Perché stiamo perdendo la guerra in Afghanistan

Ma chi sono davvero i nostri nemici? Perché si parla spesso di “galassia” talebana? In effetti un'altra cosa che i nostri media omettono di dire è che i “talebani” come gruppo unitario e definito non esistono, ma la definizione serve per poter disporre di un nemico preciso. Gli insurgents in realtà raggruppano una congerie piuttosto multiforme di uomini, in parte provenienti dalle frange del radicalismo islamico mondiale (sauditi, pakistani, ceceni tra gli altri), in parte dalle diverse tribù pashtun delle vallate afghane meridionali e dalle altre etnie (tagike, uzbeke, hazare e dare) che compongono lo stato afghano. Gli scopi e le finalità di questi combattenti sono piuttosto eterogenei e mutevoli, a volte entrando persino in conflitto tra loro, proseguendo peraltro le sanguinose lotte fratricide innescatesi a partire dall'abbandono dell'Afghanistan da parte dei sovietici e interrotte nel 1996 con la salita al potere dei “talebani”. Ma tutti, nessuno escluso, sono accomunati da un odio viscerale verso gli invasori occidentali. Sono combattenti perfetti: sono mediamente molto giovani, sono forti delle loro convinzioni, necessitano di pochissimi dollari al giorno per sostentarsi, sanno nascondersi perfettamente all'interno della popolazione e conoscono perfettamente il territorio, sono addestrati alle più moderne tecniche di combattimento e di guerriglia, dispongono di riserve di armi pressoché infinite. Al contrario le truppe Nato sono numericamente troppo esigue per controllare efficacemente un territorio vasto e montagnoso, scontrandosi con notevoli problematiche logistiche e organizzative e hanno al tempo stesso costi di mantenimento esorbitanti. Può capitare che un piccolo gruppo talebano piazzi un mortaio a pochi km da un aeroporto ISAF e lo comandi con un telecomando dopo essersi posto a debita distanza (una tattica appressa dai consiglieri militari della CIA durante l'invasione sovietica).

La pioggia di granate dei ribelli provoca inizialmente una reazione da parte delle artiglierie più vicine, fino a quando magari non si decide di intervenire con truppe di terra o peggio l'ausilio della copertura aerea. In questo caso si può ricorrere ai giganteschi

bombardieri B-1 che stazionano nei cieli dell'Afghanistan 24 ore su 24 per intervenire in caso di necessità (vedi articolo), quando non ai velivoli delle portaerei della US Navy che incrociano nell'Oceano Indiano con costi facilmente immaginabili. Se poi si considera che a causa del timore di attacchi da terra questi velivoli sganciano il proprio carico bellico da quote comprese tra i 5.000 e i 10.000 metri di quota si capisce perché la popolazione spesso può rimanere vittima dei bombardamenti “intelligenti”. Tutto questo ha un costo: i soldati devono essere equipaggiati, pagati e mantenuti in teatro, un bombardiere B-1 costa circa 60.000 dollari all'ora, ciascun ordigno sganciato contro i terroristi afghani può costare dai 20.000 ai 200.000 dollari in base alla sua sofisticazione. Se poi si pensa che a volte il bombardamento o la reazione della NATO può provocare diverse vittime tra i civili, accrescendo l'ostilità della popolazione, si capisce quanto la strategia occidentale stia fallendo nel proposito di conquistare “i cuori e le menti” degli afghani. Dal 2002 ad oggi il numero di caduti della coalizione è costantemente aumentato per raggiungere il triste record di 711 soldati uccisi nel 2010 con una leggera flessione nel 2011, comunque quasi 600 (vedi grafico). La maggior parte di essi è stata vittima di IED, trappole esplosive lasciate ai bordi delle strade e attivate al passaggio dei convogli. Come conseguenza i Illustrazione 1: Caduti della coalizione in Afghanistan suddivisi per mese feriti sopravvissuti a questi (fonte iCasualties.org) attentati presentano spesso orribili mutilazioni che li segneranno per il resto della loro esistenza. A questo si sommano le sofferenze della popolazione civile, la quale, nonostante negli ultimi tempi abbia visto una diminuzione delle perdite dovute ai bombardamenti della Nato grazie ad un uso più esteso dei drones e di munizionamento a guida laser e GPS, arriva comunque all'impressionante cifra di 12.000 civili uccisi solo a partire dal 2007, anno in cui l'ONU ha iniziato le proprie statistiche, con un pesantissimo fardello di più di 20.000 feriti conteggiati solo dal 2009!! Cosa giustifica questo pesante tributo di sangue e di denaro? Perché la Nato e gli Stati Uniti insistono nel voler portare la democrazia a Kabul? Innanzitutto quel paese si trova, come abbiamo detto all'inizio, in una posizione strategica per il passaggio dei gasdotti e degli oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti kazaki e turkmeni fondamentali per l'Occidente assetato di materie prime e voglioso di affrancarsi dalla dipendenza dai giacimenti russi e di bypassare il territorio del riottoso regime iraniano. Del resto a partire dal lontano 2001 la presenza militare statunitense nell'area è aumentata considerevolmente a partire dall'occupazione del

territorio afghano, proseguendo poi con la guerra al regime di Saddam Hussein. Osservando questa mappa dell'area (vedi mappa) ci si rende conto di quanto si sia fatta consistente la pressione sull'Asia Centrale da parte di NATO e Stati Uniti: al centro della morsa si trova, non a caso, l'Iran. Solo così si possono capire le crescenti tensioni dimostrate dal regime iraniano nei confronti dell'Occidente e di Israele, e le motivazioni sottese anche al conflitto russo-georgiano del 2008. L'Iran, non a caso appoggiato da Russia e Cina, sta agendo in supporto del radicalismo islamico e dei movimenti di insurrezione in tutte le crisi regionali che lo contornano: stiamo parlando dell'Iraq, ma anche della Siria, del Libano e dell'Afghanistan. La Russia di Putin, che ha recentemente annunciato pesantissimi investimenti nel settore degli armamenti terrestri, aeronautici e navali, ha sempre dimostrato la propria insofferenza verso la politica filo-occidentale dei regimi post-comunisti dell'Europa centrale (Polonia, Ucraina, Georgia per citarne alcuni) intervenendo quando militarmente (con la sanguinosissima campagna in Cecenia, il dispiegamento in Ossezia, l'invasione della Georgia), quando attraverso movimenti politici manovrati più o meno direttamente (Ucraina). Un riverbero della tensione esistente tra l'Est e l'Ovest si può anche notare nella politica energetica “dittatoriale” russa, la quale ricorre spesso a più o meno velate minacce di chiusura dei rubinetti del gas per condizionare le scelte di politica estera europee. Non c'è bisogno di spiegare l'importanza che avrebbe la costruzione di gasdotti e oleodotti che affranchino Stati Uniti e Europa dalla schiavitù energetica russa e medio-orientale, diversificando le fonti e permettendo di stipulare contratti con regimi “più amici” degli amici russi o sauditi. Nel giugno del 2010 una commissione appositamente inviata dal Pentagono e comprendente specialisti militari e civili nel campo della geologia, ha segnalato la presenza in Afghanistan di ricchissimi giacimenti di diverse materie prime fondamentali per l'economia mondiale: rame, oro e il fondamentale litio, le cui applicazioni nei settori dell'elettronica di consumo e dell'automotive ne hanno aumentato esponenzialmente la domanda negli ultimi anni. Questi esperti, non a caso inviati dal massimo organo militare degli Stati Uniti, hanno stabilito che in tutto da questi giacimenti si possa ricavare una cifra vicina al triliardo di dollari. Vista la particolare orogenesi della zona (l'alta catena dell'Hindukush) e la presenza di giacimenti analoghi nei paesi confinanti mi sembra improbabile che la cosa fosse sconosciuta molto prima dell'inizio della campagna militare, visto che gli stessi sovietici quando occuparono l'Afghanistan negli anni '80 avevano già individuato queste importanti riserve. Ricapitolando dunque la presenza occidentale in Afghanistan consente di incunearsi in una delle aree più instabili poiché ricche di materie prime indispensabili per il sostentamento del tenore di vita occidentale (e per il mantenimento del profitto delle multinazionali) e di spostare a proprio favore l'equilibrio geopolitico complessivo, minacciando da vicino due dei paesi economicamente più vivaci e più popolosi del Terzo Millennio, India e Cina. L'India, alleato di ferro dell'URSS prima, e della Russia putiniana attualmente mostra di soffrire terribilmente il sostanziale appoggio dato dall'Occidente all'instabile regime pakistano. Ciò ha provocato un deciso aumento delle spese militari e della cooperazione di New Dehli con la Russia, oltre alla riproposizione di diverse rivendicazioni territoriali. La Cina dal canto suo, assetata di petrolio e gas quanto l'Occidente, ha stretto forti legami con l'attuale ceto dirigente afghano in vista del ritiro statunitense sin dal 2001, candidandosi a diventare il primo partner commerciale di Kabul dopo che le armi saranno ridotte al silenzio.

Continua... Di Davide Allegri