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I marini napoletani

nella

spedizione di Algeri del 1784
(da un diario contemporaneo)

di Benedetto Maresca

in Archivio storico per le province napoletane, XVII, 1892, pp. 808-850

La vittoriosa Squadra Navale del giovane Re Ferdinando IV torna da Algeri. Jacob Philipp Hackert (1737-1807). 1784. Collezioni reali borboniche. Reggia di Caserta

ACTON, John Francis Edward
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 1 (1960) di Giuseppe Nuzzo
ACTON, John Francis Edward. - Nacque a Besançon nel giugno 1736 da Edward, nobile inglese emigrato qualche anno prima in Francia per motivi religiosi e stabilitosi a Besançon come medico, e da Cathérine Loys de Gray, figlia del presidente del Parlamento di quella città. In Francia ricevette la prima educazione, fino a quando, all'età di quattordici anni, fu affidato, a Livorno, alle cure di un suo omonimo zio. Questi aveva a lungo navigato, quale capitano di vascello, nella Compagnia delle Indie Orientali, prima di passare al servizio di casa d'Austria, commodoro in capo delle forze navali in Adriatico, e, dal 1748, alla direzione della marina toscana (cfr. S. Romiti, Le marine militari italiane nel Risorgimento [1748-1861],Roma 1950, p. 49). E. Gibbon (Private letters,edited by Rowland E. Prothero, I, London 1896, p. 67) lo ricorda a Livorno, nel 1764, "in a most melancholy situation", abbandonato dagli amici inglesi in seguito alla sua conversione al cattolicesimo, avvenuta, per motivi "of intercst or devotion", dopo un violento attacco di apoplessia. Sotto la guida dello zio, l'A. fece la sua prima breve esperienza marinara, accompagnandolo in alcune missioni, e completando poi la sua istruzione, dal 1750 al 1756, tra gli equipaggi della marina inglese. Al suo ritorno in Toscana, nonostante la nomina a tenente di vascello nella marina granducale, terminò gli studi nell'università di Pisa. Nel 1767 venne promosso capitano di vascello e nominato, come già suo zio, cavaliere dell'Ordine di S. Stefano. La guerra contro i Barbareschi, nella quale anche il granduca si trovava impegnato, diede all'A. occasione di dar prova di perizia e di ardimento, con imprese condotte alla Goletta di Tunisi e sotto le fortezze marocchine di Arzila e Larache. Maggiore rinomanza gli venne, nel 1775, dalla partecipazione a un attacco in forze tentato dal re di Spagna contro Algeri, quando, comandante delle poche navi toscane, riuscì a coprire la ritirata di un intero corpo d'esercito spagnolo incautamente sbarcato nella base avversaria. Richiesto dal ministro G. de Sartine, oltre che dì consigli, di una ispezione ai principali porti di Francia, il paese che gli aveva dato i natali e nelle cui armate servivano i due fratelli cadetti (cfr. il frammento di diario sui colloqui col ministro della marina de Sartine, in Arch. di Stato di Napoli, Affari esteri,f. 4294), preferì restare al servizio del granduca. Nel 1776, alla morte del vecchio zio, l'A. ascendeva al comando della marina toscana col grado di general maggiore. Qualche anno dopo, la sua fedeltà ai Lorenesi era

largamente ripagata da un atto che avrebbe segnato il suo destino: Ferdinando IV di Borbone lo richiese per qualche tempo a Pietro Leopoldo perché riordinasse la marina napoletana. L'A. giunse a Napoli nell'agosto del 1778; di lì ad alcuni mesi il granduca si piegò alle pressioni del cognato, perché l'abile marinaio fosse definitivamente lasciato alla ricostruzione della flotta e del commercio delle Sicilie, sicché, il 14 apr. 1779, gli fu affidata, col grado di tenente generale, la segreteria di Stato e la direzione della Real Marina, cui si aggiungevano, il 4 giugno 1780, la segreteria della Guerra e, nel corso del 1782, quella di Azienda e Commercio. L'A. attese alla riforma dell'esercito e, più ancora, della marina: la bella flotta borbonica di fine '700 fu, infatti, fondamentalmente una creazione sua, come creazione sua furono i cantieri, soprattutto quello di Castellammare, e le scuole da cui uscirono i migliori ufficiali del Regno. La segreteria di Azienda e Commercio fu trasformata, sin dall'ottobre 1782, in un nuovo e importante organo di stato, il Supremo consiglio delle Finanze, destinato a dare impulso alle riforme economiche e sociali del Regno. Ne derivarono l'apertura di numerosi consolati, il "privilegio di scala e porto franco" a Messina (settembre 1784), l'affermarsi della prima compagnia di assicurazioni marittime in Napoli, mentre erano ripresi vecchi e più volte interrotti negoziati con la Francia e con l'Inghilterra per trattati di commercio, e venivano iniziati quelli con la Russia, destinati a concludersi con l'accordo del gennaio 1787, e quelli con gli Stati Uniti d'America, che portarono all'istituzione, nel 1797, di un loro consolato nel Regno. Si pensò perfino di stabilire una Compagnia nelle Indie Orientali, con un tentativo che non ebbe, però, seguito. Anche attivissima, accanto al Caracciolo e al De Marco, titolare della segreteria dell'Ecclesiastico, fu la partecipazione dell'A. alle trattative con la Curia romana per un concordato, che non fu poi portato a compimento, e alla politica estera vera e propria dello stato napoletano, restituito all'indipendenza dalla tutela spagnola. Fin da quegli anni, il ministro "forestiero", inseritosi con alacrità nella vita del Regno, ma non legato alle vecchie classi dominanti ed al clero, fu simbolo di indipendenza dalla Spagna di Carlo III. L'inasprirsi dei rapporti fra Napoli e Madrid culminò in una vera e propria congiura, ordita, tra il 1784 e il 1785, dall'ambasciata spagnola con la complicità di un gruppo di cortigiani e diretta a travolgere l'A. e l'austrofila regina. Seguì, invece, la rovina del partito spagnolo. Il licenziamento del primo ministro napoletano, marchese della Sambuca, che da posizioni aristrofile era passato ad altre sempre più ispanofile, nelle intenzioni di Maria Carolina avrebbe dovuto aprire il passo all'A.; ma, per decisione del sovrano, il Sambuca fu sostituito dal marchese Caracciolo. La crisi di governo, risoltasi nel gennaio 1786, procurò, tuttavia, all'A. la nomina a consigliere di stato accanto agli altri due segretari Caracciolo e De Marco. Crebbero allora la sfera d'azione dell'A. e l'ascendente che egli, preoccupandosi di tener lontano dalla corte il principe di Caramanico, prediletto della regina, aveva acquistato sulla coppia reale (ma, in realtà, più su Ferdinando che sull'instabile e impetuosa Maria Carolina, al contrario delle voci che si andavano diffondendo e che parlavano di un favore legato a più intime relazioni). I diplomatici delle corti straniere si trovarono spesso disorientati di fronte alla cauta politica d'indipendenza dell'A., che voleva sfuggire al pericolo dell'isolamento come alla suggestione di facili ingrandimenti. Ne risultò un accordo pieno col Caracciolo, più che con la stessa regina. Insieme col mito dell'imperialismo dell'A, e di Maria Carolina è destinato, sembra, a cadere o ad attenuarsi anche il giudizio tradizionale del ministro "forestiero", spregiatore delle forze indigene, avverso alla élite intellettuale del Regno risorto all'indipendenza, austrofilo e, da ultimo, strumento della politica inglese nella corte di Ferdinando IV. Questo giudizio, che risale agli storici coevi (V. Cuoco, G. M. Arrighi, P. Colletta), ricevette conforto dalla concezione autoctona della storia del Mezzogiorno di un maestro (M. Schipa), ed ha ispirato, ancora negli ultimi decenni, pregevoli ricostruzioni dell'intero periodo (A. Simioni), o di particolari eventi di storia napoletana (N. Nicolini). Ma si rivelò eccessivo già alla revisione storiografica della fine del secolo scorso e accenna, adesso, a cedere il posto ad un apprezzamento più equanime. Nel malcostume di corte, tra nobili e militari "adusati per vecchia tradizione alla soggezione verso la Spagna", chiusi al "sentimento dell'indipendenza e della dignità nazionale", intransigenti nella difesa dei loro privilegi, non fu difficile rinvenire l'origine prima dell'opposizione al ministro novatore, opposizione destinata ad arricchirsi, nel rovesciarsi della situazione all'interno e all'estero per opera della Rivoluzione francese, dei risentimenti suscitati dal nuovo dramma vissuto dalla corte e dal paese (B. Maresca, La Marina napoletana nel sec. XVIII,Napoli 1902, pp. 47 ss. e 88 ss., e cfr. di lui ancora, per la serena valutazione dell'opera dell'A. alla vigilia della seconda invasione del Regno, I due trattati stipulati dalla corte napoletana nel settembre 1805,in Arch. stor. per le prov. napol.,XII [1887], p. 595).Le più recenti indagini (N. Cortese, E. Pontieri, G. Nuzzo, G. Castellano), mentre ci rivelano un A. non sordo ai meriti delle più alte espressioni della società napoletana, un Gaetano Filangieri o un L. de Medici o un principe di Caramanico, ci spiegano la genesi della sua politica estera. La morte del Caracciolo assicurò all'A., dal 17 luglio 1789 ad interim e dal 1 genn. 1790 stabilmente, la segreteria di Casa Reale, Affari Esteri, Siti Reali e Regie Poste, che gli conferiva altresì dignità e titolo di primo ministro. Nella crisi che la Rivoluzione francese imprimeva all'intero continente europeo, la politica dell'A. mirò dapprima ad un franco riavvicinamento alla Spagna, sopiti i vecchi contrasti che l'avevano diviso dal primo ministro conte di Floridablanca, sino a qualche anno innanzi suo tenace avversario; ma la valutazione della potenza marinara spagnola, ai fini di un aiuto in difesa delle coste italiane da un eventuale attacco francese, si dimostrò errata. Tra il 1792 e il 1793, mentre la distanza con la Francia rivoluzionaria cresceva paurosamente, il governo di Napoli vide dileguare le speranze riposte nell'alleanza marittima con la Spagna di Carlo IV. Dopo l'umiliazione subita da Napoli, il 16 dic. 1792, da parte della squadra francese del Latouche, destinata, tra l'altro, a spezzare bruscamente i negoziati condotti soprattutto col re di Sardegna per una lega tra gli stati italiani, l'A. intraprese con l'Inghilterra - nel 1791 vi aveva ereditato il titolo di baronetto di Aldenham - le trattative conclusesi con la convenzione del 12 luglio 1793, che segnava l'ingresso delle Sicilie nella coalizione antifrancese. Quando il trattato, non disonorevole, col Direttorio (Parigi, 10 ott. 1796) restituì la pace al Regno, l'A. non reggeva più le varie segreterie tenute così a lungo. Attaccato dalla nobiltà, ai primi sintomi di esaurimento del paese, stanco e turbato dallo sforzo bellico, aveva presentato le sue dimissioni. Ferdinando IV, accettandole, gli aveva ordinato, nella sua qualità di consigliere di stato in esercizio, di assistere a tutti i consigli che si sarebbero tenuti alla real presenza (25 apr. 1795), lasciandolo sostanzialmente alla testa del governo napoletano, con un autorizzato controllo sulle varie segreterie. L'A. si era intanto sbarazzato di Luigi de' Medici, già suo protetto e ora suo rivale, coinvolgendolo nelle congiure giacobine e facendolo arrestare (27 febbr. 1795). Accanto al re a Foggia, il 25 giugno 1797, in occasione delle nozze dell'erede al trono, nel settembre l'A. fu nominato capitano generale di terra e di mare. Dopo l'infelice spedizione romana di Ferdinando IV, l'A. seguì la corte nella fuga in Sicilia, nel dicembre 1798, ed a Palermo apprese la distruzione della flotta lasciata a Napoli e bruciata per due terzi per ordine dell'ammiraglio Niza. Gli eventi lo riportavano alla direzione ufficiale della politica e all'interim della segreteria degli Esteri (fin dal dicembre 1798), della quale era titolare il marchese di Gallo, all'atto dell'ingresso nella seconda coalizione. Ma, indubbiamente, anche alle decisioni di

quell'anno, prese nell'esaurirsi progressivo della sicurezza del Regno, minato ormai all'interno da un'opposizione incoraggiata dalla rivoluzione, giunta ai confini dello stato, ed esposto, nello sconvolto equilibrio della penisola, alla pressione dell'Austria non meno che della Francia, non era stato estraneo l'Acton. Ancora più difficile sarebbe scindere la sua responsabilità da quella dei sovrani nella repressione che seguì alla caduta della Repubblica napoletana. A fianco del Gallo, impegnato in una serie di missioni diplomatiche, alternò in politica estera, nel variare della fortuna delle armi, il motivo antiaustriaco col motivo antifrancese, fino alla pace di Firenze (28 marzo 1801), che privava il Regno dello Stato dei Presidi e gli riduceva le già modeste possibilità di autonomia, all'ombra della potenza soverchiante del primo console. Da Ferdinando IV, che egli aveva preceduto a Napoli nella prima restaurazione, accompagnandovi l'erede al trono (gennaio 1801), l'A. fu insignito del gran cordone del nuovissimo Ordine di S. Ferdinando; ebbe inoltre dal re di Spagna il Toson d'oro, in riconoscimento della parte avuta nella conclusione dei matrimoni spagnoli del 1802. Ma la rottura del trattato di Amiens, subito dopo, lasciava esposta alla pressione terrestre francese la parte continentale dei domini di Ferdinando IV e alla pressione marittima britannica la parte insulare. Si accentuò così l'anglofilia dell'A., che, anche nella vita privata, dopo il matrimonio a Palermo nel 18oo con una sua nipote, si andava staccando dall'ambiente partenopeo. Dopo una serie di violenti scontri con l'ambasciatore di Napoleone, Alquier, a lui ostilissimo, il 10 maggio 1804 il re si decise a esonerarlo dalla segreteria degli Esteri da lui interinalmente tenuta; ma, lasciandogli titolo e carica di consigliere di stato, lo confermava nell'esatta posizione di nove anni innanzi. A quella caduta, ché tale essa fu in realtà, aveva non poco contribuito Maria Carolina. L'A. si ritirò in Sicilia con la famiglia (24 maggio 1804), con l'appannaggio annuo di tremila ducati di pensione e col titolo di duca di Modica, che lo metteva in possesso di un vasto feudo trasmissibile agli eredi. Ferdinando IV mantenne con lui corrispondenza sino al gennaio 18o6, cioè sino alla nuova fuga da Napoli; ma i costanti consigli mandati da Palermo, fattisi via via aperta critica all'operato della regina, non ridiedero più all'A. parte decisiva nella politica del Regno. Nel nuovo e più lungo esilio della corte in Sicilia, l'A. sembrò, sulle prime, riavere, con la segreteria degli Esteri, il credito di un tempo. Non poté far altro che sforzarsi di mantenere l'accordo con gli Inglesi, da cui ottenne garanzia di aiuti terrestri, oltre che marittimi; ma fallirono le sue esortazioni alla corte perché desistesse da progetti di attacchi al continente, e da continue richieste finanziarie al Parlamento dell'isola. Il 26 ag. 18o6 il re ne accettò le dimissioni, pur continuando i rapporti cordiali con lui, con una corrispondenza abbastanza attiva fino al 1807, poi sempre più rada. L'A. morì a Palermo il 12 ag. 1811. Fonti e Bibl.: Archives Municipales de Besançon, G.G. 321, p. 103 (Registres Paroissiaux de St. Marcelin);Archivio di Stato di Napoli, Affari Esteri,ff. 4294, 4338; ibid., Arch. Ris. Borbone,nn. 99, 109, 109-11, 214, 215, 216, 217, 218, 237, 240 (data di nascita, atti concernenti la carriera o la famiglia,corrispondenza col sovrano. Sono andati distrutti, nel corso degli eventi bellici, i molti voll. delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie di Stato di G. A.e quasi del tutto le filze di Diversi della serie Esteri dell'Archivio di Napoli, contenenti la corrispondenza diplomatica; gli uni e le altre, come il materiale offerto da archivi italiani e stranieri, giàin parte sfruttati nelle opere a stampa che seguono); A. Simioni, Le origini del risorgimento politico dell'Italia meridionale,voll. 2, Messina 1925-1929, cui si rinvia per la bibliografia anteriore; P. Pieri, La distruzione della flotta napoletana,in Studi di storia napoletana in onore di M. Schipa,Napoli 1926, pp. 603, 611, 613; Id., Il Regno di Napoli dal luglio 1799 al marzo 18o6,in Arch. stor. per le prov. napol.,n.s., XII (1926), pp. 5 ss.; F. Nicolini, F. Galiani e il ministro Acton,in Scritti storici... Cortese-De Cicco,Napoli 1931, pp. 6977; M. Schipa, Acton alla vigilia della sua caduta,in Ad Alessandro Luzio gli Archivi italiani,I, Firenze 1933, pp. 1o5-108; G. Nuzzo, Stato e Chiesa nel tramonto del riformismo napoletano,in Arch. stor. per le prov. napol.,n.s., XX (1934), pp. 283-323; N. Nicolini, Luigi De Medici e il giacobinismo napoletano,Firenze 1935,soprattutto pp. 135-161; G. Nuzzo, G. A. e un tentativo di lega italiana,in Rass. stor. napoletana,IV (1936), pp. 113-137, 170-236; M. Schipa, Nel Regno di Ferdinando IV Borbone,Firenze 1938, parte II (già in Arch. stor. per le prov. napol.,XXII [1897]; e v. ancora Albori di risorgimento nel Mezzogiorno d'Italia,Napoli 1938, p. 88); N. Nicolini, La spedizione punitiva del Latouche-Tréville,Firenze 1939, soprattutto pp. XV-XVIII (ma per gli iniziali rapporti col de' Medici cfr. N. Cortese, La Calabria Ulteriore alla fine del sec. XVIII,estr. da Riv. critica di cultura calabrese,Napoli 1921, pp. 24-35; come, per i rapporti col Caramanico, E. Pontieri, Lettere del marchese Caracciolo viceré di Sicilia al mm. A., Appendice,in Arch. stor. per le prov. napol.,n.s., XVIII [1932], pp. 279-296; e adesso, per i rapporti in genere col mondo napoletano, G. Castellano, Napoli e Francia alla vigilia della guerra del 1798 in una relazione del marchese di Gallo a Ferdinando IV,in Archivi, s.2, XX [1953],pp. 237256; Id., Riforme borboniche, ibid.,XXIII [1956], pp. 22-48, 177-210); G. Nuzzo, Austria e governi d'Italia nel 1794,Roma 1940, passim;A. Valente, Gioacchino Murat e l'italia meridionale,Torino 1941, p. 135 (per una breve, commossa nota del Journal di M. Carolina); G. Nuzzo, Tra "Ancien régime" e Rivoluzione. La politica estera napoletana avanti la coalizione europea,I, Salerno 1946, passim;Id., La difesa della "libertà" italiana contro la Rivoluzione francese,Salerno 1948, passim;E. C. Corti, Ich, eine Tochter Maria Theresias. Bin Lebensbild der Königin M. Karoline von Neapel,Munchen 1950, passim;G.Nuzzo, Napoli e Austria nel primo scontro con la Rivoluzione,in Annali dell'Istituto universitario di Magistero di Salerno,I (1952), pp. 1-15; Id., La difficile eredità del minist. Caracciolo. I matrimoni austriaci,in Arch. stor. per le prov. napol.n.s., XXXV (1955),pp. 401-431; H. Acton, The Bourbons of Naples (1734-1825),London 1956, pp. 180-583 e passirn;G.Nuzzo, Il tramonto della politica dinastica di Ferdinando IV di Borbone,in Studi in onore di R. Filangieri,III, Napoli 1959, pp. 243-259.

compte-rendu par Ricard Robert, Bulletin Hispanique, 1951, vol. 53, No 4, pp. 447-448
© du site Persée du Ministère de la jeunesse, de l'éducation nationale et de la recherche, Direction de l'enseignement supérieur, Sous-direction des bibliothèques et de la documentation

http://www.galeon.com/capitantoni/finpirateria/finpirateria.htm

Algiers' harbour. Engraving from 1690.

First Bombardment of Algiers (1783)
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Date Location Result Belligerents Kingdom of Spain Commanders and leaders Antonio Barceló Strength 4 ships of line, 4 frigates, 68 other ships[4] Casualties and losses 26 killed, 14 wounded[5] 1 gunboat[1] 2 demi-galleys, 2 xebecs, 6 gunboats, 1 felucca[1] Dey of Algiers Regency of Algiers 4-8 August 1783 Algiers, present day Algeria Spanish failure[1][2][3]

The Bombardment of Algiers in August 1783 was a failed attempt by Spain to put end to the Algerine privateering against Spanish shipping. A Spanish fleet of 70 sail under Rear admiral Antonio Barceló bombarded the city eight times between 4 and 8 August but inflicted only minor damages to the Algerine military. Both Spaniards and Algerines fought poorly, but Barceló, apologizing in unfavorable weather conditions, gave the order to withdraw. His expedition was judged a failure at the Spanish court, being described as a "festival of fireworks too costly and long for how little amused the Moors and was used by who paid it".[6] Background The Algerine privattering against Spanish vessels increased following the disastrous invasion of Algiers in 1775.[2] Spain tried to reach a peace agreement with the Ottoman Regency with the aim of secure their trading along the Mediterranean. Don Juan de Bouligny was sent to Istanbul in 1782 and managed to obtain a frienship and commercial agreement of Sultan Abdul Hamid I.[2] The Regency, nevertheless, denied to accept the treaty. The Dey, influenced by several of his officers, the fasnachi, the treasurer, the focha, the Codgia of cavalry and the Aga of infantry, opted for war ignoring the recommendations of his naval officers.[3] The Spanish chief minister, the Count of Floridablanca, tried then to bribe the Dey with gold to open negotiations for peace, but obtaining no result.[3] King Charles III, feeling the national pride of Spain offended by the Algerines, resolved to punish them bombarding their town.[7] Rear admiral Antonio Barceló was the man appointed to carry out the attack. Though he was by far the most capable naval officer of Spain and one of the few who had risen through the ranks by merits of war, Barceló's designation was coldly received both by the Spanish court and military.[8] The Rear admiral was old and illiterate and of humble exctraction, which, together with his naval victories, earned him the envy of most the senior Spanish officers.[8] Bombardment Barceló sailed from Cartagena on 2 July ahead of 4 ships of line, 4 frigates and 68 small vassels, including gunboats and bomb vessels. The Algerines had to oppose them no more than 2 demi-gallies of 5 guns each, a felucca of 6, two xebecs of 4 guns each, and 6 gunboats carrying a 12 and a 24 pounder.[1] On 29 July the Spanish fleet came in sight of the town and two days later Barceló formed his line of battle and made the necessary dispositions for the attack. The bomb-ketches and gunboats, supported by xebecs and other vessels, composed the van, the whole being covered by the ships of line and frigates.[9] The cannonade and bombardment were commenced at half-past two o'clock, and were continued without intermission till sunset.[9] The attack was renewed on the following, and on every succeeding day util the 9th, when it was resolved at a council of war, for sufficient reasons, to return immediately to Spain.[9] In the course of these attacks 3732 shells and 3833 shot were discharged by the Spaniards, and were returned by the Algerines with 399 shells and 11,284 shot. This vast expenditure of ammunition produced no correspondent effect on either side: the town was repeatedly set on fire, but the flames were soon subdued.[9] The example of Gibraltar was followed by the garrison in the use of red-hot balls, but they did not produce a similar effect. The Algerines made several bold sallies with their small vessels, but were constantly repulsed by the superiority of fire from the fleet.[9] While de Dey had refuged at his citadel, the weight of the defense was sustained by an improvised militia composed mostly of teenagers. 25 Algerine heavy guns purchased at Denmark blown up during the battle due to misuse or because its poor conditions.[10] In addition, 562 buildings were destroyed or damaged by the bombardment, an insignificant figure given that Algiers consisted of 5,000 buildings and that the whole town was exposed to the Spanish fire.[10] Otherwise, only a gunboat was lost by the defenders. The Spanish casualties were also minimum: 26 killed and 14 wounded.[5] Aftermath According to the official version released by the Spanish government, the withdrawal was due to bad weather, an excuse not credible, given that the weather conditions in the Mediterranean were favorable in summer.[6] Among the measures used to present the bombing as a success, the most significant was that of numerous promotions among the participants.[6] The Spanish 'victory' was sung by numerous poems, most of them exaggerated and of bad taste, but in fact nothing had been achieved.[3] Two months later five Algerian privateers captured two Spanish merchant vessels near Palamós as a gesture of defiance, and a new, far bigger expedition had to be assembled to attack Algiers again.[5] Notes 1. ^ a b c d Pinkerton 1809, p. 461. 2. ^ a b c Sánchez Doncel 1991, p. 274. 3. ^ a b c d Conrotte/Martín Corrales 2006, p. 165. 4. ^ Fernández Duro 1972, p. 345. 5. ^ a b c Fernández Duro 1972, p. 346. 6. ^ a b c Conrotte/Martín Corrales 2006, p. 164. 7. ^ Conrotte/Martín Corrales 2006, p. 160.

8. ^ a b Conrotte/Martín Corrales 2006, p. 162. 9. ^ a b c d e Cust 1859, p. 14. 10. ^ a b Conrotte/Martín Corrales 2006, p. 163. References • Conrotte, Manuel/Corrales, Eloy Martín (2006). España y los países musulmanes durante el ministerio de Floridablanca. Spain: Editorial Renacimiento. ISBN 84-96133-57-5. http://books.google.es/books?id=1NHaEBZatV4C&dq=argel+barcel%C3%B3&source=gbs_navlinks_s.(Spanish) • Cust, Edward (1859). España Annals of the wars of the eighteenth century, compiled from the most authentic histories of the period: 1783-1795. London: Mitchell's Military Library. http://books.google.es/books?id=sNsGAAAAcAAJ&dq=algiers+barcel%C3%B3+1783&source=gbs_navlinks_s. • Fernández Duro, Cesáreo (1902). Armada española desde la unión de los reinos de Castilla y de León. Vol VII. Madrid: Sucesores de Rivadeneyra.(Spanish) • Pinkerton, John (1809). A general collection of the best and most interesting voyages and travels in all parts of the world: many of which are now first translated into English ; digested on a new plan. London: Longman, Hurst, Rees, and Orme. http://books.google.es/books?id=708nAAAAMAAJ&dq=algiers+barcel%C3%B3&output=text&source=gbs_navlinks_s. • Sánchez Doncel, Gregorio (1991). Presencia de España en Orán (1509-1792). Toledo: I.T. San Ildefonso. ISBN 978-84600-7614-8. http://books.google.es/books?id=EOV8qNnYvDwC&dq=argel+barcel%C3%B3&source=gbs_navlinks_s.(Spanish)

Map of Algiers' Bombardment of 1783 by Antonio Barceló.

Second Bombardment of Algiers (1784)
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Date Location Result Belligerents Kingdom of Spain Kingdom of Portugal Commanders and leaders Antonio Barceló Strength Spain: 4 ships of the line 4 frigates 12 xebecs 12 minor vessels 71 gunboats and bomb At least: 4,000 Ottoman vessels[3] Two Sicilies: 2 ships of the line 3 frigates 2 xebecs 2 brigs[3] Order of Malta: 1 volunteers 50 guns 70 galiots ship of the line 2 frigates 5 galleys[3] Portugal: 2 ships of the line 2 frigates[3] and gunboats[3] Casualties and losses 1 felucca sunk 1 gunboat exploded 53 killed and 64 wounded[4] Massive damage to the fortifications Heavy human and naval losses[3][5] Dey of Algiers Kingdom of the Two Sicilies Order of Malta Regency of Algiers 12 July 1784 Algiers (present day Algeria), Ottoman empire Decisive Spanish-Allied victory[1][2]

The 2nd Bombardment of Algiers took place between 12 and 21 July 1784. A joint Spanish-Neapolitan-Maltese-Portuguese fleet commanded by the experienced Spanish Admiral Antonio Barceló bombarded the city, which was the main base of the Barbary corsairs, with the aim of forcing them to interrupt their activities.[6] Massive damage and casualties were inflicted to the Algerians,[5] while the loss aboard the allied fleet was low. The Dey of Algiers refused to start negotiations immediately but the fear of a third planned expedition under José de Mazarredo convinced him to negotiate a peace with the Spanish by which he was forced to cease large-scale piracy,[7] signalling the effective end of the Barbary privateering until the outbreak of the Napoleonic Wars.[1] Background In August 1783, as punishment for the acts of piracy undertaken by the city, a Spanish fleet with Maltese participation under Antonio Barceló bombarded Algiers for 8 days.[4] The success of the attack,[8] achieved at the cost of less than 50 casualties,[9] caused joy in Spain and encouraged the Regency of Tripoli to make peace with Spain.[7] Despite the heavy damage suffered, the Algerians did not surrender. Five Algerian privateers captured two Spanish merchant vessels near Palamós in September 1783 as a gesture of defiance.[4] The city's defenses were reinforced with a new 50-gun fortress,[3] 4,000 Turkish volunteer soldiers were recruited in Anatolia,[3] and European advisors were hired to assist in the building fortifications and batteries.[3] In addition, at least 70 vessels were prepared to repel the Spanish,[3] and a reward of one thousand gold pieces was offered by the Dey to anyone who captured a ship of the attacking fleet.[3] Meanwhile, in Cartagena, Barceló had finished preparations for a new expedition. His fleet consisted of four 80-gun ships of line, four frigates, 12 xebecs, 3 brigs, 9 small vessels, and an attacking force of 24 gunboats armed with pieces of 24 pounds, 8 more with 18 pounds' pieces, 7 lightly armed to board the Algerian vessels, 24 armed with mortars, and 8 bomb vessels with 8 pound pieces.[3] The expedition was financed by Pope Pius VI and supported by the Navy of the Kingdom of the Two Sicilies, which provided two ships of the line, three frigates, two brigs and two xebecs under Admiral Bologna, by the Order of Malta, which provided a ship of line, two frigates and five galleys, and by that of Portugal, which provided two ships of line and two frigates under Admiral Ramirez Esquivel. These last joined the allied fleet later and actually arrived in middle of the bombardment.[3] Bombardment On 28 June, having entrusted itself to the Virgen del Carmen, the Allied fleet sailed from Cartagena, arriving off Algiers on 10 July.[3] Two days later at 8:30 AM, the bombardment began with the Spanish ships opening fire. It was kept up until 4:20 PM, during which timb about 600 bombs, 1,440 cannon balls and 260 shells were fired over the city, compared to 202 bombs and 1,164 cannon balls fired by the Algerians.[3] Major damage to the city and its fortifications and a large fire were observed. An attack by light vessels of the Algerian fleet, composed of 67 ships, was repulsed, four of them being destroyed.[3] The Allied casualties were minimal: 6 killed and 9 wounded, most of them due to accidents with the fuses of the bombs.[3] Gunboat No. 27, commanded by the Neapolitan ensign José Rodríguez, exploded accidentally, killing 25 sailors.[4] In the following eight days, seven additional attacks were ordered.[4] The Algerians had placed a line of barges armed with artillery that largely prevented the Allied gunboats getting close to their objectives.[3] A shot fired from the fortifications hit the felucca from which Barceló were directing the bombing, sinking it.[4] José Lorenzo de Goicoechea came to the aid of the admiral, who was rescued unscathed.[4] Passing immediately to another boat, Barceló continued leading the attack, downplaying the importance of the incident.[3] Finally, on 21 July, it was decided to end the attack.[3] Contrary winds forced Barceló to give the order to return back to Cartagena.[3] More than 20,000 cannon balls and grenades had been fired on the enemy, causing severe damage to the fortifications and the city, and sinking or destroying most of the Algerian vessels.[3] The Allied casualties were 53 men killed and 64 wounded, most of them due to accidents.[4] Aftermath The Dey of Algiers, under threat of a new expedition that was already being prepared by Barceló, who had promised attack Algiers every year until he accepted his conditions, agreed to open negotiations with Spain.[5][7][10] These culminated in a treaty which was signed on 14 June 1786 by the Dey himself and José de Mazarredo, who came to Algiers in command of a squadron of two ships of the line and two frigates.[11] Tunisia also preferred to reach an agreement with Spain.[10] As far as these nations were

concerned, Barbary piracy and the Barbary Slave Trade in the Mediterranean was ended.[1][10] However, some years later the problem returned due to the turmoil caused by the Napoleonic Wars. Notes 1. ^ a b c Primer Congrés d'Història Moderna de Catalunya, pg. 724 2. ^ Laínz pg. 142 3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v Don Antonio Barceló, el "Capitán Toni". 4. ^ a b c d e f g h Fernández Duro pg. 346 5. ^ a b c Rodríguez González p. 211 6. ^ Sánchez Doncel pg. 277 7. ^ a b c Juan Vidal/Martínez Ruiz pg. 329 8. ^ Laínz pg. 141 9. ^ 24 killed and 16 wounded. Fernández Duro pg. 346 10. ^ a b c Trigo Chacón pg. 567 11. ^ Fernández Duro pg. 347 References • Fernández Duro, Cesáreo. Armada Española desde la unión de los reinos de Castilla y Aragón, Volumen II. Est. tipográfico "Sucesores de Rivadeneyra", 1902. • Juan Vidal, Josep; Martínez Ruiz, Enrique. Política interior y exterior de los Borbones. Ediciones AKAL, 2001. ISBN 97884-7090-410-3 • Laínz, Jesús. La nación falsificada. Encuentro, 2006. ISBN 978-84-7490-829-9 • Martinez Guanter, Antonio Luis. Don Antonio Barceló, el "Capitán Toni". Revista de Historia Naval. • Rodríguez González, Agustín Ramón. Trafalgar y el conflicto naval Anglo-Español del siglo XVIII. Actas Editorial, 2005. ISBN 978-84-9739-052-1 • Sánchez Doncel, Gregorio. Presencia de España en Orán (1509-1792). .T. San Ildefonso, 1991. ISBN 978-84-600-7614-8 • Trigo Chacón, Manuel. Los estados y las relaciones internacionales. Editorial Visión Libros, 2008. ISBN 978-84-9886-3321 • Universidad de Barcelona, Departament d'Història Moderna, 1984 Congrés d'Història Moderna de Catalunya. Primer Congrés d'Història Moderna de Catalunya, Volumen 1. Edicions Universitat Barcelona, 1984. ISBN 978-84-7528-152-0

Portrait of Antonio Barceló, 1783.

Portrait of Antonio Barceló. 1848 copy from an 18th-century original that was at Palma de Mallorca's Town Hall.

Excerpt of view of First bombardment under Antonio Barceló.