ottobre/dicembre 2012

Spedizione in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB (Bologna) - Bimestrale n. 4/2012 - anno XXI/BO - € 2,00

L’atteso ritorno di Kissin, le prime volte di Zosi e del Mandelring Quartet L’Orchestra Giovanile Italiana e il Conservatorio bolognese: più spazio alla formazione I quadri di Maurizio Bottarelli e la collezione di Molinari Pradelli: la musica delle immagini

I King’s Singers (in)cantano la XXVI stagione di Musica Insieme

SOMMARIO n. 4 ottobre - dicembre 2012
Musica a Bologna - I programmi di Musica Insieme
Editoriale
Il cuore oltre l’ostacolo
di Fabrizio Festa

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Imprenditoria e cultura
Conservatorio di Bologna - Donatella Pieri

L’intervista
Maurizio Bottarelli Andrea Lucchesini di Fulvia de Colle Evgeny Kissin di Bianca Riccardi

Intervista doppia
Edoardo Zosi - Yoko Kikuchi di Cristina Fossati Katarzyna Mycka - Mandelring Quartet di Elisabetta Collina

L’intervista
The King’s Singers
di Fabrizio Festa

Il profilo
Benjamin Britten
di Giordano Montecchi

I luoghi della musica
La collezione di Molinari Pradelli a Palazzo Fava
di Maria Pace Marzocchi

Il calendario
I concerti ottobre / dicembre 2012

Per leggere
Il sogno di Scelsi
di Chiara Sirk

Per ascoltare
Armonie romantiche
di Lucio Mazzi

In copertina The King’s Singers (foto Alex MacNaughton)
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MUSICA INSIEME

EDITORIALE

IL CUORE OLTRE L’OSTACOLO
Tra le illusioni che la quotidianità ci consegna con regolare frequenza sta la seguente: che l’arte (e gli artisti) diano il meglio di sé nei momenti di crisi storica e sociale. In fondo, è consolante. S’inserisce cioè nel novero di quei luoghi comuni consolatori, che amiamo ripeterci nei momenti di difficoltà. Eppure, non è del tutto falso. O meglio, mutuando un principio fondante della teoria della complessità, il mondo in cui viviamo presenta, pur nel suo generale disordine, sacche di ordine, zone di relativa tranquillità: aree, cioè, in cui, nonostante tutto e tutti, gli uomini trovano momenti pubblici e condivisi di sicura gratificazione. Così, anche in una città come la nostra, dove persino dagli scranni di chi amministra si sentono rampogne e lamentazioni relativamente, ad esempio, alla pulizia delle strade, al degrado dei portici, in un generale crescendo che amplifica le difficoltà locali nel già difficile contesto di quelle nazionali, e persino mondiali, non possiamo non evidenziare la sostanziale (e significativa) tenuta dell’iniziativa culturale in ambito musicale. E lo vogliamo fare, non a caso, proprio in apertura di stagione. L’apertura della stagione musicale e teatrale, autunno dopo autunno, è uno di quei momenti in cui si valuta la capacità di una comunità di affrontare l’oggi e il domani. E che i maggiori operatori musicali bolognesi (ma non solo, visto il persistere fecondo di una diffusa iniziativa cittadina nel settore) insistano nel proporre alla città un’offerta musicale di livello europeo vorremmo che fosse letto come un segnale: una risposta morale tanto al rimpianto di ciò che fu (altro luogo comune consolatorio), ma non sarà mai più, quanto al diffondersi di una sorta di malessere paralizzante, le cui conseguenze la storia ci ha decisamente insegnato a temere. È con questo spirito – ci piacerebbe definirlo “spirito di servizio” – che ci prepariamo al momento, ormai vicinissimo, in cui si alzerà il sipario sulla nostra nuova serie di concerti. Più che la filosofia, sembra che toccherà alla musica (con la filosofia peraltro strettamente imparentata) guidarci di là dal fiume, o meglio: insegnarci a buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Fabrizio Festa

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ISTITUZIONI E CULTURA

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Musica in fiore
onatella Pieri, pianista, didatta, organizzatrice musicale, dal 2009 è alla guida del Conservatorio bolognese, nel quale ha profuso tutta la sua competenza ed esperienza, non soltanto prendendo le redini delle attività curricolari di un’istituzione già di per sé complessa, e vittima come tutte delle difficoltà economiche di questi anni, ma anche intensificando e vivacizzando la presenza del Conservatorio nel panorama culturale cittadino. Accanto alle partecipazioni alle iniziative ‘istituzionali’, il Conservatorio aderisce da un biennio anche a Musica per le Scuole, la rassegna che la nostra Fondazione offre agli studenti degli istituti medi superiori della città, ospitando altresì nelle sue aule gli incontri propedeutici ai concerti.

Sotto la direzione di Donatella Pieri, il Conservatorio di Bologna non solo si riconferma come polo dell’alta formazione musicale, ma partecipa anche alla vita culturale cittadina con rinnovata energia. Ne parliamo con la Direttrice, e con il Presidente Patrizio Trifoni
interventi edilizi di segno diverso: da una parte, vanno ampliati gli spazi, il che in questa struttura crediamo non sia più possibile; l’interlocuzione con le istituzioni cittadine ha perciò questo primo obiettivo, quello di trovare spazi ulteriori per il Conservatorio; un secondo segno è quello di razionalizzare l’esistente, rendendolo funzionale alle mutate ed accresciute esigenze didattiche del Conservatorio, il che vuol dire anche adeguare ed insonorizzare le aule (il che non è sempre possibile poiché i vincoli della Sovrintendenza sono importanti). Il sisma ha causato poi l’inagibilità di alcune aule. Quindi vi è la necessità di una revisione complessiva della struttura, del suo adeguamento alle mutate normative per l’accessibilità e di sicurezza. Il quadro degli interventi è insomma molto cospicuo, e sotto più aspetti: coinvolge ad esempio anche Sala Bossi, che non soffre di problemi statici, ma va adeguata per quel che riguarda la luce, gli stucchi, il raffrescamento estivo, tutto ciò che in definitiva la renderà in grado di ospitare tutti i concerti che intendiamo organizzare. Quindi il Conservatorio ha avviato un dialogo con il Comune, proprietario dell’immobile, e con la Provincia, sino ad ora il soggetto istituzionale responsabile della sua manutenzione. Si vuole portare a una ridefinizione di questi compiti e ruoli, in un quadro che ci vede sì come ente autonomo, ma anche come istituzione partecipe insieme al resto della città alla formazione e all’educazione musicale sul territorio».
Direttore Pieri: in una nazione come la nostra, dove la cultura potrebbe e dovrebbe farsi in qualche modo ricchezza, qual è a suo avviso il ruolo del Conservatorio per la formazione e lo sbocco professionale in campo musicale?

Ogni Conservatorio italiano ha una storia e una personalità a sé: qual è la personalità del Conservatorio bolognese, che peraltro ha una lunga e gloriosa storia?

«Il punto d’eccellenza del nostro Conservatorio sono sicuramente le sue radici, un collegamento col passato che non è soltanto un ricordo, ma influisce sulla costruzione stessa dei percorsi d’insegnamento. È un legame che viviamo e sentiamo qui in modo del tutto naturale e spontaneo. Un secondo aspetto è il luogo: il nostro Conservatorio ha sede in una città che possiede un’università antichissima, è Città Unesco della musica, e vi agiscono associazioni ed istituzioni impegnate in primo luogo proprio nell’arte musicale. Non da ultimo, Bologna è collocata strategicamente in una zona molto fortunata, trattandosi non solo di un’area ricca ma anche molto centrale.
In alto: la Direttrice del Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna Donatella Pieri. A destra: il chiostro del Conservatorio

Tutte queste realtà influenzano il Conservatorio ed anche il lavoro che vi si svolge: molti studenti provengono dall’estero, oltre che da numerose altre regioni italiane, creando quindi un ricchissimo crogiolo culturale. Rispetto ad altre realtà del panorama italiano, magari più imponenti numericamente, va detto che a Bologna vi è una convergenza davvero unica di fattori diversi e positivi. Altra caratteristica non indifferente del Conservatorio di Bologna è il fatto di offrire tutte le scuole e tutte le docenze, dalla musica antica all’elettronica, al jazz (che conta circa un centinaio di studenti)».
A proposito invece delle criticità da risolvere, passiamo la parola al Presidente del Conservatorio, Avvocato Patrizio Trifoni: ci traccerebbe il quadro degli interventi necessari?

«Proprio per questa varietà e promiscuità di discipline, vi è oggi la necessità di avere una struttura e un edificio più flessibili. Il Conservatorio ha bisogno di due

Foto Primo Gnani

«L’errore di prospettiva che ci portiamo dietro nella nostra contemporaneità è pen-

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sare che la ricchezza sia solo quella materiale; bisogna parlare ai giovani della ricchezza del proprio patrimonio personale, che è quello della propria conoscenza e personalità, e che passa attraverso una serie di esperienze e di percorsi. Lo stesso vale per l’apprendimento di uno strumento, una competenza che va ben oltre il semplice atto di suonare. Ciò che andrebbe fatto è riprendere la consapevolezza – come la si aveva nel lontano passato, quando alla musica era dato il giusto posto nelle discipline fondamentali – che la cultura non è soltanto un passatempo, ma un processo di crescita nel quale l’arte, e quella musicale in particolare, costituisce una palestra preziosa. Per questo ritengo che vadano difesi la sessantina di Conservatori italiani, che rappresentano un esempio da mantenere; e non sono troppi, se pensiamo alle diversità che esistono da regione a regione ed all’esercizio di capillarità della trasmissione dei diversi saperi sul territorio. Venendo agli sbocchi professionali, va fatta emergere la diversificazione dei talenti: non c’è solo il numero uno, il vincitore di concorsi, che è un caso unico o comunque rarissimo; tutti vanno tutelati e seguiti. Nella mia passata attività nell’organizzazione di concerti ho visto troppi musicisti “usa e getta”: vincitori di concorsi che in poco tempo si sono bruciati come meteore. Poi si è patito del fatto che l’età dovesse essere via via sempre più giovane; in più la televisione si è impossessata del talent show. Oggi nel nostro Conservatorio di questi talenti ve ne sono più d’uno, e vanno tutelati proprio perché non vengano dati in pasto al pubblico, o ai concorsi, prima che siano pronti. Poi ci sono studenti dalla grandissima passione ed intelligenza, che non saranno magari i grandi solisti, ma sanno praticare la musica ad un livello molto alto (certo, la strada è in salita, con la riduzione delle orchestre e delle istituzioni concertistiche, ma è pur sempre una strada). Infine, il titolo di studio serve a coloro che ne saranno certamente gratificati e arricchiti, ma poi nella vita seguiranno altre strade: in questo caso avremo contribuito a costruire la consapevolezza d’ascolto di un pubblico».
Sotto la sua direzione è rinata anche l’Orchestra dei Giovanissimi…

to una forma un po’ diversa rispetto al passato, poiché integra anche giovani musicisti scelti al di fuori del Conservatorio e provenienti quindi da altre realtà e scuole del territorio; poi è un grande valore aggiunto la collaborazione con il Teatro Comunale, dove facciamo la prova d’insieme. Entrare in Teatro per fare le prove è un’emozione grande e gratificante, per i bambini come per i genitori. L’Orchestra non sarà soltanto uno strumento di esibizione, ma seguirà un percorso didattico preciso: la prima apparizione pubblica sarà il 5 ottobre in Sala Bossi, poi al Teatro Comunale il 12 ottobre».
Venendo a note più dolenti, da molte parti si invoca una soluzione al degrado dell’asse Via Zamboni – Piazza Verdi, che vede coinvolto soprattutto il Teatro Comunale, ma anche, seppure in misura minore, il Conservatorio: come vede questa situazione?

«Il degrado è sotto gli occhi di tutti, e naturalmente si va un po’ a periodi, periodi legati alle condizioni atmosferiche piuttosto che alle attività accademiche e didattiche. Per qualche misteriosa ragione, la via e il portone in cui si trova il nostro ingresso sono abbastanza defilati, quindi per nostra fortuna i casi critici sono stati sporadici. La presenza di studenti universitari poi fa la differenza: Bologna è molto frequentata durante i corsi, poi in estate si desertifica. Soluzioni ne sono state certamente cercate, purtroppo senza trovarle: i concerti serali organizzati la scorsa estate ‘occupano’ e vivacizzano sicuramente l’area, ma prima e dopo torna tutto come prima. Credo che organizzarvi attività culturali possa avere semmai un altro obiettivo, che non è quello di tenere lontani i devastatori. Bisognerebbe pensare a soluzioni di ordine più operativo: i bivacchi ci sono perché non vengono sanzionati in modo che non si verifichino ancora. Chiaramente per farlo ci vorrebbero maggiori risorse e una maggiore operatività di gestione del territorio».
Dal suo insediamento a oggi, il Conservatorio ha reso sempre più concreta e vivace la propria presenza in città, inserendosi nelle iniziative musicali, pubbliche e private, del territorio.

come un patrimonio personale, e la sua assenza dalla vita culturale in questi anni era una sofferenza. Quindi ci sono state spalancate le porte da parte di istituzioni e organizzatori, dal Comune al Comunale, e naturalmente a Musica Insieme, con l’iniziativa Musica per le Scuole, che vede la partecipazione attiva dei nostri studenti. Ricordo Musica in Fiore, Tre quarti (d’ora) di musica in Cappella Farnese, la partecipazione a The Schoenberg Experience e centocage, i concerti al Sant’Orsola Malpighi e MusicalMente con il Dipartimento di Igiene mentale, le collaborazioni con l’Università e col Museo della Musica, ma anche con San Colombano. L’obiettivo ora è rendere ordinario quel che in questi due anni è stato straordinario: abbiamo dovuto rinforzare le nostre file attivando rami di ufficio stampa, organizzazione e logistica. Tutto questo ovviamente va ad aggiungersi alle attività ‘interne’, come le esercitazioni e i saggi, la rassegna del sabato pomeriggio in Sala Bossi, i premi e le borse di studio per gli studenti, i convegni annuali… insomma, i lavori in corso sono decisamente importanti».
Foto Primo Gnani

«L’Orchestra dei Giovanissimi è rinata sot-

«Devo dire che il Conservatorio di Bologna è vissuto dai cittadini davvero
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L’INTERVISTA

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Paesaggi (e volti) sonori
ocente alla bolognese Accademia di Belle Arti come a Brera, Maurizio Bottarelli è attivo sulla scena artistica dal 1962. Proprio da quell’anno prende l’avvio la personale dedicatagli dalla Fondazione del Monte, col titolo Il disagio della civiltà. Maurizio Bottarelli. Opere 1962-2012. Un’occasione per conoscere più da vicino il pittore che quest’anno ha dedicato a Musica Insieme il suo Macchia di violino, divenuto il simbolo della nuova Stagione 2012/13.
di Belle Arti di Bologna. Come ricorda il fermento artistico di quegli anni?

Fino al 17 novembre, le sale della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna ospiteranno una personale di Maurizio Bottarelli, che va ad inserirsi nel novero delle mostre dedicate dalla Fondazione ai Maestri italiani della seconda metà del XX secolo

Come si struttura la mostra personale che le ha dedicato la Fondazione del Monte nelle sale espositive di Via delle Donzelle 2?

«È stata una mostra molto difficile da preparare. Era impossibile pensare a un’antologica: avendo 50 anni di pittura alle spalle avrei necessitato di spazi smisurati e di molto tempo per coinvolgere anche i collezionisti… perciò, con la curatrice Michela Scolaro abbiamo pensato a un’idea particolare: passare dai dipinti che facevo nel 1962, quando ero ancora studente, ossia le Teste, ad alcuni fra i miei quadri più recenti, ossia i paesaggi australiani del 2001/02, quelli neozelandesi del 2007, e i paesaggi norvegesi del 2010. Oltre al gap temporale, anche il tema è diverso, tanto che temo possa quasi sembrare una mostra di due artisti differenti; in più mi è venuta la malaugurata idea di fare una sorta di “opere a confronto”, contrapponendo le teste di quegli anni ad una serie di teste che ho fatto appositamente per la mostra. Solo che anziché un paio ne ho fatte dodici, e con una velocità per me inusuale! Penso che la cosa creerà qualche sorpresa fra chi mi segue. Per chi ad esempio mi identifica come “il pittore dei paesaggi”, vedersi questi grandi volti, queste maschere inquietanti susciterà più di qualche perplessità…».
A 25 anni insegnava già all’Accademia
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«Ho iniziato ad insegnare a Bologna nel 1969, come assistente di Pompilio Mandelli, ed eravamo in pieno clima di contestazione, per cui tutto era problematico: dal collegio dei professori che mi guardava come un infiltrato, agli ex compagni di Accademia che mi vedevano come un nemico, passato dalla parte degli insegnanti. Il motivo per cui negli anni Ottanta ho chiesto poi il trasferimento a Brera è che ho sempre trovato Bologna una città molto chiusa. Che sia una città provinciale, in un certo senso è vero, almeno se parliamo dell’ambito della pittura: mentre Francesco Arcangeli [importante storico dell’arte e letterato bolognese, ndr] sosteneva molto gli artisti “del territorio”, dopo la sua morte nel ’74 si è sviluppata una tendenza a privilegiare l’“esotico”, secondo un’esterofilia tipica delle realtà provinciali. Poi la nascita del DAMS ha creato un forte spostamento sul versante teorico, teatrale, musicale delle arti, con una presenza significativa come quella di Renato Barilli, ed ha creato una netta divaricazione fra chi faceva arte nel senso più “sperimentale” ed innovativo del linguaggio (utilizzando ad esempio la foto-

grafia e il video), e chi ostinatamente continuava a “fare il pittore”, che veniva spesso messo da parte. Una tendenza che ha inciso molto sulle gallerie private, ma anche e soprattutto sugli spazi pubblici, istituzionali. Perciò molte situazioni, come la mia, venivano e vengono ancora messe ai margini. Oggi posso anche accettarlo – anche perché si arriva a un’età in cui ci si concentra sulla propria ricerca e il proprio mondo – ma una volta era per me una specie di ferita».
Eppure oggi, in un lamento generalizzato del settore culturale, si guarda proprio agli anni Settanta come ad un passato aureo, spesso visto un po’ nostalgicamente.

«Non sono così apocalittico, anzi delle volte ho la sensazione contraria che oggi ci sia perfino troppo, col risultato di creare prima confusione, poi stanchezza e disinteresse. Ma tutte queste manifestazioni che si accavallano dimostrano che Bologna è tutt’altro che arretrata. Certo ci sono città che hanno avuto uno scatto in più, ad esempio Torino, ma altre, vedi Milano, hanno avuto un crollo. Se penso al degrado milanese di questi ultimi anni, mi dico: meglio stare a Bologna».
Altro luogo e periodo leggendario: Londra a metà anni Settanta. Che ci faceva accanto a Sir George Solti?

«È una lunga storia. Negli anni Settanta, rinunciando con gesto piuttosto azzardato all’insegnamento, accettai la pro-

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Nella pagina a fianco, in basso: Maurizio Bottarelli. In alto: il pittore emiliano insieme a Sir George Solti all’inizio degli anni Settanta. A destra: Paesaggio Norvegese, 2010

posta di lavorare a Londra, in un centro dove si stampavano incisioni di artisti molto famosi… mi sono detto: invece di restare qui ad insegnare agli studenti come disegnare le modelle, io ci vado! L’amica Marilena Camerini Maj, allora direttrice della Galleria San Luca, era molto vicina a Sir George Solti, e mi raccomandò di chiamarlo. Io, che sono un disastro nelle pubbliche relazioni, feci passare quasi un anno, finché, preso da ristrettezze economiche, gli telefonai. Mi rispose la moglie Valerie, che esclamò: «Ma è un anno che aspettiamo una tua telefonata!». Poi ci fu un episodio divertente: vennero a trovarmi, e Sir Solti decise di comprarmi un quadro. Gli dissi il prezzo, lui firmò un assegno e andò via. Quando guardai l’assegno, mi accorsi che era una cifra dieci volte maggiore di quello che avevo chiesto! Con grande imbarazzo, alla fine decisi di telefonare per dire che c’era uno sbaglio nell’assegno, e Lady Solti rispose: «È troppo poco?». Questo mi fece capire come il mercato dell’arte non abbia dei parametri ben definiti, tanto che le quotazioni possono variare di tanto senza un criterio univoco. Poi divenimmo grandi amici, andavamo spesso a sentire Solti al Covent Garden, assistemmo alle sue prove per La donna senz’ombra a Salisburgo… In quegli anni seguivo molto di più la musica jazz che non la sinfonica: lui mi regalò dei dischi con le sinfonie di Gustav Mahler, e fu l’inizio della mia passione per Mahler, e per tutto un repertorio tardo-romantico in generale».
Il rapporto fra musica e paesaggio (pensiamo alle chatwiniane terre dei canti, nel caso dell’Australia) è stato anche oggetto di una sua mostra a Melbourne: che peso ha la musica nel suo lavoro?

«Il caso dell’Australia è un’emozione a sé, c’è il rapporto con gli Aborigeni, ci sono sonorità, come quella del didjeridoo, uniche. Ma in generale, nella mia pittura di paesaggio uno degli intenti principali è quello di tenere conto dell’emozione, dei colori, delle luci che di volta in volta un paesaggio mi trasmette, senza farli diventare cartolina, o paesaggio figu-

rativo nel senso stretto della parola, ma astraendoli, pur mantenendo il riferimento ad un luogo preciso. Quando mi trovavo immerso in questi paesaggi avevo degli spaesamenti notevoli, e non prendevo mai appunti né facevo disegni, semmai qualche sporadica fotografia. I paesaggi australiani sono rossi ruggine, quelli della Nuova Zelanda sono neri perché legati alla visione, anche un po’ inquietante, di una zona con chilometri di spiaggia nera (di origine vulcanica). Con l’ultimo viaggio in Norvegia sono tornato ad una tavolozza più chiara, di bianchi e grigi. Questo rapporto fra paesaggio ed emozione mi ha portato a identificarmi con certa musica, da Richard Strauss a Sibelius, o Grieg. Proprio per gli ultimi quadri del ciclo norvegese, ad esempio, ascoltavo Grieg, che risvegliava ed enfatizzava l’emozione suscitatami dai quei luoghi. Venendo al contemporaneo, quando penso al paesaggio urbano (e nei miei quadri utilizzo materiali che ‘sconfinano’ nell’industria, come catrame, ferro, chiodi), allora può venirmi in mente City Life di Steve Reich o il pianoforte preparato di John Cage. E poi, naturalmente, voglio ricordare la mia amicizia con il compositore scozzese Lyell Cresswell, conosciuto nel 1991 in occasione di una mia mostra personale per il Festival di Musica Contemporanea delle Isole Orkney – sotto la presidenza di Sir Peter Maxwell Davies. Determinante è stata poi la mia profonda amicizia con Roberto Verti, purtroppo drammaticamente interrotta dalla sua morte prematura, e l’amicizia con il Maestro Marco Boni».
C’è sempre musica quando lavora?

metto la filodiffusione… ossia: se sono in una fase ‘esecutiva’, visto che impiego molti giorni a completare un lavoro, posso ascoltare qualsiasi cosa. Ci sono invece momenti in cui ho bisogno di una tensione maggiore, e allora la musica che ascolto ha molta importanza. Poi, come dicevo, c’è un autore che mi coinvolge più di tutti, ed è Gustav Mahler. Insomma, un certo tipo di musica mi aiuta anche a vivere una situazione più dall’interno, ad affrontare dubbi e interrogativi».
Com’è nata l’opera che ha dedicato a Musica Insieme per la nuova Stagione 2012/13?

«È un’idea che ho ripreso dai miei lavori degli anni Settanta e Ottanta, quando i miei corsi a Brera erano molto legati alla “macchia”. Partendo da una macchia, pur senza ricorrere a Rorschach, si può arrivare a molte cose. Riprendendo il discorso di un grande critico francese, Henri Focillon, che parlava delle “risorse del caso”, la macchia è una cosa casuale dalla quale inventare. In quel caso, avevo macchiato il disegno e stavo per distruggere tutto, e invece pensando appunto alle risorse del caso ho avuto l’idea di disegnarvi una sagomina che è diventata la “macchia di violino” di Musica Insieme».
Il disagio della civiltà. Maurizio Bottarelli. Opere 1962-2012 a cura di Michela Scolaro Dal 20 settembre al 17 novembre tutti i giorni dalle 10 alle 19 Ingresso gratuito Fondazione del Monte via delle Donzelle 2, Bologna

«Sempre, però delle volte sono pigro e
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L’INTERVISTA

ANDREA LUCCHESINI

ndrea Lucchesini non soltanto è pianista ben noto al pubblico di Musica Insieme per la qualità delle sue interpretazioni e le scelte di repertorio stimolanti e mai scontate; protagonista di masterclass in tutta Europa, è docente di un’istituzione meritoria per i nostri talenti qual è la Scuola di Musica di Fiesole, della quale dal 2008 è anche Direttore Artistico. La medesima carica, Lucchesini la ricopre peraltro nell’Orchestra Giovanile Italiana, che sarà ospite del concerto inaugurale di Musica Insieme, guidata dal direttore americano John Axelrod in un programma di capolavori. Un’Orchestra alla quale, è il caso di dirlo, l’Italia deve una pionieristica attività di formazione e perfezionamento con oltre un migliaio di strumentisti oggi impiegati nelle principali compagini sinfoniche.
Cosa è cambiato sostanzialmente, dalla fondazione ad oggi, sia nella struttura dell’Orchestra che negli sbocchi professionali offerti?

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In occasione del suo ritorno sul palco di Musica Insieme, l’Orchestra Giovanile Italiana si racconta con le parole del suo Direttore Artistico, che ne ripercorre la storia fatta di sacrifici, ma anche di incontri con i grandi maestri di Fulvia de Colle
gioco, viaggiano con molta più disinvoltura alla ricerca di buone scuole ed insegnanti affidabili, non rinunciano ad esperienze all’estero per completare la preparazione ed arricchire il proprio curriculum. Purtroppo non tutti hanno avuto la fortuna di avere fin dall’inizio buoni insegnanti, e spesso andando avanti si accorgono di dover fare i conti con carenze d’impostazione difficili da colmare… Anche in questo senso però mi sembra che la situazione vada migliorando, e che nel complesso anche la preparazione degli insegnanti sia, negli ultimi vent’anni, migliorata». tiva fondamentale. Nel 2011 il percorso dell’OGI è stato ridisegnato, per tener conto delle mutate esigenze dei giovani musicisti e della necessità di realizzare il progetto senza gravare in modo troppo oneroso sul bilancio della Scuola di Musica di Fiesole: gli stages di prove sono stati concentrati maggiormente intorno ai periodi di produzione, e la musica da camera dei gruppi formati all’interno dell’OGI si è condensata nel periodo estivo. Per quanto riguarda gli sbocchi professionali, è sotto gli occhi di tutti la difficoltà di questo momento in ogni settore, e certo la musica non fa eccezione. È quindi ancora più importante arrivare molto preparati ad ogni prova, perché solo il raggiungimento di un elevato livello permette di tentare uno sbocco professionale nella musica».
Nel suo ruolo di Direttore Artistico della Scuola, ma ancor prima di musicista e docente, come ritiene che siano cambiati a loro volta quanto a preparazione, passione, aspettative i giovani studenti che perseguono l’obiettivo di divenire professori d’orchestra? L’esperienza in orchestra dovrebbe essere imprescindibile per ogni studente di musica, ma purtroppo la realtà scolastica del nostro Paese non sempre permette simili percorsi: che cosa si potrebbe fare di più e meglio in Italia per la formazione di questi ‘musicisti di domani’?

L’Orchestra del futuro

«Aver fortemente voluto ed essere riuscito a realizzare il progetto di un’orchestra giovanile trent’anni fa in Italia, è uno dei grandi meriti della caparbietà lungimirante di Piero Farulli. Per generazioni di musicisti del nostro Paese, l’OGI ha costituito l’unica possibilità di qualificarsi, con un percorso completo ed efficace, alla professione in orchestra. Nel frattempo, ovviamente e direi anche per fortuna, molte cose sono cambiate. L’idea è stata ripresa e ‘declinata’ in altri modi da vari enti formativi e produttivi. Oggi i giovani strumentisti hanno a disposizione un più ampio ventaglio di offerte, e quindi possono scegliere, ma penso che l’Orchestra Giovanile Italiana rimanga per molti un’esperienza forma20

«Certamente i ragazzi di oggi sono più aperti e curiosi: non esitano a mettersi in

«Il problema è sempre lo stesso: le attività collettive come orchestra e coro hanno almeno due impedimenti effettivi: il primo è di tipo economico, poiché si tratta di corsi che richiedono spazi, strutture e docenti in più rispetto alla normale attività didattica; il secondo è nella struttura dei nostri studi, per i quali la musica resta un optional, sostanzialmente privo di reali riconoscimenti in termini di crediti formativi. Per questo riuscire ad impegnare studenti liceali in attività di gruppo oltre il normale orario delle lezioni di strumento e delle materie complementari, risulta veramente molto difficile e collide quasi sempre con le legittime richieste di impegno da parte dei docenti delle scuole superiori. Nonostante questo, mi sembra di cogliere segnali positivi anche in questo senso: sono sempre più numerose le re-

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altà formative (conservatori, scuole di musica) che riescono ad organizzare anche questo tipo di percorsi».
Anche il rapporto con le società concertistiche italiane dovrebbe essere di stimolo per proporre i gruppi e l’Orchestra di Fiesole, ed offrire occasioni di esperienza ai ragazzi: vi sono istituzioni con le quali avete per così dire una consuetudine concertistica?

«È un impegno che perseguo con la massima tenacia. Ritengo indispensabile offrire ai giovani musicisti il maggior numero possibile di occasioni per misurare la loro preparazione in pubblico, e sono consapevole che la scomparsa di tante piccole società di concerti che hanno permesso alla mia generazione di suonare molto, ad esempio subito dopo la vittoria di un concorso, penalizzi non solo la vita sociale dei centri da cui la musica è scomparsa, ma anche i giovani esecutori. Per questo la Scuola di Musica di Fiesole collabora con un gran numero di istituzioni concertistiche, principalmente in Toscana – Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra della Toscana, Associazione Musicale Lucchese, Centro Studi Musicali Ferruccio Busoni tra gli altri – ma anche nel resto dell’Italia (la Fondazione Walton a Ischia, il Festival dei Due Mondi di Spoleto, l’Accademia Filarmonica di Bologna per i gruppi da camera ed i giovani solisti; il Ravenna Festival, l’Accademia di Santa Cecilia e l’Istituzione Universitaria dei Concerti della Sapienza a Roma, Musica Insieme per l’OGI). L’importanza di queste esperienze “fuori” è fondamentale per gli studenti, così cerchiamo di moltiplicare le opportunità anche se, per la Scuola, lo sforzo organizzativo è notevole».
Fra i direttori con i quali l’OGI ha collaborato figurano i nomi di Abbado, Berio, Mehta, Sinopoli: c’è qualche figura che vorrebbe ricordare come particolarmente significativa per la formazione dei ragazzi?

«Tutti i direttori che hanno collaborato con l’OGI sono stati per i ragazzi un’importante occasione di crescita, poiché ciascuno ha portato in orchestra il proprio carisma, la grande esperienza e… tanta pazienza – indispensabile per lavorare con un complesso di giovani. Tutti hanno dato prova di grande generosità nel darsi ai ragazzi, e molti si sono detti commossi di fronte al loro desiderio di far bene. Oltre ai già citati ricordo in particolare Giulini, Tate, Gatti, Noseda, Ferro e soprattutto Muti, che ogni anno ha offerto ai ragazzi la straordinaria opportunità di lavorare con lui a Ravenna».
Per il trentennale, sarà vostro ospite John Axelrod, specialista del repertorio americano cui rende omaggio il vostro programma: come è avvenuto l’incontro con questo direttore, e come avverrà la preparazione alla serie di concerti che eseguirete insieme?

così da permettergli di concentrare il lavoro sugli aspetti interpretativi».
Una particolarità e un pregio dei corsi in Giovanile è la scelta di programmi impegnativi e originali, magari di non frequente esecuzione (ricordiamo, sempre per Musica Insieme nel 2007, il programma che avete dedicato alle “Incompiute” di Mahler e Bruckner con Gabriele Ferro). Qual è la particolarità di questo impaginato che unisce Nuovo e Vecchio continente?

«Abbiamo pensato di offrire ai ragazzi la possibilità di cimentarsi con due capolavori del sinfonismo tardo ottocentesco, che oltretutto ben si prestano ad impegnare un organico ampio, quale quello di cui disponiamo. La scelta delle due “fanfare” è un modo per ricordarci che la musica qualche volta sa anche essere autoironica, e scherzare è sempre sano!».
In seno alla Scuola di Musica di Fiesole sono in atto sostanziali cambiamenti: cosa si aspetta dal nuovo sovrintendente Lorenzo Cinatti?

«Con Axelrod il primo incontro è avvenuto proprio durante la partecipazione dell’OGI – unitamente all’Orchestra Cherubini – ad uno dei concerti del Ravenna Festival. Il nuovo progetto vedrà svolgersi il consueto iter formativo, costituito dalle lezioni di fila, dalle prove in sezioni e poi dal lavoro dell’intera orchestra con il nostro Maestro, Nicola Paszkowski. Cerchiamo di arrivare all’incontro col direttore ospite con una preparazione il più possibile accurata,

«Che sappia guidare la Scuola in questo momento così complesso, conservando tutto quanto di buono è stato fatto fin qui, ma senza rinunciare a quel dinamismo propositivo che ha reso Fiesole per tanti anni un laboratorio di sperimentazione ed un luogo di innovazione coraggiosa nei vari settori dell’educazione musicale del nostro Paese».

Il 3 settembre 2012 si è spento Piero Farulli, per trent’anni viola del Quartetto Italiano, oltre che illuminato didatta cui si deve la fondazione della Scuola di Musica di Fiesole, e proprio di quell’Orchestra Giovanile Italiana che Musica Insieme ospiterà per il suo concerto inaugurale. A quell’impareggiabile Maestro di arte e di vita va il nostro affettuoso ricordo.

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L’INTERVISTA

EVGENY KISSIN

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Il pianista russo parla della sua arte e della sua vita, dai primi recital in patria all’impegno profuso in tutto il mondo per il dialogo interculturale – con un ricordo speciale per il padre, recentemente scomparso di Bianca Riccardi
un microfono color avorio grande come il palmo di una mano, sorretto dall’asta davanti a me. Ricordo anche quella che era una delle mie prime “improvvisazioni vocali”: intonavo una canzone su uno dei vicini della nostra casa in campagna, che stava maltrattando il suo cane. Due giorni più tardi mio padre, dopo avermi registrato mentre cantavo una popolare canzone russa di quel periodo (i primi anni ’70), riavvolse il nastro, premette il tasto “play”, e io mi ascoltai mentre cantavo la stessa canzone con una voce bassa, quasi adulta; allora mio padre mi disse: “Questo è quello che hai cantato l’altroieri”…».
La sua unica insegnante è stata Anna Pavlova Kantor: perché ha deciso di non avere nessun altro mentore? E quali sono le più importanti lezioni che questa straordinaria insegnante le ha impartito?

Al servizio della musica

ono passati quasi vent’anni dal debutto bolognese di Kissin, ospite di Musica Insieme; anni in cui si è esibito con orchestre come la London Symphony diretta da Valery Gergiev, o i Berliner di Karajan, o ancora la New York Philharmonic diretta da Zubin Mehta. Poi sono venuti i premi, numerosissimi, da tutto il mondo, la memorabile partecipazione, nel 2001, al ciclo dei Concerti di Beethoven all’Auditorium romano di Santa Cecilia, con i Berliner e la direzione di Claudio Abbado, e la collaborazione con bacchette eccellenti quali Barenboim, Maazel, Muti, Ozawa, Temirkanov… Insomma, anni pieni di esperienze artistiche e di vita; e tuttavia Kissin confessa: «Il mio approccio alla musica e ai concerti non è minimamente cambiato, e non cambierà mai, finché avrò respiro: la musica e i concerti sono tutta la mia vita».

«Perché aggiustare qualcosa che non si è rotto? Inoltre, dal momento che la Signora Kantor è stata la mia unica insegnante, è davvero difficile dire quali siano state le sue più importanti lezioni, perché mi ha insegnato proprio tutto quello che sono capace di fare al piano».
Quali sono secondo lei i più interessanti musicisti al giorno d’oggi?

A soli 11 mesi era già in grado di cantare il tema di una Fuga di Bach che sua sorella maggiore stava suonando al piano. Quali sono le sue prime “memorie musicali”?

«Ho un ricordo molto nitido delle le mie prime esperienze musicali; avevo 3 anni e mezzo, e seduto al nostro vecchio piano Bechstein suonavo e cantavo andando ad orecchio e improvvisando, e mio padre nel frattempo incideva la mia voce sul nostro vecchio, voluminoso registratore Adidas a bobine, con

«Posso fare i nomi dei miei preferiti: James Levine, Placido Domingo, Cecilia Bartoli, Renée Fleming, Thomas Quasthoff, Martha Argerich, Alexander Kniazev, Grigory Sokolov, Dmitry Hvorostovsky, Daniel Barenboim, Murray Perahia, András Schiff, Radu Lupu, Joshua Bell... questi sono i nomi dei primi musicisti che mi vengono in mente. Per fortuna, al mondo ci sono davvero tanti straordinari interpreti».

Foto Felix Broede

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Credo che la musica, alla quale ho dedicato tutta la mia vita, possieda un potenziale enorme per contribuire al dialogo interculturale
fermato a mezzanotte e mezza solo per ordine dei Vigili del Fuoco! Niente del genere mi era mai successo prima, è stata un’esperienza veramente strabiliante. Un altro momento del genere nella mia vita è stato quando ho suonato per Herbert von Karajan e l’ho visto asciugarsi gli occhi con un fazzoletto dopo aver ascoltato la Fantasia di Chopin».
Qual è a suo avviso il ruolo, anche sociale e civico, di un artista nella società odierna?

Qual è il suo rapporto con il pubblico quando è sul palcoscenico?

«Penso che sia un amore reciproco. Quando avevo 11 anni e tenni il mio primo recital solista, ero in un auditorium di 600 posti, ma le persone che desideravano ascoltare il concerto erano molte di più, così riempirono il palcoscenico di sedie, e le persone mi sedevano praticamente accanto. Quando alla fine del concerto la Signora Kantor mi chiese se le persone sul palco così vicine a me mi avessero disturbato, io risposi a caldo: “No, mi hanno aiutato!”. Nella mia vita da concertista mi sono sentito sempre così. E questo è il motivo per cui preferisco le incisioni dal vivo rispetto a quelle in studio».
Esibendosi in tutto il mondo, trova sostanziali differenze tra le persone di varie culture e nazioni?

«Sì, decisamente molte. E la trovo una cosa meravigliosa!».
Come ha scelto il programma che presenterà a Bologna?

«Scegliere un programma è un processo lungo e complicato, veramente difficile da descrivere a parole. Per fortuna noi pianisti abbiamo molta scelta, perché il nostro repertorio è piuttosto vasto. Inoltre, i miei gusti sono sempre stati piuttosto vari, quindi mi basta passare in rassegna il gran numero di opere che “vivo” e che amo eseguire, e pensando a quali brani suonerebbero bene insieme cerco di creare un buon programma. Di solito ci metto diversi giorni».
Quale è stato il più bel riconoscimento mai ricevuto nella vita, al di là di premi e onorificenze?

«Uno di questi è stato sicuramente il mio recital a Bologna [al Teatro Comunale per Musica Insieme ndr] nel 1994, durante il quale il pubblico mi ha fatto suonare ben 13 bis, e il concerto è stato

«Prima di tutto credo che la musica, alla quale ho dedicato tutta la mia vita, possieda un potenziale enorme per aiutare il dialogo interculturale. Mi sento veramente fortunato a suonare in tutto il mondo, condividendo con il pubblico musiche di grandissimi compositori di diversi paesi e nazionalità. La musica non ha confini di etnia, culturali o religiosi ed è probabilmente la più internazionale di tutte le arti perché non ha barriere di linguaggio. Questo è il motivo per cui la musica ha un enorme potenziale nel servire la causa del dialogo fra i popoli, come ha dimostrato già alcuni anni fa il mio illustre collega Daniel Barenboim, con la fondazione della West Eastern Divan Orchestra, che persegue il nobile proposito di favorire la convivenza fra Palestinesi e Israeliani. In ogni caso, come dimostrano numerosi esempi, la mancanza di libertà politica colpisce anche la musica. Nel vecchio regime sovietico, Prokof ’ev, Šostakovic e altri grandissimi composiˇ tori sono stati perseguitati; eseguire musica classica con contenuti religiosi come quella di Mahler, Bruckner, Berg, Schoenberg, Webern, Medtner, Stravinskij, e anche Rachmaninov, è stato proibito per anni. In Cina, con la rivoluzione culturale tutta la musica classica è stata

proibita. Quando il nazismo era al potere in Germania, era proibito eseguire musica di autori ebrei, ed anche di alcuni compositori non ebrei, inoltre tutti i musicisti ebrei sono stati obbligati a lasciare il paese. Infine il fondamentalismo islamico bandisce la musica classica. Questo è il motivo per cui io credo che la musica non possa essere separata dalla politica, e che gli amanti della musica classica abbiano il dovere morale di non restare indifferenti alle ingiustizie politiche. Certamente, anche oggi alcuni astuti politici usano la musica classica per perseguire i loro cattivi propositi. In ogni caso, la storia degli Ebrei nel ventesimo secolo ha mostrato chiaramente cosa può succedere se non si contrasta l’antisemitismo in maniera forte e decisa. Io credo che un Olocausto sia più che sufficiente e questo è il motivo per cui mi dedico così attivamente alla causa del mio popolo».
In un’intervista riportata sul suo sito internet c’è anche un interessante “testamento infantile”, in cui si definisce: “Figlio del popolo ebraico, servitore della musica”. Nella cultura ebraica la musica ha radici assai profonde…

«I libri dell’Antico Testamento testimoniano quale ruolo importante abbia avuto la musica tra gli Ebrei in tempi biblici, e così è stato attraverso i secoli. I primi due romanzi del massimo autore yiddish, Sholem Aleichem (Stempenyu, e Yosele l’usignolo) parlano di musicisti, mentre uno dei due protagonisti del suo più importante romanzo, Stelle vaganti, è un cantante. Io credo che la ragione stia nell’altissima percentuale di musicisti classici ebrei. Credo che tutte le razze siano uguali, ma ciascuna abbia le proprie caratteristiche, e una delle caratteristiche del popolo ebraico è la musicalità».

Evgeny Kissin desidera dedicare il suo concerto al ricordo del padre Igor Borisovic Kissin (con lui nella foto a sinistra), ˇ scomparso lo scorso 30 maggio 2012 all’età di 77 anni.

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INTERVISTA DOPPIA

EDOARDO ZOSI – YOKO KIKUCHI

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Per la prima volta a Musica Insieme, Edoardo Zosi e Yoko Kikuchi ci parlano dei loro maestri, dei premi più emozionanti ricevuti, dei punti di riferimento in campo musicale, e non solo… di Cristina Fossati
Yoko Kikuchi: «Tanti: Bach, Mahler, Mozart, Brahms, Chopin, Schumann, ecc.».
Le musiche che vi portereste su un’isola deserta…

Per una casuale affinità

ui milanese, classe 1988, vincitore del Concorso internazionale per violino e orchestra “Valsesia Musica” 2003 dove era il più giovane concorrente. Lei giapponese, ma italiana d’adozione, poiché specializzatasi all’Accademia Internazionale di Imola e vincitrice nel 2002 del Primo premio al Concorso “Mozart” di Salisburgo. Esordisce a Musica Insieme il duo formato da Edoardo Zosi e Yoko Kikuchi, la cui collaborazione nasce da un incontro fortuito (anche se Zosi, come vedremo, precisa di non credere alla casualità di certi eventi…), con un programma tra classico, folklore balcanico e rapsodie tzigane, con le quali il violinista ci confessa di avere una misteriosa quanto immediata affinità elettiva.
Compositore/i preferito/i?

Edoardo Zosi: «Tristano, il Ring, la Nona di Bruckner, l’Arte della fuga e i sei “a solo” per violino di Bach, ma anche tutte le meravigliose trascrizioni di Kreisler, oggi così fuori moda…». Yoko Kikuchi: «Tutta la musica che c’è dentro il mio hard disc: 331 giorni 7 ore 55 minuti e 12 secondi di tempo totale, posso sopravvivere!!!».
Un interprete di riferimento per il vostro strumento?

sicista con orizzonti più ampi e più coscienza storica, il che non significa seguire un certo filologismo precettivo e limitante, ma capire che siamo violinisti della nostra epoca e non possiamo suonare con tutti i vezzi e i manierismi dei violinisti di fine Ottocento, che io comunque continuo ad adorare». Yoko Kikuchi: «I miei genitori, i Maestri Franco Scala e Stefano Fiuzzi».
Fra i riconoscimenti ricevuti (apprezzamenti verbali inclusi…) quale o quali sono stati i più importanti?

Edoardo Zosi: «Kreisler o Enescu. Vorrei dire anche Thibaud, Elman, Busch, Szigeti; ma forse in fin dei conti rimane sempre Heifetz». Yoko Kikuchi: «Daniel Barenboim, non solo come pianista ma come musicista a tutto tondo».
Quale o quali ritenete siano stati i vostri maestri più significativi (e non solo nella musica)?

Edoardo Zosi: «La nonna felice che mi prepara le pizze fritte!». Yoko Kikuchi: «Il Premio Mozart di Salisburgo nel 2002 e, soprattutto, quando mi richiamano per tornare a suonare nello stesso posto… questo è un apprezzamento che mi rende molto felice».
Il più bel concerto della vita (ascoltato o eseguito…)?

Edoardo Zosi: «Richard Wagner, solo, senza discussione».

Edoardo Zosi: «Devo tutto dal punto di vista violinistico a Sergej Krilov, ma Accardo mi ha aiutato a diventare un mu-

Edoardo Zosi: «Il Parsifal a Bayreuth, le cinque ore più belle della mia vita!». Yoko Kikuchi: «Ci sono stati tanti concerti che mi hanno fatto emozionare… Uno dei più belli è stato sicuramente il concerto di Claudio Abbado con i Ber-

liner Philharmoniker nel mahleriano Canto della terra del 2011, poi alcuni concerti di Barenboim come direttore e come pianista. Invece uno dei concerti più belli che ho eseguito è la Mozart Matinée tenuta al Festival estivo di Salisburgo, quando ho interpretato il Concerto in do maggiore KV 467 di Mozart diretto da Ivor Bolton. Suonare la musica di Mozart a Salisburgo con l’orchestra di Salisburgo per un festival così importante è stato molto significativo per me. Ma spero comunque che il concerto che farò con Edoardo al Teatro Manzoni diventerà a sua volta uno dei più bei concerti della mia vita».
Come nasce la vostra collaborazione?

Edoardo Zosi: «Incontro fortuito. Anche se non credo alla casualità di certi eventi».
Come descriveresti il pianismo di Yoko / il violinismo di Edoardo?

Edoardo Zosi: «Non mi piace parlare di “pianismo”, semmai di sensibilità e intelligenza musicali. Quando si incontra una musicista come Yoko con queste due qualità fondamentali, il resto diventa superfluo». Yoko Kikuchi: «Edoardo è un eccezionale violinista dalla forte personalità e con una grande sensibilità musicale, la persona ideale con cui poter fare musica insieme (o per dirlo con una sola e bella parola tedesca: musizieren)».
Venendo al programma del vostro recital, come è avvenuta questa particolare scelta di repertorio?

Edoardo Zosi: «La scelta di un programma non è, perlomeno per quanto mi riguarda, una creazione a tavolino ma una sorta di creatura che nasce e cresce un poco per volta. Alcune caratteristiche sono frutto della nostra decisione, altre sorgono spontaneamente».
Un Richard Strauss poco più che ventenne e ancora agli esordi come operista e sinfonista si cimenta con la sua unica sonata per violino e pianoforte: quali sono gli aspetti fondamentali di questo unicum?

Edoardo Zosi: «Il romanticismo straripante in una forma classica espansa; un’architettura solidissima e al tempo stesso l’ossessività tematica tipica di Strauss. Ha tutte quelle caratteristiche che la rendono tardoromantica».
Con Enescu e ancor più esplicitamente con Sarasate, l’elemento ‘zingaresco’ prende poi il sopravvento: come vi siete accostati – per così dire, da stranieri – a questo particolarissimo patrimonio popolare?

mente classico e permette di esaltare l’aspetto architettonico della composizione. Non so per quale ragione poi ho sempre avuto un’affinità immediata con le musiche del repertorio classico ma dal carattere gitano. È inspiegabile anche a me stesso, qualcosa che va al di là della coscienza musicale».
Quali progetti futuri per il duo Zosi / Kikuchi?

Edoardo Zosi: «L’aspetto più immediato della Sonata di Enescu non deve ingannare: la forma-sonata tradizionale di tutti e tre i tempi, pur nascosta dietro il colore folkloristico, dà un godimento pura-

Edoardo Zosi: «Tanti recital in Italia e all’estero, tra cui una tournée in Cina, e il concerto a Napoli per l’Associazione Scarlatti». Yoko Kikuchi: «Tour in Cina e in varie città d’Italia, e un giorno spero anche di poter portare Edoardo in Giappone».

Non so per quale ragione, ho sempre avuto un’affinità immediata con le musiche del repertorio classico ma dal carattere gitano (Zosi)
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INTERVISTA DOPPIA

KATARZYNA MYCKA – MANDELRING QUARTET

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Dai languori di Ravel ai ritmi carnevaleschi di Rosauro, repertorio e novità si incontrano nell’originale progetto che unisce il Quartetto tedesco alla più acclamata virtuosa di marimba. Ce ne parlano i protagonisti di Elisabetta Collina
ad avere un grande potenziale melodico e un timbro caldo e profondo. Oltre a questi aspetti fondamentali, in genere è costruita in un bel legno e, per me, è semplicemente eccezionale!» Nanette Schmidt (Mandelring Quartet): «Abbiamo formato il nostro quartetto d’archi molto presto, dal momento che siamo tre fratelli (rispettivamente i due violini e il violoncello del Quartetto). Ritengo che il quartetto sia un “trampolino” ideale per creare un macrocosmo all’interno di un microcosmo. Insomma, il quartetto è uno strumento molto intimo, ma allo stesso tempo è capace di esprimere l’intero mondo delle umane emozioni. Molti compositori hanno scritto i loro “pezzi forti” per quartetto d’archi!».
Qual è secondo voi un compositore che meriterebbe di essere riscoperto?

Con fiducia e rispetto

n incontro quasi fatale, quello tra il Quartetto Mandelring e la percussionista Katarzyna Mycka, virtuosa di uno strumento raro e prezioso come la marimba, ed in grado di costruire, come pochi altri colleghi del medesimo strumento, una carriera solistica intensa e solida. Il Mandelring, da parte sua, ha una storia già pluridecennale, ed è considerato oggi l’erede ideale del leggendario Alban Berg Quartet. Il Quartetto e la marimba s’incontrano, come leggeremo fra poco, quasi le sonorità degli archi e il timbro profondo della marimba, dotato del calore del legno, fossero predestinati a fondersi in un mélange originale quanto affascinante. Dei loro strumenti e del loro incontro, del programma che ascolteremo a Bologna e di tanto altro ci parlano la stessa Katarzyna Mycka e, per il Quartetto Mandelring, la violinista Nanette Schmidt.

Katarzyna Mycka: «Per me non ci sono opzioni alternative». Nanette Schmidt: «Credo mi sarei dedicata al teatro-danza».
Il più bel concerto della vostra vita (eseguito o ascoltato).

Come vi siete accostati alla marimba/al quartetto d’archi, e quali le ragioni della vostra scelta?

Katarzyna Mycka: «Vi sono molti musicisti/compositori interessanti e creativi, che non sono ancora famosi quanto meriterebbero…». Nanette Schmidt: «Senza dubbio Amy Beach».
Se non foste divenuti dei musicisti, che professione avreste intrapreso?

Katarzyna Mycka: «Nella mia vita, molti concerti hanno rappresentato una gioia speciale per lo spirito – un poco dipende certo dallo stato d’animo del momento, ma anche dalla risposta del pubblico. Inoltre la prima esecuzione di un nuovo brano musicale, o la prima apparizione con un nuovo ensemble, è sempre eccitante. Con i musicisti del Mandelring, poi, ogni concerto è una festa!». Nanette Schmidt: «Il primo concerto con la nostra solista di marimba è stato per noi uno dei più emozionanti, anche nel sentire come questa meravigliosa combinazione timbrica fra quartetto e percussioni colpisca immediatamente il cuore del pubblico».
Quale o quali ritenete siano stati i vostri maestri più significativi (e non solo nella musica)?

Katarzyna Mycka: «La marimba è pressoché l’unica fra gli strumenti a percussione

Katarzyna Mycka: «Anche in questo caso dovrei citare diverse persone, innanzi-

Foto Uwe Arens

tutto i miei genitori e i miei nonni, i miei insegnanti (Peter Sadlo in modo speciale), e mia figlia, che mi fa guardare il mondo con occhi nuovi. Sul versante prettamente musicale (molti sono stati i concerti di grandi interpreti) di recente sono rimasta assai impressionata dal giovane pianista polacco Rafał Blechacz. Semplicemente stupefacente». Nanette Schmidt: «La violoncellista Anne Dengler Speerman, i violinisti Ulf Hoelscher e Gerhard Schulz, il maestro zen Tich Nhat Than, e molti altri».
Fra i riconoscimenti ricevuti (apprezzamenti verbali inclusi…) quale o quali sono stati i più importanti?

porti che potranno mantenere per tutta la vita. L’Accademia funziona alla perfezione, e abbiamo avviato numerosi progetti e gemellaggi in tutto il mondo per i membri della IKMMA. Aspetto la prossima edizione 2013 dell’Accademia, che avrà luogo nel Lussemburgo».
Cosa ha spinto invece il Quartetto Mandelring a fondare nel 1997 il Festival internazionale HAMBACHERMusikFEST?

Katarzyna Mycka: «Nel 1995 partecipai al mio primo concorso di marimba, nel Lussemburgo, dove ottenni sia il Primo Premio che il Premio del pubblico: una sensazione davvero gratificante, come quando venni eletta Solista dell’anno di Neubrandenburg, dopo il mio concerto con l’Orchestra Filarmonica. A volte mi capita di incontrare persone che vengono a sentire i miei concerti un numero indefinito di volte: e questo è un riconoscimento davvero speciale e commovente». Nanette Schmidt: «Le vittorie ai due Concorsi Internazionali di Evian e “ARD” di Monaco».
Quali sono, a vostro avviso, le principali differenze fra il recital solistico e l’esibizione all’interno di un gruppo cameristico?

Nanette Schmidt: «Nei primi quindici anni di attività, avevamo “raccolto” circa 400 amici del nostro Quartetto, e potevamo contare sul loro sostegno, inoltre il Castello di Hambach è una sede perfetta per questo tipo di festival».
Com’è nata la vostra collaborazione?

Katarzyna Mycka: «Quando suoni da solista sei tu il ‘capo’ di te stesso, quando suoni in un gruppo entrano molto più in gioco la fiducia e il rispetto, il proporre e l’accettare. Ed è proprio questo che la rende un’esperienza speciale». Nanette Schmidt: «Amo il dialogo musicale che si crea all’interno del gruppo, e mi sentirei sola come solista…».
Qual è lo scopo della “International Katarzyna Mycka Marimba Academy (IKMMA)”?

Katarzyna Mycka: «Il padre di 3/4 del Quartetto Mandelring (come sapete, nel gruppo ci sono tre fratelli) mi ascoltò in un concerto con l’orchestra, e comunicò ai figli che il suo sesto senso gli diceva che insieme avremmo formato un bel gruppo! In effetti è un progetto molto speciale – e vedo che sempre più persone traggono ispirazione da questa ‘estensione’ del quartetto d’archi». Nanette Schmidt: «Katarzyna suonò una volta nella stagione concertistica della nostra città natale, e subito pensammo che sarebbe stato fantastico fondere il timbro della marimba alle sonorità del quartetto. “Kaska” è una grande artista, ogni volta che suona reinventa la musica in modo nuovo. Possiede la giusta miscela di intelletto ed emozione, e sul palco ha carisma. Infine, è una persona meravigliosa e simpatica, il che non guasta mai!».
Come avete scelto il programma che eseguirete a Bologna?

suo ritmo così particolare?

Katarzyna Mycka: «Ney Rosauro ama usare dei grooves tipicamente brasiliani, sicché abbiamo un metro regolare di 4/4 soltanto in parte del secondo e nel terzo movimento; in tutto il resto del brano vi è una continua oscillazione fra metri e frasi irregolari. Ciò dà all’ascoltatore la sensazione di una musica leggera, danzante e coinvolgente – caratteri tipici dell’assolato Carnevale di Rio…».
Quali sono le differenze essenziali tra il groove di Rosauro e l’eleganza delle percussioni di Séjourné?

Katarzyna Mycka: «Nell’Accademia, che ho fondato nel 2003, i giovani studenti di marimba hanno la possibilità di lavorare con i migliori insegnanti, di entrare in contatto con docenti e compagni di studi, di partecipare a varie formazioni cameristiche, instaurando quindi rap-

Katarzyna Mycka: «Ritenevamo importante partire da grandi opere del repertorio quartettistico, ed associarle ad alcuni nuovi lavori per marimba. Entrambi i brani di Séjourné e Rosauro sono pittoreschi e interessanti, non troppo ‘contemporanei’, e divertenti da suonare!». Nanette Schmidt: «È il programma che funziona meglio…».
Nella musica del compositore brasiliano Rosauro, il clima espressivo è totalmente diverso rispetto al Quartetto di Ravel. Ci potreste descrivere il

Katarzyna Mycka: «Il pezzo di Rosauro è più folkloristico e scatenato, quello di Séjourné è per metà romantico e per metà ispirato al flamenco, e in alcuni momenti rende omaggio al gusto parigino». Nanette Schmidt: «Il brano di Séjourné suona in qualche modo più ‘moderno’ nell’utilizzo di accordi e colori. Rosauro si avvicina di più alla musica folk, gioiosa, fresca e spigliata».
Descrivereste con tre aggettivi il Quartetto di Mendelssohn op. 44 n. 1?

Nanette Schmidt: «Un grido di gioia, positivo e pieno di energia, e, nel secondo movimento, molto tenero e dolce. Grande musica!».

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L’INTERVISTA

THE KING’S SINGERS

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Il più famoso gruppo corale britannico si racconta, attraverso le parole del tenore Paul Phoenix, che ci spiega le ragioni del perdurare del successo di un ensemble nato tra i banchi di scuola di Fabrizio Festa
Che questi poi raggiungano un successo planetario è, invece, altra faccenda. Il piacere del cantare assieme non si traduce quasi mai in un’attività artistica professionale se alle spalle non c’è una vera, forte, solida motivazione. È questo il caso dei King’s Singers, l’ormai famosissimo gruppo vocale britannico, la cui più che quarantennale carriera, pur nel rinnovarsi delle voci, è un susseguirsi di successi. D’altronde, i King’s Singers hanno costruito la loro carriera proprio sfruttando le diverse polarità della tradizione corale inglese. Così, se da un lato hanno in repertorio – ed eseguono con specialistica perizia – tutta o quasi la più complessa letteratura polifonica, dall’altro hanno acquisito un’altrettanto matura esperienza nell’eseguire musica proveniente sia dal versante popolare, sia da quello pop, non disdegnando di includere nei loro programmi concertistici anche le canzoni che hanno fatto la storia di quella che impropriamente siamo usi chiamare “musica leggera”. Lasciamo allora che siano loro – attraverso le parole del tenore Paul Phoenix, che fa parte del gruppo dal 1997 – a raccontarci la loro storia, a cominciare dall’origine del nome. «I King’s Singers nascono nel 1968. Sono un gruppo di studenti di canto corale, giovani impegnati a cantare appunto nel Coro della Cappella del King’s College a Cambridge. Noi oggi che ne abbiamo raccolto il testimone dobbiamo molta gratitudine a quei giovani studenti. È grazie al loro lascito se oggi siamo ancora qui a cantare, e con il medesimo impegno, nonostante siano passati tutti questi anni».
La pratica del cantare assieme non è certo caratteristica della storia musicale d’Italia, dove è nata e si è radicata l’opera, svilup-

A scuola di musica

l canto corale, in particolare maschile, è una tradizione tipicamente inglese, che ha segnato in modo piuttosto marcato la storia della musica sia popolare sia d’arte in quella terra. Le immagini di cori di bambini e ragazzi che nelle cappelle delle più celebri università intonano tanto brani polifonici, quanto songs e carols, sono ad esempio ricorrenti nei film britannici, allorquando si mostrano le vite degli studenti di Oxford o Cambridge, al punto da costituire uno degli elementi identitari e qualificanti di un percorso pedagogico nel quale la musica – e più nello specifico proprio il cantare in coro – svolge un ruolo, prima ancora che artistico, etico e morale. Che, quindi, sotto quelle celebri volte si siano formati ensemble che nella coralità abbiano trovato il loro più spontaneo mezzo espressivo è del tutto nella natura delle cose.

Foto Benjamin Ealovega

Ci piace coinvolgere il pubblico in un viaggio musicale attraverso stili e generi diversi, suscitando quindi emozioni altrettanto differenti
cellenza nel sapersi proporre in scena, qualunque cosa noi cantiamo».
Venendo al vostro concerto bolognese, il titolo 2013. A Year of Anniversaries è di quelli significativi: si celebrano tre grandi compositori tra XVII e XX secolo, tra Italia, Francia e Gran Bretagna. Nel costruirlo avete individuato uno speciale fil rouge, casomai nel loro modo di comporre, o nelle loro personalità, tale da renderli così compatibili l’uno con l’altro da stare davvero bene assieme all’interno di uno stesso programma da concerto?

pando così una pratica vocale sostanzialmente solistica. Al contrario, tipicamente inglese è appunto la pratica corale. I King’s Singers si sentono parte di questa tradizione, e se sì, in che senso?

«Crediamo che la ragione del successo di così lunga durata del nostro ensemble trovi la sua radice proprio nella tradizione corale inglese. Si tratta di una tradizione che gode, del resto, di consolidata reputazione in tutto il mondo e che quindi il pubblico di tutto il mondo spontaneamente rispetta. Noi, dunque, ci sentiamo in certo senso i custodi di tale tradizione, e per questo la andiamo promuovendo – pur con un nostro stile – in ogni parte del pianeta».
Il vostro è un repertorio, diciamolo pure, fuori dal comune. Perché avete deciso di estendere i vostri programmi fino agli estremi limiti del pop, invece che specializzarvi – come peraltro di solito accade con gli ensemble vocali – in un genere piuttosto che in un altro?

stessi, che ci fa scegliere anche il mero divertimento, così come proporre pure le hit del momento: insomma, potrebbe esserci davvero di tutto, tra gli arrangiamenti che ci prepara Jason Mraz, o le più “tradizionali” canzoni dei Beatles».

Da quando i King’s Singers sono nati, i componenti dell’ensemble sono cambiati ovviamente molte volte, ma non lo stile vocale che vi ha sempre contraddistinto. Qual è il segreto? Perché potremmo davvero dire che i King’s Singers sono sempre gli stessi?

«Una parte del successo e del fascino dei King’s Singers viene dall’eclettismo del nostro repertorio, il quale, a sua volta, è probabilmente il frutto della nostra storia: una storia lunga, che si estende ormai per parecchie decine di anni. Inoltre, a noi piace coinvolgere il pubblico in una specie di viaggio musicale, offrendogli molti esempi di stili e di generi musicali diversi, e di conseguenza suscitando emozioni altrettanto differenti».
Continuando il discorso, certamente Gesualdo non è Mendelssohn. Quindi, tanto più in un’epoca come la nostra dove specialisti e filologi sono tra i protagonisti della scena musicale, viene spontaneo chiedervi: come affrontate un repertorio tanto ampio?

«È davvero una buona domanda… Orbene, a noi piace soddisfare, per così dire, tutti i gusti, così come vogliamo rendere il giusto tributo ai grandi compositori. L’attività di programmazione è, del resto, una parte essenziale del nostro lavoro, cercando il giusto punto di equilibrio tra la caratura musicologica dei programmi e il fatto che quegli stessi programmi siano interessanti per il pubblico e posseggano una loro specifica coerenza».
Di solito i vostri concerti terminano con una selezione di brani provenienti dal jazz, dalla musica folk e da quella pop, brani che, come avete voi stessi dichiarato, appartengono alla parte “più leggera” del vostro repertorio. Nello scegliere questa parte dei vostri programmi e nel presentarli al pubblico seguite per così dire l’istinto del momento, oppure valutate il tipo di pubblico che vi troverete di fronte?

«A mio parere, la risposta sta nel tipo di educazione alla vocalità che abbiamo ricevuto: è per tutti la medesima, quella tipica della tradizione corale inglese. Tutti noi abbiamo cantato, e quindi ci siamo formati, nei cori delle chiese e delle cattedrali, prima cantando come voci bianche, poi da adulti e professionisti. Questo tipo di formazione realmente ti mette in grado di cantare in modo serio e appropriato».
Il concerto per Musica Insieme segna in certo senso il vostro debutto a Bologna, tanto più che sarà la prima volta che cantate nel contesto di una stagione di musica da camera. Quando vi esibite in concerto, sentite effettivamente la differenza di pubblico fra un teatro e l’altro, o fra una stagione e l’altra? E qual è il vostro rapporto con il pubblico italiano?

«Per la verità, essenzialmente il nostro approccio al repertorio è univoco, indipendentemente dallo stile o dal periodo del brano che affrontiamo. Potremmo così riassumerlo: cercare una miscela chiara e curata nel combinare le voci, sommata al tipico “stile inglese”, fatto di un sicuro senso dello humour e dell’ec-

«Ciascun membro del gruppo sceglie a turno la parte “più leggera” del repertorio giorno per giorno, concerto dopo concerto. Credo che ormai siamo sicuramente molto abili nel capire quale tipo di pubblico abbiamo o avremo di fronte, e come cambia da città a città o da nazione a nazione. Nel caso dell’Italia, un Paese nel quale amiamo davvero esibirci, il pubblico che viene ai nostri concerti ama chiaramente la vocalità e si dimostra entusiasta. Di conseguenza, si crea una sorta di complicità tra il pubblico e noi

«Come dicevo poc’anzi, noi amiamo il pubblico italiano, amiamo la sua passione, il suo entusiasmo per il nostro modo di cantare. Certo, è vero: paese che vai, pubblico che trovi. I nostri inglesi sono certamente più “composti”, mentre, ad esempio, in Corea del Sud ormai veniamo accolti come fossimo delle rockstar. Il nostro è davvero un lavoro straordinario, ed è per me un vero privilegio essere parte da quindici anni di un ensemble, che ritengo sia uno dei migliori gruppi vocali al mondo! Non vedo l’ora di essere a Bologna, per provare la vostra eccellente cucina, bere il miglior caffè al mondo, e naturalmente cantare per voi!».

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IL PROFILO

Osteggiato dai contemporanei per la sua fedeltà al linguaggio tonale, e ad un’arte al servizio della comunità, il compositore britannico di cui ricorre nel 2013 il centenario della nascita troverà ampio spazio nel cartellone di Musica Insieme di Giordano Montecchi
Al di sopra di ogni confine geografico, gli epigoni di coloro che furono irriducibili nemici di ogni epigonismo si imitano a vicenda in gracili misture di perizia e incapacità. Šostakovic , a torto ˇ richiamato all’ordine, come bolscevico della cultura, dalle autorità patrie, i vispi discepoli della pedagogica governante di Stravinskij, Benjamin Britten con la sua presuntuosa meschinità – tutti costoro hanno in comune il gusto per la mancanza di gusto, la semplicità per difetto di preparazione, un’immaturità che si ritiene ben matura e l’assenza di capacità tecnica». Per chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la musica del Novecento è abbastanza facile indovinare l’autore di questa sentenza capitale: è Theodor Adorno nella sua Filosofia della nuova musica (1949). E fu certamente per lo stesso ordine di motivi che dieci anni dopo, ai corsi estivi di Dartington, Luigi Nono si rifiutò di stringere la mano al compositore inglese. Viene da chiedersi: perché tanto livore? Fino al punto di accusare Britten, oltre che di mancanza di gusto e incapacità tecnica, anche di “presuntuosa meschinità”, travalicando l’orizzonte della critica per colpire direttamente la persona. La ragione profonda di questa ostilità si nasconde nei meandri contorti di quell’autentico campo di battaglia che è il pensiero estetico della modernità. Quel che sappiamo è che nel ventesimo secolo i fautori e gli esponenti dell’avanguardia il più delle volte hanno odiato con tutte le loro forze la musica – e talvolta anche i loro autori – colpevoli di tenere in vita il linguaggio musicale ottocentesco dell’opera e della musica da concerto. Reazionari, questa la loro colpa. Ovvero, con un termine forse ancor più spietato, “inutili”, come perentoriamente sentenziava Boulez nel 1952, avverso ai compositori che rifuggivano dalla serialità. Baciato dal successo, alfiere musicale di un Paese che, a sua volta, è stato da sempre emblema di un genuino conservatorismo musicale, Britten era il bersaglio ideale. Lui che candidamente confessava il suo credo incrollabile: «Io non scrivo per i posteri... io scrivo musica adesso, ad Aldenburgh, per la gente che vive qui, o altrove, anzi per tutti quelli che hanno voglia di suonarla o ascoltarla». Non solo per lingua, radici, riferimenti letterari, mentalità, ma anche per la ricezione, Britten è autore tipicamente anglosassone, e solo da pochi anni, a differenza della Gran Bretagna e del resto d’Europa, ha iniziato ad avere una discreta circolazione anche in Italia, il Paese dove gran parte della musica britannica di questo secolo ha subito non per caso uno strisciante ostracismo. Piaccia o no, Britten è uno dei grandi compositori del secolo scorso, anche se ha continuato a concatenare accordi chiaramente tonali, e ha coltivato un’idea di musicalità in cui i pilastri della lingua classica – funzioni armoniche, consonanza, regolarità ritmica, melodia, cantabilità, architetture formali ecc. – conservano il loro pieno valore. La sua fama è soprattutto legata al suo teatro musicale, opere quali Peter Grimes, Billy Budd, The Turn of the Screw, Death in Venice, nelle quali egli incarnava la sua idea di essere al servizio, prima ancora che dell’arte fine a se stessa, della propria comunità. Un’idea intollerabile per chi riteneva invece che il compositore dovesse combattere strenuamente per l’indipendenza del proprio linguaggio, guidato da un’idea fondamentalista che o si è avanguardia, cioè rivoluzionari, antagonisti; o si è complici di un sistema fagocitante e disumanizzante, cioè traditori, venduti. Ecco il perché di tanto astio. Al di là di questi vecchi schemi, smentiti dalla storia ma ancora operanti, pochi come Britten hanno cantato in toni tanto elevati il tema del conflitto dell’individuo con la collettività, fra isolamento e incomprensione. All’origine di questa poetica fu certamente il dato biografico, sofferto e inconfessabile, di un’omosessualità che in Inghilterra fino agli anni Sessanta era reato e la cui angosciosa sostanza drammatica innerva buona parte delle opere citate. Paradossalmente, Britten e i suoi giustizieri estetici avevano un tratto in comune: il conflitto. Per gli uni esso era esibito crudamente e spinto fino al collasso della tradizione. Per Britten quel conflitto era un segreto che approdava alla trasfigurazione di un’eredità musicale accolta e venerata. Quando a sessantatre anni morì, era il 1976, al suo compagno, il tenore Peter Pears, fra i tanti telegrammi di condoglianze ne arrivò uno speciale. Era della regina Elisabetta.

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BENJAMIN BRITTEN

Una musica per tutti

Benjamin Britten (1913-1976)
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MUSICA INSIEME

I LUOGHI DELLA MUSICA

Maestro e collezionista
magliante nei colori, perfetto nella nitidezza formale, il prezioso rame con Santa Maria Maddalena in estasi dipinto da Marcantonio Franceschini nel 1680 è considerato uno dei capolavori giovanili del pittore bolognese, che incanta per la raffinatissima tavolozza svariante dai bruni agli azzurri: blu cobalto la veste della Santa, bruno azzurrino il paesaggio che accoglie la scena, azzurro il cielo smaltato. Maddalena è stata sopraffatta dall’estasi della visione, e ad un tempo dalla dolcezza della musica divina strumentale e vocale. L’accompagnano infatti, vegliando su di lei, due giovani angeli con i loro strumenti: viola da braccio quello a sinistra in veste bianca e mantello pervinca, liuto l’angelo a destra dal mantello arancio, e in mezzo due angioletti cantori con il loro spartito appena srotolato. Nel 1709 il dipinto, insieme al pendant raffigurante La comunione di Santa Maria Egiziaca, fu donato dal Senato bolognese a papa Clemente XI Albani tramite l’ambasciatore a Roma Filippo Aldrovandi (che li comprò per 80 luigi) per favorire l’approvazione della fondazione dell’Accademia di pittura. Il papa «molto ne fu contento» e approvò la costituzione dell’Accademia, che in suo onore venne chiamata Clementina. Poi nel corso dei secoli le due “piastre di rame” presero strade diverse: Maria Egiziaca è approdata al Metropolitan Museum di New York, Maria Maddalena fu acquistata nel 1963 sul mercato antiquario di Vienna dal Maestro Francesco Molinari Pradelli. Sul podio del Teatro Comunale dal 1938 al 1984 (nell’aprile del 1946 diresse il famoso concerto per la riapertura), da Bologna passò presto ai grandi teatri italiani, d’Europa e di tutto il mondo. Negli anni Cinquanta cominciò ad acquistare dipinti per arredare la villetta di via Azzurra, e dal 1969 gli interni della seicentesca Villa Marana a Marano di Castenaso. Frattanto il gusto dell’arredo aveva lasciato posto alla passione e alla competenza del conoscitore, e nell’arco di tre decenni il Maestro formò una quadreria di più di duecento dipinti dell’età barocca. Sei e Settecento bolognese ed emiliano, lombardo, napoletano, europeo, con un nucleo straordinario di nature morte, negli anni Sessanta ancora in gran parte da studiare. Le sue tournées erano insieme occasione per visitare musei, antiquari, galleristi, ed acquistare, con il gusto della scoperta: opere spesso di artisti poco studiati se non sconosciuti, ma sempre di qualità altissima. Perché Francesco Molinari Pradelli, oltre che un orecchio infallibile, era un occhio infallibile. E i rientri a Bologna significavano anche passare all’Istituto di Storia dell’Arte ed in Pinacoteca per mostrare fotografie di dipinti, a volte i dipinti stessi, agli amici storici dell’arte, a Carlo Volpe, a Francesco Arcangeli, a Cesare Gnudi, ai più giovani Andrea Emiliani ed Eugenio Riccomini, per un confronto di opinioni e di attribuzioni che, data la competenza
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Nell’ambito di Genus Bononiae - Musei nella Città della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, Palazzo Fava ospita nelle Sale dei Carracci la prestigiosa collezione pittorica raccolta da Francesco Molinari Pradelli di Maria Pace Marzocchi

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Marcantonio Franceschini, Santa Maria Maddalena in estasi (1680)

del Maestro, era sempre un confronto alla pari. La prestigiosa collezione, già esposta a Bologna nel 1984 nel salone del Palazzo del Podestà (e nel 1995 a Mantova in Palazzo Te), si può nuovamente ammirare fino al 7 ottobre nelle sale espositive di Palazzo Fava, quelle decorate dai Carracci. L’occasione è la mostra promossa per celebrare i cent’anni dalla nascita del Maestro (4 luglio 1911), che in concomitanza è stato anche ricordato con la dedicazione di una sala dell’Accademia Filarmonica. Novanta i dipinti in mostra, che il curatore Angelo Mazza ha scelto dalla «raccolta più significativa nell’area bolognese», e che, pur essendo privata, ha goduto e gode di vita pubblica per la liberalità del Maestro, sempre disponibile a permetterne la visione e a prestare i suoi dipinti per esposizioni in tutto il mondo, ed ora per quella degli eredi. Frattanto l’ultimo piano del palazzo ospita un omaggio al grande direttore d’orchestra ripercorrendone la folgorante, lunghissima carriera attraverso locandine, fotografie, ricordi. Da Bologna all’Arena di Verona, alla Scala, al San Carlo, al Covent Garden e, dal 1957, ai teatri americani, come quello di San Francisco e il Metropolitan di New York… I ricordi scorrono, accompagnati dalle travolgenti note verdiane dell’ouverture de La forza del destino.
Quadri di un'esposizione. Pittura barocca nella collezione del maestro Francesco Molinari Pradelli a cura di Angelo Mazza Fino al 7 ottobre 2012, martedì - domenica, dalle 10 alle 19 Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni via Manzoni 2, Bologna

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I CONCERTI ottobre/dicembre 2012
Lunedì 22 ottobre 2012 Teatro MANZONI ore 20.30
Musiche di Copland, Dvořák, Tower, Čajkovskij

ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA JOHN AXELROD...........................................direttore

Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna

Lunedì 29 ottobre 2012 TEATRO MANZONI ore 20.30

EVGENY KISSIN............................................pianoforte
Musiche di Haydn, Beethoven, Schubert, Liszt
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna

Lunedì 12 novembre 2012 TEATRO MANZONI ore 20.30

EDOARDO ZOSI............................................violino YOKO KIKUCHI.............................................pianoforte
Musiche di Strauss, Enescu, de Sarasate
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna

Lunedì 19 novembre 2012 TEATRO MANZONI ore 20.30

MANDELRING QUARTET
SEBASTIAN SCHMIDT.....................................violino NANETTE SCHMIDT.........................................violino ROLAND GLASSL..............................................viola BERNHARD SCHMIDT....................................violoncello

KATARZYNA MYCKA...............................marimba
Musiche di Mendelssohn, Séjourné, Ravel, Rosauro
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Musica per le Scuole”

Lunedì 10 dicembre 2012 TEATRO MANZONI ore 20.30

THE KING’S SINGERS
DAVID HURLEY.................................................controtenore TIMOTHY WAYNE-WRIGHT....................controtenore PAUL PHOENIX..................................................tenore CHRISTOPHER BRUERTON.........................baritono CHRISTOPHER GABBITAS............................baritono JONATHAN HOWARD...................................basso
Musiche di Gesualdo, Britten, Poulenc, Mendelssohn
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna

Per ulteriori informazioni rivolgersi alla Segreteria di Musica Insieme: Galleria Cavour, 3 – 40124 Bologna tel. 051.271932 E-mail: info@musicainsiemebologna.it - Sito web: www.musicainsiemebologna.it

Lunedì 22 ottobre 2012
Inaugura la ventiseiesima stagione di Musica Insieme l’Orchestra tenuta a battesimo da Riccardo Muti, con un programma che accosta due Fanfare americane a due capisaldi del repertorio sinfonico, con l’esperta guida di John Axelrod di Maddalena Pellegrini

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Itinerari sinfonici
uando si dice “sinfonia” a tutti viene in mente un modello, quello di Beethoven, il cui percorso fu di tale originalità da non consentire quasi più spazio a chi volesse cimentarsi col genere dopo di lui. Mettiamoci nei panni di un musicista che, nell’Ottocento, volesse comporre sinfonie: basta pensare alla sorte dei capolavori di Schubert per comprendere che chi voleva cambiare strada non aveva certamente vita facile… Nella seconda metà del secolo però i compositori trovano il coraggio di cambiare, motivati da ragioni artistiche ma anche extramusicali, ad esempio dalla ricerca di uno stile e di un linguaggio nazionale, contro l’universalismo sinfonico austro-tedesco. In questo quadro, proprio Dvorák si colloca a metà ˇ strada, tra l’ammirazione incondizionata del grande passato viennese e il prepotente influsso della musica popolare della sua Boemia, dando vita ad uno stile personale che sprovincializza il patrimonio musicale regionale utilizzandolo come materiale da costruzione nelle grandi forme consacrate. E infatti, se i giri armonici, le melodie pentatoniche, l’ambiguità maggiore-minore richiamano l’origine popolare slava, il procedere attraverso l’elaborazione di piccole cellule tematiche e la ciclicità di alcune strutture sono una chiara derivazione dalla logica costruttiva che caratterizzava la tradizione del grande sinfonismo. Qui sta il segreto del successo mondiale della musica di Dvor ák, chiamato a dirigere il National ˇ Conservatory di New York dal 1892 al 1894, gli anni durante i quali viene composta la Sinfonia Dal Nuovo Mondo, presentata il 16 dicembre 1893 alla Carnegie Hall con enorme consenso di pubblico e sulla quale lo stesso autore rilasciò questa dichiarazione: «Chi ha naso sensibile scoprirà in essa l’influenza dell’America. Ho scritto dei temi per mio conto, dandogli la particolarità della musica dei Neri e dei Pellerossa e li ho sviluppati con tutti i mezzi delle risorse del ritmo, dell’armonia, del contrappunto e

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MUSICA INSIEME

dei colori dell’orchestra moderna». Il primo tempo, preceduto da un pugno di battute di Adagio, è lo specchio di questa particolare posizione estetica: il temamotto esposto dai corni, e che ritornerà negli altri tempi dando così alla sinfonia una stretta coesione, è già ambiguo perché partecipa in egual misura della danza boema e della ritmica nero-americana (alcuni commentatori vi hanno sentito lo spiritual Swing Low, Sweet Chariot). L’ambiguità è ribadita anche nei due tempi centrali: se il Largo sembra rifarsi ad uno dei poemi indiani di Longfellow (ma il tema appartiene piuttosto al patrimonio musicale celto-irlandese), lo Scherzo mescola l’eredità beethoveniana della prima sezione alle danze popolari centroeuropee del Trio. Il tempo conclusivo richiama a sé, amalgamandoli, motivi dei tempi precedenti, mentre l’inciso iniziale della Sinfonia si trasforma nella perorazione conclusiva di un brano nel quale Dvor ák sintetizza le fonti di ispiˇ razione più eterogenee, in quello che riteneva essere il primo grande esempio di sinfonismo americano, ed invece è uno dei più interessanti e riusciti esempi del nuovo sinfonismo europeo.

LUNEDÌ 22 OTTOBRE 2012 AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30

ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA JOHN AXELROD direttore
Aaron Copland Fanfare for the Common Man Antonín Dvorák ˇ Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Dal Nuovo Mondo Joan Tower For the Uncommon Woman Pëtr Il’ic Cajkovskij ˇ ˇ Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36

Introduzione a cura dell’Orchestra Giovanile Italiana

Prima di continuare col nostro percorso sul sinfonismo ottocentesco, ci soffermiamo brevemente sui brani ‘speculari’ che aprono le due parti del concerto: due fanfare, pensando alle quali la mente corre verso eserciti e battaglie. Indirettamente, la Fanfara che Copland scrive nel 1942 è legata a questo mondo, ed è un omaggio ai tanti “uomini comuni” che avevano sostituito l’eroe-demiurgo cui fino a quel momento si erano affidate le sorti delle guerre. E se la Fanfara della To-

wer (appartenente a una serie di quattro fanfare pubblicate nel 1992) sembra il ribaltamento un po’ polemico della visione di Copland, a ben vedere ci dice in fondo la stessa cosa. Da un lato stanno gli “uomini comuni” divenuti eroi sui tanti fronti della guerra mondiale, dall’altro le donne da sempre nell’ombra della società, che mostrano, finalmente, il loro essere “non comuni” eroine di ogni giorno. Ma torniamo al nostro itinerario sinfonico. Abbiamo visto che ad uscire dal beethovenismo provano soprattutto i compositori delle ‘nuove scuole’: i Boemi, i Nordici, i Russi, ciascuno dando forma e sostanza alle ispirazioni più eterogenee. ˇ A qualcuno, come ad esempio a Cajkovskij, riesce la mediazione fra storia e tradizione, musica nazionale e proprio intimo sentire. Sempre combattuto tra l’adesione alle correnti nazionalistiche e l’amore per il classicismo, tra l’idea di un sinfonismo astratto e le poetiche della musica a programma, tra il rispetto per le forme della tradizione e la necessità di adattare le strutture alla propria sensibilità, trasformò le sinfonie nel diario dei suoi sentimenti oscillanti tra lo slancio ideale romantico e la rinuncia all’azione

DA ASCOLTARE

È un mélange di ebraismo e tradizione americana la discografia di John Axelrod, che dalla nativa Houston porta nel Vecchio Continente un’energia ritmica e una vitalità memori delle interpretazioni ‘viscerali’ di Leonard Bernstein: segnaliamo i due originali volumi dedicati a Franz Schreker e i suoi allievi (Nimbus 2005 e 2007), alla guida della Luzerner Sinfonieorchester, di cui Axelrod è stato direttore principale dal 2004, e 1001 Nights in the Harem del 2009 (per l’etichetta Naïve), dove sempre con la Luzerner interpreta musiche composte da Fazil Say, che ovviamente siede anche al pianoforte. E non può mancare quella Sinfonia Dal Nuovo Mondo che Axelrod frequenta da una vita, e che si sposa alla Suite Céca dello stesso Dvořák in un cd Genuin del 2007 con la Filarmonica del Württemberg. Vanta ben sette incisioni l’Orchestra Giovanile Italiana, con direttori d’esperienza, da Giulini ad Ahronovich, e programmi importanti: a partire dal 1987, quando Accardo affrontava il Concerto di Penderecki diretto dallo stesso autore (per Nuova Era), fino al cd Stradivarius del 2002, dove Sinopoli dirigeva Mendelssohn, Schoenberg, Petrassi e Liszt, o al Mahler/Wagner di Daniele Gatti (Classic Voice 2004).

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Foto Stefano Bottesi

Lunedì 22 ottobre 2012
di fronte ad un destino tragico che pesa sull’uomo fin dalla nascita. È proprio il ‘destino’ (ma non certo quello della concezione eroica beethoveniana!) a entrare da protagonista per la prima volta in una ˇ sinfonia di Cajkovskij: in quella Quarta (composta nel 1877 ed eseguita per la prima volta a Mosca nel febbraio del 1878) che lo stesso autore considerò autobiografica nell’alternanza tra concitazione appassionata ed abbandono elegiaco. Assieme alle due che seguono, anche qui il destino diventa non solo motivazione iniziale della composizione, ma anche elemento musicale vero e proprio: enunciato dalle trombe sin dall’inizio, il suo tema-guida appare e scompare in tutta la sinfonia fino alla fine, associato ad altri temi ed elaborato con tale varietà e ricchezza di colori da ammaliare ogni tipo di ascoltatore. Il percorso extramusicale, per una volta, non è frutto della fantasia di qualche recensore, ma viene dichiarato precisamente dall’autore in una lettera dove, oltre a narrare del contenuto di ciascun movimento, egli ribadisce come i lineamenti delle singole parti nascano da quella «forza demoniaca, inafferrabile e misteriosa che si chiama ispirazione». Saranno quindi le parole dell’autore le più adeguate per raccontare la sinfonia e il suo processo narrativo. «L’introduzione è il nocciolo di tutta la sinfonia, l’idea principale è il fato, nefasta potenza che si oppone allo slancio verso la felicità, e che malignamente si adopera perché il benessere e la pace non siano mai completi e privi di nubi; una potenza che pende, come la spada di Damocle, sopra le nostre teste e amareggia senza tregua le nostre anime. Abbattimento e disperazione diventano sempre più forti, ma ci si abbandona ai sogni che a poco a poco si impadroniscono della nostra anima. Si dimentica tutto quanto è negato alla gioia. Ecco la felicità! Ma no! Non erano che sogni, e il destino ci riporta alla realtà. In tal maniera tutta la nostra vita è una alternativa continua di dure realtà e di sogni fuggevoli. Bisogna

L’Orchestra Giovanile Italiana, ideata da Piero Farulli all’interno della Scuola di Musica di Fiesole, in quasi 30 anni di attività formativa ha contribuito in maniera determinante alla vita musicale del Paese, con oltre mille musicisti occupati stabilmente nelle orchestre sinfoniche italiane e straniere. Tenuta a battesimo da Riccardo Muti, l’Orchestra ha suonato nei più prestigiosi luoghi della musica, da Montpellier a Edimburgo, Berlino, Lubiana, Madrid, Francoforte, Budapest, Buenos Aires, con unanimi consensi di critica e di pubblico, diretta tra gli altri da Abbado, Berio, Gatti, Mehta, Sinopoli. Nel 2004 è stata insignita del Premio “Abbiati”, nel 2008 ha ricevuto il Praemium Imperiale “Grant for Young Artists” dalla Japan Art Association e nel 2010 ha eseguito il concerto in onore del 5° anniversario del pontificato di Papa Benedetto XVI. Grazie allo straordinario carisma, a un repertorio estremamente vasto ed all’innovazione delle scelte artistiche, John Axelrod s’impone come uno dei direttori più interessanti del panorama odierno, richiesto dalle orchestre di tutto il mondo: Los Angeles Philharmonic, Washington National Symphony, Shanghai Symphony, Royal Philharmonic di Londra, Gewandhaus di Lipsia, Rundfunk-Sinfonieorchester di Berlino. Completata la carica quinquennale come direttore principale della Luzerner Sinfonieorchester dal 2004, e dopo l’incarico come Direttore Musicale dell’Orchestre National des Pays de la Loire, nel 2011 è stato nominato Direttore Principale dell’Orchestra Sinfonica “G. Verdi” di Milano.

I protagonisti

navigare in questo mare fino a che non si è inghiottiti dagli abissi». A questo movimento, quasi riassunto dell’intera sinfonia, segue un Andantino che «esprime un grado diverso di angoscia: quella malinconia che ci assale la sera, quando stanchi per una dura giornata di lavoro restiamo soli e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano e un’ondata di ricordi si riversa sopra di noi. Com’è dolce ripensare alla giovinezza, ai giorni in cui il sangue pulsava nelle vene caldo e gagliardo e la vita ci dava tante soddisfazioni. Si rimpiange il passato, ma non si ha voglia di riprendere a vivere». La nostalgia è evocata dalla canzone popolare “Stava una betulla in un campo” citata dall’oboe, ripresa più volte ma che finisce per mescolarsi nuovamente al tema del fato. Nello Scherzo «non c’è nulla di determinato: è piuttosto una successione di capricciose sensazioni (i pizzicati degli archi) e figure inafferrabili che attraversano la mente quando si è bevuto e ci si sente un po’ ebbri. Non ci si sente felici, ma nemmeno tristi. La fantasia fa strani percorsi, e compaiono alla memoria, im-

provvisamente, l’immagine di un contadino ubriaco e il ricordo di una canzonetta udita per la strada. Più lontano passa un militare. Immagini che passano per la testa, che sembrano incoerenti e non hanno nulla a che vedere con la realtà». L’Allegro con fuoco conclude questo itinerario psicologico: «Se non trovi motivo di gioia in te stesso guardati intorno, va’ fra la gente e partecipa ad una festa popolare. Preso dallo spettacolo di tanta allegria dimenticherai la tua pena, fino a quando, inevitabile, tornerà a farsi sentire il fato. La gente non si occupa di te e non si accorge di quanto tu sia solo e triste: come sono felici nelle loro gioie semplici e spontanee! Tu invece devi incolpare solo te stesso e non devi dire che nel mondo tutto è dolore; esistono gioie naturali e forti. Partecipa della felicità altrui e la vita sarà sopportabile». Pur mescolato ad un tema popolare, il richiamo del destino è questa volta inappellabile, anche se lo squillo sinistro viene travolto da un finale grandioso nel quale l’autore cerca di recuperare la voglia di vivere e, se non la felicità, almeno la serenità.

Lo sapevate che... John Axelrod è un convinto sostenitore della cucina italiana, tanto che, dopo averne testati a centinaia, ha in progetto di pubblicare un libro-guida ai migliori ristoranti italiani nel mondo
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Lunedì 29 ottobre 2012

Suoni viennesi

Attesissimo il ritorno a Musica Insieme del pianista russo, con un programma che ci guida alla scoperta dei capolavori di quattro maestri della tastiera di Maria Chiara Mazzi

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Foto Felix Broede

n programma di concerto, ogni programma di concerto, ci racconta una storia. La storia degli autori, la storia delle forme musicali proposte, quella di un genere… A volte più storie, contemporaneamente. Il programma di Kissin ci racconta la storia di sessant’anni in una città mitica (forse la città della musica per eccellenza): Vienna;

una storia che vediamo scorrere sotto i nostri occhi (nelle nostre orecchie?) mentre si dipanano i capolavori di Haydn, di Beethoven, di Schubert e di Liszt proposti qui. Andiamo con ordine: Haydn, il padre del classicismo viennese, colui la cui musica è l’esempio più significativo del passaggio da un modo di produrre e consumare musica antico e amabile alle nuove concezioni estetiche

del classicismo; da un mondo nel quale la musica era un meraviglioso sottofondo sociale (in particolare la musica da camera o per tastiera, come in questo caso) e il compositore era colui che forniva quel prodotto di consumo, e quello infine nel quale la musica è messaggio all’umanità, e il compositore fa da ‘veicolo’ tra il mondo e l’infinito. La genialità e la grandezza di Haydn sono state quelle di saper collegare questi mondi e preparare pagine indimenticabili che, pur destinate alla vita effimera della piacevolezza, non fossero però effimere e dimenticabili, ma si ponessero come indispensabili snodi di passaggio tra il mondo antico e la modernità. Proprio come accade alle troppo ingiustamente trascurate sonate per tastiera (quella proposta in questo concerto è, significativamente, del 1789…), che si possono a buon diritto considerare spartiacque tra passato e futuro, in questo nostro viaggio nel tempo e nella musica. Proprio il 1789 è, inevitabilmente, data simbolo del passaggio tra due epoche… ma a Vienna l’assolutismo illuminato di Giuseppe II riesce a salvare la città, e la nobiltà, dalle distruzioni della rivoluzione che infiamma l’Europa. Una città dove però gli intellettuali (e tra essi, finalmente, anche i musicisti) non possono rimanere chiusi alla ventata di novità e al cambio del mondo e del modo di concepire la vita e l’arte che le idee della rivoluzione portano con loro. E Vienna, ancora una volta ‘centripeta’, apre le porte a colui che le cambierà per

LUNEDÌ 29 OTTOBRE 2012 AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30

EVGENY KISSIN

pianoforte

Introduce Maria Chiara Mazzi, docente al Conservatorio di Pesaro e autrice di libri di educazione e storia musicale

Joseph Haydn Sonata n. 59 in mi bemolle maggiore Hob. XVI: 49 Ludwig van Beethoven Sonata n. 32 in do minore op. 111 Franz Schubert 4 Improvvisi: D 935 n. 1 in fa minore D 899 n. 3 in sol bemolle maggiore D 935 n. 3 in si bemolle maggiore D 899 n. 4 in la bemolle minore Franz Liszt Rapsodia Ungherese n. 12 in do diesis minore

sempre i connotati musicali, quel Beethoven che, imbevuto delle idee dell’Illuminismo, cambierà definitivamente il modo di produrre e ascoltare musica, che trasformerà soprattutto il genere da camera e per tastiera da meraviglioso trastullo a veicolo attraverso il quale promuovere idee e pensieri. E se è diverso l’atteggiamento del compositore, diverso deve essere quello dell’ascoltatore, che assimila in religioso silenzio questo messaggio, e diverso ancora quello dell’esecutore, che deve essere un professionista abilissimo, perché per caricare le proprie composizioni di significati tanto importanti ed elevati l’autore

non può certo tener conto delle scarse abilità dei ‘dilettanti alla moda’. Proprio la sonata per pianoforte diventa così un duttile e malleabile luogo di sperimentazione nelle mani del compositore di Bonn, giunto a Vienna per far conoscere il proprio pensiero. Una Vienna che negli anni degli ultimi straordinari capolavori (la Sonata op. 111 è pubblicata nel 1822), dopo essere stata percorsa dalla tempesta napoleonica, diventa simbolo di quella (impossibile) restaurazione che proprio nella capitale imperiale aveva celebrato la sua consacrazione nel Congresso voluto dal Metternich e dalla Santa Alleanza. L’op. 111, mitica e mitizzata come poche altre composizioni della storia, diventa così il ‘suono’ della rabbia, della disillusione e dell’impossibile che non si è avverato. Sono le proteste e la rassegnazione di un genio ormai chiuso in se stesso che infuocano il primo tempo, e sono le schegge della speranza in frantumi le variazioni che caratterizzano il secondo tempo, con quell’Arietta che sembra all’inizio portare la serenità e che alla fine, col suo ritorno dopo che le note sono diventate puro timbro, si richiude in se stessa quasi in attesa di tempi migliori. Ma anche Vienna, in quegli stessi anni, sì è come chiusa in se stessa, anche lei in attesa di tempi migliori che (ora lo sappiamo) storicamente non torneranno mai più, ma daranno vita, dalla seconda metà del secolo in poi, ad una delle stagioni più angoscianti e insieme esaltanti

La sua musicalità, la profondità e la poesia delle sue interpretazioni, oltre allo straordinario virtuosismo, lo collocano fra i più grandi pianisti oggi in attività. Innumerevoli concerti lo vedono al fianco dei maggiori direttori, come Abbado, Ashkenazy, Barenboim, Maazel, Muti, Temirkanov, o con partner quali Maisky, Kremer, Argerich, Quasthoff, Bartoli. Nato a Mosca nel 1971, a 6 anni Kissin entra alla Scuola Gnessin di Mosca, riservata a giovani particolarmente dotati, dove studia con Anna Pavlova Cantor. Il suo talento esplode sulla scena internazionale nel 1984, quando incide i due Concerti per pianoforte di Fryderyk Chopin con l’Orchestra Filarmonica di Mosca, mentre del 1988 è il debutto con la London Symphony Orchestra diretta da Valery Gergiev. Nel 1990 approda negli Stati Uniti con la New York Philharmonic Orchestra diretta da Zubin Mehta, ed inaugura la stagione del centenario della Carnegie Hall. Nel 1991 riceve il Premio “Musicista dell’Anno” dall’Accademia Chigiana di Siena, nel 1997 il “Premio Trionfo” per il suo contributo alla cultura russa. Nel 2001 si esibisce con i Berliner Philharmoniker all’Auditorium di Santa Cecilia di Roma, sotto la direzione di Claudio Abbado, nel ciclo dedicato ai Concerti per pianoforte di Beethoven. Nel 2003 riceve il Premio “Šostakovič”, la più alta onorificenza musicale russa, nel 2005 la “Honorary Membership” della Royal Academy of Music di Londra e il Premio “Herbert von Karajan”. Nel 2009 l’Università di Hong Kong gli conferisce il Dottorato onorario in Lettere.

Evgeny Kissin

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Lunedì 29 ottobre 2012
della storia d’Europa. Negli stessi anni nei quali Beethoven affida alle note il suo estremo pensiero illuminista fino a cantare la gioia della fratellanza universale, un altro musicista, Franz Schubert (unico viennese di nascita tra tutti i ‘viennesi’ che hanno fatto la storia musicale di Vienna) dà voce e suono a quel momento di ‘tempo sospeso’ tra la fine dell’epopea napoleonica e i primi moti rivoluzionari romantici. Schubert non era nato al tempo della ‘grande rivoluzione’ e non ci sarà più negli anni delle barricate per la libertà: vive un tempo di mezzo nel quale le pagine che, malgrado lui, hanno successo sono quelle apparentemente alla moda, quelle che assecondano i desideri della nuova classe sociale borghese di suonare in casa, nel proprio salotto, davanti agli amici, senza troppo affaticarsi. I rappresentanti di questa classe sociale colgono poco o nulla il senso di disincanto, di nostalgia e di meraviglia di Improvvisi, Valzer o Momenti musicali, di cui leggono solo la superficie e non capiscono affatto la portata rivoluzionaria delle sonate (non a caso pubblicate in gran parte postume). Pagine come gli otto Improvvisi, che appartengono agli ultimissimi momenti della vita del musicista, contengono contemporaneamente ed esattamente questi due mondi culturali ed estetici. E se negli Improvvisi D 899 (noti anche come op. 90) sono il fascino accattivante di melodie come solo Schubert sapeva scriverne e la freschezza dell’agilità pianistica ad attirare il pubblico, l’intensità degli Improvvisi D 935 (op. post. 142) non lascia dubbi al riguardo: pagine che dimenticano l’occasionalità del titolo nella vastità delle strutture, nelle quali l’autore non parla ad un pubblico coevo che non capisce, ma agli ascoltatori del futuro. Distano solo un tratto di Danubio Vienna e Budapest, e l’Ungheria (assieme al Lombardo-Veneto, alla Boemia e ai territori balcanici) è parte di un Impero che pagherà a carissimo prezzo la voglia di libertà

DA ASCOLTARE

Fra le ultime incisioni di Kissin compare un bel cd mozartiano per EMI Classics del 2010, dove il Nostro esegue, dirigendo dalla tastiera la Kremerata Baltica, l’ultimo Concerto del Salisburghese, il KV 595, e il Concerto in re minore KV 466, lo stesso del quale fu interprete per la sua prima apparizione pubblica, all’età di dieci anni, quando ancora studiava alla Scuola Gnessin di Mosca: «È un Concerto che sicuramente ha per me un significato speciale», chiosa l’interprete, che nello stesso anno ha celebrato il 200° dalla nascita di Chopin con un dvd registrato live a Varsavia per Accentus Music, dove interpreta il Secondo Concerto accompagnato dalla Filarmonica di Varsavia, direttore Antoni Wit. Ma il profilo del Kissin musicista va infine aggiornato con più recenti sconfinamenti negli ambiti della poesia (quella di tradizione yiddish, in particolare) e dell’impegno verso la cultura ebraica. Anche se precisando che si tratta soltanto di un passatempo, Evgeny ha persino registrato su cd una sessione di lettura in cui presta la propria voce ad una raccolta di poesie ebraiche del primo Novecento, On The Keys of Yiddish Poetry, acquistabile on line.

e di indipendenza che scuote la seconda metà del secolo e che terminerà solo con la Grande Guerra. Saranno proprio i territori di confine a bruciare dall’esterno la carta geografica del regno di Sissi e Francesco Giuseppe, e dall’Ungheria, come dall’Italia, muoveranno i fuochi di rivolta: e non sono solo i patrioti armati di fucili a fare male, ma anche quelli che conquistano con la forza delle loro idee e, come nel caso di Liszt, con lo straordinario fascino della loro mostruosa bravura tecnica. Nel nome e nella vita di Liszt sta tutto il barcamenarsi tra patria politica e patria del cuore: Franz, per gli editori viennesi e per il pubblico che lo applaude in ogni sala d’Europa, Ferenc, all’ungherese, per i suoi conterranei, dei quali diffonde l’identità attraverso la musica. Liszt è l’esempio forse più significativo di come la forza centripeta di Vienna si trasformi, nel corso del secolo, nella forza centrifuga delle nazionalità del vasto impero. Di discendenza tedesca, nato in Ungheria ma formatosi a Vienna (dove studia con Salieri e Czerny), si trasferisce a Parigi e da lì, dagli anni Trenta, inizia una vita di concertista errabondo. Fu forse questa internazionalità a fargli riscoprire le radici musicali ungheresi, nel momento in cui nelle nazioni oppresse d’Europa i musicisti stavano facendo lo stesso percorso?

Certo che Liszt però non si limita a proporre melodie tradizionali, ma usa la struttura rapsodica in un solo movimento in cui si alternano un’idea espressiva improvvisativa e una virtuosistica per rompere il dominio formale delle forme ‘classiche’, e allarga le possibilità di uno strumento colto come il pianoforte per imitare gli strumenti caratteristici zigani (il percussivo cymbalom e il virtuosistico violino). Composte attorno alla metà del secolo, all’indomani della prima e più grande ondata di ribellione verso l’autorità imperiale e quasi in onore dei moti rivoluzionari, le Rapsodie Ungheresi portano la rivoluzione nella musica pianistica, per la nuova concezione timbrica e armonica, per il virtuosismo che non ha eguali, per l’originalità della forma libera dai vincoli del passato, per la capacità di evocare nel mondo sonoro e attraverso la musica ideali ed aspirazioni di un intero popolo. Non dobbiamo infatti dimenticare che Liszt, dopo la lunga attività di virtuoso, proprio da quel momento alternerà la sua attività musicale con una di più diretto impegno nei confronti del proprio Paese, inaugurando istituzioni e promuovendo scuole musicali che sottolineassero almeno l’indipendenza culturale, se non ancora quella politica, dalla ‘grande madre’ Vienna.

Lo sapevate che... Nel sito ufficiale di Evgeny Kissin si trovano anche i suoi libri e film russi preferiti, pubblicati per far conoscere ai fans di tutto il mondo la cultura del suo Paese d’origine
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MUSICA INSIEME

Lunedì 12 novembre 2012

I

Un duo di straordinari talenti esplora i mille volti del violinismo fra Otto e Novecento, tra solidità formale, virtuosismo trascendentale e languori zigani di Sara Bacchini

Fra classico e popolare
LUNEDÌ 12 NOVEMBRE 2012 AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30

l violino è lo strumento che, insieme al pianoforte, meglio ha saputo adattarsi alle richieste espressive dei compositori del periodo romantico e tardo-romantico. Oltre alle possibilità liriche ampiamente sfruttate nei secoli passati, i virtuosi dell’epoca sperimentarono una nuova tecnica esecutiva irta di difficoltà e funambolismi, in funzione sia eroica sia drammatica, per ampliare ed esplorare a fondo le capacità espressive del proprio strumento. Unitamente all’aspetto tecnico-timbrico e alla ricerca di un nuovo linguaggio espressivo, tra il XIX e il XX secolo molti compositori cominciarono ad esplorare con grande libertà la letteratura violinistica, indirizzandosi preferibilmente verso la piccola forma, un organico contenuto ed un gusto di derivazione popolare. In questo ambito, il repertorio da cui maggiormente attinsero fu quello del folklore gitano, emblema di un popolo dotato di straordinarie capacità musicali, in grado di coinvolgere per la sua storia e di affascinare e ammaliare con i suoi ritmi incontenibili e le sue malinconiche melodie. In epoca tardo-romantica, tuttavia, sono diverse le strade che portano a definire gli stili e i linguaggi di artisti alla ricerca della propria inconfondibile identità, come dimostrano le opere per violino

EDOARDO ZOSI YOKO KIKUCHI

violino pianoforte

Introduce Edoardo Zosi

Richard Strauss Sonata in mi bemolle maggiore op.18 George Enescu Sonata n. 3 op. 25 “dans le caractère populaire roumain” Pablo de Sarasate Zingaresca

e pianoforte di Sarasate e Strauss, così diverse seppure separate solo da una decina d’anni. La Sonata per violino e pianoforte op. 18 fu scritta tra il 1887 e il 1888, gli anni della fantasia sinfonica Aus Italien e del Don Juan, e dopo il Quartetto in do minore op. 13, considerato una delle opere chiave della giovinezza straussiana. Il compositore tedesco rende omaggio a Brahms e Schumann, pur mantenendo l’originalità della propria concezione e la condotta del materiale musicale: da quei maestri, Strauss ha appreso l’originale lezione sull’arte del contrappunto, specie nel trattamento della linea del basso, che dona equilibrio alla composizione; ma in

queste opere giovanili possiamo già osservare come la tradizione si innesti su una sorta di ‘inevitabilità’ con cui tutte le note sono legate tra loro. La Sonata mostra una struttura classica in tre movimenti e rappresenta l’ultimo saggio del compositore nel genere della musica astratta prima di dedicarsi pienamente all’opera e al poema sinfonico. Benché giovanile, in questa Sonata si trovano elementi del linguaggio che saranno propri anche delle opere seguenti, e già nel primo movimento lo stile melodico e ritmico di Strauss è inconfondibile: ampi intervalli, valori puntati, terzine e salti d’ottava si intrecciano nell’intenso dialogo polifonico tra i due strumenti, così da formare un tessuto dal quale i protagonisti traggono via via sempre più energia. Nel primo movimento (Allegro, ma non troppo) il trattamento degli strumenti pone in primo piano il pianoforte, che diviene punto di riferimento nello sviluppo dei temi e nella ricerca di tonalità lontane, utilizzate per mettere in luce elementi inaspettati del tema, come se si trattasse delle diverse sfaccettature psicologiche di un personaggio. Le frasi melodiche hanno la magica capacità di estendersi all’infinito e la tensione è ben sostenuta da un continuo accelerare e rallentare, che tiene l’ascoltatore sempre vigile e in attesa di

Diplomatosi presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano nel 2005 con il massimo dei voti e allievo di Salvatore Accardo, nel 2003 Edoardo Zosi ha vinto il Concorso Internazionale per violino e orchestra “Valsesia Musica”, dov’era peraltro il più giovane concorrente. Di particolare rilievo il suo debutto a Berlino con il Concerto di Čajkovskij nella prestigiosa sala della Philharmonie, e il concerto in diretta radiofonica per il Festival di Radio France e Montpellier. Nel 2009 è stato invitato da Uto Ughi ad esibirsi in occasione del suo Festival “Omaggio a Roma”.
Diplomatasi alla “Toho Gakuen” High School of Music di Tokyo e specializzatasi presso l’Accademia Pianistica di Imola, dalla vittoria nel 2002 al Concorso “Mozart” di Salisburgo Yoko Kikuchi ha suonato con le principali orchestre: Mozarteum Orchester Salzburg, Gulbenkian Orchestra, NHK Symphony Orchestra, Franz Liszt Chamber Orchestra, Orchestra “Haydn”di Bolzano e Trento, e nei maggiori festival, sotto la direzione fra gli altri di Russell Davis, Bolton, Nanut. Nel 2006 ha vinto il premio “Best recording by a Japanese Artist”del Music Pen Club, e nel 2007 si è aggiudicata gli “Idemitsu Awards”.

Edoardo Zosi

Yoko Kikuchi

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MUSICA INSIEME

nuovi eventi sonori. Nel secondo movimento (Improvvisazione) prevale invece l’aspetto cantabile, nel quale s’intravede qualche elemento dello Strauss autore di Lieder, finché la complessa parte del pianoforte non torna a rivelare le vere attitudini orchestrali del compositore. Questo movimento fu pensato per avere anche un’esistenza propria, e venne pubblicato separatamente, mantenendo il titolo di Improvvisazione, benché non possieda nulla di “libero”, anzi presenti uno schema formale tripartito ben chiaro e un’alternanza tra pianoforte e violino perfettamente equilibrata, così da ottenere un clima molto appassionato e disteso allo stesso tempo. All’Andante del movimento finale, affidato al solo pianoforte per rafforzare il senso di attesa, segue un Allegro che esplode con il suo deciso tema ascensionale. In questo Finale sembra di avvertire la costrizione che il duo impone al libero fluire delle idee del compositore: pianoforte e violino esplorano infatti tutta la propria estensione, fino ai limiti del grave e dell’acuto. Inizialmente il violino sembra riprendere l’atmosfera del primo movimento, ma l’attenzione generale per la forma sembra qui passare in secondo piano; l’organizzazione del materiale musicale è pensata per dare massimo risalto al tema principale che ritorna incessante e ci conduce al climax delle ultime battute. Mentre Strauss è intento a ricercare una propria originalità stilistica, il violinista e compositore spagnolo Pablo de Sarasate è maggiormente legato alla tradizione mu-

Lunedì 12 novembre 2012
dell’epoca è mantenuta viva dai lautari, suonatori di liuto, dal XIX secolo alla guida del taraf, l’orchestrina zingara che accompagna immancabilmente le cerimonie dei villaggi. Ed è proprio un suonatore ambulante ad insegnare a Enescu come tenere in mano un violino e come ricavarne le prime note. Egli impara quindi i rudimenti violinistici della musica gitana: melodie folkloristiche riccamente ornate e ipnotiche, che si combinano con un vasto repertorio della tradizione magiara e ottomana. Lasciata la Romania all’età di dieci anni per studiare a Vienna e a Parigi, nei primi anni Venti Enescu è ormai musicista affermato, con alle spalle una solida formazione cosmopolita. Fin dalle prime composizioni di successo come il Poème roumain e le due Rapsodie rumene, egli tenta un esperimento insolito: fondere la musica popolare rumena con la grande tradizione occidentale. Capolavoro, in tal senso, è la Sonata per violino e pianoforte op. 25, “dans le caractère populaire roumain”, terza e ultima della serie dedicata a questo organico. Presentata al pubblico nel gennaio 1927, in essa Enescu fonde la forma-sonata con le sonorità tipiche del taraf, la melodia del violino che pare libera improvvisazione, gli abbellimenti e il pianoforte che imita il cymbalom, con le sue ostinate ripetizioni di singole note. La tonalità d’impianto è quella di la minore, ma la scrittura è contraddistinta dai più svariati itinerari modali, che trascendono la classica dicotomia maggiore-minore, per una più libera articolazione del discorso musicale e una profonda adesione a quel «carattere popolare rumeno», indicato a margine della partitura, che illustra il secondo movimento della sonata. Incorniciato da un Moderato malinconico d’andamento rapsodico ‘senza rigore’, e da un Allegro con brio ma non troppo mosso, nel quale ritornano gli accenti ritmici mutevoli di danze popolari nella forma del rondò, l’Andante sostenuto e misterioso resta in effetti il movimento in cui più immediati sono i rimandi folklorico-nazionali.

DA ASCOLTARE
È praticamente un “tutto Mozart” la discografia di Yoko Kikuchi, distribuita perlopiù nel circuito giapponese (seppure ormai con la vendita on line gli ostacoli geografici non siano più un problema…): al cd di debutto, nel 2005, al fianco dell’Orchestra Ensemble Kanazawa, contenente la Sonata KV 331 (con la celebre Marcia alla Turca) e l’altrettanto popolare Concerto in do maggiore KV 467, con il quale si aggiudica il Premio del Music Pen Club, fa seguito nel 2006 il Quintetto KV 452, stavolta con membri dell’Afflatus Quintet; la monografia mozartiana continua poi con Concerti e Sonate sino al 2009. È legata invece ad Amadeus la discografia di Edoardo Zosi, che a ventiquattro anni ha già firmato un doppio esordio di tutto rispetto: prima l’op. 18 di Strauss (proprio quella che ascolteremo a Bologna) e la Sonata op. 108 di Brahms con una guida insuperabile come Bruno Canino al pianoforte; poi, nel 2012, l’incisione dal vivo del Concerto op. 26 di Max Bruch, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica di Torino diretta da Filippo Maria Bressan. Un brano che per Zosi ha un significato tutto speciale, essendo la sua prima incisione orchestrale, ma anche il Concerto che nel 2003 lo ha consacrato il più giovane vincitore del Concorso “Valsesia Musica”.

sicale gitana. Tra i più acclamati virtuosi dell’ultimo Ottocento insieme a Franz Liszt e Niccolò Paganini, egli impostò la propria carriera in senso esibizionistico, mettendo a frutto gli studi di composizione per creare brani in grado di far risaltare al meglio le proprie doti tecniche: note doppie, armonici, uso travolgente, quasi ‘spericolato’ della quarta corda. Dal punto di vista melodico si dedicò prevalentemente al filone zigano-spagnoleggiante e alla fantasia operistica, producendo composizioni ancora oggi in repertorio quali la Zingaresca, le varie Danze Spagnole e la Fantasia sulla Carmen. La Zingaresca (il titolo originale tedesco è Zigeunerweisen) è una raccolta di arie gitane, un pezzo di bravura che richiede all’esecutore doti tecniche non comuni. Composta da Sarasate nel 1878, illustra la particolare attenzione dell’epoca per il folklore dei gitani, considerato un’esotica commistione di lontananze malinconiche, virile fierezza ed irresistibile esplosione di ritmo. La struttura del brano, simile a quella delle Rapsodie Ungheresi per pianoforte di Liszt, è caratterizzata da una parte iniziale cantabile e da una parte conclusiva in cui la velocità si unisce a difficoltà tecniche straordinarie. L’abbinamento di queste due sezioni, una cantabile e l’altra più veloce, pare abbia

origine dal verbunk, un tipo di danza molto coinvolgente che accompagnava l’arruolamento dei soldati ungheresi durante il dominio asburgico. Sospeso tra due secoli, e fra diverse tradizioni musicali, è anche il compositore rumeno George Enescu, una delle figure più importanti del panorama musicale europeo agli albori del Novecento, ideale mediatore fra la tradizione germanica brahmsiana e quella di area francese rappresentata da Franck e Debussy. A questi elementi si uniscono l’amore per la propria terra e l’attenzione al canto popolare contadino, tipico del contesto ‘paesano’ in cui Enescu ha trascorso i primi anni di vita. In Romania la tradizione musicale

Lo sapevate che... Nel 2011 Sky Classica ha prodotto un documentario della serie “I Notevoli” dedicato a Edoardo Zosi, considerato uno dei violinisti italiani più richiesti del panorama internazionale
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MUSICA INSIEME

Lunedì 19 novembre 2012

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Quartetti da sogno
Oggi o domani voglio cominciare a sognare il Sogno di una notte di mezza estate». Oggi e domani sono giorni di una mezza estate berlinese trascorsa in giardino a cercare la chiave d’accesso al Dream shakespeariano, che sotto i suoi occhi è il Traum tradotto in lingua tedesca prima da Wilhelm Schlegel e poi da Ludwig Tieck. «Siamo avvolti dalla magia» confessa Felix Mendelssohn-Bartholdy. Nulla resiste al miracoloso talento del ragazzo: il greco e il latino, la pittura, l’equitazione, la musica. E il teatro? Il teatro Mendelssohn ha il privilegio di praticarlo a casa propria, quando un’opera è allestita in segreto, per fare una sorpresa ai genitori che possono
LUNEDÌ 19 NOVEMBRE 2012 AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30

Esordisce sul palco del Teatro Manzoni l’ensemble tedesco considerato il legittimo erede dell’Alban Berg Quartet, accostando il timbro degli archi ad un originale e raro strumento solistico come la marimba di Alessandro Taverna
permettersi di trasformare il palazzo in un’improvvisata e lussuosa Opernhaus per happy few. Mendelssohn non sogna di portare in scena il Sogno di una notte di mezza estate. Gli basta sognare di immergerlo nella musica. Il sogno romantico è una realtà contraddittoria: «La realizzazione dei nostri più cinici desideri» oppure «La proiezione dei sentimenti inconsapevoli». O, come disse Ludwig Tieck, che il Sogno shakespeariano lo volse in tedesco e che i sogni del romanticismo li conosceva a fondo: «Simili a semi stregati, i suoni mettono radici in noi con magica rapidità: subito si genera un’ascesa, un fiammeggiare di invisibili forze e, in un batter d’occhio, ascoltiamo

MANDELRING QUARTET
SEBASTIAN SCHMIDT violino NANETTE SCHMIDT violino ROLAND GLASSL viola BERNHARD SCHMIDT violoncello

KATARZYNA MYCKA

marimba

Introduce Alessandro Taverna. Da più di 20 anni si occupa di cronache musicali su riviste e quotidiani, fra cui le pagine bolognesi del Corriere della Sera

Felix Mendelssohn Quartetto per archi op. 44 n. 1 Emmanuel Séjourné Concerto per marimba e archi Maurice Ravel Quartetto per archi in fa maggiore Ney Rosauro Concerto per marimba e archi

Foto Ralf Ziegler

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MUSICA INSIEME

il mormorio di un boschetto disseminato di fiori meravigliosi dai colori selvaggi e sconosciuti. Nel fogliame degli alberi, la nostra infanzia e un passato ancor più remoto cominciano a danzare in una ronda gioiosa. I fiori si agitano e si confondono, i colori mescolano il loro sfavillare, una pioggia di luce si rinnova e si trasforma senza posa». Genio precoce, Mendelssohn attenderà l’occasione per tramare di altra musica il Sogno shakespeariano, e se comporrà giovanissimo un Ottetto per archi non avrà fretta invece di accostare la forma aurea del quartetto, lasciando trascorrere anni di apprendistato che per egli esiti compositivi sembrano già appartenere, come in sogno, all’età matura. Il consiglio del musicista al riguardo era «di imitare esattamente la forma di un quartetto di Haydn. Gli allievi vogliono subito comporre e teorizzare, mentre io credo che la cosa principale, l’unica che si può e si deve insegnare, e da cui poi derivano tutte le altre, sia una diligente pratica, il suonare con impegno costante, con la massima diligenza, tutte le opere. Il resto, cioè l’essenza della musica, non è frutto dell’apprendimento, ma è frutto di Dio». Dei tre esemplari raccolti con il numero d’opera 44 e composti nell’arco di un anno, fra il 1837 e il 1838, il Quartetto in re maggiore s’impone per la capacità di togliere qualsiasi peso alle leggi del contrappunto e della polifonia, che pure conducono il

discorso fin dall’ingresso dei temi nell’Allegro vivace; una leggerezza che perdura nelle increspature del Minuetto, fino alla trasparenza con cui il Finale sembra scosso da una forza sovrannaturale, impalpabile, onirica. La raccolta a cui appartiene il Quartetto era dedicata a “Sua Altezza Reale il principe ereditario di Svezia”, come recita l’intitolazione su cui volle ironizzare lo stesso autore, a proposito del gusto «rococò che i critici delicati potranno credere il riflesso del contenuto della mia opera». Altro lasciava intendere la raccomandazione rivolta al violinista Ferdinand David in vista della prima pubblica esecuzione avvenuta il 16 febbraio 1839 a Lipsia: «Spero che l’ascolto di questa musica susciti le medesime emozioni che dà a me, per due ragioni: l’incedere è percorso da una maggiore vivacità di spirito, mentre tutt’altro che minore per gli esecutori è la sua eufonia, la sua grazia». Le tavole di legno della marimba in Europa si cominciano ad avvistare ai tempi in cui a Parigi Darius Milhaud tornò con la testa ancora a Copacabana. Il musicista francese aveva la mente ingombra di tanghi brasiliani, che prenderanno rapidamente forma nelle Saudades do Brasil, e nel 1938 collocò una ma-

Impostosi all’attenzione internazionale grazie alle vittorie al Premio “Borciani” e al Concorso “ARD” di Monaco nel 1994, e consacrato dalla critica come il legittimo erede dell’Alban Berg Quartet, il Mandelring Quartet ha tenuto concerti in tutto il mondo, da Londra a New York, da Parigi a Chicago, da Osaka a Buenos Aires, e si è esibito in festival e rassegne prestigiose, come il Festival Enescu di Bucarest e il Festival di Montreal; nel 2011 è stato invitato ad eseguire l’integrale dei Quartetti di Šostakovič al Festival di Salisburgo. Nel 1997 ha fondato un proprio festival internazionale, lo HAMBACHERMusikFEST. Universalmente riconosciuta come l’ambasciatrice del suo strumento nel mondo, negli anni Katarzyna Mycka ha contribuito ad accrescere la popolarità della marimba come strumento solista. Fondatrice nel 2003 della International Katarzyna Mycka Marimba Academy (IKMMA), è stata premiata in numerosi concorsi internazionali, dal “CIEM” di Ginevra nel 1992, all’“International Percussion Competition” del Lussemburgo nel 1996, alla “World Marimba Competition” di Stoccarda.

Mandelring Quartet

Katarzyna Mycka

Lunedì 19 novembre 2012
rimba in mezzo ad un’orchestra sinfonica, creando un precedente per un drappello di compositori a cui appartiene il percussionista brasiliano Ney Rosauro, che il suo Concerto per marimba e archi lo scrisse nel 1986 a Brasilia. «Il Concerto è composto da quattro movimenti, contrariamente alle abitudini che ne prevedono tre, e con un movimento centrale inserito prima del vivace finale. Alcuni motivi brasiliani e temi jazz sono usati lungo tutto il brano, che contiene ritmi netti e vivaci melodie». Nessuna sorpresa che la marimba conduca il discorso per la parte più estesa della partitura, imponendosi sugli archi. Molto più recenti i frutti di un altro percussionista, Emmanuel Séjourné, che alla composizione si è dedicato senza mai perdere di vista la relazione della musica con lo spazio, la scena, il teatro: «Mi piace comporre da sempre, e nonostante abbia scritto frequentemente per percussioni e i percussionisti conoscano bene i miei studi, non scrivo esclusivamente per percussioni…». «Facciano quello che vogliono del mio cranio, purché l’etere funzioni», disse Ravel a Stravinskij poco prima di sottoporsi all’operazione da cui non sarebbe uscito vivo. L’etere non funzionò, la musa distolse lo sguardo altrove mentre il paziente sentiva il taglio della lama. Eppure Ravel si può considerare ugualmente un musicista fortunato. Cinquant’anni fa un filosofo, Vladimir Jankélévich, si era premurato di dedicargli una monografia raffinata. Uno scrittore francese dallo stile sorvegliato gli ha consacrato, di recente, un romanzo breve. Della vita del compositore francese sono ritagliati, con gesto netto, gli ultimi dieci anni. In Ravel si entra mentre il musicista si decide ad uscire da una vasca da bagno ed il lettore resta ancora per un po’ incerto sulla reale identità di chi sia immerso nell’acqua. Accompagniamo questo corpo leggerissimo nell’arco di un centinaio di pagine dove tutto prende una collocazione affatto particolare e dove i pensieri del musicista sono riferiti

DA ASCOLTARE
Pluripremiate le incisioni del Mandelring Quartet, tutte per l’etichetta tedesca Audite. La forza espressiva della compagine ha spinto Strad Magazine a celebrare con queste parole i tre volumi dedicati a Brahms & Contemporaries fra il 2004 e il 2007: «Qui il Mandelring unisce il vigore intellettuale del Quartetto LaSalle e la passione travolgente dell’Amadeus, per estrapolare il meglio dei due mondi». Sempre ambiziosi (e monografici) i loro progetti: i tre anni successivi sono dedicati all’integrale dei Quartetti di Šostakovič, 5 volumi accolti dalla critica come un’edizione di riferimento, da accostare alla leggendaria registrazione per Melodiya del Quartetto Borodin (che aveva peraltro il vantaggio di aver provato i Quartetti direttamente con il loro autore). Se per un virtuoso di marimba che non voglia cimentarsi in mere trascrizioni la vita discografica non è facile, Katarzyna Mycka è l’eccezione che conferma la regola, licenziando dal 1997 ad oggi ben sei incisioni solistiche, e con ritmo regolare e costante: oltre a illustri colleghi come Rosauro e Séjourné, di cui è spesso dedicataria, spicca nel 2005 il disco con i Concerti per clavicembalo di Johann Sebastian Bach (Classic Concert Records), dove il timbro della marimba ricalca quello dell’antico strumento, ma avvantaggiandosi di ben maggiori possibilità dinamiche.

con la lucidità, la precisione e la distanza con cui Jean Echenoz descrive gli oggetti che circondano Ravel. Romanzo dell’artista, Ravel finisce per coglierne senza nessuna forzatura o convenzione quella leggera sospensione che possiede ogni atto del compositore francese. E nemmeno il racconto, come la vita di Ravel, si riprenderà dall’incidente stradale dell’autunno 1932: da questo momento il musicista comincia a perdere i pensieri, le parole, mentre il romanzo accelera la conclusione, che coincide con la morte... «Il mio Quartetto in fa risponde ad una volontà di costruzione musicale senza dubbio realizzata in maniera imperfetta, ma che pure appare molto più netta che in altre mie precedenti composizioni», scrive con assoluta discrezione Maurice Ravel a proposito della sua opera, composta fra il dicembre 1902 e l’aprile dell’anno seguente. Anni dopo proverà ad apportare qualche correzione, ma Debussy gli intimerà di lasciar perdere e conservare il Quartetto nella sua inalterata freschezza, che calza come un guanto alla descrizione che in quegli anni ne diede l’amico Emile Vuillermoz: «Il quartetto è considerato qui come un unico strumento a sedici corde che sembra muovere un solo archetto. Con questa

forma musicale difficile per elezione e che ha intimidito tanti bravi musicisti, Ravel dimostra una familiarità sorprendente. Ha scoperto tanti effetti assolutamente nuovi nel pizzicato. L’architettura è sorvegliatissima e rispetta le regole classiche del genere. Pochi compositori moderni possono vantarsi di una tale fantasia e di tanta disciplina». E che miniera inesauribile di idee. Tanto inesauribile da precludere ogni possibilità di continuare a scrivere quartetti. Inquietante leggerezza della modernità: sa nascondere il peso e l’angoscia della creazione o della ripetizione o perfino del silenzio. Ma un quartetto di Debussy o di Ravel – anzi il loro unico Quartetto – che spazio deve occupare nella loro fortuna rispetto ad un quartetto – uno dei diciassette – di Beethoven? Certo il rilievo che merita un pezzo unico, un prototipo che non contempla l’ipotesi di una costruzione in serie. Per Ravel il genere si esaurisce molto semplicemente in questo unico esemplare che nel secondo tempo, Assez vif – Très Rythmé, concentra una tale quantità di risorse sonore da lasciare sbalorditi, mentre l’ironia si impossessa della curva su cui Ravel distende l’ultimo movimento, così denso di vibrazioni.

Lo sapevate che... Tre dei quattro componenti del Mandelring sono fratelli, e il gruppo deve il suo nome alla via in cui vivevano da bambini nella città tedesca di Neustadt an der Weinstrasse
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MUSICA INSIEME

Con l’eloquente titolo 2013: A Year of Anniversaries, il celebre sestetto a cappella inglese approda a Musica Insieme con un’antologia che celebra tre ricorrenze importanti, attraverso i secoli e l’Europa
di Mariateresa Storino

Voci nel tempo

T

Lunedì 10 dicembre 2012

alvolta la vita di un artista sovrasta le sue creazioni al punto da indurre gli studiosi ad un’interpretazione esclusiva della sua opera attraverso la lente della biografia. Così fu per il principe Carlo Gesualdo da Venosa, i cui «occhi piccoli e inclinati, sopracciglia sottili, ma molto marcate, bocca minuta, chiusa e sensibile, naso aquilino, fronte e mento leggermente sfuggenti», ritratti in una pala d’altare di Giovanni Balducci (conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vergine a Gesualdo, Avellino), venivano interpretati, ancora all’inizio del Novecento, come segno inequivocabile di un carattere perverso, crudele e prepotente, le cui asperità si incarnavano in creazioni audaci, inaudite e visionarie. Certo Gesualdo si era macchiato di un duplice orrendo delitto alla scoperta della moglie in flagrante adulterio, ma dopo quell’episodio la sua condotta era stata esemplare. Gli si perdonarono così alcune stranezze, e grazie al titolo nobiliare e ai vasti possedimenti feudali il principe poté dedicarsi interamente alla musica e alla forma vocale polifonica da lui prediletta, che dominò incontrastata il periodo rinascimentale: il madrigale. Destinato ad un pubblico aristocratico e forte degli influssi della riforma della lingua italiana, nel Cinquecento il madrigale diventa una sorta di lingua comune colta, in cui la musica è dedita all’intensificazione espressiva del testo. L’illustre tradizione poetica è al centro della prima fase creativa di Gesualdo (non fu certo ininfluente il soggiorno di Torquato Tasso presso la sua corte dal 1588 al 1592), ma, trasferitosi a Ferrara nel 1595, il principe inizia a disinteressarsi della qualità letteraria dei versi e, fortemente impressionato dai musicisti della corte

LUNEDÌ 10 DICEMBRE 2012 AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30

THE KING’S SINGERS
DAVID HURLEY controtenore TIMOTHY WAYNE-WRIGHT controtenore PAUL PHOENIX tenore CHRISTOPHER BRUERTON baritono CHRISTOPHER GABBITAS baritono JONATHAN HOWARD basso
Carlo Gesualdo dal Quinto Libro di madrigali: “Gioite voi col canto” “Mercé grido piangendo” “Poiché l’avida sete” “Ma tu, cagion di quella atroce pena” Benjamin Britten da Sacred and Profane op. 91: “St Godric’s Hymn” - “I mon waxe wod” “Carol” - “Ye that pasen by” Francis Poulenc Sei Chansons françaises: “La belle si nous étions” “Ah! Mon beau laboureur” “Clic, clac, dansez sabots” “Pilons l’orge” “La belle se sied au pied de la tour” “Les tisserands” Felix Mendelssohn-Bartholdy Der erste Frühlingstag op. 48

Introduzione a cura dei King’s Singers

estense (Luzzasco Luzzaschi in primis e il trio di dame), accentua la ricerca cromatica e manifesta una particolare predilezione per testi aforistici dai bruschi trapassi discorsivi tra abissi di dolore e affetti gaudiosi, confacenti al gioco sonoro. Rientrato a Napoli nel 1597, quel carattere «perverso, crudele e prepotente», «funestato e tormentato da un’orda di demoni», assume i tratti di un’anima dall’indicibile malinconia, compagna privilegiata dell’ispirazione. Gesualdo si ritira nel suo castello, attorniato da una

corte di musicisti e letterati; qui imprime il suo sigillo sul V e il VI Libro di madrigali (1611). In queste due raccolte si consolidano i tratti di una personalissima scrittura, pervasa da tessiture contrastate, cambiamenti ritmici improvvisi, cromatismo estremo. Nel V Libro il contenuto espressivo è esasperato, la lacerazione dell’anima s’incarna nella dissonanza. L’incipit di Gioite voi col canto sembrerebbe preludere ad affetti gioiosi, ma, poche battute, e il diletto promesso svanisce: il «misero core» del cantore, affranto dall’indifferenza dell’amata, si strugge nel desolante verso «mentre io piango e sospiro». All’invocazione Mercé grido piangendo segue il silenzio, così che il musicista della malinconia si abbandona alla morte («Io moro») addensando la scrittura in motivi brevi, che si susseguono rapidamente in una sospensione tonale da «mal di mare musicale» (Alfred Einstein). Il discorso polifonico gesualdiano si struttura come un mosaico, con sezioni che si contrappongono e giustappongono negando ogni continuità; la cadenza perde la sua funzione di interpunzione: ogni singola nota è al servizio del testo, le immagini verbali sono l’unico legame formale al punto che, omettendo i versi, come Stravinskij fece in Ma tu, cagion di quella atroce pena, la musica di Gesualdo suona moderna. In un clima di altrettanto inconsolabile tristezza tutta terrena, ma espressa con un linguaggio rivolto al futuro, il ciclo Sacred and Profane: Eight Medieval Lyrics op. 91 di Benjamin Britten nasce da un orizzonte compositivo rivolto al presente, come ebbe a dichiarare lo stesso compositore: «Voglio che la mia musica sia utile alla gente, che le riesca gradita… Non scrivo per la posterità». Britten completa

In oltre quarant’anni di concerti, The King’s Singers si confermano fra i più acclamati complessi vocali. Definiti dalla rivista Grammophone come «una fusione impeccabilmente accurata, incantevole all’ascolto dalla prima all’ultima nota», tengono oltre 120 concerti all’anno, esibendosi in tutto il mondo, ospiti di sale prestigiose come la Royal Albert Hall londinese, il Concertgebouw di Amsterdam, la Philharmonie di Berlino, la Salle Gaveau di Parigi. Hanno collaborato fra gli altri con Emanuel Ax, Evelyn Glennie, Kiri Te Kanawa, Manuel Barrueco, oltre a commissionare nuove opere a compositori quali György Ligeti, Luciano Berio, Peter Maxwell Davies, Krzysztof Penderecki. Il gruppo è “Prince Consort Ensemble in Residence” al Royal College of Music di Londra e tiene un corso estivo biennale al Festival dello Schleswig-Holstein.

The King’s Singers

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Lunedì 10 dicembre 2012

DA ASCOLTARE
Oltre 150 titoli vanta la discografia del sestetto a cappella più celebre al mondo, dal repertorio vocale “classico” degli ultimi cinque secoli agli arrangiamenti dei successi della canzone, nessun genere – o quasi – escluso: con l’etichetta Signum Classics, del 2008 è la raccolta Simple Gifts, che a Billy Joel e Paul Simon affianca spiritual come Deep River, aggiudicandosi un Grammy Award. Regolari sono poi le uscite natalizie, fino al dvd Christmas del dicembre 2011, antologia di grandi successi dell’Avvento. Ma cospicuo è anche il capitolo contemporaneo, con numerose incisioni, la più recente delle quali è High Flight (Signum 2011). Del luglio 2012 è la loro ultimissima fatica: per celebrare il Giubileo della regina Elisabetta, i sei rendono omaggio con Royal Rhymes & Rounds alla letteratura musicale dei suoi predecessori, con brani che vanno dallo stesso re Enrico VIII a Sir Benjamin Britten.

il ciclo di otto liriche nel 1975. Sua ultima opera corale di ampio respiro, fu eseguita nell’autunno dello stesso anno dal Wilbye Consort di Peter Pears allo Snape Maltings di Aldeburgh, cittadina di pescatori delle Isole Britanniche che il compositore aveva eletto come rifugio nonché come fonte d’ispirazione. Il compositore era religioso, secondo quanto riporta l’amico di una vita Peter Pears. Riconosceva l’esistenza di un potere superiore, ma non accettava che questi fosse costretto in forme istituzionali severamente gerarchizzate. Profondamente mistico, innamorato della bellezza e del potere dell’immaginario sacro, Britten amava la nozione di comunità nell’accezione originaria di condivisione del tutto; da qui la fascinazione per il canto collettivo degli inni, per la liturgia semplice, tratti che la spiritualità medievale possedeva. Sulla base di questa affinità Britten sceglie otto liriche dai temi e stili molto diversi, che coprono l’arco di due secoli (dal XII al XIV). Interpretate polifonicamente a cinque voci, in una tonalità ‘allargata’, in cui l’espressività sgorga da procedure tonali convenzionali, le parole mantengono integra la lingua natia: Britten non modernizza l’inglese poiché la forma medievale crea un effetto magico, esso suona allo stesso tempo foneticamente familiare e semanticamente arcano. Sempre in rispetto del testo originario, il compositore alterna un linguaggio vocale ricco di sfumature: la

sapiente retorica del St Godric’s Hymn fa da preludio all’instabilità di I mon waxe wod (I must go mad), grido del dissidio tra l’ordine del mondo naturale e il dolore dell’umanità ricreato musicalmente nella competizione tra due tonalità; segue la semplice canzone strofica Carol, in cui la storia della fanciulla che vive nella brughiera, simbolicamente la Vergine nel mondo selvaggio prima dell’arrivo di Gesù, appare, fra le interpretazioni possibili, come un gioco tra allegoria sacra e profana. La scrittura armonica aspra e movimentata del lamento di Gesù sulla croce nel planctus del XIV secolo Yet that pasen by fa da preludio al grottesco canto finale A death, pregno di rinvii al memento mori universale e particolare dello stesso autore (la composizione precede di un anno la scomparsa di Britten). Anche in Poulenc è il passato musicale popolare a fungere da materia prima per nuove forme. In questo caso un passato imprecisato, così come sfuocato è il significato di musica popolare. «Musica popolare è il folklore del XX secolo», dichiara apoditticamente Poulenc. Nel 1945, dopo aver completato l’orchestrazione de Les mamelles de Tirésias su testo di Apollinaire, Poulenc lavora alle Chansons françaises. In pochi mesi riveste per coro polifonico a cappella otto canti tradizionali francesi, in uno stile perfettamente in linea con il suo spirito ironico e scanzonato. Il compositore si mantiene fedele alle intonazioni originali, intro-

duce solo alcuni cambiamenti di metro e di ritmo, qualche passaggio dissonante, sottili cromatismi e modifiche di tessitura e di armonizzazione al fine di mitigare la monotonia derivante dalla stroficità delle melodie originarie. La varietà è garantita dalla vitalità delle immagini verbali e dall’intensificazione offerta dalla realizzazione polifonica: il quasi onnipresente “clic clac”, suono onomatopeico per il rumore di zoccoli e bombarde che pervadono Clic, clac dansez sabots, lo scambio tra voci del “tirez vous ci, tirez vous la” di Pilons l’orge (letteralmente “Bacchettiamo l’orzo”). Non mancano tratti di una soffusa malinconia nel triste destino de La belle se sied au pied de la tour in cui la fanciulla piange l’amato rinchiuso nella torre e condannato all’impiccagione, ma l’insieme scorre in un’atmosfera naif e sentimentale. Il ciclo di Felix Mendelssohn Sechs Lieder op. 48 condivide con le Chansons françaises la suggestione delle immagini verbali, la varietà dei modi e la semplicità vocale. Composto nel 1839, a seguito della profonda impressione ricevuta da Mendelssohn da un’esecuzione di sue composizioni corali in una festa campestre a lume di lanterna in una sera d’estate, l’insieme dei sei Lieder si allinea allo stile dell’ampia produzione per coro che investì il territorio tedesco nella prima metà dell’Ottocento. I versi, opera dei più noti poeti dell’epoca (Uhland, Lenau, Eichendorff ), descrivono la gaiezza dell’anima nella contemplazione del risveglio primaverile, dal presentimento del suo arrivo (Primula veris), al suo sbocciare sancito dal canto dell’allodola (Frühlingsfeier e Lerchengesang), fino alla comparsa del triste vento autunnale (Herbstlied). Il ciclo, noto anche come Der erste Frühlingstag (Il primo giorno di primavera), si snoda su melodie semplici, dall’arco regolare, rivestite di un tessuto armonico elementare; nessun eccesso contrappuntistico, ad eccezione di Lerchengesang, realizzato in forma di canone: tutto scorre in una perfetta fusione tra le voci a simbolo dell’unione tra anime.

Lo sapevate che... Negli anni ’70 la popolarità dei King’s Singers si estese oltreoceano grazie ai frequenti inviti a partecipare ai più seguiti talk show americani, al fianco di Beatles, Doors, Elvis Presley
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PER LEGGERE
Jean-Jacques Eigeldinger,
Chopin visto dai suoi allievi (Astrolabio Editore, 2010)

di Chiara Sirk

IL SOGNO

È arrivato in Italia quattro anni dopo l’edizione francese, del 2006, il volume di Jean-Jacques Eigeldinger, libro di cui non si può fare a meno. Lo ha proposto al pubblico italiano la casa editrice Astrolabio, che per curatore ha voluto Costantino Mastroprimiano, pianista e fortista. L’autore analizza e cita le agende tascabili di Chopin, la sua corrispondenza, i suoi appunti, le partiture annotate di studenti e amici, le testimonianze degli allievi diretti, disegnando un quadro vivo e ricco di sorprese. Chopin si dedicò con generosità e partecipazione all’esperienza di didatta, lasciando segni imperituri nei suoi allievi, numerosi e selezionati. Seguire le tracce delle lezioni, i suggerimenti, la strategia educativa adottata ci porta a conoscere meglio le idee del compositore, su diversi argomenti. Per esempio: «Raccomandava sempre all’allievo di non esercitarsi troppo a lungo senza una pausa e di intercalare le ore di studio con una buona lettura, la contemplazione dei capolavori dell’arte o una passeggiata tonificante». Chopin non ha mai voluto scrivere un trattato d’interpretazione pianistica: questo volume è quanto più può avvicinarsi a quell’opera mai scritta.
Alessandro Zignani,
Musiche incompiute. Di cosa è morta la musica classica? (Zecchini, 2012)

DI SCELSI
Nell’intimo e inedito autoritratto di uno fra i massimi protagonisti del Novecento, emerge anche un prezioso spaccato della nostra storia recente

Quelli di Alessandro Zignani sono tra i più curiosi, coinvolgenti e irridenti volumi dedicati alla musica degli ultimi anni. Musiche incompiute. Di cosa è morta la musica classica?, l’ultima sua opera (Zecchini editore), affronta le “incompiute” di vari autori, affondando la penna nelle turbe psichiche e nelle derive psichiatriche, nelle caratteristiche fisiche e nelle convinzioni metafisiche di Schubert, Wagner, Bruckner, Elgar e altri, così spiegando perché un compositore non termina un’opera. Si parte con Sibelius e si arriva fino a Puccini. Gran finale dedicato a Skrjabin. Con uno stile inconfondibile, l’autore costruisce 150 pagine su ciò di cui – aveva premesso – sarebbe meglio non impicciarsi. Solo motivazioni umane e umanistiche ci portano a disquisire su questi “torsi” e un’irragionevole, arbitraria voglia di compiutezza spinge musicologi e direttori a finirli, perfino. I compositori più avveduti hanno risolto il problema alla radice distruggendo ciò che non li convinceva o che non erano riusciti a terminare. Grazie agli altri si riescono a scrivere interi volumi, alcuni, come questo, di gradevolissima lettura.
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Di Giacinto Scelsi e della sua musica c’è stata un’innegabile rimozione. Troppo tradizionale per alcuni, troppo moderno per altri (compreso uno zio, che, wagneriano convinto, lo diseredò), poco classificabile in genere, su di lui è caduto quel disinteresse che prelude spesso all’oblio. Eppure sarebbe tutta da scoprire la sua musica, sorretta da cultura e profondità di pensiero. Per avvicinarsi a questo protagonista del Novecento è senz’altro utile il volume Il sogno 101 (Edizioni Quodlibet, 510 pagine), diviso in due parti. La prima, più estesa, fu dettata dal compositore al registratore nel marzo 1973. Scelsi, nelle sue volontà, espresse il desiderio che l’eventuale pubblicazione integrale avvenisse almeno quindici anni dopo la sua morte. Scomparso l’8 agosto 1988, il momento di portare alla luce quel lungo monologo in cui raccontava ricordi, aneddoti, riflessioni filosofiche, considerazioni di carattere estetico e teorico da un po’ è arrivato. Nella seconda parte, “Il ritorno”, il compositore descrive in forma poetica una visione post-mortem. L’opera era già stata pubblicata dall’editore Le parole gelate nel 1982, senza il nome dell’autore, come da richiesta di Scelsi. Il libro, curato da Luciano Martinis e Alessandra Carlotta Pellegrini, con un saggio introduttivo di Quirino Principe e un omaggio di Sylvano Bussotti,

ha un deciso taglio biografico. Troviamo un’umanità gattopardesca, fatta di una nobiltà antica, con riti démodé, e di una più giovane, bizzarra ed eccentrica; e la storia, quella di un’Europa colta, benestante, che a Scelsi però non basta. Così a Londra e Parigi seguono l’India e il Nepal: figlio di un temerario pilota d’aereo, Scelsi fu un intrepido esploratore all’interno del suono e dello spirito. Disinteressato dell’attuale («… le rivoluzioni, le dittature: prima sugli altari e poi nella polvere [...] tutti questi sono eczemi o brufoli sulla pelle dell’umanità; e, quando s’infettano, gli uomini muoiono a milioni»), cercò l’eterno, dovunque potesse trovarlo. Lo fece con curiosità e semplicità. Poi, sapendo come vanno le cose, decise di lasciare la propria autobiografia, perché nessuno potesse inventarsi quello che non era stato. In queste pagine tanti i nomi noti: Stockhausen e Boulez, Padre Pio e Mussolini, Peggy Guggenheim e John Cage. Una memoria prodigiosa e una capacità d’analisi capace di unire profondità e sintesi hanno consentito a Scelsi di ripercorrere incontri, viaggi, conoscenze in modo perspicace, consegnandoci non solo la sua vita, ma anche un bel ritratto di un mondo che non c’è più.
Giacinto Scelsi, Il Sogno 101 (Quodlibet, 2010)

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DA ASCOLTARE

di Lucio Mazzi

ARMONIE ROMANTICHE

Ai fuochi d’artificio alla francese di Bell e Denk rispondono i capolavori di Brahms e Schubert, che fra le mani del duo Chiesa-Baglini acquisiscono nuova vita. E l’antologia vocale dei King’s Singers strizza l’occhio al pop

Silvia Chiesa, violoncello Maurizio Baglini, pianoforte
Cello Sonatas (Decca, 2011)

Ora, il discorso è semplice: se è possibile regalare un po’ di “modernità” alla musica romantica senza violarne né i presupposti, né la filosofia, forse è possibile ridare a questo tipo di repertorio, spesso vittima di esecuzioni troppo enfatiche e passionali, una nuova vita. Rischiando di urtare qualche sensibilità eccessivamente… rétro (magari senza curarsene affatto: evviva!), Chiesa e Baglini affrontano in maniera sobria ma con immensa eleganza le sonate per violoncello e pianoforte di Brahms (n. 1 op. 38, e n. 2 op. 99) e Schubert (Arpeggione), proponendole proprio in quest’ordine che ribalta quello cronologico (e nel libretto del cd spiegano perché). E una cosa importante, rispetto a tante interpretazioni precedenti dei tre lavori, riescono a dirla: che i capolavori (magari certi capolavori) del romanticismo non hanno ancora finito di raccontarci qualcosa, se li si sa interrogare. Soprattutto quell’Arpeggione che nel lirismo e nelle sfumature espressive del duo trova il riscatto da troppe esecuzioni che nei decenni l’hanno maltrattato.
The King’s Singers
Swimming over London (Signum, 2010)

Solo la classe e l’abilità dei sei King’s Singers (ovviamente sempre a cappella) permette di ascoltare una accanto all’altra composizioni di Pat Metheny, Hogey Carmichael, Nat King Cole, Michael Bublé o Mika (!), brani dal sapore jazz, reminiscenze caraibiche o ammiccamenti pop, senza che all’orecchio vengano imposti improbabili salti mortali. A garantire una necessaria uniformità stilistica, infatti, se non il materiale proposto, almeno arrangiamenti e sonorità. Attenzione, però: uniformità, non ripetitività, riuscendo questo lavoro ad evitare quello che di questo tipo di operazioni (e, diciamolo, di questo tipo di ensemble) è il pericolo sempre in agguato: la noia. I vellutatissimi impasti vocali dell’ensemble nobilitano anche alcune composizioni originali: della finlandese Mia Makaroff, dell’ex King’s Bob Chilcott, di Ysaye Barwel dei Sweet Honey in the Rock e di Roger Treece, che ricordiamo già al fianco di Manhattan Transfer (paralleli inevitabili) e Bobby McFerrin. Forse, qua e là, qualche strizzata d’occhio di troppo al pop, ma in operazioni da… largo pubblico come queste probabilmente è inevitabile.

C’è un modo per esprimere il carattere francese della musica francese: trovare suoni che «fluttuino e planino, armonie che si dissolvano nell’aria come un profumo». Parole (e musica) del pianista Jeremy Denk, che con il violinista Joshua Bell ha affrontato tre capolavori francesi (la poco registrata Sonata n. 1 in re minore di Saint-Saëns, la Sonata in la maggiore di Franck e la Sonata per violino e pianoforte di Ravel) attenendosi proprio a questo principio. Ne abbiamo una dimostrazione, subito in apertura, con Saint-Saëns. Affrontato con grandissima misura, traendo – soprattutto Bell – dal proprio strumento suoni naturali e poetici, mai forzati. Senza peraltro rinunciare a nessuna delle emozioni suggerite dalla pagina e concludendo con quel «sacco di fuochi d’artificio» di cui parlava il New York Times in occasione di una loro presentazione del pezzo nel 2010. Una ricetta che funziona anche nella Sonata di Franck, particolarmente impegnativa, non tanto perché, in quanto eseguitissima, impone tutta una serie di confronti con precedenti proposte, ma perché quella che viene considerata una delle migliori sonate per violino mai scritte si dipana tra una gamma di climi e stati d’animo amplissima che è fondamentale saper seguire: dalla passione sfrenata alla sublime serenità, dal sognante primo movimento al gioioso Finale. Ma in questo caso, per la perfezione della loro esecuzione, Bell e Denk devono ringraziare il fatto di avere con il brano una sorta di filo diretto: il primo ha studiato con Josef Gingold, allievo di Eugène Ysaÿe, che fu dedicatario del pezzo, il secondo con György Sebok, che di Gingold era amico. Basterebbe questo per un’esecuzione tanto convincente? Sicuramente no, come non bastano le frequentazioni gershwiniane di Bell per spiegare la sua perfetta sintonia con le tentazioni jazz e la grinta della Sonata di Ravel: niente di ciò che si può studiare e apprendere può rendere un duo (prima ancora che due grandi artisti) in grado di regalare le sensazioni suggerite da questo album. Per quello ci vuole un dono. Che Bell e Denk, evidentemente, hanno.
Joshua Bell, violino - Jeremy Denk, pianoforte
French impressions (Sony, 2012)

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Editore
Fondazione Musica Insieme Galleria Cavour, 3 – 40124 Bologna Tel. 051 271932

Direttore responsabile
Fabrizio Festa

In redazione
Bruno Borsari, Fulvia de Colle, Marco Fier, Cristina Fossati, Roberto Massacesi

Hanno collaborato
Sara Bacchini, Elisabetta Collina, Maria Pace Marzocchi, Lucio Mazzi, Maria Chiara Mazzi, Giordano Montecchi, Maddalena Pellegrini, Bianca Riccardi, Chiara Sirk, Mariateresa Storino, Alessandro Taverna

Grafica e impaginazione
Kore Edizioni - Bologna

Stampa
Grafiche Zanini - Anzola Emilia (Bologna) Registrazione al Tribunale di Bologna n° 6975 del 31-01-2000

Musica Insieme ringrazia:
ASCOM BOLOGNA, BANCA DI BOLOGNA, BANCA ETRURIA, BANCA POPOLARE DELL’EMILIA ROMAGNA, BANCO DI DESIO E DELLA BRIANZA, CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA DI BOLOGNA, CASSA DI RISPARMIO DI BOLOGNA, CASSA DI RISPARMIO DI CENTO, COCCHI TECHNOLOGY, COOP ADRIATICA, COOPERATIVA EDIFICATRICE ANSALONI, COSWELL, COTABO, CSR CONGRESSI, EMILBANCA, FATRO, FONDAZIONE CAMST, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO IN BOLOGNA, FONDAZIONE DEL MONTE DI BOLOGNA E RAVENNA, GRAFICHE ZANINI, GRUPPO GRANAROLO, GRUPPO HERA, GUERMANDI.IT, MAX INFORMATION, M. CASALE BAUER, PELLICONI, PILOT, S.O.S. GRAPHICS, UNICREDIT BANCA, UNINDUSTRIA, UNIPOL BANCA, UNIPOL GRUPPO FINANZIARIO MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI, REGIONE EMILIA-ROMAGNA PROVINCIA DI BOLOGNA, COMUNE DI BOLOGNA

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