LA “OPZIONE NUCLEARE” NEL MONDO DOPO L’EVENTO DI FUKUSHIMA

MASSIMO SEPIELLI ENEA - Unità Tecnica Tecnologie e Impianti per la Fissione e la Gestione del Materiale Nucleare Centro Ricerche Casaccia, Roma AGOSTINO MATHIS

RT/2012/10/ENEA

AGENZIA NAZIONALE PER LE NUOVE TECNOLOGIE, LʼENERGIA E LO SVILUPPO ECONOMICO SOSTENIBILE

LA “OPZIONE NUCLEARE” NEL MONDO DOPO L’EVENTO DI FUKUSHIMA
MASSIMO SEPIELLI ENEA - Unità Tecnica Tecnologie e Impianti per la Fissione e la Gestione del Materiale Nucleare Centro Ricerche Casaccia, Roma AGOSTINO MATHIS

RT/2012/10/ENEA

I Rapporti tecnici sono scaricabili in formato pdf dal sito web ENEA alla pagina http://www.enea.it/it/produzione-scientifica/rapporti-tecnici I contenuti tecnico-scientifici dei rapporti tecnici dell'ENEA rispecchiano l'opinione degli autori e non necessariamente quella dell'Agenzia. The technical and scientific contents of these reports express the opinion of the authors but not necessarily the opinion of ENEA.

LA “OPZIONE NUCLEARE” NEL MONDO DOPO L’EVENTO DI FUKUSHIMA
AGOSTINO MATHIS, MASSIMO SEPIELLI

Sommario Da una sintetica descrizione dell’incidente di Fukushima, viene tratta una analisi preliminare sulla vulnerabilità degli attuali impianti nucleari in una prospettiva “secolare” (in un secolo possono accadere rivolgimenti politici, sociali e militari del tutto imprevedibili). Vengono quindi descritti i possibili criteri di progetto da seguire per ottenere impianti che siano in grado di far fronte anche ad eventi praticamente imprevedibili. Viene poi riportato l’impatto dell’evento di Fukushima sull’industria nucleare mondiale che si è già verificato nel 2011, e viene quindi fornito un panorama aggiornato delle attività e dei programmi per il nucleare civile, che restano pur sempre molto impegnativi in molti dei principali Paesi interessati a questa tecnologia. Essi vengono raggruppati a seconda se possiedono o meno capacità nel settore nucleare militare, e a seconda se hanno o meno capacità autonoma di progettazione e costruzione di impianti nucleari. Vengono anche citati alcuni Paesi che, nonostante tutto, mantengono la loro decisione di entrare “ex-novo” nel nucleare civile. Infine, nel paragrafo finale "Conclusioni", vengono brevemente trattati anche gli aspetti economici dell’energia nucleare, che appaiono attualmente come il principale ostacolo per una sua diffusione rapida e significativa, almeno nei Paesi dove i mercati energetici sono stati liberalizzati e privatizzati. Parole chiave: Fukushima, impianti nucleari, criteri di progetto, industria nucleare mondiale, eventi imprevedibili

NUCLEAR ENERGY WORLDWIDE PERSPECTIVES AFTER THE FUKUSHIMA ACCIDENT
Abstract On the base of a synthetic description of the Fukushima accident, a preliminary analysis is carried out on the reliability of present day nuclear power plants, considered in a “secular” lifespan (in a century, indeed, any kind of unforeseable events are possible, such as political, social and military turmoils). Some possible design criteria are then described, aimed at the construction and operation of plants capable to withstand to any kind of practically unforeseeable events. The impact of Fukushima’s event, already seen in 2011, on the nuclear industry worldwide is then reported, and an oversight is given of activities and programs which at present are going on in the field of civil nuclear applications, that remain of great size and significance in the majority of countries interested to this technology. These countries are grouped in several categories: countries with nuclear military capacity; without nuclear military, but with full civil plant design, construction and operation competence; with operation competence alone. Several countries are then mentioned, which are anyway seriously considering the start-up of a new civil nuclear program. Finally, in the last chapter, the economic aspects of nuclear energy are briefly discussed, owing to the fact that they are at present the main problem for a rapid and relevant diffusion of this technology, at least in countries where energy markets are privately owned. Keywords: Fukushima, nuclear power plants, design criteria, nuclear industry worldwide, unforeseeable events

Indice
Sommario Premessa Gli stadi evolutivi della tecnologia della fissione nucleare L’analisi dell’evento di Fukushima Dai-ichi Vulnerabilità degli impianti nucleari Nuovi criteri per la sicurezza degli impianti nucleari L’impatto di Fukushima sull’industria nucleare Paesi con capacità nucleari sia militari che civili
Stati Uniti Cina India Russia Francia Gran Bretagna

Paesi con capacità nucleari solo civili (costruzione e operazione)
Germania Corea del Sud

Paesi con impianti nucleari civili (sola operazione)
Brasile Finlandia

Paesi che intendono acquisire impianti nucleari civili
Polonia Turchia

Conclusioni Appendice Commenti all’incidente nucleare di Fukushima
(al 17 marzo 2011)

Premessa
Un resoconto sintetico dell’incidente alla centrale di Fukushima Dai-ichi è fornito in Appendice. Un resoconto dettagliato dell’evolversi dell’incidente è fornito da un recente rapporto dell’Institute for Nuclear Plant Operation (INPO 11-005). Anche se ad oggi le conseguenze sanitarie dell’incidente appaiono molto limitate (almeno rispetto ad altri ben più gravi, anche se rari, casi analoghi, come l’incidente di Chernobyl), a seguito dell’evento il dibattito “politico” sull’energia nucleare si è trasferito, dai vantaggi di questa forma “pulita” di tecnologia energetica, agli aspetti di affidabilità e sicurezza degli impianti – problematica che, dopo decenni di funzionamento sicuro di centinaia di impianti nel mondo, veniva data per sostanzialmente risolta. In effetti, una oggettiva valutazione dell’intera vicenda induce a ritenere che la tecnologia dei reattori nucleari a fissione non sia ancora matura per una ampia e rapida diffusione in tutti i paesi del mondo. Naturalmente, gli oppositori dell’energia nucleare colgono anche questa occasione per sostenere che la tecnologia nucleare ha fatto il suo tempo, ed è da considerare un’esperienza chiusa.

Gli stadi evolutivi della tecnologia della fissione nucleare
In realtà, per valutare seriamente in prospettiva il futuro della tecnologia nucleare nel panorama energetico mondiale, è opportuno esaminare la storia delle tecnologie energetiche negli ultimi trecento anni (dall’inizio dell’era industriale ad oggi): le diverse tecnologie si sono succedute ad intervalli molto lunghi (il tempo affinché il rispettivo tasso di penetrazione passi dal 10% al 90% del suo valore massimo va dagli 80 ai 100 anni). Questa lunga “inerzia”, inerente alla evoluzione delle grandi infrastrutture energetiche, è evidentemente conseguenza dei lunghi tempi richiesti dall’iter decisionale e dalla costruzione degli impianti, e della sempre crescente “vita utile” prevista per gli impianti di nuova progettazione (essa arriva anche a 60 anni, per i nuovi impianti nucleari di “III generazione”!). E’ anche importante notare che ciascuna delle nuove tecnologie era già pienamente matura, dal punto di vista tecnologico ed industriale, ben prima (anche un secolo prima) del rispettivo massimo di penetrazione. Questa analisi pone in evidenza che, da una predominanza (relativa) del legno fino a metà Ottocento, si è passati a quella del carbone fino agli anni ’20 del secolo scorso, poi a quella del petrolio, ed ora stiamo andando verso il massimo del gas naturale, previsto verso la metà di questo secolo. 7

Ma, secondo la regola, è già avviata la curva di penetrazione dell’energia nucleare, apparsa anche troppo rapidamente negli anni ’70 del secolo scorso a seguito della prima crisi energetica, e destinata a salire probabilmente per tutto il secolo attuale, con successive generazioni di reattori a fissione. Per quanto riguarda invece l’energia prodotta dalla fusione di atomi leggeri, come Deuterio e Trizio, non è possibile fare previsioni, non essendo ancora stato realizzato un prototipo di reattore funzionante con continuità e con bilancio energetico positivo. La tecnologia dei reattori nucleari a fissione è quindi appena all’inizio della sua storia, e tutt’altro che obsoleta, ma semmai non ancora matura, sia dal punto di vista della sicurezza che dal punto di vista dell’efficienza di sfruttamento della materia prima, e quindi della economicità. In particolare, è bene tener presente che la tecnologia dei reattori ad acqua, di gran lunga oggi i più diffusi, fu prescelta per ragioni del tutto peculiari, e sostanzialmente estranee alla produzione di energia per usi civili. Infatti, con l’avvio della “guerra fredda” negli anni 1950, la Marina Militare delle Grandi Potenze acquisì un ruolo strategico grazie ai sottomarini ed alle portaerei equipaggiati con reattori nucleari. Oggi, tutti i sottomarini e le portaerei USA sono equipaggiati con reattori nucleari. L’artefice di questa profonda evoluzione fu l’Ammiraglio Hyman G. Rickover, che rapidamente portò a maturità i reattori per uso navale: dopo un tentativo non convincente di reattore refrigerato con sodio liquido, puntò completamente su reattori refrigerati con acqua in pressione (Pressurized Water Reactor: PWR). La Westinghouse fu impegnata fin dall’inizio su questi reattori, ed in seguito anche la General Electric collaborò alla loro costruzione, e così la Rolls Royce per la inglese Royal Navy. Francia, Cina e Russia procedettero in modo autonomo, sempre con reattori PWR, anche se la Russia dotò alcuni dei suoi sottomarini di reattori veloci refrigerati da una miscela di piombo e bismuto fusi. Nel 1989, alla fine della “guerra fredda”, vi erano nel mondo oltre 400 reattori per sottomarini, oltre a decine per portaerei ed incrociatori. La Russia ha costruito, e continua a costruire, numerosi rompighiaccio a propulsione nucleare. La sola US Navy ha utilizzato 500 “noccioli” di reattore, ed ha accumulato 5500 anni x reattore e 128 milioni di miglia percorse senza alcun incidente nucleare. Questo enorme e prezioso patrimonio di esperienza, acquisito dalle stesse ditte poi chiamate a costruire centinaia di centrali nucleari a seguito della crisi energetica degli anni 1970, costituisce la premessa tecnologica che spiega perché oggi il 60% dei reattori commerciali operanti nel mondo è del tipo PWR (anche se molto più grandi rispetto ai reattori marini, e quindi più difficili da raffreddare dopo l’arresto della reazione a catena). Un altro 20% dei reattori commerciali è sempre refrigerato da acqua, ma bollente (Boiling Water Reactor: BWR): in questi reattori il vapore formatosi nel contenitore del nocciolo passa direttamente nel turboalternatore, senza richiedere il generatore di vapore intermedio. 8

Infine, vi è ancora un 10% di reattori moderati e refrigerati ad acqua pesante, di tecnologia canadese (CANadian Deuterium Uranium: CANDU), ed un 10% di altri tipi (refrigerati a gas o a metallo liquido). Negli anni 1970, a seguito della grave crisi energetica, vennero avviati importanti programmi di costruzione di impianti elettronucleari, con una prospettiva pluridecennale. Tali programmi, tuttavia, giunsero a buon fine soltanto nei Paesi dove la “governance” del sistema energetico venne mantenuta stabile e lungimirante anche a fronte dei cambiamenti politici e delle turbolenze dei prezzi dell’energia convenzionale: esempi di questo tipo sono la Francia, ma anche alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, ed il Giappone, almeno fino all’incidente di Fukushima. Altri Paesi invece lasciarono che anche il settore nucleare seguisse l’impostazione privatistica che a partire dai Paesi anglosassoni stava pervadendo tutta l’economia, compresi i servizi di pubblica utilità, ed in particolare il settore dell’energia. Ad esempio, nel caso degli Stati Uniti la crisi energetica indusse moltissime aziende elettriche, anche piccole ed inesperte, ad intraprendere la costruzione di impianti nucleari. Furono avviati oltre 200 progetti, per impianti in gran parte diversi tra di loro. Negli anni successivi, da un lato il crollo del prezzo del petrolio e delle altre fonti fossili, dall’altro difficoltà tecniche, organizzative e di accettazione pubblica, comportarono la sospensione di circa la metà di quei progetti, con un grave danno economico e di immagine per l’industria nucleare, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. La stasi nella realizzazione di nuovi impianti nucleari che si è verificata, almeno in Occidente, negli ultimi anni, è in gran parte dovuta a queste ragioni. Tuttavia in USA gli impianti superstiti, che comunque sono oltre 100, stanno dando ottima prova di sé, e via via ottengono dalla Nuclear Regulatory Commission le autorizzazioni per aumentarne la potenza ed allungarne la vita utile (fino a 60 anni, ed in futuro anche 80). E’ evidente l’enorme vantaggio economico che ne possono così trarre i rispettivi proprietari, essendo l’investimenti iniziale praticamente ammortizzato. In questo modo l’energia nucleare prodotta negli Stati Uniti ha potuto crescere sensibilmente anche negli ultimi anni, benché non siano stati costruiti nuovi impianti.

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L’analisi dell’evento di Fukushima Dai-ichi
Come descritto in dettaglio in Appendice, si può notare che i sei reattori della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi sono tutti di tipo BWR, cioè reattori ad acqua bollente, di “II generazione”, costruiti nel corso degli anni 1970 (con l’unità 1 collegata alla rete nell’ottobre del 1970 e l’ultima unità, la 6, collegata nell’ottobre del 1979). Gli impianti nucleari in questione erano stati progettati per resistere ad un incidente massimo di riferimento che si rifaceva alle conoscenze ingegneristiche di quel periodo, in cui non erano ancora avvenuti incidenti di rilevante importanza, ai fini dell’accrescimento della cultura della sicurezza, quali Three Mile Island e Chernobyl. Quando, nel 1979, avvenne l’incidente di Three Mile Island (classificato di livello 5, su 7, nella scala INES), in cui si è avuta un’estesa fusione degli elementi di combustibile del nocciolo, gli addetti ai lavori furono chiamati a rivedere le scelte fatte in passato a fronte delle nuove lezioni acquisite. Il frutto di quegli intensi anni di lavoro ha dato vita alla progettazione concettuale degli impianti di “III generazione”, in particolare al francese EPR, all’americano AP1000 e al giapponese ABWR (Advanced Boiling Water Reactor, un reattore ad acqua bollente della stessa tipologia di quelli in avaria a Fukushima Dai-ichi, ma di tecnologia ben più avanzata). Gli impianti nucleari di “III generazione” sono dotati di dispositivi e barriere multiple di sicurezza non immaginabili all’epoca della costruzione dei reattori BWR della centrale di Fukushima Dai-ichi attualmente in avaria. Nei nuovi reattori, alla base del progetto vi sono edifici di contenimento dotati di doppia parete, sistemi di emergenza che possono intervenire anche senza l’intervento dell’uomo e senza alcuna fonte di alimentazione elettrica, sistemi catalitici intesi a prevenire le esplosioni di idrogeno, anche per rilasci massicci e violenti. In aggiunta, per quanto riguarda la gestione postincidentale, nell’eventualità che si verifichi una fusione del nocciolo, questi tipi di reattori di terza generazione possono anche disporre di sistemi in grado di raccogliere e convogliare il materiale fuoriuscente dal nocciolo del reattore in un’area appositamente adibita e di raffreddarlo per tutto il tempo necessario prima dell’intervento in sicurezza da parte degli operatori. Resta comunque il fatto che, anche per gli attuali impianti di “III generazione avanzata”, dopo un grave incidente, a medio-lungo termine è necessario l’intervento umano, con la disponibilità di adeguate e complesse attrezzature, se si vogliono evitare fuoruscite di materiale radioattivo nell’ambiente esterno.

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Vulnerabilità degli impianti nucleari
Le sopra descritte caratteristiche della attuale tecnologia nucleare costituiscono pur sempre una grave limitazione per una sua accettabile ampia diffusione spazio-temporale nel mondo. Non si dimentichi infatti che l’opzione nucleare è una scelta strategica, che di fatto coinvolge molte generazioni future, quando si consideri che la definizione dei siti, la progettazione e la costruzione dell’impianto possono richiedere un decennio, la vita utile degli impianti è oggi prevista per 60 anni, e la gestione dei residui radioattivi, anche se il deposito definitivo fosse in altro Paese, deve essere pianificato per almeno un secolo nel Paese dove è situata la centrale. Si pensi allora a quali vicende imprevedibili potrebbero accadere in un periodo così lungo! Supponiamo ad esempio che la tecnologia nucleare fosse stata messa a punto cinquant’anni prima di quanto si è di fatto verificato, e che l’Europa già negli anni ’30 del secolo scorso fosse stata punteggiata da cento o più impianti nucleari (come lo è oggi): quale sarebbe stato il panorama nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale? Teniamo presente che le parti in conflitto non si risparmiavano alcun mezzo di distruzione reciproca. Ovviamente, si pensa subito ai bombardamenti a tappeto (ed oggi, dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, si deve anche pensare agli aerei “kamikaze”, che rappresentano la nuova minaccia estrema considerata nel progetto degli impianti nucleari di “III generazione avanzata”). Tuttavia, proprio l’esperienza di Fukushima ci dice che un relativamente semplice intervento di piccole squadre di sabotatori, in grado di interrompere le reti elettriche e disattivare i generatori elettrici di emergenza, renderebbero l’impianto nucleare una fonte inarrestabile di inquinamento radioattivo per un vasto territorio circostante. Non si dimentichi poi che durante la seconda guerra mondiale vaste zone dell’Europa rimasero per lunghi periodi completamente prive di energia elettrica e di carburanti. Quasi certamente coloro che oggi progettano impianti nucleari non hanno avuto quelle esperienze nel corso della loro vita, né se le possono immaginare almeno nei loro paesi, ma si pensi a quanto è accaduto recentemente e accade tuttora in paesi come ex-Jugoslavia, Cecenia, Iraq, Afganistan, Libia…

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Nuovi criteri per la sicurezza degli impianti nucleari
Diviene quindi indispensabile ed urgente concepire impianti nucleari comunque in grado di resistere in modo del tutto passivo ad imprevedibili situazioni di emergenza, e che siano in particolare in grado di eliminare tutto il calore di decadimento dopo l’arresto della reazione a catena, ma senza rilasciare all’esterno alcun materiale radioattivo. Oltre a evitare la fuoriuscita di prodotti dannosi per la salute e l’ambiente, è poi anche importante salvaguardare la funzionalità e la redditività economica dell’impianto. Nel caso del reattore nucleare, se si verifica un evento iniziatore di incidente, devono prendere l’avvio processi, possibilmente spontanei, che raggiungano due obiettivi: # la riduzione più rapida possibile del fattore di moltiplicazione neutronica del nocciolo, con conseguente esaurimento della reazione a catena; # la estrazione anche a lungo termine dal calore in seguito prodotto nel nocciolo, all’inizio soprattutto dalla fissione, e poi dal decadimento radioattivo dei nuclei pesanti (attinidi) e dei prodotti di fissione. Il primo di questi processi è quasi sempre già assicurato da caratteristiche inerenti al progetto neutronico e termico del reattore stesso, e comunque viene anche sempre affidato all’intervento di dispositivi di assorbimento neutronico particolarmente semplici e sicuri (dispositivi di scram). Il secondo processo è invece molto più difficile da garantire, specie a lungo termine, e nella gran parte degli attuali reattori viene assicurato dall’intervento di impianti ausiliari per il mantenimento di una adeguata circolazione di refrigerante nel nocciolo (v. il caso di Fukushima). L’impostazione progettuale dei reattori “a sicurezza passiva” mira proprio a concepire strutture meccaniche e fluidodinamiche in grado di smaltire spontaneamente e a tempo indeterminato tutto il calore prodotto dal nocciolo dopo l’esaurimento della reazione a catena, senza mai raggiungere temperature pericolose per la integrità delle strutture, ed in particolare del combustibile. I parametri in mano al progettista sono evidentemente: # le capacità termiche, # le conduttività termiche, # i coefficienti di scambio termico, # le dimensioni e la forma geometrica dei diversi componenti dell’impianto. 12

Questi reattori, quindi, tendono ad avere ridotte densità di potenza ed un alto battente di refrigerante sopra il combustibile. Ritorna l’interesse per il combustibile metallico, che, refrigerato da metalli liquidi, avrebbe una altissima capacità di smaltimento termico anche a fluido fermo. Si progettano schemi di circuiti di raffreddamento primario immersi in un unico contenitore, così da assicurare nel nocciolo una adeguata circolazione naturale anche in caso di arresto delle pompe. Riprende poi un grande interesse per gli impianti “modulari”, comprendenti più reattori ciascuno dei quali abbia un rapporto superficie/volume adeguato allo smaltimento del calore per irraggiamento anche con un limitato incremento delle temperature delle pareti esterne delle schermature. Come si vede, tutto ciò rappresenta una sensibile evoluzione nelle priorità che si pone la progettazione della sicurezza, rispetto alle prassi del passato. Infatti, per i progetti degli anni 1950 e 1960, gli aspetti che più preoccupavano erano quelli relativi alle inserzioni di reattività ed ai conseguenti transitori rapidi di potenza neutronica. L’incidente di Three Mile Island (1979), verificatosi per cause del tutto indipendenti dalla cinetica neutronica, ha costituito il punto di svolta: esso fu gravido di insegnamenti per i progettisti, gli operatori ed i responsabili del controllo degli impianti nucleari. Non si dimentichi che si trattava di uno degli impianti allora di concezione più avanzata (ben più “moderno”, ad es., dei reattori andati in avaria a Fukushima Dai-ichi!), ed era appena entrato in funzione dopo una serie di controlli, almeno formali, molto complessi. L’esperienza di Three Mile Island, oltre a influire sui criteri del progetto termoidraulico, ha indotto ad una profonda revisione dei criteri di normazione e controllo per la gestione degli impianti, ed in particolare delle modalità di selezione e formazione del personale di operazione. Infatti, una delle principali concause che aggravarono l’evoluzione dell’incidente di Three Mile Island fu la condizione psicologica della squadra di operazione: essa, in preda ad un “pregiudizio collettivo” sull’interpretazione dell’incidente, fu indotta a perseverare per ore in interventi controproducenti (che giunsero persino a neutralizzare alcune azioni automatiche di emergenza!). Si tratta del cosiddetto “errore diabolico”: “Errare humanum est, perseverare diabolicum”. Anche se nel caso di Fukushima non si può certo addebitare agli operatori l’evento incidentale, tuttavia la sua successiva evoluzione avrebbe forse potuto essere meglio fronteggiata se vi fossero state procedure meglio definite e operatori meglio formati e addestrati.

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Per il personale candidato all’operazione degli impianti nucleari oggi occorre quindi dare una grande importanza alle doti psicofisiche, alla preparazione tecnico-scientifica di base (di livello universitario), ed alla formazione mediante l’uso di strumenti di simulazione altamente sofisticati, con due obiettivi: ovviamente attivare ed aggiornare l’addestramento visivo e manuale, ma soprattutto formare la capacità di intuizione a livello concettuale dei fenomeni in corso di evoluzione nell’impianto.

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L’impatto di Fukushima sull’industria nucleare
Per quanto riguarda i risvolti psicologici, politici ed economici a lungo termine dell'incidente, è ancora presto per parlarne, ma è probabile che ci sarà comunque un sensibile ritardo nello sviluppo del nucleare, almeno nei Paesi che hanno già raggiunto un buon livello di benessere, dove le popolazioni sono più sensibili al rischio che alla povertà. I dati statistici relativi agli impianti nucleari nel mondo risentono già l’effetto-Fukushima. A seguito della fermata di molti reattori giapponesi, oltre a quelli di Fukushima Dai-ichi, nonché degli otto più vecchi reattori tedeschi (a seguito di una estemporanea decisione politica…), e tenuto conto dei nuovi reattori avviati, il numero di reattori operativi nel mondo è sceso dai 441 di inizio 2011 ai 435 di inizio 2012, con una riduzione della potenza nucleare installato pari a 10 GWe (cioè, il 3%). Nel corso del 2011, infatti, sei nuovi reattori (per 3977 MWe) sono stati connessi in rete, e sono iniziati i lavori di costruzione per due nuovi reattori. Come negli scorsi anni, i nuovi reattori connessi in rete sono quasi tutti in Asia: Kaiga 4 (India), Chasnupp 2 (Pakistan), Ling Ao 4 e Qinshan 2-4 (Cina), Kalinin 4 (Russia) e Bushehr 1 (Iran). Nell’estate del 2011 è poi iniziata la costruzione di Chasnupp 3, un PWR da 315 MWe in Pakistan, e di Rajasthan 7, un reattore ad acqua pesante da 630 MWe in India. Tuttavia, nonostante la riduzione delle nuove costruzioni ed i tredici reattori chiusi nel 2011, le prospettive del nucleare civile restano positive: la International Atomic Energy Agency (IAEA) prevede che il numero di reattori operativi nel 2030 sarà superiore all’attuale di 90 unità (ipotesi pessimistica) o di 350 unità (ipotesi ottimistica). La gran parte di questo incremento è previsto in Paesi che già hanno impianti nucleari in operazione, ed in particolare in Cina ed in India. Un importante passo avanti per gli Stati Uniti ed il Regno Unito, verificatosi nel 2011, è stato il conseguimento del “licensing” per due reattori di “III generazione avanzata” (AP1000 ed EPR), che apre la strada a vasti programmi di costruzione in quei Paesi. Come vedremo, altri Paesi, come Polonia, Bielorussia ed Arabia Saudita, procedono decisamente nei loro piani di costruzioni nucleari. Negli Emirati Arabi Uniti è in costruzione il primo dei quattro reattori da 1400 MWe della centrale fornita dall’industria della Corea del Sud. Vediamo ora più in dettaglio l’impatto dell’evento di Fukushima sulle attività per il nucleare civile nei principali Paesi interessati a questa tecnologia. Essi saranno raggruppati a seconda se possiedono o meno capacità nel settore nucleare militare, e a seconda se hanno o meno capacità autonoma di progettazione e costruzione di impianti nucleari. Verranno anche citati alcuni Paesi che, nonostante tutto, mantengono la loro decisione di entrare “ex-novo” nel nucleare civile. 15

Paesi con capacità nucleari sia militari che civili
Stati Uniti Per quanto riguarda gli Stati Uniti, entro una settimana dall’evento di Fukushima, gli operatori dei 104 reattori di potenza funzionanti nel paese intrapresero la revisione dei sistemi e dei componenti intesi a fronteggiare gli effetti di eventi sismici, inondazioni e perdita totale della alimentazione elettrica. Inoltre, l’industria nucleare si sta predisponendo per soddisfare le richieste addizionali che verranno imposte dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission (NRC). Come è noto, la NRC è uno dei più grandi ed importanti organi di controllo nucleare in ambito mondiale, con i suoi oltre 4000 dipendenti ed un bilancio annuale di un miliardo di dollari. La NRC ha subito costituito la “NRC Fukushima Near-Term Task Force” (NTTF), la quale ha concluso che “continued operation and continued licensing activities [at nuclear power plants] do not impose an imminent risk to the public health and safety and are not inimical to the common defense and security.” Non essendoci quindi minacce immediate alla salute ed alla sicurezza del pubblico, i miglioramenti relativi alla sicurezza, conseguenti all’esperienza di Fukushima, potranno essere incorporati in una maniera pianificata e strutturata. D’altronde, il grado di robustezza dei reattori americani, e la loro capacità di far fronte ad eventi naturali eccezionali sono stati dimostrati anche nel corso del 2011 in occasione di tornado, uragani, inondazioni e terremoti di portata eccezionale anche per gli Stati Uniti. A seguito di una sistematica interazione tra i rappresentanti dell’industria nucleare e lo staff tecnico della NRC, sono stati individuati i seguenti temi per interventi ad alta priorità: rivalutare le minacce da terremoti e inondazioni ed i relativi criteri di accettabilità, e definire le procedure per attuare i provvedimenti entro 6 mesi per i terremoti e 8 mesi per le inondazioni; sviluppare metodologie e criteri di accettabilità per i provvedimenti anti-sismici entro 6 mesi e per quelli anti-inondazione entro 8 mesi; definire con gli interessati le procedure per migliorare le difese in caso di prolungata mancanza di alimentazione elettrica in centrale (Station Black-Out: SBO); estendere, entro 6 mesi, l’utilizzabilità delle attrezzature per grandi incendi ed esplosioni (antiterrorismo) per fronteggiare anche eventi naturali, come terremoti ed inondazioni, ed anche nel caso che siano coinvolte più unità in una stessa centrale;

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definire ed impartire entro 6 mesi, agli operatori di reattori BWR con contenitori primari di tipo Mark I e Mark II, disposizioni per realizzare sistemi di sfiato dal wetwell che siano efficaci ed affidabili; definire ed impartire entro 6 mesi agli operatori disposizioni per dotare di adeguata strumentazione le piscine del combustibile esaurito; rinforzare ed integrare le procedure operative di emergenza (Emergency Operating Procedures: EOP), le linee guida per la mitigazione di incidenti severi (Severe Accident Mitigation Guidelines: SAMG) e le linee guida per la mitigazione di danni estesi (Extensive Damage Mitigation Guidelines: EDMG); interagire con gli operatori per mettere a punto le basi tecniche ed i criteri di accettabilità per le esigenze di personale nel caso di un evento di mancanza di alimentazione elettrica di lunga durata riguardante anche una centrale con più unità, ed assicurando la continuità e l’affidabilità delle comunicazioni. L’industria ha già iniziato a lavorare in molte delle aree sopra elencate, sulla base di una serie di Event Reports preparati dal già citato Institute of Nuclear Power Operations (INPO). A fine 2011, INPO ha già rilasciato quattro rapporti che chiedono agli operatori d’impianto di rivedere la robustezza delle apparecchiature a fronte di terremoti ed inondazioni, la capacità di raffreddamento e la strumentazione nelle piscine del combustibile esaurito, la preparazione del personale nell’affrontare correttamente le emergenze, e la disponibilità delle attrezzature destinate a rispondere a gravi incendi ed esplosioni (come in caso di attacco terroristico) ad intervenire anche in caso di disastro naturale. L’industria ha già formato dei gruppi di lavoro per affrontare ciascuno di quei temi. In linea con le usuali prassi della NRC, verranno tenuti incontri pubblici per discutere gli argomenti, e raccogliere retroazioni da riportare alla NRC. Tutto questo lavoro dovrebbe essere conchiuso entro la prima metà del 2012. La NRC sta anche procedendo alla revisione della adeguatezza, a fronte dei disastri naturali, degli impianti per il ciclo del combustibile nucleare, benché questi non pongano le stesse minacce di un impianto di potenza, e quindi costituiscano un rischio molto minore per la salute e la sicurezza del pubblico. La NRC proseguirà poi nella valutazione delle misure da richiedere all’industria nel medio e lungo termine, coordinandole con altre iniziative già in essere per il miglioramento della sicurezza.

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In ogni caso, la Commissione ha richiesto al suo staff tecnico di tenerla regolarmente informata su due specifici argomenti, e cioè: (1) i miglioramenti per assicurare che le attrezzature destinate a rispondere ad un attacco terroristico possano anche essere usate per mitigare gli effetti di minacce naturali, e (2) le specifiche per condotte di sfiato rinforzate ed affidabili da inserire nei contenimenti Mark I dei reattori BWR, per assicurare una sicura accessibilità in caso di incidente. Nel frattempo, la NRC ha completato l’iter di approvazione del progetto AP1000, l’impianto di “III generazione avanzata” da 1100 MWe proposto dalla Westinghouse e già in costruzione in Cina. Questa approvazione permette l’avvio dei lavori per quattro di tali impianti negli Stati Uniti. Infatti, nello scorso febbraio la Commissione, dopo un iter durato quasi quattro anni, ha concesso la “Combined Construction and Operating Licence” (COL) per i due reattori AP1000 della Westinghouse da costruire nel sito di Vogtle in Georgia, dove già operano due reattori PWR della Westinghouse da circa 1200 MWe ciascuno. Lo scorso marzo, poi, la Commissione ha anche autorizzato la costruzione e l’esercizio di due nuovi reattori AP1000 sul sito di Summer, in South Carolina, dove già opera un reattore PWR della Westinghouse da circa 1000 MWe. Si tratta delle prime licenze rilasciate dalla NRC dopo l’interruzione di oltre trenta anni - dall’incidente di Three Mile Island del 1979 - che si era verificata in America nella realizzazione di nuovi impianti nucleari. La Southern Company, proprietaria dell’impianto di Vogtle in Georgia, fin dal 2009 ebbe il permesso di avviare lavori preparatori. Ad oggi, risulta scavato e sistemato il sito dove a breve inizierà la colata del calcestruzzo per le fondazioni, sono state stese le tubature per l’acqua di raffreddamento, fatte le fondazioni per il gigantesco sistema di derrick per la costruzione simultanea dei due reattori (si vedano le figure seguenti). L’AP1000 è un progetto modulare, e le officine di assemblaggio da tempo operative nel sito di Vogtle hanno già fabbricato il fondo ed un anello del contenimento esterno. E’ già iniziata la costruzione del modulo più importante, il CA-20 da 840 tonnellate, che conterrà il deposito per il combustibile usato e molti servizi per il condizionamento e la decontaminazione dell’edificio del reattore. I componenti principali, come i contenitori a pressione ed i generatori di vapore, vennero ordinati fin dal giugno 2008 alla Doosan in Corea del Sud, ed il lavoro è già iniziato per i turboalternatori e le torri di raffreddamento. Il simulatore per l’addestramento degli operatori è stato installato nel novembre 2011. Appena ricevuta la licenza, la Southern Company potrà iniziare la colata del calcestruzzo delle strutture connesse alla sicurezza nucleare, ed i due reattori potranno essere ritenuti ufficialmente in costruzione. Si prevede l’avvio dei due reattori rispettivamente nel 2016 e nel 2017. 18

Aerial view of the Vogtle Nuclear Power Plant. Existing reactors (#1 and #2, domed structures in center) and cooling towers (on the right). The construction site for reactors #3 and #4 is on the left.

Da: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Construction_at_Vogtle_Nuclear_Plant.jpg

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Il Segretario all’Energia Steven Chu, in una recente visita alla centrale di Vogtle, davanti a 500 operai ha affermato: "The resurgence of America's nuclear energy industry starts here in Goergia, where you just got approval for the first time in three decades to build new reactors. What you are doing here at Vogtle will help us compete in the global clean energy race and provide domestic, clean power to US homes." Anche la South Carolina Electric & Gas ha ora ottenuto dalla NRC la “Combined Construction and Operating License”, che aveva richiesto fin dal 2008, per due nuovi reattori AP1000, da costruire nel suo sito di Summer, in South Carolina: potrà quindi ora procedere alla costruzione delle strutture connesse alla sicurezza nucleare dei due reattori, che dovrebbero divenire operativi rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Un’altra iniziativa di grande significato per il rilancio dell’industria nucleare in Occidente è il Next Generation Nuclear Plant (NGNP) project, previsto dall’US Energy Policy Act del 2005 per sviluppare, costruire ed operare entro il 2021 un prototipo di reattore ad alta temperatura raffreddato a gas (HTGR) e l’associato impianto per la produzione di elettricità ed idrogeno. 20

La legge stabiliva che il progetto NGNP fosse guidato dall’Idaho National Laboratory (INL) ed attuato con il contributo economico dei privati. A tal fine, nel 2009 venne costituita la NGNP Industry Alliance, che comprende importanti costruttori di reattori e potenziali utenti finali. Il costo totale del progetto viene attualmente stimato dell’ordine di 4 miliardi di dollari. Tre società vennero prescelte per sviluppare proposte per lo NGNP: General Atomics, Areva e Westinghouse/PBMR (Pebble Bed Modular Reactor). Sia lo INL che la NGNP Industry Alliance, pur valutando positivamente tutte le proposte, hanno ora ritenuto preferibile il concetto di reattore della Areva, che prevede combustibile prismatico (si veda la figura seguente). Si tratta di unità modulari piuttosto grandi (625 MWt, invece dei 250 MWt delle proposte a letto di sfere: di conseguenza, una centrale da 2400-3000 MWt verrebbe a costare circa il 30% di meno). Il reattore dell’Areva, presumibilmente basato sul progetto Antares, appare adatto a servire un ampio spettro di settori di mercato, fornendo energia ad alta efficienza a molteplici industrie quali la generazione elettrica, la petrolchimica, l’estrazione di petrolio non-convenzionale (da sabbie e scisti), e la produzione di carburanti sintetici. Questa iniziativa, quindi, pur essendo stata originata negli Stati Uniti, riconosce e valorizza le competenze dell’industria nucleare europea.

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Sempre negli Stati Uniti, il Dipartimento dell’Energia ha recentemente annunciato il primo provvedimento per la costruzione di “piccoli reattori modulari” (Small Modular Reactors: SMR), con uno stanziamento di 450 milioni di dollari. Mediante un apposito bando (Funding Opportunity Announcement: FOA), il Dipartimento stipulerà con l’industria privata degli accordi a costi condivisi per promuovere il progetto e la certificazione degli SMR, per un investimento totale dell’ordine di 900 milioni di dollari. Il bando prevede il finanziamento anche di due progetti di SMR, con l’obiettivo di porre in servizio questi reattori dal 2022. Gli SMR qui considerati sono di dimensioni non superiori, ma anche molto inferiori ad un terzo rispetto ai normali impianti nucleari, ed hanno una struttura molto compatta che si ritiene possa offrire una serie di vantaggi per quanto riguarda la sicurezza, la localizzazione, la costruzione e l’economia. In particolare, essi possono essere costruiti in fabbrica e trasportati anche per ferrovia al loro sito, dove arrivano pronti per il “plug and play”, e ne può essere installata una serie in tempi successivi a seconda della domanda di energia, riducendo così drasticamente l’investimento iniziale ed i tempi di costruzione. La azienda elettrica Ameren Missouri e la Westinghouse hanno già stipulato un accordo di collaborazione per partecipare al suddetto bando del Dipartimento dell’Energia. Il neocostituito Utility Participation Group, guidato dalla Westinghouse, ed al quale potranno partecipare altre aziende, curerà la certificazione del progetto e la richiesta alla NRC della “Combined Construction and Operation Licence” per un SMR da costruire nel sito di Callaway della Ameren nel Missouri. Lo SMR della Westinghouse è un PWR integrato da 200 MWe, in cui tutti i componenti del circuito primario sono sistemati all’interno del contenitore a pressione del reattore (si veda la figura seguente). Il reattore è progettato per essere completamente fabbricato in officina, ed è dimensionato per essere trasportato su ferrovia. I sistemi di sicurezza passiva e molti componenti sono tratti dal progetto, già certificato, dell’AP1000. Cutaway of the Westinghouse SMR E’ interessante notare che Ameren nel 2008 aveva avanzato una richiesta di COL per un reattore US EPR, proposto dalla francese Areva, da realizzare nel suo sito di Callaway, ma sospese tale richiesta l’anno successivo. Ora Adam Heflin, “chief nuclear officer” della Ameren Missouri afferma che lo SMR della Westinghouse è preferibile in quanto "The reactor and containment building are below ground, which provides additional protection from natural disasters. 22

The Westinghouse SMR has a simple design and can be safely shutdown after a loss of power with very little operator action. All of this makes for a very attractive package". Inoltre, il Dipartimento dell’Energia ha poi annunciato tre “Memorandums of Agreement” (MoA) pubblico-privati, sempre nel settore degli SMR, per sviluppare nuove tecnologie presso il suo Savannah River Site (SRS) in South Carolina. Le ditte interessate sono la Hyperion Power Generation, la NuScale Power e la LLC, sussidiaria della Holtec International per gli SMR. Hyperion ha progettato un reattore a neutroni veloci da 25 MWe, mentre Holtec e NuScale hanno progettato piccoli reattori ad acqua pressurizzata rispettivamente con potenze di 140 MWe e 45 MWe. Tutte queste iniziative si inquadrano in una chiara strategia degli Stati Uniti che, rinviando per ora l’impegno sugli avveniristici reattori di “IV generazione“, tende invece a valorizzare a breve e medio termine l’industria nucleare americana sul mercato mondiale, come afferma esplicitamente il Segretario all’Energia Steven Chu: “America’s choice is clear - we can either develop the next generation of clean energy technologies, which will help create thousands of new jobs and export opportunities here in America, or we can wait for other countries to take the lead. The funding opportunity announced today is a significant step forward in designing, manufacturing, and exporting U.S. small modular reactors, advancing our competitive edge in the global clean energy race.”

Cina Attualmente la Cina dispone di 14 reattori operativi, che tuttavia hanno fornito soltanto il due per cento della produzione elettrica del 2010. Il primo reattore commerciale, un PWR di progetto francese, fu posto in rete nel 1994. Da molti anni il prodotto interno lordo della Cina cresce quasi del 10% all’anno, e così è cresciuta la richiesta di energia elettrica, che si prevede crescerà ancora per molto tempo almeno al tasso del 4% all’anno. La produzione elettrica della Cina è dominata dal carbone, che ne fornisce oltre il 70% L’idroelettrico produce circa il 15%, ed il resto proviene da altre rinnovabili, olio combustibile e nucleare. La Cina ha recentemente superato gli Stati Uniti come Paese emettitore di gas-serra. L’energia nucleare costituisce quindi un elemento chiave della strategia energetica della Cina. Dei 65 impianti oggi in costruzione nel mondo, 27 sono in Cina. Il governo della Cina ha piani per aumentare il nucleare in misura molto rilevante: 80 GWe nel 2020, 200 GWe nel 2030 e ben 400 GWe nel 2050. Per le fasi iniziali di questa espansione la Cina ha scelto reattori di progetto straniero come lo AP1000 della Westinghouse e lo EPR della Areva. 23

La Cina comunque pianifica di rendersi sempre più autonoma nella costruzione di propri reattori di “III generazione” e nella fabbricazione del combustibile, ed inoltre sviluppa reattori a gas ad alta temperatura e reattori autofertilizzanti a neutroni veloci. Nel 2011, inoltre, la Cina ha avviato un ambizioso programma di ricerca e sviluppo nella tecnologia dei reattori a sali fusi per l’utilizzo del torio. Il programma, che ha come traguardo il 2030, prevede la costruzione di un complesso di ricerca che ospiterà anche un reattore prototipo. L’obiettivo è di fare della Cina un leader mondiale nella tecnologia per la generazione di energia nucleare dal torio, che ne detenga la proprietà intellettuale, e sia in grado di esportarla in tutto il mondo. A seguito dell’incidente di Fukushima, il governo della Cina ha ordinato ispezioni di sicurezza su tutti gli impianti in operazione e in costruzione. Le ispezioni sugli impianti in operazione sono terminate con successo nel giugno 2011, mentre quelle sugli impianti in costruzione sono ancora in corso e dovrebbero essere completate nell’autunno del 2012. In attesa della fine delle ispezioni sono anche state sospese le procedure di approvazione per nuove costruzioni, che dovrebbero comunque essere riprese nel corso del 2012 nell’ambito della nuova struttura centralizzata per la sicurezza degli impianti nucleari.

India L’India deve affrontare una rapida crescita nella domanda di energia elettrica per l’industria, i servizi ed il settore residenziale: si tenga presente che l’India ha ancora 400 milioni di cittadini senza accesso all’elettricità. Attualmente l’uso del carbone fornisce quasi il 60% dell’energia elettrica, e se ne prevede un ulteriore aumento, anche se crescono le preoccupazioni per le emissioni di carbonio. Avendo rifiutato di firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare nel 1968, ed avendo sviluppato un programma di armi nucleari, l’India fu esclusa da ogni commercio nucleare anche a fini civili per i successivi trent’anni. Questa mancanza di cooperazione internazionale rallentò lo sviluppo del programma nucleare civile dell’India, anche se essa si impegnò in un programma indipendente per lo sviluppo di una filiera completa in grado di valorizzare le sue ampie disponibilità di torio. Oggi l’India ha 20 reattori commerciali in operazione, che però sono in grado di fornire soltanto il 3% della sua elettricità. Ha inoltre sei reattori in costruzione, compreso un prototipo di reattore a neutroni veloci da 500 MWe. Nel 2008, tuttavia, dopo che l’India firmò un accordo per il nucleare civile con gli Stati Uniti, altri Paesi poterono accedere al mercato nucleare indiano. Ora gli ambiziosi piani nucleari dell’India prevedono 17 reattori a breve seguiti da possibili ulteriori 40. Contratti sono già stati definiti con la Russia e con la francese Areva. 24

L’India spera anche di assegnare contratti a Westinghouse e GE-Hitachi, ma questi attendono la risoluzione di problemi relativi alla responsabilità in caso di incidente (che l’India vorrebbe addossare ai progettisti/costruttori, invece che ai gestori degli impianti). La Nuclear Power Corporation of India Ltd. (NPCIL) è la responsabile per la costruzione e l’operazione di tutte le centrali nucleari indiane. NPCIL è in gran parte di proprietà del governo, e, a seguito dell’incidente di Fukushima, ha costituito quattro gruppi di lavoro per valutare i rischi e definire gli eventuali interventi sui propri impianti. I primi rapporti indicano che gli impianti sono sicuri, ma fanno raccomandazioni per miglioramenti della sicurezza. Il ministero dell’ambiente ha ritardato l’approvazione di nuovi impianti per rivalutarne la sicurezza, in particolare quelli sulle coste per quanto riguarda il rischio di tsunami. Questa pausa nelle approvazioni è anche legata alla ristrutturazione dell’organismo di sicurezza nucleare dell’India al fine di renderlo più indipendente.

Russia Il primo reattore russo a produrre regolarmente energia, ed il primo nel mondo, fu il reattore da 5 MWe di Obninsk nel 1954. A metà degli anni 1980 la Russia aveva 25 reattori di potenza in operazione, anche se l’industria nucleare presentava gravi problemi. L’incidente di Chernobyl nel 1986 portò ad un profondo ripensamento, ed alla graduale risoluzione di quei problemi. Tra il 1986 e la metà degli anni 1990, solo una centrale nucleare fu avviata in Russia (Balakovo, con 4 unità), ed una unità fu aggiunta a quella di Smolensk. La crisi economica seguita al crollo dell’URSS ritardò molti progetti, ma alla fine degli anni 1990 riprese l’esportazione di reattori a Iran, Cina e India, e venne riavviata la costruzione di impianti domestici. Attualmente la Russia dispone di 31 reattori operativi, per una potenza totale di 22 GWe. Circa la metà sono VVER (moderati e refrigerati da acqua in pressione), di varie generazioni. Ma vi sono ancora in funzione ben 11 reattori RBMK, moderati a grafite e raffreddati da acqua bollente, come quello esploso a Chernobyl (e uno di questi è ancora in costruzione). Inoltre, vi sono 4 piccoli reattori BWR moderati a grafite, dislocati nella Siberia orientale per la cogenerazione di elettricità e calore, ed il reattore autofertilizzante a neutroni veloci Beloyarsk-3 del tipo BN-600, refrigerato a sodio liquido. Quest’ultimo reattore ha già funzionato per 30 anni, con un fattore di carico del 76%, ed ha prodotto 114 TWh. Ora è stato potenziato e preparato per una estensione di 15 anni della sua vita utile. Esso dovrà poi essere affiancato dal più potente reattore Beloyarsk-4, del tipo BN-800, sempre a neutroni veloci. 25

La costruzione è già molto avanzata, e l’avviamento dovrebbe avvenire nel 2014. Questo tipo di reattore dovrebbe gradualmente sostituire i reattori VVER a fine vita, e fornire una frazione crescente della potenza installata in Russia (anche 14 GWe nel 2030 e 34 GWe nel 2050). Nel 2006 il governo confermò l’impegno a sviluppare l’energia nucleare, con la previsione di installare 2-3 GWe all’anno fino al 2030 in Russia e di esportare impianti all’estero per una capacità totale di ben 300 GWe nello stesso periodo di tempo. Nel gennaio 2010 il governo ha approvato il programma per lo sviluppo al 2050 di una nuova piattaforma tecnologica per l’industria nucleare, basata su reattori a neutroni veloci intrinsecamente sicuri ed a ciclo del combustibile chiuso. In tal modo, si prevede di eliminare praticamente del tutto l’uso di combustibili fossili per la produzione di energia elettrica verso la fine del secolo. Dopo l’incidente di Fukushima, una serie di controlli sono stati effettuati sugli impianti nucleari russi. Nel giugno 2011, la Rosenergoatom, che gestisce tutti quegli impianti, ha annunciato un programma di lavori per 500 milioni di dollari per potenziare gli apparati di riserva per l’alimentazione di elettricità ed acqua. Intanto, la Rosenergoatom ha annunciato che nello scorso febbraio è iniziata la colata di calcestruzzo per le fondazioni della prima unità della nuova centrale nucleare del Baltico, che quindi diviene il nono reattore nucleare di potenza in costruzione in Europa (in quanto continente, quindi non solo Unione Europea). La nuova centrale nucleare del Baltico, che avrà due reattori VVER-1200, è situata nell’area di Kaliningrad, che, come è noto, costituisce una enclave della Federazione Russa all’interno dell’Unione Europea, tra la Polonia e la Lituania. Si tratta di un progetto-bandiera per la Russia: il primo ad essere aperto a investimenti da parte di aziende dell’Unione Europea; il primo destinato ad esportare la gran parte della sua produzione; ed il primo ad utilizzare componenti occidentali, come la turbina AlstomAtomenergomash. L’operazione commerciale è prevista nel 2017 per il primo reattore, e nell’anno successivo per il secondo. (Si veda la figura seguente).

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How the Baltic plant could look on completion (Image: Rosatom)

Ad oggi, quindi, il Federal Target Program (FTP) è basato sulla tecnologia VVER (ad acqua pressurizzata) fino almeno al 2030. Ma viene anche posto in evidenza l’obiettivo di muovere verso i reattori a neutroni veloci ed al ciclo chiuso del combustibile. Oltre alla filiera refrigerata a sodio liquido (i reattori BN), che procede a livello industriale, la Rosatom ha fatto due proposte per reattori a neutroni veloci refrigerati da metalli pesanti, una basata sul solo piombo, l’altra anche sulla miscela piombo-bismuto. Il piano prescelto è stato il secondo, più flessibile, che prevede come prima fase un reattore da 100 MWe refrigerato da piombo-bismuto, ed in una seconda fase, tra il 2015 e il 2020, un impianto dimostratore da 300 MWe refrigerato da piombo di tipo BREST, ed un reattore di ricerca multi-uso (MBIR). Inoltre, è prevista la costruzione di un complesso commerciale per la fabbricazione di combustibile denso, il completamento della costruzione di un impianto pilota per la fabbricazione pirochimica del combustibile per reattori a neutroni veloci, e per sperimentare il ciclo chiuso del combustibile. L’attuazione di questi programmi è anche rivolta ad ottenere al 2020 un incremento del 70% nelle esportazioni di apparati, lavori e servizi ad alta tecnologia da parte della industria nucleare russa. L’ultimo Federal Target Program (FTP) della Russia prevede una quota di nucleare per l’energia elettrica del 25-30% al 2030, del 45-50% al 2050 e del 70-80% per la fine del secolo.

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Inoltre, la Russia intende utilizzare i reattori nucleari anche in applicazioni specifiche, come l'alimentazione delle fabbriche di alluminio, grandi energivore (con la Rusal, primaria produttrice di alluminio nel mondo), il riscaldamento civile e industriale, la desalinizzazione dell'acqua di mare, la propulsione navale (ove dispone di una lunga e valida esperienza a partire dai sottomarini per arrivare ai numerosi e potentissimi rompighiaccio). Forte di questa vasta gamma di esperienze, la Russia ha già numerosi progetti e realizzazioni all'estero. La Atomstroyexport (ASE) ha tre progetti all'estero, riguardanti reattori VVER-1000 (moderati e refrigerati da acqua pressurizzata). Dapprima, è subentrata alla Siemens KWU nella costruzione del reattore di Bushehr in Iran. L'impianto è ora in operazione. In seguito, ha venduto due grandi impianti del nuovo tipo AES-91 alla Cina per Jiangsu e Tianwan presso Lianyungang (ambedue ora in operazione) e due unità AES-92 all'India per Kudankulam (avvio previsto nel 2012). E' probabile che ASE costruisca una seconda unità a Bushehr, e accordi sono stati definiti per due ulteriori unità a Tianwan in Cina, le unità 5 & 6, che saranno del tipo VVER-1200. Nel 2007 un “memorandum of understanding” fu stipulato per costruire quattro VVER-1200 a Kudankulam. Nel 2009 quattro ulteriori unità sono state confermate per Haripur nel West Bengala. Nel maggio 2009 la St Petersburg Atomenergopoekt (SPb AEP) ha annunciate l’inizio del progetto di un reattore BN-800 per la Cina, dove ne sono previsti due al Sanming - Chinese Demonstration Fast Reactors (CDFR). La costruzione dovrebbe iniziare nel 2013. Dal 2010 la Russia prevede anche di offrire crediti totali o parziali per la costruzione di impianti nucleari in almeno sei Paesi: Ucraina (Khmelnitsky 3 & 4), Bielorussia (Ostrovets 1 & 2), India (Kudankulam 3 & 4), Cina (Tianwan 3 & 4), Turchia (Akkuyu 1-4) e Vietnam (Ninh Thuan 1-2). A questo punto, non si può non osservare come proprio la Russia, già alla guida dell'URSS, nella quale si verificò il tragico incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, si presenti oggi come il paese che procede con la massima determinazione, con il più ampio portafoglio di tecnologie originali ed autonome, e con una ampia apertura ai mercati di esportazione, nello sviluppo a lungo termine delle applicazioni civili dell'energia nucleare.

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Francia Come è noto, la Francia dispone di ben 58 reattori nucleari di potenza, operati dall’Electricité de France (EdF), con una potenza installata totale di oltre 63 GWe, che nel 2010 hanno fornito 410 miliardi di kWh, pari al 74% dell’energia elettrica totale. La potenza elettrica installata totale è 118 GWe, e comprende anche 25 GWe idroelettrici e 26 GWe da combustibili fossili. La domanda di picco è stata di 96 GWe. Di conseguenza, la Francia per l’energia elettrica può vantare una sostanziale indipendenza nell’approvvigionamento ed uno dei costi più bassi in Europa. Essa inoltre ha una ridottissima emissione di CO2 pro-capite per la generazione elettrica, che per oltre il 90% è di origine nucleare o idroelettrica. A seguito dell’incidente di Fukushima, il Presidente Nicolas Sarkozy e la Commissione Europea hanno ordinato una serie di stress tests sugli impianti, che la EdF ha eseguito.

La Autorité de Sûreté Nucléaire (ASN) afferma che i 58 reattori nucleari di potenza e gli impianti per il ciclo del combustibile operanti in Francia hanno un sufficiente livello di sicurezza, e che quindi nessuno di essi deve essere arrestato, ma che la loro ulteriore operazione richiede di accrescere al più presto possibile la loro robustezza a fronte di situazioni estreme al di là dei margini di sicurezza che già essi offrono. Ciò vale in particolare per una lista prioritaria di 79 tra i 150 impianti nucleari della Francia. Gli incidenti di Three Mile Island e di Chernobyl indussero a perseguire una universale eccellenza nella operazione degli impianti nucleari, dapprima negli USA mediante lo Institute of Nuclear Power Operations (INPO) e quindi a livello mondiale mediante l’analoga World Association of Nuclear Operators (WANO). Invece, l’evento di Fukushima non avrebbe potuto essere prevenuto da operatori più bravi, ma piuttosto da una migliore valutazione dei rischi esterni e delle loro possibili conseguenze sul sito. Di conseguenza, due delle direttive fondamentali delle disposizioni della ASN riguardano proprio la protezione da terremoti ed inondazioni. A questa accresciuta prevenzione a fronte di disastri naturali, deve essere aggiunta la prevenzione dal rischio connesso ad attigue attività industriali potenzialmente pericolose come impianti chimici, serbatoi di gas liquido, bacini idroelettrici.

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La ASN richiede che in ogni situazione incidentale i reattori francesi siano in grado di porre in atto un cosiddetto hard core di dispositivi di sicurezza, in modo che le funzioni vitali possano essere mantenute anche a fronte di sfide al di là dei criteri di progetto dell’impianto, quali terremoti superiori ai livelli di progetto, incendi, e la prolungata assenza di alimentazione elettrica dalla rete o dai generatori di emergenza. Tra i dispositivi hard core vi saranno “robusti” centri di emergenza, efficaci e affidabili sistemi di comunicazione, e dotazioni sicure di acqua, carburante diesel e dosimetri per i lavoratori. Allo stesso tempo, una forza di “intervento rapido” dovrà essere disponibile per intervenire su qualunque impianto del paese nel giro di 24 ore, e dotata di personale altamente specializzato e attrezzature mobili quali generatori diesel ed elicotteri. EdF ha già svolto una esercitazione di questo tipo sulla centrale nucleare di Cruas-Meysse. EdF attiverà un’altra forza di intervento a livello nazionale, chiamata FIRE, che curerà la riparazione delle reti elettriche. La ASN inoltre richiede che tutti gli operatori francesi considerino la possibilità di costruire una barriera che prevenga la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee in ogni circostanza. Ciò vale in particolare per gli operatori che usano piscine per conservare combustibile nucleare irradiato. La ASN, convinta che la sicurezza risiede soprattutto nella qualità delle persone e del lavoro, ritiene che il massimo sforzo debba essere portato nella supervisione dei subfornitori: i licenziatari nucleari dovranno controllare direttamente le attività dei subfornitori con aspetti di sicurezza. In ogni caso, non saranno permessi più di tre livelli di subfornitura. I subfornitori dovranno anche essere disponibili, ed in grado, di svolgere ruoli potenzialmente vitali, nel caso di un incidente che lo richieda. Intanto, il “complesso nucleare-industriale” francese si sta riorganizzando per riprendere il suo ruolo di eccellenza in ambito mondiale dopo prove non lusinghiere, come i continui slittamenti temporali ed aumenti di costi che affliggono il cantiere della centrale di Olkiluoto in Finlandia, dove è in costruzione, a cura dell’Areva, il testa-di-serie EPR, il suo primo reattore di “III generazione avanzata”, o come l’insuccesso nella gara per una centrala da quattro reattori negli Emirati Arabi Uniti, vinta dall’industria delle Corea del Sud per 20 miliardi di dollari. Già nel 2008 un decreto presidenziale aveva costituito il Conseil Politique Nucleaire (CPN), presieduto dal Presidente stesso, con il compito di ristrutturare e rilanciare il nucleare francese. Nel febbraio 2011 il CPN si occupò della rivalità tra l’Areva (posseduta dal governo per oltre il 90%) e l’EdF (posseduta dal governo per l’85%), possibile fattore determinante dell’insuccesso nella gara degli Emirati Arabi Uniti. 30

Il CPN ordinò ad Areva e EdF di stabilire un accordo tecnico e commerciale per migliorare il progetto dell’European Pressurized Reactor (EPR, da 1650 MWe), e collaborare nella manutenzione e nell’operazione della flotta di reattori di EdF, negli sviluppi del ciclo del combustibile e nella gestione dei rifiuti radioattivi. L’accordo, siglato nel luglio 2011, assegna un ruolo guida all’EdF, in particolare nella promozione delle esportazioni. Il CPN ha anche raccomandato ad Areva, EdF, GdF-Suez ed altri attori interessati di rafforzare la collaborazione già in atto sul reattore ATMEA1. Questo è un reattore di potenza intermedia (1100 MWe), di “III generazione”, in corso di sviluppo in base ad un accordo del 2007 tra Areva NP e Mitsubishi Heavy Industries. Il nuovo reattore è destinato precipuamente ai paesi nuovi entranti nel nucleare, ma anche GdF Suez potrebbe essere interessata alla costruzione di un primo ATMEA1 in Francia. Si noti in proposito che, a seguito di una revisione durata 18 mesi, l’organismo di sicurezza nucleare francese (ASN) ha dato una approvazione preliminare delle opzioni di sicurezza adottate dall’ATMEA1. Il reattore ATMEA1 è un reattore ad acqua in pressione da 1100 MWe che permette lunghi cicli operativi, brevi fermate per la ricarica del combustibile, ed ha la capacità di seguire la richiesta di carico fino al 5% al minuto. I dispositivi di sicurezza sono sia attivi che passivi, e comprendono un contenitore per il nocciolo fuso (core catcher). Inoltre, il Ministero dell’Energia guiderà un gruppo di lavoro sugli aspetti tecnici, legali ed economici dei piccoli reattori (100-300 MWe). Il CPN ha anche incaricato il Commissariato all’Energia Atomica (CEA) di negoziare con le autorità cinesi un accordo complessivo tra i due paesi su tutti gli aspetti del settore dell’energia nucleare per usi civili, compresa la sicurezza. L’accordo potrà includere lo sviluppo di un nuovo reattore da 1000 MWe di “III generazione”, probabilmente con la China Guangdong Nuclear Power Company (CGNPC) e basato sul valido reattore cinese CPR-1000, su cui Areva ha ancora diritti di proprietà intellettuale.

Gran Bretagna La Gran Bretagna ha 18 reattori commerciali in operazione, che forniscono il 16% del suo consumo elettrico, ed un ciclo del combustibile che comprende il ritrattamento. Una vasta flotta di reattori Magnox (ad uranio naturale, moderati a grafita e refrigerati a gas) fu costruita negli anni 1950 e 1960, seguiti da 14 Advanced Gas-cooled Reactors (AGR) e da un PWR.

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L’elettricità di origine nucleare raggiunse il picco del 25% negli anni 1990, ma la fermata dei reattori più vecchi ha ridotto oggi tale percentuale al 16%. Gli ultimi tre reattori Magnox dovranno essere chiusi entro il 2012 ed i 14 AGR dovrebbero essere chiusi tra il 2016 e il 2023. La gran parte dell’energia elettrica in Gran Bretagna è prodotta dal gas naturale (46%) e dal carbone (28%). Al fine di far fronte alla futura domanda di energia elettrica, e soddisfare le richieste di riduzione delle emissioni di gas-serra poste dall’Unione Europea, il governo britannico condusse nel 2006 una consultazione nazionale, che convenne sulla necessità di costruire nuove unità nucleari per sostituire le vecchie, oltre ad un ampio impegno nelle energie rinnovabili. Il governo quindi stabilì un nuovo ufficio entro il Dipartimento dell’Energia, chiamato Office for Nuclear Development. Benché si fosse stabilito nel 2006 che il nuovo sviluppo del nucleare non avrebbe richiesto alcun aiuto dal governo, per attrarre investitori il governo identificò i siti adeguati per i nuovi impianti (tipicamente, siti già ospitanti vecchie centrali nucleari). In questa prospettiva, la EdF si mosse aggressivamente, acquisendo la British Energy nel 2009. EdF ora pianifica la costruzione di 4 reattori nei siti di Sizewell e Hinkley Point (ambedue già ospitanti centrali nucleari), con la previsione che il primo reattore (a Hinkley Point) possa essere connesso alla rete nel 2018. Una joint venture tra la tedesca RWE e la anglo-tedesca E.On U.K., denominate Horizon Nuclear Power, aveva anch’essa prenotato due siti nucleari, e prevedeva di disporre di 6000 MWe nucleari in operazione al 2025, ma questa iniziativa sembra ora interrotta, anche a causa delle difficoltà economiche che le aziende tedesche dovranno fronteggiare a seguito delle nuove decisioni della Germania riguardo all’energia nucleare Un terzo consorzio tra Iberdrola e GdF Suez, chiamato NuGeneration, pianifica la costruzione di 3600 MWe nucleari nell’esistente sito nucleare di Sella-field. La politica energetica della Gran Bretagna resta a favore dell’energia nucleare anche dopo l’incidente di Fukushima. Come membro dell’Unione Europea, la Gran Bretagna ha sottoposto le unità nucleari ancora operanti a valutazioni di rischio nell’estate del 2011, e gli operatori stanno predisponendo alcuni miglioramenti della sicurezza, con particolare riguardo alla difesa dalle inondazioni e dalla perdita di alimentazione elettrica. A fine luglio 2011, il Parlamento britannico ha ratificato il “National Policy Statement for Nuclear Energy”, che conferma l’impegno del governo a continuare nel programma di costruzione di nuovi reattori e assicura all’industria il sostegno politico all’opzione nucleare. .

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E’ di grande significato il fatto che un recente sondaggio, condotto in Gran Bretagna nel dicembre 2011, indica che il supporto del pubblico per l’energia nucleare è ritornato ai livelli dei mesi precedenti l’incidente di Fukushima. I favorevoli alla costruzione di nuovi impianti nucleari sono infatti risultati il 50%, rispetto al 36% del giugno 2011, e al 47% del novembre 2010, mentre i contrari si sono ridotti al 20% rispetto al 28% del giugno 2011.

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Paesi con capacità nucleari solo civili (costruzione e operazione)
Germania Prima dell’incidente di Fukushima, 11 marzo 2011, la Germania aveva 17 reattori nucleari in operazione che avevano fornito oltre un quarto dell’energia elettrica tedesca nel 2010. Il primo reattore nucleare nella Germania dell’Ovest fu avviato nel 1975. Siemens-KWU continuò a costruire reattori negli anni 1970 e 1980, e l’ultimo reattore fu posto in linea nel 1989. A seguito dell’incidente di Chernobyl nel 1986, l’atteggiamento del pubblico cambiò drasticamente ed il governo tedesco annunciò la sua intenzione di fermare tutti gli impianti nucleari entro il 1996. Cambiamenti politici, uniti alla forte pressione da parte delle aziende elettriche, permisero di proseguire l’operazione degli impianti oltre quella data, e nel 2000 si arrivò ad un compromesso che prevedeva la chiusura degli impianti esistenti dopo 32 anni di funzionamento (in pratica, tutti i reattori si sarebbero fermati entro il 2022). In seguito, a causa delle crescenti preoccupazioni per le emissioni di gas-serra, nonostante l’espansione delle energie eolica e solare, nel 2010 fu ancora prolungata la vita utile di diversi reattori, arrivando anche oltre il 2030. Tuttavia, appena accaduto l’incidente di Fukushima, la Cancelliera Angela Merkel capovolse la sua posizione riguardo al nucleare, in un inutile tentativo di salvare il risultato in imminenti elezioni ad alto rischio per il suo partito. Essa dispose l’immediato arresto di tutti gli impianti costruiti prima del 1980 (8 dei 17 in operazione). Pochi mesi dopo, il governo ristabilì il termine del 2022 per la chiusura di tutti gli impianti nucleari. Le grandi compagnie elettriche tedesche, E.On e RWE, videro crollare i loro utili e sono ora costrette a ristrutturarsi vendendo attività e licenziando personale. Molte grandi aziende, chimiche, siderurgiche e meccaniche, minacciano di delocalizzare le loro attività. Anche se il governo pensa di espandere ancora le energie rinnovabili, per sostituire l’energia nucleare sarà necessario costruire entro il 2020 oltre 20 GWe di impianti a gas naturale o carbone!

Corea del Sud Il consumo di energia elettrica in Corea del Sud è passato da 33 TWh nel 1980 a ben 371 TWh nel 2006 (in Italia, con una popolazione ben maggiore, oggi siamo a 330 Twh). Nel 2008 la potenza installata era di 72,5 GWe, di cui la potenza nucleare era 17,7 GWe (24% del totale), e forniva il 36% della domanda (144 TWh).

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Nel 2020 si prevede una potenza nucleare di 27,3 GWe, che fornirà 226 Twh, il 43,4% dell'elettricità, per arrivare al 48% nel 2022, anche se recenti proiezioni stimano il 50% al 2020, così da poter ridurre drasticamente l'utilizzo del gas naturale. Per il 2030 il governo intende portare il nucleare a fornire tl 59% della elettricità (333 TWh), da parte di soltanto il 41% della potenza installata. I costi dell'energia nucleare sono bassi in Corea del Sud: nel 2008 si stimavano 3 cUS$/kWh, rispetto ad un prezzo medio di circa 5 cUS$/kWh. Anche le strategie verso l'esportazione sono ben determinate ed ambiziose. Appena dopo la vendita di quattro moderni impianti nucleari agli Emirati Arabi Uniti, il Ministro dell'Economia della Conoscenza nel gennaio 2010 dichiarò l'obiettivo di esportare entro il 2030 fino a 80 impianti nucleari per un valore di 400 miliardi di dollari, così da divenire il terzo fornitore mondiale di questa tecnologia, con una quota del 20% del mercato mondiale, dopo USA, Francia o Russia. Egli afferma: "Nuclear powerrelated business will be the most profitable market after automobiles, semiconductors and shipbuilding. We will promote the industry as a major export business." L'industria coreana mira ad essere autosufficiente al 100% entro il 2012. Dopo la vendita agli Emirati Arabi Uniti, sono in corso trattative con la Turchia, la Giordania, la Romania e l'Ucraina, oltre che con paesi dell'Asia del Sud Est. Le attività nucleari iniziarono in Corea del Sud quando il Paese divenne membro della International Atomic Energy Agency nel 1957. Ma soltanto dieci anni dopo iniziò la costruzione del primo impianto nucleare di potenza, Kori-1, fornito chiavi-in-mano dalla Westinghouse. Esso venne avviato nel 1977 (circa venti anni dopo i primi reattori italiani!) ed entrò in operazione commerciale nel 1978. Dopo di che, vi fu un'esplosione di attività, con otto reattori in costruzione già nei primi anni 1980. Partendo dalla tecnologia di Westinghouse e di Framatome (ora, Areva) per le sue prime otto unità PWR, e di Combustion Engineering (che divenne poi parte di Westinghouse) per altre due, il Korean Standard Nuclear Power Plant (KSNP) divenne un progetto a sé, evoluto poi nel KSNP+. Nel 2005 il KSNP/KSNP+ fu denominato OPR-1000 (Optimised Power Reactor). Nell’ambito del piano definito dal Ministero dell'Educazione, della Scienza e della Tecnologia, venne poi sviluppato il reattore coreano APR-1400, che è il tipo venduto agli Emirati Arabi Uniti, per la centrale di Braka in Abu Dhabi. Come già fatto cenno, si tratta di una centrale costituita da quattro reattori da 1400 MWe ciascuno, che saranno costruiti dall’industria delle Corea del Sud ad un costo di 20 miliardi di dollari. I quattro reattori dovrebbero entrare in funzione rispettivamente negli anni 2017, 2018, 2019 e 2020.

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E’ possibile che gli Emirati Arabi Uniti entro il prossimo anno procedano ad ordinare altri quattro reattori, che potrebbero essere installati nella stessa centrale, dove vi sarebbero spazio ed infrastrutture adeguate. Se l’ordine venisse ancora assegnato all’industria coreana, questa prevede che al 2020 ben 6000 suoi addetti altamente specializzati sarebbero impiegati in Abu Dhabi. La peculiare competitività dell’industria nucleare della Corea del Sud è anche conseguenza del coordinamento degli sforzi tra tutti gli operatori nazionali interessati, e soprattutto dell’impegno nella standardizzazione dei progetti per una lunga serie di esemplari successivi, a cominciare da quelli costruiti in patria. Si veda in proposito il diagramma sotto riportato.

Nel novembre 2011 il governo ha riconfermato il suo impegno per l'energia nucleare, ed in particolare per il completamento di sei nuovi reattori entro il 2016. Come già fatto cenno, poi, il Ministro per l'Economi della Conoscenza ha annunciato piani per raggiungere il 59% dei consumi elettrici domestici dal nucleare entro il 2030, e per fare alla stessa data della Corea del Sud il terzo più grande esportatore di reattori con il 20% del mercato mondiale, nel quadro di un programma denominato NuTech 2030. 36

Questo programma prevede lo sviluppo entro il 2012 di una tecnologia indigena con piena proprietà intellettuale, conosciuta come lo Innovative, Passive, Optimised, Worldwide Economical Reactor (IPOWER). Il Korea Atomic Energy Research Institute (KAERI) ha in corso di sviluppo anche lo SMART (System-integrated Modular Advanced Reactor), un reattore ad acqua pressurizzata da 330 MWt con generatori di vapore integrati, e dispositivi perfezionati per la sicurezza passiva. E' progettato per generare fino a 100 MWe di elettricità e/o entalpia per applicazioni termiche, come la desalinizzazione dell'acqua di mare. Un impianto integrato basato sul reattore SMART, che produce 40.000 m3/giorno di acqua dolce e 90 MWe, a costi inferiori rispetto ad un impianto a gas, viene proposto per l'isola di Madura, Indonesia. ibileNuclear Safety and Security Commission (NSSC), con il ruolo di regolatore indipendente che riporta al Presidente della Repubblica, ed il cui presidente ha un rango ministeriale. Il preesistente Korean Institute of Nuclear Safety (KINS) diviene una organizzazione di supporto tecnico alle sue dipendenze, mentre il Ministero dell'Educazione, la Scienza e la Tecnologia semplicemente promuove l'energia nucleare, e il Ministero per l'Economia della Conoscenza è responsabile della politica dell'energia, della costruzione e dell'operazione degli impianti nucleari, della fornitura del combustibile nucleare, della gestione dei residui radioattivi. Dopo l'incidente di Fukushima, vi è stata una immediata verifica di ogni sito, seguita da una revisione della sicurezza per tutti gli impianti (con una speciale attenzione al più vecchio, il Kori-1), e quindi lo Integrated Regulatory Review Service dell'IAEA ha controllato l'intera situazione del nucleare della Corea del Sud. Una serie di provvedimenti sono stati intrapresi: la barriera di costa del Kori-1 da innalzare a 10 m; porte a tenuta da applicare agli ambienti dei generatori diesel di emergenza; gli alimentatori a batteria da proteggere dalla possibilità di allagamento; un veicolo con generatore diesel mobile da dislocare in ogni sito; le pompe da rendere impermeabili; sistemi di rimozione dell'idrogeno che non dipendono dall'energia elettrica da installare; le apparecchiature di scarico e decompressione da migliorare; e le prestazioni antisismiche dei dispositivi di arresto automatico e dei sistemi di raffreddamento da migliorare. Tutto ciò rappresenta un investimento di circa 1 miliardo di dollari in cinque anni. Il KAERI è anche fortemente impegnato nelle attività di ricerca e sviluppo sulle innovazioni per le attuali filiere e sulle filiere nucleari del futuro.

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L’uso diretto nei reattori CANDU del combustibile irraggiato nei PWR (Direct Use of spent PWR fuel In Candu reactors: DUPIC) costituisce l’oggetto del caso di studio della Corea del Sud per il progetto IMPRO dell’IAEA: si tratta di prelevare il combustibile irraggiato dai reattori ad acqua leggera, come i PWR, macinarlo, riscaldarlo in ossigeno così da eliminare circa il 40% dei prodotti di fissione, e ricostruirlo come combustibile per Pressurized Heavy Water Reactor (PHWR). Esso contiene così tutti gli attinidi, compreso circa lo 1% di plutonio, e circa il 96% di uranio compreso lo 1% di U-235. Così il contenuto di fissile è circa lo 1,5%, più del doppio rispetto all’uranio naturale normalmente usato negli attuali PHWR. Un altro filone di punta è lo sviluppo del piroprocessamento elettrometallurgico per chiudere il ciclo del combustibile ad ossido. Eliminati i prodotti volatili di fissione e ridotto il combustibile a metallo, questo viene posto in bagno di cloruri di litio e di potassio, e l’uranio è recuperato per via elettrolitica. I rimanenti transuranici (Pu, Np, Am, Cm) vengono concentrati e rimossi con i restanti prodotti di fissione (in particolare cerio, neodimio e lantanio) per essere fabbricati come combustibile per reattori veloci a prova di proliferazione nucleare (a causa della sua alta radioattività, dovuta in particolare alla forte emissione neutronica del cerio). E’ così possibile riciclare il 95% del combustibile usato. Nel 2008 l’IAEA approvò un laboratorio di elettroraffinazione, lo Advanced Spent Fuel Conditioning Process Facility (ACPF) presso il KAERI, da costruire nel 2011 ed espandere a livello pilota nel 2012. Questo dovrà essere il primo stadio della Korea Advanced Pyroprocessing Facility (KAPF), da avviare sperimentalmente nel in 2016 e trasformare in impianto commerciale nel 2025. Strettamente connesso a questa linea di sviluppo, e destinato ad essere alimentato con il prodotto della medesima, il KAERI propone il “Sodium-cooled Fast Reactor” (SFR), che dovrà operare in modalità di “bruciatore”, non di “fertilizzatore”. Un reattore dimostratore di questo tipo è previsto in Corea del Sud per il 2028. Una seconda linea di sviluppo di reattori veloci viene condotta dal Nuclear Transmutation Energy Research Centre of Korea (NuTrECK) presso la Università di Seul, con riferimento all’esperienza russa: si considerano reattori raffreddati con la miscela piombo-bismuto, da 35, 300 and 550 MWe, che dovrebbero operare col combustibile piroprocessato. L’unità da 35 MWe è progettata per essere affittata agli utenti per 20 anni, operata senza ricambio del combustibile, e quindi restituita al fornitore. Potrà essere rifornita di combustibile presso l’impianto di piroprocessamento, e raggiungere così una vita utile di 60 anni.

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Il KAERI ha anche sottoposto al Generation IV International Forum il progetto di un Very High Temperature Reactor (VHTR) destinato alla produzione di idrogeno. Si tratta di unità da 300 MWt operanti a 950ºC, ciascuna in grado di produrre 30.000 tonnellate di idrogeno all’anno. Il KAERI prevede che il progetto ingegneristico sia pronto nel 2014, la costruzione inizi nel 2016 e l’operazione nel 2020. Un accordo con l’acciaieria Posco intende usare lo VHTR anche per fondere il ferro.

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Paesi con impianti nucleari civili (sola operazione)
Brasile Il Brasile iniziò il suo programma nucleare negli anni 1970, ed è poi rimasto sempre favorevole all’uso di questa fonte di energia. Attualmente dispone di due unità nucleari in operazione, Angra 1 and 2, presso Rio de Janeiro, ed anche stabilimenti per l’arricchimento dell’uranio e la fabbricazione del combustibile, al servizio dei due predetti reattori. La prima unità di Angra, da 520 MWe, fu fornita da Westinghouse negli anni 1970. In seguito, il Brasile stipulò un accordo con la Germania per otto unità da 1300 MWe, ma la stagnazione economica fermò quei piani. Nel 1995, riprese la costruzione di Angra 2 con l’aiuto di ulteriori investimenti tedeschi: il nuovo reattore, da 1275 MWe, fu posto in linea nel 2000. Nel 2006 il Presidente del Brasile annunciò un piano per una terza unità ad Angra, e altre quattro unità da 1000 MWe da costruire entro il 2030. Il piano riconosceva infatti la vulnerabilità del paese che dipendeva per oltre l’80% dalla fonte idroelettrica, soggetta alla variabilità climatica. La Commissione Nazionale per l’Energia Nucleare ha concesso la licenza di costruzione per Angra 3 nel maggio 2010; i lavori sono iniziati immediatamente ed il reattore dovrebbe essere operativo entro il 2015. Eletronuclear, la azienda elettronucleare controllata dallo stato, ha definito la localizzazione di un altro impianto presso Recife nel nordest del Brasile e sta lavorando con l’ente di ricerca competente per definire altre localizzazioni. Nel giugno 2011, il Senato ha approvato una legge che prevede incentivi economici per la Eletrobras, controllata dallo stato, ma anche per investitori privati nazionali e internazionali. A seguito dell’incidente di Fukushima, il Brasile ha riesaminato la sicurezza dei propri impianti nucleari. Alla conclusione di questo esame, il governo ha confermato i suoi piani per proseguire nello sviluppo del nucleare, con l’obiettivo di realizzare entro il 2030 fino a 8 GWe di nuovi reattori, ritenuti necessari per soddisfare il carico elettrico di base senza accrescere le emissioni di gas-serra.. Finlandia La Finlandia, pur essendo un Paese con poco più di cinque milioni di abitanti, costituisce nel settore nucleare un esempio singolare di capacità di pianificazione strategica e di investimenti rilevanti in una prospettiva che si può ben dire pluri-secolare. Infatti, i primi reattori divennero operativi in Finlandia negli anni 1970, e sono tuttora funzionanti, a livelli di potenza, e con vite utili autorizzate, ben superiori a quelli di progetto.

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Inoltre, i nuovi reattori già programmati, e che saranno costruiti nei prossimi anni, hanno vite utili di progetto di 60 anni, che potranno realisticamente essere portate a 80, e forse anche a 100 anni, e quindi potranno ancora essere operativi nel XXII secolo! La Finlandia produce circa 80 TWh di energia elettrica all’anno, la gran parte da carbone importato da Russia e Polonia, ed una parte da gas naturale importato dalla Russia. Nel 2010 le fonti fossili hanno fornito 42 TWh, il nucleare 22 TWh, l’idroelettrico 13 TWh e le importazioni di elettricità, sempre in gran parte dalla Russia, furono 10,5 TWh. La Finlandia, infatti, presenta un elevatissimo consumo elettrico pro-capite, pari a ben 16.000 kWh all’anno (circa tre volte il consumo pro-capite italiano). Il Paese, inoltre, fa parte del “Nordic electricity system”, deregolato e soggetto a gravi carenze in particolare negli anni di siccità (essendo in gran parte alimentato da centrali idroelettriche dislocate in Norvegia e Svezia). La Finlandia ha attualmente quattro reattori nucleari operativi, per un totale di 2700 MWe, che sono tra i più efficienti nel mondo (fattore di carico di oltre l’85%). Due reattori ad acqua bollente, costruiti dalla svedese Asea Atom, sono gestiti dalla Teollisuuden Voima Oy (TVO), e due reattori ad acqua in pressione di origine russa (VVER), ma modificati con contenimento e sistemi di controllo di tipo occidentale, sono gestiti dalla Fortum Corporation. I reattori finlandesi sono stati sistematicamente potenziati durante la loro vita: i reattori di Olkiluoto 1 & 2, della TVO, furono avviati negli anni 1978-1980 alla potenza di 658 MWe, e 30 anni più tardi sono stati portati ciascuno a 860 MWe (con un incremento del 30%), e la loro vita utile è stata estesa a 60 anni. La TVO ora procede per portare progressivamente i due reattori addirittura a 1000 MWe ciascuno. Un potenziamento di 25 MWe di Olkiluoto 1 è già avvenuto nel maggio-giugno 2010, con la sostituzione delle turbine di bassa pressione. Un analogo potenziamento è stato avviato per la unità 2. Così, i due reattori VVER-440 di Fortum a Loviisa sono stati potenziati ciascuno dai 445 MWe degli anni 1977-1980 a 488 MWe, mentre la loro vita utile è stata portata da 30 a 50 anni. Queste storie dimostrano una esemplare capacità di valorizzare gli investimenti strategici del proprio Paese da parte dei finlandesi. Per quanto riguarda il futuro, a seguito di una richiesta avanzata da TVO nel novembre 2000, nel maggio 2002 il parlamento finlandese approvò la costruzione del quinto impianto nucleare, che avrebbe dovuto entrare in operazione nel 2009. La decisione fu ritenuta di grande significato, in quanto era la prima dopo oltre dieci anni riguardante la costruzione di un nuovo impianto nucleare nell’Europa Occidentale. Come sito, fu prescelto Olkiluoto, dove già operavano due reattori.

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Dopo l’esame di tre offerte, nell’ottobre del 2003 TVO annunciò la scelta dell’European Pressurized Water Reactor (EPR) da 1600 MWe, fornito dalla francese Framatome ANP (poi, Areva). La Siemens fu scelta per fornire turbine e generatori. Il tutto per un prezzo di 3,2 miliardi di Euro. La costruzione iniziò nel maggio 2005, ma presto si verificarono ritardi, particolarmente nella sezione del reattore. Attualmente la TVO prevede l’agosto 2014 per l’operazione commerciale. Il costo si è notevolmente incrementato, e l’Areva dovrebbe assumersi un onere di ben 2,7 miliardi di Euro. Quindi la prima unità EPR ad essere avviata nel mondo dovrebbe ora essere quella in avanzata costruzione a Taishan in Cina, alla fine del 2013. Ma in Finlandia vengono pianificati ulteriori reattori. Nel marzo 2007, TVO e Fortum avviarono studi per nuove unità a Olkiluoto e Loviisa rispettivamente. Nell’aprile 2010 il governo respinse la proposta di Fortum per la costruzione di un nuovo reattore (la terza unità) a Loviisa. Nel maggio 2010 la TVO ottenne l’approvazione per la costruzione di un reattore da 1000-1800 MWe, di tipo PWR o BWR, come unità Olkiluoto 4. TVO, oltre a considerare un altro EPR da 1650 MWe, sta anche esaminando la versione di Toshiba dell’ABWR (di circa 1650 MWe), l’ESBWR di GE-Hitachi (da circa 1650 MWe), l’EU-APWR della Mitsubishi (da circa 1650 MWe) e il più piccolo APR-1400 coreano (da circa 1450 MWe). Un nuovo consorzio di 70 società industriali ed energetiche ha poi annunciato piani per costituire la Fennovoima Oy, guidata dalla tedesca E.On, per costruire un nuovo impianto nucleare. Nell’ottobre 2011 il Ministero dell’Ambiente ha deciso per il nuovo impianto il sito di Hanhikivi, una penisola sul golfo di Botnia. L’impianto Hanhikivi 1 avrà una potenza compresa tra 1250 e 1700 MWe, e utilizzerà o un EPR di Areva, o la versione di Toshiba dell’ABWR da 1380 MWe. Le offerte da Areva eToshiba sono state ricevute nel febbraio 2012. Una decisione potrà essere presa entro il 2012. L’impianto dovrà fornire anche calore di processo e teleriscaldamento. Dopo l’ottenimento della licenza di costruzione, i lavori dovrebbero iniziare nel 2014, e la operazione commerciale è prevista per il 2020. Il parlamento finlandese nel luglio 2010 ha anche approvato l’ampliamento del deposito di residui radioattivi di Posiva.

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Paesi che intendono acquisire impianti nucleari civili
Polonia La Polonia non ha finora alcun reattore commerciale in operazione, ma intende aggiungere una importante quota di impianti nucleari alla sua rete elettrica. La Polonia dispone delle più grandi riserve di carbone dell’Unione Europea, ed il carbone produce oltre il 90% della sua energia elettrica. La Polonia prevede un forte incremento nei consumi di energia elettrica e, tenuto conto degli stringenti limiti alle emissioni di carbonio posti dall’Unione Europea, ritiene indispensabile introdurre il nucleare nella nuova capacità di generazione elettrica. Nel 2005 il governo definì un piano a lungo termine per la costruzione di reattori nucleari. Nel 2009 il Ministero dell’Economia riconobbe che l’opzione nucleare rappresenta la scelta più economica per la riduzione delle emissioni nazionali di carbonio. Subito dopo, il consiglio dei ministri ha avviato la identificazione di due siti nucleari, dai quali dovrà pervenire il 15% dell’energia elettrica del paese entro il 2030. Nel maggio 2011, quindi dopo l’incidente di Fukushima, il governo polacco ha adottato una legislazione che stabilisce le procedure da seguire da parte dell’industria, assegnando alla Agenzia Nazionale per l’Energia Atomica l’autorità di supervedere la costruzione e l’operazione dei reattori, e la gestione del combustibile usato. La società elettrica Polska Grupa Energetyczna SA (PGE), di proprietà statale, ha approvato la costruzione di due centrali nucleari da 3000 MWe ciascuna, per un investimento di 103 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2035. Con questa decisione, la PGE intende accrescere la propria potenza installata dagli attuali 13,1 GWe, a 15,8 GWe nel 2020 ed a 21,3 GWe nel 2035. Attualmente, la PGE genera due terzi della propria elettricità dalla lignite, mentre il resto viene da antracite. La società intende nel 2020 ridurre l’uso della lignite al 55%, dell’antracite al 18%, con un contributo del gas naturale al 15% e delle rinnovabili all’11%. Tuttavia, nel 2035 la società intende generare circa il 36% della sua elettricità dal nucleare, con l’11% dal gas naturale, il 14% dalle rinnovabili, il 33% dalla lignite e soltanto più il 5% dall’antracite. Conseguentemente, le emissioni di anidride carbonica scenderanno dalle attuali 1,06 t/MWh a circa 0,27 t/MWh nel 2035. Ciascuna delle due centrali nucleari, da 3000 MWe, potrà essere composta da due o tre grandi reattori. Il primo reattore della prima centrale dovrebbe entrare in operazione nel 2023, mentre le altre unità dovrebbero seguire una ogni due o tre anni. Tre siti potenziali per la prima centrale sono stati indicati nel novembre 2011, e cioè Zarnowiec e Choczewo in Pomerania, e Gaski nella in Pomerania Occidentale. Un bando per la scelta dei fornitori dovrebbe uscire entro quest’anno. 43

La PGE stima che il costo medio dell’energia elettrica generata dalle nuove centrali nucleari si porrà tra i 65 e i 68 Euro/MWh, e cioè molto competitivo in qualsiasi scenario. Oltre ai piani per i reattori domestici, la PGE fa anche parte di un consorzio con Estonia, Lettonia e Lituania per una centrale nucleare “regionale” del Baltico, da costruire in Lituania.

Turchia Nel 2007 la Turchia produsse 191 TWh da 40,6 GWe di impianti. Sempre nel 2007, il 49% dell’elettricità fu prodotta col gas (due terzi del quale proveniva dalla Russia, la gran parte del resto dall’Iran), il 28% col carbone, e il 19% dall’idroelettrico. La domanda cresce dell’8% all’anno. Il consumo pro-capite è cresciuto da 800 kWh/anno nel 1990 a 2000 kWh/anno. Il programma per l’energia nucleare costituisce quindi un fattore chiave per la crescita economica del paese. Parecchi progetti nucleari vennero proposti, a partire dagli anni 1970, già con riferimento al sito di Akkuyu sulla costa del Mediterraneo orientale. Nel 2006 poi la provincia di Sinope sul Mar Nero fu scelta per ospitare un impianto nucleare, col vantaggio di una temperatura dell’acqua di raffreddamento di circa 5°C inferiore a quella del Mediterraneo, permettendo così un incremento di potenza di circa l’1%. Nel 2007 venne approvata una nuova legge per la costruzione e l’operazione degli impianti nucleari di potenza, e la vendita della elettricità da essi prodotta. La legge prevede che la Turkish Atomic Energy Authority (TAEK) stabilisca i criteri per la costruzione e l’operazione degli impianti. La Turkish Electricity Trade & Contract Corporation (TETAS) dovrà poi comperare tutta l’energia elettrica prodotta per un periodo di 15 anni. La legge si occupa anche della gestione dei residui radioattivi e dello smantellamento degli impianti, stabilendo un Waste Account (URAH) e un Decommissioning Account (ICH), che saranno gradualmente finanziati dai gestori degli impianti. Ad oggi, gli impianti pianificati o proposti sono i seguenfi: Ad Akkuyu: 4 reattori VVER-1200 da 1200 MWe ciascuno. A Sinope: 4 reattori PWR da 1550 MWe ciascuno. Inoltre il governo intende costruire, entro il 2030, altre tre centrali, ciascuna con quattro reattori. Quindi a quella data la Turchia potrebbe disporre di qualcosa come 20 reattori per una potenza dell’ordine di 30.000 MWe, a fronte di una potenza totale installata di 100.000 MWe! (Dato l’alto fattore di carico delle centrali nucleari, la frazione di energia elettrica da fonte nucleare potrebbe avvicinarsi al 50%). 44

Nel maggio 2010 i capi di stato di Russia e Turchia hanno firmato un accordo intergovernativo per cui la Rosatom costruisce, possiede ed opera la centrale di Akkuyu con quattro unità, ciascuna da 1200 MWe del tipo AES-2006 per un costo di 20 miliardi di dollari. TETAS comprerà una quota fissa della elettricità ad un prezzo prefissato di 12,35 cUS$/kWh per un periodo di 15 anni, o fino al 2030. La quota sarà il 70% del prodotto delle prime due unità, ed il 30% di quello delle unità 3 & 4 per i 15 anni dall’inizio della operazione commerciale di ciascuna. La parte restante dell’energia verrà venduta sul libero mercato. Dopo 15 anni, quando l’impianto dovrebbe essere ammortizzato, l’azienda divenuta proprietaria pagherà il 20% dei profitti al governo turco. A fine 2010 la Rosatom ha annunciato che la costruzione da parte di Atomstroyexport sarebbe iniziata nel 2013 e che la prima unità sarebbe stata operativa nel 2018, le altre negli anni 2019-2021. Nel dicembre 2011 la azienda proponente, Akkuyu Nukleer Santral Elektrik Uretim, ha avanzato la domanda per i permessi di costruzione e la licenza di produzione, insieme alla valutazione di impatto ambientale, per una partenza dei lavori nel 2013. Per il sito di Sinope, sul Mar Nero, dal febbraio 2008 sono in corso lavori preparatori per la costruzione non solo di una seconda centrale nucleare, ma anche di un centro per la tecnologia nucleare del costo di 1,7 miliardi di Euro. La centrale, da 5600 MWe, dovrebbe costare circa 20 miliardi di dollari. Nel marzo 2010 venne firmato un accordo tra la la Korea Electric Power Corporation (Kepco) e la EUAS per la preparazione da parte di Kepco di un’offerta per costruire gli impianti di Sinope, con quattro reattori APR-1400 da avviare dal 2019 in avanti. La Kepco dovrebbe partecipare al 40% nel capitale. Tuttavia, questo accordo è decaduto, in quanto la Kepco insisteva per una garanzia nella vendita dell’elettricità da parte dello stato, e non da TETAS, come per Akkuyu. Il Giappone allora espresse il suo interesse a costruire l’impianto da 5600 MWe, e nel dicembre 2010 firmò un accordo per un’offerta. Toshiba e Tepco vennero impegnate nella proposta, scegliendo quattro unità ABWR da 1350 MWe ciascuna. Tuttavia questo lavoro venne interrotto a seguito dell’evento di Fukushima, e Tepco si è poi ritirata. Successive notizie danno per possibile un’offerta dalla Mitsubishi Heavy Industries insieme a Kansai (che opera 11 reattori PWR), con riferimento a reattori APWR (PWR avanzati). Anche un consorzio francese tra Areva e GdF Suez ha espresso l’intenzione di fare un’offerta, così come l’EdF. Tuttavia, nel novembre 2011 il primo ministro turco ha chiesto al presidente sud-coreano di rinnovare l’offerta da parte delle industrie coreane.

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Per il terzo sito, si ha notizia che la TAEK ha identificato Igneada sul Mar Nero, a 12 km dal confine bulgaro. Ankara – con ridotto rischio sismico - e Tekirdag sulla costa nord-occidentale del Mar di Marmara sono anche citati come possibili siti.

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Conclusioni
Per una analisi dettagliata della situazione attuale del nucleare in tutti i Paesi del mondo interessati a questa tecnologia, si può fare riferimento ad un rapporto del World Energy Council (WEC) sullo stato dell'energia nucleare ad un anno dall'incidente di Fukushima (“World Energy Perspective: Nuclear Energy One Year After Fukushima” World Energy Council - 2012). Il WEC è una associazione interessata a tutte le fonti di energia, e quindi in linea di principio non è prevenuta a favore o contro l'energia nucleare. Anche per questo si ritiene molto importante il rapporto suddetto, che comunque appare molto ben documentato e ricco di proposte anche per gli aspetti sociopolitici ed organizzativi. A conclusione dell’indagine, condotta in 94 Paesi, questo rapporto del WEC ha riscontrato che “the Fukushima accident has not so far led to a significant retraction in nuclear power programmes in countries outside Europe, except Japan itself. In Europe, changes in nuclear policies have only taken place in Germany, Switzerland, and Italy.” Almeno 50 Paesi stanno operando o costruendo impianti nucleari, o semplicemente prendendo in seria considerazione l’energia nucleare per la generazione elettrica. La metà di essi, infatti, sono “novizi”, che intendono sviluppare l’energia nucleare al fine di far fronte al crescente fabbisogno di energia in maniera efficace e limitando le emissioni di gas-serra. Più di 60 impianti nucleari di potenza sono ora in costruzione in Cina, India, Russia, Corea del Sud, Francia, Finlandia, e negli Emirati Arabi Uniti. Negli Stati Uniti è stato approvato l’avvio della costruzione della sezione nucleare per quattro nuovi impianti, i primi dopo molti decenni di stasi. Questi numeri indicano che l’energia nucleare continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel futuro mix di fonti energetiche, purché i criteri di sicurezza e le regole di trasparenza vengano di continuo migliorati e standardizzati a livello internazionale. Ciò dovrà anche migliorarne l’accettabilità da parte del pubblico. Il Giappone sta mettendo sotto esame, e sottoponendo a eventuali modifiche prima di un possibile riavvio, tutti i suoi reattori (salvo quelli messi fuori uso a seguito dei disastri naturali del marzo 2011). L'Italia invece conferma la sua deriva, in atto da molti anni, che la sta conducendo in un limbo al di fuori del mondo moderno, e la pone, nello specifico settore, in un ruolo di quart'ordine rispetto ai Paesi che guideranno il futuro energetico mondiale (essa infatti ovviamente non ha capacità nucleari militari, ma non avrà neppure capacità di costruzione e gestione di impianti nucleari civili, e appare chiusa anche per il futuro all’utilizzo di questa tecnologia).

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La Germania e la Svizzera, che affermano di voler uscire dal nucleare entro uno o due decenni, (così come l'Austria, che da molti decenni, dopo aver costruito il primo impianto, decise con un referendum di non avviarlo e di abbandonare il nucleare), sono Paesi pervasi dallo spirito tedesco, caratterizzato da un tradizionale rapporto complesso e contradditorio con la Natura, che va dal rispetto sacrale al terrore ancestrale. Questi Paesi, tuttavia, così come l'Italia, non si rendono conto che con le loro scelte saranno costretti a fare assegnamento, a tempo indeterminato, sulle fonti fossili e/o sull'importazione di energia di origine fossile o nucleare dai Paesi vicini. La Germania, ad esempio, ha già deciso di riavviare in grande stile la costruzione di centrali alimentate da carbone o da gas naturale (oltre 20.000 MWe, equivalenti a venti grandi impianti): sono ben noti e misurabili i danni conseguenti a questa scelta, sia sanitari che ambientali, in particolare per quanto riguarda il clima, ma si tratta di danni che "non fanno notizia", e quindi non sono degni di essere presi in considerazione. John Ritch, direttore generale della World Nuclear Association, afferma: "Countries like Germany will soon demonstrate the economic and environmental irresponsibility of allowing politicians to set important national policies in the middle of a panic attack. In contrast, many national leaders who soberly reviewed their energy strategies have reaffirmed the conclusion they reached before Fukushima: that nuclear power is a uniquely reliable and expandable source of low-carbon energy that can be safely used to meet clean-energy need." Per concludere, occorre a questo punto far notare che attualmente il principale ostacolo per una diffusione rapida e significativa dell’energia nucleare è costituito dall’aspetto economico. Come è noto, infatti, l’impianto nucleare richiede un investimento iniziale di estrema rilevanza, che può essere giustificato soltanto se “spalmato” su una vita utile molto lunga (oggi, almeno 60 anni). Ma una simile prospettiva, unita ai rischi inerenti a questo tipo di tecnologia (incidenti di infima probabilità, ma potenzialmente disastrosi; imprevedibili decisioni politiche), rende l’opzione nucleare praticamente improponibile agli imprenditori operanti in mercati energetici liberalizzati e privatizzati. Un’altra tendenza preoccupante è l’enorme aumento dei costi unitari degli impianti nucleari verificatasi in Occidente nell’ultimo decennio: per un PWR da costruire in un paese occidentale, si stima che il costo “overnight” (cioè la somma dei costi di manodopera e materiali come se fossero tutti sostenuti contemporaneamente) sia passato da circa 2000 US$/kW a circa 4000 US$/kW negli ultimi otto anni. Ciò significa un investimento iniziale per l’impianto nucleare che è quattro o cinque volte superiore rispetto a quello per un moderno impianto a ciclo combinato a gas di eguale potenza. 48

Se poi le prospettive del mercato del gas sono favorevoli, come oggi negli Stati Uniti grazie al gas da scisti, la scelta per un operatore privato appare praticamente obbligata. Di fatto, anche prima di Fukushima, gli unici progetti nucleari che procedevano come previsto erano quelli destinati a mercati regolati (come in Cina e Russia) o semi-regolati (come in Finlandia, dove vigono speciali accordi a lungo termine tra produttori e consumatori, o come anche negli stati sudorientali degli Stati Uniti dove il produttore può caricare immediatamente l’onere dell’investimento anche sulle bollette degli utenti). Il quadro dei costi è però molto diverso nei Paesi asiatici di nuova industrializzazione: si stima che in Cina il costo “overnight” per un reattore di “II generazione” sia di 1700 US$/kW, e per un reattore di “III generazione” sia di 2300 US$/kW, anche per progetti su licenza occidentale. Si può pensare che questo sia dovuto al basso costo della manodopera, ma il motivo non è soltanto questo. Anche la Corea del Sud infatti presenta costi molto ridotti rispetto all’Occidente, e soprattutto sensibilmente decrescenti al crescere del numero delle unità standard successivamente costruite (v. il già citato contratto recentemente conseguito per costruire una centrale con quattro reattori negli Emirati Arabi Uniti). Si tratta quindi evidentemente del risultato di una migliore organizzazione del lavoro, ed in particolare della subfornitura, che tra l’altro permette di ridurre drasticamente i tempi di realizzazione. E’ sintomatico il fatto che la Westinghouse e l’EdF stiano ora trattando con ditte cinesi per progettare e produrre in comune reattori per l’esportazione.

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Appendice

Commenti all’incidente nucleare di Fukushima
(al 17 marzo 2011) A. Mathis
amathisit@yahoo.com

La prefettura di Fukushima, in Giappone, ospita le centrali nucleari Fukushima I (o “Dai‐ichi”, che in  giapponese significa “Uno”),  e Fukushima II (o “Dai‐ni”, che in giapponese significa “Due”),    La centrale nucleare Fukushima I è costituita da sei reattori ad acqua bollente (BWR), che fornivano  una potenza totale di 4700 MWe (cioè 4,7 GWe, come tre dei reattori che intenderebbe costruire  l’ENEL  in  Italia).  Quei  reattori  entrarono  in  funzione  a  partire  dai  primi  anni  1970.  I  primi  cinque  reattori,  basati  su  progetti  degli  anni  1960,  hanno  uno  schema  di  contenimento  del  tipo  Mark  I,  come  riportato  in  figura.  L’ultimo  reattore,  da  1100  MWe,  è  invece  più  moderno,  come  quelli  di  Fukushima II, ed ha uno schema di contenimento del tipo Mark II.   Come si vede dalla figura, il contenimento del tipo Mark I presenta il classico contenitore d’acciaio  (comunemente denominato “vessel”), in cui è contenuto il nocciolo che produce energia e contiene  il combustibile nucleare molto radioattivo per i prodotti di fissione e gli elementi transuranici, come  il Plutonio  e gli altri attinidi, prodotti dalla reazione a catena. Più all’esterno, ma in questi reattori  molto  vicino,  c’è  il  contenitore  a  pressione  di  calcestruzzo,  che  normalmente  presenta  una  parte  asciutta (drywell) ed una parte contenente acqua per condensare rilasci di vapore (wetwell, in basso  a forma di toro).  

DW = Drywell; WW = Wetwell; SF = Spent fuel  pool   Rough  sketch  of  a  typical  Boiling  water  reactor  (BWR)  Mark  I  Concrete  Containment  with  Steel  Torus  including  downcomers,  as  used in the BWR/1, BWR/2, BWR/3 and some  BWR/4 model reactors.  

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E’ da notare che questo schema destò dubbi presso la Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti fin dai primi anni 1970, come risulta da un recente articolo dell’International Herald Tribune. Una decina di chilometri più a Sud di Fukushima I si trova la centrale Fukushima II, costituita da quattro reattori ad acqua bollente (del tipo BWR 6), ciascuno da 1100 MWe, che quindi possono fornire in totale una potenza di 4400 MWe. Questi reattori furono costruiti nel corso degli anni 1980, con uno schema di contenimento del tipo Mark II. Il terremoto dell’11 Marzo 2011, classificato di magnitudo 9 Richter, ha interessato ambedue le centrali. Anche se i terremoti di riferimento per il progetto di quei reattori erano circa un ordine di grandezza meno potenti, apparentemente le strutture edilizie ed impiantistiche non hanno subito danni di rilievo. I sistemi di spegnimento automatico della reazione a catena (mediante inserzione nel nocciolo di barre di assorbitori neutronici) hanno operato regolarmente in tutti i reattori in quel momento in funzione, riducendo la potenza termica prodotta a quella dovuta soltanto alla radioattività dei prodotti di fissione e degli attinidi (Plutonio ed altri transuranici). Questa “potenza residua” è inizialmente circa il 7% della potenza termica a cui funzionava il reattore, e si riduce al 2% già dopo un’ora ed all’1% dopo un giorno. Ma si tratta di valori tutt’altro che trascurabili: per un reattore da 1000 MWe, cioè 3000 MW termici, dopo un giorno abbiamo ancora una potenza termica di 10 MW, che tra l’altro in seguito si riduce molto più lentamente e che deve essere smaltita con continuità, pena lo svuotamento del contenitore a pressione e la fusione del combustibile pieno di materiale altamente radioattivo: allo scopo esistevano ovviamente appositi sistemi di raffreddamento di emergenza, sia pure, in questi reattori, di tipo attivo (cioè richiedenti l’alimentazione elettrica). Essendo caduta per il terremoto tutta la rete elettrica della regione, si attivarono gli appositi “sistemi di continuità”, basati su batterie e generatori diesel elettrici, che sembrano aver funzionato correttamente per circa un’ora, cioè fino a quando sugli impianti si è abbattuta l’onda di maremoto (lo “tsunami”), anch’essa molto più alta (10 m) della massima prevista in sede di progetto. Quest’onda, oltre a fermare il sistema di refrigerazione di emergenza del nocciolo, presumibilmente ha messo fuori uso molti altri sistemi ausiliari, come per esempio i circuiti di refrigerazione delle piscine contenenti combustibile esaurito in fase di raffreddamento, ponendo in crisi anche reattori in arresto per ispezioni periodiche programmate. I reattori della centrale Fukushima II, più moderni o forse anche meno colpiti dallo tsunami, sia pure con qualche difficoltà iniziale, sono stati posti regolarmente in condizioni di arresto freddo (cold shutdown). Invece, per i reattori della centrale Fukushima I, dopo l’arresto dei “sistemi di continuità”, gli interventi degli operatori non hanno potuto che essere fatti in condizioni di emergenza, senza alcun riguardo per l’eventuale futuro recupero dei reattori, addirittura immettendo direttamente acqua di mare nell’impianto. Ciò anche per un altra grave evoluzione, non efficacemente fronteggiabile da contenimenti del tipo Mark I: quando la temperatura del rivestimento in Zircalloy del combustibile nel nocciolo si avvicina ai 1000°C, anche prima della fusione del combustibile, l’acqua o il vapore 51

cominciano a dissociarsi liberando idrogeno, e quindi le sfiatate provocate dagli operatori per salvaguardare il contenitore a pressione immettono anche idrogeno nel volume dell’edificio esterno

del reattore, dove a contatto con l’aria provocano le numerose esplosioni riportate sui mass media: esse appaiono molto preoccupanti, anche se non risultano molto radioattive almeno finché il combustibile non fosse troppo danneggiato. Nel famoso incidente di Three Mile Island del 1979, invece, l’edificio esterno, molto grande ed a tenuta di pressione, costituì un efficace volume di sfogo, povero di ossigeno, che non esplose e praticamente evitò le emissioni radioattive nell’ambiente: ma si trattava già di un progetto di circa 20 anni posteriore rispetto a quello dei BWR con contenimenti del tipo Mark I come alcuni di quelli di Fukushima I.

Evidentemente è presto per trarre conclusioni su questa tragica ed amara esperienza. Tuttavia si può fin da ora notare che, come già detto, i reattori della centrale nucleare di Fukushima I sono sei, tutti di tipo BWR (Reattori ad Acqua Bollente) di “seconda generazione”, costruiti nel corso degli anni 1970 (con l’unità 1 collegata alla rete nell’ottobre del 1970 e l’ultima unità, la 6, collegata ad ottobre del 1979). Le centrali nucleari in questione erano state progettate per resistere ad un incidente massimo di riferimento che si rifaceva alle conoscenze ingegneristiche di quel periodo, in cui non erano ancora avvenuti incidenti di rilevante importanza, ai fini dell’accrescimento della cultura della sicurezza, quali Three Mile Island e Chernobyl. Quando, nel 1979, è avvenuto l’incidente di Three Mile Island (classificato di livello 5 nella scala INES), in cui si è avuta un’estesa fusione degli elementi di combustibile del nocciolo, gli addetti ai lavori sono stati chiamati a rivedere le scelte fatte in passato a fronte delle nuove lezioni acquisite. Da quel momento in poi tutto il mondo della ricerca e dell’industria ha focalizzato fortemente l‘attenzione sulla sicurezza del sistema, cercando di capire come migliorare gli impianti esistenti e come progettarne di nuovi in grado di resistere ad incidenti fino a quel momento ritenuti impossibili o altamente improbabili. Il frutto di quegli intensi anni di lavoro ha dato vita alla progettazione concettuale degli impianti di “terza generazione”, in particolare al francese EPR, all’ americano AP1000 e al giapponese ABWR (Advanced Boiling Water Reactor, un reattore ad acqua bollente della stessa tipologia di quelli in avaria a Fukushima I, ma di tecnologia ben più avanzata: si noti che per la stessa centrale di Fukushima I sono in progetto due reattori ABWR da 1380 MWe ciascuno). Anche le centrali di seconda generazione giapponesi più moderne, cioè quelle costruite dopo l’incidente di Three Mile Island del 1979, sono state in grado di resistere all’evento combinato terremoto/tsunami, riportando danni senza fuoriuscite di materiale radio tossico. Gli impianti nucleari di terza generazione avanzata sono dotati di dispositivi e barriere multiple di sicurezza non immaginabili all’epoca della costruzione dei reattori BWR della centrale di Fukushima attualmente in avaria. 52

Nei nuovi reattori, alla base del progetto vi sono edifici di contenimento dotati di doppia parete, sistemi di emergenza che possono intervenire anche senza l’intervento dell’uomo e senza alcuna fonte di alimentazione elettrica, sistemi catalitici ad elevato contenuto tecnologico che possono prevenire le esplosioni di idrogeno, anche per rilasci massicci e violenti. In aggiunta, per quanto riguarda la gestione post incidentale, nell’eventualità che si verifichi un evento di fusione del nocciolo, questi tipi di reattori di terza generazione avanzata dispongono di sistemi in grado di raccogliere e convogliare il materiale fuoriuscente dal reattore in un’area appositamente adibita e di raffreddarlo per tutto il tempo necessario prima dell’intervento in sicurezza da parte dell’uomo. In Giappone sono già in esercizio reattori ABWR di III generazione; essi sono stati realizzati da una collaborazione General Electric Hitachi e prodotti ora anche dalla Toshiba. Nei pressi della centrale nucleare in cui sono già operativi due ABWR giapponesi, nota come Kashiwazaki Kariwa, il 16 luglio 2007 è stato rilevato l'epicentro del più forte terremoto che abbia mai colpito un impianto nucleare prima di quello di questi giorni (magnitudo 6,6 Richter). Non sono state registrate conseguenze sanitarie e ambientali di rilievo, e l'evento è stato classificato come non radiologicamente rilevante dalle autorità internazionali (IAEA). Per via della forte accelerazione al suolo, il terremoto del luglio 2007, pur non così catastrofico come quello dello scorso 11 marzo, ha sollecitato l'impianto oltre i limiti di progetto, e pertanto si è provveduto subito dopo ad avviare un procedimento di arresto per l’ispezione dei reattori, che ha indicato la necessità di effettuare ulteriori prove e verifiche prima di rimetterli in esercizio. Ad agosto 2010, tre dei sette reattori, tra cui i due ABWR, risultavano normalmente riavviati.

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Edito dall’ Servizio Comunicazione Lungotevere Thaon di Revel, 76 - 00196 Roma www.enea.it Stampa: Tecnografico ENEA - CR Frascati Pervenuto il 17.5.2012 Finito di stampare nel mese di maggo 2012