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Filemone Novità e limiti della lettera

Se compariamo Filemone alle altre 12 lettere, delle 13 che compongono attualmente il corpus paulinum, troviamo ben 10 parole che Paolo non ha usato altrove. Scopriamo che a Fm, intensa di fraternità e paternità spirituale, mancano 2.473 lemmi che invece Paolo usa, anche spesso altrove, come, per esempio: la negazione “no, non"; i terminI "uomini", "legge", "corpo" (ma usa una volta "carne"), "parola", "gloria", "opere", "peccato", "donna", "vivere", "giustificazione", "credere", "gente", "cuore" (ma usa tre volte: "viscere"). Eccetera. Esiste una sterminata lista di temi non toccati in Fm, ma solo altrove da Paolo. Un’ultima, delle parole assenti in Fm, ma che ha a che fare con il nome Onesimo, è “utilità”, in greco hophéila, usata solo in Rom 3,1 (nel NT è presente in Giuda 1,16, dove è tradotta con “motivo di interesse”, o “profitto”).

Onesimo
Il nome e il personaggio sono il motivo per cui Filemone è scritta sicuramente da Paolo. Onesimo è citato al v. 11 e in Col 4,9 come “carissimo e fedele fratello” di Paolo, mentre il nome greco, significa “redditizio, lucrativo” e quindi utile, come lo può e deve essere uno schiavo fedele. Il nome Onesimo, in Fm considerato " il mio figlio, che ho generato in catene" compare anche in Col 4,14 come un inviato da Paolo a Colosse, come " il fedele e caro fratello". Ci potremmo chiedere che vincolo di parentela ha contratto Paolo con questo schiavo. Sicuramente non una parentela di sangue, se Onesimo, utile schiavo, è considerato sia figlio che fratello. Sia cioè generato alla fede da Paolo, che un suo stretto collaboratore. Tornando però ad esaminare, per il momento, le novità di Fm, possiamo cogliere indizi importanti sul tema del cambio radicale, nel modo di considerare e di vivere i rapporti padrone-servi. Nell'indagine, notiamo subito proprio il nome Filemone, nome amabile di un padrone, rapportato a parenti e ad amici in una cas che è anche chiesa (v. 2) domestica.

Filemone
Filemone, Apfia, Archippo: sono nomi sconosciuti al resto della Bibbia e in Fm invece costituiscono un'unità, specifica della lettera. Paolo si indirizza, con stile involuto, “a Filemone, al caro e collaboratore nostro”. L’etimologia del nome è legata al classico phílema (o al dorico phílama) che significa “bacio”, una parola utilizzata specialmente nei saluti, come in Rom 16,16: salutatevi gli uni gli altri “con il bacio santo.” Lo stesso invito Paolo rivolse ai lettori di Corinto, sia in 1Cor 16,20 che in 2Cor 13,12, e ai tessalonicesi in 1Ts 5,26. Il campo semantico del nome proprio, comprende, nel greco classico, altre parole che indicano cosmetici,

amicizia, affezione, secondo il contesto immediato in cui sono usate. Il verbo da cui tutte derivano è philéo, il “voler bene”, un bene di amicizia o fraternità spirituale più che di parentela. È usato da Paolo due volte, la prima nel saluto di 1Cor 16,22 (“se qualcuno non vuol bene al Signore sia anàtema”) e la seconda in Tt 3,15: “Saluta quelli che ci vogliono bene nella fede.” Dunque si può voler bene sia al Signore, guai a non farlo, che ai fratelli e sorelle di fede. Il nome Filemone ci appare allora evocativo di una tonalità calda, avvolgente di Fm. Ma chi è questo personaggio? - Tra i convertiti di Paolo, forse quando egli predicava ad Efeso (cfr. Atti 18,19-24; 19,1-35; 1Cor 15,32; 16,8; Ef 1,1; 1Tm 1,3; 2Tm 1,18; 4,12), chiesa certamente paolina e con la quale Colosse è in contatto, c’era forse anche questo distinto signore, che presto diverrà “nostro – anche di Timoteo oltre Paolo – synergós”. Questo nuovo termine evocativo della sinergia o della collaborazione nella realizzazione di una stessa opera, è quasi anch’esso di conio paolino. Serve a descrivere diverse altre persone utili a Paolo e che egli riesce a coinvolgere nell’attività missionaria (cfr. Rom 16,3.9.21; 1Cor 3,9; 2Cor 1,24; 8,23; Flp 2,25; 4,3; Col 4,11; 1Ts 3,2). Unica altra occorrenza di synergós fuori del corpus paulimum, nel NT, è, al plurale,in 3Gv 8, un testo più tardivo. In Fm, Paolo usa synergós anche al versetto 24 e qui al plurale, per non parlare più di Filemone ma di “miei collaboratori”. Specificamente si riferisce a Marco, Aristarco, Dema e a Luca, il probabile autore di Luca e Atti. Filemone, come collaboratore di Paolo è dunque uno del gruppo, anche se vive lontano dagli altri, i quali, insieme a Epafra, compagno di prigionia di Paolo, lo salutano. Attraverso Paolo, si conoscono tutti tra loro. Filemone conosce Timoteo, menzionato come co-mittente di Fm, al v. 1. Filemone vive a Colosse? Vari indizi che veniamo elencando ci fanno ritenere che Filemone viva o a Colosse, conosciuta come Kona o Chonae, oggi Honaz, in Turchia, a 13 miglia da Hierapolis, o a Laodicea (menzionata in Col 2,1; 4,13.15) e che da Colosse dista solo 10 miglia. Non è facile essere precisi. Colosse, comunque, è nell’antica Frigia, ed è menzionata solo una volta in Col 1,2. Non fa parte dell’itinerario apostolico di Paolo. Ha però una sua storia ed è lungo una strada che da Efeso, che dista circa 190 km in linea d’aria verso ovest, conduce alla Valle dell’Eufrate. Che Filemone, oltre che cittadino (romano?), sia benestante, ospitale e bene in vista nella comunità lo si deduce dagli argomenti trattati con lui da Paolo, con delicatezza e fiducia. La casa stessa di Filemone, o la sua famiglia, è l'ekklesía locale. La tradizione fa di Filemone il vescovo di Colosse (Costituzione Apostolica, vii,46) e il Martirologio Greco (Menae, calendario lunare) annota che insieme a sua moglie, a suo figlio e ad Onesimo, furono lapidati davanti ad Androcles (o Androclus), il governatore, al tempo di Nerone. Il Martirologio Latino sembra d’accordo con questa che comunque resta una notizia non confermata.

Apfia
Il nome significa letteralmente "la fertile” e Paolo la descrive come “nostra sorella”. È, forse, moglie di Filemone e, forse, Archippo (= “governatore o provveditore di cavalli”), descritto come il “nostro commilitone”, menzionato con un richiamo severo al suo

diaconato anche in Col 4,17, sia il figlio della coppia. L' intera famiglia quindi sembra collaborare con Paolo, mettendo a disposizione della ekklesía la propria casa.

Parole nuove
Lo specifico linguistico, indizio della novità e differenza di Fm rispetto al resto del corpus paulinum, ci sembra rappresentata da altre poche parole che Paolo mai utilizza altrove. Al v. 8 di Fm, Paolo utilizza, qui soltanto nel corpus paulinum, il verbo epitásso, "comando", "impongo", che Luca, per esempio, in 4,36 del vangelo, utilizza per la parola autorevole di Gesù, che "comanda con autorità e potenza" agli spiriti immondi ed questi se ne vanno subito. Paolo utilizza, come ipotesi possibile, esigendo obbedienza o addirittura la sottomissione dello schiavo, lo stesso verbo in relazione a Filemone: pur avendo io, dice Paolo, "in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare…". Ci basti osservare che Paolo, in rapporto a Filemone, è come, e più, di Filemone in rapporto ad Onesimo. Paolo, apostolo e padre – mai si dice padrone - ha, nella chiesa, la stessa autorità, e autorevolezza, della parola di Gesù. Può imporre, non se stesso, ma l'esempio di Gesù, obbediente al Padre fino alla morte di croce. Al v. 11 di Fm, Paolo usa un altro termine che è sconosciuto al NT, ma che è utilizzato in diversi passi soprattutto sapienziali e apocrifi (cfr. 2 Mc 7,5; 3 Mc 3,29; Sap 2,11; 3,11; 4,5; 13,10; 16,29; Sir 16,1; 37,19; cfr. anche il greco di Os 8,8). Si tratta di áchrestos, "senza valore", che con un gioco di parole, è riferito a Onesimo, lo scappato di casa, "quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me". L'utilità di Onesimo non fa qui pensare ad un ritorno alla schiavitù sotto Filemone. Onesimo è ora doppiamente utile (eúchrestos: si noti l'antitesi, figura retorica): per la chiesa locale radunata in casa di Filemone; e presso Paolo, in prigione a Roma, dove Onesimo ancora si trova mentre Paolo, suo padre e fratello, sta scrivendo a Filemone. Una utilità apostolica. Paolo non tema di essere tacciato di utilitarismo e quando parla con un padrone di schiavi, ne usa lo stesso linguaggio. Al v. 12 di Fm, Paolo si rivolge a Filemone, indicando Onesimo: "Te l' ho rimandato, lui, il mio cuore". Il verbo anapémpo, oltre questo testo, compare solo nel NT, e solo in Luca (Lc 23,7.11.15) dove si riferisce a Gesù, rimandato come una palla, da Erode e Pilato. In Atti 25,21, invece, è riferito proprio a Paolo che, perché s'era appellato a Cesare, deve essere "rinviato" a Roma. Al v. 14 di Fm, Paolo usa hecoúsios, un aggettivo sconosciuto al resto del NT, mentre è presente nella LXX (Lv 7,16; 23,38; Nm 15,3; 29,39; Dt 12,6; Esd 1,4.6; 3,5; 8,28; Ne 5,8; Gdt 4,14; 16,18; Ps [LXX] 67,10; 118,108; Prv 27,6). Scrive Paolo, rivolgendosi a Filemone, sempre a proposito di una decisione, in realtà già presa, almeno teoricamente, riguardo ad Onesimo: non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai "non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo", o "volontario" –che, nel contesto, è opposto all'indea di necessità, obbligo o dovere. Paolo, accettando il dialogo come metodo di convinzione, sollecita la volontà di Filemone, perché si allinei con quella di Paolo, diventato padre e fratello dell'ex-schiavo. Filemone deve trasformarsi, anche lui, in padre e fratello del giovane Onesimo, perché costui diventi davvero utile a tutti.

Al v. 19 di Fm, Paolo usa apotíno, "ripago" (cfr. nella LXX Es 21,19-37), un verbo che è sconosciuto al NT. Nello stesso v. usa anche prosopheílo, "continuo a essere in debito", che non ricorre altrove nella Bibbia. Paolo utilizza i due verbi scrivendo una sorta di impegno solenne, reciproco, con Filemone: "Lo scrivo di mio pugno. io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso!". - Il testo ha un sapore economico, di quietanza, ed evoca la compra-vendita degli schiavi. Paolo sembra recitare la parte del padrone, o del più forte, e qui gli schiavi sono due: oltre Onesimo che Paolo dice di volere riscattare economicamente, lo stesso Filemone che deve a Paolo se stesso. La schiavitù di questo padrone di schiavi è, ci pare di capire, quella nuova a Cristo che è il Signore e al quale è stato Paolo a introdurlo. Filemone, dunque, non è schiavo di Paolo direttamente, ma di Cristo. Al v. 20 troviamo onínemi, verbo non facile da tradurre, non ricorrendo mai altrove nel resto della Bibbia. Il verbo è comune invece nel greco classico, dove significa, in Platone, "fare [un] piacere"; oppure: "beneficiare" o "giovare" o "favorire" Paolo scrive: " Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore", sempre parlando del ricevimento di Onesimo, da fratello e non più da schiavo. Al v. 22 Paolo usa xenía, che potrebbe indicare sia una "stanza" che, più in astratto, l'ospitalità. Dal contesto, in cui Paolo chiedi preparare l'accoglienza presso Filemone, sembra si riferisca proprio alla "stanza per ospiti", quindi ad un alloggio. La parola greca ricorre solo ancora una volta in tutta la Bibbia, in At 28,23, e ancora in riferimento a Paolo, che si trova proprio a Roma: agli arresti domiciliari? Luca ci informa che, in un giorno prefissato, molti giudei si recarono presso Paolo, "eis tèn xenían, presso il suo alloggio". Non si tratta di una casa autonoma, probabilmente, ma dove comunque Paolo dispone di spazio per accogliere, almeno alcuni, ebrei o già cristiani? ai quali espone il regno di Dio e cerca di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai profeti. Parla, in questo alloggio romano, dal mattino fino alla sera. È possibile pensare che anche Onesimo sia stato istruito da Paolo in questo alloggio di Roma, anche se non era ebreo. In sintesi, almeno 4 di 10 termini che Paolo utilizza solo in Fm sono assenti anche da tutto il resto della Bibbia.

Dalla prigionia
Da dove è partita questa lettera? Da Cesarea, da Roma?

Ragionando sulla fuga di Onesimo, lo schiavo che ha abbandonato Filemone, si potrebbe pensare che egli sia fuggito da Colosse (o Laodicea?)a Cesarea Marittima, più vicina all'Asia Minore, e dove, sicuramente, Paolo è stato tenuto in catene a lungo. Più di Roma, Cesarea è un luogo rilevante nella narrazione, in Atti 8,40; 9,30; 10,1.24; 11,11; 12,19; 18,22; 21,8.16; 23,23.33; 25,1.4, dei fallimenti di Paolo che “stava sotto custodia a Cesarèa”. Tuttavia, si può sempre altrettanto ipotizzare Roma, la capitale dell’impero, sia come prigione di Paolo, sia come polo di attrazione per uno schiavo in fuga. A Roma,

d'altronde, stando alla testimonianza di Atti 28,30, Paolo ha trascorso due anni interi in un alloggio, custodito, in attesa di processo.

Scrittura di un dialogo complesso
Quel che è più rilevante di Fm, più che da dove essa sia stata spedita, è da chi, e le difficili circostanze che hanno ispirato lo scritto. Al riguardo, Fm è ricca di informazione. Già nel v. 1, come il lettore si attende, abituato agli indirizzi che intestano le altre 12 lettere, all'inizio, nella prima riga, con la presentazione del mittente - o dei mittenti? – e del destinatario, troviamo scritto precisamente: "Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone". Esamineremo più avanti parole importanti di questo denso incipit. Per ora notiamo i nomi che indicano i mittenti e il destinatario. Non si può direttamente decifrare il quando e il dove di Fm, ma se è scritta da Cesarea Marittima, la data potrebbe essere collocata tra il 59-60; se invece si accredita Roma, come prigione di Paolo, la data oscilla tra il 60-63, durante i due anni interi a cui si riferiscono gli Atti. In Fm, sono i nomi propri la cosa importante, perché tanti, riferiti a ben 12 persone distinte, cominciando con Cristo Gesù. In ordine decrescente, seguono Paolo (3 menzioni) e una serie di altri personaggi nominati una sola volta come Apfia, Aristarco, Archippo, Dema, Epafra, lo stesso Filemone, Luca, Marco, Onesimo, Timoteo. Filemone e Onesimo strutturano il dialogo, portante, di Paolo con il suo lontano destinatario. Il doppio riferimento a Gesù, come il Cristo (il Messia), che è un titolo più che un nome, risulta, statisticamente per lo meno, l'argomento sostanziale della lettera, essendo il personaggio, e anche il tema con cui tutta Fm è intrecciata (8+6 volte). Quasi ogni affermazione di Paolo è connessa, ispirata, o riferita alla fede essenziale, di Gesù, Cristo e Signore. Statisticamente, il nome di Paolo è al secondo posto, ma molto rilevante, subito dopo il Cristo. La ripetizione è indizio di un proprio profilo, marcato, essendo presente, in prima persona, come soggetto parlante dietro ogni parola rivolta a Filemone, al punto che è impossibile dubitare dell'autenticità della lettera. Indirizzandola a Filemone, Paolo scrive e parla in modo emotivo e pragmatico, usando comando ed esortazione, con l'intento, esplicito, di ottenere un favore importante, riguardo ad Onesimo, che di Paolo è diventato, da schiavo e forse proselito, un figlio.

Alla ricerca di indizi personali
Seguire tracce, nel resto del corpus paulinum, e anche in Atti, di questi nomi menzionati in Fm, ci è utile per comprendere la portata storica della lettera, ma anche la particolare pressione emotiva esercitata da Paolo sul suo, socialmente in vista ed ecclesialmente significativo destinatario. Più in generale, l'investigazione ci porta a riconoscere frammenti biografici di Paolo, come apostolo e della sua personale strategia nel proclamare, a voce e per scritto il vangelo, ossia l'identità di Gesù come il Cristo e il Signore in cui credere. Scrive Paolo, rivolto a Filemone, anche se non chiamato per nome: "La tua partecipazione [letteralmente koinonía – che fa pensare alla comunione ecclesiale, oltre che domestica] alla fede [pístis] diventi efficace per la

conoscenza di tutto il bene che si fa tra voi per Cristo". Lo stesso Filemone, deve considerarsi, un collaboratore di Paolo nel fare conoscere meglio il Cristo. A parte Cristo e Paolo, alcuni altri nomi che sono in relazione alla sua attività apostolica, si ritrovano in Atti e in altre lettere, soprattutto scritte, come Fm, da una prigione, e che potrebbero essere meglio capite se rilette in parallelo a Fm. Aristarco, Archippo, Dema e Luca Il nome Aristarco, per esempio, è menzionato, oltre che in Fm 24, in Atti 19,29; 20,4; 27,2 e soprattutto in Col 4,10, dove sembra proprio coincidere con il personaggio di Fm. Paolo lo nomina in chiusura della lettera ("Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba"). Aristarco non è a Colosse, è conosciuto dai colossesi ed è compagno di prigionia di Paolo. Di quale prigione si tratta? Efeso? Filippi? Certamente non Cesarea Marittima. Potrebbe invece essere proprio Roma. Indizio di conferma è la stessa menzione, assieme ad Aristarco, anche di Marco (cfr. Atti 12,12.25; 15,37.39; Col 4,10; 2 Tm 4,11; 1 Pt 5,13) che a Roma, con Pietro ormai, sembra essere di casa. Anche Archippo, menzionato in Fm 2, compare in Col 4,17 ("Dite ad Archippo: "Considera il ministero che hai ricevuto nel Signore e vedi di compierlo bene"). Archippo ha una diakonía particolare. Paolo lo conosce ed esorta i lettori colossesi ad esortarlo. Aristarco è di Colosse? E dove si trova Filemone, destinatario di Fm? Anche Dema saluta, insieme a Paolo, i lettori di Colosse, in Col 4,14 ("Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema"). Dema, ancora in compagnia di Marco, compare anche in un'altra lettera scritta da una prigione-pigione, Roma probabilmente, in 2Tm 4,10-11. Luca, anche, oltre che in Fm 24, è ricordato solo anche in Col 4,14; 2 Tm 4,11. Già a questo punto dell'indagine, l'ipotesi di Roma come prigionia di Paolo, scrittore e mittente, assieme a Timoteo, di Fm, acquista più probabilità. Almeno se consideriamo Luca l'autore degli Atti, il medico e collaboratore, l'amico personale e accompagno di viaggio di Paolo. Prigioniero, proveniente da Cesarea Marittima, con una scorta militare, Paolo ha viaggiato con Luca che teneva il diario di bordo, alla volta di Roma. E Paolo, da una prigione è passato ad un'altra senza periodi intermedi di libertà. Paolo si sente un prigioniero di Cristo. Anche Epafra è menzionato, oltre che in Fm 23, solo più in Col 1,7; 4,12 – e anche Colossesi è una lettera dalla prigionia. In sintesi, dunque, dalla lista dei collaboratori, amici fraterni di Paolo, come lo èe Filemone, possiamo dedurre con una relativa sicurezza alcune informazioni circa l'indole di Fm, redatta in catene, e che sarebbe partita da Roma, attorno al 60-63. Annotiamo anche, sia nella redazione, che nel gestire i contatti e il dialogo con la chiesa che si raduna in casa di Filemoe, e con Filemone in persona, il marcato profilo di Paolo, oltre la presenza, al suo fianco, di Timoteo, che Filemone naturalmente conosce. È percepibile anche l'intento principale di Paolo, nel riferirsi ai suoi collaboratori: quello di avere più forza di persuasione a vantaggio di Onesimo che egli, a Roma. ama come un figlio e non lo vuole che ritorni a Filemone come un servo. Inoltre, il prigioniero di Cristo ci appare come un apostolo nel ricordare a Filemone che deve attivamente

partecipare, in team con altri, alla rivelazione di Gesù come il Messia e l'unico Signore, vero padrone, a suo modo, di tutti.

Altre notizie e note
Fm è composta da 140 parole, anche se sono, in forme grammaticali distinte, ripetute per un totale di 335 volte. Non una in più. Questo totale, breve, lo facciamo sul testo greco. Nella vecchia traduzione della CEI, invece, le parole che compongono Fm sono 211 con 416 occorrenze. Già questa comparazione quantitativa, ci dice qualcosa sulla qualità della traduzione, più verbosa, e non necessariamente più chiara. Lo stile di Paolo è più asciutto ed emotivamente più intenso di quanto riusciamo a renderlo traducendolo nella nostra lingua armonizzata per esigenze di una lettura pubblica di Fm. L'importanza dell'articolo Se a questo punto tentiamo di stabilire una gerarchia tematica globale, cioè tra tutte le 140 parole greche di Fm, notiamo subito, in prima posizione, come di solito del resto, l'articolo determinativo ho, "il, lo" che ricorre 36 volte in Fm, con il compito di marcare, distinguendoli, i temi più rilevanti. L'articolo ho ricorre a partire dal primo versetto e fino all'ultimo, ma con qualche eccesione: è assente nel v.3 e dai vv. 15-18. Le prime due volte, l'ho serve a formare sintagmi nominali importanti: "il fratello", per indicare Timoteo, nella preposizione articolata per il dativo, "al nostro caro", per esplicitare, con espressione affettuosa, un altro personaggio ben conosciuto di Fm, il collaboratore Filemone. In questo primo versetto, l'articolo indica quindi un grado alto di conoscenza e reciprocità tra Paolo, Timoteo e Filemone, conoscenti e amici tra loro e insieme protagonisti nella missione e per la gestione delle chiese locali. Nell'ultimo versetto, il 25, l'ho ricorre tre volte in un saluto cristologico, abituale per Paolo, e che consiste in un collegamento di cui prendere coscienza e da custodire, oltre la lettura del testo che Paolo ha composto per connettere i suoi lettori, e Filemone in particolare, non solo con sé, il mittente. Infatti, Paolo scrive utilizzando il singolare e il plurale: "La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito". Esamineremo più sotto i sostantivi e aggettivi introdotti con l'articolo determinativo. Intanto, notiamo come l'articolo indichi l'importanza, l'unicità riconosciuta della grazia, del Signore, che è Gesù Cristo, ma anche dello spirito che non è lo Spirito Santo, ma quello, plurale, della chiesa domestica. Il tu e il voi Nella lista delle 140, ben 24 volte, ricorre la seconda parola, il pronome di seconda persona, singolare e plurale, sú, "tu-voi", spesso tradotto anche come aggettivo, "tuovostro". Questa fitta frequenza, dal versetto 2 al versetto 25 di Fm (non ricorre nei vv. 1.19.15.17.24) è indizio di un alto profilo dialogico e di una strategia della lettera che fa risaltare più il tu-voi che l'io di Paolo. Nel v. 2, l'io, che diventa un "nostro" o letteralente, "di noi" si associa al singolare sou, letteralmente "di te": " alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d'armi e alla

comunità che si raduna nella tua casa". La casa-chiesa è quella del destinatario della lettera, ed è indicata con enfasi, non solo per l'aggiunta di "tua", ma anche per la posizione finale nella frase. Lo stile è indice di un'intenzione di Paolo, quella, ci sembra, di rafforzare il vincolo di conoscenza e amicizia con Filemone, facendogli prendere coscienza della responsabilità rispetto non solo alla propria casa privata, ma alla chiesa che vi si raduna. Questa comunità cristiana ospitata nella famiglia di Filemone, è "tua" – di Filemone. In che senso? Nel v. 3, dove ancora sú ricorre, al plurale, in un saluto introduttivo e diretto, non è più in risalto il tu di Filemone, ma risalta il voi della chiesa: " grazia a voi e pace", che sono attributi e doni di Dio che è "nostro Padre" e di Gesù Cristo che è [senza un nostro esplicitato] "Signore". In parallelo a questo saluto iniziale del v. 2 è quello finale del v. 25: " La grazia del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito di [tutti] voi". In tutta la lettera dunque appare questo alto profilo non solo, singolare, di Filemone, ma anche plurale della comunità cristiana, a cui Paolo augura pace e soprattutto la percezione che tutto è vangelo di grazia, cioè che e tutto è "vostro", Dio come Padre e Gesù come Signore. L'io in secondo piano La terza parola, in ordine decrescente di frequenza, è egó, "io", il pronome di prima persona che comunque non èe sempre usato al singolare, anche se delle 21 volte, è al singolare, non sempre al nominativo, 17 volte. L'io di Paolo non è esplicitato, la prima volta, prima del v. 4: " Rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te nelle mie [letteralmente: di me] preghiere". Paolo, mantenendo un profilo più basso rispetto al destinatario, anche se esplicita due volte nel v. egó, evidenza non tanto se stesso quanto la sua preghiera per il tu di Filemone. Qui notiamo come, stilisticamente, non sempre parlare di sé, serva a mettersi in mostra, anche se qualche sospetto pende nella mente circa l'intenzione di Paolo di persuadere Filemone sulla richiesta riguardo a vantaggio di Onesimo. Infatti, nel v. 11, dove ancora egó è al singolare, ma in un intreccio con il tu ripetuto più di una volta, il nome dello schiavo è esplicitato: "Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me." Qui, il sintagma pronominale "a me" è finale, enfatico quindi, ma messo sullo stesso piano, alla pari dell'altro, "a te" dalla semplice congiunzione coordinativa, non subordinativa,"e". Il problema sottostante queste due dichiarazioni del v. 11, riguarda, ci sembra, quello espresso da un gioco di parole, della utilità o inutilità di Onesimo, ma del rapporto tra il un padrone di schiavi, Filemone, loschiavo e Paolo che scrive e interviene in questa relazione con autorità apostolica. Nel v. 13 anche Paolo che si riferisce a se stesso e ai propri desideri intensamente, si considera quasi un padrone di Onesimo: " Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo". Il dialogo tra Filemone (tu) e Paolo (io) è fitto e chiaramente riguarda una terza persona, che appare sempre più come il motivo, o il perché Paolo abbia preso carta e penna e abbia scritto Fm.

L'enfasi sull'io (e sul tu) nel v. 10 sembra giustificare questa ipotesi dialogica e strategica, e soprattutto intenzionalemente persuasiva: " Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso!" Paolo si impegna, teoricamente pensiamo, o provocativamente, a saldare il conto sospeso con l'amico e collaboratore Filemone. L'ultima occorrenza del pronome "io", e questa volta non usato in maniera enfatica, è nel v. 24, in riferimento a quattro personaggi (Marco, Aristaro; Dema e Luca) "miei collaboratori". Paolo tira esplicitamente fuori l'io solo quando vuole imporsi, mentre, il più delle volte mantiene un più basso profilo rispetto al tu-voi, nel tentativo di associarsi non solo al proprio diretto interlocutore, ma anche ad altri, collaboratori, con cui lui fa squadra nella difficile missione. Anche utilizzando spesso il pronome "io" Paolo vuole mettere in evidenza che non è solo e che sua intenzione più profonda è quella di fare chiesa, sia con i vicini che con i lontani – anche scrivendo.

Altre persone e sostanze (anche astratte)
Se a questo punto, per comprendere Fm nella sua più vasta portata, esaminiamo i sostantivi o nomi, anche di persona, notiamo, nella distribuzione nella lettera, che quelli più importanti di una lista di 48 elementi sono: Cristo (nome funzionale ripetuto 8 volte) e Gesù (, nome proprio, 6 volte ); kúrios, Signore (5); fratello (4); agápe (3); Paolo (3); splágchnon, "budello, viscere" (3); désmios,"incatenato" (2); desmós, "catena" (2); doûlos, "schiavo" (2); Dio (2); fede (2); preghiera (2); cháris, "grazia" (2). Altri termini, anche importanti nella lettera, ricorrono una volta sola. Ne esamineremo alcuni più specifici. Notiamo, nella lista che theós, "Dio", è considerabile un nome comune. Ricorre in Fm meno di Cristo, in realtà due volte soltanto, ma con un altissimo profilo e in posizione strategica: come "Padre nostro" e origine eterna, sia della grazia e della pace che Paolo augura alla chiesa di Filemone, che della stessa fede nel vangelo (cfr. nel v. 13, l'unica volta di questo nome) di Paolo che è Gesù Cristo, il Figlio. Questo nel v. 3. Nel v. 4, Dio è il destinatario assoluto del ringraziamento, eucaristico nel testo originale, e delle "preghiere" in cui Paolo ricorda Filemone. Già dunque osservando questa lista, per quanto ridotta, di nomi e di cose spirituali, si può riflettere sulla portata, letteraria, ma soprattutto cristologica e teologica di Fm. Al primo posto, infatti, c'è il Cristo, titolo riservato a Gesù, che è anche il "Signore". Dunque la lettera, per quanto breve, è cristologica prima che teologica (con i due riferimenti a Dio) e sociale. Normalmente, invece, si considera Fm in relazione al problema del non più moderno rapporto padrone-schiavo. Il secondo argomento trattato in Fm con più insistenza è la combinazione di tre temi quali fraternità, amore e compassione, parole che mostrano la sensibilità dell'autore ma che sono anche elementi costitutivi di un rapporto non esaurito tra mittente(Paolo)destinatario(Filemone). Al terzo posto c'è il profilo marcato di Paolo, che ripete il proprio nome 3 volte in una lettera così breve, di soli 25 versetti (mentre in 2Cor, che sono 13 capitoli, il nome ricorre solo 2 volte. Solo in 1Cor ricorre di più, 8 volte in 16 capitoli). Le catene, la prigionia e la schiavitù sono temi, anch'essi molto sentiti e documentati – ma non sono i più direttamente trattati.

Gesù, è il Cristo e unico Signore Se il titolo, poi nome, "Cristo", che significa unto sacerdote, o profeta, o re – o Messia, che nelle attese di Israele comprende le tre funzioni, ricorre 8 volte in otto vv (1.3.6.8.9.20.23.25: nel primo e ultimo ma non in tutti); se "Gesù", che evoca una frase ebraica, YHWH salva, e che potremmo tradurre con "Dio Salvatore", ricorre meno, 6 volte in 5 vv. (1.3.5.9.23); e ancora, se kúrios ricorre ancora meno, 5 volte in 5 vv. (3.5.16.20.25), insieme queste tre parole ricorrono in 2 vv. che vale la pena esaminare, perché costituiscono il saluto iniziale e quello finale della lettera. In Fm 3, Paolo, secondo la traduzione ufficiale della CEI saluterebbe Filemone, ma non solo, con l'espressione: "grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo". Il testo originale ordina le parole diversamente e non ha "dal" ma "del": "grazia a voi da Dio padre di noi e del Signore Gesù Cristo". Ci sembra non sia importante introdurre "da" (apó) una seconda volta, dove non c'è. Ma in questo caso l'interpretazione cambia. La grazia e la pace che Paolo desidera hanno un'unica origine, Dio, che è il Padre non solo nostro ma anche di Gesù, che è il Cristo e Signore. Qui Paolo sta suggerendo, come modello, la figliolanza da Dio dell'uomo Gesù. Se Gesù come uomo, risorto e assunto in cielo, è ora il Cristo e il Signore, erede di tutti e di tutte le cose, questo resta una via aperta, da seguire, per Filemone, Onesimo, Paolo e tutti i credenti di Colosse e di tutti gli altri "fratelli". La grazia, cháris, che evoca charitas e carità, ossia la percezione che tutto è e deve essere gratuità, o donazione di Dio, il Padre nostro, all'origine, volontaria, della nostra vita – è dunque la stessa esistenza della chiesa che si riunisce presso Filemone, comunione e comunità, senza possibili divisioni. E questo è la pace, non la pax romana del "pagare i debiti e ricevere in cambio la quietanza", ma più quella ebraica, shalom, che eovca e produce interezza, completezza, pienezza di ogni bene. Paolo, ci sembra di capire, con questo saluto sta sintetizza, a modo di desiderio, i frutti dello Spirito, l'essere in piena comunione ecclesiale e teologale, tra noi e con Dio intero, in comunione di vita ancora prima che di pensiero. Grazie a pace sono le due colonne della comunità, ma anche il suo futuro di sviluppo o accrescimento. In questo versetto Paolo parla di Dio in modo completo: Padre e Figlio, che ha nome e cognome come noi, uomo Cristo e Signore Dio. Lo Spirito è rappresentato dalla comunione tra loro due e tra noi tanti, realizzabile sempre attraverso la grazia e la pace. In Fm 25, l'ultimo, Paolo saluta Filemone, ma non nominandolo e utilizzando, volutamente un "voi", diretto e inclusivo. Scrive o fa scrivere, e la lettera finisce: " La grazia del Signore Gesù Cristo con lo spirito di [tutti ] voi". Non usa "sia". La frase, stilisticamente è un semitismo, ma corretto per i contenuti. In lugo di "Pace a voi", Paolo scrive, ancora, come in Fm 3, cháris, ma con un cambio importante. L'origine, o l'essenza della grazia, è Gesù stesso, in quanto è ed è riconosciuto, nella casa-chiesa di Filemone, come il Messia e il Signore. Indirettamente, Filemone deve capire che non è lui il Signore di Onesimo, ma con questo ex-schiavo e con tutti i componenti della comunità, devono riconoscere l'essenziale della fede cristiana: che cioè, solo Gesù è il Cristo, e ancora solo lui è il kúrios. In un ambiente greco-romano, dove Augusto si fa considerare "figlio di Dio" e "divino augusto" e quindi dove il potere è sacralizzato, la fede cristiana è pericolosa, perché rivoluzionaria. La religiosità non è più il culto

compiacente, o incensante del poteredi uomini, ma del farsi umili, servi e poveri, come Cristo, che essendo stato, secondo le leggi trattato da schiavo e crocifisso, proprio per questo è stato esaltato da Dio, il Padre che è il creatore e proprietario del mondo e di quanto contiene. La "grazia" non è solo, pertanto, dono ricevuto dell'esistenza personale e del vangelo di Cristo Signore, ma servizio gratuito, dello schiavo che non ha diritti ma solo doveri, innanzitutto quello dell'obbedienza alla libera volontà del Padre che dona il Figlio al mondo. La grazia, che Paolo riferisce allo "spirito di [tutti] voi", è l'abilitazione e l'invito fatto ai dei destinatari di Fm, di donare se stessi, senza costrizioni esterne, senza altre motivazioni in vista di un personale vantaggio, ma per scelta libera di essere davvero figli di Dio, fratelli e amici, imitando Gesù e obbedendogli come Cristo e Signore. Paolo, dunque, in Fm, fa teologia completa, trinitaria ed ecclesiale, prima che qualsiasi altra cosa. Non è una teologia astratta, ma fondazionale per un vivere filiale e fraterno. Siamo tutti fratelli In Fm Paolo usa 5 volte adelphós, termine greco che in latino significa co-uterinus, e quindi "figlio di una stessa madre". Non lo usa mai in questo senso fisico, non nominando mai una madre di tutti coloro che considera "fratello". In Fm 1, come in 2Cor 1,1, come in col 11, "fratello" di Paolo è Timoteo, il "mio collaboratore" (Rom 16,21; 1Cor 16,10), "mio figlio diletto e fedele nel Signore"(1Cor 4,17). In Fil 1,1 (cfr. anche 2,19), Paolo parla di sé e Timoteo come associati "schiavi di Cristo". In 1Ts 3,2 (cfr. 3,6), Timoteo che è, come altre volte, un inviato di Paolo, è descritto come "nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo". In 1Tm, Timoteo è " mio vero figlio nella fede" (1,2) o "figlio mio" (1,18) e in 2Tm 1,2, è "diletto figlio mio". In Fm 1, dunque, "fratello", riferito a Timoteo (e non a Filemone, che comunque è "collaboratore"), significa anche "figlio di Paolo", "collaboratore" nella stessa redazione di alcune lettere, o inviato su cui Paolo può contare come su un fratello e figlio. Questi appellativi evocano legami di sangue e di eguaglianza tra persone diverse, ma anche, per Paolo soprattutto, una intenza partecipazione all'opera dell'evangelizzazione, in quanto questa consiste in una paternità e maternità spirituale rispetto a persone che, per nascita, cultura, religione, sono diversi e tra loro lontanti. Il titolo di "fratello" serve a riconoscersi figli dello stesso Padre, ed uguali, come in una famiglia e non diversi, per ruoli, come in una società produttiva. La chiesa è una fraternità. Filemone è avvertito: Onesimo non è davvero meno che suo fratello. In Fm 7 Paolo chiama, enfaticamente, "fratello", senza aggiungere"mio" per ridurne la portata, proprio Filemone, che comunque non chiama per nome. Lo ha nominato esplicitamente solo al v. 1, quando lo ha chiamato "nostro caro collaboratore". Ora, al v. 7, l'attivo "fratello" appare in fondo alla frase greca come motivo di vanto per Paolo: "gioia infatti molteplice ebbi e incoraggiamento grazie al tuo amore, poiché le viscere dei santi si sono rilassate per te, adelphé". Si noti il vocativo! Similmente, ancora al vocativo ed enfatizzata, personalizzata è l'espressione diretta ancora a Filemone e che apre il v. 20: " Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore…!". Che cosa ha fatto, di fraterno, Filemone e che cosa deve ancora fare per Paolo?

Per quel che riusciamo a capire, si tratta di opere di amore, quindi gratuite, e che hanno fatto bene alle viscere dei santi, ossia dei "fratelli" che credono come Filemone. La cosa, qualsiasi forma abbia avuto, in un passato puntuale, si è trasfigurata in gioia per Paolo. Quel che resta da fare, e ci sembra questa la motivazione di tutta la breve lettera, è ora quella di accogliere Onesimo (v. 10; cfr. Col 4,9), lo schiavo fuggito, come fratello, in quanto figlio di Paolo, perché da Paolo è stato "generato in catene" (v. 10). In Fm 16, infatti, il termine ritorna per la penultima volta e non più riferito a Filemone ma ad Onesimo, non esplicitamente menzionato, ma indicato come "schiavo". Il passaggio, per Paolo, dalla schiavitù alla figliolanza Questo termine, nella penna di Paolo doûlos, ha una storia in Paolo molto più significativa, da un punto di vista biblico, che in Fm 16, dove ricorre le sole due volte della lettera. Nel v. 15 Paolo spiega a Filemone, utilizzando un dubitativo "probabilmente" il senso di una separazione, che meglio sarebbe chiamare fuga. Scrive Paolo: "Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre". Gioca fra passato e presente, o prossimo futuro, quello del ritorno dello schiavo al padrone. Ma ora, da una motivazione che serve a preparare il terreno dell'accoglienza, Paolo passa ad un discorso diretto, che mira a rovesciare le cose. Scrive infatti a Filemone di non ricevere Onesimo per quel che era prima, "come doûlon, ma molto più che doûlon, adelphón, carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia ne[lla] carne, che ne[l] Signore". Notiamo qui, evidenti, due motivazioni situate in fondo al v.. la prima è l'accenno al vincolo di carne che lega padrone e schiavo, e quindi un vantaggio sociale che deriva a Filemone dal riaccogliere Onesimo. Il secondo motivo per fare questo è il vincoli nel comune Signore, quello ecclesiale di una condivisa obbedienza di fede a un solo Padrone, il Cristo e a un solo Padre nostro. Ancora più esplicita ci appare l'intenzione di Paolo di trasformare, finalmente, la schiavitù o dipendenza ocostrizione e assenza di libertà per non riconoscere una comune appartenenza allo stesso Padre (o padre) come figli, in fraternità, che è uguaglianza di origine materna, e in amore intenso, altro nome per ricordare la grazia e la pace che hanno Dio, il Padre per origine e che coincidono con il vangelo, o con la persona stessa Gesù, Cristo e Signore. È il momento di passare dalla casa alla chiesa, dall'azienda alla famiglia. Vanno radicalmente cambiati scambi, funzioni e rapporti. Viscere d'amore scatenato Nei vv. 5, 7 e 9 Paolo sua tre volte il sostantivo agápe "amore"; 2 volte l'aggettivo agapetós, nei vv. 1 e 16. Non usa mai il verbo "amare", ma arricchisce quest'argomento con l'uso del sostantivo plurale "viscere" che usa raramente altrove (cfr. 2 Cor 6,12; 7,15; Flp 1,8; 2,1; Col 3,12) mentre in uno scritto breve come Fm compare tre volte, nei vv. 7.12.20. Leggendo queste parole nell'ordine del testo, ci rendiamo conto del taglio stilitisto, dialogico, che Paolo dà a Fm e quindi al suo modo di rapportarsi con altri, scrivendo da una prigione, come un testimone impegnato, ma non fanatico né arrabbiato di Cristo. Al v. 1, Paolo si rivolge a Filemone, l'importante destintario, con l'espressione "amato colla boratore". Al v. 5, non è più la benevolenza di Paolo in primo piano, ma l'agápe

di Filemone, anche se è Paolo a farne l'elogio: "ascolto", scrive letteralmente, "la tua agápen per gli altri e la fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi". Per Paolo questo binomio, della fede in Cristo che si concretizza nell'amore verso tutti, è una regola che aiuta a superare, per esempio in Gal 5,6, le distinzioni culturali o religiose, tra circoncisi e incirconcisi, tra credenti in Cristo e credenti nelle leggi e costumi umani. Nel sentir parlare, da altri, del cristianesimo autentico di Filemone, Paolo si rallegra, ci sembra di capire. Però utilizza anche la lode come una captatio benevolentiae, una tecnica che, generalmente nella parte iniziale di una lettera, serve a disporre favorevolmente l'attenzione di chi ascolta o legge. Sulla lode di Filemone, Paolo insiste al v. 7: "Per la tua agápe", scrive ancora, "ho ricevuto, infatti, gioia molteplice e un incoraggiamento". Da vero apostolo, e non da retore greco o latino, ci sembra, Paolo si sta ora riferendo, non tanto a quanto Filemone sarebbe riuscito a fare per lui, lontano in una prigione, ma "perché le viscere dei santi hanno trovato riposo, grazie a te". Filemone si prende cura, con amore, di accrescere al fede in Gesù, il Cristo e Signore, e di aprire alla chiesa la sua casa. Notiamo qui la concretezza del linguaggio, soprattutto nella prima occorrenza di tà splágchna, "le viscere". Questo termine, dicevamo, Paolo lo usa altre volte, anche se non tante. Per esempio, parlando del proprio ministero della riconciliazione a corinzi un poco scettici e critici, in 2Cor 6,12, fa notare che essi, in verità, non sono allo stretto "in noi", ma nelle stesse loro "viscere" che essi sono allo stretto. Hanno scarsa compassione gli uni per gli altri. In 2Cor 7,15, invece, il sintagma tà splágchna, usato come soggetto della frase e riferito, con un pronome a Tito, nominato nel v: precedente, chiaramente sta per "compassione emotiva" o "affetto viscerale" e riconoscente. Scrive Paolo, con gioia per aver appurato proprio da Tito, il pentimento della chiesa di Corinto per gravi errori commessi, alla lettera: "le sue viscere abbondantemente sono per voi". In Flp 1,8, invece Paolo fa un giuramento, ma che è un patto d'amore, ancora scrivendo da una prigione, forse la stessa da cui scrive Fm. Si riferisce, naturalmente a sé stesso, ai filippesi e soprattutto a Cristo, in una comunione viscerale tra tutti: " Dio mi è testimonio [di] come vi desidero [hos epipotô] tutti nelle viscere di Cristo Gesù". La frase è volutamente ambigua: la compassione, o l'amore viscerale di Gesù per i filippesi si concretizza, a distanza, per scritto, nel forte desiderio di Paolo, nella sua nostalgia, data la distanza spaziale, per la comunione con tutti i fratelli di Filippi. Anche in Flp 2,1, Paolo insiste sui sentimenti, tanti e tutti buoni, che appartengono più alla sfera psicologica che spirituale: Se dunque c'è un appello pressante in Cristo, un incoraggiamento ispirato "dall'agápes", se uno ha, in Cristo, "viscere e cure", allora possono riempirlo di gioia, con l'accfordo, unanimità, coltivando la comunione psichica. Qui Paolo sta per introdurre l'inno a Cristo, eros di Dio per l'umanità, da imitare nello svuotamento di sé stesso, della sua uguaglianza con Dio, per diventare schiavo dell'umanità intera, per solo amore. Liberamente. In Col 3,12, in riferimento alla nuova vita come imitazione di Cristo, è utilizzato, al plurale, senza articolo, ancora splágchna. Il testo, lo ricordiamo, è riferito ai colossesi e Col è uno scritto vicino, almeno geograficamente a Fm. Il testo di Col inizia con un imperativo di vita ricca di sentimenti divini: " come eletti di Dio, santi e amati,

vestitevi di viscere di compassione" e ancora: "di bontà, di umiltà, di mitezza, di longanimità". Con questi paralleli, comprendiamo dunque a quale campo semantico, di vita comunitaria, familiare ed ecclesiale, e non societaria, appartenga (tà) splágchna: essere viscerali nell'affetto, significa essere d'iniziativa, prendersi cura degli altri prima che dei propri affari. In Fm 9, rivolto al suo destinatario, ancora da convincere, o da curare in qualche profonda ferita a causa della fuga di Onesimo, l'apostolo passa all'incoraggiamento, impegnando il proprio nome, esplicitamente (come già al v. 1 e ancora al v. 19) e toccando il tasto spirituale-teologico dell'agápe, ancora, ci sembra, per interessare le viscere di chi legge: mi appello a te come avvocato (parakalô) difensore di Onesimo, piuttosto che come apostolo, "per l'amore, io Paolo, vecchio e per di più, ora, prigioniero di Cristo Gesù". In Fm 12, tà splágchna di Paolo, sono lo stesso Onesimo. Ci rifletta, Filemone: io te lo rimando, "proprio lui, cioè le mie viscere". Che cosa vuol dire? che Onesimo gli è figlio,generato in catene (cfr. v. 10)? oppure che lo vorrebbe trattenere presso di sé per l'affetto o compassione che prova per lui? Fatto è che Paolo è viscerale, e per tale vuole essere preso. In Fm 16, Paolo trasforma la schiavitù in fraternità amata, allorchè si appella, visceralmente, a Filemone, il padrone, perché accolga Onesimo, forse anche latore della lettera, non più "come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello amato". La richiesta è ancora pressante, fraternamente affettuosa, al v. 20: " Sì, fratello! Che io possa servirmi di te nel Signore. Ristora le mi viscere in Cristo". In sintesi, in Fm Paolo usa un linguaggio viscerale, affettuosamente emotivo, non solo per persuadere Filemone ad accogliere l'ex-schiavo come un fratello in Cristo. Amore e compassione provengono da Dio e formano l'essenza della vita ecclesiale, che è familiare e fraterna.

Catene e prigionie feconde
Paolo scrive Fm dalla prigione. Il termine désmios, oltre che in Fm, è utilizzato in diversi altri passi del corpus paulinum che, per parallelismo sinonimico, si collegano strettamente a questa lettera, e servono a meglio interpretarla, orientando a scoprire diverse prigioni di Paolo, e anche diverse lettere che tra loro sono collegate, in qualche modo, soprattutto, ci sembra, per una familiarità, coraggiosa, con le catene, parte del corredo di un testimone coraggioso di Cristo. Spesso anche un altro termine, della stessa etimologia, desmos, "catena", utilizzato 2 volte in Fm, è altre volte da Paolo, o a nome suo? utilizzato altrove. In Ef 3,1, per esempio, chi scrive si presenta, enfaticamente, " io Paolo, il prigioniero di Cristo [Gesù] per voi Gentili". Ancora, marcando le singole parole, in Ef 4,1, chi scrive si presenta ancora comePaolo, " io, il prigioniero nel Signore". Proprio per questo realismo del linguaggio siamo orientati a ritenere scritte realmente da Paolo sia Efesini che, come vedremo a breve, 2Timoteo – lettere dalla prigionia.

In Flp 1,7, l'accenno alle catene è più circostanziato, preciso e quindi storico: "voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo". Notiamo qui, il riferimento a Cristo e al vangelo, causa prima delle catene. Cristo, pur essendo il Signore, accetta lo status quo, non libera Paolo né gli fa evitare altre catene e altre prigioni, perché, da fatto le catene non impediscono a Paolo, né di proclamare la sua fede in Cristo, né di scrivere alle chiese o agli amici. Paolo stesso confessa, in Flp 1,13, che le catene non gli impediscono di evangelizzare neppure le prigioni e lo stesso pretorio romano, e aggiunge nel v. 14," la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene", osano annunziare, a loro volta "la parola di Dio" con maggior zelo e senza alcun timore. Le catene comunque, sono una sofferenza grave (cfr. v. 17) davanti alla quale Paolo si sente obbligato a comportarsi alla maniera di Cristo dinanzi alla croce. Anche in Col 4,18 chi scrive saluta con l'autorità di un prigioniero non solo a causa di Cristo, ma di Cristo, evocando la stessa autorevolezza del Crocifisso: " Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene". Ricordarsi delle catene, che non sono reliquie, non scoraggia ma incoraggia a non temere di affrontare qualsiasi avversità per il vangelo che nessuno riesce ad incatenare, e per la chiesa. In 2Tm 1,8, la richiesta di chi scrive, va proprio in questa direzione: di non vergognarsi di una testimonianza, o martirio da rendere "al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui". Ci sembra proprio autentico di un apostolo libero e coraggioso, l'invito a soffrire "anche tu insieme con me per il vangelo", a causa del quale, aggiunge in 2Tm 2,9, "io soffro fino a portare le catene come un malfattore", tuttavia, "la parola di Dio non è incatenata", è libera e liberante, più potente di qualsiasi giudice o potente. Ritornando a Fm, notiamo già nel v. 1, nella descrizione del mittente, che Paolo, è "prigioniero di Cristo Gesù". L'espressione ha certamente un valore storico, vista l'insistenza sull'argomento in Fm. Tuttavia ci sembra equivalente non solo a quella di Ef 3,1, già sopra commentata, ma anche a "schiavo di Cristo Gesù", di Rom 1,1 e più ancora, come in Flp 1,1: "Paolo e Timoteo,schiavi di Cristo Gesù" (cfr. "schiavo di Dio" in Tt 1,1). A Fm Paolo non si presenta come apostolo. Al v. 9, insiste, nel rivolgergli la parola, disarmato e inoffensivo, da commuovere, "così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù". L'interpretazione di questo genitivo è ambivalente: Paolo è prigioniero, in quanto è "schiavo" (non solo servo o diacono) di Cristo Signore, che lo ha conquistato e l'ha mandato, come suo apostolo e rappresentante in tutti gli ambienti? Oppure "di Cristo Gesù"evoca il Cristo Crocifisso come il Signore e quindi un'appartenenza a lui, per somiglianza, da parte di Paolo in catene per causa del vangelo. In altre parole, Paolo prigioniero è un adeguato ed efficace rappresentante di Cristo Signore, ma crocifisso. Parlando a Filemone di se stesso come "prigioniero", Paolo non evoca solo Cristo che ha sofferto la condanna a morte, ma anche la schiavitù, immeritata, di Onesimo, chiamato doûlos, due volte, al v. 16.

Dunque, né la schiavitù di Onesimo, né la prigionia o le catene di Paolo, appaiono come mali da evitare a qualsiasi costo, se possono evocare Gesù come schiavo volontario e crocifisso (cfr. Flp 2,7-8). Paolo usa desmós, " catena", la prima volta al v. 10 e la seconda al v. 13. Al v. 10 l'espressione "nelle catene" indica la nascita di Onesimo e, insieme, che la paternità di un vero apostolo è possibile ovunque. Infatti, Paolo prega Filemone per un "Onesimo" che è il suo "figlio, che ho generato in catene". Queste catene possono dunque essere feconde, e non solo di lettere importanti, ma di figli di Dio e di fratelli credenti, un po’ come la verginità di Maria rispetto a Gesù, "nato da donna, nato sotto la Legge" (cfr. Gal 4,4). In Fm 13, per Onesimo, ancora "figlio" di Paolo, ma che al v. 16 diventa anche il suo "fratello amato", il vecchio prigioniero confessa un desiderio, al quale però rinuncia: " Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse (il verbo è: diakonéo) in vece tua nelle catene del vangelo". Tradotto alla lettera, "del vangelo", c'è da chiedersi se la preposizione del genitivo non significhi, "a causa del", oppure si tratta dell'indicazione di un possesso: che cioè, il vangelo, come Cristo Signore in persona, eserciti una signoria ineludibile per un apostolo. Il vangelo costringe Paolo ad una testimonianza, come prigioniero o schiavo di Cristo. Nei fatti, lo obbliga a mostrarsi simile a Cristo, Signore, ma crocifisso dagli arconti, sapienti dominatori del mondo (cfr. 1Cor 2,6.8). Il testo è particolarmente suggestivo: servire non è un'umiliazione sterile, ma può diventare diaconia o ministero liturgico; anche uno schiavo può essere sostituto, o rappresentante plenipotenziario del padrone, come l'apostolo, prigioniero, schiavo e vecchio, lo è del Signore. Le "catene del vangelo" o "i vincoli del vangelo" (cfr. Ef 4,3: "con-catena della pace"; Col 3,14: "concatena della perfezione") non sono tanto un insuperabile impedimento a proclamarlo, ma mezzo efficace di un apostolo. In sintesi, pur scrivendo per cambiare lo status quo della schiavitù, Paolo non assume, in generale, un atteggiamento negativo al suo riguardo, né a proposito delle sue catene e delle sue prigionie. In ogni situazione, più che un diritto individuale alla libertà, al potere sugli altri e alla ricchezza della propria casa, o famiglia, conta per Paolo la fedeltà ad un servizio e alla testimonianza che Gesù, schiavo volontario e crocifisso dai potenti, è il Cristo e l'unico Signore. Ci pare che Paolo rapporti tutto alla proclamazione di questa fede, che sta all'origine della chiesa, dove contano le relazioni familiari di figliolanza, paternità e fraternità. Ci sembra siano stati questi i brevi messaggi indirizzati a Filemone con maggiore insistenza. Sorella e sorelle di Paolo A questo punto, però, non possiamo trascurare almeno alcune delle altre delle parole che Paolo utilizza, anche se solo una volta, nello stesso scritto, e più volte altrove, nel resto del corpus paulinum.

Osserviamo subito, per esempio, come utilizza le parole: "sorella", "costrizione" e "parere". Sintetizziamo con questi termini italiani, parole che comunque hanno significati, o almeno sfumature distinte. Nel v. 2 di Fm Paolo usa il femminile "sorella", sua sorella, riferendola ad Apfia, che è la probabile e reale moglie di Filemone. Dunque, l'appellativo indica non solo affetto, puro per la moglie di un altro, un amico e collaboratore, ma anche una comunqe appartenenza alla stessa chiesa, più aperta e vasta di quella domestica. Nel resto degli scritti paolini, il sostantivo adelphé, ricorre riferito ad altre donne, amiche o collaboratrici di Paolo: a Febe, la diaconessa della chiesa di Cencre, presso Corinto, raccomandata ai romani (Rom 16,1); alla, forse anonima "sorella di Nereo" che è a Roma e alla quale Paolo fa giungere i suoi saluti (Rom 16,15). L'appellativo femminile è stato utilizzato anche in direttive concernenti il matrimonio in 1Cor 7,15: se il non credente vuol separarsi, suggerisce Paolo, si separi; in queste circostanze "il fratello o la sorella" non sono assoggettati ad una schiavitù (ou dedoûlotai) in quanto "Dio vi ha chiamati alla pace!". Si noti bene: qui Paolo, con la coniunzione coordinativa e inclusiva più che disgiuntiva "o", "oppure" mette sullo stesso piano il fratello e la sorella, che nel contesto sono cristiani e perciò non soggetti a schiavitù, neppure quando sono uniti in matrimonio. La pace, che Paolo considera il dono di interezza, viene da Dio e include la libertà dei figli di Dio. Nella stessa lettera ai corinti, in 9,5, Paolo utilizza adelphé per esplicitare un particolare diritto che anch'egli crede di avere, e non solo Cefa, gli altri apostoli e i fratelli. Chiedere retoricamente, al plurale, se non avrebbe, il diritto di "portare con noi una donna sorella". Qui "sorella" non indica solo o principalmente il genere ma anche la fede e probabilmente il tipo di collaborazione, specifica per una donna, in quanto già appartenente alla chiesa, non necessariamente a quella di Corinto. Paolo, che non è a Corinto, mentre scrive, è stato probabilmente criticato per queanto riguarda i suoi collaboratori, specialmente se donne, e ora si difende. In 1Tm 5,2, al giovane pastore sono raccomandati, con delicatezza, atteggiamenti distinti verso le donne, secondo la loro età e qui appare come adelphé, termine non più riferito direttamente a Paolo in quanto apostolo, funzioni da salvaguardia della purezza sessuale per chiunque abbia incarichi di responsabilità nella comunità. A nessuno è permesso abusare delle donne, che vanno rispettate e amate edevotamente: le anziane "come madri" e "le più giovani come sorelle". Evidentemente non si tratta in nessun caso di sorelle di sangue, ma di donne cristiane, legate in parentela battesimale e apostolica con Paolo e nelle chiese locali che appaiono come famiglie che si riconoscono, considerandosi, sorella e fratello, figli di un solo Padre, il Padre nostro e di Cristo. La fraternità, al maschile e al femminile, è estremamente importante in quanto trasforma ogni casa in chiesa, essendo quella con il Cristo e Signore, riconosciuto da Paolo, e da tutti coloro che hanno ascoltato da lui il vangelo, il vero Figlio di Dio, nato da donna come tutti noi.

Costrizioni o strizze Nel v. 14 di Fm, Paolo utilizza, l'unica volta nella lettera, anágke, termine frequente invece nella corrispondenza con i corinzi, e che può significare "necessità urgente" o "difficoltà seria" ma anche "costrizione fisica, obbligo". Qui anágke segnala un atteggiamento rispettoso della libertà, non costrittivo, nella richiesta rivolta a Filemone a favore di Onesimo: "non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo". Dunque, anágke è il contrario di hecoúsios, termine questo che non è mai utilizzato altrove nel NT e nella LXX è usato per tradurre nedabah o nadab, "offerta volontaria" (per esempio in Lv 7,16 e 23,38; Esdra 1,4.6; 3,5). Si tratta cioè di una spontaneità o libera volontà nel fare un voto o o nell'offrire, come dono, un sacrificio nel Tempio. Paolo s'aspetta, o esige! un atto volontario da Filemone che egli dice di non volere obbligare a fare il bene di Onesimo. Ci sembra di cogliere, in questa opposizione letteraria, costrizione-spontaneità, presente solo qui in tutta la Bibbia, un pizzico di retorica. Paolo mostra di sapere usare la lingua per persuadere il più forte, il padrone, a vantaggio del più debole, lo schiavo. Il termine anágke compare una volta anche in Romani, in 13,5, in un contesto che a molti lettori moderni suona ambiguo, in riferimento alla necessità di sottomettersi alle autorità, poco importa se pagane o imperiali. Scrive alla lettera: diò anágke, per ragione di necessità, per essere costretti, ci si deve "sottomettere non solo a motivo dell'ira", o per timore del castigo, "ma per motivo di coscienza". In altre parole, Paolo difende l'autorità romana, in quanto i magistrati che amministrano la giustizia sono dei liturghi a servizio di Dio, per il bene di chi opera il bene e per la punizione, anche dura, con la spada, di chi opera il male. È questo senso alto, forte del primato della giustia nella società romana, la ragione per cui ci si deve sentire obbligati, costretti, alla sottomissione, in coscienza. La coscienza dunque non è libera per definizione: deve essere sottomessa a servire Dio con la giustizia esercitata verso il prossimo. Dicevamo che il termine anágke serve a Paolo soprattutto per istruire i corinzi, anche riguardo alla propria difficile esperienza apostolica. In 1Cor 7,26.37 è, intanto, utilizzato riguardo al matrimonio e alla verginità. Innanzitutto, esprimendo un pensiero personale e non un comando del Signore, e quindi non costringendo altri a pensarla come lui, e quindi a sentirsi obbligati nei suoi confronti, Paolo scrive e consiglia: "Penso infatti", quanto alle vergini, o ragazze non ancora sposate, che sia bene per l' uomo, per il maschio, "a causa della enestôsan anágken - presente crisi" di rimanere così, cioè di non sposarsi. Il celibato conviene. Ma perché? La "presente necessità" o lo stato di crisi attuale, di cui qui si parla, sottintende in Paolo, un relativismo nel considerare i rapporti istituzionali o anche quelli familiari, rispetto alla vocazione o chiamata del Signore a far parte del suo stesso corpo, la chiesa. Poco prima del v. 26, infatti, nei vv. 20-23, aveva dato consigli, impegnativi ma liberatori, ad una comunità di credenti in Cristo ma ancora troppo attenti alla valutazione positiva delle cose del mondo: "Ciascuno" o ciascuna, " rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato" o chiamata: "Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione!" E continua a servire il tuo padrone, da schiavo,, imitando Cristo che non considerò un diritto inalienabile quello di essere uguale a Dio, essendone il Figlio, ma, svuotandosi dei propri diritti, si trasformò liberamente in schiavo.

"Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini!" La schiavitù è ambigua ma diventa, per Paolo, l'occasione per somigliare al Cristo Signore. Questa fede porta a non considerare importante il rapporto padrone-schiavo, anche quando parla a Filemone di Onesimo. Per i corinzi, invece, non deve essere costrittivo legarsi o non legarsi ad una donna, o ad un uomo, in matrimonio. Paolo chiede di non farsi schiavi di uomini, seguendo mode o costumi che prescindono dalla libertà dei figli di Dio, che consiste nel sottomettersi, e quindi diventare servi, ma anche radicalmente schiavi dell'unico Signore del presente e del futuro. In 1Cor 7,37, Paolo utilizza ancora anágke ancora per parlare della libertà nel decidere sul proprio stato di vita: Chi è personalmente e fermamente deciso, "non avendo nessuna anágken, ma è arbitro della propria volontà", "ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene". In questo contesto, il termine anágke non è contrapposto a "libertà". Ci aiuta proprio a capire quanto a Paolo difenda la libertà di scelta, relativizzando qualsiasi costrizioni dell'ambiente, sia a sposarsi o, al contrario, all'ascetismo di tipo stoico, della rinuncia al matrimonio. In 1Cor 9,1, Paolo inzia a parlare di sé, come libero da tutti ma che essendo apostolo, si è fatto schiavo di tutti (v. 19), essendo costretto alla missione, la sua obbedienza al Signore, come un vero schiavo (cfr. Rom 1,1), pensando evidentemente a Cristo che, primo, pur essendo ricco si fatto povero è conformato allo schiavo (cfr. 2Cor 8,9 con Fil 2,7). Paolo si confessa ora pubblicamente: "Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo". Egli sta difendendosi di non aver abusato dei propri diritti di apostolo, come quello di portarsi appresso una "sorella" o di essere sostenuto economicamente da coloro a cui ha donato il vangelo; dice invec e che "è una anágke per me: guai a me se non predicassi il vangelo". Dunque, evangelizzare non è una opzione personale o una scelta libera: è una costrizione; è obbedire necessariamente al Signore, come apostolo. Ogni apostolo è fondamentalmente costretto da Cristo ad annunciarlo come Servo e Signore. In 2Cor 6,4, Paolo usa il termine, al plurale, per indicare i costi della missione di un riconciliatore del mondo con Dio: " in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle anágkais, nelle angosce". Di che costrizioni si tratta? Delle urgenze da affrontare e della necessità, probabilmente, di non tirarsi indietro dinanzi alle strettoie lungo il cammino apostolico. Si tratta delle costrizioni morali o giuridiche provenienti dall'ambiente, non solo di Corinto, ma dei mondi giudaico e greco e romano in cui proclama il Vangelo. Paolo non può, e non ne ha l'obbligo, di lasciarsi assorbire da una o dall'altra parte, se deve riconciliare il mondo con Dio (cfr. 2Cor 5,19 con Rom 11,15). In 2Cor 9,7, anágke ha probabilmente un altro significato, simile all'opposto di "spontaneità": Ciascuno di voi, spiega Paolo ai corinzi, invitandoli a partecipare ad una colletta per la chiesa povera di Gerusalemme, "dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né ex anágkes" perché Dio ama chi dona con gioia. Simile alla tristezza, alla mancanza di gioia, è l'anágke: da evitare, e donare invece, senza

costrizione da parte di Paolo o di un proprio calcolo meschino, con generosità – per imitare Cristo che da ricco si fece povero, per arricchire tutti noi (cfr. 2Cor 8,9 e Fil 4,12). È necessario imitare Cristo nell'impoverirsi, a vantaggio dei più bisognosi. Questa è la generosità che non è solo umana solidarietà. In 2Cor 12,10, Paolo ancora utilizza, in una delle diverse liste delle sue debolezze e sofferenze, che lo fanno somigliare al Crocifisso prima che al Risorto, ancora il plurale del termine, come per indicare condizioni o difficoltà, in cui egli abitualmente si trova, nell'obbedire a Cristo proclamandone il Vangelo (cfr. 1Cor 9,16). Scrive, ancora recitando la parte del folle che si vanta di sé, mentre fa pietà, ma forse soprattutto rabbia, ai superapostoli che spadroneggiano in una chiesa di cui lui si considera, a ragione, il padre fondatore: Perciò considero un bene quando mi trovo "nelle mie infermità, negli oltraggi, en anágkais, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo"; la conclusione di queste riflessioni sul catalogo di debolezze – tutte esternamente procurate – che potrebbero apparire autosuggestioni (se Paolo non avesse appena accennato, nel v. 9 , ad una risposta del Signore, pregato per tre volte: "Ti basta la mia grazia!") "quando sono debole, allora che sono forte". Tra oltraggi e persecuzioni, il plurale di anágke è seriale, è simile; fa parte del climax sulle angosce sofferte per Cristo. Costrizioni esterne, anche fisiche? Impedimenti od ostacoli, strettoie, per cui è dovuto passare? Ma a Paolo preme riassumere tutte le difficoltà, patite per Cristo, in un compiacimento e in un vanto – per somigliare al Cristo che si è svuotato di sé, non solo di cose o spogliato di vestiti, ma della vita. Un'ultima occorrenza canonica di anágke nel corpus paulinum, ma che probabilmente è la prima in senso storico, la si trova in 1Ts 3,7, in una reazione, gioiosa di Paolo, a notizie incoraggianti riportategli da Tessalonica grazie a Timoteo, nel luogo – non lo conosciamo – da dove Paolo invia la lettera. Ci sentiamo consolati, scrive Paolo rivolgendosi a "fratelli"che gli procurano gioia per la loro fedeltà al Vangelo, per quanto combattuta e difficile possa essere, "di tutta têi anagkei e tribolazione" in cui ci trovavamo "per la vostra fede". Si tratta di ansia, angoscia? Sembra qualcosa di più psicologico e quindi intimo rispetto alla tribolazione che ha un carattere più esteriore. Da notare è allora la intensità della partecipazione, emotiva, non solo alle buone notizie che ora ha avute da Timoteo proveniente da Tessalonica, ma alla missione. Essere apostolo per Paolo significa mettere sul conto di dover affrontare, senza ritarsi nel privato, per qualunque strettoia, aporia, tribolazione, esteriore o interiore che sia. Reinterpretando a questo punto l'anágke di Fm 14, meglio comprendiamo il messaggio di Paolo a Filemone: il bene, spontaneo e gratuito che Paolo si aspetta a vantaggio di Onesimo, è l'imitazione di Cristo, che si è fatto servo, essendo il Signore; è anche l'imitazione di Paolo, che pur scrivendo da una prigione, dove Onesimo gli potrebbe essere utile, ha rinunciato ai suoi servizi, e al suo affetto espresso in forme concrete, per rimandarlo a casa, a Filemone, il vecchio padrone di schiavi, ora cristiano. Paolo sta tentando di triangolare su Cristo, il rapporto padrone-schiavo. Un parere, un suggerimento Nello stesso v. 14 di Fm, appena citato, Paolo usa ancheun altro termine interessante e raro, una sola volta qui e pochissime altrove nel corpus paulinum, in verità solo ancora nella corrispondenza con i corinzi. Si tratta di gnóme, "scopo, intenzione, parere, decisione"? Non è possibile, in astratto, stabilirne il senso. A Filemone Paolo comunque scrive: " non ho voluto far nulla senza la tua gnómes", che la CEI, nell'ultima versione

traduce "senza il tuo parere", mentre la CJB, che è una traduzione ebraica di tutta la Bibbia in inglese, traduce "senza il tuo consenso" – e così molte altre grandi versioni anglo-americane. La Vulgata invece traduce "sine consilio autem tuo". Il contesto, ma anche l'etimologia ci suggerisce, "a tua insaputa", senza che tu lo sapessi e l'approvassi. È qui segnalato, letterariamente, il garbo di Paolo, il suo rispetto per l'interlocutore, per non forzarlo, lasciandolo libero, almeno da un punto di vista formale. Un po’ di forma, di stile, ci pare di coglierlo in questo modo di esprimersi dell'Apostolo delle genti. Un'altra traduzione di gnóme è comunque possibile a partire dalla sua comparsa in 1Cor 1,10, dove Paolo si mostra, nel profondo di sé, preoccupato delle divisioni, o di faziosità a favore di Paolo stesso, di Cefa o di Apollo che sono dientate evidenti nella chiesa di Dio a Corinto. Scrive però ancora esortando alla cura dell'unaninimità. Chiamandoli, come suo solito, "fratelli", inizia l'esortazione, quasi un giuramento di fedeltà, "per il nome del Signore nostro Gesù Cristo" ad essere "tutti unanimi nel parlare" nella stessa mente e nella stessa gnómei". La CEI nuova traduce tutta l'espressione: "in perfetta unione di pensiero e di sentire". Altri traducono gnóme con "intento", "scopo", "giudizio" o valutazione, mentre la Vulgata ha: " in eodem sensu et in eadem sententia". L'intenzione di Paolo è comunque chiara nel contesto: non quella di fare pensare tutti ad uno stesso modo, ma quella di cercare l'unità in Cristo, e non negli uomini che lo presentano diversamente, o che antepongono qualcosa di più "importante" al vangelo, come la sapienza greca o la legge di Mosè. In 1Cor 7,25, Paolo fa capire la sua intenzione, e anche la sua metodologia apostolica, che è quella di non sostituire il Signore, distinguendo le intenzioni e comandi di Cristo, il vangelo, dal proprio personale punto di vista, basato sull'esperienza e non sulla rivelazione. Qui Paolo si rivolge in particolare ai genitori di ragazze che devono prendere una decisione: "Quanto alle vergini", egli scrive, ma non per indicare la purezza, "non ho alcun comando dal Signore, ma do una gnómen". Un consiglio? Una opinione? Un parere? Forse di queste cose si tratta. E anche qui notiamo il rispetto di Paolo per la libertà dei credenti nel vangelo. Non può, del resto, comportarsi in maniera davvero diversa di come farebbe il Signore – che sempre difende la libertà umana che è quella dei figli di Dio, e non di servi o schiavi di leggi e padroni che le fanno per essere serviti e non per servire. Lo stesso significato, ci sembra, gnóme conserva al v. 40, subito dopo, nella frase che potremmo tradurre, come fa la CEI, "a mio parere è meglio", meglio per la ragazza restare non sposata, vergine. Ma per quanto Paolo difenda il suo punto di vista ritenendo di avere ricevuto anche lui lo Spirito Santo, questa sua esplicita opinione, non è costrittiva, non obbliga cioè a decidere per il celibato o il matrimonio, pur restando, il suo, un consiglio apostolico, di peso. Ancora ai corinzi Paolo rivolge l'ultima occorrenza di gnóme in 2Cor 8,10 nell'incoraggiarli ad essere generosi nel partecipare, attivamente, alla colletta per Gerusalemme: "a questo riguardo vi do una gnómen" e subito spiega che si tratta di una "cosa vantaggiosa per voi, che fin dall' anno passato siete stati i primi, non solo a intraprenderla ma a desiderarla". Paolo suggerisce, con una certa furbizia, di pensare agli impegni presi, a parole, in un tempo prima dei macedoni, che però sono quelli che nella colletta hanno già fatto di più dei greci. Paolo, nel contesto, mette in gara questi

con quelli, spingendo a riflettere ancora sull'esempio, già citato nel v.9, il precedente, di Gesù che da ricco si è fatto povero per arricchire tutti i suoi discepoli. In sintesi, in Fm 14, Paolo si aspetta una decisione da Filemone, a vantaggio di Onesimo, sicché l'imitazione di Gesù nel trattare tutti come amici e fratelli, si realizzi anche nello spinoso problema sociale della schiavitù e si realizzi anche non solo nella benestante famiglia di Filemone, ma anche nella chiesa che nella sua casa si raduna. Filemone deve imitare lo stesso Paolo nello gestire la piccola comunità (di Colosse, probabilmente).

Stati, azioni e imperativi
Si possono individuare stati, situazioni ed azioni dei vari personaggi menzionati in Fm, osservando i verbi. Questi, nella lettera, sono 33 e i tre più frequenti sono: "avere" (4 volte); "essere" (3) e "fare" (3). Due volte è usato anapaúo, "far pausa, far riposare per un po'" nei vv. 7 e 20. Anche il verbo "scrivere" è presente due volte, nel v. 19 ("ti scrivo di mia mano") e nel v. 21 ("Ti scrivo fiducioso"), sempre con il soggetto Paolo, che comunica in questa forma autorevole, suggerendo di essere davvero lui l'autore di Fm. In questi due vv. Paolo ha usato però anche légo, "dire", per evidenziare che si può "parlare" scrivendo e che, come in questi due casi, è utile, se non necessario farlo per convincere l'interlocutore. A parlare non sempre si sbaglia! Nel v. 19, infatti, Paolo scrive:" … Per non dirti che anche tu mi sei debitore…", mentre al v. 21, légo serve per chiedere il fare: " sapendo che farai anche più di quanto ti dico". Due volte ricorre in Fm anche parakaléo, "chiamare al proprio fianco" qualcuno da "avvocato"; "difendere"; "incoraggiare". Questo verbo è usato per esortare Filemone nei vv. 9-10 a favore di Onesimo. In Fm Paolo usa anche l'imperativo. Il primo è al v.17 "accoglilo come me stesso". Il secondo è al v. 18, " metti tutto sul mio conto". Il terzo è al v. 20: "fa' riposare le mie viscere". Questi tre inviti sono rivolti sempre a Filemone e a vantaggio di Onesimo. Al v. 22. Invece, Paolo fa pensare ad una sua speranza di uscire di prigione e di visitare Filemone e la chiesa che si raduna nella sua casa. Chiede ospitalità: " preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito".

Sintesi
La lettera a Filemone, scritta da un prigioniero di Cristo, forse da Roma, presenta novità linguistiche e sociali rispetto a tutto il resto del corpus paulinum e della intera Bibbia. In Fm è usato un linguaggio emotivo ed economico, moderno per così dire, come quello del dare e dell'avere, ma non, si obietta da qualcuno, dell'abolizione della schiavitù e dei diritti dell'uomo. Paolo, da autentico apostolo, anche se non si dice tale esplicitamente, ma "prigioniero di Gesù Cristo" e "vecchio" (e anche questo suo attributo sembra un indizio di Roma come luogo di partenza di Fm) trasforma termini come "schiavo" in "figlio", in

"fratello", in riferimento a Gesù,da riconoscere come il Cristo e il Signore che, da uomo, in obbedienza alla volontà del Padre, è morto in croce come uno schiavo. La schiavitù, come la prigionia per Cristo è, come le beatitudini, l'occasione migliore per Paolo per proclamare la diaconia di Cristo, venuto a servire e non ad essere servito, usa la logica del dono di sé, della propria vita, più che l'affermazione di diritti dell'uomo e doveri dell'individuo. Anche da prigioniero, in attesa di processo, come Gesù in attesa della condanna alla morte da schiavo, fisicamente fragile perché vecchio e poco assistito, è diventato, proprio lui, il padre di Onesimo, generandolo con il vangelo di quel Gesù uomo, morto da Schiavo e risorto Figlio e Signore. Paolo insegna a Filemone, non i diritti dell'uomo ma la fedeltà al vangelo, e alla sua proclamazione. come la forza o la via maestra della trasformazione delle persone, cominciando da Onesmo che è un famiglio, da schiavi a figli a fratelli per la stessa origine, e quindi della schiavitù in figliolanza e signoria, degli ultimi del mondo in primi nella chiesa, casa di Dio, a immagine, somiglianza ed imitazione di Gesù Cristo, destino finale di tutti. Angelo Colacrai (www.paulusweb; e-mail: colacrai@stpauls.it)