990 a oggi, oltre un milione di italiani pizzicati», denuncia il Forumdroghe nel Libro bianco 2012. Per non parlare delle carceri che esplodono: «Il 38 per cento dei detenuti è dietro le sbarre per possesso di stupefacenti e, di questi, il 70 per cento per l’uso di cannabis e marijuana. Se si aggiungono i tossicodipendenti dentro per altri reati superiamo il 50 per cento della popolazione carceraria». E così finisce come a Osoppo, una cittadina abbarbicata sulle montagne della Carnia, in Friuli, dove sta andando in scena un processo che ha dell’incredibile. L’imputato è il Rototom, il festival di musica reggae più famoso d’Europa. Il capo della locale Procura ha mandato alla sbarra Filippo Giunta, patron della manifestazione, che portava su quelle montagne 150 mila persone da tutta Europa. L’accusa? Il parco del Rivellino dove cantò Bob Marley e ballarono i miti del culto rasta va considerato, secondo i pm, un “locale pubblico”. E quel popolo reggae salito lassù per ascoltare i ritmi del tamburi, un branco di spacciatori “protetto”, appunto, dagli organizzatori del Rototom. Per ora l’unico effetto è stato che il festival s’è trasferito in Spagna, dove ha trovato sponsor e appoggio da governi locali e polizia. Decine di migliaia di giovani partono dall’Italia. Molti sono gli stessi che hanno partecipato alla “Milion Marijuana March” di Roma, che lo scorso anno ha coinvolto oltre 50 mila persone. In Italia la mente della marcia di protesta contro il “neoproibizionismo” è Alessandro Buccolieri. Gli amici lo chiamano Mefisto e lui sta già lavorando all’edizione 2013. Con una novità: basta parate, ci sarà un grande evento-concerto sullo stile del primo maggio e una passerella di vip e artisti di fama mondiale, che stanno già aderendo. L’obiettivo: «Aprire davvero il dibattito sulla legalizzazione della cannabis in Italia: stop

umbERTO vERONESI

Mamme in coda al test del capello

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Foto: Tania - FOTOA3

genitori in ansia. È boom di test del capello a Roma. In coda mamme e papà che portano lo “scalpo” del ragazzino e attendono di sapere che combina con alcol e droga. «Nel solo 2011 sono stati oltre 5 mila i genitori che si sono rivolti al nostri centri», spiega Stella Giorlandino, responsabile ambulatori di Confsalute e ad del gruppo Artemisia. «E nel 2012 le proiezioni indicano un ulteriore aumento del 10 per cento». Dal test, con un centinaio di euro, si può avere la radiografia delle sostanze che il giovane assume: dalla nicotina alla cannabis, dall’alcol alla cocaina. «I genitori vengono quando scorgono un segnale: distrazione, sonnolenza o eccessi di aggressività. ForUM sUl web E così basta navigare un po’ sul Web per scoprire una silenziosa battaglia a distanza fra genitori e figli. Da una parte si moltiplicano i forum specializzati per donne che discutono dei figli con problemi di droga o alcol. Consigli, esperienze messe in comune, sfoghi di mamme spaventate che cercano ricette. Dall’altra, invece, i giovani si scambiano consigli su come sfuggire al controllo. E così sulla Rete discutono di come nascondere le canne, coltivare le piantine mimetizzandole, evitare che al test del capello mamma e papà possano scoprire gli altarini.

alla persecuzione dei consumatori, sì al diritto alla coltivazione di una specie, che è un patrimonio dell’umanità e uso terapeutico in tutto il Paese». Proprio come in Toscana, che non sembra nemmeno Italia. È stata la prima regione, un paio di mesi fa, ad autorizzare la cannabis contro il dolore. E la polemica è esplosa. E se è vero che fu l’ex ministro Livia Turco, già nel 2007, ad aprire quella strada, è anche vero che i pazienti che hanno chiesto di farne uso in altre regioni sono finiti stritolati dalla burocrazia. Liste di attesa interminabili, ordinazioni di farmaci all’estero con tempi biblici, iter stremanti. Tanto che mentre il professor Felicino Debernardi, primario dell’istituto antitumori di Candiolo, all’avanguardia nelle terapie antidolore, ha auspicato come Veronesi che l’Italia apra alla cannabis, le statistiche raccontano un Paese lontano anni luce da quel modello. Dove l’associazione Pic Pazienti Impazienti Canapa denuncia le sofferenze dei malati che, in altri Paesi della Ue, sono già trattati con la cannabis e qui non trovano ascolto. E pensare che perfino un super-proibizionista bacchettone come Carlo Giovanardi, quello che da sottosegretario voleva rendere obbligatori i test antidroga per i conduttori Rai, è finito in contraddizione. Mentre inveiva contro canne e spinelli, il “suo” dipartimento per le Politiche antidroga pubblicava una Bibbia proibizionista che, dopo una ventina di capitoli a senso unico, doveva prendere atto che la marijuana era utile per la sclerosi multipla e le terapie chemio. Tutte cure che, se affrontate con farmaci chimichi, costerebbero circa 3.600 euro al mese per ogni paziente, mentre nei Paesi dove la coltivazione è consentita non superano i 250 euro ciascuno. E l’elenco potrebbe continuare. Con le contraddizioni tipiche del nostro sistema. Come la storia di Fabrizio, un malato di Chieti che aveva ottenuto il permesso di importare cannabis per fini terapeutici, ma non aveva i soldi per potersi pagare il Bedrocam, un farmaco a base di cannaboidi. E così ha deciso di coltivarseli. Ma è finito in carcere e ora rischia vent’anni. n

Attualità rampanti in crisi
un aumento di stipendio di un milione che Perna si regala poco prima del fallimento. «Ma i fatti emersi sono presumibilmente solo una parte», accusano i magistrati. La reazione di “zio Tonino”, come lo chiamavano i suoi dipendenti per prenderlo un po’ in giro, visto che lui non era tipo da pacche sulle spalle, è una furia. Il suo legale, Marco Franco, ottiene dal Tribunale del Riesame di Campobasso non solo la scarcerazione, ma anche qualcosa in più. L’avvocato esibisce una perizia che convalida il prezzo di vendita della Isernian Consulting e che gli investigatori in azienda non hanno rintracciato; è lo stesso perito a fornigliela. Non è vero, dunque, che quell’esborso (55 miliardi di lire nel 1997) era privo di pezze d’appoggio. E i giudici di Campobasso bacchettano i pm: «Quella perizia avrebbero potuto cercarsela». A leggere il testo, nemmeno l’ordinanza che riporta Perna in libertà sembra priva di punti deboli. I giudici esaminano solo due dei numerosi fatti contestati dall’accusa. E neppure confutano l’idea dei pm che l’intera operazione Isernian sia stata organizzata proprio per trasferire la plusvalenza in Lussemburgo. La Cassazione, però, convalida la scarcerazione. Per Perna è una vittoria di tappa che lo fa agire come se avesse in mano l’assoluzione. L’industriale fallito, ma fortunato proprietario di Villa Bismarck e 191 opere d’arte, si scatena: impugna il pagamento dell’onorario di Mottura da parte della Procura; osserva con interesse la denuncia fatta da alcuni ex dipendenti contro le consulenze pagate dai commissari di governo; annuncia una richiesta di risarcimento danni. E, dice l’avvocato Franco a “l’Espresso”, chiede l’archiviazione, contro l’orientamento della procura, che sembra invece convinta di avere gli elementi per il rinvio a giudizio. Come finirà, si vedrà. Comunque vada, c’è un aspetto che fa sperare per il futuro dello stabilimento di Isernia. Il nuovo proprietario, Antonio Bianchi della Albisetti di Como, vi sta portando lavorazioni che prima faceva altrove. «Si era impegnato a rioccupare 570 persone, è arrivato a 730», dice Lino Zambianchi della Cgil. Per ora gli addetti usufruiscono di una speciale cassa integrazione: in parte lavorano e in parte fanno formazione sul posto. Ma un filo di speranza c’è. n
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Collezionista di crac

ittierre holding a isernia. sotto: una veduta di capri. a sinistra: tonino perna

Il business della moda. Le ville. Il tesoro in quadri. Poi il fallimento e il carcere. La parabola di Tonino Perna. Che non si dà per vinto
Di LUCA PiANA

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ianni Versace invitava i suoi ospiti a Miami, Dolce e Gabbana a Portofino, Roberto Cavalli ha una mega villa in Toscana, pensa davvero che io avrei potuto dire ai miei soci: dai, venite nel weekend a Isernia, che ci confrontiamo sul piano strategico...». Isernia in verità, a vederla in queste giornate di sole, arroccata su un’altura in mezzo alle montagne verdissime del Molise, è davvero un bel posto. A Tonino Perna, l’industriale della moda che fino al crac del 2008 valeva una fetta enorme del Pil della regione, oggi al centro di un’inchiesta giudiziaria che tra mille colpi di scena sta arrivando al termine, la sua città d’origine andava però stretta. Per questo, come ha raccontato ai magistrati, aveva messo gli occhi su Capri. Nell’isola madre di tutte le mondanità non si era limitato a una dépendance. Aveva acquistato un albergo - il Weber - e una delle dimore più ambite, Villa Bismarck, celebre per il parco che si affaccia direttamente sulla Marina Grande. Da Isernia a Capri al buco di oltre 600 milioni patito da banche, sottoscrittori di bond e fornitori, la parabola di Perna è una storia che i materiali dell’indagine permettono ora di ricostruire. In città raccontano di un imprenditore partito dal nulla, «lui e il fratello erano sarti», dicono. La prima avventura, i jeans Pop 84, finisce in fallimento. Tonino allora si mette da solo. E decolla. A partire dagli anni Novanta produce linee di abbigliamento come D&G, Just Cavalli, Galliano. Si quota in Borsa. Compra le carte di credito Diners e l’editore Franco Maria Ricci. A Isernia dà lavoro a mille dipendenti, il doppio nell’indotto. Sviluppa griffe sue. Ne compra altre, come la maglieria fiorentina Malo e una delle firme più prestigiose del prêt-à-porter, Gianfranco Ferré. Essere partito dalla gavetta,
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spiega ai magistrati, è la carta giusta per convincere il sofisticato stilista milanese (scomparso nel 2007) a vendergli l’azienda: «Diceva che i miei concorrenti offrivano di più ma di aver scelto me perché venivo dal pascolare le pecore». A quei tempi Perna sembra andare alla grande. A Villa Bismarck si fanno feste zeppe di volti noti, da Lamberto Dini a Christian De Sica, da Santo Versace a Fabio Cannavaro. Nella scalata alla celebrità, però, non tutto fila liscio. L’albergo Weber lo rivende con gravi perdite a causa, spiega Perna ai magistrati che s’interrogano sulla fuoriuscita di denari, di minacce ricevute dalla malavita locale: «Andavamo lì, mettevamo i lucchetti, e quando tornavamo erano rotti», dice. La moglie Giovanna, poi, si candida a

sindaco di Colli al Volturno, dove vivono molti lavoratori, ma non viene eletta, suscitando rancori. Soprattutto, però è il gruppo a faticare e così, nel 2008, Perna finisce gambe all’aria. L’Ittierre ha raggiunto i 700 milioni di ricavi ma i debiti sono cresciuti di pari passo. Non riesce a restituire un prestito e chiede l’amministrazione straordinaria. Arrivano tre commissari che, oltre alle 13 aziende operative italiane, estendono il fallimento a una holding lussemburghese dove c’è il pacchetto di controllo del gruppo, la PA Investments. Perna non si oppone. O pensa di non avere nulla da temere o, magari, fa i suoi calcoli: anche la PA ha parecchi debiti ai quali non è in grado di far fronte (concessi da Efibanca, di cui Perna era stato amministratore).

Qui, però, succede il patatrac. Grazie ai quattrini affluiti nel Granducato, la famiglia ha intrapreso una serie di affari che suscitano l’attenzione dei commissari. Non c’è solo Villa Bismarck, le cui spese di ristrutturazione e gli arredi vengono pagati dall’azienda («Motivi di rappresentanza», si difende lui), che la prende in affitto da una fondazione dietro la quale ci sono i figli. C’è anche una vasta collezione di opere d’arte che ha messo insieme per dare linfa a una galleria aperta a Roma e che tiene in gran parte in casa, a Isernia: sono 191 pezzi tra mobili antichi, sculture e dipinti firmati da artisti come Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Giacomo Balla, Emilio Vedova e Mimmo Paladino. Partono gli esposti e si attiva la Procura, guidata da Paolo Albano.

I magistrati studiano il dossier. Chiamano un noto commercialista di Roma, Giovanni Mottura, per radiografare le operazioni del gruppo. Lo scorso 9 gennaio il primo colpo di scena: Perna viene arrestato, con l’accusa di bancarotta per aver distratto in 15 anni «almeno 61 milioni» dalle società poi fallite. C’è una controllata, la Isernian Consulting, venduta dalla holding lussemburghese all’azienda italiana a valori di gran lunga superiori al patrimonio. C’è un prestito di 6,7 milioni che Perna al momento del crac non aveva restituito. C’è l’accusa di aver giocato sui prezzi delle merci che il gruppo acquistava. C’è un finanziamento da 7 milioni a una partecipata poi ceduta a prezzo simbolico a una società riconducibile all’industriale stesso. E non manca

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Foto: A. Cesareo - Fotogramma, Visum -LuzPhoto, P Bartolomeo .

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n. 29 - 19 luglio 2012

Mondo
Libia

Politica | analisi | oPinioni | africa | asia | america | euroPa

Pakistan

Scontro atomico

A Tripoli è Primavera

foto: Eyevine - Contrasto, A. Gyori - AGP / Corbis

Uno schiaffo a chi si è opposto all’intervento Nato in Libia giudicandolo inutile o controproducente. Se verranno confermati i risultati parziali dello spoglio, la vittoria della coalizione liberale sugli islamisti nelle prime elezioni libere in Libia è la conferma che dopo Gheddafi si aprono interessanti prospettive democratiche per il Paese. A differenza che in Tunisia e in Egitto, dove i regimi avevano comunque permesso alle formazioni religiose di consolidarsi e fare proselitismo se non in politica almeno nel sociale, in Libia islamisti e liberali partivano ad armi praticamente pari: Gheddafi aveva bandito qualsiasi forma di associazionismo che non prevedesse la venerazione della sua persona. I libici, tranne una manciata di uomini tra cui il leader della grande coalizione liberale Mahmoud Gibril, ex primo ministro del governo di transizione ed ex collaboratore di Gheddafi passato dalla prima ora dalla parte della rivoluzione, sono politicamente analfabeti. Le istituzioni sono da costruire da zero. Proprio per questo l’entusiasmo è stato

altissimo, nella diffusa certezza che le risorse petrolifere potranno garantire il benessere ad una popolazione di soli 6 milioni e mezzo di abitanti. E non c’è mai stato un vero problema religioso: la gente è per la stragrande maggioranza molto conservatrice. Non solo non vede negli islamisti l’unica possibilità di riscatto, ma dopo oltre quarant’anni di isolamento dal mondo, è impaziente di spalancare le porte a turisti e investitori. E poi diffida di un’influenza indebita - religiosa ed economica - sia di Stati come il Qatar sia di gruppi jihadisti. La strada che la Libia ha davanti sarà lunga e complicata: le milizie di Misurata e Zintane non sono state ancora ricondotte all’interno di un esercito e un corpo di polizia nazionali, le tendenze separatiste della Cirenaica sono lontane dall’essere sopite, e, soprattutto, non è ancora chiaro come verranno spartiti i proventi del petrolio. Ma la Libia è la dimostrazione più evidente che la Primavera araba non è morta. È solo agli albori.
Federica Bianchi

È ormai guerra aperta tra magistratura e politica in Pakistan. E la questione potrebbe essere rubricata come bega interna se non fosse che l’instabilità del Paese con l’atomica e chiave per tutte le questioni regionali (in primo luogo, l’Afghanistan, ma anche il rapporto con l’altra potenza nucleare, l’India) preoccupa il mondo intero. La Corte Suprema ha sfiduciato l’ormai ex premier Yousuf Raza Gilani incriminandolo per il suo rifiuto a sottostare alla richiesta della stessa Corte di riaprire i casi di corruzione ancora pendenti nei confronti del presidente Asif Ali Zardari. E ha emanato un ordine di arresto nei confronti di Makhdoom Shahabuddin, scelto in un primo momento dallo stesso Zardari e dal partito di maggioranza del Pakistan People’s Party (Ppp) per sostituirlo. La poltrona di premier è stata assegnata a Raja Parvez Ashraf, che rischia però di fare la fine dei suoi predecessori. Anche sulla testa di Ashraf pende la spada di Damocle dell’avviso di garanzia, per reati commessi al tempo in cui era ministro dell’Energia elettrica e delle Acque. Il tempo di permanenza di Ashraf al governo dipende dalla sua disponibilità a eseguire gli ordini della Corte e incriminare ancora una volta Zardari. Al vedovo di Benazir Bhutto, inquisito per diversi reati in patria e all’estero, era stato concesso di rientrare in Pakistan beneficiando del cosiddetto decreto di Riconciliazione nazionale emanato dall’allora presidente Musharraf. Il decreto, studiato per permettere alla Bhutto di rientrare in patria, è stato in seguito dichiarato nullo dalla Corte Suprema. Francesca Marino

In ALto: MAhMouD jIBRIL vInCItoRE DELLE ELEZIonI In LIBIA. A DEStRA: ASIf ALI ZARDARI
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Mondo francia

hollande

La compagna Valérie contro l’ex Ségolène. E viceversa. L’ostilità nel partito di Martine Aubry. Il nuovo presidente ha un problema: troppe regine attorno
Di Denise parDo

donne e guai

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ossero solo spread, disoccupazione, debito pubblico, pareggio di bilancio, la grande industria in crisi, le Front de la gauche e la “gauche molle” i problemi di François Hollande e della sua giovane presidenza, lo standard sarebbe più o meno simile a quello di tutti i leader europei. Ma l’uomo che ha saputo riportare la sinistra all’Eliseo, il secondo presidente socialista della Quinta Repubblica, il testimone della “transition tranquille”, la vera sorpresa degli ultimi vertici di Bruxelles, è al centro di un ginepraio politico-affettivo, un gineceo molto poco “tranquille” e altrettanto poco republicano, emblema di un giacobinismo sentimentale più parigino che francese, sicuramente fuori da qualsiasi norma mai accettata prima. A casa, e fosse almeno l’Eliseo, non l’appartamento del XVI arrondissement, borghesia pura sempre per volere di lei, c’è Valérie Trierweiler - messa in quarantena aspettando la festa del 14 luglio - e tutto il mondo ha saputo cosa vuol dire dopo il suo famigerato tweet. A capo del partito c’è Martine Aubry con cui non è mai stato un idillio e figuriamoci ora che non è stata scelta come sperava per l’Hôtel Matignon, residenza del primo ministro. All’interno

del partito c’è Ségolène Royal, l’ex compagna di vita, la madre dei suoi quattro figli (che ora, maledetto tweet, hanno ripudiato Valérie pubblicamente) da ricollocare, se non risarcire dopo troppe sconfitte in una posizione politicamente apprezzabile: ma si tratterebbe di sfidare Valérie, un’erinni al solo pensiero, e anche metà dello stesso Ps. Royal, la nuova Marianna di Francia, ha appena risposto alle voci su una possibile presidenza delle associazioni delle regioni, dell’Internazionale socialista, della Banque d’Investissement. «Verrà il momento in cui sarò utile per una funzione», ha dichiarato patriottica. Che Dio salvi le président. Un vaudeville, l’ha definito la destra. Un melì-melò, una mescolanza, un guazzabuglio, una confusione, ha decretato quel che resta dell’alta burocrazia della presidenza Mitterrand di cui Hollande è stato portavoce e molto soggiogato, lontano anni luce dallo stile della première dame Danielle e

vAlÉRIe tRIeRweIleR, lA nuOvA COmpAGnA DI hOllAnDe. A sInIstRA: sÉGOlène ROyAl

del presidente che pur ebbe il suo daffare e anche una figlia segreta, la bella e adorata Mazarine, fuori dal letto coniugale. La Francia profonda, rurale, provinciale, balzacchiana a cui appartiene con fierezza il neo presidente, depressa dal milione di disoccupati, dal risanamento impellente dei conti pubblici e da un futuro mai come ora incerto credeva però con l’uscita di scena di Nicolas Sarkozy di aver chiuso un periodo di turbolenze caratteriali e sentimentali molto televisivo poco adatto all’umore del paese. Votando per trasformare la vita ordinaria di un uomo normale in una favola straordinaria non si sarebbe mai aspettata di assistere al dipanarsi di una trama che incrina, peggio, può ridicolizzare la sacralità dell’Eliseo e della nazione che sembrava finalmente riconquistata. E invece: ecco qua in fumo già sette punti

di popolarità per Hollande, secondo il sondaggio Viavoice dei primi di luglio, e tra le varie ragioni del malumore, crisi economica e quel che ne consegue, les citoyens hanno indicato anche il famigerato tweet di Valérie. Quello in appoggio a Olivier Falorni, il dissidente candidato al seggio di La Rochelle contrapposto all’odiata Ségolène e paraninfo, quindi più che degno di riconoscenza, dell’iniziale clandestinità nel 2005 con il futuro presidente. Un tweet che ha mandato un patrimonio di consenso in tilt. Prima di tutto l’ammirazione per una première dame, «un second rôle» l’aveva definito Valérie, al secolo Massonneau, origine modeste, gusti altolocati, quinta di sei figli, decisa a continuare a lavorare (a “Paris Match”, il suo giornale, dove oggi recensisce giudiziosamente romanzi e pamphlet) per mantenere la sua famiglia, tre figli avuti dal germanista di cui porta ancora il cognome. Per carità «tout casse, tout
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Foto: D.Rouvre - Corbis Outline, Afp - Getty Images

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Mondo
passe» si dice in Francia ma certo Valérie ha perso almeno per ora l’occasione di diventare l’icona contemporanea di una cinquantenne francese bella, divorziata, lavoratrice e indipendente. Ma il tweet ha lasciato conseguenze anche più gravi. Ha congelato il rapporto diventato affettuoso con Thomas, il figlio avvocato che molto ha contribuito al successo dell’elezione del padre, sempre a fianco anche della madre nelle presidenziali del 2007, e quello con gli altri tre ragazzi, Julien che lavora nel cinema, Clémence, studente di medicina e Flora, l’unica con ambizioni politiche. Ha raffreddato anche le relazioni con i media, gestite in modo sublime nei giorni di fuoco del tour elettorale (fu sua l’idea di una stretta di mano pubblica e a sorpresa con Ségolène che commentò dopo: «Mi domandavo perché stesse avanzando un plotone di flash»), ora critici nei suoi confronti (“La première peste de France”, hanno titolato) e freschi di un dibattito eccitato e sociologico sui diritti e sulle pene delle donne.«A che gioco giochi?», ha chiesto minacciosa a una collega di “Paris Match” che aveva osato omettere l’ex alla parola coppia parlando di Hollande e Royal. A Parigi si diceva, prima del tweet, a onor del vero, ora il giudizio è sospeso: non è Valérie a scegliere chi farà carriera nell’amministrazione Hollande. Ma certo chi è vicino a lei ha buone probabilità di avvicinarsi a Hollande. È stato il caso di

Manuel Valls nominato ministro dell’Interno, ex gran maestro d’Oriente di Francia, con il quale si era creata una grande complicità in campagna elettorale, ha raccontato Valérie. Nel cono d’ombra è, invece, finito Julian Dray cacciato da lei dal quartier generale del candidato per due mac- THoMAS HoLLANDE CoL DEPuTATo RAzzy HAMMADi. chie indelebili: essere A DESTRA: FRANÇoiS, stato intimo ai tempi di SégoLèNE CoN TRE DEi Segò e aver invitato al FigLi PiCCoLi E uN RiTRATTo suo compleanno Domi- Di HoLLANDE oggi nique Strauss-Kahn. Non manca di pesare anche la diffidenza da parte dei dirigenti socialisti: prima di diventare l’amante del segretario, da giornalista al seguito del Ps, Treirweiler raccoglieva segreti e giudizi incrociati, gli uni sugli altri, degli élephants del partito che oggi sanno bene che lei sa. Ora Valérie ha un bureau all’Eliseo e come capo di gabinetto l’esperto Patrice Biancone, un ex luglio Treirweiler si è dedicata a una carigiornalista di Rfi. Ma su lei è calato un tatevole visita in sordina a un centro di pietoso silenzio e non si è mai più vista in bambini handicappati di Calais. Ma ha un viaggio presidenziale. Mentre i polito- lasciato tutti di stucco arrivando, secondo logi si interrogano sul destino del sociali- le scandalizzate voci della Côte d’Opale, smo promesso da Hollande, l’opinione con cibi propri. Una première dame con pubblica si chiede: si sposeranno? Si la- cibi propri? Per non disturbare, ha spiesceranno? Può un capo di Stato permet- gato. Se il presidente non riesce a controltersi una compagna priva di una sensibi- lare Valérie, è la domanda, potrà controllità istituzionale e rappresentativa? Il 5 lare la Francia?
di gigi Riva

valérie ha pesato nella scelta della squadra. Ma dopo il tweet contro la rivale ora è relegata ai Margini
ta su quella che è diventata una faccenda di Stato. Il senso di colpa per le sconfitte di Ségolène, una dopo l’altra, certo: l’Eliseo, la segreteria del partito, la fine della loro storia. Peccato che questo non abbia fatto saltare i nervi solo a Valérie. Ma abbia dato anche molto fastidio a tutti i socialisti che non erano stati degnati di un endorsement del presidente, stufi di favoritismi e di equilibrismi sentimentali. Parigi brucia di voci e di su pposizioni sul futuro dei protagonisti. L’affaire causa problemi continui anche al cerimoniale dell’Eliseo, tra l’altro impreparato a una “première dame single”. Posizione ancora più delicata quella di Madame Royal. All’insediamento presidenziale, per esempio, nonostante sia una personalità di spicco, Ségolène ha preferito non andare. Ha spiegato: «Ci siamo messi d’accordo con François, era una questione di tatto e solennità. Potete immaginare il diluvio di commenti che si sarebbe scatenato?». Nel partito c’è Aubry che scalpita, forte dei risultati della sua segreteria - il colpo dell’Eliseo, la vittoria alle legislative - sul piede di guerra in vista del congresso socialista di ottobre. Non vede solo Jean Marc Ayrault, il primo ministro che l’ha surclassata come il fumo negli occhi, ma anche Hollande che ha osato proporle un ministero non all’altezza, si dice la Cultura. Tanto che aveva minacciato: «Plutôt laver les chiottes». Traduzione: meglio pulire le toilette, per dirla in modo soft. Ma dove diavolo si è cacciato Molière? n
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Tra dialogo e rottura
RuptuRe fu la parola di Nicolas Sarkozy, peraltro poi disattesa. Era il 2007, doveva ancora arrivare la crisi e la Francia “blingbling” era un sogno da vendere sul mercato politico, una promessa di felicità per tutti i cittadini della République. dialogue è la parola di François Hollande, cinque anni e due crisi dopo. Meno reboante e più noiosa ma necessaria per un Paese che, seppur in ritardo, ha scoperto di avere (parte) degli stessi problemi dei vicini latini. Ma se si va oltre gli slogan si scoprirà che, a dispetto del vocabolario, rupture e dialogue nel lessico parigino sono termini simili. Perché alla fine si misurano con la realtà e la politica è notoriamente l’arte del possibile. Sarkozy cominciò da rodomonte e finì col concertare, spingendosi addirittura

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Foto: Corbis, D. Allard / Rea - Contrasto, Afp - Getty

a reclamare più Stato e meno mercato, bestemmia per un liberista e soprattutto per uno come lui che sull’invadenza del pubblico ci aveva costruito una campagna. All’opposto Hollande qualche rupture con un passato di generoso welfare dovrà pur provocarla se vorrà rispettare un programma che ai primi tre punti recita: risanare i conti dello Stato, recuperare la competitività, creare occupazione. Con un equilibrismo degno della sua fama di mediatore, nei suoi primi sessanta giorni è riuscito nell’impresa di non scontentare nessuno (tranne le sue donne). Ma la luna di miele non si nega a un presidente. A breve sarà costretto a scelte dolorose che, come tali, eroderanno il consenso. Deve trovare i 33 miliardi necessari per riportare al 3 per cento il disavanzo entro la fine

dell’anno prossimo (ora viaggia attorno al 5 per cento). E non saranno sufficienti l’aumento della patrimoniale al livello preSarkò (che l’aveva abbassata), l’imposta al 75 per cento per i redditi superiori a un milione di euro, proposta caratterizzante del suo mandato, e la riduzione di alcune agevolazioni fiscali. L’imperativo è quello di contenere la spesa pubblica che ammonta al 56 per cento del Pil, record assoluto per i Paesi dell’eurozona. E cercare di abbattere un debito ormai arrivato al 90 per cento. Tutto questo in un Paese dove Wil settore manifatturiero è sceso al 13 per cento della ricchezza prodotta. Per il socialista François Hollande far quadrare i disastrati conti mantenendo la pace sociale è un’impresa ancora maggiore della soluzione del suo rompicapo familiare.

In Europa Hollande se la cava alla grande. Con Angela Merkel si sono molto intesi, entrambi sono ponderati, secchioni, pragmatici. Al vertice del 29 giugno, il presidente francese è stato molto leale con Monti appoggiando fino alla fine lo scudo anti-spread e non cedendo alle lusinghe tedesche sulle concessioni per la crescita, leit motiv della sua elezione. E - quanto contano i dettagli - ha fatto un grande effetto il suo arrivo a Bruxelles in treno. È salito alla Gare du Nord a Parigi, è sceso a la Gare Midi in Belgio. Il pensiero è subito andato agli arrembaggi di Sarkozy: prima ancora che si materializzasse si sentiva il rumore delle sirene, il rombo degli aerei, il tuono degli elicotteri. Ma il presidente del “compromesso positivo” lanciato alla Conférence sociale del 9 luglio e della concertazione preventiva non ha ancora trovato il passo, l’andante, la velocità nel gestire il dossier al femminile. C’è stato l’impulsivo e disastroso tweet di Valérie, Eva contro Eva ancora una volta. Ma c’è stato anche il pubblico sostegno di Hollande a Ségolène per La

Rochelle, detonatore di tutto. E dire che l’uomo è un mediatore, un tipo prudente, sopravvissuto a un padre di estrema destra e a una madre di sinistra: quando era meno in auge lo chiamavano “Flamby” con il nome di un famoso budino francese. Una volta qualcuno disse che sembrava il protagonista di un film di Claude Chabrol, il francese medio, bon vivant, sposato ma che fa il piedino all’amante sotto al tavolo e viene scoperto. E, in effetti, per lui è andata così. L’appoggio all’ex compagna è stato il frutto del senso di colpa, ha decretato tutta la psicologia francese interroga-

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Mondo inghilterra
Barclays o Lloyds ad altri minori istituti di credito. Dal voto di protesta al conto di protesta insomma. Sono segnali dell’umore nazionale che la classe politica stenta a cogliere. Salta infatti all’occhio il contrasto tra l’indolenza del governo nel rispondere a ripetuti crimini che costano miliardi alla collettività e le punizioni fulminee ed esemplari ai ladri di galline delle sommosse della scorsa estate: due pesi e due misure in un Paese che tollera con nonchalance la maggiore povertà infantile d’Europa come le paghe da favola dei “city boy”. E che taglia il welfare alla prima con più slancio dei bonus ai secondi. Governo e opposizione ne escono altrettanto male. Tories e Labour hanno istituito una commissione parlamentare d’inchiesta bipartisan nella speranza di risolvere il tutto rapidamente, nonostante il laburista Ed Miliband avesse chiesto la convocazione di un’inchiesta pubblica e indipendente. Mentre l’imbarazzo per David Cameron, figlio di un banchiere e leader di un partito sovvenzionato munificamente dalla City in cambio di politiche che la proteggano, cresce. Che il Re fosse nudo si sapeva. La consapevolezza di queste pratiche era diffusa nelle trading room e fuori. Ma ora che Barclays è uscita allo scoperto, la crapula dei derivati e degli altri prodotti generati grazie a operazioni di stupefacente complessità è probabilmente giunta al capolinea. Perché Barclays, uno dei “big five” (le altre sono LloydsTsb e Royal Bank of Scotland, entrambe nazionalizzate, l’americana Hsbc e la spagnola Santander) che dominano il mercato nazionale, non è che la punta di un iceberg che potrebbe estendersi ad altri giganti dell’Eurozona, tra cui la Deutsche Bank, e in Usa, con JpMorgan Chase e Citigroup, fino a organizzazioni per definizione irreprensibili, come la Bank of England, la Financial Services Authority (Fsa) o la British Bankers Association. Secondo Tom Kirchmaier, docente di business alla London School of Economics, è quest’ultima la vera responsabile: un organismo «incompetente e cieco rispetto a quanto accadeva, che dovrebbe autoregolamentarsi e non è stato capace». Le dimissioni di Bob Diamond, l’amministratore delegato americano della Barclays, non hanno calmato le acque. Ha dichiarato di essersi «sentito male» nel leggere le e-mail in cui i suoi sottoposti si

C’era una volta la City
Lo scandalo della Barclays, l’ultimo di una lunga serie, ha minato la fiducia degli inglesi nella capitale della finanza mondiale. E i risparmiatori minacciano di spostare i loro conti nelle banche più piccole

U

Di leonarDo clausi Da lonDra
completo: sta spingendo sull’orlo dell’esasperazione l’opinione pubblica britannica che, per quanto flemmatica e restia a indignarsi, sta dando segni di forte insofferenza. In tanti vorrebbero vedere le banche completamente nazionalizzate, anche se è più probabile che venga reintrodotto qualcosa di simile al Glass–Steagall Act, la legge americana che dopo la grande depressione separava le attività di investimento da quelle commerciali, o il ridimensionamento dei maggiori istituti di credito per favorire la competizione. I tabloid, almeno quelli di centrosinistra come il W“Daily Mirror”, chiedono a gran voce la galera per «gli squali», e c’è chi invoca vere e proprie purghe nel consiglio di amministrazione della banca incriminata. Barclays aveva già subito una rivolta dei propri azionisti lo scorso aprile, infuriati dai bonus che la banca aveva deciso di pagarsi per il 2011. Ora una sempre maggiore quota di correntisti sta scegliendo di «votare col proprio portafoglio»: di esercitare cioè la propria volontà democratica non cambiando i vertici politici organici a un sistema malato, bensì spostando i propri risparmi dalle grandi banche come
ImpIegatI della cIty. nell’altra pagIna da sInIstra: bob dIamond, protagonIsta dell’ultImo scandalo, Il premIer davId cameron e tony blaIr

na Götterdammerung finanziaria, la caduta degli Dei del Valhalla azionario traditi dalla propria arroganza e avidità, cui si cercherà di rimediare con un paio di decapitazioni eccellenti e una raffica di riforme, sempre che la pazienza di chi è solito farne le spese, i cittadini, non si esaurisca. L’affaire Libor ha mandato in frantumi non solo la reputazione del colosso Barclays e della City di Londra, cuore della finanza mondiale e fiore all’occhiello dell’economia nazionale, oltre a quella della classe politica al

In cifre
Foto: I. Berry - Magnum / Contrato Rex - Olycom (2), C. Bibby - Financial Times - Rea / Contrasto

la city of lonDon è il più grande centro finanziario del mondo con ricavi di 1.400 miliardi di dollari al giorno pari al 46 per cento del totale generato a livello globale. si estende su un’area di tre km quadrati. ospita oltre 500 banche, di cui circa la metà (241) straniere, e centinaia di società finanziarie, che danno lavoro in totale a quasi 320 mila persone. il valore totale Degli asset delle banche della city è pari a cinque volte il prodotto interno lordo inglese. nella city si proDuce il 10 per cento del prodotto interno lordo britannico. gli scambi sulle valute, derivati compresi, sono pari a 1.9 trilioni di dollari al giorno, il 37 per cento del totale globale. vi si effettua il 70 per cento degli scambi di bond globali denominati in euro. alla sua borsa sono quotate 604 società straniere.
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accordavano affibbiandosi nomignoli goliardici e pregustando brindisi a base di Bollinger: ma è probabile che abbia esagerato la sua sensibilità, soprattutto a sentire le dichiarazioni di un anonimo banchiere a “The Independent”, secondo cui i vertici della banca, lui compreso, sapevano tutto. Il boss della Barclays, fuori tempo massimo e a scandalo consumato, ha fatto il gesto di rinunciare ai bonus. Che peraltro gli sarebbero stati forse negati, come a Sir Fred Goodwin che, dopo aver mandato la Royal Bank of Scotland a fracassarsi sugli scogli, non voleva rinunciare a una pensione non proprio da esodato (900 mila euro l’anno). Diamond non è che l’ultimo Ceo nella bufera per il contrasto a dir poco surreale fra i livelli del proprio stipendio (mostruosi), le perdite di cui è responsabile (ingenti) e i benefici resi ai clienti e agli investitori della sua banca (trascurabili). La débâcle Barclays arriva poco dopo il caos della Natwest, controllata da Royal Bank of Scotland, quando un errore informatico aveva bloccato i prelievi scatenando un’ondata di panico: in molti avevano temuto una crisi di liquidità come quella che portò al collasso di Northern Rock nel 2008. La tragica ironia è che il cartello bancario britannico (tutto è in mano a pochi colossi, contrariamente al resto d’Europa, dove abbondano banche locali di media e piccola taglia), fin dalla famigerata deregulation del 1986 con cui la Thatcher lanciò a briglia sciolta il focoso destriero della City, si è sviluppato principalmente sul trading che dà profitti a brevissima scadenza, trascurando l’assai meno remunerativa attività commerciale: così nell’attuale crisi le banche non prestano denaro a sufficienza alle piccole imprese per stimolare la ripresa. Stipulato dai Tories per fronteggiare la crisi della deindustrializzazione e recuperare terreno rispetto a Wall Street, il patto scellerato è

stato rinnovato da Blair e Brown, in una continuità che concorre a rendere i due partiti sempre meno distinguibili. «La City sembrava il luogo giusto per ospitare queste attività», continua Kirchmaier: «Ora che risulta evidente l’insostenibilità dello status quo si vorrebbe spostare il baricentro delle transazioni in Europa. Ma il vero problema è come regolare le banche, stabilire quanti rischi siamo disposti a lasciar loro assumere». Resta impressionante la recidività di molti banchieri dagli occhi iniettati di soldi. Dopo la crisi del 2008, i boss delle maggiori banche hanno continuato a fare come se nulla fosse, protetti da una connivenza collettiva nel nome del disegno neoliberista. Ma la lista degli scandali comincia a essere lunga: si va delle spese personali dei politici alle intercettazioni telefoniche sospette, dai bonus a banchieri rapaci pagati con denaro pubblico alla corruzione preoccupante nella polizia (con 8.500 accuse mosse agli agenti in tre anni) fino a quest’ultima resa dei conti nei vertici Barclays. Abbastanza da erodere un consenso che ha radici secolari. n
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Mondo

Tahar Ben Jelloun Senza frontiere

Dietro gli islamici ci sono i militari

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mmaginate che Totò, accusato di «attentato alla religione cattolica» dalla Democrazia cristiana dell’epoca,fosse stato condannato al carcere: avrebbe fatto ridere tutta l’Italia. È quanto è appena accaduto al Cairo dove Adel Imam (71 anni, un comico molto popolare) è perseguito dalla giustizia per «diffamazione contro l’Islam». Il tribunale del Cairo l’ha condannato a tre mesi di carcere. Adel Imam ha fatto appello. La notizia ha fatto ridere alcuni e compiaciuto altri, quelli che pensano che l’Islam debba essere il riferimento principale e il Corano la costituzione del paese. L’Egitto è un grandE paEsE. È lo Stato arabo più popoloso (80 milioni di abitanti) e ha da sempre rivestito un ruolo esemplare per il nazionalismo arabo. È anche il Paese dov’è nato l’estremismo islamico, quello dei Fratelli musulmani che dal 1928 si sono opposti al colonialismo e alla modernità. Quando Nasser è salito al potere, nel 1952, non pensava che quella tendenza sarebbe andata sviluppandosi fino a costituirsi in un’opposizione seria. Nel 1966 fece arrestare Sayyid Qutb, il leader dei Fratelli, lo fece giudicare, condannare a morte e giustiziare. Un grave errore che avrebbe attribuito legittimità alla lotta del fondamentalismo islamico, allora ancora agli esordi e privo di risonanza. Intanto il movimento andava organizzandosi e radicandosi sempre di più negli strati popolari. Furono poi alcuni di quegli estremisti ad assassinare Sadat alla presenza di Mubarak, che gli sarebbe succeduto. Mubarak non se ne andrà solo per la pressione dei manifestanti di piazza Tahrir: lascerà il potere grazie a un col-

In Egitto i Fratelli musulmani imperversano. Ma l’esercito continua a comandare. E il futuro del paese è nelle mani dei generali
po di Stato militare condotto con discrezione. Non è difficile capire che sono i militari a governare il paese. Sono stati loro a insediare il governo di transizione, a organizzare le elezioni e poi a sciogliere il parlamento. Sono stati loro a decidere di attribuire la vittoria a Mohamed Morsi, il rappresentante dei Fratelli, e a togliere al presidente quasi tutti i suoi poteri. Vittoria del fondamentalismo islamico, ma sotto l’alta sorveglianza dei militari. Il popolo egiziano è diviso. La rivolta del 2011, benché poi recuperata dall’esercito, per milioni di persone rimane una conquista. Degli egiziani sono morti per valori come la dignità, la libertà e la giustizia. Decine di migliaia di cittadini sono stati arrestati, giudicati sbrigativamente dai militari e incarcerati. Ma gli egiziani non si sono lasciati abbindolare. Continuano a battersi per una società che vedrà nascere la democrazia. Puntano sull’incompetenza dei fondamentalisti nella direzione concreta del Paese. È questo a nutrire l’ottimismo di certi analisti: come in Tunisia, come in Marocco, il fonda-

mentalismo islamico sarà battuto dalla realtà, dall’assenza di credibilità delle sue azioni. La stampa osserva, critica, denuncia. Quelli che hanno votato per i Fratelli si aspettano che le loro condizioni di vita migliorino, pensano di trovare lavoro e di avere un alloggio decente. Invece la prima conseguenza di queste elezioni sul piano economico è di scoraggiare i turisti occidentali, che sceglieranno mete più sicure. In Egitto il settore turistico è fondamentale e ora è malridotto a causa della paura suscitata dal successo sempre crescente del fondamentalismo, incompatibile con la modernità, vale a dire con il riconoscimento dell’individuo e di conseguenza con il riconoscimento dei diritti delle donne. Il fondamentalismo islamico è percepito come una cultura autentica, non importata dall’estero, e ai dirigenti saliti al potere in nome della religione questo dà una soddisfazione diretta. La preoccupazione principale di quell’ideologia gira intorno alla donna e ai suoi diritti: tutte le religioni diffidano delle donne e l’islamismo non fa eccezione. iL futuro dELL’Egitto è ovviamente in mano agli egiziani. Ma per il momento quelli che muovono i fili sono i militari che, dopo diversi giorni di negoziati, hanno appena riconosciuto la vittoria di Morsi sul suo concorrente, l’ultimo primo ministro di Mubarak. Nulla verrà fatto senza l’avallo degli alti ufficiali, che innanzitutto sono uomini d’affari e controllano il 25 per cento dell’economia del paese. Si può affermare che il futuro egiziano è, purtroppo, soprattutto militare.
traduzione di Elda Volterrani
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Se ne parla su www.espressonline.it

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Reportage

Gert Dal Pozzo, del Boccaccio di Monza che occupa una struttura sportiva dismessa

Mille giovani con un futuro precario. Che creano comunità nelle case abbandonate. Tra sogni e scontri, ecco volti e parole dei nuovi rivoluzionari
Di gianluca Di feo / foto Di anDrea kunkl

ANARCHICI A MILANO

Reportage

La loro rete assiste mille case occupate, tra collettivi e alloggi dati a famiglie. “Ogni sgombero della polizia ne fa nascere altre due”

Jack Nucleare, uNa delle figure più Note Nel movimeNto iNsurrezioNalista milaNese. Nelle altre foto: ragazzi dei ceNtri sociali lambretta e bottiglieria occupata

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Reportage

Le diverse attività che si svoLgono negLi immobiLi occupati: gLi spazi per La musica, Le paLestre con corsi gratuiti di danza e boxe, Le bacheche per informare suLLe iniziative in itaLia e aLL’estero. Le mostre, come queLLa a sinistra organizzata neLLa “stamperia in sciopero”

Nelle nuove comuni convivono ragazzi anarchici e comunisti. “Si decide tutto in assemblea, senza votare. Ci confrontiamo finché si è tutti d’accordo o non si fa”

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Reportage

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ome una crepa, che si è aperta nel cuore grigio di tante città italiane e continua a ramificarsi. Edifici occupati in centro e in periferia, per animare comunità che vivono valori diversi e sognano la rivoluzione. Le crepe sono fratture che nascono dalla violenza, dalla decisione di violare il codice penale per entrare in immobili abbandonati, da campagne militanti e scontri. Ma sono anche i varchi da cui entra una luce diversa; fanno crescere momenti creativi che sfornano arte, musica, cultura e i frutti di orti biologici, embrione di un’economia che ignora le regole del mercato. Li chiamano anarco-insurrezionalisti, una definizione che in questi mesi domina le informative di polizie e servizi segreti: il pericolo pubblico numero uno, che con il ferimento del dirigente Ansaldo di Genova ha riportato l’allarme terroristico nel Paese. Ma quelli che vedete in queste foto sono i volti di una realtà molto differente: trentenni e ragazzi che cercano l’alternativa a un’esistenza da bamboccioni e alla prospettiva di una società chiusa. La maggior parte sono laureati e studenti: hanno davanti un futuro da disoccupati o precari e non vogliono restare con le mani in mano. Sono tanti: nel solo capoluogo lombardo oltre mille giovani fanno parte dei collettivi di quest’area, difficile da schematizzare perché ispirata da un fermento di idee e proteste che trovano sintesi temporanea solo in alcune mobilitazioni condivise. «Per gli anarchici siamo comunisti, per i comunisti siamo anarchici», commenta uno di loro. Andrea Kunkl, fotografo e sociologo, li ha seguiti per due anni, costruendo un diario per immagini di alcune delle comunità anarchiche milanesi. E gli esponenti di questi collettivi hanno accettato di confrontarsi con “l’Espresso”. I loro spazi - sottolineano - sono aperti e non somigliano a nessuna delle realtà del passato: lo specchio
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fede nella camera dove vive nel lambretta. a destra: diso sul suo divano nella bottiglieria, uno dei centri che hanno ridato vita al movimento anarchico milanese

di un’altra generazione, che non ha conosciuto l’Autonomia degli anni Settanta, non ha respirato gli anni di piombo e spesso è troppo giovane per avere preso parte al movimento no global che si è spento dopo lo choc del G8 di Genova. Il più vecchio del “Lambretta”, l’ultimo spazio aperto nel quartiere Lambrate, ha 24 anni, un contratto a tempo come tecnico informatico da 800 euro al mese e si sente «comunista a modo mio»: adesso abita con altri 11 coetanei in due villette, dove si ritrovano studenti liceali che hanno riscoperto la politica e le assemblee. Questi edifici costruiti un secolo fa con eleganza liberty appartengono all’ente comunale delle case popolari: sono rimasti chiusi per oltre un decennio, mentre il giardino era diventato il rifugio dei tossicomani richiamati dal confinante Sert. «Quando siamo entrati abbiamo passato giorni a raccogliere siringhe, erano dovunque: sulla porta c’era una bestemmia scritta con il sangue; sembrava Scampia. La mattina dopo siamo stati svegliati dalle famiglie dei condomini vicini che ci hanno portato la colazione per ringraziarci. Abbiamo ripulito tutto e adesso il “Lambretta” è diventato l’unico spazio di ritrovo di questa parte della città». Ora

c’è una palestra, con lezioni gratuite di danza e boxe. E sale a disposizione di corsi e associazioni: una corale prova accompagnata da un quartetto d’archi mentre in un’altra stanza si discute di come fronteggiare il possibile sgombero. «Ma per ogni edificio da cui ci buttano fuori ormai nascono due nuove occupazioni», racconta Jack Nucleare, capelli rasta, studente di scienze naturali e veterano delle lotte per la casa a Milano che come tutti si presenta con il soprannome. Descrive il risveglio di un movimento, che si era sgretolato dopo il G8 di Genova, e sostiene che oggi nella provincia c’è una rete con mille immobili occupati, tra centri sociali e singoli appartamenti in cui vivono famiglie povere. La loro riscossa è partita dalla “Bottiglieria”, il gruppo che per primo tre anni fa ha inventato la resistenza sui tetti: i ragazzi salivano in alto e ci rimanevano finché la polizia non andava via o si trovava un accordo. Tutta Italia li ha poi imitati, con operai che si sono piazzati su torri, gru e ciminiere. Dal punto di vista ideologico sono molto divisi. A unirli sono alcune campagne: quella contro i centri detenzione per immigrati, contro il precariato, le lotte studentesche e per l’emergenza abitativa. Ma i collettivi si cementano soprattutto nell’esperienza della comune: la vita in un altro spazio e in altro tempo. Nelle parole di Jack e di Casper, ferroviere e anarchico come Giuseppe Pinelli, conta molto il re-

cupero di una dimensione diversa del tempo. «L’occupazione, o meglio la liberazione, di uno spazio è solo il pretesto. Il vero obiettivo è la liberazione del tempo che quotidianamente ci viene sottratto. La cosa buffa o no, è che nell’anarchia non c’è caos: abbiamo scoperto che per prendere una decisione tutti assieme è meglio non votarla. Si discute per ore finché o si è tutti d’accordo o non si fa: questa è la vera “democrazia” ma questa è l’anarchia, nessuna maggioranza, nessuna minoranza, nessuno scontento o indeciso». Tra i poli milanesi più famosi ci sono la “Stamperia occupata”, lo storico “Torchiera” e il nuovo “Villa Schettino”. Il “Tortuga” si distingue per la vocazione artistica: hanno aperto un cinema, una biblioteca, inventano stage su botanica, acqua pubblica e energie alternative. L’attenzione al territorio è dominante al “Boccaccio” di Monza, che in dieci anni ha cambiato altrettante sedi: una sorta di carovana, che adesso ha messo le tende in una struttura sportiva chiusa da tempo. Come gli altri, fanno skipping: chiedono ai supermarket, ai mercati rionali e ai panettieri i cibi che stanno per scadere, con

“Non mi sento violento a occupare un posto abbandonato da anni o ad attaccare i simboli del potere dell’uomo sull’uomo”
cui si sfamano o preparano cene per finanziare lavori, proteste o sostenere le spese legali per i compagni sotto inchiesta. Le denunce non mancano: per le occupazioni o per gli scontri durante i cortei. Di violenza si parla spesso. Quasi tutti hanno la felpa nera. Sono stati in Val di Susa dove hanno respirato «la fratellanza con i valligiani» e preso parte alle azioni contro i cantieri della Tav. Ma sostengono di non credere alla lotta armata: «Nessuno di noi ha mai nemmeno ipotizzato di prendere una pistola e uccidere», spiega un trentenne del Boccaccio, che gestiva una libreria

per bambini e da pochi mesi ha chiuso perché la concorrenza delle grandi catene lo ha messo ko. Casper mette l’accento sulla rabbia, altro sentimento condiviso. «Sono stato a Barcellona per incontrare gli Indignados, volevo rendermi conto del loro movimento. Ma non mi hanno convinto: gli ho detto che smetteranno presto di fare gli indignati e si renderanno conto di essere arrabbiati. Io ho le mie idee, le confronto, cerco sempre di crescere, studio, leggo, mi informo, ma la rabbia non cala, anzi cresce. Cosa ci posso fare? Non riesco a stare zitto e fermo. Credo e voglio partecipare davvero. La violenza? Scusatemi, ma non mi sento un violento ad occupare un posto abbandonato da anni e ridargli vita, non mi sento violento ad attaccare i simboli del potere dell’uomo sull’uomo». Sono certi che “il sistema” crollerà da solo, senza bisogno della loro spinta, divorato dalla sua stessa crisi economica e sociale. E quello sarà il momento dell’insurrezione. Forse un’idea remota, ma a cui non rinunciano, perché vogliono sentirsi rivoluzionari. “Eppur la nostra idea non muore”, per parafrasare i loro bisnonni di “Addio Lugano bella”. n
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n. 29 - 19 luglio 2012

Cultura
Arte

in viaggio con theroux | MuÑoZ disegna caMus | peter jackson presenta lo hobbit

dieci ragazze per klimt
Che l’austriaco Gustav Klimt sia una superstar indiscussa del firmamento globale, capace di splendere in Europa come in Giappone, in Australia come negli Stati Uniti, lo si sa da tempo, grazie alle vendite milionarie di suoi quadri alle aste. Ciò che si sa poco invece è chi fu l’uomo dietro ai dipinti su fondo oro, arricchiti da accattivanti decori geometrici o floreali, che appiattiscono le figure ritratte rendendole icone senza tempo, e parlano all’osservatore un linguaggio semplice, immediato. Il 14 luglio Vienna celebra in pompa magna il centocinquantesimo anniversario della nascita di Klimt con cinque mostre in contemporanea (Belvedere, Künstlerhaus, Wien Museum, Theatermuseum, Leopold Museum). Ma è dall’inizio dell’anno che studiosi ed esperti scavano nella sua opera e nella sua vita. Fra questi, lo psicoterapeuta Diethard Leopold. Dopo aver analizzato l’enigmatica relazione di una vita fra Klimt e la stilista di moda Emilie Flöge, mai sfociata in matrimonio o in convivenza - lui abitò sempre dalla mamma, Emilie con le sorelle - avanza un’ipotesi suggestiva: che lei, di famiglia agiata dell’alta borghesia, fosse lesbica e lui un depresso. Il loro rapporto sui generis avrebbe garantito all’artista di umili origini un posto al sole nella società bene dove trovare potenziali committenti, lasciandogli al contempo mani libere col nugolo di modelle che affollavano i suoi atelier. All’apertura del testamento del pittore, le madri di dodici figli illegittimi si fecero avanti: «Diciamo che Klimt si rese la vita facile, tenendosi una donna per ogni ruolo», commenta un’altra studiosa dell’artista, Ursula Storch.
Flavia Foradini

Premi / Fregene

Montalbano d’Atene
Michele Santoro per l’esperimento multipiattaforma di “Servizio pubblico”; Roberto Napoletano, direttore de “Il Sole 24 Ore”, testata che dall’ormai celebre titolo “Fate presto” del 2011 ha svolto un ruolo strategico per la messa in sicurezza dei conti pubblici; e lo scrittore Petros Markaris, inventore del commissario Kostas Charitos, il “Montalbano di Atene”, e grande collaboratore al cinema di Theo Angelopoulos, sono i vincitori del 34° Premio Fregene. Fondato nel ’79 da Gino Pallotta, uno dei volti più familiari dei notiziari Rai e tra i primi negli anni Sessanta a intervistare Krusciov e Castro, il premio ogni anno festeggia personalità che con il loro impegno artistico e professionale hanno contribuito alla crescita della nostra società. Quest’anno, in una serata di interviste d’autore, il riconoscimento è andato anche, per la saggistica, a Francesca Caferri e “Il Paradiso ai piedi delle donne. Le donne e il futuro del mondo musulmano” (Mondadori); e per la narrativa a “Siamo noi, siamo in tanti. Racconti dal carcere” curato da Antonella Bolelli Ferrera (Rai-Eri). Premio alla carriera al sociologo Franco Ferrarotti. Daniela Giammusso
EMILIE FLöGE In un RITRATTo dI GuSTAv kLIMT

Premi / Ischia

Architettura da raccontare

Foto: E. Lessing - Contrasto

È andato a Enrico Arosio, inviato de “l’Espresso” e autore del volume “Piccoli incontri con grandi Architetti” (Skira), il Premio internazionale Ischia di Architettura dedicato al giornalismo. Arrivato alla quinta edizione, il Pida viene assegnato per selezione diretta, senza un concorso ma seguendo una scelta da parte dei giurati (un gruppo di “addetti ai lavori” formato da Luigi Prestinenza Puglisi, Luca Gibello, Francesco Pagliari, Gennaro

Polichetti). E ai premiati spetta a loro volta entrare a far parte di una giuria: quella che valuterà i progetti a concorso per gli “Alberghi e le Spa più belle del mondo” che il premio organizza da cinque anni. Quest’anno, il Pida alla carriera, per l’architetto che si è distinto nella realizzazione di strutture per il turismo, è andato a Piergiorgio Semerano, che in occasione della premiazione, il 19 luglio, terrà una conferenza presso la Torre del Molino di Ischia, mentre miglior fotografo d’architettura è risultato Giovanni Chiaramonte, che il 20 luglio nei giardini Ravino di Forio presenterà la mostra “E.I.A.E. - Et In Arcadia Ego” su Potsdam.
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Cultura

La natura umana ci spinge a esplorare il mondo. Per curiosità e per sfida a noi stessi. On the road con Paul Theroux, erede di Chatwin. Che più di ogni Paese ama...

VIVERE
Di WloDek GolDkorn
hanno trasformato l’andare per il mondo in letteratura,Theroux, dalla casa di Boston condivide con “l’Espresso” le sue idee sul senso stesso del vagabondaggio. L’occasione è l’uscita imminente in Italia di un testo “Il tao del viaggio” (Dalai editore) in cui, come in una specie di Zibaldone, raccoglie riflessioni sue, citazioni altrui, menù culinari, elenchi di luoghi e nomi, consigli su cosa portarsi nel bagaglio: frutto dei 50 anni dell’esperienza on the road nell’intero globo terrestre. È appena tornato dall’Angola

VIAGGIARE È un po’

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a sorprenderò. Il Paese che non delude mai il viaggiatore, che risponde sempre alle aspettative e perfino ai sogni del visitatore è l’Italia. Certo, mi rendo conto che siete in crisi profonda, vedete il futuro nero e avete avuto a che fare con Berlusconi, ma se penso ad altri luoghi che ho visitato devo dire: la Francia finisce per deludere, se ami davvero l’Inghiliterra non ci devi andare mai, la Germania non è granché. La differenza? Gli italiani hanno l’infanzia felice, i tedeschi, i francesi, gli inglesi no. E poi, c’è il modo di vivere, il cibo. L’Italia è quel luogo in cui ci si sente a contatto con l’eternità. Ecco perché gli italiani accolgono lo straniero meglio degli altri: senza risentimento né odio. Gli danno invece il benevenuto...». Questo inusuale, lirico canto d’amore per il nostro Paese (ma anche per la terra di sua madre) lo recita, usando qualche parola d’italiano, Paul Theroux, 71enne scrittore americano, autore di romanzi, ma soprattutto di libri di viaggio (vedi box). Considerato l’erede ideale di Bruce Chatwin e di tutta una schiera di scrittori che fin dal Settecento
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Fiction e realtà
Paul Theroux (nella foto a destra) è nato nel 1941, negli Stati Uniti, da padre canadese e madre di origini italiane. Nel nostro Paese ha studiato, all’Università di Urbino. È stato corrispondente di guerra, ed è autore di romanzi («Un genere in cui do libero sfogo alla mia immaginazione») e di libri di viaggio. Dal suo “Mosquito coast” è stato tratto un celebre film. Anche nella fiction racconta la realtà dei Paesi in cui è ambientata la trama, e basti pensare all’“Omicidio a Calcutta”, un giallo con sullo sfondo la vita degli occidentali e degli abitanti del luogo in India.

Theroux: «Paese di cui non si parla, perché pochi sono a visitarlo e a raccontarlo». Uno di questi pochi è stato, negli anni Settanta, Ryszard Kapuscinski. Si dice che il grande reporter polacco, oltre a fare il cronista, avesse combattuto a fianco dei guerriglieri filo cubani dell’Mpla: «Non credo avesse armi in mano, ma probabilmente dava loro informazioni e da loro venne aiutato». Ma il tema della conversazione è il viaggio: «Un’attività contro natura», sempre secondo Kapuscinski. Per il quale «ci si sposta perché si è costretti. Perché si fugge dalla fame, dalla guerra. Per il resto, gli umani sono esseri sedentari». Theroux non è d’accordo: «La storia degli umani è storia di viaggi e spostamenti. Il nostro genere nasce in Africa e da lì migra verso l’Anatolia, l’Asia, le coste del Mediterraneo. È un movimento che non è mai cessato», dice. E parlando dei giorni nostri spiega: «Chiunque di noi a un certo punto vuole lasciare la casa, ed è la prima ragione per cui ci si sposta». E poi? «La curiostà, l’inquietudine, il desiderio di conoscere qualcosa di nuovo, di frequentare l’ignoto». Ride, sospira, e confessa: «Non riesco proprio a capire persone come Immanuel Kant che non hanno mai lasciato la loro città natia». Per Theroux, e lo si evince da tutta la sua sconfinata produzione letteraria, il viaggio non è fuga da se stessi, anzi è una specie di esame delle nostre capacità di apprendere, resistere, farsi accettare, ma anche, forse sospendere qualche volta il giudizio. Cita Elias Canetti, l’autore delle “Voci di Marrakech”: «In viaggio l’indignazione ri-

Foto: Hollandse Hoogte - Contrasto

Cultura
Spostatevi con il treno: ha il ritmo del jazz ed è lì che si fanno gli incontri più interessanti. E scrivete, non usate mai il cellulare
mane a casa. Si ascolta, ci si entusiasma per le cose più spaventose semplicemente perché sono nuove». E chiama in causa W. G. Sebald, il geniale scrittore tedesco di casa in Gran Bretagna, scomparso nel 2001: «Il nativo del luogo vede raramente quel che vede lo straniero». E però resta il fatto che, Italia a parte e «anche l’India», si affretta ad aggiungere Theroux, la gente ha paura degli stranieri. Da dove viene questo timore? Forse la paura dello straniero non è altro che il terrore dello sguardo che ci giudica (anche nell’apparente sospensione del giudizio) e che valuta le nostre azioni con un metro diverso? Abbiamo paura di qualcuno che, osservandoci, carpisce i nostri inconfessabili segreti?Theroux, risponde dicendo che intanto «spesso lo straniero è sinonimo del bandito». Poi cita Bruce Chatwin che a sua volta amava ripetere che «ogni straniero è nemico o mercante». Spiega quanto quasi ogni popolo crede di essere“il Popolo Originale”, e quindi migliore degli altri. Infine distingue: una cosa sono i viaggiatori, gli stranieri che vengono ogni tanto nella tua città, altra sono i nomadi. «Pensiamo che sono pericolosi, perché un giorno sono qui accanto a noi, all’indomani scompaiono e non si sa dove sono andati né cosa si portano dietro. Ecco perché ai sedentari appaiono come inaffidabili». Consiglia di leggere i libri di Wilfred Thesiger ,“Quando gli arabi vivevano sull’acqua” e “Sabbie arabe” (Neri Pozza). I grandi viaggiatori camminano sulle orme dei predecessori giganti. Thesiger era un inglese, uno dei più importanti esploratori del secolo scorso. È morto all’età di 93 anni, nel 2003. «Viaggiava coi beduini, coi tuareg in Sahara, nel Mali,
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Burkina Faso. Ha patito fame, ha provato paura, ha rischiato di morire, ma non ha mai mollato», dice Theroux e nella voce si sente un filo di commozione. Ma un viaggiatore normale? Che ha un mese di tempo al massimo e non è un giramondo professionale come lo erano Thesiger, Chatwin, Kapuscinski? «Vuole parlare dei turisti?», interrompe Theroux, intuendue indiani con sullo sFondo, un’immagine di nomadi. in alTo: Paul TheRoux

do dove vada a finire la domanda. «Il lusso è nemico dell’osservazione», dice. E sottolinea che la sua non è un’affermazione moralistica. «Semplicemente il lusso dà sensazioni tanto piacevoli che finisci per non accorgerti più di niente. Ti fa tornare bambino, diventare infantile». D’accordo. Ma allora si viaggia per conoscere se stessi? E si ha paura di viaggiare (Theroux ne parla spesso nei suoi libri) per timore dei propri desideri e sogni? La risposta è sor-

prendente: «Il vaggiatore cerca di conoscersi attraverso il suo peregrinare, ma finisce per conoscere il mondo». Spiega: «Una delle paure che abbiamo è quella di sapere troppo dell’universo che ci circonda. Viaggiare significa indagare. Ma molti hanno paura di porre le domande. Ecco la differenza tra chi va in vacanza e chi invece viaggia. In vacanza si è timidi, in viaggio sfrontati. In vacanza ci si rilassa, il viaggio è un’esperienza che richiede forza del corpo e curiosità dell’intelletto». Theroux ha cominciato la vita da nomade poco più che ventenne nei primi anni Sessanta. Lasciò gli States, si trasferì in Africa, in Malawi, allora si chiamava Nyasaland, poi in Uganda. Ha assistito a colpi di Stato e guerre civili. Emigrò a Singapore. Si spostò nel Sud-est asiatico. Ha scritto per giornali importanti. Dice che le sue esperienze altrove l’hanno aiutato a mettere in questione le gerachie e le norme dell’etica e dell’estetica. Sostiene che la migliore (perché come quella italiana mai deludente) esperienza di questa tipo la si può vivere in India. Intanto in Africa ci è tornato pochi anni fa. Il risultato è stato “Dark star safari. Dal Cairo a Città del Capo via terra”. Safari in swahili (una lingua che conosce benissimo) significa anche “essere via”. Ma si può sparire nell’epoca della connessione permanente di Internet e di telefoni cellulari? O forse, al contrario, la Rete aiuta il viaggatore a scegliere i luoghi e a conoscerli prima di vederli? «Internet è una specie di mostro», è la risposta netta, «è una distorsione della realtà, un impedimento per capire il mondo. Fino agli anni ’70 vivevo senza telefono. Scrivevo lettere, cartoline, diario. Ho vissuto in un villaggio e sapevo dove ero. Il cellulare, così come Internet ci rende invece ubiqui. Sei in un posto lontano, a insegnare in Africa e chiami la mamma a Boston». Precisa: «Oggi manca l’esperienza della lontananza. Non dico di non portarsi appresso il cellulare in viaggio. Può essere d’aiuto in emergenza. Ma non va usato per raccontare il matrimiono indiano in diretta al tuo amico a Firenze, o per postare il filmato in

Viaggio intorno al mondo con partenza e ritorno a Londra da Sakhalin Anchorage Alaska (Usa)

Partenza Londra Parigi Francia Milano Italia Vancouver Quetta Pakistan Lahore Pakistan Amritsar India Pechino Cina

Sakhalin Russia per Anchorage

San Francisco California (Usa) Boston Usa

Madrid Spagna

Lubiana Slovenia

Vladivostok Russia Harbin Cina Guangzhou Cina Hanoi Shanghai Vietnam Cina

Los Angeles California (Usa)

Lisbona Portogallo

Teheran Iran Karachi Istanbul Pakistan Turchia Delhi Calcutta India India

Equatore OCEANO ATLANTICO Rangoon Birmania

OCEANO PACIFICO Mezzi di trasporto

Bangkok Thailandia

Singapore

Saigon Vietnam

OCEANO INDIANO Bus Nave Aereo

Treno

Camion

Il giro del mondo in 80 giorni
Prendete uno zaino con poche cose. Scegliete un libro, uno solo è sufficiente: le persone che incontrerete vi daranno più emozioni di ogni narrativa. Dotatevi di una radio a onde corte per sentire i notiziari, e partite. Vi servirà un telefono cellulare, ma solo per le emergenze. E soprattutto viaggiate in treno, oppure, ma è una scelta scomoda, con una corriera. Ai suoi giri, nell’intero pianeta (prediligendo il treno, appunto), Paul Theroux ha dedicato molti libri (pubblicati da Dalai editore). Ha raccontato il percorso attraverso la Cina, il viaggio in Africa. In America è andato dal Nord fino in Patagonia, sempre via terra. Idem in Asia. “L’Espresso” gli ha chiesto di tracciare un itinerario ideale intorno al mondo. Eccolo. Si parte da Londra. Da lì si va a Parigi, poi Madrid, Lisbona, Milano, Lubiana, Sofia, Istanbul. Si prosegue per Teheran. Da lì in Pakistan a Quetta, Karachi, Lahore. Si varca il confine con l’India verso Amritsar, Delhi, Calcutta. Poi è la volta della Birmania, Rangoon. Da lì si va a Bangkok, poi Singapore e si torna a Bangkok. Si prosegue verso Phnom Penh in Cambogia, Poi Saigon e Hanoi, in Vietnam. Ci si sposta in Cina a Guangzhou, Shanghai, Pechino e Harbin, la capitale della Manciuria. Si prosegue verso Vladivostok in Russia, da lì, un salto nel nord del Giappone. Si torna a Sakhalin e occorre prendere l’aereo per l’Alaska. A quel punto l’America è vostra. A Boston Theroux è a casa. Voi invece prendete l’aereo per Londra.

Rete. Piuttosto scrivi una lettera, così capirai meglio quello che hai visto e lo comunicherai con più profondità. Anche perché il viaggio non è solo spostamento nello spazio, ma pure nel tempo. Una volta ho stabilito una specie di teorema: in Francia si è sempre cinque anni fa, in Giappone nella settimana prossima, negli States nel presente, che contiene il futuro. Vorrei citare il mio scrittore preferito Joseph Conrad: “Quando scrivo voglio far vedere

le cose al lettore”. La scrittura fa vedere le cose meglio perfino della fotografia». Uomo concreto, Theroux consiglia di viaggiare con il treno, per ragioni poetiche: «Ha il ritmo del jazz», e perché è lì che si fanno gli incontri interessanti. E a proposito, si viaggia per il gusto dell’esotico e per una specie di nostalgia “preventiva” di luoghi non ancora visti ? «Ambedue le cose. La nostalgia più grande è quella dell’ignoto, di qualcosa che immaginiamo e che non

abbiamo ancora visitato». Aggiunge: «Però,da giovane viaggiavo per ragioni romantiche,per trovare l’amore della vita e il posto in cui vivere. Oggi vado in giro per vedere come è cambiato il mondo, e non sempre sono soddisfatto». E il luogo che più piace al mondo a Paul Theroux, ad eccezione dell’Italia e dell’India? «Aggiungerei la Turchia e l’Egitto. Ma la felicità più grande è tornare a casa. Mi piace dormire nel mio letto, accanto a mia moglie». n
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Foto: R. Rorandelli - Terra Project

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Cultura

al tesoro. A dieci anni dai film sugli “Anelli”, con lo “Hobbit” Jackson riporta i fan nella Terra di Mezzo
Di lorenzo soria

il signore della Elfi. Orchi. E una caccia

saga
Gandalf, Gollum e il prezioso anello. E chi altro avrebbe potuto prendere in mano la nuova avventura se non lo stesso Jackson, il generale che aveva saputo tenere assieme l’armata del “Signore degli anelli” girando la trilogia in un anno e mezzo? E che per portarla a termine aveva messo in piedi a Wellington, in Nuova Zelanda, una casa di effetti speciali dove adesso vanno in pellegrinaggio Steven Spielberg e James Cameron? Eppure per un paio di anni era sembrato che il film non avrebbe mai preso il volo. C’era una questione di diritFoto: Webphoto, L. Busacca - GettyImages, M. Frassineti - Agf

Quando Tolkien era di destra
ColloQuIo Con uMBErTo CroppI DI alEssanDra MaMMì
Ci rimasero male, gli allora ragazzi di sinistra, fricchettoni anni Settanta. Fu vissuto come vera ingiustizia il furto di J.R.R. Tolkien commesso dai coetanei di destra. Quella saga, “Il signore degli anelli”, battezzata Oltreoceano come Bibbia degli hippies, fu da noi eletta bandiera dei neo-fascisti creativi. Colpa di un manipolo di giovanotti del Fronte della gioventù che nel 1977 lancia i Campi Hobbit. Raduni tutti musica e cultura alternativa, che da una parte si appropriano del guru e dall’altra rubano lo schema a Parco Lambro. Ma che destra è questa? Perché canta, balla e parla di ecologia invece di vestirsi di nere uniformi e organizzare campi militari? E poi, come mai al posto di quel biondo e ariano di Aragorn si invaghisce di un omino basso e coi piedi pelosi? Lo chiediamo a Umberto Croppi che di quella operazione fu uno dei grandi ispiratori. Insomma, Croppi, cosa ci trovava la gioventù missina in quel mezzo uomo di Bilbo Baggins? «Ancora non vi è passata! Persino Piero Meldini protestò su “AlterLinus”. Non era giusto, scrisse, che Tolkien o era una passione clandestina o richiedeva l’iscrizione al Fronte della Gioventù. Comunque noi non eravamo affascinati dalla saga quanto dall’Hobbit: l’omino borghese, l’antieroe, che ama l’ordinario e viene travolto invece da un’avventura straordinaria che lo cambia per sempre. E nella sua storia ritrovavamo i riferimenti letterari e mitologici che sentivamo nostri. La lotta fra il Bene e il Male, la mitologia nordica. Ma quello che ci interessava davvero era vederli traghettati in una dimensione generazionale e globale a cui volevamo appartenere». E infatti avete copiato parecchio: i concerti, le radio libere, le fanzine, la satira, tutte roba della cultura alternativa giovanile. «Perché noi cosa eravamo? Amavamo i Jethro Tull e Emerson, Lake & Palmer; vivevamo con un senso di emulazione, diciamo anche di inferiorità. La cultura di sinistra che era decisamente leader all’epoca. In fondo cercavamo un contatto tanto che il primo campo Hobbit coincide con l’ultimo Parco Lambro». Tutta questa esplosione creativa ed ecumenica come fu vissuta dai vostri genitori politici? «Maluccio. Almirante vietò il terzo campo Hobbit e sopportò malamente i primi due. Alemanno se ne tenne alla larga disgustato. Veneziani ci accusò di alto tradimento. Fini in quanto segretario del Fronte della Gioventù fece un minimo atto di presenza, poco convinto. Ma la base fu incuriosita e ci seguì». Ma voi non eravate rautiani? «All’inizio. Poi fummo ripudiati anche da Rauti. I campi Hobbit erano un’esperienza intergenerazionale assolutamente a sé, un momento di rottura nella destra italiana. Per il terzo e ultimo, quello del 1980, ripulimmo un borgo abbondonato e costruimmo una cittadella di nuova cultura. Il “manifesto” ci immortalò con un articolo dal titolo “Evoluzione della razza fascista in un paesino d’Abruzzo”». Quindi alla fine un contatto ci fu. «II Campo Hobbit, da parte di molti giovani di destra, fu il tentativo di porre fine alla guerra per bande anni Settanta con una dichiarazione unilaterale di tregua. Purtroppo contemporaneamente nacquero i Nar e il terrorismo nero». Dunque è d’accordo nel dire che gli “omini della Contea” sono più vicini al modello di socialismo realizzato che a una falange della destra ? «Ancora? Ma non si ricorda che la saga fu pubblicata da Rusconi, allora considerato editore di destra? E cosa dovremmo dire noi sui vostri “Indiani metropolitani”? Non ricorda che un libro come “Alce nero parla”, come tutti sanno, fu un nostro cavallo di battaglia?»

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annuncio è arrivato il 6 luglio con un post su Facebook, accompagnato da una foto in cui lo si intravede semi-nascosto dietro il ciak numero 305.7. «Ce l’abbiamo fatta!», comunicava al mondo Peter Jackson. «Giorno 266 di riprese, fine della lavorazione de “Lo Hobbit”. Grazie al nostro fantastico cast e alla troupe, e grazie a tutti voi per il supporto! Prossima fermata, la sala di montaggio». “Hobbit” è il libro di J.R.R. Tolkien che ci introduce all’immaginifico universo de “Il
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signore degli anelli”, libro di culto del 1954 che, nelle mani appunto del registaproduttore neozelandese è diventato un successo cinematografico senza precedenti e riassumibile in due numeri: incassi per 3 miliardi di dollari e un totale di 17 Oscar, incluso miglior film e miglior regia per “Il ritorno del re”, l’ultimo, uscito nel 2003. Che ci sarebbe stato un ritorno alla Terra di Mezzo di Tolkien era dunque sicuro, così come era ovvio che la strada per farlo sarebbe passata da “Lo Hobbit”, il libro col quale lo scrittore nel 1937 introdusse

IL CAST dI “LO HOBBIT”. SOPRA: IL REGISTA PETER JACkSON. A dESTRA: UMBERTO CROPPI

ti, una disputa tra la Mgm in perenne bancarotta e la Warner Brothers. Lo stesso Jackson voleva produrre e scrivere il film - anzi, i due film, visto che il libro è stato diviso: alla fine di quest’anno esce “Un viaggio inaspettato”, a Natale del 2013 arriverà “Andata e ritorno”. Jackson però non voleva dirigerli per paura di ripetersi e affidò la regia a Guillermo Del Toro. Dopo due anni di attesa Del Toro però

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Cultura
con un budget di mezzo miliardo di dollari, ha dovuto giostrare un enorme cast di attori ed epiche battaglie come quella dei Cinque Eserciti, che vede contrapposti Nani, Elfi e Uomini contro Orchi e Mannari. E in cui il regista-produttore-sceneggiatore, per fare appello ai vecchi fan, ha dovuto concedersi varie licenze. Ha inventato nuovi personaggi come l’Elfa Tauriel (Evangeline Lilly). E ne ha riesumati alcuni da “Il Signore degli anelli”, che Tolkien non aveva ancora introdotto, come l’arciere Legolas che è una scusa per rivedere Orlando Bloom e che in fondo è il figlio di uno dei personaggi di “The Hobbit”. O come l’eterea Elfa Galadriel, anche lei assente dal libro originale, ma che permette di riproporre Cate Blanchett. «Quasi tutto quello che c’è nei film è preso in qualche modo da Tolkien, da “Lo Hobbit” o da altri suoi libri»,continua Jackson. «E alla fine, tutto torna». Ad aprile Jackson ha mostrato dieci minuti del film a una convention di esercenti a Las Vegas. L’attesa era anche per la nuova velocità della proiezione: 48 fotogrammi al secondo, il doppio del solito. «La nuova velocità», ha spiegato il regista, «offre l’illusione della vita reale, con movimenti che appaiono più morbidi e più gentili per gli occhi». Le reazioni sono state diverse. C’è chi ha avuto l’impressione che le montagne della Nuova Zelanda fossero ancora più maestose e che i personaggi si potessero toccare. Altri hanno invece trovato le immagini iper-realiste e disturbanti. Jackson assicura che gli effetti si sistemeranno con il montaggio e che comunque i due nuovi film verranno offerti in 2D, in 3D e in 48 fotogrammi al secondo. «La tecnologia permette di far arrivare sullo schermo tutto ciò che c’è nell’immaginazione di un regista», continua: «Ma non possiamo perdere di vista il fatto che c’è una nuova generazione interessata a cose diverse da quelle che facciamo noi. Che gli studios sono ormai delle appendici di Wall Street e che vedono le serie e i kolossal come le sole produzioni affidabili. Le cose cambiano, ma la gente va al cinema non perché cerca delle tecnologie ma perché desidera venire intrattenuta da storie e da personaggi. Perché malgrado gli effetti speciali, è lì che alla fine si torna: alle storie e ai personaggi». n

martin freeman nei panni di bilbo baggins nello “hobbit”. a destra: mackellen è gandalf

si è spazientito, proprio mentre una contesa sindacale minacciava che la produzione venisse spostata in Canada o in Scozia e che addirittura saltasse tutto. Alla fine il film è rimasto in Nuova Zelanda e alla regia è rimasto Jackson che è arrivato al giorno del primo ciak, un anno fa, con una certa riluttanza. Un po’ come il nostro Hobbit, il mite Bilbo Baggins (interpretato dal comico inglese Martin Freeman) che vorrebbe passare le sue giornate nell’ozio e a fumare la sua pipa. La sua routine viene messa sottosopra da una visita di Gandalf, che torna ad avere la rassicurante fisionomia di Ian McKellen, e dei 13 nani capeggiati da Thorn Scudodiquercia (l’attore Richard Armitage). Questi gli propongono di andare a rubare il tesoro del drago Smaug. «Sarai “lo scassinatore”», gli comunicano. E Bilbo accetta, ignaro del fatto che questo significherà affrontare Orchi e Uomini neri, Elfi e Mannari, Ragni giganti e uomini che si trasformano in Orsi, per non parlare di Gollum che si fa sfuggire l’anello che sarà poi il germe della saga successiva. «Io non sono un regista a pagamento, non ho mai fatto film di altri», mette in chiaro Jackson chiacchierando con “l’Espresso”: «Quello che amo è sviluppare i miei lavori sin dall’inizio, partendo dalla sceneggiatura che è la parte più divertente del processo: non c’è pressione, non ci sono scadenze né budget e il solo costo è quello della carta. Alla fine non ho solo la sceneggiatura, ho l’intero film nella mia
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“Tutto quello che c’è nel film è preso da Tolkien, che sia Lo Hobbit o altri suoi libri. Alla fine tutto torna”
testa. E il mio lavoro diventa tradurre quel film che lo spettatore vedrà sullo schermo». Gli eventi de “Lo Hobbit” hanno luogo sessant’anni prima di quelli de “Il signore degli anelli” e la posta in gioco è meno ambiziosa. «I personaggi de “Lo Hobbit” partono per una caccia al tesoro, non sono lì per salvare il mondo», precisa Ian McKellen, a sua volta restio a tornare nelle vesti del grande mago bianco per il timore di ripetersi e che alla fine ha ceduto perché Gandalf, sostiene, «non appartiene solo a me ma a tanta gente». Più che un film, è stata un’impresa militare in cui Jackson,

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Cultura

“Immagine e testo sono un insieme inseparabile. E le mie illustrazioni sono solo delle macchie nere”
alCune tavole di MuÑoz tratte da “lo straniero” di CaMus. nell’altra pagina: il disegnatore argentino

to non è più in vita, il processo che si mette in moto è un confronto con la parola dell’assente, con i tremori di quella sensibilità, con l’eccellenza del suo talento e con quello che in lui, parla di noi, di me».
C’è chi dice che l’autore del fumetto deve essere uno solo.

cellare le forme non essenziali. Così arrivammo all’idea che testo e immagine fossero un insieme inseparabile. Le stesse illustrazioni, in fondo sono solo macchie di nero, e non hanno bisogno della linea per definirsi».
Perché ha scelto di fare il fumettista?

Il grande cartoonist ha trasformato il capolavoro di Camus in un fumetto. E qui racconta come ha scoperto il maestro francese e come è scoccata la scintilla
colloquio con JosÉ MuÑoz di silvia santirosi

«Se un individuo ha la capacità di far dialogare l’arte della narrazione e l’arte del disegno tanto meglio. Sono sorelle. Ma perché spingere un disegnatore a completare il suo lavoro con la scrittura, se non padroneggia il mezzo? Non è forse meglio lavorare in due, dialogare con uno scrittore, per produrre un’opera narrativa evitando troppo narcisismo? Non mi sono mai sentito sminuito come autore per il fatto di aver collaborato con altri».
Scrittura e disegno, bianco e nero. Tutto sembra in lei muoversi sul contrasto.

«È stata una forma di fuga dalla pretesa della società di incasellarti in un’ideologia. E anche qui c’entra la lezione di Camus. Meursault, il protagonista de “Lo straniero”, non viene condannato per l’omicidio, ma perché non si adegua alle attese di coloro che lo stanno giudicando».
Chi sono i suoi maestri?

«Due su tutti: Hugo Pratt e Alberto Breccia, mio connazionale scomparso 19 anni fa».
Cosa le hanno insegnato?

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Foto: B. Cannarsa - Blackarchives

R

acconta la leggenda che Albert Camus, seduto in un caffè parigino, si fosse trovato ad ascoltare la conversazione di un vicino. L’uomo, dopo aver descritto la morte e la sepoltura della madre avvenuta il giorno prima, si era alzato annunciando con naturalezza di andare al cinema. Lo scrittore tirò fuori il taccuino e annotò. Di lì a poco sarebbe nato “Lo straniero”. Uscito nel 1942, il testo viene ripubblicato

striscia lo straniero
oggi in Francia dalla casa editrice Futuropolis, arricchito dalle tavole in bianco e nero di uno dei più famosi cartoonist del mondo, José Muñoz. Il 70enne disegnatore argentino di casa a Parigi, in questo colloquio spiega il senso dell’operazione, le ragioni per cui si fanno e si leggono fumetti e il rapporto tra immagine e testo. «L’intervista è una situazione assurda», premette Muñoz, «nel senso che Camus dava a questo concetto. Cosa stiamo facendo ora? Lei cerca di creare quella sintonia che permetta a me di raccontarmi senza filtri, io tento di mantenere un equilibrio tra comunicazione e riservatezza. Non voglio darmi completamente. E lo stesso faccio quando disegno. Nella ricerca di un punto d’incontro con il lettore la cosa più difficile è evitare il non essenziale, parole e

segni che non comunicano niente al lettore, perché troppo egocentrici».
Quando ha incontrato le opere di Albert Camus?

«Avevo vent’anni. L’ho sentito subito come un compagno, un fratello e ho sempre avuto la sensazione che la mia sensibilità fosse adatta al tipo di emozioni che veicolano le sue parole».
Che differenza c’è tra essere autori del proprio testo e lavorare su parole altrui?

«Rispondo con un esempio. Quando lavoravo con Carlos Sampayo (sceneggiatore di fumetti argentino e coautore di Muñoz, ndr.), c’era una specie di frenesia che nasceva dal desiderio comune di sopravvivenza tanto sul piano economico, quanto su quello spirituale, artistico e artigianale. Le storie nascevano dalle nostre conversazioni. Quando invece il testo esiste già, come nel caso de “Lo straniero”, e la persona che lo ha prodot-

«Ci sono dei conflitti connaturati alla nostra specie umana. Quello tra corpo e mente, ad esempio: tra una ragione spietata che tutto vuole controllare, annullando così la legittimità stessa delle domande e delle risposte che ci vengono invece dal mondo delle emozioni, del piacere sensuale, dal corpo insomma. Camus si è battuto contro il dogmatismo di quel dualismo. E pure in questo libro abbiamo cercato di superare i contrasti tra i due poli della creatività. Quando con l’editore e il direttore artistico di Futuropolis abbiamo cominciato a discutere del tipo di carta e di luminosità della pagina per questo volume, ci siamo posti il problema di come far dialogare il testo e l’immagine, le parole di Camus e le mie tavole. L’idea è stata quella di far galleggiare i disegni sul mare di luce della pagina bianca, puntellandola al tempo stesso di isolotti di testo. Una luce così abbagliante da essere in grado di can-

«La meraviglia del disegno. Certo, anche la tecnica che deve essere appresa e padroneggiata. È importante imparare a disegnare una sedia che regge, le proporzioni, l’anatomia dei corpi e la prospettiva e a presentare allo spettatore un disegno che possa essere decodificato facilmente sia da un punto di vista figurativo che emotivo. Se si vogliono tradire le apparenze, bisogna prima conoscerle».
E cosa vorrebbe lasciare ai suoi allievi?

«Usando una metafora calcistica, i miei maestri mi hanno passato la palla, io qualche gol l’ho segnato. Ora che sono un calciatore veterano in procinto di ritirarsi, mi guardo indietro e sono fiero di rendermi conto di aver fatto la stessa cosa con altri. Penso all’impatto che il lavoro con Sampayo ha avuto su disegnatori italiani come Lorenzo Mattotti o Igort. Resto sempre di più in panchina, sono stanco, ma in panchina si può ancora disegnare. Il corpo è affaticato sì, ma certi organi, ad esempio il cuore, si illuminano di immenso, interrompendo l’attesa del fischio che faccia finire la partita». n
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n. 29 - 19 luglio 2012

Scienze
cosa ci distingue dalle scimmie
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prevenzione cardiologica

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depressione online

Cancro

Chi paga le cure?
dI RObERtO SAtOLLI
Non abbiamo mai avuto cure tanto efficaci contro molti tumori, ma il rischio è che i loro costi stellari possano causare una bancarotta dei sistemi sanitari, come già evocato meno di un anno fa dal Rapporto Sullivan su “Lancet”. È difficile immaginare come sia possibile - eticamente, socialmente e politicamente - razionare le cure a chi ha il cancro, anche se buona parte delle risorse viene impiegata nelle ultime settimane, quando si dovrebbe puntare a mantenere buona la qualità della vita che resta. E gli economisti ormai sono molto preoccupati a giudicare dalla radicalità delle soluzioni che avanzano. Il premio Nobel americano Joseph Stiglitz propone di abolire i brevetti sui farmaci in cambio di aiuti governativi agli scopritori, mentre con Amartya Sen si impegna a lanciare un Health Impact Fund che punta a remunerare in altro modo le industrie che distribuiscono i nuovi prodotti a prezzo di costo. Anche l’oncologo italiano Lucio Luzzatto propone che tutta la ricerca clinica sia gestita solo dal Servizio pubblico, e che i prezzi siano poi negoziati al massimo ribasso a livello europeo. Ottime intenzioni. Come quella dell’Oms, che doveva approntare uno “strumento legale vincolante” almeno per la questione dei brevetti dei farmaci nei paesi poveri: è ancora una volta finita in un nulla di fatto.
In AltO: lA tRACCIA dellA nuOvA PARtICellA

Bosone di Higgs

Troppi padri per un Nobel
Il bosone sarà pure di Higgs, ma il Nobel di chi è? Che l’annuncio arrivato il 4 luglio dal Cern valga un viaggio a Stoccolma per qualcuno non ci piove, ma per chi? A Ginevra sono stati i portavoce degli esperimenti Atlas e Cms, l’italiana Fabiola Gianotti e lo statunitense Joe Incandela, ad annunciare la scoperta di una nuova particella elementare. Da che mondo è mondo, per un fisico questo vale una stretta di mano del Re di Svezia. Ma in tanti storcono il naso all’idea che siano premiati solo gli spokesperson, che degli esperimenti sono un po’ gli amministratori delegati: coordinano il lavoro altrui, prendono decisioni cruciali, ma la “scoperta” non la fanno certo da soli. Atlas e Cms sono esperimenti enormi, con migliaia di ricercatori che hanno tutti contribuito al risultato. Per venirne fuori, qualcuno spera che il comitato Nobel faccia uno strappo alla sua regola ferrea (di non dividere il premio fra più di tre persone) e dia un premio collettivo alle due collaborazioni, o addirittura al Cern. Di sicuro andrebbe poi tenuta una sedia libera per il fisico inglese Peter Higgs, da cui la particella prende il nome. L’aveva prevista nel lontano 1964 per spiegare perché alcune particelle hanno una massa e altre (il fotone in particolare) non ce l’hanno. Il bosone di Higgs si comporterebbe come una “melassa”, appiccicandosi attorno alle altre particelle e dando loro la massa. È ancora presto, però, per dire se quella trovata a Ginevra sia proprio la particella a cui il fisico inglese pensava. È “compatibile”, dicono al Cern, ha alcune delle caratteristiche giuste ma le altre vanno ancora dimostrate. Potrebbe essere il bosone, ma funzionare diversamente da come pensava Higgs. Meglio allora aspettare altre conferme per premiarlo? E tanto per completare il mal di testa del comitato Nobel, Higgs non ci era mica arrivato da solo. Altri cinque fisici viventi (Robert Brout, François Englert, Dick Hagen, Gerry Guralnik e Tom Kibble) pubblicarono pochi mesi prima o pochi mesi dopo conclusioni simili a quelle di Higgs, poi incorporate nella sua teoria. Comunque finisca, a Stoccolma sanno già che scontenteranno qualcuno.

Foto: F. Coffrini - AFP / Gettyimages (2), Byeong-ho Im/ Sung-Il Kim/CORBIS

Nicola Nosengo SCOPeRtA Al CeRn, A deStRA: PeteR HIGGS
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Scienze

evoluzione dell’uomo

Maschio di gorilla di montagna. A destra: la struttura a doppia elica del Dna

Mio cugino il gorilla

C
Foto: Hollandse Hoogte - Contrasto, Corbis

Dalla lettura del suo genoma, da poco completata, si conferma la stretta parentela con noi umani. Così ora si potranno studiare i pochi elementi che ci hanno reso diversi
Di giovanni sabato
e il più simile dei nostri cugini, sarà una novità scaturita nella nostra evoluzione o nella loro? Per saperlo occorrono altri termini di confronto. E per questo gli scienziati dello zoo di San Diego, un team internazionale guidato da Aylwyn Scally del Wellcome Trust Sanger Institute britannico, nel 2008 è andato a cercare Kamilah, una gorilla di 35 anni e 136 chili. E ha estratto il suo Dna. Quattro anni dopo, le sue sequenze compaiono su “Nature”. E se per certi versi ci chiariscono le idee, per altri sparigliano un po’ le carte. uguali, anzi no. Cominciamo col dire che, confrontando tutti e quattro i genomi, si scopre che l’uomo differisce dallo scimpanzé per l’1,37 per cento del genoma, dal gorilla per l’1,75 e dall’orango per il 3,4. E questo cosa vuol dire?

i mancava solo il gorilla. Dopo la mappatura del genoma umano nel 2000, dello scimpanzé nel 2005 e dell’orango nel 2011, era l’ultimo dei quattro gruppi di scimmie antropomorfe – le ultime da cui ci siamo distinti nell’evoluzione, simili a noi nel corpo e in molti comportamenti - di cui non conoscevamo il genoma. Fino al marzo scorso. Perché tanto entusiamo? Dalla mappatura del riso o del frumento ci attendiamo colture più resistenti e produttive. Dal genoma del topo o del maiale speriamo di ricavare farmaci migliori e organi di ricambio. Il gorilla e l’orango, in questo senso, non ci servono a molto. E allora? Perché tanto interesse? Semplicemente perché leggere il libro della vita dei nostri parenti più stretti ci racconta cosa ci ha portato su questo mondo, e perché abbiamo avuto questo straordinario successo. Confrontarci con le specie dei primati affini, da cui la nostra specie, l’uomo, si è separata solo pochi istanti evolutivi fa, ci serve, insomma, per capire chi siamo: qual è la nostra storia naturale; che cosa ci rende unici per linguaggio, intelligenza, cultura, tecnologia. E anche fino a che punto lo siamo davvero. «Lo scimpanzé è stato un grande inizio. Ma i genomi degli altri nostri parenti riveleranno molto di più», commentava “Nature” nel 2005. Il perché è presto detto: se troviamo una differenza tra noi

Il pianeta senza scimmie
Quali primati esisteranno in natura fra 40 anni? Se lo chiedevano 20 dei massimi primatologi mondiali, a convegno nel 2008 a San Francisco. Metà dei primati è a rischio di estinzione per la caccia di frodo, il disboscamento e infezioni come Ebola, e i gorilla non fanno eccezione. Ma c’è chi spera che il genoma aiuterà a salvarli. Il genere Gorilla include due specie, il gorilla occidentale e quello orientale, ciascuna con due sottospecie. I genomi indicano che le due specie si sono separate, molto gradualmente, intorno a un milione di anni fa, e che potrebbero esserci distinzioni più sottili che forse faranno rivedere la classificazione. Tutte sono ridotte a piccole popolazioni isolate nelle foreste dell’Africa centrale, sulla cui consistenza le stime sono difficili e ballerine. Secondo l’International Gorilla Conservation Programme i gorilla occidentali di pianura sono circa 10 mila e quelli orientali di pianura non oltre 7 mila. Le più minacciate sono però le altre due sottospecie: il gorilla occidentale di Cross River, già creduto estinto e poi rinvenuto in non oltre 200 esemplari, quello orientale di montagna, intorno ai 700 esemplari in due piccole aree protette. Per quest’ultimo, almeno, c’è una buona notizia: a febbraio l’Istituto congolese per la conservazione della natura segnalava una ripresa in una delle due aree, dai 380 esemplari del 2003 a 480. Il genoma mostra che il crollo demografico del gorilla orientale è antico, essendo iniziato molti millenni fa, per ragioni ignote. «Ciò non vuol dire che oggi la minaccia non sia l’uomo», precisano gli studiosi. La conservazione potrebbe essere aiutata dalle analisi genomiche, che potrebbero rivelare i tratti favorevoli per l’adattamento. Per ora le iniziative restano la salvaguardia dell’habitat, la prevenzione della caccia e la riproduzione in cattività.
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Scienze
«Innanzitutto», spiega Mariano Rocchi, che con Nicoletta Archidiacono e altri ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari ha partecipato al sequenziamento dello scimpanzé e dell’orango, «la sequenza completa conferma che siamo più simili allo scimpanzé che al gorilla». Ma c’è comunque una frazione non piccola, del 15 per cento del genoma, che ci fa assomigliare parecchio anche al gorilla. E questo perché, nella nostra evoluzione c’è stato un bel po’ di via vai genetico. Ad esempio perché la nascita di una specie non è un evento netto e le specie appena separatesi continuano a incrociarsi. E poi c’è il fatto che l’uomo si è separato dagli scimpanze dopo essersi separato dai gorilla. Insomma, i geni dei diversi primati si sono rimescolati un bel po’ prima che ciascuno prendesse le sembianze che ha ora. Il nostro genoma si dimostra quindi un complesso mosaico di sequenze di varia origine. E lo stesso vale per l’espressione e il funzionamento dei geni, e quindi dell’organismo. «Una parte della nostra fisiologia è più da gorilla che da scimpanzé», commenta Scally: «Nell’aspetto esteriore, l’organo più simile al gorilla è l’orecchio». Geni utili. Un altro dato interessante è che circa 500 geni in ciascuna delle quattro specie dei grandi primati hanno avuto un’evoluzione accelerata, il che fa pensare che siano particolarmente importanti. Nel gorilla, uno è coinvolto nella produzione di cheratina nella pelle, e probabilmente ha permesso il forte ispessimento cutaneo che consente ai nostri possenti cugini di camminare sulle nocche. Viceversa, una serie di geni per la mobilità degli spermatozoi è molto attiva nell’uomo e ben poco nel gorilla. L’ipotesi è che in quest’ultimo ci sia poca competizione tra gli spermatozoi perché i gruppi sociali formati da più femmine e un solo maschio garantiscono la monogamia. Se è così, per noi umani i geni attestano abitudini ben diverse. Una differenza meno gradita riguarda le malattie. Kamilah, e altri esemplari da cui si sono ricavate sequenze parziali, sono in perfetta salute pur possedendo alcune varianti geniche che nell’uomo provocano malattie. Le differenze nella fisiologia e nel background genetico che giustificano il differente effetto delle mu102 |

La famiglia dei primati

tazioni sono ignote e sarà interessante approfondirle per capire meglio le malattie, e magari ricavare idee per affrontarle. DAtAZiOne. A una cosa di certo è servita la lettura del genoma dei quattro grandi primati. Ora sappiamo e con esattezza le date cruciali della nostra evoluzione. Sull’ordine non c’erano Milioni di anni fa dubbi: prima si sono separati gli oranghi, poi il gorilla e infine lo scimpanzé, come attestato dalle somiglianze genetiche. Le date di queste divergenze, però, vedevano in disputa genetisti e paleontologi. I primi misurano i tempi dell’evoluzione in base alle differenze genetiche tra due specie: quante più se ne sono accumulate, tanto più antica dev’essere stata la separazione. Con questo criterio, Milioni di anni fa la divisione tra umani e scimpanzé risalirebbe a 4,5 milioni di anni fa. Ma i fosproscimmie Scimmie sili mostrano chiare diffedel nuovo mondo renze d’aspetto già 6-7 mimArmOSet lioni di anni fa. Scally, ragionando anche sui dati del gorilla, conclude che le stime mie ha anche il genoma più pigro, che genetiche vanno corrette per una serie muta con lentezza a ogni livello, nei di ragioni. Le generazioni sono diven- geni come nei cromosomi. Proprio ai tate man mano più longeve e dunque vivaci riarrangiamenti dei cromosomi l’accumulo di mutazioni nel tempo è era stata attribuita l’evoluzione dell’inrallentato; inoltre, come si è detto, le telligenza dei primati superiori; ma specie appena separatesi continuano a poiché anche l’orango è intelligente, incrociarsi per qualche tempo, riducen- l’ipotesi salta. do le differenze genetiche. Questo riCol gorilla va ancora peggio. Il conconcilia i dati genetici e paleontologici: fronto con lo scimpanzé mostrava che la separazione dei gorilla risale a 10 nell’uomo alcuni geni per l’udito e per milioni di anni fa, quella degli scim- lo sviluppo cerebrale si sono evoluti panzé a 6 milioni. Ed è una fortuna che molto in fretta. Naturale immaginare l’accordo sia infine giunto, perché il che qui fosse la chiave del linguaggio e gorilla era l’ultimo tassello di informa- della nostra abilità intellettiva. Ma ora zione genetica che potevamo aggiunge- si vede che anche nel gorilla questi geni re al puzzle per risolverlo. si sono evoluti altrettanto in fretta. «I unici mA nOn trOppO. Chi nei geno- gorilla non parlano, o se lo fanno sono mi cercava le basi della diversità di cui bravi a nascondercelo», scherza Scally, andiamo più fieri, quella intellettiva, e l’ipotesi perde dunque credito. per ora resterà deluso. Una disillusione «Un tempo si cercavano geni specifiera già venuta dall’orango. Ironicamen- ci per lo sviluppo cerebrale umano, ma te, la più sedentaria fra le grandi scim- ormai è chiaro che non ci sono», dice

Milioni di anni fa

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scimmie del vecchio mondo Macaco

orango E gibbonE

goriLLa

sciMpanzè

uMani

Rocchi. «Quel che cambia è che gli stessi geni sono usati diversamente. Per esempio, abbiamo geni per lo sviluppo cerebrale che, a differenza di gorilla e scimpanzé, restano attivi a lungo dopo la nascita: così possiamo avere un cervello più grande nonostante il bacino femminile non molto più largo, che non permette di partorire una testa troppo cresciuta. È questo il meccanismo che ci ha permesso di evolverci tanto in pochi milioni di anni». Lavori in corso. Come sempre, la mappatura è solo l’inizio del lavoro. «La sequenza è un traguardo ma è anche una partenza: per capirne il senso bisogna interpretarla», dice Rocchi: «E ci vorrà molto tempo per capire appieno la nostra unicità». Nel tempo, probabilmente, il confronto tra i genomi ci darà molte delle risposte che cerchiamo. Per ora, altrettanto spesso, smonta le risposte sem-

I tEmPI DEll’EvoluZIonE DEI PrImatI. GlI ultImI sono oranGhI, GorIlla, scImPanZÈ E umanI

plicistiche che avevamo azzardato con le poche informazioni disponibili. Come del resto stanno facendo le ultime scoperte sui nostri parenti più immediati, gli australopitechi e le altre specie di Homo. Fino a una diecina di anni fa pensavamo di aver convissuto con una sola specie umana, i Neandertal, fino alla loro estinzione 35 mila anni fa. Ora sappiamo che abbiamo condiviso il pianeta con almeno altre tre specie umane: oltre a Neandertal quelle di Denisova e di Flores, quest’ultima ancora in vita almeno fino a 13 mila anni fa. E con alcuni ci siamo incrociati, come è emerso negli ultimi due anni grazie ai genomi ricavati da ossa preistoriche: il 4 per cento del genoma degli europei proviene dai neandertaliani, in

alcune popolazioni asiatiche circola Dna denisovano, e anche in Africa ci sono forti indizi di incroci tra i sapiens e specie arcaiche locali. La nostra storia, insomma, non è un progresso lineare e puro verso la specie unica che ci piace pensarci. Il nostro cespuglio evolutivo è molto più intricato. E come ricorda Gianfranco Biondi, paleoantropologo all’Università de L’Aquila, c’è addirittura chi sostiene che non meritiamo un genere a se stante: un osservatore esterno imparziale, guardando i nostri genomi, non troverebbe motivo di distinguere noi da scimpanzé e bonobo, e forse neanche dai gorilla, e ci considererebbe tutti membri dello stesso genere Homo, insieme ovviamente agli australopitechi nostri antenati. L’idea era già stata formulata su basi morfologiche, ma molti trovano che le nuove conoscenze genetiche la stiano rafforzando molto. n
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Elaborazione grafica di Daniele Zendroni e Giacomo De Panfilis

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Salute Scienze
Pancetta addio
Colazioni a base di uova e pancetta, vino al posto del caffelatte, tagliatelle fatte in casa condite con ragù di salsiccia. Si devono essere messi le mani nei capelli, i dietologi, quando hanno raccolto i dati sulla gustosa ma ipercalorica alimentazione in uso a Brisighella, di certo responsabile dell’alta incidenza delle malattie cardiovascolari. E sono corsi ai ripari, con un campagna di sensibilizzazione capillare e un Centro per l’informazione sulla nutrizione dove operavano tre dietiste e un medico. Senza stravolgere le vecchie abitudini, ma suggerendo una serie di miglioramenti. a partire dagli alimenti in cui abbondare frutta, verdura, pesce - e da quelli da limitare, come carne e grassi animali, formaggi, alcol e sale. Per passare alle modalità di cottura consigliate - al cartoccio, al vapore, alla piastra - e ai menù tipo. Che prevedevano, tra l’altro, una colazione più tradizionale e spuntini a base di frutta o yogurt, ma anche piatti unici come zuppa di pesce o pasta e ceci, con insalata e frutta per completare il pasto. i dati raccolti confermano che il progetto ha dato i suoi frutti.

Un piccolo centro della Romagna. Uno studio per capire le ragioni delle malattie cardiache. E oggi in paese si rischia meno

Modello Brisighella

SovrappeSo

Maledetti antibiotici

È

di Paola Emilia CiCEronE
no abbassato notevolmente la mortalità cardiovascolare in paese. «Lo studio è nato nel 1972, sulla falsariga di quanto avveniva negli Stati Uniti con lo studio Framingham», spiega Claudio Borghi, che dirige l’Unità Operativa di Medicina Interna del Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Cruciale la scelta di Brisighella, un piccolo borgo appenninico - all’epoca parteciparono all’indagine circa 2 mila persone - con pochi medici di famiglia e un solo ospedale di riferimento, caratteristiche che hanno facilitato la raccolta dei dati. In paese l’incidenza di malattie cardiovascolari era superiore rispetto al resto della regione, e i primi dati dello studio indicarono che questo era dovuto al profilo lipidico, a fattori metabolici responsabili del rischio cardiovascolare. Così a fianco della ricerca epidemiologica, proseguita con rilevamenti quadriennali, è stata avviata una collaborazione con i medici di famiglia, la scuola, le istituzioni per indirizzare la popolazione verso stili di vita corretti. «In questo modo», osserva Borghi, «la colesterolemia della popolazione è calata dai 240 del 1984 ai 203 del 2008, e la pressione arteriosa media si è ridotta abbastanza da riportare Brisighella nella media regionale». A indicare l’efficacia di una buona politica di prevenzione: «Particolarmente importante il lavoro nelle scuole, con i bambini, che hanno un effetto trascinante sui genitori, e sono riusciti a ridurre alcune cattive abitudini» spiega Borghi. Lo studio prosegue e i cittadini si sono cosi affezionati che protestano quando non vengono inclusi. Prossimo obiettivo del Brisighella Heart Study, capire meglio il ruolo dell’attività fisica nella prevenzione cardiovascolare.

in quella terra di confine tra Emilia e Romagna, Brisighella. A essere precisi, sennò da queste parti si arrabbiano, è già Romagna, in provincia di Ravenna. Gente civilissima che conta da anni su un Servizio sanitario eccellente, due condizioni essenziali per assicurare il successo a un progetto che sembra svedese: il Brisighella Heart Study, un’indagine epidemiologica unica nel suo genere, che in queste settimane compie 40 anni e che permette di verificare come interventi semplici sulla dieta e lo stile di vita abbia-

Infarto

Luce SaLvacuore
Bagni di luce possibilmente intensi e agli orari giusti: è questa una maniera semplice per prevenire l’infarto. Ricercatori tedeschi, canadesi e americani lo hanno dimostrato su “Nature Medicine”: c’è una connessione tra la maggiore quantità di fotoni a cui si è esposti e il minor rischio di attacco al cuore. I cicli biologici basati sull’alternanza luce-oscurità regolano la produzione di una proteina (chiamata Period 2) che proteg-

ge dall’infarto o, nel caso in cui si sia verificato, limita i danni che subiscono le cellule cardiache. Un’esposizione programmata al sole potrebbe dunque sostenere il cuore, che riesce a sopportare più a lungo una carenza di ossigeno nel sangue. Fermo restando che la pressione arteriosa, il colesterolo e il livello di zuccheri nel sangue devono avere valori che rientrano nella norma.
Glauco Galante

Negli ultimi mesi siete ingrassati? La colpa potrebbe essere, anche, degli antibiotici. Lo suggerisce uno studio presentato all’International Human Microbiome Congress da Martin Blaser della New York University. Lo scienziato ha osservato che ai topi appena nati bastano quattro settimane di penicillina per ingrassare fino al 15 per cento in più rispetto ad animali non trattati. E questo sarebbe dovuto all’alterazione della flora intestinale causata dall’antibiotico. Questi dati sembrano dare conto dei risultati di uno studio condotto su 28 mila bambini, che correla l’assunzione di antibiotici nei primi sei mesi di vita a un maggiore rischio di obesità a 7 anni. Ma se gli antibiotici stravolgono la flora intestinale, e così contribuiscono ad aumentare il girovita, la soluzione non è quella di rinunciare ai farmaci. Piuttosto, è quella di ripopolare gli intestini con i microorganismi che vi abitavano prima dell’avvento dei moderni stili di vita, suggerisce Blaser. Uno studio condotto su campioni di feci di 3 mila anni fa ha mostrato che la flora batterica dei nostri antenati è più simile a quella dei primati non umani e delle popolazioni africane che non alla nostra. Per chiarire se una ripopolazione batterica possa contrastare malattie e obesità serviranno ulteriori studi. Anna Lisa Bonfranceschi

Depressione SaLvati dai videogiochi
Vincere umor nero e pensieri molesti combattendoli sullo schermo di un computer: è la filosofia di Sparx, un programma di self help per ragazzi che soffrono di depressione lieve moderata realizzato dall’Università di Auckland in Nuova Zelanda, un videogioco in 3 D nel quale giovani guerrieri combattono contro i mostruosi Gnat (ovvero: Gloomy Negative Automatic Thoughts, pensieri cupi e negativi fuori controllo). Secondo un articolo del “British Medical Journal”, il programma coordinato e realizzato da Sally Merry e Carolina Stasiak, ha dato buoni risultati in una sperimentazione che ha coinvolto 187 adolescenti in 24 centri di assistenza. I pazienti che hanno utilizzato Sparx sono risultati meno depressi e con meno pensieri ansiosi di quanti hanno seguito una psicoterapia. E il 44 per cento dei ragazzi che hanno giocato almeno fino al 4 livello è stato considerato guarito, rispetto al 26 di quanti hanno seguito una psicoterapia. Sono risultati che dovrebbero indurre a usare con ancora più cautela gli psicofarmaci per curare i giovanissimi. Come ha indicato uno studio dell’Università di Torino coordinato da Roberta Siliquini, ordinario di Epidemiologia: un adolescente su quattro avrebbe assunto psicofarmaci almeno una volta nella vita, spesso senza prescrizione medica. Un programma di self help come Sparx potrebbe essere un’alternativa economica e facilmente gestibile: è basato sui principi della psicologia cognitiva comportamentale, e strutturato

Foto: S. Ghizzoni - Contrasto, M. Palm - Gallerystock.com / Contrasto

in sette moduli corrispondenti a sette livelli di gioco che si possono completare in 4/7 settimane imparando a controllare le proprie emozioni: l’avatar di ciascun giocatore si muove in un’ambientazione fantasy combattendo mostri o altri ostacoli che simboleggiano i pensieri negativi o la difficoltà di gestire le emozioni o di affrontare le difficoltà. Paola Emilia Cicerone

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n. 29 - 19 luglio 2012

Tecnologia
App sociAlmente utili | esibizionisti on line | pd e lA rete

Nuovi siti

Non solo cyber

L’impRudeNza è soCiaL
Ci voleva un giovane programmatore in cerca di impiego, il diciottenne Callum Haywood, per aprire gli occhi a tanti malati di esibizionismo su Internet. Quelli disposti a condividere sui social network perfino l’ultima pastiglia o l’ultimo spinello, convinti magari che la confessione resti all’interno del circolo di “amici” di Facebook. Ma il sito Weknowwhat youredoing. com, creato dal ragazzo americano, sembra fatto apposta per infrangere tali illusioni. Troppo spesso ci si dimentica di regolare le impostazioni di privacy in maniera restrittiva, ed ecco pubblicate on line dichiarazioni sprezzanti sul capoufficio, dissertazioni sui postumi di una sbronza, numeri di telefono privato. Il tutto potenzialmente visibile a chiunque. Haywood non ha fatto altro che raccogliere questo materiale, collegandosi a Facebook

Se Bersani facesse clic
dI ALeSSANdRo GILIoLI
«Non abbiamo padroni ad Arcore né abbiamo quelli che vengono via Internet», ha detto l’altra settimana Pier Luigi Bersani concludendo l’assemblea dei segretari di circolo del suo partito, alla Fiera di Roma. La frase è stata interpretata dai più come un’allusione a Beppe Grillo e alla Casaleggio, l’agenzia di comunicazione a cui si appoggia il fondatore del Movimento 5 Stelle. Bersani è sempre stato molto prudente - se non diffidente - verso la Rete, che ha più volte indicato come una realtà virtuale e disordinata (un”ambaradan”) contrapposta al mondo fisico, quello in cui «ci si guarda in faccia». Quest’ultima esternazione tuttavia rappresenta un doppio passo all’indietro nel difficile approccio del segretario al Web. Intanto perché la Rete, al contrario delle tv, non ha padroni: ha al suo interno una quantità infinita di voci, e sta a chiunque crea un contenuto riuscire a raggiungere (e a convincere) il massimo numero possibile di utenti. Se il messaggio digitale del Pd è stato in questi anni carente, non è colpa del mezzo ma di chi non ha saputo o voluto usarlo al meglio. Ma il secondo errore è peggio del primo, perché nell’alludere a Grillo come “padrone che viene dalla Rete” si offre su un piatto d’argento al fondatore del M5S proprio quel ruolo a cui lui stesso aspira, cioè di guru mediatico attorno al quale più o meno ruota tutta la Rete italiana. Nel dibattito politico che avviene ogni giorno via Web i soggetti significativi sono tantissimi, compresi non pochi che simpatizzano per il Pd. In vista delle elezioni, insomma, Bersani ha la scelta se iniziare a frequentare la Rete e a capirla oppure continuare a credere che da lì vengano misteriosi “padroni” ai quali finiscono poi non pochi dei suoi voti.
A sInIsTrA: un CHIrurgo. In AlTo: un operATore Al CoMpuTer
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e a Foursquare, e suddividerlo in categorie sotto le intestazioni: “Chi vuole essere licenziato?”, “Chi assume droghe?”, “Chi ha un nuovo numero di telefono?”. Forse servirà a far riflettere i più incauti; anche se, si sa, le cattive abitudini sono dure a morire. Federico Guerrini

Rivoluzione in sala operatoria

C’è una console in ospedale
Quando il chirurgo dell’ospedale Guy St. Thomas di Londra, nel bel mezzo di un intervento, ha chiesto di usare la Xbox, non aveva nessuna intenzione di distrarsi. È che nella sala operatoria era stata introdotta per la prima volta la console di gioco in accoppiata con la rivoluzionaria interfaccia Kinect, che non prevede alcun dispositivo se non il proprio corpo per interagire con le immagini sullo schermo. In questo caso Kinect permette a chi sta operando di controllare col movimento di una sola mano la telecamera e gli altri strumenti di rilevazione diagnostica in tempo reale, dai raggi X alla tomografia computerizzata, utilizzati in sala operatoria. Sembra cosa da poco ma in realtà evita al chirurgo di dover sospendere momentaneamente l’intervento per recarsi nello stanzino del tecnico di radiologia per verificare i dati e modificare l’inquadratura degli strumenti di analisi e rilevamento, evento che si può verificare anche più volte ogni ora. Un risparmio di tempo che migliora la qualità della vita sia di chi sta sopra i ferri sia di chi ci sta sotto.
Gabriele de Palma

Foto: M. Bird - Corbis, H. Bengtsson - Corbis

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Tecnologia progetti umanitari
Mappare la deforestazione. Sminare un terreno. Aiutare i senzatetto. Ecco la parte migliore di Internet. Quella socialmente utile

C’
com’è buona
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Di Carola FreDiani
è chi usa Google Earth per vedere casa sua e chi lo utilizza invece per bonificare un campo di mine. Magari andando a zoomare sui singoli piloni elettrici che attraversano il Mozambico, molti dei quali sono stati minati durante la guerra civile degli anni Ottanta e Novanta, per individuare quelli più a rischio. Come ha fatto Halo Trust, una Ong in prima linea nelle azioni di sminamento,che ha creato una mappa di questi tralicci utilizzando il software di Google. Dall’Africa alla Cambogia, l’organizzazione non governativa sfrutta gli strumenti di Google Earth Pro, la versione avanzata del programma di mappe satellitari, per identificare e disegnare le aree minate, verificare i dati inseriti a sinistra: raccolti sul campo dal il mapparium di proprio staff attraverso le boston. sotto: unità Gps, tracciare i conuno sminatore in un campo fini di un terreno pericodel nagorno loso, decidere dove agire karabach, prima e produrre cartine nel caucaso che mostrino i risultati ottenuti. Ma è solo uno degli utilizzi intelligenti delle mappe realizzate dal colosso hi-tech. Ad esempio gli indios Surui, che vivono nell’Amazzonia, dotati dai tecnici di Google di training e apparecchiature, hanno usato le mappe del gigante di Mountain View per documentare la deforestazione che rischiava di mangiarsi la loro riserva. «Le comunità locali vedono nelle nostre tecnologie un potenziale e spesso ci contattano.

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Foto: k. kasmauski - science Faction / corbis, n. hannes - hollandse hoogte / contrasto

questa app

Anche perché alcuni dei nostri strumenti sono in grado di avere un impatto sociale, specie se ulteriormente sviluppati», spiega a “l’Espresso” Simona Panseri, direttore public affairs di Google per l’Italia. Ma le aziende hi-tech non sono le sole a essere consapevoli delle potenzialità collaterali di prodotti nati per il mercato digitale. Negli Stati Uniti il Dipartimento dei Veterani, il ministero che si occupa di dare assistenza agli ex militari, ha appena lanciato una competizione per programmatori con l’obiettivo di creare delle applicazioni per i senza tetto. Il project Reach distribuisce premi da 10 mila dollari per i finalisti di questa gara, ospitata sul sito Challenge.gov, messo in piedi dallo stesso governo americano per trovare soluzioni tecnologiche a problemi sociali. Le app realizzate per gli homeless, ma più che altro per i device messi a disposizione dai ricoveri che li ospitano, devono fornire in modo molto semplice informazioni utili su dove trovare assistenza sanitaria, uffici di collocamento, strutture di appoggio. Anche San Francisco ha lanciato un bando per realizzare una app che aiutasse gli utenti seguiti dai servizi sociali a individuare facilmente i negozi che accettano i buoni alimentari. Lo ha fatto attraverso Applicationsforgood.org, una no profit specificamente dedicata a favorire la nascita di software per il bene comune. Da due anni tiene un concorso che aiuta i rappresentanti del sociale e i singoli programmatori a mettersi insieme per creare progetti innovativi. Anche qui, per i migliori, premi da 10 mila dollari. «Le associazioni e le agenzie locali che si rivolgono a noi hanno soprattutto un’esigenza: come mantenersi in contatto con la propria utenza, ad esempio con chi beneficia di programmi di assistenza; o con chi deve prendere delle medicine», spiega Arthur Grau, community manager di Applications For Good. «Gli informatici che partecipano alle nostre
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Tecnologia
gare sono spesso giovani che vogliono testare una piattaforma su un pubblico». Insomma, una situazione apparentemente “win win”, vantaggiosa per entrambe le parti. E promossa anche a livello governativo. Perché, aggiunge Grau, «l’amministrazione Obama ha spinto molto questo genere di sfide». C’è poi chi scommette sul ruolo formativo dell’innovazione. Sulla tecnologia come chance individuale per sfuggire alla predestinazione di una classe sociale o di un ghetto. È il caso del Center for Digital Inclusion (Cdi), organizzazione che insegna come sviluppare app per smartphone a studenti svantaggiati dei quartieri londinesi di East e South London. Si tratta di adolescenti tra i 12 e i 18 anni, che frequentano scuole problematiche, con un alto tasso di immigrati di seconda generazione o di famiglie assistite dai servizi e ai quali viene insegnato come formulare un’idea per un’app, condurre una ricerca di mercato, realizzare il software e presentarlo davanti a un panel di esperti. «Vogliamo creare una generazione capace di risolvere problemi», spiega Iris Lapinski, Ceo di Cdi Europe: «Più del 40 per cento dei nostri studenti sono donne, una percentuale più alta di quella del mondo hi-tech. La ragione è che noi non partiamo dalla tecnologia in sé, che può risultare poco affascinante, bensì dalla questione da affrontare». Gli studenti cioè hanno piena libertà di scegliere i temi e gli scopi della loro app. Così, c’è la ragazza originaria del Bangladesh che ne ha creata una per tradurre frasi di ambientazione scolastica dall’inglese al bengalese, con lo scopo di fare comunicare insegnanti e genitori di immigrati. Ci sono i tre ragazzi che ne hanno fatta una per monitorare i frequenti fermi e le perquisizioni per strada effettuate dalla polizia nei confronti di giovani maschi di quartieri difficili: Stop and Search Uk, si chiama, per telefonini Android e BlackBerry. «Non tutte le app inventate dai nostri studenti sono su grandi questioni sociali», prosegue Lapinski: «A volte riguardano cose come: tenere traccia delle promesse dei genitori, che spesso si dimenticano di quanto detto».
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GlI eFFettI DellA DeFOreStAzIOne In AMAzzOnIA vIStI COn l’OCChIO DI GOOGle eArth

Obiettivo: interesse pubblico
AvAAz.org È una Ong internazionale, nata nel 2007, con lo scopo di promuovere l’attivismo su scala globale attraverso petizioni on line, campagne mail, e mobilitazioni soprattutto digitali. Ma più che un sito di raccolta firme vuole essere una vera e propria comunità globale, localizzata in 15 lingue, tra cui l’italiano. ChAllenge.gov. È una piattaforma on line gestita dall’amministrazione americana con l’obiettivo di raccogliere le migliori idee per risolvere problemi specifici, attraverso la tecnologia e l’innovazione. Usa un sistema di premi. AppliCAtionsforgood.org Al motto di “Cambia il mondo una app alla volta”, è una organizzazione americana no profit che mette insieme sviluppatori e Ong o agenzie governative per aiutarli a creare soluzioni tecnologiche di interesse pubblico. Appsforgood.org È l’iniziativa lanciata in Gran Bretagna dal Center for Digital Inclusion (Cdi), che organizza dei corsi in decine di scuole britanniche con l’obiettivo di avvicinare gli adolescenti alla programmazione e alla progettazione di app.

Ma se partire dai telefonini, quando si vuole coinvolgere i giovanissimi, è quasi una scelta obbligata, su cosa è meglio scommettere per fare pressione su governi e politici? Change.org un’idea se l’è fatta, portando avanti battaglie sociali a forza di firme. Il sito, lanciato nel 2006 da due studenti della Stanford University, permet-

te di organizzare dal basso petizioni on line. Sembrerebbe uno strumento desueto, una conferma degli stereotipi dello slacktivism (da slacker: lavativo, e activism: attivismo), l’idea cioè che basti stare sprofondato in poltrona a cliccare sul mouse per cambiare il mondo. Eppure, Change.org dei risultati li ha ottenuti davvero. Grazie alle due milioni di firme raccolte on line, per esempio, ha fatto processare l’assassino di Trayvon Martin, il diciassettenne di colore ucciso da un volontario delle ronde di quartiere, in Florida, che la polizia inizialmente non aveva arrestato. «La nostra piattaforma, a differenza di altre, promuove attivamente alcune petizioni ritenute più importanti o efficaci. In tal caso si contattano i fondatori della campagna e si dà loro supporto», racconta Salvatore Barbera, incaricato di lanciare quest’estate l’edizione italiana di Change.org. Che è una società, e si sostiene mettendo in evidenza alcune petizioni a pagamento, «un po’ come avviene con i video sponsorizzati di YouTube, che restano comunque visibilmente differenziati dagli altri». E poi c’è chi reinventa la filantropia a partire dalle operazioni più quotidiane. Come Benelab.org, un search engine che appoggiandosi al motore di Yahoo devolve tutti i propri ricavi pubblicitari per sostenere battaglie sociali. Fondato e gestito da un gruppetto di studenti delle superiori di Seattle, è già inserito in un incubatore di startup, anche se il suo traffico è ancora limitato. «Lo scopo di Benelab non è essere il miglior motore di ricerca al mondo, o competere con Google, ma diventare il modo più semplice per gli utenti di aiutare cause incredibili senza spendere un centesimo» spiega il Ceo Jack Kim, 17 anni, di ritorno da scuola: «Vogliamo dimostrare che la filantropia può essere incorporata nelle nostre vite quotidiane, specialmente grazie alla tecnologia». D’altra parte quest’ultima può anche essere usata a un livello molto più profondo, per influire sulle decisioni individuali più delicate. Come i filmati interattivi della societàWill Interactive che,immergendo gli utenti in una simulazione con diverse strade da prendere, li educano a fare le scelte migliori in situazioni difficili. Ad esempio, a evitare lo sfratto se si perde il lavoro. n

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Foto: Planetobserver - Spl / Contrasto

n. 29 - 19 luglio 2012

Economia
CRISI DELL’AUTO | ITALIA SENZA RUOTE | NUOVO CINEMA MAINETTI | PRESTITI SOCIALI

Made in Italy

Evasione fiscale

Lapo sceglie i Bot
In casa Agnelli a tifare davvero Italia è Lapo Elkann. Mentre la Fiat per bocca dell’amministratore delegato Sergio Marchionne minaccia di chiudere uno stabilimento o di spostare la sede negli Stati Uniti, il nipote dell’Avvocato, il cui slogan di sempre è “Italian independent”, fa incetta di titoli di Stato. Sfogliando il bilancio della sua piccola cassaforte, La holding Srl, si scopre infatti che Lapo nel corso del 2011 ha investito per la prima volta con la sua società quasi 150 mila euro in buoni del Tesoro. E chissà se gli acquisti sono avvenuti proprio in occasione del Btp-day dello scorso novembre quando istituzioni, banche e privati, tra cui i calciatori della nazionale azzurra, avevano comprato a mani basse titoli di Stato per dare un calcio ai mercati e sostenere l’Italia in un momento economico difficile che ormai dura da tempo. L’investimento del rampollo ammonta per l’esattezza a poco più di 149 mila euro e risulta essere l’unica attività finanziaria in possesso della società. Per il resto, il bilancio di La holding - che comprende le partecipazioni in I Spirits (la vodka made in Italy lanciata insieme a Cipriani), Sound Identity, La Communication e Mybluezebra - stenta ancora a decollare. L’esercizio si è chiuso infatti con ricavi che sfiorano mezzo milione di euro e un utile piuttosto risicato: 11 mila euro. Peccato che abbia dovuto destinare il poco guadagnato alle riserve straordinarie, se no chissà, avrebbe potuto comprare altri Bot. N.C.

Seguite quella sigaretta
Con la fusione dei Monopoli nelle Dogane voluto dal governo Monti, cioè con il passaggio da una struttura burocratica a una più operativa sul territorio, la guerra al contrabbando di sigarette diventerà più severa? Nel 2011 la Guardia di Finanza ha sequestrato 240 tonnellate di sigarette, di cui 38 contraffatte. Il grosso erano sigarette originali, ma che viaggiavano con i “documenti fiscali” falsificati. Cioè con le fascette del Poligrafico - che testimoniano il pagamento dei tributi non originali. Questo commercio in nero sembra essere più ampio di quanto gli stessi sequestri facciano immaginare. In Italia esso viene stimato (da un recente Rapporto di Nomisma) pari a 2,8 miliardi di sigarette, che equivale a un 3,4 per cento dei consumi legali: troppo poco visto che in Francia incide per il 14 e in Germania vale il 18 per cento del mercato alla luce del sole. Dunque, anche la cifra dei mancati guadagni dell’erario circa 500 milioni di euro - finisce per apparire sottodimensionata: applicando le stesse percentuali francesi e tedesche da noi, l’evasione di Iva, accise e aggio salirebbero a 2 miliardi. Stroncare il fenomeno farebbe quindi la differenza nei conti

pubblici. I grandi produttori (Philip Morris, Bat e Japan Tobacco) hanno sempre detto di aborrire il contrabbando. Ma a ben vedere la quota delle sigarette “imitate”, di provenienza cinese, sono una piccola parte del giro illegale. Sul resto grava il sospetto che in qualche maniera finisca per ingrossare il giro d’affari delle tre sorelle del tabacco. Per disinnescare il contrabbando basterebbe accompagnare il viaggio delle sigarette dalla fabbrica al consumatore con sistemi più moderni. Per esempio: con fascette del Poligrafico con dentro un piccolo “cip”, o qualcosa che permetta la loro tracciabilità. Sistemi adottati di recente da Turchia, Canada, Brasile e California. Ma che da noi faticano a entrare. P.P.

Assicurazioni

Passera e lo scontento bipartisan
Cresce la tensione sulle questioni economiche tra la maggioranza e il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera. È in particolare il capitolo sulle assicurazioni che scontenta tra l’altro gli esperti del Pdl e del Pd. Nonostante l’incertezza sul caso Isvap e Premafin-Fonsai, il ministro non è mai intervenuto sul tema che pure è di sua competenza, si mormora nella Commissione Finanze della Camera, che per questo conta di sentire Passera in audizione. I dissapori riguardano anche il testo sulle cambiali finanziarie inserito nel decreto Sviluppo che ha irritato i vertici della Commissione: il testo, nonostante le rassicurazioni del ministro, non coincide con quello preparato in commissione. Da qui un pepato carteggio tra la segreteria tecnica dello Sviluppo guidata da Stefano Firpo e il presidente della Commissione, Gianfranco Conte. M.A.
Foto: A. Tosatto - Contrasto

La cifra della settimana

3.500.000
Fonte: German Marshall Fund
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gli americani impiegati da datori di lavoro europei. La salute della nostra economia sta a cuore agli Usa

FOTO IN ALTO: SEQUESTRO DI SIGARETTE DURANTE UNA OPERAZIONE DELLA GUARDIA DI FINANZA

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Economia QUATTRO RUOTE cRAc / cHE FARE

S

ei macchine su dieci immatricolate in Europa non generano utili per chi le produce. Anzi, vendendole, si perdono quattrini o al massimo si va in pari. Lo sostengono gli analisti del Credit Suisse. Non solo: quattro fabbriche europee di auto su dieci lavorano sotto la soglia del pareggio. Questa volta sono gli esperti di AlixPartners a dirlo. Il mal d’auto esiste, ma non è un problema globale: nei primi cinque mesi del 2012, infatti, gli acquisti di vetture nuove sono aumentati del 5,7 per cento nel mondo mentre nell’eurozona sono calati del 10,5 per cento. Viste dalla Francia e dall’Italia la condizione e le prospettive delle quattro ruote sono tragiche ma agli occhi di un osservatore cinese, americano e soprattutto coreano la situazione è ottima. E anche in Europa ci sono europei che si fregano le mani. Le marche cosiddette “premium”, come Audi, Bmw e Mercedes, che macinano record grazie alle classi emergenti dei Paesi emergenti e il colosso Volkswagen avanzano compatti e tutti o quasi i giocatori del team portano a casa buoni risultati. Più in generale, come capita in altri settori, tipo la moda, si consolida la tendenza del mercato a clessidra. “Tirano” il lusso che affascina e il low-cost coltivato nel giardino di gruppi importanti, come dimostra il

LA VoLkswAgen DI woLFsburg e mArChIonne

boom della rumena Dacia che sfrutta economie di scala e tecnologie Renault. Chi sta nel mezzo è nei guai. Soffrono, e parecchio, i produttori generalisti europei: i gruppi francesi Renault e Psa (con i brand Citroën e Peugeot), Fiat e Opel. I loro stabilimenti marciano a passo lento e c’entrano poco le scelte strategiche: nel Reparto Grandi Malati sono metaforicamente ricoverati la più “elettrica” delle case al mondo, la Renault di Carlos Ghosn, e la Fiat di Sergio Marchionne, che l’elettrica finora l’ha snobbata. Che la “piccola borghesia” delle quattro ruote se la passi male non è una novità. Ma la crisi econonica che attanaglia l’Europa, facendo calare o crollare le immatricolazioni, sparge sale sulle piaghe. Il fresco studio sull’auto della società di consulenza strategica AlixPartners, “Europa in retromarcia”, prevede che quest’anno le fabbriche tedesche di vetture viaggino all’89 per cento della capacità produttiva installata, più o meno come nel 2007; le francesi stanno al 60 per cento (erano al 74) e le italiane al 54 per cento (erano al 78). In termini assoluti è la Francia a rallentare di più, dal momento che la sua potenzialità è di 3,3 milioni di auto all’anno contro 1,4 milioni di macchine che potrebbero sfornare gli stabilimenti italiani della Fiat. La sovracapacità strutturale dell’Europa occidentale è stimata in 1,5-1,6 milioni di macchine: se le vendite si stabilizzano sui livelli attuali per eliminare gli eccessi bisognerebbe fare a

Sei mesi di lavoro
Come è cambiato nel tempo il rapporto tra la retribuzione di un impiegato statale e il prezzo di una utilitaria Fiat.

Foto: P Langrock - Zenith / LAIF / Contrasto, A. Dadi - Agf .

Troppi stabilimenti. E un mercato che si prosciuga. Così Fiat, Opel e francesi soffrono. Mentre i tedeschi volano
Di maurizio maggi

Non è un paese per

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AUTO

modello e prezzo
noV. 1972 Fiat 500 r € 341 lUG. 1992 panda 750 Fire € 4.978

stipendio* € 64 € 1.103
€ 1.686


5,3

4,5

lUG. 2012 nuova panda 1200 € 10.200

6,0

(*) retribuzione lorda mensile (n°) numero di stipendi necessari all’acquisto I prezzi sono di fonte “Quattroruote”. Le retribuzioni sono fonte Istat: retribuzione contrattuale lorda dei dipendenti dei Ministeri (coadiutore parametro 120). Elaborazioni Centro Studi UNRAE
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Economia
Sette volanti per dieci autisti
Gran Bretagna Corea del Sud

Densità automobilistica (numero di auto per 1.000 abitanti)
Giappone Francia Italia

Fonte: Oica

meno di 4-5 fabbriche medie o di 3 impianti grossi. In Europa ci sono 120 stabilimenti in grado di sfornare 18 milioni di vetture: quest’anno il mercato non ne assorbirà più di 12 milioni e l’export è ben inferiore ai 6 milioni necessari a saturare le linee. Da quando Marchionne ha detto che, se il mercato non si riprende, le potenzialità produttive della Fiat in Italia sono eccessive, s’incrociano le dita. E ci si chiede: dopo Termini Imerese, quale impianto potrebbe essere sacrificato. Melfi? In Molise, la Punto aspetta con ansia la prossima versione “congelata” dal capo, contrario a sparare nuove cartucce quando il mercato arranca. Pomigliano? Cassino? Mirafiori? Un macabro toto-chiusura destinato purtroppo a durare. «La crisi del 2008-2009 ha portato

a una sana razionalizzazione del settore negli Stati Uniti, dove sono state chiuse o riconvertite ad altro utilizzo 18 fabbriche di auto. Dal 1979 a oggi, in Nord America ben 267 siti produttivi legati in qualche modo all’auto sono stati abbandonati o riconvertiti a finalità industriali, logistiche e commerciali. In Europa, dal 2007 a oggi solo tre stabilimenti sono stati chiusi mentre altri otto sono stati aperti nell’Europa orientale», sostiene Andrea Alghisi di AlixPartners. In Francia tengono banco i guai del gruppo Peugeot-Citroën. Però anche la Renault pilotata da Carlos Ghosn ha i suoi bei problemi: le ottime performance della low-cost Dacia non possono attenuare le preoccupazioni sulla scommessa che il boss ha fatto sull’auto elettrica, che

ha richiesto miliardi di investimenti ma stenta a decollare. Sul fronte occupazionale, però, a preoccupare il neopresidente Francois Hollande è soprattutto Psa, che produce più della Renault in Francia (39 per cento contro 15 per cento) e vende molto di più dei concorrenti d’Oltralpe in Europa. Già a fine 2011 furono annunciati 4 mila tagli, ma i numeri sono poi cresciuti e rischia la chiusura persino la storica fabbrica di Aulnay-sous-Bois. Psa ha bisogno di soldi e, nonostante le smentite, la società starebbe chiedendo l’intervento finanziario dello Stato. Entro fine luglio dovrebbe essere anunciato il piano di aiuti per l’auto promesso dall’esecutivo. Non ci saranno incentivi alla rottamazione. E comunque a Bruxelles vigilano. Dice a “l’Espresso” il commisFoto: C. Platiau - Reuters / Contrasto, Bloomberg - Gettyimages, Afp / Gettyimages

ThieRRy PeuGeoT. A DeSTRA: ChunG MonG-Koo (hyunDAi) e SoPRA CARloS GhoSn

sario all’Industria e vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani: «Bisogna fare di tutto per evitare la chiusura delle fabbriche, la Fiat ha gli stessi problemi di sovracapacità di Psa e Renault. Un piano europeo non lo possiamo fare perché non c’è l’accordo tra le case costruttrici, la Commissione può accompagnare la ristrutturazione ma non imporla. Se la Francia vuol lanciare un programma di sostegno al settore deve rispettare le norme comunitarie sugli

aiuti di Stato, non possiamo dire noi cosa dovrebbe fare o meno un governo». A Marchionne, che l’ha invocata da presidente dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei di auto, l’idea di un piano di ristrutturazione che agevolasse la chiusura degli impianti, sulla falsariga di quello adottato negli anni Novanta per la siderurgia, piaceva eccome. Non ce l’ha fatta a convincere i colleghi in salute, però. E da capo della Fiat di aiuti non ne chiede: ci sono 1,5 miliardi di euro a fondo perduto stanziati dall’Europa per favorire lo sviluppo dell’auto del futuro ma, per ora, all’ibrido e all’elettrico il capo della Fiat non ci vuol proprie pensare. Con l’ecce zione della Fiat 500 elettrica negli Usa, un impegno necessario per incrementare la quota di azioni di Chrysler come previsto dal piano di salvataggio voluto dal presidente Barack Obama. Maligno il commento di Isabelle Barthez, esponente di punta della Federazione europea dei sindacati metalmeccanici: «L’impressione è che, ormai, a Marchionne l’Europa non interessi più. La domanda che ci poniamo è: ha voglia di continuare l’avventura della Fiat? A me sembra di no». In compenso, la Fiat e le altre marche forti nelle auto piccole hanno vinto la partita dell’anidride carbonica. Non è stato un trionfo come poteva sembrare nella prima

E in Corea se la ridono
Essere temuto dai concorrenti lo inorgoglisce. Ma il sogno di Mong-Koo Chung è di svegliarsi un giorno e scoprire che il suo Hyundai Motor Group ha immatricolato una macchina in più della Toyota. Non sarà facile sorpassare i giapponesi, storicamente antipatici ai coreani: Chung ha 74 anni e tra lui e Toyota ballano ancora un paio di milioni di vetture, (7 contro 9 nel 2012). La scalata al quinto posto al mondo con 6,65 milioni di auto vendute nel 2011 - 4 milioni con marchio Hyundai, il resto targato Kia - è stata rapida. Percepite come marche “economiche”, Hyundai e Kia hanno fatto passi da giganti in qualità ed estetica. Sinora hanno puntato su modelli simili, declinati con look differenti, ma in futuro ci saranno pure modelli non condivisi; Hyundai sarà la marca “seria”, Kia quella un po’ più sbarazzina. A Ulsan, in patria, hanno la fabbrica più grande del mondo (1,5 milioni di auto l’anno) ma producono ovunque, dall’America all’India alla Cina, il mercato per loro principale. Metà delle auto vendute in Europa sono prodotte in Slovacchia e Repubblica Ceca. Oggi nella fabbrica Kia a Zilina lavorano su tre turni e i tempi d’attesa per consegnare un fuoristrada Sportage si sono ridotti: fino a pochi mesi fa un cliente rischiava di aspettare un anno. Un paradosso, pensando ai concorrenti europei che producono a singhiozzo e che si sentono penalizzati dall’accordo di libero scambio entrato in vigore l’anno scorso, che avrebbe fatto lievitare l’import coreano. Nel 2011 sono arrivate in Europa 383 mila auto (non solo Hyundai-Kia ma anche Chevrolet, la ex Daewoo), mentre a fare il tragitto inverso sono state 75 mila. I costruttori europei rimpiangono i dazi di una volta. E si chiedono: “Quando c’è stato l’ultimo sciopero dei metalmeccanici coreani?”.

Germania e Gran Bretagna a tutto gas
Capacità di produzione di auto di alcuni Paesi, dati del 2012
3,3 3,0

Capacità produttiva (in milioni di auto)
6,4 1,4

Utilizzo (in %)
2,7

100 80 60 40 20 0

1,6

1,2

1,0

1,4

92% 60% 70%

89% 70% 54%

84% 68% 70%

stesura dell’accordo sulle emissioni di C02 ma non c’è stato neppure il contrattacco vincente delle panzerdivisionen teutoniche. L’intesa messa a punto a Bruxelles - che dovrà far scendere la media europea di emissioni a 130 grammi di CO2 al chilometro nel 2015 e a 95 grammi nel 2020 - si traduce in costi più o meno pesanti per la riduzione delle emissioni nocive, con modalità che soddisfano case come Fiat, Psa e Renault e fanno storcere il naso ai brand premium tedeschi. Ma se si fanno la guerra a Bruxelles, i costruttori sono pronti a prendere in considerazione tutti gli accordi possibili per abbassare i costi. «Per risparmiare la parola d’ordine dei prossimi anni sarà “condivisione”. Nel nostro studio annuale sull’auto prevediamo che, in Europa, aumenteranno sensibilmente i modelli che utilizzano la stessa piattaforma. Per alcuni costruttori come Volkswagen la componentistica comune, su vetture della stessa piattaforma, è già intorno al 70 per cento, mentre altri come la Fiat potrebbero arrivarci nel 2014», sostiene Giacomo Mori di AlixPartners, aggiungendo: «Sono destinate ad aumentare pure le intese tra gruppi, condividendo tecnologie o sviluppando insieme motori, cambi e altri componenti. È in atto una continua ricerca delle opportunità». Gli annunci sono tanti ma non tutto fila liscio. Bmw ed Opel, per esempio, hanno da poco interrotto la loro collaborazione nelle “fuel cell”. Mettersi insieme per risparmiare, per qualcuno, potrebbe rivelarsi l’ultima chance per uscire dalle secche. Così è monitorato con estrema attenzione l’abbraccio tra due dei grandi malati, Psa e Opel, nel quale i francesi porteranno in dote le capacità nei motori risparmiosi e i tedeschi faranno pesare le economie di scala del gruppo General Motors per spuntare prezzi migliori nell’acquisto dei componenti. Nei prossimi 15 anni, dicono i guru della Roland Berger, l’industria dell’auto sarà sottoposta alla più grande trasformazione mai vissuta. Sarà rapido lo spostamento delle produzioni e delle vendite verso i mercati asiatici. Tra le giovani generazioni dei paesi sviluppati l’auto avrà sempre meno appeal. Cupo scenario per i Grandi Malati d’Europa, specie se seguiteranno a fare da comparse nel lontano Oriente, l’Eldorado dell’auto di domani.
hanno collaborato Alberto D’Argenzio e Leonardo Martinelli
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Germania

Marocco

Turchia

Brasile

Russia

815

75

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600

575

550

360

260

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595

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20

India

USA

Cina

Gran Francia Bretagna

Spagna Germania

Italia

Polonia Repubblica Turchia Russia Ceca Fonte: Alix Partners

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Economia quattro ruote / La DISFatta

Cara, grande e
Di EMiLiANO FiTTiPALDi

TARTASSATA
S
ei visitatori in otto ore di lavoro. Nel grande concessionario Fiat di Roma Centro, colpa forse anche del caldo torrido che arroventa da giorni l’aria della capitale, non entra praticamente anima viva. I “salonisti”, gli addetti alle vendite impeccabili in giacca scura e cravatta col nodo grosso, non hanno molto da fare. Rispondono a qualche telefonata, perdono tempo compulsando lo smartphone, chiacchierano tra loro nell’attesa di un possibile cliente. Su una scrivania un quotidiano titola: «Auto, crollo senza fine. Fiat giù del 23 per cento». Sono gli ultimi dati, quelli sulle immatricolazioni di giugno. Alle 18 entrano in due. Restano il tempo necessario per rinfrescarsi con l’aria condizionata. Qualche informazione, un’occhiata alle carrozzerie scintillanti, un’altra ai dépliant, un «ci penserò, arrivederci», poi il salone torna deserto. Trascorrere mezza giornata in un qualsiasi concessionario italiano rende bene l’idea della crisi che sta devastando il settore automobilistico. In Italia le auto non le vuole più nessuno. Fuoriserie per ricchi, city-car per la classe media, utilitarie per anziani, auto aziendali o a chilometri zero: il crollo delle vendite tocca tutti i segmenti e i target. «Da tempo siamo di fronte a una rivoluzione del sistema che oggi la crisi sta solo accelerando» spiega Massimo Nordio, da pochi giorni nuovo amministratore delegato di Volkswagen Group Italia. «Il crollo non è solo legato alla recessione economica. Ci sono altri aspetti strutturali che concorrono al calo delle vendite. In primis, l’accanimento terapeutico operato sull’auto da vari governi, che
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COMPRANO SOLO GLI OVER 65 Anno di 2005 immatricolazione
età acquirente 18-29

2010

var. %

249.454 728.766 385.830 268.586 169.594

178.572 525.413 340.230 256.830 194.437

-28,4% -27,9% -11,8% -4,4% +14,6%

L’auto non attrae i giovani. Non è più status symbol. Poi inquina, ingombra, costa troppo. E nessuno la vuole
hanno continuato a usarla come scorciatoia per fare cassa. Dall’altro lato, negli ultimi anni è cambiato completamente il rapporto tra l’italiano medio e la macchina. Per i giovani, in particolare, possederla non è più una priorità. Come regalo per i 18 anni vogliono un computer, l’IPad, un cellulare, un viaggio. Non un’auto». Tra il 2005 e il 2010, in effetti, è tra gli acquirenti under 29 (sempre più precari e disoccupati, come ha certificato l’Istat pochi giorni fa) che si registra il calo maggiore: in media meno 28,4 per cento, con punte del 50 per cento in Sardegna e Calabria. Gli over 65, al contrario, nello stesso periodo hanno comprato più macchine di prima. Dunque, nell’anno di grazia 2012, l’auto è un prodotto che ha sempre meno appeal. Gli esperti di marketing lo ripetono: anche se l’economia dovesse riprendersi, le quattro ruote non sono più un prodotto di tendenza, non sono più uno status symbol. Fino agli anni ‘80 e ‘90 l’automobile era al centro della cultura giovanile, segnava il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, era più di ogni altro oggetto il simbolo nell’indipendenza. «Per la mia generazione, quella dei cinquantenni, a volte serviva persino da alcova», sorride Nordio, «ed era, soprattutto, il mezzo più economico e comodo per viaggiare: i treni erano troppo lenti, gli aerei troppo cari. Oggi c’è l’Alta velocità, e volare da Milano a Barcellona costa quanto un taxi». Inoltre, la percezione dell’auto è sempre più negativa: ingombrante, inquinante, troppo cara. Secondo uno studio dell’Università del Michigan, anche grazie ai rapporti virtuali garantiti dai nuovi social network, i giovani che vivono nei pa-

30-45 46-55 56-65 oltre 65

Jacques Bousquet e in alto MassiMo nordio

esi più sviluppati si spostano molto meno, preferendo comunicare tra loro via Internet. Per molti prendere la patente è un optional: negli Stati Uniti i permessi di guida rilasciati ai 17enni sono scesi, in vent’anni, passando dal 69 ad appena il 50 per cento; cali simili sono stati registrati anche in Germania, Corea del Sud, Giappone, Gran Bretagna, Norvegia e Svezia. L’Italia non fa eccezione. Anzi. Il nostro mercato fa peggio degli altri, e sta diventano sempre più ristretto e ininfluente. Non è un caso che Sergio Marchionne e la Fiat puntino tutto sull’America, mentre le altre grandi case stanno cominciando a disinvestire. I numeri parlano da soli: l’anno scorso la Volkswagen ha venduto in Italia appena 140 mila macchine, in Cina ne ha piazzate 1,9 milioni. Secondo il presidente dell’Unrae Jacques Bousquet, che un mese fa ha presentato uno studio dell’associazione delle case estere, nel 2012 si venderanno 1,4 milioni di auto contro i 2,5 del 2007. «Torneremo ai livelli della grande crisi del 1982». Un dramma, per un’industria che, tra produzione, rete di vendita e indotto, contribuisce a formare, secondo l’Unrae, l’11,4 per cento del Pil italiano, regala un gettito fiscale per lo Stato da 16,6 miliardi l’anno e dà lavoro a 1,2 milioni di persone. Perchè in casa nostra le cose vanno peggio rispetto al resto del mondo occidentale? Sulla penisola, spiegano i costruttori stranieri, insiste da mesi una tempesta perfetta. Alla crisi economica mondiale bisogna aggiungere fattori nazionali che scoraggiano più che altrove l’acquisto di veicoli. Come i prezzi dei carburanti tra i più alti del mondo. Negli ultimi cinque mesi - al netto degli sconti lanciati dall’Eni nelle ultime settimane - il governo ha aumentato le accise sulla benzina cinque volte in cinque mesi. Gli italiani hanno risposto lasciando l’auto parcheggiata, preferendogli i mezzi pubblici e rinviando ipotetici acquisti. In secondo luogo, in alcune regioni l’Rc auto ha ormai costi proibitivi, che nessun decreto o “lenzuolata” è riuscito a calmierare. A Napoli una piccola 1.200 a benzina da 7-8 mila euro guidata da un 18enne costa alla sua famiglia, in media, 3.300 euro l’anno. Quasi la metà del valore del veicolo. Un paradosso che ammazza il mercato e causa illegalità diffusa: sotto il Vesuvio sono circa 800 mila le macchine senza copertura assicurativa.
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Economia
Alla tempesta (che secondo Federauto metterà a rischio nei prossimi mesi gli stipendi di 200 mila persone tra operai, colletti bianchi, meccanici ed elettrauto, salonisti e piccoli industriali dell’indotto) pertecipa anche lo Stato con tasse e balzelli di ogni tipo. L’impatto dell’imposta provinciale di trascrizione pesa sia sul nuovo sia sull’usato, ed è stata devastante: a settembre quasi tutte le province l’hanno aumentata del 20 o del 30 per cento. Per l’Unrae, però, la mazzata finale l’ha data il superbollo, fortemente voluto da Mario Monti per drenare soldi ai possessori di auto di lusso, in modo da aumentare il gettito verso le casse dello Stato (168 i milioni ipotizzati). La mossa, però, per ora non sembra aver funzionato. Le vendite di supercar sono crollate del 40 per cento e le previsioni di introito si sono drasticamente abbassate. Nel primo semestre la Ferrari ha immatricolato il 56 per cento di macchine in meno rispetto al 2011, la Maserati è crollata del 76, la Porsche ha retto con un meno 5 per cento. Lamborghini a giugno ha piazzato da Aosta a Caltanissetta quattro macchine. Non solo. I ricchi stanno liberando i loro garage di modelli troppo cari, come Bmw X5, Porsche Cayenne, Audi Q7 e fuoriserie, vendendoli sottoprezzo in Germania, Austria, Francia, persino Spagna. È una rivo-

tassE, supErbollo, CarobEnzina E assiCurazionE hanno paralizzato il sEttorE. i margini sono al minimo
luzione: se da sempre le macchine di qualità ingrassavano le casse dello Stato - con Iva, bolli e passaggi di proprietà - e quelle dell’intera rete nazionale, spostandosi prima dal Nord al Centro e poi al Sud (il loro ciclo terminava nell’Europa dell’Est o nel Nord Africa), ora Suv e berline viaggiano solo verso il Nord Europa. Il fenomeno è dovuto a due fattori. Innanzitutto, come hanno segnalato gli esperti de “lavoce.info”, il superbollo è del tutto svincolato dal valore reale dell’automobile. «Un amante delle belle macchine e della velocità con una situazione economica media o medio bassa», spiega l’economista Paolo Naticchioni dell’università di Cassino, «avrebbe potuto acquistare nei mesi scorsi una Mercedes SL 500 usata del 2002, a una cifra di poco superiore ai 2 mila euro, il prezzo di una Grande Punto nuova. Con la nuova normativa pagherebbe, però, 2 mila euro di tasse l’anno in più». Esattamente quanto il riccone che s’è comprato la SL 500 a prezzo pieno (117 mila euro). Non è l’unico limite

CONCESSIONARIA MERCEDES BENZ DI ROMA

della tassa. Monti ha di fatto “criminalizzato” - questa l’accusa dei produttori - ogni proprietario benestante, che deve denunciare al fisco l’automobile (sopra i 185 chilowatt di potenza) e inserirla nella dichiarazione dei redditi. «E in Italia nessuno vuole avere la Finanza in casa», chiosa il capo di una importante casa tedesca, «nemmeno la gente onesta, che preferisce comprarsi una macchina meno potente, appena sotto la soglia-limite. Mentre i banditi, quelli veri, hanno già capito come aggirare la norma». Si sa, fatta la legge trovato l’inganno: da qualche mese fanno affari d’oro alcune società straniere che acquistano la

Ritorno al 1979
Andamento storico dell’immatricolato (fonte: UNRAE) 1ª incentivazione 1997 Svalutazione Prelievo forzoso sui c/c Crisi del terziario
2.402.363 2.374.703 2.331.898 2.303.404 2.302.872 2.370.315 2.254.600

Crisi economica 1982

2ª incentivazione 2002

3ª incentivazione 2007

’78 ’79 ’80 ’81 ’82 ’83 ’84 ’85 ’86 ’87 ’88 ’89 ’90 ’91 ’92 ’93 ’94 ’95 ’96 ’97 ’98 ’99 ’00 ’01 ’02 ’03 ’04 ’05 ’06 ’07 ’08 ’09 ’10 ’11 ’12
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supercar, la ri-immatricolano all’estero (possibilmente in Germania) e la riconsegnano con un contratto di leasing al vecchio proprietario. Che torna a scorrazzare in Italia con targa estera, senza il peso del superbollo e libero pure da multe e autovelox. Gli analisti più attenti lo ripetevano da tempo: il periodo d’oro delle incentivazioni sarebbe finito male. Per anni il mercato italiano è stato “dopato” dalle politiche d’incentivazione partite nella seconda metà degli anni ‘90. I bonus per la rottamazione e le leggi che costringevano a passare a veicoli più ecologici (norme inizialmente imposte dai governi, poi capiti i vantaggi - proposte a Bruxelles direttamente dalle lobby dei costruttori) hanno fatto schizzare le vendite nel Belpaese da 1,8 milioni a 2,4 milioni di macchine vendute in media l’anno. Troppe. Il sistema si è rapidamente settato sui nuovi numeri-monstre: linee produttive, rete distributiva, concessionari. Quando gli aiuti di Stato languivano, i marchi hanno continuato a drogare il mercato con mega sconti interni. I margini di guadagno sulla singola macchina sono crollati. Un concessionario su una piccola vettura guadagna appena il 3-5 per cento, poche centinaia di euro. Stessa cifra per il produttore. Finchè il bilancio era in attivo, grazie all’enorme quantità di veicoli smerciati, nessuno si è lamentato. Oggi che l’auto non la vuole più nessuno il sistema s’è inceppato. I piccoli concessionari sono alla canna del gas, tanto che un’indagine di un osservatorio di settore (il Centro Studi di Quintegia) che ha intervistato 1.300 “dealer” segnala come tre venditori su quattro sono «insoddisfatti» o «vorrebbero cambiare mestiere». Anche i marchi più grossi non se la passano bene: un colosso come Mercedes Benz Italia ha messo qualche mese fa in mobilità 188 dipendenti del Lazio. «Diversificare le fonti di fatturato è fondamentale», chiosa Nordio: «Quelli che hanno puntato anche su officina e ricambi affrontano meglio la crisi: lì i guadagni sono maggiori». Anche in prospettiva: se tutti si tengono la vecchia auto, saranno costretti ad andare più spesso a ripararla. n
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Economia gruppo sorgente

Valter Mainetti si lancia in un nuovo business: compra l’Adriano e le sale ex Cecchi Gori. E mette nel mirino Medusa

CinEma

Chiamatemi mister

H

Di paola pilati
anno già un paio di passioni in comune: quella per il doppiopetto e quella per l’immobiliare. Ora se ne potrebbe aggiungere un’altra: quella per il cinema. Valter Mainetti e Silvio Berlusconi sono per il resto assai diversi. All’esuberanza dell’ex capo del governo, il patron del gruppo Sorgente contrappone uno stile più sommesso, in cui la mondanità ha rigorosamente il carattere di evento artistico, essendo lui un collezionista di colonne romane (ne ha cinquantasei in giardino) e di tele importanti, dal Guercino a Guido Reni. Eppure i due sono entrati sulla stessa lunghezza d’onda da quando Berlusconi ha deciso di mettere in vendita gran parte delle sue proprietà immobiliari, da villa Certosa alla villa caraibica di Antigua. E Mainetti, promotore di una serie di fondi immobiliari pieni zeppi di dimore importanti, potrebbe essere l’interlocutore ideale. Ma c’è anche un altro filone di business che apre spazi a prossime intese. Quello delle sale cinematografiche: dopo castelli in Francia, residenze a Londra, l’acquisizione di palazzi trofeo come il Chrysler (poi rivenduto) e il Flatiron a New York, o della Galleria Alberto Sordi a Roma (comprata dai costruttori Toti), Mainetti mette nel mirino questo altro tipo di immobili, dove la fa da padrone proprio una società di Mediaset, Medusa, produttore e distributore di film, nonché proprietario di sale insieme alla 21 Investimenti dei Benetton con un veicolo societario chiamato The Space, 36 sale e oltre 20 milioni di biglietti staccati all’anno. E Medusa ha in atto un sostanzioso piano di tagli e di ridimensionamento del suo perimetro sotto la guida dell’amministra124 | gIAMPAoLo LettA. A sInIstRA: MAssIMo FeRReRo. PAgInA A FIAnCo: vALteR MAInettI

tore delegato Giampaolo Letta. E ha fatto sapere di essere in vendita. Non è l’unica. A varcare per primo la sontuosa lobby marmorea del palazzo primi novecento in via del Tritone dov’è il quartier generale del gruppo Sorgente, è stato un altro personaggio del mondo del cinema. Un po’ meno blasonato ma non meno noto: Massimo Ferrero, detto “Viperetta” perché non proprio un fiore di campo, nato comparsa e finito cinematografaro, che con la sua Mediaport Cinema ha rilevato nel 2009 le undici sale dei Cecchi Gori in rotta. Senonché oggi a trovarsi in acque non proprio tranquille è lui, Viperetta, per via di un’ambizione imprenditoriale che lo ha fatto allargare fino all’acquisto di due linee aeree, Livingston e Lauda Air. Di tante sale, Ferrero ne ha uno particolarmente preziosa agli occhi di un immobiliarista da offrire: il cinema Adriano, multisala storica del centro di Roma, un

fatturato di biglietti di 8-10 milioni l’anno, ma soprattutto mura ben piazzate e cubatura importante. È su questo che è nata l’intesa. Sorgente pagherà al gruppo di Ferrero una quarantina di milioni per l’Adriano e lo conferirà in un fondo nuovo di zecca dedicato alle sale cinematografiche. Ferrero entrerà nel fondo come investitore, apportando le altre sale di sua proprietà, quelle a Roma e quelle che possiede in altre città italiane, da Padova a Bologna. Ma l’ambizione che si propone il fondo è quella di arrivare a 200 sale. Un numero che ne farebbe il primo proprietario in Italia. L’operazione ha come ostacolo immediato la banca Unicredit, che come creditore dei progetti di Ferrero deve dare il suo benestare. Ma ha anche non pochi rischi. Poiché l’obiettivo di un fondo di investimento immobiliare è quello di rendere, che rendimento possono garantire agli investitori delle sale cinematogra-

fiche? Il modo più diretto e ovvio è quello di pagare un affitto. I fondi (una trentina) attualmente attivi nel gruppo Sorgente, hanno un rendimento medio dell’8,5 per cento: può rendere altrettanto un cinema? Probabilmente no, visto che dopo il boom del 2010, con una crescita del 10 per cento a 120 milioni di spettatori e incassi a 800 milioni di euro a livello nazionale, gli ultimi dati sull’afflusso del pubblico sono deludenti. Nei primi cinque mesi del 2012 gli spettatori sono stati 43 milioni e 300 mila, cioè sono mancate all’appello con il cinema sei milioni e 300 mila persone (il 18 per cento in meno dell’anno scorso), con un crollo del fatturato del 17 per cento. A soffrire sono state le “monosala” - e non è una novità - e i “multiplex” da otto schermi in su, e questa invece è una novità. Chi sta a metà (5-7 schermi) soffre di meno. Lo shopping di sale di tradizione, ben piazzate nei centri cittadini diven-

ta quindi strategico. Ma non basta: occorre anche entrare nel territorio della gestione cinematografica. Un territorio molto specifico, di cui Mainetti non ha esperienza, Viperetta sì, anche se con risultati non del tutto incoraggianti. Ma anche su questo aspetto, i progetti sono già in maturazione. L’operazione cinema prevede infatti un montaggio societario diverso da quello tipico di un fondo immobiliare, e più simile a quello che gestisce un albergo. Si tratta infatti di creare un fondo di private equity con investitori dedicati e quindi più disposti al rischio rispetto a quelli che privilegiano l’immobiliare e che sono banche o enti previdenziali. Questo fondo si occuperebbe di ottenere un rendimento dal business della sala che ricavare almeno il 5-6 per cento. Il numero di sale possedute, a questo punto, diventa strategico. Perché con 200 sale crescerebbe moltissimo il potere

contrattuale del gestore nei confonti dei distributori, che oggi sono il vero soggetto forte della filiera cinematografica. E lo sono ancora di più se uniscono a quel ruolo anche quello di produttore. Al distributore produttore, infatti, va circa il 50 per cento del prezzo del biglietto pagato dallo spettatore. Metà del fatturato di chi gestisce una sala viene quindi trasferito a chi procura le pellicole e decide quante darne e a chi darle. Chi ha i prodotti migliori e più di successo, e chi no. Insomma, proprio quello che ha fatto Medusa nei tempi d’oro, avvalendosi della propria forza rispetto alla frammentazione delle sale. Ma se nascesse un soggetto proprietario di sale di stazza nazionale il quadro sarebbe diverso, e il suo potere contrattuale gli consentirebbe di dialogare ad armi pari con i produttori e spuntare condizioni economiche più vantaggiose. Poi, magari, fare lui stesso il salto nella produzione. In cottura, insomma, il duo MainettiFerrero - che non si potrebbero descrivere più diversi - ha molte cose. Sulla loro strada c’è inevitabilmente Medusa, e c’è la fascinazione del cinema su cui non poche fortune sono state bruciate. Vedremo se il signore dei fondi lo diventerà anche degli schermi. n
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Foto: P Cerroni - Imagoeconomica, J. Lutz - Redux / . Contrasto, M. L. Antonelli - Agf

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Economia credito / i prestiti sociali

ADDIO BANCA, C’È IL WEB

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Progetti finanziati da Prestiamoci.it (dati in %) Standard Progetti di richiedenti che non hanno un indebitamento rilevante e che vantano un’ottima storia creditizia almeno negli ultimi 2 anni

N

Per chi è stritolato dal credit crunch, o cerca rendimenti meno risicati, arriva il finanziamento diretto tra privati. Ecco come funziona . di stefano vergine

on ci si può comprare una casa, ma per andare dal dentista, acquistare una macchina o ristrutturare il bagno, il social lending si sta rivelando particolarmente utile in tempi di credit crunch. Il principio è semplice: invece di andare in banca, si può chiedere un prestito a un cittadino privato. Il tutto fatto su Internet attraverso società autorizzate dalla Banca d’Italia. Risultato? Sarà perché ottenere un finanziamento allo sportello è sempre più difficile, fatto sta che le aziende di “prestiti sociali” stanno registrando un successo crescente. «A maggio abbiamo fatto il record assoluto con 1,2 milioni di euro richiesti», esordisce Mariano Carozzi, che ha fondato e amministra Prestiamoci, una delle due società italiane del settore, e che da inizio 2010 ha erogato oltre un milione di euro di prestiti. Anche qui la selezione è stringente: «Accettiamo una richiesta su dieci». Insomma chiedere un finanziamento non equivale a ottenerlo. Tuttavia, rispetto alle banche, queste imprese offrono qualche possibilità in più all’esercito di precari e piccoli imprenditori che allo sportello ormai non si avvicinano neppure. Il settore sta vivendo una fase esplosiva un po’ dappertutto. L’americana Lending Club, protagonista assoluta del comparto, dal 2007 ad oggi ha erogato prestiti per oltre 700 milioni di dollari. Imprese del genere sono fiorite in tutto il mondo, dalla Germania alla Cina. Da noi, oltre a Prestiamoci, c’è Smartika, erede della Zopa Italia cancellata dal registro delle società finanziarie tre anni fa da Bankitalia per irregolarità procedurali.
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Terzo Mercato Progetti di richiedenti identificati col Credit Bureau come rischio medio-basso, ovvero persone già molto Nuovo Mercato indebitate ma in grado di sostenere la rata Progetti di richiedenti con requisiti simili a quello del nuovo finanziamento del Mercato Standard ma che si differenziano per natura del prestito Importo richiesto durata del finanziamento

7,5

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A ciascuno il suo rating
Quattro profili per i rating di Smartika
È il momento del “social lending”, i siti internet per i finanziamenti tra privati

A+
Molto lunga impeccabile e consolidata basso molto bassa dipendente, pensionato o libero professionista

A
Lunga e senza alcun intoppo non rilevante bassa dipendente, pensionato, libero professionista o imprenditore

B

C

Storia creditizia (carte credito, prestiti, mutui, etc) Livello di indebitamento Residenza (in zone con rischiosità) Situazione lavorativa (stabile)

Risolto il problema, a marzo l’azienda è tornata sul mercato e in tre mesi ha erogato prestiti per 700 mila euro. Proprio come per Prestiamoci, i soldi dei prestatori finiscono sui conti correnti di una banca depositaria, così il prestatore resta titolare del denaro. Ma come funziona concretamente il social lending? Ed è davvero così vantaggioso rispetto alle banche? Va detto innanzitutto che il servizio è rivolto solo alle persone fisiche e a chi ha una partita Iva (le società sono escluse). Gli importi sono limitati: con Smartika non si possono ottenere più di 15 mila euro, con Prestiamoci l’asticella si alza a 25 mila. Una volta inseriti i dati personali e reddituali nel sito Internet della società, richiedente e prestatore specificano l’importo e la durata del prestito. A questo punto l’azienda classifica il richiedente in base alla classe di merito creditizio, insomma, gli attribuisce un “rating”. Ogni sito ha il suo metodo specifico, ma c’è un denominatore comune: i dati dichiarati vengono confrontati con quelli forniti da

imprese specializzate nelle valutazioni creditizie. Come dire: chi mente viene scoperto. Fatti i controlli, la società emette il suo verdetto e, se positivo, incrocia le offerte con le richieste. Per classificare i richiedenti Smartika ha ideato quattro classi di merito, mentre Prestiamoci ne ha delineate tre direttamente collegate ai tassi di interesse (vedi tabelle in pagina). In entrambi i casi sono inclusi anche i lavoratori atipici, cioè persone assunte con contratto a progetto o a tempo determinato. Gente che in banca farebbe fatica persino ad ottenere un prestito per comprare un motorino. Due anni fa, quando chiese il finanziamento, Aurelia non aveva stipendio né posto di lavoro. «La mia attività come presidente di una cooperativa era terminata e dovevo ripartire da zero. Per me è stato magico trovare Prestiamoci: mi hanno concesso un prestito da 1.900 euro a un tasso d’interesse del 7,5 per cento». Con quei soldi Aurelia ha creato la Revel Bags, una linea di borse. Ma chi ha avuto il coraggio di concedere un

Positiva Buona ma con presenza ma con presenza di prestiti aperti di prestiti aperti da 12 mesi o più da 6 mesi o più sostenibile sostenibile moderata dipendente, pensionato, lavoratore autonomo, libero professionista o imprenditore media dipendente, pensionato, imprenditore o libero professionista (o con contratto a tempo determinato o atipica) Nessun immobile di proprietà (abita in affitto o presso genitori/terzi)

Situazione abitativa (immobili proprietà o in affitto)

1 o più immobili di proprietà

1 immobile di proprietà

Può avere 1 immobile di proprietà o essere in affitto

prestito a una 29enne senza lavoro? «Ha giocato a mio favore la casa di proprietà e il fatto di aver sostenuto in passato un mutuo piuttosto alto senza mai registrare intoppi», spiega l’imprenditrice. Di casi simili ce ne sono parecchi. Enrica, 39enne romana, nonostante il contratto a progetto ha ottenuto un prestito da 2.500 euro

per ristrutturare casa: «Per le finanziarie a cui mi sono rivolta, le mie garanzie erano insufficienti. Invece a Smartika è bastato sapere che sono cointestataria della casa in cui vivo e ho sempre pagato le bollette. A 24 ore dall’invio della richiesta avevo già ricevuto l’ok». Oltre ai tempi di risposta, un vantaggio

rispetto alle banche è rappresentato dai tassi di interesse. «Chi chiede un prestito tramite Smartika», assicura il direttore marketing, Carlo Vitali, «lo ottiene a un tasso medio lordo dell’8,6 per cento, molto meno rispetto all’12,4 per cento applicato oggi dagli istituti di credito». Nel caso di Prestiamoci, invece, il tasso lordo può arrivare fino al 12,5 per cento, ma Carozzi lo spiega così: «A confronto con Smartika, direi che loro sono più convenienti per i richiedenti, mentre noi lo siamo per i prestatori». Vero. Il taeg medio (cioè il costo complessivo del finanziamento) applicato da Smartika è dell’8,65 per cento, contro il 9,24 per cento di Prestiamoci. Di contro, il tasso richiesto da Prestiamoci al finanziatore è lo 0,8 per cento su ogni rata mensile, contro l’1 per cento preso da Smartika per l’intera somma. Per entrambi i siti il margine medio di guadagno è tra il 2,5 e il 3 per cento. «Un’altra differenza rispetto a loro», aggiunge il fondatore di Prestiamoci, «è che noi partecipiamo direttamente al finanziamento: mettiamo dall’1 al 10 per cento della somma. È un rischio che ci assumiamo, ma cerchiamo così d’infondere fiducia nel prestatore». Di certo il social lending sta diventando un’opzione interessante anche per chi ha soldi da investire. Piuttosto che comprare bund tedeschi che offrono rendimenti quasi nulli o puntare tutto sui Bot italiani, molti scelgono di finanziare progetti concreti. Andrea, 42enne marchigiano, è un ex bancario ora papà a tempo pieno. Ad aprile ha investito 10mila euro con Prestiamoci: «Oltre a diversificare», spiega, «ho evitato di mettere soldi in un fondo che magari finanzia società produttrici di armi, dando invece credito a qualche giovane che doveva comprarsi la macchina e a un imprenditore che voleva creare la sua start up». Per molte persone che decidono di fidarsi del social lending, questo è un punto fondamentale. La cifra messa sul piatto (25 mila euro al massimo con Prestiamoci, 50 mila con Smartika) viene ripartita in tanti piccoli prestiti, così da diminuire il rischio di mancato rimborso, e il finanziatore sa a chi sono finiti i suoi soldi. «Certo», aggiunge Andrea, «la possibilità di non essere ripagati esiste, ma visto quanto sta avvenendo ultimamente con i titoli di Stato non so cosa è più rischioso». n
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Foto: J. Smith - Corbis

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n. 29 - 19 luglio 2012

Società
Idee
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stIlI dI vIta

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personaggI

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Mode

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talentI

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teMpo lIbero

Design

maDe in italy

Sogni d’acciaio

la fabbrica delle coppe del mondo
bastano otto dipendenti per diventare campioni del mondo. a paderno dugnano, nell’hinterland milanese, c’è una piccola azienda che produce i più importanti trofei sportivi. Coppa del Mondo, Champions league e Coppa Uefa sono solo alcuni di quelli realizzati dalla gde bertoni, 1,7 milioni di euro fatturati nel 2011, due impiegate all’amministrazione, sei operai in officina, qualche artigiano esterno e valentina losa, 31 anni e tre figli piccoli, titolare di questa perla del made in Italy. la coppa Henri-delaunay, quella vinta il primo luglio a Kiev dalla spagna? «stavolta la Uefa non ce l’ha ordinata, ma dato che negli anni passati ne avevamo fornite parecchie, può essere che ne abbiano usata una di scorta», racconta l’imprenditrice. d’altronde, nonostante le dimensioni, l’impresa è fornitrice ufficiale delle maggiori federazioni sportive: dalla Fifa al Comitato Internazionale olimpico, per cui gli operai dell’azienda milanese hanno appena prodotto i circa 10 mila distintivi numerati che verranno indossati ai giochi di londra. per comprendere il successo di questa minuscola fabbrica, nata come bottega artigianale agli inizi del ’900, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. nel 1960 l’azienda si aggiudica la fornitura della medaglia commemorativa delle olimpiadi di roma. nel 1971 il salto definitivo: la Fifa indice una gara per realizzare la World Cup, e la bertoni vince con il progetto del suo direttore artistico, lo scultore silvio gazzaniga. nel 1995 è arrivata la ristrutturazione. «da allora ci siamo concentrati solo su prodotti di alta e altissima qualità», spiega valentina losa, divenuta titolare della società da un anno e mezzo, quando il papà giorgio è morto. «avendo un prodotto particolare, basato sul lavoro artigianale e difficilmente replicabile, stiamo riuscendo ad ammortizzare la crisi». Stefano Vergine

C’è un luogo dove si materializzano i sogni. Tra le mura dell’azienda Marzorati Ronchetti prendono vita da novant’anni le visioni dei maggiori artisti, designer e architetti. Nata nel 1922 e rafforzata da generazioni di esperienza, l’azienda italiana si è fatta strada per le sue straordinarie capacità nella lavorazione del metallo e nell’arredamento. Il volume “Steel Tales. Marzorati Ronchetti 90 anni per il design” di Matteo Vercelloni (Electa, 45 euro, 304 pp.) rende un’idea della sua trasversalità. Sa spaziare dalle opere XX-Large - così catalogate nel volume - come il Design Museum di Holon, per MarnI store, londra. In basso: asIa argento Con l’abIto “pIUMa” cui l’azienda ha realizzato le della nUova CollezIone sposa alberta FerrettI Forever 2013 cinque fasce di Corten che formano il nastro continuo che lega le due ga i due piani del quartier generale Tod’s, gallerie, fino ai lavori Small, come la coppa vicino ad Ascoli Piceno. E il magnifico che la Ferrari ha donato al suo campione lampadario-scultura “Stand By” in acciaio Michael Schumacher per il suo ritiro dalle e seta che omaggia il mondo sottomarino al scene. Passando per le taglie Medium: gli Museo Oceanografico di Valencia, firmato interni in ferro laccato di 10 Corso Como a Santiago Calatrava. Milano, la grande scala ondulata che colleMicol Passariello

aSia da Scoprire
Così non l’avevamo mai vista. Solo Alberta Ferretti poteva riuscire a trasformare la bad girl Asia Argento in una lady bon ton. Vestita di bianco tra chiffon, tulle di seta, mousseline e pizzo, Asia interpreta la terza collezione di abiti da sposa “Alberta Ferretti Forever”: 12 abiti dove il bianco fa certo da padrone, domando l’allure punk-rock di questa modella d’eccezione, ritratta dall’obiettivo di Pierpaolo Ferrari. Ogni abito rappresenta una sfumatura di bianco e un carattere di donna, dal mistero di Ghiaccio alla sensualità romantica di Gardenia, dalla spiritualità di Aria alla solidità di Avorio o all’eleganza di Magnolia. M.P .

Foto: p Ferrari .

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Società Personaggi

love story d i moda
Lui è il presidente, lei il direttore creativo di Gucci. E sono anche una coppia nella vita. Per un intreccio di sentimenti e lavoro da gestire con molto sense of humour
Di Valeria palermi
ono la power couple della moda italiana. Patrizio di Marco e Frida Giannini, presidente e amministratore delegato di Gucci lui, direttore creativo dello stesso brand lei. Due individui alfa, insomma. Che si sono ritrovati a lavorare gomito a gomito. Poteva essere una guerra, invece è nata una cosa bella. Complicata, però: perché non è facile essere coppia nella vita e nel lavoro quando si è sempre sotto i riflettori. Anche per questo Giannini e di Marco hanno sempre difeso la loro privacy: solo un annuncio un anno fa circa, al “Financial Times”, per mettere le cose in chiaro con semplicità. Poi basta. Però sapere come vive una coppia dove sentimenti e professione si intrecciano, sullo sfondo di 3 miliardi e passa di euro di fatturato e 8 mila dipendenti, incuriosisce. Quindi siamo andati a chiedergli di raccontarcelo. E loro, per l’ “Espresso”, hanno deciso di fare un’eccezione.
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Patrizio di Marco
Patrizio di Marco è presidente e amministratore delegato di Gucci dal 2009. Emiliano, 52 anni, era già nel gruppo come presidente e Ceo di Bottega Veneta. Ha lavorato per alcuni dei più importanti marchi mondiali del lusso in Asia, America ed Europa: in particolare ha trascorso cinque anni in Giappone come CFO e direttore marketing & merchandising di Prada, e parla fluentemente il giapponese. Lingua che aveva cominciato a studiare “per sopravvivenza” da ragazzo: «In realtà ero innamorato dell’America», spiega, «e a 17 anni dovevo andarci con una borsa di studio. Ma mi ammalo e il viaggio salta. Dramma. I miei per consolarmi mi mandano in Canada, dove ho un pezzo di famiglia, da lì vado anche a New York, vinco un’altra borsa di studio e vado in Giappone. L’inglese io lo parlavo poco, i giapponesi anche meno, per un anno mi sono impegnato al massimo per imparare il giapponese». Torna in Italia per l’università. «Sognavo l’Accademia di Brera e avrei voluto disegnare fumetti, ma non ce n’erano le possibilità economiche. A Modena, allora, o facevi Giurisprudenza o Medicina o Economia. Vada per questa. Cerco di farmela piacere e ci riesco, tanto che un’azienda mi offre una posizione di responsabilità in Giappone. Una paura da morire, però sono partito. Ero l’unico staniero in azienda. Tutti i giorni, appena sentivo una parola la trascrivevo. Avevo le tasche piene di librettini e imparavo. Lì ho imparato anche che devi saperti adattare sempre, e che bisogna rispettare le altre culture». Di se stesso dice: «Ho un fratello maggiore che è sempre stato più saggio di me. Se lui mi dice, “Hai fatto passi avanti come uomo”, allora ci credo».

S

Frida Giannini
Frida Giannini è Direttore Creativo di Gucci. Romana, del 1972, ha studiato all’Accademia del Costume e della Moda, è stata responsabile della pelletteria di Fendi. In Gucci entra nel 2002, prima come direttore stilistico della borsetteria, poi dell’abbigliamento donna. Nel 2006 diventa l’unico Direttore Creativo. È anche portavoce della responsabilità sociale di Gucci, come figura chiave della collaborazione del brand con l’UNICEF e come membro della Foundation for Women’s Dignity and Rights del gruppo PPR. Gucci è attualmente uno dei più grandi donatori istituzionali della campagna UNICEF “Schools for Africa”. «Grazie per esempio a edizioni speciali di nostri prodotti, come la borsa Sukey, siamo arrivati a raccogliere 13 milioni e mezzo di dollari da dedicare a progetti educativi. Sono andata in Malawi e ci tornerò, volevo un progetto che avesse un senso, così abbiamo scelto un programma di educazione nelle scuole. È importante creare consapevolezza su questi temi». Di se stessa dice: «Preferirei lavorare dietro le quinte, l’esposizione un po’ mi pesa. Ma ogni esperienza è palestra di vita. Nel 2008, prima di un evento UNICEF con Madonna, sono stata malissimo: non dormivo, provavo i discorsi allo specchio, un’agitazione tremenda. Oggi è diverso: all’ultimo Festival di Cannes ero a tavola con DeNiro e non mi mancavano certo gli argomenti. Ho capito che anche i divi sono persone normali, che vogliono parlare della loro vita, del mondo degli affetti, di quello che succede. Ho cambiato testa».

Frida Giannini e di Marco al Festival di Venezia 2011

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Società
foglio Gucci) mi sono seduto e ho detto, “La vita è così, a un certo punto incontri la persona che ti interessa davvero. Può succedere in un bar davanti a un caffè, ma può succedere che la incontri in azienda, e l’altro è il partner con cui devi lavorare. Cosa vuoi che ti dica? Sono in questo gruppo da una vita, non voglio creare problemi, se necessario sono pronto a dimettermi”».

Cominciamo dall’inizio? PdM «Noi ci siamo conosciuti il 10 ottobre

Reazione? PdM «Vuol dire che lavorerete di

2008. Quel giorno ci siamo studiati, dovevamo capire quanto fossimo affiatati professionalmente: in Gucci direttore creativo e amministratore delegato lavorano in tandem. Io succedevo a un paio di altri amministratori delegati, lei era già da dieci anni in azienda e non era felicissima di un altro cambio. Ci siamo “annusati” per otto ore. Frida aveva studiato tutto per mettermi in difficoltà: lei dietro una scrivania enorme mentre io vengo fatto accomodare su una sediolina, così dopo due minuti mi ritrovo tipo Fantozzi... è cominciata così». FG «Sullo stile mi disse subito, “adesso vola”. Però per me uno nuovo era un dramma. Chi era questo di Marco? La fotina su Internet di Patrizio non mi aveva convinto... Poi l’ho visto. La sua solarità... c’è stata subito confidenza. Parlavamo la stessa lingua. In più è emiliano come mio nonno, mi è piaciuto anche l’accento».
L’ora X però arriva più tardi. FG «Durante un viaggio in Cina a

più».
FG «François ha commentato diver-

qUI SOttO: FRIdA GIANNINI IN MALAWI A SEGUIRE LA COLLAbORAzIONE dEL bRANd CON L’UNICEF. A SINIStRA: SFILAtA dELLA COLLEzIONE dONNA AUtUNNO INVERNO 2012-13; IL MUSEO GUCCI, A FIRENzE

tito, “Vi siete proprio fregati”! Sa che siamo ossessionati dal lavoro. L’importante è che siate sereni, disse, nessun problema, e se un domani nascessero ci penseremo».
Frida, ma com’è il di Marco, come lo chiama lei? FG «Molto carino. Mettere sul piatto

Panico? PdM «Panico, preoccupazione, ma alla

fine ti dici: In fondo che cosa mi può succedere? Di non fare più questo lavoro in questa azienda. Ce ne sono comunque altre. Così, sono andato da François Henry Pinault (CEO di PPR, che ha in porta132 |

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Foto: Foto pagine 128-129: S- d’Alessandro - Getty Images

giugno 2009. Avevamo passato tempo insieme, c’erano stati momenti di divertimento.... c’era qualcosa nell’aria. Ma visti i ruoli che abbiamo ci sono venute tutte le paure del caso. Appena ci è stato chiaro che non era un flirt ci siamo chiesti come comunicarlo al management: non volevamo apparire come quelli che si fanno beccare con le mani nel vasetto della marmellata». PdM «Io sono un uomo attratto prima di tutto dalla testa di una donna. E facendo un lavoro in cui ho forse tre minuti e mezzo al giorno di vita extralavorativa, se nell’ambito professionale incontro una persona interessante inevitabilmente... insomma, a giugno scocca l’ora magica. Poi facciamo le vacanze insieme. Ci rendiamo conto che ci sono in ballo sentimenti seri, e che può essere un casino».

le eventuali dimissioni mi è sempre sembrato di grande cavalleria. È stato un gesto importante per me, ha dato profondità alla nostra storia. Patrizio è un uomo molto attento. E io sono attenta nei suoi confronti». PdM «In più facciamo attenzione a non confondere le situazioni. È fondamentale far capire a tutti che la nostra storia non ha conseguenze sul lavoro, e tener fuori i fatti nostri. Almeno fino a quando non capita una giornalista che invece vuole sapere proprio di quelli». FG «Io mi imbarazzo se lui mi prende la mano in occasioni pubbliche». PdM «Sarebbe da analizzare. Abbiamo fatto outing, abbiamo avuto la benedizione dell’azienda, risultato? Prima mi diceva: Perché non mi prendi la mano in pubblico, ora: Perché me la prendi?».
E se finisse? PdM «Se c’è uno che deve cambiare lavoro,

è lei. Io ho 50 anni, il gesto di offrire le dimissioni l’ho già fatto, in più sono arrivato

in Gucci tagliandomi alle spalle tutti i ponti, quindi... Scherzo. Se finisse, siamo persone responsabili, consapevoli di lavorare in posizioni di responsabilità e privilegio. Abbiamo sotto di noi migliaia di persone che lavorano per l’azienda, non si può permettere che casini personali influenzino la vita di migliaia di famiglie. Ci comporteremmo in modo da non coinvolgere nessuno. Certo, avrebbe contraccolpi a livello

individuale, ma faremmo come oggi: se alle dieci di sera abbiamo una discussione e ci piantiamo il muso, il giorno dopo non siamo isterici con i collaboratori». FG «Il rapporto professionale continuerebbe senza problemi. Certo, bisognerebbe trovarcisi». PdM «Speriamo di no». FG «E poi non lavoriamo insieme tutti i giorni, viviamo tra Firenze, Roma e

Milano».
Quindi quand’è che avete una specie di routine? FG «Nei weekend». PdM «Non tutti». FG «Lavorare insieme è un vantaggio da

questo punto di vista, almeno condividiamo i viaggi di lavoro».
In quel minuto e mezzo che avete libero, cosa vi piace condividere?

Formula Gucci
Un mix di glamour, artigianalità e responsabilità sociale. Questa, per Patrizio di Marco, è la formula unica del brand fiorentino. «Nella responsabilità sociale quest’azienda è stata una pioniera: nel 2004 ha volontariamente cominciato la certificazione della filiera produttiva, ora completata comprendendo tutte le categorie di prodotto fino al secondo livello di fornitura. Una massa di 45mila persone in Italia, tra pelletteria e fornitori vari». La certificazione ufficiale in materia di Responsabilità Sociale d’Impresa (SA 8000) riguarda valori come l’etica di business, il rispetto delle persone, salute e sicurezza sul luogo di lavoro, diritti e pari opportunità dei lavoratori. «Le politiche di filiera devono essere non solo trasparenti ma anche etiche. Per noi made in Italy non è solo la ricchezza intellettuale di un’azienda ma anche l’ottemperanza di tutte le leggi. È preservare in modo responsabile un territorio. Un’azienda di successo oggi ha l’obbligo di comportarsi eticamente, deve in qualche modo restituire. Io poi penso che la responsabilità sociale abbia anche un payoff, ovvero renda, perché sempre più spesso il consumatore oggi esige un prodotto che - oltre alle qualità tangibili e al suo mito - contenga valori. E gli racconti cosa l’azienda sta facendo». Vendite pari a 3,1 miliardi di euro, 8 mila dipendenti e circa 390 negozi diretti in tutto il mondo, nel 2011 l’azienda ha ottenuto la certificazione ambientale 14001 e avviato un programma di iniziative “verdi” per la progressiva riduzione del suo impatto sull’ambiente: nuovi packaging per limitare l’impiego di materiale, progressiva sostituzione di materiali in carta, ottimizzazione del carico trasportato per ridurre emissioni di CO2. Gucci sostiene inoltre “Clean Clothes campaign”, la campagna contro il processo di sabbiatura dei jeans denim, pratica che può provocare forme acute di una malattia polmonare, la silicosi (www.cleanclothes.org), ed ha appena lanciato sul mercato un’edizione speciale di scarpe ecofriendly da uomo e da donna: ballerine con suola in materiale sostenibile, Green Marola, e sneakers Green California, in bio-plastica biodegradabile. Nel frattempo si lavora anche sul versante tecnologico. Un programma pilota Mobile Point of Sale (gli addetti alle vendite sono dotati di Apple iPhone 4S con cui processano e inviano per e-mail le ricevute d’acquisto in modalità wireless ai clienti) è stato lanciato nel negozio di Fifth Avenue a New York e per fine anno sarà attivato in 15 negozi negli Usa e circa 30 tra Asia ed Europa. A Milano invece, nel flagship store di via Montenapoleone, è partita la seconda fase del progetto Immersive Retail Experience, che dà a chi entra nel negozio la possibilità di interagire con il marchio in modo coinvolgente. Su cinque colonne composte da schermi ad altissima risoluzione vengono proiettate per esempio immagini delle sfilate. Le immagini, grazie alla tecnologia Kinect, possono essere guidate da gesti del cliente oppure del personale per andare avanti o indietro o in stop e soffermarsi così su un look. Con la funzionalità Interactive shopping il cliente può ricercare su uno schermo da 32 pollici la disponibilità nel negozio di un prodotto e chiedere di vederlo; sul Videowall Kid’s invece un orsetto, simbolo delle collezioni per bambino, segue i ritmi e le sonorità create dai bambini stessi davanti Wallo specchio.
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FG «I film in dvd. Lui andrebbe sempre al FG «Ficcante». PdM «Ecco. Comunque io a un certo

cinema, io no, quello è il compromesso. A me nel weekend piace stare a casa, sul divano, nella casa al mare di Sabaudia». PdM «Il tempo insieme è così poco che ci accontentiamo di guardare insieme un film, o il tramonto.Avessimo più tempo potremmo fare tanto, siamo pieni di curiosità». FG «Ci piace il “people watching”: mentre pranziamo o prendiamo un aperitivo, guardiamo le persone e immaginiamo le loro storie». PdM «E spesso ci facciamo gli stessi film. Lei del resto è una creativa, io un fumettaro fallito».
In comune anche la passione per la musica? PdM «Lei manda la musica piano, io al

punto mi schianto, e lei dà i numeri. Somatizza, le viene il mal di schiena, il mal di stomaco. Io dormo. Per me quando la giornata è finita, anche se è finita male, dormo: domani è un altro giorno». FG «Io mi attacco alle gocce. Sto sveglia e rimugino, gli mando mail. Un sacco di corrispondenza in effetti».
Qualcuno cede ogni tanto? FG «Lui più di me». PdM «Invecchiare comporta un sacco di

massimo. Comunque ci piace. Lei ascolta centinaia di pezzi per selezionare il sound track delle sfilate». FG «Adoro i Led Zeppelin, la musica fine Settanta-Ottanta. Sul podio metto: David Bowie con “Life on Mars”; Depeche Mode con “Enjoy the silence”; Madonna con “Into the groove”».
E nella vita? FG «Sentimentalmente sono finalmente

felice; il lavoro è fondamentale; al terzo posto metto la casa di Sabaudia. Il rifugio dove c’è tutto: il mare, la spesa la mattina, cucinare, andare a cavallo, passeggiare con i cani. Patrizio prenderebbe un aereo ogni minuto, io mi aggrappo a quella casa. Però se ne è innamorato anche lui».
Al matrimonio ci pensate? PdM «Ci sono difficoltà “tecniche”: io

la coppia al FestiVal di cannes. sotto: artiGiani al laVoro nella Fabbrica di Gucci a casellina

psicanalisi alla Sandra & Raimondo perché le assicuro che non si ripeteranno mai più».
Avete lo stesso senso dell’umorismo? PDM «Frida è tagliente». Nemmeno lei scherza. PdM «Io sono cattivissimo, però lei ha una

sono divorziato, lei ancora no». FG «Sto aspettando la scadenza del terzo anno dalla separazione. Quando ci saremo formalmente liberati delle rispettive vite precedenti ci penseremo. Ma non è una priorità, stiamo bene così». PdM «Approfitti di questo momento di

cultura nazional-popolare e mi tira fuori certe cose... Ho lasciato l’Italia a 26 anni e ci sono tornato a quasi 40, mi sono perso momenti topici come i film tipo “Vacanze di Natale”. Così lei mi dice, “Sembri Pinco Pallo del film XY e io non mi rendo conto subito di che bomba mi abbia lanciato. È violenta».

guai e cedimenti strutturali, ma anche pazienza. Noi siamo diversi di carattere ma entrambi testoni, quindi in certi momenti facciamo scintille... in passato sono stato incazzosissimo, però adesso so che perseverare nel confronto oltre un certo limite fa solo male. Fa perdere tempo e non ne vale la pena. Le cose importanti sono altre: se serve cedere, a volte cedo». FG «In realtà lui in certi momenti o dorme o si mette a fare le valigie». PdM «Anche perché devo sempre andare da qualche parte. Comunque faccio anche le valigie a lei, Frida non è capace. Io miniaturizzo tutto, faccio due settimane in giro per il mondo col bagaglio a mano, e sì che ho il 45 di piede». FG «Sono ipocondriaca, solo di medicine mi va via metà trolley, l’altra metà tra una zeppa e una scarpa col tacco». PdM «Io conoscevo solo l’aspirina, da quando sto con lei ho scoperto l’esistenza delle medicine. Quando si incontra con un suo collaboratore, Alessandro, sembra il film di Verdone, “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”. Queste cose un tempo non le sapevo, abbiamo preso il dvd apposta per colmare le mie deficienze».
E dire che sembra una donna solare. PdM «È solare. Ma è Scorpione, ascen-

Discutiamo? Io a un certo punto comunque mi addormento. Lei dà i numeri. Le viene il mal di stomaco. Mi scrive una mail
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dente Scorpione».
Non è bello. PdM «Io Gemelli, però ascendente Leone.

All’astrologia non ci credo, ma una volta ci hanno fatto la carta del cielo e lei stessa era impressionata». FG «Era mia madre che si era impressionata». PdM «Altra cosa: io ho memoria lei no». FG «Diciamo che ho una memoria selettiva». PdM «Diciamo che è come quel film con Bill Murray, “Ricomincio da capo”. Mi tocca rivivere sempre lo stesso giorno». n

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Foto: Venturelli - Wireimage / Getty

Società Vita d’artista

yayoi kusama
empre lo stesso sguardo. Fisso in macchina. Diretto, risoluto e gelido. Neanche l’ombra di un sorriso. Eccola YaYoi Kusama: nel bianco nero anni Sessanta che la ritrae nel suo studio a New York circondata da sculture falliche; nella foto seppia del 1939 che la vede bambina immersa in un mazzo di crisantemi giganti; nella versione Lady Gaga con parrucca rossa e tunica a pois con cui nel gennaio del 2012 ha inaugurato alla Tate Modern il tour della super mostra che l’ha celebrata a Parigi, Madrid e, dal 12 luglio, al Whitney Museum di New York. Trionfo di una carriera a cui solo ora è resa davvero giustizia. Ora che la messa in scena della“Kusama opera omnia”ha visto amatori e addetti d’arte, critici d’ogni dove, collezionisti e studenti, tutti chini sulle didascalie appese nelle sale per confrontare opere e date ed esclamare in ogni lingua del globo: «1962: prima di Warhol!»; «1969: un abito di metallo stazzonato! E sembra Miyake anni Ottanta!» Vero: Yayoi era arrivata prima. Forse anche un filo troppo prima. Prima che Warhol producesse le sue “Cow Wallpaper” lei si era fatta aiutare da Donald Judd a tappezzare un’intera stanza con la foto di un’opera (una barca piena di falli), ripetuta in serie e trasformata in carta da parati. Anche le sue “Plastic Mirror Balls” non sono estranee alla nuvole d’argento che poi Andy trasformò in palloncini e le protuberanze imbottite che spuntano da abiti e cose, comprese scarpe argentate e piene di falli, ce ne hanno di parenti nobili! Louise Bourgeois compresa. Sempre fuori tempo, YaYoi calava come un Ufo con la sua potenza creativa in situazioni che la volevano normalizzare.A cominciare dai suoi genitori provinciali benestanti in quel di Matsumoto City che volendola avviare a una buona carriera di moglie e madre avevano inserito nella sua educazione

in principio fu

S

È stata lei a inventare tutto quello che è diventato famoso con Andy Warhol. Finalmente una grande mostra la celebra
Di alessanDra mammì

(ahi loro!) anche studi artistici. “Scuola Nihonga” naturalmente, la noiosissima pittura figurativa, ufficiale ed accademica che la loro piccina trasformò subito in «un vocabolario di forme organiche biomorfe e microscopiche essenzialmente astratte ma evocative di mondi stellari, acquatici e sotterranei» (pensieri e parole di Frances Morris, curatrice della super mostra). Di matrimonio, la nostra ovviamente non ne volle sentir parlare, piuttosto si convinse presto che «per un’arte come la mia, che lotta ai confini della vita e della morte, chiedendosi continuamente chi siamo e che cosa significhi vivere e morire, il Giappone è troppo piccolo, troppo servile, troppo feudale, troppo sprezzante nei confronti delle donne». Così Yayoi Kusama, vent’anni e poco più, pressoché sconosciuta artista della provincia di un paese lontano, intorno al 1955 prese carta e penna, e scrisse una lettera a Georgia O’Keeffe (ai tempi la più acclamata pittrice d’America) affinché la aiutasse a costruirsi una carriera oltreoceano. La fortuna aiuta gli audaci. Georgia le rispose. Yayoi prese un piroscafo ed eccola a New York nel centro del centro dell’avanguardia: Greenwich Village. E così, racconta lei, arriva senza una lira nella

“My Flower bed”, nello studio newyorkese di kusaMa. a sinistra: l’artista oggi

comunità della più scatenata avantgarde del mondo dove subito si fidanza con uno dei protagonisti, il futuro maestro del minimalismo Donald Judd che all’epoca però faceva il teorico, il critico militante e fondamentalista, dunque non aveva una lira neanche lui. Fortuna che lei, diretta e spudorata, come al solito non si perde d’animo. Chiede soldi, lasciando in pegno opere qua e là (anche Lucio Fontana le presta 600 dollari «ma purtroppo morì prima che potessi restituirglieli» raccontò Yayoi). I vicini di casa, poi, sono tipi come Larry Rivers e John Chamberlain che vivono al piano di sopra o On Kawara, che dall’appartamento al di là del cortile, sentendo i suoi pianti e strilli, corre a consolarla dopo la separazione da Judd, ogni volta che lei veniva tormentata dalle sue periodiche crisi. Perché Yayoy era malata. Fragile di nervi, si diceva allora. In realtà oscillava

fra gravi sindromi maniaco-depressive, attacchi allucinatori e raptus ossessivi. Colpa di sua madre, diceva lei. Una virago che teneva sottotacco il marito e picchiava la figlia convinta che tutte quelle manie, pallini compresi, fossero capricci curabili a ceffoni e punizioni. Terapia sbagliata, il mondo puntiforme che la piccola Kusama si stava disegnando intorno era (ed è tutt’o-

ra) la sua salvezza. Comunque, tornando agli anni newyorkesi Kusama, nonostante fosse donna ed asiatica, si conquistò il suo posto al sole in un mondo di maschi narcisi ed egotici. Perché era brava, trascinante, inventiva, scatenata e autorevole. Per campare fonda un marchio di vestiti d’artista, Yayoi Kusama Fashion Company, che riscuote un discreto successo, anche se

quando i buyers cercano di convincerla a normalizzare un po’ quei vestiti pieni di improbabili e scandalosi buchi nude-look, lei manda all’aria tutto per gettarsi entusiasta in una attività rivoluzionaria e sessualmente eversiva. Dai sit in contro la guerra in Vietnam alla liberazione sessuale, dalla contro-cultura hippy all’esperienza psichedelica, Yayoi
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Foto: yayoi kusama (2)

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Società
L’immaginario di Yayoi Kusama contagia ora il mondo Vuitton. Con i suoi incantesimi e con la sua innocenza
non si fece mancare niente. I suoi happening in cui performer nudi e pallinati bruciano la bandiera sul ponte di Brooklyn, si lanciano adamitici in “Anatomiche esplosioni” a Wall Street o col volto coperto da maschere di Stregatto e Cappellaio Matto si arrampicano nel nome di Alice sulle statue di Central Park (sempre vestiti di soli pois dipinti a pelle), oppure si esibiscono in film onirici e psichedelici ai limiti dell’orgia. Sono cose che riescono a turbare persino i newyorkesi, all’epoca abituati a tutto. Troppo per loro. Ma anche per lei. La malattia la travolge. All’alba degli anni Settanta, Yayoi è costretta a tornare in Giappone per farsi curare. E lì si chiude in una casa di cura per malati di mente. Vent’anni resta segregata. Venti lunghi anni in cui si dedica quasi esclusivamente alla poesia e al disegno. Scriverà raccolte di poemi e canzoni dai malinconici titoli: “ Song of Manhattan Suicide Addict”o“Such a sorrow”. Disegnerà sempre più ossessivamente i suoi “polka dots” per ricoprire l’universo. E comincerà a

Rinascite Società
Una borsa a pois
La prima impressione è di essere finiti in un cartone animato. O di aver ingerito per sbaglio un allucinogeno. Perché entrare in uno dei concept store di Louis Vuitton diventa oggi esperienza surreale: come tuffarsi in quel paese delle meraviglie che è il mondo di Yayoi Kusama. Da New York a Tokyo, da Hong Kong a Singapore, i negozi Vuitton si lasciano contagiare dalla febbre Kusama, ricoprendosi degli enigmatici pois rossi su sfondo bianco. O delle sculture di fiori “Eternal Blooming Flowers in Mind”. I “Pumpkin”, le zucche giganti colorate, crescono tra gli scaffali di Selfridges a Londra. E Le Printemps di Parigi diventa il teatro di “Beginning of the Universe”, che mostra l’ossessione per quei tortuosi tentacoli chiamati “Nerves”. Ad attirare come un incantesimo, dal 22 luglio si apriranno anche delle finestre su questo sogno ipnotico. Perché i 461 spazi Louis Vuitton nel mondo trasformeranno le loro vetrine in installazioni artistiche, che daranno l’impressione di entrare (letteralmente) nei lavori dell’artista. Astratte, oniriche, non esporranno prodotti, ma lasceranno parlare le sue creazioni visionarie. Quella di Yayoi Kusama è una febbre pericolosa, in grado di suscitare visioni distorte della realtà, alterando le proporzioni degli spazi con i colori e deformare pareti, mobili, ma anche oggetti, borse e vestiti. Oltre ai monomarca e all’apertura di sette temporary stores dedicati all’eclettico mondo dell’artista, l’incantesimo della signora dei pois contagia infatti anche i pezzi della griffe. Che lancia, in concomitanza con la retrospettiva al Whitney Museum di New York, la capsule “Louis Vuitton - Yayoi Kusama ” - dai trench alle borse, dalle collane ai pigiami di seta, il ready-to-wear, accessori e gioielli - decorata con gli emblematici motivi della creativa giapponese. Un legame, quello tra l’etichetta e l’artista, che risale al 2006, con l’Ellipse Bag personalizzata con i famosi pois. «Il carattere ossessivo e l’innocenza delle sue opere mi coinvolgono profondamente. Riesce a condividere la sua visione del mondo con noi», dice Marc Jacobs. Per l’artista questa collaborazione è il mezzo per diffondere i suoi pois in tutto il mondo. E trasmettere il suo speciale messaggio: “Love Forever”. Micol Passariello

borghi vincenti
Di Luisa TaLiEnTo

immaginare e progettare quegli ambienti avvolgenti che la riporteranno nel mondo dell’arte a partire dal 1993, quando dalla Biennale di Venezia, protagonista del padiglione Giapponese, comincia una nuova vita. La terza età di Yayoi Kusama, quella della celebrazione, del riconoscimento, del risarcimento. Quella in cui sfogliando i volumi pubblicati su di lei o inchinandosi alle didascalie delle opere in giro per il mondo, il popolo dell’arte esclama: «Carta da parati modulare prima di Warhol!»; «Pallini colorati prima di Damien Hirst!»; «Falli imbottiti prima di Louise Bourgeois!»; «Film borderline prima di Larry Clark!». E lei col suo sguardo dritto, compatto e freddo sotto una sintetica parrucca rosso elettrico, ci guarda con aria di rimprovero, come a dire: «Ve ne accorgete adesso?». n

Crea business e posti di lavoro il recupero dei piccoli centri: è la success story di Sextantio
ma anche commissionate a istituzioni, come il Museo delle Genti d’Abruzzo per il caso di Santo Stefano di Sessanio. Gli stessi criteri applicati alle Grotte della Civita, nella città dei sassi, dove le stanze dell’albergo diffuso sono ricavate proprio all’interno delle cavità. Nei borghi ristrutturati alcune case potranno essere vendute, altre destinate all’albergo e per i servizi connessi: ristorante, cantina, botteghe dell’artigianato. La società Sextantio, che ha acquistato nove borghi in Abruzzo e una concessione nei Sassi di Matera, ha ricevuto finora oltre 500 proposte di restauro. Nel frattempo Santo Stefano di Sessanio da progetto è diventato modello economico di successo: le strutture ricettive sono passate da una a 12, il tasso di occupazione è aumentato di 30 volte e il valore patrimoniale degli immobili è quadruplicato. n

D

RENDERINg DI UNO DEI CONCEPT STORE REALIzzATI DALL’ARTISTA CON LA MAISON VUITTON A HONg KONg

uemila abbandonati e 15 mila semispopolati. Sono i borghi storici italiani, testimoni di una storia di povertà ed emigrazione, ma che potrebbero diventare i protagonisti di una nuova era di riscatto, un nuovo modello di sviluppo turistico ed economico. A crederci è Daniele Elow Kihlgren, imprenditore italo-svedese che più di dieci anni fa investì nel recupero del borgo di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, e poi si è spostato a Matera trasformando le Grotte della Civita, una delle zone più povere d’Italia, in gioiello di ospitalità. Oggi lancia un nuovo progetto, chiamato Sextantio Restauri Italiani, e sta cercando partner nazionali e internazionali che abbiano voglia di restaurare antichi borghi, con il sostegno professionale dell’architetto inglese David Chipperfield. «La difficoltà più grande di questo progetto è stata dimostrare che non c’è alcuna necessità di costruire nulla di nuovo. Ho capito subito che Chipperfield condivideva la mia filosofia, ha sposato in toto i principi di rispetto dell’identità di territorio, ambiente, paesaggio e storia», spiega Kihlgren. Nei progetti di restauro di Sextantio nulla viene stravolto: vengono conservate le cubature e le destinazioni d’uso, viene impiegato materiale architettonico di recupero compatibile per origine geografica e caratteristiche stilistiche, vengono lasciate le tracce di vissuto sedimenta-

te negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito. Sono riproposti anche gli arredi autoctoni, dal letto alle madie, dalle cassapanche fino alle coperte tessute a mano. Il frutto delle ricerche avvenute grazie alla memoria storica degli anziani,

E dagli Uffizi l’arte va in provincia
C’è un filo rosso che collega Firenze a Santo Stefano di Sessanio. O meglio una “condivisione di affetti” che risale al 1573, quando la Baronia di Carapelle - di cui faceva parte il borgo di montagna a una trentina di chilometri dall’Aquila - fu ceduta a Francesco de’ Medici. La mostra “Paesi, pastori e viandanti” (fino al 30 settembre) nasce proprio dall’idea di rinnovare questo legame antico e rilanciare l’interesse verso il territorio abruzzese e il suo patrimonio storico-artistico: 29 opere pittoriche provenienti dalla Galleria degli Uffizi sono esposte nella sede del municipio e in alcuni punti di Santo Stefano di Sessanio: le Carceri e le Botteghe dell’artigianato domestico, dei decotti e dei fermentati, messi a disposizione dall’Albergo Diffuso Sextantio. Un’occasione per conoscere dipinti di artisti meno noti del Seicento, per lo più olandesi, fiamminghi, francesi e tedeschi, affascinati dal paesaggio italiano (tra gli altri Pieter Van Laer detto Bamboccio, Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, Adriaen Van de Velde). Emanuele Coen
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Foto: Yayoi Kusama

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Società Occhiali

baciati dal
Linee pulite, forme azzardate. Rosa cipria per lei, blu opachi e avana per lui. Ecco le lenti che accompagnano le vacanze
guardi colorati che rivisitano le mode del passato: un po’ diva anni ’50 col turbante da spiaggia un po’ aviatore ma in versione superlight e con il dettaglio dei ponti in metallo decorati e gli inserti in fibra di carbonio sulle aste. Gli occhiali da sole che ci accompagneranno in vacanza sono caratterizzati da linee pulite ma forme azzardate: il tondo diventa oversize e lo squadrato da nerd si modernizza strizzando l’occhio anche alle signore. Nella top ten delle sfumature, per lei vince il rosa cipria, proposto da molte griffe, intrigante nel design “a gatto”, per lui vanno forte i neri lucidi, i blu opachi e l’avana. E, i più attenti ai dettagli e alla praticità potranno optare anche per l’occhiale pieghevole, con taglio frontale a 45 gradi e tanto di gancio per essere appeso alla cintura o al laccetto del boxer.
Colori fluo opachi e la assoluta protezione delle lenti Zeiss per i modelli unisex proposti da Happiness shades (www.happiness-shades.com): anallergici e biocompatibili, resistono agli urti e al calore e costano 99 euro. Design allungato “a gatta” e gusto vintage per gli occhiali proposti da Guess by De rigo Vision (tel. 0437 7777, www.derigovision. com): piccole borchie di metallo decorano il profilo superiore. Declinati in rosa, cipria, avana e nero, costano 120 euro. stile anni ’50 per gli occhiali da diva firmati Dior (www.safilo.com): il frontale ha lavorazioni a bassorilievo mentre le aste color avana sono decorate dal logo Dior in metallo. Costano 250 euro.
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sole

Acetato multi layer e accostamenti cromatici originali e grintosi come blu/marrone, nero/bianco/corno, marrone/ verde/beige, rosso/bianco/ grigio per gli occhiali Tommy Hilfiger (www.safilo.com). Costano 110 euro. Per lei, occhiali in acetato con dettagligioiello sulle aste, nei colori verde, beige/ rosa, avana scuro, nero (190 euro). Per lui, linea aviator e aste in fibra di carbonio, abbinamento nero/oro (195 euro). Firmato Boss Black (tel. 049 6985411, safilo.com). Vasta gamma di sfumature e abbinamenti di lenti sfumate per gli occhiali di Iceberg by Allison (www.allison.it) in acetato, con particolare metallico e il logo “Ice” inciso e messo in risalto da una cornice di cristalli luminosi. In vendita a partire da 125 euro. Forma a goccia e aste con cerniera flex per il modello maschile firmato Gucci (www.safilo.com), declinato in una serie di sfumature sofisticate. In vendita a 210 euro. Tom Guinnes indossa un paio di occhiali Audace in acetato con inserti di metallo della collezione Louis Vuitton (tel. 800 308980, www. louisvuitton.com). In vendita a 290 euro.

S

Di AntoniA MAtArrese

Eva Herzigova indossa il modello Matt Silk firmato da Dolce&Gabbana Eyewear (tel. 02 863341). Il mood dominante è anni Cinquanta, con decise tonalità glamour come il rosa lipstick, il rosso ciliegia e il cielo ceruleo. In vendita a 161,30 euro. Montatura spessa stile rétro, acetato con lavorazione artigianale, aste di metallo con logo e lenti in cristallo per il modello Ralph Lauren Eyewear (tel. 02 863341). Disponibili in una palette che spazia dal nero all’avana trasparente. A 181,50 euro.

Montatura super leggera, tagli morbidi e forme sinuose delle aste per gli occhiali Prada Eyewear (tel. 02 863341). Disponibili in pervinca, porpora o nero, ma anche in tartaruga e bruciato sfumati. A 211,70 euro.
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Società
Tagliati su misura
Design ampio per il modello in acetato e metallo firmato Roberto Cavalli Eyewear (www. marcolin.com) in cui l’elemento distintivo del serpente impreziosisce il frontale e le aste. Costa 232 euro. Una linea di occhiali sartoriali, costruiti come un abito: la firma l’eclettico Alber Elbaz per Lanvin e la produce il Gruppo De Rigo. Come ci racconta l’amministratore delegato, Michele Aracri. Quale tipo di lavorazione richiedono gli occhiali “sartoriali”? «Mettono insieme modernità, tecnologia e tradizione. In particolare gli elementi distintivi sono gli acetati effetto corno e il finishing dei dettagli in metallo anticato». Come è declinata la collezione sole p/e 2012? «Diciassette modelli da donna e 5 da uomo. Il tema principale è il rétro chic, con preziosi strass e dettagli di vera pelle stampata abbinati a catene e viti. Ultima notazione: la firma del direttore creativo Lanvin, Alber Elbaz, incisa in trasparenza sulle lenti sfumate». A.Mat. Montatura in acetato con inserti di metallo nelle varianti con lenti azzurre o sfumate grigio/blu per il modello proposto da Trussardi 1911 Eyewear (tel. 800 372233, www.charmant. com). Costa 279 euro. L’attrice Paz Vega indossa occhiali della collezione Cocktail di Bulgari (www.bulgari.com) realizzati in acetato declinato in un raffinato color cipria, fra le tinte must di stagione. In vendita a 300 euro. Per lei, un modello stile aviatore della collezione Burberry Eyewear (tel. 02 863341): montatura leggerissima con aste sottili e ponti di metallo decorati con il logo della griffe. In vendita a 171,40 euro.

Due formati, uno squadrato e uno a goccia, con quindici varianti per gli occhiali con aste in corno super flessibili proposti dalla casa Brioni (tel. 02 76390086, www.brioni. com). Hanno lenti polarizzate e antiriflesso e sono in vendita a partire da 570 euro. Acetato rosa con inserti di metallo dorato per il modello super femminile proposto nella collezione 4US Cesare Paciotti (www.cesarepaciotti.com). In vendita a 168 euro. Andrea Casiraghi indossa un paio di occhiali provenienti dalla collezione Tod’s Eyewear (tel. 02 772251, www.tods. com) con montatura di metallo e il particolare della stanghetta in pelle intrecciata. In vendita nelle versioni a goccia o rettangolare a partire da 280 euro. Ispirazione anni ’90 per il modello unisex Carrera 6000 (www.safilo.com), realizzato in Optyl, marchio registrato di Safilo. Disponibile in vari colori a 109 euro.

Oversize e minimale, montatura in acetato, lenti ad alta protezione e aste con elementi decorativi in metallo per il modello di Rodenstock (tel. 800 960961, www. rodenstock.com). In vendita a 125 euro.

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Passioni
Cinema
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n. 29 - 19 luglio 2012

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Rock

Lisa gerrard e brendan perry sono i dead can dance: hanno fatto un nuovo disco

I

Rinascono i Dead Can Dance
ntitolare un album “Resurrezione” è impegnativo. Usare l’originale greco “Anastasis” rischia di suonare un po’ altezzoso. Certo, quando si tratta dei Dead Can Dance, uno dei gruppi musicali più interessanti degli ultimi venticinque anni, dire semplicemente “ritorno” non rende la solennità dell’evento. Eppure “Anastasis”è soprattutto questo: il grande ritorno di questo duo australinao, dopo sedici anni di silenzio discografico (a parte una tournée, nel 2005). Una rinascita molto attesa quella dei Dead Can Dance, che suoneranno dal vivo a Milano il prossimo ottobre. L’album, in uscita ad agosto è un’operazione per nulla nostalgica: otto brani maestosi, sinfonici ma irrequieti, impregnati di musica del Mediterraneo orientale. «Amo le influenze che arrivano dal crocevia fra l’Est e l’Ovest, il mosaico caleidoscopico di queste culture fuse», dice Brendan Perry, partner maschile

dell’altra componente del duo Lisa Gerrard. Dopo “Spiritchaser”, del 1998, di Perry si erano perse le tracce, a parte due dischi solisti, uno bello, l’altro meno. La voce di Gerrard la conoscete perfettamente invece: la cantante australiana ha avuto il Golden Globe per la colonna sonora del “Gladiatore” di Ridley Scott. Un suo pezzo, “Sanvean” a metà anni Novanta, è stato usato ovunque, da spot pubblicitari a documentari sulla guerra. Ora sono di nuovo con noi, campioni di una poesia musicale globalizzata. L.C.
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Passioni Cinema
l’esordiente di biagio ha uno sguardo che sarebbe piaciuto a pasolini

Spettacoli Passioni
TeleReality di Riccardo Bocca

TaTe di buon senso
Che le famiglie italiane non godano di ottima salute, e anzi spesso siano un riassunto di frustrazioni compulsive, egoismi infantili o miopie relazionali, non è certo un mistero. Per questo, fa tremare i polsi il compito che ogni mercoledì, in prima serata su La7,si assegnano le psicologhe protagoniste di“S.o.s. tata”.Tre audaci missionarie che irrompono nei nuclei domestici, e dopo aver passato i primi giorni a osser- “SOS TATA”. IN BASSO, A DESTRA: MIKhAIL BARyShNIKOV E ANNA vare in silenzio, curano le carie SINyANKINA più gravi. Tante, va da sé, sono le storie e le varianti del format, che spazia- re: «Tra i componenti della famiglia non si no dal coma profondo di una coppia con alzano le mani, ma ci si parla». O ancora: quattro figli ingestibili in un minuscolo «Strillare non serve a niente, tutti hanno le appartamento, fino alla famiglia patriarca- orecchie». Senza saltare un classico: «Bisole di stampo sudista dove il nonno è ancora gna lasciar liberi i bambini di giocare da una divinità assoluta,in quanto tale fonte soli, è per il loro bene». E avanti così, con di feroci malumori. Resta il fatto che quan- macroscopiche quantità di pazienza. Fino do tata Lucia (la capo progetto), tata Adria- a quando i sette giorni previsti dal programna o tata May intervengono per ricucire ma finiscono, le tate fanno le valigie, e le brandelli di pace, appare chiaro al pubblico famiglie regolarmente si sciolgono in lacriche la ricetta è tradizionale: «In casa ci vo- me. Grate, dal profondo del cuore, che gliono rispetto e gentilezza», insegna il tris qualcuno abbia ricordato loro quant’è di tate a madri e padri in ginocchio. Oppu- prezioso il buon senso. www.gliantennati.it

Teatro

Il pastrano di Baryshnikov
Di RitA CiRio
Racconta Iosif Brodskij in “Fondamenta degli incurabili” che tra gli effetti secondari del suo amore per Venezia era da mettere in conto una propensione allo shopping compulsivo. E che un impermeabile «verde senape» così dissennatamente acquisito finì in dono ad ornare le spalle del suo amico «miglior ballerino del mondo». Pensavo a quel soprabito guardando Mikhail Baryshnikov accoccolato come un gatto a fumarsi una sigaretta in un angolo in attesa di salire sul palcoscenico per recitare “In Paris” a Spoleto. Gliel’ho fatto ricordare da un’amica che parla russo e lui si è messo una mano sul cuore a dire tutta la tenerezza per quell’antica amicizia con Brodskij. Oggi il miglior ballerino del mondo si esibisce più di rado ma comunque, su coreografia di Alexei Ratmansky, accenna nel finale di “In Paris” con grande e lieve eleganza una sorta di flamenco su un’aria di “Carmen” facendo roteare la fodera rossa del pastrano. Che Baryshnikov fosse anche attore di una certa finezza si era capito già dal cinema e da “Sex and the City”, ma a teatro è più sottilmente carismatico e nostalgico nell’interpretare, in francese e in russo, quell’ex generale della Guardia Bianca che si innamora della giovane cameriera di un ristorante parigino, solitudini incrociate castamente e brevemente, fino alla morte di lui in metrò. Dal racconto di Ivan Bunin, Nobel nel ’33, il regista Dmitry Krymov ha saputo inventare uno spettacolo incantevole fatto di bianchi e neri, di poche parole che scorrono proiettate sulla scena e sugli attori, di gesti essenziali e reiterati, di camerieri che cantano in russo e cavano suoni ritmati dagli sgabelli, di nuvole da fumetto, di vecchi ritratti, del volo romantico e impalpabile della cameriera innamorata,l’eterea Anna Sinyankina.

D

iego (Michele Alhaique) e Cinzia (Greta Scarano) si tengono stretti nel buio della sera. Hanno lasciato parenti e amici al tavolo del ristorante, ancora in festa per il loro matrimonio. Ora sono qui, a pochi metri dal mare, su una spiaggia del litorale romano. Si baciano. Anzi, lei bacia lui, e sorride. Li attende la vita, e qualcosa che vorrebbero somigliasse alla felicità. Con questa immagine termina la bella commedia scritta e girata dall’esordiente Saverio Di Biagio. E a turbare la tenerezza dell’ultima inquadratura sembra restare solo il cenno di malinconia suggerito dal titolo: “Qualche nuvola” (Italia, 2011, 90’). Della felicità, appunto, racconta la storia di Diego e Cinzia. Racconta della felicità di lei, modellata sui sogni costruiti in televisione e fatta di attesa: attesa del giorno del matrimonio, attesa dell’abito bianco, attesa della casa nuova, attesa del letto in cui dormirà con Diego… E racconta della felicità di lui, appagata e calma come può essere quella di un amore che dura ormai da dieci anni. La loro storia sembra già scritta. Si sposeranno, avranno dei figli, e il loro mondo avrà la misura del quartiere di Roma in cui sono nati, e in cui invecchieranno. Così, con uno sguardo intenerito che sarebbe piaciuto a Pier Pa-

Film di Roberto Escobar

felicitÀ domestica
olo Pasolini, Di Biagio ci racconta le loro piccole vite comuni (ammesso che ne esistano, di vite piccole e comuni). E lo fa con un rispetto e una simpatia che ai nostri occhi le rendono grandi e straordinarie. Capita però che Diego conosca Viola (Aylin Prandi). Giorno dopo giorno, fa il suo lavoro di muratore nell’appartamento di lei, nel centro di Roma. Per lui è un’altra possibilità di vita, è un altro futuro, la bella e ricca Viola. Forse è anche un’altra felicità, più piena e fresca. In ogni caso, è una promessa nuova di un nuovo futuro. I due si innamorano, e per Diego Cinzia comincia a diventare una passione invecchiata, segnata dalla fatica del mantener fede al passato. Ma sarà poi davvero così? O non avrà ragione Cinzia quando, scoperto il tradimento, deciderà di tenersi il suo Diego, e con lui la propria attesa di futuro? Certo, non sarà più lo stesso sognato davanti alla tivù, quel futuro che all’improvviso s’è fatto meno luminoso. E tuttavia vale il bacio dato a pochi metri dal mare. E lui? Lui la stringe, ma il suo sguardo sembra rivolto verso un tempo e un posto lontani: un tempo e un posto in cui la loro felicità eventuale dovrà essere tanto saggia da resistere alle nuvole che l’attraverseranno. ★★★✩✩

TeleSpot
di Davide Guadagni
Imposto da Pierre De Coubertin, che ne era appassionato, il rugby partecipò ad alcune edizioni delle Olimpiadi fino al 1924 quando, a Parigi, essendo stato causa di un’epica e furibonda rissa, fu escluso dai Giochi per sempre. Nell’ultimo spot Edison, timidamente, il granitico Martin Castrogiovanni, pilone della nostra nazionale, prova a forzare il blocco con l’astuzia, confondendosi tra le farfalle della ginnastica ritmica, tentando goffe evoluzioni sulle note di Ponchielli. L’esito è una prova suprema di autoironia con una dissonanza così totale che diventa memorabile in sé ma, grazie alla maglietta, riesce a far ricordare anche il marchio.

AltRi Film

Cena tra amici

di Alexandre de La Patellière, Francia e Belgio, 2012, 109’ ★★★✩✩ Non è tanto la cena il centro del film, quanto il nome che uno dei commensali dice di voler dare al figlio che gli nascerà (“Le prénom” è il titolo originale francese). Sulla questione, all’apparenza risibile, cresce una lunga serie di battibecchi, litigi e ripicche fra cinque ben nati, ma non troppo. Sembrerebbe una riedizione del Carnage di Roman Polanski, ma la sua “cattiveria” è pur sempre quella di una piacevole commedia. di Rupert Sanders, Usa, 2012, 127’ ✩✩✩✩✩ Ogni tanto Hollywood mette mano a una favola classica, e s’incaponisce a migliorarla. Nel caso specifico, Biancaneve ha le fattezze (piuttosto inadeguate) di Kristen Stewart, e la regina quelle (alquanto adeguate) di Charlize Theron. Quanto al principe, se lo confrontate con il cacciatore fa la figura di un giuggiolone. Il resto son botte da orbi, ma ininfluenti.

Biancaneve e il cacciatore

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Foto: A. Kartseva

Cliente: Edison Prodotto: Partner nazionale olimpica Agenzia: Cayenne Direttori creativi: Giandomenico Puglisi e Stefano Tumiatti Copywriter: Federico Bonriposi e Stefano Tumiatti Art director: Matteo Airoldi Casa di produzione: Soho What Regia: Leone Balduzzi PUNCTUM: “E a quelli che ci vorrebbero andare”

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Passioni Musica
Cd classica di Riccardo Lenzi

Arte Passioni
impiantato nel torace, dopo aver subito un infarto dirigendo la “Bohème”), la sua carriera è proseguita ai massimi livelli, tanto che “Gramophone” ha promosso l’orchestra di cui è responsabile artistico, la Concertgebouw di Amsterdam, come la più prestigiosa di questi anni. Nel dvd prodotto dalla C major possiamo godere, oltre che di un documentario sulla sua vita del regista Robert Neumüller, di un’appassionata, tragica interpretazione della Seconda sinfonia di Mahler. Box che fa il paio con i due cd (Sony) in cui è protagonista dell’ultimo Concerto di Capodanno viennese, in una spensierata edizione dei celebri brani straussiani (e di Ciaikovskij, Zieher, Hellmesberger e Lumbye) che nella loro eleganza timbrica, nel fraseggio suadente, sembrano arrivare al nostro udito per la prima volta.

TRAGICO MAHLER

ART BOX

Arte

di Alessandra Mammì
PER CHI SUONA LA CAMPANA Martin Creed. Work n. 1197. Venerdì 27 luglio 2012. U.K. Immaginate l’effetto che fa. Venerdì 27 luglio, alle 8.12 ora di Greenwich, tutte le campane sparse sul suolo britannico suonate all’unisono il più forte e il più veloce possibile. Così, tanto per festeggiare l’inizio dei giochi olimpici svegliando l’intera nazione e benedirli con un’altra situazionistica idea di quel ragazzone di Martin Creed, che già l’aveva sperimentata in circuiti più ridotti (città villaggi tipo il nostro San Gimignano) e registrata sul sito “www.allthebells.com”. Da visitare assolutamente: fa parte dell’opera. GOOD VIBRATIONS Gregorio Botta. Rifugi. Fino al 2 settembre. Macro. Roma Immaginate qui invece uno spazio meditativo e poetico, tra la memoria

Corpi in vendita
DI GERMANO CELANT
Siccome il cliente dell’arte, nella storia e oggi, raramente è stato ed è donna, si capisce perché la rappresentazione del femminile abbia sempre risposto alle pulsioni libidiche dell’uomo. La nozione di immaginazione erotica, dall’antichità a Warhol, è risultata pertanto univoca e monotona. Solo di recente, con l’avvento di una cultura attenta ai generi, si è aperta a una visione “diversa”, capace di riflettere una realtà sessuale molteplice e fluida. Tuttavia da Ingres a Courbet, da Lautrec a Renoir, il nudo o l’esercizio allegorico sulle parti femminili, come la studiata analogia tra mele e seni in Cezanne, sono segnati dai languori dell’immaginario maschile. Anche Tom Wesselmann (1931- 2004) appare ossessionato dal rapporto tra natura morta e donna, al punto da stabilire, sin dal 1959, referenze iconografiche tra la sua figura, dipinta dagli impressionisti, e la vamp distesa sul divano mentre fuma una sigaretta su uno sfondo casalingo, caratterizzato dai prodotti di consumo quotidiano, dalla radio alla bibita gasata. Un intreccio di sottili rimandi (al Museum of Fine Arts, Montreal, fino al 7 ottobre) in cui l’identità erotica al femminile si trasforma in oggetto e in merce. Entità che non ha alcun diritto a un’esistenza, perché funzionale all’uso, al pari di un asciugamano o di un tappetino nel bagno di servizio. Un feticcio sensuale che entra nel mercato della carne, sessuale, strettamente connesso al boom dell’eros popolare: materia di scambio in cui il riconoscimento del valore si intreccia con la negazione. Un gioco delle parti, tipico della pop art americana, dove tutto si trasforma in un desiderio del possesso e dell’acquisto, fino a dimenticare l’aspetto umano.

URbino in MUsiCa
Mariss Jansons, 69enne direttore d’orchestra lettone, ha avuto modo di frequentare due dei più grandi maestri dello scorso secolo: Evgenij Mravinskij, come assistente della leggendaria Filarmonica di Leningrado, e Herbert von Karajan, che lo volle nello stesso ruolo con i Berliner Philharmoniker. Allora, egli dovette rinunciarvi di fronte all’ostacolo posto dal divieto d’espatrio delle autorità sovietiche. Nonostante un cuore malfermo (convive dal 1996 con un defibrillatore
MARISS JANSONS. SOTTO: JOHN LYDON. NELL’ALTRA PAGINA: IN ALTO, GREGORIO BOTTA “RIFUGI” (2012); AL CENTRO, LA TORRE DI GEHRY A HONG KONG; IN BASSO: WESSELMANN, “GREAT AMERICAN NUDE 50” (1963)

Per chi ama gli strumenti originali niente di meglio del Festival di musica antica di Urbino, dal 21 al 29 luglio. Una settimana che convoglierà musicisti e appassionati per frequentare lezioni di canto, musica medievale, rinascimentale, barocca e per ascoltare artisti del calibro di Rinaldo Alessandrini, Paul O’Dette, Paolo Pandolfo, Michael Form e formazioni di repertorio come l’Ensemble Tetraktys e il Musica Antica Roma diretto da Riccardo Minasi.

lontana dell’Arte Povera e quella vicina di una più contemporanea ricerca narrativa ed emotiva dove lo scorrere dell’acqua, i versi di Emily Dickinson incisi nella cera, le piccole urne che custodiscono tracce di memoria affidate a un filmino super 8 e la luce che vibra come il riflesso di un’onda, sono un vero Rifugio. Perché l’opera più complessa di Gregorio Botta è anche la più riuscita.

Architettura di Massimiliano Fuksas
The Peak è il nome di una collina verdissima e quasi inviolata che domina Hong Kong come difficilmente riesce alle alture circostanti. Su Peak, detta Happy Valley, Frank Gehry ha realizzato il suo primo progetto in Asia, la torre residenziale di 12 piani Opus. Il cliente Swire Properties è tra i più ricchi e potenti dell’ex colonia inglese. E costosissimi sono gli appartamenti realizzati. Ogni abitazione, disposta su un’intero piano, è di circa 600 metri quadrati. Giardini privati ai piani inferiori e piscine sospese con vista sulla megalopoli. La torre si insedia su un basamento, in pietra calcarea spagnola, occupata da residenze con terrazze e giardini privati. La struttura, suddivisa in “petali” che si aggregano in un corpo centrale, è marcata da una sorta di canne d’organo che sembrano piegate dal passaggio dei venti. I materiali impiegati principalmente sono di provenienza “globalizzata”. La pietra spagnola riveste,oltre al basamento, anche parte della torre. Le facciate ondeggianti in vetro ricordano la Beekman Tower di New York. Le terrazze, inserite in modo discontinuo sulle facciate, cercano di

Gehry per ricchi

Cd rock

Torna l’ipnotico PIL
Erano vent’anni che John Lydon, l’ex cantante dei Sex Pistols e icona punk per eccellenza, non pubblicava un disco con la sua formazione più longeva, i P I.L. . Esattamente da “That What Is Not” del 1992. Nel frattempo Lydon ha avuto modo di scrivere la sua autobiografia (uscita in Italia per Arcana), partecipare alla prima edizione dell’“Isola dei famosi” inglese, fare programmi e girare spot televisivi. Prima di rimettere insieme la band nel 2009. Assieme a lui sono della partita, il multistrumentista Lu Edmonds (già nei Damned), il batterista Bruce Smith (Pop Group, Slits) e il bassista Scott Firth. Anticipato dall’Ep “One Drop”, fatto uscire in occasione del Record Store Day, il nuovo album della formazione britannica “This Is PiL” è tra i dischi più chiacchierati e apprezzati dell’anno. «Il nostro nuovo disco sfida

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Foto: G. Benni

tutte le categorie, come dovrebbe fare la buona e vera musica. Ha una sfumatura folk», ha affermato Lydon. Lavoro dal fascino introspettivo e intimista, “This is PiL” spazia dal dub ipnotico della titletrack alla sinuosa e immaginifica “Deeper Water” allo spoken word “The Room I Am In” passando per i sussulti ritmici del divertissement “Lollipop Opera” fino alla lunghissima malia “Out Of The Wood” dove elettronica, inserti folk, luminosi frammenti rock si sciolgono all’interno dello stesso brano. I Public Image Limited presenteranno le nuove canzoni, assieme ai vecchi classici, nella loro unica data italiana: il 21 luglio al festival Rock In Idrho alla Fiera di Milano. Roberto Calabrò

ricordare il Gehry dei bei tempi. Come è lontana l’ispirazione dei bei momenti di Santa Monica e del Guggenheim di Bilbao. Le opere progettate per il pubblico sono sicuramente frustranti per i limiti che le istituzioni o fondazioni dettano all’architetto. Ma parlare di architettura aperta alla gente, quando si tratta solo di mera speculazione per i più ricchi... E siccome ormai la parola sociale è inflazionata, per la maggior parte dei progetti per i privati è meglio usare il termine orribile di “immobile esclusivo”.

Passioni Libri

Libri Passioni
Il romanzo di Marco Belpoliti

Avevo dimenticato la grazia, l’intelligenza, il sublime sense of humour di Nancy Mitford, scrittrice inglese di grande successo in vita (è scomparsa nel 1973), figlia della nobiltà britannica più stravagante, insieme a altre cinque sorelle, tutte a loro modo leggendarie, amica e sodale di Evelyn Waugh, e autrice di “L’amore in un clima freddo” (Adelphi, traduzione di Silvia Pareschi, pp. 280, € 18). Me ne ero dimenticato avendola adorata parecchi anni fa (del resto, questo e altri titoli erano già usciti in italiano prima da Bompiani e più di recente da Giunti). A ogni modo, che felicità ritrovarla e poterla oggi consigliare ai tanti lettori che ancora non la conoscono. Quel che mancava alla “Zia Mame” dell’americano Dennis Patrick (un racconto spassoso, ma sostanzialmente un calco) lo troverete

deliziosa nipote polly

Il libro di Mario Fortunato

ombre in pagina
“Doppio riflesso” (Rizzoli, pp. 249, € 10 ) di Michele Ainis è un romanzo sulla ricerca d’identità, sul raddoppiamento e la scissione del proprio Io. La voce narrante, estensore di una serie di quaderni, è un agente di commercio, ma anche un bibliofilo, diviso tra varie donne che l’attraggono e insieme lo respingono. Alter ego di uno scrittore famoso, così crede, l’autore dei diari, ovvero colui che dice Io, non ha un’identità precisa e al tempo stesso ne ha troppe, incapace di far fronte agli spiazzamenti continui del proprio riflesso moltiplicato sulla superficie della pagina, e dunque del mondo. L’opera prima narrativa del giurista richiama alla mente i primi libri di Luigi Malerba,“Il serpente” e “Salto mortale” e le atmosfere impalpabili di Tabucchi. Opera iper-letteraria, con un titolo alla Schnitzler,“Doppio riflesso” tradisce nel suo movimento interno un motivo più profondo, di natura psicologica, che alimenta in modo palese la storia: la doppia identità come gioco di specchi in cui si rifrange la vocazione letteraria dell’Io narrante, e dunque dell’Autore che si occulta dietro di lui. Cosa significa essere uno scrittore? Dividersi tra due piani: la realtà e la pagina scritta? Quale delle due alimenta l’altra? Ainis possiede un passo elegante, leggero; il racconto si dipana tra Arturo, il doppio del narratore, Maria Sole,la vicina di casa,Gea, la bibliotecaria inafferrabile,Pietro l’ex direttore della biblioteca, Eleonora, la giovanissima figlia del capo ufficio, il dott. Astolfi, Armida ultima comparsa, l’editore, i trafficanti di libri: una piccola famiglia di fantasmi che abitano un mondo onirico e insieme reale, che alimentano con la loro presenza-assenza la storia. La crisi d’identità del narratore è il centro del racconto, che s’impernia intorno a un libro inesistente e leggendario: “Necronomicon”, fantasia bibliografica di un altro scrittore. Diceva Calvino che la prima invenzione di uno scrittore è inventare se stesso come scrittore. Ainis ci racconta come avviene questa metamorfosi: il doppio riflesso del proprio Sé immaginario.

Come dire

Gatti e trappole
DI STEFAnO BARTEzzAGhI
Il grande scrittore Luigi Meneghello una volta spiegò la sua scelta di vivere in Gran Bretagna col fatto che in Italia si dice che un automobilista «guida bene» quando taglia le curve, supera tutti e batte i record da casello a casello, mentre per gli inglesi guidare bene significa evitare scosse e sbalzi e fare in modo che i passeggeri all’arrivo quasi non si accorgano di essere stati in auto. Ora cambiamo argomento. Riuscite a immaginare un lavoro più divertente, frustrante, creativo, istruttivo, logorante dell’interprete simultaneo di Giovanni Trapattoni? Come essere il direttore spirituale di Fabrizio Corona o il personal shopper di Roberto Formigoni. Da quando il Trap allena la nazionale irlandese la delicata mansione di dare forma inglese al suo pensiero italiano, o anche di riportare in italiano le sue esternazioni in inglese, è arriso a una giovane signora brianzola a nome Manuela Spinelli, una persona a cui tutti guardiamo con simpatia. L’interprete ha concesso un’intervista durante i recenti campionati europei e non è sfuggito alla desta attenzione di Antonio Dipollina il passaggio in cui ha rivelato: «Ogni tanto si intestardisce, l’altro giorno voleva assolutamente che traducessi ai giornalisti irlandesi l’espressione “capra e cavoli”. E io: ma no, mister, guardi Wche non significa niente. Ma lui non ne voleva sapere». L’uomo dei gatti nel sacco (e sia chiaro che il proverbio esiste, è attestato da secoli nella letteratura italiana) è la dimostrazione più lampante del fatto che in italiano i buoni comunicatori sono come i buoni automobilisti italiani: quelli che più si fanno notare. Chi sono, infatti, i grandi comunicatori italiani? Il Trap, Di Pietro, l’Innominabile di Arcore, così come in passato Funari. Persone, cioè, che hanno con la grammatica gli stessi rapporti che l’ordinario automobilista di tutti i giorni ha con il codice della strada. Qualcosa che c’è e che si può anche rispettare, quando non si ha troppa fretta o non è troppo scomodo. Anagrammi: Giovanni Trapattoni: non ogni partita ti va: / poi non vantar i gatti!
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qui. Vale a dire: magioni nobiliari con maggiordomi brutti come il mostro di Frankenstein, contesse & baronesse completamente sciroccate come certi rampolli di casa reale italiana (però meno perniciosi), balli per debuttanti, cene con molta argenteria e pochissima sostanza, e dialoghi da perdere la testa. Il tutto raccontato non per sentito dire. La UN CLUB EsCLUsIvo A LoNdRA trama è un concatenarsi di eventi, equivoci e avventure, in seguito al matrimonio dell’altra segue un destino più quieto inatteso e scandaloso fra la giovane e prevedibile, ma non per questo più Polly e suo zio Boy Dougdale. La sto- infelice, lettore nemmeno un grammo ria è raccontata dall’amica del cuore del delizioso piacere che questo rodi Polly, Fanny, che al contrario manzo può regalare.

Il saggio di Giuseppe Berta

La lettura di Stefania Rossini
Non è un testamento filosofico il delizioso libretto, “Un breve viaggio e altre storie”, scritto da Paolo Rossi poco prima di morire, a 88 anni, lo scorso gennaio, e pubblicato ora da Cortina editore (pp. 190, € 13). Questo regalo postumo del grande storico della filosofia e della scienza è molto di più. È un viaggio smaliziato attraverso il secolo scorso da lui pienamente vissuto nello studio (con importanti contributi sul pensiero scientifico del Seicento), nella cultura, nelle vicende della guerra, del dopoguerra, del terrorismo e, soprattutto, nello sguardo sugli uomini e sulla loro «ambivalente natura». Così chi ha conosciuto Paolo Rossi, e ha visto la sua invincibile curiosità puntata sul mondo, apprezzerà i capitoli dedicati al fascismo e al repentino antifascismo postbellico di molti intellettuali. Si divertirà alle sue

povero sindaco
I sindaci rappresentano oggi la figura più esposta sul fronte della politica. E sono anche coloro che si trovano ad agire da soli, senza le coperture che gli altri protagonisti del gioco politico ottengono dalle istituzioni. A loro tocca di misurarsi in primo luogo con le severissime restrizioni di bilancio imposte dalla crisi, che induce un confronto quotidiano con cittadini frustrati nelle loro aspettative. Così, la stagione del protagonismo dei sindaci, chiamati a interpretare le aspirazioni di una comunità locale che li aveva designati col voto diretto, sembra un ricordo remoto in contrasto con l’aspra realtà del governo municipale con cui devono fare i conti adesso. E proprio la condizione solitaria del primo cittadino è l’elemento che Roberto
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un secolo di memorie
macchina amministrativa, con i suoi cortocircuiti continui, si coniugano a un senso vigile per le forme della partecipazione politica, che discendono da un’attitudine a comprendere - e a giudicare senza indulgenze e compiacimenti - il proprio comportamento. Balzani fissa sulla carta con efficacia gli stilemi e le retoriche di una politica locale colta alla vigilia di quella che potrebbe essere una trasformazione radicale. E, alla fine, ritrova e indica le ragioni di un impegno civile che, nonostante tutto, merita di essere praticato, sebbene a termine. potenti idiosincrasie verso quelli che chiama «cultori dell’ars profetica», come Alberto Asor Rosa che «enuncia proposizioni che hanno l’aria di leggi generali ma sono aria fritta», Danilo Zolo non perdonato nel suo «pacifismo debole» o Giorgio Agamben, uno di quelli che «non compiono esami ma fanno scenate». Ma lo stesso lettore si incanterà, fino a leggerle più di una volta, sulle pagine legate alla memoria personale dello studioso, alla sua terra d’elezione (Città di Castello in Umbria) a quei ricordi lunghi che al tramonto della vita si fanno più potenti, quasi indispensabili. Forse perché, ci confida Rossi senza malinconia, riusciamo a essere più tranquilli «quando quei ricordi si collegano a un luogo, che è simile a una radice, a una sorta di patria dello spirito, che è stata il “luogo” per i nostri padri».

Balzani, sindaco di Forlì e storico dell’età contemporanea, giudica caratterizzante dell’esperienza che sta compiendo e su cui si sofferma in un breve e denso saggio, di sicuro fra le migliori e più sincere testimonianze dedicate alla situazione politica attuale (“Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco”, Il Mulino, pp. 124, € 12). Nelle pagine di buona scrittura di Balzani si avverte una disillusa passione civile che non rinuncia mai né a una nota di costante autoironia né allo sguardo critico tipico di uno studioso capace di osservare anche dall’esterno la realtà che sta vivendo. Molti dei suoi rilievi colpiscono per l’acutezza e anche per un disincanto che non diviene mai cinismo. Le analisi del funzionamento della

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Foto: B. Glinn - Magnum Photos / Contrasto

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Passioni Moda
L’arte della precisione

Moda Passioni
Caleidoscopio da indossare
Sono realizzati con elementi di osso e resina gli orecchini colorati firmati Marni (tel. 02 70005479, www.marni.com). In vendita a partire da 200 euro

pionieri dello spazio
Specializzata fin dalla sua fondazione, nel 1884, nella produzione di strumenti da polso dedicati al mondo della scienza e dello sport, la maison svizzera Breitling ha trasposto la passione per l’aviazione in orologi innovativi e festeggia i cinquant’anni del primo cronografo che ha viaggiato nello spazio, Breitling Navitimer. Come ci racconta Patrizia Aste, amministratore delegato di Breitling Italia.
Orologi che celebrano grandi imprese: qual è la tradizione Breitling in questo senso?

Il mondo delle scarpe
Non solo calzature per uomo, donna e bambino ma anche borse, valigie, piccola pelletteria, abbigliamento sportivo. La formula del gruppo piemontese Scarpe&Scarpe, 1.600 dipendenti e un fatturato di oltre 250 milioni di euro, punta su un’attenta politica dei prezzi e allarga l’offerta grazie all’apertura di nuovi punti vendita. L’ultimo è quello di Campi Bisenzio, vicino a Firenze, che si aggiunge ai negozi inaugurati da poco a Palermo e a Milano in Corso San Gottardo. Grandi spazi e settori dedicati per ogni tipologia di prodotto che si affiancano al negozio virtuale per gli acquisti su Internet. A. Mat.

Red caRpet scintillante
L’attrice Emma Stone indossa preziosi orecchini in oro bianco con diamanti e rubini della collezione L’Ame du Voyage Champs Elysées firmata Louis Vuitton (tel. 800308980, www. louisvuitton.com). Prezzo su richiesta.

«Da sempre Breitling è fornitore ufficiale dell’aviazione mondiale e partner nei momenti salienti che scandiscono la storia dell’aeronautica: nei primi anni ’60 gli Usa lanciarono il programma Mercury per dare il via ai voli spaziali e il Navitimer divenne l’orologio cult dei pionieri del settore. Poco dopo, questo cronografo entrò a far parte della collezione Breitling con il nome di Cosmonaute».
Quali sono le principali caratteristiche di questo cronografo e a quale tipo di pubblico si rivolge?

Mix fantasioso
Giacca in felpa fantasia con lurex, applicazioni di gros grain nero e bottoni gioiello (205,50 euro), maxi t-shirt in jersey di lino con perle cucite a mano e fiocco di seta nero (153,50 euro), leggins in jersey a righe latte/nero (60 euro), borsa di lino a balze con profili di ecopelle (250 euro).

Ore sportive
Ghiera in acciaio e cinturino in pelle effetto used con sfumature color terra per il cronografo ad alta precisione History della collezione U.S. Polo Assn. (tel. 0572 7771, www.uspoloassn. com). Prezzo su richiesta.

sportivo e raffinato, che cerca nell’orologio da indossare tutti i giorni uno strumento affidabile».
Breitling e la tecnologia: in quale direzione vi state muovendo?

«Il nuovo Navitimer Cosmonaute è prodotto in edizione limitata di 1.962 esemplari ed è dotato di un innovativo calibro perfezionato dai nostri ingegneri e maestri orologiai: l’assoluta precisione è attestata dal certificato di cronometro del Cosc (Controllo Ufficiale Svizzero dei Cronometri). È pensato per un cliente

«La qualità comincia dalla progettazione: l’obiettivo è quello di creare movimenti intelligenti, concepire sistemi pratici per il secondo fuso orario e per l’ora universale, regolabili interamente attraverso la corona. Come succede per il modello Transocean Unitime, un cronografo con date e ore del mondo, presentato all’ultima Fiera di Basilea».
Antonia Matarrese

Glamour da spiaggia
Per lei, costume ricamato in jersey, borsa in pitone, sandali con zeppa, collana, orecchini e bracciali in argento ossidato e smalto: tutto della collezione p/e Bottega Veneta (www. bottegaveneta.com). Prezzi su richiesta.

NeGozIo SCarPe&SCarPe a CaMPI BISeNzIo. IN aLto: PatrIzIa aSte, ad BreItLING ItaLIa; NavItIMer CoSMoNaute. Sotto: Nuove dIvISe Freddy

Marinai in città
Per lui, pull di cotone a righe bianche e rosse, come vuole la tendenza dell’estate, e scollo a V della collezione Liu Jo Jeans (tel. 059 7362111, www.liujo.it). Costa 79 euro.

Passi sinuosi
È realizzata in pitone multicolor con fibbia di metallo la scarpa Limelight della collezione Roger Vivier (tel. 02 76025614, www. rogervivier.com). In vendita a 1.200 euro.

Italian style olimpico
Una linea tecnica ma ad alto contenuto di moda, pensata per le esigenze dei ginnasti della Nazionale italiana che si preparano per le Olimpiadi di Londra: la propone Freddy, marchio italianissimo fondato da Carlo Freddi e fornitore ufficiale del corpo di ballo del Teatro alla Scala e del Royal Ballet di Londra, dove è presente con due corner. I capi per l’allenamento spaziano dai body in Lycra ai costumi da bagno, dalle tute agli accappatoi, dalle t-shirt alle giacche a vento. Tutti con il lettering “Italia” e i colori della nostra bandiera ripresi nelle rifiniture su polsini, giro vita e giro collo. A. Mat.
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Foto: a. zaccone, F. Panunzio

a cura di Antonia Matarrese
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Beauty Passioni

Per sostenere le società sportive che stanno formando gli atleti di domani, Gillette ha lanciato la campagna“A Great Start Makes All the Difference”: in Italia, ha donato 25 mila dollari a Imolanuoto, che porterà alle Olimpiadi di Londra la giovane promessa italiana del nuoto, Fabio Scozzoli.
Come verranno utilizzati i soldi donati?

GIOVANI IN VASCA

Sport

Due gocce per il solleone
In estate i profumi evaporano più velocemente e tendono quindi ad essere più potenti: «Nelle fragranze estive troviamo note di testa esperidate quali bergamotto, mandarino, limone. Il prototipo è la classica Eau de Cologne 4711 o le Acque di Colonia di Guerlain. I profumi di stagione possono anche essere fruttati come uno smoothie al mango oppure caratterizzati da note acquatiche di melone o cetriolo», spiega il “naso” svizzero Vero Kern. Ecco le novità.

«Investiti in uno dei più importanti vivai d’Italia, permetteranno alle squadre pilota e agli esordienti di accedere più facilmente a piscine migliori e a competizioni internazionali. Se aumenta la competitività, sale anche la qualità delle gare e sempre più persone si avvicineranno al nuoto».
Cosa spinge un ragazzo in piscina?

«Quando si è piccoli la motivazione è stare con i compagni e divertirsi. Poi entra in gioco la voglia di superarsi. Un bravo allenatore deve porre obiettivi sempre raggiungibili. A vincere ci si prende gusto: è così che nasce la passione».
Tiziana Moriconi

Acqua profumata
Ha lavorato per la prima volta l’arancia rossa come ingrediente star il giovane “naso” Mathieu Nardin per creare l’Eau des bienfaits di Roger&Gallet (33 euro, 100ml.): energizzante e rinfrescante.

Adrenalina formato spray
Un mix di corteccia di mandarino siciliano, cipresso del Marocco, menta e salvia sclarea compone il cocktail aromatico di Allure Homme Sport Eau Extreme di Chanel (58 euro, 50ml.) con un fondo speziato di legno di cedro e pepe nero del Madagascar.

Viaggio olfattivo
Il contrasto tra la freschezza speziata delle note di testa come il cardamomo e il ginepro e quelle legnose di fondo contraddistingue il jus di Voyage d’Hermès Parfum (71 euro, 35ml.), racchiuso nel flacone di vetro nero con la staffa color argento.

Incenso freddo
Glaciale, cristallino, persistente: tre parole per descrivere la fragranza L’Eau Froide creata da Serge Lutens (73 euro, 50ml.) che, per ottenere questo bouquet fresco, ha scelto un particolare tipo di incenso, quello della Somalia.

Cedro e vetiver
Note di testa di bergamotto e pompelmo, mitigate dalla noce moscata e un fondo di cedro e radici di vetiver per L’Eau d’Issey pour Homme Sport di Issey Miyake (54,97 euro, 50ml.), in un flacone disegnato da Renato Montagner.
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Foto: A. Staccioli - Insidefoto / Olycom

Bouquet regale
Una eau de parfum che, nel cuore, svela le note della regina dei fiori: la rosa. Royal Arms Diamond Edition di Floris (147 euro, 100ml.) viene riproposta per il Giubileo di Diamante di Elisabetta II. Un bouquet sontuoso fatto di gelsomino, iris, violetta, ylang ylang su un fondo vellutato di ambra e vaniglia.

a cura di Antonia Matarrese
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Viaggi Passioni
La Tavola di Enzo Vizzari

fantasia di crudi
Altre tavole
aLBerGo ristorante GariBaLdi cisterna d’asti (at) Via italia 1 tel. 0141 979118 chiuso: mercoledì In una casa di origine medievale, tre calde sale in stile liberty dove si può gustare una cucina piemontese autentica. Il menu è recitato a voce, pane e paste fresche vengono ancora dalle mani della nonna novantenne e anche i prosciutti e i salumi sono di produzione propria. Selezionata lista dei vini e conto sui 30 euro. da BarBara sinnai (ca) s.P. per Villasimius km.35, fraz. solanas tel. 070 750630 - 3388300314 chiuso: mercoledì; mai in luglio e agosto Ambiente semplice e accogliente, servizio pronto e anche un po’ formale, cantina che spazia oltre i limiti regionali. La cucina propone la collaudata formula della semplicità e ingredienti di qualità. Ci sono salumi, formaggi e carni, ma il mare predomina con paste allo scoglio, pesci, aragoste e fritti fragranti. Tra i dolci, la classica “seada” al miele. Conto sui 35 euro.

gelato 24 ore su 24
Parte dalla tradizione ma ama sperimentare Alberto Marchetti (corso Vittorio Emanuele II 24 bis, Torino). Accanto ai classici - crema, nocciola, gianduia e zabaione, peraltro eccellenti - propone Farina Bona e Mand’arancia. Collabora con Igor Macchia, chef de La Credenza a San Maurizio Canavese, per cui elabora gelati che diventano parte integrante di piatti in menu, come il sandwich gelato. «Fare gelato d’autore è un po’ come lavorare in cucina», afferma Marchetti. L’ultima trovata è il “gelato 24 ore su 24”, a colazione, merenda e dopocena: appena svegli gelato al malto d’orzo tostato con cialda di riso soffiato e cioccolato, nel pomeriggio è la volta del gelato al fiordilatte, servito con pane di segale e marmellata d’arancia, mentre il gelato di latte affumicato e lime è ideale per il dopocena. Fabrizia Fedele

Ci vuole charme
Grande charme a piccoli prezzi. Questa la filosofia dei Logis che portano in Italia il savoir vivre francese (logishotels.com/it). Sulla Riviera ligure di Levante si può scegliere l’Hotel Clelia, punto di partenza per raggiungere le Cinque Terre e Portofino, e scoprire come Deiva Marina possa riservare piacevoli sorprese passeggiando per i vicoli del centro storico (84 euro in b&b). In Umbria si trova, invece, L’Antico Forziere, ristorante e country house a Casalina di Deruta, ricavato da una casa rurale del Seicento

con piscina che si affaccia sulla valle del Tevere (90 euro in b&b). La Locanda del Conte Mameli, nel centro di Olbia, è una dimora di charme con spazi che custodiscono antichi resti archeologici (b&b da 80 euro). Da qui si va al mare alle Cinque Spiagge o a Cala Sabina, una mezzaluna di sabbia circondata dai ginepri. Luisa Taliento

luoghi da scoprire di giovanni scipioni

albe candide in Macedonia
Nella Repubblica di Macedonia, al confine con l’Albania, c’è una città che affaccia la sua terrazza su un lago che sembra quello della nostra mente. Siamo a Ocrida, uno dei più antichi insediamenti urbani in Europa con reperti archeologici del Neolitico, dove, secondo Erodoto, vi abitarono popoli vicini agli Illiri. È il lago, visto dalla fortezza, a raccontare la storia di questa città che merita una visita attenta. Lo specchio di un luogo che non ti aspetti e che non immagini di trovare in questo angolo di Europa. Va ricordato che la fortezza è del periodo di Filippo II di Macedonia (IV secolo a. C.) e il lago era lungo la via Egnatia, che collegava l’antico porto sul mar Adriatico di Dyrrachion, l’odierna Durazzo, con Bisanzio. È un bene protetto dall’Unesco. Entrato in questa città, il viaggiatore vede numerose chiese e monasteri, di diverse grandezze, dissimili ma anche simili tra di loro, sparse su un territorio morbido, ondulato con qualche asperità. Sono tutte da vedere le chiese e i monasteri perché mai uguali, ma non bisogna mancare la chiesa di san Giovanni, Sveti Jovan, nei pressi di Ocrida e sul lago. Importante centro religioso e culturale, ospita eventi e manifestazioni soprattutto nella buona stagione, come il festival che si tiene da giugno ad agosto con musica tradizionale, classica e jazz e con interessanti rappresentazioni teatrali. Puoi vivere in questa città atmosfere particolari e, per dirla con le parole del poeta macedone Koco Racin, puoi assistere anche ad albe candide.

pochi ristoranti possono garantire tutto l’anno la qualitÀ del pesce. a cesenatico la punta di diamante del network di stefano bartolini
nche pesci, crostacei e molluschi, come la frutta e la verdura, hanno le loro stagioni. E pochi sono migliori d’estate che d’inverno (la sardina, lo sgombro, la triglia). Eppure, si sa, il consumo aumenta proprio in questi mesi, perché per molti il pesce fa vacanza, soprattutto per coloro che le vacanze al mare non possono permettersele. Ovvio che la qualità media del pesce servito subisca una flessione e che entrino in circolazione partite di pesci di oscura origine e dubbie virtù, in presenza di picchi di consumo del tutto irrazionali proprio nei periodi di fermo-pesca che toccano ora uno ora l’altro settore di mare. Poche tavole possono garantire 12 mesi l’anno la qualità, giostrando sulle stagionalità grazie a una fidata rete di approvvigionamento e, soprattutto, mutando i piatti in carta. Come La Buca, sul porto-canale leonardesco di Cesenatico. Colpisce, qui, oltre alla freschezza del pesce (eccezionale, ma scontata), la vivacità delle idee che sottostanno ai piatti. La Buca è la punta di diamante del piccolo super-network di Stefano Bartolini, super oste e imprenditore: ottima, ciascuna nella propria categoria, la Terrazza Bartolini,

A

In ALTo: Lo Chef de LA buCA, ThomAS bATTISTInI; CArpACCIo dI rICCIoLA, mAndorLA e ArTemISIA. neLL’ALTrA pAgInA: geLATo dI ALberTo mArCheTTI 156 |

La Buca cesenatico, corso Garibaldi 45 tel. 0547.1860764, chiuso: chiuso lunedì. www.labucaristorante.it

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Foto: B. Scheneman - Getty Images

con la spettacolare pescheria a Milano Marittima, le due Osteria del Gran Fritto a Milano Marittima e a Cesenatico (l’insegna è una promessa: mantenuta) e, appunto, La Buca. Lontana dagli stereotipi delle tavole rivierasche - elegante, raccolta, quasi distaccata rispetto al passeggio del porto-canale, un magnifico banco a vista fra sala e cucina, centrata cantina di grandi etichette a prezzi civili, servizio puntuale - e tanti piatti originali, non stravaganti, la tecnica al servizio dei prodotti, i sapori come obiettivo. Chi ama i crudi può concedersene una grandiosa full immersion. Fra gli antipasti, ghiotti la “patata, lumache e bourguignonne” e lo “sgombro, con la sua scarpetta alla plancia”, quindi, tagliatelle, spaghetti, rigatoni e risotto uno più sorprendente dell’altro, con scorfano, “poverasse”capesante e“quinto quarto di mare”; niente di déjà-vu, poi, nelle declinazioni dei classici (branzino, rombo, pescatrice e, naturalmente, superfritto). Divertimento garantito, insomma, con menu a 55 e 70 euro, alla carta sui 60.

Il VIno

Oltre il rOssO
Pio Cesare (piocesare.it) è uno dei grandi nomi della viticoltura langarola, noto per i suoi Barolo di austera eleganza, ma anche i Barbaresco di fine piacevolezza. La cantina di Alba non si cimenta con successo solo con i rossi, però. Ricorda Pio Boffa, quarta generazione della famiglia, che nel 1980 suggerì al papà di provare con lo Chardonnay, proprio mentre questi stava ripiantando un vigneto a Barbaresco: «Volevo fare un bianco importante, di struttura, che andasse oltre i nostri tipici Arneis e Favorita». Ma i primi risultati furono più degni di un bianco californiano che di uno borgognone, eppure Pio Boffa non si è perso d’animo. Oggi il vino è un bianco di grande eleganza e profondità, capace di un lungo invecchiamento. L’ultima annata (2010) è fitta e profonda, addirittura nobile, di straordinaria persistenza. Uno Chardonnay che colpisce per il perfetto uso del legno e la vibrante freschezza. Alberto Agnelli

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Motori Passioni

FAMILIARE CON GRINTA

Auto di Maurizio Maggi

Stile rétro

Cinquanta candeline per Giulia
Cinquant’anni che pesano, quelli che ha appena compiuto la Giulia. Soprattutto perché, col suo milione di esemplari in tre lustri di carriera, è l’Alfa Romeo più diffusa di sempre. Seconda come fama, forse, solo a quel Duetto che arrivò quattro anni dopo in commercio, e che diventò un’icona degli anni ’60-70. Uno status a cui anche la Giulia si avvicinò molto. Fin dalla sua presentazione, all’autodromo di Monza nel giugno del ’62, era infatti ben chiaro che avrebbe scritto una pagina importante nella storia del Biscione. Per la sue linee innovative innanzitutto, in parte mutuate dallo studio Tipo 103, prototipo di utilitaria messo qualche tempo prima in cantiere dall’Alfa. E per le sue performance, che le valsero l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine (e purtroppo anche da quelle della malavita) del nostro Paese per parecchi anni: è praticamente una presenza fissa nei vari film polizieschi degli anni ’70, come volante della polizia nella sua versione Super 1600. Prima in quel nostalgico color verde militare, poi nel classico azzurro con striscia bianca ereditato dalle Volanti di oggi. Ma la ricordiamo anche in pista, a cogliere successi con le varianti sportive GT e GTA. Quest’ultima, in particolare, fu la prima vettura turismo a impiegare meno di 10 minuti per coprire i 24 chilometri della leggendaria Nordschleife del Nurburgring. Marco Scafati

I

l caro-yen non aiuta l’export in Europa delle macchine costruite in Giappone. Ma alla Honda, del resto, sul prezzo non hanno mai contato troppo. La casa nipponica, specie col suo alto di gamma, si rivolge a clienti che per qualche ragione vogliano sfuggire alla dittatura delle marche teutoniche, attratti più dal contenuto tecnico della vettura che ammaliati dal risparmio (che comunque un po’ c’è, a parità di dotazioni) o dalla tenuta di valore della vettura. La rinnovata Accord, soprattutto nell’abito Tourer - che in casa Honda significa “familiare” - si propone proprio così, come un’alternativa sobria, ma dalle rispettabilissime prestazioni, alle classiche station a gasolio made in Germany. Rivisitata nel muso, ora più aggressivo, con i proiettori bi-xeno con le luci che si adattano alla svolta, la Accord è lunga e filante. Con i suoi 4,75 metri sta a metà strada, per esempio, tra le familiari Bmw delle Serie 3 e 5 e oltrepassa di cinque centimetri la A4 Avant. Insieme al moderato restyling della carrozzeria e ai ritocchi pro-comfort degli interni, il pezzo forte della Accord Tourer 2012 è l’allestimento Type S, disponibile solo sul 2,2 litri diesel da 180 cavalli. A renderla aggressiva non sono solo le minigonne, le rosse impunture dei sedili o i pedali in alluminio. La taratura rigida delle sospensioni e la brillantezza del motore la rendono infatti allegra da guidare sul misto, anche grazie alla collaborazione del cambio manuale a sei rapporti, svelto e preciso nel passaggio da una marcia all’altra. Nei bruschi cambi di direzione la lungagnona del Sol Levante tende a “sdraiarsi” leggermente, e magari quelli dietro si lamentano un po’, anche se chi sta al volante fa spallucce perché si sta divertendo. Peraltro, il pacchetto di dotazioni di sicurezza a disposizione è in grado di tranquillizzare il più ansioso. Inutile citare i molti acronimi che le distinguono, meglio fare un paio di esempi: Spicca l’avanzato sistema di “cruise control” che, quando ci si avvicina troppo a un veicolo che precede, frena morbidamente da solo, fa scattare un allarme acustico, tende le cinture, infine, se pro158 |

Moto

Satellite in velocità
Raffinato “petit GT” made in France, il Satelis 2 si propone come capoclasse tra i 125, fascia di mercato dedicata ai sedicenni più seriosi ma soprattutto a chi ha la patente B. Il nuovo Peugeot è stato oggetto di un sostanzioso lifting: 27 dei 33 componenti la carrozzeria sono stati ridisegnati, l’impianto luci dispone pure di elementi a Led (all’esordio su uno scooter della marca transalpina) e la strumentazione ingloba un nuovo computer di bordo molto più prodigo di informazioni. E c’è anche il comando simultaneo delle frecce, per le soste di emergenza. Formidabile la capacità di carico: oltre al portaoggetti nello scudo c’è il grande vano sottosella, accessibile anche tramite telecomando opzionale, può infatti ospitare due caschi integrali, piuttosto che un borsone da tennis. Satelis 2 monta il sofisticato motore Low Friction Efficiency, silenzioso e con attriti interni ridottissimi, a beneficio di prestazioni e consumi, con autonomia di 300 chilometri abbondanti. L’elegante francesino ha proporzioni da maxiscooter che offrono comfort e protezione dall’aria, anche viaggiando in due. E con 400 euro in più si può avere l’Abs, opportunità non troppo frequente in questa fascia di cilindrata. Maurizio Tanca

ECO-AMMIRAGLIE

Honda Accord Tourer Type S 2.2 i-Dtec
prezzo: 38.800 euro cilindrata: 2.199 centimetri cubi Motore: 4 cilindri turbo diesel potenza massima: 180 cavalli Velocità massima: 217 km/ora accelerazione da 0 a 100 km/ora: 8”6 secondi cambio: manuale a 6 marce consumo medio: 17,5 km/litro emissioni di co2: 149 grammi/km lunghezza: 4,75 metri Bollo annuale: da 567,6 a 687,2 euro

Verde, ibrida e deluxe
Sorpasso Focus
Marca e Modello Ford Focus Opel Astra Volkswagen Passat Audi A4 Renault Mégane Peugeot 508 Opel Insignia Volvo V50 Peugeot 308 Bmw Serie 5 Vendite priMi 6 Mesi 2012 8.013 7.402 5.208 5.205 4.599 3.472 3.017 2.484 2.279 2.232 Basta un motore a benzina di due litri a spingere una classica tre volumi da supermanager lunga 5,15 metri? Sì, risponde l’Audi, se il suddetto propulsore s’abbina a uno elettrico e, insieme, i due amici assommano 215 cavalli di potenza. L’offerta di berlinone ibride lievita e la marca di lusso tedesca non si poteva certo tirare indietro, anche se il mercato delle auto verdi, o tendenti al verde, è ancora una piccola nicchia. La A8 hybrid costa 82.600 euro: 10 mila in più della versione diesel meno cara (un 3 litri da 204 cavalli) e 4 mila in più della più abbordabile delle motorizzazioni a benzina (290 cavalli). Fa quasi 16 chilometri con un litro di carburante e viaggia 3-4 chilometri in sola modalità elettrica (a patto che le batterie siano cariche al massimo), emettendo in media 147 grammi di anidride carbonica ogni mille metri. Quanti ricchi resteranno ammaliati? Pochi, probabilmente.

Peugeot Satelis 2 125
Prezzo: 3.990 euro Cilindrata: 125 centimetri cubi Motore: monocilindrico, 4 valvole Potenza massima: 15 cavalli Velocità massima: 115 km/ora Consumo medio: 28 km/litro Capacità serbatoio: 13,2 litri Peso col pieno: 170 chilogrammi Altezza sella da terra: 78,4 centimetri Bollo annuale: da 19,11 a 22 euro

prio il driver non interviene, accresce la consistenza della frenata. Utile pure il meccanismo d’allarme per chi esce dalla propria carreggiata senza prima aver azionato la freccia o quando si sbanda: l’aiutante di campo dà una raddrizzata al volante, mette in funzione un segnalatore acustico e manda un avviso ben visibile sul quadro strumenti. Il bagagliaio è gigante e il portellone si abbassa e si alza anche tramite telecomando e pulsanti.

Mustang più potente di sempre
Per gli appassionati delle cosiddette “muscle car” la Ford Mustang è un mito. In Europa la marca americana non le importa ufficialmente ma chi la vuole a tutti i costi ce la può fare, comprandosela usata o facendosela arrivare apposta dagli Usa. Ciclicamente girano voci sul ritorno della Mustang a pieno titolo nel Vecchio Continente e qualcuno prevede che ciò avverrà nel 2013. La Ford non conferma né smentisce. E agli innamorati luccicano gli occhi guardando la Shelby GT500, la più potente Mustang di sempre con i suoi 670 cavalli. Supera i 320 orari ed è la più potente supercar yankee prodotta in serie.

In AltO: hOndA AccORd tOuReR. nell’AltRA PAgInA, dAll’AltO: SAtelIS; AlFA ROMeO gIulIA; AudI A8 hyBRId; FORd MuStAng t500

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DIRETTORE RESPONSABILE: BRuNO mANfELLOTTO VICEDIRETTORI: Orazio Carabini, Claudio Lindner CAPOREDATTORE CENTRALE: Alessandro De Feo uffICIO CENTRALE: Loredana Bartoletti (Attualità), Gianluca Di Feo (capo della redazione milanese), Alessandro Gilioli (l’Espresso on line), Daniela Minerva (vicecaporedattore, Milano; responsabile Scienze), Franco Originario (ufficio grafico) ATTuALITÀ: Tommaso Cerno (caposervizio), Lirio Abbate (inviato), Enrico Arosio (inviato), Paolo Biondani (inviato), Riccardo Bocca (inviato), Marco Damilano (inviato), Roberto Di Caro (inviato), Primo Di Nicola (caposervizio), Emiliano Fittipaldi, Denise Pardo (inviato), Fabio Tibollo, Gianfrancesco Turano (inviato) mONDO: Gigi Riva (caporedattore), Federica Bianchi, Fabrizio Gatti (inviato) CuLTuRA: Wlodek Goldkorn (caporedattore), Angiola Codacci-Pisanelli (caposervizio), Riccardo Lenzi, Alessandra Mammì (inviato), Maria Simonetti ECONOmIA: Paola Pilati (vicecaporedattore), Stefano Livadiotti, Maurizio Maggi, Luca Piana SOCIETÀ E SPECIALI: Valeria Palermi (caporedattore), Sabina Minardi (vicecaposervizio) l’espresso on line: Beatrice Dondi (vicecaposervizio), Lara Crinò, Elena de Stabile CORRISPONDENTI: Antonio Carlucci (New York) uffICIO GRAfICO: Catia Caronti (caposervizio), Caterina Cuzzola, Giuseppe Fadda, Valeria Ghion COPERTINA: Martina Cozzi (caposervizio), Daniele Zendroni (collaboratore) PhOTOEDITOR: Tiziana Faraoni (caposervizio) RICERCA fOTOGRAfICA: Giorgia Coccia, Marella Mancini, Mauro Pelella, Elena Turrini, Roberto Vignoli PROGETTO GRAfICO: Joel Berg (creative director) A cura di Theo Nelki OPINIONI: André Aciman, Aravind Adiga, Michele Ainis, Alberto Alesina, Altan, Alberto Arbasino, Carla Benedetti, Tahar Ben Jelloun, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Innocenzo Cipolletta, Uri Dadush, Derrick de Kerckhove, Alessandro De Nicola, Umberto Eco, Bill Emmott, Mark Hertsgaard, Riccardo Gallo, Sergio Givone, Piero Ignazi, Naomi Klein, Sandro Magister, Ignazio Marino, Suketu Mehta, Fabio Mini, Moises Naim, Christine Ockrent, Soli Ozel, Minxin Pei, Alessandro Penati, Gianfranco Ravasi, Jeremy Rifkin, Massimo Riva, Giorgio Ruffolo, Paul Salem, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari, Michele Serra, Andrzej Stasiuk, Marco Travaglio, Gianni Vattimo, Sofia Ventura, Umberto Veronesi, Luigi Zingales RuBRIChE: Nello Ajello, Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Giuseppe Berta, Giovanni Carli Ballola, Germano Celant, Rita Cirio, Oscar Cosulich, Alberto Dentice, Roberto Escobar, Mario Fortunato, Massimiliano Fuksas, Enzo Golino, Davide Guadagni, Piergiorgio Odifreddi, Vittoria Ottolenghi, Guido Quaranta, Stefania Rossini, Roberto Satolli, Enzo Vizzari COLLABORATORI: Eleonora Attolico, Margherita Belgiojoso, Silvia Bizio, Raimondo Bultrini, Roberto Calabrò, Paola Caridi, Roberta Carlini, Paola Emilia Cicerone, Leonardo Clausi, Agnese Codignola, Emanuele Coen, Roberto D’Agostino, Stefano Del Re, Pio d’Emilia, Paolo Forcellini, Letizia Gabaglio, Fabio Gambaro, Giuseppe Granieri, Giacomo Leso, Alessandro Longo, Emilio Manfredi, Massimo Mantellini, Antonia Matarrese, Stefania Maurizi, Piero Messina, Claudio Pappaianni, Gianni Perrelli, Annalisa Piras, Paolo Pontoniere, Fulco Pratesi, Marisa Ranieri Panetta, Barbara Schiavulli, Lorenzo Soria, Giovanni Tizian, Rita Tripodi, Chiara Valentini, Stefano Vastano, Andrea Visconti, Vittorio Zambardino

In edicola la prossima settimana
SHorT STorIeS - WINTer DreamS

F. Scott Fitzgerald
Arriva l’estate e tornano le “Short Stories”. Una collana di dodici racconti in lingua originale, con traduzione a fronte e note linguistiche, per riscoprire alcuni capolavori della letteratura angloamericana e rinfrescare la conoscenza dell’inglese. Di ogni volume sarà possibile scaricare l’ascolto in originale e, da quest’anno, si potrà acquistare anche la versione e-book. Si parte con “Winter Dreams - Sogni d’inverno” di Francis Scott Fitzgerald, considerato l’antecedente del capolavoro dello scrittore americano: “Il grande Gatsby”. Si tratta di un racconto di formazione con protagonista il giovane Dexter Green: al centro di questa short story vi sono gli ambienti della ricca borghesia statunitense e l’amore impossibile di Green per Judy Jones. Nelle settimane seguenti le altre perle di questa collana di grande successo: i racconti brevi di James Joyce (“A Mother” + “Counterparts”); Katherine Mansfield (“The Daughters of the Late Colonel”); Joseph Conrad (“Amy Foster”); Henry James (“Mrs. Medwin”); Virginia Woolf (“The Mark on the Wall” + “Kew Gardens” + “Haunted House”); D. H. Lawrence (“The Lovely Lady”); Edith Wharton (“Afterward”); Rhode Montague James (“A View from a Hill”); Saki - H. H. Munro (“The East Wing” + “The Schartz-Metterklume Method” + “The Interlopers”); Sarah Orne Jewett (“Lady Ferry”); Edgar Allan Poe (“The Tell-Tale Heart” + “The Premature Burial”).
Roberto Calabrò

Venerdì 20 luglio 12° Dvd a € 7,90 in più con l’Espresso + Repubblica

I giganti della montagna

pIraNDello
Sabato 14 luglio quarto Cd a € 8,90 in più con l’Espresso o Repubblica

Disco music

Gruppo EditorialE l’EsprEsso spa

CONSIGLIO DI AmmINISTRAZIONE PRESIDENTE: CARLO DE BENEDETTI AmmINISTRATORE DELEGATO: Monica Mondardini CONSIGLIERI: Agar Brugiavini, Rodolfo De Benedetti, Giorgio Di Giorgio, Francesco Dini, Sergio Erede, Mario Greco, Maurizio Martinetti, Elisabetta Oliveri, Tiziano Onesti, Luca Paravicini Crespi, Michael Zaoui DIRETTORI CENTRALI: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni Esterne), Roberto Moro (Risorse Umane)

euroDISco
Venerdì 20 luglio nono Dvd a € 7 in più con l’Espresso + Repubblica

Venerdì 20 luglio 1° volume a 2 € in più con l’Espresso + Repubblica

divisionE stampa nazionalE

Noir - “Di seta e di sangue”

Songwriters - “Hourglass”

00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 98 DIRETTORE GENERALE: Corrado Corradi VICEDIRETTORE: Giorgio Martelli DIREZIONE E REDAZIONE ROmA: 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 Tel. 06 84781 (19 linee) - Telefax 06 84787220 - 06 84787288 E-mail: espresso@espressoedit.it REDAZIONE DI mILANO: 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 480981 - Telefax 02 4817000 Registrazione Tribunale di Roma n. 4822 / 55 Un numero: n 3,00; copie arretrate il doppio PuBBLICITÀ: A. Manzoni & C. S.p.A. 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 574941 ABBONAmENTI: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it. Tariffe (scontate di circa il 20%): Italia, per posta, annuo n 108,00, semestrale n 54,00. Estero annuo n 190,00, semestrale n 97,00; via aerea secondo tariffe Abbonamenti aziendali e servizio grandi clienti: Tel. 02 7064 8277 Fax 02 7064 8237 DISTRIBuZIONE: Gruppo Editoriale L’Espresso, Divisione Stampa Nazionale, 00147 Roma, Via C. Colombo, 98 ARRETRATI: L’Espresso - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it Prodotti multimediali: - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare) STAmPATORI: Rotosud: loc. Miole Le Campore-Oricola (L’Aquila); Puntoweb (copertina): via Variante di Cancelliera snc Ariccia (Rm); Legatoria Europea (allestimento): Ariccia (Rm) Responsabile trattamento dati (d.lgs.30.06.2003, n.196): Bruno Manfellotto Certificato ADS n. 7194 del 14/12/2011

qIu XIaoloNg
Protagonista di questo terzo noir è Shangai, in bilico tra i fasti di ieri e le veloci trasformazioni di oggi, con gli interessi dei cittadini che si scontrano con quelli del Partito e della nuova classe capitalista. Al centro dell’azione c’è il cadavere di una donna avvolto in un qipao di seta rossa, l’antico abito tradizionale cinese bandito dalla Rivoluzione culturale di Mao e tornato di moda. L’ispettore capo Chen Cao studia la psicologia dell’assassino. Per la polizia cinese è qualcosa di nuovo e sconvolgente: un serial killer. L’inchiesta si complica. R.C. 16 luglio a € 7,90 con Espresso o Repubblica

JameS Taylor
Anche nella maturità James Taylor regala perle di bravura. Come “Hourglass”, del 1997. Il maestro di ballate soffici e armoniose apre qui una nuova pagina in cui hanno spazio considerazioni sulla vita, riflessioni politiche, squarci di raro intimismo. Nella canzone iniziale “Line ’Em Up” Taylor ricorda l’addio alla Casa Bianca del presidente americano Richard Nixon. Ma la maggior parte dei brani sono personali: da “Little More Time With You”, con Stevie Wonder all’armonica, alla delicata “Jump Up Behind Me”, con Sting special guest alla voce. R.C. 17 luglio a € 8,90 con Espresso o Repubblica

grandi musei - parigi

louvre
Giovedì 19 luglio 23° volume a € 6,90 in più con l’Espresso o Repubblica

un pugno di smeraldi

zagor a colorI
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n. 29 - anno lviii - 19 luGlio 2012
TIRATuRA COPIE 381.100

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Lettere
Tagliatore di pelle offresi
Ho letto sull’“Espresso” che servono tagliatori in pelle. Ma dove? Perché qui a Napoli ormai è tutto fermo, i lavori piu grossi si fanno all’estero, sono dieci anni che sono disoccupato, ti chiamano solo per qualche giorno (trovatemi un lavoro).
CARMINE DE MICHELE email

Per Posta | Per e-mail | le oPinioni dei nostri lettori | n. 29 - 19 luglio 2012

L’Espresso Via C. Colombo, 90, 00147 Roma. E-mail: letterealdirettore@ espressoedit.it precisoche@ espressoedit.it

Risponde Stefania Rossini
Wstefania.rossini@espressoedit.it

L’avvenire è nella ruota
Cara Rossini, la vicenda del neonato lasciato nella culla termica dell’ospedale Mangiagalli a Milano e subito preso in cura dai medici è una di quelle notizie di civiltà che apre il cuore alla speranza. Ho vissuto da vicino il dramma di una ragazza, una brava badante della mia anziana madre, che sarebbe stata salvata se avesse conosciuto questa possibilità. Sedotta e abbandonata, come si diceva una volta, da un suo connazionale, non se l’è sentita di abortire e ha portato avanti una gravidanza tra sentimenti di ostilità e amore per la creatura che cresceva in lei. È rimasta con noi perché non sapeva dove andare e perché io, che pure non sono cattolica, credo all’umana fratellanza. Quando il bambino è nato, per un po’ si è sforzata di essere una buona madre, ma il compito a un certo punto è stato troppo grande per lei: ha cominciato a vedere il bambino come un ostacolo al suo lavoro e alla sua permanenza in Italia, ha smesso di allattarlo, lo lasciava piangere senza neanche guardarlo, piano piano l’ha allontanato da sé. Le poche braccia amorevoli che quella creatura ha conosciuto sono state le mie e quelle di mia figlia. Poi ha preso la decisione di spedirlo al suo paese, da qualche lontano parente e non se n’è più occupata. Ma qualcosa era cambiato in lei: ha lasciato la nostra casa, non è chiaro che lavoro faccia, è sempre più sciatta e triste. Ecco, io credo, che quella ruota avrebbe salvato la mia Oxana. Liliana Bucci Non so se la riedizione di quella che nel medioevo si chiamava Ruota degli Esposti avrebbe salvato la sua amica da questa deriva di solitudine e autodistruzione. Quello che so è che probabilmente avrebbe salvato il bambino. È straordinario che una pratica antica, nata quando non si sapeva che è nei primi mesi di vita che si forma la mente e quindi il destino di un’intera vita, possa oggi salvare un neonato, non soltanto da un cassonetto usato come bara, ma dal distruttivo abbandono emotivo. Una veloce adozione potrà restituirgli infatti quell’indispensabile holding materna interrotta o mai conosciuta. A patto naturalmente che si accelerino sempre di più le pratiche di adozione, ancora in parte frenate da lungaggini burocratiche. Va in questa direzione non soltanto la ruota, ma soprattutto la legge che permette di partorire in modo anonimo in ospedale e dare subito il neonato ai nuovi genitori. C’è da anni ma è scarsamente conosciuta. Invece dovrebbe essere pubblicizzata in tv e scritta per le strade, sugli autobus, nelle stazioni, con manifesti in tutte le lingue che circolano in questo nostro mondo globale e sempre più difficile.

Ordini professionali solidali
La lettera della Sig.ra Furetta (“l’Espresso” n. 27) afferma che dal mondo degli Ordini professionali «non ha sentito levarsi voci di solidarietà» per il terremoto in Emilia. Ma basta visitare i siti degli Ordini professionali per scoprire un mare di solidarietà. Gli agrotecnici per esempio si sono messi a disposizione per censire i danni alle imprese agricole e al patrimonio zootecnico, come agronomi e ingegneri, la cui opera tecnica è preziosissima. Certo, non si vedranno mai squadre di volontari con le magliette “Ordini professionali” perché noi operiamo con Prefetture e Protezione civile (dove i nostri iscritti operano come volontari), anche perché lo spontaneismo, in queste circostanze, fa più danni che altro.
ROBERTO ORLANDI Presidente Collegio Nazionale Agrotecnici e Agrotecnici laureati VicePresidente Comitato Unitario Professioni

Al governo quel che è del governo
A proposito dell’articolo “Tagliate Cammarata - da Palermo al Senato” (“l’Espresso” n. 27), preciso che per la mia attività parlamentare - in qualità di Questore di Palazzo Madama - ho ritenuto opportuno avvalermi dell’esperienza giuridica dell’avvocato Cammarata per un supporto di ricerca legislativa, potendo egli, in qualità di dipendente della pubblica istruzione, essere comandato senza aggravio di spesa per le casse dello Stato. Mi sembra pertanto del tutto fuorviante definire il suo ruolo come di colui che deve «pensare al risanamento dei conti e dettare le linee per riorganizzare dei servizi degli enti locali», come ripor-

tato nell’articolo. Questo ruolo, come è ovvio, spetta al governo.
ANGELO MARIA CICOLANI Sen. Questore

Mai preso soldi dalla Margherita
In merito all’articolo“Margherita pronta cassa” (“l’Espresso” n. 27) e all’inclusione del mio nome tra i “beneficiari” dei fondi della Margherita, preciso che in nessun caso ho ricevuto denaro dalla Margherita o dal sen. Lusi che non ho mai né conosciuto né incontrato. Tutte le spese che riguardano le mie campagne

elettorali sono state affrontate con soldi del mio bilancio familiare e senza contributi pubblici o privati. Neanche per spese telefoniche o di segreteria, né per associazioni o centri studi a me vicini.
GIOVANNI BARBAGALLO email

Il sole a Lugano
Il libro “Il sole a Lugano”, scritto da Roberto Colantonio e citato nell’articolo “Benedetta Svizzera”, (“l’Espresso” n. 26), è edito da Iemme Edizioni e non da Feltrinelli.

l’Espresso: Via C. Colombo, 90 - 00147 Roma. E-mail: letterealdirettore@espressoedit.it
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