You are on page 1of 232

François Houtart

Soluzione per il clima o uscita dalla crisi per il capitale?

AGROENERGIA

Edizioni Punto Rosso Libri/FMA n. 18

1

Finito di stampare nell’aprile 2009 presso Impressioni Grafiche, Acqui Terme, Alessandria © François Houtart Edizione originale, L’agroénergie, Couleur livres, Bruxelles 2009 EDIZIONI PUNTO ROSSO Via G. Pepe 14 – 20159 Milano Telefoni e fax 02/874324 e 02/875045 edizioni@puntorosso.it; www.puntorosso.it Redazione delle Edizioni Punto Rosso: Nunzia Augeri, Alessandra Balena, Eleonora Bonaccorsi, Laura Cantelmo, Loris Caruso, Serena Daniele, Cinzia Galimberti, Dilva Giannelli, Roberto Mapelli, Francesca Moretti, Stefano Nutini, Giorgio Riolo, Roberta Riolo, Nelly Rios Rios, Erica Rodari, Pietro Senigaglia, Domenico Scoglio, Franca Venesia. Traduzione dal francese di Nunzia Augeri e Erica Rodari

2

Indice
Introduzione CAPITOLO 1 L’ENERGIA E LO SVILUPPO Lo sfruttamento della natura come fonte di energia L’energia nel modello di sviluppo L’energia nello sviluppo del capitalismo Gli effetti sociali ed ecologici del modello capitalistico di sviluppo CAPITOLO 2 LE CRISI ENERGETICHE E CLIMATICHE La crisi energetica e le energie non rinnovabili La crisi climatica e il riscaldamento del pianeta CAPITOLO 3 IL DISCORSO NEOLIBERISTA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI Primo tempo: negazione e sdrammatizzazione del cambiamento Secondo tempo: le soluzioni secondo il mercato Le lacune dell’approccio neoliberista CAPITOLO 4 GLI AGROCARBURANTI E L’AGROENERGIA Le caratteristiche degli agrocarburanti I diversi tipi di agroenergia Il contesto ecologico e socio-economico della produzione degli agrocarburanti Gli effetti collaterali degli agrocarburanti CAPITOLO 5 LE DIMENSIONI SOCIO-ECONOMICHE DELL’AGROENERGIA Il modello agricolo alla base degli agrocarburanti Gli agro combustibili: la posta in gioco sul piano economico e finanziario Gli agrocarburanti e la crisi alimentare Gli agrocarburanti e la riproduzione del capitale Gli agrocarburanti e il modello di sviluppo 5 9

30

76

99

161

3

CAPITOLO 6 I PERCORSI VERSO LA SOLUZIONE DELLE CRISI CLIMATICHE ED ENERGETICHE E IL POSTO DEGLI AGROCARBURANTI I percorsi previsti e i loro limiti Gli agrocarburanti frutto della fotosintesi Una logica postcapitalistica dell’economia e un nuovo modo di sviluppo Glossario

197

221

4

Introduzione La questione degli agrocarburanti è diventata un problema ideologico, un concetto che si presta a una duplice lettura, o per dirlo in termini più tecnici, un unico significante che cambia di significato. Ci fu un tempo in cui essere a favore degli agrocarburanti era una posizione ecologica e piuttosto di sinistra, perché si percepiva la “bioenergia” come un correttivo dell’energia fossile. La destra invece vi vedeva solo un sogno ambientalistico spoglio di realismo o una critica velata alla crescita creata dal sistema economico capitalistico. Oggi le cose sono cambiate. È piuttosto la destra che difende gli agrocarburanti, mentre la sinistra li attacca. Infatti, da una parte la doppia crisi, energetica e climatica, è diventata una realtà ineludibile, che non si può più ignorare, e d’altra parte, di fronte ai prezzi del petrolio e del gas, la ricerca di nuove fonti di energia è diventata un’attività molto redditizia per gli investimenti di capitali, e che inoltre gode di un’immagine positiva agli occhi di un’opinione pubblica sempre più sensibilizzata al problema dell’ambiente. Tuttavia il ragionamento economico non prende in considerazione le “esternalità”, cioè le condizioni ecologiche e sociali della produzione di nuovi combustibili e i loro effetti sulla natura e sulle popolazioni. Oggi i movimenti sociali mettono l’accento appunto su questo aspetto, rammentando che il calcolo economico del sistema capitalistico si pone per lo più sul breve termine e ignora il costo reale di ciò che risulta esterno alla sua logica o costituisce un effetto collaterale. Su questa base si rimette seriamente in discussione la questione degli agrocarburanti. Ne deriva una guerra ideologica in cui le parole diventano armi. Da una parte e dall’altra, gli argomenti sono brucianti: gli uni mettono in risalto i vantaggi dei “biocombustibili”, gli sforzi compiuti per il risparmio energetico, e la trasformazione dei grandi gruppi petroliferi, industriali e commerciali in veri benefattori dell’umanità. Infatti, tutti rivestiti di verde, essi fanno appello alle immense possibilità della scienza e della tecnologia, che secondo loro risolveranno in un futuro prevedibile le questioni ancora in sospeso, a condizione di la5

sciare che l’iniziativa privata si impegni senza ostacoli in questo nuovo settore. Il caso del senatore Mc Cain negli Stati Uniti è esemplare a questo proposito. Nel 2000 egli criticava violentemente l’etanolo, definendolo “un avatar dell’agroindustria” (boondoggle), mentre nel 2006 ne parlava come di “una vera fonte di energia per il futuro”.1 D’altra parte i movimenti sociali, i partiti di sinistra e un certo numero di ONG progressiste rifiutano il termine “biocombustibili”, per utilizzare invece l’espressione più efficace di “agrocarburanti”, meno legata a una connotazione ottimistica di “bio” (vita). Alcuni arrivano perfino a proporre il vocabolo “necrocombustibili” (morte). Essi avvicinano il fenomeno alla crisi alimentare, e l’immagine dei serbatoi pieni accanto ai piatti vuoti ha fatto parecchia strada. Una semantica di questo genere invade i recinti dell’ONU, della FAO e del WTO. Da una parte, i bisogni della pubblicità arrivano a deformare il senso delle parole e a presentare delle misure di semplice correzione di pratiche distruttive precedenti come dei passi in avanti da mettere sul conto del progresso dell’umanità. Invece, gli argomenti di coloro che constatano i disastri ecologici e sociali, non solo delle energie fossili, ma anche della maniera in cui sono prodotte certe energie rinnovabili nella logica degli interessi economici, sono a volte semplicistici o ignorano determinati aspetti tecnici dei problemi. Talvolta poi le loro posizioni vengono indebolite dall’uso di scorciatoie nello stabilire i rapporti fra effetti e cause. Quest’opera si propone di descrivere la situazione dell’attuale doppia crisi energetica e climatica, e di porre poi la questione delle energie nuove e in particolare degli agrocarburanti nel loro complesso. Senza ignorare quindi le “esternalità” ecologiche e sociali, il che porterà inevitabilmente a una critica del discorso economico dominante, che ignora una parte essenziale della realtà. E senza fare un discorso apocalittico, estraneo ad ogni speranza di soluzione, anche in ambito scientifico e tecnico, ma senza tacere peraltro la profonda gravità della situazione e la falsità dei discorsi ottimistici. E infine senza contentarsi degli slogan, che non servono affatto alla causa delle vittime di un sistema, quando mancano di fondamenti scientifici o logici. Questo lavoro però non è affatto neutro. Esso si inquadra nella ricerca della giustizia e nella costruzione di una logica eco6

nomica e politica che rispetti l’equilibrio ecologico e il benessere dell’umanità. Vuole avere anche una valenza etica, di difesa della vita, senza esitare a manifestare indignazione di fronte a ciò che è opera di morte. A questo fine si fonderà sulla storia e prenderà in considerazione l’insieme delle situazioni, evitando di isolare una dimensione particolare da analizzare fuori del suo contesto e dunque di auto legittimarsi con facilità, come fa il ragionamento economico del capitalismo, che ignora le esternalità. Infine, la realtà sociale verrà analizzata come risultato dell’interazione reciproca di attori diversi, cioè non come processo lineare bensì dialettico, in cui entrano in gioco i rapporti di forza per trasformare e costruire le strutture sociali o per frenarne la trasformazione. Il problema degli agrocarburanti, come lo vedremo noi, si pone al centro dei rapporti sociali, giacché l’energia è il perno dell’economia di mercato capitalistico ed anche di ciò che si definisce la “civiltà occidentale”. Per questa ragione i poteri economici e politici tendono ad adottare soluzioni che permettano di mantenere l’attuale modello di sviluppo, senza rimetterne in discussione i parametri. La questione è dunque di sapere se tale logica è realizzabile e a quale prezzo, oppure se si deve adottare invece un’altra logica come base per il futuro dell’umanità. L’opera è divisa in due grandi parti, una sul clima e l’altra sulle energie cosiddette rinnovabili, mantenendo come punto centrale gli agrocarburanti. Essa termina con una riflessione sulle reali funzioni di questa nuova produzione e sulla radicalità delle soluzioni necessarie, se si vuole che l’umanità esca dal vicolo cieco in cui si trova rinchiusa. Molte persone hanno contribuito a questo lavoro con le loro competenze specifiche, e desidero esprimere loro la mia riconoscenza. Si tratta in particolare di Bosco Banshanguera Mpozi, bioingegnere, insegnante all’Istituto per le tecniche di sviluppo (ISTD, Mulungu, R.D. del Congo) e di Bienvenue Lutumba Bakassa, ingegnere agrochimico, assistente e ricercatore all’Istituto di scienze agronomiche di Yangambi a Kisangani (R. D. del Congo). Entrambi sono stati ricercatori associati al Centro tricontinentale per la redazione di quest’opera. Eric Feller, agronomo e ricercatore all’Università di Liegi, ha contribuito con i suoi consigli tecnici. Infine Geoffrey
7

Geuens, professore di comunicazione all’Università di Liegi, ha realizzato un lavoro sulle multinazionali interessate a questa materia, che è servito come base per la parte economica. Grazie anche a Leonor Garcia per la sua competenza nel presentare e impaginare il manoscritto, al Comitato cattolico francese contro la fame e per lo sviluppo (CCFD) e all’inglese Christian Aid per l’appoggio accordato a questo lavoro.
Note 1. Richard Greeenwald, “Time”, 14.04.08.

8

CAPITOLO 1 L’ENERGIA E LO SVILUPPO Lo sfruttamento della natura come fonte di energia L’agroenergia o energia verde viene magnificata oggi come la soluzione per il futuro1. Infatti il riscaldamento del pianeta e il drammatico aumento del CO2 nell’atmosfera hanno fatto prendere coscienza della necessità di agire. Certo questi due fenomeni non sono legati unicamente al problema dell’energia. La produzione di gas-serra causata da certe forme di agricoltura è egualmente importante, soprattutto a causa dell’estensione degli allevamenti. Tuttavia la questione dell’energia resta al centro del problema, soprattutto nei paesi industrialmente sviluppati, sia per la produzione industriale che per il riscaldamento e i trasporti. Per questo la Commissione Europea ha proposto agli Stati membri dell’Unione di adottare una serie di misure. Dal marzo 2007 c’era l’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas-serra del 20% rispetto al 1990 e anche del 30% se ci fosse stato un accordo a livello mondiale; inoltre bisognava portare al 20% la parte di energie rinnovabili e utilizzare per i trasporti il 10% di agrocarburanti, entro la stessa data, anche se nel 2008 la quota è stata ridotta all’8% per via delle numerose reazioni contrarie. Nel gennaio 2008 la Commissione ha proposto ad ogni Stato un pacchetto energia-clima in base alla ricchezza prodotta, con nuove misure riguardo all’affossamento del CO2 in vecchie miniere, nonché la costituzione di un nuovo mercato comune del carbonio. I settori diversi dall’industria (abitazioni, agricoltura, trasporti) dovrebbero ridurre le emissioni di carbonio del 10% nel 2020 rispetto al 2005. Il tutto dovrebbe costare circa 60 miliardi di euro all’anno. L’obiettivo sembra importante, ma, come avremo occasione di verificare in seguito, rischia di essere molto inferiore alle necessità reali di un’azione efficace per la salvaguardia del pianeta. Nel dicembre 2008 è stato adottato il Piano “Tre volte 20”: per il2020, 20% di emissioni di CO2 in meno, 20% di riduzione dei consumi, 20% di energie rinnovabili.
9

L’energia fossile viene rimessa in discussione perché è non rinnovabile e inquinante. La ricerca di alternative è aperta, ma è ben lungi dall’essere innocente. Infatti vari interessi si mescolano al desiderio di produrre un modello detto “durevole”, che non pregiudichi l’avvenire delle generazioni future. Per esempio l’industria nucleare non esita a presentarsi come soluzione dei problemi, mentre essa si basa su una materia prima non rinnovabile come l’uranio, e non è affatto risolto il problema delle scorie. Quanto alla questione del petrolio e della sua sostituzione, anch’essa è legata a problemi di natura geopolitica. Basti pensare alla dipendenza degli Stati Uniti rispetto al petrolio del Medio Oriente o del Venezuela. Nel primo caso, la questione ha dato luogo alle guerre in Iraq e Afghanistan. Nel secondo, il presidente George W. Bush ha proposto al presidente Lula del Brasile un partenariato dell’etanolo, essendo i due paesi, all’alba del XXI secolo, i maggiori produttori di agroenergia. Da molto tempo le ferite ecologiche colpiscono intere popolazioni. Finché si trattava di classi sociali inferiori o di popoli colonizzati, i responsabili economici e politici dei paesi industrializzati non si sono mai preoccupati del problema. Dall’inizio della rivoluzione industriale i luoghi in cui si concentrava la produzione, che erano anche quelli in cui si concentrava la classe operaia, sono sempre stati notevolmente inquinati. I paesaggi, le foreste e l’habitat dei popoli colonizzati sono stati sconvolti dallo sfruttamento delle risorse naturali. Poche voci si levarono allora per denunciare tali situazioni, giacché le si considerava il prezzo del progresso. È stato necessario che la situazione si deteriorasse al punto da toccare gli interessi economici e la qualità di vita di tutti gli strati sociali, compresi i gruppi socialmente dominanti, perché la distruzione ecologica diventasse una sfida. Per questo oggi la questione dell’agroenergia è una delle priorità politiche più importanti. Per evitare di cadere nella trappola di un’ottica parziale, è indispensabile sviluppare una visione storica e universale della questione. L’interesse per l’agroenergia non cade dal cielo. Si inquadra in un lungo processo di sfruttamento della natura, senza grandi preoccupazioni per la sua riproduzione, legate al disprezzo per le classi sociali che lavorano e per i popoli della periferia. Infatti l’energia è un
10

bisogno umano di tutti i tempi. Si potrebbe dire che la storia dell’umanità coincide con quella dell’utilizzo dell’energia. Insieme prodotto e causa delle tecnologie, lo sviluppo delle modalità energetiche ha permesso l’estendersi della mobilità e dei trasporti, e costituisce uno degli aspetti fondamentali di ciò che oggi si definisce la mondializzazione. Quest’ultima, caratterizzata dalla liberalizzazione degli scambi, si è sviluppata sulla base dei principi del capitalismo. Il capitale considerato come motore dello sviluppo ha potuto costruire i pilastri della sua riproduzione come sistema mondiale grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. L’energia ha svolto un ruolo fondamentale nel processo, trovandosi al centro delle due attività principali dell’economia: la produzione e il trasporto. Entrambi sono aumentati considerevolmente nella fase neoliberista del capitalismo, cioè nella liberalizzazione generalizzata degli scambi. La domanda di energia è esplosa, con tutte le sue conseguenze. Il modo di vita che ne risulta è particolarmente energivoro. All’inizio l’energia era abbondante: il suo costo restò molto basso per lungo tempo e ne derivò un utilizzo quasi senza limiti nel mondo industrializzato. Fino al giorno in cui gli effetti distruttivi di tali pratiche hanno messo in pericolo il modello di sviluppo esistente, non solo a causa dell’esaurirsi di alcune risorse, ma anche in funzione degli effetti ecologici e sociali. Il “grido della terra” si unì al “grido degli oppressi” e non era più possibile non sentirlo. La convergenza fra i due doveva configurare quella delle resistenze contro il modello neoliberista. È una lunga storia che ha determinato la sorte collettiva dell’umanità. Avremo l’occasione di tornare sull’argomento. Ricordiamo che il secolo dei Lumi, nato in una società in espansione, aveva sviluppato l’idea di un progresso lineare e probabilmente senza fine. La scienza, che scopriva progressivamente i misteri della natura e si applicava anche allo studio delle società, si sviluppò nell’entusiasmo non solo dei ricercatori, ma anche degli industriali che applicavano le scoperte scientifiche. Le teorie dell’evoluzione non rivelavano solo i misteri di una narrazione, ma erano anche portatrici di una dimensione prometeica. A poco a poco l’umanità scopriva se stessa e decrittava il mondo che la circondava. Capace di spiegarlo, era capace anche di
11

dominarlo. In breve, l’essere umano diventava l’artefice della propria vita e della propria felicità e nulla o quasi permetteva di vedere dei limiti. Questa visione del mondo si sviluppò nel quadro di rapporti sociali segnati da una grande diseguaglianza fra classi sociali e fra i popoli del mondo. Essa divenne a poco a poco l’ideologia dei gruppi dominanti, cioè insieme la spiegazione del loro “essere all’avanguardia” e la giustificazione del loro posto nella società. Il ruolo del capitale come promotore di progresso e portatore di speranze per il futuro era al tempo stesso reale e illusorio. Da una parte, grazie alla logica dell’accumulazione e del profitto, seguendo la legge di un mercato soggetto a questa regola, la produzione di beni e di servizi conobbe una progressione storicamente ineguagliata. Nella fase neoliberista, l’accelerazione è stata ancor più spettacolare. Nella seconda metà del XX secolo la ricchezza mondiale si è moltiplicata per sette. Ma d’altra parte il processo era anche illusorio perché nascondeva varie realtà: la maniera sociale in cui si realizzava la produzione, il riparto ulteriore della ricchezza e la distruzione dell’ambiente. Infatti la maniera di produrre annunciava le future catastrofi ecologiche e provocava disastri sociali. Quanto alla distribuzione della ricchezza, essa tendeva a un processo di concentrazione e di esclusione, frutto della logica stessa del capitalismo. Questo infatti favorisce il valore di scambio rispetto al valore d’uso, subordinando così l’attività economica e quella di numerosi settori pubblici alla legge di mercato, considerata come naturale e dominante. L’ignorare quelle che si chiamano “esternalità”, cioè i fattori che non intervengono nel calcolo economico, doveva portare a contraddizioni molto gravi. Il fatto di non tener conto, a monte, dei costi ecologici e sociali della produzione e dei trasporti e, a valle, della distribuzione diseguale del prodotto, spiega la situazione. Ma essa non è semplicemente il risultato d’una legge naturale, o il prezzo da pagare per il progresso. Essa corrisponde a ben precisi interessi di certe classi sociali, legate all’accumulazione del capitale, e che hanno tutti i vantaggi a mantenere un tasso elevato di accumulazione e poco si preoccupano di ciò che si potrebbe chiamare il bene comune.
12

La crisi sociale ed ecologica è diventata tale, che nessuno può più ignorarla. Essa incide anche sul tasso di profitto e quindi sugli interessi del capitale. Mette in pericolo la riproduzione di quest’ultimo e rischia di portare a un marasma economico mondiale. È quindi necessario trovare delle soluzioni. Nella logica del capitalismo, che aveva ritrovato una nuova vitalità con lo sviluppo degli scambi liberalizzati, le soluzioni devono inquadrarsi nella continuità del sistema. Si tratterà quindi di proporre delle alternative, di trasformare certi comportamenti, ma in nessun caso di rimettere in discussione la logica dell’accumulazione capitalistica, sempre presentata come la soluzione necessaria, a patto di accettare certi adattamenti e certe regole. Un esempio tipico di questa prospettiva è il film di Al Gore, premio Nobel per la pace, “Una verità che disturba”, che con ragione mette il dito sul problema ecologico mondiale, scuote l’opinione pubblica e trova accoglienza favorevole negli ambienti del liberalismo economico e politico. Quando l’ex vicepresidente americano si recò in Belgio, fu ricevuto non dal partito socialista o dagli eredi della democrazia cristiana, bensì dal partito liberale francofono. La ragione è semplice: il film di Al Gore non rimette in questione il sistema. L’essenziale delle soluzioni viene indicato nei comportamenti individuali: minor utilizzo dell’energia elettrica, uso moderato dell’auto, doppi vetri alle finestre ecc. Il suo è un discorso moralistico e fa appello addirittura ad argomenti religiosi. Si rivolge agli individui e non ai meccanismi sociali di trasformazione del modello economico. L’energia occupa evidentemente un posto centrale in tutta questa problematica. Essa si trova al cuore del modello di sviluppo capitalistico, che senza risorse energetiche non potrebbe operare. In questa prospettiva, se le forme esistenti di produzione dell’energia si rivelano in contraddizione con la riproduzione del modello economico e della società, bisogna trovarne di nuove. È qui che interviene lo sviluppo dell’agroenergia, come sostituto delle energie fossili. Si tratta di sapere però se si tratta di una soluzione o di un palliativo, e per questo bisogna esaminarla più da vicino.

13

L’energia nel modello di sviluppo Non c’è sviluppo senza energia, quindi le due realtà non sono che una. Non si può scrivere la storia dell’uno ignorando quella dell’altra. Non si tratta di un fatto soltanto materiale, ma anche di un intreccio culturale che riveste inevitabilmente dimensioni politiche. L’utilizzo dell’energia fa dunque parte integrante di ciò che si potrebbe chiamare il dinamismo umano. Infatti le diverse fasi della storia dell’umanità sono nettamente segnate dall’utilizzo di diverse fonti energetiche. Queste sono alla radice della risposta alla questione posta da Edgar Morin: Come mai il piccolo bipede della savana è diventato il padrone del mondo? Senza dubbio, come ricorda lo stesso autore,le capacità umane si sono sviluppate in funzione di una lunga evoluzione. Questa non è stata lineare, ma è stata segnata da prove ed errori, dal caso, dall’aleatorio. Non è lo storico M. Duvignaud che ricordava che “l’improbabile è stato molto più frequente del prevedibile” nel corso della storia del mondo? Tuttavia, sempre seguendo Edgar Morin, in una storia caratterizzata dall’incertezza, un paradigma ha sempre presieduto alla traiettoria del mondo fisico, biologico e antropologico: la riorganizzazione della vita. In una serie di sequenze che vanno dall’ordine al caos e dal disordine alla ricostruzione, è la vita che si riproduce. Lo slancio vitale segna un’evoluzione caotica senza dubbio, ma di un’enorme capacità d’invenzione quando si tratta dell’essere umano. E l’energia entra per gran parte in questa capacità di invenzione. Le trasformazioni si sono operate sia nel campo del rapporto con la natura sia in quello dei rapporti sociali. Nel primo caso, gli esseri umani hanno fatto prova di un costante adattamento, passando dalla semplice predazione all’organizzazione dell’agricoltura per arrivare progressivamente a società mercantili o industriali. Sul piano dei rapporti sociali, hanno prevalso soprattutto le diseguaglianze. Il dominio maschile è alla base della distribuzione dei ruoli fra l’uomo e la donna, sia sul piano economico che su quello politico, culturale e religioso. La possibilità di accedere a un lavoro non materiale ha determinato le caste, mentre i fenomeni di sfruttamento del lavoro avrebbero generato le classi. Nel corso di tutta la storia, determinati
14

popoli sono diventati dominanti o imperiali, imponendo i propri interessi agli altri. In tutta questa traiettoria, il dominio sull’energia ha svolto un ruolo molto importante. Infatti è alla base dell’attività agricola, artigianale o industriale. I miti greci ci ricordano il suo posto centrale, si tratti di Prometeo e del dominio del fuoco o di Sisifo con lo sforzo incessante per superare la gravità. Fin dall’inizio della storia umana, l’utilizzo delle energie naturali si è introdotto come un meccanismo di sopravvivenza. Si trattava del sole, del vento, dell’acqua, ma anche dell’energia animale e umana. A poco a poco, la legna e poi il carbone furono trasformati in calore, l’acqua in vapore, il petrolio e il gas in combustibili o in elettricità, per arrivare infine all’energia nucleare. Oggi si distinguono le energie rinnovabili da quelle che non lo sono, cioè quelle che utilizzano materie prime la cui esistenza non è ciclica. Quanto alle energie inquinanti, il loro utilizzo colpisce sempre più l’atmosfera o anche il clima con delle emissioni nocive di CO2 o di metano, frutto della loro combustione, o ancora accelera la produzione di microparticelle che danneggiano lo strato di ozono. Nel corso dei due secoli di sviluppo industriale, l’esaurirsi delle risorse non è stato un argomento all’ordine del giorno. Si aveva l’impressione che il pianeta godesse di capacità illimitate di rispondere ai bisogni umani e se in una regione il ferro, il rame o il carbone venivano a mancare, c’erano molti altri luoghi dove si trovavano in abbondanza. D’altra parte, le nuove tecnologie permettevano costantemente di utilizzare meglio le ricchezze naturali, di accrescere la loro redditività e di trovare nuovi mezzi per sfruttare giacimenti prima considerati irraggiungibili. Infine, l’idea di un progresso senza fine permetteva anche di prevedere che i passi avanti della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche sarebbero riusciti a risolvere in futuro i problemi considerati oggi senza soluzione. L’energia faceva parte di questa stessa filosofia. L’ottimismo era di rigore e nulla sembrava fermare la conquista dell’umanità il cui slancio vitale si traduceva in un consumo energetico sempre crescente. Georges de Cagliari, nella sua commedia “Il fuoco della terra” esprimeva questa frenesia qualificando questo periodo come “era moderna preistorica… senza armonia con la natura, perché essa non esiste
15

più”. Ci volle la crisi del petrolio per allertare l’opinione pubblica sul costo dell’energia e sul suo carattere non rinnovabile, e la catastrofe di Chernobil per rammentare i pericoli dell’energia nucleare e relativizzare i benefici dell’energia atomica. Quanto alle piogge acide e al riscaldamento del clima, i due fenomeni hanno contribuito in maniera sempre più visibile a ricordare che l’attività umana, in particolare nel campo dell’energia, ha conseguenze potenzialmente catastrofiche. L’energia nello sviluppo del capitalismo Le società mercantili si sono sviluppate sulla base di scambi, frutti del lavoro e dunque di un’attività separata dalla produzione agricola. Esse d’altra parte si sono potute costruire solo nella misura in cui l’agricoltura permetteva di nutrire più persone che gli agricoltori stessi. Da qui l’importanza dei trasporti sia dei prodotti agricoli verso le città sia delle merci artigianali scambiate fra i diversi agglomerati. Ciò non si sarebbe verificato senza utilizzare nuove fonti di energia, in particolare animale. È opportuno rammentare d’altra parte che le trasformazioni non si manifestarono solo nel campo dell’energia. Esse furono anche all’origine di una nuova organizzazione sociale, dello sviluppo del politico, della nascita di un’etica e infine di una nuova visione del mondo. Quest’ultima, emancipandosi dal ciclo della natura, arrivò a elaborare una nozione di progresso nel tempo e nello spazio che avrebbe anche orientato l’utilizzo dell’energia. Con lo sviluppo del capitalismo, la situazione cambiò in maniera profonda. Gli scambi di merci permisero di accumulare un capitale, che divenne esso stesso fonte di profitto e si trasformò progressivamente in motore dell’economia e della società. In Europa il fenomeno cominciò a manifestarsi già alla fine dell’XI secolo, con lo sviluppo degli scambi fra Est e Ovest per via fluviale e con l’espansione delle città mercantili e lo sviluppo di una borghesia prima mercantile e poi industriale. L’accumulazione del capitale servì in un primo tempo per finanziare gli Stati nelle loro imprese belliche o di con16

quista delle periferie, e poi ad avviare un processo di produzione industriale basato sulla divisione del lavoro. L’energia svolse un ruolo ancora più importante nella seconda fase dello sviluppo capitalistico. Infatti, nella fase mercantile, il capitalismo non aveva prodotto grandi rivoluzioni energetiche. Era incentrato piuttosto sull’estrazione di ricchezze minerarie o agricole, con energie solo animali o umane. Ciò spiega in particolare lo schiavismo che svuotò le terre africane per sostituire le popolazioni dell’America precolombiana in via d’estinzione dopo le conquiste. Quanto al trasporto intercontinentale, si utilizzava la forza dei venti. Il capitalismo industriale si costruì invece su notevoli trasformazioni energetiche. Si sa tutto evidentemente del ruolo svolto dalla macchina a vapore in tutti i settori produttivi. La nuova dimensione presa dall’attività economica attribuiva al capitale un ruolo centrale. Il lavoro parcellizzato non poteva più dominare l’insieme della produzione di oggetti e solo il capitale poteva svolgere un ruolo unificatore, organizzando insieme il processo di produzione e quello di distribuzione. Ne derivarono un’autentica esplosione della produzione di beni e servizi, uno sfruttamento sempre maggiore della natura e una crescente differenziazione sociale in classi antagonistiche. Lo sfruttamento delle risorse naturali delle periferie si intensificò considerevolmente per mezzo delle imprese coloniali. Le guerre intraeuropee e mondiali furono il risultato di feroci competizioni per assicurarsene il controllo. Con il “Consenso di Washington” degli anni sessanta, iniziò un nuovo periodo a partire da una crisi dell’accumulazione del capitale. Il neoliberismo, favorendo la liberalizzazione totale dei capitali, dei beni e dei servizi (non dei lavoratori), doveva liberare l’economia dagli ostacoli posti dai tre grandi modelli del dopoguerra: il keynesismo, il socialismo e lo sviluppo nazionale dei paesi del Terzo mondo. Nei tre casi, era stato posto un limite all’espansione dell’accumulazione capitalistica, sia per mezzo di patti sociali che ridistribuivano la ricchezza nazionale fra capitale, lavoro e Stato, sia per la messa in opera di un sistema in via di principio alternativo al capitalismo, cioè il socialismo, sia ancora per l’importanza dello Stato come motore di sviluppo industriale. Secondo le teorie di von Hayeck e di Milton
17

Friedman, bisognava liberare le forze del mercato per avviare l’accumulazione necessaria allo sviluppo delle nuove tecnologie, in particolare dell’informazione e della comunicazione, e rispondere anche alle immense necessità della concentrazione del capitale produttivo e finanziario. Il progetto, accompagnato da una cornice istituzionale internazionale – il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale – finì per rafforzare il potere dei centri di decisione economica della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone), e determinò la trasformazione di una minoranza della popolazione mondiale (circa il 20%) in iperconsumatori particolarmente energivori. Un modello così restrittivo favoriva infatti l’accumulazione del capitale, giacché permetteva una circolazione molto più rapida dei capitali e la produzione di un valore aggiunto molto più considerevole che non su beni di consumo banalizzati, accessibili ai più. Senza parlare di coloro che entravano nella categoria delle “folle inutili” (per il capitale) perché non producevano alcun valore aggiunto e non disponevano di un potere d’acquisto che permettesse di accedere allo status di consumatori. A che punto siamo all’inizio di questo terzo millennio? Il consumo delle risorse naturali non rinnovabili e in particolare di energia da parte di una minoranza della popolazione mondiale esigerebbe, in base a certi calcoli, l’equivalente di una capacità di riproduzione di tre pianeti. Ma ne abbiamo uno solo. Bisogna dunque agire rapidamente. Il modello di sviluppo dei paesi detti emergenti segue una logica che non è diversa da quella dei paesi industrializzati. Il Brasile, per esempio, da cui ci si attendeva un diverso comportamento economico, non ha affatto cambiato il proprio orientamento neoliberista dell’economia e non esita ad allearsi con gli Stati Uniti per un fronte dell’etanolo, che di fatto favorisce i grandi proprietari e le imprese multinazionali dell’agrobusiness, senza mettere in discussione il modello di consumo. La Cina e il Vietnam optano per un’apertura al mercato capitalistico, il che permette loro uno sviluppo spettacolare, con il 20% della popolazione che accede rapidamente al livello di consumo della triade. L’India, entrata anch’essa nel modello neoliberista a partire dagli anni novanta, quando abbandona il progetto di sviluppo nazionale, segue la stessa logica, ma con differenze so18

ciali ancora più marcate. Tutti questi modelli recenti di sviluppo delle periferie non mostrano alcuna considerazione per il carattere non rinnovabile dell’energia. Al contrario, si sono posti come concorrenti delle economie occidentali, di cui hanno percepito i vantaggi nel campo della produzione di beni e servizi. Essi recalcitrano quando si parla di misure ecologiche di conservazione, argomentando – non senza ragione – che adesso è il loro turno e che i paesi più spreconi dell’universo non hanno buone ragioni per imporre loro delle restrizioni che non hanno potuto rispettare essi stessi, e che hanno permesso loro di occupare un posto dominante nell’economia mondiale. Bisogna aggiungere che l’evoluzione demografica ha di molto amplificato il fenomeno. Mentre all’inizio del XX secolo l’umanità comprendeva un miliardo di esseri umani, la cifra era passata a 6 miliardi all’inizio del XXI secolo e raggiungerà probabilmente i 9 miliardi per il 2030. Anche se il tasso di natalità tende a diminuire nell’insieme delle regioni, i progressi compiuti riguardo al tasso di mortalità spiegano in gran parte questa evoluzione. Alcuni attribuiscono il miglioramento dell’igiene e della medicina al successo dell’economia capitalistica, che è riuscita a promuovere l’applicazione delle scoperte scientifiche nel campo della sanità. Di fatto però un’analisi più raffinata contraddice questa conclusione. Si vede per esempio che la ricerca e la produzione di medicinali vengono svolte essenzialmente in funzione del profitto, cioè applicandosi alle malattie delle popolazioni che dispongono di un elevato potere d’acquisto, e solo in debole misura agli altri settori della popolazione mondiale. Questi ultimi sono d’altra parte i più vulnerabili a nuove malattie, come l’Aids o la recrudescenza di malattie precedentemente sradicate, come la tubercolosi e la malaria. I miglioramenti sono certo dovuti ai vaccini contro certe malattie per le quali la ricerca è stata generalmente presa in carico dai governi o da organizzazioni non governative umanitarie. Tuttavia, il cambiamento culturale delle abitudini igieniche, adottato da popolazioni il cui slancio vitale supera le situazioni più disastrose, costituisce il fattore principale del miglioramento e quindi della diminuzione del tasso di mortalità. Un fatto spesso ignorato. Di fatto, l’espansione demografica che abbiamo conosciuto si è pro19

dotta nel quadro della logica del capitalismo, che concentra la ricchezza e accentua lo scarto fra ricchi e poveri, in particolare nel consumo di energia. Questo modello ha certo aumentato il numero assoluto dei consumatori, che resta quasi costante in proporzione, cioè il 20% della popolazione in crescita. Ha anche permesso di aumentare la percentuale di coloro che accedono al consumo e che riescono a superare lo sbarramento dell’accesso ai beni più sofisticati. Ma nello stesso tempo il numero assoluto di coloro che vivono in povertà o anche in estrema povertà non ha fatto che aumentare. All’inizio del XXI secolo in America Latina ci sono 220 milioni di poveri (secondo la definizione della Banca mondiale, cioè coloro che guadagnano meno di due dollari al giorno), il che significa un aumento di 20 milioni di individui in dieci anni. Nel 2007 il direttore della FAO, Jacques Diouf, annunciava che il numero di persone che soffrono la fame nel mondo era aumentato di 50 milioni. In altri termini, l’aumento del numero di poveri è molto maggiore di quello del numero dei ricchi, e anche di quelli che vivono al di sopra del mero livello di sussistenza. È dunque una minoranza di essere umani che per il suo modo di sviluppo e di consumo contribuisce maggiormente agli effetti sociali ed ecologici negativi dell’utilizzo dell’energia. Per comprendere il nesso fra questo fenomeno e la logica dell’accumulazione del capitale è opportuno ricordare il libro di Susan George, “Il rapporto Lugano”. In quest’opera, l’autore immagina il seguente scenario: un certo numero di responsabili di grandi imprese transnazionali, preoccupati per l’evoluzione economica del mondo, domandano a un gruppo di esperti di studiare la possibilità di salvare il sistema capitalistico. Questi ultimi, dopo varie ricerche e calcoli sapienti, arrivano alla conclusione che per farlo, bisogna eliminare metà della popolazione, cioè le “folle inutili”, che non contribuiscono né all’accrescimento della ricchezza né al profitto che si può fare sulle vendite. Naturalmente non vogliono praticare genocidi, ma stimano che sia sufficiente lasciar fare la natura, con le malattie endemiche da una parte e il potere di autodistruzione degli esseri umani dall’altra, per giungere al risultato voluto. Nell’ultimo capitolo Susan George spiega che si tratta di una fiction, ma che il ragionamento è
20

stato fatto e rivela una logica precisa. Di fronte all’evoluzione demografica mondiale, la Banca mondiale stima che bisogna trasformare i metodi dell’agricoltura, per poter nutrire la popolazione del futuro. A questo scopo, per molto tempo essa ha favorito la sostituzione dell’agricoltura contadina con uno sfruttamento produttivistico di tipo capitalistico. È il modello degli Stati Uniti, e quello che si è imposto nel corso degli ultimi vent’anni in certe regioni d’America Latina, soprattutto per l’eucalipto (per la carta e il carbone di legna) o la soia (per l’olio o come presunto sostituto dell’energia fossile). Come avremo occasione di dimostrare più avanti, a proposito della palma da olio (palma africana), si tratta di una formula che distrugge in profondo il terreno e rovina la qualità dell’acqua, esigendo per di più la distruzione della foresta originaria, e si rivela infine socialmente disastrosa. Infatti, le popolazioni locali eccedenti vengono sradicate dalla loro terra e a volte anche massacrate (vedi il caso della Colombia) per concentrarsi nei quartieri insalubri delle grandi città o accentuare la pressione migratoria internazionale. È opportuno ricordare ancora una volta che la logica economica del capitalismo, che presiede all’estrazione e all’utilizzo delle fonti energetiche, non introduce nei propri calcoli le cosiddette “esternalità”. Un caso serve a illustrare questo aspetto. Nel 1996, un rapporto della Banca mondiale consigliava allo Sri Lanka di abbandonare la coltura del riso a favore di colture industriali d’esportazione. Il problema: il costo della produzione di riso era più elevato che in Thailandia e in Vietnam. La logica del mercato esigeva dunque di dare priorità all’importazione. Per attuare il progetto, la Banca mondiale chiedeva al governo dello Sri Lanka di abolire gli enti governativi che regolavano il mercato del riso, di fissare un’imposta sull’acqua per l’irrigazione, così da rendere la produzione del riso non conveniente, e infine di accordare il diritto di proprietà a tutti i piccoli contadini del paese. Le terre risicole erano ancora comuni, come nell’antico modo di produzione asiatico e appartenevano alle collettività locali. La loro trasformazione in merce avrebbe permesso ai contadini di venderle a prezzo basso alle imprese locali e internazionali capaci di procedere a un nuovo tipo di produzione, destinata principalmente all’esportazione, per esempio le colture per l’agrodiesel o l’etanolo, a
21

partire dalla canna da zucchero. Dopo qualche esitazione, il governo dello Sri Lanka produsse un documento intitolato “Regaining Sri Lanka”, affermando che l’idea non era cattiva e avrebbe permesso al paese di disporre di manodopera a buon mercato per attirare capitali esteri. Ma dato che questa politica era stata seguita già da circa quarant’anni, sotto la forma di zone franche, gli sforzi dei lavoratori erano riusciti a fare alzare un poco la scala dei salari, a organizzare una buona sicurezza sociale e instaurare un regime pensionistico. In breve, il lavoro nello Sri Lanka era diventato più caro e alcuni investitori già lasciavano il paese per andare in Cina o in Vietnam, dove i salari erano meno alti. Conclusione del governo: bisogna abbassare il prezzo del lavoro e dunque diminuire il salario reale, smantellare in parte la sicurezza sociale e ridurre il tasso delle pensioni. È il risultato della logica di partenza. Infatti questo ragionamento economico non tiene alcun conto di fattori che non entrano nel calcolo del mercato, come la sovranità alimentare (lo Sri Lanka è un’isola), il benessere di milioni di piccoli contadini produttori di riso, il livello di vita dei lavoratori dell’industria, la qualità dell’alimentazione (il tipo di riso è diverso nei diversi paesi), il costo energetico del trasporto, senza parlare di storia, cultura, paesaggio. Nessuna possibilità quindi di introdurre le esternalità nel calcolo economico, la logica del mercato capitalistico è implacabile ed è la sola ad esser presa in considerazione nell’organizzazione neoliberista dell’economia mondiale. La situazione è identica nel settore dell’energia, dove le condizione naturali e sociali dello sfruttamento hanno cominciato a entrare nei calcoli economici solo il giorno in cui la scarsità è diventata un fenomeno reale, quando gli Stati del petrolio hanno fatto lievitare i prezzi e i lavoratori di diversi settori energetici si sono coalizzati per ottenere condizioni di salario e di lavoro più umane. L’ignoranza dei fattori nazionali e sociali, come nel caso dello sfruttamento del carbone, del petrolio o del gas, rischia di ripetersi per l’agroenergia, se non si farà squillare in tempo il campanello d’allarme.

22

Gli effetti sociali ed ecologici del modello capitalistico di sviluppo La presa di coscienza generalizzata che il modello di produzione e di consumo spinto al suo estremo dalla logica neoliberista superava i limiti della tollerabilità, è stata progressiva. Negli anni cinquanta il Club di Roma cominciò a parlare di crescita zero. Nell’euforia economica di allora, ciò pareva incongruo, in contraddizione con tutti i paradigmi, soprattutto quello del progresso lineare e della possibilità per la scienza e le tecnologie di risolvere l’insieme delle contraddizioni economiche e sociali, man mano che si presentavano. D’altra parte, mentre alcuni strati sociali accedevano per la prima volta a un certo livello di consumi, quell’affermazione risultava politicamente inaccettabile. La crescita zero appariva un ritorno al passato, un diniego del diritto allo sviluppo, in breve un’autentica regressione. Senza dubbio gli autori del documento non aveva insistito abbastanza sul fatto che la crescita zero non significava decrescita della qualità di vita. Infatti la loro posizione si riassumeva nel dire che se ne poteva assicurare lo stesso livello con un utilizzo meno selvaggio delle risorse naturali e in particolare dell’energia. Lo sviluppo dei movimenti ecologisti e il loro emergere sul piano politico furono ulteriori fattori importanti di questa presa di coscienza. Essi attiravano l’attenzione su fattori immediatamente visibili, come la scomparsa di alcune specie animali, i guasti provocati alle foreste, la distruzione dei terreni, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, l’utilizzo irrazionale dell’energia, in particolare per i mezzi di trasporto. Le loro numerose campagne hanno allertato l’opinione pubblica, al punto di forzare tutti i partiti politici a iscrivere il problema nella loro agenda. Una data importante fu la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo durevole, che si svolse a Stoccolma nel 1987 e adottò questo nuovo concetto, divenuto poi componente del discorso dell’ONU e infine internazionale. La definizione introdusse la nozione dell’avvenire delle generazioni future. Uno sviluppo durevole è quello che non mette in pericolo il futuro e dunque permette, pur utilizzando le risorse naturali e in particolare l’energia, di conservare il patrimo23

nio universale per l’ulteriore utilizzo. La grande debolezza della posizione adottata fu peraltro di non mettere in relazione il fenomeno con il modello di sviluppo economico. Il documento della Commissione Brundtland, dal nome del suo presidente, ex primo ministro norvegese, indicava che era indispensabile prendere delle misure precauzionali, ma all’interno di un modello di sviluppo economico che non veniva rimesso in discussione e la cui logica favoriva infine il contrario. Cominciarono a emergere alcune posizioni più globali che andavano più a fondo del problema, in una letteratura critica ma anche all’inizio di alcuni movimenti sociali come il coordinamento dei movimenti contadini, la Via Campesina. Il mondo contadino, prima vittima del modello capitalistico sul piano della produzione agricola, era logicamente il più in grado di allertare l’opinione pubblica. Avremo l’occasione di esaminare più da vicino l’analisi proposta dal movimento contadino dei Sem Terra del Brasile sullo sviluppo dell’agroenergia. Dato che la logica del capitalismo si trova all’origine della devastazione della natura e dell’utilizzo irrazionale delle fonti energetiche, si sarebbe potuto credere che i paesi socialisti, sia europei che delle periferie, si sarebbero posti come avanguardie della lotta ecologica. Non è stato affatto così. Già alla metà del XIX secolo Karl Marx, al quale essi si ispiravano, aveva affermato che il capitalismo distruggeva le due fonti della propria ricchezza, la natura e il lavoro. Di fatto, i disastri ecologici verificatisi in vari paesi socialisti e in particolare in URSS provenivano da due fonti principali. La prima fu il fatto di porsi nella linea scientista della modernità, adottando la fede in un progresso lineare, che significava il dominio e lo sfruttamento della natura. La seconda era di ordine pratico, il desiderio di raggiungere il capitalismo per accrescere la capacità di consumo delle popolazioni locali e insieme le necessità di armamento imposte dalla guerra fredda. Un calcolo di questo genere implicava inevitabilmente un rapporto con la natura di tipo predatorio. Ciò spiega le scarse precauzioni nello sfruttamento delle miniere, la deviazione dei fiumi, l’utilizzo imprudente dell’energia atomica. Il modello era ammesso tanto più facilmente in quanto non era legato all’accumulazione del capita24

le in mani private e si supponeva che dovesse servire al bene comune. A ciò si sommarono le derive autoritarie di un sistema politico sempre meno democratico e di una pianificazione economica assai poco sensibile a ciò che poteva ritardare il progresso economico immediato e la sua ulteriore ripartizione in funzione dei bisogni sociali. Una delle conseguenze fu il consumo intensivo dell’energia fossile. Con l’inizio del XXI secolo si è assistito a un’autentica esplosione di una nuova coscienza nell’opinione pubblica mondiale. Infatti le crisi successive del mercato hanno finito per allertare i cittadini sulla mancanza di pertinenza del modello neoliberista nel rapporto con la natura e in particolare nel suo utilizzo delle risorse energetiche, perfino al di là delle conseguenze sociali. Ciò si è manifestato in due modi. All’inizio con proteste contro i centri di decisione economica mondiale, come la Banca Mondiale, il FMI, il G8, il WTO, la Commissione Europea. L’avvenimento più notevole furono le manifestazioni a Seattle, alla fine del 1999, al momento della prima riunione del WTO, appena sorta sulle ceneri del GATT. Si ritrovarono insieme tutta una serie di movimenti e organizzazioni che non avevano mai fatto manifestazioni in comune: sindacati operai del Nord America, movimenti contadini d’America Latina, movimenti dei popoli indigeni, movimenti di donne, movimenti ecologici, organizzazioni non governative di sviluppo ecc., ciò che Michael Hardt e Toni Negri chiamano poco opportunamente “la moltitudine”. Tutti si erano incontrati per protestare contro le decisioni di un nemico comune, di cui i diversi gruppi erano vittime. Per la prima volta si rimetteva in discussione un intero sistema e non soltanto delle decisioni particolari di un qualsivoglia organismo. Nello stesso tempo si era sviluppata una convergenza dell’insieme di questi movimenti e organizzazioni, grazie a varie iniziative: Peoples Power Twenty One (PP21) in Asia, la riunione intergalattica degli zapatisti in Chiapas, nel 1996, l’altra Davos nel gennaio del 1999 che riunì prima a Zurigo e poi a Davos, durante la conferenza annuale del Forum economico mondiale, cinque grandi movimenti sociali di diversi settori: il movimento dei contadini Sem Terra del Brasile, i sindacati operai della Corea del Sud, le cooperative agricole del Burkina Faso, il movimento delle donne del Quebec, il movimento dei disoc25

cupati francesi e un certo numero di intellettuali, fra cui Susan George, Riccardo Petrella, Samir Amin, François Chesnais e altri. 2 Questo segnò l’inizio di un importante fenomeno sociale, quello dei Forum sociali mondiali, continentali, nazionali, tematici. Una nuova coscienza sociale si sviluppò a livello mondiale e questa nuova dinamica creò o rafforzò nuove reti di attori. I problemi dell’ecologia e quelli dell’uso delle risorse energetiche erano già ben presenti, pur essendo solo l’alba di un nuovo processo. Si susseguirono poi una serie di avvenimenti di tipo politico: la Conferenza delle Nazioni Unite a Kyoto nel 2002, seguita da quella di Nairobi nel 2007, le Conferenze degli esperti del clima (GIEC) a Parigi e Bruxelles ancora nel 2007, il Vertice europeo dello stesso anno e ancora la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Bali, nel dicembre 2007 per dar seguito a quella di Kyoto, la riunione di esperti a Poznan nel 2008 ecc. Il ritmo degli avvenimenti si è accelerato, al punto da diventare uno degli elementi chiave dei negoziati internazionali. L’idea strampalata di un “diritto a inquinare”, in perfetta coerenza con la logica del mercato, è sorta nel corso di questa evoluzione della coscienza politica. Si trattava, per i paesi che emettono la maggior parte dei gas-serra (GES), di mettersi d’accordo con i paesi rimasti “puliti” perché non ancora entrati nel modello di sfruttamento che distrugge l’ambiente, per poter disporre, dietro compensi finanziari, della loro quota di inquinamento. La logica di questo sistema era perniciosa, perché permetteva di non rimettere in discussione il sistema, introducendo solo qualche palliativo agli effetti più negativi. Era previsto certo di ridurre progressivamente le aggressioni più gravi all’equilibrio ecologico, ma senza attentare al modo di sfruttamento delle risorse naturali implicito nella logica del sistema. Ed eccoci ripiombare di nuovo nella questione delle energie e dei loro effetti ecologici. Ci si permetta anzitutto fare di nuovo allusione al film di Al Gore “Una scomoda verità”. Sintesi eccellente, come dicevamo, dello stato delle conoscenze sulla distruzione ecologica del pianeta, il film illustra in maniera contundente il modo in cui l’universo naturale si degrada per effetto dell’attività umana. Arrivò più che mai opportuno negli Stati Uniti, nel momento in cui l’amministrazione del presi26

dente Bush cercava di minimizzare la gravità della situazione e alcuni funzionari non avevano esitato a modificare le conclusioni degli scienziati per appoggiare le posizioni del potere politico. Si trattava infatti di mantenere a tutti i costi lo stile di vita americano e di non toccare gli interessi degli Stati Uniti su scala mondiale. La buona coscienza del popolo americano veniva così confortata nel suo ruolo di parametro dello sviluppo economico e della gestione democratica dell’universo. Il film di Al Gore manifestava invece un certo coraggio, perché entrava direttamente in contraddizione con l’ethos americano. Esso dimostrava che all’origine delle distruzioni ecologiche si trovavano le pratiche dell’uomo e che se tutta l’umanità dovesse un giorno accedere al livello di consumo dei cittadini statunitensi (e dunque dei guasti provocati alla natura) dal pianeta sarebbero scomparse le specie animali e vegetali e infine la vita tutta intera. Non è d’altra parte impossibile pensare che gli sforzi importanti consentiti alla ricerca spaziale negli Stati Uniti non siano legati, fra l’altro, all’idea che un giorno sia necessario conquistare nuovi spazi e colonizzare nuovi astri per assicurare la continuità dell’esistenza dell’umanità e anzitutto del popolo americano. Allo scopo di prolungare il suo lavoro pedagogico, Al Gore ha donato l’importo del suo premio Nobel (1.100.000 euro) all’Alleanza per la protezione del clima, organismo bipartitico degli Stati Uniti, che ha come oggetto la presa di coscienza mondiale sulla materia. Il problema del film di Al Gore, un personaggio che Corinne Lesnes su “Le Monde” (14-15.10.07) ha definito “un rivoluzionario molto perbene”, è che esso conduce a conclusioni particolarmente deludenti. La soluzione al problema ecologico, incluso l’esaurimento di fonti d’energia non rinnovabili, sarebbe delegata agli individui. Evidentemente non si tratta di una cosa sbagliata, ed è auspicabile che il messaggio sia ascoltato. Ma a forza di fare appello alla coscienza individuale, l’autore ignora o finge di ignorare le cause strutturali del fenomeno. Infatti lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare nel settore energetico, ha contribuito a una crescita tanto spettacolare senza prendere in considerazione le esternalità sociali ed ecologiche, appunto perché ha partecipato in maniera decisiva all’accu27

mulazione del capitale. Senza quello sfruttamento, i profitti non sarebbero aumentati in maniera tanto esplosiva, le fortune non si sarebbero costituite, gli azionisti non avrebbero potuto fondare il proprio potere, una minoranza non avrebbe potuto attribuirsi il grosso dei benefici dello sviluppo. Si attende perciò un altro film che dimostri come si verifica lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali ed energetiche, e che riveli i nomi degli attori collettivi di questo tipo di pratiche. Dovrebbe mettere in luce i modi di agire delle grandi imprese multinazionali del petrolio, delle miniere, dell’agrobusiness. Dovrebbe sottolineare la complicità degli Stati, al servizio delle imprese multinazionali o in quanto intermediari fra gli interessi stranieri e lo sfruttamento del proprio paese. Si giungerebbe allora a conclusioni ben diverse. Verrebbe rimesso in discussione tutto un sistema e non soltanto i comportamenti individuali. Per capire il ritardo delle misure di salvaguardia, bisogna anche ricordare le pratiche corporative. Perché le lobbies del petrolio hanno frenato così a lungo la ricerca o la produzione di energie non inquinanti? Perché la loro pubblicità oggi mette l’accento sul carattere suppostamente “verde” delle loro attività? Perché il silenzio sui costi ecologici e sociali della produzione di certe energie, anche dette “bio”? La risposta è abbastanza chiara. Si tratta infatti di mantenere delle fonti di profitto e di non impegnarsi in avventure che potrebbero costare caro, il che significa privilegiare gli interessi privati sul bene collettivo. Tutto ciò permette al capitale privato, come vedremo, di mantenere il ruolo di motore dell’economia. Ecco perché sarebbe necessario un nuovo film “Una scomoda verità n. 2”. La semplice nazionalizzazione delle risorse energetiche non sarebbe sufficiente per trovare la soluzione. L’abbiamo visto a proposito delle società socialiste e il caso della Cina contemporanea è molto eloquente. Bisogna combinare due fattori di cui riparleremo nella conclusione: da una parte un’altra filosofia del rapporto con la natura, e dall’altra un controllo democratico del bene comune dell’umanità e quindi del suo risvolto energetico. Non si può capire la situazione di emergenza delle agroenergie se non la si situa in questo quadro generale. Sono energie conosciute
28

da molto tempo e in un paese come il Brasile già dal 2006 più di 300.000 auto usavano “energia verde”. L’Europa sembra scoprire adesso il fenomeno e avanza proposte nello stesso senso. Ovunque si levano voci per celebrare la nascita di un salvatore: l’agroenergia che permetterà di sostituire l’energia fossile. Si smetterà – si dice – di rovesciare CO2 nell’atmosfera e si ristabilirà l’equilibrio del clima. Indubbiamente il settore energetico non è il solo in causa nella situazione precaria del clima, ma esso svolge un ruolo chiave e dunque un miglioramento in questo settore significherebbe un passo avanti, con la speranza di una soluzione definitiva. È il discorso che oggi si impone e sembra accolto all’unanimità nel mondo politico. Ecco la ragione per cui bisogna riflettere sull’agroenergia. Si tratta veramente di una soluzione? E in questo caso, a quali condizioni? Trattandosi di una materia essenziale per la riproduzione della vita sulla terra e dunque per la sopravvivenza dell’umanità, vale la pena abbordare la questione in tutte le sue dimensioni.
Note 1. Si parla spesso di bioenergia, ma il termine è ambiguo e potrebbe provocare confusione, dato che tutto ciò che è “bio” suona indiscutibilmente positivo. Di fatto il termine nella sua accezione tecnica è il contrario di energia fossile, materia morta, mentre quella fonte di energia proviene da materia vegetale vivente. François Houtart e François Polet, L’autre Davos, Parigi, L’Harmattan, 1999. (Tr. it., L’altra Davos, Emi-Punto Rosso, 2000)

2.

29

CAPITOLO 2 LE CRISI ENERGETICHE E CLIMATICHE La problematica dell’utilizzo delle energie naturali presenta un doppio aspetto. Prima di tutto si tratta di trovare risposta alla preoccupazione di utilizzare risorse rinnovabili. Di queste, alcune esistono da sempre, come l’acqua, il vento, il sole e quelle che si ricostruiscono attraverso il ciclo delle stagioni, sia nell’emisfero nord che sud e a tutte le latitudini. In quest’ultimo caso si tratta di produrre energia a partire dall’agricoltura: il grano o il mais, la soia o la canna da zucchero, o ancora, le biomasse di numerose piante, tra cui la palma oleaginosa (detta palma africana). In effetti, le energie fossili non sono rinnovabili, anche se alcune tra di esse hanno una speranza di vita ancora abbastanza lunga. È per esempio il caso del carbone, a differenza del petrolio, del gas o dell’uranio. Una seconda preoccupazione è la salvaguardia dell’ambiente e del clima. L’utilizzo di energie fossili è sorgente di una emanazione enorme di CO2 e di particelle sottili nell’atmosfera, che mettono in pericolo non solo l’aria che si respira, ma anche lo strato di ozono e l’alternanza delle stagioni. Da qui il desiderio di trovare delle alternative che permettano sia di non bloccare la costruzione del benessere dell’insieme dell’umanità, sia di non distruggere l’universo. Il mondo attualmente sta subendo una doppia crisi che si aggiunge al crollo sistemico del capitalismo contemporaneo e del resto non estranea a quest’ultimo: la crisi energetica, iniziata con lo shock petrolifero e la crisi climatica, percettibile a partire dagli inizi degli anni settanta, ma la cui coscienza si è generalizzata solo all’alba del XXI secolo. La crisi energetica e le energie non rinnovabili La crisi energetica discende dalla prevedibile fine di un ciclo, quello del petrolio, del gas e del carbone che, oltre a tutto, ha prodotto un considerevole aumento dell’effetto serra, principale causa del dete30

rioramento del clima. Ora, la sicurezza energetica è una delle preoccupazioni maggiori dei principali poli economici del pianeta, sicurezza che non esisterebbe più in caso di rottura o di esaurimento del ciclo del petrolio. Essa condiziona quindi la possibilità di crescita, indispensabile all’economia di mercato del sistema capitalistico e al suo modello di sviluppo. Dato che in questa logica, si valuta che il consumo generale nel mondo tra il 2002 e il 2030 aumenti del 60% (Jean-Michel Bezat, 2006), bisogna a tutti i costi cercare dei sostituti alle energie fossili. In particolare, la domanda di elettricità che era di 14.767,75 kw nel 2000, passerà a 26.018.000 kw nel 2025 (J-M Bezat, ibidem), cosa che richiederà un considerevole sforzo di produzione. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia (AIE) delle Nazioni Unite, per soddisfare l’aumento della domanda bisognerà prevedere 22 trilioni di dollari d’investimento da qui al 2030 nelle infrastrutture energetiche. Si vede bene che la posta in gioco è considerevole. Le energie non rinnovabili riguardano il petrolio, il gas, il carbone e l’uranio. Li passeremo in rassegna uno dopo l’altro. I primi tre sono di origine fossile e forniscono l’80% del consumo mondiale L’Agenzia internazionale dell’Energia (AIE) stima che nel 2030 la proporzione resterà simile, anche se il carbone avrà recuperato maggiore importanza. Queste tre sorgenti hanno acquisito una posizione centrale perché il loro rendimento energetico è elevato. Occorre ricordare, per esempio, che il primo combustibile del motore diesel è stato l’olio vegetale e che questo fu rapidamente sostituito dal petrolio, più efficace. Nel 2006 il petrolio forniva il 35% dell’energia mondiale, il carbone il 23% e il gas il 21%. Ora, nella stessa epoca, la loro longevità era rispettivamente stimata a 40 anni per il petrolio, 60 per il gas e 200 per il carbone. Non è facile trovare dei sostituti, comunque non a medio termine. Prendiamo un solo esempio, l’agroenergia. Si ritiene che questo settore nel 2012 rappresenterà solo il 2% del consumo, che si potrebbe innalzare al 7% nel 2030, con l’utilizzo di tutte le superfici agricole dell’Australia, della Nuova Zelanda, della Corea del Sud e del Giappone. Anche se tutte le superfici coltivabili della terra venissero dedicate alla produzione di energia, produrrebbero solo
31

1.400 milioni equivalenti di tonnellate di petrolio. I bisogni attuali sono di 3.500 milioni e aumentano in continuazione. È chiaro quindi che c’è crisi e tutto il problema consiste nel chiedersi come si potrà scongiurarla. Nuove sorgenti energetiche, in particolare le rinnovabili, risparmi nei diversi settori di consumo, un altro modello di sviluppo? Ora, questo non è che uno dei corni del problema, quello del clima, infatti, gli è indissolubilmente legato. Passiamo dunque ad esaminare le fonti non rinnovabili, quelle di origine fossile, petrolio, gas, carbone, e quelle di origine minerale, l’uranio. Il petrolio “Sono 40 anni che si annuncia la fine dell’era del petrolio....entro 40 anni”, diceva un comico. Non aveva torto, perché la scoperta di nuovi giacimenti e l’utilizzo di tecnologie sempre più d’avanguardia, hanno permesso di rinviare le scadenze. Ma nulla impedirà la fine, anche se questa si prolungherà qualche anno in più. Che il “picco” (momento in cui l’estrazione petrolifera incomincerà a diminuire) sia previsto per il 2010 o il 2020 o abbia già avuto luogo, come dicono alcuni, ha poca importanza. Nel 2004 l’AIE segnalava che su 48 paesi produttori, 33 erano in declino, tra cui Norvegia (-7%), Gran Bretagna (-10%), Messico, Oman, ecc. Gli Stati Uniti, che nel 1950 erano autosufficienti, hanno raggiunto il loro picco nel 1970 e nel 2007 hanno dovuto importare il 75% del loro consumo. Utilizzano un quarto del petrolio mondiale, ma possiedono solo il 3% delle riserve conosciute. Solo per compensare l’insieme di queste riduzioni, i paesi dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi produttori di Petrolio), che possiedono le riserve più abbondanti, dovrebbero aumentare la loro produzione di 3 milioni di barili al giorno. Intanto la domanda non fa che crescere. Il suo aumento è stato di 83 milioni di barili nel 2005 e potrebbe raggiungere i 115 milioni nel 20151. In proporzione, tuttavia, il petrolio è sceso nella massa energetica dal 50% del 1973 al 36% nel 20062. Il petrolio è importante soprattutto per il trasporto e il riscaldamento. Pesa per il 7% nella produzione dell’elettricità mondiale. È pur vero che l’aumento spettacolare del suo prezzo incita al risparmio. Le principali riserve sono le seguenti: Arabia Saudita, 264,3 miliardi
32

di barili, Iran, 137,5 miliardi, Irak, 115 miliardi, Kuweit, 101,5 miliardi. La Russia è sotto i 100 miliardi di barili. Anche se alcuni ritengono che queste previsioni siano troppo ottimistiche, offrono una base sufficiente in ordine di grandezza. In ogni caso, permettono di capire senza bisogno di altre spiegazioni, la geostrategia degli Stati Uniti nel Medio Oriente. L’Irak possiede un petrolio a basso tenore di zolfo e il suo costo di estrazione non supera due dollari al barile. Nel 2007, su una produzione di 2 milioni di barili al giorno, 1,6 milioni venivano esportati. Si tratta quindi, come diceva Mahomed-Ali Zainy, del Centre for Global Energy Studies di Londra, “di un eldorado petrolifero di cui le majors (le cinque più grandi compagnie petrolifere) vogliono la loro parte”.3 Grazie alla guerra, Chevron ha preso il sopravvento, sostituendo Total precedentemente attiva nel paese (ELF all’epoca). Ma tra i due giganti, che combinavano esperienza sul terreno da una parte e vantaggio strategico dall’altra, ha finito per stringersi un’alleanza, “matrimonio ideale” secondo Rula Hissani dell’Energy Intelligence Group.4 Dal punto di vista economico, anche se sono compagnie nazionali quelle che controllano oggi la maggior parte dei giacimenti, la gestione economica internazionale del settore è sempre dominata dalle “majors”: cioè le cinque principali compagnie petrolifere mondiali: Exxon, Shell, Chevron. Bp e Total. Nel 2006 Exxon aveva un giro d’affari di 450 miliardi di dollari, più del Pil di 180 dei 195 paesi membri delle Nazioni Unite. Ciononostante, secondo il prof. Patrick Brocoren dell’Università di Mons, la produzione controllata da queste compagnie sarebbe crollata del 5% tra il 2001 e il 2006.5 Lo spettacolare aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2007, che ha portato il barile a più di 100 dollari, non ha mutato, evidentemente, il prevedibile declino di questa fonte di energia. Esso ne fu anche parzialmente una delle conseguenze, sollecitando sia a spingere più in là le frontiere delle zone di sfruttamento (territori indigeni, riserve naturali) sia a rafforzare la competizione tra vecchi consumatori industriali e paesi emergenti. L’aumento del prezzo del petrolio a causa della sua scarsità, colpisce già i più poveri che non sono in grado di sostenerne le ripercussioni sui costi dei trasporti, dei prodotti alimentari, del riscaldamento, mentre i più ricchi non storcono
33

il naso nel dover pagare di più per mantenere il loro stile di vita. Rafforzare il potere d’acquisto di quel 20% che costituisce la fascia superiore della popolazione, rientra quindi nella logica della riproduzione del sistema. All’inizio del 2008 Exxon ha annunciato per l’esercizio del 2007 l’utile record di tutta la sua storia. Aggiungiamo che l’utilizzo di idrocarburi pesanti, sabbie asfaltiche e scisti bituminose, abbondanti negli Stati Uniti e nel Canada, non sembra affatto fornire risposte soddisfacenti a causa del costo proibitivo del loro sfruttamento, anche se lo spettacolare aumento del prezzo del petrolio suscita nuovi entusiasmi. Nella provincia canadese di Alberta, che si valuta detenere l’equivalente di 176 miliardi di barili, circa 300.000 ettari di foreste, potrebbero essere distrutti, mettendo in pericolo circa 160 milioni di uccelli migratori, secondo Jeff Wells, del Laboratorio di Ornitologia dell’Università Cornell degli Stati Uniti. Il gas L’utilizzo del gas naturale è meno costoso in emissioni di gas serra del petrolio, in una misura stimata intorno a un terzo. È praticamente inoffensivo in diossido di zolfo (SO2), ma, come per il petrolio, le riserve sono limitate. Se oggi il gas rientra per il 21% nel consumo di energia e per il 20% nella produzione di elettricità, la sua speranza di vita è calcolata in circa 60 anni a partire dal 2005. Un altro calcolo, sulla base dei consumi energetici mondiali, arriva alla conclusione che il gas, se dovesse rispondere da solo alla domanda, permetterebbe di coprire 18 anni dei bisogni planetari. Questi sono gli ordini di grandezza. Ciò che è ben reale è il declino di determinati giacimenti. Il gas della Gran Bretagna e quello degli Stati Uniti hanno anticipato rispettivamente di 10 e 28 anni le previsioni di declino. Nel novembre del 2007, nel corso della sesta Conferenza sul Gas naturale tenutasi a Doha, il rappresentante del Qatar, principale paese produttore di gas liquido, ha parlato in favore di una formula meno volatile e più in grado di rispondere a una domanda in costante aumento. Ha proposto che il prezzo del gas venga slegato da quello del petrolio. D’altra parte, sono in corso investimenti per recuperare il metano dalle miniere di carbone. La Lorena potrebbe fornire 30 miliardi di
34

mc e in Vallonia si valutano le riserve a due gigametri, cosa che in 25 anni significherebbe l’equivalente della produzione di 10.000 mulini a vento.6 A Lons-Le-Saunier, nel Giura francese, la compagnia European GarLd., filiale dell’australiana Kimberley Oils, propone di utilizzare il metano. In ogni caso ciò non fa che ritardare le scadenze. Il carbone Il carbone è in posizione migliore rispetto allo stato delle riserve (circa 200 anni sulla base del consumo attuale), ma purtroppo non esiste “carbone pulito”. Si stima che il suo utilizzo provochi l’emissione in atmosfera di 9000 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Nel 2004 era presente per il 39% nella produzione dell’elettricità mondiale (in Cina 67%). Quando si pensa che la domanda di quest’ultima dovrebbe aumentare del 60% da qui al 2030, è grande la tentazione di ricorrere al carbone per rispondere al fabbisogno. È proprio quello che i paesi emergenti stanno facendo. La Cina e l’India dovrebbero costruire, da qui al 2012, 800 nuove centrali al carbone, con cui si assorbirebbero cinque volte le riduzioni previste per tutto il pianeta dal protocollo di Kyoto, secondo Fareed Zakaria.7 La Cina, in particolare, sembra possieda 118 miliardi di tonnellate di riserva, cioè il 13% dell’insieme dell’universo, e un mezzo secolo per il paese, all’utilizzo attuale. A ciò aggiungiamo questo dato terrificante: nel 2006 le miniere di carbone in Cina sono costate la vita a 6.000 lavoratori! Ma di fronte all’aumento rapido del prezzo del petrolio, non sono solo i paesi emergenti a pensare al carbone. Gli Stati Uniti prevedono la costruzione di 80 nuove centrali entro il 2012. Ora, la consistenza dell’inquinamento provocato dalla produzione termica di elettricità dal carbone, è stata dimostrata da una esperienza inattesa. Il 15 agosto 2003, il nord est degli Stati Uniti e il sud est del Canada furono oggetto di una interruzione di corrente che durò 29 ore. Il risultato fu una diminuzione del 90% della presenza di diossido di zolfo nell’atmosfera, della metà dell’ozono troposferico, del 70% delle particelle che si fissano sulle nuvole e, di contro, un aumento di 40 km della visibilità. Meno elettricità aveva significato
35

meno combustione di carbone. Una soluzione proposta per rimediare agli inconvenienti è sotterrare nel suolo o negli oceani il gas carbonico. Si tratta di captare il diossido di carbonio emesso dalle centrali elettriche che funzionano con combustibili fossili (soprattutto il carbone, ma anche il petrolio e il gas) e di iniettarlo nel suolo, processo che si chiama CSC (cattura e stoccaggio del carbone). L’impresa Veolia in Francia propone di iniettare, a partire dal 2012, 200.000 tonnellate di CO2 nell’acquifero di Clève-Souilly nella Senna e Marna, a 1500 metri di profondità e Total annuncia che a partire dal 2009 stoccherà 75.000 tonnellate di CO2 a Lacq, nei PireneiAtlantici. L’impresa svedese Vattenfall ha intenzione di fare lo stesso a Aolborg in Danimarca nel 2013. L’Unione Europea ritiene che si potrebbero ridurre del 20% le emissioni di gas con questo metodo, ma questo significherebbe un costo supplementare di circa 6 miliardi di euro, solo per la costruzione di 12 impianti “dimostrativi” da qui al 2015. I partigiani di questa soluzione fanno notare che questo darebbe risultati molto più immediati della fusione nucleare, per la quale sono stati impegnati 10 miliardi di euro.8 Quanto all’affondamento nel mare, il rischio è di contribuire al riscaldamento degli oceani, con le numerose conseguenze di cui parleremo più avanti. È vero che le tecniche di rigassificazione e di liquefazione del gas possono migliorare le prestazioni, combinando questi processi con il sotterramento della CO2. La Cina potrebbe stoccarne 1 miliardo di tonnellate. L’Arabia Saudita ha appena costituito un fondo di tre miliardi di dollari per ricerche in questo campo. L’utilizzo del carbone nelle centrali elettriche con queste precauzioni, potrebbe ridurre dal 15 al 20% l’emissione di gas serra, ma c’è un altro inconveniente: queste tecnologie sono idrovore e per quanto riguarda la Cina non è una buona notizia poiché questo paese si trova in stress idrico permanente. L’impresa americana, Ashmore Energy, specializzata nella gassificazione del carbone, sostiene di poter migliorare le prestazioni fino a ridurre del 90% l’inquinamento. Questo è quello che è stato proposto al governo del Nicaragua. In ogni caso, di fronte alla scarsità di altre fonti energetiche, il carbone torna in primo piano. Nel dipartimento della Nièvre in Francia, si spera di estrarne 250 milioni di tonnellate.9 Ma il suo utilizzo mas36

siccio non permette di prevedere a medio termine un miglioramento degli effetti climatici, al contrario. L’uranio Il primo reattore ha visto la luce nel 1942 negli Stati Uniti, permettendo di trasformare il calore in elettricità. Il nucleare entra per circa il 16% nella produzione mondiale di energia e la Francia si distingue a questo riguardo, perché in questo paese nel 2006 si trattava già del 76% con 59 reattori. In Europa 164 reattori forniscono il 28% della corrente elettrica. Nel Regno Unito, il più vecchio parco nucleare europeo, le 14 centrali in attività forniscono il 20% dell’elettricità e nove di esse dovranno essere fermate entro il 2015. Sul piano dell’efficacia immediata, l’energia nucleare offre numerosi vantaggi. Per esempio, 25 kg di uranio producono un gigawatt di elettricità, cosa che richiederebbe in una centrale termica 2.700 tonnellate di carbone. Inoltre le 441 centrali nucleari nel mondo evitano l’emissione di 3.000 milioni di tonnellate di CO2.10 Di fronte a un petrolio sempre più caso, l’uscita dal nucleare richiesta dai movimenti ecologisti è sempre meno all’ordine del giorno. Non solo la Francia continua a vendere i suoi reattori nel mondo, ma la Gran Bretagna all’inizio del 2008 ha deciso di rivedere la sua politica e lo stesso la Finlandia. La Germania si sta interrogando sulle decisioni da prendere a questo proposito. Ma non dimentichiamo che l’uranio non è rinnovabile e che anche queste riserve si esauriscono. Se fosse preso da solo, l’insieme delle risorse risponderebbe per un anno e mezzo al bisogno mondiale di energia. È pur vero che le tecnologie evolvono. Nel 2005 la Francia ha lanciato il reattore ad acqua pressurizzata (EPR) di terza generazione e prepara una quarta generazione per la metà di questo secolo, cioè centrali a neutrone rapido con l’utilizzo dell’isotopo 238, le cui riserve si calcolerebbero in migliaia di anni. Questo è l’annuncio del Commissariato all’Energia Atomica (CEA). Nello stesso tempo la fusione (di due noccioli a carica positiva) potrebbe un giorno lasciar posto alla fissione (frattura in due dei noccioli di uranio). All’inizio del 2008 sono incominciati a Cadarache (Val d’Isère) i lavori dell’ITER (International Experimental Reactor) per il cui investimento di
37

10 miliardi di euro sono impegnate 34 nazioni. La fusione ha il vantaggio di non presentare pericoli di imballo (Three Mile Island e Chernobyl) e di produrre scorie a bassa radioattività e di breve durata. Gli esperti sono ottimisti ma una simile scommessa tecnologica non è salutata da tutti nello stesso modo. Alcuni, delusi dal fallimento di superphoenix, parlano di progetto faraonico con minime possibilità di successo. Uno dei problemi che frenano lo sviluppo della soluzione nucleare è quello delle scorie. Attualmente esistono tre formule: l’ulteriore trattamento del combustibile usato che lascia però “scorie ultime” non combuste; lo stoccaggio sotto terra o sotto gli oceani che pone problemi per le generazioni future perché devono passare migliaia di anni prima chela materia perda la sua radioattività e, infine, la messa in attesa, cosa che non può durare all’infinito. Nel mondo si moltiplicano le reazioni contro i pericoli dello stoccaggio. Negli Stati Uniti il governo federale ha deciso di sotterrare nel Nevada il combustibile usato dal centinaio di centrali nucleari che forniscono il 20% dell’elettricità del paese e le scorie prodotte dall’attività militare. Si tratta di scavare 65 km di gallerie a 300 metri sotto terra e a 300 metri sopra la falda d’acqua sotterranea e di depositare le scorie nucleari in 11.000 cilindri in lega di metallo, che possono essere ricoperti da una protezione supplementare di titanio. Il dipartimento dell’energia afferma che il processo di arrugginimento non incomincerà prima di 80.000 anni. Gli abitanti del Nevada temono che le infiltrazioni d’acqua attraverso le fessure delle rocce mettano in pericolo il progetto, tanto più che la città di Las Vegas, in piena espansione, non si trova lontana dal sito. Questo, che doveva essere aperto nel 1998, ha visto spostata la scadenza al 2020 e nel frattempo è già costato 11 miliardi di dollari. Nell’attesa le scorie vengono custodite in 121 siti provvisori, mentre i produttori ricorrono contro lo Stato federale per i ritardi accumulati, cosa che gli è già costata 300 milioni di dollari. Il problema si è trasformato in una sfida nella campagna elettorale del 2008: il candidato repubblicano difendeva il progetto e i due democratici chiedevano il suo arresto.11 I sostenitori di questa forma di energia la mettono in paragone con
38

le conseguenze ecologiche della produzione di elettricità attraverso il carbone. Con 25 kg di uranio si produce un gigawatt di elettricità, che esigerebbe invece 2,7 milioni di tonnellate di carbone e produrrebbe 8 milioni di tonnellate di CO2. Ritorneremo su questo aspetto del problema. Alcuni, come Patrick Moore, presidente di Greespirit Strategies in Canada, stima che le 441 centrali atomiche in funzione nel mondo nel 2006, ci hanno evitato l’emissione di circa 3 miliardi di tonnellate di CO2. Ma prima di chiudere su questo soggetto, non si può tacere il rischio di incidenti nucleari, anche se in gran misura è padroneggiato, né dimenticare che anche in questo campo le condizioni sanitarie e sociali di produzione della materia prima sono spesso deprecabili se non criminali, in particolare in un paese come il Kazakistan o l’Africa. Gli effetti negativi del funzionamento delle centrali sulla salute (leucemie e altre forme di cancro) sono stati rilevati da parecchi studi in Germania, in Inghilterra e in Francia (Le Monde, 12.12.07). Allo stato attuale delle cose, si può solo constatare che la soluzione nucleare non dà risposte convincenti né ai bisogni a lungo termine né al problema ecologico. Bisogna dunque concludere che la crisi delle energie non rinnovabili è reale. Al ritmo attuale, il loro utilizzo esaurirebbe l’insieme delle risorse del mondo entro l’anno 2100. Da qui l’interesse per soluzioni durature e in particolare per l’agroenergia. La grande questione è di sapere in quale misura la sfida potrà essere raccolta. Ma prima di questa c’è un’altra dimensione che bisogna affrontare: l’incidenza dell’utilizzo dell’energia sul riscaldamento climatico. La crisi climatica e il riscaldamento del pianeta La crisi climatica è chiaramente il risultato dell’attività umana. Il Gruppo intergovernativo sull’evoluzione del clima (GIEC), incaricato di fondare le basi della scienza fisica del clima, nel 2007 ha stimato che questo fatto può essere provato al 90%. Per un certo periodo si è creduto che l’attività solare potesse essere all’origine di una parte importante del fenomeno. Ora, quella che viene chiamata “forzatura
39

solare“ si è rivelata due volte meno elevata di quanto si pensava nel 2001 e sarebbe dieci volte meno significativa dell’effetto serra di origine antropica.12 La parte svolta dai carburanti è ben lontana dall’essere trascurabile nella questione. A titolo di esempio: i circa 800 milioni di automobili censiti nel mondo all’inizio del millennio, consumano più del 50% dell’energia prodotta.13 Si ritiene che in Europa il 22% delle emissioni di CO2 sia dovuto alle autovetture. Il ruolo del gas serra Il riscaldamento della terra non è una novità. Le ricerche sugli strati glaciali hanno mostrato che sulla terra c’è stato un lungo periodo di riscaldamento climatico, durato circa 200.000 anni, circa 55 milioni di anni fa. Questo sarebbe stato provocato da una serie di forti eruzioni vulcaniche che hanno avuto l’effetto di aumentare il livello di CO2 nell’atmosfera.14 Secondo gli stessi autori, però, le emissioni naturali sarebbero rimaste stabili per un mezzo milione di anni. Durante questo periodo c’è stato un effetto di compensazione, perché le piante assorbivano l’enorme quantità di CO2 liberata dalla decomposizione delle materie organiche. L’aumento delle emissioni di gas serra è incominciato con la rivoluzione industriale e si è considerevolmente accentuato nella fase neoliberista del capitalismo, cioè a partire dagli anni settanta. In effetti, questo modello di sviluppo ha privilegiato, come abbiamo già indicato, una crescita economica esponenziale di una minoranza della popolazione mondiale, compresa la periferia del mondo industrializzato. L’accento posto più che mai sul valore di scambio, grazie alle politiche di liberalizzazione, ha amplificato la mobilità dei capitali, dei beni e dei servizi e l’utilizzo delle energie fossili. Le nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, hanno permesso di allontanare sempre di più produzione e consumo, ma nello stesso tempo hanno aumentato la necessità di trasporto e quindi l’inquinamento atmosferico. La mobilità individuale è stata privilegiata e incoraggiata. L’urbanizzazione si è accentuata in particolare a causa della rapida trasformazione dell’agricoltura contadina in capitalismo agrario. Questo orientamento costituisce del resto
40

oggi una delle nuove frontiere dell’accumulazione del capitale e privilegia la monocoltura, distruttrice della biodiversità e ingorda di prodotti chimici. Questo processo è amplificato anche dalla produzione degli agrocarburanti. Bisogna aggiungere, come corollario sociale, le migrazioni verso le città. Secondo la Conferenza internazionale sull’urbanizzazione, tenutasi a Madrid nel 2007, la concentrazione urbana dovrebbe interessare il 66% della popolazione mondiale da qui al 2050 ed è noto che le città sono responsabili del 70% delle emissioni di gas serra. D’altra parte, l’importanza del capitale finanziario gli permette di fissare le regole del gioco dell’economia mondiale, dando priorità ai rendimenti finanziari, non solo a scapito della logica del capitale produttivo, ma anche ignorando le realtà di ordine sociale ed ecologico, considerate più che mai delle marginalità. In breve, il tipo di consumo che discende dalla logica neoliberista, esige un accresciuto sfruttamento delle risorse naturali, in particolare nel campo dell’energia. Ne consegue un inquinamento molteplice e un deterioramento progressivo del clima. Il progresso economico si traduce nel disprezzo dell’ambiente. Si stima che un europeo produca in media 10 tonnellate di CO2 all’anno e un americano del nord 20 tonnellate.15 L’effetto serra (lasciando passare la luce del sole e trattenendo una parte del calore), non è negativo in sé, al contrario. Senza di esso la temperatura media della terra sarebbe di -18° C, invece che tra i 13 e i 15° C. Si tratta quindi prima di tutto di un fenomeno naturale attraverso il quale l’atmosfera trattiene una parte dell’energia solare e mantiene quindi una certa temperatura sul pianeta. Esso diventa negativo quando la concentrazione di certi gas aumenta al punto che la terra si riscalda più di quanto è necessario per la vita delle specie viventi, distruggendo così l’equilibrio termico. Sono implicati gas quali il diossido di carbonio (CO2) o gas carbonico, presente naturalmente in natura ed essenziale per la crescita delle piante, ma liberato in quantità eccessiva dall’attività umana; il metano (CH4), principale elemento del gas naturale prodotto dalla fermentazione dei rifiuti organici (in particolare nelle risaie sotto acqua, ma anche nei rifiuti domestici e nella decomposizione della cellulosa nello stomaco dei ruminanti); il diossido d’azoto, l’ossido nitrato,
41

frutto sia degli incendi delle foreste che della combustione di energie fossili e dell’utilizzo di concimi azotati; l’emiossido di azoto emesso dal concime e il diossido di zolfo (SO2). Bisogna aggiungere anche l’ozono negli strati bassi dell’atmosfera (troposfera), proveniente da attività umane che generano monossido e diossido di nitrogeno.16 Il principale agente distruttore è comunque il gas carbonico (CO2). Ogni anno se ne gettano 300 milioni di tonnellate nell’atmosfera. Rappresenta l’81% delle emissioni dei paesi industrializzati, contro il 10% del metano (CH4), il 6% dell’ossido nitrato (N20) e il 3% degli altri gas.17 Anche se le stime differiscono nei calcoli, le proporzioni restano simili. Ecco perché il CO2 attira particolarmente l’attenzione. In effetti, su 650.000 anni di storia del clima, svelati dalle bolle d’aria imprigionate nei ghiacciai dell’Antartico, solo la seconda metà del XX secolo supera del 130% il valore massimo di emissioni di carbonio osservate nel corso dei cinque ultimi cicli glaciali.18 Si ritiene che il solo contenuto di diossido di carbonio (CO2) dell’atmosfera terrestre, sia aumentato del 30% dal 1750 e quello del metano del 150%, a causa dell’utilizzo di combustibili fossili, quali il petrolio, il gas e il carbone e a causa della distruzione delle foreste tropicali e degli ecosistemi capaci di contenere simili effetti. Oggi, afferma Pierre Friedlingstein del Laboratorio delle Scienze del Clima e dell’Ambiente di Parigi, l’umanità emette otto volte più CO2 nell’atmosfera del miliardo di tonnellate che ne produceva nel 1900 e i tre quarti provengono dal consumo di energie fossili, mentre il resto è dovuto alla deforestazione.19 Nel 2005 il World Resource Institute stimava che le sorgenti di emissione di CO2 si dividessero nel seguente modo: 31% industria, 19% settore residenziale e terziario, 14% trasporti (di cui 10% su strada, 2% per mare e 2% per aria), 18% agricoltura e 18% deforestazione. Ora, è importante notare che il fenomeno aumenta. In Belgio le emissioni di CO2 si sono triplicate tra il 1961 e il 2003. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia delle Nazioni Unite (AIE) le emissioni di CO2 dovrebbero aumentare del 57% entro il 2030, se non si fa nulla per rimediare, e questo significherebbe un aumento di 3°C della temperatura. Nel corso del XX (1906-2005)
42

secolo è già aumentata dello 0,74%. Quanto alla forchetta del rialzo medio previsto per il XXI secolo, si situa tra 1,8 e 4°C (GIEC, 2007). Se l’utilizzo dei carburanti di origine fossile non costituisce l’unica fonte di inquinamento climatico, ne è certamente però un elemento molto importante. È difficile a volte tener conto di tutto nelle statistiche. In Belgio, per esempio, paese altamente industrializzato, si ritiene che le emissioni di gas serra siano dovute per il 40% all’industria, per il 22,8 % al riscaldamento delle case, per il 7,7% all’agricoltura e per circa il 30% ai trasporti. In Europa la cifra per questi ultimi è del 27%. Il PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) ritiene che nei paesi sviluppati la quota dell’automobile nelle emissioni del gas serra sia del 30% e che questa proporzione continui a crescere.20 Negli Stati Uniti, secondo Lester Brown, il riscaldamento delle case pesa per il 40% nell’emissione di gas serra. L’aumento di CO2 nell’atmosfera è spinto prima di tutto dall’aumento della mobilità individuale che sfocia oggi nella propria contraddizione: intasamento delle strade, rallentamento del traffico, perdita di ore di lavoro, spreco di carburante, deterioramento delle infrastrutture stradali, emissione di gas serra (in Francia il traffico stradale è aumentato del 43% in quindici anni dopo il 1990) e via di seguito, a causa della liberalizzazione di una economia globalizzata che delocalizza e decentra al punto di dover trasportare tutto. L’utilizzo di massa della vettura individuale si è associata a un nuovo orientamento delle economie industriali: il principio del just in time o del flusso in tensione, che libera gli stock per metterli sulle strade e la politica dell’assemblaggio di componenti che provengono da diverse località. Una volta di più le collateralità non sono prese in considerazione, o meglio, vengono socializzate, cioè pagate dalla collettività (guasti climatici, spese per i lavori pubblici, salute, ecc.) o, al contrario, individualizzati, cioè sopportati dalle persone, come se si trattasse della somma di decisioni particolari e quindi responsabili (tempi delle navette, trasporti individuali per recarsi al lavoro, ecc.). In una simile logica, l’unica speranza è che il costo finisca per colpire il margine di utile delle imprese e quindi il processo di accumulazione del capitale. Un altro fattore è l’esplosione dei trasporti nel
43

quadro della globalizzazione neoliberista dell’economia. Tra il 1990 e il 2003 i trasporti mondiali sono aumentati del 20% e, in particolare, più del 26,2% per il trasporto marittimo e più del 25,6% per il trasporto aereo. Il commercio marittimo mondiale è passato da 2,5 milioni di tonnellate nel 1970 a 6,1 milioni nel 2003. La flotta di container che era di 2.600 nel 2.000, ha raggiunto 3.500 nel 2005 e 4.000 nel 2008. In Europa il traffico aereo è esploso (più del 73% tra il 1990 e il 2003) in gran parte per effetto delle compagnie low cost e le previsioni della Commissione europea per il 2012 sono di un aumento del 112%. In Francia l’emissione di CO2 dei trasporti stradali si è moltiplicata del 6,4 tra il 1960 e il 2000.21 La liberalizzazione generalizzata degli scambi, promossa dal WTO, incoraggia una “globalizzazione” dei prodotti in cui la legge della competitività si avvantaggia delle ineguaglianze sociali e delle diverse esigenze ecologiche (alcuni parleranno di vantaggi comparativi). Tutto questo porta a delle aberrazioni. Stéphane Lauer segnala così che le fragole cinesi sono molto competitive rispetto a quelle del Périgord, all’interno anche dell’esagono, ma richiedono il 20% di più dell’equivalente di petrolio. Lui spiega anche che la distanza media percorsa dal latte, la frutta e la materia plastica per trasformarsi in un vasetto di yogurt è di 9.000 km e cita Alain Morcheoine dell’Agenzia per lo sviluppo (Ademe), il quale scrive “L’emissione di CO2 è tra la metà e un quarto del peso di un jeans a causa della delocalizzazione della produzione”.22 Si potrebbero citare molti altri esempi, dalle primizie dell’Africa del sud, ai pesci del lago Vittoria, o i fiori del Costa Rica, della Colombia e dell’Ecuador, che ogni giorno arrivano nei supermercati d’Europa e degli Stati Uniti. Anche l’allevamento è uno dei grandi colpevoli delle aggressioni subite dall’ambiente. Lo afferma la FAO in un rapporto del 29.11.06. Per certi aspetti sarebbe più dannoso dei trasporti. In effetti, questa attività è responsabile del 65% delle emissioni di emiossido di azoto, che ha un potenziale di riscaldamento globale 296 volte più elevato di quello del CO2 ed è essenzialmente imputabile al concime. Inoltre il bestiame produce il 37% delle emissioni di metano come risultato della fermentazione anaerobica della materia organica (che si produce anche nei terreni inondati delle risaie) durante l’attività di44

gestiva dei ruminanti. Questo gas è 23 volte più nocivo del CO2. Le cifre di emissione di gas serra attribuibili agli allevamenti, sarebbero dai 70 ai 75 milioni di tonnellate all’anno.23 A questo si aggiunge, sempre secondo la FAO, il fatto che il 30% delle superfici emerse sono pascoli e il 33% delle terre arabili viene utilizzato per produrre l’alimentazione del bestiame. Per poterle ulteriormente estendere, si distruggono le foreste, mentre il 30% dei pascoli sono degradati a causa del super sfruttamento, che comporta la contaminazione dell’acqua, il cedimento e l’erosione del suolo e anche la diminuzione dei batteri (micro-organismi) all’origine del ciclo delle precipitazioni (pioggia e neve), quello che il professor David Sands dell’Università del Montana, in uno studio pubblicato dalla rivista Science, chiama la bioprecipitazione.24 Questa attività, tra l’altro, è tra le più nocive per le risorse di acqua. Inoltre, ci si aspetta un forte aumento della domanda di carne da qui al 2050, che dovrebbe infatti passare da 229 a 465 milioni di tonnellate, sempre naturalmente in modo diseguale: un indiano ne consuma in media 5 kg all’anno e un americano degli Stati Uniti, 123.25 Per fare un esempio concreto, in Belgio l’associazione fiamminga Ethische Vegetarische Anternatief (EVA), in una inchiesta pubblicata in occasione della Giornata mondiale del Vegetarismo nel 2007, rivelava che 285 milioni di animali destinati al consumo vengono abbattuti ogni anno e che questo contribuisce per un quinto alle emanazioni di gas serra.26 Se ci siamo soffermati sulla questione dell’agricoltura, non è per assolvere i carburanti di origine fossile, ma piuttosto per far capire che la logica che illustra l’irrazionalità del modello è la stessa in tutti i campi. Lo scopo è quello di soddisfare in primo luogo il consumo del 20% più ricco nel mondo, senza preoccuparsi del costo collettivo che questo comporta, purché non si intacchino i guadagni del capitale. L’essenziale della produzione agricola e soprattutto la sua estensione produttivistica, si compie attraverso uno schema che ritroviamo anche nel caso degli agrocarburanti: monocoltura, capitalismo agrario, imprese transnazionali che monopolizzano la commercializzazione, promozione sconsiderata degli OGM, distruzione dell’agricoltura contadina. Tutto questo influisce sui cambiamenti cli45

matici e comporta un insieme di conseguenze. Si segnala già che il numero di tempeste nel mondo si è moltiplicato per quattro tra il 2004 e il 2007. Il riscaldamento della terra è sensibile. Gli esperti del GIEC ritengono che se si supera una soglia di due gradi le conseguenze saranno molto gravi e che per evitarle bisognerebbe ridurre le emissioni di gas serra del 50% entro il 2050. Senza di questo, scrive il climatologo americano James Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies, negli Annali dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti del 26.09.06, “vedremo un pianeta diverso da quello che conosciamo”. Questo esperto era arrivato alla conclusione che le temperature attuali si collocano sull’alto della forchetta di quelle che hanno prevalso dall’inizio dell’olocene, 12.000 anni fa27 Lester Brown, presidente dell’Istituto per le Politiche della Terra di Washington, è molto radicale nelle sue conclusioni: ritiene che il GIEC sia in ritardo di due anni nei suoi calcoli e che bisognerebbe ridurre dell’80% le emissioni di gas serra da qui al 2020 per rispondere al problema del riscaldamento. Il depotenziamento dei pozzi di carbonio: foreste, oceani Non c’è solo la produzione di CO2 che agisce sul clima. Bisogna aggiungere la diminuzione della capacità di assorbimento di quelli che vengono chiamati pozzi di carbonio, cioè i mari e le regioni boschive. In effetti, secondo gli Annali dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (2007), l’aumento del 35% del tasso di CO2 dal 2002 è dovuto per una metà a un forte uso dei combustibili fossili e per l’altra metà a un declino della capacità di assorbimento da parte delle foreste e degli oceani. Le prime si riducono come pelli di cuoio e i secondi sono sempre più inquinati. Questi due pozzi di carbonio, secondo la stessa fonte, assorbivano la metà dei gas serra. Ora nell’atmosfera il tasso di CO2 è il più alto da 600.000 anni e forse addirittura degli ultimi 20 milioni di anni.28 Le foreste. Ci sono diversi tipi di foreste, quelle che vengono chiamate naturali o primarie, tra queste le foreste tropicali, e quelle che sono state piantate per ragioni economiche (piantagioni destinate allo sfruttamento) o ecologiche (protezione di zone urbane). Le foreste
46

naturali vengono definite “bacini di carbonio”. Gli alberi, infatti, assorbono il CO2 per poter crescere. Questo permette di riciclare l’aria e quindi di frenare il riscaldamento climatico. L’insieme delle foreste nel mondo assorbe tra le tre e le quattro gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di gas serra all’anno.29 Nel mondo ci sono tre grandi zone di foreste tropicali, l’Amazzonia, detta polmone verde, l’Africa centrale e l’Asia del sud-est, in particolare l’Indonesia e la Malesia, in più altre regioni meno importanti come l’America centrale e la Papuasia. La loro superficie, stimata dall’Organizzazione internazionale dei Boschi tropicali (OIBT), formata da 59 paesi interessati, è di 816 milioni di ettari. Ogni anno ne vengono distrutti circa 15 milioni. La FAO, con criteri un po’ diversi, stima la distruzione annua in 1,2 milioni di ettari. Ora, l’insieme delle foreste naturali, di cui la maggior parte è tropicale, assorbe due gigatonnellate (2G+T) di carbonio ogni anno, cioè un quarto della produzione umana mondiale di CO2.30 Ogni anno si perdono o si modificano 6 milioni di ettari di foresta primaria e solo il 4,4% delle foreste tropicali viene gestito in vista della sua perennità. Secondo la FAO in 15 anni è sparito il 3% delle foreste. Il PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) afferma che tra il 2000 e il 2005 sono stati distrutti 73.000 kmq di foresta, cioè la superficie del Cile31. Le ragioni sono diverse: sfruttamento commerciale del legno, occupazione con altre colture o per l’allevamento, più redditizi dello sfruttamento della foresta32, utilizzo del legno come combustibile da parte delle popolazioni locali. Alcune situazioni concrete permettono di verificare questi fatti. La foresta amazzonica si estende per 6.762 kmq su cinque Stati importanti dell’America del Sud: Brasile 67,79%, Ecuador 7% (41% del suo territorio), Bolivia, Colombia e Venezuela. Essa contiene più di 1000 fiumi e il 20% dell’acqua dolce mondiale. Ospita 80.000 specie vegetali e 2.000 tipi di pesci. È in equilibrio tra la produzione di ossigeno e la fissazione di CO2. Secondo Wosfy assorbe 2,8 kg di carbonio per ettaro all’ora, mentre la respirazione degli alberi produce un kg di CO2 per ettaro all’ora (Wosfy, 1998). Ora, nella Amazzonia brasiliana la distruzione della foresta tropicale tra il 1960 e il 2005 è
47

stata del 20%, cioè l’equivalente di quella effettuata durante tutto il periodo storico dall’arrivo dei portoghesi, 450 anni prima. Usando una immagine, Greenpeace scrive che questo significa la sparizione di uno stadio di calcio ogni due secondi. Dal punto di vista climatico, un tale deterioramento equivale a 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 in più ogni anno. Le cause sono diverse: estensione della frontiera agricola e sfruttamento forestale selvaggio. Solo in Brasile, più di 3.000 camion trasportano ogni giorno illegalmente legno proveniente dall’Amazzonia. Al ritmo attuale di deforestazione, con l’aiuto anche del cambiamento climatico, la foresta amazzonica sarà distrutta prima del 204033. Il ministero dell’Ambiente ha pubblicato nel 2007 un rapporto in cui si afferma che nel 2100 l’aumento della temperatura potrebbe raggiungere 8° il che ridurrebbe la regione amazzonica allo stato di savana. Tra le cause principali c’è prima di tutto l’estensione della monocoltura della soia per l’alimentazione umana e animale e sempre più per gli agrocarburanti. A far data dal 2004, 1,2 milioni di ettari erano stati convertiti a soia, secondo Greenpeace. Subito dopo vengono le piantagioni di eucalipto per la fabbricazione della carta e la produzione del carbone di legna e infine gli allevamenti di bovini. Attualmente ci sono 60 milioni di capi di bestiame in Brasile e il valore dell’esportazione solo verso l’Europa è di 3,5 miliardi di euro. Una buona parte della conquista delle terre si fa attraverso la bruciatura (le “queimadas”) che rappresenta il 75% dell’inquinamento del Brasile. Le conseguenze sono gravi. La foresta amazzonica è pluviale e l’umidità che produce si trasforma nella metà delle precipitazioni della regione. La deforestazione aumenta la siccità dunque, che a sua volta favorisce gli incendi della foresta, abbassa il livello dei fiumi e rende fragili gli alberi che dispongono solo di un sottile strato di terra per estendere le loro radici. Tutto questo agisce sul clima creando un vero circolo vizioso. Il Brasile è diventato il quarto emettitore mondiale di gas serra. Una delle cause è l’estensione dell’allevamento e la costruzione di una rete selvaggia di strade (170.000 km) per lo sfruttamento della foresta e dei legni pregiati. Nel 2007 la foresta era diminuita del 3,8%. Non si può dire che questo lasci le autorità indifferenti. Tra il 1993 e
48

il 2006 c’è stata una riduzione del 52% del disboscamento. Furono adottate parecchie misure per cercare di arrestare il processo, ma spesso il loro controllo si rivela inefficace. Nel 2008 il governo brasiliano ha istituito il Fondo amazzonico per lottare contro la deforestazione, per la raccolta di fondi destinati per l’80% all’Amazzonia e per il 20% ad altre regioni, anche fuori dal Brasile. L’obiettivo era di mettere insieme 21 miliardi di dollari entro il 2021, provenienti dai governi e dal privato. La Norvegia è stata la prima a contribuire con 100 milioni di dollari. Una simile iniziativa era in risposta all’ambiguità dell’interesse internazionale per l’Amazzonia e il presidente Lula lo ha espresso chiaramente in questa occasione, parlando “dei paesi ricchi che si esprimono come se fossero i proprietari dell’Amazzonia”. Una simile affermazione di sovranità nazionale entrava tuttavia in contraddizione con alcune misure interne. Infatti, nel luglio 2008 una legge confermava la misura provvisoria 422 per l’estensione da 500 a 1.500 ettari delle concessioni rurali sul territorio amazzonico, con la possibilità di disboscare il 20% della superficie. Questo ha suscitato una forte reazione da parte di Marina Silva, l’ex ministro dell’Ambiente.34 A volte il potere politico è sia giudice che parte in causa. Così nel Mato Grosso il governatore è anche il maggior produttore di soia del paese. I brasiliani sono molto sensibili quando si affronta l’argomento, perché riguarda la loro sovranità nazionale. Li si può capire, di fronte a certi piani provenienti dagli Stati Uniti che propongono di fare dell’Amazzonia una zona internazionale per la protezione del clima. Così nel 2007 un manuale scolastico di geografia, utilizzato segnatamente nelle scuole secondarie della California, indicava l’estensione di questa zona che copre sette paesi della regione, precisando che questi ultimi non erano capaci di preservare questo patrimonio dell’umanità e che bisognava che la guida venisse assunta da altri. Quando si pensa a ciò che è stata la dottrina Monroe “l’America agli americani”(del nord), c’è di che diffidare. Ma la reazione brasiliana si è manifestata anche di fronte ad altri interlocutori. La proposta di creare nell’ambito delle Nazioni Unite l’Organizzazione internazionale dell’ambiente, non è piaciuta al presidente Lula. “I pae49

si ricchi sono furbi, dichiarò in quella occasione, dettano norme contro la deforestazione dopo aver distrutto le loro proprie foreste”. L’Istituto brasiliano di ricerca agronomica (Embrapa) ha rivelato d’altra parte che l’Europa conserva solo lo 0,3% delle sue foreste primarie, contro il 69% del Brasile. Non si può però escludere che il modello agroesportatore che la politica economica brasiliana ha sempre privilegiato, non giochi un ruolo negativo in questo campo. La paura che disposizioni protezioniste delle zone silvicole vengano introdotte dal WTO, mettendo ostacoli all’agroesportazione, non è probabilmente estranea alla reazione ufficiale delle autorità brasiliane. Le lobby dei “ruralisti” fanno pressione per una riduzione del codice forestale. Sul continente latino-americano esistono altre situazioni simili, ma in minore proporzione. In Argentina 300.000 ettari di bosco vengono distrutti ogni anno per l’estensione della frontiera agricola, soprattutto per le monocolture della soia e dell’eucalipto. Nell’America centrale è stato in gran parte l’allevamento e poi il cotone (durante la guerra di Corea) all’origine della deforestazione, senza dimenticare lo sfruttamento dei legnami pregiati. La regione ha perduto in meno di mezzo secolo i tre quarti della sua foresta primaria. In Colombia, una regione come il Chocò, dalla eccezionale biodiversità, è stata quasi completamente spogliata delle sue zone boschive dai grandi proprietari di allevamento estensivo e dalle compagnie dei palmeti che hanno espulso brutalmente dalle loro terre le comunità indigene e di origine africana. In Congo la foresta si estende su 1,5 milioni di kmq. Le guerre avevano dato un po’ di sosta allo sfruttamento forestale, ma dal 2002 si sono moltiplicate le concessioni a imprese straniere. Il codice forestale pubblicato nello stesso anno con l’avvallo della Banca mondiale, rivelava una visione mercantile della gestione forestale. Numerosi contratti leonini sono poi stati oggetto di revisione da parte del governo congolese. Ma il male era fatto. Regioni intere furono devastate. Grandi imprese del legno si avvalevano di enormi macchine per impossessarsi dei migliori alberi. L’ambiente è stato saccheggiato, le clausole di rimboschimento ignorate, le popolazioni locali abbandonate a se stesse con la perdita di gran parte dei loro mezzi di sussi50

stenza. I controlli erano inesistenti. Secondo Greenpeace le società forestali si sono suddivise 21 milioni di ettari. L’Indonesia e la Malesia hanno perso più dell’80% delle loro foreste originali per lo più a vantaggio della palma africana. Uno dei metodi utilizzati per liberare i suoli delle foreste è stato quello degli incendi. In Indonesia nel corso degli anni 1997-1998, sono stati bruciati più di 3 milioni di ettari, al punto che il paese è diventato il terzo emettitore di CO2 nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, con un lancio di carbonio nell’atmosfera di 2,5 gigatonnellate. Bisogna aggiungere a questa politica distruttrice che il riscaldamento climatico riduce l’umidità del sottobosco e favorisce quindi gli incendi, e questo non solo nell’Asia del sud-est.35 Le foreste perdono quindi progressivamente la loro funzione di pozzi di carbonio. Gli oceani. Le masse oceaniche assorbono circa il 40% di CO2, per cui sono un elemento particolarmente importante per l’equilibrio climatico. Ora però, la loro capacità regolatrice sta diminuendo perché a poco a poco si saturano di CO2. In particolare è la temperatura dell’acqua ad essere in discussione. La solubilità del CO2 nell’acqua aumenta con la diminuzione della temperatura. Gli oceani sono dei pozzi di carbonio nella misura in cui le loro acque sono fredde. Diventano invece fonti di emissione di carbonio quando si riscaldano.36 Del resto, sono oggetto di notevoli aggressioni. A titolo di esempio, l’87% delle acque reflue dell’America latina vengono riversate nei fiumi e negli oceani senza essere state trattate (Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, 2007) e il Mediterraneo è ai limiti dell’asfissia per inquinamento. Non bisogna dimenticare nemmeno i pericoli che i trasporti di petrolio fanno correre agli oceani e le catastrofi ecologiche successe negli Stati Uniti, in Francia e in Spagna. D’altra parte, ogni anno 1,9 miliardi di tonnellate, cioè il 62% della produzione mondiale, vengono trasportati per mare37, aggiungendo così una fonte crescente di inquinamento. Il fenomeno dei “mari morti” si amplifica sotto l’impatto dei concimi azotati impiegati nelle monocolture e trasportati dai fiumi. Secondo le conclusioni del terzo Dibattito sulla Biologia della Conservazione tenutosi a Maiorca nel 2007, sotto gli auspici dell’Univer51

sità delle Baleari, gli ecosistemi marini si degradano dieci volte più in fretta delle foreste tropicali. Le cause sono l’eccesso di produzioni tossiche, l’apporto di nitrogeno, fosfato di materie organiche, che provocano l’ipossia (mancanza di ossigeno) che uccide fauna e flora marine. È così che ogni anno sparisce dal 5% al 9% dei coralli e il 2% di mangrovie (tessuto di piante che protegge il litorale nelle regioni calde). L’aumento delle temperature Simili trasformazioni si manifestano in modo molto concreto. In 100 anni la temperatura media del globo è aumentata dello 0,7%C. Negli Stati Uniti nel 2002 si è registrato un aumento di più dello 0,72% rispetto alla media del XX secolo. A Cuba, 11 dei 12 anni tra il 1995 e il 2006, sono stati i più caldi dal 1850. Secondo l’Organizzazione mondiale di meteorologia (OMM), l’anno 2006 è stato il sesto più caldo dall’inizio delle statistiche, cioè 0,42°C. in più della temperatura del periodo di riferimento (tra il 1961 e il 1990) e in modo più accentuato nell’emisfero nord (0,58°C.) che in quello sud (0,26°C.). Undici dei dodici ultimi anni sono stati i più caldi nel mondo da 150 anni, secondo il rapporto del GIEC e il raffreddamento relativo del 2008 è dovuto al fenomeno congiunturale della Nina. L’Agenzia meteorologica inglese annuncia che il 2006 è stato il più caldo di questi ultimi 347 anni. Nel Belgio e nei Paesi Bassi il 2007 ha toccato la temperatura più elevata dall’esistenza dei rilievi meteorologici che datano dalla fine del XVIII secolo. L’Istituto tedesco di ricerca sulla pesca poi, arriva alla conclusione che il mare del Nord sta vivendo la sua fase di riscaldamento più lunga dall’inizio delle misurazioni nel 1873. Alcuni ricercatori, come Philippe Bousquet del Laboratorio francese delle Scienze del Clima e dell’Ambiente (LSCE), ritengono che il recente aumento delle fonti antropogeniche delle emissioni di gas serra sia dovuto soprattutto alla crescita delle attività industriali in Asia.38 È il caso, tra gli altri, della Cina, il cui tasso di crescita supera il 10% all’anno e che viene mostrato a dito quando si tratta dei danni incorsi al clima. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia delle Na52

zioni Unite (AIE), quel paese diventerà il primo consumatore mondiale di energia entro il 2010. Il Mc Kinsey Global Institute stima da parte sua che tra il 2003 e il 2020, il numero dei veicoli in Cina passerà da 26 milioni a 120 milioni, che la superficie abitata aumenterà più del 50% e che la crescita media della domanda di energia sarà del 4,4%. Nel 2007 la Cina era vicino agli Stati Uniti per il livello di emissione di gas serra , secondo l’AIE, e dovrebbe leggermente superarli nel 2030. Non dimentichiamo però che ha una popolazione più di quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti e che le più importanti fonti di riscaldamento climatico sono stati per decenni e restano tuttora i paesi industrializzati del Nord. Il ruolo dei clorofluorocarburi Accanto al gas serra bisogna segnalare anche altre fonti di inquinamento atmosferico e in primo luogo i clorofluorocarburi (CFC) che furono utilizzati negli aerosol e nei frigoriferi e sono responsabili del degrado dell’ozono (O3) stratosferico (alta atmosfera). Questo assorbe tra i 10 e i 40 km di altitudine la maggior parte dei raggi solari ultravioletti a cortissima lunghezza d’onda (UV-B), nocivi per gli esseri viventi. È dunque altamente protettivo e la sua riduzione è fonte di gravi pericoli, ed è proprio l’ozono superficiale o troposferico (bassa atmosfera) che viene aggredito. La sua concentrazione aumenta sotto l’effetto dei gas contaminanti (monossido di carbonio, azoto) formati dalla combustione incompleta di alcuni carburanti. Diffuso in grande quantità nell’atmosfera, l’insieme di questi inquinanti impedisce il riverbero dei raggi del sole attraverso lo spazio, sia accrescendo progressivamente la temperatura media del pianeta sia distruggendo zone di protezione dai raggi ultravioletti. Nel primo caso si tratta di oscuramento planetario, che apparentemente provoca un effetto contrario a quello del CO2. Ricordiamo il dossier: lo strato di ozono (O3) è vitale, perché altrimenti i raggi ultravioletti inviati dal sole ucciderebbero ogni forma di vita sulla terra. È dunque benefico nell’alta atmosfera (nocivo invece nella troposfera, bassa altitudine). Quando l’attività ultravioletta si esercita in dosi troppo forti per la diminuzione della protezione di ozono nell’alta atmosfera, origina, per esempio, tumori alla pelle.
53

Nel 2006 il buco di ozono nell’alta atmosfera si estendeva alla fine dell’inverno australe (ottobre) per 3-4 milioni di kmq, cosa che si spiega in parte con il riscaldamento della bassa atmosfera dell’Artico causato dalla concentrazione di gas serra. Questo provoca il raffreddamento degli alti strati, che a sua volta determina l’impoverimento dello strato di ozono. I clorofluorocarburi (CFC) da parte loro, distruggono anche l’ozono della stratosfera. Si tratta della proiezione nell’atmosfera di micro-particelle attraverso l’uso degli aerosol, dei frigoriferi, dei climatizzatori e della combustione di energie fossili. Sotto l’effetto del sole, il cloro dei CFC si libera e distrugge le molecole di ozono.39 Nota più ottimistica in questo insieme di constatazioni inquietanti: il tasso di ozono stratosferico di cui abbiamo parlato prima, ha smesso di diminuire per effetto dell’applicazione del Protocollo di Montréal del 1987. È quanto annuncia un protocollo congiunto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (PNUE) del 18 agosto 2006. Tuttavia il ritorno alla normalità non è atteso prima del 2050 per le latitudini medie e per l’Artico e prima del 2060-2075 per l’Antartico. Anche per quanto riguarda le piogge acide, frutto di questi problemi, la situazione è migliorata. La lotta contro questo fenomeno si è rivelata più facile che contro il CO2. In effetti è direttamente visibile e quindi più agevolmente percepito, il che non è il caso del gas carbonico. È stato sufficiente sostituire i gas utilizzati per l’aerosol, i frigoriferi, i climatizzatori e bruciare in modo più adeguato le energie fossili (vasi catalitici), per ottenere dei risultati abbastanza rapidi. Gli idrofluorocarburi. (HFC) che sostituiscono i CFC, sono otto volte meno dannosi e si sta andando progressivamente verso l’utilizzo di idroclorofluorocarburi (HCFC) che non distruggono lo strato di ozono. Un primo accordo internazionale fu stipulato a Vienna nel 1986 e poi a Montréal nel 1987 e 20 anni dopo i risultati sono palpabili, grazie in gran parte alle materie sostitutive e ai progressi nei motori a combustione. Nel settembre 2007, sempre a Montréal, 200 paesi si sono anche messi d’accordo per anticipare di 10 anni l’eliminazione delle sostanze nocive per lo strato di ozono. Il direttore del
54

Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Achim Steiner, ha visto in questo un “segno vitale” per la Conferenza di Bali. Il fenomeno sta dunque regredendo. Il successo in questo campo dimostra che è possibile intervenire quando c’è la volontà politica. Oltre all’effetto sull’ozono stratosferico, la proiezione di micro-particelle ha come risultato la produzione di una membrana di inquinamento che si fissa sulle nuvole e impedisce alla luce solare di raggiungere la terra. La luce diminuisce, provocando quello che viene chiamato l’oscuramento planetario. Il fenomeno è stato osservato non solo in parecchi punti dell’Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Australia, nelle isole Maldive, in Israele. In Australia, per esempio, si è notato un abbassamento del tasso di evaporazione dei laghi da un secolo. È paradossale, perché da altre parti la terra si riscalda. In Israele il soleggiamento è diminuito del 22% in 20 anni. Secondo Beate Liepert, ricercatrice tedesca, il soleggiamento si sarebbe abbassato, tra il 1950 e l’inizio del 1990, del 10% negli Stati Uniti, del 16% in certe regioni della Gran Bretagna e del 30% in Russia. Negli Stati Uniti si è realizzata nel settembre del 2001 una esperienza inattesa. Dopo gli attentati dell’11 settembre, il traffico aereo fu sospeso per tre giorni. Risultato: si registrò un aumento della temperatura di più di un grado centigrado, grazie all’assenza delle micro-particelle espulse dagli aerei che contribuivano al fenomeno dell’oscuramento. Questo fenomeno ha dunque in parte mascherato il riscaldamento. Secondo Peter Cox, ricercatore americano, l’eliminazione dell’oscuramento potrebbe portare il riscaldamento reale della terra a più di 10 gradi da qui alla fine del secolo. Non ci sarebbe certo da rallegrarsi se questo succedesse. Gli effetti dei cambiamenti climatici La valutazione degli effetti prevedibili dei cambiamenti che abbiamo descritti dipende da due elementi, da una parte la qualità delle misure di queste trasformazioni e dall’altra la proiezione nel futuro delle osservazioni di ciò che si è prodotto nel corso di questi ultimi anni. Nessuno nega che questo rivesta un carattere di incertezza. Alcuni ne traggono argomenti, come vedremo più avanti, per mettere in dubbio gli annunci allarmistici sui cambiamenti climatici. Altri inve55

ce fanno un discorso apocalittico. Altri ancora, ed è la maggioranza degli scienziati, affinano costantemente le loro proiezioni riconoscendo che non si tratta di verità certe ma di probabilità sufficientemente credibili per essere prese seriamente in considerazione ai fini delle azioni preventive. “Se l’essenziale dei danni è per il futuro, la prevenzione deve incominciare oggi” diceva Jean Pascal van Ypersele, professore all’università cattolica di Lovanio e vice presidente del GIEC.40 Lo stesso ragionamento vale per l’analisi delle conseguenze del riscaldamento climatico che stiamo affrontando. Si tratta di indicarne le grandi linee, sulla base di alcuni esempi, sottolineando soprattutto la logica che li unisce. Si possono sintetizzare le osservazioni e le riflessioni attorno a tre assi principali: l’ambiente, l’economia e le conseguenze sociali e politiche. Gli effetti sull’ambiente naturale. Il primo effetto ecologico concerne la biodiversità che comprende sia il numero delle specie viventi, che le riserve genetiche e l’ecosistema. Certamente essa è messa in pericolo anche da altri fattori oltre il cambiamento climatico, come l’inquinamento delle attività industriali e la riduzione degli habitat naturali per la monocoltura e l’urbanizzazione, come indica Etienne Brouquet della Piattaforma belga sulla biodiversità. Il GIEC stima che se la temperatura aumenterà di 2,5°C da qui al 2050, essendo il tutto evidentemente legato, spariranno dal 20 al 30% di specie vegetali e animali terrestri. Secondo l’Unione mondiale per la Natura (UICN) che redige la lista delle specie in pericolo, su 41.415 specie di vertebrati censite nel 2007, 16.308 sono minacciate di estinzione, cioè circa 200 in più rispetto al 2006, il che significa, in parole chiare, un mammifero su quattro e un uccello su otto, cosa confermata dall’Unione internazionale per la Conservazione della Natura, nella sua riunione a Barcellona nell’ottobre 2008. Di esempi ce ne sono a iosa, dalle grandi scimmie del Borneo fino agli orsi bianchi, le foche e gli apteroditi della banchisa, passando dai delfini dello Yangtsé e le ostriche in giro per il mondo. Nel 2008 il 50% delle specie mondiali di primati sono in pericolo41. Il Fondo internazionale per la Protezione degli Animali (IFAW) stima che nel golfo di Saint Laurent nel Canada tutte le giovani foche sono morte annegate nel 2007 in se56

guito allo scioglimento della banchisa. Nel 2007 il Servizio federale americano della pesca e della fauna (FWS) riteneva che da 3.000 a 4.000 giovani trichechi fossero morti, solo sulla riva russa del mare dei Ciukci. Non sono solo le lastre della banchisa che vengono loro a mancare, ma anche il plancton tende a sparire per il riscaldamento. Gli apteroditi dell’Antartico sono diminuiti del 70% in 30 anni per la sparizione del krill, minuscoli crostacei che servono loro di nutrimento, loro stessi colpiti dalla riduzione del plancton di cui vivono, il tutto coronato dal grave cambiamento del loro habitat polare. Un fungo, la cui proliferazione è dovuta al riscaldamento climatico, attacca le rane dell’America centrale e del sud. Sono così sparite il 67% delle specie di rane Arlequin Monteverde42. Molto significativo è anche il fatto che per rimediare alla sparizione delle specie vegetali, sia stata presa l’iniziativa di riunire in una grotta scavata nella montagna a Longyearbyen (Swalbard) sullo Spitzberg, 4,8 milioni di semi a una temperatura di -18° C, a 130 metri sotto il livello del mare. Il progetto, chiamato “L’arca di Noé” è finanziato congiuntamente dal governo norvegese, dalla Fondazione di Bill Gates e da parecchie imprese di sementi, quale la Monsanto. Sono stati già riuniti 268.000 campioni di cereali. L’obiettivo è di collezionare i campioni di 250.000 piante conosciute. Il riscaldamento dei mari provoca anche una vera e propria invasione di meduse, molto nocive alle altre specie acquatiche, in particolare nel mar Nero, nel mar Baltico e nel Mediterraneo. Una conferenza di esperti tenutasi a Madrid nel gennaio 2008, sotto l’egida dell’Unione Europea, ha segnalato che più di 10.000 specie esotiche mettono in pericolo la biodiversità europea (Programma Daisie: Delivering Alien Invasive Species Inventories for Europe). Nell’Asia del sud si nota che il cambiamento climatico deregolamenta il regime dei monsoni e nel 2008 l’India ha conosciuto le peggiori inondazioni della sua storia recente. I contadini devono riadattare le loro produzioni. È per tutto questo che Bruno David, direttore del Laboratorio di Biochimica dell’Università di Borgogna (Digione), si interroga dicendo: “la biosfera non è stata uccisa, ma dispone sempre delle stesse capacità di rigenerazione?”43 e Robert Barbault, direttore del Dipartimento di ecologia e di gestione della Biodiversità del Museo
57

dell’Uomo di Parigi, non esita a intitolare la sua opera: Un éléphant dans un jeu de quilles. L’homme dans la biodiversité44. (Un elefante nella cristalleria. L’uomo nella biodiversità) Il pericolo incombe soprattutto sulle zone tropicali. Le regioni del corallo “vere foreste tropicali del mare”, come ha scritto Annelise Hagan dell’Università di Cambridge, corrono un pericolo particolare45. Parallelamente si accelera la desertificazione e l’Africa sarà particolarmente colpita. Ma anche altrove non si è esenti da ogni preoccupazione. In Europa le canicole rischiano di moltiplicarsi e così anche le siccità mediterranee. Negli Stati Uniti l’uragano Katrina e gli incendi nelle foreste della California sono nettamente da mettere in conto ai cambiamenti climatici. Per contro, secondo certe stime, le regioni nordiche potrebbero godere di un clima migliore e le coste del Baltico e dei paesi scandinavi diventare estive. Un fenomeno simile potrebbe prodursi nell’America del nord e in Russia. In compenso le regioni cicloniche dei Caraibi e dell’Est asiatico assisterebbero all’aumento in frequenza e potenza delle catastrofi climatiche. Nel 2008 tre cicloni hanno devastato Cuba, causando circa 10 miliardi di dollari di danni e centinaia di vittime ad Haiti. Il fenomeno del Nino e della Nina colpisce ormai sempre più intensamente le regioni costiere del Pacifico, del Perù e dell’Ecuador, fino alla Bolivia e alle Filippine, aumentando piogge e inondazioni. Riflettendo a più lungo termine, i ricercatori dell’Università del Wisconsin stimano che nel 2100 il 48% del pianeta potrebbe, se non cambia nulla, avere un clima diverso da quello odierno. Una attenzione particolare si deve dedicare al regime delle acque. È bene ricordare che il 72% del pianeta è coperto dagli oceani e che l’acqua è un elemento essenziale per la vita di ogni specie vivente. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono molto importanti in questo campo. Incominciamo dallo scioglimento dei ghiacci. Si tratta di un fenomeno universale già molto avanzato, che in certe regioni assume proporzioni inquietanti. In Europa il GIEC annuncia la sparizione dei piccoli ghiacciai entro il 2050. Nell’Himalaya, secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente 46, il massiccio si riscalda tra lo 0,6 e lo 0,15° C al decennio e i ghiacciai diminuiscono da 10 a 60 metri all’anno. In 24 anni i 46.928 ghiacciai
58

cinesi sono diminuiti del 5,5% del volume. Il processo comporta la formazione di sacche di neve fusa che si accumulano nei laghi. Solo nell’Himalaya, secondo lo stesso rapporto, circa 2.000 di essi si sono pericolosamente riempiti e rischiano di provocare veri “tsunami delle montagne” (GLOF o Glacial Lake Outborts Floods). A più lungo termine, i grandi fiumi della regione himalayana alimentati dai ghiacciai, potrebbero mancare d’acqua e sappiamo che solo in India forniscono dal 70 all’80% dell’alimentazione dei principali corsi d’acqua. Questo potrebbe anche rimettere in discussione un’altra funzione importante. Infatti, secondo il professore Valier Galy dell’Università di Nancy, i sedimenti venuti dall’erosione della catena himalayana, drenati dai fiumi, aggregano il carbone organico che proviene dai resti vegetali e favoriscono il loro affondamento nell’Oceano Indiano. Ciò impedisce l’ossidazione della materia organica in CO2. L’erosione elevata delle terre, infatti, che si traduce in più di un miliardo di tonnellate all’anno, induce un tasso di sedimentazione molto rapido che limita il tempo di esposizione all’ossigeno, diminuendo la quantità di CO2 nell’atmosfera, raffreddando evidentemente il clima47. Un rallentamento del fenomeno avrà necessariamente conseguenze sul riscaldamento climatico. In questa regione sono coinvolti otto paesi tra cui i più popolosi del mondo e circa 2,4 miliardi di persone. In America latina, invece, solo il 30% del carbone organico trasportato dal rio delle Amazzoni viene immagazzinato nell’oceano, però intervengono altri fattori. Nelle Ande lo stesso fenomeno di fusione dei ghiacci, comporta già una diminuzione di acqua nei fiumi, riducendo le possibilità di irrigazione e di fornitura di acqua potabile. È il caso della città di Quito, dove il vicino vulcano Cotopaxi ha perso il 23% della sua massa di ghiaccio tra il 1993 e il 2005, per effetto di un riscaldamento di 0,8° C in 44 anni. Anche la fusione dei ghiacci dell’Artico si sta accelerando. Si tratta di una regione di 2,6 milioni di kmq. Secondo un rapporto del Geophysical Research Centre del 2006, a questo ritmo, nel 2040 sarà sparita e Michael Wallace dell’Università di Washington nel 2007 scriveva che si era già arrivati a un punto di non ritorno 48. Nel 2007 l’estate ha fatto sparire una superficie di banchisa in più rispetto agli anni precedenti ed equivalente a dieci volte la superficie della Gran
59

Bretagna. Inoltre le terre di ghiacci perenni dell’Alaska e della Siberia, perdendo il loro strato ghiacciato, producono forti emissioni di metano, fenomeno che si sta accelerando fortemente. Dal 1958 lo spessore della banchisa dell’Artico è diminuito del 42%49. La Groenlandia viene privata ogni anno di 100 miliardi di tonnellate di ghiaccio50. Nonostante quello che si potrebbe credere, questo fenomeno ha un effetto marginale sul livello degli oceani, contrariamente alla fusione dei ghiacciai che produce grandi masse d’acqua che vanno a raggiungere il mare. In effetti, nel Grande Nord e nell’Antartico, gran parte dei ghiacci sono già nel mare e la loro liquefazione non ne accresce il volume. Per contro, i guasti alla banchisa in queste regioni comporta la perdita dell’ambiente naturale di molti animali.51 È il permafrost che sparisce, cioè lo strato permanente di neve che ricopre il suolo della tundra. Quest’ultimo possiede un effetto di riflessione che riducendosi contribuisce a sua volta al riscaldamento del pianeta. I cambiamenti climatici dell’Artico hanno anche un effetto non previsto: tra gli oceani Atlantico e Pacifico si apre una via marittima nuova e risorse naturali, in particolare energetiche, diventano accessibili, oggetto degli appetiti dei paesi limitrofi. Nel 2008 una nave russa ne ha dimostrato la realtà. Nell’Antartico è la penisola che si avanza nel mare a riscaldarsi, mentre l’interno si raffredda a causa dei venti che fanno inspessire il ghiaccio. Questo continente è molto importante per il clima. Si estende su 14 milioni di kmq e contiene il 70% delle riserve di acqua potabile del pianeta. Il trattato internazionale del 1959 ne ha fatto una zona demilitarizzata e il Protocollo di Madrid del 1991 impedisce ogni sfruttamento minerario fino al 2041. L’anno polare internazionale 2007-2008 permetterà senza dubbio di conoscere ancora meglio il modo in cui funziona e soprattutto lo stato preciso della sua trasformazione. L’Antartico agisce come una vera pompa biologica che assorbe CO2 che viene aspirato nelle profondità (da 3.000 a 4.000 metri). Questo si verifica grazie al plancton mentre compie la sua fotosintesi. Più il freddo è intenso più l’assorbimento è grande. Nel corso degli ultimi 50 anni però, la temperatura dell’Antartico è aumentata di 2,5° C. La stagione della glaciazione si è ridotta di due settimane in 20 anni. La banchisa diminuisce ogni anno e la calotta
60

ghiacciata si riduce; il livello del mare è aumentato più rapidamente che nel corso degli ultimi 5.000 anni. L’aumentata presenza di gas serra (CO2, ossido di zolfo, metano) accresce l’acidità dell’acqua, cosa che nuoce al plancton. Da qui l’idea del ricercatore tedesco Alfred Wegener di iniettare negli oceani saturi di CO2 solfato di ferro, in una quantità che permetta di intrappolare il 15% delle emissioni di carbonio, grazie allo sviluppo del plancton. D’altra parte, il livello sempre più elevato di raggi ultravioletti a causa del buco nell’ozono, perturba a sua volta la fotosintesi. Diminuiscono quindi le facoltà di regolazione dell’Antartico. Nel marzo 2008, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUE), ha lanciato un nuovo grido di allarme. Il tasso medio di fusione dei ghiacciai è più che raddoppiato tra gli anni 2004-2005 e 2005-2006. Sono le conclusioni degli studi del Servizio mondiale di Monitoraggio dei Ghiacciai. Questi ultimi hanno perso 11,5 metri di spessore dal 1980 e il direttore del PNUE, che è anche segretario generale aggiunto dell’ONU, Achim Steiner, ha dichiarato che questo potrebbe colpire milioni se non miliardi di persone nel mondo, a causa delle ripercussioni di questo fenomeno sull’alimentazione in acqua, sull’industria e la produzione di energia52. Questo ci porta a gettare uno sguardo più attento sugli stessi oceani. Parecchi sono i fenomeni che li riguardano. In primo luogo, con lo scioglimento dei ghiacciai il loro volume aumenta e questo rischia di colpire gravemente le regioni costiere e le isole di scarsa altitudine. Il mare del Nord in un secolo è salito di 17 cm. Il GIEC nel suo rapporto del 2007 stimava che il livello dei mari sarebbe salito dai 18 ai 59 cm nel corso del XXI secolo, con significative conseguenze per le coste più basse. Il Bangladesh potrebbe perdere il 17,5% del suo territorio se il livello del mare aumentasse di un metro53, né sarebbero risparmiati paesi come i Paesi Bassi, dove il governo ha deciso nel 2008 di dedicare 1,9 miliardi di euro per alzare le dighe. Le piccole isole del Pacifico, direttamente minacciate, hanno fatto sentire la loro voce alla conferenza di Bali, reclamando, invano, un finanziamento che le aiutasse a prevenire una simile eventualità. Uno studio dell’Università cattolica di Lovanio ha calcolato che, se da qui al terzo millennio l’aumento raggiungesse un me61

tro, la città di Anversa sarebbe in riva al mare. Se raggiungesse otto metri, un decimo del territorio belga verrebbe ricoperto e se si trattasse di quindici metri Bruxelles diventerebbe un porto di mare, direttamente e non solo attraverso un canale. Un gran numero di grandi città del mondo sono a loro volta interessate: Nuova Orléans, Mumbai, Giacarta, Lagos, Amsterdam e New York e molte altre ancora. Il fenomeno si spiega sia per il riscaldamento climatico che produce una dilatazione dell’acqua sia per la fusione dei ghiacciai che fa il resto. Da qui i cambiamenti nei sistemi di circolazione all’interno degli stessi oceani che immagazzinano il calore e lo redistribuiscono attraverso le correnti dai tropici ai poli. Questo avrebbe provocato, per esempio nel caso dell’Oceano indiano, una alterazione del regime delle piogge in Etiopia che sarebbe all’origine delle siccità che si sono succedute in questo paese dal 1996. Questo per lo meno è quello che afferma un rapporto della Royal Society pubblicato a Londra nel 2005. Secondo Thom Hartman, il riscaldamento globale potrebbe anche provocare trasformazioni nella Great Couveyor Belt, una corrente sottomarina fredda e salata del nord Atlantico che di fronte alla costa della Groenlandia si tuffa in acque profonde fino al Capo di Buona Speranza, dove si mescola con le acque dell’oceano Pacifico. Questa corrente, recentemente scoperta, avrebbe un effetto determinante sulle temperature dell’Europa e del Nord America. In queste regioni, la sua alterazione potrebbe avere un effetto contrario al riscaldamento e favorire invece l’apparizione di una nuova era glaciale54. In un lontano avvenire, secondo alcuni ricercatori, anche il corso della corrente del Golfo potrebbe trovarsi in pericolo. È proprio la capacità di assorbimento di CO2 che è in gioco negli oceani. L’aumento delle emissioni insieme all’inquinamento dei mari per l’immissione di acque sporche e di prodotti tossici e per la densità del traffico marittimo, riduce questa capacità. Tutto questo aggrava quindi la crisi climatica poiché il CO2 viene sempre meno assorbito dai suoi regolatori naturali. A parte le inondazioni che saranno il destino sia delle regioni costiere che di quelle toccate dai tifoni e dai cicloni e in più dal crescente contenuto in sale dei terreni, ciò che preoccupa di più a proposito
62

dell’acqua è la crisi idrica in sé ( la mancanza d’acqua) che rischia di colpire 3,2 miliardi di persone a partire dal 2080, come ha segnalato la Conferenza degli esperti del GIEC del 2007 a Bruxelles. Si tratta di un problema già molto reale nel Medio Oriente e nel Sahel 55. Secondo Marc Gillet dell’ONERC (Osservatorio nazionale degli Effetti del Riscaldamento Climatico) da qui al 2020 parecchie decine di milioni di africani subiranno un aggravamento dello stress idrico a causa del cambiamento climatico56. In Australia è in gioco il futuro della riserva d’acqua del paese e il governo se ne preoccupa; infatti con lo 0,32% della popolazione mondiale, il paese produce l’1,43% delle emissioni di carbonio. Nel 2007 la Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la desertificazione (UNCCD) era in panne perché il suo budget non era stato approvato dagli Stati Uniti e dal Giappone57. M.B. Charreton, presidente del Comitato scientifico francese, addetto a questo organismo, riteneva che il fenomeno di stress idrico riguardasse già un miliardo di persone e il 40% delle terre. Sono in gioco, quindi, un insieme di metabolismi naturali. Allo scopo di perseguire vantaggi immediati a favore di una minoranza, si è arrivati a provocare squilibri profondi che rischiano di non poter essere più corretti. L’idea del progresso senza limiti è contraddetto dalla realtà. La saggezza ancestrale del rispetto della natura, sorgente di vita, è stata sconvolta. L’esaltazione di un valore unico, quello dello scambio alla base del profitto e dell’accumulazione, ha fatto il vuoto delle altre prospettive e l’umanità rischia di pagare caro. Gli effetti economici. Dal punto di vista economico, l’agricoltura è particolarmente sensibile alla temperatura. Nell’emisfero nord si potranno coltivare nuove specie e la geografia di certe piante si sta già spostando. Ma per contro, nelle regioni tropicali la situazione è più grave. In India il riso ha solo un grado centigrado di tolleranza all’aumento della temperatura, sotto pena di riduzione del rendimento (fino al 40%) ed è lo stesso per tutte le regioni tropicali o subtropicali. L’Africa si rivela particolarmente vulnerabile da questo punto di vista58. Il professor Rajandra Pachauri, presidente del GIEC, affermava in un libro bianco del giornale belga Le Soir59, che i cambia63

menti climatici mettono fin d’ora in pericolo l’approvvigionamento di acqua per 75-200 milioni di persone nel 2020, perché la diminuzione delle superfici coltivabili, della durata delle stagioni fertili e del rendimento delle terre, aumenteranno i rischi di carestia. In alcune regioni, secondo lo stesso autore, i rendimenti dell’agricoltura pluviale potrebbero cadere del 50% entro il 2020. Il PNUD stima che entro il 2060 la perdita economica per l’Africa potrebbe raggiungere 36 miliardi di dollari60. Gli avvenimenti climatici di cui abbiamo parlato a proposito dell’Himalaya, che sono all’origine di un assottigliamento delle risorse di acqua, potrebbero colpire direttamente più di un miliardo di persone nei prossimi due o tre decenni. In Cina, l’impatto economico del deterioramento climatico è considerevole. Secondo il signor PanYue, vice-ministro cinese dell’ambiente, i guasti ambientali in questo paese raggiungono dall’8 al 13% del PIL ogni anno, annullando così il tasso di crescita. “La Cina, dichiara, ha quasi perso tutto quello che ha guadagnato dalla fine degli anni settanta, a causa dell’inquinamento61. Cosciente di questo problema, il governo cinese ha deciso di mettere in piedi a partire dal febbraio 2008, una inchiesta nazionale sulle fonti di inquinamento, cosa che avrebbe dovuto essere fatta da molto tempo. Il paese manca cronicamente di acqua. Possiede il 20% della popolazione mondiale e solo il 7% delle riserve idriche. La coltivazione dei cereali è alla base del nutrimento e per produrne una tonnellata occorrono 1.000 mc di acqua, cioè una tonnellata62. L’autore dell’articolo, Julio Arias, aggiunge che l’inquinamento industriale tocca oggi in Cina il 90% delle acque sotterranee e che 700 milioni di cinesi le bevono. In numerose regioni la mancanza d’acqua potrebbe anche interessare il funzionamento delle centrali nucleari che la utilizzano in grande quantità per le operazioni di raffreddamento. Sul piano globale, Nicholas Stern afferma, in un rapporto della Banca mondiale del 2006, che in mancanza di misure adeguate il riscaldamento potrebbe provocare la peggiore recessione economica della storia. Il suo costo potrebbe raggiungere circa 5.500 miliardi di euro, cioè più del costo delle due guerre mondiali insieme o della grande crisi del 1929 63. L’economia, destinata a creare le basi della vita materiale, culturale e spirituale del genere umano, è fortemente perturbata da questi feno64

meni che, non dimentichiamolo, sono frutto di uno specifico modello di sviluppo. Gli effetti sociali. Bisogna sottolineare anche l’aspetto sociale dei cambiamenti climatici. È chiaro che sono le popolazioni e le regioni più povere quelle che ne subiranno gli effetti più negativi, rimettendo in questione gli Obiettivi del Millennio (dimezzare l’estrema povertà entro il 2015). Secondo lo stesso Nicholas Stern, ci si devono aspettare più di 200 milioni di profughi nei prossimi dieci anni, quelli che vengono chiamati rifugiati climatici. Già in Russia popolazioni dell’Asia centrale si spostano verso ovest e il rappresentante del Fondo mondiale per la Natura (WWF) in Russia afferma che questa regione è al limite della catastrofe. Parecchie isole del Pacifico vedono la loro popolazione emigrare verso la Nuova Zelanda. Eudald Carbonell è più pessimista ancora e parla di una crisi sociale senza precedenti, assicurando che nel corso del XXI secolo, la metà della popolazione mondiale sparirà (El Nacimiento de una nueva Civilizacion-in catalano). Fame e malattie saranno il destino di milioni di persone, prima di tutto nelle regioni più vulnerabili, in cui si trovano, come dice il GIEC: “le persone che hanno minori capacità di adattamento al cambiamento climatico per l’aumento della malnutrizione”. Si assisterà anche, probabilmente, a un cambiamento della distribuzione geografica di certe malattie a trasmissione vettoriale: malaria, dengue, malattia di Lym. Questa è una delle ragioni per cui l’industria farmaceutica ha incominciato a investire più seriamente nella ricerca dei vaccini per queste malattie che attaccheranno popolazioni con maggiore potere di acquisto ed è per questo anche che l’OMS mette in guardia contro queste malattie esotiche le regioni più fortunate economicamente e situate nell’emisfero nord. Ricordiamo che durante la canicola del 2003 in Europa ci sono stati 70.000 morti. Le conseguenze sociali dei cambiamenti climatici colpiscono soprattutto le regioni povere, paradossalmente quelle che hanno minor accesso alle tecnologie nocive in uso nei paesi industrializzati e che restano ai margini del modo di crescita economica che serve da parametro al sistema capitalistico; si tratta quindi di vittime che non sono state implicate come attrici del processo di distruzione climati65

ca. Così, nel 2007 è l’Asia ad essere stata il principale bersaglio delle catastrofi naturali. Questo è quanto rivela il bilancio della Strategia internazionale di Prevenzione delle Catastrofi naturali, organismo delle Nazioni Unite: 167 milioni di persone hanno subito gli effetti dello straripamento dei fiumi in questa regione. In tutto il mondo ci sarebbero 16.500 morti, vittime di questo tipo di catastrofi e i danni sono valutati a 43 miliardi di euro. Secondo John Vidal, in Africa sono 182 milioni le persone che potrebbero soffrire malattie legate al riscaldamento del clima64. Senza attribuire tutte queste cifre al solo cambiamento climatico, gli organi competenti segnalano tuttavia che quest’ultimo esercita una innegabile influenza su questi fenomeni. Così Margaret Chan, direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), in un rapporto pubblicato in occasione della Giornata mondiale della Salute nel 2008, affermava che l’inquinamento dell’aria causava 800.000 morti all’anno e che ogni aumento di un grado della temperatura significherebbe 20.000 morti in più. Secondo Rajendra Pachauri, presidente del GIEC, è soprattutto l’Africa che subirà gli effetti dei cambiamenti. Ci sarà una riduzione delle superfici coltivabili e del rendimento, in particolare quello dell’agricoltura pluviale, che potrebbe crollare del 50% entro il 2020. Tutto questo potrebbe colpire dai 75 ai 200 milioni di persone65. Nel 2007 l’Africa è stata devastata da piogge torrenziali e inondazioni che hanno causato almeno 150 morti. Sono stati coinvolti 17 paesi, colpendo più di un milione di persone, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari. In Uganda 150.000 persone hanno perso il tetto tra agosto e settembre. In Ghana ci sono stati 250.000 profughi. In Sudan si sono avute le peggiori inondazioni a memoria d’uomo. In Togo 66.000 profughi e in Nigeria 50.000. Tutto questo sarebbe dovuto, secondo la stesso organismo, ai cambiamenti climatici e alla distruzione delle foreste66. Ma cosa succede nei paesi “emergenti”? Riprendiamo l’esempio della Cina. Qui ci troviamo di fronte ad una società che ha optato per una crescita accelerata sulla base delle stesse tecnologie inquinanti e dagli effetti, a breve e lungo termine, inquietanti. Senza dubbio bisogna collocare questo fenomeno nel suo contesto globale. Dopo un
66

periodo di dipendenza economica e politica che è durato secoli, l’emancipazione delle nazioni del sud appare come riparazione di una ingiustizia. Il nord si era sviluppato economicamente sotto l’egida del capitale e integrando nel suo progetto l’estrazione delle risorse naturali e lo sfruttamento del lavoro del sud. Senza badare alle conseguenze naturali e sociali delle sue pratiche di crescita. È dunque il principale responsabile della situazione ecologica attuale. Agli occhi del sud, in particolare del G77, cioè il gruppo dei paesi “in sviluppo”, il nord non ha da dare lezioni a nessuno. Disgraziatamente il prezzo da pagare non tiene conto dell’equità storica e di un giusto ritorno delle cose. Siamo sulla stessa barca e la follia degli uni non può giustificare la sventatezza degli altri, anche se le responsabilità si collocano a livelli diversi. Come dice Susan George, siamo tutti sul Titanic, anche se alcuni viaggiano in prima classe. Conosciamo il prezzo di uno sviluppo predatorio accelerato in un universo saturo di microparticelle e di gas serra e la Cina, più ancora degli altri paesi emergenti, lo sta pagando. L’inquinamento delle sue grandi città è diventato leggendario. I giochi olimpici di Pechino l’hanno rivelato in modo scioccante. Prendiamo l’esempio di Hong Kong. Ogni anno parecchie centinaia di persone muoiono a causa delle emanazioni inquinanti. L’indice di inquinamento dell’aria (API), misura della presenza di particelle fini in sospensione, è stato fissato dall’OMS a un massimo di 20 microgrammi per mc (ug/mc) di particelle con diametro di meno di 10 micron, cioè un centesimo di millimetro (PM10). L’Organizzazione raccomanda anche di non superare i 10ug/mc. A Hong Kong questo indice è stato modificato per raggiungere soglie di tolleranza molto più elevate. La media accettabile stabilita per la città è di 180 ug/mc all’anno e la soglia ufficiale è stata portata a 380 ug/mc, con punte di 800 ug/mc per non più di una ora. Ricordiamo che in Europa dal 1° gennaio 2005, non si possono superare i 50 ug/mc per più di 35 giorni all’anno ed è stato fissato un plafond annuale di 40 ug/mc. Florence de Changy, che riporta questi fatti relativi alla città cinese di Hong Kong, non esita a scrivere che queste unità di misura sono state adattate “per non contrastare gli interessi delle potenze industriali locali”67. Una volta di più la logica capitalistica ha preso il
67

sopravvento. Finché gli effetti toccano solo le “marginalità” e non interessano direttamente il processo di accumulazione del capitale, non vengono presi in considerazione. Tuttavia nel giugno 2003 un gruppo di università della città si è preoccupato del problema ed ha pubblicato uno studio secondo il quale un miglioramento dell’indice di inquinamento permetterebbe di alleggerire gli ospedali di un carico di 36.000 giornate di ospedalizzazione all’anno, con il risparmio di 1,9 miliardi di euro di costi indiretti. Siccome questi costi sono sopportati dai poteri pubblici e dagli individui, non entrano nella compatibilità delle imprese. Del resto, siccome gran parte degli ospedali sono privati, non hanno certo interesse a diminuire i loro clienti. La Banca mondiale stima che in tutta la Cina l’inquinamento atmosferico faccia parecchie centinaia di migliaia di vittime all’anno. Lo stesso fenomeno non dovrebbe essere estraneo al fatto che annualmente nascono in questo paese un milione di bambini con malformazioni. Su scala mondiale si tratta di un modello di sviluppo economico che prende andamenti sacrificali in funzione di obiettivi che si allontanano sempre più dal benessere umano e non è evidentemente in causa solo la Cina. In India, dove nel 2008 circa la metà della popolazione era sempre senza accesso all’elettricità, si ritiene che la domanda di energia si moltiplicherà per quattro nei prossimi 25 anni (più o meno nel 2030). Anche se una cifra simile fa supporre un impatto negativo sul clima, bisogna mantenere le proporzioni. Non dimentichiamo che un cittadino degli Stati Uniti emette 16 volte più CO2 di un indiano68. Secondo Sunita Nairan del Centre for Science and Environment di New Dehli, le rivolte cui si è assistito negli ultimi anni nei 200 distretti più poveri del paese, si devono alla distruzione delle foreste, alla contaminazione e alla diminuzione dell’acqua e allo sfruttamento delle risorse minerarie. Lo stesso autore stima che i cambiamenti climatici avranno drammatici effetti sociali a causa della riduzione dell’acqua, della diminuzione della sicurezza alimentare e della riduzione della superficie delle zone costiere69. Aumenteranno le migrazioni forzate, con il corredo di problemi che comportano. In breve: è il benessere dell’umanità ad essere in gioco e bisogna esserne coscienti.
68

Gli effetti politici. L’Oxford Research Group in un rapporto intitolato Risposte globali a minacce globali (Global Responses to Global Treaths), non esita a scrivere che gli effetti dei cambiamenti climatici -spostamento di popolazioni, mancanza di nutrimento, disordini sociali- avranno anche implicazioni a lungo termine per la sicurezza, ben più consistenti dello stesso terrorismo, opinione condivisa del resto dallo stesso Pentagono. Lester Brown parla della moltiplicazione di Stati non vitali perché incapaci di gestire i problemi dell’acqua, delle foreste, dell’esaurimento dei suoli, delle emigrazioni, cioè gli effetti dei cambiamenti climatici. L’impatto delle migrazioni climatiche rischia di essere considerevole: criminalizzazione delle migrazioni in Europa, costruzione di muri tra gli Stati Uniti e il Messico, tra l’India e il Bangladesh. Abbiamo già segnalato gli effetti del riscaldamento dell’Artico con la possibilità di sfruttare ricchezze naturali (petrolio, metalli) e l’apertura di una nuova via marittima. Su quest’ultima il Canada reclama la sua sovranità, mentre gli Stati Uniti e l’Unione Europea affermano che si tratta di acque internazionali. Il Canada sta costruendo una base militare nella regione. Gli Stati Uniti si propongono di firmare la Legge del Mare proposta dalle Nazioni Unite nel 1992, cosa che significa una vera virata. A partire dal 2009, infatti, è previsto che i paesi possano estendere le loro acque territoriali a più di 200 miglia, se possono provare che la loro piattaforma continentale si estende al di là. Anche l’impatto delle attività militari sul clima non va sottostimato. Non solo è considerevole il peso ecologico dell’utilizzo dell’energia da parte delle armi (a loro è dovuta in Francia la produzione del 10,1% di scorie nucleari), ma è il costo ecologico delle guerre ad essere immenso. Si pensi all’Iraq, per esempio. Ma bisogna segnalare anche numerose altre conseguenze delle attività militari. Nella California del sud, l’utilizzo di potenti sonar da parte della marina degli Stati Uniti, in preparazione della guerra sotto marina, colpisce seriamente il cervello e le orecchie delle balene e della fauna marina70. A Porto Rico, dopo 60 anni di esercitazioni dell’esercito degli Stati Uniti a Vizques, ci vorranno dieci anni solo per bonificare le terre dagli obici inesplosi.
69

Ai militari non è sfuggita l’immagine positiva che dà oggi proteggere l’ambiente. Così il Ministero spagnolo della Difesa ha pubblicato una pagina intera di pubblicità sui giornali del paese il 13 dicembre 2007. “Anche l’ambiente naturale è una questione di difesa - si poteva leggere-. Nello Stato spagnolo si tratta di 33 spazi (militari) che coprono 150.000 ettari protetti”. Il Ministero aggiungeva che ci sono molti modi per difendere il territorio, che preoccuparsi della flora e della fauna è uno e che applicando il sistema di gestione dell’ambiente a tutte le sue unità e installazioni e optando per le energie rinnovabili, l’esercito compiva il suo dovere perché tutti possano godere dell’ambiente. La pubblicità terminava dicendo: “Per il tuo avvenire e per quello di tutti”. L’US Air Force, da parte sua, ha moltiplicato le esperienze di produzione di carburante a partire dal carbone, facendo volare una quarantina di apparecchi (B52, C17, ecc.) con questo tipo di alimentazione71. Il fatto ancora più inquietante, è la possibilità di modificare le condizioni climatiche a scopi militari, cosa che Juan Gilman non esita a chiamare “la guerra climatica”. Sarà così possibile produrre onde ad alta frequenza nell’econosfera, per provocare violente piogge, inondazioni, scombussolamenti nei sistemi di comunicazione, cosa che l’esercito degli Stati Uniti sta attualmente sperimentando in Alaska. L’ insieme di questi effetti ecologici, economici, sociali e politici è davvero impressionante. Non è dunque senza ragione che Enrique Leff dell’Università nazionale del Messico, concluda che noi siamo di fronte a una crisi dell’umanità. Secondo lui è proprio il modello di sviluppo ad essere in gioco e finché la questione non verrà posta a questo livello, ci si rivolgerà solo agli effetti e non alle cause72. Il PNUD, da parte sua, parla dell’avvicinarsi di una tragedia73 e Lester Brown parla “di una caduta di civiltà”. Il ruolo delle Nazioni Unite L’Organizzazione delle Nazioni Unite non poteva restare insensibile al problema, anche se il senso delle sue azioni collettive dipende evidentemente dal grado di coscienza dei suoi membri. Abbiamo già fatto allusione alla Commissione Brundtland del 1986 e al Vertice della terra a Rio de Janeiro nel 1992. Le due riunioni più conosciute
70

sono state Kyoto nel 1997 e Bali nel 2007. Il protocollo firmato a Kyoto dalla maggioranza degli stati industrialmente sviluppati del mondo, ma non ratificato dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia (che ha rettificato la sua posizione nel 2007), puntava a ridurre tra il 2008 e il 2012 le emissioni dei sei principali elementi che alterano il clima del 6,5% rispetto al 1990. I paesi in sviluppo o emergenti (Cina, India, Brasile) non erano interessati da queste misure. A Bali nel dicembre 2007 si è tenuta la tredicesima Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul clima (CCNUCC), per preparare il dopo Kyoto. Nel dicembre 2008 fu seguita dalla riunione di Poznan in preparazione a Copenhagen (2009) che deve prendere decisioni cogenti per gli Stati. La prima Conferenza, quella di Kyoto, ha elaborato le norme di riduzione delle emissioni, accoppiandole con diritti di compensazione, il che ha dato luogo alla borsa del carbonio, di cui parleremo più avanti. La seconda, a Bali, preparata da parecchie riunioni del Gruppo di esperti intergovernativi sull’Evoluzione del clima (GIEC), organismo creato congiuntamente dalla Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUE) e titolare, insieme ad Al Gore del premio Nobel della Pace 2007, si è svolta in una atmosfera decisamente più drammatica. Gli Stati Uniti, sempre più isolati, sono stati costretti a fare alcune concessioni, compensandole con altre da parte del resto dell’assemblea, ma, a dire il vero, di minore ampiezza. L’Australia, da parte sua, con un governo laburista, si era ricongiunta con la maggioranza. Tutto ciò non ha impedito alla lobby industriale di essere particolarmente attiva nell’orientare le decisioni in modo favorevole alle forze del mercato. Nello stesso tempo, in contropartita, si è assistito a un riavvicinamento tra le organizzazioni e i movimenti che si occupano dell’ambiente, nella difesa della giustizia sociale e dei diritti umani, evento salutato da Walden Bello del Focus on The Global South di Bangkok come il maggior passo avanti. Le tappe seguenti, la quattordicesima riunione del CCNUCC in Polonia nel 2008 e la quindicesima in Danimarca nel 2009, dovranno sfociare in nuovi orientamenti concreti per il dopo 2012. Si tratterà in particolare di ridurre le emissioni di CO2 dal 20 al 40% rispetto al 1990.
71

A Bali sono stati interpellati i paesi emergenti. Insieme l’Africa del sud, il Brasile e la Cina hanno affermato che si sentivano realmente coinvolti. La Cina ha annunciato la volontà di ridurre il consumo di energia del 20% entro il 2012 ed ha comunicato la decisione di mettere una tassa sulle esportazioni di grano, mais e soia. Molti paesi del sud, tra cui Brasile, Indonesia, Ecuador e Messico hanno chiesto sostegno finanziario per la conservazione delle foreste. La Cina ha parlato in favore di un trasferimento gratuito delle tecnologie per la riduzione delle emissioni di gas serra. Nello stesso ordine di idee, un Fondo di Adattamento amministrato dai Fondi per l’ambiente mondiale (FEM) dovrebbe raccogliere 500 milioni di dollari entro il 2012, alimentato dal 2% delle contribuzioni sui progetti di riduzione di CO2 nel quadro del Protocollo di Kyoto, per finanziare progetti di energia verde nel terzo mondo. La somma però è molto modesta rispetto ai bisogni reali calcolati ad almeno 50 miliardi di dollari da OXFAM e 86 miliardi all’anno da PNUD. La Banca mondiale, che secondo François Bourguignon, direttore della Scuola di Economia di Parigi (EEP), avrebbe la vocazione di diventare in questa occasione la Banca dell’Ambiente74, dovrebbe fissarne le modalità. Nessun dubbio che nell’eventualità, simili iniziative resteranno market friendly. Prima della Conferenza di Bali, 125 ONG hanno pubblicato un appello in cui chiedevano, tra l’altro, di tener conto non solo dei criteri economici ma anche dei criteri del benessere, di sostituire la misura del PIL (Prodotto interno lordo) con un’altra che tenesse conto dell’impatto sul clima, di costituire mezzi finanziari per la protezione delle foreste dei paesi poveri, di instaurare un Fondo mondiale per le energie pulite e di adottare una convenzione sul diritto all’acqua. Bisogna anche segnalare altri organismi delle Nazioni Unite impegnati in questo campo, come il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUE), l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), la Commissione per lo sviluppo durevole, la Convenzione sulla diversità biologica (CBM), il Fondo per lo sviluppo mondiale (FEM) che raggruppa 160 paesi, la Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la Desertificazione (UNCCD), il Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti umani (UN-Habitat), per non parlare del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo
72

(PNUD), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCED). Bisogna aggiungere anche un certo numero di organismi regionali, come l’Agenzia europea per lo Sviluppo (AEE): Il quadro delle Nazioni Unite offre un certo spazio di autonomia a coloro che, preoccupati dalla situazione, si sforzano di far prendere coscienza dell’importanza del problema e della necessaria radicalità delle soluzioni. I rapporti di forza però, giocano non solo sul piano politico ma anche su quello delle concezioni dello sviluppo e della filosofia economica, in una parola, sul progetto di società. Per questo Tony Blair, affermando che la sfida è immensa e il tempo limitato, non esita a dire che c’è il rischio che il Vertice di Copenhagen del dicembre 2009 non arrivi ad un accordo sul minimo comune denominatore, perché ogni paese vuole cedere il meno possibile.75 Il neoliberismo non ha ancora detto la sua ultima parola e l’insieme dei grandi orientamenti del sistema economico mondiale, anche se scosso da importanti crisi, è ancora sottoposto ai suoi orientamenti di base. Questo ci porta quindi a interrogarci sui discorsi neoliberisti sul clima e gli effetti del riscaldamento, sulla sua lettura della situazione, sulle soluzioni proposte e, infine, sulla logica che presiede alla loro elaborazione. Il fenomeno climatico ha acquisito un tale grado di visibilità che è diventato impossibile ignorarne la dimensione, anche se certe voci si levano ancora per minimizzarlo o per negare la pertinenza dei dati disponibili e la loro interpretazione. Un simile esame ci aiuterà a capire la funzione degli agrocarburanti nella riproduzione del modello economico.
Note 1. 2. 3. 4. 5. 6. Les Clés de la Planète, Agir pour la Terre, Toulouse, Milan Presse 2007, 32 Oscar René Vargas, Geopolitica en el siglo XXI, Managua, Certen, 2007,73 Citato da Marc Roche, Le Monde 11.08.07 Ibidem Le Soir, 2.10.07 Le Soir, 23/24.09.06
73

7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45.

Newsweek, 23.04.07 Hervé Kempf, Le Monde 15.03.08 Le Monde, 15.08.06 Patrick Moon, El Pais 22.07.06 Gaelle Dupont, Le Monde 20.03.08 Catherine Ferrieux, “Un verdict sans appel”, Sciences et Avenir, marzoaprile 2007,6 Risal, 12.03.07 Catherine Brahie e al., Courrier International 20-26.09.07 El Pais, 3.12.07 Vicente Barros, El cambio climatico global, Bogota, Desde Abajo, 2004, 46-65 Michel Destrot e al., Energie e Climat, Paris, Plon, 2006, 14 Sciences et Avenir, marzo-aprile, 2007, 10 L’ennemi climatique n°1, Sciences et Avenir, ibidem, 30 Human Development Report, 2007-2008, 11 Le Monde, 12.06.06 Le Monde, 12.06.06 Sciences et Avenir, n° 150, marzo-aprile 2007, 8 Le Soir, 11.03.08 Gaelle Dupont, Le Monde, 5.12.06 Wall Street Journal, 10.10.07 Cité par Stéphane Foucart, Le Monde, 29.09.06 Le Soir, 23.10.07 L’Atlas de l’Environnement, Le Monde Diplomatique, 2007, 33 Sciences et Avenir, marzo-aprile 2007 PNUD, Report on Human Development, 2007-2008, 157-158 New Geographical Magazine, 29.02.07 Scott Wallace, “Le déchirures de l’Amazonie”, National Geographic Magazine, febbraio 2007 Bulletin n° 132, 30.07.08, du World Rain Forest Atlas de l’Environnement, Le Monde Diplomatique, 2007, 36 Pierre Friedlingstein, Sciences et Avenir, n° 150, marzo-aprile 2007, 30 Le Monde, 8.07.06 Nature, 28.09.06 Atlas de l’Environnement, Le Monde Diplomatique, 2007, 50 Libération, 5.04.07 yahoo.fr, 26.07.08 Nature, vol. 439, gennaio 2006, 16 Le Soir, 3.04.07 Robert Barbault, Un éléphant dans un jeu de quille-L’homme dans la biodiversité, Paris, Le Seuil, 2006 Sciences et Avenir, marzo-aprile, 2007, 53
74

46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75.

Ice and Snow, 2006 Science et Vie, gennaio 2008, 27 International Herald Tribune, 2.10.07 Sciences et Avenir, n° 150, marzo-aprile 2007, 9 Ibidem, 35 PNUD, Human Development Report, 2007-2008, 102 Le Monde, 18.03.08 PNUD, Human Development Report, 2007-2008, 9 Common Dream, 30.01.04 Effets des Changement climatiques dans les Tropiques: le cas dell’Afrique, Alternatives sud, vol, XIII, n°2, 2006, 85. (Tr. it., Cambiamenti climatici, Edizioni Punto Rosso, 2007) Le Monde, 7.04.07 Le Monde, 10.09.07 Anthony Nyong, Alternatives sud, vol. XIII n°2, 2006 Le Soir, 18.10.07 PNUD, Human Development Report, 2007-2008, 9 Le Soir, 9.04.07 Foreing Policy, dicembre 2007-gennaio 2008, 33 Les Clés de la Planète, Milan Presse, Toulouse, avril 2007, 44 The Guardian, 15.06.06 Le Soir, 18.10.07 Le Soir, 17.09.07 Le Monde, 24.10.07 New York Times, 8.03.08 Le Monde, 30.05.07 Los Angeles Times, 18.01.08 Le Soir, 9.06.08 Géopolitique de la diversité et développement durable, Alternatives sud, vol. XIII n° 2, 185-196. (Tr. it., Cambiamenti climatici, Edizioni Punto Rosso, 2007) PNUD, Human Development Report, 2007-2008, 4 Le Monde, 13.11.07 International Herald Tribune, 27.06.08

75

CAPITOLO 3 IL DISCORSO NEOLIBERISTA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI Primo tempo: negazione e sdrammatizzazione del cambiamento Malgrado sia sempre più riconosciuto a livello universale il carattere antropico dei cambiamenti climatici, alcuni, come il presidente George W. Bush hanno voluto nasconderlo o minimizzarlo. Ci sono diversi modi di affrontare questo argomento e non è privo di interesse concentrarsi sul modo in cui lo affronta il discorso neoliberista. Lo scetticismo Ci sono in primo luogo gli scettici che mettono in dubbio sia il valore dei dati sia la loro interpretazione. La complessità dei modelli e l’imprevedibilità del clima suscitano la diffidenza di autori come Bjorn Lomborg in Danimarca e Claude Allègre in Francia. E, in effetti, lo stato e i risultati della meteorologia sembrano confermare un tale interrogativo. Come dice Pascal Engel, filosofo dell’università di Genève che tratta dello “scetticismo climatico” nella rivista Sciences et Avenir1, la natura può essere caotica. Ma si tratta di fenomeni di origine meteorologica o di fattori di perturbazione di origine umana, certo misurabili, ma senza che tuttavia se ne possano determinare con certezza tutti gli effetti? Questa è la questione centrale. In una opera su questo soggetto, il professor F. Ruddiman dell’Università di Princeton, non se ne preoccupa più di tanto. Lui propende per la prima interpretazione. Il processo è già vecchio, dice. È incominciato circa 8.000 anni fa con la deforestazione per lo sviluppo dell’agricoltura.2 La prima reazione del discorso neoliberista si è appoggiata ad affermazioni di questo tipo e ha relativizzato l’importanza del fenomeno. Quando James Hansen, climatologo della NASA, ha testimoniato nel giugno 1998 davanti al Senato degli Stati Uniti dicendo che era
76

convinto al 99% che l’effetto serra stava cambiando il clima, le industrie interessate si preoccuparono e costituirono parecchi gruppi di pressione, come la Coalizione sul clima planetario (GCC) o il Comitato d’informazione sull’Ambiente (ICE). Quest’ultimo affermava che il riscaldamento climatico era una ipotesi teorica e non una realtà. Come si può constatare, si trattava di una strategia simile a quella sviluppata dall’industria del tabacco sui suoi effetti. Dall’inizio degli anni novanta, si è organizzata una potente lobby per evitare che si prefigurasse un trattato internazionale sulla riduzione di gas serra. Poco prima della Conferenza delle Nazioni Unite sui problemi ambientali a Rio de Janeiro nel 1992 (il Summit della Terra), il George Marshall Institute, un think tank conservatore degli Stati Uniti, ha pubblicato un rapporto in cui si diceva che i cambiamenti climatici erano probabilmente il risultato di una iperattività solare. Durante il Summit della Terra del 2002 a Johannesburg, fu particolarmente attiva una lobby, World Business Council for Sustainable Development, costituita da circa 190 imprese petrolifere, chimiche e forestali, per cercare di minimizzare i fatti. Uno degli argomenti più spesso avanzati era che la comunità scientifica era divisa. Il Goddard Institute for Space Studies (GISS) nel 1990 affermava che l’anno più caldo negli Stati Uniti era stato il 1934 e non il 1998, come era stato detto, e che i sei anni più caldi della storia meteorologica degli Stati Uniti, erano stati tra il 1930 e il 1940. Tuttavia lo stesso istituto doveva riconoscere nello stesso tempo che la temperatura era aumentata dello 0,21° C dal 1920. Non solo negli Stati Uniti sono state avanzate simili interpretazioni. Infatti, nell’ambito dell’Istituto di fisica del Globe di Parigi, Claude Allègre, già citato, Vincent Courtillot e Jean-louis Le Moel, sostenevano che c’erano altre cause oltre l’attività umana per spiegare il riscaldamento del clima, come le variazioni dell’attività solare, l’intensità dei raggi cosmici e i movimenti di oscillazione della terra sulla sua orbita.3 Tutti usavano quindi argomenti simili per minimizzare le cause umane. Un editoriale dell’Economist (2.06.07) affermava chiaramente che il mondo degli affari tendeva quasi a rispondere con disprezzo alle af77

fermazioni sul cambiamento climatico. Infatti un simile concetto implicava che l’industria avesse danneggiato il pianeta e che dunque dovesse pagarne le conseguenze. Siccome non voleva entrare in un simile ragionamento, era meglio negare i fatti. Oggi, aggiungeva il giornale, è tutto cambiato. Tutto il mondo si dà da fare per mettere in mostra le proprie performances “verdi”. Meglio ancora, “una energia più pulita significa nuove tecnologie e maggiori possibilità di fare denaro”. Etienne Davignon, finanziere belga, lo conferma: “Ambiente ed economia sono già integrati. L’ambiente non è più un capitolo a parte.”4 Fu preceduto in questa convinzione da Jeff Immelt, il PDG di General Electric, che nel 2005 dichiarò: “Ormai le relazioni tra il business e l’ecologia, si rivelano win-win (guadagnando-guadagnando).”5 L’offensiva non fu solo verbale. Si trattava anche di contrastare le conclusioni delle ricerche scientifiche. Così, Exxon Mobil negli Stati Uniti spese più di 10 milioni di dollari per finanziare centri che avevano l’obiettivo di dimostrare che il riscaldamento del pianeta era solo una illusione e un fenomeno ricorrente, in fin dei conti poco preoccupante. Tra le due decine di imprese interessate, si contava l’American Enterprise Institute che nel 2004 aveva pubblicato uno studio sul riscaldamento intitolato: “Dont’worry, be happy”6 La resistenza degli ambienti economici ha avuto le sue ripercussioni anche nel campo politico. Il governo del presidente George W. Bush già al suo primo mandato ha nominato dei vecchi lobbisti del carbone e del petrolio in posti chiave dell’elaborazione della politica climatica. Sharon Begley descrive così nel Wall Street Journal la reazione delle autorità governative degli Stati Uniti dopo il rapporto allarmista del GIEC del 2007: “Non contenti di offrire 10.000 dollari agli scienziati disposti a criticare il testo, avanzano un nuovo tema: anche se la terra si sta riscaldando, non c’è da preoccuparsi.”7 La stessa Casa Bianca non si è fermata lì. Non ha esitato infatti a modificare il rapporto del dr. Jules Gerberding presentato al Senato sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sopprimendo i passaggi sulle malattie che rischiano di svilupparsi in futuro.8 Il caso più significativo è stato quello di James Hansel, direttore del Goddard Institute for Space Studies (GISS). Quando, nel 1989, questo
78

ricercatore testimoniò davanti a una Commissione senatoriale presieduta da Al Gore, affermò che erano stati aggiunti dei paragrafi alla sua deposizione scritta, che contraddicevano le sue conclusioni. È proprio quello che Mark Bowen ha rivelato nella sua opera Censuring Science, apparsa per le edizioni Dutton Books negli Stati Uniti. Ma il tallonamento è continuato per tutti gli anni seguenti. Nel 2005 lo stesso ricercatore ha scritto: “La censura è diventata molto pesante e, per esempio, mi impedisce di scrivere sui mezzi di comunicazione” e più tardi “Non potevo nemmeno più mettere in rete i dati delle temperature come facevo ogni mese da dieci anni”.La Casa Bianca aveva deciso di controllare tutto ciò che usciva dal suo laboratorio, spiega l’autore nell’opera citata. Lo stesso è successo ai ricercatori del National Oceanic and Atmosphere Administration (NOAA).9 Anche in Europa gli industriali si sono organizzati perché venissero ridotti gli obiettivi della Commissione durante la preparazione del pacchetto climatico all’inizio del 2008: “Mai, scriveva Philippe Régnier, la lobby della grande industria ha avuto tanto peso sui rappresentanti dell’istituzione europea.”10 Ancora nel giugno 2008 la minoranza repubblicana del Senato degli Stati Uniti poneva ostacoli al primo grande progetto di legge per lottare contro il riscaldamento climatico.11 La delegittimazione del percorso scientifico Oltre alla manifestazione dello scetticismo e alle manovre politiche, ci fu anche una delegittimazione del percorso scientifico e, in questo ambito, non mancarono le offese. Incominciamo con una lunga citazione di Eric Le Boucher su Le Monde del 9 aprile 2007. “Per sensibilizzare le opinioni, i politici del GIEC e gli ecologisti di mestiere, vogliono spaventare e per fare paura semplificano ed esagerano. Hanno bisogno di farsi passare per economisti e di predire la recessione agli Stati Uniti? Perché affermare con sicumera che 2° C in più fanno male al commercio, mentre sul territorio degli stessi Stati Uniti si osserva uno spostamento delle attività verso il sud e verso il sole? Dire che ’saranno i poveri a soffrire di più il riscaldamento’ smuove i nostri cuori sensibili. Ma è una idiozia: i poveri soffrirebbero di più anche il raffreddamento di questo stesso pianeta, sempli79

cemente perché il mondo è fatto così – sono i poveri che soffrono sempre di più, qualsiasi cosa succeda. L’abbiamo detto e ripetuto: questa strategia degli ecologisti è disastrosa per la stessa causa ecologica. I sapienti del clima farebbero meglio ad affinare i loro studi e a non fare i militanti. La politica non è mai andata d’accordo con la verità”. È veramente difficile essere più sprezzanti. La rivista americana Newsweek ha dedicato il numero del 16-23 aprile 2007 al clima. Opporsi all’ultra pessimismo diventa una eresia, scrivono a loro volta Jonathan Adams e Kenzie Burchell: “In una epoca più religiosa si sarebbe detto che pecchiamo contro Dio, oggi si afferma che pecchiamo contro la natura. Le voci moderate vengono soffocate.”12 Siamo in una epoca di ecopuritanesimo, dicono gli stessi autori. Il rapporto di Nicolas Stern per il governo britannico viene qualificato come “semi-apocalittico” da Emily Vencat sullo stesso numero e Mac Margolis non esita a parlare di “Cassandre del clima.”13 Da parte sua Richard S. Linden, professore di meteorologia al Massachuset’s Institute of Technology (MIT) negli Stati Uniti, va ancora più lontano: “Recentemente – scrive - si è preteso che la terra si trovasse di fronte ad una crisi che richiedeva una azione urgente. Una simile affermazione non ha niente a che vedere con la scienza….Gli effetti negativi del riscaldamento sono amplificati….Un clima più caldo potrebbe rivelarsi ben più benefico di quello di cui godiamo oggi.”14 Gli stessi giornalisti Jonathan Adams e Kenzie Burchell gli fanno eco aggiungendo: “Si finge di ignorare che l’aumento della temperatura può essere una buona notizia per alcuni e che i precedenti in questo campo, in particolare nel Medio Evo, sono stati associati con la prosperità e un avanzamento della civiltà.” A questo scopo citano l’apertura di una nuova via marittima nell’Artico e anche il fatto che in Canada, in Russia e in Scandinavia i benefici del riscaldamento si tradurranno in raccolti più abbondanti, una riduzione della mortalità invernale, costi di riscaldamento diminuiti e un possibile boom del turismo e dell’industria immobiliare.15 Richard S. Linden, che non aveva esitato a rispondere ad Al Gore che il riscaldamento del pianeta era una grande bufala, aggiunge che l’aumento della temperatura conosciuto dall’India nella seconda metà del XX secolo ha permes80

so un forte aumento della produzione agricola. D’altra parte, afferma, “l’esposizione al freddo si rivela generalmente più pericolosa e meno confortevole.”16 In breve, tutto è stato messo in atto per minimizzare le dimensioni del problema. Secondo tempo: le soluzioni secondo il mercato Siccome l’ampiezza della crisi climatica appariva sempre più chiaramente, divenne difficile continuare a proclamare la sua inesistenza. Si fece strada quindi una seconda fase per dimostrare che le soluzioni passavano attraverso il mercato. L’ottimismo delle prospettive Molto rapidamente ci fu un mutamento di rotta. Nel discorso neoliberista incominciò a prevalere l’ottimismo basato sulla fiducia nel progresso e le capacità del sapere umano. Così, Peter Levene direttore della Compagnia di assicurazioni Lloyd di Londra, duramente colpita dalle recenti catastrofi naturali, non esitava ad affermare: ” La razza umana ha inventato l’aria condizionata e il riscaldamento centrale. Ci adatteremo alle nuove condizioni.”17 Mac Margolis, già citato, aggiunge che “i contadini hanno sempre saputo decifrare le situazioni e adattarsi al clima. Lo hanno fatto da millenni.”18 Il discorso neoliberista cita anche l’archeologo dell’ University College di Londra che dice ”Per ogni società che crolla ce n’è un’altra che si afferma.”19 Philippe Manière, direttore dell’Istituto Montaigne di Parigi afferma da parte sua che il genio del capitalismo è sapersi adattare: “A lungo termine sono molto ottimista. La storia dell’umanità è fatta di problemi molto gravi che sono stati risolti. Entro cinque, dieci o quindici anni ci saranno forme di crescita inaudite con sorgenti di energia diverse, mezzi di trasporto individuali e collettivi funzionanti su un modello alternativo.” Jeffrey Sachs scrive: “Molti ideologi del libero mercato ridicolizzano l’idea che le strette imposte dalle risorse naturali possano provocare un rallentamento della crescita mondiale, affermano che la paura della mancanza di risorse, in particolare di nutrimento e di energia, è con noi ormai da 200 anni e
81

che non siamo morti. Al contrario, la ricchezza ha continuato ad aumentare a un ritmo molto più rapido della popolazione.”20 “Il genio del capitalismo consiste in questo: adattarsi continuamente ai nuovi dati dell’esperienza.”21 Lo sviluppo delle energie rinnovabili, in particolare, trova il suo equivalente nella rivoluzione industriale, dicono degli esperti europei22 “Il capitale natura è stato sostituito dal capitale industriale”. La nuova svolta energetica, constatano, ha già creato 100.000 posti di lavoro e generato una cifra di affari di 20 miliardi di euro (si tratta in particolare degli agrocarburanti). In breve, è l’ottimismo che primeggia. Si troveranno le soluzioni, e, soprattutto, nel quadro del sistema economico attuale che ha sempre promosso l’innovazione. D’altra parte “il costo dell’inazione sarebbe superiore a quello dell’azione: costerebbe quindi più caro riparare i guasti del riscaldamento che investire per evitarli.”23 Bisogna riconoscere, in effetti, che l’industria si adatta rapidamente alle nuove soluzioni. Gli sforzi per la riduzione del consumo di energia si rivelano paganti. L’efficienza energetica è cresciuta dell’1,6% all’anno dal 1990, riducendo le emissioni di CO2 nell’atmosfera solo per l’anno 2006 di 10 gigatonnellate, secondo un rapporto del Consiglio mondiale dell’Energia. A parità di servizio si consuma circa il 40% di energia in meno di quindici anni fa. In Germania le emissioni di CO2 sono state ridotte del 20,4% tra il 1990 e il 2007, per la metà grazie al crollo dell’industria dell’est. In Belgio la riduzione di gas serra è stata del 6% nel 2006 rispetto al 1990. I risultati sono dovuti sia allo sforzo domestico che industriale: miglioramento del tasso di rendimento energetico, tecnologie più efficaci, frutto dei prezzi elevati dell’energia e delle sollecitazioni dei poteri pubblici.24 In Europa, tuttavia, il 2007 è stato segnato da un rialzo dell’1,1% delle emissioni di CO2, dovuto, secondo la Commissione, all’effetto dell’applicazione del diritto di inquinare (vedere più avanti). Negli Stati Uniti vengono prodotte spugne metalliche (ZIFS) in grado di assorbire 83 volte il proprio volume. Possono servire da filtro nei camini delle centrali a carbone, essere poi ripulite dal CO2 accumulato che può a sua volta essere eventualmente sotterrato. Tuttavia, il prezzo elevato di questa soluzione che lega cobalto e zin82

co a molecole organiche, impedisce al momento la sua applicazione generalizzata. La logica dell’economia capitalistica si dipana secondo un doppio principio, ricordiamolo, prima di tutto il rapporto costi benefici (calcolato senza gli effetti collaterali) deve essere positivo a favore di questi ultimi e poi la concorrenza esige che non si aumentino i costi di produzione, pena sparire dal mercato. Questa logica si applica anche nel caso delle misure da prendere per frenare la distruzione climatica: assicurarsi i benefici a breve e medio termine ed evitare di adottare politiche che potrebbero avvantaggiare dei concorrenti meno parsimoniosi. Una volta di più, quando il tasso di profitto del capitale rischia di essere frenato o paralizzato, gli attori economici adottano misure ritenute “razionali” in funzione della logica del sistema. A breve termine, quindi, solo una regolamentazione generalizzata, imposta dai poteri pubblici, può risolvere il problema. Ma quest’ultima rischia a sua volta di essere temperata dal pericolo della concorrenza di paesi che possiedono “il vantaggio comparativo” di legislazioni economiche meno stringenti e dalla minaccia di delocalizzazione delle industrie, quando questo diventa più redditizio per il capitale. Gli Stati sono sottomessi alla logica del mercato e i governi, anche socialdemocratici, si sentono obbligati a difendere le loro imprese sia all’interno che all’estero, in contraddizione con la protezione del clima. Tuttavia la preoccupazione ecologica diventa a sua volta un argomento commerciale. Basta pensare all’industria automobilistica che incentra oggi la sua pubblicità sulle caratteristiche meno inquinanti dei suoi ultimi modelli nel momento in cui la Commissione europea vuole ridurre le emissioni di CO2 a 120 grammi al km entro il 2012. La Logan Eco2 della Renault è stata presentata al salone di Shanghai nel novembre 2007 con uno scarico nell’atmosfera di solo 136 grammi di CO2 al km, lontano dalle quantità precedenti. Volkswagen, che aveva acquistato numerosi terreni in Brasile e stabilito un accordo con ADM25 per la produzione di agrodiesel, lancia Bluemotion presentandola come la vettura meno inquinante del mercato (102 di CO2 al km). In Spagna l’azienda si impegna a piantare 17 alberi ogni nuova vettura venduta, il che permette di assorbire, secon83

do lei, il CO2 emesso dai primi 50.000 km della macchina. Il gruppo PSA in Francia presenta congiuntamente la Blue Lion (Peugeot) e Airdream (Citroen), che emettono meno di 130 grammi di CO2 al km con energie fossili. Ford non è da meno con il suo Econetic e il motore ibrido ecoboost che equipaggia la Ford Explorer America. Mercedes annuncia la “vettura biologica” che mette insieme alta tecnologia e basse emissioni di CO2. Opel, del gruppo General Motors, mette in evidenza la tecnologia “Flextreme” in cui la propulsione è assicurata dall’elettricità, il motore a benzina o diesel, serve solo a ricaricare le batterie.26 Toyota Lexus opta per la vettura ibrida (petrolio ed elettricità). L’azienda ha fatto un accordo per la distribuzione di etanolo con BP, Peugeot, Citroen e Saab. La pubblicità va ancora più lontano. Peugeot, per esempio, invita a comperare i nuovi modelli con il seguente annuncio: “Il 20% delle automobili più vecchie è responsabile del 60% delle emissioni inquinanti delle vetture. Sostituiamole”. Bisogna dire che i traguardi europei sono ambiziosi: entro il 2012 non bisognerà emettere più di 120 grammi di CO2 al km, mentre nel 2007 si era a 160 grammi, secondo l’Associazione europea dei Costruttori di automobili (ACEA). Questo stesso organismo riteneva che l’obiettivo di ridurre a 140 grammi entro il 2008 sarebbe stato difficilmente raggiungibile. Nessuna obiezione, evidentemente, alla produzione di vetture meno inquinanti. Ma non si può dimenticare che l’aumento di automobili su scala mondiale annulla in parte la riduzione ottenuta e che la preoccupazione ecologica si è manifestata solo recentemente, mentre da decenni l’inquinamento delle auto veniva denunciato dagli scienziati e dagli ecologisti. Si è dovuto attendere che venissero annunciate misure internazionali perché questo diventasse argomento pubblicitario. Del resto, come scrive Carlos Migueles “Con una simile pubblicità le marche sperano di recuperare quello che devono spendere per compensare i costi cui vanno incontro.”27 Vengono segnalate altre iniziative con grande supporto di pubblicità per dimostrare le preoccupazioni e l’efficacia degli attori globali. Monsanto annuncia attorno al 2015 un seme di cotone resistente alla siccità, in previsione dei cambiamenti climatici. General Electric rafforza l’efficienza energetica dei suoi prodotti.28 L’etanolo verrà
84

prodotto non solo negli Stati Uniti e nel Brasile, ma anche nel Canada e in Russia. Le compagnie di assicurazione inventano nuovi prodotti: così Katrina – l’uragano che ha devastato New Orleans- ha gettato le basi di un vero e proprio “nuovo mercato” in questo campo.29 L’Università di Yale e il think thank Ceres organizzano un seminario con i direttori di 1.000 compagnie indicate dalla rivista Fortune come le più efficienti del mondo, sui rischi e le opportunità del riscaldamento climatico.30 In Africa vengono messe in atto politiche intelligenti per rimediare alle calamità climatiche, scrive Pedro Sanchez dell’Università Columbia di New York. Grazie a fondazioni private, spiega, in particolare quelle dei Gates e del finanziere Rockfeller, in Africa è in corso una vera “rivoluzione verde”: “i contadini vengono incoraggiati ad arricchire i loro terreni sfibrati, a utilizzare sementi ibride e a lavorare con il settore privato per entrare nei mercati.”31 In breve, la genialità del sistema capitalistico è di trasformare le catastrofi in opportunità e le tragedie in benefici, lasciando al settore privato la leadership dell’umanitarismo. Alla fine del 2007 l’industria della carta in Francia ha pubblicato una pagina pubblicitaria sui quotidiani del paese (25.10.07): “Sì, la carta contribuisce alla lotta contro l’effetto serra attraverso l’utilizzo di legno proveniente dalle radure, da piantagioni rinnovate e dalle segherie. La fabbricazione della carta favorisce la crescita degli alberi e permette l’assorbimento del gas di carbonio. La carta fabbricata e poi riciclata dopo l’uso, continua ad assorbire il gas di carbonio contenuto nelle sue fibre”. Il carattere illusorio di una simile affermazione viene più dal non detto che dal detto. Infatti, quanta è la carta prodotta a partire dalle piantagioni di eucalipto che hanno effetti ecologici e sociali disastrosi nelle zone tropicali? Con quali energie si produce la pasta per la carta? Quanto CO2 si scarica nell’atmosfera per il suo trasporto? Non si può isolare solo un fattore senza cadere nella menzogna. Ma la fibra ecologica oggi rende e quindi il mercato se ne appropria. Anche McDonalds nella sua pubblicità si vanta di “sensibilizzare i bambini a gesti da eco-cittadini”. Noi concluderemo questo breve scorcio su alcune opinioni, certo eclettiche, ma significative, e destinate a introdurre il lettore nella
85

grande diversità degli argomenti di un neoliberismo fedele alla sua logica originaria, con una ultima citazione da John Lellewellyn, consigliere economico senior presso Lehman Brothers. Essa riassume bene la filosofia di base. “Il riscaldamento mondiale si rivela essere una di quelle forze tettoniche –come la globalizzazione o l’invecchiamento della popolazione- che cambia gradualmente ma potentemente il panorama economico.”32 Se questa è la prospettiva, si tratta allora di una sfida che si apre su delle opportunità da cogliere da parte di coloro che ne sono capaci. Troveranno le tecnologie adeguate e saranno in grado di continuare il processo di accumulazione del capitale. Di questo si faceva eco una pubblicità sul giornale americano Us Today del 24 aprile 2007: “How global warming can make you wealthy? (Come il riscaldamento terrestre vi può arricchire?)” Di fronte a questa valanga di ottimismo il climatologo Jean Pascal van Ypersele, vice-presidente del GIEC, conclude comunque che “ è pericoloso il discorso degli economisti che propongono di attendere il radioso mondo in cui tecnologie risparmiatrici di CO2 costeranno meno care”. Il rispetto della legge del mercato Bisogna dire quindi che per i protagonisti del sistema neoliberista non bisogna cambiare nulla? Evidentemente no. Tuttavia tutti gli attori neoliberisti e la maggior parte dei socialdemocratici pongono una condizione fondamentale agli adattamenti: che rispettino le leggi del mercato. È quello che afferma Nicolas Stern della London School of Economics e autore del rapporto sul cambiamento climatico commissionato da Tony Blair, quando afferma che sono necessari degli “accordi che associno il pacchetto di Kyoto e i meccanismi del mercato per operare la transizione dei modelli di sviluppo”.33 Per questo gli accordi di Kyoto hanno previsto degli scambi tra industrie inquinanti e paesi in via di sviluppo: le quote di CO2 fanno infatti entrare i gas serra nel campo dei valori di scambio. La piattaforma finanziaria londinese ha quindi aperto una borsa CO2 che non solo è diventata il centro di questo commercio in piena crescita, ma anche il guardiano dei prezzi di cattura di quest’ultimo da parte delle zone ricche in biodiversità.34 Il funzionamento del sistema prevede
86

che ogni paese possa disporre di una “Quota d’Unità di Quantità” (UQA) autorizzata per i cinque anni che separano il 2007 dal 2012. Questa data è stata fissata dagli Accordi di Kyoto per ottenere una riduzione del 5,2% di gas serra rispetto al 1990. Alcuni paesi sono sopra la loro quota a causa di emissioni troppo abbondanti, altri invece sono sotto e quindi si possono effettuare degli scambi. Sono stati previsti tre meccanismi. Prima di tutto il commercio tra Stati, cioè quella che viene chiamata la “vendita di aria calda”. Uno Stato che emette troppo gas serra può comperare quote da un altro paese che non raggiunge i limiti stabiliti. Si può però arrivare al massimo al 10% degli UQA e il controllo viene fatto dal Segretariato della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Un secondo meccanismo viene chiamato “Messa in atto congiunta” (MOC) e permette a un paese industrializzato di realizzare delle riduzioni di emissione in un altro paese industrialmente sviluppato, per esempio nell’Europa dell’est, a un costo minore che se dovesse farlo in casa propria, per esempio paesi dell’Europa occidentale nei paesi dell’est ex socialista. Delle “Unità di riduzione di emissione” URE vengono così messe a suo credito. La terza, il “Meccanismo di sviluppo pulito” (MDP), concerne l’azione di questi stessi paesi nelle regioni in via di sviluppo. Nel 2007 questo rappresentava un mercato di circa 10 miliardi di dollari. Per esempio, le iniziative prese per ripiantare una foresta, possono contribuire ai loro UQA. Il tutto viene strettamente controllato a livello internazionale. Nel dicembre 2007 c’erano più di 2000 progetti e l’obiettivo era di diminuire di 2 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2 entro il 2012. Nonostante tutto, dopo questa data, bisognerà ancora dividere per due la quantità di emissioni, se si vuol mantenere l’aumento della temperatura del globo sotto i 2°C. Ecco perché si è sviluppato un importante mercato borsistico degli UQA. Nel 2006 si è assistito al crollo del prezzo a tonnellata di CO2, probabilmente perché la politica era stata troppo generosa, ma nell’insieme, il successo dell’operazione fu notevole. Il mercato aveva messo in circolo nello stesso anno 20,5 miliardi di dollari ed era possibile arrivare a 80 miliardi in qualche anno. 35 Questo permette alle industrie di soddisfare la riduzione di emissioni senza dover ab87

bassare la loro emissione di gas serra.36 Come precedentemente indicato, ciò si traduce in Europa in un aumento dell’emissione di CO2 da parte dell’industria. È comunque prevista una maggiore severità dopo il 2012. Nel 2007 il prezzo della tonnellata si era stabilizzato intorno ai 24 euro. Nuove aziende si specializzano nel campo, come Low Carbon Accelarator, Powernet Carboro, European Carbon Exchange, ecc. e l’ecobusiness è in piena espansione. Secondo il ministro tedesco dell’ambiente, i quattro maggiori produttori europei di energia avrebbero incassato tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. 37 Nel gennaio 2008, la Commissione europea propose di costituire un mercato interno all’Europa per le 12.000 imprese più energivore del continente, con possibilità di offerte a partire dal 2013. Da parte sua l’Unione europea ha istituito il Sistema commerciale di Scambi di Quota di emissioni (SCEQE) con lo stesso obiettivo. È interessante notare che in certi ambienti americani un sistema simile è critico, non solo perché rischia di essere fonte di corruzione, di dumping e di ricatto, cosa ben reale, ma soprattutto perché impone una costrizione alle attività economiche, mentre misure che rispettano i principi del mercato (market friendly), come imposte sulle emissioni di CO2 e detassazione delle energie rinnovabili, fornirebbero, secondo loro, incentivi piuttosto che costrizioni. Così, in Brasile nel Minas Gerais, piantagioni di eucalipti destinate al carbone di legna, entrano in questi programmi come “riforestazione”. Anche uno studio dell’aprile 2007 di David Victor e di Michael Wara dell’Università di Stanford negli Stati Uniti, denuncia che sono stati realizzati guadagni ingiustificati da parte di industrie che hanno smantellato una attività industriale a fortissimo effetto serra (il HFC-23). Il MED (Meccanismo di sviluppo pulito) avrebbe permesso a queste ultime di ricevere 4,7 miliardi di dollari, mentre il costo dello smantellamento è stato probabilmente meno di 100 milioni di dollari. Questo è il pensiero di Daniel Esty dell’Università di Yale nella sua opera Green to Gold, citata da Fareed Zaxaria.38 Sul piano politico, lo stesso argomento è stato utilizzato da George W. Bush per rifiutare di ratificare il protocollo di Kyoto. Si ha il diritto di pensare che tutto ciò che contribuisce a una diminuzione dell’emissione di gas serra dovrebbe essere benvenuto e
88

quindi anche questo genere di iniziative. Ma non bisogna seguire troppo in fretta il bisogno e ignorare che questo tipo di soluzione si inscrive prima di tutto in una logica di riproduzione del sistema economico e non costituisce una risposta a un problema di civiltà, cosa che tutto sommato rappresenta la posta in gioco fondamentale. Basti fare un esempio. La società transnazionale americana Arcadia Biosciences, ha intenzione di finanziare lo sviluppo in Cina di colture OGM (in particolare riso) attraverso le compensazioni previste dal mercato del carbone. Il ragionamento è il seguente: con il riso geneticamente modificato da Arcadia, i contadini utilizzeranno molto meno fertilizzante che emette ossido nitrico. Quest’ultimo è 300 volte più nocivo del diossido di carbonio (CO2). Con la vendita di quote di CO2 i contadini potranno finanziare l’acquisto di semi trasformati. L’esperimento dovrebbe realizzarsi nella provincia di Ningxia nel nord del paese. Ma le prospettive della compagnia non si fermano qui. Dal riso si potrebbe passare al grano, al mais, alla canna da zucchero, alle barbabietole, alle piante oleaginose, al cotone, fino ai prati da golf. Siccome l’agricoltura contribuisce all’effetto serra più dei trasporti (tra il 14 e il 17% secondo calcoli diversi), la compagnia spera che l’esperimento cinese, previsto entro il 2012, possa generalizzarsi ed essere applicato anche ad altri continenti. Il suo brevetto è già stato venduto a parecchie altre imprese, tra cui Monsanto, per le oleaginose.39 Il Wall Street Journal del 10.10.07, che riporta il fatto, aggiunge una precisazione fornita dal direttore dell’impresa californiana: “il problema in Cina, dice, è che lo spirito tradizionale del contadino e la mancanza di rispetto del diritto di proprietà intellettuale rendono difficile guadagnare”. Proprio per questa ragione Monsanto aveva già gettato in precedenza la spugna. Il giornale aggiunge anche che la Cina è ancora reticente ad applicare ad altre colture oltre al cotone gli OGM. Il gruppo intitolato “ Leadership globale per una azione climatica” (LGAC), si pone nella stessa logica. È una emanazione congiunta del Club di Madrid che raggruppa circa 64 ex capi di Stato e di governo “per rafforzare la democrazia nel mondo” e della Fondazione delle Nazioni Unite, iniziativa del magnate dei media americani Ted
89

Turner, in combinazione pubblico/privato e destinata a “raccogliere le sfide del mondo”. Ritroviamo fianco a fianco Madame Brundtland, ex primo ministro della Norvegia ed ex presidente della prima Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, Fernando Enrique Cardoso, ex presidente del Brasile, José Iglesias ex direttore della Banca interamericana di Sviluppo, Lionel Jospin ex primo ministro francese, Ricardo Lagos ex presidente del Cile, George Soros finanziere americano, Ted Turner già citato, John Wolfersohn ex presidente della Banca mondiale, Ernesto Zedillo ex presidente del Messico. L’11 ottobre 2007 il gruppo ha presentato al G8 di Berlino un rapporto intitolato: “Progetto per un Accordo post-Kyoto sul cambiamento climatico”. Nell’introduzione è detto che quell’accordo deve inscriversi “all’interno delle norme stabilite dalla crescita economica e dallo sviluppo sostenibile e integrare nelle sue strategie la riduzione della povertà”. Il rapporto insiste poi sulle associazioni pubblico/privato: “Il settore privato è quello più in grado di realizzare degli investimenti nelle fasi di realizzazione e di diffusione. È comunque necessario che i governi offrano un quadro di lavoro chiaro e prevedibile per facilitare gli investimenti” (Rapporto firmato congiuntamente da Ricardo Lagos e Timothy E. Worth). John Kerry, ex candidato democratico alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, dice la stessa cosa. Occorrono soluzioni che “diano assicurazioni al mercato”, ha dichiarato a Bali durante la Conferenza delle Nazioni Unite ed ha salutato in particolare le 27 compagnie della lista delle 500 più grandi compilata dalla rivista Fortune che avevano accettato “la sfida del clima”. A questo proposito ha ricordato che poco tempo prima a Clarence House, residenza del principe Carlo d’Inghilterra, aveva avuto luogo una riunione in cui 150 compagnie avevano sottolineato di essere d’accordo sul fatto che con l’economia verde si può guadagnare. È proprio quello che si augurava il senatore democratico ed ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, quando a Bali affermava che era necessario trovare soluzioni che “rassicurassero il mercato”. “In questa ottica, conclude Nicole Bullard del Focus on the Global South di Bangkok, alcune compagnie guadagneranno e altre perderanno, ma il capitalismo sopravviverà”.40 È lo stesso John Kerry che fu
90

inviato da Barack Obama a Poznan. Da parte sua, la Global Reporting Initiative riunisce numerose imprese nel mondo per “uno sviluppo sostenibile e trasparente”, in funzione di quattro dimensioni: etica (codice di condotta), economica (mercato), sociale (responsabilità) e ambiente (sostenibilità). Si tratta di una delle espressioni del Global Compact, un accordo con l’organizzazione delle Nazioni Unite che permette alle imprese di utilizzare il suo logo mediante l’adozione di un codice di condotta. Kofi Annan, a quell’epoca segretario generale dell’ONU, ha proposto questa soluzione in seguito al fallimento di più di dieci anni di trattative per stabilire regole di comportamento ecologiche e sociali per le imprese transnazionali, che avrebbero potuto costituire l’inizio di un Diritto economico internazionale, dotato di sanzioni e di un organismo giudiziario. Questo progetto è stato paralizzato dall’opposizione degli ambienti affaristici e dai principali governi dei paesi industrializzati. Di contro, il Global Compact, iniziativa su base volontaria, permette alle imprese transnazionali di auto legittimarsi attraverso una intensa pubblicità su tutti i media del mondo, sulla base di un discorso moraleggiante spesso contraddetto dalle loro pratiche. Queste ultime vengono denunciate da parecchie ONG e da Tribunali d’opinione, in particolare il Tribunale permanente dei Popoli nella sessione di Lima nel maggio 2008, sulle pratiche ecologiche e sociali delle transnazionali europee in America latina. Alcuni saranno tentati di dire una volta di più: poco importa alla fine, purché si trovino delle soluzioni. Ma si può veramente parlare di soluzioni senza ricollocare la questione nel suo quadro globale? Sarebbe in effetti stupefacente che un sistema economico, quale che sia, non tenti di portare dei rimedi a una situazione che lo blocca nella sua sopravvivenza. Sono però soluzioni favorevoli all’umanità nel suo insieme e suscettibili di garantire l’avvenire del pianeta? In altre parole, si cerca di salvare il genere umano e le sue capacità vitali o di preservare le sorti del capitalismo? In realtà si tratta di un discorso etico che sostiene a tutti gli effetti le prese di posizione del mondo capitalistico. La prima convinzione che sta alla base del ragionamento neoliberistico è il carattere insostituibile del mercato capitalistico come fonte
91

di progresso. Nella sua prospettiva quest’ultimo è in effetti indissociabile dalla crescita, il cui principale motore è il valore di scambio. È vero che il capitalismo si è rivelato nella storia il sistema più efficace per la produzione di beni e di servizi. Esso ha anche il vantaggio di una grande flessibilità e, nella misura in cui gode della necessaria libertà, di adattarsi ad ogni circostanza. È capace anche di trasformare in fonte di profitto e di accumulazione gli effetti indesiderati delle sue stesse opere. Secondo questo ragionamento bisogna quindi concludere che i suoi protagonisti sono gli attori meglio piazzati e spesso i soli capaci di risolvere veramente i problemi posti dal riscaldamento del pianeta. Il ruolo dei poteri pubblici consisterà allora nel creare le condizioni per esercitare questa logica, riducendo i rischi degli investimenti e permettendo agli interessi privati di agire là dove sono possibili i guadagni. In altre parole, come in tutt’altri campi, questo significa collettivizzare i rischi e privatizzare i profitti. La crisi finanziaria lo ha dimostrato. Un simile ragionamento ha il vantaggio della chiarezza e in se stesso è logico. È in grado anche, una volta applicato, di essere efficace a breve e medio termine. Lo si constata, per esempio, nella diminuzione di emissioni di gas serra da parte dell’industria. Le grandi istituzioni finanziarie degli Stati Uniti, Goldman Sachs, Citigroup, Lehman Brothers, hanno richiamato l’attenzione anche sul vantaggio di investire “verde” e gli azionisti ne hanno preso coscienza.41 Tutto ciò è anche oggetto di intensa discussione in seno al Forum economico mondiale di Davos, diventato, secondo il primo ministro giapponese Yasuo Fukuda “il più grande mercato di relazioni tra investitori.”42 Unica pecca, ma di misura, è che il sistema non prende in considerazione le marginalità, cioè i fattori che non entrano direttamente nel calcolo economico del mercato. Come in passato, le zone d’ombra restano considerevoli e lo vedremo tutti quando si affronterà la questione degli agrocarburanti. Finché il fattore ecologico resta al margine della costruzione economica (una marginalità), non viene preso in considerazione. Solo il giorno in cui i guasti provocati alla natura diventeranno un ostacolo all’accumulazione del capitale, il sistema incomincerà a integrarli nelle sue preoccupazioni. In questo momento, secondo le leggi della propria logica, il capitalismo si
92

rivela in grado di trasformare le misure di conservazione che diventano indispensabili e le ricerche di alternative in fattori di accumulazione, cioè in profitti. Una simile constatazione potrebbe a prima vista portare acqua al mulino del pensiero neoliberista poiché la necessità di realizzare dei guadagni (legge organica del capitalismo) spinge all’azione. Ci si avvicina così al ragionamento di Adam Smith o a quello di Bill Gates, quando ha parlato a Davos, nel gennaio 2008, del capitalismo del XXI secolo, sottolineando la capacità auto regolativa del sistema. Ma evidentemente una simile posizione può inscriversi solo nella logica dell’accumulazione del capitale e la prima reazione consiste nel mantenere a tutti i costi il tasso di profitto. Così quando l’Unione Europea annunciò la volontà di ridurre del 20% il suo tasso di emissione di gas serra entro il 2020, la reazione di alcune industrie fu di prevedere una delocalizzazione della produzione verso regioni meno esigenti in materia. L’applicazione di questa logica si limita dunque ai settori in cui l’accumulazione è possibile. O peggio, come nel caso degli agrocarburanti, crea nuovi effetti collaterali (distruzione della natura e catastrofi sociali) che a loro volta non verranno tenuti in considerazione fino a che i loro effetti non diverranno a tal punto negativi che il tasso di profitto del capitale ne risulti di nuovo frenato. È il caso, per esempio, delle monocolture della palma oleaginosa (palma africana) impiegata oggi nelle zone tropicali nella produzione, tra l’altro, di agrodiesel. Per esse vengono utilizzati pesticidi che distruggono terreni e falde acquifere e provocano la sparizione dell’agricoltura contadina, fenomeno che a sua volta produce spostamenti massicci della popolazione che vanno a sfociare in una urbanizzazione selvaggia e in migrazioni esterne. Finché i guadagni del capitale superano gli inconvenienti che subisce e finché la protesta sociale resta controllabile, l’estensione di questo modello agricolo va avanti senza tener conto delle collateralità. Nell’attesa i guasti e le vittime sono “gli altri”. È qui che si può constatare fino a che punto il mercato capitalistico, di cui si dice che regola l’economia, è irrazionale, perché dominato esclusivamente da una unica logica. È quello che ha fatto dire a Fidel Castro in una nota di riflessione: “L’energia è concepita come
93

una merce. Come aveva avvertito Marx, questo non è dovuto alla perversità o all’insensibilità di questo o quel capitalista individuale, ma è la conseguenza della logica del processo di accumulazione che tende incessantemente alla “mercificazione” di tutti gli aspetti della vita sociale, sia materiali che simbolici.”43 Si può fare un parallelo con altri settori del campo sociale questa volta, perché anche lì si applica una logica simile. Infatti, finché il benessere delle persone anziane era una collateralità, restava marginale e veniva presentato come un costo spesso ritenuto insopportabile per il processo di accumulazione. Per questa ragione fu sistematica la resistenza alla organizzazione di sistemi pensionistici che finirono per essere adottati dopo lunghe e dure lotte sociali. Invece, quando il capitale finanziario ha potuto trasformare i fondi pensionistici in strumenti di accumulazione, compreso il ricorso alla speculazione, l’atteggiamento è cambiato. Fu messa all’ordine del giorno la privatizzazione dei fondi pensionistici che evidentemente comportava per gli interessati i rischi legati alla mercificazione come fonte di profitto. I beneficiari dovettero subire e sappiamo il prezzo che molti di loro hanno dovuto pagare, specialmente negli Stati Uniti. La stessa logica presiede a tutto il “modello di sviluppo” contemporaneo, cioè la crescita spettacolare del 20% della popolazione mondiale, lasciando alla deriva le “moltitudini inutili” di cui abbiamo parlato nel capitolo introduttivo di questa lavoro. Lo stesso principio viene introdotto per le nuove energie e gli agrocarburanti: la loro adozione si deve modellare sul processo di accumulazione del capitale: concentrazione della proprietà terriera, monocoltura, sfruttamento della manodopera, controllo delle multinazionali sulla commercializzazione. In questa ottica è necessario incorporare la natura nel mercato e gestirla attraverso meccanismi economici che, a loro volta, determinano nuove collateralità. La realtà viene dunque ridotta a una sola delle sue componenti, falsando la prospettiva e impedendo di prefigurare soluzioni complessive. Karl Polanyi, l’economista americano specializzato nella storia del capitale, l’aveva osservato:la caratteristica di questo meccanismo è di aver estrapolato il sistema economico dal suo inserimento nella società e di aver quindi imposto a questa le leggi del proprio funzionamento.
94

Le lacune dell’approccio neoliberista Priyadarshi R. Shukla, presidente dell’Indian Institute of Management di Ahmenabad, riassume bene le principali lacune di questo approccio. “Una preoccupazione eccessiva che tende a creare un regime di riduzione basato su dei ’diritti’ (diritti di proprietà commercializzabili) piuttosto che su delle responsabilità (per esempio l’inquinatore che paga); una attenzione orientata più all’efficacia (redditività) che all’equità nella divisione del carico; una incapacità a valutare i dividendi e le penalità in funzione dell’attività o inattività di fronte al cambiamento climatico e infine una debole valutazione delle differenti condizioni storiche dei paesi in via di sviluppo, del loro livello, delle loro priorità e capacità (specialmente istituzionali).”44 In breve, come scrive Eduardo Gudynas: “Bisogna incorporare la natura nel mercato e gestirla con meccanismi economici.”45 Ecco posto un altro aspetto del problema: cosa ne è delle economie del sud, particolarmente toccate dalla questione degli agrocarburanti il cui sviluppo si inscrive tra le soluzioni proposte dal mercato? In effetti, la mancanza di terre e la manodopera costosa, obbligano le economie del nord a incoraggiare la produzione di agroenergia nel sud e, nello stesso tempo, in modo piuttosto contraddittorio, a prendere anche misure di conservazione dei “pozzi di carbonio” (le foreste). In quest’ultimo ambito il sistema della borsa delle quote di CO2 e la vendita di crediti per la fissazione del carbonio, servono a finanziare la protezione delle foreste in quanto ”macchine per fissare il gas serra generato dai paesi sviluppati”, scrive Eduardo Gudynas in un articolo intitolato: “La natura di fronte alla tempesta globale.”46 Si rafforza quindi la dipendenza dei paesi del sud (proprio come nel campo delle materie prime) mentre si permette ai paesi industriali sviluppati di continuare, seppur attenuandolo, nel loro modello inquinante di crescita. Sempre secondo lo stesso autore, il sud si vede così ridotto al ruolo di ammortizzatore ecologico, sotto la tutela di un mercato verde transnazionale, particolarmente funzionale al modo di produzione capitalistico contemporaneo. I problemi della ripartizione della ricchezza mondiale e le opzioni pulite che il sud potrebbe adottare per il suo sviluppo industriale, re95

stano del tutto ignorati. Di contro gli “attori globali”, cioè le imprese transnazionali hanno campo libero. Alla vigilia della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Bali, gli Stati Uniti e l’Unione europea si sono incontrati a Ginevra per proporre congiuntamente di accelerare l’abolizione delle barriere doganali sui beni e i servizi, incominciando dal commercio delle tecnologie che riducono i guasti provocati dal gas serra. Victor Menetti del Forum internazionale sulla globalizzazione, in Svizzera, ha fatto rimarcare a giusto titolo che una simile proposta si andava a inscrivere nel quadro degli scambi ineguali e che di nuovo sarebbero stati i più forti a trarre beneficio da questo tipo di transazioni. Aggiungeva anche che simili disposizioni contribuiscono inevitabilmente all’indebolimento degli Stati del sud, sempre meno in grado di prendere decisioni sulla loro sorte economica. La liberalizzazione degli scambi significa inevitabilmente la prevalenza degli interessi dei più forti, anche se sono previste alcune restrizioni provvisorie nello spazio e nel tempo, ed essa entra in conflitto con il benessere generale di tutti gli esseri umani. Bisogna inoltre far notare che il diritto di proprietà intellettuale che nel quadro del WTO (Organizzazione mondiale del commercio) corona l’edificio delle norme internazionali, non porta vantaggi ai paesi del sud. Al contrario, può persino diventare un ostacolo alla applicazione e alla diffusione delle conoscenze in materia di conservazione dell’ambiente. Il Club della Baia di San Francisco in California, che riunisce industriali della Sillicon Valley preoccupati per il risanamento dell’ambiente, ha riconosciuto questo fatto ed ha proposto una comunicazione più aperta delle conoscenze in questo campo. La Banca mondiale si è rallegrata della proposta degli Stati Uniti e dell’Unione europea per la liberalizzazione degli scambi commerciali, poiché ritiene che questo aumenterà considerevolmente il volume degli scambi e il valore del commercio mondiale. Ma non si è chiesta chi da questo viene avvantaggiato né quale sarà l’impatto ecologico delle migliaia di cargo e di camion che metteranno in pratica una simile performance. Al fine di proseguire questa ricerca di dati sull’agroenergia, è utile chiedersi ora quale è lo stato al presente delle risorse energetiche.
96

Sappiamo che l’avvenire delle energie fossili si calcola in decenni, che l’utilizzo di altre materie prime non rinnovabili come l’uranio, è fortemente critico, che le ricerche e le sperimentazioni sul rinnovabile sono in pieno slancio e che gli agrocarburanti vengono presentati da alcuni come una soluzione insperata. Si tratta quindi di un passo necessario per interrogarsi sulle soluzioni proposte e per ricollocarle nel quadro della logica economica del sistema capitalistico, allo scopo di vedere in che misura costituiscono una vera soluzione ai problemi del clima o se rispondono piuttosto alle esigenze di riproduzione del capitale.
Note 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. Sciences e Avenir, mars-avril 2007, 16 Plow, Plagues and Petroleum-How Humans took control of Climate, Princeton University Press Le Monde, 15.07.07 Louvain, n° 167, mars 2007 Le Monde, 2.06.07 L’Atlas de L’Environnement, Le Monde Diplomatique, Paris, 2007 Cité par le Courrier International, 20-26.09.07 International Herald Tribune, 25.10.07 Cité par Le Monde, 22.01.06 Le Soir, 23.01.08 Le Soir, 7-8.06.08 Newsweek, 16-23 aprile 2007, 44 Newsweek, ibidem, 62 Newsweek, ibidem, 88 Newsweek, ibidem, 44 Newsweek, ibidem, 89 Newsweek, ibidem, 53 Newsweek, ibidem, 63 Newsweek, ibidem, 72 The Jakarta Post, 24.06.08 Le Monde,30.05.07 Cités par Le Soir, 10-11.03.07 Le Soir, ibidem Science et Vie, janvier 2008, 24-26 Adler, Daniel, Mitland. Le Soir, 12.09.07
97

27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46.

El Negocio de Contaminacion, ALAI, 28.12.07 Newsweek, 16-23 avril 2007, 46 Newsweek, ibidem, 54 Newsweek, ibidem, 55 Newsweek, ibidem, 64 Newsweek, ibidem, 46 Le Monde, 21.09.07 Enrique Leff, Géopolitique de la biodiversité et développement durable, Alternatives sud, vol XIII, n°2, 196. (Tr. it., Cambiamenti climatici, Edizioni Punto Rosso, 2007) Financial Trimes, 30.10.07 Wall Street Journal, 10.10.07 World Rain Forest Bulletin, 2.06.07 Newsweek, 16-23 avril 2007, 21 David Adam, Guardian, 8.01.08 Bulletin électronique du Focus for the Global South, n°135, dicembre 2007 New Herald Tribune, 11-12.08.07 Financial Times, 25.01.08 Fidel Castro, “Se intensifica ed Debate”, Gramma. 10.05.07 Climat et Développement, une articulation souhaitable, Alternatives sud, vol. XIII, n°2, 2006, 147. (Tr. it., Cambiamenti climatici, Edizioni Punto Rosso, 2007). E. Gudynas, “La naturaleza frente a la tormenta global“, ALAI, 10.10.07 ALAI, 10.10.07

98

CAPITOLO 4 GLI AGROCARBURANTI E L’AGROENERGIA La crisi climatica, proprio come quella energetica, hanno sollecitato i ricercatori e i politici a trovare delle soluzioni e, tra quelle prefigurate, al momento gli agrocarburanti occupano il posto d’onore. Il primo approccio consiste nell’affrontare il soggetto in quanto tale: di cosa si tratta? Quali sono le caratteristiche peculiari degli agrocarburanti dal punto di vista agronomico ed energetico? In un secondo momento esamineremo il contesto socio-economico della loro produzione, poiché esiste un grande divario tra le loro supposte potenzialità e il modo sociale ed ecologico in cui vengono prodotti. Le caratteristiche degli agrocarburanti Come si è parlato di “carbone bianco” a proposito dell’energia idraulica, si potrebbe chiamare “carbone verde” l’energia che proviene dai vegetali. Si tratta sia degli agrocarburanti per i veicoli sia degli agrocarburanti che si bruciano nelle caldaie o negli apparecchi di cottura. “Gli agrocarburanti sono dei combustibili derivati dalla biomassa, rinnovabili in permanenza attraverso la captazione della radiazione solare, grazie alla fotosintesi dei vegetali”, scrive il professor José Walter Bautista Vidal dell’Università di Brasilia e padre dell’etanolo in Brasile. Aggiunge che il sole ha ancora 11.000 milioni di anni di vita e ogni giorno la radiazione solare produce l’equivalente, in potenziale energetico, della totalità delle riserve di petrolio della storia.1 Si può quindi capire che i paesi del sud il cui soleggiamento è particolarmente abbondante, che dispongono di grandi estensioni di terre, con scarsa densità di popolazione e che hanno grandi riserve di acqua, siano attirati da questa soluzione. È il parere di Joseph Borrell, allora presidente della Commissione di Sviluppo del Parlamento europeo, quando affermava che gli agrocarburanti erano una opportunità per il sud. In Africa, una lobby di agrocarburanti fa presente che 379 milioni di ettari sarebbero dispo99

nibili a questo scopo in quindici paesi del continente (Grain, www.grain.org). In Brasile, secondo la Banca Interamericana di sviluppo si tratterebbe di 120 milioni di ettari. Questo fa dire al professor J.W.B.Vidal, già citato, che il Brasile ha la vocazione di diventare il fornitore di energia pulita e rinnovabile per l’umanità, idea che il presidente Lula mette in pratica aumentando la produzione di etanolo da canna da zucchero. Per definizione, infatti, gli agrocarburanti sono neutri in termini di produzione di CO2, perché, consumandosi, disperdono nell’atmosfera la quantità di gas di carbonio che avevano imprigionato durante la loro crescita. Se si paragona la loro combustione nel motore a quella delle energie fossili, gli agrocarburanti emettono meno gas serra: 60% di CO2 in meno per l’agrodiesel e 70% in meno per l’etanolo. Tuttavia questa constatazione tiene conto solo della combustione propriamente detta. Ora, oltre agli aspetti sociali di cui parleremo più avanti, per arrivare a conclusioni realistiche bisogna introdurre nel calcolo l’insieme del ciclo degli agrocarburanti, dalla produzione alla distribuzione. Se si includono le emissioni di una agricoltura che utilizza fertilizzanti ed erbicidi chimici, le procedure di fabbricazione e i trasporti, possono produrre più gas serra dei carburanti tradizionali. Questo ha fatto dire al dottor Bernard Pisehesmier, all’epoca presidente di Volkswagen, che alcuni di questi corrispondono più al “lupo mascherato d’agnello, poiché il loro equilibrio in termini di CO2 è peggiore di quello dei carburanti tradizionali”. Del resto, aggiungeva “ricevono incentivi fiscali con risorse di budget limitate e rappresentano quindi cattivi investimenti. Non si può considerare tutto questo sostenibile nel senso ecologico ed economico del termine.”2 Malgrado ciò la produzione di agrocarburanti è diventata una preoccupazione mondiale. Negli Stati Uniti se ne producevano 5 miliardi di litri nel 1995, 26,5 miliardi nel 2007 e le previsioni per il 2015 sono di 56,8 miliardi di litri. Richard Greenwald scriveva sul Time del 14.04.08: “Grazie a Richard Bronson, George Soros, General Electric e British Petroleum, Ford e Shell, Cargill e il gruppo Carlyle, l’idea dell’energia rinnovabile è diventata uno di quei concetti così
100

evidenti come la maternità o la torta di mele”. Il professor Vidal aggiunge anche che l’utilizzo di una simile sorgente di energia deve essere compatibile con la produzione di alimenti e rispettosa della falda freatica. Propone a questo scopo la creazione di una Agenzia Internazionale delle Energie rinnovabili che vigili sulla applicazione di queste condizioni di produzione. I diversi tipi di agroenergia Esistono parecchi tipi di agroenergia. Il primo è l’etanolo (sostituto della benzina) che è un alcol prodotto dalla fermentazione degli zuccheri semplici (barbabietola, topinambour, canna da zucchero..), provenienti sia da piante ricche di amido (patate, cereali..) sia da piante legnose (legno, paglia..). Si può produrre anche un etere (prodotto dalla reazione tra un alcol e un acido) derivato dall’etanolo, l’ETBE (etil-terzio-butyl-ether). Il secondo tipo è costituito dall’estere (composto chimico frutto della reazione tra un alcol e un olio) di olio vegetale o agrodiesel (sostituto del gasolio).3 Per capire meglio questi processi, esamineremo ora le fonti vegetali degli agrocarburanti di diverse generazioni.4 Gli agrocarburanti di prima generazione Gli agrocarburanti detti di prima generazione e la cui lista verrà fornita più avanti, sono i prodotti dell’alcol o dell’olio vegetale (agrodiesel), destinati a diventare gli equivalenti dei carburanti fossili, la benzina da una parte e il diesel dall’altra. Provengono generalmente da cereali o da piante già utilizzate per l’alimentazione umana e animale o per usi industriali (farmacie e cosmetica). L’etanolo è molto più usato del EMHV (estere metilico di olio vegetale) o agrodiesel, il consumo di questi ultimi è circa un decimo del primo. Mentre l’etanolo è essenzialmente prodotto e consumato negli Stati Uniti e nel Brasile, gli agrodiesel hanno, a oggi, una specificità europea. Stati Uniti, Brasile ed Europa assicurano così l’essenziale della produzione e del consumo di agrocarburanti nel mondo. La loro produzione ha visto una considerevole crescita nel corso di questi ultimi anni, in
101

particolare dopo il 2002 e si può prevedere una forte progressione nei prossimi anni. Dopo questa data, la crescita annuale della produzione mondiale di agro carburanti è stata di circa 15%. 5 Numerosi paesi in via di sviluppo lanciano attualmente vasti programmi di agrocarburanti prodotti dalla canna da zucchero o da piante ricche di olio, come la palma da olio, la Jatropha e la Pongamia e nello stesso tempo l’Unione Europea riduce i suoi maggesi. Gettiamo adesso uno sguardo sulle due filiere dell’alcol e dell’olio. La filiera alcol o etanolo Tra le piante che producono alcol le più utilizzate solo la barbabietola, la canna da zucchero, il mais, il grano, l’orzo, la patata, il topinambour e il sorgo zuccherino. Negli Stati Uniti per la produzione di etanolo viene utilizzato su larga scala il mais, con un rendimento, però, molto inferiore alla canna da zucchero, che invece è utilizzata in Brasile già dagli anni sessanta. Anche altre piante entrano nella lista, ma in modo molto più marginale. Anche la canna di Provenza, il cui prodotto medio è nell’ordine delle 20 tonnellate di materia secca/ha/an, viene utilizzata per produrre energia termica, Lo stesso la canapa, il meliloto, il giacinto d’acqua dolce. Anche alcune piante da prato potrebbero essere sviluppate per fini energetici e ci sono studi in questa direzione. Così l’erba medica, le cui foglie producono proteine, può fornire energia dai suoi gambi. Ma per quest’ultima rimane di ostacolo il problema della essiccazione, perché non secca finché è in piedi.6 Il giacinto di acqua dolce presenta alcuni vantaggi. Si tratta di una pianta la cui crescita è ottimale tra i 25 e i 30° C, il che ha portato a studiare la sua coltivazione in bacini di acqua calda e in particolare nelle acqua reflue delle centrali termiche elettriche. Nell’Ile de France, in serra e in acqua calda, ha prodotto da 140 a 230 kg di biomasse per ettaro al giorno. La sua alimentazione attraverso effluenti liquidi urbani industriali o agricoli, combina la depurazione e la produzione di energia. L’euforbia, in particolare la jatropha, può svilupparsi in ambienti secchi e poveri e contiene un lattice da cui è possibile estrarre idrocarburi, inoltre i suoi semi sono ricchi di olio. Infine, le felci e le ginestre si adattano facilmente ai terreni poveri e a condizioni climatiche difficili e permettono di raggiungere rendi102

menti abbastanza elevati. Tuttavia bisogna constatare che di fronte all’enorme domanda energetica attuale e futura, la maggior parte di queste fonti energetiche non possono competere con le energie fossili. La filiera olio e agrodiesel. L’olio vegetale-carburante (HVC), conosciuto anche sotto il nome di olio vegetale puro (HVP) o di olio vegetale grezzo (HVB) può essere usato (fino al 100%) come carburante da tutti i motori diesel (inventati all’origine per questo tipo di carburante), con l’accorgimento di piccole modifiche per riscaldare il carburante stesso, o, senza modifiche, mischiato con gasolio comune (30% su tutti i veicoli e fino al 50% secondo i casi). Ma l’olio è anche la materia prima grezza che serve alla fabbricazione dell’agrodiesel propriamente detto, che è un estere alcolico utilizzato come carburante incorporato nel gasolio.7 L’agrodiesel è quindi il secondo carburante vegetale utilizzato nel mondo dopo l’etanolo, ma il suo contributo è ancora modesto, con una produzione mondiale stimata a 3,7 milioni di tonnellate all’anno, cioè appena il 10% della produzione totale di etanolo. Il suo consumo non è neppure assicurato per l’avvenire, soprattutto in Europa, a causa del notevole aumento del diesel nel parco macchine: circa i due terzi delle nuove vetture immatricolate in Europa sono equipaggiate con motore diesel. In un motore a combustione si può utilizzare sia l’olio vegetale (colza, girasole, arachide, palma, soia...) sia degli esteri di olio. 8 L’estere presenta due vantaggi rispetto agli oli grezzi: meno viscosità e migliore attitudine ad auto incendiarsi nel motore. Alcuni costruttori di trattori agricoli propongono motori che permettono l’utilizzo di oli non esterificati, ma il carburante più utilizzato in Europa oggi è l’estere metilico di olio di colza. Degli esperimenti effettuati in parecchie decine di città con il 30% di esteri nei veicoli da trasporto, hanno dimostrato che non c’è nessun problema per i motori. Nel 2003 e nel 2004 Daimler-Chrysler, in collaborazione con l’Istituto centrale di Ricerca sui prodotti chimici salati e marittimi dell’India e con l’Università di Hohenheim in Germania, ha testato l’agrodiesel ottenuto a partire dall’olio di semi di Jatropha curcas in tre Mercedes
103

adattate, le quali nel 2005 hanno percorso 30.000 km in condizioni difficili, raggiungendo senza problemi gole a più di 5000 m di altezza.9 Il professor Rudolf Maly, capo progetto presso Daimler-Chrysler, precisa però che questo carburante non ha ancora raggiunto la sua qualità ottimale. Tuttavia soddisfa fin d’ora la normativa europea e si caratterizza per la facilità di fabbricazione.
************************************************************** Le due categorie di agrodiesel La prima categoria ha una doppia base. In prima battuta l’agrodiesel si produce a partire da oli vegetali che vengono trasformati attraverso un reazione di transesterificazione, da cui il suo nome scientifico di estere metilico di oli vegetali (EMHV), e poi c’è l’agrodiesel fabbricato con grassi animali e oli usati, come quelli delle fritture. Gli agrodiesel fabbricati con grassi animali e vegetali, in Francia sono conosciuti sotto il nome commerciale di biesteri Una seconda categorie viene prodotta per sintesi chimica a partire dagli stessi oli vegetali, grassi animali e oli usati. Il procedimento consiste in una idrogenazione catalitica (addizione di idrogeno) di olio e il prodotto ottenuto è una miscela di idrocarburi (combinazione chimica di atomi di carbonio e di idrogeno), senza componenti di ossigeno come nel caso degli esteri. Questo procedimento è in corso di industrializzazione. Presenta il vantaggio di produrre un gasolio di alta qualità il cui utilizzo non richiede la modifica dei motori dei veicoli. **************************************************************

Le materie prime utilizzate per ottenere agrodiesel sono di numerose specie vegetali oleifere con rendimenti in olio che variano da una specie all’altra. Provengono da alghe verdi, dal nocciolo di mandorle, dall’arachide, dalla colza, dal lino, dall’olivo, dalla palma, dai vinaccioli, dal ricino, dal sesamo, dal girasole, dalla senape, dalla soia, dalla palmista, dalla manioca, dalla canola, dal buriti, dal coprah, dal pisello, ecc.
104

Naturalmente sono le colture non alimentari che presentano l’alternativa migliore nella produzione di agrocarburanti, perché permettono di limitare l’uso dei terreni destinati a questo scopo. Tra le altre si possono citare: Jatropha curcas, coprah, Pongamia pinnata (o karanj), Madhuca longifolia (Mahua), Moringa oleifera (saijan o nerverdier) Cleome viscosa, lino, eucalipto, albero del burro (honey tree o mahua), ecc.
************************************************************** La produzione degli oli per agrocarburanti L’estrazione dell’olio vegetale si può effettuare semplicemente per pressione o per assorbimento chimico. L’olio vegetale grezzo (HVB) viene utilizzato direttamente nei motori diesel modificati a causa della sua vischiosità relativamente elevata o trasformato in mono estere metilico (estere metilico di olio vegetale – EMHV) e in glicerolo, attraverso una reazione di transesterificazione con molecole di metanolo. Questo prodotto trasformato, chiamato anche biester, è un agrodiesel non tossico che non contiene zolfo ed è altamente biodegradabile. Da notare che possono essere utilizzati come agrodiesel anche oli usati di frittura, oli di macello e di pescheria, oli di spurgo. Il costo dei grassi animali, infine, è conveniente rispetto a quello degli oli. Ci sono cinque grandi categorie di grassi animali: lo strutto di maiale, il sego dei bovini e degli ovini, i grassi delle ossa, i grassi dei volatili e gli oli di pesce, questi ultimi però vengono esclusi dalla produzione di agrocarburanti per il loro elevato tenore di iodio. Le caratteristiche dei grassi animali sono tali per cui non ci sono reali difficoltà a realizzare la loro transesterificazione con il metanolo o l’etanolo, a condizione di partire da una materia grassa priva di acqua, acidi grassi liberi, zuccheri e proteine solubili. La raffinazione della materia prima deve essere adatta a ogni tipo di grasso. Gli esteri così ottenuti rispettano le specificazioni dell’agrodiesel. Tuttavia le loro proprietà a freddo sono svantaggiose per un utilizzo invernale, se vengono adoperati soli o mischiati al gasolio. Per contro, l’utilizzo degli esteri di grasso animale mescolati con esteri di girasole, per esempio, dovreb105

be ritardare o impedire la cristallizzazione dei primi e abbassare l’indice di iodio dei secondi, il che li rende entrambi più accettabili come agrocarburanti. L’indice di iodio caratterizza il tenore di un olio che con il tempo tende ad ossidarsi, cosa che rende necessario l’impiego di additivi di stabilizzazione durante lo stoccaggio. Comunque la loro disponibilità in Francia, per esempio, resta limitata, poiché è sempre inferiore a 400.000 tonnellate all’anno.10 **************************************************************

Gli agrocarburanti di seconda generazione Per evitare l’utilizzo delle colture alimentari per la produzione di carburante in un ambiente mondiale critico, le ricerche si orientano verso nuove filiere, per esempio trasformare la lignina e la cellulosa dei vegetali (paglia, legna, cascami) al posto dello zucchero e dell’amido o utilizzare micro alghe che vivono nel mare e che permettono di ottenere rendimenti di olio dalle 30 alle 100 volte superiori a quelli dei vegetali terrestri. Nel mondo sono conosciute più di 100.000 specie di micro alghe e ogni anno ne vengono scoperte circa 400 nuove. Rispetto alla prima generazione, la seconda presenta dei vantaggi perché non compete con la produzione alimentare e richiede meno componenti fossili. L’obiettivo è di utilizzare tutta la pianta 11, cosa che è al presente oggetto di ricerche. (in particolare attraverso procedimenti di pirolisi e gassificazione). Oggetto di attenzione è la filiera del legno o cellulosa da legno. Il progetto consiste nell’incremento della produzione di alberi a crescita rapida e nell’utilizzo della materia lignea stessa per produrre carburante. Questo presuppone tecniche nuove che non sono ancora state messe a punto perché non basta trasformare la biomassa in alcol o estrarre olio da certe piante, ma bisogna servirsi del tronco e dei rami stessi, materie dure che bisogna sminuzzare per trasformarle. Fino ad ora le piantagioni di eucalipto, di pioppi e di pini sono servite soprattutto a produrre pasta per la carta o a essere trasformate in carbone di legna. Si pensa però di trasformarle in carburanti. Sono in corso esperimenti di produzione di legno geneticamente modificato per accelerare il processo di crescita e quindi la produtti106

vità. Ricordiamo subito che il legno è stato utilizzato in tutti i tempi come combustibile solido. Per millenni è stato anche l’unico adoperato per usi domestici e industriali. Siccome è un carburante solido ottenuto per pirolisi del legno, non è generalmente classificato nella categoria degli agrocarburanti che si riferisce piuttosto a prodotti liquidi. A volte si utilizza direttamente il legno, a volte carbone di legno. Nei continenti del sud le foreste si sfruttano soprattutto come legna da cucina e da riscaldamento (più del 75% del legno è destinato all’uso energetico e meno del 25% all’uso di legno da lavorare). Nei paesi industrializzati, invece, queste proporzioni sono rovesciate. Dagli anni sessanta, a fianco delle foreste naturali sono apparse piantagioni destinate soprattutto a produrre una certa quantità di energia (e non per forza legno da lavoro): gli eucalipti in Brasile, i pioppi e i salici in Europa. Una migliore selezione genetica delle specie di alberi, altri sistemi di coltivazione e di raccolta, permettono rendimenti migliori: per esempio, in Europa, boschi cedui a corto ciclo (con raccolti in capo a 5-7 anni) di salici o pioppi, permettono di produrre dalle 10 alle 13 tonnellate di legno secco per ettaro (contro le 3 o 5 di una foresta classica). Però l’energia-legno accentua l’inquinamento atmosferico. Certo, il legno non contiene praticamente zolfo e la sua combustione non emette gas solforoso SO2, ma, di contro, butta fuori un tasso notevole di particelle con i suoi fumi. Emette anche idrocarburi e composti organici che si condensano allo stato liquido (catrame) e su cui si hanno attualmente pochi dati quantificati. Una combustione più completa a una temperatura più elevata, permette però di ridurre queste emissioni indesiderate. Gli altri gas che scaturiscono dalla combustione del legno (ossido di carbonio CO, ossido di azoto NOx, metano CH4), variano molto a seconda degli apparecchi di combustione. Si stanno però verificando dei progressi. Così in Austria, “regno” del riscaldamento a legna, le emissioni inquinanti degli apparecchi in dieci anni sono state divise per dieci. Il CO2 espulso dalla combustione del legno viene riassorbito dalle piante e dagli alberi per la loro crescita e quindi, in ultima analisi, riciclato. Sotto questo punto di vista la filiera legno, per una stessa quantità di energia prodotta, contribuisce da 12 a 15 volte meno del carbone all’effetto serra e da 7 a 12 volte meno del gas na107

turale.12 Tuttavia, oltre all’inquinamento atmosferico, bisogna anche citare gli inquinamenti chimici dovuti allo sfruttamento delle foreste e alla deforestazione, conseguenza dell’utilizzo del legno come sorgente di energia. Ci sono poi da prendere in considerazione altri fattori: il prosciugamento dei terreni per l’assorbimento di grandi quantità d’acqua e l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici, per non citare gli effetti della monocoltura di cui parleremo più avanti. Tutto questo costituisce il contesto della filiera ligneocellulosica. Il metanolo o “alcol del legno” ottenuto a partire dal metano per trasformazione del legno, è un carburante che può sostituire parzialmente la benzina o può essere utilizzato come additivo del gasolio e in certe pile a combustione. La cellulosa, che può essere considerata come una delle molecole più diffuse sulla terra, può essere trasformata, grazie alla digradazione enzimatica o alla gassificazione, in alcol o in gas che può servire da agrocarburante. Questa nuova filiera inizia ad essere applicata in Canada, negli Stati Uniti e in Svezia, ma la sua messa a punto richiederà ancora parecchi anni e le condizioni generali della sua produzione non danno affatto garanzie sugli effetti ecologici e sociali. Il contesto ecologico e socio-economico della produzione degli agrocarburanti Non è sufficiente conoscere le caratteristiche dei diversi tipi di agrocarburanti e quanto possono in teoria essere una soluzione alle crisi climatica ed energetica. Bisogna anche ricollocarli nel loro contesto concreto, cioè analizzare come vengono prodotti e quali sono le conseguenze ecologiche, economiche e sociali della loro produzione, trasformazione e distribuzione. A questo scopo studieremo qualche caso concreto che appartiene sia alla filiera dell’etanolo (Brasile) che a quella dell’agrodiesel (Colombia, Indonesia, Malesia e Africa). L’etanolo dalla canna da zucchero: il caso del Brasile Ricordiamo che l’etanolo è il risultato della trasformazione dello
108

zucchero e dell’amido in alcol e che può diventare un carburante a tutti gli effetti o essere mescolato alla benzina. Durante la combustione nel motore, l’etanolo emette da 70 a 75% meno di CO2. Ma la sua efficacia reale in rapporto all’energia fossile è discutibile se si tiene conto dell’insieme del ciclo della sua produzione e distribuzione. Un articolo della rivista Sciences sostiene che se si considera la deforestazione provocata, l’etanolo di mais e il diesel di soia raddoppiano la produzione di gas serra. Occorrerebbero 93 anni, secondo il professor David Tilma dell’Università del Minnesota, perché l’etanolo recuperasse il carbonio emesso a causa dello svuotamento delle terre utilizzate per la sua produzione. Il Brasile è un caso particolarmente esemplificativo della produzione di etanolo, perché dopo gli Stati Uniti ne è il più grande produttore mondiale. La prima crisi petrolifera, all’inizio degli anni settanta, aveva spinto il paese, che ha grandi estensioni di canna da zucchero, a utilizzare questa fonte di energia. Il ritorno del petrolio a prezzi convenienti, ha posto fine a un primo periodo di entusiasmo, al punto che la Banca mondiale e il FMI fecero pressione sul governo perché sopprimesse i crediti agli agrocarburanti. L’impresa petrolifera nazionale, Petrobras, era a sua volta lontana dall’incoraggiare questo settore. Con la nuova crisi petrolifera (esplosione dei prezzi), la produzione ha ripreso. Dal 2004 la metà delle vetture circolano ad alcol, puro o misto, e nel 2007 la proporzione è passata all’80%. Secondo il Menevral Fuel Association, nello stesso anno erano stati prodotti 19 miliardi di litri e le previsioni per il 2010 erano di 70 miliardi. L’obiettivo sarebbe di arrivare a una produzione di 100 miliardi di litri all’anno, utilizzando a questo scopo 30 milioni di ettari di terra (cioè cinque volte più che nel 2007). Una simile cifra non è superiore alle possibilità teoriche, perché la sola Amazzonia potrebbe fornire, secondo i sostenitori di questa formula, fino a 70 milioni di ettari. C’è dunque disponibilità di estensioni. Lo afferma l’ingegnere Expedito Parenti che va anche più lontano: “Abbiamo 80 milioni di ettari in Amazzonia che possono diventare l’Arabia Saudita del biocarburante. Non c’è solo la canna da zucchero in gioco. Altre colture (girasole, soia) potrebbero a loro volta coprire circa 60 milioni di et109

tari.”13 Per incoraggiare questo processo, la legge 693 del 2001 prevedeva l’utilizzo del 10% di etanolo nel consumo di carburante per il 2009 e possibilmente del 25% avvicinandosi al 2025. La coltivazione della canna da zucchero è rapidamente progredita. Nel 2007-2008 le sono stati dedicati 6,6 milioni di ettari, cioè il 7,4% in più dell’anno precedente. Si producevano 528 milioni di tonnellate di canna da zucchero, di cui più dell’88% destinate all’etanolo.14 Da qui al 2014 sono previste 114 fabbriche di trasformazione della canna da zucchero. Nel 2005 sono stati esportati 2,5 miliardi di litri negli Stati Uniti, in Giappone e in Svezia e queste cifre sono destinate ad aumentare. Come si vede, il Brasile è fortemente impegnato nella produzione di etanolo. Nel 2006 venne concluso un accordo con gli Stati Uniti, particolarmente interessati a ridurre la loro dipendenza dall’energia fossile prodotta in Medio Oriente o in paesi giudicati poco sicuri come il Venezuela. Nel 2005 gli Stati Uniti hanno importato il 58% del loro fabbisogno di etanolo dal Brasile e, se vogliono rispondere agli obiettivi fissati dal presidente George W. Bush per il 2017, il paese dovrebbe procurarsi più di 135 miliardi di litri di etanolo brasiliano all’anno. Gli Stati Uniti producono etanolo partendo dal mais, con una resa di 3,037 litri all’ettaro, mentre in Brasile un ettaro di canna da zucchero produce 6,879 litri.15 C’è chi parla di una OPEC degli agrocarburanti. Petrobras è associata al progetto. Nel 2007 il presidente Lula ha fatto un giro in Europa ed ha stabilito contatti con la Commissione per presentare i vantaggi della sua politica energetica. In occasione del Summit europeo-latino-americano di Lima nel 2008, quando vennero sollevati alcuni dubbi dall’Europa nei confronti degli agrocarburanti, la delegazione brasiliana si mostrò particolarmente preoccupata di difendere le sue posizioni. Il presidente Lula desidera che si arrivi ad un accordo per rimettere in piedi i negoziati degli “accordi di Doha” nell’ambito del WTO. Afferma che la politica brasiliana in materia consiste nel voler contribuire al bene dell’umanità. Nel luglio 2008 ha firmato un accordo con il presidente Uribe della Colombia per lo sviluppo degli agrocarburanti e nella loro dichiarazione comune si affermava che questi non toccavano il prezzo dei prodotti alimentari ed ebbero parole
110

molto dure contro i movimenti e le organizzazione che si opponevano a questi progetti. L’azione del Brasile si estende all’Africa, in cui una quindicina di paesi hanno fatto degli accordi per l’utilizzo della tecnologia brasiliana, tra cui il Benin, il Burkina Faso, Capo Verde, la Costa d’Avorio, il Gambia, il Ghana, la Guinea, la Guinea Bissau, la Liberia, il Mali, il Niger, la Nigeria, il Senegal, la Sierra Leone e il Togo. Nel novembre 2008 il presidente Lula ha organizzato una Conferenza internazionale, annunciando un aumento del 200% degli agrocarburanti entro il 2014. L’iniziativa ha riunito più di 2000 persone, di cui circa 80 ministri. Il presidente Lula ha incaricato l’Agenzia di Promozione delle Esportazioni e degli Investimenti (APEX-Brasil) di organizzare la Prima Esposizione internazionale sui biocombustibili. Bisogna ricordare che il ragionamento non può fermarsi alle sole considerazioni della produttività per ettaro e di miglioramento delle condizioni di combustione degli agrocarburanti. È importante soffermarsi anche sugli effetti ecologici e sociali della loro produzione e sul tipo di modello economico che ne definisce il contesto. Sul piano dell’ambiente, gli effetti non sono diversi da quelli segnalati dappertutto a proposito delle monocolture, cioè l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi pericolosi per la biodiversità, per la qualità dei terreni e dell’acqua e per la salute degli esseri umani. Nella regione di San Paolo, zona di grande estensione della canna da zucchero, si segnala anche che l’acidità dei terreni è considerevolmente aumentata, il che tende a far sparire alcune coltivazioni, per esempio quella della frutta. Bisogna aggiungere che nella stessa regione il 60% della canna macinata viene bruciato per facilitare la pulizia dei terreni, cosa particolarmente nociva per l’ambiente. In effetti, ne consegue una distruzione dei microrganismi dei terreni e una contaminazione dell’aria che favorisce le malattie respiratorie. Inoltre provoca anche un abbassamento del grado di umidità da 13 a 15%, secondo il Centro nazionale brasiliano degli Studi dello Spazio. La coltivazione della canna da zucchero in Brasile non invade direttamente le foreste e in particolare la foresta amazzonica che non è una regione zuccheriera. Ma in parecchi Stati che oggi producono zucchero, la foresta originaria è stata distrutta da tempo. Tuttavia, in
111

modo indiretto, l’estensione attuale della canna da zucchero provoca uno spostamento, soprattutto dei pascoli e della soia, verso regioni attualmente boscose, in primo luogo l’Amazzonia. La distruzione della piccola agricoltura attraverso la concentrazione delle terre ha per effetto anche di scacciare i contadini, di cui una parte si trasforma in colonizzatori legali o illegali delle zone forestali e un’altra raggiunge le bidonvilles urbane. Il Cerrado, nel centro nord del paese, è particolarmente colpito dallo spostamento degli allevamenti per le piantagioni di eucalipto e di canna da zucchero,. Si tratta di una delle zone più ricche in biodiversità del Brasile. Vi si contano più di 10.000 piante di cui un gran numero uniche nel continente, mentre il numero di specie di mammiferi è più alto di quello africano. Il Cerrado ha perso metà della sua superficie in 40 anni e nel paese 162.000 ettari di quella che viene chiamata in Brasile “zona di conservazione”, sarebbero già stati trasformati in coltivazioni di canna da zucchero. Anche gli spostamenti della popolazione sono una conseguenza dell’estensione delle monocolture, tra cui quella degli agrocarburanti. In tutto il Brasile, ed evidentemente per ragioni che non sono dovute unicamente a questo settore agricolo, tra il 1985 e il 1996, cioè in dieci anni, 5,3 milioni di persone sono state allontanate dalle loro terre, il che significa la sparizione di 940.000 aziende contadine. Tutto questo pone alla fine una questione più fondamentale ancora, quella del modello di sviluppo rurale che un tale slancio degli agrocarburanti e dell’etanolo comporta in un paese come il Brasile. Il modello, come appare nella pratica, riveste aspetti sia economici che sociali che politici. La dimensione economica e sociale del modello brasiliano. L’aumento della produzione di agrocarburanti per incrementare le entrate del paese, sta alla base della logica delle decisioni governative. Come è noto, in questa prospettiva si tratta di aumentare le possibilità di una redistribuzione della ricchezza, in particolare attraverso i programmi “fame zero” e “assistenza familiare” che hanno già dato buona prova sul piano dell’efficacia della gestione e della diminuzione della miseria e della fame.
112

I piani di produzione di agrocarburanti in Brasile si appoggiano, a breve e medio termine, su numerose ricerche. Per il lungo termine si prevede di andare sull’etanolo da cellulosa (alberi), cioè sul carburante di ultima generazione che potrebbe dare risultati verso il 2015.16 Questo non farà altro che incoraggiare le monocolture di eucalipto, per esempio, con tutte le loro conseguenze sull’inaridimento dei terreni, così come lo sviluppo di OGM per aumentare la produttività. Per tutti questi progetti devono essere impegnate somme considerevoli. Nei primi tre mesi del 2007 sono stati investiti in questo settore 6,5 miliardi di dollari, cioè il 66% in più rispetto allo stesso periodo del 2006. La fonte degli investimenti è sia locale che internazionale. Nel primo caso sono in gioco grandi imprese. Così Odebrecht, specializzato nella petrolchimica, ha deciso di investire 5,3 miliardi di dollari da qui al 2013 nella produzione di etanolo. In dieci anni l’azienda spera di produrre dai 30 ai 40 milioni di tonnellate. Ma anche altre grandi imprese seguono la scia, sia per la produzione che per la trasformazione e la distribuzione degli agrocarburanti. Si tratta in particolare di Cosan, Bonfim, CDC Bioenergia, Guarani e naturalmente Petrobras. Per realizzare gli obiettivi della produzione è anche necessario il ricorso agli investimenti esteri. Non solo le grandi imprese già citate in questo lavoro, come Cargill, Bunge, ADM, Syngenta e altre, acquistano grandi estensioni di terre per potervi stabilire la monocoltura della canna da zucchero (o della soia e della palma per l’agrodiesel), ma anche il capitale finanziario degli Stati Uniti e del Giappone è interessato al settore. George Soros ha deciso di investire 200 milioni di dollari per la produzione di alcol nel Minas Gerais e Bill Gates offre 86 milioni di dollari per finanziare l’impresa Pacific Ethanol, allo scopo di garantire l’approvvigionamento degli Stati Uniti. Percorsi simili si segnalano da parte di P.Wolfersohn, ex direttore della Banca mondiale e di Vinod Khosla di Sun Microsystem. Per quanto riguarda i giapponesi, è stato firmato un accordo tra Petrobras e la Nipon Alcol Banki per creare la Japan Ethanol Co. Anche la Sumitomo Corporation, Mitsui e la Japan Bank International Corporate (JBIC) sono attive in questo campo, per non parlare degli
113

interessi europei, in particolare svedesi. Il modello economico in gioco è nettamente orientato all’esportazione che dovrebbe riguardare nei prossimi anni i tre quarti della produzione brasiliana, per alimentare il 50% del mercato mondiale. Ci sono però degli ostacoli a questo progetto. Le infrastrutture del paese sono insufficienti in strade, porti fluviali e mezzi di trasporto. Questa debolezza potrebbe costituire un freno. A questo scopo si prevede di costruire un alcoldotto lungo 1.150 km tra la regione di Goyas e San Paolo, capace di trasportare 6 miliardi di litri di etanolo all’anno, cosa che permetterebbe di raddoppiare la produzione di Goyas entro il 2013 e sarebbe sedici volte meno costoso del trasporto su strada. Questo richiederà un investimento di 500 milioni di reals (più di 200 milioni di dollari). Il modello centrato sulla monocoltura ha anche conseguenze sociali, in quanto presuppone in primo luogo una notevole soppressione di mano d’opera, attraverso lo spostamento dei piccoli contadini. Nel 2005 si è registrata una perdita di 300.000 posti di lavoro in agricoltura. Aumenta così la migrazione interna, l’’inurbamento incontrollato e la pressione sulla frontiera agricola. Il lavoro nelle piantagioni di zucchero è particolarmente faticoso. Secondo uno studio realizzato da Fontana de Laat e pubblicato dal Movimento dei contadini senza terra, nel 2008 i tagliatori di canna abbattono ogni dieci minuti 400 kg di canna, dando 131 colpi di machete che richiedono 138 flessioni del busto. Ne risulta un sovraccarico cardiaco. In un giorno si trattano quindi 11,54 tonnellate di canna, con 3.792 colpi di machete e 3.994 flessioni. Siccome la pausa, prevista ogni 30 minuti, nella maggior parte dei casi non è rispettata, ne conseguono gravi rischi per la salute e la aspettativa di vita dei lavoratori. Bisogna aggiungere salari molto bassi, al limite della sussistenza, cosa che fa dire ad alcuni che si tratta realmente di una nuova schiavitù, e il lavoro dei bambini. Non c’è dubbio, in effetti, che un simile sfruttamento della mano d’opera sia all’origine dei notevoli guadagni realizzati dai proprietari terrieri agroesportatori e dalle società anonime nazionali ed estere. Tutto questo rafforza una struttura sociale che è già una delle più diseguali al mondo e non è affatto coerente con i progetti di riduzione
114

delle distanze promessa dal Partito del Lavoro. Infine, sul piano politico ne esce rafforzata la struttura di dipendenza Nord-Sud. Essa tende infatti a costruire una integrazione all’interno di una economia internazionalmente dominante, in contraddizione con gli sforzi attualmente realizzati attraverso un riavvicinamento tra i paesi latino-americani, ci riferiamo in particolare al quadro delle iniziative bolivariane (ALBA). Un simile orientamento è allineato con la visione del presidente Lula: una crescita economica forte che permetta di liberare i mezzi per condurre una politica sociale in favore dei più poveri. Ma così si rimette in discussione la filosofia di base di questa politica, cioè il suo costo economico e sociale e l’assenza di riforme strutturali che permettano di far diventare i gruppi sfavoriti i veri attori ed evitare così la costante riproduzione, magari un po’ attenuata, del fossato tra ricchi e poveri. Non si può dire che il governo brasiliano sia stato indifferente al problema. Joao Pedro Stedile, fondatore del Movimento dei contadini Senza Terra, economista, ha pubblicato all’inizio del 2007 un articolo sulla questione nella Monthly Review (febbraio 2007), in cui diceva che le misure a favore dell’agricoltura contadina prese dal governo Lula erano impressionanti. Segnalava in particolare un miglior accesso al credito e alle assicurazioni, un importante sforzo per l’elettrificazione delle zone rurali, la costruzione di abitazioni, un aumento dell’assistenza tecnica, la delimitazione di territori indigeni e meno repressione politica (federale). Per contro, scriveva, le politiche macroeconomiche favoriscono l’agromercato, soprattutto nel commercio internazionale, ispirandosi alle politiche neoliberiste del WTO e della Banca mondiale ed opponendosi, per esempio, alla etichettatura dei prodotti transgenici. In effetti il governo Lula ha mantenuto l’esenzione dalle tasse per i prodotti agricoli destinati all’esportazione e legalizzato le soie transgeniche, mentre le banche pubbliche aumentavano il loro sostegno all’agrobusiness (12 miliardi di dollari per il raccolto 2006-2007), tra cui 4 miliardi per le più importanti imprese agroalimentari transnazionali. Del resto, parecchie promesse elettorali non sono state mantenute: in particolare una vera riforma agraria, la revisione dell’indice di produttività, l’esproprio delle piantagioni che utilizzano lavoro
115

schiavizzato, il controllo delle monocolture di soia e cotone, la creazione di cooperative agroindustriali per i contadini. Esiste però in Brasile un modello alternativo fondato sull’iniziativa contadina. L’esempio più conosciuto è la cooperativa Bindozana ad Alagoas, descritta da Ignacio Sachs in un documento intitolato: biocombustibili o alimenti, concorrenza o complementarietà.17 C’è anche la cooperativa organizzata congiuntamente da MST (contadini senza terra) e MPA (contadini di Rio Grande do Sul). I movimenti sociali e la Pastorale della terra, organo della Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) propongono di privilegiare l’agricoltura contadina. La conferenza di Curitiba sugli agrocarburanti, nel 2007, aveva riunito diversi movimenti sociali, specialisti del settore e convinti difensori dell’agroenergia che ne facevano una questione di fierezza e nazionalismo brasiliano, tutti però preoccupati della giustizia sociale. Ne uscì una dichiarazione datata 31 ottobre 2007 intitolata: “Per una sovranità alimentare ed energetica”, in cui si afferma la necessità di un rapporto armonioso tra l’umanità e la natura, che significa rispetto della biodiversità, della terra, dell’acqua, cosa che esclude la monocoltura e l’estensione della frontiera agricola. La produzione di energia non può prendere il posto di quella degli alimenti, né essere determinata dalle leggi del mercato. La dichiarazione reclamava anche una riforma agraria e riteneva che le iniziative nel campo degli agrocarburanti dovessero rispondere prioritariamente ai bisogni locali e regionali, piuttosto che all’esportazione e che la produzione dovesse essere decentrata, sulla base dell’agricoltura contadina. Come si vede, non si trattava di un rifiuto assoluto degli agrocarburanti, ma piuttosto dell’enumerazione delle condizioni ecologiche, economiche e sociali della loro produzione e del loro controllo. La conclusione di Joao Pedro Stedile è che il governo Lula è molto ambiguo, perché mentre i ministeri della riforma agraria e dell’ambiente difendevano il modello familiare, quelli dell’economia, dell’industria, del commercio e dell’agricoltura promuovevano l’agrocommercio. Il peso sulla bilancia è stato in favore di quest’ultimo modello, mentre la riforma è praticamente paralizzata o ridotta a misure di compensazione sociale.

116

L’etanolo negli altri paesi del sud. Altri paesi si lanciano sulla stessa strada. Nei Caraibi bisogna citare la Giamaica. Nell’America centrale è il caso del Guatemala, dell’Honduras e del Salvador. In quest’ultimo, lavoratori honduregni e nicaraguensi partecipano al taglio della canna. È noto che gli accordi tra i presidenti Bush e Lula hanno portato allo sviluppo di raffinerie in Salvador, in connessione con le piantagioni dell’Honduras e del Nicaragua, rafforzando così il potere del capitalismo locale (i Pellas, in Nicaragua, i Maduro in Honduras, i Calderon in Salvador). Anche in altre parti dell’America latina l’etanolo è in pieno sviluppo. È il caso dell’Ecuador in cui più di 50.000 ettari sono dedicati a questa coltura e che riceve dalla Cina un aiuto per svilupparla. In Messico, data l’importanza del mais nell’alimentazione locale, è stata adottata una legge nel dicembre 2002 che limita la produzione di etanolo alle eccedenze di mais bianco.18 In Venezuela, invece, lo sforzo compiuto nel quadro del piano 2007 per aumentare la produzione di mais, esclude ogni trasformazione in etanolo.19 In Asia i produttori tradizionali di zucchero aumentano le loro rese per mettersi sul mercato dell’etanolo. Si tratta, per esempio, delle Filippine, in particolare nell’isola di Negros, in cui si segnala che le piantagioni invadono le terre dello Stato.20 Tuttavia la crisi alimentare (le Filippine devono importare parecchi milioni di tonnellate di riso ogni anno) pone un serio freno a questa espansione. Nelle Hawai il governo locale ha adottato nel 2006 una legge che imponeva un consumo del 20% di agrocarburanti entro il 2020. Anche lì gli investitori stranieri sono interessati e ritroviamo il nome di Vinod Khosla, il padrone di Sun Microsystems che ha investito in Hawai Bioenergy. Anche i tre grandi proprietari che possiedono il 10% delle terre dell’isola, si sono messi in una simile direzione. L’etanolo nei paesi del nord. Il sud non ha il monopolio dell’etanolo. Anche in Italia esistono dei progetti per produrlo partendo dal mais. In Belgio la produzione di etanolo viene incoraggiata dai governi federale e regionali. Viene prodotto soprattutto a partire dalla barbabietola da zucchero. La fabbrica di Wanze, in Vallonia, dipendente dalle imprese tedesche Sudsucker, produce 300 milioni di litri all’an117

no. Nelle Fiandre abbiamo Acco a Gand e Amylum ad Alost. Siccome questa produzione non è redditizia, richiede una partecipazione dello Stato attraverso la defiscalizzazione del settore. Negli Stati Uniti nel 2007 venne utilizzato il 15% delle terre disponibili per gli agrocarburanti (ne occorrerebbe il 121% per rispondere ai bisogni definiti dalla politica). Da qui il desiderio di massimizzare la produzione e di utilizzare le trasformazioni genetiche, cosa che i fattori americani chiamano il “Monsanto moonshine”. In Louisiana, dove le acque delle coste sono inquinate dal nitrato, l’Accademia nazionale delle Scienze lancia un grido di allarme. Il Senato degli Stati Uniti prevede nel 2022 di far passare da 28 a 136 miliardi di litri la produzione di agrocarburanti, di cui 57 miliardi a partire dall’amido di mais. La quantità di nitrato rovesciato dal Mississipi nel golfo del Messico in questo periodo aumenterà dal 10 al 34%, il che ne farà un vero ricettacolo di rifiuti tossici della Green Belt. È proprio questo che provoca la famosa “zona morta” che oggi si estende lungo numerose coste, compreso il Brasile, con l’assenza di ogni vita marittima oltre alle alghe e che nel golfo del Messico nell’estate 2007 ha raggiunto 20.000 kmq.21 L’agrodiesel dalla palma oleaginosa: il caso della Colombia e dell’Asia del sud-est L’olio di palma viene da molto tempo utilizzato dalle popolazioni dell’Africa tropicale. Fin dall’anno 1583 viene segnalata anche la sua esportazione in piccole quantità. A partire dalla fine del XVIII secolo, divenne un vero prodotto da esportazione e sostituì il commercio degli schiavi.22 Nel 1840 l’Inghilterra si procurava nel Niger 15.000 tonnellate di olio. Nel Congo belga, Lever creò nel 1911 piantagioni e fabbriche, passando dalla raccolta allo stato selvatico alla produzione industriale. Nel 1913 le importazioni della Francia raggiungevano 200.000 tonnellate di olio proveniente dal mesocarpo (parte carnosa della noce di palma) e 300.000 tonnellate di palmisti (derivanti dalla mandorla). Con il sistema delle piantagioni la produzione di palmisti è diminuita a vantaggio della prima.23 Dagli anni novanta la domanda europea di prodotti derivati dalla palma è rimata più o meno stabile, mentre quella dell’India, del Pakistan, della Cina e del Medio Oriente è esplosa. Questo nuovo mer118

cato, come quello dell’Europa orientale si svilupperà ulteriormente perché una parte delle popolazioni sta adottando abitudini di consumo occidentali.24 Anche l’ Indonesia e la Malesia incominciano a produrre agrodiesel con questa stessa materia prima. La filiera è redditizia oggi solo nei paesi con salari molto bassi. L’olio di palma per gli agrocarburanti fu massicciamente sviluppato nell’Asia del sud-est (soprattutto in Malesia), ma questo è avvenuto a prezzo di una nuova accelerazione della deforestazione per fornire le terre necessarie. Non dimentichiamo che il rendimento dell’olio di palma è di 5.000 litri per ettaro all’anno. L’Africa deteneva la maggioranza della produzione fino agli anni sessanta, ed è per questo che in America latina si parla di palma africana. In quell’epoca questo continente forniva il 74% dell’olio di palma e il 50% dell’olio di palmisti. Nel 1989 le proporzioni si sono ridotte al 14% per il primo, contro il 78% dell’Asia, e al 21% per il palmisti. La tendenza si è rafforzata negli anni e nel 2000-2001, su un totale mondiale di 23.361 milioni di tonnellate di olio di palma, la Malesia e l’Indonesia ne producevano l’82,6%, l’Africa il 6,5% e l’America del sud circa il 5%. L’utilizzo dell’olio di palma è molteplice. Prima di tutto è un prodotto base dell’alimentazione: margarina, olio da tavola, crema, cioccolato, pasti preconfezionati, nutrimento per animali, ecc., ma è anche abbondantemente impiegato nella produzione di pitture e vernici. Anche l’industria farmaceutica ne è una forte consumatrice. Bisogna aggiungere una ventina di sottoprodotti interessanti, come il furfurato, battericida e insetticida naturale, come la lignina proveniente dal legno e utilizzata per impiallacciare. Solo ultimamente l’olio di palma è stato trasformato in gran misura in agrodiesel, soprattutto da quando i prezzi petroliferi sono esplosi. Da qui è partita una enorme espansione dello sfruttamento in tutto il mondo tropicale e semi-tropicale. All’inizio del XXI secolo gli erano riservati 20 milioni di ettari. Per accelerare il processo in Indonesia si è proceduto al dissodamento delle foreste con il fuoco, cosa che ha scatenato giganteschi incendi nel 1997 e nel 1998, in una zona più vasta dei Pesi Bassi, diffondendo un fumo che raggiungeva la Thailandia e le Filippine e ha
119

rovesciato nell’atmosfera migliaia di tonnellate di CO2. Nel 2007 in questo paese erano dedicati alla palma 6 milioni di ettari, con piani di crescita su foreste antiche. Alla fine degli anni cinquanta in Malesia le piantagioni di caucciù sono state trasformate in palmeti, dietro la spinta della Federal Land Development Authority (FELDA). Nel 2005 questo organismo governativo assicurava il 20% della produzione nazionale.25 La Papuasia Nuova Guinea è diventata terza esportatrice mondiale con 380.000 tonnellate, ben lontano comunque dall’Indonesia e dalla Malesia. Sono coinvolti anche altri paesi asiatici. La Thailandia nel 2007 produceva 8,5 milioni di litri di olio di palma all’anno su 400.000 ettari destinati a diventare 800.000 nel 2009 e 1.600 nel 2029. Sono produttrici anche la Cambogia, l’India e le isole Salomone. Il consumo di olio vegetale in Cina è raddoppiato tra il 1996 e il 2006, per raggiungere 24 milioni di tonnellate nel 2007, con una previsione di aumento da 500.000 a 600.000 tonnellate all’anno. L’olio di palma costituiva il 24% del totale nel 2000. Occorre aggiungere una importazione di circa 5,1 milioni di tonnellate nel 2006-2007.26 In Africa, la Nigeria che è passata da 160.000 ettari di coltivazione della palma nel 2003 a 300.000 nel 2007, si appresta a destinarvi 3 milioni di ettari nel prossimo futuro. Nella Costa d’Avorio nel 2007 si producevano 250.000 tonnellate di olio di palma. In Congo sono dedicati a questa coltura 214.000 ettari e prossimamente si prevede di aumentare questa cifra con l’aiuto di investimenti europei, giapponesi, americani e cinesi fino a tre milioni di ettari nelle province dell’Equatore, di Bandundu e del Kasai occidentale. Il Camerun nel 2007 produceva 250.000 tonnellate di olio all’anno, con l’aiuto della Francia, della Banca mondiale e del FMI. In America latina il primo posto è occupato dalla Colombia, ma sono altrettanto interessati l’Ecuador, il Brasile, il Messico e l’America centrale. Per mostrare chiaramente che l’argomento affrontato non ha niente di puramente teorico ma si inscrive nella vita quotidiana degli esseri umani, il testo che segue, estratto di note personali di viaggio prese in Colombia nel luglio e agosto del 2007, rivela la dimensione umana del “grande progetto” dell’energia verde e fa rivivere “Le radici della collera” di John Steinberg.
120

La palma africana in Colombia, ovvero le “collateralità” del capitalismo agrario In Colombia, la Commissione intercomunitaria Giustizia e Pace è uno degli organismi costantemente minacciati che si preoccupa delle violazioni dei diritti dell’uomo tra le popolazioni contadine espulse dalla loro terra a causa dell’estensione degli spazi destinati agli agrocarburanti. Una sera, con alcuni loro membri, mi sono recato al nord di Bogotà, presso una comunità indigena, sul fianco di una montagna, per passare una notte di preghiera. Riuniti in un luogo sacro circolare, illuminati da un fuoco centrale, abbiamo ascoltato un anziano raccontarci l’espulsione in mezzo ai massacri dalle loro terre ad opera delle compagnie agricole. Preghiamo per i morti. Lungo silenzio. Alcuni membri della comunità si aggiungono al gruppo. Si salutano toccandosi la fronte (accoglimento nel pensiero) e scambiandosi qualche foglia di coca. Prendono quindi la parola uno dopo l’altro perché “la parola è l’anima”. L’anziano che presiede mi chiede di intervenire in prima battuta perché anch’io sono “abuelito” (anziano) Condivisione spirituale in cui si esprimono il rispetto della terra madre e l’importanza della vita umana. Riconoscenza verso il popolo fratello che li ha accolti sulle sue terre. Contrasti: il nome dell’anziano era Victor Hugo e prima della cerimonia aveva chiesto di spegnere i cellulari! Io non mi fermo tutta la notte perché il giorno dopo devo lavorare. In effetti il giorno seguente c’era un seminario internazionale sugli agrocarburanti in cui mi era stato chiesto di tenere la relazione di apertura. Tra i partecipanti c’erano non solo latinoamericani ed europei, ma anche asiatici. Si confrontano le esperienze e gli echi sono simili dappertutto: non si tiene conto degli effetti sociali ed ecologici della produzione di energie verdi. Il giorno seguente lo passo con una delegazione internazionale vicino alla frontiera del Venezuela, su un affluente dell’Orinoco ad Arauca, per ascoltare le testimonianze delle persone spostate con la forza, soprattutto contadini. Si tratta di una audizione destinata a preparare una sessione di un Tribunale internazionale di Opinione che avrà luogo nel seguente mese di novembre a Bogotà....Per mezza giornata si susseguono i racconti più drammatici, molti testimoni devono parlare dietro una porta per non essere riconosciuti: espulsioni ad opera delle imprese petrolifere
121

e dell’agrobusiness, massacri operati dai paramilitari e dall’esercito, bombardamento di un elicottero di una impresa petrolifera americana su un villaggio. Interroghiamo i testimoni. Un parlamentare europeo tedesco è pietrificato dall’emozione ed incapace di porre qualunque domanda. Mentre la delegazione aspetta l’aereo per il rientro, due poliziotti del DAS (Dipartimento amministrativo di Sicurezza) vengono a prendere i nostri passaporti e ci accusano di attività illegale minacciandoci l’espulsione. La risposta è chiara: abbiamo preavvertito le autorità di Bogotà. Un colpo di telefono lo conferma. Ha poi luogo la visita nel nord del Chocò, regione alla frontiera di Panama e vicina alla costa atlantica. Primo scalo dell’aereo a Medellin che è diventata una vera metropoli di cui si può capire a grandi linee la struttura sociale sorvolandola a bassa quota e atterrando all’aeroporto situato nel centro stesso dell’agglomerato. Enorme sviluppo dei quartieri più ricchi, con molte costruzioni in altezza ed estensione a perdita d’occhio dei quartieri poveri. Ma non ha le dimensioni di Bogotà, città di 8 milioni di abitanti, in cui il nord esibisce la sua opulenza mentre il sud mette insieme dei quartieri in cui si ammassano centinaia di migliaia di persone, in particolare i rifugiati interni. Da Medellin fino a un nuovo scalo, la piccola città di Atrato, situata non lontano dalla frontiera panamense. Siamo in molti a far parte del viaggio, alcuni membri di Giustizia e Pace, tra cui una religiosa del Sacro Cuore, e la Commissione etica del sud Atrato, di cui io faccio parte insieme ad altri, una giurista spagnola e due giovani americani, di cui una è appena uscita di prigione per aver manifestato di fronte alla Scuola delle Americhe in Georgia (formazione dei militari latino-americani e ben triste reputazione). Prima di atterrare sorvoliamo piantagioni di banane. Le attraversiamo poi in auto prima di raggiungere la piccola città locale. Dal ristorante osservo i dettagli della vita quotidiana e mi vengono in mente molti passaggi del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine. Prendiamo quindi altre due vetture per recarci in un’altra piccola città dell’interno, in cui siamo ricevuti nel convento delle monache. Si tratta di una congregazione colombiana fondata da madre Laura per lavorare tra le popolazioni indigene. Le chiamano “le laurite”. Sono presenti in parecchi paesi latino-americani e svolgono
122

lavoro sociale tra le popolazioni indigene. Questa congregazione, molto impegnata socialmente, ha esteso la sua azione negli ambienti più poveri. Trascorriamo una parte della serata con le religiose. Ci raccontano il loro lavoro in questa regione in cui i grandi proprietari possiedono migliaia di ettari e in cui oggi si estendono progressivamente le piantagioni di palma africana. Descrivono l’arrivo in massa dei contadini cacciati dalle loro terre verso le varie città e in particolare nel luogo in cui ci troviamo. Si parla di città, ma la maggior parte di strade non sono asfaltate e i servizi generali sono rudimentali. In un quartiere tirato su in fretta con case fatte di assi di legno e lastre di zinco, trovano riparo rurali spostati dall’interno. Le religiose spiegano come nella maggior parte dei casi questi contadini sono stati espropriati dei loro beni. Non avendo più nulla, sono obbligati a cavarsela come possono. Nessuna compensazione finanziaria, nessuna copertura sociale, grandi difficoltà per mandare i bambini a scuola, niente lavoro per i giovani. In breve, situazioni spesso drammatiche cui il gruppo delle sette monache non riesce a far fronte. Una di esse dice: “Tra i rifugiati interni ci sono numerosi discendenti dagli africani (popolazioni nere) e anche alcune popolazioni indigene. Spesso viene usato il terrore per farli uscire dalle loro terre. I paramilitari, gruppi armati informali ma strettamente legati all’esercito, minacciano e uccidono semplicemente per creare paura”. Un’altra aggiunge: “I paramilitari sono un vero apparato di Stato, è palese infatti il legame con i poteri militari, politici ed economici. L’attuale governo sostiene di voler smobilitare i paramilitari, ma nei fatti costoro sono presenti quanto prima e sempre armati allo stesso modo e un certo numero che viene riciclato nella vita civile, ottiene praticamente l’impunità e occupa posti molto importanti nel campo politico, fino al Parlamento.” La Superiora della piccola comunità aggiunge che queste pratiche politiche sono legate all’estensione costante della grande proprietà terriera. Non molto tempo fa una gran parte delle terre era coperta dai boschi. Il resto era coltivato da piccoli contadini o comunità indigene. In un primo tempo sono stati impiantati grandi allevamenti estensivi, poi la coltivazione delle banane e oggi delle palme da olio. Sono stati i militari che all’inizio hanno esercitato la forza per aiutare
123

i proprietari a conquistare progressivamente le terre dei contadini. Poi sono arrivati i paramilitari per fare il lavoro sporco che i militari non potevano fare. Abbiamo chiesto loro se nella regione è attiva la guerriglia. Hanno risposto che è stata molto attiva negli anni novanta ma che ora si è rifugiata nelle montagne. All’inizio si trattava di contadini spogliati delle loro terre che si organizzavano in resistenza armata. Nel corso degli ultimi 40 anni questa resistenza, le FARC, si è trasformata in una organizzazione militare, ricorrendo, per poter continuare ad armarsi, all’imposta sul narcotraffico e ai sequestri. Nella regione comunque, non trovano particolare simpatia nella popolazione, anche se spostata, però non sono considerati come nemici perché nelle regioni controllate da loro la situazione dei contadini è migliore. Il narcotraffico è presente dappertutto. I paramilitari ci vivono. Anche i militari sono spesso implicati e la guerriglia riscuote imposte sulla droga. Alcuni membri della Commissione intercomunitaria Giustizia e Pace affermano che il narcotraffico è entrato in tutta la società colombiana. Una parte consistente degli investimenti che si vedono nelle costruzioni urbane di Bogotà e di Medellin provengono in effetti da questa fonte. Il governo, aiutato dagli americani, distrugge le coltivazioni di coca soprattutto nelle zone montane e lontane dalle città, attraverso la fumigazione che non è per niente efficace e in compenso produce effetti ecologici disastrosi. Si attaccano i piccoli contadini che tolti dalle loro colture tradizionali non hanno altri mezzi di sussistenza, mentre i grandi trafficanti arrivano ad avere il loro posto nella società. La sera alloggiamo in un locale parrocchiale, materassi di muschio messi a terra. Come privilegio per l’età mi concedono un letto di assi di legno e dopo una breve notte riprendiamo la strada. All’inizio la grande arteria che porta a Medellin e che attraversa, a perdita d’occhio, allevamenti estensivi per migliaia di ettari. Il bestiame è disperso e relativamente poco numeroso. Superiamo sedici sbarramenti militari nel corso di due giorni, segno della militarizzazione della regione. In due casi dovremo declinare le nostre identità. Le jeep si impegnano poi su percorsi di campagna lungo i quali si vedono nuove costruzioni di piccole case di legno. Si tratta di gruppi di famiglie
124

di paramilitari che provengono da altre regioni. Dopo circa 75 km arriviamo nella zona della palma africana. Questa volta passiamo su percorsi completamente circondati da piantagioni di palma, piante relativamente basse e i cui frutti stanno alla base degli alberi. Lungo una di queste strade i frutti tagliati vengono ammucchiati e caricati da camion che li trasportano in una vicina raffineria. Un ettaro di palme dà 5.000 litri di agrodiesel. Si tratta dunque di una produzione molto redditizia. Il lavoro richiede una mano d’opera molto ridotta che viene portata ogni giorno sul posto. I fertilizzanti e i pesticidi utilizzati nelle piantagioni sono chimicamente molto distruttivi. Non c’è più nemmeno un uccello. I contadini ci dicono che i ruscelli e i fiumi non hanno più pesci. Uno di loro ci mostra i segni delle bruciature riportate sulla pelle per essersi bagnato nel fiume. I prodotti chimici vengono sparsi con piccoli aerei e non risparmiano nulla, né i terreni, né l’acqua, né i rari spazi in cui esiste ancora un habitat. Alla fine arriviamo in un luogo indicato come Zona umanitaria da un grande pannello realizzato a mano. Dopo dieci anni di lotte sanguinose condotte dalla Brigata 17 dell’esercito e dai paramilitari che agivano per le imprese della palma e dopo, a partire dal 2001, spostamenti forzati in successione, un gruppo di contadini si è messo insieme per coltivare qualche ettaro di terra, ai margini delle piantagioni di palma. Erano stati espropriati delle loro proprietà ancestrali che per alcuni datavano da più di 120 anni. Hanno costituito quella che chiamano una “Zona umanitaria di biodiversità”. Sono accompagnati da membri della brigata internazionale di pace per proteggerli. È stata costituita una Commissione etica internazionale per informare le istanze internazionali nel caso di violazioni gravi dei loro diritti. Le autorità di Bogotà sono state preavvertite della nostra missione sul posto dalla Commissione intercomunitaria Giustizia e Pace. Bisogna dire che un piccolo contadino in questa regione è uno che possiede dai 50 ai 100 ettari. Le coltivazioni erano diversificate, l’allevamento relativamente estensivo, i boschi abbondanti e questo permetteva ai contadini di condurre una vita abbastanza normale, anche se le condizioni di lavoro erano dure. Il Choco era la regione
125

a più grande biodiversità del paese. A qualche km c’era un villaggio con una scuola primaria, un centro di salute e un acquedotto che portava l’acqua dalla montagna, alcune chiese e templi di varie denominazioni cristiane. Oggi non resta quasi più nulla di questo agglomerato: la scuola, il centro di salute e l’acquedotto sono stato distrutti per estendere le coltivazioni della palma. Ogni estensione comporta nuovi massacri. Nel dicembre 2005 a Pueblo Nuevo e nell’ottobre 2006 a Brisas, è entrato in azione un nuovo gruppo paramilitare chiamato”Aguilas Negras”, in combutta con l’esercito e la polizia. Siamo scesi dalle jeep e siamo andati verso un piccolo gruppo di abitazioni di nuova costruzione. Sono solo pochi mesi che i contadini si sono installati su queste terre e già sono oggetto di una procedura giudiziaria come “invasori”. Tutti loro avevano terre da cui sono stati espulsi. Nella regione sono attive parecchie compagnie della palma, spinte dal boom dell’agroenergia e nel luogo in cui ci troviamo c’è Urapalma, società anonima. Siccome i contadini non volevano cedere le loro terre, sono immediatamente passati alle minacce. Dicevano: “Se non volete vendere le vostre terre, le compereremo dalle vostre vedove”. Disgraziatamente sono seguiti i fatti. Nella comunità che stiamo visitando sono state assassinate 113 persone, prima dall’esercito e poi dai paramilitari. La stessa cosa è successa in molti altri posti. Non descriverò il modo in cui sono stati massacrati perché è al di là del sopportabile. Ultimamente uno di loro, un nero che doveva partecipare a una riunione internazionale a Chicago per denunciare le ingiustizie commesse in Colombia, è stato assassinato qualche giorno prima di partire. Il suo corpo è stato ritrovato nel fiume dalla monaca del Sacro Cuore che è con noi. Si trattava di un avvertimento per gli altri. Sul posto si trova anche un certo numero di membri della Brigata internazionale della pace, giovani italiani, spagnoli, americani, canadesi e francesi che si danno il cambio per vivere con la comunità, lavorando con loro ed assumendo tutti i rischi per proteggerli. Questo è il senso della “Zona umanitaria di biodiversità”, in altre parole, una area simbolicamente protetta fondata su cinque ettari recuperati da un contadino ai bordi dei palmeti. La visita che noi facciamo a
126

nome della Commissione etica è destinata anche ad evitare che i soprusi continuino nel silenzio e nell’ignoranza. Il governo è preoccupato per la sua reputazione internazionale, per questo teme le rivelazioni e l’attenzione di alcune istanze giudiziarie internazionali che sono state allertate. Nel pomeriggio ci siamo recati insieme a circa due km di là, verso il cimitero che si trova al bordo delle piantagioni. È stato completamente distrutto dai bulldozer e tutte le tombe sono state profanate. Su un pezzo di terra fuori dalla piantagione, i contadini hanno ripiantato piccole croci di legno pitturate di bianco. Arrivando, lungo il sentiero pieno di acqua e di fango, un contadino uccide una vipera. Nel luogo ci raccogliamo in silenzio. Un contadino prende la parola e spiega la storia del cimitero. ”Qui avevamo un villaggio, non resta praticamente più nulla. Le macchine hanno completamente distrutto il cimitero. Non sappiamo più chi dei nostri cari si trova qui e per questo abbiamo messo delle croci simboliche, senza sapere chi c’è sotto”. È una forte emozione. Mi chiedono di benedire questo luogo e di pregare per i morti. Recitiamo insieme il Padre nostro e poi preghiamo ancora un lungo momento in silenzio, non solo per i genitori e gli avi sotterrati qui, ma anche per tutti coloro che sono stati massacrati. Da lontano risuona il canto delle tagliatrici che lavorano nella vicina foresta. Questa visione mi sconvolge profondamente. Il cuore si riempie di rabbia quando si vedono cose simili. Il capitalismo non rispetta nulla. Bisogna guadagnare, bisogna trasformare tutto in merce. Questo è il valore supremo. Gli esseri umani non contano, nemmeno quelli che riposavano in pace in questo cimitero di campagna. Riattraversiamo il percorso in mezzo ai palmeti: i palmeti della morte. La sera, cena comune: zuppa di fagioli. Nella serata si scambiano testimonianze, canti, condivisione. Ci hanno raggiunto anche delle comunità della regione di Cacarica. Sono giovani neri. Sono arrivati anche altri contadini dai dintorni, uomini, donne, bambini. Hanno fatto due, tre, quattro ore di cammino per poter passare qualche ora insieme. Quelli di Cacarica hanno viaggiato una giornata intera, scendendo il fiume Curvarado che scorre a una ventina di km. La serata incomincia con delle testimonianze. Il ricordo delle espul127

sioni e dei massacri. Uno dopo l’altro i contadini e le contadine raccontano la loro storia. Minacce militari, massacri paramilitari. Un uomo dice: hanno ucciso mio figlio di tre anni sotto i miei occhi. Un giovane racconta come i suoi genitori sono stati uccisi dai paramilitari. Uno dopo l’altro con voce tranquilla e triste rendono le loro testimonianze. È veramente straziante; si assiste in silenzio. Prende la parola una vecchia signora di origine africana: “Sono una nonna e ho 29 nipoti. Sono stata cacciata dalle mie terre e i miei nipoti non possono più andare a scuola. Non abbiamo servizio medico, neanche un piccolo centro salute. Siamo contadini, vogliamo lavorare la terra. Vorrei tanto che i miei nipoti potessero studiare, avere un miglioramento nella vita. Cosa abbiamo fatto per subire un simile destino? Desideriamo vivere in pace, coltivare le nostre terre. Qui c’era la vita, adesso c’è la morte. Tuttavia non abbiamo perso la speranza. Pensiamo che il Signore non ci abbia dimenticato. Continuiamo a lottare. Non ci lasceremo scoraggiare dalle minacce e dalla violenza. Vogliamo vivere in pace”. I giovani di Cacarica esprimono i loro sentimenti con dei canti. Eseguono del rap di cui uno di loro è autore delle parole. Spiegano che il rap ha origine tra i neri americani e che si tratta di canti di protesta. A più riprese danno il loro contributo a questa serata che scorre sotto un tetto di tavole e su un pavimento in terra battuta. I canti sono impressionanti. Un ritmo sincopato che esprime la storia della loro comunità. Anche loro hanno visto i genitori cacciati dalle terre. Chiedono giustizia. Accusano i grandi proprietari e le compagnie dell’agrobusiness. Denunciano i paramilitari che hanno massacrato molti di loro. Accusano l’esercito, il governo e in particolare il presidente Uribe, lui stesso grande proprietario di terre e di miniere e artefice dell’impunità dei paramilitari. Alcune di queste canzoni sono molto dure ma terminano con un desiderio di lotta e non di disperazione. Alla fine di queste testimonianze mi chiedono di intervenire con una preghiera. Tutta l’assemblea è silenziosa. Bisogna ricordare i morti e le vittime. Bisogna soprattutto ricordare che la vita è più forte della morte. Il simbolo della resurrezione è proprio quello della vittoria della vita. Dio è presente ed è colui che vuole la vita. Anche Gesù è
128

stato perseguitato per la giustizia e alla fine giustiziato perché si era opposto al dominio e allo sfruttamento dei potenti sui poveri: ma è resuscitato e questa è la sorgente della speranza. Una giovane donna nera intona una canzone alla vergine nera. È una lunga melodia cantata dolcemente tra l’ascolto attento ed emozionato di tutta l’assemblea. “La vergine è colei che ha amato ed ha sofferto. Ha amato anche il popolo nero. Per questo la chiamiamo vergine nera. È lei che ci dà la speranza. È lei che pensa a noi come una madre. La vergine nera, la vergine nera.” Segue un lungo silenzio in cui ognuno si ricorda della propria storia. Ma la gioia di vivere riprende il sopravvento. Sono tutti invitati quindi a presentare un ritornello, a raccontare una storia. È la vita che si afferma sulla morte, la gioia sulla tristezza. Gli uni e gli altri, delle varie comunità, si sforzano di partecipare alla festa. Alcuni con molta goffaggine cantano del tutto stonati. Tutti scoppiano a ridere. I bambini hanno preparato una canzone che non finisce più ma che permette anche a loro di intervenire. Siccome c’è qualche straniero, vien chiesto ai due americani presenti di cantare. È una vera catastrofe. Gli italiani si mescolano con un po’ più di brio. Chiedono anche a me di dare il mio contributo. Non essendo dotato in questo campo, scelgo di insegnare il canone “Frère Jacques”. All’inizio non va troppo male. Che sorpresa nel vedere che tutti possono cantare in francese! Inutile dire che il canone termina nella cacofonia. Ma tutti ridono di cuore ed è veramente una festa. Tutto questo va avanti fino a tardi, ma siccome alla mattina bisogna alzarsi presto, tutti alla fine rientrano nelle casupole o nelle tende e la sola luce è quella di una luna appena visibile tra le nuvole. Dormo su alcune assi e fortunatamente con una zanzariera perché queste bestiole si erano unite alla festa! In fianco a me una coppia catalana russa a più non posso. Non è facile prendere sonno, ma con l’aiuto della stanchezza finalmente mi addormento. Alle quattro e mezza vengo svegliato di soprassalto dal canto penetrante di un gallo che aveva scorto i primi raggi di sole. Si trovava accanto a me, dall’altra parte della parete di plastica. Ci alziamo tutti; ha piovuto tutta la notte. La terra battuta, anche nelle case, si è trasformata in fango. Non è facile vestirsi. Fortunatamente viene preparata una
129

enorme bacinella di caffè. Va bene per svegliarsi. Alle sei tutti devono essere pronti per una operazione di distruzione delle palme. Seguiamo il sentiero che porta alla strada. Ci sono un buon centinaio di persone, contadini, membri delle brigate, giovani e vecchi. Tutti hanno in mano un machete. Prima di incamminarci per questa operazione, prende la parola uno dei contadini spogliati delle loro terre. È membro di una chiesa cristiana che si chiama Chiesa quadrangolare (i quattro angoli della terra). Chiede a tutti di raccogliersi. Io sono al suo fianco. Recita il Padre nostro cui mi associo. Quindi, con gli occhi bassi, in un atteggiamento di raccoglimento, chiede la benedizione di Dio su tutti coloro che vogliono la giustizia. “Che Dio ci dia la forza di continuare a lottare, di ristabilire la giustizia, di lottare per la nostra famiglia, per la vita, per la fraternità tra gli uomini. Ed ora, con i nostri machete andiamo a distruggere l’opera della morte.” Il gruppo avanza nelle piantagioni. Ognuno sceglie un albero e i machete si danno da fare per distruggere le palme. Siccome dobbiamo rientrare a Bogotà, la mia partecipazione è stata molto simbolica. Bisogna mettersi in marcia per ritornare alla capitale. Dico arrivederci con emozione a coloro con cui ho condiviso queste ore con grande intensità. Ma, problema! Durante la notte un violento tornado ha rovesciato molti alberi sulla sola strada che permette di arrivare alla “Zona umanitaria”. Non c’è possibilità di far passare le vetture. Bisogna mettersi in cammino a piedi. In un gruppetto ci mettiamo per strada. Sfortunatamente due giorni prima avevo fatto un falso movimento entrando in macchina e quindi la mia gamba destra non è in ottima forma. Ho però un ombrello che mi fa da bastone e così si incomincia la strada su percorsi pieni di gobbe e di fango. I chilometri si susseguono monotoni tra file di palme. Incrociamo un camion che trasporta lavoratori. Era rimasto all’interno del perimetro delle strade sbarrate dagli alberi abbattuti. Dopo circa 10 km di cammino ecco arrivare una motocicletta. Facciamo il moto stop. Era uno dei contadini locali. Di nuovo, privilegio dell’età, indicano me per salire sulla moto e continuare gli altri dieci chilometri che occorre percorrere per arrivare al fiume. Mi chiedo ancora adesso come siamo riusciti a non fare bagni nei canali dei sentieri! Penso al film “La motocicletta” e mi sembro quasi il Che!
130

Arrivati finalmente alla meta, chi mi ha trasportato telefona con il suo portatile alla piccola città di là del fiume. Bisogna chiamare altre due moto che vengano a prendere gli altri che avevano continuato a piedi, mentre il sole incominciava a picchiare forte. Finalmente ci ritroviamo tutti insieme, prendiamo una piroga per attraversare il fiume e raggiungere una jeep sull’altra sponda. Nuovo posto di blocco militare. Più di 70 km in jeep su strade impossibili. Camion impantanati, in breve proprio tutto quello che occorreva perché perdessimo l’aereo, il tragitto, infatti, ci stava prendendo molto più tempo del previsto. Finalmente raggiungiamo la strada maestra. La jeep non riesce a superare i 40 km all’ora perché a ogni scanalatura incomincia a scuotersi in tutti i sensi. Cambiamo vettura nella città dove avevamo passato la prima notte. A tutta velocità corriamo verso l’aeroporto e fortunatamente l’aereo ha un’ora di ritardo, altrimenti avremmo dovuto rimanere lì. Il ritorno scorre come l’andata: scalo e cambio di aereo a Medellin e finalmente atterraggio a Bogotà. Durante il viaggio non posso impedirmi di pensare a tutto quello che ho visto nei due giorni precedenti. Il film degli avvenimenti mi torna di continuo alla mente. Come si possono accettare situazioni simili? Come è possibile che la Chiesa gerarchica non sia presente per difendere la giustizia? Come si può costruire una società su simili parametri? Passando per Medellin penso alla società Urapalma che ha una sede in questa città. Chi sono gli azionisti? Probabilmente eccellenti persone, buoni padri di famiglia, buoni cristiani, che si trovano davanti ad una tavola con tappeto verde e prendono decisioni economiche in funzione della logica del profitto senza porsi altre domande. Bisogna denunciare questo sistema. Bisogna trovare chi sono gli azionisti? Bisogna sapere quali sono le banche che li finanziano e quali sono le loro connessioni internazionali? Bisogna avere il coraggio di dire che sono responsabili della morte, che riducono alla miseria migliaia di persone, che impediscono ai talenti umani di svilupparsi, che sono di ostacolo a che dei bambini possano un giorno contribuire al benessere dell’umanità, che rappresentano interessi materiali contro valori umani. Si potrebbe pensare che questo significhi fermare il progresso, che per un bene superiore esige dei sacrifici. Ma quale progresso e quali
131

sacrifici? Continuare un modello energetico che congestiona le nostre città e permette che il 18 agosto di quest’anno (2007) ci siano stati 580 km di ingorghi in Francia, per fare un esempio facile? A prezzo di guasti irreparabili alla biodiversità, alle riserve d’acqua, alla terra e al clima, a danno dell’agricoltura contadina e a vantaggio dell’agrobusiness dominato da qualche grande impresa, e, più grave ancora, a prezzo di sacrifici umani, sociali, culturali che colpiscono milioni di persone. Un altro modello è possibile, di rispetto della biodiversità, dei diritti umani e del clima, ma per questo ci vuole la volontà politica. Il giorno dopo il nostro ritorno, la polizia e l’esercito sono scesi nella “Zona umanitaria”. Sono stati distrutti dieci ettari di palmeto (su 25.000, di cui la maggior parte ha richiesto la distruzione di una foresta originaria vecchia di migliaia di anni). I contadini che hanno tagliato le palme saranno portati in giudizio “per distruzione dell’ambiente”. È il colmo! La presenza internazionale impedisce per il momento che abbiano luogo dei massacri. Nel corso del seminario a Bogotà sugli agrocarburanti c’è stata una discussione con il vice ministro dell’agricoltura e un rappresentante della Federazione dei piantatori di palme. Quest’ultimo ha dichiarato che Urapalma non faceva parte della Federazione e che lui non poteva prendersi alcuna responsabilità a suo riguardo. Mentre, ha aggiunto, le altre piantagioni rispondono a un vero spirito di impresa, rispettando la loro responsabilità sociale e adottando un codice di condotta. Quanto ai titoli di proprietà dei contadini e delle comunità indigene e nere, è, sempre secondo lui, una questione complessa, perché molti sono dei falsi. La verifica richiede tempo e lo Stato colombiano, che ha in parte finanziato le piantagioni, deve cercare di recuperare quello che ci ha messo e non può pagarsi il lusso di parecchi anni di attesa. In breve, lingua biforcuta di fronte ai contadini espropriati e senza difesa. Discorsi curiosi, quando si sa che solo tra il 2001 e il 2005, 263.000 famiglie di contadini sono state espropriate di 2,6 milioni di ettari, sia dalle compagnie dell’agrobusiness, sia dagli stessi paramilitari e che la povertà rurale è passata dal 66 al 69% tra il 2003 e il 2004! Il vice ministro, da parte sua, accampando studi scientifici, ha affermato che la Colombia, nel campo dei palmeti, era un modello
132

di rispetto della biodiversità. Dire il contrario significava ingiuriare il paese. Di fronte a questi due interlocutori sembrava di parlare di un altro pianeta! Quale è la logica che sta sotto questi discorsi e queste pratiche? Quella del progresso rappresentato dalle monocolture destinate a soddisfare il consumo dei più ricchi al mondo e a produrre ben presto l’”energia verde” di cui tanto si parla ma che in realtà, ecologicamente e socialmente, sembra distruggere più che portare vantaggi. È sempre la logica del profitto, perché le piantagioni rappresentano ben più valore aggiunto dell’agricoltura contadina e contribuiscono così all’accumulazione del capitale. Si è parlato di socialismo reale, perché non parlare di capitalismo reale? Testimonianza episodica, senza dubbio. Ma il suono delle voci che si aggiungono ad altre voci, le migliaia di ettari di palmeto che cavalcano le pianure dopo aver distrutto le foreste e cacciato i contadini della Colombia, dell’Ecuador, del Costa Rica, dell’Honduras, del Chiapas e, passando sopra l’oceano, del Camerun, della Nigeria, del Congo, per raggiungere l’Indonesia e la Malesia ed estendersi fini alla Papuasia Nuova Guinea, le tristi monocolture di soia che hanno eliminato la biodiversità e spazzato via gli esseri umani dal paesaggio in Paraguay, in Argentina, in Brasile, lo “zucchero amaro” che si trasforma in combustibile maleodorante, frutto di lavoro schiavizzato, tutto ciò finisce per creare un rumore crescente che si trasforma a poco a poco in clamore assordante, insieme delle grida della terra e degli oppressi che presto gli argomenti della razionalità economica non potranno più soffocare. Allora, è questo un discorso apocalittico, proprio quello che noi vogliamo evitare? Linguaggio eccessivo di un osservatore che si coinvolge al punto di perdere l’equilibrio? Pregiudizio anticapitalistico che fa dimenticare che il progresso ha un prezzo? Giudichi il lettore stesso. E siccome è necessario, ritorniamo a un linguaggio più analitico. L’Asia del sud est: il caso della Malesia e dell’Indonesia In un articolo apparso sul Guardian dell’8 dicembre 2005, George Monbiot indicava le distruzioni massicce che si preparano nell’Asia del sud est per approvvigionare in agrocarburanti il resto del mondo. “Promuovendo i carburanti vegetali, scriveva, come fanno l’U133

nione Europea, gli Stati Uniti e migliaia di ecologisti, voi immaginate forse di creare un mercato per l’olio di frittura usato o per l’olio di colza. In realtà state creando un mercato per una delle coltivazioni più distruttrici del pianeta”. Si stanno costruendo nuove raffinerie nella penisola malesiana, una nel Sarawak e due a Rotterdam. Due consorzi stranieri - uno tedesco e uno statunitense - mettono in piedi due fabbriche rivali a Singapore. Tutte queste imprese fabbricheranno carburante vegetale a partire dalla stessa fonte: olio di palma. “La domanda di carburante vegetale, scrive il Malaisian Star, verrà dall’Unione europea. Questa nuova richiesta dovrebbe come minimo assorbire la maggior parte degli stock di olio di palma della Malesia.” A Sumatra e nel Borneo, sono stati convertiti in piantagioni di palma da olio circa 4 milioni di ettari di foresta. E sono in programma altre estensioni: 6 milioni di ettari in Malesia e 16,6 milioni in Indonesia. Sono minacciate quasi tutte le foreste che rimangono. Bisogna rendersi conto di quello che succede sul terreno. Prima che le palme da olio, che sono piccole e striminzite, siano piantate, vengono abbattute e bruciate vaste foreste che contengono stock di carbonio ben più importanti. All’inizio vengono utilizzate le zone più aride, poi le piantagioni si spostano verso le foreste paludose che crescono sulle torbiere. Dopo aver tagliato gli alberi i piantatori prosciugano il suolo. Quando le torbiere seccano si ossidano e rilasciano ancor più carbonio di quello contenuto negli alberi. In termini di impatto sull’ambiente, sia locale che internazionale, l’olio di palma come carburante vegetale è ancora più distruttivo del petrolio grezzo della Nigeria, sostiene George Monbiot. Il governo britannico lo ha capito bene quando nell’agosto 2008 ha scritto in un rapporto che “i principali rischi ambientali saranno probabilmente legati a un importante aumento della produzione di materia grezza per i carburanti vegetali, in particolare in Brasile con la canna da zucchero e nell’Asia del sud est con le piantagioni di palma da olio.” In Indonesia quasi un terzo dell’olio di palma viene prodotto da piccoli agricoltori che spesso hanno perduto il loro diritto alla terra a vantaggio dell’espansione delle piantagioni. Beneficiando di due ettari a titolo di “retribuzione”, si ritrovano piedi e mani legati all’in134

dustria dell’olio di palma che ha concesso loro dei crediti in cambio del loro raccolto. Questo significa che non ricevono il miglior prezzo per la loro produzione. Secondo Abet Nego Tarigan, vice direttore di Sawit Watch, una organizzazione che rappresenta gli interessi delle comunità rurali, degli agricoltori e dei lavoratori salariati coinvolti nella produzione dell’olio di palma in Indonesia, “le decisioni prese in Europa in materia di agrocarburanti, hanno conseguenze dirette in Indonesia per milioni di persone. Nella loro folle corsa, i potenti produttori di olio di palma non esitano a cacciare le comunità dalle terre che coltivano da numerose generazioni. I lavoratori salariati e i piccoli agricoltori vengono espropriati senza scrupolo e noi stiamo perdendo terreni agricoli di grande valore che coltivavamo per produrre il nutrimento di cui abbiamo bisogno per vivere e guadagnarci la vita. I progetti proposti dall’Unione europea aggraveranno ulteriormente questa situazione. Se non cambia nulla i poveri saranno sempre più numerosi e tutte le terre finiranno nella mani di pochi.” L’Indonesia incoraggia la produzione di agrodiesel a partire dall’olio di palma, sia per l’esportazione che per il consumo interno. Vediamo che in questo momento circa 6 milioni di ettari sono dedicati alla palma da olio e che il triplo di questa superficie, cioè circa 18 milioni di ettari di foresta, sono stati dissodati per la sua espansione. I piani regionali prevedono di dedicarvi ulteriori 20 milioni di ettari. Si stanno discutendo progetti per impiantare nel cuore del Borneo una piantagione di palma da olio di 1,8 milioni di ettari che sarà la più grande del mondo. In soli tre anni sono stati distrutti 1,3 milioni di ettari di foresta. Questi piani e previsioni sono suscettibili di avere forti ripercussioni sulle rimanenti foreste indonesiane e sulle popolazioni che ne dipendono. Il paese ha già perduto il 72% delle sue foreste antiche e il 40% del totale delle sue foreste. In Malesia la maggior parte del disboscamento effettuato in questi ultimi tempi si deve mettere sul conto delle piantagioni di palma da olio. Il governo malese tra preparando una politica nazionale sugli agrocarburanti per incoraggiare la produzione e il consumo interno. Il Governo, che si è associato a dei partner privati per costruire tre fabbriche di produzione del nuovo carburante per l’esportazione, ha
135

approvato più di 54 progetti di produzione di B100, un agrodiesel di olio di palma al 100%. In Indonesia l’avvento degli agrocarburanti ha trascinato gli investimenti delle transnazionali europee, giapponesi, cinesi e americane e la superficie delle terre coltivate per la produzione dell’olio di palma dovrebbe aumentare entro il 2020 di una superficie equivalente circa a cinque volte quella dei Paesi Bassi. Scondo Sawit Watch, il partner di Oxfam, circa 400 comunità sarebbero impegnate in cause fondiarie legate a questa produzione. La massima espansione di queste piantagioni è nella regione del Kalimantan ovest. Anche in Malesia e in Indonesia provocheranno altri disastri ecologici. Oltre alla deforestazione e alla eliminazione della biodiversità, in occasione del raccolto, per le circa cinque tonnellate di olio prodotte su un ettaro, non rimangono meno di 40 tonnellate di scarti solidi. Spesso questi vengono bruciati, liberando grandi quantità di CO2 nell’atmosfera. Risultano numerose irregolarità nel modo in cui le imprese della palma acquisiscono e conservano le terre, come il non riconoscimento dei diritti tradizionali (spesso le piantagioni vengono realizzate senza permesso governativo), l’assenza di informazione alle comunità, accordi non discussi, manipolazioni dei leader tradizionali per forzare le vendite, indennità non pagate, vantaggi promessi ma non forniti, terre non attribuite ai piccoli agricoltori o non attrezzate, contadini oppressi da debiti ingiustificati, studi di impatto ambientale effettuati troppo tardi, terre non attrezzate nei tempi previsti, impiego della coercizione e della forza per schiacciare la resistenza delle comunità, gravi violazioni dei diritti umani. Del resto è difficile produrre palmeti da olio in maniera integrata, perché occupano molto spazio e le loro radici fibrose si estendono molto lontano. Ogni palma pesa più di tre tonnellate e le piante che si possono coltivare nella piantagione sono poche. Per gli animali che vivono nel terreno, come i vermi di terra, è molto difficile aprirsi un cammino. Inoltre è anche difficile e costoso sbarazzarsi delle palme morte e delle loro radici perché occorre una scavatrice per sradicarle e utilizzare prodotti chimici per distruggerle. La FAO si sta già preoccupando per le perturbazioni alla sicurezza alimentare e numerose organizzazioni ambientali pongono il problema delle per136

turbazioni ecologiche. Secondo la Banca mondiale, modifiche nell’utilizzo dei terreni come la deforestazione e il prosciugamento delle torbiere per produrre, per esempio, olio di palma, possono annullare per decenni i vantaggi in termini di riduzione del gas serra.27 La Banca propone che vengano messi in atto sistemi di certificazione che permettano di misurare e indicare le prestazioni ambientali degli agrocarburanti (per esempio un indice verde delle riduzioni di gas serra) che potrebbero contribuire a ridurre i rischi ambientali associati alla produzione su larga scala di agrocarburanti. Tuttavia, per essere efficaci, tali misure avrebbero bisogno della partecipazione volontaria di tutti i produttori e acquirenti, oltre alla istituzione di solidi dispositivi di controllo, cosa che non solo è lontana dall’essere attualmente acquisita, ma entra in contraddizione con gli interessi immediati delle imprese produttrici e dello Stato. L’agrodiesel partendo dalla jatropha curcas: il caso africano Tra le piante oleaginose perenni adatte per le piantagioni nelle savane e gli ecosistemi marginali di paesi in via di sviluppo, merita di essere segnalata la jatropha curcas.28 Non è di oggi l’idea di fare di questo olio un carburante. Durante la Seconda guerra mondiale nel 1942, i colonizzatori francesi l’avevano sperimentato per prevenire eventuali carenze di petrolio. I test furono poco convincenti e il progetto abbandonato. All’inizio degli anni novanta ripresero gli esperimenti con l’installazione di un motore ad olio vegetale per azionare un mulino di cereali e un gruppo elettrogeno. Diversi studi hanno quindi confermato la fattibilità tecnica ed economica e i vantaggi ambientali. Questa pianta occupa un posto privilegiato tra le fonti di energia dalla biomassa, e la sua coltivazione e il suo sfruttamento non presentano gli svantaggi della colza, del girasole, della soia e della palma da olio. In India, come segnala la “Society for rural Initiatives for promotion of Herbal, Rajasthan (SRIPHL), il governo ha selezionato al jatropha curcas per diverse ragioni: il basso costo dei semi, l’alto tenore in olio, la possibilità di crescita in condizioni climatiche diverse e la raccolta dei semi durante la stagione secca. Originaria dall’America latina dove era già utilizzata dai maya per le sue proprietà medicinali, la jatropha curcas è passata dalle isole del
137

Capo Verde e dalla Guinea Bissau prima di essere introdotta in Africa e in Asia attraverso i portoghesi. A partire dal XVII secolo questi ultimi, nell’Asia del sud est ,hanno incitato i contadini tailandesi a coltivarla per l’olio contenuto nei semi che serviva a fabbricare un sapone ricercato per la sua particolare schiuma e per alimentare le lampade ad olio. In Congo non è una pianta indigena però la si trova in piccole quantità dappertutto nel paese e viene utilizzata soprattutto come siepe naturale per delimitare gli appezzamenti e per recintare gli animali. Ai nostri giorni, la pianta è diffusa in tutte le regioni tropicali. La si trova nel Mali, nel Burkina Faso, in Senegal, Niger, Madagascar, Egitto, India, Cina, Vietnam, Thailandia, ecc. A fianco della palma da olio, pianta piuttosto “borghese” che comporta deforestazioni massicce, la jatropha curcas appare come una pianta “proletaria” perché chiunque può farla spuntare. Nella piantagione il suo costo di sfruttamento è molto inferiore a quello della palma da olio. Altro vantaggio ecologico è che costituisce un agente efficace contro l’erosione.
************************************************************** I vantaggi della jatropha curcas 1. oltre alle sue qualità come materia prima per la produzione di agrodiesel, l’olio di jatropha è utilizzato anche nella produzione di sapone e come olio da illuminazione (fabbricazione della cera per candele). Il residuo dell’estrazione serve come concime organico comparabile all’escremento dei polli. Una tonnellata di residuo di jatropha equivale a 200 kg di concime minerale (NPK 12:24:12). 2. l’olio di questo arbusto impiegato nella filiera degli agrocarburanti, non è commestibile e contribuisce a ridurre la pressione sugli oli da cucina 3. Cresce, inoltre, su terre aride. All’inizio non entra quindi in concorrenza con coltivazioni ad uso alimentare occupando le loro fertili terre, non esige la distruzione di foreste ma, al contrario è un buon agente di rimboschimento, di lotta contro l’erosione
138

e la desertificazione. La sua resa però è nettamente più alta nelle terre buone, il che spiega i progetti delle multinazionali. 4. Facendo un paragone con la colza (rendimento in olio: 572 litri all’ettaro), con il girasole (rendimento in olio: 662 litri all’ettaro) e con la soia (rendimento in olio: 446 litri all’ettaro), questo arbusto, con un rendimento medio di olio di circa 1.900 litri all’ettaro (sono possibili anche rendimenti più elevati) è il più interessante. 5. Contrariamente alle colture come colza e soia che hanno bisogno ogni anno di grandi investimenti energetici, dalla preparazione dei campi per la semina fino al raccolto, passando per la fertilizzazione dei terreni e la lotta contro i parassiti, la jatropha, una volta piantata, ha una durata da 40 a 50 anni, non richiede fertilizzanti provenienti dal petrolio ed ha grande resistenza ai parassiti. 6. La sua piantagione permette di lottare contro l’erosione e la desertificazione e può, in capo a qualche anno, rendere terre fino ad allora incolte, adatte a coltivazioni per l’alimentazione. Può dunque aumentare la superficie agricola utile. **************************************************************

Su scala internazionale i vantaggi offerti dalla jatropha suscitano l’interesse delle compagnie inglesi, americane e di altre multinazionali. Malgrado le sue proprietà oleaginose e la sua sobrietà, la pianta non è ancora stata utilizzata su scala industriale, ma i progetti si stanno moltiplicando. In Africa e in India sono in corso delle ricerche: sono imprese occidentali, spesso in collaborazione con università e governi locali, che hanno lanciato i progetti e che suscitano a poco a poco interessi indigeni.29 I petrolieri e gli Stati hanno condotto parecchi esperimenti di coltura intensiva. L’India è una dei precursori e ha lanciato un vasto programma di piantagioni e di selezione dei cultivar a miglior rendimento. Il governo ha previsto di piantarne circa 40 milioni di ettari entro il 2012. Anche nel resto dell’A139

sia (Indonesia, Cina, Vietnam, Filippine, Thailandia, ecc.) si sono sviluppate delle piantagioni. In Indonesia il prezzo delle sementi ha preso il volo. Una tonnellata di questi semi all’improvviso molto ricercati, nel 2008 costava fino a 1000 dollari americani. Nel dicembre 2005 il governo del Myanmar ha pubblicato un decreto tendente a far piantare jatropha curcas per un totale di 500.000 acri (cioè 202.345 ha) in ognuna delle 14 province del paese, per sostituire in tre anni una parte del suo consumo di gasolio. La produzione stimata di agrodiesel, sarebbe allora di 50 milioni di galloni per provincia, cioè 227.300.000 litri. Nel Suriname la società americana Tropilab ha annunciato l’intenzione di piantare 50.000 ettari di jatropha e poi di costruire una raffineria per trasformare sul posto l’olio grezzo in agrocombustibile. La pianta interessa anche gli investitori occidentali.30 Nel Mozambico esistono importanti progetti nel sud del paese ed è in corso lo sviluppo di una piantagione di 11.000 ettari. Nel giugno 2006 si è tenuta in India una conferenza sulla jatropha, allo scopo di ottenere l’indipendenza energetica. In effetti, attualmente l’India deve importare il 73% dei 125 milioni di tonnellate di petrolio grezzo che consuma annualmente e le riserve interne le permetterebbero solo venti anni di consumo. In un primo tempo, sui 296 milioni di ettari di terre incolte che possiede, l’India prevede di dedicarne una quarantina a questa produzione. Secondo un rapporto dell’Università Indira Gandhi “la coltivazione di jatropha curcas può dare un contributo significativo alla produzione di agrocarburanti e allo sviluppo sostenibile del paese, vantaggioso sia per i coltivatori che per gli industriali(...). La jatropha è l’unica tra le fonti di energia rinnovabile ad essere facile da coltivare e a necessitare di investimenti relativamente modesti.”31 Dalla sua entrata in vigore, il Protocollo di Kyoto aggiunge l’argomento giuridico delle quote di emissione di CO2. L’India e alcuni paesi africani si sono resi conto delle potenzialità della jatropha curcas e si sono lanciati in vasti progetti, contando sul possibile apporto di capitali dei CER.32 In effetti queste piantagioni presentano seri vantaggi. Permettono il rimboschimento di terre finora lasciate incolte e, in certe condizioni, si possono coltivare piante alimentari tra gli alberi che, con l’ombra e l’humus che avranno forni140

to, avranno reso fertile il suolo. È il caso delle verdure come cetrioli, pomodori, insalata, zucche. Questo permette di fronteggiare le spese effettuate negli anni in cui i costi della piantagione sono superiori alle entrate. Tuttavia non ci si può limitare a segnalare dei vantaggi che restano spesso teorici. Bisogna sottolineare che parecchie questioni scientifiche sono ancora senza risposta in mancanza di esaurienti ricerche sulle proprietà della pianta e le condizioni del suo sfruttamento. D’altra parte il contesto in cui si sviluppano i nuovi progetti, riproduce di nuovo il modello delle monocolture, senza rispettare le specie dedicate alla produzione alimentare, né le regioni delle foreste. Questo si verifica sia in Africa che in Asia.
************************************************************** Le proprietà della jatropha curcas La jatropha curcas è una pianta che si può sviluppare in zone climatiche molto diverse. Secondo Katwal e Soni33, può crescere in zone a clima tropicale e subtropicale, ma anche in regioni aride a partire da 250 mm di pluviometria annua. Quest’ultima è una delle ragioni dello sviluppo di questa coltura nell’Africa occidentale in cui le precipitazioni sono scarse. Questa pianta può anche sopportare fino a tre anni consecutivi di siccità. Il rendimento in semi, però, dipende molto dalle condizioni climatiche in cui si trova. La jatropha curcas si sviluppa particolarmente bene nelle regioni di bassa altitudine (0-500 m), nelle zone in cui la temperatura media annuale è almeno di 20° C, ma può anche svilupparsi fino ad una altitudine di 1.800 m, a temperature più basse. Non tollera però il gelo. A livello di condizioni del terreno, la jatropha curcas si adatta bene a tutti i tipi di suoli; è in grado di svilupparsi su terreni moderatamente sodici e salini, su suoli ferrosi e su suoli erosi e degradati, in generale poco adatti ad altre coltivazioni, ed è questa la ragione per cui non entra in competizione. La pianta è capace di crescere in regioni semi aride e su terreni poveri, anche là dove nessuna coltivazione alimentare riesce a prosperare. Può quindi svolgere un ruolo importante nella valorizzazione delle terre marginali e nella lotta
141

contro l’erosione, piantata in cespugli fornisce l’humus e trattiene l’umidità. La SRIPHL indica che è interessante piantare la jatropha curcas nei suoli scarsamente fertili localizzati in terreni marginali. I suoli devono solo essere ben drenati e quindi correttamente areati, perché l sistema delle radici della pianta, piuttosto importante, si sviluppi in buone condizioni. Questo vegetale presenta altri vantaggi, come l’attitudine ad essere utilizzato per creare siepi che proteggono le terre dall’erosione eolica e servono da recinzione degli orti e per il bestiame. La maggior parte della jatropha è utilizzabile: le foglie per usi medicinali e come verdure in certe specie, la linfa come medicamento, il frutto come commestibile e i semi come pesticidi. L’olio e gli scarti sono i prodotti più importanti. L’olio può essere utilizzato come medicamento, come combustibile e come ingrediente di base del sapone e di altri cosmetici. In numerosi casi i residui hanno un alto tenore di azoto e si utilizzano come materia organica per combattere il declino della fertilità dei suoli.34 Alcuni ricercatori fanno notare che questa coltivazione può essere colpita in modo consistente solo da poche malattie o devastazioni particolari, cosa che sembrerebbe dovuta alla presenza di esteri di forbolio, di acido cianidrico e di curcinio nel fusto, nelle foglie, nei frutti e nei semi. 35 Gli estratti delle foglie e dei semi della jatropha hanno mostrato proprietà molluschicide, insetticide e fungicide.36 Studi condotti nel Nicaragua svelano però l’esistenza di insetti che si nutrono dei frutti della jatropha e che causano la malformazione e quindi la non formazione dei semi. La massima perdita di rendimento in semi registrata era allora nell’ordine del 18,5% (Guharay, 1997 citato da Gubitz e altri, 1998).37 La TNAU (2006) segnala che alcuni insetti che trapanano il fusto, del genere indarbella, danneggiano la scorza e i frutti della jatropha e colpiscono le piantagioni. In Africa si è scoperto che ospita un virus che colpisce la manioca attraverso la mosca del genere bemisia, che trasmette il virus del mosaico africano della manioca e riduce dal 20 all’80% il rendimento.38 Secondo Syfia International (2001), il ceppo ugandese della mosca ha provocato la caduta della produzione da 3,5 milioni a 5 milioni di tonnellate di tuberi di manioca nel giro di qualche
142

anno e 3000 persone sono morte di fame nel 1994. Un effetto simile colpisce quindi la sicurezza alimentare. Nell’Africa dell’est la coltura della manioca in certe regioni è stata addirittura abbandonata.39 È dunque molto importante lo studio della situazione fitosanitaria della jatropha, sapendo che in certi paesi come l’Australia e le isole del Pacifico è persino considerata pianta invasiva e nociva.40 **************************************************************

Le prospettive africane della jatropha curcas. In Africa e in Asia (soprattutto in India) si sta procedendo a costruire programmi di sperimentazione su larga scala (decine di migliaia di ettari) di produzione di agrocarburanti partendo da specie locali coltivabili su terre non fertili (in particolare la jatropha curcas e la pongamia pinnata). Gli agrocarburanti raffinati che escono da queste oleaginose sono già ora utilizzati nei veicoli con motore diesel senza necessità di modifiche; l’olio grezzo, semplicemente filtrato, può alimentare motori semplici e robusti come i modelli indiani che equipaggiano la maggior parte dei mulini e delle decorticatrici nei paesi del Sahel. Con il sostegno della cooperazione tecnica tedesca e del PNUD, nel 1987 nel Mali sono state avviate ricerche per valutare l’interesse dell’olio di jatropha come combustibile e sono state condotte in parallelo anche in altri paesi dell’Africa orientale. L’esperimento è stato condotto con successo nel Mali nell’alimentazione di piattaforme polifunzionali, sia nel quadro del progetto Piattaforme che attraverso organismi specializzati come Malifolkecenter. Con altre oleaginose come il neem, queste specie sono presenti in numerosi paesi e resistono alla siccità. I Paesi africani non Produttori di Petrolio (PANPP), organizzazione fondata per iniziativa del presidente senegalese Abdoulaye Wade e che raggruppa 25 paesi africani di cui 13 hanno fondato l’organizzazione PANPP (Benin, Burkina Faso, Congo, Gambia, Ghana, Guinea, Madagascar, Mali, Marocco, Niger, Senegal, Sierra Leone e Zambia) puntano sugli agrocarburanti e principalmente sulla jatropha. Il 7 dicembre 2006, Farba Senghor, ministro dell’agricoltura del Senegal, ha annunciato che sarebbero state distribuite dallo Stato ai
143

coltivatori 250 milioni di piante di jatropha. In teoria, se fossero state tutte piantate sulla base di una media di 1.500 litri di olio all’ettaro, il Senegal potrebbe essere autosufficiente nel consumo interno attuale che è di 375 miliardi di litri all’anno. Il 30 novembre e il primo dicembre 2006 si è tenuto a Cap, Africa del sud, la prima conferenza africana sui mercati degli agrocarburanti: Biofuel Markets Africa. Ne è uscito che da veri ottimisti, parecchi paesi aspirano a diventare anche loro “il Medio Oriente degli agrocarburanti”. È il caso anche della Repubblica democratica del Congo in cui si valutano i bisogni di prodotti petroliferi per i prossimi 10-20 anni, in circa 3 milioni di tonnellate all’anno, di cui circa il 42% di gasolio che si potrebbe produrre su qualcosa come 650.000 ettari di piantagioni di jatropha. Il paese, per la sua grande estensione e per l’abbondanza di terre arabili (più di 130 milioni di ettari di cui solo il 4% circa vengono utilizzati annualmente per l’agricoltura) e la mano d’opera disponibile (circa l’80% della popolazione attiva è disoccupato) possiede in teoria il potenziale necessario per sviluppare la coltivazione di questo arbusto e diventare uno dei principali esportatori di agrodiesel. L’arbusto si adatta bene alle condizioni ecologiche del paese. Secondo i promotori di queste iniziative, lo sviluppo della jatropha curcas troverebbe condizioni favorevoli, in particolare per l’esistenza di una certa tradizione nella pratica delle coltivazioni da resa (palma da olio, caffè, cacao, canna da zucchero ecc.). I massicci investimenti pubblici e privati nella filiera jatropha potrebbero essere una delle soluzioni al problema della povertà e della disoccupazione, sempre secondo la stessa fonte. Lo sviluppo di questa filiera permetterebbe di soddisfare sia i bisogni che la domanda di gasolio del paese e quindi di rilanciare il settore industriale e poi di assicurarne il consumo per il trasporto. Il paese potrebbe rispettare così gli obblighi del protocollo di Kyoto. Se solo il 3% della superficie della RD del Congo fosse piantato con jatropha curcas, cioè circa 70.350 kmq (7.350.000 ettari) con una produzione minima di 1,5 tonnellate di olio per ettaro, il paese produrrebbe 11.025.000 tonnellate di olio grezzo. Cosa che rappresenterebbe un introito annuo di circa 5,5 miliardi di dollari.41 Questi sono argomenti simili a quelli avanzati
144

per l’etanolo da canna da zucchero, ricordiamocelo, senza prendere in considerazione le “collateralità” ecologiche e sociali. Altri paesi africani manifestano l’intenzione di investire negli agrocarburanti, nella speranza di ritagliarsi una fetta del mercato dell’Unione europea. È in particolare il caso dell’Africa del sud. In Tanzania si ritiene che circa la metà del territorio nazionale potrebbe prestarsi a questo tipo di produzione e il governo cerca investimenti presso produttori europei come Sun Biofuels nel Regno unito. In Mozambico sono stati definiti 33 milioni di ettari - circa il 40% della superficie del paese - per approvvigionare in agrocarburanti il mercato europeo in particolare. In Mali, Aboubacar Samaké, presidente del programma nazionale di valorizzazione energetica della jatropha (PNVEP), ripone grandi speranze in questo carburante vegetale. Secondo lui, potendosi stimare il costo di produzione di un litro di olio di jatropha tra 170 FCFA e 250 FCFA contro 475 FCFA del gasolio, cioè il doppio, il programma alla fine potrebbe essere fonte di economie, in particolare sulla fattura per le importazioni petrolifere del paese, la produzione di elettricità in ambito rurale e il consumo dei veicoli. Il piano immediato prevede l’elettrificazione di cinque villaggi in cinque anni. La produzione nazionale di semi di jatropha aumenta evidentemente anche grazie alla sistemazione dei perimetri da parte della popolazione rurale. Tutto per un budget di 708 milioni di FCFA, cioè più di un milione di euro. In occasione del 45° anniversario dell’indipendenza del paese, il presidente della Repubblica Amadou Toumani Touré ha dichiarato: “ Bisogna prendere in considerazione nelle strategie alternative la produzione e lo sfruttamento su più larga scala del carburante agricolo derivante dal bagani, cioè la pianta jatropha.” Bisogna creare anche una compagnia di sviluppo per migliorare la sua resa in semi, il suo ciclo di coltivazione, le prestazioni dell’olio prodotto come carburante. Un esempio interessante di utilizzo locale dell’agrocarburante è la testimonianza fornita da Batou Bagayoko capo del villaggio Kéléya del Mali, che non nascondeva la sua soddisfazione nel vedere le strade della sua località illuminate di notte, mentre nel Mali l’elettricità è una cosa molto rara. Situata a 100 km a sud di Bamako, Kélénya è la prima località a beneficiare
145

della corrente prodotta da un generatore alimentato dall’olio di jatropha.42 Nel Burkina Faso l’Associazione Belwet lavora in sinergia con la società Nature Tech Afrique (specializzata nel settore delle energie rinnovabili) e l’impresa tedesca di agrodiesel Deutsche Bio Diesel (DBD), in particolare per trasformare i residui dei semi di jatropha in alimento per gli animali. Secondo Larlé Naaba Tigré, presidente di Bawlet, la jatropha permette di recuperare suoli degradati e di sviluppare un mercato rurale dell’olio, di promuovere l’utilizzo di quest’ultimo come combustibile domestico per cuocere gli alimenti allo scopo di ridurre l’utilizzo della legna, di sviluppare la fabbricazione di sapone e di procurare introiti aggiuntivi ai contadini. Nel Madagascar la vendita dell’olio di jatropha costituisce un guadagno supplementare stimato a un milione di ariary (472 dollari) per contadino all’anno (il 60% dei malgasci vive con meno di un dollaro al giorno). “Oltre a queste virtù energetiche, la jatropha è adatta a sostituire il carbone, ad essere utilizzata come grasso e a servire nella confezione di candele e di sapone”, assicura Sally Ross, direttrice della società DL Oils Madagascar. Questa impresa che ha sede a Londra, si è molto interessata all’isola di Madagascar e alla sua flora piena di risorse. Sostituire il diesel con il gasolio verde può essere tanto più facile quanto la tecnologia può essere usata al 100% da motori diesel e il prezzo del litro di gasolio di jatropha dovrebbe essere equivalente a quello del gasolio comune. Le piantagioni sono partite alla fine del 2008 in tre regioni del Madagascar su una superficie totale di 1.631 ettari con 1500 contadini. È tuttavia importante interrogarsi sul modo in cui i diversi progetti si sviluppano. Nel caso dei mega progetti, la monocoltura si rivela la forma principale di produzione di jatropha curcas. I contadini vengono allora trasformati in proletari rurali e le coltivazioni si estendono ben al di là delle zone aride. Bisogna ricordare che nelle terre migliori la produttività della pianta aumenta considerevolmente. Un altro modo per assicurare il futuro di questo combustibile verde è di introdurre i contadini stessi nel processo. È quello che avviene con la palma oleaginosa in certe regioni della Papuasia Nuova Guinea o della Colombia. È quello che spiega Sally Ross, direttrice dell’impre146

sa DL Oils Madagascar: “L’impresa consegna giovani piante agli agricoltori che raccolgono i semi, li maciullano ed estraggono l’olio che viene acquistato dalla compagnia per raffinarlo e trasformarlo in carburante verde”. Si tratta di integrare il mondo contadino in posizione semplicemente esecutiva, in totale dipendenza dalle compagnie il cui interesse è di aumentare i margini di profitto e quindi di controllare i costi. Esiste anche un modello di sviluppo diverso che si appoggia sulla produzione contadina ed è destinato a soddisfare i bisogni locali, soluzione che ha anche il merito di rispettare la biodiversità. È dunque completamente diverso da quello che noi abbiamo descritto, che viene messo in piedi rapidamente senza tenere in considerazione gli effetti ecologici e sociali. In effetti la jatropha curcas che avrebbe potuto svilupparsi in funzione degli interessi locali della popolazione e sotto il controllo pubblico delle coltivazioni su terre non utilizzabili per l’alimentazione, è già caduta nelle mani degli interessi economici di imprese agricole spesso multinazionali. Non solo non viene rispettata la biodiversità e terre arabili vengono spesso trasformate in monocoltura, ma, secondo un rapporto di Oxfam internazionale sulla Tanzania, si osservano già espulsioni di gruppi socialmente vulnerabili. Una volta introdotta in questa logica, la coltivazione della jatropha riproduce l’insieme dei meccanismi ecologici e sociali già descritti prima a proposito della canna da zucchero e della palma oleaginosa. Bisogna aggiungere che non esistono ancora complete garanzie di studi scientifici approfonditi e che in certi casi conseguenze non previste, come la proliferazione di certi insetti nocivi, potrebbe rimettere tutto in questione. Durante la conferenza internazionale sulla posta in gioco e le prospettive degli agrocarburanti, che si è tenuta a Uagadogu tra il 27 e il 29 giugno 2007, la tavola rotonda sulla jatropha aveva posto più problemi di quanto avesse trovato risposte. È una pianta che ha futuro per i grandi sfruttamenti agroindustriali o per lo sfruttamento familiare? Di quanta acqua ha bisogno? Che concorrenza ha con le altre piante? Che variabilità presenta nella produzione? Quali varietà utilizzare? Che tasso di riuscita hanno le piantagioni? Come condurre la coltivazione? Che resistenza presenta agli insetti (termiti)? Come si comporta nelle piantagioni industriali43
147

Quale può essere il suo impatto sull’eco sistema? Tutte questioni che ancora non hanno risposta. Si rivelano indispensabili anche analisi sulla tossicità, infatti l’Istituto di ricerca per lo sviluppo di Numea, nella Nuova Caledonia, riferisce di casi di intossicazione dai semi di jatropha i cui principali rischi, aggravati per i bambini, sono la disidratazione, il collasso cardiovascolare e una depressione del sistema nervoso centrale, anche se sembra che non siano stati formalmente rilevati casi mortali per l’uomo. Il dr. Kurt Hostettmann segnala che la pianta contiene esteri di forbolo con proprietà tossiche, soprattutto irritanti per gli occhi e la pelle. Questo è stato confermato in laboratorio da ricercatori dell’università di Graz in Austria nel 1999. Come si può constatare, l’insieme di queste considerazioni obbedisce a una esigenza diversa da quella del semplice profitto ed appartiene alla doppia logica dei bisogni da una parte e delle precauzioni dall’altra. Le piante simili alla jatropha curcas. Nei paesi del Sud non solo la jatropha curcas presenta dei vantaggi per produrre agrodiesel. C’è anche la moringa oleifera e la millettia pinnata (karanj) le cui caratteristiche vengono illustrate nei riquadri seguenti.
************************************************************** Moringa oleifera La moringa oleifera, spesso chiamata semplicemente moringa, è un albero che arriva a misurare fino a dieci metri, della famiglia delle moringacee. È originario dell’India del nord ed ora è diffuso in quasi tutte le regioni tropicali, resiste bene alla siccità ed ha una crescita rapida. In India la moringa è una pianta coltivata per i suoi frutti che si mangiano cotti e vengono esportati freschi o in conserva. Nel Sahel le foglie della moringa oleifera vengono consumate come verdura e quelle della moringa stenopetala costituiscono il pasto base del popolo konso in Etiopia. Analisi nutrizionali hanno mostrato che le foglie di moringa oleifera sono più ricche di vitamine, minerali e proteine della maggior parte delle verdure. Costituiscono un alimento completo perché contengono due volte più proteine e calcio del latte, tanto potassio quanto le banane e tanta vitamina A quanto la carota, tanto ferro quan148

to la carne di bue e le lenticchie e due volte più di vitamina C di una arancia. Molti programmi utilizzano le foglie di moringa oleifera contro la malnutrizione e le malattie associate (cecità, ecc.), inoltre i semi di moringa contengono un polielettrolita cationico che si è mostrato efficace nel trattamento delle acque (eliminazione della opacità), sostituendo il solfato di allumina e altri flocculanti. Doppio è il vantaggio dell’utilizzo di questi semi. Prima di tutto la sostituzione di floccolanti importati con un prodotto locale facilmente accessibile, cosa che permette un importante risparmio valutario per i paesi del sud; questo floccolante, contrariamente al solfato di allumina, è totalmente biodegradabile. Poi da questi grani si può comunque estrarre un interessante olio alimentare, soprattutto in Africa dove molti paesi sono privi di oli alimentari. Si tratta anche di una materia prima interessante per l’industria cosmetica (sapone, profumi). È possibile un utilizzo misto di moringa per la produzione di olio e di agente floccolante, perché il residuo della produzione di olio conserva le sue capacità floccolanti. Questo albero è anche un efficace parafuoco. Ma c’è anche un’altra campana che si fa sentire. Il 18 giugno 2003 David Sonnenburg dell’Africa Eco Foundation in occasione del Summit della Terra, ha segnalato la possibilità che 20.000 veicoli funzionino per 60giorni con l’olio di moringa e l’olio di jatropha. L’obiettivo della sua visita in India era di sondare la possibilità di produrre su grande scala la moringa per produrre olio e polvere di semi.44 **************************************************************

149

************************************************************** Millettia pinnata (karanj) La millettia pinnata (karanj) è un albero della famiglia delle fabacee a crescita rapida, fissatore di azoto, molto resistente alla siccità, che spunta in pieno sole su terreni difficili, anche salati, e produce olio. È più conosciuto con il nome di pongamia pinnata. Recenti studi genetici gli accreditano anche il nome di millettia pinnat. Per iniziativa del Himalayan Institute of Yoga Science and Philosophy, sono stati lanciati in Uganda e in Camerun (nella regione di Kumbo) dei programmi di piantagione di questo albero che ha un forte potenziale di lotta contro la desertificazione, in particolare nella zona del Sahel. Si possono piantare 200 alberi per ettaro e ogni albero permette di produrre a partire dal sesto o settimo anno da 25 a 40 kg di frutti il cui tenore in olio è del 30-35%. Ogni persona può raccogliere ogni giorno con otto ore di lavoro 180 kg di frutti. Nel decimo anno i rendimenti medi sono di 5 tonnellate per ettaro all’anno. Contrariamente alla jatropha curcas per la quale bisogna aspettare tre anni per avere l’olio, la millettia pinnata lo fornisce dai primi anni. Gli scarti che rimangono dopo l’estrazione dell’olio sono degli ottimi fertilizzanti. **************************************************************

Le altre coltivazioni perenni che suscitano interesse sono la palma babassu (Orbigniya speciosa), la palma da cocco, il karité, la pianta di olio castor (Rucinus communis), l’albero neem (Azadirachata indica), il “legno ferro” o albero argan (Argania sideroxylon) e il cardo (Cynara cardunculus)45, albero graminaceo come il panico eretto o switchgrass che promette molto: resiste alla siccità e richiede meno interventi del mais46 per la produzione di etanolo. Normalmente viene impiegato per controllare l’erosione nel Midwest americano nel quadro del Conservation Reserve Program. All’ordine del giorno c’è anche la produzione di agrocarburanti (etanolo e granuli) 47. Come si vede, le fonti di olio utilizzabili come carburante sono abbondanti. Tutto dipende dalla loro condizione di sfruttamento.

150

Gli effetti collaterali degli agrocarburanti Gli agrocarburanti sono percepiti sempre più oggi come una soluzione molto parziale all’esaurimento delle riserve mondiali di energie fossili e alla crisi climatica che il pianeta sta conoscendo. Il loro sfruttamento su scala planetaria presenta effetti perversi che riducono la loro efficacia e possibilità reale di applicazione, sul piano sia ecologico che sociale, come abbiamo potuto constatare nel corso di queste pagine. Ricordiamo brevemente di cosa si tratta. Gli effetti ecologici degli agrocarburanti La distruzione delle foreste primarie e in generale l’installazione delle monocolture hanno conseguenze ecologiche significative sui sistemi delle piogge e delle falde freatiche, sui terreni e sull’ambiente. Questa situazione si è aggravata in questi ultimi anni con l’emergere di nuove fonti agricole per l’approvvigionamento di carburanti. Gli effetti sulle acque La trasformazione delle foreste primarie (bacino del Congo, Amazzonia e la foresta dell’Asia del sud est) in piantagioni, sconvolge l’ecosistema e quindi il ciclo dell’acqua, alterando contemporaneamente il livello pluviometrico nelle regioni interessate e anche in quelle più lontane. Il ricorso alla monocoltura induce anche all’utilizzo massiccio e intensivo dei fitofarmaci (pesticidi, fungicidi, ecc.) e di fertilizzanti, per lo più minerali. Si tratta soprattutto dell’utilizzo di diurone, di metalsulfurone, glifosato, cipermetrina, ecc. I fertilizzanti e i pesticidi utilizzati nelle monocolture (palma da olio per esempio) sono anche alla base della contaminazione delle acque sia di superficie che sotterranee, come si è constatato in Indonesia e in Malesia.48 Anche la riduzione della falda freatica ne è una conseguenza, in numerose località in Brasile e in Indonesia, in funzione della monocoltura della palma da olio e della canna da zucchero. Gli effetti sui terreni La sostituzione della foresta primaria con la foresta secondaria (palma da olio, eucalipto) o altre coltivazioni (canna da zucchero, mais) per la produzione di agrocarburante, induce una rottura dell’equilibrio suolo-acqua. Questi due elementi della natura vivono in sim151

biosi. Il suolo infatti è protetto dagli alberi dalla caduta brutale della pioggia. Questa rottura ha come conseguenza l’apparizione di punti di erosione sui terreni lasciati nudi o non completamente ricoperti dalla monocoltura.49 La presenza della foresta contribuisce alla stabilizzazione dei suoli e quindi alla riduzione degli effetti erosivi dell’acqua di pioggia e ruscellamento. Negli Stati Uniti si è osservato che la monocoltura di mais comportava più erosione di ogni altra coltura. I fattori del Midwest che avevano abbandonato la rotazione delle coltivazioni a vantaggio della soia e del mais, hanno visto aumentare la possibilità di erosione del suolo. La mancanza di rotazione delle colture ne ha determinato la vulnerabilità alle diverse malattie, con la necessità di un utilizzo sempre crescente di pesticidi, più che in ogni altra coltura. Negli Stati Uniti il 41% degli erbicidi e il 17% degli insetticidi sono utilizzati nella coltivazione del mais. La messa a coltura di certe terre comporta la loro salinizzazione e la loro acidificazione. Un rapporto pubblicato sulla rivista Science nel 2005 da Robert Jackson e al., spiega che la sostituzione delle foreste nella pampa argentina con eucalipti comporta la salinizzazione del suolo, perché le piante vanno a pescare l’acqua in profondità riportando in superficie i sali minerali sotterranei. Le conseguenze sono ancora più drammatiche nella stagione secca in cui si verifica una riduzione sostanziale della corrente e del livello dei corsi d’acqua che si trovano vicini ai campi coltivati. È anche il caso del Brasile nel Minas Gerais. Secondo questo stesso autore ne risulta uno squilibrio nei nutrimenti minerali del suolo che porta da una parte all’esaurimento del calcio, del magnesio, come del potassio perché troppo utilizzati dalle piante e dall’altra a un arricchimento in sodio che porta a terreni sempre più salini50 e quindi inadatti all’agricoltura. D’altra parte, numerose misurazioni effettuate su diversi terreni in Africa, in Asia e in America latina, hanno mostrato che l’utilizzo intensivo di pesticidi e fertilizzanti nelle piantagioni della palma da olio, del mais e di altre monocolture per la produzione di agrocarburanti, porta veramente all’acidificazione dei suoli, rendendoli per lungo tempo inadatti ad ogni altro utilizzo. Gli effetti sull’ambiente globale. Questi effetti si traducono anche in un
152

cambiamento climatico su scala planetaria che causa la distruzione massiccia degli ecosistemi tropicali.51 La messa a coltura delle foreste tropicali induce a medio e lungo termine cambiamenti climatici non trascurabili su scala planetaria. Esiste infatti una interazione tra i tre elementi: acqua, foresta, clima. La loro simbiosi è delicata tanto che una manipolazione poco giudiziosa dell’uno o dell’altro comporta uno squilibrio del sistema nel suo insieme, a volte anche con conseguenze incommensurabili. L’interazione di questi componenti può avere implicazioni su larga scala. Così, secondo uno studio condotto all’Università di Oxford, risulta che la deforestazione selvaggia del bacino del Congo comporta riduzioni della pluviometria fin nella regione dei Grandi Laghi negli Stati Uniti (approssimativamente dal 5 al 15%), in Ucraina e nel nord del Mar Nero (Russia).52 Il cambiamento climatico, a sua volta, colpisce seriamente le foreste tropicali, in cui si osserva in questi ultimi anni una diminuzione delle precipitazioni. La conclusione di un altro studio condotto in Svizzera è che la produzione e la fabbricazione degli agrocarburanti rischiano di essere ancora più nocive della benzina e del diesel di origine fossile. Le loro conseguenze sull’ambiente sono l’iper fertilizzazione delle coltivazioni e l’acidificazione dei suoli agricoli, con la conseguente perdita della biodiversità delle specie.53 Segnaliamo anche che , secondo lo stesso studio, uno degli attentati degli agrocarburanti all’ambiente si colloca a livello della produzione della stessa materia prima. Nell’Africa tropicale, per esempio, uno dei metodi usati per l’estensione della coltivazione della palma oleaginosa è la pratica dell’agricoltura sui terreni bruciati, la cui conseguenza immediata è l’emissione di una grande quantità di CO2 e di fuliggine che aumentano l’inquinamento dell’aria. Nel Minas Gerais in Brasile, si segnala un fenomeno simile a proposito della trasformazione degli eucalipti in carbone di legno per l’industria siderurgica. Questa pratica agricola provoca una riduzione della fauna del suolo, importante per la sua struttura e per la fissazione dell’azoto atmosferico, scopre il suolo e lo rende suscettibile di erosione e infine provoca la diminuzione della fertilità e anche la desertificazione in caso di una applicazione intensiva e prolungata.
153

In Indonesia, la trasformazione della foresta primaria in piantagioni di palma da olio è una fonte notevole di liberazione di CO2 nella natura. Come abbiamo visto, vengono utilizzate due zone, quelle secche e quelle paludose. Infatti, dopo essersi sviluppate nelle zone più secche risultate dall’abbattimento della foresta, le piantagioni si spostano verso le zone paludose sulle torbiere. Seccandosi, queste ultime liberano più ossido di carbonio nell’atmosfera di quello assorbito dagli alberi. In Indonesia è stata segnalata nel regno animale una riduzione notevole della popolazione degli orangutan. Stimati in 300.000 individui alla partenza, ne restano solo 50.000. Nel corso di 20 anni l’80% del loro habitat è stato trasformato in piantagioni di palma da olio.54 I rinoceronti di Sumatra, le tigri, i gibboni, i tapiri, le nasiche e migliaia di altre specie animali d’Africa e d’America latina, potrebbero seguire la stessa strada. Ricordiamoci che secondo un rapporto pubblicato dagli Amici della terra nel 2008, si calcola che tra il 1985 e il 2000, lo sviluppo delle piantagioni di palma da olio è stato responsabile dell’87% della deforestazione in Malesia. A Sumatra e nel Borneo, circa 4 milioni di ettari di foreste sono stati convertiti in piantagioni di palma da olio. Anche il famoso parco Nazionale di Tan Jung Puting nel Kalimantan è stato fatto a pezzi dai piantatori. Sfortunatamente niente sembra fermare il processo e gli effetti a lungo termine rischiano di danneggiare pesantemente la situazione climatica di questi pozzi di carbonio che sono le foreste tropicali. Gli effetti sociali degli agrocarburanti Abbiamo constatato anche che gli effetti sociali della produzione degli agrocarburanti sono particolarmente gravi. Siccome le situazioni variano molto da una regione all’altra, le affronteremo da due punti di vista diversi: quello dei paesi del sud e quello dei paesi del nord. Gli agrocarburanti sono in genere ben accolti dagli agricoltori e dai decisori politici dei paesi del nord, perché producono posti di lavoro e sono considerati una opportunità per le agricolture familiari e soprattutto come un mezzo per ridurre la loro dipendenza da un barile
154

di petrolio sempre più caro e in più prodotto all’estero. Alcuni agricoltori del nord sono soddisfatti perché gli agrocarburanti trascinano l’aumento del prezzo delle materie prime agricole per il produttore (mais negli Stati Uniti) dopo parecchi anni di stagnazione dei prezzi. Essi permettono anche l’utilizzo di terre arabili lasciate a maggese secondo le quote di produzione imposte dalla politica agricola comune (PAC) dell’Unione Europea. Altri però constatano che questo provoca uno stato di dipendenza sempre più forte dalle grandi imprese che controllano i prezzi e i meccanismi del mercato. Si ha dunque una doppia reazione di cui l’esatta misura non è ancora stata stabilita. Tuttavia è nel sud che gli effetti saranno più nocivi, perché è là che avrà luogo la maggiore produzione, poiché sui 16 milioni di ettari di cui l’Europa ha bisogno per rifornire le sue fabbriche di agrocarburanti e nutrire i capi di bestiame consumati dalla sua popolazione, solo il 13% si trovano sul suo territorio (Amici della terra).55 La domanda sempre crescente di agrocarburanti su scala planetaria, prima o poi entra in conflitto con la gestione generale del pianeta. L’Unione europea, con il suo obiettivo del 10% di agrocarburanti da incorporare nel diesel entro il 2010 e il 20% di energia rinnovabile entro il 2020, avrà ulteriore necessità di seminare distese agricole per raggiungere gli obiettivi. Ma non dispone di spazi sufficienti e dovrà ricorrere ai paesi del sud che forniscono attualmente più del 50% degli agrocarburanti su scala mondiale. Questa ambiguità pone la questione degli spazi arabili supplementari da assegnare alle coltivazioni destinate agli agrocarburanti, sapendo che i paesi del sud si trovano sempre davanti lo spinoso problema della sicurezza alimentare. Del resto questa situazione è all’origine di espulsioni ed espropriazioni di numerosi contadini e in particolare delle popolazioni autoctone dalle terre dei loro avi. Ogni resistenza all’espulsione e all’espropriazione si conclude con la repressione e a volte con la morte di uomini, notoriamente ad opera dei paramilitari. Questo provoca, come già visto, movimenti massicci di popolazione verso i grandi centri urbani dove i contadini vanno a ingrossare il numero dei disoccupati nelle bidonvilles e vivono per lo più nella più grande precarietà.
155

Secondo il Forum permanente della Nazioni Unite sulla questione degli autoctoni, circa 60 milioni di individui nel mondo corrono il rischio di espulsione dalle loro terre per far posto alle colture che necessitano agli agrocarburanti.56 È il caso dei 5 milioni di persone della regione indonesiana del Kalimantan ovest. Altri dovranno rimanere a lavorare nelle piantagioni in condizioni subumane e deplorevoli, che non rispettano i diritti fondamentali dei lavoratori. Le lavoratrici sono ancor più discriminate e ancor meno pagate degli uomini. Le espulsioni dei contadini sono incominciate evidentemente prima dell’espansione degli agrocarburanti. Negli anni settanta, per esempio, è stato il caso del Paranà (Brasile) in cui 2,5 milioni di persone furono spostate per la coltivazione della soia utilizzata come fonte di olio alimentare o del Rio Grande do Sul in cui 300.000 persone dovettero lasciare la loro terra per la stessa ragione. In tutti i continenti del Sud e soprattutto in America latina e in Asia del sud est, si rilevano casi circostanziati illustrati dai rapporti del Movimento per le Foreste tropicali la cui sede si trova in Uruguay (www.wrm.org.uy). È il caso del Kalimantan occidentale in Indonesia, delle distruzione dei giardini dei Dayaks. Questi ultimi producono legno, miele, piante medicinali, frutta, ma da ora in avanti dovranno coltivare la palma da olio. Le popolazioni dapprima hanno visto le loro entrate diminuire e poi fluttuare secondo i prezzi del mercato internazionale. Nello stesso paese, a est di Sumatra, ci sono 10.800 famiglie che sono state costrette ad emigrare dall’impresa PT Citra Mandiri Vidya Nusa, proprietà dell’ex ministro dell’agricoltura. Nel Camerun alcune popolazioni furono spostate dalla loro terra senza consultazione e reinsediate in zone nuove con promesse, non mantenute, di indennizzo da parte delle compagnie. Non venne rispettato il diritto tradizionale e una parte dei capi furono comperati o ingannati. In Cambogia, due anni dopo l’inizio dello sfruttamento della palma, le popolazioni spostate dalla compagnia Mong Rethihy Investment Cambodia Oil Palm, non avevano ancora ricevuto terre. Questa pratica provoca numerosi conflitti. In Cambogia nel 2004, i contadini coinvolti dai casi citati, hanno bruciato 500 palme, causando alla compagnia una perdita di 70.000 USD. In Indonesia, a Kuala
156

Batu nel 1998, i contadini hanno incendiato un accampamento di lavoratori e furono arrestati in 49. Quattro impiegati della compagnia Sarawak Oil Palm (di fatto membri delle compagnie private di sicurezza) furono uccisi e i Dayaks accusati condotti in giudizio. Nello stesso paese sono i militari che intervengono per cacciare la gente dalle loro terre a vantaggio delle compagnie Tanjung Katung Sejaktera e PT Dasa Anugeran Sejati. Casi simili si segnalano in Malesia, nelle Filippine, in India, in Nigeria, nel Ghana, in Papuasia Nuova Guinea. In Colombia, nella regione di Curvarado, descritta precedentemente, hanno luogo dei veri e propri massacri. I popoli indigeni sono tra le popolazioni più vulnerabili. Abbiamo già parlato dei Dayaks a Sumatra, ma nella stessa isola, nella zona del parco nazionale di Bukit Tiga Puluk, gli indigeni hanno perso 3000 ettari, cosa che ha portato a un conflitto serio tuttora irrisolto. Nel Paraguay la deforestazione illegale dell’Aroleyo avviene su territori indigeni. Nel sud Bolivar, in Colombia, sono oggetto di espulsione le comunità di discendenza africana. Nel Myanmar nel 2006, la compagnia Yan Maing Myint ha espulso delle minoranze etniche con l’aiuto dell’esercito e la preparazione delle terre per le piantagioni si realizza attraverso il reclutamento forzato. Bisogna segnalare anche le penose condizioni di lavoro nelle piantagioni e gli effetti sulla salute. Prima di tutto c’è il ritmo e la lunghezza della giornata di lavoro. Nel Salvador i lavoratori tagliano dalle 5 alle 12 tonnellate di canna al giorno.57 In Brasile le cifre sono spesso superiori. Nel primo caso il lavoro copre 7 giorni su 7, per un salario che equivale a 2,5 dollari al giorno. In Malesia le donne forniscono il 50% della mano d’opera sotto forma di lavoro temporaneo nello spargimento dei concimi e dei fitofarmaci, lavoro nocivo. Si segnala un gran numero di incidenti e di malattie. I fusti della canna e le foglie delle palme sono molto taglienti e il lavoro è pericoloso per gli occhi. C’è pochissimo controllo medico. Si riscontrano spesso malattie della pelle, infiammazioni genitali, stati di affaticamento, mali di testa, causati dai prodotti chimici utilizzati come pesticidi e come concimi e dalle lunghe giornate di lavoro senza riposo. I sindacati sono per lo più proibiti, sia in Asia che in America latina e quando esistono sono sottoposti a misure repressive che impedi157

scono loro di realizzare il loro compito di difesa degli interessi dei lavoratori. In Colombia numerosi dirigenti sindacali di questi settori sono stati assassinati. Nello Stato di San Paolo nel giugno 2007 è stato organizzato uno sciopero dei tagliatori di canna per chiedere la settimana di 30 ore e il pagamento a metro e non a tonnellata. Nel settembre 2008 scesero in sciopero più di 200.000 lavoratori della canna da zucchero nella valle del Cauca in Colombia, per ottenere condizioni di lavoro più umane e per protestare contro l’estensione della monocoltura della canna da zucchero che andava ad occupare le zone di produzione di riso e la foresta tropicale. Come si vede, le conseguenze sociali dell’estensione degli agrocarburanti sono molto serie. Il processo segue la logica dello sfruttamento della mano d’opera in quanto fattore di produzione a basso costo. Proprio come la distruzione ecologica, gli effetti sociali appartengono alle collateralità del calcolo economico e sono le esigenze dell’accumulazione del capitale che determinano le decisioni. Occorre infine aggiungere che nei paesi del sud, la messa a coltura di diversi tipi di agrocarburanti (palma da olio, eucalipto, ecc.) costituisce una fonte di introiti a breve e medio termine non trascurabile per gli Stati che non esitano a promuoverli a dispetto delle loro conseguenze sociali. Il risultato è un rafforzamento delle diseguaglianze sociali e una fonte in più di corruzione. Prima di trarre delle lezioni da queste constatazioni, affronteremo le dimensioni socio-economiche dell’agroenergia.
Note 1. 2. 3. J.W.B. Vidal, Brazil-Civilizaçao suicido, Brasilia, 2002, 25-28 Ecoactif, 17.06.07 Agrawal, 2005 4. www.wikipedia.org 5. Prieur-Vernat, His, Les biocarburants dans le monde, Paris, IFP, 2007 6. Maurice Luneau, La documentation française, Paris, 1982 7. Ibidem 8. L’esterificazione è una reazione chimica tra un olio e un alcol, che produce l’estere della glicerina e degli acidi grassi 9. J.D.Pellet e E. Pellet, Jatropha curcas, le meilleur des biocarburants, Paris, Favre, 2007 10. Ballerini 2007
158

11. www.naturavox.fr/article.php3?id_article=2923

12. Sull’inquinamento atmosferico e l’effetto serra riferirsi a Que sais-je?, n° 2667 su “L’environnement” 13. Edivon Pinto e Marleen Melot, O mito do biocombustibles, Commisione della Pastorale della Terra, CNBB Brasilia, 2007 14. Oracio Martins de Carvalho, La expansion de la oferta de etanol, www.alainet.org/active/19020 15. Americaeconomia, 2.04.06 16. Adilson Roberto Gonçavez, Terra economica , 14.03.07 17. Conferencia national popular sobre agroenergia, Curitiba, 28-31.10.07, San Paolo, MST e al. 18. La Jornada, 13.12.07 19. Argenpress, 19.04.07 20. Brempunkt, 237, settembre 2002, 23 21. Alexandre Koos, Le Monde, 13.03.08 22. Martin Lyll, Commerce and Economic change in West Africa-The Palm oil Trade in the Ninetheen Century, Cambridge University Press, 1997 23. M. Kindela, Congo Vision, 17.04.07 24. www.la conscience.com/article 25. International Herald Tribune, 31.08.06 26. Agricolture and agrifood, Canada, 17.04.07 27. Rapporto sullo sviluppo nel mondo, Banca mondiale, 2008 28. www.malikounda.com 29. Pellet, 2007 30. http://www.librairieenvironnement.com/10418_jatropha_meilleur_biocarburant.html 31. “Production Practices and Post-Harvest Management in Jatropha” contribution de Lalji Singh, S.S. Bargali et S.L. Swamy, de l’Indira Gandhi Agricultural University, Raipur, in Biodiesel Conference Towards Energy Indipendence-Focus on jatropha, p. 266 32. CER (Certified Emissions Reductions) cioè “riduzioni certificate di emissioni”. Un CER è quindi un certificato che garantisce che un dato progetto genererà l’equivalente di una tonnellata di CO2 in meno dello stesso progetto messo in opera con metodi tradizionali 33. R. Katwal. P. Soni, Biofuels: an opportunity for socio-economic development and cleaner environnement, in Indian Forester, 2003, 129 (8), 939-949 34. Aude Hubert-Brierre, Des services énergétiques face à la pauvreté e pour le développement, Analyse et perspectives en milieu rural au Niger, en ligne sur http://www.riaed,net/IMG, pdf/Annexes_techniques.pdf 35. Lozano Dela Vega, 2007; Foidl et al., 1996; SRIPHL, 2007 36. Gubitz e al., 1998 37. C. Grimm, F.Guharay, Potential of entomopathogenous fungi for the
159

38. 39.
40.

41.
42.

43.
44.

45.

46.
47. 48.

49.
50.

51.
52.

53.

54. 55.
56. 57.

biological control of true bugs in J. Curcas plantation in Nicaragua. Biofuels and industrial products from J. Curcas. Gratz, Gubitz, Mittebach et Trabi (eds.), 1997, p. 40-46 Fauquet et Farguette, 1987 Otim-Nape et al., 1997 L’Istituto americano delle foreste delle isole del Pacifico ha classificato questa pianta come una minaccia per l’ecosistema locale. http://www.hear.org Bakima, in www.la conscience http://www.malikounda.com; pubblicato da Gwen Synthèses & Conclusions: Conférence Internationale “Enjeux et Perspectives des Biocarburants pour l’Afrique”, Uagadugu, Burkina Faso, 27-29 novembre 2007 http://www.moringanews.org/news.html, 18.06.2003, Biocarburant a l’huile de Moringa en Afrique du Sud A. Brew-Hammond & A. Crole-Rees, octobre 2001, op. cit.; MMEE/Malifolkecenter, Conférence Régionale: le pourghère (jatropha) strumento di lotta contro la povertà in Africa, Bamako, 16-17 gennaio 2006 Mersie Ejigu “L’Africa ha bisogno di energia rinnovabile”, Point de vue dans lo monde, 22.06.05 http://www.reap-canada.com/online library Reports%20and%Newsletters/ Bioenergy/21%20Le%20panic.pdf Sarojeni V. Rengam, Pan Asia, sarojeni,rengam@panap.net et panap@panap.net, www.panap.net Alejandra Parra, Rada, Network of Environment Rights Action Robert Jackson e al., in Chris Lang, http://chrislang.org George Monbiot, The Guardian, 8.12.05 Ecosystem services of the Congo Basin Forest, S. Danae, M. Maniatis, Oxford University Press, 2007, http://globalycanopy.org/themedia/Ecosystem%20Services%20CB.pdf Okobilanz von Energienprodukten: Okologische Bewertung von Biotreibstoffen. Rapporto finale, aprile 2007. Studio commissionato dall’Ufficio Federale dell’Ambiente e dall’Ufficio Federale dell’Agricoltura. Empa, dipartimento Tecnologia e società, St-Gall: R. Zah, H. Boni, M. Gauch, R. Hirschier, M. Lehmann, P. Waeger, download: www.bfe.admin.ch Per una analisi generale e critica degli agrocarburanti, The Indipendent, 17.09.06 Le Monde, 29.11.08 http://mwcnews.net/content/view/14507/235/ F.Faux, Le Soir, 27.02.07

160

CAPITOLO 5 LE DIMENSIONI SOCIO-ECONOMICHE DELL’AGROENERGIA Il modello agricolo alla base degli agrocarburanti Dato che oggi l’agroenergia si sviluppa nel quadro della logica capitalistica, non è inutile ricordare le condizioni generali della produzione agricola come fattore di accumulazione. La produzione di alimenti è evidentemente essenziale per la sopravvivenza dell’umanità. Ma oggi alcuni esprimono seri timori sulla possibilità di nutrire tutti gli esseri umani in un futuro a breve termine. La FAO d’altra parte è sicura che la terra può nutrire 12 miliardi di persone. Avevamo già affrontato questo problema nel 1963 con Michel Cépède, delegato francese alla FAO, e con Linus Grond, segretario generale della FERES, Federazione internazionale degli Istituti di ricerche socio-religiose.1 Le proiezioni demografiche prevedono una popolazione da 9 a 10 miliardi di abitanti per il 2050, con una stabilizzazione delle cifre a partire da quel periodo. Ma come è possibile che oggi su 6 miliardi di persone, più di 800 milioni soffrano la fame e che ogni 4 secondi un essere umano muoia di fame?2 Senza pregiudicare alcune cause naturali, si può affermare che il fattore dominante è di ordine economico-politico. Lo sostiene Fred Magdoff, professore di agronomia all’Università del Vermont, negli Stati Uniti: “La malnutrizione cronica e l’insicurezza alimentare sono causate essenzialmente dalla povertà e non dalla mancanza di produzione alimentare”.3 Porre queste domande ha un senso importante per la questione degli agrocarburanti, perché essi faranno inevitabilmente concorrenza alla produzione alimentare e perché si inquadrano nella logica dominante dell’attività agricola. Quale è dunque il modello di economia agraria favorito dal sistema economico contemporaneo? L’argomento chiave è precisamente quello dell’alimentazione mondiale. Di fronte alla dimensione del fenomeno della fame, il ragionamento consiste nel dire che solo una
161

produzione accresciuta potrà soddisfare i bisogni. Ma, sempre secondo lo stesso sistema di pensiero, la piccola unità contadina si rivela del tutto inefficiente da questo punto di vista. Bisogna quindi dare impulso a un’agricoltura capace di produrre in massa, cosa tanto più necessaria, in quanto le abitudini alimentari si trasformano e diventano uniformi in regime di “mondializzazione”, e dall’agricoltura non si ricavano solo gli alimenti ma anche ingredienti industriali per le imprese farmaceutiche o cosmetiche, mentre oggi infine esplode la domanda di agrocarburanti. Come rispondere dunque alla doppia esigenza di nutrire l’umanità e di produrre materie prime e combustibili verdi? La risposta è relativamente semplice nel quadro di questa logica. Bisogna estendere la monocoltura, il che permette di ridurre i costi per mezzo di economie di scala e di diminuire l’utilizzo di manodopera grazie alla meccanizzazione. Bisogna dunque concentrare la proprietà della terra e procedere a controriforme agrarie. Esiste anche la necessità di accrescere la produttività, da cui derivano l’uso intensivo dei concimi per arricchire il terreno, l’applicazione di prodotti chimici per distruggere i parassiti e l’utilizzo delle tecniche degli OGM per rendere le piante più resistenti ai rischi naturali o artificiali. D’altra parte risulta anche vantaggioso universalizzare alcune razze di bestiame, grande, medio o piccolo, perché ciò facilita la vendita sui mercati. Dato poi che la manodopera agricola è abbondante, può restare poco costosa. È la legge del mercato. Il trattamento industriale dei prodotti agricoli e dell’allevamento permette la razionalizzazione dei tempi di manipolazione e la loro distribuzione può allora entrare nei circuiti internazionali, allo stesso titolo dei prodotti industriali. Tutto ciò permette di creare progressivamente un mercato agricolo mondiale che allinea i prezzi sul più efficiente e contribuisce così a razionalizzare l’economia agricola. Si tratta di un’autentica rivoluzione verde, analoga alla rivoluzione industriale. Per realizzare compiti così erculei, allo scopo – ricordiamolo bene – di nutrire fra 9 e 10 miliardi di individui alla metà del XXI secolo, solo delle imprese di grandi dimensioni e capaci di trascendere le frontiere degli Stati sono in grado di rispondere ai bisogni e di vincere la sfida. Questa è in breve la posizione del modello capitalistico. Sulla base di queste
162

premesse, il discorso diventa moralistico e quasi messianico, soprattutto quando affronta il tema degli agro combustibili. Il carattere meno inquinante di questi combustibili rispetto all’energia di origine fossile e dunque meno distruttivi del clima, permette infatti di definirli “biocombustibili”, nel senso simbolico del termine. Questo linguaggio non manca di logica, ma le zone d’ombra sono rilevanti. Anzitutto, come in ogni ragionamento economico capitalistico, non si prendono in considerazione le esternalità. Finché l’inquinamento dei terreni, dell’acqua e dell’atmosfera, o ancora il costo collettivo dell’urbanizzazione selvaggia o la resistenza dei contadini allontanati e dislocati non mettono a rischio i profitti degli investimenti, l’insieme di quei fattori viene ignorato. I mercati agricoli differenziati che rispondono alle necessità della sovranità alimentare o alle abitudini culturali, o la proprietà collettiva della terra da parte di comunità contadine o indigene (l’ejido in Messico, le terre collettive in Vietnam o in Cina, la proprietà comunale nello Sri Lanka), costituiscono delle eresie per un’economia di mercato capitalistica e devono lasciare il posto a soluzioni più razionali e più efficienti dal punto di vista economico. Questo però è il punto dolente: efficienti in funzione di che? L’equilibrio ecologico del pianeta o il benessere dei contadini che – ricordiamolo - costituiscono ancora circa la metà della popolazione mondiale; la sostenibilità della produzione agricola o infine l’accumulazione di capitale, che non solo da mezzo diventa fine e si rinchiude nel breve e medio termine? Quest’ultima preoccupazione cancella dal panorama tutto ciò che non contribuisce al profitto e ai suoi componenti inseparabili: mercatizzazione di tutte le attività umane (ridotte al loro valore di scambio), redditività finanziaria obbligatoria, competitività senza tregua, spirito di impresa legato esclusivamente alla proprietà privata dei beni di produzione, centralità del denaro divenuto anch’esso una merce. Si tratta veramente di una perversione di ciò che si potrebbero chiamare le costanti dell’economia. È vero che alcuni elementi non vanno trascurati: il mercato è un buon regolatore della domanda e dell’offerta, quando il rapporto sociale fra i diversi partner è equo; una redditività che includa tutti i parametri del benessere umano permet163

te di evitare gli sprechi; la competizione esclude i monopoli paralizzanti e rafforza l’efficienza dei processi produttivi. Infine lo spirito imprenditoriale deve poter essere appannaggio di tutti gli esseri umani iscrivendosi nel quadro di un’appropriazione socializzata dei beni di produzione (il che non significa un semplice ampliamento dell’azionariato, né necessariamente la statalizzazione di tutti i settori). Quanto all’utilizzo di uno strumento universale di scambio di beni e servizi come la moneta, essa è un utile mezzo di transazione, ma non l’unico. Tutto ciò significa che gli elementi costitutivi dell’attività economica sono subordinati a un criterio superiore che attribuisce loro un senso e un posto nella struttura del sistema di produzione e di scambio. In un primo modello, questo criterio è costituito dal bene comune dell’umanità, cioè la vita fisica, culturale e spirituale dell’insieme degli esseri umani nel mondo. A questo punto viene privilegiato il valore d’uso (cioè il contributo alla vita e alla sua riproduzione) e si introduce positivamente l’idea che alcuni settori non vengano assimilati alle merci e non si possano misurare sul metro della pura redditività finanziaria e non vengano subordinati a brevetti e a competizione monetaria. Si tratta per esempio dell’acqua, delle sementi, dei servizi pubblici, in particolare sanità ed istruzione. Ogni società deve definire democraticamente le frontiere di questo ambito di bene comune, che d’altra parte possono evolvere secondo il tempo e lo spazio. Nell’altro modello, il parametro di base è dato dall’accumulazione del capitale, intesa come motore principale del funzionamento dell’economia. Il discorso identifica allora le diverse componenti dell’economia secondo quel criterio, come se non potessero esistere altrimenti. Da qui il dogma del mercato, che arriva a ciò che si è chiamato il “pensiero unico” e la forza di convinzione di coloro che pretendono che non ci siano alternative. Meglio ancora, il sistema è naturalizzato, rifiutandogli così ogni carattere di costruzione sociale. E tuttavia le diseguaglianze sociali espresse nel famoso grafico del PNUD a forma di coppa di champagne che illustra la distribuzione del reddito nel mondo (il 20% dei più ricchi assorbono l’82% delle ricchezze mondiali e il 20% dei più poveri se ne divide l’1,6%) indica chiaramente che solo una esigua minoranza, su scala
164

mondiale, monopolizza il consumo e il potere decisionale dell’economia, mentre le “folle inutili” sono ridotte alla sopravvivenza e alla miseria. La produzione di ricchezza nel mondo potrebbe invece permettere a tutti non solo di godere la vita, ma anche di essere attori capaci di contribuire al benessere di tutti. Come si traduce questo nell’ambito dell’organizzazione dell’economia agraria? Samir Amin riassume assai bene la questione: “L’agricoltura capitalistica, rappresentata da una nuova classe di contadini ricchi, cioè di latifondisti modernizzati, o da terre sfruttate dalle transnazionali dell’agrobusiness, si appresta a dare l’assalto all’agricoltura contadina. Ne ha avuto via libera alla riunione dell’OMC di Doha. La produzione è divisa fra due settori la cui natura economica è sociale è perfettamente distinta. L’agricoltura capitalistica, diretta dal principio della redditività del capitale, localizzata quasi esclusivamente in America del nord, Europa, nel cono sud dell’America Latina e in Australia, impiega solo qualche decina di milioni di agricoltori che non sono più veramente dei contadini. Ma la loro produttività, funzione della motorizzazione… e della superficie di cui ognuno dispone, si muove fra 10.000 e 20.000 quintali di equivalenti cereali per lavoratore e per anno. Le agricolture contadine… si dividono a loro volta fra quelle che hanno beneficiato della rivoluzione verde (concimi, pesticidi e sementi selezionate), tuttavia assai poco motorizzate, la cui produzione oscilla fra 100 e 500 quintali per lavoratore e quelle che si situano prima della rivoluzione, la cui produzione è soltanto intorno ai 10 quintali per persona attiva. Il divario fra la produttività dell’agricoltura meglio attrezzata e quella dell’agricoltura contadina povera, che era di 10 a 1 prima del 1940, oggi è di 2.000 a 1”.4 Questa descrizione della situazione attuale ci rimanda ai meccanismi messi in funzione per arrivare a tale risultato, e che ci limitiamo a citare: priorità all’esportazione, inaccessibilità del credito per i piccoli contadini, importazione di prodotti alimentari, disboscamento massiccio, monocultura e concentrazione della proprietà. Un personaggio di questo ambiente, Blairo Maggi, governatore del Mato Grosso in Brasile e grande produttore di soia, afferma senza ambagi: “Tutta l’economia tende alla concentrazione. I prezzi unitari cadono e si ha
165

bisogno di volumi enormi per sopravvivere”.5 Le conseguenze sociali sono gigantesche. Abourahmane Ndiaye, dell’Università di Bordeaux, le sintetizza con un’espressione contundente: “Venti milioni di produttori efficienti… che dispongono di un consistente apparato di produzione, fabbricano 5 miliardi di esclusi. La dimensione creativa dell’operazione rappresenta solo una goccia d’acqua rispetto all’oceano di distruzione che essa esige”. Questi fenomeni sono stati acutamente analizzati da autori come Samir Amin, già citato, Marc Mazoyer o Jacques Berthelot, in una letteratura copiosa e in gran parte sintetizzata nel numero di “Alternative Sud” su “Questione agraria e mondializzazione” (Vol. IX, 2002, n. 4; tr. it., Questione agraria e globalizzazione, Edizioni Punto Rosso, 2004). Si è poi compiuto un nuovo passo con l’acquisto di gigantesche concessioni nei continenti del Sud, soprattutto in Asia e Africa. Per esempio, una società norvegese ha acquistato 38.000 ettari da un capo tradizionale del Ghana. La società sudcoreana Daewoo ha concluso un contratto d’affitto di 99 anni su più di un milione di ettari in Madagascar, la metà delle terre arabili del paese, che James Petras definisce “colonialismo su invito”6. Nel Laos, ci sono trattative analoghe per due o tre milioni di ettari. In Cambogia il gruppo cinese Haining ha ottenuto 21.250 ettari nella provincia di Kampong Speu. In Africa si segnalano delle concessioni attribuite a imprese giapponesi, cinesi e statunitensi per piantagioni alimentari o di agro combustibili. La FAO parla di un nuovo colonialismo. Rivoluzione verde, riforma agraria, prendono in questo contesto significati ben specifici, destinati a promuovere l’agrobusiness. I sussidi agli agricoltori in periodi di eccedenti, che secondo Jean Ziegler nel 2005 raggiungevano i 349 miliardi di dollari all’anno, erano diventati in gran parte un mezzo per far passare il denaro pubblico ai privati e di privilegiare coloro che entrano nella logica del capitalismo agrario. E infine l’elemento principale sottaciuto in tutta la questione è che la trasformazione dell’agricoltura contadina in agricoltura produttivista è anche – e forse soprattutto - una delle nuove frontiere del capitalismo, che permette di affrontare le crisi di accumulazione nei settori industriali e finanziari. Se ne vede una conferma in Francia, dove a partire dal 2006 con l’aumento dei prezzi dei
166

cereali, “gli investitori si interessano improvvisamente alle materie prime agricole e la speculazione è in parte responsabile della brutalità del rialzo”7. La domanda di alcuni paesi emergenti ha permesso di liquidare gli stock e l’Unione Europea ha proposto di sopprimere il maggese nel 2008. Lo sviluppo dell’agroenergia, deciso anche dalla stessa Unione Europea, fa da acceleratore, al punto che alcuni tornano a porre la questione dell’alimentazione mondiale: “Bisognava gestire degli eccedenti, adesso dovremo certamente gestire dei deficit”, scrive Laeticia Claveul. Stessa storia per il mais in America Latina o il riso in Asia. È pur vero che, come ricorda il professor Hans Christoph Binswanger, dell’Università di San Gallo, in Svizzera, “il valore aggiunto generato dall’agricoltura è sistematicamente inferiore a quello dell’industria”8. Le ragioni sono diverse: una domanda quasi anelastica (i prodotti sono sempre gli stessi); condizioni di aumento produttivo più costrittive, ammortamenti più lenti delle macchine utilizzate al ritmo delle stagioni, limiti dei coadiuvanti, concimi e pesticidi pericolosi per la salute o la fertilità dei terreni; una concorrenza che si può fare solo sui prezzi e margini molto deboli fra prezzi e costi. Come si può vedere, le differenze con l’industria sono notevoli, senza parlare poi della logica dei mercati finanziari. Allora l’agricoltura come può diventare una nuova frontiera per l’accumulazione del capitale? Ciò può verificarsi solo con un aumento della domanda e a questo scopo sono possibili tre meccanismi. Il primo potrebbe essere la soddisfazione quantitativa dei bisogni alimentari dell’immenso gruppo di popolazione mondiale che non mangia a sazietà. Ma questo non è affatto all’ordine del giorno, giacché il modello di crescita privilegia lo sviluppo del 20% della popolazione mondiale, trascurando coloro che possono contribuire solo marginalmente a produrre valore aggiunto e non sono in grado di diventare consumatori a breve o medio termine. L’emergenza di paesi come la Cina o l’India ha certamente un impatto sulla domanda, dato che si tratta di paesi molto popolati: se il 20% dei cinesi o degli indiani mangiassero un po’ più pane o carne, diventerebbero una buona massa di clienti, capaci di contribuire almeno indirettamente all’esaurimento delle scorte europee, americane o asiatiche, e di dare un colpo di frusta agli al167

levamenti di bestiame in Argentina, Brasile o Colombia. Ma per il momento l’essenziale della domanda viene soddisfatto con le risorse interne dei paesi emergenti. La seconda soluzione consiste nel diversificare i prodotti in funzione di un cambiamento qualitativo della domanda. Sul piano alimentare, si tratta in generale di processi relativamente lunghi (consumo di carne, per esempio), salvo quando la rivoluzione nei trasporti permette una nuova offerta più attraente. L’arrivo sui mercati occidentali di primizie o di prodotti esotici trasportati per aereo ha trovato degli sbocchi fra gli strati a reddito superiore o medio. Da qui lo sviluppo quasi industriale di certe produzioni (i fiori, per esempio) in regioni della periferia, che hanno provocato costi ecologici notevoli e condizioni sociali per lo più deplorevoli. Si tratta infatti di paesi che non si preoccupano affatto di questi aspetti della questione. Basta che ci sia un ritorno di divisa estera per retribuire il capitale locale e per mantenere o accrescere, con le importazioni, il livello di consumi delle classi alte e medie. Bisogna tuttavia aggiungere che si tratta per lo più di investimenti stranieri, che lasciano solo un posto ridotto a una borghesia che funge da intermediario (compradora), ma che ha molta influenza nell’ambito politico nazionale. La terza soluzione è una nuova domanda non alimentare, per diversi tipi di industria e più precisamente oggi per quella degli agrocarburanti che arrivano al momento giusto per rianimare il prezzo dei prodotti agricoli e la loro funzione di rifugio finanziario in situazione di crisi. È a questo punto che interviene la maniera di produrre più efficientemente, in modo che i costi vengano ridotti al minimo e i guadagni massimizzati: cioè la monocoltura. Questa infatti trasforma enormi spazi di agricoltura contadina o di foresta, trasformandoli per la produzione di un vegetale unico, soia, eucalipto, palma da olio, canna da zucchero, mais, grano, con tutti gli svantaggi ecologici e sociali che questo tipo di attività agricola comporta. Ecco perché l’agroenergia si inquadra anch’essa nella nuova frontiera del capitalismo, con il doppio vantaggio di contribuire all’accumulazione e di rispondere apparentemente alle preoccupazioni ecologiche diventate imprescindibili. Ma bisogna assicurarsi che i due obiettivi siano compatibili.
168

Gli agro combustibili: la posta in gioco sul piano economico e finanziario Il settore degli agrocarburanti ha dunque suscitato grande interesse negli ambienti economici. Come abbiamo visto, per un tempo abbastanza lungo,la prima reazione è stata il rifiuto di ammettere le cause e le conseguenze dei cambiamenti climatici. Quando il problema ha abbandonato l’ambito delle esternalità per entrare in quello dell’accumulazione, le prospettive sono cambiate. L’avvicinarsi ai picchi di produzione dell’energia fossile e l’aumento del prezzo del petrolio si sono sommati ai guasti climatici e sono sfociati sull’interesse per gli agrocarburanti. L’opinione pubblica, allertata dalle relazioni scientifiche, dalle decisioni politiche e dai mezzi di comunicazione di massa, era pronta a legittimare ogni misura in grado di diminuire le emissioni di CO2 nell’atmosfera e di risolvere la crisi energetica. D’altra parte, varie grandi potenze mondiali, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, senza parlare poi dei paesi emergenti come India e Cina, si preoccupavano sempre più per la loro dipendenza in fatto di energia fossile dal Medio Oriente o da altre regioni instabili, in Africa o in America Latina. Ciò ha spinto gli Stati del Nord, ma anche del Sud, a dare impulso al settore delle energie rinnovabili con una serie di misure che vanno dal sussidio diretto alla detassazione o alla diminuzione dei dazi doganali. Esisteva dunque un contesto favorevole alla possibilità di investimenti redditizi nelle energie verdi e in particolare negli agrocarburanti. Infatti le tecnologie della prima generazione di etanolo e di agrodiesel erano ormai a punto, il che permetteva un rapido ritorno degli investimenti. Le ricerche su una seconda o terza generazione (uso di rifiuti vegetali e poi della cellulosa, cioè del legno) erano state avviate, con speranza di risultati rapidi. Le ricerche erano d’altra parte ampiamente finanziate con fondi pubblici. Era anche l’occasione per dare impulso a nuove tecnologie, monopolizzate da gruppi poderosi, in particolare nel settore degli OGM. Il settore degli agrocarburanti presenta dunque numerose sfaccettature nell’ambito degli interessi economici. Mentre nel caso del petrolio e del gas le imprese pubbliche hanno ripreso il sopravvento,
169

lasciando ai privati le raffinerie e la distribuzione, anche se certe imprese di Stato sono dominate a volte dal capitale privato come nel caso di Petrobras in Brasile, gli agrocarburanti entrano invece direttamente nel settore privato fin dalla tappa della produzione. Alcune imprese multinazionali o grandi proprietari acquistano enormi quantità di terreni. In generale, si tratta di imprese locali che a prima vista sembrano godere di autonomia finanziaria, perché hanno uno status giuridico proprio. Ma sono spesso legate fra loro mediante azionisti comuni, individuali o istituzionali, oppure fanno parte di gruppi più complessi che le riportano nell’ambito del capitale internazionale, quando non siano semplicemente il nome locale di un’impresa transnazionale. È il caso della palma da olio o della soia. Nelle regioni tropicali l’etanolo è in genere legato alle grandi piantagioni di canna da zucchero ancestrali, dell’antica oligarchia convertita al capitalismo agrario. È il caso del Brasile o delle Filippine. Ma vi si ritrovano anche gli investimenti internazionali, sia da parte degli “iper-ricchi” in cerca di nuovi piazzamenti redditizi a breve, come Bill Gates o George Soros, già citati, sia da parte delle multinazionali dell’automobile, della chimica e dell’agricoltura. Era dunque importante affrontare la materia delle poste in gioco sul piano economico e finanziario, che è ciò che facciamo ora, occupandoci successivamente delle nuove dimensioni dell’agrobusiness, degli investimenti privati e pubblici e delle reti internazionali del capitale impegnate nel settore degli agrocarburanti. Le nuove prospettive dell’agrobusiness Con gli agrocarburanti, l’agroenergia prende nuovo slancio. Già da più di un secolo le grandi imprese multinazionali erano interessate alla produzione e alla distribuzione di prodotti agricoli. Poi si sono aggiunte le sementi, soprattutto da quando è stato possibile applicare la genetica ai settori agricoli e allo sviluppo degli OGM. L’industria chimica ha messo sul mercato dei fertilizzanti e dei pesticidi per aumentare o proteggere i rendimenti agricoli. Si sono creati dei legami fra questi diversi settori, e alcune società come per esempio la Monsanto combinano varie funzioni. Visto lo sviluppo degli agrocarburanti, si interessano all’agricoltura
170

due nuovi settori, cioè le società petrolifere e quelle automobilistiche. Nel primo caso, si tratta di mantenere i monopoli stabiliti sulle risorse energetiche, nel secondo di mantenere il controllo sui nuovi combustibili adattandoli al ritmo richiesto dalle tecnologie applicate ai motori. Alcuni esempi concreti permettono di capire le molteplici implicazioni e le alleanze che si annodano intorno a questa nuova attività. Praticamente tutte le società petrolifere oggi si interessano agli agrocarburanti. Si notano i nomi della Total in Africa, della Shell che investe nelle ricerche per la produzione di etanolo a partire dalla cellulosa, della BP e della Exxon, ma anche di imprese più giovani, come Petrobras in Brasile o Repsol in Spagna e in America Latina, o ancora di Ecopetrol in Colombia, che possiede il 50% del capitale di sette imprese produttrici di palma e che ha investito 23 milioni di dollari nell’impresa Ecodiesel Colombia s.a. Sono evidentemente le imprese dell’agrobusiness le più interessate alla nuova attività. Ma un certo numero di quelle stabiliscono stretti legami con imprese petrolifere o automobilistiche, per non parlare degli accordi che si stabiliscono nell’ambito del settore. Ci limiteremo a citare qualche caso, per illustrare la dinamica in corso. Archer, Daniel e Midland (ADM), uno dei giganti dell’agrobusiness, ha concluso degli accordi con Cargill e Bunge per la produzione di agrocarburanti. Queste due grandi imprese sono direttamente impegnate nel settore. La Cargill, impresa statunitense, possiede 2,6 milioni di ettari di soia transgenica in Paraguay. Non si tratta unicamente di produrre agro combustibili, ma la nuova tendenza privilegia quel settore. L’impresa Central Energetica do Vale de Sapucai (Cevasa), nello stato di São Paulo, riunisce gli interessi di varie multinazionali. La Cargill ha anche costruito in Paraguay un megaporto per il trasporto della soia, con una capacità di esportazione di un milione di tonnellate all’anno. Lo stesso ha fatto a Santarèm del Parana, in Brasile, per mezzo della società Cargill Agricola s.a., che ne è la filiale brasiliana. Recentemente l’impresa ha perduto un processo contro lo stato del Parana per una questione di controllo fiscale. La Bunge, pure statunitense, è impegnata nell’esportazione di zucchero e alcool dal Brasile. A questo scopo ha acquistato l’impresa
171

Santa Juliana di Minas Gerais e ha cercato di acquistare la Vale do Rosario, la terza fabbrica del paese per la produzione di etanolo. Con un altro gigante, la Dupont, ha creato un’impresa locale, chiamata Treus, destinata a produrre mais e soia ibridi e si è impegnata anche con la BP per produrre etanolo a partire dalla canna da zucchero. La multinazionale svizzera Syngenta è molto attiva in America Latina, in particolare nello sviluppo di enzimi per il mais ibrido (mais 3.272). Ha concluso un accordo decennale con la Diversa Corporation per la produzione di enzimi transgenici per l’etanolo. L’impresa Monsanto, che con Syngenta e Dupont controlla il 44% della vendita di sementi nel mondo, ha stabilito accordi per la produzione di biocombustibili a base di OGM; ne ha stabiliti inoltre con la Dow Chemicals per produrre sementi di mais resistenti a otto erbicidi e con la BASF per la ricerca di nuove forme transgeniche di mais, soia, cotone e cannella: l’investimento è di 1,5 milioni di dollari. Un altro accordo è stato stabilito con la Cargill per costituire insieme l’impresa Renessen, destinata a produrre forme transgeniche di mais e soia per gli agrocarburanti e per il foraggio. Queste alleanze, da parte della Monsanto, hanno lo scopo di costruire una strategia competitiva con Syngenta e Dupont. Altre imprese di dimensioni minori sono pure presenti in questi settori, e non possiamo darne che qualche esempio. Si tratta fra l’altro di Global Food, impresa statunitense che in Brasile si è alleata con la Santa Elisa per costituire la Compania Nacional de Azucar et Alcool (CNAA) con un investimento di 2 miliardi di real per la costruzione di quattro fabbriche a Goias e Minas Gerais. Se lasciamo il continente latinoamericano per sbarcare su altre rive, possiamo citare in Africa, per esempio, la Société Française de Caoutchoucs (Sofinal s.a.), una holding con sede in Lussemburgo, che possiede piantagioni di palma in Liberia, Costa d’Avorio, Indonesia, Camerun e Nigeria. La Société de Caoutchoucs de Grand Bereby (SOGB) con l’aiuto della Société financière internationale (SFI), uno degli organismi che costituiscono la Banca mondiale, ha investito 6 milioni di dollari per piantagioni di palma in Costa d’Avorio. Anche la Société Camerounaise de Palmeraies (Socapalm), che appartiene al gruppo francese Boloré, investe in Africa nelle piantagioni di palma. In Papuasia è
172

stata creata un’impresa mista, la Pacific Palm Plantation Ld., con il 20% di partecipazione del governo, per lo sfruttamento di 23.000 ettari di palma da olio. Alcune imprese sia chimiche che farmaceutiche si sono pure interessate al settore degli agrocarburanti. Si tratta della Bayer, della Dow Chemical, della Dupont, che ha concluso l’accordo con BP per la distribuzione dell’etanolo in Inghilterra, e anche della BASF. È peraltro interessante vedere fino a che punto le strategie industriali si costruiscono sulla base di interessi totalmente diversi. L’abbiamo appena constatato con la molteplicità dei grandi settori tradizionali. Ma ci sono anche gruppi e personalità che vedono in questo settore in crescita un’opportunità di guadagni finanziari. È il caso del Peter Cremer Gruppe, che ha investito 20 milioni di dollari a Singapore in una raffineria per la produzione di agrodiesel. Vi sono coinvolte altre imprese finanziarie, come la Kidd and Company degli Stati Uniti, che controlla l’impresa Coopernavi in Brasile, della Merril Lynch, della Stark e Och-Zit Management, fondi di investimento attivi in Brasile, e della Infinity di Londra, che ha immesso capitali in quattro fabbriche che producono etanolo in Brasile. Vi si possono aggiungere la francese Louis Dreyfus, che ha iniettato capitali in quattro fabbriche del gruppo Tavares di Melo in Pernanbuco, e la Tereos, pure francese, che ha investito nella Cosan e nella Franco-Brasileira de Azucar, sempre in Brasile. Ricordiamo di nuovo che anche un certo numero di persone, ben note negli ambienti finanziari, si sono impegnate in questo settore. Si tratta per esempio di George Soros, azionista della Adecoagro di Minas Gerais e del Mato Grosso in Brasile, o di James Wolfensohn, ex direttore della Banca mondiale e amministratore della Brenco (Brasil Sun Renewable Energy Company) fondata da André Philippe Reichstuk, ex presidente di Petrobras, nella quale ha investito 2 miliardi di dollari. Vi si ritrova con Vinod Khosla, dell’impresa Sun Microsystem, uno dei fondatori di Google e pure azionista della Brenco. Carlos Slim, il principale uomo d’affari messicano e, secondo Forbes, la seconda fortuna a livello mondiale, ha investito negli agrocarburanti in Paraguay. Bisogna infine citare Bill Gates, azionista dell’impresa Pacific Ethanol, attiva in Brasile. In Europa, la Nord
173

Zucker-Sud Zucker e in India la BHL investono nel settore degli agrocarburanti. Questo genere di investimento ha cominciato a interessare anche i Fondi pensionistici, con il rischio, come segnalava il Wall Street Journal del 26 agosto 2006, di far rientrare gli agrocarburanti nell’ambito della speculazione. Dato che si tratta di un settore di punta, con ulteriori prospettive di sviluppo, altri tipi di imprese si impegnano a loro volta nel settore. È il caso di alcune imprese del legno, come la Stora Enso, l’Aracruz, l’Aranco, la Botnia, impegnate in America Latina. Va ricordato che l’etanolo di seconda o anche di terza generazione prevede l’utilizzo di cellulosa, cioè di prodotti forestali. Si aprono infine orizzonti del tutto nuovi per la creazione di organismi viventi artificiali, capaci di produrre energia. Si tratta di superare la dimensione puramente vegetale per tentare di entrare nel nuovo settore del vivente, come fa l’impresa Sinthetic Genomics degli Stati Uniti (EcoPortalnet, 21/9/07). La collaborazione dei poteri pubblici Abbiamo già avuto l’occasione di segnalare l’intervento dei poteri pubblici, nazionali e internazionali, nel settore della produzione di agrocarburanti. Essi agiscono non soltanto con gli strumenti abituali degli Stati, cioè per esempio la defiscalizzazione, applicata in Papuasia-Nuova Guinea alla produzione di palma da olio, o negli Stati Uniti per l’etanolo a partire dal mais, le concessioni accordate a imprese nazionali o internazionali, ma anche il cofinanziamento della ricerca e della produzione. Lo Stato colombiano, per esempio, ha apportato un aiuto finanziario sotto forma di prestito a tasso molto basso, a varie imprese impegnate nella produzione di palma. È il caso per esempio di Urapalma, che ha sviluppato delle piantagioni nella regione del Chocò, a volte addirittura in maniera illegale, come ha dimostrato un tribunale del paese. È interessante notare che l’appoggio a questo tipo di piantagioni è inserito nel piano Colombia, che finanzia in particolare l’utilizzo del glifosato prodotto dalla Monsanto e applicato localmente dalla Dyncorp, un erbicida spesso usato indiscriminatamente e in dosi molto forti.9 Anche l’argomento dell’applicazione del pro174

tocollo di Kyoto viene usato per appoggiare l’iniziativa della Monsanto, per mezzo della Compania Agricola Colombiana Ltda., in particolare per produrre mais transgenico, capace di dare etanolo con la tecnologia M810. La DuPont Colombia gode di favori analoghi. USAID ha investito 700.000 dollari di fondi anti-droga per finanziare le piantagioni di palma, nel quadro del Colombian Agrobusiness Partnership Program. Questo programma è destinato, secondo la sua definizione, ad appoggiare attività di privati allo scopo di favorire la produzione o la trasformazione di prodotti agricoli legali e redditizi nelle regioni o nei luoghi prossimi alle produzioni illecite. Le imprese che hanno beneficiato dell’aiuto sono in particolare Uraba, Union of Palm Growers e Urapalma.10 In Papuasia-Nuova Guinea, la Banca asiatica di sviluppo stima che questo tipo di produzione sia il mezzo migliore per ridurre la povertà e ha deciso di finanziarla11. Quando alla Banca mondiale, per mezzo del CFI – destinato a sostenere il settore privato dei paesi poveri – essa finanzia le piantagioni di palma in Costa d’Avorio. La ragione addotta è la moltiplicazione dei posti di lavoro, il miglioramento del livello di vita, l’apporto di divisa estera e la preoccupazione per l’ambiente. Secondo il World Rain Forest Movement, la realtà è ben diversa, sia sul piano ecologico che sociale12. Dall’insieme di questi esempi si può dunque constatare non solo la reciproca implicazione dei diversi settori economici interessati al fenomeno, ma anche l’appoggio dei poteri pubblici, nazionali e internazionali. Gli agrocarburanti rappresentano un settore di punta, particolarmente interessante per gli investitori in un momento di crisi finanziaria. Hanno tutto per riuscire: tecnologie già a punto o in pieno sviluppo, misure statali che esigono proporzioni sempre crescenti di combustibili di origine vegetale e un accordo universale sulla necessità di ridurre l’energia fossile. D’altra parte, esistono scambi costanti fra il sistema economico e quello politico, che rendono le frontiere assai permeabili e contribuiscono a rafforzare il potere del primo sul secondo. Le personalità passano dall’uno all’altro in maniera sistematica. Le lobbies parlamentari e governative hanno assunto proporzioni gigantesche. Le istituzioni politiche non si possono quindi considerare indipendenti
175

o come un autentico contrappeso al potere economico. L’autonomia è molto relativa. Ciò vale anche per il settore degli agrocarburanti. Si tratta di ciò che negli Stati Uniti chiamano l’effetto revolving doors (porte girevoli). Solo a titolo d’esempio, giacché uno studio sistematico sarebbe ancora molto più illuminante, faremo i nomi di alcuni amministratori di imprese multinazionali citate in quest’opera e rilevate da Geoffrey Geuens, dell’Università di Liegi (Palme, finance et pouvoir politique, giugno 2007). La Archer, Daniels Midland (ADM) degli Stati Uniti include fra i suoi amministratori presenti o passati le seguenti personalità: Brian Mulroney, ex primo ministro del Canada; Robert S. Strauss, ex presidente del Comitato democratico nazionale ed ex ambasciatore degli USA in Russia; John R. Block, ex segretario dell’agricoltura negli Stati Uniti; Richard Burt (repubblicano), ex ambasciatore nella Repubblica federale tedesca; Andrew Young (democratico), ex ambasciatore USA all’ONU. Se prendiamo l’Unilever, ritroviamo fra gli amministratori o ex tali Lord Brittan, ex vicepresidente della Commissione Europea; la baronessa Chalker of Wallasey, parlamentare del partito conservatore ed ex ministro dello sviluppo internazionale; Wim Dik, ex ministro olandese del commercio estero; Lord Simon of Highbury (laburista), ex ministro del commercio e della competitività in Europa, ex consigliere di Tony Blair, ma anche amministratore di Suez e consigliere della Deutsche Bank, di Allianz e della banca Morgan Stanley International; Onno Ruding, ex ministro delle finanze dei Paesi Bassi e amministratore del Gruppo Robeco (Robobank), di RTL, Pechiney e Citybank; Claudio X. Gonzalez, ex senatore del PRI in Messico ed ex consigliere speciale del Presidente messicano, ma anche amministratore della Kellog, di General Electric, Kimberly-Clark, Banamex, Telmex e JP Morgan Chase; Oscar Fanjul, ex segretario generale del Ministero dell’industria e dell’energia in Spagna, nonché consigliere di BBVA, Ericcson, Marsh e McLennan; George J. Mitchell (democratico) ex leader della maggioranza del Senato USA, PDG della Walt Disney e amministratore di FedEx, Xerox e Staples. Segnaliamo anche la BP, il cui presidente era nel 2007 Peter Sutherland, ex Commissario europeo alla concorrenza ed ex
176

direttore dell’OMC, membro del Comitato consultivo internazionale della Coca Cola e presidente di Goldman Sachs International. La Royal Dutch/Shell, da parte sua, ha per vicepresidente Lord Kerr of Kinlochard, ex capo del servizio diplomatico britannico ed ex ambasciatore dell’Unione Europea negli USA; Wim Kok, ex primo ministro ei Paesi Bassi; Sir Anthony Acland, ex sottosegretario di Stato al Foreign and Commonwealth Office ed ex ambasciatore negli USA. La BASF ha come amministratore il visconte Etienne Davignon, ex vicepresidente della Commissione Europea ed ex presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia, nonché amministratore di Suez, Total e Unicore. Nella Dupont si ritrovano Sean O’Keefe, ex direttore della NASA e direttore aggiunto al budget negli USA; e Goran Lindhal, che è stato consigliere speciale di Kofi Annan, Segretario generale dell’ONU. In Indonesia, l’impresa PT Austindo Nusantara Jaya, attiva nella produzione di palma, ha per amministratori Arifin Siregar, ex ministro indonesiano del commercio, ex ambasciatore negli Stati Uniti ed ex rappresentante del suo paese al FMI e alla Banca Mondiale; Adrianto Machribie, amministratore della Freeport McRohan, impresa americana associata al gruppo indonesiano, dove siedono J. Bennett Johnston, ex senatore repubblicano; Roy J. Stapleton, ex Segretario di Stato per la ricerca e l’informazione ed ex ambasciatore a Singapore, in Cina e in Indonesia, nonché amministratore della ConocoPhillips. E anche Henry Kissinger, democratico, ex Segretario di Stato negli Stati Uniti. Si potrebbe anche procedere in senso inverso e rilevare nelle diverse amministrazioni, Commissioni e governi quali siano i membri di grandi gruppi economici che sono stati reclutati, come per esempio Condoleeza Rice, ex Segretario di Stato dell’amministrazione di George W. Bush ed ex amministratore della Chevron. O Kathleen B. Cooper, ex economista della Exxon, diventata sottosegretario al commercio degli Stati Uniti. Citando tutti questi nomi non abbiamo l’intenzione di proporre una teoria del complotto o di mettere in questione l’integrità degli individui, ma solo di mostrare le conseguenze di una logica e di un sistema che banalizzano le differenze e tendono a unificare gli interessi. È dunque difficile stabilire i limiti delle competenze e credere all’in177

dipendenza delle decisioni politiche. I contrappesi sono deboli in rapporto alla potenza degli apparati economici e alla loro logica. Gli agrocarburanti e la crisi alimentare In questi ultimi tempi non sono mancate le grida di allarme sulla crisi alimentare. Come ben si sa, essa è dovuta alla mancanza di mezzi per procurarsi i viveri e non già alla mancanza di capacità della terra di produrre e di nutrire la sua popolazione. Ricordiamo che secondo la FAO, le possibilità di produzione agricola possono assicurare la sussistenza di circa 12 miliardi di individui, mentre le previsioni demografiche delle Nazioni Unite parlano di una popolazione mondiale di 9.300 milioni di persone nel 2050, dimostrando così che la terra dispone delle risorse necessarie per nutrire tutta quella gente. Ciò non impedisce peraltro che secondo la Banca mondiale, i bisogni siano destinati a raddoppiare da qui al 2050. Secondo Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite, nel 2008 ci sarebbero nel mondo 854 milioni di persone che soffrono la fame a causa della povertà, e due miliardi che soffrono di malnutrizione. Secondo il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, in una conferenza tenuta all’Università dell’Avana nel luglio 2008, il 2007 ha visto un aumento di 50 milioni delle persone che soffrono la fame. La stessa cifra è prevista per il 2008. Il che significa che l’aumento dei prezzi degli alimentari ha avuto un effetto diretto sul fenomeno della fame nel mondo. Ora, escluso lo zucchero, tutti i prodotti alimentari sono aumentati di prezzo dall’inizio del XXI secolo, con un aumento molto forte dal 2007. Ciò ha causato già in vari paesi, come ad Haiti e alcuni paesi africani (Senegal, Burkina Faso, Egitto ecc.) delle rivolte provocate dalla fame, per non parlare di numerose reazioni sociali in molte altre regioni del mondo. L’impatto è stato evidentemente molto più forte sui paesi poveri che dipendono quasi interamente dall’estero per la loro alimentazione. Secondo la FAO, citata da Laeticia Clavreul (Le Monde, 20/10/07) le importazioni di cereali i cui prezzi sono esplosi hanno fatto crescere il paniere alimentare del 90% nei paesi in sviluppo, contro il 22% nei
178

paesi più ricchi. Nello stesso tempo, le grandi imprese agro-alimentari vedevano esplodere i loro profitti. La Cargill annunciava un profitto in crescita dell’86% per il primo trimestre del 2008 in rapporto all’anno 2007. In quale misura lo sviluppo degli agrocarburanti esercita un’influenza sull’andamento dei prezzi degli alimentari? I partigiani dei combustibili di origine agricola affermano che sono altri i fattori che entrano in gioco, mentre gli avversari affermano al contrario che questo fattore rappresenta una causa fondamentale. Per chiarire il problema ci baseremo sull’eccellente studio dell’economista francese Jacques Berthelot, specialista delle questioni agrarie e che verte precisamente sull’esplosione dei prezzi agricoli.13 Come indica l’autore, alla base dell’aumento del prezzo dei cereali si trovano due cause fondamentali, che riguardano l’offerta da una parte e la domanda dall’altra. Per la domanda, egli cita l’accresciuta produzione mondiale di agrocarburanti che in certe regioni riduce il volume di cereali disponibili per l’alimentazione degli esseri umani come degli animali; l’aumento del consumo alimentare nei paesi emergenti come la Cina, l’India o il Brasile; la crescita demografica mondiale e la speculazione su settori dell’economia che si sostituiscono ad altri settori attualmente in crisi. Per quanto riguarda l’offerta, Jacques Berthelot cita tre fattori: i cali di produzione, dovuti a fattori climatici; l’aumento del prezzo del petrolio, che agisce sui costi di fertilizzanti e pesticidi, nonché dei trasporti, e le restrizioni all’esportazione di paesi che desiderano garantire la propria sicurezza alimentare. Lo stesso autore aggiunge che bisogna evidentemente distinguere le cause strutturali da quelle congiunturali. Per il primo aspetto, si possono includere fra l’altro i cambiamenti climatici, la mancanza di investimenti nel settore agricolo e il cambiamenti progressivo del regime alimentare nei paesi emergenti. Le cause congiunturali sono invece, per esempio, le cattive condizioni climatiche (in particolare in Australia nel 2007), la diminuzione degli stock e il rapido sviluppo degli agrocarburanti, fattore che evidentemente potrebbe diventare strutturale. La risposta della Banca mondiale in questo caso è perentoria. Secondo i calcoli dei suoi esperti (Don Mitchell in particolare)
179

gli agrocarburanti sono responsabili per il 75% dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. In un settore più specifico, quello del mais, secondo il FMI, si tratta del 70%, per non parlare degli effetti indiretti che tale aumento può avere su altri cereali, dato che gli agricoltori degli Stati Uniti abbandonano altre colture per dedicarsi al mais. In questo settore gli Stati Uniti hanno una responsabilità importante, viste le dimensioni della loro produzione. Un aumento del prezzo del mais a causa degli agrocarburanti si ripercuote sul corso mondiale del prodotto, comportando l’insicurezza alimentare delle popolazioni che se ne nutrono. Il Messico in particolare ne ha fatto amara esperienza. Infatti, in base al Trattato di libero commercio con Stati Uniti e Canada, il paese è diventato un grande importatore di mais. Il decollo dei prezzi è stato tanto più notevole in quanto la produzione di etanolo a partire dal mais si rivela un’autentica eresia economica e si può mantenere solo con i sussidi statali. Le vere ragioni di questa situazione sono da ricercare da una parte nell’aspetto politico, con il desiderio di diminuire la dipendenza energetica dagli Stati Uniti; ma anche nell’aspetto economico, con l’influenza e la potenza dei grandi gruppi dell’agrobusiness. La produzione di mais è passata da 607 milioni di tonnellate nel 2006-2007 a 776 milioni nel 2007-2008, in maggior parte destinato alla produzione di etanolo. In Europa la pressione è altrettanto forte, dato che per raggiungere nel 2010 l’obiettivo del 10% di agrocarburanti, da miscelare con il carburante fossile delle auto (oggi rimesso in discussione perfino entro la Commissione) bisognerebbe dedicare il 20% delle terre arabili alle colture destinate agli agrocarburanti. Certo a partire dal 2008 i prezzi sono bruscamente caduti, mettendo in luce il carattere speculativo del fenomeno, ma in rapporto all’inizio del decennio si manifesta comunque un rialzo. Risulta dunque chiaro che gli agrocarburanti, se non sono l’unica causa dell’aumento dei prezzi alimentari, ne costituiscono un fattore importante. Se in alcune regioni, come per esempio il Brasile, la disposizione dei terreni permette in teoria di portare avanti una politica alimentare insieme con lo sviluppo degli agrocarburanti, le situazioni sono di fatto molto diverse. Le monocolture della soia e del180

l’eucalipto, sommandosi a quella della canna da zucchero, determinano la dislocazione di alcune colture alimentari e dell’allevamento, il che a sua volta si ripercuote sulla riduzione delle zone forestali. In altre regioni del mondo, soprattutto nel Sud, l’estensione delle monocolture determina la riduzione delle foreste. D’altra parte, Jacques Berthelot ha dimostrato che l’India e la Cina non erano affatto un fattore determinante nell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, perché fino ad ora quei due paesi hanno soddisfatto con le proprie risorse i bisogni di un maggiore consumo interno. Di fronte a questo accumulo di contraddizioni e agli effetti negativi dell’aumento degli agrocarburanti, ci si deve dunque interrogare sulle ragioni che spingono a svilupparli in maniera tanto intensiva. Gli agrocarburanti e la riproduzione del capitale Ci sono evidentemente varie maniere di affrontare il problema degli agrocarburanti, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei consumatori. Noi abbiamo voluto mettere l’accento sulla funzione economica di questa produzione e in particolare sul ruolo che essa svolge nella riproduzione del capitale, in particolare in questo periodo di crisi finanziaria e di crisi produttiva. La riflessione conduce infatti a concludere che il brusco aumento nella produzione di agrocarburanti si inserisce anzitutto nella logica del capitalismo ed è questa che spiega il rapido sviluppo di un settore ben preciso del sistema economico, quello dell’energia, che è strategico per il complesso delle attività umane. Questa constatazione non rappresenta una grande scoperta, data l’egemonia della logica capitalistica sull’insieme dell’economia mondiale. Ma la questione è tanto più fondamentale in quanto l’utilizzo intensivo dell’energia si trova proprio al centro del modello di sviluppo veicolato dal capitalismo, nel momento in cui si annuncia il picco dell’energia fossile e in cui la coscienza del cambiamento climatico diventa un problema politico. Infatti, come abbiamo visto nel corso di questo lavoro, l’energia fossile presenta un duplice problema. Anzitutto, il progressivo esaurirsi delle fonti di energia, in particolare il petrolio e il gas, più a lungo
181

termine il carbone, e oggi stesso la fonte minerale che è l’uranio. Per certe fonti, soprattutto il petrolio e il gas, il massimo delle riserve possibili è già stato raggiunto o superato. È il caso in particolare degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei. Da qui il problema della dipendenza da altre regioni del mondo per la fornitura di energia fossile. Ciò costituisce la preoccupazione fondamentale dei responsabili dell’economia capitalistica. Senza nuove risorse energetiche e, nell’immediato, senza il controllo delle risorse energetiche attuali, il sistema non è in grado di riprodursi. Ne deriva quindi la necessità di assicurare anzitutto l’approvvigionamento proveniente dalle regioni controllate politicamente e militarmente dall’Occidente, e poi quella di superare rapidamente il ciclo dell’energia fossile. È qui che gli agrocarburanti assumono il loro significato, come parte integrante delle energie rinnovabili. Si tratta evidentemente di una questione reale e oggettiva, che ammette peraltro varie risposte: si possono trovare soluzioni che rispondono all’esigenza del valore di scambio, base del sistema capitalistico, oppure preoccuparsi del valore d’uso, cioè del benessere delle popolazioni. Torneremo su questa questione nelle conclusioni del volume. Il secondo problema è quello dei danni climatici provocati dai combustibili fossili e l’urgenza di prendere misure nei confronti dell’ambiente. Il capitalismo ha considerato i problemi ecologici come esternalità, fino al giorno in cui la gravità della situazione ha cominciato a ledere il processo di accumulazione, un fenomeno relativamente recente, ma che si impone sempre di più e che deve esser preso in considerazione, perfino entro la logica del capitale. Anche qui sono possibili diverse risposte; alcune valutano l’insieme del ciclo energetico degli agrocarburanti e dei suoi effetti, altre guardano solo al fattore immediato della loro applicazione tecnica a livello della produzione energetica. Prima di affrontare più dettagliatamente il tema della riproduzione del capitale, è opportuno domandarsi quale sia la parte degli agrocarburanti nelle nuove politiche energetiche. Il posto degli agrocarburanti nelle nuove politiche In primo luogo constatiamo che gli agrocarburanti vengono utilizzati soprattutto per i trasporti. Ma questo settore rappresenta solo il
182

14% delle emissioni di gas-serra (10% per i trasporti su strada, 2% per quelli marittimi e 2% per il trasporto aereo, con gli ultimi due in fase nettamente ascendente). L’industria entra per il 31% e il settore residenziale e i servizi per il 19%. Per queste ultime attività, si tratta soprattutto di utilizzo del diesel, ma anche di elettricità fornita in gran parte da carbone ed energia nucleare. L’agricoltura, da parte sua, entra per circa il 18% nella produzione di gas-serra, ed è in particolare il caso dell’allevamento, che emette da 70 a 75 milioni di tonnellate di gas all’anno. A questo punto è importante ricordare che il consumo di carne, soprattutto a causa delle trasformazioni alimentari dei paesi emergenti, potrebbe raddoppiare per il 2050. I trasporti quindi entrano in misura relativamente modesta, anche se non trascurabile, nel problema del clima. Ricordiamo poi che in Europa e negli Stati Uniti la parte di energie rinnovabili nei trasporti dovrebbe passare al 20% per l’anno 2020. Ciò significa che l’80% dell’energia sarà ancora di origine fossile. Se si trasformasse la metà delle terre arabili europee per la produzione di energia di origine agraria, ciò risponderebbe solo in parte al bisogno previsto, e probabilmente appena all’aumento della domanda da qui al 2020. D’altra parte il processo completo di produzione e distribuzione degli agrocarburanti non risolve il problema climatico. Infatti il loro rendimento è relativamente minore e bisogna dunque produrne di più per ottenere lo stesso risultato. Inoltre, l’emissione di CO2 in maniera diretta o indiretta non sembra inferiore a quella derivante dall’energia fossile, se si prende in considerazione l’insieme del ciclo di produzione, trasformazione e distribuzione. Anche se questi fattori possono migliorare con i progressi tecnologici, risulta chiaro che gli agrocarburanti sono solo una parte minoritaria della soluzione. Allora, ancora una volta, perché il capitale vi porta oggi tanto interesse? Gli agrocarburanti come elementi della riproduzione del sistema economico capitalistico a breve e medio termine Di fronte ai problemi climatici, il discorso neoliberista si limitava in un primo tempo a negare l’esistenza del problema o a minimizzarlo, con una delegittimazione e un disprezzo del discorso scientifico dei
183

climatologi. Come in molti altri casi della storia del capitalismo, la reazione che seguì fu di trasformare il problema in opportunità, portando avanti un discorso ottimistico: la scienza e la tecnologia riusciranno a trovare delle soluzioni. Venne infine il turno del discorso ecologico e perfino di ciò che si potrebbe definire “la menzogna verde”, che consisteva nel dimostrare fin a che punto le recenti tecnologie industriali, i miglioramenti nella combustione dei veicoli e le nuove miscele di benzina o diesel contribuissero alla protezione della natura e al miglioramento del clima, mentre in realtà quelle misure prolungano un consumo che distrugge l’ambiente, sia pure in proporzioni minori e che per di più una gran parte dei loro vantaggi sono assorbiti dall’aumento del bisogno di energia. D’altra parte la prima reazione alla diminuzione delle fonti di energia fossile è stata di sfruttare nuove riserve, in particolare nelle zone di biodiversità, e poi di esplorare le altre fonti di produzione energetica, come il nucleare e gli agrocarburanti, sempre con l’idea di mantenere l’attuale modo di consumo. Nel corso degli ultimi anni la ricerca intensiva di nuove frontiere per l’accumulazione del capitale si è intensificata a causa in particolare delle crisi di produzione, delle crisi finanziarie e del calo dei tassi di profitto. I servizi pubblici sono stati sempre più privatizzati, permettendo la loro trasformazione in merce, e l’agricoltura contadina si è trasformata in impresa capitalistica. Oggi quattro gruppi di imprese transnazionali agiscono in sinergia: sono i gruppi del petrolio, della chimica, dell’agrobusiness e dell’automobile. Ciò permette loro di mantenere o di recuperare il controllo della produzione e della distribuzione dell’energia in settori nuovi, e di ampliare così le loro fonti di accumulazione. Non si tratta affatto di un complotto, ma semplicemente del risultato della logica interna del sistema economico, che favorisce gli oligopoli. È ciò che vogliamo spiegare più in dettaglio. Elementi molteplici intervengono infatti per fare degli agrocarburanti un fattore importante dell’accumulazione del capitale. Il controllo della proprietà della terra, base della produzione. L’origine della produzione di etanolo o di agrodiesel è di ordine vegetale. Allo sco184

po di dominare il settore, il controllo della terra avviene in maniera diretta o indiretta. La prima soluzione consiste nell’acquisto di terre, e il Brasile ne è un esempio. La seconda si realizza con il controllo del lavoro dei piccoli contadini, che mantengono la propria terra e, per mezzo di contratti, entrano alle dipendenze delle grandi imprese dell’agrobusiness. È il caso della Monsanto, in particolare con l’introduzione degli OGM, ma anche quello di alcune imprese che sfruttano la palma da olio. La sussunzione del lavoro dei contadini da parte del capitale si realizza con meccanismi diversi: la fornitura di sementi o di piante, la vendita di fertilizzanti e pesticidi, l’acquisto dei prodotti ed eventualmente i prestiti usurari alle famiglie contadine indebitate. Quanto ai prezzi offerti, essi permettono appena di riprodurre il livello di sussistenza delle popolazioni interessate. Si tratta del fenomeno che alcuni hanno definito “la cattura dei piccoli agricoltori”. Si assiste dunque alla costituzione di una delle basi del sistema capitalistico, il controllo degli elementi necessari alla produzione, sia per acquisizione diretta della proprietà, sia per la subordinazione totale del lavoratore che resta proprietario della terra. Lo sfruttamento del lavoro. Il livello di sfruttamento dei lavoratori resta fisicamente estremo soprattutto al Sud. In certi casi, si tratta di forme schiavistiche, come in molte piantagioni di zucchero in Brasile o in Colombia. In altri paesi, il lavoro viene pagato a un livello minimo, senza previdenza sociale né pensioni. I sindacati sono esclusi o neutralizzati dalla repressione o dalla corruzione. Nel caso di piccoli contadini, raramente si supera il livello di sussistenza, sottomettendoli a un regime molto simile al servaggio. Quanto alla monocoltura, essa elimina una parte importante del lavoro, provocando la migrazione verso le città e permettendo di ridurre rigorosamente al minimo le preoccupazioni legate all’utilizzo della manodopera. In breve, lo sfruttamento massimo del lavoro è un fatto diffuso e corrisponde alla logica del capitale, che consiste nell’esercitare pressione sui diversi elementi che intervengono nel costo di produzione allo scopo di massimizzare i guadagni e appropriarsi così del plusvalore. I costi sociali dell’operazione non sono compresi nella contabi185

lità del capitale e devono essere sopportati dalla collettività o dagli individui. La produzione di nuove tecnologie di grande rischio ecologico, ma ad alta redditività. Si tratta in particolare dell’impulso dato agli OGM, in particolare per la soia e il mais, con interventi analoghi destinati agli alberi, il giorno in cui la tecnologia permetterà di utilizzarli per produrre energia di origine vegetale. Si conoscono i rischi degli OGM, che migliorano la resa dei vegetali e anche degli animali, ma la cui estensione in forma di monocolture rischia di mettere in pericolo numerose specie, e i cui effetti a lungo termine non sono stati veramente calcolati. Questa attività è dominata da alcuni giganti della chimica e dell’agrobusiness: Monsanto, Cargill, Bunge, Bayer ecc. Molti governi hanno posto dei freni all’utilizzo delle modificazioni genetiche, ma spesso i loro sforzi sono contrastati sia dalla potenza delle imprese multinazionali, sia dal fatto che le sementi vengono trasportate senza possibilità di controllo da una regione all’altra ad opera del vento, degli insetti o di altri animali. Bisogna poi aggiungere che questo tipo di coltura in genere utilizza molta acqua e che alcuni effetti collaterali per esempio sui terreni non sono affatto trascurabili. L’aumento della produttività grazie alle nuove tecnologie, in una congiuntura di prezzi in crescita, permette evidentemente un aumento dei profitti, coerentemente con la logica dell’accumulazione del capitale. L’esclusione dei costi delle esternalità. Come abbiamo già detto precedentemente a proposito delle migrazioni di contadini verso le città, una serie di costi vengono trasferiti alla collettività o riversati sugli individui. La distruzione della biodiversità, dei pozzi di carbonio, l’inquinamento dell’acqua, la contaminazione dei terreni, la sterilizzazione dei mari comportano dei costi molto importanti, non contabilizzati finché non ledono la riproduzione del capitale. Sono le collettività che devono sopportare a medio o lungo termine gli effetti di quelle pratiche. L’enorme estensione della monocoltura finisce per creare zone di desertificazione, esaurire i terreni, ridurre la falda freatica e distruggere la biodiversità. Questi disastri naturali sono risultato di186

retto dell’eliminazione di quei costi dalla contabilità delle operazioni produttive. Ma un giorno qualcuno dovrà subirne le conseguenze, comprese quelle finanziarie. È il caso degli Stati, nella misura in cui ne siano capaci, o altrimenti è molto semplicemente il benessere dei cittadini che verrà rimesso in discussione. Abbiamo già fatto cenno all’espulsione dei contadini, che provoca un’urbanizzazione selvaggia nei continenti del Sud. All’origine del fenomeno non si trova lo sviluppo delle funzioni urbane o industriali, bensì fondamentalmente il surplus demografico delle campagne, causato non tanto dall’aumento della popolazione quanto dall’espulsione sistematica dei piccoli contadini per lo sviluppo dell’agricoltura capitalistica. Si sa anche quali sono gli effetti delle migrazioni forzate nel mondo. Il muro costruito alla frontiera fra Messico e Stati Uniti per impedire ai contadini impoveriti di emigrare verso il nord ne è una dimostrazione. Ogni anno vi si contano più morti che in tutta l’esistenza del muro di Berlino. In Europa, ne sono testimoni i cadaveri degli africani sparsi per le spiagge italiane e spagnole. Le cause possono essere diverse da un luogo all’altro - la concentrazione sistematica della terra, o gli effetti dei cambiamenti climatici ma il risultato è sempre lo stesso: sono popoli interi che pagano il prezzo della logica dello sviluppo economico, di cui tutti questi fattori sono “esterni” al calcolo economico. D’altra parte, individuare le responsabilità è un altro tratto del pensiero e della prassi neoliberista. Le migrazioni verso le città o verso l’estero sono attribuite a decisioni personali. In Colombia, per esempio, il presidente Uribe pensa che il problema delle persone trasferite (i migranti interni, in maggior parte a causa della concentrazione dei terreni) debba essere risolto caso per caso (mentre si tratta di una logica sociale) in funzione di decisioni amministrative e non giudiziarie. Ciò permette dunque di nascondere le vere responsabilità, di evitare di farne un problema di diritto e di sancire definitivamente l’espropriazione delle terre. Rendere individuale il problema diventa allora un meccanismo dell’esternalità. Il trasferimento di fondi pubblici verso interessi privati. La produzione di agrocarburanti per il momento non è ancora redditizia, anche in
187

questo periodo di aumento del prezzo del petrolio, e perciò per renderli competitivi con l’energia fossile sono necessarie delle misure come sussidi alla produzione, detassazione alla vendita e diminuzione delle tariffe doganali. Certamente l’aumento rapido del prezzo del petrolio e del gas ha un poco diminuito l’importanza dei trasferimenti. Ma nella maggior parte dei casi resta molto importante la necessità di sussidi da parte dei poteri pubblici. L’analisi contabile mostra che la parte maggiore degli aiuti statali viene monopolizzata dalla grandi imprese. Gli agrocarburanti riproducono dunque il meccanismo classico, che si ritrova in altri settori, in particolare quello degli armamenti o dei sussidi all’agricoltura, sia negli Stati Uniti che in Europa. Lo si potrebbe definire un neo-keynesismo verde. La logica è sempre la stessa. Nella misura in cui alcuni settori non sono redditizi o in caso di crisi finanziaria, il capitale fa appello allo Stato, che utilizza i fondi pubblici per dare impulso agli investimenti a rischio o per salvare i capitali finanziari dalla rovina. I fondi pubblici sono il patrimonio comune che, con il pretesto dell’efficienza economica, si trasforma in bene privato, fonte di accumulazione. Bisogna ricordare anche l’importanza degli investimenti pubblici per le infrastrutture necessarie alla nuova industria: le strade, le ferrovie, i porti, i magazzini necessari non solo alla produzione ma anche alla distribuzione degli agrocarburanti. Vengono effettuate spese rilevanti anche in questi settori, che poi spesso vengono a loro volta privatizzati. La riproduzione della dipendenza Nord-Sud. I principali bisogni di nuove fonti di energia si situano nei paesi del Nord, ai quali oggi si possono aggiungere alcuni paesi emergenti, come l’India o la Cina. Il grosso della produzione di agrocarburanti invece si trova nel Sud, che si vede costretto a subire i costi ecologici e sociali dell’operazione. Infatti l’etanolo si produce in Brasile, Ecuador, Argentina o nelle Filippine, mentre l’agrodiesel è più diffuso in Colombia, Malesia, Indonesia, Africa centrale, Papuasia-Nuova Guinea. Le raffinerie invece si costruiscono soprattutto al Nord, come nella regione spagnola delle Asturie, o negli Stati Uniti. Viene quindi riprodotto di nuovo il modello di dipendenza econo188

mica, con i capitali del Nord che prendono le decisioni senza considerare le esternalità del Sud, se non il giorno in cui queste ledono il ritmo o l’entità dei trassi di profitto. Anche se per un certo numero di paesi la produzione di agrocarburanti rappresenta una fonte di divisa estera, ciò non equivale automaticamente a uno sviluppo autonomo, né a vantaggi socialmente distribuiti. Infatti la rendita agricola, come quella del petrolio o delle miniere, favorisce localmente la costituzione di una classe sociale elitistica orientata verso l’estero. Essa svolge un ruolo di intermediario fra le imprese multinazionali e la popolazione locale e non costituisce un’autentica borghesia nazionale, pronta a investire in iniziative di produzione destinate in primo luogo alla popolazione. Il modello è fondamentalmente teso all’esportazione. Gli interessi di questa élite locale tendono ad accrescere le esportazioni come fonte di divisa, di cui una parte importante serve alla crescita di importazioni destinate a procurare un livello di vita simile, se non superiore, a quello delle stesse classi sociali dei paesi industrializzati. Al massimo una classe media superiore può godere dell’apporto di beni acquistati all’estero, senza peraltro che l’insieme della popolazione e soprattutto i più poveri possano vedere un miglioramento reale della loro sorte. Come nella logica neoliberista, lo Stato è stato amputato di numerose funzioni sue proprie, in particolare nella redistribuzione della ricchezza, e le diseguaglianze sociali non fanno che crescere. Tutto ciò rientra nella logica del sistema capitalistico, che ha ogni vantaggio nello sviluppare intensamente il potere d’acquisto di una minoranza in grado di procurarsi beni ad alto valore aggiunto, piuttosto che produrre beni ordinari per la maggioranza della popolazione. La speculazione. La previsione di una crescita dei prezzi delle produzioni agricole per effetto della crescita della domanda, dovuta in parte agli agrocarburanti, ha scatenato immediatamente una serie di pratiche speculative. Il capitale finanziario aumenta così i suoi guadagni e i fondi pensionistici non vi sono estranei. L’apporto degli agrocarburanti all’economia virtuale ha dunque una certa importanza. All’inizio del 2000 si è assistito a un trasferimento della specula189

zione dal petrolio e da altri settori dell’economia verso i prodotti alimentari. Anche se all’origine del fenomeno si trovano diversi fattori, gli agrocarburanti non vi sono estranei e hanno svolto un ruolo non irrilevante. La nuova legittimazione del capitalismo. Un nuovo discorso si è messo in luce oggi, quello dell’economia verde. Quasi tutti i settori della produzione e della distribuzione si sono messi all’unisono. Si è costruita una nuova egemonia sul consenso dell’opinione pubblica, oggi particolarmente sensibile ai problemi del cambiamento climatico. Gli attori economici appaiono come i benefattori dell’umanità, il che crea loro una nuova legittimità. È vero che l’industria ha compiuto degli sforzi per diminuire le emissioni di CO2 e anche altri settori cercano di evitare gli sprechi. Ciò ha avuto un effetto reale e benefico. Tuttavia si è molto lontani dal conto. Infatti l’industria ha compiuto i suoi sforzi nel momento in cui l’emissione di gas-serra diventava un costo reale e non soltanto una esternalità. Bisognava quindi agire su questo fattore, frutto del costo delle “difficoltà” ecologiche o risultato delle misure prese dagli Stati in applicazione del Protocollo di Kyoto. Dato che la sanzione economica dell’inquinamento diventava una pratica costante, costa meno caro prendere l’iniziativa di diminuire le emissioni nocive che continuare a inquinare. La nuova legittimazione suppone anche un ricorso massiccio all’industria della pubblicità e dunque ai mezzi di comunicazione sociale. Vengono spese somme enormi per pannelli pubblicitari, che lodano il carattere ecologico delle imprese e dei loro prodotti, e per far passare annunci nella stampa, alla radio o alla televisione. La creazione del consenso ha questo prezzo. I mezzi di comunicazione di massa dipendono per la loro sopravvivenza da questo apporto finanziario, il che riduce in qualche maniera la loro capacità critica relativamente alla realtà del contenuto della pubblicità. Tutto ciò rientra nella logica del capitale, che ha anche bisogno di una base ideologica, senza mai preoccuparsi molto della rispondenza fra il discorso e la realtà: ne fanno fede le diverse condanne subite dalla Monsanto e da varie altre imprese per i guasti provocati all’ambiente.
190

Da tutte queste considerazioni si può dunque concludere che la funzione dello sviluppo degli agrocarburanti è quella di favorire un profitto rapido, fonte sicura di accumulazione a breve termine. Infatti il contributo al problema del clima è debole o nullo, e l’apporto al consumo di combustibile è solo marginale. Solo una produzione massiccia su centinaia di milioni di ettari potrebbe significare un apporto sostanziale alla crisi energetica, e si può sperare che le resistenze popolari e politiche non lo permettano. Sono invece rilevanti i danni ecologici e gli effetti sociali negativi degli agrocarburanti. Anche se si tratta di risultati economici che sono positivi solo per alcuni settori degli interessi capitalistici, questi possiedono ramificazioni multiple in luoghi strategici dell’economia capitalistica mondiale, che ne beneficia nel suo complesso. La speculazione ne è un esempio. La funzione principale dello sviluppo industriale degli agrocarburanti si riassume dunque nella riproduzione e nell’accumulazione del capitale a breve e medio termine. Gli agrocarburanti e il modello di sviluppo Dobbiamo fare ancora un passo avanti per entrare in una prospettiva più ampia, quella del modello di sviluppo in sé. Infatti i progressi notevoli nell’utilizzo dell’energia grazie alle fonti fossili – il carbone prima e poi il petrolio e il gas – hanno costruito le basi materiali dell’utopia del secolo dei Lumi. Essa consisteva in un progresso lineare dell’umanità verso un avvenire senza limiti in cui il genere umano avrebbe affermato il suo dominio sulla natura. La scienza doveva svolgere un ruolo chiave e le notevoli applicazioni tecnologiche hanno permesso di decuplicare queste possibilità, grazie alle nuove risorse energetiche. Il sistema economico capitalistico ha separato la produzione dal lavoratore per mezzo della divisione del lavoro e dell’industrializzazione, facendo del capitale l’elemento motore dell’attività economica. Ciò ha permesso di realizzare rapidi progressi nella offerta di beni e servizi, con un uso sempre più massiccio di un’energia a buon mercato, come fattore decisivo non solo della produzione ma anche del191

la distribuzione. Ne è risultato un modello di sviluppo che liquida o marginalizza ogni altra forma di produzione, e che trae legittimità dal proprio successo, il che gli permette di imporre la propria logica come una realtà inconfutabile. A partire dalla metà del XX secolo il passaggio massiccio al petrolio ha aumentato notevolmente la produttività del lavoro e ha originato una maggiore fluidità nella produzione e distribuzione di beni e servizi. Ha dato origine anche allo sviluppo dell’agricoltura industriale e ha permesso lo slancio del capitale finanziario con l’esplosione della sfera monetaria e la creazione di denaro bancario. Ha inoltre trasformato i metodi militari e la maniera di condurre le guerre. Di fronte alla doppia crisi delle fonti energetiche fossili in via di estinzione e della distruzione climatica che vi è legata, il ruolo preponderante dell’energia ha condotto a rimettere in questione il modo di sviluppo in sé, con tutte le sue componenti, le condizioni materiali, le ripercussioni sociali e il modo di consumo che lo caratterizza. Il problema è sapere fino a quando l’umanità potrà concepire lo sviluppo capitalistico come suo unico avvenire, mentre si accumulano le contraddizioni e si precisano le analisi critiche che lo rimettono in discussione. Uno degli ostacoli a soluzioni nuove consiste nell’importanza delle posta economica in gioco, che rende ciechi gli attori attuali, preoccupati anzitutto per la riproduzione di un sistema che accorda loro una posizione dominante materiale, politica e culturale; essi hanno inoltre talmente interiorizzato il modello che identificano i loro interessi con il benessere dell’umanità. Gli agrocarburanti, di cui non mettiamo in dubbio l’utilità relativa, permettono loro una fuga in avanti, giacché appaiono o sono presentati come una soluzione che consentirà di riprodurre lo stesso modello ricorrendo a nuovi mezzi. Mentre la crisi energetica e climatica sembra indicare sempre più chiaramente la fine del modello, l’immaginario è quello di una continuità. Si cercano soluzioni che non intaccano minimamente i rapporti di potere sulle decisioni economiche, né la maniera di produrre, né il modo in cui le ricchezze mondiali vengono distribuite, né il modo di consumo. Tutto invece indica che non si potrà sostenere lo stesso ritmo di utilizzo dell’energia, e che le energie nuove interessa192

no solo una parte relativamente modesta dell’espansione dei bisogni di energia, secondo le previsioni odierne. D’altra parte i costi economici, sociali, ambientali e politici delle nuove soluzioni sono molto gravosi e finiscono per mettere in dubbio la loro reale efficacia per migliorare il clima e rispondere ai bisogni energetici. Non si tratta certo di favorire un pessimismo assoluto, né di credere – come fanno alcuni – che l’umanità abbia già scritto la data della sua fine, ma piuttosto di riconoscere la realtà. Da una parte, la doppia crisi energetica e climatica significa il termine dell’illusione di una crescita senza limiti, e dall’altra le diseguaglianze hanno creato su scala mondiale un sistema sociale economicamente e moralmente insopportabile. La logica dell’accumulazione del capitalismo è incapace di rispondere a queste sfide, e continua a considerare come esternalità tutto ciò che non entra direttamente nel calcolo del valore di scambio. Il modo di produzione e di distribuzione legato a questa logica non è sostenibile, perché è orientato a un sovrautilizzo delle materie prime e dell’energia con la fabbricazione di prodotti usa-e-getta o di breve durata, con l’estensione dei trasporti dovuta alla delocalizzazione e alla dispersione dei luoghi di produzione e con la liberalizzazione degli scambi che avvantaggia i più forti. Quanto al consumo, esso si stabilisce all’interno di un modello dettato dalla logica dell’accumulazione, dunque dal valore di scambio piuttosto che dal valore d’uso. Infatti, al contrario dell’idea generalmente accettata che il cliente è il re e che la domanda condiziona l’offerta, si verifica esattamente l’opposto. Il consumo è condizionato dalla struttura della produzione economica e dall’insieme dell’apparato ideologico che l’accompagna, per legittimarlo e per spingere all’acquisto di beni e servizi offerti dal mercato. La scienza e le tecniche troveranno ancora numerose risposte concrete, e questo è un bene. Si faranno indubbiamente altri progressi importanti nei prossimi anni in termini di risparmio di energia e di utilizzo di nuove fonti energetiche. L’energia fossile a buon mercato, il cui ciclo sta terminando, non aveva affatto contribuito a incoraggiare la ricerca e gli investimenti in questo settore. Oggi invece si moltiplicano i progetti e fioriscono le nuove esperienze. Ma non è
193

questo il problema fondamentale. Oggi c’è in gioco tutta la filosofia dello sviluppo. Alcuni parlano di decrescita, termine già usato dal Club di Roma nel corso degli anni sessanta e poi ripreso da Ramon Fernando Durán, membro degli Ecologisti in azione, in un suo notevole lavoro sul petrolio (La historia tragica del petroleo en el mundo), scritto per il Congresso mondiale del petrolio di Madrid (giugno 2008). L’autore, constatando la fine del ciclo dell’energia fossile e dell’illusione di una transizione energetica che mantenga il modello di crescita e di accumulazione attuale, conclude che proseguire il progetto neoliberista conduce ad approfondire la crisi e a uno sbocco inevitabile verso la guerra. Risulta dunque necessario un cambiamento radicale, che Duran chiama “la transizione post-fossile per mezzo della decrescita”, che dovrebbe inoltre risultare di grande vantaggio per il clima. Piuttosto che parlare di decrescita, termine difficilmente vendibile presso un’opinione pubblica fortemente influenzata dal consumo contemporaneo, noi preferiamo parlare della sostituzione di una crescita quantitativa con una qualitativa. Infatti non si tratta di diminuire il benessere, ma di favorirlo con una migliore qualità di vita. Torneremo su questo nelle conclusioni. Le resistenze alla presentazione degli agrocarburanti come risposta alla doppia crisi contemporanea non si sono fatte attendere. La coscienza del costo sociale e individuale delle esternalità del modello si è sviluppata rapidamente, sia sul piano ecologico che su quello sociale. Sono sorti una serie di movimenti, contadini, ecologisti, di lavoratori e poi sono intervenuti anche i poteri attuali. Gli argomenti che abbiamo sviluppato in queste pagine sono stati usati dagli uni e dagli altri per dimostrare i limiti dell’utilizzo degli agrocarburanti come mezzo per lottare a favore del clima e per denunciare gli effetti negativi sull’ambiente naturale e sulle popolazioni contadine. Queste reazioni hanno raggiunto anche i livelli governativi, soprattutto in Europa, dove è stato messo un freno ai primi slanci, in modo da indurre i governi dei paesi membri dell’Unione a moderare i propri entusiasmi. Anche i movimenti più radicali, come quello dei Sem Tierra in Brasile, non hanno adottato posizioni che escludono completamente l’utilizzo degli agrocarburanti. Ciò è confermato dalla
194

Commissione Cramer dei Paesi Bassi (2006) e dal Rapporto delle Nazioni Unite sull’energia (2007). È chiaro per tutti che il ciclo dei combustibili fossili sta arrivando alla fine e che i loro effetti sull’ambiente sono nocivi. Bisogna trovare quindi delle soluzioni alternative. L’utilizzo di agro combustibili entra in questa logica, ma in maniera molto meno decisiva di quanto si immaginasse agli inizi. Le condizioni poste dai movimenti ecologici e sociali per accettare la produzione di agrocarburanti si riassumono in cinque punti: 1. rispettare la biodiversità, cioè rinunciare alla soluzione delle monocolture, per privilegiare piantagioni diversificate che non mettano a rischio le specie vegetali e animali esistenti. 2. Limitare la frontiera agricola, cioè evitare di intaccare le foreste, in particolare quelle originarie. Ciò significa l’utilizzo di terreni disponibili e la protezione legale dei pozzi di carbonio e delle zone di biodiversità o di residenza di popolazioni indigene. 3. Rispettare i terreni e le falde freatiche, il che vieta l’uso massiccio di fertilizzanti e di pesticidi chimici per privilegiare un’agricoltura di tipo organico. 4. Dare impulso all’agricoltura contadina, permettendole di perfezionare i metodi di lavoro, di accedere al credito e di commercializzare i prodotti. 5. Combattere il monopolio delle imprese transnazionali. Rispettando tali parametri, la produzione di agrocarburanti verrà orientata anzitutto verso i bisogni delle popolazioni locali. Infatti è possibile rispondere a tali bisogni con una produzione che rispetti i cinque principi enunciati. Ma è chiaro che ciò significa una negazione radicale della logica del capitale e una subordinazione dell’economia ai bisogni umani di base. Altre soluzioni, definite di seconda o terza generazione, potranno senza dubbio aumentare la parte degli agrocarburanti nella soluzione dei problemi energetici e climatici, ma bisogna guardarsi da eccessivi entusiasmi riguardo alle prospettive future. La possibilità di produrre anche dei surplus energetici per le popolazioni urbane e quella di utilizzare certi spazi per una pro195

duzione intensiva da destinare ai bisogni collettivi resta evidentemente aperta, ma con precisi limiti ecologici e sociali. Non si potrà trovare alcuna soluzione globale se non si rimette in discussione il modello di sviluppo contemporaneo e se non si pone la questione delle alternative.
Note 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12.
13.

Nourrir les hommes, Ed. du Cep e Paris, Office général du Livre, Bruxelles, 1963. Jean Ziegler, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà nel mondo, L’Empire du chaos, Fayard, Parigi, 2005. A precarious existence: the fate of billions, in Samir Amin, Poverty, Pauperization and Capital Accumulation, in “Monthly Review”, ottobre 2003. Samir Amin, Le capitalisme et la nouvelle question agraire, Dakar, FTM, 2004. National Geographical Magazine, febbraio 2007, 25. Rebellion, novembre 2008. Laeticia Clavreul, “Le Monde”, 16-7-2007. H. C. Binswanger, Impératifs économiques et écologiques d’une politique agricole a long terme, in “Horizons et Debats”, n. 11, 26-3-2007. America Latina en movimiento, ALAI, 17-7-2007. The Center for Public Integrity, 24-9-2007. World Rain Forest Movement, WRF, 2-6-2006. WRF, 6-6-2006. Solidarité: http:/solidarite.asso.fr, 30-5-2008.

196

CAPITOLO 6 I PERCORSI VERSO LA SOLUZIONE DELLE CRISI CLIMATICHE ED ENERGETICHE E IL POSTO DEGLI AGROCARBURANTI Esiste qualche soluzione a ciò che oggi appare come una situazione senza risposte reali e in questo caso quale può essere il posto degli agrocarburanti? Le nuove tecnologie permettono di portare avanti gli sforzi per ridurre i consumi? A quali condizioni la definizione dei bisogni potrà cambiare? Di questo ci occuperemo nelle pagine che seguono. I percorsi previsti e i loro limiti Per rispondere alla duplice crisi di cui abbiamo diffusamente parlato nelle pagine precedenti, cioè quella dell’esaurirsi del petrolio e quella del riscaldamento climatico, si prospettano tre percorsi principali: la riduzione del consumo di energia fossile, l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili non agricole grazie al progresso tecnologico e il ricorso agli agrocarburanti. La riduzione del consumo di energie fossili Dato che la questione oggi è ben conosciuta grazie alle intense campagne, ci limiteremo a ricordare i principali orientamenti. Fra le iniziative in corso che vanno nel senso della riduzione dei consumi di energie fossili, si può segnalare in particolare – oltre agli sforzi compiuti dall’industria per ridurre le emissioni di CO2 – l’utilizzo più intenso dei trasporti in comune, l’isolamento delle case allo scopo di ridurre le perdite termiche e il loro corretto orientamento rispetto al movimento dei raggi solari. L’utilizzo di lampadine a basso consumo, di pompe a calore sia per limitare l’uso di clorofluorurati e del riscaldamento a gas o gasolio, per produrre acqua calda sanitaria e per l’aria condizionata. In questa ottica per esempio circa quindici città fra cui New York, Chicago, Tokyo, Toronto e Karachi hanno firmato un ambizioso programma del valore di 5 miliardi di dollari
197

per modernizzare gli edifici più vecchi per renderli più efficienti dal punto di vista energetico1. In molte altre città si avviano piani clima. Le energie rinnovabili non agricole e le nuove tecnologie Ricordiamo che una energia si definisce rinnovabile quando per un ciclo naturale si ricostituisce su base costante e non si esaurisce con il suo consumo immediato. Fra le fonti non agricole si ritrovano diversi settori: l’energia idroelettrica, l’energia solare, l’energia eolica, l’energia proveniente dai rifiuti, l’energia della pila a idrogeno e la geotermia. Non entreremo nei dettagli tecnici, limitandoci a indicare ciò che esse possono significare per la soddisfazione dei bisogni energetici e sulla loro efficienza ecologica. Infatti, come scrivono Yves Scania e Nicolas Cevossus, “le energie rinnovabili presentano seri difetti. Il primo: non sono ‘verdi’ al 100%. Il secondo autentico peccato originale, che le caratterizza tutte, è la loro debole ‘densità energetica’2. Bisogna essere coscienti che secondo Greenpeace, solo un terzo del consumo energetico del 2030 potrà provenire da fonti rinnovabili, di cui il 19% dalla biomassa, l’11% da fonti idrauliche e il 2% da altre fonti. L’idroenergia. L’energia idroelettrica si ottiene convertendo l’energia idraulica di diversi flussi d’acqua (fiumi, cascate, correnti marine ecc.). L’energia cinetica della corrente d’acqua viene trasformata in energia meccanica da una turbina, poi in energia elettrica con un alternatore. L’energia idroelettrica è un’energia rinnovabile. È anche considerata pulita, benché a volte sia oggetto di contestazioni ambientali a causa del suo grande impatto e anche, più recentemente, per il suo bilancio in termini di carbonio. La costruzione di dighe sui fiumi, allo scopo di far funzionare le turbine, è iniziata veramente solo intorno al 1920. La metà di quelle che esistevano all’inizio del secondo millennio erano state costruite fra il 1920 e il 1975, l’altra metà fra il 1975 e il 2000. In altri termini, l’era neoliberista ha segnato un’importante accelerazione del fenomeno. Dopo questa data, e più precisamente dopo il 1990 si nota un rallentamento nella costruzione. Infatti le difficoltà tecniche e le resistenze popolari aumentano e l’acqua comincia a mancare3. D’altra
198

parte, i siti sono spesso molto lontani dai consumatori, imponendo la necessità di linee ad alta tensione molto lunghe. Nel 2004 l’idroenergia rappresentava il 16% della produzione elettrica mondiale. In Francia, essa equivaleva al 92% di tutte le energie rinnovabili del paese. Ma la storia recente delle grandi dighe è sempre più movimentata, dalla Cina all’India, dal Brasile al Sudafrica. I guasti ecologici provocati dalla loro costruzione sono stati oggetto di critiche sempre più severe: per esempio la diga di Assuan in Egitto ha provocato l’erosione del delta del Nilo. Quanto alle manifestazioni di opposizione, ormai non si contano più fra le popolazioni trasferite a forza, i popoli autoctoni cacciati dai loro territori, i villaggi minacciati dalle inondazioni. È stato il caso in particolare in Cina per la diga di Pubugu. Ma l’esempio più spettacolare in quel paese è stato evidentemente la diga delle Tre gole sul fiume Yangtse. Si suppone che abbia la capacità di generare 18.200 MW (megawatt) di elettricità, e l’insieme del progetto si estende su 600 chilometri di lunghezza. Entro il 2025 dovrebbero nascere un centinaio di dighe sul corso settentrionale del fiume, ma questi progetti sono messi severamente in forse dalle forti siccità che hanno investito la regione nel 2007 e 2008. Si sono dovuti inondare 1.000 km2 e sarà necessario spostare 1.300.000 persone. La loro sorte non è certo invidiabile, sia sul piano dell’habitat che per le condizioni generali di vita. Quanto alla diga di Xilnu, la seconda in ordine di importanza, essa doveva diventare operativa nel 2015, ma anche questa suscita delle resistenze. Quanto all’America Latina, ci sono stati numerosi conflitti, soprattutto in Brasile intorno al fiume San Francisco. Si può concludere che l’idroenergia basata sulla costruzione di grandi dighe ha raggiunto il suo vertice e in futuro non costituirà una soluzione né potrà seriamente superare la proporzione attuale. Invece il moltiplicarsi di opere di piccole dimensioni, che causano danni limitati e destinate a fornire acqua d’irrigazione ed energia per regioni circoscritte, potrà rispondere a vari bisogni. Solo la piccola idraulica sembra avere un qualche avvenire, soprattutto nei paesi del Sud, per il servizio di comunità locali. Anche gli oceani come fonte di energia sono stati oggetto di speri199

mentazioni. Le correnti di marea come fonte energetica erano conosciute già nel XII secolo, ma solo nel 1996, a Rance, in Francia, si è applicato il principio su base industriale. La Gran Bretagna ha investito decine di milioni di euro nei programmi di energia marina. Ma sembra difficile raggiungere le condizioni minime di redditività. Un’altra tecnologia consiste nel captare l’energia delle onde utilizzandone il movimento. Si sono fatti degli esperimenti nell’isola di Réunion, ma le installazioni sono state spazzate via da un ciclone. In entrambi i casi non ci si possono attendere risultati all’altezza delle sfide mondiali dell’energia. L’energia solare e le celle fotovoltaiche. L’energia solare è all’origine delle principali energie esistenti e costituisce la maggiore speranza per il futuro. Sotto questa rubrica parleremo specificamente delle celle solari fotovoltaiche, ricordando peraltro che c’è anche la fotosintesi che sta alla base della produzione di biomassa utilizzata come fonte di energia verde. Le celle fotovoltaiche sono dei semiconduttori capaci di trasformare direttamente la luce in elettricità. Il fenomeno venne scoperto da Antoine Becquerel nel 1839, ma si è dovuto attendere quasi un secolo perché gli scienziati potessero approfondirlo e sfruttarlo. La tecnologia fotovoltaica è in pieno sviluppo. Ai quattro angoli del mondo si studiano e si sperimentano varie possibilità di sfruttamento nella speranza di una futura commercializzazione. La complessità dei procedimenti di fabbricazione dei moduli fotovoltaici e il basso rendimento della produzione comportano costi elevati che frenano il volume delle vendite. Si può sperare però che la tecnologia fotovoltaica arrivi a maturità (procedimenti semplificati, migliori rendimenti della produzione) e che l’aumento di volume della produzione riduca il costo dei moduli. Malgrado queste difficoltà, l’evoluzione della tecnologia fotovoltaica si presenta globalmente positiva. I metodi di fabbricazione sono migliorati. Attualmente, il 90% della produzione totale dei moduli si fa in Giappone, negli Stati Uniti e in Europa ad opera di grandi società come la Siemens, la Sanyo, la Kyocera, la Solarex e la BP Solar, che detengono il 50% del mercato mondiale. Il restante 10% della pro200

duzione è fornito da Brasile, India e Cina, principali produttori di moduli nei paesi in via di sviluppo. Negli Stati Uniti, un piano ambizioso battezzato “un milione di tetti solari entro il 2017” è stato lanciato in California4. L’obiettivo è di costruire nuovi edifici (o adattare quelli vecchi) a zero elettricità, in grado di autoalimentarsi di corrente elettrica per mezzo del sole, a zero inquinamento, e usando materiali non tossici. Sono stati proposti anche dei progetti di grandi dimensioni, come installare nel Sahara un parco di pannelli solari di molti chilometri quadrati in grado di alimentare l’Europa, ma se la soluzione è tecnicamente possibile, pone anche problemi politici che rischiano di renderla difficilmente realizzabile e in ogni caso molto vulnerabile. A termine, l’energia solare si profila come una soluzione reale, essenzialmente per la vita domestica e per i trasporti locali. Nel 2008, una vettura mossa da energia solare ha fatto il giro del mondo. Ricordiamo anche l’Unione del Mediterraneo (UPM) ha raccolto più di 60 progetti per un “Piano solare”.
************************************************************** La composizione di una cella fotovoltaica La cella fotovoltaica è composta da un materiale semiconduttore che assorbe l’energia luminosa e la trasforma direttamente in corrente elettrica. Il principio di funzionamento di questa cella si basa sulle proprietà dell’irraggiamento e su quelle dei semiconduttori. La cella singola, unità di base di un sistema fotovoltaico, produce una potenza elettrica assai debole, da uno a tre watt, con una tensione inferiore a un volt. Per produrre una potenza maggiore, le celle vengono assemblate per formare un modulo (pannello). La connessione in serie di parecchie celle aumenta la tensione per una stessa corrente, mentre la messa in parallelo aumenta la corrente mantenendo la tensione. La maggior parte dei moduli in commercio sono composti da silicio cristallino, connesso in serie per applicazioni a 12 volt. L’interconnessione dei moduli – in serie o in parallelo – per ottenere una potenza ancora maggiore, definisce la nozione di campo fotovoltaico. Il generatore fotovoltaico è composto
201

da un campo di moduli e da un insieme di elementi che adattano l’elettricità prodotta dai moduli ai recettori specifici. Questo complesso, chiamato anche “bilancia di sistema” (BOS) comprende tutte le attrezzature poste fra il campo dei moduli e la carica finale, cioè la struttura rigida (fissa o mobile) per posare i moduli, il cablaggio, la batteria in caso di stoccaggio e il relativo regolatore di carica, e anche il convertitore, quando gli apparecchi funzionano a corrente alternata. **************************************************************

L’energia eolica. Una parte dell’irraggiamento solare, ricadendo sulla terra e le acque, riscalda l’atmosfera in maniera diseguale, creando così delle zone di alta e bassa pressione che mettono in movimento delle masse d’aria. Fra i poli e l’equatore, il sole riscalda quindi il globo terrestre in maniera fortemente differente. Il divario di temperatura che ne deriva provoca differenze di densità nelle masse d’aria delle zone ad alta pressione, che si spostano verso le zone a bassa pressione. È un movimento che costituisce il fenomeno generale dei venti sulla superficie del pianeta. Il vento è dunque una massa d’aria in movimento che trasforma in energia cinetica l’energia termica che la massa d’aria ha ricevuto dall’irraggiamento solare. Il vento è caratterizzato da due parametri fondamentali. Il primo, determinante per la quantità di energia che è in grado di fornire, è la velocità; il secondo è la direzione del suo spostamento. Inoltre, la velocità e la direzione dei venti possono essere fortemente influenzate dalle condizioni locali del luogo di impianto, in particolare i rilievi e gli ostacoli della zona, che possono creare turbolenze importanti. Una centrale eolica trasforma l’energia cinetica del vento in energia meccanica. Questa energia viene utilizzata direttamente, come nelle centrali eoliche di pompaggio o negli antichi mulini a vento, oppure viene trasformata in elettricità per mezzo di un generatore. In questi casi si parla di aerogeneratori. Sono possibili due tipi diversi di utilizzo: il principale è l’accoppiamento dell’aerogeneratore con la rete. È la direzione su cui si sono realizzate finora la maggior parte di ricerche e sperimentazioni, dato che è la più efficace. Il secondo è l’u202

tilizzo dell’installazione come gruppo elettrogeno eolico. Questo caso riguarda soprattutto le zone isolate. Secondo Lester R. Brown, per coprire il 40% della domanda di energia nel mondo, bisognerebbe impiantare un milione e mezzo di turbine eoliche da 2 MW. Di fronte ai 65 milioni di auto prodotte annualmente, egli stima che non sia un compito impossibile; è evidentemente una scelta politica. Ci sono tuttavia dei limiti. Per coprire il fabbisogno di energia della Francia, bisognerebbe utilizzare due interi dipartimenti, e la Germania, con le sue 20.000 installazioni eoliche arriva al limite del possibile nel contesto delle attuali possibilità.
************************************************************** Tipi di centrali eoliche Oggi esistono due grandi famiglie di generatori eolici, a pala verticale o ad asse orizzontale. I generatori ad asse verticale non esigono sistemi di orientamento in rapporto alla direzione del vento, ma sono in genere di concezione abbastanza complicata. I generatori ad asse orizzontale (a elica) sono di concezione più agile e hanno un rendimento elevato. Per questo sono più diffusi. La loro caratteristica comune è di essere montati sulla cima di un pilone e di essere fornite di un sistema di orientamento rispetto al vento. Sulla base del numero di pale che conta l’elica, si possono distinguere due gruppi: a rotazione lenta “multipla”, o a rotazione rapida, “aerogeneratori”. Le centrali eoliche a rotazione lenta “multipla”, da qualche tempo relativamente diffuse nelle campagne, per esempio in Francia, servono esclusivamente per il pompaggio dell’acqua. Le centrali eoliche a rotazione rapida, a due o tre pale, sono quelle attualmente più in voga e sono fondamentalmente destinate alla produzione di elettricità, da cui il loro nome di “aerogeneratori”. Da una certa potenza in poi queste centrali eoliche in genere sono fornite di un’elica a passo variabile. In questo caso, l’inclinazione delle pale rispetto alla direzione del vento può essere modificata, permettendo di mantenere un rendimento elevato quali che siano la velocità del vento e la velocità di rotazione dell’eolica.5 **************************************************************
203

Di fatto l’installazione di centrali eoliche deve rispettare le condizioni seguenti: essere situate su un pianoro o su una collina dal pendio dolce (la velocità del vento aumenta con l’altezza), su una superficie aperta e regolare, a una distanza sufficiente (almeno 100 metri) da ostacoli naturali (alberi, dislivelli) o artificiali (case, muri, pali ecc.). Gli ostacoli creano vento e quindi delle turbolenze che perturbano notevolmente la rotazione regolare delle pale e possono provocare la distruzione della macchina dopo un breve periodo di utilizzo. Infine, esse vanno orientate verso i venti dominanti, da qui l’interesse di misurare oltre alla velocità del vento anche la sua direzione. Il rendimento energetico di una centrale eolica varia in funzione della velocità del vento al cubo. Attualmente un’eolica può sopportare venti di 200 km all’ora, mentre due anni fa non sopportava venti superiori ai 90 km orari. C’è stato quindi un netto progresso. Tuttavia l’energia eolica ha bisogno di un’energia di appoggio, per i giorni meno ventosi, e di un dispositivo di stoccaggio (batteria) per accumulare l’energia prodotta. Oltre ai numerosi vantaggi che essa condivide con le altre fonti di energia rinnovabili, lo sfruttamento dell’energia del vento presenta una serie di caratteristiche proprie: è modulabile e può essere perfettamente adattata al capitale disponibile e ai bisogni di energia. Non ci sono quindi investimenti superflui. Le spese di funzionamento sono abbastanza limitate dato l’alto livello di affidabilità e la relativa semplicità delle tecnologie in azione. I prezzi di un impianto eolico sono inoltre destinati a diminuire nei prossimi anni, grazie alle economie di scala nella loro fabbricazione. Tecnicamente a punto, le centrali eoliche sono convenienti nelle regioni ben ventilate. Bisogna poi aggiungere che il periodo di alta produttività, situato spesso in inverno quando i venti sono più forti, corrisponde al periodo dell’anno in cui è massima la domanda di energia. E d’altra parte si possono anche impiantare offshore. Ci sono però anche degli inconvenienti. Benché in netta diminuzione, il costo di installazione resta ancora elevato, quindi fuori portata per i paesi in sviluppo. L’installazione deve essere precisa e rigorosa, giacché implica la messa in opera e l’assemblaggio di una torre alta da 10 a 30 metri. È poi molto importante l’esposizione a un vento
204

regolare (forza e direzione), perché un’irregolarità o un’assenza di vento per parecchi giorni può porre dei problemi. Bisogna dunque prevedere una grande capacità di stoccaggio, cioè un gran numero di batterie. Infine l’utilizzo di abbondanti materiali di costruzione (metallo, cemento ecc.) risulta costoso anche in termini ecologici. Al momento della pianificazione, vanno considerati con molta attenzione gli effetti degli impianti eolici sull’ambiente locale. In generale, l’impatto può venir superato con soluzioni tecniche ed estetiche che non ostacolino la praticabilità del progetto. Su scala regionale, gli studi che mettono in relazione le potenzialità dei venti con i valori ambientali permettono di identificare le zone privilegiate per la localizzazione di impianti eolici e quelle in cui sarebbero di pregiudizio all’ambiente. Ci sono dunque in questo settore delle soluzioni valide, ma pur sempre limitate rispetto alla domanda mondiale di energia. L’idrogeno. La pila a idrogeno si presenta come uno dei mezzi di sostituire il petrolio nel campo dei trasporti. Infatti l’idrogeno è l’elemento più abbondante dell’universo. È vero che bisogna produrre la molecola di idrogeno (H2), al contrario del petrolio che va semplicemente estratto dal sottosuolo. Il gas idrogeno entra nella fabbricazione di una pila usata come fonte di energia elettrica.
************************************************************** Composizione e funzionamento della pila a idrogeno La pila a idrogeno è una pila a combustibile che utilizza la molecola di idrogeno e quella di ossigeno con produzione simultanea di corrente elettrica, di acqua e di calore secondo una reazione chimica che allo stato naturale dà un’esplosione, e può essere controllata e utilizzata per produrre energia sfruttabile. Ogni cella elettrochimica elementare fornisce circa 1,2 volt di tensione. L’intensità dipende dalla qualità della materia (le molecole di idrogeno e di ossigeno) introdotta. Ma queste celle elettrochimiche non sono sufficienti per alimentare un motore d’auto. Le si associa quindi in serie o in parallelo allo scopo di aumentare la potenza fornita. Le plac205

che bipolari permettono di assemblare le celle elementari; esse hanno la funzione di distribuire il gas (H2 e O2), di recuperare l’acqua, di raffreddare il cuore della pila (la membrana) e di raccogliere la corrente elettrica. Il complesso delle celle elettrochimiche elementare che costituiscono la pila è comunemente chiamato “modulo” o “stack”. 2 H2 (gas) + O2 (gas) H2O (liq) + calore + elettricità (Fonte: http//fr.wikipedia.com) **************************************************************

Mentre le pile classiche trasformano direttamente l’energia chimica in energia elettrica con un funzionamento discontinuo, la pila a combustibile punta a trasformare l’energia chimica in energia elettrica, ma in maniera continua e con combustibili meno cari. Le prime pile a combustibile sono state sviluppate per alimentare le capsule spaziali Gemini, il cui volo senza astronauti ebbe luogo l’8 aprile 1964 e la prima missione con astronauti il 23 marzo 1965. L’industria aeronautica e l’industria spaziale restano le principali utilizzatrici di questo tipo di generatori. La pila a idrogeno o pila a combustibile presenta numerosi vantaggi. In primo luogo, anche prodotta a partire da combustibili fossili, è un’energia più pulita che il petrolio, e permette quindi di lottare contro l’inquinamento. Essa dà come scarto l’acqua, quindi nulla di inquinante. La molecola di idrogeno possiede anche un potere energetico molto più elevato del petrolio (120 MJ/kg. per l’idrogeno, contro i 45MJ/kg. per il petrolio). Ci sono però anche degli inconvenienti: l’idrogeno non è ancora un combustibile perfetto; comporta sempre parecchi problemi non risolti. Attualmente viene prodotto al 95% partendo da combustibili fossili, perciò non rinnovabili. Inoltre l’idrogeno è più difficile da immagazzinare del petrolio, giacché bisogna o comprimerlo ad alta pressione, usando serbatoi voluminosi e pesanti, oppure liquefarlo a bassa temperatura (con i relativi problemi di isolamento termico). Inoltre lo stoccaggio è complicato da alcune sue proprietà fisiche (infiammabilità a contatto dell’aria, per esempio). Se le pile a combustibile non sono ancora competitive sul piano
206

economico, in particolare per il prezzo dell’insieme EME (elettrodomembrana-elettrodo), esse hanno però un vantaggio sulle altre tecnologie, in quanto hanno un miglior rendimento energetico (generalmente il 50% contro il 30% circa per i motori termici), causano un minor inquinamento e minor rumore. La pila a idrogeno è una tecnologia già a punto: esistono già delle pile e le ricerche attuali ne miglioreranno le caratteristiche. Inoltre la pila a idrogeno emette solo acqua, e quindi un suo ampio utilizzo permetterebbe di risolvere i problemi legati ai gas-serra. Bisognerà però sviluppare dei mezzi puliti per produrre la molecola di idrogeno e costituire un’infrastruttura distributiva, certo costosa ma necessaria. La pila a idrogeno potrebbe dunque permettere all’automobile di raggiungere l’indipendenza dal petrolio. I passi scientifici sono stati fatti, resta quello dell’applicazione, con le sue componenti economiche e politiche. L’elettricità prodotta con questa tecnologia può essere usata per alimentare un’auto. Con un partenariato fra Total e BMW, si è costituito un gruppo di ricerca per costruire una vettura ibrida che funzioni a benzina e idrogeno. L’auto messa a punto possiede un’autonomia di 200 chilometri; oltre, entra automaticamente in funzione la benzina. Alcuni paesi sono molto avanti in questo settore. La Germania disponeva già nel 2007 di stazioni di servizio a Monaco, Amburgo e Berlino. Nella capitale tedesca, nello stesso anno il parco auto doveva passare da sedici a varie centinaia di veicoli, grazie a un partenariato pubblico/privato6. Per un costruttore come la BMW, la soluzione ecologica risulterà da formule miste che associno economie d’energia, agrocarburanti di seconda o terza generazione, motori ibridi, idrogeno ed elettricità. Secondo l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, la produzione di auto potrebbe mettere in circolazione 2 milioni di vetture a idrogeno entro il 20207. L’idrogeno costituisce una delle principali possibilità per il futuro, ma passeranno vari decenni prima che il suo uso si generalizzi. L’energia dai rifiuti. I rifiuti di origine agricola, casalinga o industriale possono servire come materia prima per la produzione di corrente elettrica e di gas metano, che dopo un trattamento può avere parecchie applicazioni. Ricordiamo anzitutto che l’incinerazione di rifiuti casalinghi permette solo di recuperare una parte dell’energia che è
207

stata usata per la loro produzione: il che mette in evidenza che sarebbe meglio limitare la loro produzione alla fonte, allo scopo di evitare sprechi energetici. I rifiuti si possono raggruppare in due categorie: i rifiuti industriali che sono residui di idrocarburi, catrami, solventi usati e altri fanghi prodotti dall’industria, che con inceneritori speciali possono essere trasformati in calore o elettricità; e rifiuti agricoli e agroindustriali. Si tratta in particolare della paglia dei cereali più coltivati nel mondo: grano, mais, riso. Si possono ottenere da due a sei tonnellate di paglia per ettaro. Quanto ai rifiuti agroindustriali, provengono soprattutto da zuccherifici e oleifici. I rifiuti subiscono un trattamento di decomposizione con il calore (pirolisi) che produce gas combustibili. Questi vengono bruciati a una temperatura di 800-900 gradi in una camera di post-combustione. Ci vogliono da cinque a sette tonnellate di rifiuti per produrre l’equivalente di una tonnellata di nafta. L’energia del forno di incinerazione viene captata per riscaldare l’acqua, produrre vapore e generare elettricità, oppure venir sfruttata in cogenerazione (calore ed elettricità). I rifiuti vengono trasformati in energia seguendo due strade possibili: l’incinerazione, quando i rifiuti vengono bruciati per produrre calore, elettricità o entrambi (co-generazione) e la metanizzazione (fermentazione anaerobica), oppure la trasformazione dei rifiuti di origine biologica in metano e gas carbonico (bio-gas).
************************************************************** La metanizzazione della materia organica La metanizzazione è una digestione anaerobica, o fermentazione metanica, che trasforma la materia organica complessa in compost, metano e gas carbonico ad opera di un ecosistema microbico complesso che funzione in assenza di ossigeno. La metanizzazione permette di eliminare l’inquinamento organico consumando poca energia, producendo pochi fanghi e generando un’energia rinnovabile: il bio-gas. Il metano rappresenta dal 55 all’85% del volume dei bio-gas prodotto e si può utilizzare come fonte di energia: 1 m3 di metano (8,750 kcal) equivale a un litro di nafta. **************************************************************
208

Il gas metano (bio-gas) può essere utilizzato come il gas naturale, dopo trattamento. Fornisce un combustibile industriale per produrre elettricità e calore, carburante per auto o può venir distribuito come gas di città. L’incinerazione dei rifiuti presenta però dei grandi inconvenienti per l’ambiente: inquinamento atmosferico (polveri, gas acidi, diossina, metalli pesanti ecc.) ed effetto serra. I residui della depurazione dei fumi sono rifiuti tossici. Si può però operare questo stesso procedimento all’interno di un depuratore per disinquinare i rifiuti di materia organica, sempre producendo energia sotto forma di metano. Alcuni studi esaminano le possibilità di sfruttamento e di utilizzo del gas metano delle miniere di carbone, chiamato normalmente grisù. Si sono realizzate delle prospezioni nei bacini della Lorena in Francia e in Vallonia nei siti minerari di Charleroi e del Borinage, considerati come le culle minerarie europee8. Questi rappresentano delle potenzialità reali, ma evidentemente limitate alle riserve esistenti. La geotermia. La geotermia, dal greco geo (terra) e termia (calore) è la scienza che studia i fenomeni termici interni del globo terrestre e la tecnica che mira a sfruttarli. Per estensione, la geotermia indica anche l’energia geotermica prodotta dalla terra e convertibile in calore9. Questa proviene dalla disintegrazione di elementi radioattivi presenti nelle rocce e nel nucleo terrestre, che generano un flusso di calore verso la superficie. Maggiore è la profondità, più il calore è elevato, e aumenta circa di 3 gradi ogni 100 metri. Ma questo gradiente geotermico può essere molto più elevato in alcune configurazioni geologiche particolari. Nelle zone sismiche o vulcaniche, il gradiente termico può essere fino a dieci volte più importante e anche raggiungere i 100 gradi in alcuni luoghi.

209

************************************************************** I tre tipi di geotermia - La geotermia poco profonda o a bassa temperatura corrisponde a temperature comprese fra 30 e 100 gradi. Queste fonti si trovano a profondità comprese fra 1.000 e 2.500 metri in formazioni rocciose permeabili riempite d’acqua, situate principalmente in bacini sedimentari di dimensioni molto grandi. L’investimento in geotermia è dell’ordine di 400.600 euro per kw installato, ma il costo di funzionamento è molto basso: da 0,05 a 0,1 centesimi di euro per kw termico. - La geotermia profonda ad alta temperatura, o “media”, corrisponde a fonti di acqua calda sotto pressione la cui temperatura è compresa fra 90 e 180 gradi. Possono trovarsi a una profondità di poche centinaia di metri, ma anche di chilometri. Oggi è possibile montare delle installazione che permettono di produrre delle quantità di elettricità che vanno da pochi kw ad alcuni MW, che a loro volta corrispondono a un investimento compreso fra 1.000 e 4.000 euro per kw installato e a una durata da 30 a 50 anni. Le fonti si trovano in bacini sedimentari, zone privilegiate della geotermia a bassa energia, ma a maggiori profondità, da 2.000 a 4.000 metri, in numerose zone ben localizzate. Si tratta per lo più di acqua calda che rimonta dalle profondità per dei giochi di faglie. - La geotermia molto profonda ad altissima temperatura, o “alta energia”, sfrutta giacimenti di vapore secco o umido (mistura di acqua e vapore) posti fra 1,500 e 3.000 metri di profondità in zone vulcaniche o di frontiera di placche in cui la geotermia è particolarmente intensa, e la cui temperatura è compresa fra 200 e 350 gradi circa. Il costo di ogni Kw/h prodotto varia secondo i metodi utilizzati, fra 4,5 e 7 centesimi di euro. **************************************************************

I tre tipi di geotermia, secondo la rispettiva profondità, prelevano il calore contenuto nel suolo. Questa energia è sfruttata da migliaia di anni nelle reti di riscaldamento e d’acqua calda in Cina, nella Roma antica e nel bacino mediterraneo. L’aumento del prezzo dell’energia e i bisogni di ridurre le emissioni di gas-serra oggi la rendono più allettante. Essa è già utilizzata in molti paesi, come il Nicaragua, nei
210

pressi del vulcano Momotombo e nell’isola di Réunion. Il vantaggio di questa fonte d’energia è che è gratuita, rinnovabile e il suo sfruttamento non costa caro. Le installazioni che utilizzano la geotermia non inquinano l’atmosfera. La co-generazione, cioè la produzione di elettricità unita a quella di calore, può aumentare ancor più il suo interesse. Si tratta però di un’energia poco trasportabile, che deve essere utilizzata sul posto. Gli investimenti per pompare l’acqua calda sono in molti casi assai importanti. L’uso principale è il riscaldamento di abitazioni ed edifici in genere. Ma la geotermia può anche servire a scaldare serre, vasche per piscicoltura10, o luoghi di allevamento di animali, per essiccare prodotti agricoli, per scongelare le strade (serpentine di acqua calda sotto l’asfalto), per l’aria condizionata o per la refrigerazione. L’energia geotermica ha un debole impatto sull’ambiente. Emetto poco CO2. Esige però di prendere in considerazione i gas contenuti nell’acqua, ma che possono essere estratti: metano, idrogeno solforato, CO2… Bisogna infine fare attenzione a non riversare l’acqua geotermica nell’ambiente perché contiene sali e metalli pesanti. I rischi sono bassi se l’acqua viene iniettata nel sottosuolo. Una volta ancora, questa soluzione tecnicamente interessante resta limitata nella sua applicazione. Gli agrocarburanti frutto della fotosintesi Gli agrocarburanti entrano sicuramente nella prospettiva delle future soluzioni, ma in misura molto minore di quanto previsto all’inizio., Infatti, come abbiamo constatato, il loro sviluppo sfrenato comincia a provocare una crescente contestazione e il loro interesse è sempre più rimesso in discussione. Lo scoglio principale è anzitutto il bilancio energetico della loro produzione, cioè la differenza fra la quantità d’energia necessaria per un ciclo completo di produzione e la quantità di energia restituita dagli agrocarburanti al momento del loro utilizzo. Diversi studi hanno approfondito la questione, ma con risultati divergenti. La differenza dipende dal tipo di agrocombustibile studiato (etanolo, EMHV ecc.), dal tipo di pianta (grano, mais),
211

dal metodo di produzione (luogo di trasformazione prossimo al campo o meno), dal luogo di produzione (Europa, Brasile, Indonesia). Secondo uno studio pubblicato su “Science” nell’agosto del 2007 e realizzato da Renton Righelato del World Land Trust e da Domonick Spracklen dell’Università di Leeds, sarebbe anche più vantaggioso sul piano dei gas-serra proteggere e reintegrare le foreste e le praterie che non utilizzare la stessa superficie per produrre agrocarburanti. Di più, con l’aiuto di una simulazione realizzata su 30 anni, si è stimato che la sostituzione delle foreste con colture destinate a rifornire le auto di flex-fuel libererebbe CO2 in misura nove volte maggiore sulla stessa durata. Seri ammonimenti sugli agrocarburanti sono stati lanciati anche da Paul Cruntzen, premio Nobel per la chimica 1995, dell’istituto tedesco Max Planck. Il suo studio, firmato insieme con una squadra internazionale di ricercatori e pubblicato sulla rivista “Atmospheric Chemistry and Phisics Discussion” nel settembre 2007, afferma che la produzione di un litro di agrocombustibile può contribuire all’effetto serra due volte più che la combustione della stessa quantità di combustibile fossile. La squadra di ricercatori si è particolarmente dedicata allo studio delle emissioni di protossido d’azoto (N2O), gas-serra emesso dall’agricoltura intensiva e 296 volte più potente del biossido di carbonio (CO2). Infatti una parte non trascurabile dei concimi azotati utilizzati per aumentare i rendimenti agricoli si degrada come N2O. Un ulteriore avvertimento proviene dall’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico (OCDE), che nel 2007 comunicava le sue preoccupazioni in occasione di una tavola rotonda sullo sviluppo sostenibile. L’OCDE stima che fra le tecnologie attuali, solo gli agrocarburanti prodotti a partire dalla canna da zucchero, dalla cellulosa, dai grassi animali e dagli oli commestibili esausti possono ridurre sensibilmente i gas-serra rispetto alla benzina e al diesel. Le altre tecniche di produzione possono teoricamente comportare una riduzione del 40% delle emissioni di GES, ma se si prende in considerazione l’acidificazione dei terreni, l’uso dei concimi, la perdita di biodiversità e la tossicità dei pesticidi, l’incidenza globale dell’etanolo e dell’agrodiesel sull’ambiente eccede rapidamente quella della
212

benzina e del diesel, per non parlare degli effetti sociali di cui abbiamo parlato a lungo. Da tutto questo si può concludere che le alternative all’energia fossile non permetteranno in alcun modo di sostituirla a breve e medio termine. Essa resterà predominante negli anni futuri, con una parte almeno dell’80%. In altri termini, l’energia fossile continuerà ad esercitare i suoi effetti climatici negativi, anche se nuove tecnologie permetteranno di attenuarli. Malgrado i progressi in vista, l’insieme delle energie alternative non può garantire la scomparsa progressiva dell’energia fossile, almeno a medio termine, ed esse inoltre determinano perfino delle preoccupazioni. Lo sviluppo degli agrocarburanti secondo il modello previsto aggrava i problemi ecologici e sociali ed è imperativo stabilire un limite. Non resta che una soluzione valida a lungo termine, cioè cambiare il modo di consumo dell’energia, il che si rivela in contraddizione con la logica economica contemporanea. Da qui la necessità di porre il problema di un modello di sviluppo alternativo di fronte a quel che si può definire un’autentica crisi di civiltà. Una logica postcapitalistica dell’economia e un nuovo modo di sviluppo Per risolvere il problema dell’energia è necessario non soltanto avviare dei processi a breve termine, ma anche prevedere una transizione che permetta di trasformare l’attuale modo di sviluppo, basato sullo sfruttamento sconsiderato delle risorse energetiche, e nello stesso tempo di scoprire e sviluppare nuove risorse e nuove tecnologie. Una cosa deve andare con l’altra e sarebbe illusorio credere che i miglioramenti scientifici e tecnici possano risolvere il problema nell’ambito della logica del capitalismo. Ciò porterà necessariamente, in modo più o meno veloce, a orientarsi verso una logica postcapitalistica. Farlo in maniera razionale, piuttosto che aspettare di esservi costretti da una crisi globale, sembra la via più ragionevole. Di qui la necessità di un quadro globale al cui interno inscrivere la soluzione dei problemi energetici.
213

Questo progetto si articola intorno a quattro assi che corrispondono agli elementi fondamentali dell’esistenza umana. Sono indivisibili e interdipendenti. Si tratta dell’utilizzo sostenibile delle risorse naturali, della priorità del valore d’uso sul valore di scambio, della generalizzazione della democrazia e dell’interculturalità. L’utilizzo sostenibile delle risorse naturali In un lasso di tempo molto breve abbiamo assistito a un’autentica esplosione di una coscienza collettiva, cioè che l’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali mette a rischio la continuità della vita fisica e biologica. L’umanità deve affrontare non solo l’esaurirsi di alcune ricchezze naturali, ma anche la distruzione di elementi essenziali per la vita, come l’acqua, i terreni, l’aria, l’atmosfera, il clima. Le società industrialmente più sviluppate consumano da tre a quattro volte le possibilità teoriche di rinnovamento ecologico del pianeta. Ristabilire un equilibrio nell’utilizzo delle risorse naturali è dunque diventato una questione di sopravvivenza. D’altra parte, le risorse non rinnovabili, in particolare nell’ambito dell’energia, non si possono lasciare alla sola logica del mercato, e dunque dell’accumulazione del capitale, e bisogna poterle gestire collettivamente, per contribuire in maniera razionale al bene comune dell’umanità. Tutto ciò significa una nuova filosofia del rapporto fra gli esseri umani e la natura. Si tratta di passare dalla nozione di sfruttamento a quella di simbiosi. Dunque il contrario dell’idea di progresso senza fine, con una natura inesauribile, secondo l’eredità del secolo dei Lumi. Ciò significa anche ritrovare alcuni valori sostenuti dalle società precapitalistiche, in particolare quella dell’unità fondamentale fra l’umanità e il mondo naturale, e la solidarietà come base della costruzione sociale. Evidentemente i riferimenti vanno fatti tenendo in considerazione il progresso reale di un pensiero analitico che torni a situare le causalità e i meccanismi di funzionamento della natura e delle società nel campo fisico o sociale, superando un pensiero mitico, che identifica il simbolo con la realtà. Questa prospettiva significa anche prendere le distanze dal socialismo del XX secolo, molto influenzato dal pensiero scientista e da una visione lineare del progresso. La fine del XX secolo è stata segnata da una critica della modernità,
214

che si è trasferita nelle scienze sociali sotto l’influsso dei nuovi orientamenti delle scienze naturali, in particolare l’introduzione del concetto di complessità e d’incertezza (Prigogine), che evidenzia il ruolo del caso e dell’aleatorio, sia nelle scienze fisiche e biologiche che nelle scienze sociali (Edgar Morin). Morin ha sviluppato una posizione critica, evitando il postmodernismo radicale che nega l’esistenza di sistemi e di strutture per privilegiare la storia immediata costruita dagli individui e che oppone le “piccole narrazioni” alle “grandi narrazioni”, cioè alle teorie esplicative. L’autore riconosce naturalmente la realtà dell’aleatorio e dell’incertezza nelle scienze sociali, ma afferma l’esistenza di un paradigma fondamentale che si ritrova nel mondo fisico, biologico e antropologico, cioè il passaggio costante dal disordine all’autoriorganizzazione, o la continuità della vita. Secondo Edgar Morin, oggi c’è in gioco proprio la possibilità di riorganizzazione. L’attività umana produce effetti irreversibili, che hanno conseguenze catastrofiche sul contesto naturale e sui gruppi umani. Il sociologo e filosofo francese giunge a conclusioni assai pessimistiche, pensando che sia probabilmente già troppo tardi per cambiare il corso delle cose. Non è necessario però arrivare a tali estremi, per prendere coscienza della necessità di una reazione radicale. Ciò pone evidentemente un problema etico: la necessità di garantire il processo di riorganizzazione nei diversi settori. Si tratta della vita in sé, come ha ben dimostrato Enrique Dussel nella sua opera L’etica della Liberazione11. Lo hanno capito anche alcuni attori sociali quando nel 2004 hanno lanciato a Città del Messico la Rete di intellettuali e artisti per la difesa dell’umanità. La questione dell’energia è direttamente legata a questi problemi. Nella misura in cui la sua produzione e il suo utilizzo contribuiscono ad aggredire la vita e la sua riproduzione, l’energia non può sfuggire alla questione fondamentale del rapporto con la natura. Dare la priorità al valore d’uso rispetto al valore di scambio Questi concetti sono stati elaborati da Marx e sono passati nel linguaggio comune. Il valore d’uso è quello che i prodotti e i servizi hanno per l’utilizzo che ne fanno gli esseri umani, e il valore di
215

scambio è quello che essi acquistano quando entrano nel mercato. È caratteristica del capitalismo di privilegiare il valore di scambio come motore dello sviluppo economico. È logico, dato che solo il valore di scambio permette di fare profitti e dunque di generare un processo di accumulazione. Ne risulta una percezione del mercato come fatto naturale, e non più come un rapporto sociale. La priorità del mercato diventa un dogma, da cui tutto il resto deriva in maniera automatica. Il mercato impone la sua logica all’insieme dei rapporti umani collettivi e a tutti i settori di attività. La sua legge si applica anche in settori quali la salute, l’istruzione, lo sport, la cultura. Questa logica esclude ogni parametro che non sia quello dello scambio economico; esclude in particolare i parametri di tipo qualitativo, come la qualità della vita o quelle che sono definite esternalità, cioè tutto ciò che precede o segue il rapporto di mercato e che permette a un insieme di costi di non venir contabilizzati, compresi quelli per la produzione di energia. Dare la priorità al valore d’uso significa dunque privilegiare l’essere umano rispetto al capitale. Tale priorità comporta una serie di conseguenze. Possiamo citarne alcune. Se il valore d’uso è predominante, si allungherà la durata di vita dei prodotti, il che secondo Wim Dierckxsens, un economista olandese che lavora in Costarica, comporta numerosi vantaggi. Infatti la vita dei prodotti è stata ridotta per accelerare la rotazione del capitale e contribuire alla sua accumulazione. L’allungamento permetterebbe di utilizzare meno materie prime e meno energia, di produrre meno rifiuti e dunque di proteggere meglio l’ambiente naturale. Diminuirebbe anche l’influenza del capitale finanziario. La stessa logica permetterebbe di accettare prezzi differenziati per gli stessi prodotti, industriali o agricoli, secondo le regioni del mondo. Attualmente la legge del mercato esige che ci si allinei mondialmente sui prezzi più bassi, in particolare in agricoltura, cioè sui prezzi delle regioni che hanno adottato un’agricoltura produttivista di tipo capitalistico (spesso sussidiati e che praticano il dumping). Invece gli argomenti legati al valore d’uso possono giustificare prezzi diversi, che contraddicono il dogma del mercato. Perché il riso deve avere lo stesso prezzo negli Stati Uniti e nello Sri Lanka, se in
216

quest’ultimo il riso fa parte della storia e della cultura e la sua produzione è un’esigenza della sovranità alimentare? Queste considerazioni non entrano nei conti della logica di mercato, ma in quelli del valore d’uso. Si potrà così rilocalizzare la produzione ed evitare numerosi costi di trasporto, che sono nocivi all’ambiente e provocano in molte zone del mondo la congestione delle vie di comunicazione e perfino la paralisi di strade e autostrade. Valorizzare il valore d’uso permetterà anche di favorire l’agricoltura contadina, che a sua volta può offrire posti di lavoro. Nel settore dei servizi, l’educazione sarà ridefinita prioritariamente in funzione delle persone e non del mercato, e la produzione di medicinali dovrà tener conto delle malattie esistenti e non sarà in funzione della redditività della vendita. Dare priorità al valore d’uso significa dunque concentrarsi sulla vita umana. Sarà impossibile ignorare la sorte del 20 o 30% della popolazione mondiale che vive nell’indigenza. Si potrà anche evitare di rendere vulnerabile il resto della popolazione, al di fuori dei privilegiati, perché i bisogni umani diventeranno il motore dell’economia. Il che significa inevitabilmente stabilire dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza e generalizzare i sistemi di sicurezza sociale. L’energia da parte sua diventa un valore d’uso, destinato - garantendo anzitutto il principio del rispetto della natura – a soddisfare i bisogni reali degli esseri umani e non a servire all’accumulazione del capitale. Questa prospettiva esige evidentemente una nuova filosofia dell’economia. Non si può più definirla semplicemente come un’attività che produce valore aggiunto, ma bisogna considerare che la sua funzione – come abbiamo già detto – è di produrre la base materiale necessaria alla vita fisica, culturale e spirituale di tutti gli esseri umani nell’insieme dell’universo. Infine tutto ciò sfocia su un’etica della vita, cioè sull’esigenza di garantire la base vitale per tutti. Generalizzare la democrazia Generalizzare la democrazia significa prendere in considerazione l’insieme dei rapporti umani. Evidentemente il primo campo di applicazione è la politica. Oggi in molte regioni del mondo la democrazia rappresentativa è nettamente deficitaria e ha raggiunto il pun217

to di non credibilità. Ciò si manifesta in particolare con un alto livello di astensione, laddove il voto non è obbligatorio. È dunque indispensabile integrare la rappresentanza con altri meccanismi che oggi chiamiamo partecipativi. Anche se questo concetto è diventato indistinto e ambiguo, per l’abuso che se ne è fatto, il contenuto resta fondamentale: si tratta di estendere lo spazio della responsabilità dei cittadini. Ci sono numerose formule possibili, da quella ben nota del bilancio partecipativo, come iniziato a Porto Alegre, fino al controllo regolare degli eletti da parte degli elettori, per mezzo di processi di rendicontazione e anche di referendum. Ciò suppone anche la soppressione delle lobbies, nonché la fine del predominio del denaro per potersi candidare a posti pubblici; è poi naturalmente necessaria la trasparenza dei processi di composizione delle liste elettorali e dei meccanismi di funzionamento dei partiti. La democrazia peraltro si deve poter generalizzare non solo in campo politico, ma in tutti i luoghi dove si costruiscono rapporti sociali, a partire dai rapporti di genere che devono basarsi sull’eguaglianza, fino al funzionamento dei movimenti sociali e infine ai rapporti di produzione. Nulla è più antidemocratico dell’organizzazione capitalistica dell’economia, e ciò si evidenzia sia nella singola impresa che negli organismi finanziari internazionali. Ovunque domina la medesima logica, quella del predominio del valore di scambio e dunque del potere decisionale quasi esclusivo del capitale. Un procedimento democratico non potrà più legare la decisione economica alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Ci sono evidentemente molte maniere di progettare il processo democratico in economia, non necessariamente legate alla nazionalizzazione di tutti i settori. Le forme cooperative, le associazioni di produttori, le comunità locali a proprietà indivisa sono tante maniere diverse di garantire un funzionamento democratico. Da qui l’importanza di ridefinire lo Stato e le sue funzioni. Una volta di più l’energia è al centro del problema, giacché il suo controllo collettivo ai diversi livelli di potere è l’unica garanzia di un suo uso razionale. È dunque necessario un nuovo approccio filosofico. La democrazia è caratterizzata dalla dialettica fra creatività e organizzazione. Essa esclude o relativizza fortemente le avanguardie. Essa considera l’in218

sieme dei diritti umani come una possibilità di partecipazione, senza ignorare che il primo diritto umano è quello alla vita. Questa filosofia ricrea immediatamente la centralità del soggetto individuale e collettivo. Quanto alla dimensione etica di questo terzo asse, essa riguarda il rispetto della democrazia all’interno di ognuno dei sistemi di rapporti sociali, nei partiti politici come nelle imprese, nei movimenti sociali e in tutte le istituzioni culturali, senza dimenticare i rapporti di genere. La multiculturalità Il quarto asse riguarda la multiculturalità e l’interculturalità o la partecipazione di tutte le culture, i saperi, le filosofie, le religioni alla costruzione del “nuovo mondo possibile”. Si tratta allora di andare contro l’egemonia culturale dell’Occidente, non solo sul piano economico, che impone il modello capitalistico, ma anche sul piano dei valori. Non si può pensare l’interculturalità se non inserendo gli altri tre assi già descritti, dato che la loro unità è indispensabile. Non sarebbe possibile accettare una filosofia che veicola principi razzisti o una religione che predica l’inferiorità delle donne. La maniera di rappresentarsi l’energia nelle diverse tradizioni e lo sviluppo etico che le accompagna costituiscono un enorme patrimonio in grado di riproporre la questione del suo ruolo nello sviluppo dell’umanità. Abbiamo cercato di dimostrarlo in uno studio realizzato per l’Unesco 12. I temi principali sono il rispetto della natura, la moderazione nei consumi e l’etica della solidarietà. Nell’ambito di questi quattro grandi principi, è necessario il rispetto di tutte le culture e delle maniere specifiche di leggere la realtà, permettendo a tutte le ricchezze culturali dell’umanità di contribuire al bene comune, evitando di ridurle a un isolamento da ghetto. Una posizione del genere esige evidentemente una filosofia dell’interculturalità come dinamica culturale, cioè una concezione aperta della cultura e delle sue possibilità di trasformazione. Ciò suppone anche una concezione laica dello Stato come garanzia della partecipazione interculturale. Infine in questo ambito l’etica si tradurrà in rispetto mutuo, con dialogo e collaborazione nelle varie iniziative sociali e culturali.
219

Costruire questo modello postcapitalistico, che alcuni definiscono il socialismo del XXI secolo, è un’iniziativa che beneficia sia delle esperienze del passato che delle nuove sensibilità veicolate dai movimenti sociali della nuova generazione, e che mette l’accento sui valori e gli aspetti qualitativi della vita, sulla democrazia come mezzo e non solo come fine. Nello stesso tempo, si tratta di una costruzione nella continuità, giacché esistono un pensiero e delle pratiche accumulate, che sono ricchi di insegnamenti. In questa prospettiva il progetto può suscitare speranze ed entusiasmi, andando molto oltre i calcoli meschini dell’azione di parte. Vale dunque la pena proseguire una lotta che conduce a costruire possibili alternative e a sviluppare il pensiero critico necessario. La soluzione alla duplice crisi dell’energia e del clima si trova non solo in un insieme di misure tecniche, ma in una visione globale del cambiamento di civiltà. Soltanto a questo prezzo l’umanità potrà avviarsi su una strada che le permetta di sopravvivere. Combinare questo cambiamento radicale della società con le misure immediate che permettono di risparmiare energia utilizzando le nuove fonti rispettose della natura e dei rapporti sociali, costituisce la base della politica da seguire.
Note 1. 2. Science et Vie, n. 1086, marzo 2008, 56. Michel Destot e a., Energie et Climat, Parigi, Fondation Jean Jaurès et Plon, 2006, 45. 3. Le Monde, 2-6-2007. 4. Le Monde, 25-11-2008. 5. Guy Cloes, Guide des énergies renouvelables, Ministère de la Région Wallonne, Bruxelles, 2007 6. Le Soir, 4-6-2008. 7. The New York Times, 29-11-2008. 8. Le Soir, 24-9-2006. 9. www.futura-sciences.com. 10. Nella Gironda dal 1992 la geotermia riscalda una vasca per l’allevamento di storioni, dove si pensa di produrre presto del caviale. 11. Enrique Dussel, L’Ethique de la Libération, Parigi, L’Harmattan, 2004. 12. François Houtart e Geneviève Lemercinier, Culture et Energie, L’Harmattan, Paris, 1982.
220

GLOSSARIO Questo glossario riprende i termini utilizzati nel corso dell’opera, allo scopo di facilitare la lettura degli aspetti tecnici. Acidificazione: fenomeno causato dall’emissione di ossido di azoto, ossido di zolfo e ammoniaca per reazione con l’acqua al momento della messa a coltura. Agricoltura biologica: tipo d’agricoltura che non fa uso di concimi chimici. Agrocarburante: combustibile da usare nei motori a scoppio, ottenuto dalla trasformazione di prodotti vegetali con tre metodi: le colture oleaginose che permettono di ottenere olio puro (per esempio dai semi di colza e girasole) e utilizzabile direttamente nel diesel, la trasformazione dell’olio vegetale e la fermentazione dello zucchero di vegetali che produce alcool (etanolo). Agrodiesel: diesel ottenuto a partire da oli vegetali di colza, palma, girasole, soia, ecc. Albedo: percentuale di irraggiamento solare riflesso dalla superficie terrestre. Amido: glucido immagazzinato negli organi di riserva dei vegetali (frutti, tubercoli) sotto forma di granulati. Auto elettrica: auto in cui l’energia principale è fornita da una batteria che immagazzina elettricità. Autotrofo: vegetale capace di elaborare da sé la propria sostanza organica a partire da elementi minerali. B20: carburante composto al 20% di agro diesel e per l’80% di gasolio. B100: agro diesel puro. Bagassa: residuo vegetale della lavorazione della canna da zucchero, che può essere utilizzato per la produzione di corrente elettrica. Barbabietola: pianta saccarifera, alla base della produzione di etanolo (7.000 litri di agroetanolo per 1 ettaro di barbabietola). Barile di grezzo: unità di misura per il petrolio grezzo. Batterie al litio: apparecchio che permette di immagazzinare elet221

tricità, costruito a base di litio. Sono chiamate micro batterie, con un diametro di 1 mm. Biobutanolo: miscela di agrocarburanti e petrolio Biocombustibile: vedi agrocombustibile. Biodiesel: vedi agro diesel. Bioeconomia :attività economica basata su un’energia ottenuta a partire da risorse rinnovabili o dall’attività agricola. Bioetanolo: combustibile prodotto a partire da materie vegetali come la canna da zucchero, il mais, il grano ecc. Biogas: gas derivante dalla fermentazione della materia organica in assenza di ossigeno, per l’azione di batteri, che può servire ad alimentare pile a combustibile. L’operazione permette di ottenere il 90% di gas e il 10% di CO2 e acqua. Biomassa: insieme di materia viva proveniente da legname o steli di piante, da rifiuti vegetali, da lettiere o deiezioni animali, da rifiuti domestici o delle industrie agroalimentari, che produce del gas per fermentazione per l’azione di microrganismi, e in grado di produrre calore o energia. Bioplastica: plastica prodotta a partire da materie rinnovabili o di origine agricola. Bioprospezione: utilizzo di enzimi naturali (per esempio termiti che mangiano il legno) per liberare lo zucchero del legno e produrre etanolo. Bioraffineria: impianto che produce combustibili a partire da materia vegetale Bitume: miscela di carburi di idrogeno che si presenta allo stato solido o liquido. I bitumi artificiali sono ottenuti nella distillazione o nell’ossidazione del petrolio. Carbone vapore: equivalente in carbone di calore o elettricità. Catione: ione che ha perduto uno o più elettroni. Cella fotovoltaica: pannello destinato a captare l’energia solare per trasformarla in energia elettrica o calore. Fabbricato in un primo momento con cristalli di silicio, più recentemente si fa con polimeri film solare? Cellulosa: materia costitutiva della membrana cellulare dei vegetali.
222

Centrale termica a fiamma: centrale elettriche che utilizza la combustione di carbone, gas o carburante. CH4: gas metano contenuto nell’atmosfera, che contribuisce all’effetto serra. Cherosene: carburante utilizzato dagli aerei. Co-generazione: produzione simultanea di calore ed elettricità. Si parla di micro-cogestione quando un privato produce per i propri bisogni domestici e per la rete. Colza: pianta oleaginosa che può essere alla base della produzione di agrodiesel (1.500 litri per ettaro). Combustibile fossile: combustibile alla cui origine c’è il carbone, oppure il gas o il petrolio. Componente aromatico: componente odoroso la cui struttura presenta un nucleo benzenico. Corrente di marea: energia prodotta a partire dalle maree marittime, come a Rance in Francia. CO2: biossido di carbonio, gas di origine naturale o risultante dalla combustione di combustibili fossili o biomassa, come dai cambiamenti di destinazione dei terreni e da altri processi industriali. È il principale gas-serra causato dall’attività umana, e influisce sul bilancio netto dell’irraggiamento sulla superficie della terra. È anche il gas di riferimento in rapporto al quale si misurano tutti gli altri gas-serra, e che dunque ha un potenziale di riscaldamento globale pari a 1. Dendroenergia: energia prodotta a partire da combustibili lignei. La legna e il carbone di legna sono i combustibili più utilizzati nell’industria di trasformazione dei prodotti alimentari per cuocere, affumicare e seccare, nonché per la produzione di elettricità. E85: carburante costituito da una miscela di etanolo (85%) e benzina senza piombo (15%). Effetto serra: riscaldamento del pianeta terra, degli oceani e dell’atmosfera dovuto alla ritenzione, da parte di un certo numero di costituenti gassosi, di una parte del calore fornito dai raggi solari. Elettrolisi: produzione di reazioni chimiche grazie a un’attivazione elettrica.
223

Endosolfano: sostanza attiva di prodotto fitosanitario (o fitofarmaceutico, o pesticida) che presenta un effetto insetticida e che appartiene alla famiglia chimica degli organo clorati. Estere metilico: prodotto della trans-esterificazione dei trigliceridi degli oli vegetali (di palma, colza, girasole ecc.). L’EMHV (estere metilico di olio vegetale) miscela olio di colza o girasole con alcool metilico, ottenuto per fermentazione, sia a partire dallo zucchero (di canna o barbabietola), sia a partire da amidi (grano) e che per idrolisi dà del glucosio. Attualmente viene utilizzato come additivo della benzina in attesa della commercializzazione di altri tipi di motori. Esteri: corpi chimici risultanti dalla reazione fra un acido (per esempio, gliceridi) e un alcool, con eliminazione di acqua. Etanolo: carburante prodotto a partire da piante alcoligene quali mais, canna da zucchero, barbabietola, grano ecc. ETBE (Etil Tertio Butil Etere): composto chimico ottenuto per sintesi chimica, mediante addizione catalitica di etanolo all’isobutene. L’ETBE può essere incorporato nella benzina fino al 15% di volume. Euforbia: pianta perenne (euforbiacee) che rinchiude un succo lattiginoso che annerisce a contatto con l’aria e che può produrre olio (per esempio, l’iatropa). Eutrofizzazione dell’acqua: in origine designava la ricchezza in elementi nutritivi, senza connotazioni negative. Dal 1970 il termine viene utilizzato per indicare il degrado delle grandi distese d’acqua, causato da un eccesso di nutrienti. Floculant: un polimero (cioè una molecola lunga costituita dalla ripetizione di un motivo di base) che imprigiona le materie colloidali agglomerate e forma così dei fiocchi voluminosi che si depositano per sedimentazione. Fotosintesi: sintesi degli idrati di carbonio effettuata dai vegetali con clorofilla per effetto della luce solare. Furfural: battericida, antimicotico e insetticida naturale, che viene in specie dalla palma africana, le cui foglie lo contengono in misura del 17%. Gas-serra (GES): insieme di gas (biossido di carbonio, metano, vapore acqueo, protossido d’azoto ecc.) contenuti nell’atmosfera che,
224

assorbendo e riemettendo i raggi infrarossi emessi dalla terra, contribuiscono a elevarne la temperatura. Gasolio: diesel prodotto a partire da energie fossili. Gasificazione: azione di gasificare, trasformazione del carbone in gas nelle miniere. Giacinto d’acqua dolce: pianta acquatica di fiumi, laghi e canali nelle regioni tropicali. Gliceridi: sono lipidi formati dal legamento (estere) fra uno, due o tre acidi grassi da una parte e da un alcool – il glicerolo - dall’altra. Idro-Gen: ruota a pale galleggianti per produrre elettricità. Idroelettrica: elettricità prodotta a partire da fonti idriche in movimento. Idrogenazione catalitica: reazione chimica che consiste nel fissarsi di due atomi di idrogeno sul doppio legame per creare così un legame semplice. È necessario utilizzare catalizzatori metallici come il platino (Pt), il nichel (Ni) e il palladio (Pd). Idroliana: stazione di produzione di elettricità che sfrutta le correnti marine e fluviali. Le pale girano secondo un asse orizzontale o verticale. La prima installazione rimonta al 2006, sul mare d’Irlanda. Idrolisi: scomposizione per mezzo di acqua. ITER: reattore sperimentale a fusione termonucleare installato a Cadarache (Bouche du Rhone, in Francia). Jatropha curcas: pianta della famiglia delle euforbiacee che cresce nelle zone aride e dai cui semi si può trarre un olio; il residuo serve come concime organico. Joule: unità di lavoro equivalente a 10 alla settima erg (CGS). Energia spesa in un secondo da una corrente di un ampère che passa attraverso una resistenza di un ohm (simbolo J). Kyoto (Protocollo di): risultato della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima organizzata nel 1997 nell’omonima città giapponese, che impegna i firmatari a ridurre la produzione e l’emissione di gasserra da qui al 2012. Gli Stati Uniti non l’hanno firmato. La Cina e l’India e un centinaio di paesi del Sud l’hanno firmato, ma senza ob225

bligo di ridurre. La Conferenza è stata seguita dalla Conferenza di Bali del 2007. Ligno-cellulosa: componente fondamentale del legno, della paglia, dell’erba. Lpg: gas del petrolio liquefatto, che non emette particelle e produce una minore quantità di biossido di carbonio rispetto al carburante fossile. Monocoltura: coltura di una specie vegetale unica per molti anni. Montreal (Conferenza di): riunione per la revisione del Protocollo di Kyoto svolta nel 2005, che ha prolungato il Protocollo oltre il 2012. Mosaico africano della manioca: malattia virale provocata dalla mosca bianca (Bemisia tabaci L.) che attacca le foglie della manioca. È un virus di tipo gemini chiamato African Cassava Mosaic Virus (ACMV), che si sviluppa nella manioca (Maniot esculenta) e in altre euforbiacee, in particolare la Jatropha multifida. Membrana di scambio: membrana destinata a scambiare ioni e protoni nelle pile. Metanolo: alcool ottenuto per fermentazione a partire dallo zucchero fornito dai vegetali, chiamato correntemente alcool di legna. Motore ibrido: motore che recupera energia termica perduta dal veicolo per mezzo di uno stoccaggio di elettricità in batterie durante la discesa o la frenata. Nanotecnologia: utilizzo dell’infinitamente piccolo. Nedo: organizzazione giapponese per lo sviluppo delle energie nuove e delle tecnologie industriali. Neem: è un albero sacro dalle numerose virtù, originario dell’India e più precisamente della regione a sud dell’Himalaya. Adatto a terreni poveri, tollera le alte temperature e la scarsità di pioggia. Cresce rapidamente e raggiunge un’altezza di 20 metri; vive 200 anni. La mandorla che si estrae dal frutto viene trasformata in olio e usata come fertilizzante, pesticida e insetticida. Oggi l’olio è usato per produrre agrocarburanti.
226

N-P-K: concime minerale composto da azoto, fosforo e potassio come elementi attivi. Oleoproteaginoso: olio vegetale destinato all’alimentazione. Oro verde : agrocarburante. Ozono troposferico: forma allotropa di ossigeno che contiene tre atomi nella molecola (O3), gas blu odoroso che si forma nell’aria quando l’ossigeno è percorso da una scarica elettrica. Panello: sottoprodotto solido del trattamento di semi oleaginosi (arachide, per esempio), usato come alimento per il bestiame e ricco di proteine. Petrolio di sintesi: petrolio prodotto per fermentazione. Petrolio grasso: agrocarburante. Petrolio offshore: petrolio estratto o sfruttato in alto mare. Pianta oleaginosa: pianta il cui frutto serva a produrre olio. Pila a combustibile: serbatoio di energia che può utilizzare l’idrogeno come combustibile per produrre corrente elettrica. Pirolisi: scomposizione chimica per azione del calore. Polielettrolisi: elettrolisi di vari composti chimici (vedi catione per polielettrolisi cationica). Polimerizzazione: unione di più molecole di un composto per formare una grossa molecola. Potere calorico: energia massima che si può teoricamente trarre da un chilo di materia. Prodotto fitosanitario: prodotto utilizzato per la cura dei vegetali. È una sostanza attiva o un’associazione di varie sostanze chimiche o micro-organismi, di un legante ed eventualmente di un solvente. Protossido d’azoto (N2O): potente gas-serra con un potere di riscaldamento globale (PRG) su 100 anni 310 volte più alto di una massa equivalente di CO2. La causa prima delle emissioni di N2O proviene fondamentalmente da fenomeni naturali di nitrificazionedenitrificazione dei terreni coltivati, di fatto in particolare dall’utilizzo di concimi minerali azotati e dalla gestione di deiezioni animali. Round-up: erbicida a base di glifosato prodotto dalla Monsanto e dichiarato pulito e biodegradabile al 100%. La società è stata con227

dannata in Francia a 15:000 euro di multa per pubblicità menzognera. Gli studi effettuali negli Stati Uniti, in Danimarca, Colombia e Argentina confermano il carattere tossico del Round-up. Scramjet: super-reattore a propulsione ipersonica che funziona con idrogeno e utilizza l’ossigeno dell’aria. SUS-CIT, Sustainable cities : programma dell’Unione Europea per favorire lo sviluppo sostenibile nelle città. Taxon: entità concettuale che raggruppa tutti gli organismi viventi che possiedono in comune certe caratteristiche tassonomiche o diagnostiche ben definite. TEP: tonnellata di equivalente petrolio. Termodinamica: parte della fisica e della chimica che studia le relazioni fra l’energia termica (calore) e meccanica (lavoro), e le leggi generali dei fenomeni che implicano scambi o trasformazioni termiche. Transesterificazione: reazione di un estere e di un alcool per dare un altro alcool. È una reazione reversibile, catalizzata da un acido o una base. Per rendere la reazione più completa, si introduce un eccesso di alcool R-OH che serve anche da solvente. Treethanol: espressione inglese che indica l’etanolo prodotto a partire dalla legna. Trigliceridi : gliceridi in cui in tre gruppi idrossili del glicerolo vengono esterificati da acidi grassi. Sono costituiti da oli vegetali e grassi animali. Torbidità: stato di un liquido torbido. Veicolo carbo-modulabile: veicolo in grado di funzionare con diversi tipi di carburante. Via campesina: movimento internazionale composto da organizzazioni contadine di piccoli e medi agricoltori, di lavoratori agricoli, di donne, di comunità indigene d’Asia, Africa, America ed Europa. È un movimento autonomo, pluralista e indipendente da ogni movimento politico, economico o di altro genere. Vi partecipano anche organizzazioni nazionali. Il movimento si organizza in otto regioni:
228

Europa, Asia del nord-est e del sud-est, Asia meridionale, America del Nord, Caraibi, America centrale, America del Sud e Africa. Watt: unità di potenza elettrica (simbolo W) che corrisponde al consumo di un joule al secondo (J/s). Zona morta: zona dell’oceano dove manca l’ossigeno a causa del riversarsi di nitrati nei corsi d’acqua o che provengono dai concimi azotati usati in particolare per la coltivazione del mais o della canna da zucchero. I nitrati sono alla base dello sviluppo di alghe che morendo calano sul fondale e si decompongono consumando la quasi totalità dell’ossigeno e impedendo così la vita acquatica. Zucchero: sostanza di riserva nella canna da zucchero o nelle barbabietole che può essere usata per produrre etanolo.

229

NOVITÀ EDIZIONI PUNTO ROSSO
François Houtart RELIGIONE La sua funzione sociale Prefazione di Fernando Martinez Heredia “Questo piccolo libro risponde a una necessità molto importante: quella della conoscenza del fenomeno religioso; e conoscere è sempre passare dall’apparenza e dalle convinzioni che si hanno su ciò che si conosce al terreno dell’essenziale e arrivare a porsi le vere domande che costringono continuamente ad approfondire. Significa anche, e può avere risultati vantaggiosi, abbandonare i pregiudizi e passare dal dominio emotivo al processo cognitivo.” (dalla Prefazione di Fernando Martinez Heredia). Collana I tascabili, pagg. 232, 7 euro AMERICA LATINA DAL BASSO Storie di lotte quotidiane A cura di Marco Coscione Prefazione di Josè Luiz Del Roio Tra le mani non ti ritrovi un altro saggio teorico sui movimenti sociali latinoamericani, ma un vero e proprio album fotografico, o forse un quaderno per gli appunti. Indubbiamente, questo libro rappresenta un modo per dare spazio all’America Latina che si racconta da sola, che vuole raccontarsi, ed anche contare. Leggendo queste storie, scoprirai che qualcosa continua a muoversi e a rigenerarsi in quel continente un tempo “desaparecido” e adesso così “vergognosamente” descritto e fotografato. Queste storie non pretendono di tirare le somme, offrendoci solo una parte della realtà, piuttosto ci accompagnano in un cammino fatto di lotte, resistenze e nuove costruzioni che sottolineano la diversità e la ricchezza di questo “movimento di movimenti, in difesa del diritto all’educazione e della Pacha Mama; con un maggior protagonismo cittadino e più informazione dalla base; tra eguali ma differenti; occupando, resistendo e producendo, riaffermando la propria anima indigena, in pace e senza dimenticare… Affinché un’altra America sia possibile!” Marco Coscione è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Genova), con un Corso di perfezionamento su “Il Futuro dell'Unione Europea e le sue relazioni con America Latina” (Universidad de Chile) ed un Master Ufficiale in “America Latina Contemporanea e le sue Relazioni con la UE: una cooperazione strategica” (Universidad de Alcalá - Instituto Universitario de Investigación Ortega y Gasset, di Madrid). Varie esperienze di studio, lavoro e volontariato in Europa (Italia, Germania e Spagna) ed America Latina (Cuba, Cile, Perù, El Salvador). Nel 2007 ha curato la pubblicazione di Micro-historias. Santiago del Cile vista da otto caschi bianchi italiani (Il Segno dei Gabrielli Editore) e nel 2008 ha pubblicato El Comercio Justo. Una Alianza estratégica para el desarrollo de América Latina (Los Libros de la Catarata). Collana Materiali Resistenti, Co-edizione con Carta, pagg. 312, 15 Euro
230

François Houtart e Samir Amin ALTERMONDIALISTA Delegittimare il capitalismo, ricostruire la speranza. Per la “Quinta Internazionale” In appendice un saggio di Samir Amin sul Forum Sociale Mondiale di Nairobi 2007 Il libro raccoglie due corposi saggi di François Houtart e Samir Amin. Il lavoro di Houtart (Delegittimare il capitalismo, ricostruire la speranza) ripercorre in modo efficace tutte le tematiche fondamentali della critica alla globalizzazione, con anche un capitolo specifico sulle prospettive della teologia della liberazione, cercando di dare corpo alle diverse opzioni politiche presenti nel movimento e indicando nuove vie per la trasformazione sociale. Il lavoro di Amin (Per la “quinta internazionale”) illustra una proposta politica di prospettiva per la lotta contro il neoliberismo e per il socialismo del XXI secolo. Il risultato è un quadro di descrizione e di discussione per il futuro del movimento altermondialista. Collana Libri FMA, pp 240, 13 Euro CAMBIAMENTI CLIMATICI Problemi e prospettive L’effetto serra è il simbolo di tutti gli sconvolgimenti imposti all’ambiente in nome della logica dell’accumulazione. Decine di miliardi di tonnellate di CO2 vengono emesse ogni anno con la combustione del carbone, del petrolio e del gas. I cambiamenti climatici vanno a danneggiare gli ecosistemi, la catena alimentare, l’acqua, la salute degli uomini… e in particolare le popolazioni più vulnerabili. I principali responsabili continuano però a esportare il loro modo di sviluppo, mentre ormai è inconcepibile un mondo in cui ogni abitante inquinasse quanto uno statunitense. Nel 1992 la comunità internazionale ha adottato una convenzione sui cambiamenti climatici, rafforzata nel 1997 dal Protocollo di Kyoto. Ma il Nord ha accumulato un tale debito climatico rispetto al Sud che questo è renitente a partecipare agli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra finché il Nord non prenderà misure serie ed efficaci. Peraltro, se non si riduce drasticamente l’uso dei combustibili fossili, avremo un clima più caldo di quanto l’umanità abbia mai conosciuto e centinaia di milioni di persone ne saranno danneggiate. I paesi ricchi devono ridurre urgentemente le loro emissioni, promuovere uno sviluppo mondiale adeguato e aiutare il Sud ad adattarsi ai cambiamenti climatici diventati inevitabili. Collana Quaderni di Alternatives Sud, pp 175, 11 Euro

AA.VV SOCIALIST REGISTER ITALIA NUMERO 1 Pubblicata dalle Edizioni Punto Rosso, da oggi anche in Italia e in italiano, la storica rivista della sinistra alternativa internazionale Il Socialist Register, punto di riferimento intellettuale della sinistra internazionale dal
231

1964, è stato fondato da Ralph Miliband e John Saville a Londra come ricognizione annuale di movimenti e idee, nello specifico contesto della New Left britannica. Attualmente a cura di Leo Panitch e Colin Leys, il Socialist Register, i cui singoli volumi sono incentrati, di anno in anno, su un tema di particolare attualità, ha perseguito con coerenza la strada dell'impegno teso a sviluppare una relazione indipendente con il marxismo, libera da prese di posizione settarie e dogmatiche. Il primo numero di Socialist Register Italia contiene i saggi migliori degli ultimi anni Indice. Ursula Huws, La nascita del cibertariato? Il lavoro virtuale in un mondo reale (2001). Amy Bartholomew e Jennifer Breakspear, I diritti umani come spade dell’impero (2004). Dorothee Bohle, L’UE e l’Europa Orientale: Il fallimento del test di migliore potenza mondiale (2005). Patrick Bond, L’impero americano e il sub-imperialismo sudafricano (2005). Paul Cammack, 'Segni dei tempi': Capitalismo, competitività, e il nuovo volto dell’Impero in America Latina (2005). Vivek Chibber, Risuscitare lo Stato sviluppista? Il mito della borghesia nazionale' (2005). John Grahl, Il potere di Unione Europea e America a confronto (2005). Leo Panitch e Sam Gindin, La finanza e l’impero americano (2005). Atilio Boron, La verità sulla democrazia capitalista (2006). Colin Leys, Lo Stato cinico (2006). Greg Albo, I limiti dell’ecolocalismo: scala, strategia e socialismo (2007). Neil Smith, La natura come strategia di accumulazione (2007) Collana Socialist Register, pagg. 265, 13 Euro. Uscita maggio 2009 Raffaele K. Salinari IL CASTELLO DI SABBIA L’immagine profana: un bambino costruisce un castello di sabbia sulla spiaggia in riva al mare. L’Immagine: egli è il sacerdote di un rito, sacro e pagano al tempo stesso, che celebra il mito della creazione del mondo. In questa appartenenza al contingente ed all’eterno, all’infanzia ed alla vecchiaia, al cosmogonico ed al mondano, risiede l’essenza stessa del mito, di ogni Immagine simbolica e del rito che ad esso rimanda. In ogni gesto quotidiano, in ogni momento della nostra vita, in ogni gioco, in ogni situazione del nostro esserci, possiamo dunque cercare e ritrovare l’Immagine simbolica che manifesta il suo mito. L’immagine diventa allora Immagine attraverso la carica empatica e lo stupore che essa suscita; è l’utilizzo consapevole di questa combinazione, questo intento, che apre per noi la parentesi del Grande Tempo, il sacro che ci chiama ad officiare il sacrificio del ricongiungimento tra l’umanità ed il Cosmo. Co-edizione con Carta - Collana Materiali Resistenti. Uscita maggio 2009. ----------------------------------------------------------------Edizioni Punto Rosso Via G. Pepe 14, 20159 Milano Tel. e Fax 02/875045 – 02/874324 edizioni@puntorosso.it – www.puntorosso.it
232