ANNO X NUMERO 48 - PAG VIII

IL FOGLIO QUOTIDIANO

SABATO 26 FEBBRAIO 2005

IDENTIKIT DEI TURCHI D’ITALIA
Non chiamateli arabi e non date per scontato che vogliano l’Europa
co, che si dichiari laico, con un arabo Primasiregola: non confondere mai un turperché infurierà e vi ricorderà che la Turchia è stata la culla della cultura grecolatina e del cristianesimo. Vi parlerà di Erodoto di Alicarnasso e di San Nicola, vescovo di Mira, antenato del nostro Babbo Natale. Di San Pietro che predicò alla prima comunità cristiana della storia ad Antiochia e di tutti i bizantini, vittime dell’invasione araba del VII secolo che islamizzò l’Anatolia. Poi vi parlerà dei sultani che hanno francesizzato il loro regno e così via fino alla rivoluzione kemalista del padre dei turchi, Mustafà Kemal Ataturk, una leggenda vivente che riuscì a sopprimere il califfato e il potere degli Ulema, per fondare uno Stato moderno e laico. Sostituendo l’alfabeto arabo con quello latino, il calendario lunare con quello solare, il venerdì di riposo con la domenica, trasformando la religione di Stato in un fatto privato, e arrivando a chiedere di far parte dell’Europa, o meglio alla Cee, sin dal 1959. Accordo che venne sottoscritto più tardi, nel 1963, a causa di uno dei tanti colpi di Stato dei militari, da sempre garanti della democrazia e della laicità, anche se noi europei non capiamo questa questione dei militari. Seconda regola: non cercare mai di distinguere un turco, che si dichiari musulmano, da un arabo altrettanto musulmano perché si offenderà e vi farà una predica sulla fratellanza islamica, raccontandovi per filo e per segno la biografia di Maometto, per spiegarvi che i musulmani sono tutti uguali, abitanti della Umma, e vi ripeterà all’infinito che il Corano è come Dio, Unico e Indivisibile, per tutti i credenti. Terza e ultima regola: non chiedere mai a un turco se per caso sia fondamentalista perché questo problema, si sa, è una cosa che riguarda solo gli arabi. Risultato: è un bel grattacapo dover scrivere dell’identità dei turchi che vivono in Italia e hanno scelto di avere un basso profilo senza mescolarsi all’acceso dibattito sull’islam di casa nostra, caratterizzato dalla divisione fra moderati e fondamentalisti. I turchi che vivono in Italia sono ventimila, a cui vanno aggiunti circa diecimila immigrati illegali, arrivati in Italia per transitare verso quella che considerano la loro seconda patria, la Germania, e rimasti qui per colpa delle rigidità di Schengen, i casi della vita, un matrimonio o un lavoro e la possibilità di dichiararsi curdi e qualche volta ottenere con l’inganno lo status di rifugiato politico. Quasi tutti fanno grandi dichiarazioni d’amore all’Italia e ai suoi abitanti, che li hanno accolti con generosità, almeno prima dell’11 settembre, perché poi, e questa è la cosa che più li fa arrabbiare, sono stati guardati anche loro con sospetto, come se bin Laden fosse un loro parente e non un saudita, membro di un popolo che loro non amano affatto, soprattutto perché è dall’Arabia Saudita che in Turchia sono arrivati fiumi di denaro per sostenere organizzazioni e partiti religiosi. Amano l’Italia, dicevamo, anche per quelle piccole cose, che forse potremmo annoverare fra i grandi luoghi comuni, e cioè l’allegria, la cucina, e la fanfaroneria. Solo su una cosa non riescono a capirci: il nostro disfattismo. Non sopportano quel sarcasmo grossolano, la polemica fine a se stessa, la mancanza del senso dello Stato, insomma tutti quei discorsi da bar che si ascoltano appunto nei bar contro il malgoverno. Per loro, cresciuti nel mito di Ataturk, la patria è una cosa seria e non va mai messa in discussione e bul. Nella sua città natale ha studiato in una scuola italiana perché c’è un detto, popolare fra i turchi, che dice “una lingua, un uomo” e sta a significare la vocazione cosmopolita dei suoi abitanti i quali crescono, educati nel mito della patria ma con il sogno di allargare i propri confini e entrare dritti nel cuore dell’occidente, assimilandone lingue, costumi e tradizioni. Lui, che ha sposato un’italo-turca e ha due figli cresciuti a Milano, dirige una ditta di importexport e ricorda a tutti che l’Italia è fra i paesi che investe di più in Turchia, non vede affatto i vantaggi dell’entrata nell’Unione europea perché sa bene che nel suo paese ci sono due mondi che si guardano e si spiano, sfidandosi anche se per il momento in modo cortese, quello dei padroni del governo le cui mogli mettono il velo e ai ricevimenti non offrono mai liquori e quello dei laici, dei militari e dei liberali che voltano le spalle all’Asia. Cuneyt Osnaran appartiene a quell’anima della comunità turca per cui la religione rappresenta un fatto privato e il velo un antico retaggio. Esattamente come Adnan, che insieme a molti turchi d’Italia è arrivato da noi per amore, vent’anni fa. “Lei mi ha rubato il cervello”, dice additando la spiega un fondamentalista allo smarrito poeta. “Anche se ci credi (in Allah), non ha nessun senso crederci individualmente. E’ importante crederci come ci credono i poveri ed essere uno di loro. Solo se mangi quello che mangiano loro, se ridi per ciò di cui ridono, se ti arrabbi per ciò per cui si arrabbiano loro, credi in Allah. La religione non è solo un problema di intelligenza o di fede, ma è la questione di tutta una vita”. Proprio sulle note della narrativa di Pamuk Semsa Gezgin ha costruito il suo sogno europeo, anzi italiano. E’ venuta in Italia per insegnare letteratura turca alla Sapienza, dopo aver studiato per anni Alighieri, Leopardi, Svevo e Pirandello. Oggi è lei che traduce i romanzi di Pamuk per i lettori italiani. Vive in una piccola cittadina piemontese, Mondovì, dove ha sposato un insegnante e ha cresciuto una figlia che però si chiama Asya, come il continente a cui ha voltato le spalle. Non porta il velo e non ha mai letto il Corano. Lei, che si è sempre battuta per i diritti umani, oggi, che ha 45 anni e qualcosa di più, si chiede dove abbia sbagliato la sua generazione, se ha dovuto aspettare l’arrivo di un partito religioso per avvicinarsi all’Europa e perfezionare la democrazia turca. “Per noi è un’occasione storica e non dobbiamo perderla”, afferma. Eppure, quando il governo è finito nelle mani dei religiosi, ha pianto. Ha pianto soprattutto quando la moglie del premier è apparsa pubblicamente con il capo coperto, in un paese dove il velo è vietato in tutti i luoghi istituzionali. Semsa si stupisce quando le viene rammentata la pretesa del Corano, secondo cui tutti gli uomini nascono musulmani, e ride quando ricorda che nel suo quartiere a Istanbul, quando il panettiere, che era un po’ integralista, venne a sapere che aveva sposato un cristiano, le disse ridendo: “Bene, così potrai parlare dell’islam a un cristiano”. Poi, però, per dire che in Turchia la tolleranza è di casa, parla della storia della sua bisnonna ebrea, convertita all’islam per amore, che fece costruire nel suo villaggio una fontana per la comunità musulmana. Per lei la religione è soprattutto la gioia della festa durante il Ramadan. Da piccola attendeva con ansia per respirare l’allegria dell’ intimità familiare. Non come Humeyra Gurgeu, che invece ha 35 anni, a scuola ha potuto studiare un po’ di Corano e, anche se non mette il velo, si sente musulmana. E’ arrivata in Italia nove anni fa, dopo aver studiato letteratura greca e latina e aver lavorato un po’ nel turismo. Ogni sera, prima di andare a dormire, dedica qualche minuto ad Allah e la prima volta che ha comprato il Corano è stato in Italia perché era stufa di rimanere zitta davanti alle domande insistenti degli italiani. Gli italiani che guardano con stupore i suoi occhi azzurri e la pelle diafana, ma poi le chiedono se scrive da destra verso sinistra, come gli arabi. A proposito, lei il velo ce l’ha, ma per il momento rimane nell’armadio perché in fondo la religione è solo una questione di identità, che rimane sospesa, in questa terra straniera. Così come accade a molti giovani turchi, nati e cresciuti in Italia, che della Turchia sanno solo le poche cose belle che si vengono a sapere durante le vacanze estive, quando si torna indietro per riabbracciare i nonni. Viola, per esempio, è cresciuta in Italia. Del Corano sa poco e nulla, ma le piace vedere la gente inginocchiata il venerdì davanti alle moschee, anche se lei in quelle arabe non ci entra, ci mancherebbe altro. Figlia di una donna scappata in Italia dopo l’ultimo colpo di Stato dei militari, che l’ha cresciuta raccontandole la storia della vita di Ataturk, non ha nessuna simpatia per il cattolicesimo. Fin dai tempi delle scuole medie, in cui chiedeva in continuazione alla maestra di religione come fa l’uomo a discendere dalla scimmia, ma anche da Adamo ed Eva. Viola non indossa il velo, come sua madre Enber, ex militante del partito liberal-democratico turco, che, quando è rimasta incinta, è entrata in una chiesa cristiana perché Dio è ovunque per chiedere ad Allah di darle una figlia femmina, ma camminando all’indietro dando le spalle a Gesù crocefisso perché non si sa mai e poi quando è nata Viola ha pensato per la prima volta: “Dio esiste”. A Viola piacerebbe andare un giorno alla Mecca, dove “dorme Maometto” e se deve scegliere, allora preferisce dire che è turca, orgogliosa, patriota e musulmana e un giorno vorrebbe togliersi il cognome italiano, un padre appena conosciuto, per averne uno turco, anzi musulmano, dice. Anche se l’Italia le ha dato tutto ciò che desiderava, libertà ed emancipazione, ritiene che il nostro sia un paese ingrato e supponente. Anche se lei oggi che ha poco più di vent’anni, lavora come assistente legale di un noto criminologo e ogni settimana scende in pista per mettersi a cavalcioni di una moto da corsa, pensa che la nostra sia una società egoista. “I miei coetanei hanno la testa vuota”, ripete più volte, e li guarda un pò con disprezzo quando li vede andare in discoteca per confondersi le idee o agitarsi sul marciapiede per l’ultima sigaretta. E alla fine la pensa come sua madre, che la guarda preoccupata perché non aveva capito quanto sua figlia fosse refrattaria al mondo in cui è cresciuta. Pensa che è “l’Europa ad aver bisogno della Turchia, mentre la Turchia non ha affatto bisogno dell’Europa perché in Europa c’è già. Non siamo mica arabi”, dice. Vicino ai laici, ma a mille anni luce di distanza, vivono i turchi musulmani. Militanti dell’islam, che rappresentano l’altra Turchia, quella considerata un ostacolo al processo di integrazione europea. Una minoranza di credenti, che negli ultimi anni hanno aperto varie moschee nella speranza di riuscire ad attrarre i loro connazionali e aprire i loro cuori a Dio. Luoghi di culto concentrati soprattutto nel Nord, a Milano, Modena, Imperia, Como, Genova e Venezia, per quel che se ne sa. Appartengono a due organizzazioni diverse. Una che si chiama Islam Kultur Merkezi, centro culturale islamico, un’organizzazione internazionale nata in Germania che prende i suoi imam dall’università di studi islamici, Ilahiyat, controllata dal governo turco. I fedeli però sono pochissimi e stanno molto attenti a non fomentare il separatismo e ai bambini insegnano il Corano ma anche come fare i compiti in classe per la scuola italiana. L’altra, molto più popolare, è la Comunità culturale islamica, fondata dall’ex premier Necmettin Erbakan per servire i fratelli della Umma in Europa. E’ stato il maestro di Erdogan e negli 80 si è legato agli ayatollah iraniani, fondando il partito della Salvezza nazionale e successivamente quello del Benessere, Refah, con cui ha vinto le elezioni nel 1995 per ammiccare all’islam più oltranzista dei Fratelli Musulmani, poi sciolto e bandito dai militari. Per tutti questi anni ha continuato a fondare partiti e movimenti da nomi eufemistici, Libertà, Speranza o Felicità. (L’ultimo è stato il “Partito della virtù”, messo al bando nel 2001). In Belgio la sua associazione gestisce la vita spirituale di interi villaggi, quasi completamente abitati da turchi, mentre in Germania possiede moschee e scuole coraniche. A Milano, per il momento, c’è solo un garage, in periferia, dove al venerdì vanno gli uomini, al sabato le donne, alla domenica i bambini. Il loro obiettivo è sottrarre i giovani turchi alle influenze occidentali e offrire a tutti i turchi la possibilità di tornare sulla Retta Via, come appunto si chiamava uno dei partiti di Erbakan. A dividerli dai maghrebini c’è solo l’alfabeto, e infatti loro imparano il Corano a memoria senza conoscere l’arabo che usano per qualche frase religiosa di rito, nulla di più. E infatti i loro giovani si trovano ogni sabato con quelli dell’Associazione Giovani musulmani, legata all’Ucooi, legata a sua volta ai Fratelli musulmani. Osman Durhan è il responsabile della comunità. Viene da un villaggio di campagna, a 250 km da Smirne, che suo padre ha lasciato 19 anni fa per fare il contadino in Svizzera. Prima di venire in Italia ha studiato in un liceo religioso, ai tempi in cui questo significava sfidare lo Stato. Le sue figlie portano entrambe il velo e lui dice che in effetti avrebbero potuto scegliere perché Dio ha dato loro l’intelletto sì, ma solo per scegliere se andare in paradiso o all’inferno perché si sa che tutti gli uomini sono venuti sulla terra solo per essere giudicati. In Italia si trova bene, perché è più libero di esercitare la sua fede, e infatti d’estate organizza scuole coraniche, vicino a Como, dove i fratelli sono più numerosi, per aiutare i bambini a studiare il Corano senza andare fino in Belgio o in Germania. Corsi intensivi per aiutare chi cresce in Europa a comprendere i 6.666 versetti rivelati da Allah a Maometto, che è un libro miracoloso se Maometto, che era analfabeta, ha potuto trascriverlo e ogni credente, una volta memorizzato il testo, non lo dimentica più. La pensa così anche Fatma Turgut, che ha solo 22 anni e viene dallo stesso villaggio di Osman. I suoi genitori avrebbero voluto andare in Germania, poi si sono fermati a Milano, dove hanno aperto una macelleria, punto di riferimento per la comunità che si reca in moschea. Fatma porta il velo stretto sotto il mento e se lo tocca in continuazione per vedere che le aderisca bene al collo. Lo ha indossato per la prima volta quando frequentava la seconda media, dopo la stage estivo nella scuola coranica del Belgio, gestita dalla comunità fondata da Erbakan, perché lei né è convinta: “Essere musulmani significa assumersi la responsabilità della propria fede perché l’esempio è tutto”, dice, “e in Italia io non sono un individuo, ma una musulmana e dal mio comportamento dipende l’immagine dell’islam”. Fatma studia legge all’università per diventare avvocato civile, penale no perché non vuole avere a che fare con i criminali, ma è molto preoccupata perché teme che nelle aule dei tribunali nessuno vorrà una avvocato con il capo coperto. La religione che guida la sua vita non significa tanto rispettare i cinque pilastri dell’islam ma mettere in pratica i 6.666 versetti del Corano che spiegano in dettaglio come comportarsi nella vita quotidiana. E non si tratta solo di imparare a memoria ciò che ha rivelato Maometto, ma ragionarci sopra come ha fatto lei in Belgio, a dieci anni, grazie all’insegnamento di una coppia di hafiz, sapienti. Fatma non si è ancora sposata, anche se ha avuto delle proposte da parte di alcune famiglie turche perché prima vuole laurearsi. E’ contenta di vivere in Italia perché qui da noi, in fondo, c’è più libertà religiosa, anche se ci sono troppi pregiudizi, e poi perché può servire la sua comunità “fondata per servire i fratelli musulmani della Umma”. Ha alcune amiche italiane, tutte femmine, i maschi no, li tiene a distanza perché “se un uomo e una donna si trovano da soli c’è sempre il terzo incomodo, satana”, e se deve uscire è solo per le “pizzate”, mentre della musica le piacciono le canzoni popolari turche, eccetto Eros Ramazzotti e Laura Pausini, perché non cantano testi pornografici. Nel romanzo di Pamuk un giovane religioso spiega a un laico la questione dell’identità turca: “Sono orgoglioso di tutto ciò che c’è in me di non europeo”, gli racconta. “Se loro sono belli io sarò brutto, se loro sono intelligenti io sarò stupido, se loro sono moderni, io rimarrò innocente…”, Innocente come Fatma, per cui Ataturk è solo il nome dell’uomo che li ha avvicinati all’Europa e allontanati da Dio perché lei non è subordinata a nessuno, neanche a suo genitori, ma solo ad Allah. Cristina Giudici

Humeyra ha comprato per la prima volta il Corano nel nostro paese: era stufa di rimanere zitta alle domande degli italiani
moglie, Gabriella, a cui piace molto la Turchia, anche se non ha ben compreso quel fitto rapporto parentale che costituisce le fondamenta della storia e della società turca, basata sul legame di sangue inviolabile, che nelle sue manifestazioni più estreme conduce ai delitti d’onore, sanzionati in Turchia e purtroppo anche in Germania dove, solo nel mese di febbraio, sono state punite cinque adolescenti, ree di essersi ribellate ai matrimoni combinati. Certo, in Italia questo problema non esiste ancora, anche se non si possono dimenticare le storie delle adolescenti che chiedono aiuto ai servizi sociali e qualche volta bevono la candeggina per protestare contro i loro padri che le chiudono in casa per impedire loro di avere relazioni con i coetanei italiani. E non esiste soprattutto dentro la famiglia di Adnan Oca e Gabriella, coppia mista con un figlio Selim che è cresciuto a Milano, studia al liceo artistico e sogna di fare il programmatore di videogiochi. Per lui, che ha fatto il camionista per anni e poi ha aperto ristoranti e bar, la differenza non è certo racchiusa nel verbo di Allah, ma in casa, dove le regole sono certe, i giovani rispettano gli anziani. Anche per lui l’entrata della Turchia in Europa non è una grande idea. Se non altro perché nel suo paese lavorano tutti, minorenni compresi, e non ci sono leggi rigide come in Europa. “E poi noi saremo sempre cittadini di seconda categoria, guardati con diffidenza perché siamo più poveri e musulmani” dice. Adnan è un patriota, come tutti i suoi connazionali, e non gli va proprio giù che in Europa si sia sollevato un coro di proteste contro l’eventualità dell’inclusione della Turchia nella Ue. “Voi non ci volete e noi non vogliamo voi”, ripete in un italiano un po’ stentato. Per lui la religione è un fatto privato, le preghiere si fanno in casa, ogni tanto, anzi raramente, e si festeggia solo il giorno del sacrificio, quando a casa si sgozza un agnello alla fine del Ramadan. Un rito legato alla tradizione, come la cena natalizia per i cristiani, niente di più. Certo, suo figlio è stato circonciso, in ospedale, con il laser, ma ha anche studiato in una scuola cattolica perché in quella pubblica lo trattavano come uno straniero, in effetti lui all’epoca era l’unico, e poi alla fine la religione non è che un tratto della loro cultura, non certo un vessillo della profezia, come invece sostengono i militanti dell’islam. Come Cuneyt Osnaran, anche Adnan è un uomo d’affari navigato. Entrambi hanno visto la comunità crescere, ramificarsi, perdersi, dividersi e non capiscono quella minoranza religiosa che ha aperto moschee, dentro appartamenti e scantinati. Entrambi sanno che i turchi hanno di fronte due dilemmi. Il primo è politico: “Se entriamo in Europa”, dicono, “rafforziamo il partito religioso che guida il governo e neutralizziamo militari che ci hanno sempre garantito laicità e democrazia. Se non ci entriamo, gli integralisti potrebbero aumentare la loro influenza all’interno del paese”. Il secondo invece è filosofico: “In Turchia siamo rimasti per troppo tempo in balia della nostra coscienza, liberi dalle briglie della religione, forse l’eccesso di laicismo

Cuneyt Osnaran è un imprenditore turco, in Italia da 30 anni. Non vede affatto i vantaggi dell’entrata nell’Unione
infatti tutti non fanno che ripetere detti, filastrocche e proverbi che sottolineano il loro nazionalismo e anche nelle loro moschee di fianco alla fotografia della Mecca, si trova sempre l’inno nazionale. Bisogna ammettere che è difficile codificare la comunità turca d’Italia, che è molto articolata e, a differenza degli arabi, non certo unita dalla religione. E’ divisa in diversi gruppi, di differente estrazione sociale e diverse generazioni che hanno del proprio paese un’immagine diversa, a seconda del periodo in cui l’hanno abbandonato, e hanno con l’Italia e l’Europa un rapporto controverso. Altrimenti non è possibile capire perché i laici pensino che entrare in Europa sia uno sbaglio. E non perché non credano nella democrazia o nella modernità, anzi: è proprio per questo che avversano le trattative che si concluderanno a occhio e croce fra dieci anni e allora chissà dove saremo tutti, laici musulmani e cristiani. Temono che l’entrata nell’Unione europea neutralizzi i militari e rafforzi il governo guidato da un partito religioso, quello del Benessere e dello Sviluppo di Recep Tayyp Erdogan, il cui acronimo, Akp, significa anche bianco, pulito. E’ il premier acclamato dagli europei e dagli americani, si ispira alla sharia come modello ideale, ma cerca di portare a compimento il sogno di Ataturk anche se non tutti ricordano che nel 1997 finì in carcere per aver recitato in pubblico questa poesia: “I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri elmetti/ Le moschee sono le nostre caserme, i credenti i nostri soldati/ Questa armata divina protegge la mia religione/ Allah è grande, Allah è grande”. Oggi deve fare i conti con la base del suo partito, tradizionalista e islamista. Così la vede per esempio Cuneyt Osnaran, un imprenditore turco arrivato in Italia trent’anni fa con una moglie italiana, cresciuta a Istan-

Vicini ai laici, a mille anni luce, vivono i turchi musulmani, i militanti dell’islam che rappresentano l’altra Turchia
ha provocato il ritorno alla religione”. Un problema che ha ispirato anche l’ultimo libro di Ohran Pamuk, uno dei più noti romanzieri turchi contemporanei. Si intitola “Neve” (tradotto dai tipi dell’Einaudi) e racconta la storia di un piccolo paese, dimenticato dal mondo, dove le donne si suicidano per ribellarsi allo Stato che non permette alle studentesse di coprirsi il capo a scuola. E infatti il suo protagonista, il poeta Ka, è un esule che vive in Germania e verrà ucciso dagli integralisti perché non è riuscito a coniugare la sua solitaria ricerca di Dio alle leggi della Umma. “Ti inganni”,