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Errico Passaro
on cadenza annuale facciamo un “check-up” alla fantascienza e, nonostante l’ipocondria di tanti suoi scrittori e critici, la troviamo ogni volta in ottima salute, anche grazie alla fuoriuscita dal ristretto e autoreferenziale circuito delle editrici specializzate e al suo approdo nelle collane generaliste. L’evento fantascientifico del 2012 è, al momento in cui scriviamo, l’uscita di “Zero History” di William Gibson (Fanucci, sotto marchio Chrono), in cui Holly, ex-rocker e giornalista, e Milgrim, ex-tossico privo di un passato, sono i protagonisti di una caccia ad una sigla di abbigliamento così esclusiva da risultare segreta, il “brand” Gabriel Hounds: la ricerca si sviluppa tra Londra, Parigi e Stati Uniti, senza lesinare in gadget tecnologici come una tshirt in grado rendere invisibili alle telecamere. Che cos’è “Zero History” Proviamo a rispondere giocando con gli “strilli” di copertina. “Thriller distopico a sfondo tecnologico”, lo definisce “The New York Times”, ma il riferimento ad un’utopia negativa appare un po’ forzato, dal momento che il futuro di Gibson assomiglia anche troppo al nostro presente. “Gibson evoca il divino nelle pieghe del quotidiano”, sentenzia “The Washington Post Book World”: la frase suona bene, ma non trova alcun riscontro nel testo. Dal “San Francisco Examiner & Chronicle” veniamo a sapere che “le sue visioni sono di straordinaria bellezza. William Gibson è il grande poeta delle masse”, al che noi ci sentiamo di ribattere che Gibson ci sembra semmai, fin dai tempi del suo periodo “cyberpunk”, il poeta delle elitè, delle avanguardie artistiche, delle aristocrazie economiche, dei pionieri scientifici. “The Boston Globe” parla di “uno dei più visionari, originale e influenti scrittori della scena letteraria”, il che ci sembra un’esagerazione bella e buona. Meno sensazionalista e più calzante il giudizio del “Milwaukee Journal Sentinel”, secondo cui “Zero History” è “un modo intelligente di esplorare percorsi alternativi attraverso la cultura globale di oggi”. Circostanzia questa affermazione “Bookmarks Magazine”, quando ci spiega che “Gibson porta i lettori in un’avventura selvaggia che comprende la moda, il complesso militar-industriale, il marketing virale, l’antropologia comportamentale, la dipendenza; e riesce a tessere tutti questi fili in un insieme coeso e godibile.”. Ecco, questa

DOMENICA 15 LUGLIO 2012

C

Il caposcuola del genere «Sognare in pubblico è una parte importante del nostro lavoro descrittivo, come scrittori di scienza, ma ci sono brutti sogni così come bei sogni. Siamo sognatori, si vede, ma siamo anche una specie di realisti». Così William Gibson, a proposito della sua narrativa “cyberpunk”. Americano di

nascita, 64 anni, vive a Vancouver. Ha debuttato molto presto nel mondo della fantascienza con “La notte che bruciammo Chrome”. Il suo romanzo “Neuromante” è considerato il manifesto del movimento cyberpunk. Fino ad oggi Neuromancer è l’unico romanzo ad aver ricevuto tutti e tre i maggiori premi americani di SF: Hugo

Award - Nebula Award - Philip K.Dick Memorial Award. A lui si deve la coniazione del termine cyberspazio e il grande merito di aver saputo immaginare Internet e la realtà virtuale prima che esistessero. A proposito della fantascienza, il suo pensiero è inquadrato in poche parole: «Il futuro è già qui, è solo mal distribuito».

Il

vatedel cyberpunk vira sul fantathriller
Meno potente di “Neuromante” Nel complesso, il romanzo non ha la potenza visionaria di “Neuromante”, il testo che ha fatto conoscere al mondo Gibson, ma ha una sua forza di denuncia della deriva consumistica della nostra civiltà, sempre più ostaggio della manipolazione pubblicitaria e del chiacchiericcio digitale che la trasformano – per usare le stesse parole dell’autore – in una “iperrealta spettrale e metastizzata”; e tuttavia Gibson si fa un vanto di non scadere nella nostalgia dei tempi andati, ma di cercare il modo migliorare di sfruttare il buono dell’evoluzione scientifica applicata alla vita quotidiana. Ma Gibson non è un caso isolato. A far corona a questa importante uscita sta una gran quantità di pubblicazioni di rilievo, che non ci possiamo esimere dal segnalare. “L’ultimo giorno” di Glenn Cooper (Nord) cavalca il filone apocalittico, affidando le sorti finali del pianeta ad una misteriosa sostanza chiamata “bliss”. Nel 2025 la cultura di biologie ibride trasforma gli sportivi del futuro in giocatori “potenziati”: è lo spunto de “Le

è una buona sintesi, a cui ci sentiamo di aderire, insieme a quella di Giuliano Aluffi che, sul “Venerdì” di Repubblica” parla di un’“avveniristica visione del marketing come arena di spionaggio globale”. Per quanto ci riguarda, il pregio di questo romanzo sta proprio nella rappresentazione di una società disfunzionale, figlia dei nostri tempi, mentre il difetto sta in alcune contorsioni della trama e nel compiacimento di certi dettagli d’ambiente, con qualche pagina in sospetto di pubblicità (nemmeno troppo) occulta.

quattro dita della morte” di Rick Moody (Bompiani). Ancora fresco e godibile come in origine un romanzo del ‘72 di Ira Levin, “La donna perfetta” (Superbeat), riproposto dopo la versione cinematografica del 2004: in un’apparentemente “normale” cittadina statunitense, gli uomini del luogo hanno trasformato le mogli in automi ubbidienti e seducenti. Un recupero meritorio anche “Città delle illusioni” di Ursula K. Le Guin (Gargoyle Books), ambientato in una Terra del futuro dove la comunità umana, succube di esseri superiori, si trova ad affrontare l’arcano di uno straniero dagli occhi privi di iridi, senza nome e senza passato. Fra i lavori italiani, citiamo “Ferro Sette” di Francesco Troccoli (Curcio), dove Dominatori e Reietti si scontrano sullo sfondo di un universo fortemente antropizzato. Insomma, fantascienza ancora ben presente sul mercato, per la gioia dello zoccolo duro dei suoi appassionati storici.

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