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Fabrizio Mancini Ideocracy

Ci fanno o ci sono ?
La crisi nella quale ci troviamo prende il via dalla caduta del muro di Berlino. Globalizzazione, delocalizzazione e flessibilità: tre parole sulle quali pochi milioni di persone hanno costruito la loro smisurata ricchezza. “Processi di economia naturale” ci riporteranno a nuovi equilibri. Prima di allora chi sopravvivrà?
uando nel 1990 cadde il muro di Berlino tutti accogliemmo con soddisfazione quell’evento e ciò che ne seguì. Era la fine della guerra fredda e l’inizio di una nuova speranza. L’assetto geopolitico specialmente dell’Europa, si modificò radicalmente. I regimi dittatoriali di matrice comunista si sgretolarono uno dopo l’altro, popoli che per decenni avevano convissuto sotto la stessa bandiera si scissero per formare nuove nazioni. Mondi che per mezzo secolo erano stati divisi da barriere che apparivano insormontabili e che avevano sviluppato al loro interno modelli e regole di convivenza diametralmente opposte l’una dall’altra, si trovarono improvvisamente a veleggiare nello stesso mare. Fu un vero e proprio terremoto di dimensioni epocali. I vecchi equilibri scaturiti dall’epilogo del secondo conflitto mondiali che si basavano sulla contrapposizione fra il blocco Nato e quello Comunista, furono spazzati via in poche settimane. In quel momento di euforia confondemmo le speranze con le certezze, pensammo erroneamente che il più fosse fatto, approcciammo il nuovo che arrivava senza alcun spirito critico, accettando con entusiasmo tutto ciò che sembrava promettere. Ad amplificarne ulteriormente gli effetti arrivò la rivoluzione tecnologica di internet che avvicinò ancora di più le persone e le cose. Singoli eventi di per se positivi che però andavano gestiti, razionalizzati, miscelati con equilibrio. E invece ci siamo consegnati con trepidante emozione alla globalizzazione totale senza metterne in conto i rischi e gli effetti devastanti che questa avrebbe prodotto nel giro di pochissimi anni.

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IL BARATRO in cui ci troviamo oggi affonda le sue radici in quel lontano 1990 e nell’ apparente e sconcertante incapacità dei politici di governarne con visione strategica gli effetti. Da anni continuano a ripeterci che la crisi di oggi ha ragioni finanziare e speculative, che l’economia reale era e resta sostanzialmente solida. Questo è il grande inganno. La crisi dei paesi occidentali è tutta nell’economia reale. Molte sono le nazioni che hanno abbandonato serie politiche industriali finalizzate a creare concrete opportunità di lavoro. Allora la domanda da porsi è la seguente: i politici, i guro dell’economia mondiale ci sono o ci fanno? In questo tempo di crisi sembrano tutti affannarsi con buona volontà alla ricerca della ricetta miracolosa, ma nessuno affronta quello che in tutta evidenza appare come il vero problema, ovvero l’equa redistribuzione del mercato globale del lavoro. Due mondi con regole completamente diverse sono venuti in contatto. E’ come se improvvisamente rugbisti e calciatori si fossero trovati a giocare e a confrontarsi sullo stesso campo, nello stesso spazio e avessero deciso di mantenere ognuno le proprie regole. Non avrebbe funzionato. Abbiamo accettato la globalizzazione delle merci, in parte quella delle persone, dimenticandoci di codificare ed uniformare al contempo quella del lavoro. Sullo stesso mercato (nello stesso campo di gioco) accettiamo che in alcune parti del mondo la manodopera costi dieci ed in altre due, che in alcune parti del mondo le imprese debbano rispettare giuste e rigide regole ambientali e diritti sacrosanti dei lavoratori, mentre in altre si permette alle imprese di sputare

veleno nell’aria e ridurre gli operai in nuovi schiavi. In virtù di tutto questo imprenditori grandi e piccoli supportati dalle loro rappresentanze, hanno profittato della situazione coniando due nuove parole magiche: flessibilità e delocalizzazione. In altri termini hanno mantenuto la sede commerciale e direzionale delle loro aziende nei paesi occidentali avvalendosi di nuove e più “flessibili” regole del lavoro e hanno spostato la produzione in quei paesi dove il costo del lavoro è infinitamente basso. Tutto ciò non ha prodotto e non produce un’ abbassamento dei prezzi di vendita delle merci sul mercato finale, ma ha generato esclusivamente una maggiore marginalità per l’imprenditore che ha visto aumentare a dismisura i suoi ricavi, i suoi profitti e la sua ricchezza personale. Per effetto della delocalizzazione assistiamo quindi ad una perdita costante di posti di lavoro nei paesi occidentali ed al contempo per effetto della flessibilità registriamo un’ abbassamento dei salari e delle condizioni di lavoro degli stessi. A fronte di tutto ciò non può sfuggire il costante aumento della concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi a discapito di tanti. E i lavoratori? Traditi in larga parte dagli ideali comunisti sono rimasti orfani di un’affidabile e degna rappresentanza politica, capace di lottare disinteressatamente per garantirne i diritti. Da quel memorabile 1990 il mondo è stato consegnato e governato esclusivamente dai poteri forti e da ex regimi comunisti che hanno avuto l’arroganza di riciclare la loro cultura tirannica e despotica per colonizzare il mondo, giocando una partita sporca a livello globale insieme a quelli che per decenni erano stati avversari molto più che politici. Governanti occidentali, guru dell’economia, industriali, banchieri, oligarchi ex comunisti hanno stretto un patto con il diavolo per arricchirsi smisuratamente sulla pelle di miliardi di persone. PER USCIRE dall’attuale crisi per prima cosa dovremmo quindi rimettere al centro il lavoro e la sua dignità all’interno del mercato globale, ovvero fare emergere dalla schiavitù milioni di lavoratori che in più parti del mondo sono obbligati a turni di lavoro

infernali a fronte di retribuzioni insignificanti, creando allo stesso tempo regole condivise a livello internazionale in materia di diritti dei lavoratori e regole industriali. Riequilibrare costi e diritti dei lavoratori offrirebbe a tutti le stesse opportunità di competere sul mercato globale e darebbe più potere di acquisto a miliardi di persone che fino ad oggi non ne hanno avuto. Solo accettando senza pregiudizi questa sfida si potrebbero creare le condizioni per innescare un nuovo circolo virtuoso dell’economia che potrebbe aprirsi a nuovi e più estesi mercati capaci di rilanciare i consumi e supportare una crescita sostenibile. Purtroppo invece il timore è che si voglia equilibrare in basso il costo del lavoro, avvicinando lentamente ma inesorabilmente lo stato dei lavoratori occidentali a quello dei nuovi schiavi. Al di la della retorica di facciata tutti gli indicatori evidenziano proprio questa tendenza. Come uscirne? Considerato che l’aumento dei consumi per generare profitti è una necessità di tutti, c’è da augurarsi che coloro i quali dirigano il gioco si rendano conto che il pozzo dal quale hanno attinto in questo ultimo ventennio si è completamente prosciugato ed è pertanto necessario ridistribuire la ricchezza per fare ripartire il sistema. Ridistribuire la ricchezza significa rinunciare ad una piccola parte dei loro enormi profitti per darla attraverso il lavoro a miliardi di persone che così facendo potrebbero accedere per la prima volta o ritornare al consumo di beni e cose. Se ciò non dovesse avvenire, è facile prevedere che saranno gli stessi lavoratorischiavi a ribellarsi a questo stato di cose e al fine sovvertiranno l’attuale ordine. C’è quindi da ritenere che “processi di economia naturale” si svilupperanno nel tempo e riporteranno la situazione in equilibrio. Ciò sarà inevitabile. Se questa è una certezza, resta l’incognita su tutto quello che avverrà nel frattempo, ovvero su quali e quanti danni arrecherà la recessione nella quale ci stiamo drammaticamente trovando. Ai suoi tentacoli, con l’attuale classe dirigente e con il torpore nel quale hanno sapientemente ridotto il popolo, non ci è data più possibilità di sfuggire. Non ci resterà altro

che valutare gli effetti e quantificare i danni che questa crisi lascerà dietro il suo passaggio, sperando che una botta di fortuna ci risparmi il peggio!

Ventidue anni fa a Berlino e nel mondo intero chi si sarebbe immaginato la trama di questo film? Pochi o forse nessuno. Resta il fatto che quel giorno resterà indimenticabile.