Crisi della cultura di massa, postmodernismo e necessità della menzogna
di Stefano G. Azzarà

Abstract. The collapse of public ethics in Italy does not depend on one single individual and his Bonapartist power, but is rather linked to a more serious crisis of national culture identity and to changes in society and in forms of consciousness that have been taking place over a quite a few decades. The postmodernist cultural turn which has been gaining strength in our country too since 1980s has completely changed not only our way of treating and perceiving history, but also our way of reflecting on general concepts, with the result that the relationship of “post-modern” man with reality itself has changed at his roots, conditioning even those who would still like to transform this reality. Postmodernism challenges the modern project of conscious and organised (and therefore political) universal emancipation of mankind and substitutes it with a multiplicity of liberation routes that exclusively concern the individual and his personal preferences. But the extolling of desire and of immediate freedom risks materializing solely in the arenas of the market and of the access, real or imaginary, to consumption. And it therefore risks putting the real freedom of men and women, in the sense of the capacity to actively modify reality, even more at risk. It is therefore necessary to investigate the relation that exist between postmodernism and the neo-liberal political tendency that has developed alongside it. But before this, it is necessary to investigate its relation with the ideas that emerged on the great wave of social conflict from 1968-1977, to see if – over and above superficial contrasts – there isn’t a more hidden affinity between these phenomena.

71

Involgarimento della cultura? «Corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica … cariche pubbliche a gli e amanti, lo scambio di carriere politiche contro favori privati, i concorsi pubblici (quelli universitari, per esempio) decisi sulla base di accordi fra gruppi di pressione o cordate – quando non addirittura di parentele – e non su quella del merito, lo sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati, il familismo, il clientelismo, le caste»1: è questo lo scenario disarmate che o re oggi il nostro paese secondo Roberta De Monticelli. E non meno gravi sono le considerazioni di un’altra losofa molto presente nel dibattito pubblico, Nadia Urbinati: sempre più «l’inso erenza verso le leggi dello Stato tende a tradursi in un’adesione acritica alla logica dell’interesse individuale» e questo «favorisce una quasi perfetta identi cazione con un modello di società come di un grande mercato nel quale tutto può essere ragionevolmente oggetto di scambio, dove denaro, sesso e potere sono ad un tempo obiettivi e premi di successi privati e pubblici, dove sembra smarrito per no il linguaggio del bene pubblico» 2. La denuncia della questione morale si fa, da parte di numerosi intellettuali che non esitano a dichiararsi progressisti, sempre più accorata e si concentra in particolare sulla crisi di senso che essa proietta sulle parole-chiave del nostro lessico civile e politico ma anche sul linguaggio quotidiano, deformato da una sempli cazione brutale e da un involgarimento senza precedenti3. Non è di cile capire che questi fenomeni così macroscopici sono indice di un più generale stato di crisi e di frattura, prima ancora che del costume pubblico e privato, dei valori condivisi dalla comunità, della cultura nazionale e delle stesse condizioni di una convivenza civile dignitosa. È quanto dimostra, ad esempio, quell’operazione ideologica, tutt’altro che da sottovalutare, con la quale altri intellettuali del campo avverso sono abilmente riusciti a rovesciare il dibattito sugli standard di etica pubblica richiesti al ceto politico di un paese democratico in una surreale campagna “libertaria” contro il neogiacobinismo oscurantista e bacchettone4. Sappiamo, del resto, che di recente anche la Chiesa cattolica – sebbene con molte ambiguità e per motivazioni diverse, legate alla di cile situazione in cui, nonostante i revival religiosi periodicamente annunciati, versa il tentativo di coniugare fede e ragione nella società capitalistica avanzata – ha parlato di un vero e proprio «disastro antropologico»5 del paese e persino dell’Occidente intero.

72

siamo completamente immersi in un mondo culturale che ci costituisce con la sua egemonia e che non potremo mai padroneggiare nella sua interezza? Bisogna dunque evitare eccessi di personalizzazione. Al di là dei rischi di strumentalità impliciti in operazioni che non nascondono il loro intento politico immediato. o al massimo al “berlusconismo” – inteso genericamente nel suo versante culturale e comunicativo come estrema riedizione dei peggiori vizi italici. Quella parte del paese che respinge l’attuale con gurazione neobonapartistica del potere – sebbene non riesca ad aggregarsi in un blocco sociale alternativo di pari compattezza ed e cacia politica – può dirsi poi così immune da quelle forme di “corruzione” linguistica. il problema svanirebbe come per magia e lo stato della cultura o dell’etica pubblica nazionale tornerebbe ad un’improbabile aurea normalità. bisogna dire che Berlusconi e ancor più il berlusconismo e la videocrazia ad esso connessa sono anzitutto espressione di una trasformazione della società italiana in corso ormai da diversi decenni. rimosso il colpevole o il correo. visto che – come sanno gli studiosi del linguaggio – siamo parlati tanto quanto siamo in grado di parlare e. legittimo ma parziale. come qualcuno pensa.Lasciando da parte Benedetto XVI e i vescovi italiani. esplicita o velata. culturale e persino etica che imputa all’avversario? Esiste in Italia una vera divaricazione antropologica. che nel suo con itto d’interessi permanente si ritiene al di sopra di ogni legge e pretende di riplasmare anche i signi cati consolidati portandoli al proprio in mo livello –. così come i rinvii ad un improbabile immoralismo o particolarismo perenne delle classi dirigenti 73 . che non colgono il signi cato profondo del fenomeno. gli interventi che più eco hanno avuto riconducono per lo più questa consunzione delle parole. oltre che attori in uenti di questa trasformazione stessa. le cui considerazioni meriterebbero nella loro tragicità reazionaria un discorso a parte. dell’etica e delle relazioni sociali alla presenza deleteria e corruttrice di Berlusconi – e cioè di una nuova forma di potere personalistico e incolto. infatti. o siamo piuttosto di fronte a un problema che riguarda tutti noi. dal pressappochismo super ciale all’opportunismo egoista. rispetto al dibattito oggi in corso mi sembra però necessario introdurre alcuni distinguo e sviluppare una ri essione. Ed è perciò dubbio il fatto che. aggiungerei. questa analisi appare insu ciente6. In maniera diretta o indiretta. Pur non esitando a denunciare con forza le enormi responsabilità soggettive che su di lui ricadono.

una denuncia condannata per de nizione all’ine ettualità di fronte all’irreversibilità del tempo storico. a tutto il lone della Kulturkritik che prima o dopo la svolta tra Otto e Novecento ha contrastato la decadenza culturale europea a partire da quella che era ritenuta la sua punta più avanzata. Così come si potrebbe fare riferimento. nata decisamente a destra (la denuncia del livellamento operato dallo Stato sulla società civile. Inoltre. sino all’epoca dell’ostilità aristocratica all’Illuminismo e persino alla di usione dei giornali. un po’ più avanti. Rispetto a questo atteggiamento. bisogna evitare anche un altro e non meno errato approccio.nazionali. costitutive del cittadinoconsumatore titolare di diritti inalienabili)9. Ebbene. «dopo due secoli di educazione progressista delle moltitudini» fornisce alle masse «gli strumenti per vivere intensamente» 74 . oppure ancora quello delle mere descrizioni fenomenologiche. In primo luogo. sul versante opposto. Ma con analoghi risultati si potrebbe anche tornare più indietro. Il rischio di questo genere di analisi è infatti. con la conseguente castrazione delle individualità superiori) trova da qualche tempo ampia e paradossale eco a sinistra (il pathos aristocratico della distanza e della distinzione equivocato e tras gurato come esaltazione delle di erenze individuali. oppure per controprova. all’e cace attività di formazione delle classi subalterne che ha accompagnato i movimenti rivoluzionari nazionali e poi il socialismo nel corso del XIX e XX secolo. Ma per non o rire il destro ai difensori di ciò che difendibile non è. che pure hanno delle colpe gravissime7. come diceva Ortega y Gasset. la di usione di quell’istruzione popolare che. perché si tratterebbe di una denuncia che avviene con un ritardo di diversi decenni e dunque fuori tempo massimo. di solito. quello della generica denuncia moralistica e dello snobismo aristocratizzante. negli ultimi due secoli si potrebbe ad esempio fare facilmente riferimento al Nietzsche delle Inattuali8. l’ostilità e lo sdegno intellettualistico nei confronti della massi cazione e dell’involgarimento della cultura hanno in realtà una storia lunga come quella del mondo umano e hanno anche un segno politico ben de nito. una risposta di questo tipo sarebbe altrettanto sbagliata e lo sarebbe per due ordini di ragioni. che non chiedono ragione di quanto accade ma al massimo rinviano ad un processo di decadenza che nulla spiega e rimane a sua volta inspiegato. che è di natura oggettivamente reazionaria e non può dunque costituire un valido modello di riferimento critico. qui non si tratta di esecrare l’avvento della cultura di massa nel nostro paese. con il vantaggio di indicare una forma di risposta che.

ma il suo ruolo nell’ambito di un processo più vasto. già allora era possibile capire. che andava e ancor di più oggi va de nito non solo in termini di proprietà privata e monopolistica dei mezzi di produzione e di usione intellettuale ma soprattutto. perciò. il problema era quello delle condizioni oggettive nelle quali avveniva l’a ermazione di tale cultura. semmai. tra l’altro. È inevitabile che questo fenomeno di ampliamento estensivo della cultura comporti un suo deperimento qualitativo oppure è pensabile una sua produzione e un suo uso alternativo e persino critico? Non la cultura di massa in quanto tale era ed è ancora il problema. sorto in un determinato contesto storico e sociale ma a partire da una propria 75 . che l’estensione della cultura di massa andava considerata come parte integrante del progetto moderno e dunque come un fenomeno progressivo. Il passaggio dalla sottomissione formale a quella reale della sfera culturale signi cava che già negli anni Sessanta (e negli Stati Uniti anche da prima) la produzione ideologica funzionale alla società capitalistica non era più un elemento accessorio che. Al di là delle ambigue suggestioni francofortesi o delle nostalgie pasoliniane. più di recente – e per venire all’Italia che tutti in qualche modo conosciamo e abbiamo almeno in parte vissuto – è negli anni Sessanta che questo problema è emerso di nuovo. rispetto al ruolo sostanziale della produzione ideologica nel funzionamento del meccanismo di riproduzione della società industriale avanzata. Non si può contestare il fatto che mai nella storia dell’umanità i livelli di alfabetizzazione sono stati ampliati come negli ultimi 40 anni e che perciò anche strati di popolazione in precedenza tagliati fuori da qualunque accesso alla cultura e all’informazione possono oggi potenzialmente fruire di questa opportunità. in coincidenza con il compimento dell’alfabetizzazione di massa. Ma senza bisogno di risalire così tanto nel corso storico. In quegli anni erano già ben sviluppati degli strumenti critici che avevano ereditato. il dibattito che diversi decenni prima aveva intensamente animato i con itti ideologici dell’epoca di Weimar. ad un livello più profondo. con l’avvento di nuovi generi artistici e letterari. condizioni che erano quelle dell’avvio di un intenso processo di sottomissione reale della sfera culturale al capitale 11. Di un contesto. cioè. diventata attraverso la lotta sociale un diritto riconosciuto per via costituzionale. allora. con lo sviluppo dei nuovi mezzi e delle nuove tecniche di comunicazione.e «l’orgoglio e il potere dei mezzi moderni» ma non è poi in grado di inoculare in esse «lo spirito». E che. «la sensibilità per i grandi doveri storici» 10.

come nel caso del situazionismo) si è rivelato molto problematico di fronte a rapporti di forza sfavorevoli. di una sua vera e propria crisi. alla prova dei fatti. Il riconoscimento critico delle potenzialità progressive della cultura di massa. tanto più che nell’ambito culturale non si parlava più soltanto ad un’elite intellettuale ma ad una sempre più vasta platea. Semmai. una forma di appiattimento apologetico sull’esistente ma signi cava accettare una s da decisiva per l’avvenire della democrazia. per meglio dire. parlando tendenzialmente alla maggioranza del Paese e evitando il rischio di cadere nell’elitarismo. si aggiungeva in maniera estrinseca ai rapporti di proprietà per giusti carli a posteriori.autonomia. allora – per tornare alla crisi della nostra cultura contemporanea –. la necessità di confrontarsi con questo processo da posizioni materialistiche rendeva ancora più di cile di quanto non fosse in passato. cultura e società e sappiamo anche che il ruolo stesso degli intellettuali organici (per non parlare di quelli non organici. attento a trovare un equilibrio tra quantità e qualità e teso a sperimentarne una possibile funzione critica. una cultura capace di essere realmente autonoma e alternativa all’ideologia proprietaria e all’industria culturale ma anche di ereditare in sé e rinnovare i punti alti della tradizione culturale nazionale. Oggi però questo dibattito è ormai alle nostre spalle. Tutto è già avvenuto e la greve «egemonia sottoculturale»14 che si è a ermata pian piano sotto i nostri occhi è dunque qualcosa di ancora diverso dalla cultura di massa. Tanto più che sappiamo n troppo bene come sia andata a nire nel rapporto tra politica. che 76 . essendo state molte di queste gure. una platea investita simultaneamente da un passaggio alla società dei consumi di massa che esponeva ogni individuo ad un’inevitabile ride nizione dalla propria identità in termini di accesso alle merci e all’immaginario ad esse connesso12. allora come oggi. E rendeva di conseguenza ancora più delicato il ruolo del partito delle classi subalterne e il suo orientamento nei confronti degli intellettuali organici come degli organismi culturali collaterali che nel tempo esso aveva saputo costruire13. la questione della costruzione di una cultura nazionale-popolare ispirata alla lezione gramsciana. non costituiva dunque. l’indice di una diversa qualità del suo funzionamento o. ma anche ancora più urgente. È vero. Essa era invece divenuta essenziale per la sussistenza del meccanismo sociale complessivo e produceva consenso a monte. in maniera immediata e diretta. simpateticamente coinvolte nel usso travolgente della sottomissione reale.

l’eufemismo. «il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo». in altre parole. È quanto mostra l’evoluzione di due termini centrali nel nostro lessico politico.oggi come ieri «il potere delle parole risulta decisivo per la costruzione del consenso»15 e che attorno ad esse si svolge una vera e propria battaglia culturale. È avvenuta. della sua penetrazione nel senso comune e della sua retroazione sui nostri comportamenti e sul nostro ethos. perché alle spalle di questa massiccia ristrutturazione del nostro orizzonte di signi cati. come vorrebbero semplicisticamente molti critici “liberal” del monopolio o dell’oligopolio della comunicazione. Una battaglia nella quale il senso delle parole viene sistematicamente deformato in molti modi e al di fuori di ogni correttezza etica nei confronti della «verità». per ristabilire la «verità» e i fatti. la rimozione e così via. condizionando anche chi questa realtà vorrebbe trasformare 16. al di sopra della sua di usione su vasta scala. la metonimia. Una tendenza che ingloba ormai non solo i Kombinat informativi di tutti gli orientamenti ma anche quelle voci che pretendono – e a volte si sforzano con sincerità soggettiva – di essere indipendenti ma che niscono loro malgrado per condividere le parole e le idee dominanti. Quella tendenza profonda. alcune delle quali molto antiche ma ben adattabili ai tempi nuovi. come la cancellazione del contesto. con la conseguenza di alterare in profondità il rapporto dell’uomo “postmoderno” con la realtà stessa. cioè. 77 . una cesura nell’ambito della sfera ideologica. Non basta. come ci ricorda opportunamente Vladimiro Giacché. quali quello di «democrazia» (svuotata di ogni contenuto economico-sociale egualitario e di ogni riferimento alla partecipazione attiva dei gruppi sociali e ridotta ad un formalistico rito elettorale) o di «riforme» (un termine che signi ca oggi l’esatto opposto di quanto signi cava in origine e cioè accentramento delle risorse ad esclusivo favore dei ceti dominanti). si muove una tendenza culturale di lunga durata e di portata mondiale che va ben al di là delle vicende politiche contingenti. sino a rovesciarlo in «menzogna». Ed è anche vero che tutto questo avviene attraverso tecniche comunicative e strategie retoriche ben precise e sperimentate. che dagli anni della svolta “postmodernista” ha completamente modi cato il nostro modo di praticare e percepire la storia ma anche il nostro modo di ri ettere attorno ai concetti generali. perché – e Giacché lo spiega molto bene – in questa battaglia non basta una pur necessaria operazione illuministica di rischiaramento delle coscienze e di di usione massiccia delle informazioni. Il problema rimane tuttavia intatto.

che si esercita sin dall’inizio in una pluralità di ambiti anche molto diversi tra loro. per poi riversarsi nelle arti gurative e nelle altre discipline – non erano degli spostamenti molecolari e privi di rapporti gli uni con gli altri ma che quel fermento che dalla metà 78 . Come è noto. il cinema e in ne la loso a e le scienze umane. annunciando un cambiamento culturale drastico nella scena intellettuale euro-americana e poi presso le elite mondiali. Si vuole dunque superare il modernismo o comunque manifestare un atteggiamento critico e una radicale insoddisfazione nei suoi confronti. per essere fronteggiato in maniera non subalterna. la letteratura. sia nel campo dei suoi promotori e sostenitori. sarà come vedremo spietata. sia in quello per noi più interessante dei suoi critici17. non più sostenibile o persino da respingere nella sua sostanza. Questa tendenza muove da una dimensione estetica per poi debordarne ampiamente.Uno scarto che ha completamente cambiato il terreno di gioco e che. Genesi del postmodernismo e pensiero della libertà individuale Il postmodernismo si consolida già dalla ne degli anni Sessanta ed emerge in maniera più visibile alla metà del decennio successivo. deve anzitutto essere compreso nella sua natura e nei suoi rapporti con i mutamenti sociali ed economici (il lungo ciclo restaurativo neoliberale ancora in corso) e con quelli politici (la scon tta netta. Ci si è accorti ad un certo momento che le trasformazioni che stavano avvenendo in una pluralità di settori – architettura e urbanistica in primo luogo. oppure se si ponga come dissoluzione di ogni discorso sulla storicità in generale19. nell’ultimo scorcio del XX secolo. se il postmodernismo – e già questa de nizione generale verrebbe respinta come troppo forte e categorizzante dai postmodernisti stessi – intenda se stesso come «un addio al moderno»18 e cioè come oltrepassamento della modernità e inizio di una nuova epoca storica. È tuttavia evidente come già nella sua autode nizione si tratti di un discorso radicalmente critico nei confronti della modernità. ad esempio. del progetto di trasformazione della realtà di cui erano state protagoniste le classi subalterne novecentesche e. Non è chiaro. E questa critica. avvertita come una dimensione ormai esaurita o in ogni caso aporetica. gli esclusi dal riconoscimento e dallo spazio sacro della civiltà liberale). più in generale. sono numerose e non sempre convergenti le de nizioni di questa tendenza. come l’arte.

essenziali e prive di decorazioni inaugurato dal Bauhaus. E di conseguenza – in condizioni economiche molto diverse da quelle della loro storia anche recente – le città cambiavano profondamente e vertiginosamente. a “gentri cazione” avvenuta. almeno nei ceti medio-bassi. I centri storici si spopolavano.degli anni Settanta agitava visibilmente queste sfere culturali aveva qualcosa di comune nei propri fondamenti. u ci. perdevano i loro abitanti originari e si riempivano di negozi. servizi ludici e orientati al consumo. banche. sia nell’edilizia pubblica seriale che in quella privata. La popolazione residente. con il suo razionalismo e il suo funzionalismo dalle forme squadrate. Erano ancora anni nei quali si cercava di piani care la crescita delle città e la loro organizzazione interna. La crescita delle città non veniva più guidata e si lasciava che i cambiamenti nella sua struttura avvenissero in maniera spontanea. Vigevano ancora i canoni dell’architettura modernista. C’era cioè un’intenzione o un atteggiamento condiviso. forse il primo terreno sul quale queste trasformazioni sono state misurate in maniera più de nita 21. Ecco che oggi. Consideriamo l’architettura. in maniera più o meno esteticamente riuscita ma a partire da un’intenzionalità chiara rispetto ad obiettivi sociali e politici ben consapevoli. Le città non crescevano spontaneamente e i poteri pubblici e anche nei piccoli centri gli urbanisti si impegnavano a pensarne la vita futura. Uno stile internazionale che economizzava spazi e risorse e che. Che fosse cioè la vita sociale stessa che si svolgeva nelle città a determinare i mutamenti nella forma e nella struttura del tessuto urbano. individuando funzioni intorno alle quali costruire poli di espansione e organizzarne in maniera razionale e piani cata lo sviluppo22. Si cominciava in quegli anni a costruire in maniera diversa e soprattutto a pensare in maniera diversa la città e la sua organizzazione. nel tentare di capire cosa stava avvenendo. ha caratterizzato con le sue strutture standardizzate e prive di orpelli e con il massiccio uso di vetro e cemento gran parte dei progetti residenziali di massa in Europa. veniva espulsa in periferia o nei quartieri residenziali e sostituita dagli attori del terziario e delle nuove professioni. tant’è che ad un certo momento. si prendeva atto di una trasformazione complessiva: «si è creato in quasi tutto il mondo occidentale un clima che produce correnti di critica al modernismo»20. senza eccessivi schematismi. in primo luogo. quasi tutte le grandi città italiane ed europee hanno cessato 79 . Si rinunciava. Ma già negli anni Settanta tutto cambiava. alla piani cazione urbana.

dove il con ne tra uso critico e consapevole dell’iconogra a pop da parte dell’artista e ancheggiamento indiretto del marketing pubblicitario diventa labile24. la compresenza di registri diversi e il citazionismo. dal momento in cui è venuta meno ogni pretesa di piani cazione e organizzazione razionale che mantenesse un equilibrio tra le diverse funzioni della città. O in letteratura. O ancora nella musica. con gli stessi rischi di ancheggiamento indiretto dell’individualismo proprietario e del sovversivismo delle classi dirigenti. un campo nel quale l’industria dello spettacolo ha saputo abilmente accostare al predominio del pop-rock anglosassone la riscoperta (o l’invenzione) in chiave commerciale delle sonorità etniche e ha portato avanti un’ibridazione tra musica classica e ritmi e forme sonore della canzone novecentesca al limite della pornogra a estetica. di forte impatto visivo ma con gli inevitabili rischi di cattivo gusto che tutti oggi possiamo constatare. Ma lo stesso atteggiamento di esplicita rivendicazione del primato dell’individuo. da sperimentazione avanguardistica volta a denunciare la frammentazione dell’identità soggettiva nella società tardoindustriale diventano sempre più spettacolarizzazione ne a se stessa. assecondando in sostanza i rapporti di forza sociali nella redistribuzione dello spazio e rinunciando sia al welfare spesso rozzo degli IACP che ad ogni pedagogia estetica. Contemporaneamente cambiava il modo di costruire le case e al funzionalismo e razionalismo esasperato si sostituiva uno stile eclettico. sarebbe possibile constatare anche in altri ambiti. mentre ogni forma di realismo viene dichiarata impraticabile25. Sotto la retorica dell’ascolto del desiderio privato e della liberazione da ogni standard dei nuovi bisogni individualizzati – ma anche della creatività. saturo di elementi decorativi senza utilità né funzione strutturale. 80 . come le arti gurative. dell’innovazione.di avere un centro storico popolare. dell’anticonformismo rispetto alla norma consolidata e della trasgressione dell’ordine borghese – la nuova tendenza urbanistico-architettonica rompeva lo «stretto legame» che in precedenza «associava il progetto architettonico moderno con l’idea di una realizzazione progressiva dell’emancipazione sociale e individuale su scala dell’umanità»23 e lasciava in tal modo liberi i particolarismi individuali e di ceto. secondo un nuovo approccio di natura prevalentemente estetica che intendeva programmaticamente assecondare (e suscitare) le preferenze soggettive spontanee della committenza e secondo forme di ispirazione sincretistica e citazionista. dove la commistione tra i generi.

Essi apprezzano la natura “rivoluzionaria” e trasgressiva di queste novità e percepiscono che le rotture in corso vanno tutte in una stessa direzione e hanno dei caratteri comuni. dobbiamo ammettere che il modernismo non trova quasi più risonanza» 28. sia quelle socialdemocratiche classiche. Ad un livello più rarefatto. come è normale. «con gli anni Settanta alle spalle. E – cosa decisiva – sono ceti intellettuali in gran parte legati alla sinistra politica euroamericana. di percepire il mondo e metterci in relazione a noi stessi e agli altri. parte integrante di una trasformazione più complessiva. avvenivano «gigantesche trasformazioni sociali e psicologiche»26 e mentre «la produzione estetica si è integrata nella produzione di merci in generale» cambiava progressivamente il nostro modo di pensare. Un confronto che ha natura con ittuale ma che è 81 . dirà alla ne degli anni Ottanta il semiologo Omar Calabrese. Finché. che rendeva pian piano il paesaggio attorno a noi sensibilmente diverso da quello abitato dalle generazioni precedenti – «barocco» in contrapposizione a «classico».Fatto sta che poco alla volta. Sono i ceti intellettuali. inizia inevitabilmente un confronto con la modernità e con i suoi assetti loso ci di fondo. Attraversano diversi ambiti ma si con gurano come una svolta culturale integrale. Avanguardie che in teoria dovrebbero essere vicine alla classe lavoratrice e ai gruppi subalterni e che anzi si vanno ride nendo in chiave sempre più radicale. per la loro condivisione del primato della produzione e dei valori borghesi e per la loro collusione politica “revisionistica” con le forze conservatrici. ad avvertire per primi questo mutamento in atto. per riepilogare i mutamenti nel gusto e nelle forme27 – e determinava un salto di qualità. Era in atto insomma un intenso sommovimento culturale. con quella «illusione trascendente» 32 di origine hegeliana la quale «spera di totalizzare» i diversi «”giochi linguistici”» in cui è disperso l’essere sociale in una «unità reale» che «si paga a prezzo del terrore». sia quelle comuniste. collegandosi con «i vari movimenti controculturali e antimodernisti»31 in auge in quegli anni e spesso criticando aspramente il campo socialista e le organizzazioni tradizionali del movimento dei lavoratori. all’insegna di questo presunto revival dell’individualismo. la quale in tutti i settori investiti sembra spingere verso una messa in discussione e un superamento dei canoni retrogradi e autoritari di un modernismo ritenuto “borghese”. a teorizzarlo mettendo ad un certo punto in campo la nozione del «post-»29 o comunque a ri ettere sulla crisi del modernismo sollecitando «una presa di congedo dalla modernità» 30.

e viceversa: il “Maggio 1968” confuta la dottrina del liberalismo parlamentare. non è razionale. che è reale. la razza.ora. Esso ha inizio. non a caso. è stata più volte messa a repentaglio nella maniera più brutale dalla violenza della politica come da quella della scienza e della tecnica e cioè da minacce scaturite dai principali ambiti decisionali ai quali era stata a data la sorte del mondo nella modernità. erano stati posti tanto a rischio. Per tutta una serie di avvenimenti storici e di fenomeni politici – le guerre mondiali. come il grande capitale monopolistico ma anche il partito o la classe. tutto ciò che è comunista è proletario: “Berlino 1953. il postmodernismo nasce da una ri essione so erta sulla storia contemporanea e sulla natura catastro ca della vicenda novecentesca. La possibilità della stessa vita umana. del resto. che il Novecento sembra concludersi come il secolo nel corso del quale la libertà individuale è stata coartata e annientata come mai era avvenuto prima. tutto ciò che è razionale è reale: “Auschwitz” confuta la dottrina speculativa. Dalla constatazione. 82 . i genocidi e gli stermini. la nazione. – Tutto ciò che è proletario è comunista. anche per l’orientamento culturale gauchista dei suoi protagonisti. – Tutto ciò che è libero gioco della domanda e dell’o erta favorisce l’arricchimento generale. e viceversa: le “crisi del 1911 e del 1929” confutano la dottrina del liberalismo economico mentre la “crisi degli anni 1974-1979” confuta la versione postkeynesiana di essa. Polonia 1980” (e la serie non è completa) confutano la dottrina del materialismo storico. e dunque in fondo anche gli stessi concetti di individuo e di essere umano. i nazionalismi e i razzismi e così via –. In questi nomi di eventi – spiegava Jean-François Lyotard – «il ricercatore vede altrettanti segni di un venir meno della modernità» 33. profondamente diverso dall’antimodernismo tradizionale. Cecoslovacchia 1968. cioè. Budapest 1956. – Tutto ciò che è democratico viene dal popolo. E praticamente incontrastabile è divenuta l’oppressione esercitata sulla libertà individuale da parte dei grandi organismi collettivi come lo Stato. i “totalitarismi” di ogni colore. Almeno questo crimine. sul terreno della storia. Il sociale quotidiano mette in crisi l’istituzione rappresentativa. Nella sua autocoscienza loso ca. mai come durante il XX secolo questa libertà. La catastrofe del Novecento e la critica della modernità «Tutto ciò che è reale è razionale.

come vedremo. sembrano improvvisamente cancellati e superati da una questione ulteriore. La contraddizione principale non sembra essere più. autoritario e produttivistico che capitalismo e socialismo condividono. dunque. il compimento della modernità e delle sue utopie e ambiva a incarnare in sé il vertice stesso della civiltà. Adesso. per questi osservatori. E dalle tradizioni culturali progressiste – il socialismo ma anche quel liberalismo che dal confronto con il radicalismo e il socialismo era uscito nel dopoguerra profondamente innovato – il Novecento era stato a lungo presentato come il tentativo di realizzare questa grande promessa che l’età moderna aveva covato a partire dai propri albori34. veniva percepito in opera il progetto di una liberazione integrale di tutti gli uomini e di tutte le donne e dunque l’a ermazione del principio della libertà umana su scala universale. molti dei quali si collocano nell’ultrasinistra. questi due grandi sistemi si equivalgono e si identi cano quanto a «repressione e “normalizzazione”»37 e lo fanno già a partire dal comune terreno del lavoro38. un controllo non meno ferreo sull’individuo viene esercitato in maniera diretta dal socialismo di Stato ad Est. destra e sinistra tradizionali. Un atteggiamento nel quale perciò. al di là di divergenze che si rivelano super ciali. In tutti i momenti di snodo di quest’epoca. quell’atteggiamento ferocemente impositivo. Ma non basta: dopo «gli orrori prodotti dai grandi movimenti rivoluzionari»35. Negli auspici dei suoi principali attori.Nella storiogra a e nell’epistemologia delle scienze umane era ancora presupposto di uso che l’età moderna si con gurasse come una promessa rivoluzionaria di emancipazione. al processo di decolonizzazione e alla costruzione del Welfare moderno. 83 . il Novecento aspirava cioè ad essere il coronamento. dall’altra. i con ni tra progresso e reazione. però. Se il dominio capitalistico in Occidente assume le forme onnipervasive di un controllo sociale che nasce dal mercato. si prende improvvisamente atto che proprio nel corso del Novecento questa promessa di emancipazione universale si è rovesciata nel suo opposto: nell’oppressione universale. attraverso una forma di dominio che consegna le classi teoricamente emancipate alla tutela delle loro avanguardie o dell’apparato burocratico e senza alcun riguardo per la loro sfera privata36. nella coartazione massima della libertà individuale. quella tra capitalismo e socialismo ma quella tra la libertà umana da una parte e. dal Rinascimento e dalla Riforma protestante no alle grandi rivoluzioni politiche.

Essi muovono da qui per mettere in discussione la modernità come progetto politico e culturale complessivo. capitalismo e socialismo. di liberarli da ogni vincolo che ne impedisce l’azione non solo nella sfera privata ma soprattutto in ambito politico. né i diversi marxismi» escono dal Novecento «senza incorrere nell’accusa di crimini contro l’umanità»39. Non basta allora contestare la realizzazione delle idee politiche nel Secolo breve. lo stesso progetto moderno. oppure già nel cuore del progetto dell’età moderna. “liquidato”»42 e «”Auschwitz”» in particolare «può essere preso come un nome paradigmatico» di questa «distruzione». un difetto nell’applicazione di idee giuste.«Né il liberalismo economico o politico. Questo fallimento e la conseguente delusione mettono in discussione. Non abbiamo a che fare con la mera degenerazione di idee politiche in sé giuste. alterando il di cile equilibrio tra «legittimazione e critica del moderno» 40 raggiunto a fatica dal socialismo scienti co. che della modernità sembravano contendersi con ferocia il campo? Sono domande legittime: è stato un errore di calcolo. perché per loro il bilancio così negativo di un secolo non può alla ne non rovesciarsi su quella modernità che il Novecento avrebbe dovuto compiere: «il progetto moderno… non è stato abbandonato. accusa Lyotard. I quali operano con questo passo una rottura de nitiva nell’ambito della sinistra europea di ispirazione o di origine marxiana. nella pretesa moderna di emancipare tutti gli uomini e tutte le donne. Come è stato possibile che tutto ciò sia avvenuto? La catastrofe del Novecento è stata un esito accidentale e imprevedibile dovuto a fattori esterni che non siamo riusciti a controllare oppure in qualche modo essa era scontata sin dall’inizio o comunque implicita oppure probabile? C’è un rapporto tra questo esito della modernità e la modernità stessa? E non è in fondo proprio il comune terreno lavorista ed emancipazionista a costituire il peccato originale che rende alla ne intercambiabili quegli attori loso co-politici. ma distrutto. E a partire da questo evento il fallimento del Novecento e delle enormi aspettative da esso suscitate – il “totalitarismo” peculiare di questo secolo – non chiama in causa semplicemente questi ultimi cento anni di storia. e si distaccano sempre più dal terreno della politica per approdare (o retrocedere) rapidamente a quello del giudizio morale e dell’identi cazione della democrazia con l’ambito di diritti umani presunti come naturali41. perché queste idee risalgono a molto tempo prima e attraversano tutta la modernità. obliato. semmai. c’era qualcosa di sbagliato? È proprio questa la risposta fornita dagli intellettuali postmodernisti. È 84 .

di vecchiaia approssimantesi. perché la stessa modernità si identi ca con un a ato verso la libertà ed è storicamente un pensiero della libertà umana. abbiamo assorbito l’idea di libertà nel corso di diversi secoli di storia europea e proprio in quanto siamo gli della modernità e dei suoi con itti: per paradosso. Se in apparenza e in linea di principio non dovrebbe esserci tra essi alcuna contraddizione. «È il crimine che apre la postmodernità. nel momento in cui mette in discussione la modernità in nome della libertà individuale. Voleva in e etti la modernità una cosa diversa? Può l’età moderna essere pensata indipendentemente dall’a ermazione del concetto di libertà umana e dunque anche di libertà individuale? Esattamente come sostenevano le tendenze progressiste. dal dubbio cartesiano al criticismo kantiano. il crimine di lesa sovranità. probabilmente. perché tutta la cultura della quale siamo intrisi è tesa all’a ermazione della libertà. Al di là di tutte le cautele gnoseologiche come di tutte le professioni di antidogmatismo. dal punto di vista del suo ribellismo aristocratico. È un atteggiamento che ad un primo approccio appare in sé condivisibile e animato dalle migliori intenzioni. di a aticamento siologico». quindi. in realtà però questa libertà verrà adesso pensata dal postmodernismo in modo molto diverso. Tanto più che esso può capitalizzare a proprio vantaggio un modo di pensare al quale ciascuno di noi è intimamente abituato. il postmodernismo può farsi forte proprio di quella educazione alla libertà che è l’eredità del modernismo stesso. non più il regicidio ma il popolicidio»43: il postmodernismo nasce allora da questa ri essione e dall’esigenza di a ermare con forza la libertà individuale in un contesto nel quale essa sembra essere stata sottoposta al rischio di annientamento. Progetto moderno e costruzione del concetto di uomo Come lamentava Nietzsche. modernità è infatti anzitutto la ducia nella possibilità della conoscenza umana di comprendere la realtà così come essa è: non una ducia generica nelle 85 . dando vita ad un’ostilità insanabile. spirito moderno signi ca in sostanza «ottimismo»44 e cioè un «predominio della razionalità» e un «utilitarismo pratico e teorico» che sono sinonimo di «democrazia» e dunque. ad essere un progetto politico sbagliato e non solo il tentativo storicamente determinato di darle una realizzazione concreta. «sintomo di forza declinante.dunque la modernità nella sua interezza.

comprese quelle classi subalterne o quei popoli che sino a quel momento erano rimasti esclusi o emarginati dal progresso storico. Migliorarlo. modicarne gli assetti fondamentali. innescando un processo nel quale. dunque: imprimere all’essere un movimento in avanti e in tal modo «”migliorare” l’umanità»46. renderli 86 . Emancipare gli uomini e le donne. si tratta di perseguire un «progetto»47. ma la ducia nella capacità della ragione di comprendere la realtà nella sua stessa essenza. dunque. la società.capacità conoscitive dell’uomo. progettando e realizzando un orizzonte di razionalità che valga per tutti e arricchisca le condizioni di esistenza e le forme di coscienza di tutti. abbellirlo. una tesi che «risuona» certo da sempre nella loso a occidentale ma che diviene consapevole per la prima volta. in altre parole. mira subito a scovare il fondamento in base al quale ciò che gli capita di incontrare è così come è»45. che verrà declinato in molti modi e delimiterà un terreno con ittuale. nel quale si confronteranno attori diversi e spinte anche estremamente contraddittorie. che è una cosa scontata. imprimere un mutamento strutturale alla realtà. Signi ca cambiarlo in profondità. a partire da questa conoscenza razionale – che è universale e tendenzialmente uguale per tutti – gli uomini possono cambiare il mondo. ovunque e ogni qualvolta è in attività. nel momento in cui viene esplicitata da Leibniz. la realtà nella sua natura. E migliorare il mondo e l’umanità che in esso vive non signi ca semplicemente modi carlo nei suoi dettagli. Parallelamente. la cultura… – e che attraversa diversi secoli. decorarlo. la politica. secondo la celebre de nizione di Jürgen Habermas che ho già più volte richiamato indirettamente. rivoluzione: prendere in mano il movimento degli eventi e incidere sulla natura. È quella «tesi del fondamento» secondo la quale «l’intelletto umano in quanto tale. Poiché la ragione ci permette di comprendere le cose così come stanno. Inizia con l’età moderna. secondo Heidegger. E questo progetto. sul piano pratico l’ottimismo è però anche la ducia nella possibilità umana di trasformare questo stesso mondo sulla base della conoscenza che la ragione ci ha consentito di acquisire. di rendere cioè completamente trasparente il mondo. la politica. è un progetto che con Kant parla dell’emancipazione umana e dell’ingresso dell’umanità nella propria maturità. la storia. trasformarlo e trasformarlo in meglio. Signi ca. come rimproverava ancora una volta Nietzsche. un movimento del divenire che si intreccia su diversi piani – l’economia. che parla di libertà e responsabilità48.

«L’essenza stessa dell’uomo subisce una trasformazione col costituirsi dell’uomo a soggetto»50.ovunque liberi da quei vincoli molteplici che in precedenza li tenevano legati o li condizionavano e renderli dunque responsabili di se stessi. Jürgen Habermas spiegava che. Ciò che viene liberato è infatti anzitutto il lavoro. i «prodotti spirituali» diventano «patrimonio comune». «il sapere non trova la sua validità in se stesso… bensì in un soggetto pratico che si identi ca con l’umanità». ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono nalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita. Ma dopo averli promossi con una potenza mai vista prima. In tal modo. ed ecco che «il Mondo Moderno. «l’attività umana» in quanto tale. la sintesi di Lyotard: nella modernità. un soggetto la cui «epopea è quella della sua emancipazione» 49. almeno nella sua formulazione illuministica. interessi che ognuno adesso può perseguire senza remore. In sostanziale sintonia con queste tesi. del diritto e della scienza autonoma […] ma nello stesso tempo consiste anche nel liberare dalla loro 87 . rendendosi disponibile per se stesso». i loro rapporti reciproci»51. nasce la «letteratura mondiale» e mentre svanisce «l’idiotismo della vita rustica» anche «le nazioni più barbare» sono trascinate nella «civiltà». E dunque lo sviluppo innescato riguarda sì l’individuo ma anche intere masse umane. la modernità tende continuamente a fuoriuscire dall’alveo di tali interessi e i «bisogni» che continuano a crescere vanno presto ben oltre il singolo individuo e diventano i bisogni di un’intera epoca. sebbene «cosiddetta». È corretta in questo senso. così che l’«isolamento» diventa «universale dipendenza». non rimane «tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse» individuale e persino «lo sfruttamento aperto». avevano infatti già commentato Marx ed Engels. Dopo che «tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora. La modernità nasce dunque con la costruzione del soggetto moderno e coincide con la liberazione dei suoi bisogni e lo scatenamento dei suoi interessi particolari. delle basi universalistiche della morale. tanto che mai in precedenza si sarebbe potuto immaginare quali «forze produttive stessero sopite in grembo al lavoro sociale». «l’uomo si a ranca dai legami medioevali. commentava con intento polemico Heidegger. liberando l’individuo ha fatto trionfare il soggettivismo e l’individualismo». pur nella sua incapacità di operare distinzioni. «si è emancipato dai ceppi precedenti». «il progetto moderno… consiste nell’adoperarsi per lo sviluppo delle scienze oggettivanti.

la liberazione individuale. spiegava Lyotard. pena l’arretramento o persino il venir meno dello stesso progetto moderno 88 . L’idea emancipativa. In quanto sono frutto delle azioni umane collettive. una verità che almeno in potenza è «accessibile a ogni individuo». C’è in sostanza l’ambizione di tenere in equilibrio. mettendola con ciò in relazione con la tensione all’idea di eguaglianza.forma esoterica i potenziali cognitivi che così si accumulano. Proprio l’uso collettivo della ragione – quell’elemento che al di là di ogni di erenza individuale accomuna tutti noi – farà capire che il potere politico con i suoi vincoli di natura personale. la dimensione dell’universalità. o lo stesso ossequio nei confronti della cultura tramandata. e di usarli per la prassi – cioè per una creazione razionale di tutte le condizioni di vita»52. Ci si pone certamente il problema di liberare questo singolo individuo o quest’altro ma nella misura in cui la liberazione di ciascun individuo diventa parte di un compito più complessivo: «il Progresso divenne il progetto dell’Umanità»54. ed era quindi necessario intraprendere un percorso di liberazione da quei principi di autorità che all’epoca erano riconosciuti come validi ma la cui validità non era a atto così scontata dal punto di vista della ragione. non sono un dato di natura o una volontà provvidenziale ma il risultato di processi storici legati ai rapporti di forza. o il primato delle gerarchie religiose. aspirando ad acquisire una portata universalistica. che il progetto moderno muove certamente da una dimensione particolaristica ma che nella sua potenza rivoluzionaria si proietta presto al di là di questi limiti. ma amplia anche «la sfera dell’esperienza morale possibile… estende la sfera della nostra possibile relazione alla verità». Ed è per questo che l’emancipazione moderna avviene in primo luogo sul piano politico. o la servitù della gleba. personale e di gruppo con quella dell’umanità intera. per non parlare dei rapporti con il mondo extraeuropeo. anzitutto. commenta oggi De Monticelli. Questo ci fa capire. Il progetto moderno diventa così un progetto collettivo e pretende di parlare a tutti gli uomini e a tutte le donne. per quanto sempre con ittuale. che è quel piano sul quale la realtà può essere trasformata nei suoi fondamenti e che tocca. in quanto si colloca in una sfera pubblica. A lungo nella stessa età moderna in molti luoghi la libertà politica non è esistita oppure è stata limitata a ristrette elite della popolazione europea. «ha un valore legittimante in quanto è universale»55. essi possono dunque essere modi cati e devono in qualche modo esserlo. «La modernità amplia a dismisura la sfera di questa libertà che ci de nisce»53.

gli uomini e le donne cercano di imprimere una direzione ri essa alla realtà secondo un piano. In questo fatto inusitato si esprime per la prima volta in maniera concreta e al livello dell’essenza generica l’ambizione di poter cambiare le condizioni della propria riproduzione. o meglio secondo un progetto. rispondendo a quello che avvertono come un loro dovere. Proprio in virtù del nuovo approccio di natura razionale. a dando poi ai ceti intellettuali il compito di una ricostruzione ex post. Di non essere cioè condannati a rimanere in balia di eventi incontrollabili. della natura o dei rapporti di forza dati. Muovendo da una consapevolezza razionale crescente della realtà. a partire da un certo momento. si progetta il mutamento: la trasformazione storica viene accompagnata dalla coscienza della trasformazione stessa e anzi. Interviene invece adesso la consapevolezza umana del cambiamento storico e sociale. ma di poter programmare e modellare la storia e la società secondo un ordine razionale. In modo più o meno chiaro. l’età moderna è anche l’età della scoperta dell’individuo. Certamente. Tutte le età umane sono state ovviamente caratterizzate da grandi trasformazioni ma in una dimensione macrostorica queste sono avvenute per lo più in maniera inconsapevole o solo parzialmente ri essa: le cose avvenivano e gli uomini e le donne non sapevano bene perché e come avvenissero.per la scissione tra la realtà e ettuale e quell’orizzonte ulteriore al quale il richiamo all’universalità tende. gli uomini e le donne si rendono conto del processo nel quale sono immersi mentre esso è ancora in corso. oltre che del soggetto cartesiano. In ne. questo progetto è un progetto organizzato. Si pongono un obiettivo. come abbiamo visto. sanno ciò per cui stanno combattendo e ciò avviene per la prima volta nella storia. gli uomini e le donne capiscono di non poter metter mani individualmente al destino complessivo del mondo. il proprio destino e persino la storia dell’umanità. muovono verso un ne e pretendono dunque di prendere in mano la propria vita. della dimensione dell’individualità. Ma in secondo luogo il progetto moderno – e la prepotente spinta etica che emerge di volta in volta dall’adesione allo spirito del tempo lo dimostra – è anche un progetto consapevole. guidandola lungo un sentiero che abbia un proprio senso. Si pensa il cambiamento. Ma un progetto così ambizioso 89 . dando vita a trasformazioni consapevoli e trovando in questo compito comune la ragione fondamentale del proprio stare al mondo in società. essi sanno ciò che stanno facendo.

è il luogo organizzativo che conduce alla conquista del su ragio universale e dunque il luogo nel quale il processo di emancipazione – dopo la Riforma protestante. in una struttura de nita. come si esprime nel pensiero proto democratico di Spinoza56. il partito socialista che nasce alla metà dell’800 per organizzare coloro che sembravano assolutamente non organizzabili.come quello dell’emancipazione universale richiama la collaborazione attiva degli uomini e delle donne. avvengono in un luogo. le grandi rivoluzioni politiche e nazionali dal XVII al XIX secolo e così via – prende le forme della democrazia moderna. per fare un altro esempio signi cativo. se non delle potenti forme di organizzazione del processo di emancipazione? In particolare. la regolamentazione e il coordinamento progressivo degli interessi particolari. Cos’è lo Stato-nazione se non una forma di organizzazione dell’emancipazione umana per via di uni cazione? Pur nella sua natura dialettica e con ittuale. Il superamento dell’anarchia feudale. Anzi. una più o meno convinta cooperazione fondata sulla loro comune umanità. come il superamento dei rapporti di dipendenza personale del servo nei confronti del padrone. lo Stato contiene in sé il tentativo di dare una forma organizzativa coerente al processo di emancipazione universale attraverso il controllo. E questa struttura è quello Stato moderno che consente lo sviluppo del modo di produzione capitalistico: lo Stato nazionale che si raccoglie attorno al re e che poi decapita il re. E cosa sono stati i partiti politici. l’Illuminismo. le idee universalistiche moderne hanno perciò «il ne di legittimare istituzioni e pratiche sociali e politiche»57. il proletariato di fabbrica e i contadini. il modello del partito di massa moderno. nell’allarga- 90 . si può dire che nel corso dell’età moderna la dinamica fondamentale di questa emancipazione passi anzitutto per la costruzione degli Stati e del loro operare organizzativo. che si riconosce nella sovranità di un popolo il quale si è emancipato da ogni tutela e si è dotato di organismi politici rappresentativi ma che si è fatto forte di quella unità che il sovrano aveva saputo imporre. non avvenga in maniera improvvisata e spontanea ma venga piani cato e organizzato: in ultima istanza. Un «processo di emancipazione che si sviluppa all’insegna di una universalità sempre più ricca e più concreta»59: è solo così che. come ancora una volta denunciava Nietzsche58. per avere probabilità di successo. la rivoluzione scientica. il cui scatenamento viene eticizzato e reso funzionale al progresso generale. E dunque quella stessa consapevolezza e progettualità che de nisce il Moderno richiede anche che questo sforzo collettivo.

avvenuto in una di cile e sempre contraddittoria ricerca di un equilibrio di interessi. e nemmeno garantita nella sua persistenza – che si svolge nel corso del tempo. in quanto sono implicite in esso l’idea di eguaglianza e l’idea di eguale libertà. culturale e morale che deve condurre tutti gli uomini e le donne a riconoscersi vicendevolmente e a governarsi da sé. di una classe dominante aristocratica o grande borghese che governi in nome di tutti.mento del riconoscimento reciproco tra individui e gruppi sociali. In seguito a tremendi con itti nazionali e sovranazionali 91 . nel con ittuale ma progressivo superamento delle clausole d’esclusione e dei limiti di classe entro i quali necessariamente il progetto moderno si è a lungo dipanato. E sappiamo che ancora nel XIX secolo anche all’interno dell’Europa era dubbio che il grado di umanità fosse lo stesso tra il sovrano o il nobile e il servo della gleba. di un sovrano assoluto. perché il concetto di umanità si costruisce semmai solo nel corso del tempo ed è esattamente l’esito di questo processo di emancipazione. si può dire. del resto. classi e nazioni. Quel progetto-promessa di emancipazione universale. consapevole e organizzata signi ca concretamente democrazia moderna: il culmine di un percorso politico. Questa «umanizzazione»61. prende vita l’idea unitaria di umanità. identi candosi per molti secoli con la prepotente ascesa della borghesia europea –. ma anche la determinazione dell’io e del mondo. in piena consapevolezza. Ed il riconoscimento è. quella «umanità rappresentata come eroe della libertà»60 che viene derisa da Lyotard. Lo stesso concetto universale di uomo e di donna è dunque una conquista – ancora non pienamente realizzata. la principale acquisizione di quella modernità che cerca di coniugare libertà individuale e tensione universalistica. Catastrofe del Novecento. È in questo senso che la modernità promuove «non solo il controllo delle forze naturali. senza più il bisogno di un tutore. la giustizia delle istituzioni e persino la felicità degli uomini» 62. Sappiamo che quando inizia l’età moderna alle popolazioni del Nuovo Mondo appena scoperto e conquistato veniva spesso misconosciuta ogni dignità umana. denuncia della ragione emancipazionista e contestazione della tradizione democratico-rivoluzionaria Comprendiamo allora cosa signi chi l’a ermazione secondo la quale il Novecento ha aspirato a costituire il compimento della modernità. che per noi è oggi una cosa tanto scontata. altrettanto scontata in passato non era. il progresso morale.

92 . E comprendiamo di conseguenza anche la portata del bilancio negativo che il postmodernismo proietta sulla modernità a partire dalla propria condanna del Novecento. dopo aver trovato un nuovo equilibrio tra gli interessi sociali deve ora condurre a realizzazione le premesse della modernità63. lo Stato sociale e così via. a dando il processo di emancipazione umana a entità collettive – lo Stato. rimossi poi con fatica e anche con la forza i principali ostacoli di natura politica ed economico-sociale. il partito. la nazione o la razza – che hanno a ermato se stessi ma hanno annientato l’individuo («lo Stato si assume direttamente il compito della formazione del “popolo” in quanto nazione e della sua messa in marcia sulla via del progresso»64). il secolo nel quale il dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura è arrivato alle estreme conseguenza e ha messo in discussione l’equilibrio stesso della Terra calpestando ogni forma di rispetto per il vivente. la sovranità popolare si riconosce in se stessa e si autogoverna in maniera consapevole e ri essa. ciò non è avvenuto per caso. e in maniera organizzata. Se l’epoca del compimento della modernità e dell’istituzione della libertà umana universale nella forma della democrazia moderna si è rivelato il secolo dei campi di concentramento e dei genocidi. È dunque l’a ermazione del principio della democrazia moderna che. quello del riconoscimento de nito nella gura hegeliana di servo e padrone. guidata dalla ragione. Sin dalle sue premesse e dai suoi assetti loso ci fondamentali. secondo un archetipo. il parlamento. ma non con pari responsabilità. attraverso forme politiche de nite come i partiti. dando concretezza ai processi di democratizzazione avviati già nel secolo precedente. che nisce necessariamente per riprodurre ad un diverso livello lo stesso meccanismo di dominio che fondava il potere del padrone. La modernità è fallita dunque perché non poteva che fallire e questa catastrofe coinvolge. la modernità non poteva nire diversamente: essa ha pensato questa libertà in chiave universale e proprio per tale motivo ha nito per coartare la libertà individuale. sia l’utopia liberaldemocratica o capitalistica che quella socialista.che determinano un riequilibrio sostanziale dei rapporti di forza tra i gruppi sociali ereditati dal passato. l’apparato burocratico. la classe. Essa ha inoltre pensato la liberazione in chiave di emancipazione. Un modello di riferimento che fa del servo riconosciuto ed emancipato ma ancor sempre rancoroso – come classe borghese ma anche come classe proletaria che esercita la propria dittatura – nient’altro che un nuovo tiranno vendicativo65.

La ragione ci sollecita ad emanciparci attraverso una rigorosa pianicazione della lotta contro il dominio politico e secondo quei principi universali che sono ormai de niti dalla triade della Rivoluzione francese e dal suo superamento socialista e poi leninista. né a maggiore ricchezza meglio distribuita»67 e semmai «la vittoria della tecno scienza capitalistica sugli altri candidati alla nalità universale della storia umana non è che un altro modo di distruggere il progetto moderno dando l’impressione di realizzarlo»). Ci sollecita a trasformare e migliorare il mondo delineando il progetto del futuro e ci indica anche il dovere di questa trasformazione. Possiamo anche arrogarci il diritto di stabilire cosa va bene e cosa va male. né a maggiore educazione pubblica. Ma il mondo non sta a atto negli schemi che la ragione pretende di applicargli. possiamo escogitare i nostri piani per una società perfetta e pretendere di costruire la democrazia moderna. o addirittura il socialismo nel qua- 93 . Contestano ad esempio i caratteri del soggetto cartesiano. notava Heidegger. L’uomo diviene il centro di riferimento dell’ente come tale»66. il cui ruolo di «metalinguaggio universale»70 capace di «raccogliere senza residui tutti i signi cati stabiliti nei linguaggi particolari»71 comporterebbe inevitabilmente la necessità della violenza e del terrore. ma. dandole un aspetto uido e cangiante.Nel contestare il progetto moderno. delineandone le forme organizzative. La «dottrina positiva della liberazione per mezzo della ragione»72. ha la presunzione di dire che il mondo non va e di indicare come esso possa essere un domani migliore di quello che è oggi. pena il laceramento etico in uno stato di contraddizione permanente tra lo spazio di libertà acquisito dal soggetto e dai suoi interessi da un lato e l’orizzonte della libertà universale e del bene comune dall’altro. sul mondo e sulla natura ma anche sull’uomo in quanto divenuto oggetto («l’uomo diviene quell’ente in cui ogni ente si fonda nel modo del suo essere e della sua verità. essi ride niscono di conseguenza il concetto di identità tramite «dissociazione sistematica». dirà poi Lyotard. i postmodernisti ne contestano sistematicamente tutte le tappe e gli strumenti fondamentali. Ma i postmodernisti denunciano soprattutto il ruolo della ragione. ironizza Berlin. del tutto irriducibile al concetto di una presunta essenza generica dell’uomo (dobbiamo riuscire «a non farci assegnare un “io”» 69 ). dal quale deriverebbe un dominio totale sull’oggetto. E praticando il «sacri cio del soggetto» 68. mutevole e ibrido. «il dominio del soggetto sugli oggetti ottenuto dalle scienze e dalle tecnologie contemporanee non si accompagna né a maggiore libertà.

è soltanto il dolore per questo esistere e per questo operare»76. secondo il postmodernismo.le tutti gli uomini siano uguali. in quanto è disperso nella dimensione della particolarità.. dimostrando la propria «a nità o complicità»74 con il totalitarismo.. con l’ottima intenzione di volerlo migliorare e di voler emancipare tutti. ed è quindi conscia della propria nullità». Lo martella da tutte le parti per farlo rientrare nelle categorie della propria prigione concettuale perché vuole obbligarlo con la forza a rispettare quel piano attraverso il quale pretende ingenuamente di emancipare un’umanità riluttante. ecco che il mondo sfugge da questi schemi e si ribella. in quanto costituisce la dimensione dell’universale – «come consapevolezza dell’essenza ha soltanto la consapevolezza del suo contrario. E questo perché tale coscienza – che è «scissa entro se stessa» in un momento «che si trasmuta per molte guise». si riferisce direttamente alla scissione tra uomo e dio nell’ebraismo e al suo superamento nel cristianesimo ma è valida su un piano diverso anche per la coscienza moderna. la coscienza dell’esistere e dell’operare della vita stessa. Da qui la disperata «ascesa» della coscienza. fuoriesce dalla gabbia nella quale la ragione lo vorrebbe imbrigliare e fa resistenza. Come commenta David Harvey. E dà vita in tal modo soltanto ad una nuova costituzione del dominio. si 94 . e in un momento «intrasmutabile» che «le è l’essenza». Ed è così che di fronte alla resistenza del reale la ragione fa violenza al mondo. storia e potere La Fenomenologia dello spirito parla della «coscienza infelice» come di quella gura nella quale «la coscienza della vita. Ed è proprio in virtù di questa dialettica che. un’ascesa che è sintesi magistrale del progetto moderno. infatti. Grandi narrazioni. accusandolo di «complotto contro l’idea»73. che vuole superare la singolarità nella quale è rinchiusa per giungere alla «riconciliazione tra la sua singolarità e l’universale». la contestazione della tradizione democratico-rivoluzionaria nel suo complesso. in realtà. la «vigorosa denuncia della ragione astratta» va inevitabilmente di pari passo ad una «profonda avversione per ogni progetto che persegu[a] l’emancipazione umana universale» 75 e la condanna postmodernista del Novecento e della modernità si rivela essere. E nel momento in cui pretendiamo di applicare i nostri schemi razionali al mondo umano. Ma nella realtà gli uomini non sono a atto uguali: essi sono anzi del tutto di erenti. La gura di Hegel.

il postmodernismo si de nisce notoriamente come «l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni»79. nelle sue forme democratico-rivoluzionarie. arricchimento dell’umanità intera attraverso il progresso della tecnoscienza capitalista… salvezza delle creature attraverso la conversione delle anime al racconto cristiano dell’amore martire»80. dunque. e soprattutto presso gli intellettuali.spiegano le catastro del Novecento: l’insoddisfazione per la limitatezza della particolarità genera nella stessa borghesia. E così la ragione. anche se i singoli individui si ribellano. Sono quei racconti attraverso i quali gli uomini hanno cercato di interpretare il proprio passato. a ermando il principio dell’eguaglianza e pretendendo di realizzarla anche sul piano organizzativo. Ecco allora che bisogna ripensare il progetto della libertà umana e bisogna ripensarlo in maniera completamente diversa e “postmoderna”. i suoi stermini e i suoi “totalitarismi” – è la violenza terroristica di una ragione che. della morale»78. si intestardisce a realizzare il progetto universalistico della modernità anche se il mondo non vuole. singola. un sentimento attivo e a ermativo «che non è il risultato di una sublimazione. nel momento in cui ha preteso di obbligare il mondo e gli uomini ad adattarsi alle proprie mappe dell’universale ha dovuto fare ricorso al terrore. di una compensazione. 95 . acquisire una libertà individuale immediata. che si occupa dell’individuo speci co». emancipazione progressiva o catastro ca del lavoro (fonte del valore alienato nel capitalismo). con gioia a ermativa e senza più alcuna coscienza infelice – «gioia della molteplicità e della pluralità». intesa come «morale concreta. di una puri cazione. letture e memorie che diventano a loro volta prospettive lungo le quali costruire il futuro ma che nel frattempo funzionano come fonte di legittimazione dei discorsi nell’ambito del sapere e del potere: «emancipazione progressiva della ragione e della libertà. come abbiamo visto. di una rassegnazione. di una riconciliazione»77 –. la pretesa politica di emancipare l’umanità ma l’idea che ciascun individuo debba liberarsi da sé e debba. la coazione ad andare oltre il proprio interesse e suscita il tentativo di emancipare gli uomini su scala universale. La violenza del Novecento – le sue guerre. Nelle parole di uno dei suoi interpreti più importanti. Ma questa tensione. ha fatto a pugni con la realtà. Ed ecco di conseguenza il passaggio dalla sfera politica al «ritorno dell’etica. ride nendola come una forma di libertà rigorosamente individuale che dimentichi nalmente il risentimento e la reattività del servo nei confronti del padrone. Non più. Jean-François Lyotard.

Tutti quegli autori o scuole o tradizioni che nel corso storico si sono sforzati individuare un senso 96 . essa si serve della conoscenza organizzata in tutte le sue forme nelle scienze empiriche. È anche per questo che ancora oggi. lo spirito è “vita”. la più di usa e vituperata ma anche la più resistente delle grandi narrazioni. costituisce uno sforzo del tutto vano. quando gli uomini conquistano una comprensione razionale della storia e pongono e rinvengono in essa un signi cato umano. L’enciclopedia dell’idealismo tedesco è la narrazione della “storia” di questo soggettovita»82). L’idea della storia come un Bildungsroman. laddove in precedenza era la religione o la teologia ad inserirli nel quadro di una concezione teleologica sovrannaturale del divenire. con le quali si cerca di cogliere il senso complessivo del movimento storico in maniera sistematica. Abbiamo già visto come questo approccio possa nascere solo con l’età moderna. nel quale dalla molteplicità dei fatti abbiamo astratto un senso complessivo e unitario che ci narra il destino dell’umanità ed è riassumibile nel suo travagliato percorso di emancipazione universale 83. Dal XIX secolo in avanti. inseguendo un signi cato sia nei singoli momenti del passato. di «totalizzarla»81 e di teorizzare quale essa sia («esiste una “storia” universale dello spirito. Cerchiamo non tanto di individuare relazioni di causalità ma di comprendere se il percorso storico abbia o meno un signi cato ricostruibile nel suo complesso. a partire soprattutto da Hegel. culturali e politici del XIX e del XX secolo – che si possa narrare la storia universale con una sua coerenza e logica interna o quantomeno rintracciando in essa dei nessi de niti. noi siamo comunque abituati a concepire la storia in maniera lineare e progressiva. in pieno postmodernismo. quella del progresso. Cosa signi ca allora l’a ermazione di Lyotard secondo la quale «la grande narrazione ha perso credibilità… sia che si tratti di racconto speculativo. e questa “vita” è rappresentazione e formulazione della sua stessa natura. sia nella vicenda storica nel suo complesso. È. Cerchiamo cioè di avvicinarci al terreno storico non come ad un campo di eventi indi erenziati e irrelati ma sforzandoci di capirne il nesso. sia di racconto emancipativo»84? Signi ca che questa ricerca di senso storico. l’idea tipicamente moderna – e condivisa da tutti i grandi movimenti intellettuali. noi ri ettiamo su quanto è avvenuto e non ci limitiamo ad elencare gli eventi che si sono succeduti ma nel loro corso cerchiamo di individuare un senso. di comprendere se in esso esista una direzione de nita. cominciano poi a di ondersi le loso e della storia.Di fronte alla storia. la concatenazione.

dal punto di vista di Lyotard. all’eliminazione della «contingenza» dal terreno della storia. delle nazioni. La storia non ci parla del con itto tra servo e padrone ma è semmai il campo sterminato di una pluralità di processi. Si tratta. si può dire. tanto meno un rapporto di natura causale. di dinamiche. Il percorso dalla formazione dello Stato nazionale 97 . Non esistono percorsi storici con una propria logica e coerenza interna. Il fallimento dello sforzo teorico di comprendere la storia come una totalità si traduce così nel fallimento pratico dei grandi tentativi di dare alla storia un senso attraverso la politica. dei partiti. del fatto che in se stessa semplicemente «la storia non ha senso» 85. L’ontologia della storia non ha a atto una propria logica. sia quella socialista. un metodo che ha condotto all’«assassinio dell’istante e della singolarità»89. sia la grande narrazione progressista borghese-liberale. confermava Deleuze. Sul piano conoscitivo e soprattutto sul piano storico-politico. e dunque «l’idea di una storia come processo unitario si dissolve» 86. perché. Ma nell’approccio di Lyotard e dei postmodernisti non si tratta di operare una critica della ragione storica. umano e non umano.compiuto hanno fallito sul piano teorico e sul piano pratico. a monte. alla carne cina e soprattutto all’Olocausto. Tantomeno quella logica progressista o in chiave di emancipazione attraverso la quale è stata interpretata dal liberalismo democratico e dal socialismo. non sono state in grado di realizzare quel progresso dell’umanità che pure hanno così a lungo promesso ma nel XX secolo hanno semmai realizzato l’esatto contrario. Non si tratta cioè solo della di coltà teorica di comprendere il senso unitario della storia a causa della limitatezza cognitiva strutturale della nostra ragione o dell’impossibilità pratica di darle uno sbocco. ma sono dominati in gran parte dalla casualità e dalla eventualità delle cose: «l’universo non ha scopo… non ci sono ni in cui sperare né cause da conoscere»88. collocandole sotto l’idea di una storia universale dell’umanità?»87: non è possibile narrarne il senso complessivo per il semplice fatto che questo senso non c’è. Per eccessiva bramosia di un lieto ne. l’azione degli Stati. come ancora oggi viene registrato nel nostro modo retrogrado di fare storia e storiogra a. «Possiamo oggi continuare a organizzare la ridda degli eventi che ci giungono dal mondo. questo sforzo di narrare la storia e di portarla a compimento ha semmai condotto all’orrore della guerra. di una molteplicità di percorsi che spesso non hanno tra loro alcun rapporto. non ha alcun signi cato. come le vicende del Novecento dimostrerebbero.

E non potendo farne a meno. Impedire che «il punto di vista sovrastorico»94 possa «dissolvere l’avvenimento singolare in una continuità ideale». salvezza dell’umanità tutta intera»90 –. Mentre nella prospettiva delle grandi narrazioni ci riferiamo a nazioni. è in questo senso un’illusione ottica. per tornare all’esempio fatto prima. Ecco che.alla democrazia moderna. anche la nostra vita individuale non ha un senso de nito ma cambia ogni volta che scegliamo. ancora una volta. quel grande corso storico che siamo abituati a concepire come la storia universale non è che una miriade di percorsi individuali. secondo un’intenzione che. sguazza addirittura. legata al fatto che siamo disperatamente costretti a cercare un senso nelle cose. della libertà dell’individuo. con un suo obiettivo e una sua nalità – «libertà universale. classi sociali. Noi individuiamo un cammino di senso compiuto. Il campo storico e sociale è dunque il terreno di una pluralità di centri di forza e percorsi che hanno natura individuale e non c’è in essi un senso complessivo che si possa raccontare a posteriori attraverso questa o quella grande narrazione: «la storia universale non conduce sicuramente “verso il meglio”… e non ha necessariamente una nalità universale»95. ha trovato ripetutamente in Nietzsche il proprio archetipo96. volendo portare questo discorso alle estreme conseguenze. a un livello ancora più elementare. e nelle loso e della storia addirittura all’umanità nel suo 98 . È chiaro che rispetto all’approccio progressista viene qui portato in primo piano il ruolo della scelta individuale. come spiega ancora Harvey. «il postmodernismo galleggia. salvare l’evento in quanto «inizio». di scelte singolari di fronte alle quali ognuno di noi momento per momento è posto. come già da tempo sosteneva l’individualismo metodologico di von Mises e Hayek91. così che ad ogni decisione noi diamo una direzione diversa alla nostra esistenza. nel «gioco consolante dei riconoscimenti». Bisogna «salvare l’istante dall’assuefazione e da ciò che è già connotato»93. «la meraviglia di ciò che arriva». sottraendo il suo «rischio singolare» alla «maschera dell’universale». ma questa non è che un’illusione prospettica. nelle correnti frammentarie e caotiche del cambiamento come se oltre a queste non ci fosse null’altro» 92. ne distorciamo la lettura e immaginiamo che ci sia un disegno compiuto dove non c’è che una pluralità di processi spesso molto casuali e del tutto privi di teleologia. poiché ogni collettivo come lo Stato e la nazione non sono alla ne che un insieme di individui. Stati. Anzi. Per certi aspetti. E dobbiamo così far «risorgere l’avvenimento» inteso come «Entstehung». manipoliamo i dati.

nasconde la presunzione della ragione storiogra ca. dialettica e potere È nel palinsesto televisivo che troviamo. Ma ogni gesto de nitorio è in fondo un atto di tracotanza: gerarchiz- 99 . Storiogra a postmoderna. trae le conseguenze Lyotard. forme e generi diversi sono collocati tutti sullo stesso piano e cioè sul piano di assoluta super cialità della «post-istoricità»101. Storie di ciò che è frastagliato. se è vero che «la cultura è l’attività generica dell’uomo»99. imponderabile. con l’e etto paradossale di ripetere. tipica delle grandi narrazioni e del pensiero forte. Anzi. La storia. Da una storia dei grandi collettivi. il quale «sembra che sarà condannato… a rimanere particolare» e a cercare perciò «un altro modo di pensare e di agire» rispetto all’orizzonte universalistico della modernità. a una molteplicità di storie possibili di ciò che ha a sua volta una pluralità di sensi irrelati. dal punto di vista postmoderno queste a ermazioni non hanno alcuna consistenza (tanto più che i «moderni Stati-nazione» diventano solo «un fattore di opacità e di “rumore”» facilmente aggirabile nelle condizioni de nite dal nuovo statuto assunto dal sapere informatizzato97): il genere umano si dissolve già in partenza nella pluralità di singoli individui. si tratta pur sempre di «un’attività selettiva» il cui «scopo nale» è «l’individuo» e che pertanto «implica la soppressione della genericità stessa». di voler astrarre un senso in ciò che accade e di coordinare gli eventi lungo delle coordinate cartesiane. le posizioni ultranominalistiche di un autore come Oswald Spengler. al genere umano come soggetto del divenire. Del resto. sebbene con intenzione soggettiva diversa.complesso. per tanti aspetti. momento epifanico di una serie di eventi senza ragione. perché già questa selezione. Se «la storia umana come storia universale dell’emancipazione non è più credibile». per il quale la storia dell’«umanità» non è alla ne nient’altro che un «zoologisches Geschehen»100. la volontà gerarchizzante di individuare alcuni livelli più profondi di realtà. allora «bisognerà rivedere lo statuto del noi»98 e cioè del soggetto. non è che una collezione di accadimenti e nessuno può stabilire che uno sia più importante o decisivo dell’altro. il modello idealtipico della storiogra a postmoderna: là dove contenuti. ognuno dei quali segue un percorso singolarissimo che non può essere coordinato e sintetizzato a quello degli altri. dunque. la realtà. sostiene Gilles Deleuze. a una storia dell’individualità.

È un atteggiamento nei confronti della storia che si trova ad esempio in Gilles Deleuze. in questa «serie di presenti puri e irrelati nel tempo». signi ca in primo luogo l’idea del movimento storico: l’idea che la storia c’è e si muove. stiamo operando violenza verso la storia e la realtà. un senso. laddove dovremmo accontentarci di una presa d’atto della pluralità degli «eventi inaugurali»102 dei quali il corso storico si compone. categorizzando i fatti. il quale è diventato uno dei principali punti di riferimento loso co del postmodernismo e che di questa tendenza ha posto in anticipo le basi teoretiche già nel 1962. ponendo una scala di valori tra essi. Spiace dirlo ma è in Walter Benjamin. Ognuno di noi scelga poi liberamente il proprio percorso in questa «vasta collezione di immagini… spogliata di ogni storicità»103. nel Benjamin che anche a partire da Nietzsche si fa interprete della storia e fautore di un nuovo atteggiamento storiogra co – «la concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto. di un grossolano falso storiogra co presentato programmaticamente ai lettori come i Diari di Mussolini (veri o presunti) (sic!) – e il dibattito surreale che prosegue anche dopo la presentazione di prove scienti che che ne demoliscono ogni autenticità – è un esempio particolarmente raccapricciante di questo approccio postmoderno alla storia104. con il suo libro su Nietzsche e la loso a. che troviamo probabilmente una delle radici che hanno favorito la di usione di questa distorsione. Deleuze contrappone qui Nietzsche a Hegel – e dunque a Marx e alla tradizione loso ca e politica hegelomarxista –. un obiettivo. c’è una dinamica dell’oggettività che manifesta una propria direzione. E dialettica.zando. La critica dell’idea di questo processo deve costituire la base della critica dell’idea di progresso come tale»105 –. La paradossale vicenda della pubblicazione. che essa è un processo in divenire. C’è anzitutto una dialettica della realtà. E noi possiamo comprendere questo senso non perché lo imprimiamo alla realtà dall’esterno ma perché il 100 . della storia: le cose si muovono da sé mediante il loro urto. ma senza pretendere che la propria proposta interpretativa sia superiore o più legittima rispetto a quella degli altri. contrapponendo a loro volta l’idea di di erenza a quella di dialettica 106. Ma dialettica è anche l’idea che questo processo possa essere compreso nel suo senso ultimo attraverso il concetto. almeno in quella parte del suo signi cato che qui Deleuze mette in evidenza e contesta. da parte di un editore italiano dalle pur solide tradizioni.

mentre dal con itto tra borghesia e proletariato nasce poi la democrazia moderna. inoltre. Più in particolare. che può essere sacri cato in qualunque momento. l’«idea di più cose.movimento della realtà rivela lo stesso andamento dialettico del nostro pensiero. che è sin dall’inizio teso teleologicamente all’emancipazione del servo. rispetto al quale esso è solo un ingranaggio senza autonomia. di un “questo e poi quello” per la medesima cosa». «l’idea pluralistica di una cosa a più sensi». contro quella «opposizione dialettica» con la quale «Hegel volle ridicolizzare il pluralismo». In Hegel e Marx c’è dunque una corrispondenza tra la nostra razionalità e il movimento immanente alla realtà e alla storia. la rappresentanza e così via. l’individuo viene perciò inevitabilmente riassorbito. Per questo motivo. scegliendo «l’a ermazione di erenziale». l’idea di dialettica – che è in fondo il prototipo logico delle Grandi Narrazioni – viene respinta nettamente e il rinnovamento della loso a auspicato da Deleuze deve sostituirla con l’idea di «di erenza»110. gli «e etti totalitari» che questo «modello totalizzante» ha generato «nei paesi comunisti». Secondo Hegel e soprattutto Marx. il quale concresce proprio in inscindibile relazione con la realtà stessa. proletario o borghese. secondo Lyotard. esso conta solo in quanto si riferisce all’uno o all’altro dei termini che costituiscono la contraddizione di volta in volta vigente e cioè solo in quanto è borghese o aristocratico. un «”soggetto conciliato”»108. un salto di qualità e un’accelerazione del tempo. Un ingranaggio. È quanto dimostrano. dalla cui negazione reciproca scaturisce una crisi. secondo Deleuze. dove persino le lotte sociali «sono state semplicemente private del diritto all’esistenza»109. Il ruolo dell’individuo nella dialettica si riduce perciò a quello di un elemento inessenziale nell’ambito di un movimento storico di tipo oppositivo. che è «molteplice e pluralistica». qualora la logica della contraddizione e dello sviluppo dialettico. E così dal lungo con itto tra borghesia e aristocrazia nasce il mondo storico-politico dell’800. sviluppando a partire da essa le proprie categorie logiche 107. nel linguaggio di Vattimo. secondo con itti oppositivi tra posizioni diverse. Attraverso l’idea di dialettica. da una dinamica che è molto più grande di lui e si ritrova ad avere un signi cato storico solo in quanto elemento di questa dinamica. la dialettica della storia si muove secondo contraddizioni oggettive. lungo una direzione della storia che coincide con il progetto emancipativo della modernità. con il parlamento. inoltre. lo richieda. La realtà non è un terreno ordinato secondo una logica oppositiva immanente e nemmeno lo spazio dell’emancipazione universale ma è 101 .

Ogni ente. è di erente da tutti gli altri e va apprezzato in questa propria individualità e in questa propria di erenza. Esso è la supremazia che la classe dominante sul piano economico riesce ad ottenere anche sul piano politico e che viene esercitata nei confronti delle altre classi sociali. Questo comporta il fatto che per rompere il dominio dello Stato. per rompere il blocco di potere vigente. per Foucault è infatti decisivo il problema della libertà individuale nei confronti dello Stato e dei suoi meccanismi di controllo e disciplinamento. al punto di riprodurlo in forme nuove nel momento in cui viene messa in pratica. ma soprattutto ogni individuo. così come lo Stato monarchico era l’organizzazione del potere dell’aristocrazia. Nella nuova impostazione loso ca che vuole superare la tradizione hegelomarxista. considerandolo come una critica del tutto falsa. il lavoro dell’opposizione cessa e incomincia il gioco della di erenza» 111. lo Stato borghese. dal primato dell’economia. Lo Stato moderno. dello Stato. almeno in una fase 102 . Debbano dunque abbattere lo Stato borghese tramite la lotta di classe e costruire. il potere politico nasce per via diretta dal potere economico. E il medesimo atteggiamento si trova con parole diverse anche in Michel Foucault – un altro autore che diventerà un punto di riferimento sia della sinistra estrema che del postmodernismo – a proposito del concetto di potere. esso conta dunque di per sé e non più in quanto elemento di un’opposizione. e in generale per il suo studio dell’oppressione degli individui nelle istituzioni totali. sostanzialmente analoga alla concezione liberale e dunque complice del potere moderno. le classi subalterne debbano uni carsi in un collettivo. Anche per le esperienze maturate nell’ambito della psichiatria e delle carceri.il campo di esposizione di in nite di erenze singolari e irrelate. «gioco guerresco… a ermazione e gioia della distruzione». Egli contesta perciò il ruolo che la modernità ha conferito allo Stato ma contesta in misura non minore la visione marxiana del potere. Lo sguardo di erenzialista consentirebbe così quella valorizzazione delle peculiarità individuali che lo sguardo dialettico ha invece a lungo represso: «sulla soglia dell’essere il negativo svanisce. del rapporto tra individui e collettivi. combattere ed emanciparsi dalla tutela della borghesia. è perciò l’organizzazione politica del potere della borghesia. Secondo la vulgata marxista alla quale egli in e etti fa riferimento 113. per cui il potere dello Stato è espressione pressoché immediata della forza economica di una classe sociale e si con gura di fatto come il dominio di una classe sull’altra. Contesta cioè «l’economicismo nella teoria del potere»112.

transitoria, una nuova forma di Stato come espressione della nuova forma di potere che si è imposta, la dittatura del proletariato, riproducendo in tal modo il dominio sull’individuo. Ma secondo Foucault «non c’è, all’origine delle relazioni di potere, e come matrice generale, un’opposizione binaria e globale fra i dominanti e i dominati»114. Il potere non è o non é soltanto il potere di una classe sull’altra: esso è qualcosa che si genera in tutte le forme di relazioni umane a tutti i livelli, «una rete produttiva che passa attraverso tutto il corpo sociale» 115, così che «all’interno della società» si esercitano «molteplici forme di dominazione» ai più svariati livelli: c’è potere dappertutto – in una relazione di coppia, nella famiglia, nelle istituzioni educative… – perché esso ha una natura essenzialmente «micro sica»116. Se dunque il potere è di uso e disseminato, se esiste un micro sica del potere, allora la liberazione non passa necessariamente per la lotta politica delle classi e dei popoli subalterni contro quelli dominanti e non è costretta ad assumere la forma emancipazionista della volontà rancorosa del servo. La liberazione non riguarda in primo luogo la classe o la nazione ma riguarda semmai ciascun individuo. Il quale ora può liberarsi immediatamente e ovunque, in ogni momento e in ogni piega della società, il cui potere va contestato e sovvertito non solo e non tanto sul terreno dell’economia o della politica ma su quello della libertà individuale e dei diritti civili. Di conseguenza, l’orizzonte della liberazione non è quello della rivoluzione o delle barricate, che porta alla ne a costituire un nuovo «apparato di Stato, con gli stessi meccanismi di disciplina, le stesse gerarchie, la stessa organizzazione dei poteri»117 dello Stato borghese, come è avvenuto con il leninismo e con l’«esperienza sovietica». Questo orizzonte è invece quello in cui ognuno deve prendersi la libertà che è in grado di prendersi a partire da una «molteplicità di punti di resistenza» 118, punti che sono «mobili e transitori» e attraversano tanto «le strati cazioni sociali» quanto le «unità individuali»: «tutti quelli su cui il potere si esercita… possono entrare in lotta là dove si trovano ed a partire dalla loro attività (o passività)»119, dando vita ad «una lotta speci ca contro la forma particolare di potere, di costrizione, di controllo che si esercita su di loro». Ogni individuo deve cioè iniziare un percorso di liberazione nella famiglia, nel rapporto tra uomo e donna, nelle diverse istituzioni educative, confrontandosi con le forme di discriminazione, oppressione o condizionamento che di volta in volta incontra. Senza pretendere di

103

rovesciarle dialetticamente ma per trovare una possibile libertà a partire da «resistenze che sono… possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concertate, striscianti, violente, irriducibili, pronte al compromesso, interessate o sacri cali»120 e non sono dunque mai sussumibili sotto una «totalizzazione teorica»121. È in questo senso che, come dirà Gianni Vattimo sostenendo posizioni analoghe, «non c’è una liberazione al di là delle apparenze, in un preteso dominio dell’essere autentico»122 ma c’è semmai «libertà come mobilità tra le “apparenze”». Rovesciamento del postmodernismo: dall’“individualismo” al primato della forza In tutti questi esempi, in Lyotard come in Deleuze e Foucault, è manifesta la volontà di un notevole ridimensionamento delle ambizioni rispetto alle aspirazioni politiche della modernità. La dimensione universalistica e rivoluzionaria del progetto moderno, l’idea di un percorso collettivo di costruzione ed emancipazione del genere umano, in perenne tensione con ittuale con il risveglio della soggettività e dei suoi interessi particolari, viene messa in discussione e l’idea di libertà viene ora interamente centrata sull’individuo e le sue immediate circostanze. Poiché deve rivolgersi a dei collettivi al ne di conseguire un’emancipazione generalizzata e organizzata – «Dio, lo spirito oggettivo, l’umanità, la cultura, o anche il proletariato…»123-, proprio questa tensione universalistica nirebbe infatti per rovesciarsi nell’oppressione totale sull’individuo. Il quale – nell’idea hegeliana, condivisa secondo Lyotard persino da Habermas, della «costituzione di una unità socioculturale in seno alla quale tutti gli elementi della vita quotidiana e del pensiero trovano posto come in un tutto organico»124 – risulta essere sempre e sistematicamente sacri cabile, e spesso anche su vastissima scala, in nome del benessere dello Stato, della nazione, della razza e persino della classe come dello stesso genere umano. Le vicende del Novecento, come abbiamo visto, sarebbero in qualche modo emblematiche di questa catastrofe dell’emancipazione reattiva. Ma è proprio vero che è stata l’idea rivoluzionaria della libertà universale a condurre il XX secolo a questo esito? Oppure la libertà individuale è stata coartata per ragioni diverse, magari perché quella promessa di libertà universale non è stata portata no in fondo, perché è stata posta ma non mantenuta oppure ancora distorta e usurpata? È davvero la

104

dimensione universale della libertà il problema o piuttosto il fatto che questo a ato universalistico, pur rivendicato con tanta enfasi, non si sia e ettivamente realizzato o si sia realizzato solo in parte o in maniera incoerente e troppo spesso strumentale? E se il problema fosse davvero la libertà universale, è poi possibile pensare una libertà individuale – la mia libertà, la tua libertà – al di fuori della libertà di tutti e addirittura in contrapposizione a un’idea universale di libertà? È possibile concepire un progetto di emancipazione individuale che, al contrario di quanto ha cercato di fare la modernità, sia completamente sganciato da un percorso di liberazione collettiva e non sia dunque in qualche modo messo in relazione all’idea di eguaglianza? C’è veramente contraddizione tra queste due cose, oppure il postmodernismo, pur muovendo dalle migliori intenzioni, nel tentativo di salvare la libertà individuale nisce per ottenere un esito opposto e per complicare ulteriormente le cose, equivocando l’idea di libertà nell’ambito dell’età moderna, indebolendola e precludendosene ogni realizzazione per il futuro? Cominciamo a sospettare che, nonostante gli ottimi propositi e la grande convinzione ostentata, nel discorso postmodernista e nella sua esaltazione di una libertà individuale immediata ci sia qualche problema. E questo non perché il postmodernismo si so ermi a mostrarci gli aspetti più negativi della modernità e sia dunque responsabile di lesa maestà. E ettivamente, il bilancio postmodernista del Novecento presenta anche aspetti inconfutabili. È innegabile che nel corso di questo secolo siano avvenuti orrori e catastro che avrebbero anche potuto essere evitati, così come è innegabile, più in generale, che il progetto moderno di emancipazione comporti in sé dei rischi anche estremamente gravi: è a partire da questa consapevolezza, come è noto, che già prima del postmodernismo si erano sviluppate le analisi critiche di Adorno e Horkheimer125. Pensiamo a quella forza potentissima del nostro tempo che è la scienza. È di cile contestare il ruolo che lo sviluppo della scienza e della tecnica hanno avuto nel corso dell’età moderna e che ancora hanno ai nostri giorni. La nostra stessa vita quotidiana non sarebbe pensabile e nessuno di noi potrebbe ritenere di fare a meno di quegli strumenti e di quelle conoscenze che esse ci hanno messo a disposizione. Oggi noi viviamo una vita media 80 anni mentre agli inizi del secolo la sua durata era molto più limitata e questo ci fa capire quale aumento della qualità della vita, oltre che della sua quantità, la scienza abbia comportato per noi. Però sappiamo al tempo stesso che la scienza moderna ci mette a

105

non ci induce però a respingere l’atteggiamento scienti co. Per non parlare della presenza inquietante e sempre più invasiva della guerra verso altre nazioni. nel momento in cui il benessere occidentale è messo in discussione dalla pressione della povertà o dallo spettro razziale dell’Eurabia. La stessa dinamica dialettica potrebbe essere richiamata a proposito dello Stato moderno. nella sua costruzione e a lungo anche nel suo funzionamento concreto. più in generale. Ci obbliga. a comprenderne la natura intrinsecamente dialettica. al di fuori di un sistema codi cato di regole e procedure condivise che fornisca una norma agli interessi particolari? Non è lo 106 . come aveva messo in evidenza anche Günther Anders126. ci ha messo nelle mani un potere di distruzione. semmai. comporta cioè degli elementi di polizia anche feroci: basti pensare alle politiche di discriminazione adottate nei confronti dei ussi migratori. ha comportato forme anche inaudite di sopra azione. Ma – chiediamoci – sarebbe più garantita la libertà di ciascuno di noi al di fuori di questa forma politica e. oppressione e violenza nei confronti di chi si opponeva alla sua costituzione ma anche nei confronti dei propri stessi cittadini. che rivela nell’«utopia di Bacone» un inquietante elemento di «dominio».disposizione strumenti di distruzione di massa quali mai sono stati escogitati nel corso della storia umana. Esso. Dalle poor laws descritte da Marx nel Capitale alla mobilitazione totale delle società civili nella Prima e nella Seconda guerra mondiale sino alle attuali guerre “umanitarie”. ancora oggi lo Stato moderno comporta tutta una serie di aspetti coercitivi che sono evidenti e in questi ultimi anni persino in crescita. una funzione che anzi oggi viene rilanciata già mediante il ruolo crescente che la ricchezza torna a ricoprire nella sfera pubblica dopo la crisi dei partiti di massa in Occidente. Tant’è che nel XX secolo quella stessa scienza che ha debellato malattie endemiche prima incurabili. con una risposta che sarebbe non solo impraticabile ma ancora più illogica e inconcludente. Né è del tutto cessata la funzione di dominio di classe dello Stato borghese. quella stessa scienza che ha nalmente fatto uscire dal sottosviluppo e dalla miseria miliardi di uomini e donne. che potrebbe annientare ogni forma di vita un numero inde nito di volte. La compresenza di questo elemento di assoluta mancanza di razionalità o di «ratio estraniata»127. gli esempi potrebbero essere innumerevoli. a indagare il contesto oggettivo nel quale lo sviluppo scienti co si colloca e a porre il problema del controllo razionale (e sociale) di tale sviluppo e dell’attività di ricerca che gli sta a monte. il potere atomico.

Stato moderno. allora: già «il concetto stesso»131 del pensiero moderno-illuministico nonché le «forme storiche concrete». operando da un lato per promuovere al loro interno e al loro esterno equilibri più avanzati che garantiscano condizioni di convivenza sempre meno con ittuali e sempre più cooperative e. quel luogo che ha consentito passo in avanti decisivo che è stato l’emancipazione della servitù della gleba? E come difendere oggi i diritti conquistati a fatica dai lavoratori in 150 anni di lotte se non richiamandosi a quelle leggi delle quali proprio lo Stato dovrebbe assicurare il rispetto e delle quali i più diversi comitati d’a ari vorrebbero liberarsi? E come regolare diversamente i rapporti tra le diverse nazioni? Si tratta allora di rimuovere ogni forma di organizzazione statale o piuttosto di comprendere i rapporti di forza sociali e geopolitici che alle sue diverse forme possibili soggiacciono. dunque. che è anch’esso un progetto dialettico il quale implica una intrinseca «duplicità»129: esso mira all’emancipazione del genere umano ma tale aspirazione. dall’altro. E però al tempo stesso. di far sì che esso «acco[lga] in sé la coscienza di questo momento regressivo» e dell’«aspetto distruttivo del progresso». di uso inopinato della forza e di dolore umano. ad una continua «lotta tra emancipazione e deemancipazione»130. essendo oltretutto un campo di battaglia tra tendenze diverse. secondo Adorno e Horkheimer. Pur senza nasconderci la dimensione negativa della modernità. non è così scontata e non è nemmeno scevra da rischi ed è semmai continuamente connessa. contengono in qualche modo in sé «il germe di quella regressione che oggi si veri ca ovunque». un bilancio obiettivo del suo signi cato storico dovrebbe rifuggire da ogni manicheismo. il fatto che essa – come tutti i grandi processi storici – abbia comportato ricadute anche mostruose in termini di violenza. le «istituzioni sociali a cui è strettamente legato». come abbiamo visto. semmai. e sappia perciò fronteggiarli con lucidità senza abbandonare «ai suoi nemici» la loro denuncia. È vero. Il Novecento così spesso criminalizzato è stato senz’altro il secolo di due guerre mondiali e di spaventosi genocidi. «la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico» e dunque si tratta non di negare quest’ultimo in maniera indeterminata ma. per favorire nuove clausole di protezione nel rapporto tra il potere costituito e coloro che sono ancora esclusi128? Ma un analogo atteggiamento critico andrebbe sollecitato allora nei confronti del progetto moderno nel suo complesso. Ma se guardiamo la realtà con sguar- 107 . come ha notato in passato Domenico Losurdo.

E se risaliamo al periodo che precede l’età moderna il quadro non migliora a atto e l’intera storia dell’umanità diventa. Esso era semmai una meta molto più lontana di quanto non sia oggi. La modernità ha certo comportato prezzi altissimi e ingenti ricadute negative. per chi si ferma alla sua super cie. Il Novecento 108 . La storia rimossa del colonialismo europeo. dunque. Nel suo sforzo rivoluzionario di emancipazione.do storico-politico dialettico. Non è che prima del Novecento e delle sue rivoluzioni. ci accorgiamo che nei secoli precedenti le contraddizioni in campo nella società civile e nel rapporto tra questa e il potere erano ancora più gravi e notiamo che massacri e genocidi sono stati perpetrati in passato su una scala ancora maggiore. invece. il rispetto della libertà individuale fosse più di uso di quanto sia avvenuto nel secolo appena concluso. la carestia e la morte per inedia. Ma nel suo sforzo di formalizzazione del con itto e di emancipazione universale essa ha rappresentato un progresso netto per l’umanità. ad esempio. è la storia di massacri e genocidi che sono rimasti spesso sconosciuti. Noi viviamo oggi. fatte le debite proporzioni. Nel corso di tutta la propria storia. perché la condizione dominante è stata a lungo quella della schiavitù e del non riconoscimento reciproco e la maggioranza degli uomini e delle donne ha vissuto per millenni in una condizione di sottomissione. sino al rischio dell’«autodistruzione»133. è la storia di popolazioni cancellate dalla faccia della terra e delle quali non è rimasta alcuna traccia perché non hanno avuto storiogra neonietzscheani o nuovi loso in grado di riscattarli. Prendiamo ancora una volta l’idea politica forse più elementare di tutte: l’aspirazione ad emancipare gli uomini e le donne dalla miseria. di classe e di genere – che hanno caratterizzato l’intera storia dell’umanità. il teatro dell’assurdo di una violenza cieca e senza senso132. tant’è che nella nostra memoria profonda è inscritto il retaggio di millenni di sottosviluppo e paura verso il «terzo cavaliere»135. in una società nella quale il problema della sussistenza è stato in gran parte risolto. essa fornisce per la prima volta il terreno per il «superamento delle tre grandi discriminazioni»134 – di razza. tant’è che gli stessi genocidi del colonialismo possono essere oggi minimizzati – in particolare dagli apologeti della tradizione liberale – proprio con l’argomento dell’immaturità del progetto moderno durante il periodo coloniale e di una sensibilità morale che in quella fase era ancora largamente premoderna. e in particolare nel corso del Novecento. l’umanità si è dovuta confrontare con la fame.

pretendano il riconoscimento e approdino nalmente al progetto moderno – oppure il fatto che non ci sia ancora riuscita? Che l’idea di eguaglianza universale rischia di mettere a repentaglio la libertà individuale o che questa eguaglianza non si sia veramente realizzata. ghettizzandole in un’opaca diversità» 136. di eccesso di ricchezza. posizioni come quella di Heidegger. selettivo e distorto: in maniera di usa nel’Occidente ricco e sviluppato – ma anche qui con notevoli squilibri 109 . il fatto che la modernità si sia proposta di emancipare tutti gli uomini dalla fame e dalla carestia – e che nuovi paesi e continenti. popoli colonizzati. tanto che questo ritardo comporta ancora oggi uno spreco in termini di morte e disperazione? In realtà. «il pensiero postmodernista esclude immediatamente [le voci degli esclusi: donne. in altre parti ancora oggi migliaia di bambini muoiono di fame ad ogni giro di orologio e la durata media della vita è ancora molto bassa. disoccupati. che i postmodernisti faranno proprie – «con quanta maggior decisione viene intrapresa la caccia volta a imbrigliare le gigantesche energie che consentiranno di coprire per sempre il fabbisogni energetico dell’uomo sulla terra. In altre parole. giovani] dall’accesso a fonti di potere più universali. nonostante le ambizioni rivoluzionarie novecentesche. Ma lo straordinario sviluppo che si è avuto dagli inizi del XX secolo sino ad oggi. Mentre enormi aree del globo soltanto negli ultimi anni hanno avuto accesso a livelli crescenti del benessere. al contrario di quanto si pensa. si è realizzato a vantaggio pressoché esclusivo di una sola parte del mondo. esso rimane tuttora letteralmente «incompiuto»138.è anzi il primo secolo nel quale la carestia è stata debellata. Se lette a partire da queste considerazioni. Qual è dunque il problema. a partire dalla Cina a lungo calpestata. Come ricordava Habermas. Rimuove il fatto che esso è stato realizzato in modo molto parziale. di sovraccarico di merci che non riusciamo a consumare in nessun modo e che provocano crisi distruttive come quella che proprio in questo momento è in atto. uno sviluppo che ha cambiato radicalmente la storia e che è forse molto più grande di quello avvenuto in tutti i millenni precedenti. tant’è che abbiamo spesso problemi di sovrabbondanza. non si è a atto realizzato nella sua compiutezza. minoranze etniche e razziali. tanto più misera diviene la capacità dell’uomo di costruire e di abitare nell’ambito di ciò che è essenziale»137 – risultano di un populismo e di un etnocentrismo esasperante. il postmodernismo non comprende o non vuole comprendere che il progetto di emancipazione moderno.

come diceva Habermas a proposito di Adorno e Horkheimer. all’incapacità di questa epoca storica – a causa del 110 . Lungi dall’aver trovato il suo coronamento. il manifestarsi di questo universalismo falso e aggressivo non può essere denunciato diversamente che a partire dal richiamo ad un universalismo pieno e coerente e cioè a partire dal progetto moderno nella sua integralità. Queste «aporie»140 sono ben presenti. Nella sua ossessione di esorcizzare ogni istanza di rivoluzionamento del reale. Ma nel contestarle il postmodernismo trascina nella propria condanna la modernità in quanto tale. il postmodernismo condanna invece la modernità nella sua totalità. per legittimare la divisione tra spazio sacro della libertà e spazio profano privo di nomos. o alla concezione interventista della democrazia. come la storia della loso a sa già sin dalla prima metà del Novecento. molto meno o per niente in quelle parti del mondo la cui povertà è funzionale alla ricchezza dell’Occidente. della quale Lyotard è pure consapevole139). Ma contraddizioni nelle quali. E pur essendo costretto a farvi continuo riferimento utilizzandola come termine di paragone. senza discriminare le diverse e anche opposte spinte e controspinte che se ne contendono il terreno. da Wilson no a Obama. il progetto moderno di emancipazione e riconoscimento nei suoi fondamenti. si camu ano molto spesso tramite quel richiamo all’universalità della quale l’Occidente ha preteso di farsi al ere e la cui esportazione manu militari si fa forte della coscienza morale moderna (pensiamo al richiamo ai diritti universali dell’uomo come premessa dell’ingerenza “umanitaria”. il postmodernismo rinuncia alla negazione determinata e compie in tal modo un errore gravissimo. Contraddizioni che. Pena la caduta nel cinismo e nell’empirismo volgare di chi non sfugge all’alternativa tra idealismo aggressivo e politica di potenza. nel progetto moderno permangano perciò irrisolte enormi contraddizioni. l’aspirazione autentica all’universalità dall’uso strumentale che di questa viene fatto. è vero.–. «quanto l’Illuminismo ha compiuto nei confronti del mito». in nome del ri uto totale di una modernità concepita meta sicamente «nel suo complesso»142 come un’epoca omogenea e indi erenziata. Al contrario. Non vediamo qui applicato ri essivamente «al processo dell’Illuminismo»141. non è in grado di distinguerne la dimensione positiva ed emancipativa dalle componenti negative. E lo compie perché la crisi della libertà individuale nel corso del Novecento non è dovuta alla carica universalistica della modernità ma semmai alla sua distorsione. già sul piano logico.

Contestando questo progetto in quanto tale. a quella situazione nella quale vige unicamente la legge del più forte. classi. ma il suo individualismo 111 . L’a ermazione della libertà individuale. comunità di carattere reattivo»143 che prendono il posto dell’«individuo sovrano»: con l’auspicio di valorizzare l’individuo.prevalere degli interessi particolari dei gruppi sociali in con itto o di determinate aree geopolitiche e per via delle pesanti clausole d’esclusione e mancato riconoscimento che ancora su di essa gravano – di attingere no in fondo una forma di universalità reale. consapevole e organizzata. possiamo anche ritenere di essere liberi ma – nei rapporti sociali come in quelli tra le nazioni – abbiamo in realtà posto le premesse per un ritorno allo stato di natura. di voler valorizzare la libertà individuale contro la libertà universale. associazioni. Nel momento in cui si spezza il nesso moderno tra libertà individuale e libertà universale. di quel contesto che esattamente la modernità ha elaborato come un progetto di emancipazione collettiva. nel momento cioè in cui la nostra libertà individuale viene ripensata come una libertà assoluta. il postmodernismo. Rinunciando ad ogni prospettiva di trasformazione del reale. ognuno libera se stesso nella misura in cui ne ha le forze e ognuno si prende tutte le libertà che può. nisce per sancire il potere di pochi e la libertà dei pochi sui molti. con tutta la sua serenità e leggerezza. ecco che le buone intenzioni del postmodernismo si rovesciano e la pretesa di liberare individualmente ogni uomo nisce per legittimare la guerra di tutti contro tutti. non c’è più argine al dilagare di quegli interessi particolari che la modernità aveva sì stimolato ma ai quali aveva anche cercato (spesso senza riuscirci) di imporre una regola subordinandoli al progresso generale. Chiese. il postmodernismo nisce in realtà per mettere a repentaglio quella stessa libertà individuale che pure a erma essergli tanto cara. Il risultato nisce così per essere l’opposto di quello che il postmodernismo stesso si proponeva di raggiungere. il dominio del più forte sul più debole. Una volta che questo passo è stato compiuto. Esso pretende di rappresentare una posizione ultraindividualistica. Stati… organizzazioni sociali. infatti. Se la libertà individuale si compie al di fuori della libertà di tutti. deve insomma essere sempre pensata all’interno di un contesto generale. e non solo il suo lato oscuro. in sé legittima. È inutile a questo punto prendersela con «razze. immediata e viene sganciata dalla libertà degli altri. popoli. a ermando – senza più i sensi di colpa indotti dall’aspirazione all’universalità – la propria libertà anche contro quella degli altri.

In tal modo. Essa. Che ne è allora della libertà individuale? Vale adesso la libertà individuale di un solo individuo o di pochi ma la libertà individuale di tutti viene irrimediabilmente compromessa. E il presunto individualismo postmoderno si rivela essere. E nel mondo capitalistico i rapporti di forza tra le classi dominanti e quelle subalterne raggiungevano il punto di equilibrio più avanzato mai conseguito no a quel momento. dando 112 . che dal terreno dei rapporti di produzione – e dunque delle relazioni sociali di produzione e riproduzione – si è andata di ondendo in tutti i settori della società. la declamazione dell’individualismo più estremo si realizza nell’oppressione più feroce dell’individualità. nella «tirannia dei moderni»146. perciò. la «dominante culturale»148. Non certo un «cambiamento di condizione sociale» 149 ma «un cambiamento nel modo in cui il capitalismo attualmente funziona» e dunque «un diverso modo di pensare ciò che si potrebbe o dovrebbe fare riguardo alla condizione sociale». come ha spiegato Fredric Jameson. Giungeva al proprio apice in quegli anni l’ultima tappa delle lotte operaie iniziate nel secondo dopoguerra. «il ri esso e la concomitanza di un’ennesima modi cazione sistemica del capitalismo».o antimoderne nella retorica radicale della sovversione di ogni norma costituita. quello della quarta rivoluzione industriale.dimentica di correlarsi all’«eguale dignità delle persone» 144 e si rovescia rapidamente in «individualismo antisociale». perché nel momento in cui riemerge la legge di natura l’individuo più forte si a erma ma tutti gli altri individui niscono per essere sopra atti. in realtà. In altre parole. è avvenuta in concomitanza di mutamenti più profondi e ha rappresentato l’aspetto culturale di una trasformazione più vasta. negli ultimi decenni sono certamente cambiate le nostre idee ma prima di esse è cambiata la realtà e il postmodernismo costituisce in sostanza il pendant ideologico che ha accompagnato il ciclo neoliberale iniziato a metà degli anni Settanta con la sua «utopia antipolitica»147. Nella negazione concreta di ogni individualismo. «tirannico» e «possessivo». in realtà. proprio come è avvenuto a lungo nella storia del liberalismo145. un’apologia e una legittimazione del particolarismo che camu a le proprie radici pre. Postmodernismo e restaurazione neoliberale La svolta postmoderna non nasce nel cielo delle idee. Esso costituisce cioè.

Una rivoluzione tecnologica di portata storica. apriva poi scenari nuovi. La sostituzione dell’economia produttiva con il terziario e una nuova ondata di nanziarizzazione del capitale cominciava a segmentare la classe lavoratrice. insieme ad una nuova esigenza di decisionismo nei rapporti tra esecutivo e legislativo. si avviava al proprio compimento anche il processo di decolonizzazione. con l’implementazione dell’informatica. l’uso massiccio della delocalizzazione. Cominciava l’applicazione di politiche economiche neoliberiste. quando si apriranno le prime brecce nella circolazione internazionale dei capitali. dando spazio alle derive neobonapartistiche che tutti oggi possiamo constatare. Sono cose note e più volte analizzate151. con la liberazione nazionale degli ultimi paesi ancora politicamente sottomessi alle ex grandi potenze. Le ritorsioni padronali dirette in aziende come la Fiat e la mobilitazione attiva dei ceti medi dalla parte della proprietà le davano poi il colpo più duro. In Italia sono gli anni della riorganizzazione del processo produttivo. Il ricorso a forme di esternalizzazione e poi. forniva intanto una cornice ideologica ed estetica capace ristrutturare in profondità l’immaginario collettivo e di orientare i gusti e i comportamenti di massa. cominciava – nel nostro paese come altrove – una drastica inversione di tendenza.corpo e sostanza di democrazia a molte delle promesse della modernità. erodeva l’equilibrio costituzionale dei poteri nell’ambito politico. Un nuovo ruolo dei mezzi di comunicazione di massa. indebolivano fortemente la capacità di resistenza dei lavoratori. Era l’«età dell’oro» descritta da Hobsbawm150. Parallelamente. mentre le conseguenze del nuovo clima sul terreno legislativo non si facevano attendere e veniva sancita la ne della scala mobile. con la scomposizione sempre più spinta del ciclo e una sua ancora crescente robotizzazione. con l’emergere dei monopoli privati. Il ri usso. l’esito istituzionalizzato di una richiesta moderna di riconoscimento ed emancipazione universale che veniva da molto lontano. incentrate sulla privatizzazione del patrimonio pubblico e su un restringimento dell’intervento dello Stato in economia e giusti cate con la crisi della scalità e con l’aumento del debito pubblico152. E la legislazione d’emergenza in risposta al terrorismo. che riportava un’intera generazione nella dimensione del privato dopo la scon tta del ciclo di movimento 113 . Ma proprio quando in gran parte dell’Occidente questa nuova redistribuzione della ricchezza e del potere de nita dal compromesso fordista-keynesiano sembrava porre le premesse per un salto di qualità della convivenza civile all’interno degli Stati e tra le nazioni.

mentre la teoria della « ne della storia» celebrava il ruolo esemplare e pedagogico dell’unica superpotenza imperiale rimasta sulla scena. Si è tornati in tal modo ad uno scenario di tipo ottocentesco. giungeva a conclusione la Guerra Fredda e si apriva uno scenario geopolitico del tutto nuovo. ovviamente. incapace com’è di difendersi. quando – prima del sorgere del movimento operaio organizzato – il lavoratore contrattava individualmente il salario e le condizioni di lavoro con la controparte padronale. Le esigenze della produzione just in time in risposta ad un mercato sempre più segmentato – e le richieste di aumenti crescenti della produttività all’altezza della competitività internazionale in un contesto in cui. Il lungo ciclo neoliberale che ha fatto da supporto alla globalizzazione è un fenomeno articolato su molti piani che è di cile sintetizzare in tutti i suoi aspetti e che – a prescindere dalla questione dei rapporti di forza internazionali tra aree geopolitiche e per rimanere sul piano delle politiche sociali – ha molto a che fare. anche con l’inevitabile dialettica tra con ittualità e internità del movimento operaio e delle sue organizzazioni di riferimento nei confronti delle compatibilità 114 . dando loro una chiara intonazione politica. Al contratto nazionale di lavoro si è perciò progressivamente sostituito un ventaglio variegato di tipologie contrattuali il cui denominatore comune è quello della precarietà.aperto nel ’68 e le ferite del terrorismo. che non solo nel nostro paese è diventata la parolachiave del nostro tempo. E la sua conseguenza è quella di un’estensione senza precedenti del controllo capitalistico sulla forza-lavoro stessa. Ne è emerso un mondo molto peggiore. Nel frattempo. alla quale oggi è impedita a monte ogni autonomia ma che viene lesa adesso anche sul piano della vita individuale e persino della possibilità di elaborare un progetto esistenziale. nella sua brutale ri-subordinazione. E vi si è tornati nelle condizioni peggiori di una competizione orizzontale brutale (aggravata dallo spettro di una guerra razziale latente interna alle classi subalterne) che rende il lavoratore praticamente disarmato e consente solo forme di resistenza di retroguardia153. dettando il Nuovo Vangelo del «Secolo americano». La sostanza del rapporto di lavoro precario consiste ovviamente in una riduzione del costo complessivo della forzalavoro e. come dimostra l’attuale situazione del mercato del lavoro “postfordista”. soprattutto dopo il 1991. sul piano politico. accompagnava questi processi. era esplosa la globalizzazione capitalistica – si sono riversate in un’irresistibile coazione alla “ essibilità” della manodopera.

Al di là delle sue componenti tecniche o economiche. a vantaggio dei ceti dominanti.sistemiche. della produzione. E costruendo in tal modo le basi delle società “postindustriali” odierne. che anche in seguito alla scon tta del campo socialista porterà questo movimento ad una bruciante scon tta nel corso dei 15 anni successivi. esattamente come il con itto geopolitico muove dal centro dell’Impero e dalle sue propaggini subimperiali verso il resto del mondo. dobbiamo constatare come il raggio delle nostre libertà individuali. inoltre. È cambiata la struttura della famiglia. esso è però un fenomeno che ha avuto un signi cato fondamentalmente politico. così come tutti gli elementi del “momento neoliberale” ai quali ho accennato. Una risposta. si sia in e etti progressivamente ampliato. Libertà privata e libertà politica Se guardiamo alle trasformazioni avvenute negli ultimi 30 o 40 anni. in coincidenza con le trasformazioni struttu- 115 . la sua delegittimazione della lotta per il riconoscimento delle classi subalterne154 e con la sua attiva «compressione dei nostri mondi spaziali e temporali»155. essa stessa politica. società nelle quali il con itto di classe persiste ed è forse ancora più intenso di prima ma viene agito pressoché esclusivamente. Pensiamo a come è mutato contesto familiare dal ’68 ad oggi. e cioè di risposta alla s da. revocando il compromesso socialdemocratico e squilibrando nuovamente i rapporti di forza. Ma – ed è questo il problema principale con il quale ci stiamo confrontando – il processo di precarizzazione del lavoro e della vita. così care al postmodernismo. come è avvenuto. Con la sua dichiarazione di esaurimento della modernità. in chiave redistributiva e di potere. se non si fossero fatti forti di quella trasformazione della cultura e della mentalità dominante in chiave di individualismo aggressivo e competitivo della quale il postmodernismo si è fatto promotore. esso dimostra così di aver funzionato (e di funzionare ancora) come un elemento egemonico nell’ambito di una vera e propria restaurazione. sono stati abilmente elaborati e venduti nei decenni scorsi attraverso la so stica della essibilità e dell’autopromozione individuale. Ed essi non avrebbero avuto il successo che hanno riscosso e non si sarebbero a ermati senza resistenze signi cative. dall’alto verso il basso. delle regole formali del gioco democratico. lanciata dal movimento operaio nel secondo dopoguerra e in particolare negli anni Settanta.

Se la nostra capacità di spesa può essere un limite oggettivo invalicabile alla partecipazione al gioco spettacolare della merce. Oppure nelle relazioni a ettive come in quelle sociali più generali. È in quest’ambito che noi siamo e ettivamente molto più liberi che in passato. grazie anche all’avvento delle comunicazioni globali telematiche. i partiti. la scuola e l’università. non richiedono più adesioni identitarie totalizzanti. nessun limite ha però il nostro desiderio e di conseguenza 116 . pratica dell’esistenza comunitaria. come quello delle istituzioni formative. come rispetto allo stesso processo di partecipazione alla vita politica attraverso. delle limitazioni e delle divisioni sessuali. più distesamente umana»156. Lo stesso fenomeno è rintracciabile in altri ambiti. contro le intenzioni di Foucault. che hanno in gran parte perduto ogni loro autorità e la cui stessa funzione pedagogica è stata sostituita dai mezzi di comunicazione di massa. abbiamo soprattutto una libertà che si esprime nella maniera più diretta e massiccia «fuori della politica»158 e «ai margini della polis» e cioè nella sfera del consumo. Ma lo stesso discorso si potrebbe fare rispetto al rapporto tra il cittadino e le istituzioni. rottura di tutte le interdizioni e di tutte le chiusure attraverso cui si ricostituisce e si riproduce l’individualità normativa»157 – sembra essersi in gran parte realizzato. ma hanno anche perso molto in termini di profondità e stabilità.rali della società. Celebrata la presunta ne delle ideologie. ridotti a comitati elettorali o a strutture leggere e d’opinione. che si sono moltiplicate potenzialmente all’in nito. al cibo al tempo libero. secondo una crescente liberalizzazione di rapporti che ha reso molto più uide. che è certo anche meno intensa rispetto all’ideale “platonico” del valore e del signi cato assoluto. le sue gerarchie interne. come diceva in modo simpatetico Vattimo. abbiamo insomma oggi la possibilità di scegliere in maniera “postmoderna” e non impegnativa tra una vasta gamma di comportamenti. Ma. E quel programma che ancora agli inizi degli anni Settanta Foucault riteneva autenticamente “rivoluzionario” – «soppressione dei tabù. dalle scelte elettorali sino al vestiario. i quali sono ormai privi di ideologie e programmi e. «una “signi cazione di usa”. sperimentando. atteggiamenti e stili di vita equivalenti e privi di qualunque gerarchia o struttura di riferimento. ma è cambiata anche la comunicazione e la dinamica relazionale al suo interno. disinibizione nei confronti della droga. ad esempio. perché abbiamo molte più opportunità e le possibilità di scelta sono molto più di erenziate. se non pressoché inesistenti. ma anche meno drammatica.

almeno in linea di principio. di scegliere la propria occupazione ed esercitarla. in particolare dai giacobini. con la «libertà degli antichi» e cioè con l’esercizio «della sovranità tutta intera» da parte dei cittadini. venire. dai partiti. Si tratta. dunque. La libertà postmoderna si colloca insomma nell’ambito di quella che solo nominalisticamente Benjamin Constant de niva «libertà dei moderni»161 e cioè nell’ambito del «godimento paci co dell’indipendenza privata»: «il diritto di essere sottoposto soltanto alle leggi […] di dire la propria opinione. il quale nota senz’altro che nell’«evoluzione delle interazioni sociali… il contratto limitato nel tempo si sostituisce di fatto all’istituzione permanente nel campo professionale. valori e investimento emotivo. volendo questa volta evitare l’equivoco implicito nella formulazione del liberale francese. Una dimensione relativa cioè all’individuo e alle sue preferenze personali. preferenze che – almeno per quanto riguarda l’individuo proprietario – si cerca di garantire da ogni ingerenza pubblica o statale e di moltiplicare in connessione con il mercato (il mercato vero e proprio come quello degli stili di vita o della politica). come si può vedere. dalle professioni. di una declinazione delle forme di libertà che si svolge in una dimensione che è fondamentalmente privata.il dispiegamento immaginario di questa libertà nel suo accesso ad un mondo che è fatto non solo di beni di consumo ma anche. Nel momento in cui «i vecchi poli di attrazione costituiti dagli Statinazione. È un fenomeno tranquillamente ammesso da Lyotard. sessuale. senza aver ottenuto il permesso»162 e così via. familiare. il quale. come è noto. E ognuno sa che questo sé è ben poco». dando vita a «in niti mali durante la nostra lunga e tempestosa rivoluzione». di disporre della proprietà e persino abusarne. culturale. è compatibile con una de nizione formalistica e parziale della democrazia come insieme di regole del gioco e protezione nei 117 . internazionale come negli a ari politici»159. Ma se questa. e in misura non meno determinante. Un atteggiamento che a da l’attività politica esclusivamente alla rappresentanza e che solo per un tragico errore è stato confuso. di simboli. a ettivo. accade che «ognuno è rinviato a sé. di andare. la «libertà da»163. ha indicato questa libertà moderna dimidiata come «libertà negativa». dalle istituzioni e dalle tradizioni storiche perdono il loro potere di centralizzazione»160. Il discorso di Constant è ripetuto nel Novecento da Isaiah Berlin. La concezione postmoderna rimane dunque nell’ambito di una concezione della libertà che pretende di essere integralmente liberale164.

gli orizzonti della nostra libertà reale. di a ermare una libertà pubblica anche attraverso il con itto. e dunque la possibilità e capacità di cambiare le cose.confronti dell’autorità. e cioè quella libertà di agire in senso politico che Berlin e i liberali hanno inteso delegittimare considerandola «virtualmente identica»166 all’autoritarismo. ne ha nascosto il deperimento? L’impressione è che. Dopo i grandi cicli rivoluzionari del Novecento. suscitando le proteste di Hayek e dei padri del neoliberalismo. si sono oggi e ettivamente ampliati assieme ai diritti civili? Oppure l’ossessivo richiamo al godimento di una libertà individuale immediata. si tratta invece di modi carlo in maniera strutturale e dunque di operare politicamente. il potere di trasformare la realtà che ci circonda attraverso l’intervento attivo dei gruppi di interesse. privati ormai di ogni autocoscienza autonoma. nel suo tentativo di esorcizzarla. sebbene un con itto sempre più formalizzato. la «libertà di». infatti. è invece del tutto insu ciente – come Constant. siano oggi i principali sostenitori o fruitori passivi della visione egemonica postmoderna della libertà. Queste possibilità di libertà positiva. A nché la democrazia moderna continui o ritorni ad avere un senso. oltre che «autogoverno sociale». delle classi sociali. E non vale come argomento contrario il fatto che le classi subalterne siano state scon tte o che proprio questi soggetti un tempo rivoluzionari. Come sappiamo. Signi ca soprattutto il risveglio dei lavoratori e di nazioni intere. che ha assecondato il ri usso nel privato sancendo (e aggravando) l’incapacità delle classi subalterne di agire il con itto sociale. è questo il cuore stesso della modernità: non si tratta semplicemente di operare una scelta che tocca solo noi stessi o si esaurisce in un rapporto privato e nemmeno di incidere sul mondo in maniera accessoria. Di quella democrazia integrale e “rivoluzionaria” che nel secondo dopoguerra – proprio grazie il riequilibrio dei rapporti di forza tra le classi sociali e alla piena emancipazione delle classi subalterne. libertà signi ca anche e in primo luogo «aspirazione profonda e universale allo status e al riconoscimento»167. nonché al processo di decolonizzazione – si sarebbe riempita di contenuti economico-sociali e di partecipazione attiva alla sfera pubblica. dei popoli. è necessaria anche la «libertà positiva». ben camu ato sotto la fantasmagoria di una libertà anarchicheggiante che si manifesta principalmente sul terreno immediato del consumo e degli stili di vita – «il postmodernismo è il consumo della pura merci cazione 118 . ha dimostrato di aver ben compreso – rispetto alle esigenze della democrazia in senso moderno 165.

questo mondo continuerà per lungo tempo ad andare avanti come va adesso e continuerà a decidere per noi.come processo»168. di cambiare la realtà. di scegliere distrattamente tra le in nite o erte del mercato o del palinsesto televisivo. Abbiamo l’illusione di una libertà individuale in nita ma questa libertà sarà inevitabilmente ristretta nella sfera privata. fornendo la base materiale dell’unica ideologia vigente nell’epoca della ne delle ideologie. se non addirittura del desiderio e dell’immaginario. rispettando la forma della democrazia ma neutralizzandone la sostanza politica partecipativa. la «mobilitazione del desiderio e della fantasia». E questo perché non siamo più in grado di con iggere in maniera organizzata in vista della costruzione di un’alternativa politico-sociale. il postmodernismo celi. Assolutamente liberi di assumere gli stili di vita più diversi e anche improbabili – «il pensiero cessa di essere una ratio. si con gurano come una vera e propria «politica della distrazione» e quella presunta rivoluzione costituita dal consumo immediato della libertà e dalla nta trasgressione 119 . di migliorarla. perché oggi non siamo più in grado di trasformare il mondo che ci circonda e per certi aspetti nemmeno di pensare le condizioni della sua trasformabilità. di decidere in piena autonomia. nel con ne del consumo o di scelte individuali che non cambiano assolutamente nulla del mondo che ci circonda. Possiamo perciò essere liberi di vestirci come vogliamo. Abbiamo anche letto innumerevoli elogi della gura del âneur ma non riusciamo nella nostra azione a modi care la realtà e siamo anzi condizionati pesantemente da una struttura che si è ri-naturalizzata e pretende di essere data una volta per tutte. colore di capelli o danzata ogni volta che vogliamo. E lasciandoci l’illusione di essere liberi per il solo fatto che possiamo cambiare canale. commenta Jameson – e abbellito da una retorica individualistica di natura compensativa o dalle ipocrisie del politically correct. la «produzione di bisogni» 170. un processo di riduzione sostanziale e massiccia degli spazi di libertà. siamo però molto meno liberi delle generazioni “moderne” del recente passato di determinare realmente la nostra vita. al contrario di quanto promette. si nasconde in realtà una forte compressione della nostra capacità di autodeterminazione. di orientare a piacimento i nostri gusti sessuali. Dietro la super cie di una mancanza di vincoli e regole che ci rende oggi potenzialmente liberi di fare quel che vogliamo a seconda delle nostre capacità di spesa. Insomma. la vita cessa di essere una reazione»169 –. di eliminare quei condizionamenti oggettivi che limitano la nostra possibilità di scelta.

con tutte le sue buone intenzioni. i quali interpretano giustamente questi mutamenti anche come un esito inevitabile del con itto sociale avvenuto nei decenni precedenti e del suo successo e cioè come tappe nella conquista di nuovi diritti. pena la ricaduta su posizioni antimoderne. Non si tratta di considerazioni moralistiche. Nella sua declinazione privatistica del concetto di libertà. emancipandole dalla «morale austera»172 tipica del proletariato tradizionale e spingendole sul terreno della «morale liberale». Di un accresciuto benessere. le cose cambiano in maniera drastica. aristocratizzanti e reazionarie. tutte “moderne” nella loro genesi. E che coinvolgono anche gli intellettuali che a queste classi si dicono legati. queste. L’allargamento delle libertà individuali. Trasformazioni. cioè. di quel «rinnovato sviluppo del capitalismo liberale» che ha «valorizzato il godimento individuale dei beni e dei servizi»171. se il suo obiettivo pressoché esclusivo è la destrutturazione unilaterale del concetto moderno di libertà e non investe la nostra capacità di modi care con e cacia la realtà ma opera anzi attivamente sul piano ideologico a nché questa prospettiva risulti del tutto bloccata. spingendo ognuno di noi lungo percorsi di vita sempre più individualizzati (e che. ha ragione Harvey nel sostenere che proprio a partire dal suo fallimento «il movi- 120 . il postmodernismo è sicuramente l’espressione elaborata e ra nata dell’arricchimento delle società occidentali nel secondo dopoguerra. Se però l’operazione postmodernista sulla libertà si limita a questo e non si pone il problema della libertà positiva. dunque. che coinvolgono inevitabilmente anche le classi subalterne. nuove esigenze che si sovrappongono a quelle primarie ormai soddisfatte e si di erenziano in maniera crescente.di norme che di fatto non esistono più compensa la realissima dissoluzione di quell’unica rivoluzione che veramente conta sul piano politico. si rivela essere essenzialmente un momento ideologico decisivo dell’egemonia neoliberale. che retroagisce sulla soggettività sollecitando il sorgere di nuovi desideri e bisogni. possono essere soddisfatti on demand). come direbbe il marketing contemporaneo. Allora è chiaro che l’operazione postmodernista. rivendicando la legittimità del benessere conseguito e del consumo che ne deriva. delle quali la di usione della cultura di massa ha rappresentato a lungo un indicatore. è un fenomeno positivo che non può certamente essere contestato. Una retorica super ciale della libertà individuale che nasconde un forte restringimento della libertà stessa e dunque una «concezione antipolitica dell’individualismo»173. In questo senso.

non ha edi cato quella sorta di cemento etico capace di tenere insieme una società di individui autonomi»176. da una prospettiva liberaldemocratica. anche nelle gure più estreme della soggettività postmoderna dissociata. E Luigi Cavallaro. Sono perciò del tutto sbagliate. e li interpreta come elementi di una fantomatica alternativa di società degli individui liberati. conferma questa impostazione: «a o uscare le velleità normative e piani catrici dello Stato i movimenti degli anni ‘70 hanno concorso non meno di Friedman e Hayek» 175 e il pensiero oggi dominante de nisce «un ordine simbolico che può essere racchiuso nella più celebre delle parole d’ordine che trionfarono nella rivoluzione mondiale del ‘68: “Vietato vietare!”». che «l’a ermarsi dei diritti civili» e «la cultura dei diritti individuali» hanno «liberato gli individui da preesistenti lacci sociali autoritari e gerarchici ma non ha consolidato nuovi vincoli. illusorie e fuorvianti le posizioni di chi. soprattutto alla scon tta politica di queste ultime. Così come. oltre che all’arricchimento delle società e delle stesse classi subalterne. non abbiamo possibilità di intervenire all’interno di un quadro politico che. «dev’essere visto come il messaggero culturale e politico del successivo passaggio al postmodernismo»174.mento del 1968». merci cata e depoliticizzata. con la sua presunta politicizzazione della sfera privata. operare in profondità sulle strutture del mondo che ci circonda? Di fronte a problemi concreti che modi cano in profondità la nostra vita – pensiamo alle recenti riforme della scuola e dell’università. di cambiamento della propria esistenza» 177. è stato assorbito dal mercato e si è reso sostanzialmente uniforme all’insegna del monopartitismo competitivo. oppure a questioni ancora più rilevanti come la pace e la guerra – noi non abbiamo più pressoché alcuna possibilità di incidere. più in generale. al di là delle di erenze tra gli schieramenti. inserendo questa tendenza in quella «ride nizione in senso antistatalista della libertà… all’interno della cornice dell’ordine internazio- 121 . rendendo estremamente di cile «distinguere tra libertà e preponderanza degli interessi privati». tali da produrre «quegli scarti che la politica dovrebbe evocare e capire». individua «processi a volte sorprendenti di a ermazione di sé. scandalizzando gran parte della sinistra reducistica. È in questo senso che per comprendere la genesi del postmodernismo dobbiamo fare riferimento. Possiamo oggi veramente incidere nelle decisioni più importanti che riguardano il nostro paese e il nostro futuro? Possiamo cambiare la realtà. Anche Nadia Urbinati ammette oggi.

in una dimensione tutta privatistica. diceva Vattimo prima della sua estrema svolta “comunista” – era il più e cace ancheggiamento della rivincita neoliberale.nale della Guerra fredda e del confronto ideologico tra modello liberale e modello comunista»178. E li ha spinti a reinterpretare la libertà positiva in una chiave univocamente negativa che si risolve in ultima istanza nell’anarchismo del consumo. anche involontariamente. il postmodernismo rovescia in gioiosa indifferenza la catastrofe della scon tta delle classi subalterne e della loro acquisita impotenza politica: «la lotta è il mezzo con cui i deboli. Il fallimento del tentativo di portare a compimento il progetto moderno di emancipazione umana tramite una spinta decisiva nel corso del secondo dopoguerra. Il postmodernismo non si rende conto che il trionfo dell’individualismo privatistico. in quanto più numerosi. quel luogo di eman- 122 . alla quale proprio queste classi erano prioritariamente interessate e alla quale è indissolubilmente legato il senso della democrazia moderna. celebrato come la più autentica “rivoluzione”. «vivere positivamente quella vera e propria età post-meta sica che è la post-modernità». giustamente. come dice ancora. il vero problema. e un’intera generazione con loro. riescono a prevalere sui forti»183. senza accorgersi che quel ri usso che stavano assecondando – «collocarsi in maniera costruttiva nella condizione post-moderna»180. quel radicalismo che non aveva retto all’urto con la realtà esterna179. un importante sostegno!»181. è solo la faccia più immediatamente visibile di una tragedia. che coincide con la crisi della libertà politica e dunque della stessa democrazia moderna tra le classi e le nazioni. Pago della propria riscoperta della libertà privata e del venir meno di ogni tabu e senso di colpa («vivere senza nevrosi in un mondo in cui “Dio è morto”»182). Come hanno spiegato persino Negri e Hardt. quella del movimento dei lavoratori. dice Deleuze con nonchalance. E questo esito ha spinto gli intellettuali postmodernisti dell’estrema sinistra. seppellendo due secoli di con itto politico-sociale. non costituiscono alcuna minaccia. e in particolare con il ciclo di lotte 1968-77. Urbinati. a salvare se stessi riversando ora all’interno. È la battuta d’arresto alla quale è andata incontro la concezione moderna della libertà universalizzata dalla tradizione democratico-rivoluzionaria. «le strategie postmoderniste… che a prima vista appaiono così libertarie. è il fallimento di un ciclo rivoluzionario vissuto soggettivamente con grande intensità ma scon tto dalla forza superiore dell’avversario. bensì coincidono con le nuove strategie di potere a cui forniscono.

dissodato a lungo da Nietzsche e poi dalla critica heideggeriana del concetto meta sico di verità186. ad un concetto di uomo che risponda a dei criteri che abbiano quantomeno una loro verosimiglianza o un 123 . È anzitutto su questo terreno. ermeneutica dell’opinione e paralisi dell’azione politica Dietro la contestazione dell’identità soggettiva. Ed ecco «una nuova egemonia culturale e un rinnovato immaginario popolare. una «”struttura del sentimento”… “egemonica”» 185 il cui «compito ideologico» consiste nel «coordinare nuove forme di prassi e abitudini sociali e mentali… con le nuove forme della produzione e dell’organizzazione economica portate alla luce dalla mutazione del capitalismo negli ultimi anni. detto con maggiore rigore analitico. Distruzione della verità. ri utando ogni «modello della profondità»187. cioè la nuova divisione globale del lavoro». della ragione. Ecco che il progetto moderno perde il proprio fondamento: se il progetto di emancipazione non si richiama a un’idea di verità che abbia una propria consistenza. La modernità presume che sia necessario emancipare il genere umano perché muove da un’idea di uomo che viene ritenuta essere vera o autentica e per la quale si pretende il riconoscimento generale e il passaggio all’atto: un’idea secondo la quale gli uomini e le donne sono de niti anzitutto dalla loro libertà positiva e devono dunque essere emancipati da quei condizionamenti che pregiudicano tale libertà precludendo loro l’azione. dei principi universali e di qualunque dimensione generale. che il postmodernismo porta il proprio attacco loso co alla modernità e ai suoi presupposti. ciò che i postmodernisti mettono in dubbio è in fondo l’idea stessa di verità. Ecco cioè. questa verità di fatto non sussiste e anche l’idea di emancipazione del genere umano non è più così scontata. cucinato dalle élite e dalle superclassi a proprio uso e consumo e a feroce difesa dei propri privilegi»184.cipazione che solo una costante tensione al riconoscimento universale può – anzitutto attraverso il con itto – nutrire e mantenere in vita. l’idea cioè che si possa in qualche modo attingere una verità comune a tutti gli uomini e a tutte le donne. Ma chi stabilisce questo presupposto? Chi – se non quella ragione il cui statuto abbiamo visto essere messo così radicalmente in dubbio – attesta che è davvero questa la verità del concetto di uomo? Se la ragione non costituisce una garanzia.

lo attestano. Nella critica postmoderna all’idea di verità c’è quindi anche questa legittima istanza «antimitologizzante»194: l’esigenza di aggirare «gli elementi di “potenza” dominanti nel pensiero meta sico» 195 e di evitare che in nome di principi o concetti assoluti. in nome di questa conoscenza privilegiata. tutto il castello crolla. Nel linguaggio di Lyotard.riconoscimento intersoggettivo. lo confermano –. in particolare nell’ambito del giudizio pratico. di un gioco linguistico nel quale «lo stesso soggetto sociale sembra dissolversi»190 e rinunciando a priori ad ogni pretesa conoscitiva forte rinuncia anche a trasformare la realtà. l’e ondersi su ogni cosa della creatività di simboli. spesso si è anche convinti. L’idea di verità è senza dubbio molto pericolosa. un atto di fede fanatico se non un delirio proiettivo. Soprattutto. E una volta che la questione della verità. Ogni possibilità di progettare alcunché e dunque di agire politicamente viene meno o si rivela come una pericolosa forma secolarizzata di escatologia. per lo più sono stati anche travolti dalla tentazione di imporre questa propria verità agli altri e di farne arti cialmente una verità universale. di poter o dover esportare senz’altro le proprie idee. Rimane. Rimane in altre parole un confronto tra opinioni diverse. o di salvezza verso la civiltà o verso i diritti dell’uomo. rimane soltanto l’opinione e la sua interpretazione. con questa nuova guerra scatenata nell’indi erenza generale dell’Occidente usurpando il nome della democrazia. «la pura esplosione di una libera attività metaforizzante. l’«aspirazione ad una verità unitaria e totalizzante si presta alla pratica unitaria e totalizzante dei gestori del sistema»192. quando un uomo o un’entità collettiva si sono persuasi di possedere la verità. se la loro persuasione è sorretta dalla frenesia mistica di chi ritiene di avere una missione religiosa. È vero perciò quello che i postmodernisti sostengono: nel corso della storia – e ancora gli avvenimenti di questi mesi. conferma Deleuze. Quando si è convinti di conoscere la realtà delle cose. di enigmi»191. come possiamo vedere. come dice in maniera più suggestiva Vattimo. un rapporto ermeneutico-ludico con la realtà che è stato sterilizzato da ogni connotazione politica. ciascuna delle quali non è che «una “mossa” fatta nell’ambito di un gioco»189. E del resto tutte le disavventure dell’universalismo immaturo. è stata rimossa in una sorta di «scetticismo etico»188. che hanno accompagnato le vicende europee dall’espansionismo napoleonico alla Prima guerra mondiale. della pretesa di 124 . «L’ordine consolidato e i valori comuni»193 trovano «costantemente» nel «vero concepito come universale astratto» il loro «miglior sostegno».

Essa non potrebbe pretendere di valere in maniera assoluta e dunque in teoria ci sono meno rischi che qualcuno. quella che risulta più adeguata a qualche criterio. l’operazione di decostruzione operata dal postmodernismo lascia intatto il problema. E non diversa mi sembra la di coltà in cui si imbatte Foucault nel de nire la verità come «un insieme di procedimenti regolamentati per la produzione. che si contendono il dominio delle anime e delle Città»199. conferma come non sia a atto vero che nell’orizzonte postmoderno «la 125 . nel momento in cui non c’è più nessun criterio per stabilire quale sia la verità. Ma a prescindere dall’errore epistemologico per cui l’universalità viene contestata a partire da ciò che in e etti non è. alla guerra fra i diversi dei o demoni. alla ricerca di potere. Certo. perché nel momento in cui si rinuncia all’idea di verità e tutto diviene opinione il pericolo evocato non scompare a atto. mentre il postmodernismo non è in grado non solo di opporsi ma nemmeno di cogliere il problema. aprendo «all’arbitrio soggettivo. grandi o meschini. senza accorgersi di rendersi complici della più grande minaccia in atto verso la comune umanità. all’urto degli interessi. in nome di un’opinione. intesa come «prevalere del criterio di performatività» 200. la legge. L’appoggio incondizionato che molti degli intellettuali che sono stati critici verso la ragione dialettica e la tradizione hegelo-marxista danno oggi all’interventismo umanitario. la messa in circolazione ed il funzionamento degli enunciati»201. ma quella che – anche sfruttando la propria potenza multimediale o il richiamo a una volontà soprannaturale – è in grado di vincere sulle altre. tenti di imporre le proprie idee agli altri. tende ad imporsi su quelle più deboli e quell’«irrazionalismo» con il quale «il pensiero riconquista i propri diritti nei confronti della ragione. ecco che l’opinione più forte.aver portato a trasparenza l’essenza dell’umanità o del processo storico. pur non riuscendo a superare questa aporia. le grandi narrazioni sono di fatto sostituite dalla «legittimazione attraverso la potenza». la ripartizione. nisce per prevalere non l’opinione vera. che ne era stata investita al ne di soggiogarlo»197 diventa creazione diretta di valori e dunque di gerarchie («volere è creare nuovi valori»198). si imponga agli altri una volontà particolare che ha però adesso la forza e la violenza dell’universale196. come «l’insieme delle regole secondo le quali si separa il vero dal falso e si assegnano al vero degli e etti speci ci di potere». Come ammetteva già Lyotard. un’opinione è appunto un’opinione. come accade con la libertà individuale immediata. In realtà però. Se tutto è confronto di opinioni e ogni opinione vale quanto l’altra.

ovviamente con la consapevolezza che quello che noi possiamo attingere è sempre una conoscenza approssimativa. per quanto problematico e rischioso. è sempre un rapporto di tensione dialettica in base al quale ci sforziamo di arrivare alla verità delle cose ma senza mai arrivare pienamente a dominarne le condizioni. nonostante i postmodernisti lo ignorino207 – il nostro rapporto con la verità è sempre un rapporto approssimativo. rimanere legati a un’idea di verità che va vagliata attraverso la ragione. in nome di un atteggiamento scettico e ultrarelativistico che sarebbe altrettanto assoluto e altrettanto dogmatico. come auspicava ingenuamente Vattimo. con tutti quei limiti dei quali siamo ormai consapevoli. siamo comunque degli esseri niti. Ma il fatto che la nostra capacità di conoscere la verità abbia una natura storica e in divenire non vuol dire. Mentre la ricerca della verità si deve comunque misurare con la ragione204 – la quale. lo stesso non accade infatti con l’opinione. limitati. che nascono in un certo momento e si portano addosso tutta una serie di condizionamenti storico-sociali. rovesciando il relativismo in un fanatismo altrettanto pericoloso della verità rivelata e trasformando quella che sembrava un’innocua «questione di gusti»206 in una ben più corposa «questione di forza». Se lo facciamo.violenza cambia anche signi cato»202 e «diventa anch’essa… un termine esplicitamente ermeneutico». continua ad essere imprescindibile. come vorrebbe il postmoder- 126 . Con la consapevolezza cioè che. Ecco allora che il criterio di verità. è in grado di mostrare in ultima istanza l’intima coerenza o la contraddittorietà delle nostre tesi –. Certamente noi non possiamo pretendere di conoscere la verità assoluta e la loso a contemporanea ha per fortuna rinunciato per sempre al dogmatismo. dunque. pur anelando a conoscere la verità. né possiamo rinunciare all’esigenza di una «fondazione razionale del pensiero pratico»205. liberatasi ormai da ogni tribunale imparziale. Ragion per cui – come ben sapevano persino Engels e Lenin. ecco che qualunque opinione. Non c’è alternativa alla ragione e alla sua capacità di valutare se una cosa sia vera o falsa e bisogna perciò respingere il suo «dislocamento» in una «pluralità di sistemi formali e assiomatici»203 puramente convenzionalistici. può pretendere di richiamarsi a qualunque dio ed ergersi essa sì a verità assoluta e può farlo senza ostacolo alcuno. Ma proprio per questo motivo non possiamo nemmeno cancellare l’esigenza di conoscere la verità e di perseguirla. Molto più prudente. pur avendo l’ambizione di conoscere le cose così come sono. sempre una conoscenza storica.

Conclusione: postmodernismo come apologia dell’esistente «È in nostro potere. attraverso lo sforzo collettivo di uomini e donne in una 127 . per perpetuare il progetto moderno»212 dopo il «fallimento del soggetto moderno». infatti. molteplice e «complessa»209 per essere a errabile in maniera compiuta. La de nitiva negazione dell’ottimismo moderno diventa così pessimismo pratico o addirittura «pessimismo storico»208. tanto «destabilizzata»210 che non fornisce più «materia per l’esperienza» ma al massimo «per sondaggi e sperimentazioni». chiede retoricamente Lyotard? Ci portiamo ancora dietro la presunzione di poter incidere sul reale. che tutto sia uguale a tutto e che ogni opinione sia alla pari di tutte le altre opinioni. sancendo la ne della politica e l’intrascendibilità dell’orizzonte di realtà nel quale siamo rinchiusi e facendosi in tal modo foriera di un vero e proprio «nichilismo morale»211. il soft power multimediale o persino la violenza sica con la quale i sostenitori di questa o quella opinione possono imporla agli altri. anche la distruzione del concetto di verità approda ad una delegittimazione totale dell’azione politica e porta con sé l’apologia e la rinaturalizzazione dell’esistente con i suoi rapporti di forza dati. per quanto compensato da continui quanto strumentali richiami a una dimensione trascendente e da ateismi devoti di ogni sorta. Ancora una volta è dunque sul piano pratico che la contestazione loso ca postmodernista della verità mostra le sue conseguenze più gravi e rivela de nitivamente il nesso tra questa tendenza e la “rivoluzione conservatrice” neoliberale ancora in corso. contrapposto a «tutto il pensiero ottimista e progressista»: non possiamo attingere una conoscenza compiuta del reale o comprenderne il senso complessivo perché la realtà è troppo complicata e multiforme. ciò che decide tra un’opinione e l’altra è la forza. di poter modi care le strutture portanti della società nella quale viviamo. Se invece ci manteniamo fermi alla ragione come criterio di valutazione della verità della nostra conoscenza. abbiamo la forza e la competenza. ne abbiamo «il diritto» e «il dovere». Ma questa constatazione mette in crisi la nostra azione nei confronti del mondo e delegittima ogni nostro tentativo di cambiarlo. Su questo terreno. Come avviene con la riduzione del concetto di libertà alla sua sola dimensione negativa.nismo. il con itto non scomparirà magicamente di fronte all’epifania di una verità sovra storica ma esisterà almeno qualche possibilità in più di gestirlo prevenendo questo esito. Pretendiamo.

turbinoso gioco. L’essere stesso non è altro che «prospettiva»215. interpretata («l’arte più alta della loso a»214. Pretendiamo persino di dare alla storia quel senso che nella storia già riteniamo di individuare. di mutare le condizioni fondamentali della nostra esistenza. Siamo di fronte. come si vede. «non dovremmo neppure cercare di impegnarci in qualche progetto globale»217. nella pretesa di modi care la realtà facciamo dei disastri inenarrabili. ad un rovesciamento 128 . le rivoluzioni. a ridisegnarne di volta in volta il signi cato e il pro lo. poco impegnativo e nalmente scevro da sensi di colpa – di interpretare e reinterpretare il mondo e magari di abbellirlo con le nostre capacità decorative. la fondazione di Stati. tanto meno essa può essere modi cata. ripercorrendo le orme di chi ha agito il con itto per la nascita della democrazia moderna o per le grandi rivoluzioni del XX secolo… Ma se non sussiste la verità e la realtà non può essere conosciuta nei suoi fondamenti. una contestazione dell’illusione politica in quanto tale»213. E anche quando ci illudiamo di agire su di essa e di in uenzarla. dunque. come attestano le grandi catastro del Novecento. all’interno del quale ognuno di noi sceglie i propri percorsi senza poterne però fuoriuscire. Il fatto è che la realtà non va a atto trasformata: la realtà va accettata così come è e va. Non dobbiamo sforzarci di cambiarla ma possiamo impegnarci a reinterpretarla continuamente. Non possiamo migliorare né l’essere né l’umanità. Pensiamo di cavalcarla ma veniamo trascinati dal multiforme darsi degli eventi e dall’eterogenesi dei ni. convivenza. dice Deleuze sulla scorta di Nietzsche. è proprio «l’arte dell’interpretazione»). essa sta in e etti andando per i fatti suoi e nisce per travolgerci. Il nostro percorso di vita nel mondo è un percorso di natura esclusivamente ermeneutica: viviamo dentro un processo continuo di interpretazione e il nostro essere al mondo è interpretazione in nita. un in nito gioco di punti di vista e visioni del mondo. possiamo semplicemente descriverli su un piano di realtà nel quale tutte le prospettive hanno pari dignità e sono intercambiabili e la nostra libertà non è che il nostro dovere – tutto individuale. commenta Harvey.determinata società ed epoca e persino come genere umano. come abbiamo visto. Anzi. E continuiamo a vagheggiare grandi trasformazioni sociali. Bisogna allora operare una «contestazione del primato della politica. in nito. che tutte insieme formano un grande. Se «non possiamo aspirare ad alcuna rappresentazione unitaria del mondo». al limite. Mentre crediamo di controllarla ne siamo in realtà controllati. vita. «produzione metaforica»216. annientare «la concezione politica del mondo».

la quale – a di erenza della ragione – cerca di «testimoniare… l’infanzia dell’incontro» e di rispettare «l’evento». È questo l’esito della contrapposizione deleuziana della di erenza alla dialettica. nel momento in cui. tutti i feticismi di località. «accettiamo le rei cazioni e le divisioni… celebriamo le attività di mascheramento e di copertura. Di conseguenza. deprivati di ogni orizzonte ulteriore. oltre a scontare una concezione ancora del tutto meta sica. diventa in sostanza impotenza politica: Foucault rimuove il fatto che. il percorso di liberazione individuale che dovrebbe muoversi entro i vari ambiti della micro sica del potere.completo della tesi di Marx su Feuerbach e ad una rivendicazione orgogliosa dell’atteggiamento contemplativo. «non rimane alcuna base per un’azione ragionata» e noi. posizione o raggruppamento sociale». è diverso quel tipo potere che si colloca nell’ambito della sfera privata dal potere politico che può opprimere classi e popoli. implicito in qualche modo già nella sua genealogia nietzscheana: essa è pensata come estrema esaltazione delle di erenze individuali ma in una società aspramente divisa in classi sociali e in un mondo attraversato da uno squilibrio profondo queste di erenze sono per de nizione di erenti anche rispetto alle risorse e al potere che ciascun individuo o ciascuna area geopolitica può conseguire. del resto. per quanto ci possiamo sforzare di distorcerne il signi cato con la nostra retorica dell’«uomo felice. denunciandola come una reductio ad unum totalitaria e impositiva. come dice Vattimo. che è la premessa di ogni con itto politico-sociale. Tanto più che la tanto rivendicata pietas verso le di erenze esclude un loro percorso di uni cazione. Tant’è che. la principale «linea di resistenza»219 che impegna la nostra «responsabilità» viene da molti degli autori postmodernisti dislocata principalmente nell’«”arte”». negata ogni «metateoria»220. «la rivoluzione come la guerra è forse un residuo di epoche barbare»218. se anche il potere è disseminato. che può volere il ripetersi dell’attimo presente in quanto in esso esperisce la felicità. la mera presa d’atto ermeneutica delle di erenze – e la simultanea estrapolazione del soggetto dal con itto oppositivo che si svolge nella società e tra le nazioni – non è che la contemplazione e la tras gurazione di questi squilibri sociali e globali e conduce direttamente alla loro legittimazione. cioè la coincidenza dell’evento con il senso»221. e rimuove di conseguenza il fatto che su questo piano la liberazione che si esprime alla ne esclusivamente nell’ambito dei diritti civili o nell’acceso al consumo o persino nell’immaginario 129 . In tal modo. E anche in Foucault.

come avviene già nei diversi ambiti artistici nei quali è sorto a partire dall’architettura e dall’urbanistica. un’interpretazione tra le tante. è che se la menzogna è divenuta la dimensione più condivisa del discorso pubblico come produzione spettacolarizzata di opinioni intercambiabili e prive di referenti reali – 130 . «esperienza fabulizzata della realtà»228. Non basta.può benissimo lasciare inalterati i rapporti di forza vigenti e il dominio politico da essi fondato. in determinate circostanze. auspica Nadia Urbinati – unicamente sul piano culturale. come auspica David Harvey225. Non sappiamo se. «l’enfasi sulla progettualità» 224 (e dunque l’idea stessa di rivoluzione) è divenuta per esso «un falso problema» rispetto al compito di istituire un rapporto ermeneutico «con il passato». muovendo dalla consapevolezza storicamente acquisita che la libertà intesa come azione politica sovraordina tutte le altre sue forme. alla manipolazione dell’immaginario e all’avvelenamento delle relazioni sociali – «riscattare la sfera del pubblico dall’impero quasi tirannico di un individualismo possessivo e politicamente apatico»227. un simulacro alla Baudrillard: al limite. come vorrebbe Luciano Gallino. Torniamo con questo al punto di partenza: quella crisi del comportamento e del linguaggio che manifesta il disagio della cultura e dell’eticità contemporanea. o tra libertà individuale e libertà collettiva ma che esiste un problema più profondo di con itto interno alle diverse forme di libertà. infatti. il blocco storico de nito dall’accumulazione essibile – o quantomeno i rapporti di forza che lo determinano – sia davvero reversibile e se. si possono anche identi care e contraddire in uno stesso soggetto222. un discorso di questo genere non sarebbe percepibile diversamente che come un punto di vista tra gli altri. come ho cercato di argomentare. si capisce che non è a atto possibile rispondere alla distorsione del signi cato delle parole. Il postmodernismo non vede tutto questo perché non si accorge che il problema principale non è quello del con itto tra libertà e non libertà. E tra le quali è dunque necessario orientarsi e discriminare. «non si aspetta né desidera alcun e etto ulteriore. le quali. perché in un orizzonte nel quale ormai tutto è opinione. alcuna trasformazione utopica protopolitica più ampia»223: come diceva Gianni Vattimo negli anni Ottanta. Quello che sappiamo bene. Ma se la crisi nella quale siamo immersi è anche l’esito dell’e cace lavoro di egemonia del postmodernismo sulla mentalità dominante. sia pensabile prima o poi dar vita ad un «contromovimento»226. Il postmodernismo non può farlo perché esso. come una menzogna contro altre menzogne.

lungi dall’essere una mera esigenza estetica o morale. in realtà «la di usione stessa della menzogna implica l’esistenza di meccanismi sociali in grado di favorirne la produzione e la propagazione»230. 11-2. con le sue ricadute sul piano dell’ethos individuale e collettivo. XI. oppure a al Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky con il saggio Sulla lingua del tempo presente (Zagrebelsky 2010) e con il dialogo con il direttore di “la Repubblica” Ezio Mauro (Zagrebelsky/Mauro 2011). è inscritto sin dall’inizio nella natura feticistica della merce. né un accidente da rimuovere per assicurare un normale e trasparente funzionamento della società di mercato. 1 2 131 . ma un elemento strutturale ineliminabile. di Franca D’Agostini (2010). 3 Penso alla rilettura che Franco Cordero ha fornito del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi (Leopardi-Cordero 2011). è necessaria alla riproduzione della società capitalistica ed è dunque non il frutto della malvagità di qualcuno. De Monticelli 2010. È nei «rapporti sociali» che va allora cercata la ragione ultima della fantasmagoria delle opinioni e della «falsicazione del vero» analizzata da Giacché. Kant. Nonostante il fallimento conclusivo dell’esperimento situazionista. Urbinati 2011. il confronto critico con il postmodernismo e «la riconquista delle parole». quando aveva anticipato il decorso della società dello spettacolo. L’intervento più analitico è però sicuramente Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico. aveva visto bene dunque Guy Debord. dove per neutralizzare gli e etti mediatici di un recente scandalo di natura sessuale che ha colpito il Presidente del Consiglio italiano sono chiamati in causa Machiavelli. a Gianfranco Pasquino con Le parole della politica (Pasquino 2010). ampli cato oggi dai media. che è anche la riconquista di un’intera tradizione di idee politiche che appare oggi delegittimata. La produzione industriale della menzogna. oltre 40 anni fa. è oggi «una priorità anche» e soprattutto «politica» ed è dunque sul terreno politico che questa battaglia culturale va combattuta231. Ed è per questo che. 4 Basta consultare le uscite del quotidiano “il Foglio” tra gennaio e febbraio 2011. Mentre il carattere essenzialmente «spettacolare» e postmoderno della menzogna e della deformazione delle parole. a La libertà dei servi di Maurizio Viroli (Viroli 2010).«l’indi erenza assoluta a ogni prova del contrario… cioè alla realtà e alla verità»229 di cui parla De Monticelli –. a Gianrico Caro glio con La manomissione delle parole (Caro glio 2010). pp. Essa è indispensabile per tras gurare l’irrazionalità radicale di questa società. p.

p. 60 sgg. 5 Vecchi 2011. 174). scriveva Eco. 33. faccio riferimento a Harvey 1993. pp. pp. 21 Cfr. 11 e 62 sgg. 16 e 22. Fumaroli e il Rinascimento italiano e innumerevoli altri autori. 23 Lyotard 1986. 355. 63-4. 15-24. 132 . Jameson 2007. 125. De Monticelli 2010. 18 Habermas 1981. 25 sgg. 8 Cfr. Cfr. il cap. per una ricostruzione del dibattito di quegli anni. Nietzsche 1981a. risalendo no a Guicciardini: cfr. pp. 84-5. Calabrese 1987. 14 Cfr. Jameson 2007. Rehmann 2009. 15. V-XV. Calabrese preferisce il termine «età neobarocca» a que1lo di «postmoderno»: cfr. 75. 16 Jameson 2007. Anche Viroli 2010 rischia di prestarsi a questa lettura. 17 sgg. 47). pp. 15 sgg. p. in Adorno-Horkheimer 1966. Cavallaro 2010. 50 sgg. VIII e 20 sgg. 3-64 per un’impostazione metodologica. 6 Concordo pienamente. 24 Harvey 1993. pp. Azzarà 2009a. p. p. «Dal momento che la presente situazione di una società industriale rende ineliminabile quel tipo di rapporto comunicativo noto come insieme dei mezzi di massa». Nietzsche. Cfr. pp. 12 Cfr. a questo proposito. pp. 10 Ortega y Gasset 1962. quello dell’«oltrepassamento». 20 Habermas 1981. 11 Cfr. 15 Giacché 2011a. 25 e 49. p . 26 Jameson 2007. 9 Cfr. p. il celebre saggio su “L’industria culturale”. ma persino interventi esplicitamente politici… vengono tutti in qualche modo segretamente disarmati e riassorbiti da un sistema di cui essi stessi possono a buon diritto essere considerati parte. 120. Harvey 1993. pp.. pp. 64: «non soltanto le forme controculturali di resistenza o di guerriglia culturale puntuali o locali. 27 Muovendo da considerazioni prevalentemente estetiche e legate ai mutamenti dell’arte. pp. dato che non possono distanziarsene». 17. 19 Cfr.Nabokov. 126-81. Panarari 2010. 89 sgg.. sebbene l’autore ricordi come l’Italia sia stata storicamente non solo il laboratorio di numerose forme di tirannide e delle relative teorie ma anche quello dello spirito repubblicano. soprattutto pp. Harvey 1993. Di Pasolini v. 323. che è «categoria tipicamente moderna» (p. X di Vattimo 1985. p. Eco 1987. dove si ri ette sul senso della «dissoluzione della modernità» e si a erma che «non si potrà uscire dalla modernità pensando di superarla» e cioè reiterando un atteggiamento. Spinella 1964. 17 In particolare. gli interventi critici raccolti in Pasolini 1990.. 25 Lyotard 1986. pp. p. 13 Cfr. 22 Cfr. 26. p. Urbinati 2011. con quanto ha scritto Luigi Cavallaro: cfr. «quale azione culturale è possibile per far sì che questi mezzi di massa possano veicolare valori culturali?» (p. p. 20 e 111-40. pp. 7 È quello che in qualche modo fa De Monticelli 2010. Per la posizione francofortese v. Jameson 2007 e Rehmann 2009.

6-11. inaspettatamente. 27. capp. 38. cap. Per una risposta del postmodernismo italiano v. Vattimo 1985. p. il Lavoro con il suo correlato inevitabile. p. Questa rivelazione. pp. ha sostenuto che le radici dell’elemento «”mostruoso”» del Novecento sono la «sproporzione» e la «macchinizzazione». 1 e 2. anche Harvey 1993. mette ovviamente in crisi l’«identità della sinistra contemporanea e della sua componente più attiva. p. I. p. 126. ovviamente. 34. le ri essioni sui con itti delle storiogra e in Losurdo 1996. 58. 14-6.Habermas 1981. 41 Dopo la «caduta di un certo numero di illusioni». 13. 28 29 133 . 45 Heidegger 1991. 53 De Monticelli 2010. 56 Cfr. «dobbiamo sostituire continuamente dei criteri morali agli schemi politici» e ritrovare «una lotta che è quella dei diritti dell’uomo». l’Organizzazione». 476. 35 Vattimo 1984. due elementi tuttavia «s’incrociano… e si fondono… in quel luogo non certo periferico della modernità novecentesca che è.. 34). 43 Ivi. al di là della tradizionale divisione di destra e sinistra (in Mura-Pieretti-Galeazzi 1978. 40. p. 46 Nietzsche 1981b. p. 30 Vattimo 1985. 38. pp. 10. Ferraris 1985. 122-3. Cfr. 37 Ibidem. Il retroterra politico-sociale dei Nouveaux Philosophes è molto vicino a quello del postmodernismo francese. p. 44 Nietzsche 1988a. p. 16. 47 Habermas 1981. Cfr. p. la risposta di Lyotard in Lyotard 1986. 100. p. pp. 16. a suo avviso. 9. Rehmann 2009. 33 Ivi. 85. p. 51 Marx-Engels 1991. p. 38 Alcuni anni fa anche uno storico come Marco Revelli. p. 66. 54 Arendt 1987. p. Cfr. Lyotard 1986. dirà Bernard-Henry Levy. 31 Harvey 1993. 17. 40 Losurdo 1992. 38. 55 Lyotard 1986. p. il saggio sull’illuminismo in Kant 1965. p. 48 Cfr. 42 Lyotard 1986. p. pp. pp. 270-1). 15-7. il movimento operaio» (2001. 50 Heidegger 1989. 52 Habermas 1981. 39 Lyotard 1986. 49 Lyotard 1985. 63-70. 34 Cfr. assoggettati «a una violenta opera di omogeneizzazione e di universalizzazione»: Vattimo 1984. 36 «L’assolutizzazione ideologica del’interesse del proletariato in interesse generale dell’umanità» conduce ad una «repressione e “normalizzazione degli interessi concreti dei proletari reali». p. pp. 344. p. che non ha avuto relazioni dirette con il postmodernismo. più in generale. 32 Lyotard 1986. 15. 55. Habermas 1991. 50. p. p. p. p.

Cr. 38-9. pp. “Kulturkampf ”…»: p. ma anche concetti scipiti come “progresso”. oggi. pp. p. Vattimo 1985. 194. 66 Heidegger 1989. Losurdo 1993a. Cfr. 38. 63. p. 78 Levy in Mura-Pieretti-Galeazzi 1978. non sono soltanto dogmi religiosi. 77 Deleuze 2002. 63 Cfr. p. 59 Losurdo 1997.. 69 Deleuze 2002. 22. 50 e 52. certamente. pp. p. inebriante o allucinogena» per descrivere questa tonalità a ettiva (2007. II. p. 7 e 8. p. 268). p. p. 129-30). 88. p. p. 79 Lyotard 1985. 57 58 134 . pp. p. già Hegel aveva denunciato questo concreto pericolo – che dunque il pensiero dialettico conosce molto bene – nel capitolo della Fenomenologia su “Libertà assoluta e terrore”. 68 Foucault 1977. Arendt 1987. Jameson parla di «un’intensità forte. pp. p. 37. 82 Lyotard 1985. “istruzione generale”. 2-4. p. p. p. 81 Ibidem. 26-7. pur trionfando. p. 16. Sole 24 Ore 2011. Cfr. 301. Losurdo 1998. che si tratta dell’«ultima ideologia» da dismettere al più presto: cfr. 59 61 De Monticelli 2010. 88. cap. Harvey 1993. Cfr. non cessa di essere schiavo» (2002. pp. 69. 83 Intellettuali di tutte le tendenze dichiarano comunque unanimi. 79. dice Jameson (2007. «Decentramento del soggetto» che equivale ad una «sostituzione del soggetto alienato con il soggetto frammentato». p. p. 120-1. p. 70 Lyotard 1985. p. 137. 64 Lyotard 1985. p. 84. p. Come è noto. “Stato moderno”. 73 Lyotard 1986. 354 sgg. È lo stesso concetto esposto con parole solo apparentemente opposte da Deleuze: «lo schiavo. 175-6. 44). cfr. 139).. 71 Lyotard 1986. Qui la «libertà universale» si rovescia nell’«operare negativo». 86. 29 sgg. capp. p. dice Lyotard (1986. “nazionale”. p. 76 Hegel 1988. 62 Habermas 1981. 67 Lyotard 1986. 80 Lyotard 1986. l’Inattuale su Schopenhauer. 103. p. pp. 290). in Nietzsche 1981a (il mondo attuale «è avviluppato nelle sciocchezze. 60. 75 Harvey 1993. 31). 6. 194. 65 «L’insinuazione del padrone nello schiavo». pp. Vattimo 1984. e queste. 75: «la perdita del soggetto alienato sembrerebbe precludere la costruzione consapevole di futuri sociali alternativi».Lyotard 1986. p. cfr. 30 sgg. p. tra i tanti riferimenti possibili. 60 Lyotard 1985. 182. 93. 59. quella «furia del dileguare» che conduce alla «più fredda e più piatta morte senz’altro signi cato che quello di tagliare una testa di cavolo o di prendere un sorso d’acqua» (Hegel 1988. 72 Berlin. 84 Lyotard 1985. 272. 74 Lyotard 1986.

47. 106 Deleuze 2002. 89 Lyotard 1986. 88 Deleuze 2002. 117 Foucault 1977. p. pp. pp. 117. 85. 113 Poulantzas 1978. 101 Vattimo 1985. p. 124 Lyotard 1986. 114 Foucault 1978. p. 42. 119 Foucault 1977. p. 298 sgg. 14. 16. Vattimo 1985. cfr. p. 30. p. 100 Spengler 1981. pp. 87 Lyotard 1986. p. p. 83. 206. pp. p. p. 110 Deleuze 2002. Losurdo 2001. 85-6. 78. 111 Ivi. Habermas 1991. p. pp. p. 16-7. 105 Benjamin 1962. 111. 7 e 26. 108 Vattimo 1984. 196 sgg. il capitolo La visione e l’enigma. p. Urbinati 2011. 13 e 182. 107 Cfr.Vattimo 1984. Cfr. Cfr. 91 Cfr. Nietzsche 1994. 118 Foucault 1978. 93 Lyotard 1986. p. 140-1. p. 244 sgg. p. Franzinelli 2011. 121 Foucault 1977. 53-4. 64-5. pp. p. 35 e 44. 103 Jameson 2007. 284. 102 Vattimo 1984. 85 86 135 . Harvey 1993. pp. 92 Harvey 1993. p. Arendt 1987.. Borgonovo 2011. p.. cap.. 236-7. 75 sgg. 24. Vattimo 1967. 248 sgg. 112 Foucault 1977. cfr. p. 41-7. p. pp. 116 Foucault 1976.. 28. 49. 13. Cfr. Poulantzas interpreta la concezione marxista del potere in chiave relazionale e in questo senso rivendica una primogenitura rispetto a Foucault. 123 Deleuze 2002. 23 sgg. pp. 115 Foucault 1977. p. 83. in cui Nietzsche introduce il pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale. 98 Lyotard 1986. 96 V. 29. p. p.. 95 Lyotard 1986. 118. p. 122 Vattimo 1984. Habermas 1991. pp. 45-6. 14. 141-2. pp. 11. Vattimo 1984. 104 V. p. p. Nietzsche 1991. p. parte I. Vattimo 1985. 10. pp. 109 Lyotard 1985. 261 sgg. 720. 90 Ivi. pp. 120 Foucault 1978. p. 142. 63. 64 sgg. cfr. 97 Lyotard 1985. p. 99 Deleuze 2002. 11-6. 94 Foucault 1977. 173. 84. p. p. cfr.

138 Die Moderne. 127 Adorno-Horkheimer 1966. in particolare la parte IV. Cfr. i capp. p. pp. 147. 85: «I non occidentali de niscono occidentale ciò che gli occidentali de niscono universale.Cfr. 145 Cfr. 4. 125 126 136 . 52. Cfr. invitando la sinistra ad andare «oltre il Novecento». politico. 139 Lyotard 1986. p. 149 Harvey 1993. Revelli 1997. pp. 207-8. 60-1 e 85: «come sapere. 128 LosGramsci 129 Adorno-Horkheimer 1966. pp. 136 Harvey 1993. 151 Cfr. p. 134 Losurdo 1998. Lyotard 1986. pp. XII-XIII e 3. Decisamente preferibili le analisi della transizione all’«accumulazione essibile» in Harvey 1993. pp. p. Revelli 2001. pp. pp. Ciò che per gli occidentali è integrazione globale. 75-. il quale condivide in sostanza la lettura catastro sta del XX secolo proposta dal postmodernismo e come abbiamo visto ne individua la prima radice nella natura prometeica delle ideologie del lavoro. Cfr. Della bomba e delle radici della nostra cecità all’apocalisse. se le guerre condotte dall’istanza singolare in nome dell’istanza universale sono guerre di liberazione o di conquista?». p. 54-67. 143 Deleuze 2002. 142 Ivi. Losurdo 998. 181-6. 3. Anders 2003. 137 Heidegger 1991. 110-38. Ó Grada 2011. 61. Azzarà 2009b. terzo e quarto. 79. p. Non altrettanto e caci mi sembrano le analisi e le proposte di Revelli. che ben mostrano la vera e propria lotta che si svolte attorno ad esso. Losurdo 1993b. p. pronunciato in occasione del conferimento del Premio Adorno. Adorno-Horkheimer 1966 Cfr. pp. 31 sgg. 8. per i non occidentali è imperialismo occidentale». Ein unvollendetes Projekt è il titolo originale dell’intervento di Habermas. pp. 144 Urbinati 2011. 210. Huntington 2000. 45 e 50. 61-2. 35. p. 140 Habermas 1981. p. 148 Jameson 2007. 146 Urbinati 2011. Giacché 2011b. 142. 30. 38. 23. p.87. p. 147 Ivi. 116-30. p. pp. p.. 132 Cfr. loso co ed economico) e la sua storia cfr. 121. 5. 130 Losurdo 1993a. In generale sul concetto di individualismo (in ambito religioso. Per un’e cace descrizione del passaggio dal fordismo al postfordismo cfr. 109-34. p. anche Revelli 1996. 135 Cfr. pp. cfr. p. 70. parte II. Habermas 1991. Losurdo 1991. 16 141 Habermas 1991. 131 Adorno-Horkheimer. p. p. 150 Hobsbawm. 133 Adorno-Horkheimer 1966. p.

155 Harvey 1993. 83. per contrappasso. p. 160 Ivi. rilanciando l’«individualismo democratico» come «e ettiva capacità degli individui concreti di operare con autonoma responsabilità nella società» (36). 6. a lungo negata alle classi subalterne come ai “sottouomini” delle colonie. 69. 75. sembra molto simile a quello esposta da Nietzsche nella Genealogia della morale a proposito della formazione della morale reattiva degli schiavi e che tanti spunti aveva fornito a Deleuze! V. e dunque dei gruppi sociali e delle nazioni dominanti. 59. p. p. 161 Constant 2005. per lungo tempo nel corso della sua storia il liberalismo non è riuscito ad essere coerente nemmeno rispetto all’enunciazione del primato della libertà negativa. 151. Losurdo 1993b. p. p. 166 Berlin. 174 Harvey 1993. 120. 163 Berlin. 339n. p. criticando in parte Berlin e poi la tesi neoliberale di una «libertà dei moderni come libertà dalla politica» (76). 157 Foucault 1977. 177 Sansonetti 2011. viene scontata dal postmodernismo. riferendosi al modello angloamericano (p. pp. Nietzsche 1988b. Losurdo 1992. p. pp. p. p. 15. p. 171 Lyotard 1985. p. 97. 162 Ivi. p. pp. 178 Urbinati 2011. p. 158 Urbinati 2011. 156 Vattimo 1984. 209. 172 sgg. cfr. 60. p. p. 70). 295. 175 Cavallaro 2010. 35 sgg. 173 Urbinati 2011. 7-9. 121. 172 Cfr. un’altra è però l’e cacia. p. 154 La «volontà di farsi riconoscere» non è che «volontà di farsi attribuire i valori comuni di una determinata società»: Deleuze 2002. 164 Una cosa è la pretesa. 102. 167-9. 347. La stessa incoerenza. 153 Su tutto questo sono imprescindibili le analisi contenute in Bauman 2003. nei confronti dei quali ogni abuso di potere appariva giusti cato: cfr. 176 Urbinati 2011. p. 33. 168 Jameson 2007. 66-7. p. 165 Anche Nadia Urbinati (2011) ritiene che la «concezione minimalista della democrazia necessita di una revisione» (14). Deleuze 2001. p. p.152 Di una vera e propria (paradossale) «piani cazione liberista» parla Urbinati 2011 a proposito delle politiche economiche degli anni Ottanta. 192-3 137 . p. pp. 15-8. cfr. 28. 169 Deleuze 2002. 159 Lyotard 1985. pp. 198. 194-5 e Losurdo 2001. 56. 170 Harvey 1993. 31. che rovescia la presunta rivendicazione dell’individualismo assoluto in una sorta di ancheggiamento dei rapporti di forza vigenti. 167 Ivi. Come ha mostrato Domenico Losurdo. 179 È un movimento dialettico che.

p. p. 109: la «tesi di irrazionalità ultima del giudizio di valore» è divenuta nel Novecento «una sorta di senso comune condiviso». Incomprensibile in questa genealogia del nichilismo è l’inserimento di Hegel (p. pp. p. cfr. p. 194 Lyotard 1986. p. 154 sgg. Lenin 1953. p. pp. 189 Lyotard 1985. p. 27. Engels 1971. pp. 212 Lyotard 1985. p. 120 sgg. p. 209 Lyotard 1986. 199 De Monticelli 2010. p. Cfr.. p. e 34. dice Vattimo (1984. p. al contrario. 201 Foucault 1977. 200 Lyotard 1985. p. 204 Cfr. p. p. Per Vattimo . 187 Jameson 2007. 137. «cercare giusti cazione per qualunque presa di posizione o guidizio o convinzione» 205 De Monticelli 2010. 211 De Monticelli 2010. pp. 55. 110 sgg. 26-7. 18). 183 Deleuze 2002. 116). 188 De Monticelli 2010. 198 Ivi. 193 Deleuze 2002.. p. p. p. 52 e 54. Ferraris 1986. p. p. Deleuze 2002. pp. 185 Jameson 2007. p. 17. 186 Cfr. signi cherebbe in ultima istanza «che non si può argomentare nulla contro il terrorismo». Vattimo 1985. 28. 132-3. 122. De Monticelli 2010. p. Negri/Hardt 2001. 120. 29: i modelli della profondità (di una verità soggiacente da riscoprire ad un livello più profondo rispetto a quanto appare) che vengono respinti in nome di un atteggiamento programmaticamente “super ciale” sono quello «dialettico dell’essenza e dell’apparenza». quello «freudiano del latente e del manifesto». p. quello «esistenzialista dell’autenticità e dell’inautenticità» e in ne «la grande opposizione semiotica tra signi cante e signi cato». 50. pp. 26. 208 Levy in Mura-Pieretti-Galeazzi 1978.. 40. p. Vattimo 1984. 155. «il nichilismo compiuto è la nostra unica chance»: 1985. 182 Vattimo 1984. 190 Ivi. 92 sgg. pp. 32 sgg. p. 124. Cfr. p. 19. 251. 191 Vattimo 1984.Vattimo 1985. p. De Monticelli 2010. ad esempio. 10. 100 sgg. 202 Vattimo 1984. 128. 183-5. p. anche p. 197 Deleuze 2002. 70. 195 Vattimo 1984. 16. p. cfr. 86-8. p. 196 L’«assunzione di un “valore” assoluto». 207 V. p. p. 203 Lyotard 1985. 126. 210 Lyotard 1986. 74. 184 Panarari 2010. Cfr. p. p. 180 181 138 . 19 sgg. 5. p. 42. 19-20.18. 23. 86: «rendere ragione». 141 sgg. 21. 206 Ivi. 192 Lyotard 1985. 79.

p. 221 Vattimo 1984. 14. 36. 224 Vattimo 1984. Vattimo 2007. p. 217 Harvey 1993. il netto contrasto tra Ferraris 1985 e Ferraris 2010. p. L’esempio più signi cativo di questo ripensamento viene però dal “padre” del postmodernismo italiano. 216 Vattimo 1984. p. 30. 71. p. 14. p. Cfr. p. p. 222 Cfr. l’arte e il sacro: Vattimo 1984.Levy in Mura-Pieretti-Galeazzi 1978. pp. 9. 51. 38. Losurdo 1993a. p. p. cfr. 231 È una consapevolezza che è stata annunciata già da qualche anno (cfr. 230 Giacché 2011a. p. Losurdo 1993b. e i capp. 227 Urbinati 2011. p. p. 239. 150-1. poi. 147. Deleuze 2002. 15). il quale. p. pp. 118 sgg. p. 229 De Monticelli 2010. 8. cioè – oggi e qui – politica». p. 12 sgg. III-VI in Vattimo 1985. p. p. Gianni Vattimo. le considerazioni di Vattimo sul rapporto tra Andenken heideggeriano. Luperini 2005) e che va crescendo presso numerosi intellettuali anche di estrazione diversa: cfr. De Monticelli 2010... p. 213 214 139 . p. 225 Harvey 1993. 220 Harvey 1993. 72. 298 sgg. anche chi si richiama a Tocqueville. È soprattutto pratica. 163: «La partita aperta contro lo scetticismo pratico non è a atto solo teorica. 228 Vattimo 1985. 218 Vattimo 1984. 14. 75 sgg. 47 sgg. p. 226 Gallino 2011. ha di recente modi cato in maniera molto sensibile le proprie posizioni politiche: cfr. persino chi in passato aveva aderito con entusiasmo al postmodernismo e aveva aspramente criticato il «neoilluminismo» di Habermas sembra essersi reso conto degli esiti di quella stagione e dichiara la ne di ogni «nostalgia del postmoderno»: cfr. auspica oggi una «ria ermazione del valore dell’eguaglianza» e «politiche di redistribuzione e politiche del riconoscimento» (Urbinati 2011. 215 Lyotard 1985. 219 Lyotard 1986. come ho già ricordato. 223 Jameson 2007. 269. Del resto. 57.

La solitudine del cittadino globale. Dialettica dell’illuminismo. Angelus Novus. Politica. Bologna. C. Saggi e frammenti. 1987. Deleuze. eodor W. ed. Borgonovo. 140 . 2 marzo. Bollati Boringhieri. Id.Bibliogra a Adorno. Einaudi. “Due concetti di libertà”. – Horkheimer.. “Libero”. in Id. ed. orig. Constant. Torino. Cattedrale. “il manifesto”. Band I: Über die Seele im Zeitalter der zweiten industriellen Revolution. In Search of Politics. 2009a. 1962. Verità avvelenata. Paris 1962. il Mulino. ed. progetto. Nietzsche e la loso a e altri testi. Einaudi. Democrazia. 1958. Gilles. con itto e bonapartismo postmoderno nella transizione italiana. Stefano G. Laterza. orig. Beck. PUF. La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni. pp. 2005. Torino. Roberta. Franca. Gianrico. Apocalittici e integrati. Milano 2000…. Schriften. orig..1. Suhrkamp. Max. Milano 1964… Engels. 2003. Torino. orig. Amsterdam 1947. poi Fischer. Eco.Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale. Berlusconi. Frankfurt 1955. 96-106. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa. ed. 2010. Roma-Bari. 2011. Rizzoli. 2003. Günther. Luigi. Polity Press. Friedrich. De la liberté des anciens comparée à celle des modernes (1819). Isaiah. D’Agostini. 1971. Caro glio. orig. Francesco. I falsi di “Repubblica” sui diari del Duce. Zygunt. Die Antiquiertheit des Menschen. orig. Nietzsche et la philosophie. Bauman. L’età neobarocca. ed. piano. 1987. ed. 2010. orig. orig. ed. il «Grande Altro» e il Sessantotto. Einaudi. Feltrinelli.. Milano. Anders. Benjamin. Milano. 2010. Arendt. Feltrinelli. Azzarà. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico. 7 aprile. Umberto. 2002. Paoletti. 2009b. Libertà. La questione morale. Bollati Boringhieri. Cavallaro. Roma 1950…. 1987. orig. 2010. 2010. ed. 1. Einaudi. ed. Two Concepts of Liberty. Querido. De Monticelli. 1966. Walter. Benjamin. Calabrese. Philosophische Fragmente. Bompiani. Torino. L’uomo è antiquato. Torino 2001…. La manomissione delle parole. Frankfurt. Torino. 1987. Hernn Eugen Dühring’s Umwälzung der Wissenschaft («Anti-Dühring») (1878). e Life of the Mind. Omar. München 1956. n° 1. H. Milano. Berlin. New York-London. Hannah. a cura di G. Cambridge 1999. Harcourt Brace Jovanovich. p. Antidühring. Vol. Ra aello Cortina Editore. “Marxismo Oggi”. Editori Riuniti. Dialektik der Aufklärung. Ancona. La vita della mente.

Pfüllingen 1957.A. n° 1.. Einaudi. Milano. 27-37. Foucault. Micro sica del potere: interventi politici. Id. Siamo ancora postmoderni?. pp. Il lungo XX secolo e oltre. 15-7. Milano.. Heidegger. Simon & Schuster. Blackwell. Adelphi. trad. pp. Histoire de la sexualité. Firenze 1968…. Suhrkamp. ed. it. ed. Maurizio. orig. Dodici lezioni. Id.Ferraris. Derive Approdi. Einaudi. Il discorso loso co della modernità.orig. 141 . Frakfurt a. Milano. ed. La fabbrica del falso. Torino. Chiodi. Id. 1981. La Nuova Italia. Autopsia di un falso. orig. orig. orig. Il pensiero debole. orig. La crisi della modernità. ed . Paris 1976. 2010.. Klostermann. “La Repubblica”. Foucault. it. A proposito di “neoilluminismo” e “neoconservatorismo”. “Alfabeta”. ed. e Clash of Civilizations and the Remaking of World Order. Sorvegliare e punire. Garzanti.. Torino. Georg Wilhelm Friedrich. Vladimiro.. La volontà di sapere. 1988. Feneomenologia dello spirito. il Saggiatore. La civiltà del denaro in crisi. Id. Der philosophische Discurs der Moderne. Adelphi. 23-4. Neske. Laterza. P. I diari di Mussolini. Gallimard. orig. 2000. Gallimard. Harvey. di P. trad. 1991. “l’ernesto”. Milano 1983…. Frankfurt a. di E. Zwölf Vorlesungen.. pp. Jürgen. Milano. ed. Phaenomenologie des Geistes (1807). 195. Habermas. Storia della sessualità 1. orig. Moderno. 1991. Michel. Surveiller et punir. Milano 1997….. Finanzcapitalismo. Torino. Franzinelli. Der Satz vom Grund. Gallino. 2011a. David. Volpi. Naissance de la prison. Einaudi. 1994. pp.. Roma-Bari 1987…. Id. di F.M 1985. 1976. Huntington.. in G. Il principio di ragione. Habermas. Samuel P. Nietzsche. ed. n. 21 giugno. Oxford 1990. it. 22. Rovatti (a cura di). trad.M. Roma 2008… Id. La Nuova Italia. Hegel. Neske. a cura di F. ed. Giacché. Bollati Boringhieri. 1978. Strategie della menzogna nella politica contemporanea. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. “aut aut” n° 208. De Negri. 1977. Luciano.. Feltrinelli. 2011. a cura di Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino. New York 1996. 1989. Mimmo. 41-6 Id. 1986. Holzwege. Invecchiamento della “scuola del sospetto”. 2011b. Torino. Sentieri interrotti. Feltrinelli. Pfüllingen 1961. tome 1: La volonté de savoir. 1950. e Condition of Postmodernity. Firenze 1960…. 2011. Nascita della prigione. orig. Paris 1975. ed. Vattimo. pp. Id. 120-36. Derrida. postmoderno e neoconservatorismo. 1993. Volpi. Martin. Nietzsche.

1981a. Milano. 1991. Id. La condizione postmoderna. orig. ed. 1991. ed. Lenin. Immanuel. Le Postmoderne expliqué aux enfants. Feltrinelli. Minuit. Id. Ecce homo. Torino. 2011. Il nuovo ordine della globalizzazione. Torino. Fredric... il Mulino. l’Occidente. Ditirambi di Dioniso. orig. Marx e il bilancio storico del Novecento. Torino. Il peccato originale del Novecento. Considerazioni inattuali. Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani seguito dai pensieri d’un italiano d’oggi. Roma. 1965.Jameson. Trionfo e decadenza del su ragio universale. Id. Montinari. Lyotard.. 1988a. Durham 1991. Roma. 1953. Leopardi. Rizzoli. Famine: A Shord History. Torino. Ecce homo (1888)... Galilée. Problemi e miti. Milano 1968…. Ed. 142 . Losurdo. 1985.. Roma-Bari. ed. Antonio – Hardt. 1998. Milano 1981…. Michael. Gaeta. orig. Empire. Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo. Eine Streitschrift (1887). ed. Id. poesie e scelta di frammenti postumi 1888-1889. Die Geburt der Tragödie (1872).. 2011. Così parlò Zarathustra. La critica di Hegel ieri e oggi. Duke U.. Karl – Engels. Il revisionismo storico. Fazi. I “nuovi loso ”: la coscienza infelice del nostro tempo.P. Marx.. Torino. Manifest der Kommunistischen Partei (1848). 1988b. Roma. Antonio – Galeazzi. Nietzsche. Jean-François. 1981b.. Nietzsche contra Wagner. 1993b. 2001. orig. Impero. Bollati Boringhieri. Id. 1986. Harvard 2000. a cura di G. Lecce. Bologna. Princeotn 2009. Rapporto sul sapere. 2001. Ein Buch für Alle und Keinen (1885). Luperini. Also sprach Zarathustra. Id. Unzeitgemässe Betrachtungen I-IV (1873-6) Id. Kant. Heidegger e l’«ideologia della guerra». Laterza. Ó Grada. Domenico. la morte. Gaspare – Pieretti. ed. Milano 1972…. Laterza. Bollati Boringhieri. Paris 1979. Paris.. ed. Harvard U. 2007. La comunità. Cormac. Mondadori su licenza Adelphi. Hegel e la libertà dei moderni. ed. Princeton UP. orig. Milano. Milella. Postmodernism or. a cura di G. Id. Adelphi. Friedrich. Roma. Id. Edizioni Rinascita.. Adelphi.P. Id. ed. Romano. orig. La ne del postmoderno. orig. Genealogia della morale e scelta di frammenti postumi 1886-1887. Zur Genealogie der Moral. Milano. Materialismo ed empiriocriticismo (1909). 1992. Napoli. Mondadori su licenza Adelphi. Bibliotheca. Giacomo – Cordero. Umberto. 1996. Manifesto del partito comunista. ed. Colli e M. Editori Riuniti. Einaudi. 1993a. Franco. L’ipocondria dell’impolitico. orig. Bollati Boringhieri. Id. Democrazia o bonapartismo.. 1978. Mura. e Cultural Logic of Late Capitalism. Editori Riuniti. UTET. Guida. Colli e M. Roma-Bari. Friedrich. orig. orig. 2005. Montinari. Un libro per tutti e per nessuno. Scritti politici e di loso a della storia e del diritto. La condition postmoderne. Storia delle carestie. 1991. Città Nuova Negri. La nascita della tragedia.

ed. Ediciones de la Revista de Occidente. p. Roma-Bari.. Garzanti 1975… Pasquino. La ne della modernità. Le derive politiche del postfordismo. Bollati Boringhieri.. 26 marzo. orig. le socialisme. Liberi e uguali. madrid 1930. Oswald. Sulla lingua del tempo presente. Odradek. ed. orig. 1984. Bagnasco chiede sobrietà: il disagio morale si respira. Nicos. Foucault e il postmodernismo: una decostruzione. München 1922. Gian Guido. orig. Il tramonto dell’occidente. 3 ottobre. Rehmann. di G. Il potere nella società contemporanea. Roma-Bari.G. Argument Verlag. Lucio Caracciolo. 1.. 2011. Le due destre. Vattimo. La rebelión de las masas. Azzarà. Feltrinelli. L’ultima ideologia. La sinistra sociale.00 – ISBN 88-8292-260-X 143 . n° 11. Bollati Boringhieri. 25 gennaio. Id. 1967. Come si ri-diventa ciò che si era. p. Deleuze & Foucault: eine Dekonstruktion. Hamburg 2004. “Corriere della Sera”. trad. München 1920 e II. Maurizio. 2010.. Beck. Fazi. Oltre la civiltà del lavoro.Ortega y Gasset. Urbinati. Bologna. 2010. Massimo Teodori. L’État. Laterza.. Milano.. trad. interventi di Andrea Romano. Piero. Der Untergang des Abendlandes. Saponaro. Nietzsche. 2011. Le censure di “Alfabeta” ai fuori linea. Vecchi. Milano 1957. ed. Un dialogo. Viroli. Panarari. Mario. Gianni. 9. it. Id. 2007. p. La felicità della democrazia. Torino Pasolini. 88 PAGINE – 6. Deleuze. “Rinascita”. 2010. Le parole della politica. 2011. le pouvoir. 1990. Id. Spengler. 1981. 1964.. L’Italia da Gramsci al gossip. La libertà dei servi. Milano 1981… Id. Torino. Editori Riuniti. Spinella. 1985. Ipotesi su Nietzsche. Einaudi. Einaudi. 2010. Pier Luigi Battista. Paris 1978. Einaudi. 13 marzo. Jan. Vittorio Emanuele Parsi. Longanesi. Nadia. Zagrebelsky. 1996. Giappichelli. Gustavo – Mauro. Id. Heidegger e l’ermeneutica. 2009. it. Ecce comu. La politica. Roma. I (1918). Sole 24 Ore. Torino. 26. ed. Poulantzas. Sansonetti. Ezio. Feltrinelli. il Mulino. trad. 2011. José. Marco. Laterza. 1962. Laterza. 1978. il Mulino. Beck. Evola. 2001. Gianfranco. Torino. Contro l’ideologia individualistica. Apocalittici e integrati. I nietzscheani di sinistra. Roma-Bari. Gustavo. le ideologie e le insidie del lavoro. 2011. La ribellione delle masse. Alessandro Campi. di J. L’egemonia sotto culturale. Roma. Bologna. PUF. Oltre il Novecento. Pierpaolo. Roma. e cura di S. orig. “il Riformista”. Postmoderner Links-Nietzscheanismus.. 1997. Al di là del soggetto. Revelli. Torino. Massimiliano. Zagrebelsy. Scritti corsari. Basta logica con ittuale. Torino.