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Più grande dell’Italia, anche se di poco, la Polonia ha un territorio troppo vasto e troppe cose da vedere per poter esaurire

la visita in una sola volta e la scelta di un itinerario piuttosto che un altro diventa ardua se non si hanno delle mete precise da raggiungere. Volendo ripercorrere le tappe principali della II guerra mondiale e dell’Olocausto, che in questo paese hanno lasciato un segno non indifferente, il percorso diventa però quasi obbligato e quanto verrà lasciato ad altra occasione dipenderà solamente dal tempo a disposizione. In compenso ciò non esclude che si riesca comunque ad immergersi anche in paesaggi da favola dalla natura incontaminata o tuffarsi in un passato molto più remoto dal sapore squisitamente medioevale o rinascimentale. In Polonia il passato è una presenza costante, che si avverte camminando per le strade della maggior parte delle città o dei villaggi attraversati. Nelle vaste pianure del nord e dell’est è facile imbattersi ancora in paesaggi rurali disseminati di casupole in legno e lembi di terra coltivati come un tempo, con aratri tirati dai cavalli e fieno fatto a mano. Lungo le strade, nidi di cicogna in cima ai pali del telegrafo o sui camini delle case sembrano uscire da un racconto fiabesco e tutt’intorno una tranquillità che sembra farti viaggiare al rallentatore. Storia, arte e natura: tre componenti che in questo come in qualsiasi altro itinerario polacco vanno a braccetto accompagnando il visitatore in un susseguirsi di nuovi fantastici angoli da scoprire.

Un po’ di storia
Di tutti i paesi europei la Polonia è sicuramente quello che è stato più maltrattato dalla storia. Nel corso di mille anni l’identità nazionale del popolo polacco ha avuto ben poche ciance di esprimersi ed ha sempre dovuto fare i conti con gli appetiti espansionistici dei belligeranti vicini. Una cosa è certa, infatti: tutto si può dire meno il fatto che sia una nazione giovane nata da qualche artifizio diplomatico dopo l’ultima guerra mondiale. Le sue origini risalgono infatti nientemeno che al tempo dei primi insediamenti Slavi in Europa, la cui terra natia coincideva allora pressappoco proprio con i suoi confini attuali, ovvero le vaste pianure paludose e dense di foreste comprese tra i bacini del fiume Oder e della Vistola, alle spalle dei Daci, del Germani e degli Sciti. Solo successivamente, nel corso del primo millennio, questa popolazione rigorosamente europea si espanse verso est, sud ed ovest dando luogo alle tre divisioni

geografiche linguisticamente distinte giunte sino a noi: gli Slavi Orientali (stanziati in una zona che comprende gran parte della Russia europea), gli Slavi Meridionali (che si stabilirono nella Penisola Balcanica) e gli Slavi Occidentali (che occuparono i territori delle odierne: Polonia, Bohemia, Slovacchia e Germania Orientale). Per quanto riguarda questi ultimi, le varie tribù che li componevano ebbero poi storie assai diverse: mentre i Luzyczanie e Wieleci furono assorbiti dall'espansione tedesca, altre tribù furono da questa sterminate (Obodrzyce); i Cechi e Moravi si unirono formando il Regno Ceco; gli Slovacchi entrarono a far parte del Regno dell'Ungheria. Dalle rimanenti (Polanie, Wislanie, Pomorzanie e Mazowszanie) nacque invece il primo embrione di stato Polacco. Il nome Polonia deriva infatti da quello dei Polani (letteralmente popolo dei campi, ovvero abitanti delle campagne), una delle tribù slave occidentali stanziate sulle rive del fiume Warta (nei pressi di Gniezno, vicino a Poznan) nel corso del X secolo. Fu il loro capo, il leggendario Piast, ad unire i vari clan sparsi nelle zone circostanti in una sola entità politica a cui diede il nome di Polska (Polonia). Il riconoscimento come ducato autonomo all’interno dell’Europa Cristiana del Sacro Romano Impero Germanico proclamato nel 962 da Ottone I avvenne poco dopo, nel 966, con il battesimo e la conversione al cristianesimo di Mieszko (Miecislao) I, principe dei Polanie, che con tale atto ed il matrimonio con Dobrava, figlia di Boleslaw il Severo Principe di Bohemia, riuscì a mantenere l'indipendenza del suo territorio severamente minacciato dalle crociate antipagane in corso. Territorio che riuscì anche ad estendere, conquistando a nord tutta la zona costiera della Pomerania, a sud la Slesia ed a sud-est la Malopolska (Piccola Polonia), lasciando alla sua morte, nel 992, in eredità uno stato ormai consolidato con capitale proprio quella Gniezno da cui l’unificazione era partita. Al suo successore, Boleslaw I Chrobry (Boleslao I il Prode) toccheranno gli onori sia di vedere nell’anno 1000 riconosciuta, con il pieno consenso dell’Imperatore Ottone III, la Chiesa Polacca come organismo indipendente (un arcivescovado con sede nella stessa Gniezno, posto sotto la protezione diretta del Papa senza più la mediazione tedesca), che di essere incoronato primo Re della Polonia, nel 1025. Dopo la sua morte, avvenuta pochi mesi dopo l’incoronazione, la dinastia Piast governò ancora, tra alterne vicende, per altri tre secoli sino alla sua estinzione, nel 1370. Durante questi anni le pretese rivendicative dei paesi vicini si fecero sempre più forti creando non pochi problemi ai regnanti che governarono con alterna fortuna. La parte settentrionale del paese continuava ad essere teatro di guerre ed invasioni, tanto da indurre nel 1038 il nuovo sovrano a spostare la capitale (e l’arcivescovado da Gniezno, a Cracovia, nella meno esposta Maloplska. Alle tensioni con l'Imperatore Tedesco Corrado II (che invase la Polonia nel 1031 costringendo il sovrano alla fuga in Boemia) seguirono quelle con Enrico IV ed Enrico V, che crearono così tante tensioni nella casa reale tra le varie fazioni da rendere il paese quasi ingovernabile. Finchè all’inizio del XII secolo Boleslao III non riuscì a riportare un po’ d’ordine riconquistando anche Slesia e Pomerania nel frattempo finite sotto il giogo tedesco. Volendo prevenire i conflitti tra i suoi cinque figli ed i loro successori, alla sua morte nel 1138 lasciò un testamento che spaccò letteralmente la Polonia in altrettante parti, non senza precisare però i doveri di ciascun principe verso il Principe Supremo (il Piast più anziano, ovvero il suo primogenito Wladyslaw II). Disposizioni che vennero puntualmente disattese facendo precipitare il paese in un lungo periodo di lotte dinastiche ed alla prima disintegrazione dell’unità nazionale. Quando nel 1226 i Prussiani, una confinante tribù pagana del nord, attaccarono la sua provincia, il duca Corrado di Masovia chiese aiuto ai Cavalieri Teutonici, un ordine militare e religioso tedesco da poco istituito da Re Andrea II d'Ungheria durante le crociate, per combatterli, proponendo in cambio la terra di Chelmno in vassallaggio. Ma questi non si

accontentarono. Dopo aver sottomesso le tribù pagane, i Cavalieri Teutonici organizzarono i territori conquistati in un vero e proprio stato che governarono dal loro castello di Malbork estendendo il proprio dominio su tutta la Polonia settentrionale, con la benedizione del Papa e dell’imperatore tedesco Federico II. Un notevole afflusso di coloni tedeschi aiutò a consolidare le ricchezze ed il potere dell'Ordine che nel 1308 arrivò a conquistare anche Danzica massacrando tutti i suoi abitanti. Bisognerà attendere sino al 1320 prima che venga restaurata la monarchia e ricostituita l’unità dello stato polacco ad opera di Ladislao I il Breve, che nel 1331 riuscì anche a conseguire con il suo esercito la prima vittoria sui Cavalieri Teutonici. Sarà poi il suo erede al trono, Casimiro III il Grande (Kazimierz Wielki) a fare nuovamente della Polonia uno stato prospero e potente, riconquistando la Masovia e buona parte dei territori in precedenza perduti. Si dice che Kazimierz "trovò la Polonia di legno e la lasciò in pietra", tanto grande fu la sua attività di edificatore di città e fortezze. Furono fondate più di settanta nuove città e Cracovia, la capitale reale, conobbe una nuova fioritura con l’istituzione di una delle prime università europee. Morì nel 1370 senza lasciare eredi e con lui si estinse definitivamente anche la dinastia dei Piast che aveva regnato sulla Polonia sin dalla sua fondazione.

Casimiro III il Grande

Luigi I d’Ungheria

Dopo la morte di Casimiro il Grande la corona passò a Luigi I d’Ungheria, della dinastia angioina, figlio della regina Elisabetta, sorella del defunto Casimiro. Il matrimonio di sua figlia Edvige con il Granduca di Lituania Jagellone segnò nel 1386 il passaggio delle consegne ad una nuova dinastia che, anch’essa con alterne vicende, reggerà le sorti della Polonia per i successivi due secoli. L’unione delle due corone polacco-lituana, sancita sin dall’anno precedente con la firma del trattato di Krevo ispirato dallo scopo comune di resistere all'espansione dell'Ordine Teutonico, dette immediatamente i suoi frutti. Dopo una prima schiacciante vittoria a Grunwald nel 1410 (che fu una delle più grandi battaglie del Medioevo), nel 1466, a seguito della pace di Torun, lo Stato Teutonico definitivamente battuto e umiliato lasciò la Polonia. La Prussia fu divisa in due parti: quella occidentale, chiamata “reale”, fu incorporata nel regno

polacco; quella orientale, chiamata “ducale”, rimase sotto il governo del Gran Maestro dell’ordine Teutonico come vassallo della Corona Polacca. Anni dopo, nel 1525, sarà proprio uno di questi “gran maestri”, Albrecht Hohenzollern, a trasformare, con l’aiuto dei luterani, la Prussia orientale in un ducato laico indipendente dando origine a quello che sarà destinato a diventare, sotto la dinastia che per secoli porterà il suo nome, uno dei più potenti Stati d’Europa. Recuperata la Pomerania orientale, parte della Prussia ed il porto di Danzica, la Polonia divenne per alcuni anni il più grande stato europeo, con un territorio che andava dal Mar Baltico al Mar Nero. Nel 1471, infatti, uno dei cinque figli di Casimiro, Wladyslaw, diventò Re dei Cechi e nel 1490 Re dell'Ungheria riuscendo così a dominare i territori di ben quattro stati: Polonia, Lituania, Boemia ed Ungheria. Ma questa situazione non era destinata a durare: nel 1475 iniziò un lungo periodo di invasioni da parte degli Ottomani, dei Tartari di Crimea e dei Russi che a più riprese occuparono molti dei territori orientali e meridionali effettuando incursioni che arrivarono addirittura a minacciare la capitale Cracovia. Nonostante guerre ed invasioni il regno di Polonia era comunque potente e consolidato e l’arrivo del Rinascimento, agli inizi del XVI secolo, favorì una tale fioritura culturale e scientifica da far passare alla storia Il regno dei ultimi due Jagelloni (Sigismondo I il Vecchio e Sigismondo II Augusto) come "il secolo d'oro". Le arti e le scienze ricevettero in quegli anni un fortissimo impulso, che andò affiancandosi allo sviluppo economico già in atto da tempo nel paese. Il fervore di quell’epoca rinascimentale attirò in Polonia molti studiosi, artisti ed architetti stranieri, in particolare dall'Italia, favoriti dalla passione per l’arte e la cultura della moglie di Sigismondo I, Bona Sforza, di origine italiana. Mentre il resto d'Europa era terrorizzato dalle persecuzioni religiose, in Polonia vigeva uno spirito di tolleranza che attirò molti rifugiati da ogni parte del mondo. Soprattutto di ebrei, tanto che alla fine del XVI secolo si poteva riconoscere alla Polonia il primato di ospitare la comunità ebraica più grande d’Europa. Alla tolleranza religiosa (che verrò sancita ufficialmente nel 1573 dal Parlamento polacco con la Confederazione di Varsavia che concesse la libertà di culto a tutti coloro che professavano una religione diversa di quella cattolica, anticipando di 25 anni il ben più famoso Editto di Nantes) corrispose anche una certo rinnovamento politico con la trasformazione in monarchia parlamentare, la cui assemblea, il Sejm, si dimostrò molto efficace nel garantire privilegi al 10% della popolazione costituente la nobiltà feudale (szlachta), mentre i contadini continuavano a versare in condizioni di miseria venendo trattati alla stregua di servi della gleba. La dinastia jagellonica era però ormai giunta al capolinea: nel 1572 la morte senza eredi di Sigismondo II segnerà il passaggio dalla monarchia ereditaria a quella elettiva.

Per meglio contrastare le mire espansionistiche della vicina Russia, poco prima della sua morte, nel 1569, l’ultimo dei Jagelloni aveva fatto in tempo a compiere quello che fu definito il suo capolavoro politico: la riunione delle due corone di Lituania e Polonia in un unico grande stato, con lo spostamento della sede del Parlamento a Varsavia. Alla sua morte, non essendovi alcun erede al trono, fu stabilito un sistema di successione basato sull’elezione diretta del re da parte della nobiltà che, in mancanza di candidati polacchi, avrebbe potuto prendere in considerazione anche aspiranti stranieri. L’esperimento di quella che fu definita la “repubblica reale” (1573-1795), meglio nota come “Repubblica delle Due Nazioni”, fu disastroso: in occasione delle elezioni le potenze straniere non esitarono a promuoverei loro candidati corrompendo i votanti ed il risultato fu che degli undici re che si succedettero alla guida del Paese solo quattro furono polacchi. A cominciare dal primo sovrano ad essere eletto con questo sistema, il francese Enrico di Valois, che dopo pochi mesi se ne andò per salire sul trono della Francia come Enrico III. Una scelta più felice si rivelò il suo successore, Stefan Bathory (1576-1586), principe di Transilvania, che coadiuvato dal suo abile comandante e cancelliere Jan Zamoysky (fondatore tra l’altro della città di Zamoc che visiteremo), riportò una serie di vittorie contro il temuto zar Ivan il Terribile per il controllo della Livonia (oggi Estonia e Lettonia), unitasi poi alla Res Publica. Dopo la sua prematura scomparsa, la corona fu offerta allo svedese Sigismondo III Vasa (figlio di Caterina Jagiellonka, Regina di Svezia, sorella di Sigismondo II Augusto). durante il cui regno (1587-1632) la Polonia raggiunse la sua massima estensione, pari ad oltre il triplo di quella attuale, con capitale definitivamente spostata da Cracovia a Varsavia per controllare più da vicino gli affari con la Svezia. Nonostante ciò, gli inizi del XVII secolo non furono particolarmente favorevoli per le sorti della Polonia. Sotto il suo regno il potere dei magnati, i grandi signori feudali polacchi, era cresciuto a dismisura arrivando a minacciare addirittura l'integrità e la stabilità del Paese ed a mettere in discussione l’autorità del Parlamento. Toccherà a suo figlio, Vladislao IV Vasa, eletto all’unanimità nuovo Re di Polonia, a completare l’opera di conquiste del padre, conducendo nel 1636 una vittoriosa campagna militare contro Mosca, morendo però prematuramente prima che la situazione si fosse del tutto stabilizzata. Gli invasori iniziarono a spartirsi pian piano il paese e Giovanni II Casimiro Vasa (1648-1668), fratello del precedente sovrano, si dimostrò ben presto incapace di resistere ai vari aggressori (turchi, russi, tartari, ucraini, cosacchi e svedesi) che avanzavano su tutti i fronti. Sotto il suo regno la “repubblica reale” perse oltre un quarto dei suoi territori, molte città furono bruciate e saccheggiate, le campagne devastate e l’economia distrutta. Fu in particolare l’invasione svedese del 1655-60, il cosiddetto “diluvio” a provocare le maggiori devastazioni, oltre che l’abdicazione, nel 1668, dello stesso Re. L’ultimo momento felice nella lunga agonia della “repubblica reale” fu costituito dal regno di Giovanni III Sovieski (1674-96), che riportò numerose vittorie contro gli Ottomani tra cui quella riportata nel 1683 di fronte alle mura di Vienna, che inflisse ai turchi una sconfitta tale da obbligarli a ritirarsi definitivamente dall’Europa, nel cuore della quale pensavano di penetrare passando attraverso l’Austria e l’Ungheria non potendo passare attraverso la troppo resistente Polonia. Fu questo l’ultimo successo militare della “repubblica

reale”. Da quel momento in poi, sino alla sua definitiva dissoluzione nel 1772, la “Repubblica delle Due Nazioni” passò sotto il giogo straniero.

modifica dei confini dalle origini ad oggi Agli inizi del XVIII secolo la Russia, che si era trasformata in un potente impero guidato da una politica sempre più espansionistica, riuscì ad estendere il proprio controllo anche sulla Polonia, facendo dei vari sovrani poco più che delle marionette nella mani dello Zar. Le guerre del secolo precedente avevano letteralmente portato il paese sull’orlo della rovina. Massacri, carestie e pestilenze decimarono la popolazione riducendola di oltre un terzo. Russia, Prussia e Austria, sempre più potenti, avevano tutto l’interesse a mantenere la Polonia in uno stato di debolezza e sfruttarono appieno le possibilità che offriva la legislazione locale per condurre in porto i loro intrighi di palazzo. Tra queste, la clausola del "liberum veto" , che permetteva ad ogni deputato di interrompere la sessione con le parole "non permetto" e così annullare i decreti legislativi. Offrendo adeguate somme di denaro ai deputati per interrompere le sessioni del Sejm era facile paralizzare qualsiasi attività legislativa ritenuta scomoda. Seguirono anni di vera e propria anarchia, finchè il paese non divenne di fatto un protettorato russo. La guerra contro la Svezia per il controllo del Mar Baltico (la Grande Guerra Settentrionale) e la conseguente alleanza con la Russia da parte dell’allora sovrano Augusto II il Forte trasformò di fatto il territorio polacco in un campo di battaglia ed il relativo trono un premio per il vincitore. Quando nel 1764 salì sul trono polacco il magnate Stanislaw August Poniatowski, favorito dell'Imperatrice di Russia, Caterina II, i polacchi poterono rendersi definitivamente conto della loro triste situazione, ovvero della

completa sudditanza nei confronti della zarina che sempre più interveniva direttamente nelle questioni interne del loro paese con tanto di repressione di qualsiasi movimento antirusso cercasse di farsi avanti. Nel 1772 Russia, Prussia ed Austria presero la comune decisione di annettersi alcune parti della Polonia, privandola di 733.000 km2 (23%) del suo territorio e 4.500.000 di abitanti. Alla Prussia spettò il territorio più piccolo ma il più sviluppato economicamente, all'Austria il più popolato e alla Russia il più grande. A ratificare legalmente questa prima spartizione ci pensò l’anno successivo il Parlamento, con l’opposizione soltanto di alcuni deputati della frazione patriottica. Fu un fatto di rilevanza tale da meritare di essere lasciato alla memoria dei posteri in un bellissimo quadro esposto al Museo storico di Varsavia, che ritrae i reali delle tre potenze straniere intente a strappare una cartina della Polonia mentre la corona rotola dalla testa di Stanislao Augusto Poniatowsky, passato alla storia come l’ultimo re di Polonia. Nonostante le sue debolezze di fronte agli invasori stranieri, egli riuscì però a perseguire la via delle riforme come l’istituzione del primo ministero della pubblica istruzione in Europa e soprattutto, nel 1791, la stesura della seconda Costituzione scritta al mondo dopo quella degli Stati Uniti d’America, che, tra l’altro, aboliva il "liberum veto" introducendo come regola il voto di maggioranza e garantiva la libertà personale a tutti i cittadini. Il nuovo atto politico polacco fu molto apprezzato dagli Stati Uniti e dalla Francia ma fu contemporaneamente visto come una grande minaccia da Prussia, Austria e soprattutto dalla Russia. Caterina II la Grande, temendo che gli ideali liberali potessero varcare i confini e trovare fertile terreno anche nel suo vasto impero, decise di porre fine al nuovo corso invadendo la Polonia col proprio esercito decretando successivamente l’abrogazione di tutte le riforme appena compiute. Nel 1793 Russia e Prussia firmarono un nuovo trattato per la seconda spartizione della Polonia, anch’essa regolarmente ratificata dal Sejm in quella che fu l'ultima seduta del parlamento della “Repubblica delle Due Nazioni”. Il malcontento popolare e la gran voglia di combattere gli aggressori portarono nel 1794 all’insurrezione, ma le truppe russe, più numerose e meglio armate, non ci misero molto ad avere la meglio. Ritenendo ormai la Polonia solo più una costante fonte di problemi, l’anno successivo le tre potenze si accordarono per smembrare definitivamente ciò che ancora restava del suo territorio facendola così sparire dalla carta geografica per i successivi 123 anni. Costretto ad abdicare, il re fu rinchiuso in una prigione russa a San Pietroburgo dove morì nel 1798.

spartizioni del 1772 e del 1793

Occorrerà attendere la fine della I Guerra Mondiale per vedere rinascere la Polonia come stato indipendente. Con il crollo dell’Impero Austro-Ungarico, la sconfitta della Germania (nata nel frattempo sulle fondamenta del vecchio stato prussiano) e la dissoluzione della Russia zarista a seguito della rivoluzione bolscevica, i tempi erano ormai maturi per rivendicare la propria indipendenza. Il 10 novembre 1918 il Maresciallo Pilsudski assunse ufficialmente le funzioni di capo dello stato indicendo le prime elezioni libere della seconda repubblica polacca. Ma ad attenderla si prospettavano tempi ancor più duri di quelli passati: ridotta in macerie per essere stata il principale campo di battaglia del fronte orientale, con oltre due milioni di uomini arruolati nei vari schieramenti contrapposti (austro tedeschi da una parte e russi dall’altra) costretti a massacrarsi tra loro, la nuova nazione polacca non immaginava neppure a quale nefasto futuro andava incontro. L’aver strappato con il trattato di Versailles un accesso al mare con il cosiddetto “corridoio di Danzica”, che di fatto tagliava in due la Prussia sconfitta, le costerà molto caro: Hitler ed i tedeschi non tarderanno infatti a riprendersela scatenando una nuova sanguinosa guerra mondiale che porterà l’intera Europa alla distruzione.

Polonia 1918-1939 Ciò che accadde dopo quel fatidico 1 settembre 1939 è ormai risaputo. Come risaputo è il destino cui andò incontro a guerra finita, quando all’invasore tedesco si sostituì nuovamente la lunga mano di Mosca finchè nel 1989, primo fra tutti i paesi del blocco sovietico, ancora una volta la Polonia risorse dalle proprie ceneri dando il via a quella ventata di sconvolgimenti che nel giro di pochi anni spazzò letteralmente via, in modo stranamente pacifico, ogni barlume di regime comunista dall’est Europa. Dal 2004 a pieno titolo nell’Unione Europea, con l’adozione dell’Euro ha cercato di accelerare il più possibile i tempi per uniformarsi al mondo occidentale e sviluppato da cui ora più nulla sembra separarla se non un’economia che ancora fa fatica ad adeguarsi ai tempi.

L’itinerario
Iniziare un itinerario in Polonia partendo dall’Ucraina può sembrare insolito, ma questo percorso si inserisce in un circuito di visite nei paesi dell’est europeo che rendono tale scelta inevitabile. Superare la frontiera per uscire dall’Ucraina è altrettanto estenuante, se non peggio, che entrarci. Anche all’uscita sono i controlli dell’auto quelli che prolungano per ore l’attesa, rallentando notevolmente la tabella di marcia.

frontiera con Ucraina Superata la frontiera, la prima destinazione da raggiungere è il campo di sterminio di Belzec, Costruito nel 1941 in un piccolo villaggio a pochi chilometri dalla frontiera ucraina lungo la linea ferroviaria Lublino-Lvow (Leopoli), della morte" tedesche al centro di una regione densa di villaggi e comunità ebraiche, il campo di Si trattò infatti del primo dei tre campi di sterminio creati appositamente in sterminio di Belzec è uno dei meno noti al grande pubblico ma fu una delle più efficienti “fabbriche Polonia nell’ambito della cosiddetta Aktion Reinhardt per la “soluzione finale” del problema ebraico, che doveva servire come modello per i successivi campi di Sobibor e Treblinka. A differenza dei campi di concentramento già esistenti (incluso Auschwitz, destinato a diventare il simbolo dell’Olocausto), i campi dell'Operazione Reinhard vennero creati con l'unico scopo di uccidere gli ebrei che vi giungevano nel più breve tempo possibile. Non esistevano strutture per lo sfruttamento della manodopera e tutti i deportati scaricati dai convogli ferroviari che arrivavano venivano immediatamente inviati alle camere a gas. Solo un piccolissimo numero di deportati veniva temporaneamente risparmiato per essere impiegato nei Sonderkommandos, le unità di lavoro al servizio delle SS per il funzionamento ordinario del campo. A dispetto della sua efficienza e delle vittime che fece, circa mezzo milione in meno di due anni di funzionamento, il campo di Belzec era relativamente piccolo: un quadrato di circa 275 metri di lato circondato da filo spinato con quattro torrette di guardia agli angoli. Nella primavera del 1943, con l’approssimarsi dell’Armata Rossa vittoriosa sull’esercito tedesco in ritirata dalla Russia dopo la disfatta di

Stalingrado, il campo fu abbandonato ed ogni sua traccia accuratamente occultata e distrutta. Nel dopoguerra gli scavi effettuati hanno consentito di individuare esattamente quella che era l'area occupata dal campo, successivamente recintata e trasformata in memoriale.

campo di sterminio di Bellzec Per pernottare la soluzione ideale sarebbe quella di raggiungere la splendida cittadina di Zamosc, una cinquantina di chilometri più avanti, ma senza prenotazione è un’impresa impossibile. Iscritta sulla lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO,

Zamosc

è veramente una città unica e

rappresenta un raro esempio di città rinascimentale rimasta pressoché intatta. Progettata dal nulla sul finire del XVI secolo, fu costruita al centro dell’altipiano di Lublino, sul percorso che collega l'Europa occidentale e settentrionale al Mar Nero, per volontà del Cancelliere e comandante in capo delle forze armate Jan Zamoyski (1542-1605), uno dei magnati più potenti ed illuminati dell’età dell’oro della Polonia. Uomo del Rinascimento, Zamoyski intendeva creare una città ideale che fosse allo stesso tempo un grande polo culturale, un fiorente centro commerciale ed una fortezza inespugnabile. Avendo studiato a Padova, praticamente come tutti gli aristocratici polacchi dell’epoca, non guardava alla Russia come modello d’ispirazione artistica ma bensì all’Italia, tanto che per il suo grandioso progetto richiese l’opera di un architetto italiano, Bernardo Morando, di origini padovane, che proprio dalla sua città natale prese lo spunto per realizzare la sua opera. Non per nulla Zamosc viene chiamata la "Padova del Nord" o la "Padova polacca".

Iniziato nel 1580, l’intero progetto fu completato nel giro di pochissimi anni: dopo 11 anni già erano state costruite 217 case e la maggior parte degli edifici pubblici (rimanevano appena altri 26 lotti disponibili). Per renderla sicura, la città venne poi circondata da un eccellente sistema di fortificazioni, che pochi anni dopo, nel 1648, ben superò la prima prova delle armi respingendo gli assalti cosacchi. Capacità difensive ed offensive confermate poi di lì a breve, nel 1656, anche durante l’invasione svedese, giacché fu tra le uniche tre città che riuscirono a resistere al famoso “diluvio” (le altre due furono Cracovia e Danzinca.). L’esperimento funzionò proprio come aveva sperato il suo ideatore. La posizione della città all’incrocio delle due principali vie commerciali (Lublino–Leopoli e Cracovia–Kiev) attirò numerosi mercanti stranieri (armeni, greci, tedeschi, italiani, scozzesi e soprattutto ebrei) che vennero a stabilirsi qui. L’Accademia fondata nel 1594 come terzo polo universitario della Polonia dopo Cracovia e Vilnius, divenne presto uno dei più importanti centri culturali del paese.

Con più di cento monumenti architettonici di alto valore storico ed artistico, il centro storico di Zanosc è diventata una tappa d’obbligo per tutti coloro che scelgono la Polonia come meta turistica. Ed è una di quelle città in cui vagare senza meta è senz’altro più divertente che non passare da un sito all’altro con guida alla mano. Il punto di partenza, ovviamente, non può che essere la piazza della città vecchia, la spettacolare “Rynek Wielki” (piazza del mercato grande) dal caratteristico stile rinascimentale italiano, fiancheggiata da antiche dimore dotate di portici sulle quali domina l’imponente Municipio color rosa. Ciascun lato della piazza è costeggiato da otto case (ad eccezione del lato settentrionale occupato per buona parte dal Municipio) e tagliato in due dalle strade progettate per essere gli assi principali della città. Originariamente tutte le case avevano dei cornicioni decorativi sul tetto, poi rimossi. Solo quelle sul lato settentrionale sono state restaurate e riportate al loro aspetto originario: sono le case più belle della piazza, appartenute a ricchi mercanti armeni e per questo decorate con motivi orientaleggianti. In una di esse ha trovato ospitalità il Museo di Zanosc, che tra le altre cose mostra un modello in scala della città nel XVI secolo e l’originale della corrispondenza tra Zamoyski ed il suo architetto con un disegno della piazza ed i nomi dei primi occupanti delle varie case. Sul lato adiacente, l’antica farmacia del 1609 è sicuramente un altro edificio a cui vale la pena prestare attenzione, ma passeggiando sotto i portici si possono incontrare particolari interessanti un po’ ovunque.

Il Municipio (Ratusz), costruito tra il 1591 ed il 1600 e successivamente ampliato con la torre (16391651) e la doppia scalinata d'accesso (1768), a differenza degli altri analoghi edifici dell'epoca non si trova al centro della piazza, ma allineato alle altre case borghesi. Non per una particolare esigenza estetica o architettonica, ma semplicemente perché il fondatore della città non gradiva che il palazzo municipale sovrastasse la sua residenza, che si trovava in prossimità della piazza. La cattedrale, immediatamente dietro la piazza, richiese circa 40 anni (dal 1587 al 1628) per essere completata. Il suo aspetto esterno è stato ampiamente modificato nel corso del XIX secolo, ma l’interno ha conservato molte caratteristiche originali, come la volta in stile “rinascimento di Lublino”, l’insolita cantoria ad arcate, gli eleganti stucchi ed alcune belle lavorazioni in pietra. Sull’altare maggiore spicca un tabernacolo rococò in argento del 1745. A parte l’aspetto Municipio

artistico, questa chiesa è importante soprattutto perché ospita, in una piccola cappella della navata destra, la tomba del fondatore della città. Volendo, si può scendere anche nella cripta di famiglia. Anche la contigua torre campanaria non è più quella originale, che era in legno e venne distrutta da un incendio. Quella attuale risale alla seconda metà del XVIII secolo, così come le tre enormi campane di cui è dotata. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il terrazzo in cima alla torre non è sufficientemente alto per poter ammirare la piazza e la città vecchia nella sua interezza e pertanto ci si può Cattedrale e torre campanaria risparmiare la fatica delle scale. Dietro la chiesa, l’edificio dell’ex canonica con il suo splendido portone decorato è invece originale del tempo. Costruito nel 1610, custodisce al suo interno i tesori del Museo Sacrale, una bellissima collezione di oggetti di arte religiosa accumulati nel tempo dalla Chiesa. Poco più ad ovest, anche il vecchio arsenale, una volta collegato con le fortificazioni cittadine, è una delle costruzioni più antiche ella città ed oggi ospita il Museo dell’Esercito Polacco, con una piccola collezione di armamenti militari. Nelle vicinanze, il palazzo Zamoyski doveva a suo tempo essere una residenza davvero favolosa, degna del personaggio che vi risiedeva. Trasformato in ospedale militare agli inizi dell’Ottocento, oggi è la sede Sinagoga rinascimental

dell’amministrazione comunale e come tale chiuso al pubblico. Del vecchio quartiere ebraico, che in passato occupava una vasta zona dalla città compresa tra la piazza centrale e la via Zamenhofa è rimasta ancora la vecchia sinagoga rinascimentale, costruita tra il 1610 ed il 1618, attualmente adibita a biblioteca pubblica. Agli ebrei fu concesso il permesso di risiedere a Zamosc sin dall’inizio della sua

fondazione e divennero così numerosi da diventare, alla vigilia della seconda guerra mondiale, non solo la comunità straniera più numerosa ma addirittura quasi la metà dell’intera popolazione cittadina. Con l’occupazione nazista della Polonia anche a Zamosc agli ebrei toccò la stessa sorte di loro confratelli delle altre città: prima la segregazione in ghetto, poi la deportazione e lo sterminio in massa. Delle fortificazioni originali rimane ben poco. Totalmente modificate dai Russi durante il periodo della loro occupazione, praticamente oggi non sono riconoscibili se non in alcuni punti, soprattutto sul lato orientale, dove accanto al bastione è ancora ben visibile, con alcune decorazioni originali, la Porta di Leopoli (Brama Lwowska), una delle tre porte che anticamente consentivano l’accesso in città. Ciò che invece si è ben conservato è la Rutunda, un fortino a pianta circolare costruito nel 1820 come polveriera e parte della struttura difensiva della città, cui era collegata da un sotterraneo ormai inagibile. Il luogo è purtroppo tristemente famoso per essere stato utilizzato dai nazisti come luogo per le esecuzioni: si calcola che oltre ottomila abitanti siano stati massacrati all’interno di quelle mura, oggi diventate una specie di santuario chiamato “Museo del Martirio.

Porta di Leopoli Pochi chilometri più a Nord,

Rutunda capitale della regione, non ha, come tutte le grandi città, un

Lublino,

aspetto altrettanto invitante, ma il suo piccolo e grazioso centro storico offre comunque molte cose interessanti da vedere. La presenza del campo di concentramento di Majdanek, oggi praticamente inglobato nella periferia cittadina, la rende inoltre una tappa d’obbligo nei viaggi della memoria sulle tracce di ciò che rimane dei campi di sterminio utilizzati per la cosiddetta “soluzione finale” del problema ebraico.

Campo di concentramento di Majdanek

Diversamente da molti altri campi di concentramento e sterminio nazisti, Majdanek non è nascosto in qualche remota foresta o oscurato alla vista da barriere naturali. Fondato nell'ottobre 1941 come campo per prigionieri di guerra sotto controllo delle Waffen-SS, nel novembre dello stesso anno passò sotto il controllo dell’Ispettorato dei Campi (Inspekteur der KL), diventando poi Campo di concentramento a pieno titolo e dal febbraio 1943 svolse, analogamente ad Auschwitz, la duplice funzione di campo di lavoro e di sterminio immediato, dotato di cinque forni crematori. All'apice della sua attività conteneva circa 50.000 prigionieri, ma si calcola che ve ne transitarono oltre 300.000, per la maggior parte ebrei (40%) e polacchi (35%). Il che significa che il tassò di mortalità, sebbene fosse un campo di lavoro, era altissimo. Lo sterminio avveniva con l'utilizzo di camere a gas, dove veniva utilizzato, come ad Auschwitz, lo Zyklon B (acido cianidrico, originariamente prodotto per la disinfezione dai parassiti). Si calcola però che meno meno del 40% dei prigionieri venne gassato o fucilato. Tutti gli altri, considerati abili al lavoro ed utilizzati come manodopera alla fabbrica d'armi Steyr-Daimler-Puch, morirono di stenti e per le brutali violenze fisiche. Il campo fu liquidato nel luglio 1944, ma il capannone in legno del crematorio fu l'unica cosa che le SS riuscirono ad incendiare prima che arrivasse l'Armata Rossa. I forni, l’enorme ciminiera e le camere a gas, così come le numerose baracche, non vennero distrutti e sono pervenuti intatti sino ai giorni nostri. Anche il capannone venne in seguito ricostruito ed oggi il Museo del lager di Majdanek costituisce senza dubbio uno dei campi dell'Olocausto meglio preservati da visitare.

Scorte di gas zyklon e scarpe dei deportati accumulati nelle baracche magazzino

Campo di concentramento di Majdanek

Per via della sua condizione di città di confine, Lublino ha sempre avuto un’importanza strategica nel corso della storia polacca svolgendo un ruolo cruciale nei momenti salienti che riguardarono il destino del Paese: nel 1589, quando vi venne firmata l’Unione che riuniva la Polonia alla Lituania dando origine al più grande stato europeo dell’epoca; nel 1918, alla fine della I Guerra Mondiale, divenendo sede del primo governo della Polonia indipendente; nel luglio del 1944, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, quando i sovietici in avanzata la scelsero per creare un governo comunista provvisorio. Ciò nonostante ha sempre occupato posizioni di secondo piano rispetto a città più illustri o semplicemente più graziose. Oggi è una grande città a vocazione industriale molto trafficata, ma la piccola e ben conservata Città Vecchia (Stare Miasto), situata su un’altura panoramica, con la sua incredibile mescolanza di architetture gotiche, barocche e rinascimentali, è decisamente un posto piacevole dove trascorrere un po’ di tempo.

La città nacque come avamposto per proteggere la Polonia dalle incursioni provenienti dall’est da parte di tartari, ruteni e lituani, costruendo nel XII secolo una roccaforte nel luogo ove ora si trova il castello, fatto erigere assieme alle mura fortificate all’inizio del secolo successivo (1317) da Casimiro il Grande per suggellare la nascita ufficiale della nuova municipalità. Man mano che il regno polacco si espandeva verso est, Lublino crebbe sempre più di importanza sino a diventare un importante e prospero centro commerciale. Quando nel 1578 si decise di farne la sede del Tribunale della Corona, il massimo organo giudiziario della regno, in città vi erano ormai più di 10.000 abitanti. Tra questi, una numerosa e vivace comunità ebraica, insediatasi a partire dal XIV secolo, che nel giro di 200 anni finì per costituire quasi la metà dell’intera popolazione cittadina, con addirittura una propria università, unica in tutta la Polonia. Fortunatamente Lublino non subì grossi danni a causa della guerra, per cui la Città Vecchia possiede ancora buona parte dei suoi edifici originali di cui vale la pena ripercorrerne la storia. Per raggiungerla, si attraversa l’imponente Porta Cracoviana (Brama kakowska), diventata il simbolo della città, unica rimanenza di quelle che un tempo dovevano essere le possenti mura fortificate cittadine Inizialmente costruita nel XIV secolo in stile gotico, fu rimaneggiata nel corso del cinquecento in forma rinascimentale per assecondare i gusti dell’epoca. Da qui si diparte un suggestivo dedalo di vicoli e viuzze, con case dalle facciate finemente decorate da ornamenti manieristi e barocchi e splendidi abbaini, ma anche molti edifici con affreschi in perfetto stile realista

socialista, frutto di restauri effettuati nel 1954 in occasione del decimo anniversario della fondazione del governo provvisorio comunista lublinese. Il cuore della città vecchia è costituito dalla piazza del Mercato con in vecchio Municipio, sede del Tribunale della Corona del regno di Polonia. Ricostruito nel XVIII secolo da Domenico Merlini in stile neoclassico, l’edificio ospita oggi il Museo storico cittadino. Per ammirare il panorama della città, basta spostarsi di poco e raggiungere la l’ottocentesca Torre dei Trinitari, all’interno della quale è ospitato il Museo Arcidiocesano. Accanto alla torre si trova infatti l’imponente barocca Arcicattedrale costruita dai gesuiti nel XVI secolo e dedicata a SS Giovanni Battista ed Evangelista. Al suo interno spiccano soprattutto gli illusionistici affreschi eseguiti da Joseph Mayer nel 1756-57 con la tecnica del “trompe d’oeil” (tra i quali meritano una citazione particolare quelli della sala del tesoro ritraenti la cacciata di Eliodoro dal tempio), ma può essere altrettanto curioso visitare la cappella acustica, così chiamata perché due persone riescono a sentirsi dagli angoli opposti pur parlando sottovoce.

L’altro imponente luogo di culto cittadino è la vicina Basilica domenicana, fondata nel 1342 da re Casimiro il Grande. Fu al suo interno che nel 1569 si firmò il documento della famosa “Unione di Lublino” tra polacchi e Lituani. Distrutta ben due volte dalle fiamme, fu ricostruita tra il XVII ed il XVIII secolo in stile rinascimentale, ma buona parte dei suoi arredi vennero successivamente sostituiti con decorazioni barocche piuttosto insignificanti. Di particolare pregio rimane però un dipinto di autore sconosciuto che ritrae l’incendio scoppiato in città nel 1719. Chiusa dai Russi nel 1886, per anni è caduta in stato di abbandono, dopo la caduta del regime comunista nel 1993 è ritornata nelle mani dei domenicani che ne hanno iniziato pazientemente il restauro tuttora in corso. Il rapido giro della minuscola Città Vecchia non può che concludersi infine con la visita dell’imponente Castello Reale voluto da Casimiro III il Grande nel XII secolo, situato su una collina prospiciente. Ciò che si vede oggi è il risultato della ristrutturazione effettuata all’inizio dell’ottocento, quando si decise di ricostruirlo in stile neogotico per trasformarlo in prigione, ruolo che ricoprì ininterrottamente sino al 1954. Durante l’occupazione nazista oltre 100.000 persone vi vennero rinchiuse prima di essere deportate nei vicini

campi di sterminio, ma pare abbia reso un ottimo servizio anche nel successivo periodo stalinista contro gli oppositori al regime. La maggior parte dell’edificio è stata destinata ad accogliere il Museo di Lublino, in cui è esposto un po’ di tutto, quadri soprattutto, ma con didascalie solamente in polacco.

L’ingresso è però obbligatorio se si vuole andare a visitare la vecchia Cappella della Santissima Trinità, all’estremità orientale del castello, completamente rivestita di bellissimi affreschi russo-bizantini del 1418, meticolosamente riportati alla luce dall’intonaco che li ricopriva da un lungo lavoro di restauro iniziato a fine ottocento e durato più di cento anni e del quale non si può che essere grati, visto che si tratta sicuramente dei più bei dipinti murali medioevali di tutta la Polonia. Per i curiosi, all’interno del castello, su un tavolo, viene fatta bella mostra di quella che viene spacciata per “l’impronta del diavolo”, collegata ad una leggenda che vorrebbe un gruppo di demoni corsi in aiuto di una vedova maltrattata.

Contrariamente alla generalità dei centri storici, la Città Vecchia di Lublino non pullula di negozi e ristoranti ed il fatto che la maggior parte delle stradine siano scarsamente illuminate e deserte già dopo le otto di sera le rende poco raccomandabili per le passeggiate serali o notturne. Per ritrovare una certa vitalità occorre invece uscire nuovamente dalla Porta Cracoviana e percorrere la Krakowskie Przedmiescie, la via principale del centro completamente chiusa al traffico e piena di raffinati ed eleganti locali di ogni tipo. In fondo alla via, nella piazza che si affaccia sulla Porta Cracoviana, è impossibile non notare l’imponente edificio neoclassico del nuovo Municipio, sede delle autorità cittadine: dal balcone della torre, alle dodici in punto, il trombettiere intona il caratteristico “hejnał” , la tradizionale chiamata a raccolta della popolazione suonata alla stessa ora in molte città polacche. Anche

del glorioso passato ebraico rimane ben poco da vedere in città: è rimasta una sola sinagoga (tuttora utilizzata dalla ventina di ebrei ancora residenti) delle 38 attive prima della II Guerra Mondiale ed un vecchio cimitero ebraico del XVI secolo. Della trentina di pietre tombali ancora leggibili, quella risalente al 1641 costituisce attualmente la più antica lapide funeraria ebraica polacca rimasta nel suo sito originario. Perennemente chiuso a chiave e circondato da alte mura in mattoni, è visitabile solo su richiesta al vicino custode lasciando una piccola offerta

Oltre al già citato campo di concentramento di Majdanek, nell’immediata periferia cittadina, ma dalla parte opposta, è sicuramente raccomandabile una visita all’interessante “Skansen” (museo etnografico all’aperto) comprendente una dozzina di vecchie fattorie e case signorili completamente arredate con mobili ed attrezzi originali che offre uno spaccato più che verosimile di quella vita rurale che ancora si pratica in molti piccoli villaggi delle campagne circostanti.

L’altopiano di Lublino, che dalla Vistola si estende ad Est sino al confine con l’Ucraina, è ancora in gran parte incontaminato. Partendo dalla capitale, tutt’attorno, per chilometri, nient’altro che verdi praterie e piccole colline attraversate da solitarie strade di campagna quasi mai percorse dai turisti. Per esplorarle, avere un mezzo proprio a disposizione è d’obbligo perché in caso contrario gli spostamenti diverrebbero piuttosto problematici. Più ci si avvicina al confine orientale, più evidenti diventano le influenze

ortodosse, ma al di là della scoperta delle diverse culture e forme architettoniche il bello di questa zona è vagare senza meta, lascarsi trasportare in un onirico vagabondaggio seguendo più o meno alla rinfusa una vaga traccia sulla cartina dopo aver eventualmente stabilito dei punti precisi dove approdare. In questo peregrinare senza meta guardare all’insù è sempre una piacevole sorpresa: niente di più facile, infatti, che imbattersi in qualche nido di cicogna. Tutti sanno che le cicogne portano i bambini, ma in Polonia si crede anche che portino fortuna. Forse è per questo che sono protette e ce ne sono così tante: ogni estate la Polonia ne ospita oltre 30.000 coppie, un terzo dell’intera popolazione europea. La specie più diffusa è la cicogna bianca, un enorme uccello dal piumaggio bianco e becco rosso, alto circa 1 metro e con oltre 2 metri di apertura alare. Non emette alcun suono e per comunicare si limita a battere rumorosamente il becco. Ogni primavera questi splendidi uccelli partono da terre lontanissime come il Sud Africa per tornare agli stessi nidi che hanno costruito anche molti anni prima sui comignoli dei tetti delle fattorie, sulle torri dei castelli, sui campanili delle chiese ed anche su semplici pali del telefono e della luce.

Il motivo principale per cui ci si ferma a

Chelm,

piccola cittadina a pochi chilometri dal confine

ucraino, è per percorrere ciò che resta della fitta rete di cunicoli sotterranei scavati sin dal Medioevo nello spesso strato di gesso quasi allo stato puro su cui poggia la città. Nel corso dei secoli, lo sviluppo economico della città è sempre dipeso da questo giacimento, unica miniera di gesso sotterranea al mondo che già nel XVI secolo assunse fama internazionale per l’eccellente qualità del materiale estratto. A quel tempo circa un’ottantina di abitazioni private avevano accesso diretto al tunnel. Quando sul finire dell’ottocento le miniere vennero chiuse, il labirinto di cunicoli esteso su più livelli aveva ormai raggiunto una lunghezza complessiva di oltre 15 km, creando non pochi problemi alla stabilità della città. In seguito al crollo di un edificio e di un tratto di strada, nel 1965 la maggior parte delle gallerie vennero riempite con materiale di scarto, lasciando agibili solamente i 2 km attualmente percorribili con visite rigorosamente guidate (ovviamente in polacco). In superficie la cittadina non ha invece molto da offrire,

se non un paio di belle chiese ed una torre panoramica, oltre naturalmente il solito museo cittadino che, non avendo didascalie in lingue più comprensibili, nessuno visita mai.

Appena arrivati in città, ad attirare l’attenzione, vicino alla piazza principale, è l’imponente tardobarocca ex Chiesa dei Piaristi, costruita in pianta ovale con ai lati due grandi torri verso la metà del XVIII secolo. Una volta entrati, superati i portoni decorati, si viene letteralmente avvolti da un interno pieno di colori, con pitture murali che ricoprono ogni singolo centimetro dei muri e della volta, eseguite nel 1759 da Joseph Mayer con la tecnica del “trompe d’oeil”, come già fatto pochi anni prima nella cattedrale di Lublino. A Dominare la città, oltre la piazza, c’è la piccola collina che secoli fa ospitò il primo insediamento cittadino mentre oggi sfoggia la Basilica di Santa Maria, di un bianco accecante, tanto caratteristica da fuori quanto insignificante all’interno, avendo perso con gli anni gran parte delle decorazioni, inclusa l’icona stessa della Madonna che sovrasta l’altare, riprodotta in copia in quanto l’originale è stato sottratto dai russi il secolo scorso e mai più restituito. Anche l’altissimo campanile, staccato dal corpo principale, è di un bianco sfavillante e dalla’alto dei suoi 40 metri offre una vista davvero spettacolare.

Ciesa dei Piaristi

Basilica Santa Maria e relativo campanile

Spostandosi verso nord, seguendo la linea di confine, si arriva ad un altro triste luogo della memoria.

Completamente immerso nella foresta, il campo di sterminio di

Sobibor

fu distrutto dai tedeschi

prima della fuga ed è oggi più che altro un memoriale con alcuni agghiaccianti monumenti dedicati alle varie nazionalità. Un un occhio attento non potrà però non notare i vecchi binari della ferrovia ed i cartelli indicatori della stazione, rimasti come sospesi nel tempo.

Sobibor Aperto nell’aprile del 1942, Sobibor fu il secondo dei tre campi costruito nell'ambito del programma “Aktion Reinhard”, l’operazione di sterminio degli ebrei concentrati nel Governatorato Generale della Polonia occupata pianificata nel corso della conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, in cui si decisero i dettagli della “soluzione finale della questione ebraica". Situato in una zona paludosa e fittamente boscosa presso l’omonimo villaggio, vicino alla linea ferroviaria Chelm – Wlodawa, nella parte orientale del distretto di Lublino a cinque chilometri dal confine ucraino segnato dal fiume Bug, Sobibor venne realizzato sulla falsariga di Belzec basandosi sulla recente esperienza acquisita. La tecnica utilizzata era sostanzialmente la stessa di Belzec e di tutti gli altri campi della morte e consisteva nel celare sino all'ultimo momento alle vittime il destino che li attendeva. il tasso di mortalità era praticamente del 100 % ed in meno di 18 mesi vi trovarono la morte circa 250.000 ebrei. Come per gli altri campi dell’ Aktion Reinhard è’ però impossibile accertare esattamente il numero delle vittime: i nazisti hanno sempre sostenuto che i campi Reinhard erano nient’altro che semplici campi di transito per l’evacuazione degli ebrei verso est e nessuna registrazione veniva effettuata al momento del loro arrivo. Dimenticato per anni e sconosciuto ai più, il campo di Sobibor ha acquisito una certa notorietà dopo la realizzazione di un film, trasmesso anche in Italia, che rievoca l'unico tentativo riuscito di ribellione dei prigionieri ebrei in un campo di concentramento nazista. Il 14 ottobre 1943 alcuni membri di un'organizzazione interna segreta riuscirono ad uccidere 11 guardie delle SS ed un certo numero di guardie ucraine facendo fuggire dal campo circa 600 internati, di cui solo un esiguo numero riuscì a sopravvivere alla guerra e testimoniare quanto accadeva in quello sperduto angolo della Polonia.

Il profilo culturale e sociale della Masovia (così si chiama la regione appena attraversata) è stato modellato nei secoli dalla piccola nobiltà di campagna, la classe politicamente più attiva e dominante sin dagli albori del regno polacco. Ancora oggi, nelle zone più orientali, si possono vedere fattorie con residenze di campagna costruite con lo stesso sfarzo dei grandi palazzi signorili di città. Palazzo Zamoysky, nel piccolo villaggio di Kozlowka, una quarantina di chilometri a nord di Lublino, ne è l’esempio più eclatante. Costruito tra il 1735 ed il 1742 in stile tardobarocco da Giusepe Fontana, è una delle residenze aristocratiche meglio Palazzo Zamoysky conservate della Polonia. Il suo primo proprietario, Michal Bielinski, conte palatino di Chelm lo cedette nel 1799 alla famiglia Zamosyski, discendente del celebre cancelliere fondatore di Zanosc, che nel corso del XIX secolo lo arredò in stile impero con una sontuosità tale da farne oggi un vero e proprio museo di famiglia. Stucchi neorococò, stufe in ceramica, mensole da camino in marmo colorato, baldacchini, tende, mobili Luigi VI e XVI, e più di mille dipinti frutto della passione collezionistica dei proprietari, sono insolitamente rimasti al loro posto sino ai giorni nostri, il che fa di questo palazzo un testimone davvero esemplare di quella che doveva essere la vita dei grandi magnati polacchi. Ma il motivo che forse più spinge a visitare questa lussuosa dimora è il fatto che una sua dependance sia stata destinata ad ospitare la curiosa “galleria d’arte del socialismo reale”, “una collezione di opere propagandistiche del regime che tra il 1949 ed il 1954 costituivano l’unica forma di espressione artistica consentita dallo stalinismo al potere. Il realismo socialista fu in quegli anni una corrente artistica legata a doppio filo con i principi dottrinali imperanti nell’Unione sovietica del periodo stalinista. E con la sovietizzazione dei paesi satelliti, anche la Polonia non sfuggì a questo destino. Secondo i suoi sostenitori, il “socialismo reale” era un modo creativo di trasferire il marxismo nel campo dell’arte e sviluppare una cultura socialista attraverso ogni forma artistica. Poiché tale arte era intesa a raggiungere le masse e non solo un’elite intellettuale, doveva essere di immediata comprensione per la gente comune. Solo il realismo si prestava allo scopo e pertanto un incredibile numero di ritratti e statue di leader della rivoluzione comunista e di operai e contadini che lavorano felici in nome del socialismo iniziò ad invadere città, piazze e palazzi in ogni paese dell’aera staliniana, Polonia compresa. Glorificazione di tutti i lavoratori, muratori abbronzati, fanciulle sorridenti mentre arano i campi alla guida di enormi trattori, operai dei cantieri navali in bilico su altissime impalcature con l’ottimismo stampato sul volto sono solo alcuni dei soggetti più diffusi, ma non mancavano neppure le rappresentazioni degli eventi storici e sociali più importanti, primi fra tutti gli incontri ed i congressi di partito. Dopo la morte di Stalin

(1953) questa follia artistica passò rapidamente di moda ed anche in Polonia le opere del socialismo reale furono rimosse con discrezione dai vari luoghi pubblici per essere seppellite in vari. Il Palazzo di Kozlowka, riaperto solo nel 1977 dopo anni di oblio (che abbiamo visto si rivelarono la sua fortuna), divenne,come deposito principale del Ministero arte e Cultura, il principale di questi magazzini per trasformarsi poi in un Museo non solo curioso ma decisamente unico nel suo genere. Il trasferimento verso la regione dei grandi laghi del nord, al di là della bellezza naturale dei posti attraversati (torbiere e paludi che meriterebbero di essere perlustrate con calma, magari percorrendo gli innumerevoli sentieri dei due parchi nazionali presenti in zona), impone un’altra tappa nel lungo viaggio della memoria intrapreso.

Treblinka Anche

Treblinka,

il più grande tra i campi di sterminio nazisti dopo Auschwitz, come i precedenti

Belzec e Sobibor è stato completamente distrutto dai tedeschi prima della fuga per non lasciare tracce dei crimini commessi, ma ciò che rimane è più che sufficiente per dare un’idea di come doveva essere il campo quand’era in funzione. Situato in una tranquilla radura nascosta in mezzo ai pini, si raggiungeva un tempo attraversando uno sgangherato ponte in legno (ora inagibile) sul fiume Bug poco dopo l’abitato di Malkinia, piccolo villaggio lungo la strada che collega Varsavia con Bialystok. Da quando il ponte, misto ferroviario e stradale, è stato chiuso al traffico occorre fare un giro molto più contorto, ma fortunatamente ci sono molti cartelli indicatori a venire in aiuto.

Il vecchio ponte sul fiume Bug Costruito nel 1941 per accogliere i prigionieri di guerra polacchi e gli ebrei rastrellati nella capitale polacca e nelle zone occupate nell' Europa centrale, da destinare al lavoro coatto nelle cave dove si estraevano materiali usati per la costruzione di fortificazioni lungo il confine Tedesco – Sovietico, l’anno successivo venne convertito in campo di sterminio diventando, dopo Belzec e Sobibor, il terzo centro costruito nell' ambito dell'Azione Reinhardt. Dotato originariamente di tre camere a gas, ben presto ne

conterà dieci, diventando il principale campo di sterminio in attività. Secondo le stime, vi furono sterminate dalle 700.000 alle 900.000 persone, facendo di Treblinka il secondo campo per numero di vittime dopo Auschwitz. Anche a Treblinka un animoso comitato clandestino di resistenti organizzò nel 1943 un'insurrezione ed una fuga, ma a differenza di Sobibor, l’iniziativa non andò a buon fine e solo una quarantina riuscì a fuggire alla spietata caccia delle SS ed a raggiungere le formazioni partigiane che operavano nella zona. Dopo di che, nell'autunno dello stesso anno, le SS decisero di chiudere il campo e di sgombrare i deportati ancora in vita verso altri Lager, distruggendo tutto col fuoco e con la dinamite. Dei due campi in cui era suddiviso (Treblinka I e II, distanti poche centinaia di metri l’uno dall’atro) non è rimasto nulla. Nel primo campo, un monumento simboleggiato da una foresta di pietre tombali ricorda i borghi, i villaggi, le città, i paesi dai quali provenivano le vittime dello sterminio, mentre nel secondo, recenti scavi hanno riportato alla luce i resti delle fondamenta delle baracche e delle strutture di servizio consentendo di delimitare esattamente quello che doveva essere il perimetro originario.

Treblinka I

Treblinka II La regione dei grandi

laghi della Masuria,

nel nord est del paese, è davvero un territorio

fantastico da esplorare. Verdi pianure cosparse di colline ondulate punteggiate da specchi d’acqua d’ogni tipo e dimensione, piccole fattorie isolate o collegate a minuscoli villaggi intercalati a grandi

foreste di conifere che fanno da cornice all’intero scenario. Poche le città, per lo più di modestissime dimensioni. Una regione abbastanza isolata da essere tranquilla ma non così tanto da non essere accessibile con qualunque mezzo. Per la gente del posto ed i turisti locali sono le vie d’acqua quelle preferite per gli spostamenti, visto che una fitta rete di canali collega praticamente tutti i laghi tra loro rendendo possibile ogni tipo di spostamento. Non per niente sono le attività nautiche a sorreggere l’economia dell’intera zona. Con il turismo, innanzi tutto. Le cittadine in riva ai laghi sono letteralmente prese d’assalto nei mesi estivi dai praticanti di ogni genere di sport acquatico e costituiscono una comoda base per i rifornimenti di coloro che abitano nelle case di villeggiatura dei dintorni.

Ma la Masuria non è solo acqua e natura. Situata al confine con la Russia e gli stati baltici, questa regione è stata da sempre teatro di tutte le più grandi lotte che hanno caratterizzato la storia polacca, compresa l’ultima guerra, visto che buona parte del territorio si trovava ancora in terra prussiana allo scoppio delle ostilità. Dai castelli e fortezze gotiche dei cavalieri teutonici ai bunker nazisti, una volta scesi dalla barca le attrattive culturali non mancano di certo. E’ qui che vanno ricercate le radici della potente Germania: quando nel 1525 l’Ordine teutonico fu secolarizzato, la Masuria diventò il ducato di Prussia e, prima come feudo polacco, poi come stato indipendente, posta sotto il governo della famiglia Hihenzollern, la potente famiglia realizzatrice nel XIX secolo dell’unità tedesca e della realizzazione del II Reich (il primo fu il medievale Sacro Romano Impero Germanico, il terzo, quello di Hitler). I più temerari potrebbero spingersi ancor più a nord est, in Podlachia, dominata dai grandi laghi Suwalki e Augustow, e molto più selvaggia. E’ anche il posto più freddo di tutta la Polonia e come tale, anche in estate, piuttosto disertato dal turismo locale che preferisce le altre zone più ospitali. Ma per i naturalisti, soprattutto stranieri, si tratta di un vero paradiso. Dopo aver superato il più grande tra i laghi della Polonia (lago Sniardwy),

Gizyko,

sul lago Niegocin, può essere

un’ottima scelta come posto tappa. La cittadina a prima vista potrà sembrare abbastanza anonima e priva di personalità, ma tra tutte in fondo è quella che ha di più da offrire. Nata ai tempi dei cavalieri Teutonici, fu distrutta varie volte dai vari invasori di turno: lituani, polacchi,

svedesi, tartari, russi. Di quel glorioso passato rimane solamente un’imponente fortezza (Fortezza di Boyen), costruita tra il 1844 ed il 1855 dai prussiani per difendere il confine con la Russia e separata dal resto della città dal canale Luczanski che unisce i laghi Niegocin e Kisajno. Per attraversarlo, si usa ancora un vecchio ponte girevole della seconda metà del XIX secolo manovrato a mano, unico nel suo genere in Polonia e secondo in Europa. Per consentire il passaggio delle imbarcazioni, il ponte viene aperto solo sei volte al giorno ed è pertanto consigliabile informarsi sugli orari se si vogliono evitare inutili attese. La fortezza, che prende il nome dal ministro della guerra prussiano che la fece costruire, Hermann von Boyen, è formata da parecchi bastioni e torri difensive circondati da un fossato, continuamente rinforzati e modificati, che solo in parte servirono allo scopo per cui furono costruiti. Se infatti durante la prima guerra mondiale resistette con successo agli attacchi russi, nel 1945 quello che nel frattempo era diventato un avamposto difensivo del vicino quartier generale tedesco (la famosa “tana del lupo”) si arrese all’offensiva sovietica consegnandosi all’Armata Rossa senza combattere. Risparmiata alla distruzione, riuscì così ad arrivare sino ai giorni nostri in condizioni discrete, anche se lentamente molte parti stanno venendo letteralmente inghiottite dalla vegetazione. Usata in parte come magazzino, la fortezza è visitabile senza difficoltà nelle parti rimaste inutilizzate e nel corpo centrale, riadattato per ospitare un piccolo museo che ne illustra la storia..

Fortezza di Boyen Percorrendo delle piacevoli ed ombreggiate strade secondarie verso ovest, in poco tempo si raggiunge la foresta di Rastenburg, nome tedesco con cui i prussiani (a cui il territorio apparteneva) chiamavano quella che oggi è la città di Ketrzyn. Nella foresta, vicino al minuscolo villaggio di Giertoz, aveva sede la famosa “Tana

del Lupo”,

il

quartier generale di Hitler durante la guerra sul fronte orientale (vedi scheda). Si tratta di un complesso di enormi bunker di cemento, oggi quasi completamente distrutti e ricoperti di vegetazione, estesi su una superficie di 18 ettari, rimasto famoso per via dell’attentato da cui Hitler il 20 luglio 1944 miracolosamente si salvò facendo svanire il sogno di una fine anticipata della guerra che avrebbe risparmiato al mondo 5 milioni di morti e la distruzione di intere città. In vista dell’imminente attacco

all’Unione Sovietica, per ospitare lo stato maggiore delle forze armate tedesche venne scelta la foresta di Goerlitz (ora Gierloz), vicino a quella che era la città più orientale della Germania, Rastenburg (oggi Ketrzyn). Una località isolata, sembrava ideale per un vicina al confine sovietico, completamente immersa in una fitta vegetazione e difficilmente accessibile per via dei laghi e delle paludi che la circondano. Scelta che gigantesco complesso di bunker che doveva essere completamente mimetizzato e non rintracciabile con i sopraluoghi aerei. Dopo essere stata abbandonata dal fuhrer, la "tana del lupo" sopravvisse fino al 24 gennaio del 1945, quando venne distrutta dalla Wehrmacht in ritirata per impedire che l’armata rossa in avvicinamento potesse prenderne il controllo. Oggi non è rimasto molto da vedere perché ben poco è sopravvissuto alla demolizione. Ma i ruderi, in certi casi pericolanti, dei bunker e delle altre installazioni hanno col tempo acquisito nella loro spettralità un fascino del tutto particolare che contribuisce a ricreare quell’atmosfera cupa e tetra che presumibilmente si doveva respirare ai tempi della seconda guerra mondiale. all’entrata è stato recentemente posto partecipanti Operazione Valchiria. E per non dimenticare chi ha avuto il coraggio di ribellarsi alla follia suicida di un fuhrer ormai accecato dalle proprie fobie belliche, vicino un piccolo monumento dedicato al coraggio ed allo zelo dei

Proseguendo verso ovest, si entra nel cuore delle terre dei Cavalieri Teutonici (vedi scheda). Ogni piccola città avrebbe qualcosa da raccontare, tanto è ricca di storia questa parte del Paese. Oltrepassata la sonnolenta Ketrzyn (fondata dai cavalieri nel XIV secolo) con il suo immancabile castello in mattoni (tipo di costruzione che diverrà una costante d’ora in poi) e l’anonima Bartoszyce, sulla via che conduce a

Kalliningrad in Russia, distante solo poche decine di chilometri, in poco più di un’ora si arriva a

Lidzbark Warminiski, per oltre 400 anni residenza principale dei vescovi della Warmia.

Abitata un tempo dai primi prussiani, nel XIII secolo la Warmia (la regione confinante con quella dei grandi laghi appena lasciata alle spalle) passò infatti sotto il dominio dei Cavalieri Teutonici che nel 1243 vi stabilirono un vescovado poi mantenuto anche in seguito quando, la regione sarà annessa al Regno polacco (1466), finché il ritorno alla Prussia protestante (avvenuto con la spartizione del 1773) non ne decreterà la fine. Dopo che, nel 1350, i vescovi la scelsero come loro residenza principale, Lidzbark divenne rapidamente un importante centro religioso e culturale. Anche Copernico vi abitò, dal 1503 al 1510, quando svolgeva le funzioni di dottore e consigliere dello zio vescovo Lukasz Watzenrode. Al sopraggiungere della Riforma, nel XVI secolo, la città, come quasi tutta la regione, rimase cattolica divenendone una potente roccaforte. Di quella che fu la città più colta e più ricca della Warnia oggi rimane però ben poco, ma quel poco giustifica ampiamente una sosta. Situata in una romantica insenatura del fiume Lyna, è oggi come allora dominata dal possente castello medioevale dei vescovi, un massiccio edificio quadrato in mattoni rossi con torri angolari costruito nella seconda metà del XIV secolo. Miracolosamente scampato alle devastazioni della guerra, questo castello è oggi, tra quelli medievali, uno dei più belli e meglio conservati della Polonia. Si entra da sud, passando per il cortile di un palazzo a forma di ferro di cavallo (in parte abitato ed in parte adibito a servizi) ed un grande ponte in mattoni che conduce all’ingresso principale. L’interno, dalle cantine al secondo piano, è interamente occupato dal Museo regionale della Warmia, che

non presenta pezzi di particolare pregio ma che si visita per forza (naturalmente le didascalie sono solamente in polacco) visto che è l’unico modo per entrare nelle varie sale del castello. La prima cosa che colpisce, appena oltrepassato l’ingresso, è il bellissimo cortile affrescato, circondato da porticati ad arco distribuiti sui vari piani. Viene spontaneo iniziare la visita dai sotterranei, anch’essi disposti su due piani con soffitti a volta, dove sono esposti alcuni antichi cannoni appartenuti ai vescovi. Gli alti prelati disponevano infatti

di un proprio esercito, che all’epoca era considerato uno strumento ecumenico necessario tanto quanto il breviario. Le principali sale si trovano al primo piano, tra cui merita più di tutti attenzione il Grande Refettorio con soffitto a volta e dipinti del XIV secolo posto nell’ala est. L’adiacente cappella, nell’ala sud accanto all’armeria, è stata rimaneggiata in stile rococò nel XVIII secolo e stona non poco con il severo aspetto gotico del resto del castello. A nord e ad ovest, gli appartamenti privati dei vescovi ed il piccolo refettorio, così come tutto il secondo piano, contengono collezioni regionali di dipinti ed icone realizzate a partire dal XVII secolo. Sulla riva opposta del Lyna, nel centro storico della città, i Vescovi medievali ci hanno lasciato in eredità un altro bel gioiello gotico da vedere, la chiesa gotica dei SS Pietro e Paolo, molto più interessante però da fuori che all’interno

Lidzbark

Braniewo, a soli 8 km dalla Russia, è una tipica cittadina di transito per gli spostamenti oltreconfine.
Sebbene le distruzioni della guerra e la successiva ricostruzione l’abbiano resa molto meno attraente rispetto alle altre città storiche, vanta un passato di tutto rispetto. Conquistata dai Cavalieri Teutonici nel 1240, fu la prima sede dei vescovi della Warmia, poi trasferita pochi anni dopo (1284) a Frombork e quindi alla appena visitata Lidzbark (1350). Più volte saccheggiata e distrutta, nel XIII secolo divenne membro della potente Lega Anseatica e prosperò con il commercio del lino. Durante la controriforma il suo peso crebbe ulteriormente diventando il primo centro gesuita della Polonia, di cui il cinquecentesco Colegium Hosianum ne è ancora oggi splendida testimonianza.

Braniewo nel 1684

Colegium Hosianum

Molto più interessante e degna di una sosta approfondita è la vicina

Frombork,

tra le più

suggestive da visitare nella Polonia nordorientale. Come per la vicina Malbork, anche Frombork deve si suffisso del proprio nome al complesso fortificato che ha segnato la sua storia. In questo caso non si

tratta però di un castello ma bensì di una cattedrale, eretta dai vescovi della Warmia nel XIII secolo dopo essere stati cacciati da Braniewo.

Frombork Il complesso fortificato sulla collina, che da solo già varrebbe una visita, è però noto soprattutto per essere legato al nome di Nicolò Copernico. E’ qui infatti che il celebre scienziato ed astronomo trascorse la seconda metà della sua esistenza e condusse la maggior parte delle osservazioni astronomiche che lo portarono a formulare la nota teoria eliocentrica. Ed è qui che fu sepolto, nella cattedrale, anche se non si sa con esattezza in quale punto. Completamente circondata da alte mura perimetrali, la collina fortificata è accessibile da più ingressi, ma è da quello principale situato sul lato meridionale affacciato sulla piazza dominata dall’imponente statua di Copernico che di solito si entra. Al di là della monumentale Porta Principale, la biglietteria, perché ovviamente tutto il visitabile è a pagamento. A cominciare dalla cattedrale, al centro del cortile. Una gigantesca costruzione gotica in mattoni abbellita da una facciata decorata e da quattro sottili torri ottagonali, realizzata tra il 1329 ed il 1388 e diventata un modello per buona parte delle chiese che i Vescovi costruirono successivamente nella regione. Con una navata centrale ed un coro di 95 metri di lunghezza, era senza dubbio la chiesa più grande che i Vescovi avessero sino ad allora costruito in tutta la Warmia. Le otto cappelle laterali che si aprono sulla navata centrale permettevano a ogni membro del Capitolo di avere un altare separato. Gli arredi attuali sono un rifacimento barocco del XVIII secolo, ma ancora è visibile nella navata laterale sinistra il polittico del 1504 che prima costituiva l’altare maggiore. Anche l’organo risale ad un’epoca anteriore: realizzato nel 1683, è un rifacimento di quello andato distrutto per mano degli svedesi nel 1626 ed è particolarmente apprezzato per la qualità del suono dai concertisti di tutto il modo. Visitando la cattedrale impossibile non notare la gran quantità di pietre tombali (97 in tutto), alcune nelle pareti per conservare meglio le incisioni ma molte ancora al loro posto inserite nel

pavimento. Ma ciò che più colpisce l’attenzione sono sicuramente i due epitaffi barocchi in marmo scuro raffiguranti uno scheletro ed un teschio situati sulla prima colona settentrionale vicino al coro e sulla quinta colonna meridionale.

Oltre la cattedrale, nell’angolo sud-orientale del cortile, il vecchio Palazzo Vescovile è diventato lo spazio museale principale dell’intero complesso, dedicato quasi interamente alla vita ed alle scoperte di Copernico. Solo il pian terreno è adibito ad altre esposizioni e precisamente alla mostra nei numerosi reperti archeologici venuti alla luce con gli scavi e le ristrutturazioni effettuate nel secondo dopoguerra. piano, è la Particolarmente interessante, all’ultimo

collezione di vecchi telescopi ma in ognuna delle vetrinette del museo un visitatore attento troverà sicuramente qualcosa di particolarmente curioso o prezioso, come la prima edizione del famoso trattato copernicano “Revolutionibus Orbium Coelestium” e molti altri suoi manoscritti sui più svariati argomenti. Non si dimentichi, infatti, gli interessi di Copernico, oltre che all’astronomia, si estendevano a molti altri campi, come la medicina, l’economia e la giurisprudenza, arrivando ad assumere prima di trasferirsi a Frombork incarichi prestigiosi come quello di dottore e consigliere dello zio vescovo a Lidzbark. Sempre a Copernico è dedicata anche la torre che si trova all’angolo opposto, quello nord-occidentale. Si ritiene infatti che in quella trecentesca torre l’astronomo abbia compiuto alcune delle sue osservazioni più importanti e pertanto si è pensato bene di ricreare all’ultimo piano il suo studio con tanto di mobili d’epoca. Se avesse guardato giù, avrebbe potuto vedere al di là della strada anche la sua casa. Per restare in tema, il campanile della vecchia cattedrale, ovvero la torre delle mura difensive situata all’angolo di fronte (quello sud occidentale), ospita un planetarium che presenta spettacoli ogni mezz’ora (ma esclusivamente in polacco). Vale la pena salire sino in cima perché è quello il punto da cui si gode il miglior panorama non solo sulla cattedrale e sull’intero complesso ma anche sulla città e sui dintorni con una vista che spazia sino al mare. Oltre la marina si estende infatti la laguna della Vistola, uno specchio d’acqua vasto ma poco profondo separato dal mare

da una stretta cintura di sabbia che si estende per circa 90 km fino al suo unico sbocco vicino a Kaliningrad, in Russia.

Frombork vistga aerea Al di fuori delle mura, altri due punti meritano un’attenzione particolare. Nel quattrocentesco Ospedale di Santo Spirito costruito attorno alla preesistente Cappella di Sant’Anna ai piedi orientali della collina fortificata, vi sono alcuni bellissimi dipinti murali del XV secolo raffiguranti il Giudizio Universale ed una ricca collezione di arte sacra e medicina antica. Particolarmente curioso il vecchio lettino da ginecologo con tanto di spiegazione. Il gigantesco nido di cicogna sul camino del tetto pare sia uno dei più vecchi di tutta la Polonia.

Ospedale di Santo Spirito con affreschi del giudizio universale Al di là della strada principale, di fronte alla piazzetta con il monumento a Copernico, si erge la Torre dell’Acqua, eretta nel 1571 al fine di rifornire d’acqua il complesso fortificato sulla adiacente collina. Prelevata dal fiume Bauda, l’acqua veniva immessa nella torre grazie ad un canale di km appositamente costruito e da qui incanalata in tubature in quercia che per pressione la facevano arrivare a destinazione. Attualmente ospita un negozio di souvenir ed è possibile a pagamento salire sino in cima per godersi il panorama sull’adiacente cittadella.

torre d’acqua L’unico motivo per cui varrebbe la pena di fermarsi ad

Frombork 1964

Elblag,

40 km più a sud, è che si tratta del

punto di partenza del più famoso e suggestivo dei canali navigabili polacchi, il canale Elblag-Ostroda. Costruito in due fasi tra il 1848 ed il 1872, non è solo il canale navigabile più lungo ancora in uso in Polonia ma anche il più insolito. Tra le due città che collega vi è infatti un dislivello di quasi 100 metri che viene superato con un originale sistema di scivoli su cui le imbarcazioni vengono fisicamente trascinate via terra per mezzo di carrelli montati su rotaie ed assicurati da un cavo come fosse una funicolare. Nel complesso il canale collega ben sei laghi (attualmente aree protette) e la traversata completa dura oltre 11 ore. Si tratta senza dubbio di un’esperienza unica nel suo genere ma chi non volesse effettuare l’intero percorso può comunque limitare il viaggio alla parte più settentrionale, tra Eblag e Buczyniec dove sono concentrati tutti e cinque gli scivoli del canale.

Per il resto è solo una anonima città industriale con un centro storico completamente rifatto in stile modernista tanto da rendere praticamente irriconoscibile quella che è stata una delle prime roccaforti dei Cavalieri Teutonici ed il loro primo porto, quando la laguna della Vistola si estendeva molto più a sud di quanto non sia ora. La seconda guerra mondiale ha trasformato la città storica in un cumulo di macerie facendo perdere ogni traccia del suo glorioso passato. L’eredità medioevale è però chiaramente avvertibile un po’ in tutta la Pomerania orientale e centrale, dove in molte altre località chiese, castelli e antichi granai stanno ancora lì a testimoniare l’importanza che ogni città ha avuto in quel periodo.

Tra queste

Malbork

è sicuramente quelle che più di ogni altra vale la pena visitare. Questa piccola

città vanta infatti il primato di avere il castello gotico più grande d’Europa, esteso su una superficie di oltre 21 ettari sulla sponda del Nogat, il braccio orientale della Vistola che un tempo era il letto principale del fiume.

Costruito a più riprese nel corso del XIII e XIV secolo, il castello di Marienburg (l’originario nome tedesco di Malbork) è stato per oltre 150 anni la sede principale dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici esprimendone con la sua enorme mole tutta la grandezza e la potenza. Per primo fu realizzato, tra il 1276 ed il 1306, il Castello Superiore, con il grande bastione centrale. Poi, quando nel 1309 Malbork divenne la capitale dell’Ordine, il Castello di Mezzo, necessario ampliamento verso nord per rispondere alle nuove esigenze di rappresentanza e sicurezza. Ampliamento che proseguì alcuni anni più tardi con la realizzazione di una terza parte a fianco delle altre due (il Castello Inferiore), circondando poi il tutto con tre anelli di mura difensive rinforzate da torri e torrioni. Una vera e propria fortezza che rimase inespugnata fintanto che durò la potenza dei Cavalieri Teutonici. Fu conquistata solo nel 1457, nel corso della guerra dei Tredici anni, quando ormai la forza militare dell’Ordine teutonico si era del tutto affievolita. Conquistata dai polacchi, divenne una residenza reale da utilizzare per le visite in Pomerania, ma a partire dalle invasioni svedesi iniziò ad andare verso un lento e progressivo declino che culminerà, dopo la prima spartizione, con la trasformazione in caserma da parte dei prussiani che distrussero buona parte delle decorazioni smantellando tutto ciò che non poteva avere alcuna utilità militare. Solo nel XIX secolo il governo iniziò ad invertire la tendenza riprendendolo sotto la propria protezione per trasformarlo nel simbolo del suo glorioso passato medioevale, iniziandone il restauro. Lo scopo, a quanto pare, fu raggiunto, visto che durante il nazismo Hitler lo destinò nientemeno che a sede della gioventù hitleriana

Tutta la parte orientale fu pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale e toccò al risorto stato polacco mettere mano alle proprie finanze per riportarlo agli antichi splendori riuscendo abilmente a trasformarlo in una delle più ambite mete turistiche della Polonia. Visitarlo vale infatti di sicuro la pena, anche se già da sola la vista dall’esterno dalla parte opposta del fiume compensa più che ampiamente la fatica e la spesa del viaggio. Soprattutto al calar del sole, quando i mattoni ai colorano di una intensa tonalità rosso-marrone. La maggior parte delle sale è aperta al pubblico e costituisce un’area museale che offre ben 23 diverse esposizioni storiche ed archeologiche.

Si accede dal lato settentrionale, attraverso quella che un tempo era l’unica via di entrata. Dalla porta principale, si attraversa prima il ponte levatoio , si superano poi cinque porte difese da cancelli in ferro e si arriva infine nell’ampio cortile principale del Castello di mezzo da cui può iniziare la vista degli interni. Sul lato occidentale del cortile, il Palazzo del Gran Maestro è, come facilmente immaginabile, la parte del castello che offre gli interni più prestigiosi: l’imponenza del palazzo a quattro piani non aveva praticamente eguali nell’Europa medievale del tempo. Di fianco, la sala dei cavalieri (sala rycerska), con i suoi 450 mq è la più grande del castello. Il notevole soffitto ha conservato la volta originale ma purtroppo le fondamenta stanno cedendo ed i lavori di manutenzione perennemente in corso non consentono di ammirarla in tutta la sua maestosità. Sul lato opposto, in un edificio molto ben conservato, sono ospitate invece una collezione di armature e ed una bellissima esposizione di ambre, prezioso minerale la cui lavorazione vanta in questa regione e specialmente a Danzica una secolare tradizione.

Passando per un altro ponte levatoio ed una splendida porta ornata del 1280,

si giunge poi nel

Castello Superiore, sbucando nello spettacolare cortile ad archi con un pozzo (ricostruito) nel centro. Qui sarà possibile visitare, disposte su tre piani, le varie sale del castello ed in particolare i dormitori dei

cavalieri, la cucina, il forno, la sala capitolare, il refettorio. Nel cortile, una bellissima porta gotica, conosciuta come “Porta d’oro”, consente di entrare nella chiesa del castello, dove sotto il presbiterio si trova la Cappella di Sant’Anna che custodisce sotto il pavimento la cripta dei Gran Maestri dell’Ordine teutonico. Non rimane quindi che arrampicarsi sulla torre principale del castello, di forma quadrata, per godere di una splendida vista sull’intero complesso e sulla campagna circostante per poi passare alle terrazze che corrono intorno al Castello Superiore tra gli edifici principali e le mura fortificate. Gli edifici coloni di fianco alla ex cappella di San Lorenzo che costituivano il Castello Basso sono stati parzialmente ricostruiti e trasformati in albergo, il caratteristico Hotel Zamek che, non essendo poi così sontuoso come ci si potrebbe aspettare, costituisce per la sua posizione e l’eccellente ristorante sicuramente la scelta migliore per soggiornare a Malbork. Tra tutte le città ce si trovano sulla costa baltica,

Danzica,

oltre ad essere la più grande, è anche

quella che vanta la storia più travagliata ed infatti non a caso è, dopo Varsavia e Cracovia, la terza città più visitata della Polonia. Ogni angolo ha qualcosa da raccontare, anche nelle zone più periferiche quelle dei cantieri navali, dove ebbero inizio i due più grandi sconvolgimenti dell’ultimo secolo: la II Guerra Mondiale e la caduta dei regimi comunisti.

Se la città merita una sosta approfondita per le sue tormentate vicende storiche e le sue bellezze architettoniche, non da meno, ma dal punto di vista naturalistico, lo sono i suoi dintorni. La

penisola di Vistola,

una lunghissima striscia di sabbia che si snoda verso est sino al confine

russo, è un susseguirsi ininterrotto di spiagge isolate e piccoli villaggi dal sapore antico dove la tranquillità regna sovrana. Pochi turisti si avventurano lungo questa penisola, quasi del tutto priva di strutture ed attrattive che non siano il semplice paesaggio. L’ultimo villaggio in fondo alla strada sembra perso nel nulla e confondersi con le paludi ed i boschi che si estendono oltreconfine.

Di fronte, in lontananza all’altro capo della laguna, durante le giornate limpide la cittadella di Frombork si riconosce appena ma abbastanza da far supporre come un tempo ci dovesse essere un certo movimento tra le due sponde. Solo uno stretto canale divide questa penisola per metà russa e per metà polacca impedendo di proseguire verso l’entroterra ma in ogni caso si dovrebbe andare a piedi, non essendovi strade ma solo sentieri. Pur sembrando votata al nulla, anche questa particolare zona isolata ha una sua storia da raccontare e purtroppo si tratta nuovamente di una storia di morte e sofferenze. All’imbocco della penisola, a Stutthof (Sztutowo in polacco), in una zona a quel tempo malsana e paludosa, venne infatti costruito nel settembre del 1939 il primo campo di concentramento polacco, diventato poi, come tutti gli altri, un vero e proprio campo di sterminio, mantenuto in funzione fino all’ultimo, fintanto cioè che l’avanzata delle armate russe non ne obbligò l’evacuazione nel gennaio 1945 (vedi scheda).

Dalla parte opposta, anche la

penisola di Hel è uno lungo stretto banco di sabbia, ma molto più

popolato e turisticamente attrezzato. Per oltre 30 km questa striscia di sabbia a forma di mezzaluna formatesi nel corso di 8000 anni a causa delle correnti marine non supera i 500 metri di larghezza. Solo verso il fondo si allarga un po’, facendo spazio alla florida e ridente cittadina da cui prende il nome. Facilmente esposta ai capricci del mare ed alle ingiurie del tempo, quella che sino alla fine del XVII secolo era ancora una catena di isolette continua a muoversi ed a crescere, ostacolata solo dalla vegetazione nel frattempo cresciuta che riesce a contenere almeno in parte il movimento della sabbia.

Penisola di Hel

Una ferrovia ed una strada in eccellenti condizioni ombreggiate da file di pini marini deformati dal vento percorrono la penisola in tutta la sua lunghezza consentendo di raggiungere agevolmente il piccolo porto di pescatori di Hel, le cui origini vanno ricercate oltre 10 secoli addietro. Fondato poco dopo la creazione di Danzica, il piccolo porto trasse enormi benefici dalla sua posizione strategica all’ingresso del porto della sua potente vicina, tanto da diventare nel XIV secolo un fiorente centro mercantile con oltre 1200 abitanti. Ma proprio la sua posizione fu però anche il limite principale al suo ulteriore sviluppo: costantemente minacciata dalle tempeste, dall’erosione e dai movimenti di sabbia che cambiavano continuamente la morfologia della penisola, restava pur sempre un centro privo di collegamenti via terra con la terraferma le cui sorti finirono col dipendere sempre più da quelle di Danzica. Non senza però alcuni momenti di topici: durante l’invasione nazista del 1939 fu l’ultima roccaforte polacca a d arrendersi ai tedeschi ed alla fine della guerra l’ultima porzione di territorio polacco ad essere liberata, difesa ad oltranza da una guarnigione di 60.000 tedeschi che resistettero nelle loro postazioni sino al 9 maggio 1945 circondati dalle truppe dell’armata rossa. In città, lungo la via principale, si possono osservare ancora una dozzina di quelle che erano le tipiche case a graticcio dei pescatori, in legno e mattoni, ma l’edificio più antico attualmente visitabile rimane la piccola chiesa gotica del 1420 che ospita il Museo delle Pesca. Salendo sulla torre campanaria è possibile godere di belle vedute non solo della cittadina e delle sue spiagge ma dell’intera penisola e della baia di Danzica, trovandosi l punto più alto dell’intera penisola a non oltre 23 metri sul livello del mare. Molti giungono sin qui per vedere quella che considerano l’attrattiva principale del posto: le foche grigie, una specie un tempo molto numerosa nel Baltico ed ora a rischio di estinzione a causa dell’inquinamento. Alcuni esemplari sono ospitati nelle vasche del “Fokarium” che si trova sulla spiaggia, ma le condizioni in cui sono tenute e lo spettacolo che riserva la visita non giustificano minimamente il prezzo che si paga per il biglietto di ingresso.

Hell La costa baltica è molto amata dai polacchi che d’estate la prendono letteralmente d’assalto. Il litorale è prevalentemente piatto e dritto, ma le dune, i boschi ed i laghi costieri gli conferiscono un fascino del tutto particolare. Non a caso lungo queste coste si trovano ben due parchi nazionali che si alternano a decine e decine di chilometri di spiagge sabbiose sino al confine tedesco. Il Mar Baltico è decisamente più freddo del Mediterraneo e la stagione balneare si limita a poche settimane in luglio ed agosto, periodo durante il quale le numerosissime località di villeggiatura si animano improvvisamente dopo mesi di letargo ospitando migliaia di turisti provenienti da ogni parte del paese. Le strutture ricettive sono tante, ma arrivando all’improvviso trovare un posto dove alloggiarsi può in quel periodo essere un

problema.

Leba,

che per 10 mesi all’anno è poco più di un piccolo porto peschereccio, in estate si

trasforma in affollata località di villeggiatura. L’ampia spiaggia sabbiosa che si estende senza fine in entrambe le direzioni e la vicinanza alle dune mobili del

Parco Nazionale Slowinsky

ne

fanno la meta più ambita dai turisti locali e stranieri. L’insediamento originale, fondato sulla sponda sinistra del fiume Leba, fu trasferito sulla riva opposta dopo una violenta tempesta nel 1558 ma anche nella nuova posizione la natura riusciva ugualmente a far danni ostacolando commercio ed agricoltura tanto che verso la fine del XIX secolo si decise di costruire un nuovo porto e piantare alberi per rallentare il movimento della sabbia.

Le dune mobili che si trovano nel parco sono considerate un fenomeno naturale unico al mondo. Le onde del mare depositano in questo tratto di litorale grandi quantità di sabbia sulla spiaggia. Asciugati dal sole, i granelli si sabbia vengono sollevati dal vento, forte e regolare in questa zona, che li trasporta formando dune che si muovono lentamente ma con regolarità verso l’entroterra. Durante il suo cammino, la montagna bianca, che avanza al ritmo dai 2 ai 10 metri l’anno a seconda della zona, seppellisce tutto ciò che incontra, prima fra tutte la foresta che sta gradualmente scomparendo sotto la sabbia per riapparire poi diversi decenni dopo come distesa di alberi scheletrici. Il processo, iniziato più di 5000 anni fa, ha creato col tempo un paesaggio completamente desertico di oltre 6 kmq con dune che hanno ormai raggiunto l’altezza di oltre 40 metri. Una enorme striscia di sabbia in movimento che separa il mare dal lago di Lebsko dove sembra di essere nel Sahara, tanto che nel 1941 l’Afrika Korps di Rommel la scelse come ambiente ideale per esercitarsi prima di sbarcare in Africa settentrionale. Qualche anno dopo, nel 1945, i tedeschi la sceglieranno ancora come base segreta per effettuare i lanci missilistici necessari a testare quella che secondo loro doveva essere l’arma risolutiva del conflitto, i micidiali razzi V1 e V2. Dopo la guerra, il governo polacco la riconvertì ad uso civile utilizzandola per anni come meteorologici, oggi trasformata in interessante museo all’aperto. Le dune si raggiungono facilmente da Leba prendendo la strada che verso ovest conduce al villaggio di Rabka (2,5 km), ai confini del parco nazionale. Da lì la strada asfaltata continua per altri 3,5 km ma non base per testare i missili

sono ammessi né autoveicoli né autobus. Per proseguire occorre andare a piedi o noleggiare una bicicletta oppure utilizzare il servizio navetta su uno speciale trenino elettrico gommato che in pochi minuti conduce all’imbocco del sentiero, nei pressi della vecchia base missilistica. Lungo il sentiero che per oltre 2 km si addentra nella fitta foresta, man mano che si procede si iniziano a scorgere i segni del passaggio della “montagna bianca”, ben evidenti in prossimità del versante meridionale delle dune dove sono ben visibili parecchi scheletri di alberi parzialmente sepolti dalla sabbia. Lo scenario che si apre arrampicandosi sulla più alta delle dune, che si trova appena dopo la fine del sentiero, è a dir poco spettacolare, con un contrasto di colori che sfuma dal blu inteso del mar Baltico al verde della foresta passando per il bianco delle dune che si perdono a vista d’occhio.

la vecchia base missilistica nel parco nazionlae Slowinsky Il Parco Nazionale non comprende però solo le dune. Ci sono anche ben quattro laghi, due grandi e due piccoli, lagune poco profonde che in origine erano baie, gradualmente separate dal mare da una striscia di sabbia, Le loro rive paludose e densamente coperte di vegetazione sono per lo più inaccessibili ed offrono ospitalità ad oltre 250 specie di uccelli sia stanziali che migratori, compresa la rarissima aquila di mare, il più grande uccello della Polonia, che nidifica proprio su questa zona. Eppure un tempo erano popolate, come testimonia il nome stesso attribuito al parco: gli Slowincy, tribù slava imparentata con i cassubiani, abitarono queste coste sino al XIX secolo preservando meglio di altri popoli, grazie alla particolare condizione di isolamento in cui vivevano, cultura e tradizioni locali che hanno potuto giungere immutate sin quasi ai giorni nostri. Sono ancora molti gli edifici del secolo scorso che conservano intatti gli arredamenti tradizionali e fortuna vuole che molti di questi si trovino raggruppati nel piccolo villaggio di Kluki, sulla sponda sud-occidentale del lago Lebsko, diventato una sorta di museo vivente. Dei 500 abitanti del XIX secolo ne sono rimasti meno della metà e sebbene si siano inevitabilmente modernizzati, hanno conservato una parte del villaggio allo stato originario trasformandolo in Skansen (museo etnografico all’aperto), che seppur piccolino rimane uno dei più autentici di tutta la Polonia. Il lago, con i suoi 16 km di lunghezza e 70 kmw di superficie è il più grande della regione nonché il terzo per dimensioni della Polonia, superato in grandezza solo da quelli della Masuria. Il suo inserimento all’interno dell’area protetta lo ha fortunatamente conservato allo stato selvaggio, relegando i centri abitati ai pochi villaggi che storicamente popolavano le sue coste, rimasti pressoché immutati e sempre più spopolati.

Il lago Lebsko Se dalla costa ci si dirige verso sud si entra in una magnifica regione di laghi e foreste che si diradano man mano che ci si avvicina al bassopiano di Stettino intorno al fiume Oder ed al confine tedesco. La Pomerania settentrionale e centrale è fondamentalmente una regione rurale e scarsamente popolata, con città sparse qua e là e pochissima industria, perfetta per escursioni naturalistiche e giri in bicicletta. Si tratta di terre a lungo contese tra tedeschi e polacchi, tanto che più ci si sposta verso ovest avvicinandosi al confine e meno si notano differenze tra un Paese e l’altro. Prima di attraversarla e sconfinare in Germania vale però la pena fare ancora una sosta sulla costa e visitare Darlowo, una delle poche città della Pomerania ad aver conservato parte del suo carattere originale mantenendo l’impianto stradale medievale progettato nel 1312.

Darlowo

In realtà

Darlowo non si trova proprio sulla costa ma un paio

di chilometri più all’interno, sul fiume

Wieprza. Sul mare si trovava inizialmente solo il suo piccolo porto, Darlowko, che poco a poco si è trasformata in località turistica sfruttando le sue bellissime spiagge. E’ però l’antico quartiere sul fiume a costituire l’attrattiva principale per tutti coloro che si spingono sin lassù. Il trecentesco castello gotico, il più antico e meglio conservato della regione, fu residenza dei duchi di Pomerania finchè gli svedesi non lo devastarono durante la guerra dei trent’anni. Tra i suoi ospiti più illustri, va senza dubbio ricordato Enrico di Pomerania, il duca guerriero di Slupsk il cui sangue reale gli permise nel 1397 di salire al trono in Danmarca, Svezia e Norvegia e passare alla storia come Re Erik, noto anche come ”l’ultimo vichingo del baltico”. Fu un regno alquanto turbolento, caratterizzato da continue sanguinose guerre che portarono dopo quarant’anni alla sua deposizione. Dopo la sua abdicazione forzata andò in esilio nel castello di Visby sull’isola di Gotland in Svezia, da dove partì per attaccare più volte le navi della Lega

Anseatica risultandone però alla fine sconfitto. Costretto ad abbandonare l’isola, fece quindi ritorno in Pomerania per regnare con il nome di Enrico I dal castello di Darlowo sul piccolo ducato di Slupsk sino alla fine dei suoi giorni. Morto nel 1459, fu sepolto poi nella vicina chiesa di Santa Maria, dove ancora oggi, nella cappella sotto la torre, in una tomba in arenaria sono conservate le sue ceneri. Il castello che fu la sua dimora negli ultimi dieci anni di vita ospita oggi il Museo storico della Pomerania. Nelle numerose sale interne accuratamente restaurate sono visibili, oltre ai vari ritratti dei principi di Pomerania, molti arredi originali in stile Danzing e numerose collezioni di cultura e storia locale. Nelle immediate vicinanze, tutto il lato occidentale della piazza principale, il Rynek, è occupato dall’imponente edificio barocco del Municipio, privo ormai della sua originale torre di avvistamento e nel complesso abbastanza spoglio ed insignificante, se si esclude il bel portone di ingresso. Poco oltre, l’imponente struttura in mattoni della trecentesca gotica chiesa di Santa Maria è invece molto più interessante non solo per le tre tombe che ospita (quella di re Erik e quelle molto più decorate dell’ultimo duca di Pomerania e della sua consorte) ma anche per le splendide volte e la varietà degli arredi che ben testimoniano il susseguirsi delle varie epoche storiche. Per finire, poche centinaia di metri più a nord, la piccola Cappella di Santa Gertrude, con la sua pianta a dodici lati ed il tetto in paglia a spirale visitare, accontentarsi di vederlo da fuori. sarebbe sicuramente l’edificio più curioso della città da ma purtroppo viene aperta solo in occasione di alcune festività religiose e bisogna

Per rientrare in Germania la soluzione ottimale sarebbe quella di seguire la costa, magari con una tappa in prossimità del Parco Nazionale di Wolin, che occupa la parte centrale dell’omonima isola vicino al confine tedesco. Pur essendo il più piccolo tra i parchi nazionali polacchi, è molto pittoresco da percorrere a piedi, soprattutto nella parte settentrionale che scende bruscamente nel mare formando una scogliera sabbiosa lunga quasi 11 km ed alta in certi punti più di 100 mt. All’interno, numerosi laghetti circondati dalla foresta costituiscono l’habitat naturale per molte di specie di animali, facendone una vera osai naturalistica particolarmente ambita dagli amanti del bird-watching. Per chi ha fretta, invece, non resta che seguire la strada interna e raggiungere dopo 150 km l’autostrada in prossimità di Szczecin.