CAMPI ELETTROMAGNETICI

Kurt Lechner
Prefazione
Le conoscenze sperimentali e teoriche acquisite finora sul comportamento della materia
a livello microscopico, portano a concludere che l’interezza dei fenomeni fisici microscopici
pu`o essere interpretata assumendo che tutta la materia sia costituita da particelle elemen-
tari puntiformi, soggette a solo quattro tipi di interazioni fondamentali: gravitazionale,
elettromagnetica, debole e forte. Tra queste l’interazione gravitazionale `e quella nota da
pi` u tempo, mentre quella elettromagnetica `e la pi` u studiata avendo trovato una sua solida
formulazione teorica nell’Elettrodinamica Quantistica, a met`a del secolo scorso. La quasi
totalit`a dei fenomeni fisici quotidiani – dalla stabilit`a della materia alla propagazione della
luce – `e infatti riconducibile a questa teoria. Le interazioni deboli e forti, che a differenza
di quelle elettromagnetica e gravitazionale si manifestano solo a distanze microscopiche,
hanno trovato una formulazione analoga nell’ambito del Modello Standard delle particelle
elementari – che include la stessa Elettrodinamica Quantistica – mentre l’interazione gra-
vitazionale risulta tuttora in conflitto con le leggi della Meccanica Quantistica, nonostante
i progressi maturati nell’ambito della Teoria delle Superstringhe.
Nonostante il comune ruolo di mediatrici dell’azione reciproca tra i costituenti ele-
mentari della natura, ciascuna delle quattro interazioni fondamentali `e contrassegnata da
propriet`a esclusive tali da comportare fenomeni fisici peculiari. Cos`ı le interazioni forti
sono le sole a dar luogo al fenomeno del confinamento, che confina i quark e i gluoni
all’interno dei nucleoni, mentre le interazioni deboli sono le uniche ad essere mediate da
particelle massive, le W
±
e la Z
0
. Analogamente l’interazione elettromagnetica `e l’unica
a essere mediata da particelle – i fotoni – le quali, non essendo dotate di carica elettrica
non sono soggette a loro volta a un’interazione elettromagnetica reciproca. E infine, l’in-
terazione gravitazionale `e l’unica che si esercita tra tutte le particelle elementari, compresi
i mediatori delle interazioni stesse.
Di fronte a queste distinzioni importanti appare alquanto sorprendente come le quattro
interazioni fondamentali siano rette da un’impalcatura teorica comune, che ne determina
fortemente la struttura generale; impalcatura elegante nella sua forma e matematicamen-
te solida, le cui profonde origini fisiche sono in parte ancora da scoprire. Tra i pilastri
principali di questa impalcatura unificante ricordiamo i seguenti: tutte le interazioni fon-
damentali soddisfano il principio di relativit`a einsteiniana e ammettono una formulazione
covariante a vista, con conseguente conservazione del quadrimomento e del momento an-
golare quadridimensionale. Ciascunca delle interazioni `e mediata da una o pi` u particelle
bosoniche, rappresentate a livello classico da un insieme di campi vettoriali ¦A
µ
¦, la cui
dinamica `e controllata da un’invarianza di gauge locale. Il teorema di Noether associa
poi a ciascun bosone vettore una grandezza conservata. Infine, il pilastro forse pi` u miste-
rioso ma non per questo meno fondante `e rappresentato dal fatto che l’intera dinamica
riguardante l’insieme delle interazioni fondamentali pu`o essere dedotta da un principio
variazionale.
Il presente testo costituisce un trattato sull’Elettrodinamica classica di particelle pun-
tiformi, ed `e stato costruito attorno agli argomenti svolti nel corso “Campi Elettroma-
gnetici” che ho tenuto negli anni accademici 2004/05–2008/09 per la Laurea Magistrale
in Fisica presso l’Universit` a di Padova. Nella sua stesura mi sono fatto guidare in prima
linea dall’intento di enucleare gli aspetti che accomunano l’Elettrodinamica alle altre inte-
razioni fondamentali – vale a dire i pilastri sopra nominati – mettendo anche in evidenza,
ove possibile, analogie e differenze. La rinuncia pi` u pesante che questa impostazione ha
comportato consiste nell’aver trascurato quasi completamente l’argomento importante dei
campi elettromagnetici nei materiali.
Le altre linee guida che ho seguito si riassumono come segue. Ho cercato di formulare
l’Elettrodinamica classica come una teoria basata su un sistema di postulati – essenzial-
mente il principio di relativit`a einsteininana e le equazioni di Maxwell e di Lorentz – da
cui l’intera e ricca fenomenologia delle interazioni elettromagnetiche tra particelle cariche
pu`o essere dedotta in modo stringente. Per poter impostare queste equazioni in modo
matematicamente rigoroso `e indispensabile ambientarle nello spazio delle distribuzioni.
Particolare attenzione `e poi stata dedicata alle propriet`a di consistenza interna e fisica
dell’Elettrodinamica. In questo contesto viene svolta un’analisi accurata delle divergenze
ultraviolette che accompagnano la reazione di radiazione, e che rendono l’Elettrodinami-
ca classica – in ultima analisi – una teoria internamente inconsistente. Ogni argomento
teorico `e illustrato con una serie di esempi fisicamente rilevanti che vengono svolti in
dettaglio, cos`ı come l’introduzione di ogni nuovo strumento matematico viene motivata
e accompagnata da esemplificazioni pratiche. Infine, la soluzione dei problemi proposti a
conclusione dei capitoli comporta una migliore comprensione di alcuni argomenti trattati
nel testo, pur non condizionando la comprensione dei capitoli successivi.
Organizzazione del materiale. A grandi linee gli argomenti del testo sono suddivisi in
tre parti. La prima parte (capitoli 1–4) espone le basi concettuali e matematiche su cui si
fonda la costruzione dell’Elettrodinamica di un sistema di particelle cariche puntiformi.
Questa parte iniziale presenta in particolare gli strumenti matematici necessari per una
formulazione precisa della teoria, vale a dire il formalismo covariante come sede naturale
di una qualsiasi teoria relativistica, e la teoria delle distribuzioni, strumento indispensa-
bile per una trattazione corretta delle singolarit`a implicate dalla natura puntiforme delle
particelle cariche. Dopo l’introduzione delle equazioni fondamentali dell’Elettrodinamica
– le equazioni di Maxwell e di Lorentz – e una loro analisi strutturale preliminare, si ana-
lizzano le leggi di conservazione da esse implicate. Conclude la prima parte l’introduzione
del metodo variazionale. Questo metodo viene presentato come approccio alternativo per
la formulazione di una generica teoria di campo che ne codifica la dinamica in modo con-
ciso ed elegante, e come ingrediente fondamentale per la validit`a del teorema di Noether.
Lo stretto nesso esistente in generale tra questo teorema e il principio variazionale viene
poi esemplificato in dettaglio nel caso dell’Elettrodinamica di particelle puntiformi.
La seconda parte (capitoli 5–11) – la pi` u estesa – verte maggiormente sulle applica-
zioni dell’Elettrodinamica e comprende in particolare una trattazione sistematica della
generazione di campi elettromagnetici da parte di particelle cariche in moto arbitrario,
e un’analisi approfondita del fenomeno dell’irraggiamento, sia nel limite non relativistico
che in quello ultrarelativistico. Cos`ı si svolge un’analisi sistematica delle distribuzioni an-
golare e spettrale della radiazione emessa in diverse situazioni fisicamente rilevanti, come
ad esempio quelle riguardanti le antenne, gli acceleratori ultrarelativistici, le collisioni tra
particelle cariche e la diffusione della radiazione da parte di particelle cariche. In questa
parte vengono inoltre trattati in dettaglio alcuni argomenti che nei libri di testo raramente
vengono presentati in modo sistematico. Cos`ı si risolve, ad esempio, il problema del cam-
po elettromagnetico creato da una particella carica priva di massa, si esegue un confronto
dettagliato tra la radiazione elettromagnetica e quella gravitazionale, e si presenta una
trattazione teorica sistematica dell’effetto Cerenkov.
La terza parte (capitoli 12–13) verte su argomenti pi` u speculativi, e delicati, che nei
testi spesso vengono trattati con superficialit`a. Il capitolo 12 `e dedicato alla reazione
di radiazione e affronta con cura il problema delle divergenze ultraviolette da cui essa
`e inevitabilmente affetta. Lo scopo di questo capitolo `e doppio: da un lato si vogliono
enucleare le motivazioni teoriche che ci costringono a sostituire l’equazione di Lorentz
(divergente) – un dogma dell’Elettrodinamica classica – con l’equazione di Lorentz–Dirac.
Dall’altro si vuole illustrare come l’Elettrodinamica che emerge da questa sostituzione `e
affetta da un’inconsistenza interna incurabile, che muta solo di aspetto a seconda del
punto di vista pragmatico che si assume. La seconda parte di questo capitolo `e dedicata
all’altro “problema antico” dell’Elettrodinamica, rappresentato dall’energia infinita del
campo elettromagnetico creato da una particella puntiforme, che mina la stessa legge
di conservazione dell’energia. Sorprendentemente, questo problema ha trovato una sua
soluzione solo una trentina di anni fa, e noi ne presenteremo una versione alternativa in
una veste pi` u moderna, nell’ambito della teoria delle distribuzioni. Infine, il capitolo 13 `e
dedicato ai monopoli magnetici e ha lo scopo di illustrare come l’Elettrodinamica – pur
essendo basata su un sistema di postulati molto rigidi – `e perfettamente compatibile con
l’esistenza in natura di questo nuovo tipo di particelle cariche.
Prerequisiti. Si suppone che il lettore di questo testo possegga conoscenze di base
di Elettromagnetismo classico e abbia familiarit`a con le equazioni di Maxwell e Lorentz
scritte in forma covariante a vista, e in generale con l’uso dei tensori quadridimensionali.
L’origine fisica e gli elementi fondamentali del calcolo tensoriale vengono comunque richia-
mati con un certo grado di completezza e rigore logico nel capitolo 1.
`
E anche richiesto un
minimo di familiarit`a con la teoria delle distribuzioni, in particolare con la distribuzione
δ di Dirac. Tuttavia, gli elementi essenziali riguardanti le distribuzioni e necessari per la
comprensione del testo sono presentati in modo succinto nel capitolo 2. Infine `e utile, ma
non indispensabile, conoscere il metodo variazionale relativo a un sistema lagrangiano con
un numero finito di gradi di libert`a.
Padova, dicembre 2008 Kurt Lechner
Indice
1 I fondamenti della Relativit`a Ristretta 1
1.1 I postulati della Relativit`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2 Trasformazioni di Lorentz e di Poincar´e . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2.1 Linearit`a delle trasformazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2.2 Invarianza dell’intervallo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.3 Leggi fisiche covarianti a vista . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
1.3.1 Calcolo tensoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.4 Struttura del gruppo di Lorentz . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.4.1 Trasformazioni infinitesime e trasformazioni finite . . . . . . . . . . 12
1.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
2 Le equazioni dell’Elettrodinamica 16
2.1 Cinematica di una particella relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
2.2 L’Elettrodinamica di particelle puntiformi . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
2.2.1 Equazione di Lorentz . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.2.2 Identit` a di Bianchi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.2.3 Equazione di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
2.3 La natura distribuzionale del campo elettromagnetico . . . . . . . . . . . . 30
2.3.1 Lo spazio delle distribuzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
2.3.2 Operazioni sulle distribuzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
2.3.3 Identit` a di Bianchi e forme differenziali . . . . . . . . . . . . . . . . 37
2.3.4 Il campo elettromagnetico della particella statica . . . . . . . . . . 40
2.4 Le costanti del moto dell’Elettrodinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
2.4.1 Conservazione e invarianza della carica elettrica . . . . . . . . . . . 44
2.4.2 Tensore energia–impulso e conservazione del quadrimomento . . . . 47
2.4.3 Il tensore energia–impulso dell’Elettrodinamica . . . . . . . . . . . 49
2.4.4 Conservazione del momento angolare . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
2.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58
3 Metodi variazionali in teoria di campo 64
3.1 Principio di minima azione in meccanica classica . . . . . . . . . . . . . . . 67
3.2 Principio di minima azione in teoria di campo . . . . . . . . . . . . . . . . 69
3.2.1 Ipersuperfici nello spazio di Minkowski . . . . . . . . . . . . . . . . 72
3.2.2 Invarianza relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
3.2.3 La lagrangiana per l’equazione di Maxwell . . . . . . . . . . . . . . 79
3.3 Il Teorema di Noether . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84
3.3.1 Trasformazioni di Poincar´e infinitesime . . . . . . . . . . . . . . . . 85
3.3.2 Teorema di Noether per il gruppo di Poincar´e . . . . . . . . . . . . 87
3.3.3 Tensore energia–impulso canonico per il campo di Maxwell . . . . . 92
3.4 Costruzione di un tensore energia–impulso simmetrico . . . . . . . . . . . . 93
3.4.1 Tensore energia–impulso simmetrico per il campo di Maxwell . . . . 96
3.5 Densit`a di momento angolare “standard” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
3.6 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98
4 Il metodo variazionale per l’Elettrodinamica di particelle puntiformi 101
4.1 Principio variazionale per una particella libera . . . . . . . . . . . . . . . . 101
4.2 L’azione per l’Elettrodinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 103
4.3 Il teorema di Noether in Elettrodinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107
4.4 Invarianza di gauge e conservazione della carica elettrica . . . . . . . . . . 112
4.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 114
5 Onde elettromagnetiche 115
5.1 I gradi di libert`a del campo elettromagnetico . . . . . . . . . . . . . . . . . 116
5.1.1 I gradi di libert`a in meccanica newtoniana . . . . . . . . . . . . . . 116
5.1.2 I gradi di libert`a in teoria di campo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117
5.1.3 Il problema di Cauchy per l’equazione di Maxwell . . . . . . . . . . 118
5.2 L’equazione delle onde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124
5.2.1 Il problema alle condizioni iniziali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 129
5.3 Soluzioni dell’equazione di Maxwell nel vuoto . . . . . . . . . . . . . . . . 131
5.3.1 Propriet`a delle onde elettromagnetiche elementari . . . . . . . . . . 134
5.3.2 Onde piane ed elicit`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139
5.3.3 Onde elettromagnetiche e invarianza di gauge manifesta . . . . . . . 145
5.4 Effetto Doppler relativistico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151
5.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153
6 Generazione di campi elettromagnetici 157
6.1 Il metodo della funzione di Green: equazione di Poisson . . . . . . . . . . . 158
6.1.1 Una soluzione particolare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159
6.1.2 Validit`a della soluzione e soluzione generale . . . . . . . . . . . . . 163
6.2 Il campo generato da una corrente generica . . . . . . . . . . . . . . . . . . 166
6.2.1 La funzione di Green ritardata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 169
6.2.2 Il potenziale vettore ritardato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 174
6.2.3 Validit`a della soluzione e trasformata di Fourier . . . . . . . . . . . 176
6.3 Campo di una particella in moto rettilineo uniforme . . . . . . . . . . . . . 178
6.3.1 Campo di una particella massiva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 179
6.3.2 Campo di una particella di massa nulla . . . . . . . . . . . . . . . . 183
6.4 Campo di una particella in moto arbitrario . . . . . . . . . . . . . . . . . . 187
6.4.1 Condizioni asintotiche. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 188
6.4.2 I campi di Lienard–Wiechert . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 190
6.4.3 Emissione di radiazione da cariche accelerate . . . . . . . . . . . . . 198
6.4.4 Limite non relativistico e formula di Larmor . . . . . . . . . . . . . 201
6.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 204
7 Irraggiamento 206
7.1 Il campo elettromagnetico nella zona delle onde . . . . . . . . . . . . . . . 208
7.1.1 Emissione di quadrimomento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 211
7.1.2 Sorgenti monocromatiche e onde piane . . . . . . . . . . . . . . . . 212
7.2 La radiazione dell’antenna lineare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 214
7.3 Sviluppi non relativistici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 218
7.3.1 Sviluppo in multipoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 218
7.3.2 La radiazione di dipolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 220
7.3.3 Potenza emessa da un’antenna lineare corta . . . . . . . . . . . . . 226
7.3.4 Diffusione Thomson della radiazione . . . . . . . . . . . . . . . . . 228
7.3.5 Bremsstrahlung dall’interazione coulombiana . . . . . . . . . . . . . 234
7.3.6 La radiazione dell’atomo d’idrogeno classico . . . . . . . . . . . . . 240
7.4 Radiazione di quadrupolo elettrico e di dipolo magnetico . . . . . . . . . . 242
7.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 247
8 La radiazione gravitazionale 252
8.1 Onde gravitazionali e onde elettromagnetiche . . . . . . . . . . . . . . . . . 252
8.2 Le equazioni per un campo gravitazionale debole. . . . . . . . . . . . . . . 253
8.2.1 La relazione con le equazioni di Einstein . . . . . . . . . . . . . . . 255
8.3 Irraggiamento gravitazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 258
8.3.1 Un argomento euristico per la formula di quadrupolo . . . . . . . . 259
8.4 La potenza della radiazione di quadrupolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 261
8.5 La pulsar binaria PSR 1913+16 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 264
8.6 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 268
9 Irraggiamento ultrarelativistico 269
9.1 Generalizzazione relativistica della formula di Larmor . . . . . . . . . . . . 270
9.1.1 Un argomento di covarianza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 271
9.1.2 Deduzione della formula di Larmor relativistica . . . . . . . . . . . 273
9.2 Perdita di energia negli acceleratori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 276
9.2.1 Acceleratori lineari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 278
9.2.2 Acceleratori circolari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 279
9.3 Distribuzione angolare nel limite ultrarelativistico . . . . . . . . . . . . . . 281
9.4 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 284
10 Analisi spettrale 286
10.1 Analisi di Fourier e risultati generali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 286
10.2 Analisi spettrale nel limite non relativistico . . . . . . . . . . . . . . . . . . 289
10.2.1 Bremsstrahlung a spettro continuo e catastrofe infrarossa . . . . . . 291
10.2.2 Bremsstrahlung a spettro discreto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 294
10.3 Analisi spettrale relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 296
10.3.1 Spettro di emissione di una particella singola . . . . . . . . . . . . . 297
10.3.2 Frequenze caratteristiche nel limite ultrarelativistico . . . . . . . . . 300
10.4 La radiazione del ciclotrone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 303
10.4.1 Analisi spettrale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 304
10.4.2 Lo spettro nel limite ultrarelativistico . . . . . . . . . . . . . . . . . 305
10.4.3 Distribuzione angolare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 307
10.4.4 Luce di sincrotrone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 309
10.5 Spettro di emissione di una corrente generica . . . . . . . . . . . . . . . . . 310
10.5.1 Corrente periodica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 310
10.5.2 Corrente aperiodica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 313
11 L’effetto Cerenkov 315
11.1 Campo di una particella in moto rettilineo uniforme in un mezzo . . . . . . 316
11.2 Il campo per v <
c
n
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 318
11.2.1 Analisi in frequenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 319
11.3 Il campo per v >
c
n
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 323
11.3.1 Il campo nella zona delle onde e l’angolo di Cerenkov . . . . . . . . 325
11.4 Mezzi dispersivi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 327
11.5 Perdita di energia ed emissione di fotoni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 331
11.5.1 Un argomento euristico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 331
11.5.2 La formula di Frank e Tamm . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 333
11.6 Rivelatori Cerenkov . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 336
12 La reazione di radiazione 338
12.1 Forze di frenamento: analisi preliminare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 341
12.1.1 Un argomento euristico per l’equazione di Lorentz–Dirac . . . . . . 343
12.2 L’equazione di Lorentz–Dirac . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 344
12.2.1 Derivazione dell’equazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 346
12.2.2 Determinazione dell’autocampo regolarizzato . . . . . . . . . . . . . 350
12.2.3 Caratteristiche dell’equazione di Lorentz–Dirac . . . . . . . . . . . . 351
12.2.4 La particella carica libera: soluzione esatta . . . . . . . . . . . . . . 355
12.2.5 Moto in campo costante: preaccelerazione . . . . . . . . . . . . . . 358
12.3 L’equazione integro–differenziale di Rohrlich . . . . . . . . . . . . . . . . . 361
12.3.1 Preaccelerazione e violazione della causalit`a . . . . . . . . . . . . . 363
12.4 Il problema relativistico a due corpi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 366
12.4.1 Espansione non relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 368
12.5 Problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 374
13 Un tensore energia–impulso privo di singolarit`a 375
13.1 Linee guida della costruzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 377
13.2 Costruzione di Θ
µν
em
per la particella libera . . . . . . . . . . . . . . . . . . 380
13.2.1 Esistenza di Θ
µν
em
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 381
13.2.2 Conservazione di Θ
µν
em
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 384
13.2.3 Una definizione operativa dell’energia elettromagnetica . . . . . . . 386
13.3 Costruzione generale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 387
14 Monopoli magnetici 390
14.1 La dualit`a elettromagnetica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 391
14.2 L’Elettrodinamica classica in presenza di dioni . . . . . . . . . . . . . . . . 393
14.2.1 Leggi di conservazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 395
14.3 La condizione di quantizzazione di Dirac . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 397
14.3.1 Una carica e un monopolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 397
14.3.2 Il momento angolare del sistema . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 399
14.3.3 Consistenza quantistica e condizione di quantizzazione di Dirac . . 401
1 I fondamenti della Relativit`a Ristretta
L’Elettrodinamica classica costituisce il prototipo per eccellenza di una teoria relativistica,
avendo contribuito in modo determinante alla nascita della Relativit`a stessa. Il principio
guida della relativit`a einsteiniana, che afferma che tutte le leggi della Fisica devono avere
la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali, `e emerso con forza da questa
teoria ed `e andato consolidandosi sempre di pi` u man mano che le nostre conscenze del
mondo microscopico si sono ampliate e approfondite. L’implementazione pi` u naturale
ed elegante di questo principio, di fatto l’unica di una vera utilit`a, avviene attraverso il
paradigma della “covarianza a vista” realizzato nell’ambito del calcolo tensoriale. Questo
paradigma ha mostrato possedere carattere universale essendo stato applicato con successo
a qualsiasi teoria di tipo fondamentale, come le teorie che descrivono le quattro interazioni
fondamentali o la pi` u speculativa Teoria delle superstringhe, e mantiene per di pi` u la sua
piena validit` a anche a livello quantistico. La presentazione dell’Elettrodinamica fornita
in questo testo si baser`a cos`ı con forza, e diremo a ragione, su questo paradigma.
In questo capitolo introduttivo ripercorreremo innanzitutto i tratti essenziali del per-
corso logico che ha portato dai postulati della Relativit`a alla formulazione del paradigma
della covarianza a vista.
`
E infatti importante tenere presente quali sono le assunzioni
apriorstiche fatte nella costruzione di una teoria, e distinguere le conseguenze inevitabili
di tali assunzioni dalle conseguenze di eventuali ipotesi aggiuntive formulate strada fa-
cendo. Riassumeremo poi in particolare gli elementi fondamentali del calcolo tensoriale
di cui faremo ampio uso in questo testo. Nella parte finale del capitolo anlizzeremo in
dettaglio la struttura del gruppo di Poincar´e per via della sua connessione intima con le
leggi di conservazione, connessione che verr`a sviscerata pi` u avanti.
1.1 I postulati della Relativit`a
La Meccanica Newtoniana e la teoria della Relativit`a Ristretta si basano su alcune as-
sunzioni aprioristiche comuni sulle propriet`a dello spazio vuoto e del tempo, mentre si
distinguono in modo fondamentale attraverso i “principi di relativit`a” su cui ciascuna
delle due teorie `e basata.
1
Le assunzioni in comune sono costituite dalle propriet`a dello spazio vuoto di essere
omogeneo e isotropo, e dall’omogeneit`a del tempo. Inoltre le leggi fisiche di entrambe le
teorie sono formulate rispetto a una classe particolare di sistemi di riferimento, i riferi-
menti inerziali, ed entrambe implementano l’equivalenza fisica di tutti questi riferimenti
attraverso un principio di relativit`a. Il principio di relativit`a galileiana della Meccanica
Newtoniana prevede che le leggi della meccanica mantengano la stessa forma sotto trasfor-
mazioni di Galileo da un sistema di riferimento a un altro, mentre il principio di relativit`a
einsteiniana richiede che tutte le leggi della fisica abbiano la stessa forma in tutti i sistemi
riferimenti, non facendo – a priori – nessuna ipotesi sul modo in cui trasformano lo spazio
e il tempo.
D’altra parte rispetto alla Meccanica Newtoniana la teoria della Relativit`a Ristretta
rinuncia al paradigma dell’assolutezza degli intervalli spaziali e temporali, sostituendolo
con il postulato della costanza della velocit`a della luce. In definitiva i postulati della fisica
relativistica risultano i seguenti:
I) Lo spazio `e isotropo e omogeneo, e il tempo `e omogeneo.
II) La velocit`a della luce `e la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
III) Le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Per rendere operativi questi postulati, in particolare il postulato III) che pone forti
restrizioni sulla forme delle leggi fisiche ammesse, `e necessario determinare innanzitutto
la forma delle trasformazioni delle coordinate spazio–temporali da un sistema di riferi-
mento a un altro. Prima di derivare la forma di queste trasformazioni dai postulati stessi
specifichiamo le notazioni che adottiamo in questo testo.
Indichiamo le coordinate spazio–temporali “controvarianti” di un evento con indici
greci, µ, ν, = (0, 1, 2, 3),
x
µ
= (x
0
, x
1
, x
2
, x
3
), x
0
= ct,
dove d’ora in poi la velocit`a della luce c verr`a posta uguale all’unit`a. Indichiamo le
componenti puramente spaziali dell’evento con indici latini, i = (1, 2, 3, ),
x
i
= (x
1
, x
2
, x
3
),
2
e scriveremo anche x
µ
= (x
0
, x
i
). Denotiamo inoltre la metrica di Minkowski, e la sua
inversa, con,
η
µν
= diag(1, −1, −1, −1) = η
µν
, η
µν
η
νρ
= δ
µ
ρ
.
Adottiamo poi la convenzione di Einstein della “somma sugli indici muti”, che sottintende
il simbolo di sommatoria su un indice che compare due volte nella stessa espressione. La
metrica di Minkowski permette di introdurre coordinate spazio–temporali “covarianti”
secondo,
x
µ
≡ η
µν
x
ν
= (x
0
, −x
1
, −x
2
−x
3
), x
µ
= η
µν
x
ν
.
Scrivendo x
µ
= (x
0
, x
i
) avremo quindi x
0
= x
0
, x
i
= −x
i
. Si dice che la metrica di
Minkowski permette di abbassare e alzare gli indici.
1.2 Trasformazioni di Lorentz e di Poincar´e
Come notato sopra, al contrario dei postulati della Meccanica Newtoniana i postulati
della Relativit`a non specificano a priori la forma delle trasformazioni delle coordinate
spazio–temporali nel passaggio da un sistema di riferimento a un altro; sono piuttosto i
postulati stessi che determinano in modo univoco la forma delle trasformazioni permesse,
che risulteranno essere le trasformazioni di Poincar´e. In questa sezione ripercorriamo
brevemente la deduzione della forma di queste trasformazioni dai postulati, illustrando
cos`ı l’estrema economia dei postulati stessi e sottolineando la solidit`a delle propriet`a
formali che attraverso essi la Relativit`a Ristretta impone a tutte le leggi della fisica.
1.2.1 Linearit`a delle trasformazioni
Consideriamo un sistema di riferimento inerziali K, e in esso due eventi infinitesimamente
vicini, con coordinate x
µ
e x
µ
+ dx
µ
. Le coordinate in un altro sistema di riferimento
K
t
saranno legate alle coordinate in K da una generica trasformazione x

= f
µ
(x). Se
le funzioni f
µ
sono sufficientemente regolari le coordinate degli stessi due eventi in K
t
differiranno allora di,
dx

=
∂f
µ
(x)
∂x
ν
dx
ν
≡ Λ
µ
ν
(x) dx
ν
.
3
Tuttavia, per l’omogeneit`a dello spazio e del tempo, postulato I), la matrice Λ
µ
ν
(x) deve
essere indipendente da x, e integrando si perci`o una relazione lineare tra le coordinate in
K e K
t
,
x

= Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
. (1.1)
Per le coordinate covarianti si ottiene allora,
x
t
µ
=
¯
Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
,
¯
Λ
µ
ν
≡ η
µα
η
νβ
Λ
α
β
. (1.2)
I quattro parametri a
µ
corrispondono ad arbitrarie traslazioni dello spazio e del tempo, che
rappresentano in effetti una classe di trasformazioni permesse tra due sistemi di riferimento
inerziali. D’altra parte ci si convince facilmente che per una scelta arbitraria dei 16
parametri Λ
µ
ν
la (1.1) in generale non corrisponde a una trasformazione da un sistema
di riferimento inerziale a un altro. Per vederlo `e sufficiente considerare la scelta Λ
µ
ν
=
k δ
µ
ν
, corrispondente a una trasformazione di scala, che per k = 1 in generale non lascia
invarianti le leggi della fisica.
1.2.2 Invarianza dell’intervallo
Per determinare la classe delle matrici Λ che corrispondono a trasformazioni tra sistemi di
riferimento fisicamente permesse `e necessario ricorrere anche al postulato II), dimostrando
“l’invarianza dell’intervallo”. Si definisce intervallo tra due eventi x
µ
e x
µ
+dx
µ
, con dx
µ
differenze infinitesime o anche finite, la quantit`a,
ds
2
≡ dx
µ
dx
ν
η
µν
= dt
2
−[dx[
2
,
che si dimostra essere indipendente dal sistema di riferimento. Consideriamo, infatti,
l’intervallo tra gli stessi due eventi in un altro sistema di riferimento K
t
. Per (1.1) si ha,
ds
t2
= dx

dx

η
µν
= dt
t2
−[dx
t
[
2
= G
µν
dx
µ
dx
ν
, (1.3)
dove la matrice simmetrica G
µν
`e definita da,
G
µν
≡ Λ
α
µ
Λ
β
ν
η
αβ
,
e risulta indipendente dagli eventi considerati. Se i due eventi corrispondono al passaggio
di un raggio di luce si ha evidentemente ds
2
= 0, e vale anche il viceversa. Dal postulato
4
II) segue allora che,
ds
t2
= 0 ⇔ ds
2
= 0 ⇔ dt = ±[dx[.
Concludiamo che la quantit` a ds
t2
, vista come polinomio del secondo ordine in dt, ha gli
zeri in dt = ±[dx[. La (1.3) permette allora di scrivere,
ds
t2
= G
00
(dt −[dx[) (dt +[dx[) = G
00
ds
2
, (1.4)
dove la quantit` a G
00
pu`o dipendere solo dal moto relativo dei due riferimenti. In parti-
colare, per l’invarianza per rotazioni – postulato I) – G
00
pu`o dipendere solo dal modulo
della velocit`a relativa, G
00
([v[). Ma invertendo nella (1.4) i ruoli di K e K
t
avremmo
v → −v e quindi otterremmo G
00
([v[) = 1/G
00
([v[), e dunque G
00
= 1. L’intervallo tra
due eventi qualsiasi `e quindi lo stesso in tutti i sistemi di riferimento,
ds
2
= ds
t2
,
e la (1.3) pone dunque,
G
µν
= η
µν
.
Concludiamo che le matrici Λ che compaiono nelle trasformazioni (1.1) tra due sistemi di
riferimento sono soggette ai vincoli,
Λ
α
µ
Λ
β
ν
η
αβ
= η
µν
⇔ Λ
T
η Λ = η. (1.5)
L’insieme di queste matrici forma un gruppo di Lie, chiamato gruppo di Lorentz, che
viene anche indicato con,
O(1, 3) ≡ ¦Λ, matrici reali 4 4 /Λ
T
η Λ = η¦.
Due generici sistemi di riferimento sono pertanto collegati da una trasformazione li-
neare non omogenea del tipo (1.1), dove Λ `e un elemento del gruppo di Lorentz. L’insieme
di queste trasformazioni forma a sua volta un gruppo di Lie che viene chiamato gruppo
di Poincar´e, {. Gli elementi di questo gruppo sono identificati univocamente dalle coppie

α
β
, a
µ
),
{ ≡ ¦(Λ, a) /Λ ∈ O(1, 3), a ∈ R
4
¦.
5
Il gruppo O(1, 3) `e omeomorfo al sottogruppo di { corrispondente ad a = 0, mentre
gli elementi di { corrispondenti a Λ
µ
ν
= δ
µ
ν
formano il sottogruppo delle traslazioni.
Le trasformazioni delle coordinate (1.1) indotte dagli elementi del gruppo di Poincar´e
vengono chiamate trasformazioni di Poincar´e, mentre le trasformazioni corrispondenti ad
a
µ
= 0 vengono chiamate trasformazioni di Lorentz.
Strettamente parlando quello che abbiamo dimostrato finora `e che una trasformazione
che collega due sistemi di riferimento inerziali `e necessariamente una trasformazione di
Poincar´e. A rigore dovremmo ancora convincerci che ogni trasformazione di Poincar´e
corrisponde realmente al passaggio da un riferimento inerziale a un altro; `e ovvio che
questo problema riguarda solo le trasformazioni di Lorentz in quanto le traslazioni hanno
un significato fisico immediato. Affronteremo questa questione nella sezione 1.4.
1.3 Leggi fisiche covarianti a vista
Una volta determinata la forma delle trasformazioni delle coordinate da un sistema di
riferimento a un altro possiamo procedere all’implementazione del postulato III), ovverosia
allo sviluppo di una strategia che permetta di derivare leggi fisiche che soddisfano il
principio di relativit`a einsteiniana. Prima di poter fare questo dobbiamo determinare
il modo in cui si trasformano in generale le grandezze fisiche quando si passa da un
riferimento a un altro.
Cominciamo notando che il gruppo di Lorentz possiede come sottogruppo il gruppo
delle rotazioni spaziali, vedi sezione 1.4, rappresentato dalle matrici 3 3 ortogonali R
i
j
,
O(3) ≡ ¦R matrici reali 3 3 /R
T
R = I¦.
Questo gruppo costituisce un gruppo di invarianza “a vista” per le equazioni della Mec-
canica Newtoniana, in quanto queste genericamente sono scritte in forma tri–vettoriale.
Esempi ne sono l’equazione di Newton stessa,

F = ma, oppure la formula per il momento
angolare di un corpo rigido, L
i
= I
ij
ω
j
, dove I
ij
`e il tensore d’inerzia,
I
ij
=
¸
n
m
n
(x
i
n
x
j
n
−r
2
n
δ
ij
),
e ω
j
`e lo pseudo–vettore velocit`a angolare. Notiamo comunque che le grandezze fi-
siche coinvolte sono raggruppate in vettori o tensori tridimensionali, che trasformano
6
linearmente sotto O(3). Abbiamo per esempio,
F
ti
= R
i
j
F
j
, I
tij
= R
i
m
R
j
n
I
mn
.
Essendo O(3) sottogruppo di O(1, 3) possiamo allora assumere che le grandezze fisiche
che compaiono nelle leggi della fisica relativistica siano raggruppate in multipletti che tra-
sformano linearmente sotto il gruppo di Lorentz. Nel linguaggio della teoria dei gruppi si
dice che ciascuno di questi multipletti deve essere sede di una rappresentazione, riducibi-
le o irriducibile, del gruppo di Lorentz. Da un risultato fondamentale della teoria delle
rappresentazioni dei gruppi segue allora che questi multipletti devono formare “tensori
quadridimensionali di rango (m, n)” sotto l’azione del gruppo di Lorentz.
Per definizione un tensore quadridimensionale di rango (m, n) porta m indici contro-
varianti e n indici covarianti,
T
M
N
≡ T
µ
1
µ
m
ν
1
ν
n
,
ed `e caratterizzato dalla specifica legge di trasformazione sotto una generica trasformazio-
ne di Poincar´e (1.1), che specificheremo tra un momento. Tensori di rango (0,0) vengono
chiamati scalari, e tensori di rango (1,0) e (0,1) vengono chiamati vettori, rispettivamente
controvarianti e covarianti.
Pi` u in generale considereremo campi tensoriali di rango (m, n), che rispetto ai ten-
sori esibiscono anche una dipendenza dalla coordinata quadridimensionale x, T
µ
1
µ
m
ν
1
ν
n
(x).
Per definizione la sua legge di trasformazione sotto una trasformazione di Poincar´e delle
coordinate, x
t
= Λx + a, `e data da,
T

1
µ
m
ν
1
ν
n
(x
t
) = Λ
µ
1
α
1
Λ
µ
m
α
m
¯
Λ
ν
1
β
1

¯
Λ
ν
n
β
n
T
α
1
α
m
β
1
ν
n
(x). (1.6)
In particolare un campo tensoriale `e invariante per traslazioni. La legge di trasformazione
di un tensore di rango (m, n) si ottiene semplicemente dalla (1.6) omettendo la dipendenza
dalle coordinate spazio–temporali. In seguito per semplicit`a useremo la dicitura generica
“tensore” sia per un campo tensoriale che per un tensore, in quanto sar`a chiaro dal contesto
di che tipo di oggetto si sta trattando.
Una volta accettato che le osservabili fisiche in una teoria relativistica si devono rag-
gruppare in tensori quadridimensionali, l’implementazione del postulato III) – la relati-
vit`a einsteiniana – avviene in analogia con la Meccanica Newtoniana. Cos`ı come le leggi
7
di quest’ultima eguagliando vettori tridimensionali a vettori tridimensionali rispettano
automaticamente la richiesta di invarianza sotto rotazioni spaziali, le leggi della fisica
relativistica avranno automaticamente la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento
inerziali, se sono scritte nel linguaggio quadritensoriale, cio`e, eguagliano quadritensori a
quadritensori. Se S
N
M
e T
M
N
sono due tensori dello stesso rango schematicamente avremo
infatti,
S
M
N
(x) = T
M
N
(x) in K ⇒ S
tM
N
(x
t
) = T
tM
N
(x
t
) in K
t
, (1.7)
come si vede moltiplicando la prima equazione con un’opportuna serie di matrici Λ. Un’e-
quazione scritta in forma quadritensoriale come la (1.7) si dice essere “covariante a vista”,
in quanto soddisfa automaticamente il principio di relativit`a einsteiniana.
In conclusione, il paradigma della covarianza a vista costituisce il metodo pi` u diretto
ed efficace per implementare il postulato III) in una qualsiasi teoria relativistica: in ultima
analisi questo pardigma risulta equivalente al postulato stesso in quanto non sono note
leggi fisiche che hanno la stessa forma in tutti i riferimenti inerziali, ma non possono essere
poste in forma covariante a vista.
Di seguito riassumiamo gli elementi fondamentali del calcolo tensoriale in quanto
strumento essenziale per la costruzione di equazioni covarianti a vista.
1.3.1 Calcolo tensoriale
Di seguito elenchiamo le operazioni principali che si possono eseguire sui tensori, lasciando
eventuali dimostrazioni per lo pi` u come esercizio.
Indici covarianti e controvarianti. Un tensore di rango (m, n) pu`o essere trasformato
in un tensore di rango (m − k, n + k), alzando o abbassando k indici con la metrica di
Minkowski. In generale il tensore ottenuto viene indicato ancora con lo stesso simbolo.
Per esempio, per m = 2, n = 1 e k = 2 si scrive,
T
αβρ
= η
αµ
η
βν
T
µν
ρ
.
Di conseguenza un tensore di rango (m, n) `e equivalente a tutti gli effetti a un tensore di
rango (m−k, n +k), motivo per cui come rango di un tensore si definisce spesso l’intero
m+ n.
8
Prodotti tra tensori. Il “prodotto” tra due tensori di rango (m, n) e (k, l) `e un tensore
di rango (m+ k, n + l).
Contrazione degli indici e prodotti scalari. A partire da un tensore di rango (m, n) si
possono costruire tensori di rango (m − k, n − k), contraendo k indici covarianti con k
indici controvarianti. Per esempio, a partire da un tensore T
µν
ρ
di rango (2, 1) contraendo
un indice si ottiene il vettore controvariante,
T
µν
ν
= T
µν
ρ
δ
ρ
ν
. (1.8)
In particolare la contrazione degli indici del prodotto di due vettori, T
µ
U
ν
, d`a lo scalare,
T
µ
U
ν
δ
ν
µ
= T
µ
U
µ
= T
µ
U
ν
η
µν
.
Indicheremo il “quadrato” di un vettore con V
2
≡ V
µ
V
µ
.
Gradiente di un campo tensoriale. Il gradiente quadri–dimensionale, o pi` u semplice-
mente la “derivata”, di un campo tensoriale di rango (m, n) costituisce un campo tensoriale
di rango (m, n + 1). Indicheremo il gradiente rispetto alle coordinate spazio–temporali
controvarianti con il simbolo,

µ


∂x
µ
.
Si noti che l’operatore ∂
µ
porta l’indice in basso in quanto corrisponde a un vettore
covariante. Cos`ı la derivata di un campo scalare ϕ(x) `e il campo vettoriale covariante

µ
ϕ(x).
Simmetrie. Un tensore di rango (2, 0) si dice simmetrico se S
µν
= S
νµ
, e antisimmetrico
se A
µν
= −A
νµ
, propriet`a che vengono preservate dalle trasformazioni di Poincar´e. La
contrazione doppia del prodotto tra un tensore simmetrico e uno antisimmetrico `e zero,
A
µν
S
µν
= 0.
Si definiscono parte simmetrica e parte antisimmetrica di un generico tensore di rango
(2, 0) T
µν
i tensori,
T
(µν)

1
2
(T
µν
+ T
νµ
), T
[µν]

1
2
(T
µν
−T
νµ
),
il primo essendo un tensore simmetrico e il secondo un tensore antisimmetrico. Si ha la
decomposizione,
T
µν
= T
(µν)
+ T
[µν]
.
9
Per la contrazione doppia del prodotto di un generico tensore T
µν
con un tensore simme-
trico, rispettivamente antisimmetrico, valgono le identit` a,
T
µν
S
µν
= T
νµ
S
µν
= T
(µν)
S
µν
, T
µν
A
µν
= −T
νµ
A
µν
= T
[µν]
A
µν
. (1.9)
Un tensore di rango (n, 0) si dice completamente (anti)simmetrico se `e (anti)simmetrico
nello scambio di qualsiasi coppia di indici, propriet`a preservata dall’azione del gruppo di
Poincar´e. Si definisce parte completamente antisimmetrica di un tensore T
µ
1
µ
n
di rango
(n, 0), il tensore dello stesso rango,
T

1
µ
n
]

1
n!
(T
µ
1
µ
2
µ
n
−T
µ
2
µ
1
µ
n
+ ),
dove nella somma compaiono tutte le n! permutazioni degli indici, ciascuna con il segno
(−)
p
dove p `e l’ordine della permutazione. Il tensore T

1
µ
n
]
`e completamente antisim-
metrico, ed esso `e nullo se T
µ
1
µ
n
`e simmetrico anche in una sola coppia di indici. Inoltre
la contrazione doppia del prodotto di T

1
µ
n
]
con un tensore di rango (0, 2) simmetrico
`e nulla.
Propriet`a speculari valgono per la parte completamente simmetrica di un tensore di
rango (n, 0),
T

1
µ
n
)

1
n!
(T
µ
1
µ
2
µ
n
+T
µ
2
µ
1
µ
n
+ ).
Tensori invarianti. Un tensore T
M
N
si dice invariante sotto il gruppo di Lorentz O(1, 3)
se per ogni Λ ∈ O(1, 3) si ha
T
tM
N
= T
M
N
.
Osserviamo che da (1.5) segue che le matrici Λ ∈ O(1, 3) soddisfano [detΛ[ = 1. Se
ci limitiamo alla richiesta di invarianza sotto trasformazioni di Lorentz corrispondenti
a detΛ = +1, usando la teoria dei gruppi si pu`o dimostrare che un generico tensore
invariante `e necessariamente un polinomio nei due tensori invarianti fondamentali,
η
αβ
e ε
αβγδ
,
dove ε
αβγδ
`e il tensore (di Levi–Civita) completamente antisimmetrico, determinato in
modo univoco dalla condizione ε
0123
= 1. La restrizione alle sole matrici con detΛ = +1
deriva dal fatto che per una generica matrice Λ 4 4 si ha l’identit`a del determinante,
Λ
α
µ
Λ
β
ν
Λ
γ
ρ
Λ
δ
σ
ε
µνρσ
= detΛ ε
αβγδ
,
10
propriet`a che identifica il tensore di Levi–Civita come uno “pseudotensore” invariante.
Questo tensore gode delle propriet`a,
ε
µνρσ
ε
αβγδ
= −4! δ
µ

δ
ν
β
δ
ρ
γ
δ
σ
δ]
, ε
µνρσ
ε
αβγσ
= −3! δ
µ

δ
ν
β
δ
ρ
γ]
,
ε
µνρσ
ε
αβρσ
= −2!2! δ
µ

δ
ν
β]
, ε
µνρσ
ε
ανρσ
= −3! δ
µ
α
, ε
µνρσ
ε
µνρσ
= −4!
Il fatto che la metrica di Minkowski sia un tensore invariante segue invece direttamente
dalla (1.5).
1.4 Struttura del gruppo di Lorentz
In questa sezione vogliamo analizzare brevemente la struttura del gruppo di Lorentz alla
luce del fatto che le matrici Λ che rappresentano trasformazioni ammesse di coordinate da
un sistema inerziale a un altro, sono vincolate dalla (1.5). In particolare vogliamo trovare
una parametrizzazione esplicita per la generica matrice Λ che soddisfa questo vincolo per
individuare le corrispondenti operazioni fisiche che connettono due sistemi di riferimento,
questione lasciata aperta nella sezione 1.2.2. Come vedremo a questo scopo sar`a utile
eseguire un’analisi dettagliata delle trasformazioni di Lorentz prossime all’identit` a.
Cominciamo con il notare che i vincoli (1.5) comportano le condizioni [detΛ[ = 1 e

0
0
[ ≥ 1. Il gruppo di Lorentz risulta quindi scisso in quattro sottoinsiemi disgiunti,
a seconda del valore di detΛ e del segno di Λ
0
0
. Si chiama gruppo di Lorentz proprio il
sottogruppo di O(1, 3) definito da,
SO(1, 3)
c
≡ ¦Λ ∈ O(1, 3)/detΛ = 1, Λ
0
0
≥ 1¦.
Il simbolo “S” indica comunemente il fatto che il determinante delle matrici vale +1, e il
pedice “c” si riferisce al fatto che il gruppo di Lorentz proprio risulta connesso all’unit`a,
al contrario di O(1, 3). Siccome gli altri tre sottoinsiemi di O(1, 3) si possono ottenere
da SO(1, 3)
c
attraverso trasformazioni discrete `e sufficiente occuparsi di questo ultimo
gruppo.
Conosciamo gi`a due classi importanti di elementi di SO(1, 3)
c
. La prima classe `e
costituita dalle rotazioni spaziali definite da,
Λ
i
j
= R
i
j
, Λ
0
0
= 1, Λ
0
i
= 0 = Λ
i
0
,
11
dove R ∈ SO(3) ≡ ¦R ∈ O(3)/detR = 1¦. Si verifica infatti immediatamente che la
matrice Λ cos`ı definita soddisfa la (1.5).
La seconda classe importante `e costituita dalle trasformazioni di Lorentz speciali. Per
un sistema di riferimento che si muove con velocit`a v lungo l’asse x abbiamo per esempio,
Λ
µ
ν
=

¸
¸
¸
γ −βγ 0 0
−βγ γ 0 0
0 0 1 0
0 0 0 1

, (1.10)
dove β = v e γ = 1/

1 −v
2
. In generale possiamo eseguire trasformazioni di Lorentz
speciali con velocit`a v arbitraria, purch´e in modulo minore di uno, e le matrici Λ corrispon-
denti dipenderanno quindi da tre parametri indipendenti, vale a dire dalle tre componenti
della velocit`a. Le rotazioni spaziali dipendono a loro volta da tre parametri indipendenti,
per esempio i tre angoli di Eulero, e ci aspettiamo quindi che i 16 elementi della generica
matrice Λ ∈ SO(1, 3)
c
possano esprimersi in termini di 6 variabili indipendenti. In altre
parole, il gruppo di Lie SO(1, 3)
c
dovrebbe avere dimensione 6.
Per dimostrare la correttezza di questa conlusione riscriviamo la (1.5) come,
H ≡ Λ
T
ηΛ −η = 0, (1.11)
che corrisponde a un sistema di 16 equazioni nelle 16 incognite Λ
µ
ν
, vale a dire H
µν
= 0.
Tuttavia, siccome per costruzione H `e una matrice 4 4 simmetrica, solo 10 di queste
equazioni sono linearmente indipendenti, e la generica soluzione Λ potr`a quindi esprimersi
effettivamente in termini di 16 −10 = 6 parametri indipendenti.
1.4.1 Trasformazioni infinitesime e trasformazioni finite
Per individuare una possibile scelta di questi 6 parametri consideriamo una generica
trasformazione di Lorentz prossima all’identit`a,
Λ
µ
ν
= δ
µ
ν
+ Ω
µ
ν
, [Ω
µ
ν
[ <1.
Imponendo la (1.11) e tenendo solo i termini lineari in Ω
µ
ν
otteniamo,

α
µ
+ Ω
α
µ
) η
αβ

β
ν
+ Ω
β
ν
) −η
µν
= 0 ⇒ η
να

α
µ
= −Ω
β
ν
η
βµ
. (1.12)
12
Definendo la matrice,
ω
µν
≡ η
µβ

β
ν
,
risulta anche,

µ
ν
= η
µα
ω
αν
, (1.13)
e la relazione in (1.12) diventa allora,
ω
µν
= −ω
νµ
. (1.14)
ω `e quindi una matrice antisimmetrica e come tale ha sei elementi indipendenti. Con-
cludiamo che la generica trasformazione di Lorentz infinitesima dipende da sei parametri
liberi, potendo essere scritta come,
Λ
µ
ν
= δ
µ
ν
+ η
µα
ω
αν
. (1.15)
A questo punto siamo anche in grado di dare un’espressione esplicita per il generico
elemento finito di SO(1, 3)
c
. In forma matriciale risulta semplicemente,
Λ = e

, (1.16)
purch´e Ω soddisfi la relazione (1.12) oppure, equivalentemente, ω soddisfi la (1.14). Per
dimostrare che le matrici Λ date in (1.16) soddisfano effettivamente la condizione (1.11)
notiamo intanto che la (1.12) in forma matriciale si scrive,
η Ω = −Ω
T
η ⇔ Ω
T
= −η Ωη.
Risulta allora,
Λ
T
η Λ = e

T
η e

= e
−η Ωη
η e

= η e
−Ω
η η e

= η, c.v.d.
Notiamo infine che le matrici Λ date da (1.16), pur dipendendo da sei parametri indipen-
denti, parametrizzano solo SO(1, 3)
c
e non l’intero gruppo di Lorentz. Infatti, siccome
l’esponenziale di una matrice `e una funzione continua dei suoi elementi, l’insieme delle
matrici e

`e connesso con continuit` a alla matrice identit`a.
Per concludere chiariamo il significato fisico dei sei parametri ω
µν
analizzando di nuovo
una generica trasformazione infinitesima. In notazione tridimensionale, data la (1.14), in
13
tutta generalit`a possiamo porre,
ω
00
= 0, (1.17)
ω
i0
= v
i
= −ω
0i
(1.18)
ω
ij
= ϕε
ijk
u
k
, (1.19)
dove il vettore v corrisponder`a alla velocit`a infinitesima di un sistema di riferimeno ri-
spetto all’altro, mentre ϕ sar`a l’angolo di rotazione infinitesimo attorno alla direzione
individuata dal versore u. Che queste interpretazioni sono in effetti corrette si vede
scrivendo esplicitamente le trasformazioni infinitesime delle coordinate, usando la (1.15),
x

= Λ
µ
ν
x
ν
= x
µ
+ η
µα
ω
αν
x
ν
.
Otteniamo,
t
t
= t + η
00
ω
0i
x
i
= t −v x, (1.20)
x
ti
= x
i

ij

j 0
t + ω
j k
x
k
) = x
i
−v
i
t + ϕ( u x)
i
. (1.21)
Per v = 0 si ottiene in effetti una rotazione spaziale infinitesima di un angolo ϕ intorno
ad u, mentre per ϕ = 0 si riconosce una trasformazione di Lorentz speciale infinitesima
con velocit`a relativa v. Si noti che nelle (1.20), (1.21) sono assenti i fattori 1/

1 −v
2
in
quanto essi introdurrebbero correzioni quadratiche in ω
µν
, mentre nella presente analisi
ci siamo limitati ai termini lineari in ω
µν
.
Infine, a titolo di esempio facciamo vedere in che modo possiamo riottenere la tra-
sformazione di Lorentz speciale finita data in (1.10), a partire dalla formula generale
(1.16). A questo scopo nella parametrizzazione generale (1.17)–(1.19) poniamo ϕ = 0 e
v
i
= (¯ v, 0, 0), con,
¯ v = v + o(v
2
).
In questo caso le componenti non nulle di ω
µν
sono,
ω
10
= ¯ v = −ω
01
.
Dalla (1.13) segue allora che gli elementi non nulli della matrice Ω
µ
ν
sono dati da,

0
1
= −¯ v = Ω
1
0
. (1.22)
14
A questo punto il calcolo di e

pu`o essere eseguito agevolmente sviluppando l’esponenziale
in serie di Taylor, ed `e facile vedere che il risultato coincide con la (1.10), per un’opportuna
scelta di ¯ v, vedi problema 1.7.
1.5 Problemi
1.1 Usando le tecniche della sezione 1.4 si trovi una parametrizzazione esplicita per la
generica matrice R appartenente a O(3).
1.2 Si dimostri che il tensore dato in (1.8) corrisponde a un vettore controvariante.
1.3 Si dimostri che l’operatore ∂
µ
corrisponde a un vettore covariante.
1.4 Si dimostrino le relazioni (1.9).
1.5 Si dimostri che la matrice Λ
µ
ν
data in (1.10) soddisfa il vincolo (1.5).
1.6 Dato un generico tensore T
µνρ
di rango (3, 0) si dimostri che si ha,
T
[µνρ]
= 0 ⇔ ε
µνρσ
T
µνρ
= 0.
1.7 Si consideri la matrice,

µ
ν
=

¸
¸
¸
0 −¯ v 0 0
−¯ v 0 0 0
0 0 0 0
0 0 0 0

,
corrispondente a una trasformazione di Lorentz speciale infinitesima lungo l’asse x, vedi
(1.22). Si dimostri che l’esponenziale e

coincide con la trasformazione di Lorentz speciale
finita data in (1.10), per un’opportuna scelta di ¯ v. [Sugg.: si sviluppi l’esponenziale in
serie di Taylor e si noti che la matrice,
M ≡

0 1
1 0

,
gode delle identit` a algebriche,
M
2n
=

1 0
0 1

, M
2n+1
= M,
per ogni intero positivo n.]
15
2 Le equazioni dell’Elettrodinamica
In questo capitolo presenteremo le equazioni che governano la dinamica di un sistema di
particelle cariche puntiformi in interazione con il campo elettromagnetico, ne illustreremo
ruolo e significato e analizzeremo le loro caratteristiche generali. Una parte sostanziale
del corso sar`a poi dedicata ad un’analisi approfondita delle soluzioni e delle conseguenze
fisiche di queste equazioni.
Cominciamo con l’introdurre le grandezze fisiche che caratterizzano dal punto di vista
cinematico il moto di una singola particella relativistica.
2.1 Cinematica di una particella relativistica
Linee di universo causali. In Meccanica Newtoniana le legge oraria di una particella cor-
risponde alla curva tridimensionale y(t) ≡ (x(t), y(t), z(t))
1
. In ambito relativistico per
motivi di covarianza si introduce la traiettoria quadridimensionale γ della particella –
detta anche linea di universo – che `e descritta da quattro funzioni di un parametro reale
λ,
y
µ
(λ) = (y
0
(λ), y(λ)),
che in generale supporremo essere di classe C
2
. Perch`e una linea di universo sia fisicamente
accettabile `e necessario che essa sia causale e diretta nel futuro. Diremo che una linea di
universo `e causale e diretta nel futuro quando, definito il vettore tangente,
V
µ
=
dy
µ

,
risultano soddisfatte le condizioni,
a) V
2
≥ 0, ∀λ,
b) V
0
> 0, ∀λ.
Se la condizione b) `e sostituita con la richiesta V
0
< 0, ∀λ la linea di universo si dice
invece causale e diretta nel passato. La condizione a) segue dal fatto che in una teoria
relativistica una particella non pu`o superare la velocit`a della luce, mentre la condizione b)
1
Di solito la legge oraria di una particella viene indicata con x(t). Noi preferiamo la notazione
y(t) al posto di x(t), per evitare la confusione con il generico evento (t, x) in cui si valuta il campo
elettromagnetico.
16
assicura che il parametro λ `e una funzione monotona crescente del tempo, propriet`a il cui
significato verr` a chiarito tra un momento. Da un punto di vista geometrico la condizione
a) definisce l’interno del cono luce, mentre l’aggiunta della condizione b) ne delimita la
met`a “in avanti”, ovvero, il “cono luce futuro”. D’ora in poi supporremo, dunque, che
la linea di universo percorsa da una qualsiasi particella sia causale e diretta nel futuro,
ovvero, che il suo vettore tangente V
µ
appartenga all’interno del cono luce futuro, per
ogni λ.
Per la condizione b), ovvero dy
0
/dλ > 0, la funzione y
0
(λ) pu`o essere invertita per
determinare in modo univoco il parametro in funzione del tempo,
y
0
(λ) = t ⇒ λ(t).
Le componenti spaziali y(λ) descrivono invece la traiettoria tridimensionale della particel-
la. La legge oraria tridimensionale si ottiene, infine, eliminando dalla traiettoria spaziale
il parametro λ in favore del tempo, e per semplicit`a la scriveremo come,
y(λ(t)) ≡ y(t).
In seguito indicheremo velocit`a e accelerazione tridimensionali con,
v =
dy
dt
, a =
dv
dt
.
Invarianza per riparametrizzazione. Rispetto alla Meccanica Newtoniana sembrerebbe
che la linea di universo relativistica introduce un quarto grado di libert`a nella dinamica
della particella – la funzione y
0
(λ). Tuttavia, questo grado di libert`a risulta “spurio”,
ovvero inosservabile, in quanto riflette l’arbitrariet`a della scelta del parametro. Due linee
di universo y
µ
1
(λ) e y
µ
2
(λ) risultano, infatti, fisicamente equivalenti se sono collegabili da
una ridefinizione del parametro, vale a dire se esiste una funzione f da R in R, invertibile
e di classe C
2
insieme alla sua inversa, tale che,
y
µ
1
(f(λ)) = y
µ
2
(λ).
Si dice che le due linee di universo sono collegate da una riparametrizzazione.
`
E evidente
che le leggi orarie associate a due linee di universo collegate da una riparametrizzazione
sono identiche,
y
1
(t) = y
2
(t).
17
Saremo quindi autorizzati a usare le linee di universo per descrivere il moto di una par-
ticella, al posto delle leggi orarie, purch´e le equazioni del moto che postuleremo risultino
invarianti per riparametrizzazione. Si noti che la stessa legge oraria y(t) `e una funzione in-
variante per riparametrizzazione e risulta una “grandezza osservabile”, mentre le funzioni
y(λ) e y
0
(λ) non lo sono.
Se tutte le equazioni che scriveremo risulteranno invarianti per riparametrizzazione
`e lecito scegliere un parametro arbitrario. Una scelta che adotteremo di frequente `e la
componente µ = 0 della traiettoria stessa, vale a dire il tempo, λ = y
0
≡ t. In questo caso
la linea di universo sar`a parametrizzata da,
y
µ
(t) = (t, y(t)).
Un’altra scelta di estrema utilit`a `e il cosiddetto tempo proprio s, che ha il pregio di
essere invariante simultaneamente per trasformazioni di Lorentz e per riparametrizzazione.
Formalmente esso `e definito da,
ds =

dy
µ
dy
µ
, (2.1)
che costituisce una notazione abbreviata per l’espressione,
s(λ) =

λ
0

dy
µ

t
dy
µ

t

t
+s(0), (2.2)
dove s(0) `e una costante arbitraria. Mentre l’invarianza di Lorentz di s `e manifesta, la
sua invarianza per riparametrizzazione `e conseguenza del fatto che nella formula appena
scritta i fattori dλ
t
formalmente si cancellano. Si noti inoltre che grazie alla causalit`a
della linea di universo – condizione a) di cui sopra – il radicando in (2.2) `e mai negativo,
dy
µ

dy
µ

=

dt

2
(1 −v
2
) ≥ 0.
Il concetto di tempo proprio permette poi di definire la derivata invariante,
d
ds

1

dy
µ

dy
µ

d

. (2.3)
Grazie all’invarianza per riparametrizzazione di s, nelle (2.2) e (2.3) possiamo usare come
parametro il tempo, ottenendo cos`ı,
s(t) =

t
0

1 −v
2
(t
t
) dt
t
+s(0),
d
ds
=
1

1 −v
2
(t)
d
dt
. (2.4)
18
Quadrivelocit`a, quadriaccelerazione e quadrimomento sono definiti da,
u
µ
=
dy
µ
ds
=

1

1 −v
2
,
v

1 −v
2

, w
µ
=
du
µ
ds
, p
µ
= mu
µ
,
e soddisfano identicamente le relazioni,
u
µ
u
µ
= 1, u
µ
w
µ
= 0, p
2
≡ p
µ
p
µ
= m
2
, (2.5)
dove m `e la massa della particella. Per l’energia e la quantit`a di moto della particella si
ottengono allora le note espressioni,
ε ≡ p
0
=
m

1 −v
2
, p =
mv

1 −v
2
.
Notiamo ancora che per ogni fissato istante t
0
esiste sempre un sistema di riferimento
inerziale K – chiamato “sistema a riposo istantaneo” – in cui la particella all’istante t
0
`e
a riposo. Si verifica facilmente che in K in questo istante si ha,
u
µ
= (1,

0), w
µ
= (0, a).
2.2 L’Elettrodinamica di particelle puntiformi
Introduciamo ora il sistema fisico la cui dinamica `e l’oggetto di studio primario di questo
testo: un sistema di N particelle cariche puntiformi interagenti con il campo elettroma-
gnetico. Le variabili cinematiche indipendenti che lo descrivono sono le 4N funzioni y
µ
r

r
)
con r = 1, . . . , N, che parametrizzano le linee di universo γ
r
percorse dalle particelle, e il
campo tensoriale di Maxwell F
µν
(x) antisimmetrico,
F
µν
= −F
νµ
.
Per ciascuna delle particelle possiamo definire le quantit` a cinematiche introdotte nella
sezione precedente: il tempo proprio s
r
, la quadrivelocit`a u
µ
r
, la quadriaccelerazione w
µ
r
, e
il quadrimomento p
µ
r
= m
r
u
µ
r
, dove m
r
`e la massa della particella r–esima. Per il momento
parametrizziamo ogni linea di universo γ
r
con un parametro λ
r
arbitrario.
Se indichiamo con e
r
la carica della particella r–esima, al sistema di cariche resta
associata la (densit`a di) quadricorrente elettrica,
j
µ
(x) =
¸
r
e
r

γ
r
dy
µ
r
δ
4
(x −y
r
) ≡
¸
r
e
r

dy
µ
r

r
δ
4
(x −y
r

r
)) dλ
r
. (2.6)
19
Questa espressione risulta manifestamente Lorentz–covariante e – come conviene a qual-
siasi grandezza osservabile – essa `e anche invariante per riparametrizzazione in quanto
i fattori dλ
r
formalmente si cancellano. Ricordiamo inoltre che questa corrente risulta
conservata identicamente,

µ
j
µ
= 0. (2.7)
Le propriet`a di una generica quadricorrente elettrica conservata verranno analizzate in
dettaglio nel paragrafo 2.4.1. Qu`ı ci limitiamo a osservare che la corrente di un sistema di
particelle puntiformi strettamente parlando non pu`o essere considerata come un “campo
vettoriale”, in quanto le sue quattro componenti, coinvolgendo la funzione–δ di Dirac,
non sono “funzioni di x” ma elementi di o
t
(R
4
), vale a dire distribuzioni temperate. La
corrente data in (2.6) va quindi considerata piuttosto come un “campo vettoriale a valori
nelle distribuzioni”. Le conseguenze di questa circostanza verranno discusse in dettaglio
nella prossima sezione, dove analizzeremo a fondo la natura distribuzionale delle equazioni
di Maxwell.
Ricordiamo che il tensore di Maxwell `e legato ai campi elettrico e magnetico (

E,

B)
dalle note relazioni,
F
00
= 0 (2.8)
F
i0
= E
i
(2.9)
F
ij
= − ε
ijk
B
k
↔ B
i
= −
1
2
ε
ijk
F
jk
, (2.10)
e che gli invarianti di Lorentz indipendenti che si possono formare con le componenti di
F
µν
sono dati da,
ε
µνρσ
F
µν
F
ρσ
= −8

E

B, F
µν
F
µν
= 2 (B
2
−E
2
). (2.11)
Presentiamo ora le tre equazioni fondamentali che governano la dinamica del nostro
sistema,
dp
µ
r
ds
r
= e
r
F
µν
(y
r
) u

, (2.12)
ε
µνρσ

ν
F
ρσ
= 0, (2.13)

µ
F
µν
= j
ν
, (2.14)
20
che chiamiamo rispettivamente Equazioni di Lorentz, Identit` a di Bianchi ed Equazione di
Maxwell. Scopo di queste equazioni `e di determinare univocamente i campi F
µν
(x) e le
linee di universo y
µ
r

r
) – modulo riparametrizzazioni – date certe condizioni iniziali, vale
a dire, di dare luogo a un ben definito problema di Cauchy in accordo con il determinismo
newtoniano. Per le coordinate y
µ
r
il problema di Cauchy verr` a specificato nel prossimo
paragrafo mentre per il tensore di Maxwell lo affronteremo pi` u avanti.
Di seguito analizzeremo brevemente la struttura e il significato delle singole equazioni.
2.2.1 Equazione di Lorentz
Per non appesantire la notazione consideriamo una singola particella di carica e e linea di
unverso y
µ
(λ), che deve dunque soddisfare l’equazione di Lorentz,
dp
µ
ds
= eF
µν
(y) u
ν
. (2.15)
Prima di tutto facciamo notare che in questa equazione il campo elettromagnetico ri-
sulta valutato sulla traiettoria della particella in quanto con F
µν
(y) si intendono le sei
funzioni di una variabile F
µν
(y(λ)). Assunto noto il campo elettromagnetico F
µν
(x) le
(2.15) cositituiscono allora formalmente quattro equazioni differenziali del secondo ordine
nelle quattro funzioni incognite y
µ
(λ). D’altra parte queste equazioni risultano invarianti
per riparametrizzazione perch´e l’unica variabile che vi compare esplicitamente `e il tempo
proprio s, e ci`o comporta che esse determinano le y
µ
(λ) solo modulo una riparametriz-
zazione in accordo con quanto richiesto nella sezione 2.1. In particolare queste equazioni
dovrebbero allora determinare univocamente la legge oraria y(t) note le condizioni iniziali,
y(0) e v(0). (2.16)
Vediamo allora due approcci diversi – ma matematicamente e fisicamente equivalenti – di
formulare il problema alle condizioni iniziali.
Approccio covariante. In questo approccio si considera s come una variabile indipen-
dente, vale a dire non legata alla traiettoria dalla (2.2), e si parametrizza la linea di
universo con s. Corrispondentemente le (2.15) sono considerate come quattro equazioni
differenziali del secondo ordine nelle quattro funzioni incognite y
µ
(s), che ora per`o sono
21
legate dal vincolo supplementare, vedi (2.1),
u
2
=
dy
µ
ds
dy
µ
ds
= 1. (2.17)
Tuttavia, il contenuto di questo vincolo risulta meno restrittivo di quanto non potrebbe
sembrare a prima vista. Le (2.15) assicurano infatti che esso `e automaticamente soddi-
sfatto per ogni valore s, una volta che `e soddisfatto all’istante iniziale, diciamo per s = 0.
Per vederlo `e sufficiente moltiplicare le (2.15) con u
µ
. Il membro di destra si annulla al-
lora identicamente, perch´e F
µν
u
µ
u
ν
= 0 grazie all’antisimmetria del tensore di Maxwell.
Quindi deve annullarsi anche il membro di sinistra,
0 = u
µ
dp
µ
ds
=
m
2
d
ds
u
2
.
u
2
`e quindi indipendente da s, e se vale 1 per s = 0 vale 1 per ogni s.
Analizziamo ora le condizioni iniziali. Essendo le (2.15) del secondo ordine esse hanno
soluzione unica note le condizioni iniziali,
y
µ
(0),
dy
µ
ds
(0) ≡ u
µ
(0).
Per quanto riguarda y
µ
(0) osserviamo che, traslando il tempo iniziale, senza perdita di
generalit`a possiamo porre y
0
(0) = 0, mentre y(0) fa parte dei dati iniziali “fisici”, vedi
(2.16). Per quanto riguarda invece u
µ
(0), una volta assegnata la velocit`a iniziale v(0)
poniamo prima,
u(0) =
v(0)

1 −v
2
(0)
,
e imponiamo poi il vincolo (2.17) all’istante s = 0,
u
0
(0) =

1 +[u(0)[
2
=
1

1 −v
2
(0)
.
A questo punto le (2.15) determinano le y
µ
(s) in modo univoco, e il vincolo (2.17) `e
automaticamente soddisfatto per ogni s. La legge oraria y(t) si ottiene infine usando
l’equazione y
0
(s) = t per determinare s come funzione di t, e sostituendo la funzione
risultante s(t) in y(s).
L’approccio covariante `e molto conveniente quando il campo elettromagnetico ha una
forma analitica semplice, vedi per esempio il problema 2.7.
22
Approccio non covariante. In questo approccio si affronta la soluzione delle (2.15)
parametrizzando la linea di universo con il tempo,
y
µ
(t) = (t, y(t)),
con il vantaggio palese che non sono presenti gradi di libert`a spuri. In questo caso abbiamo
ancora quattro equazioni differenziali del secondo ordine, ma le incognite sono solo le tre
funzioni y(t). Tuttavia, possiamo fare vedere che solo tre delle quattro equazioni (2.15)
sono funzionalmente indipendenti. Per fare questo definiamo il quadrivettore,
H
µ

dp
µ
ds
−eF
µν
u
ν
,
e scriviamo l’equazione di Lorentz nella forma,
H
µ
= 0.
Dalle (2.8)–(2.10) si ricavano facilmente le componenti spaziali e temporale di H
µ
,

H =
1

1 −v
2

d p
dt
−e

E +v

B

,
H
0
=
1

1 −v
2


dt
−ev

E

.
A questo punto osserviamo che vale identicamente – anche senza usare la (2.15) –
u
µ
H
µ
= u
0
H
0
−u

H = 0. (2.18)
Infatti, in contrasto con l’approccio precedente, in questo caso la relazione u
µ
w
µ
= 0 `e
un’identit` a, e vale ancora u
µ
u
ν
F
µν
= 0. Ne discende che H
0
dipende funzionalmente da

H essendo,
H
0
=
u

H
u
0
= v

H.
La componente temporale dell’equazione di Lorentz, H
0
= 0, `e allora automaticamente
soddisfatta se sono soddisfatte le sue componenti spaziali,

H = 0.
`
E allora sufficiente
risolvere queste ultime che, essendo del secondo ordine nelle derivate temporali, assumono
a tutti gli effetti il ruolo di “equazione di Newton” per la particella,
d p
dt
= e

E +v

B

. (2.19)
23
Dato F
µν
(x) e note le condizioni iniziali y(0), v(0), essa ammette soluzione unica per la
legge oraria y(t). La componente temporale dell’equazione di Lorentz corrisponde invece
alla legge della potenza,

dt
= ev

E, (2.20)
ed `e quindi conseguenza dell’equazione di Newton, esattamente come in fisica non relati-
vistica. Infine, nota y(t) la (2.4) fornisce s(t) e permette quindi di ricostruire y
µ
(s).
Concludiamo questo paragrafo insistendo sul significato preciso della (2.19), come
spiegato all’inizio di questo paragrafo,
d
dt

mv(t)

1 −v(t)
2

= e

E(t, y(t)) +v(t)

B(t, y(t))

. (2.21)
2.2.2 Identit`a di Bianchi
L’“identit` a” (2.13) nella nomenclatura comune costituisce “met`a” delle equazioni di Max-
well, pi` u precisamente quella met`a che non lega il campo elettromagnetico alla corrente
ma ne vincola la forma. In effetti `e facile trovare soluzioni semplici di questa equazione
in termini di un potenziale vettore A
µ
, detto anche campo di Maxwell o campo di gauge,
ponendo,
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
. (2.22)
Sostituendo in (2.13) si trova infatti,
ε
µνρσ

ν
F
ρσ
= ε
µνρσ
(∂
ν

ρ
A
σ
−∂
ν

σ
A
ρ
) = 0, (2.23)
in quanto in entrambi i termini si contrae una coppia di indici simmetrici – quelli delle
derivate – con una coppia di indici antisimmetrici – quelli del tensore di Levi–Civita. Ma
usando i metodi della Geometria Differenziale si pu`o dimostrare un risultato pi` u forte: per
ogni campo tensoriale antisimmetrico F
µν
soddisfacente l’equazione (2.13) esiste un campo
vettoriale A
µ
, tale che F
µν
possa essere scritto come in (2.22)
2
. La conclusione, forse
sorprendente, `e che la (2.22) rappresenta la soluzione generale dell’identit`a di Bianchi.
2
Questo risultato `e valido purch´e lo spazio–tempo considerato sia topologicamente banale, come per
esempio R
4
.
24
Tuttavia, potenziali vettori diversi possono dare luogo allo stesso F
µν
. Infatti, dato
un campo scalare Λ qualsiasi si pu`o definire un nuovo potenziale vettore,
A
t
µ
= A
µ
+ ∂
µ
Λ, (2.24)
e si verifica immediatamente che vale,
F
t
µν
= ∂
µ
A
t
ν
−∂
ν
A
t
µ
= F
µν
+ ∂
µ

ν
Λ −∂
ν

µ
Λ = F
µν
,
grazie alla commutativit`a delle derivate parziali. Le trasformazioni (2.24), che vengono
chiamate trasformazioni di gauge, lasciano quindi il tensore di Maxwell invariante.
In definitiva possiamo affermare che “l’identit`a” di Bianchi pu`o essere risolta identica-
mente in termini di un potenziale vettore, ma che il potenziale vettore stesso `e determinato
solo modulo una trasformazione di gauge. Schematicamente abbiamo,
ε
µνρσ

ν
F
ρσ
= 0 ⇐⇒ F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
, con A
µ
≈ A
µ
+ ∂
µ
Λ. (2.25)
La nostra strategia per affrontare il sistema (2.12)–(2.14) sar`a – nella maggior parte dei
casi – di considerare risolta l’identit` a di Bianchi in termini di A
µ
, rimanendo quindi con
le equazioni (2.12) e (2.14) nelle incognite y
µ
r
e A
µ
.
Ricordiamo che, ponendo A
µ
= (A
0
,

A), in notazione tridimensionale le (2.22) corri-
spondono alle relazioni note,

E = −

∇A
0



A
∂t
,

B =



A. (2.26)
2.2.3 Equazione di Maxwell
L’equazione (2.14) `e da considerarsi come la vera e propria equazione del moto per il campo
elettromagnetico, in quanto lega F
µν
alla quadricorrente elettrica. Questa equazione
quantifica quindi il modo in cui la corrente genera il campo. Ricordiamo che l’equazione `e
consistente con l’equazione di continuit` a della corrente, ∂
ν
j
ν
= 0, grazie all’antisimmetria
del tensore di Maxwell, che implica l’identit` a,

ν

µ
F
µν
= 0.
Come abbiamo appena osservato, una volta risolta l’identit` a di Bianchi secondo la
(2.22), l’equazione di Maxwell diventa in realt`a un’equazione per il potenziale vettore.
25
Avremmo quindi quattro equazioni differenziali alle derivate parziali del secondo ordine,
nelle quattro incognite A
µ
. Tuttavia, questo conteggio `e solo parzialmente significativo,
per due motivi: primo, le componenti del potenziale vettore non sono tutte “fisiche” in
quanto soggette alle trasformazioni di gauge; infatti, potenziali vettori diversi possono cor-
rispondere agli stessi campi elettrici e magnetici, ma sono solo questi ultimi a poter essere
osservati sperimentalmente. Secondo, le quattro componenti dell’equazione di Maxwell
non sono funzionalmente indipendenti. Per vederlo definiamo,
G
ν
≡ ∂
µ
F
µν
−j
ν
,
e scriviamo le equazione di Maxwell nella forma G
ν
= 0. Grazie alle identit` a ricordate
poc’anzi `e poi immediato vedere che le G
ν
soddisfano identicamente il vincolo,

ν
G
ν
= 0 ⇒ ∂
0
G
0
= −



G. (2.27)
La derivata della componente temporale dell’equazione di Maxwell `e quindi legata alle
sue componenti spaziali. Tuttavia, questo vincolo non `e di tipo algebrico – non coinvolge
direttamente le equazioni del moto ma le loro derivate – e quindi non `e immediato indi-
viduare le equazioni indipendenti. Risolveremo questo problema pi` u avanti, nell’ambito
della formulazione del problema di Cauchy per il campo elettromagnetico, quando avremo
a disposizione i mezzi per affrontarlo. Concludiamo questa sezione con qualche ulteriore
commento sul sistema (2.12)–(2.14).
Sui gradi di libert`a del campo elettromagnetico. Daremo una definizione precisa di ci`o
che intendiamo con i “gradi di libert`a” associati a un generico campo ϕ(x) in sezione 5.1,
dove analizzeremo anche a fondo i gradi di libert`a del campo elettromagnetico. Quali-
tativamente possiamo dire che con i gradi di libert`a di un sistema fisico si intendono le
variabili indipendenti necessarie per descriverne la dinamica. In particolare si richiede
che le equazioni del moto siano in grado di determinare il loro valore a un istante ge-
nerico, assegnati certi dati iniziali. Possiamo svolgere un’analisi preliminare dei gradi di
libert`a contenuti nel campo elettromagnetico, se partiamo dalle (2.13), (2.14) riscritte nel
consueto formalismo tridimensionale,

E
∂t
+



B =

j, (2.28)
26

B
∂t
+



E = 0, (2.29)



E = j
0
, (2.30)



B = 0. (2.31)
Le (2.28), (2.29) costituiscono sei equazioni nelle sei funzioni incognite

E(t, x) e

B(t, x),
che coinvolgono le derivate prime di

E e

B rispetto al tempo: esse vanno quindi considerate
come equazioni dinamiche. Queste equazioni ammettono infatti soluzione unica, note le
sei condizioni iniziali

E(0, x),

B(0, x). Al contrario, le due equazioni scalari (2.30) e (2.31)
non contengono derivate temporali e vanno quindi considerate come vincoli, piuttosto che
come equazioni dinamiche. In particolare, le sei condizioni iniziali non possono essere
assegnate arbitrarimente, perch´e esse sono soggette ai vincoli (2.30), (2.31),



E(0, x) = j
0
(0, x),



B(0, x) = 0.
All’istante t = 0 `e quindi sufficiente assegnare 6 − 2 = 4 componenti del campo elet-
tromagnetico, in quanto a quello stesso istante le rimanenti due componenti risultano
determinate in termini delle altre quattro. A questo punto non `e difficile dimostrare
che, se le equazioni (2.28), (2.29) sono soddisfatte per qualsiasi t, e le (2.30), (2.31) so-
no soddisfatte all’istante t = 0, allora queste ultime sono automaticamente soddisfatte
per qualsiasi t, vedi problema 2.11. Ci aspettiamo quindi che il campo elettromagnetico
corrisponda non a sei, ma solo a quattro “gradi di libert`a fisici del primo ordine”.
Sulle soluzioni del sistema (2.12)–(2.14) . L’insieme di queste equazioni costituisce un
sistema di equazioni differenziali non lineari fortemente accoppiate che, eccetti casi raris-
simi, non `e risolubile esattamente: la forma dei campi determina il moto delle particelle
secondo le (2.12), e i campi a loro volta sono determinati dal moto delle particelle secondo
le (2.14), e dalle (2.13). Tuttavia, in molte situazioni fisiche il problema pu`o essere ridotto
difatti a considerare una delle due seguenti situazioni, in cui le equazioni si disaccoppiano:
I)
´
E dato un campo elettromagnetico “esterno” nel vuoto, soddisfacente, cio`e, le (2.13)
e (2.14) con j
µ
= 0. Esempi sono un campo elettromagnetico costante e uniforme in
una certa regione dello spazio, come quello tra le due paratie di un condensatore, oppure
27
un’onda elettromagnetica piana di frequenza e ampiezza data. In molti casi si chiede di
determinare il moto di una particella carica sottoposta a un tale campo. Questo problema
si riconduce allora alla soluzione delle sole equazioni (2.12) nelle incognite y
µ
r
.
II)
`
E assegnato il moto di una particella carica, oppure di pi` u particelle cariche, e si chie-
de di determinare il campo elettromagnetico creato da questo sistema di cariche in moto.
Questo problema riguarda solamente le equazioni (2.13) e (2.14) che, come vedremo,
possono essere risolte esattamente, in termini dei celebri potenziali di Lienard–Wiechert.
In entrambi i casi, per`o, bisogna tenere presente che la dinamica vera del sistema `e
governata dall’intero set di equazioni (2.12)–(2.14), e che si sta considerando soltanto una
schematizzazione della situazione fisica reale, la cui validit`a deve essere valutata caso per
caso.
In astratto la strategia da seguire per risolvere il sistema delle equazioni fondamentali
dell’Elettrodinamica, e che in linea di principio seguiremo anche noi in questo testo, `e la
seguente. Risolta l’identit` a di Bianchi in termini di un potenziale vettore A
µ
, si trova la
soluzione esatta dell’equazione di Maxwell per A
µ
– e quindi per F
µν
– in termini delle
traiettorie generiche y
µ
r
. Dopodich`e si sostituisce il campo F
µν
cos`ı trovato nelle equazioni
di Lorentz, che diventano quindi delle equazioni non locali, ma chiuse, nelle sole incognite
y
µ
r
. Risolte queste equazioni si possono sostituire le y
µ
r
risultanti in F
µν
, per ottenere
infine il campo elettromagnetico come funzione delle sole x.
Come menzionato sopra questo programma raramente pu`o essere portato a termine in
modo esplicito, per via delle difficolt`a tecniche coinvolte. Ma vedremo, per di pi` u, che nel
corso della sua attuazione emergeranno anche difficolt`a concettuali – causati dalla natura
puntiforme delle particelle cariche – che minano irrimediabilmente la consistenza interna
dell’Elettrodinamica classica. In altre parole, vedremo l’Elettrodinamica classica entrare
in contraddizione con se stessa. D’altra parte da un punto di vista sperimentale questa
teoria descrive tutti i fenomeni elettromagnetici classici con estrema precisione: teoria ed
esperimento sono in perfetto accordo. Rester`a quindi da spiegare come mai le inconsi-
stenze interne della teoria non si manifestano anche a livello sperimentale. Vedremo, per
l’appunto, che `e facile predisporre esperimenti in cui queste inconsistenze si tradurreb-
bero in fenomeni fisicamente osservabili. Tuttavia, vedremo anche che questi fenomeni
28
occorrerebbero su scale spazio–temporali alle quali gli effetti quantistici non possono pi` u
essere trascurati. A queste scale l’Elettrodinamica classica perde quindi la sua validit`a
fenomenologica, ed essa deve essere sostituita dalla Teoria Quantistica di Campo. In
altri termini: sono proprio gli effetti quantistici a mascherare le inconsistenze interne
dell’Elettrodinamica classica – rendendole inosservabili.
Sulle cariche elettriche. Per il momento abbiamo tacitamente assunto che le cariche
elettriche delle particelle costituiscano un arbitrario insieme di costanti ¦e
r
¦. Siamo con-
fortati in questa ipotesi dal fatto che – per quanto riguarda le analisi svolte finora sul
sistema (2.12)–(2.14) – non abbiamo incontrato nessuna inconsistenza: questo sistema di
equazioni sembra consistente qualsiasi siano i valori delle e
r
. A questo proposito possia-
mo, per`o, anche notare che le cariche elettriche entrano nelle equazioni fondamentali in
due modi diversi: nelle equazioni di Lorentz, e nell’equazione di Maxwell attraverso la
corrente.
`
E evidente che a priori non c’`e nessun motivo per cui i due insiemi di cariche
siano identici. Potremmo, cio`e, usare nelle equazioni di Lorentz le cariche ¦e
r
¦, e nella
definizione della corrente (2.6) un insieme diverso ¦e

r
¦, e le equazioni fondamentali man-
terrebbero tutte le buone propriet`a discusse finora. Rimane allora da capire cosa ci ha
spinto a identificare questi due insiemi di cariche fin dall’inizio. Un’indicazione cruciale
che ci aiuta a rispondere a questa domanda viene dal limite non relativistico. Consideria-
mo in questo limite due particelle con cariche (e
1
, e

1
) e (e
2
, e

2
), e chiamiamo r il raggio
vettore che congiunge la particella 1 alla particella 2. Allora dall’equazione di Maxwell
(2.30) ci possiamo calcolare il campo elettrico quasi–statico creato dalla particella 1 nel
punto in cui si trova la particella 2, e viceversa,

E
2
=
e

1

r
r
3
,

E
1
= −
e

2

r
r
3
,
mentre nel limite non relativistico i campi magnetici possono essere trascurati. In questo
limite le equazioni di Lorentz (2.19) ci danno allora per la forza

F
12
esercitata dalla
particella 1 sulla particella 2, e viceversa,

F
12
= e
2

E
2
=
e
2
e

1

r
r
3
,

F
21
= e
1

E
1
= −
e
1
e

2

r
r
3
.
Si vede quindi che la terza legge di Newton, ovverosia il principio di azione e reazione
29

F
12
= −

F
21
, che `e un postulato fondamentale della Meccanica Newtoniana, vale solo se,
e
1
e

1
=
e
2
e

2
.
Ripetendo questo ragionamento per un’arbitraria coppia di particelle si conclude che la
validit` a della terza legge di Newton richiede che il rapporto e
r
/e

r
sia una costante uni-
versale, che pu`o essere posta uguale all’unit`a riscalando il campo elettromagnetico e le
cariche. Si ottiene cos`ı,
e
r
= e

r
.
A livello non relativistico l’origine di questa identificazione risiede dunque nel principio
di azione e reazione. D’altra parte, sempre a livello non relativistico questo principio `e
equivalente alla conservazione della quantit` a di moto totale di un sistema isolato,
d
dt
( p
1
+ p
2
) =

F
21
+

F
12
= 0.
A livello relativistico dobbiamo allora aspettarci che l’identificazione dei due tipi di carica
venga imposta dalla richiesta di conservazione del quadrimomento totale, in particolare
dell’energia. Nella sezione 2.4 vedremo in effetti che questo `e ci`o che succede.
2.3 La natura distribuzionale del campo elettromagnetico
Abbiamo gi`a fatto notare che le componenti della quadricorrente j
µ
non sono funzioni,
bens`ı distribuzioni, supportate sulle linee di universo delle particelle. Dall’equazione di
Maxwell (2.14) si deduce allora che le componenti di F
µν
non possono essere “funzioni
derivabili” lungo le linee di universo, perch´e altrimenti anche le componenti del quadri-
vettore ∂
µ
F
µν
sarebbero funzioni. Traiamo allora le seguente conclusioni: I) il tensore
F
µν
`e necessariamente singolare lungo le linee di universo, e vedremo che la singolarit`a
in questione `e del tipo 1/r
2
, se r indica la distanza spaziale dalla linea di universo; II)
l’equazione di Maxwell (2.14) non ha senso come equazione differenziale nello spazio delle
funzioni, mentre essa sar`a perfettamente ben definita se la consideriamo come equazione
differenziale nello spazio delle distribuzioni temperate o
t
(R
4
)
3
.
3
In ultima analisi il ruolo della (2.14) `e unicamente quello di qualificare le singolarit`a di F
µν
lungo
le linee di universo, visto che nel loro complemento la corrente si annulla, e quindi ivi vale banalmente

µ
F
µν
= 0.
30
In questa nuova ottica le componenti di F
µν
andranno dunque considerate come ele-
menti di o
t
(R
4
), e le derivate che compaiono nella (2.14) andranno considerate come
derivate nel senso delle distribuzioni. Per consistenza allora anche l’identit` a di Bianchi
(2.13) deve essere riguardata come equazione differenziale in o
t
(R
4
). Si noti che questa
reinterpretazione delle due equazioni di Maxwell come equazioni differenziali nello spazio
delle distribuzioni `e consistente, perch´e esse sono lineari in F
µν
.
Una volta che abbiamo dato un significato matematico preciso alle equazioni di Max-
well e Bianchi possiamo chiederci se ora anche l’equazione di Lorentz risulta ben definita.
`
E immediato vedere che la risposta a questa domanda `e negativa. Infatti, nelle (2.12)
compare F
µν
(y
r
), cio`e il campo elettromagnetico valutato proprio sulla traiettoria del-
la particella, luogo dove esso `e singolare: le quantit` a F
µν
(y
r
) sono quindi divergenti e
l’equazione di Lorentz `e mal definita. L’interpretazione fisica di questa patologia `e che
l’interazione della particella con il campo elettromagnetico da essa stessa creata – l’au-
tointerazione – `e di intensit` a infinita. Si intuisce facilmente che la causa prima di questa
divergenza “ultravioletta”, dovuta cio`e alle leggi che determinano la fisica a piccole distan-
ze, `e proprio la natura puntiforme delle particelle cariche, come anticipato nel paragrafo
precedente.
Nel capitolo 12 discuteremo possibili soluzioni pragmatiche al problema dell’autointe-
razione infinita, ma nessuna di queste risulter`a soddisfacente dal punto di vista teorico,
se ci si confina all’ambito dell’Elettrodinamica classica.
2.3.1 Lo spazio delle distribuzioni
Prima di illustrare con qualche esempio il significato – e la necessit`a – di questa nuova
interpretazione delle leggi dell’Elettrodinamica, ricordiamo qualche elemento operativo
della teoria delle distribuzioni (temperate) in uno spazio di dimensione arbitraria.
Distribuzioni e funzioni di test. In D dimensioni lo spazio delle funzioni di test o ≡
o(R
D
) `e lo spazio vettoriale delle funzioni complesse ϕ(x) di classe C

, che all’infinito de-
crescono insieme a tutte le loro derivate pi` u rapidamente dell’inverso di qualsiasi potenza.
Devono, cio`e, essere finite tutte le “seminorme”,
[[ϕ[[
1,O
≡ sup
x∈R
D [{(x)O(∂)ϕ(x)[ , (2.32)
31
dove con { intendiamo un generico monomio nelle x
µ
e con O un generico monomio nelle
derivate parziali ∂
µ
. Per quanto riguarda la topologia di cui si dota o si rimanda a un
testo di Metodi Matematici. Lo spazio delle distribuzioni o
t
≡ o
t
(R
D
) `e allora definito
come l’insieme dei funzionali F che sono lineari e continui su o,
F : o → C,
ϕ → F(ϕ). (2.33)
Una generica distribuzione F ∈ o
t
`e completamente determinata dai valori F(ϕ) che essa
assume quando viene applicata a una generica funzione di test ϕ ∈ o. Ricordiamo ora un
teorema che `e di grande utilit`a pratica quando si tratta di stabilire se un dato funzionale
lineare su o risulta continuo.
Teorema: un funzionale lineare F su o `e continuo, cio`e, appartiene ad o
t
, se e solo se esso
pu`o essere maggiorato da una somma finita di seminorme di ϕ, vale a dire,
[F(ϕ)[ ≤
¸
C
1,O
[[ϕ[[
1,O
, ∀ ϕ ∈ o, (2.34)
per opportune costanti positive C
1,O
indipendenti da ϕ.
Un’importante classe di distribuzioni `e quella costituita dalle distribuzioni regolari,
ovvero dalle distribuzioni che sono rappresentate da funzioni. Si dice che una distribuzione
F `e rappresentata dalla funzione f(x) da R
D
in C quando si ha,
F(ϕ) =

f(x) ϕ(x) d
D
x.
Sfruttando il teorema di cui sopra `e allora facile dimostrare che rappresentano distribu-
zioni regolari in particolare tutte le funzioni limitate, e tutte le funzioni con singolarit`a
integrabili, che divergono all’infinito al massimo come qualche potenza, vedi problema 2.4.
Ricordiamo inoltre che in generale le distribuzioni non si possono moltiplicare o divi-
dere tra di loro, e che il valore di una distribuzione F in un punto x in generale non `e una
quantit` a ben definita. Tuttavia, certe propriet`a delle distribuzioni risultano di “accesso
immediato” se si ricorre alla notazione “simbolica”, vale a dire se si introduce formalmente
la quantit`a F(x). In notazione simbolica scriveremo per esempio,
F(ϕ) =

F(x) ϕ(x) d
D
x.
32
2.3.2 Operazioni sulle distribuzioni
Le operazioni che presentiamo di seguito si riferiscono a distribuzioni F che operano su
funzioni di test ϕ appartenenti ad o, ma in molti casi queste operazioni mantengono
la loro validit`a anche quando le distribuzioni vengono applicate a funzioni molto meno
regolari di quelle appartenenti a o.
Derivate di distribuzioni. Ogni elemento F ∈ o
t
ammette derivate parziali ∂
µ
F ∈ o
t
,
definite da,
(∂
µ
F)(ϕ) = −F(∂
µ
ϕ). (2.35)
Dalla definizione segue immediatamente che le derivate parziali nel senso delle distribu-
zioni commutano sempre,

µ

ν
F = ∂
ν

µ
F.
La valutazione esplicita della derivata di una distribuzione F `e facilitata se in un sottoin-
sieme B di R
D
essa pu`o essere rappresentata da una funzione di classe C

. In questa
regione la derivata pu`o essere calcolata semplicemente nel senso delle funzioni, e il calcolo
della derivata di F `e ridotto essenzialmente alla determinazione di ∂
µ
F nel complemento
di B, che `e il luogo dove F `e singolare. Siccome le singolarit`a delle distribuzioni con cui
avremo a che fare costituiscono sempre insiemi di misura nulla, questa strategia si riveler` a
molto efficace.
Convoluzione. La convoluzione F ∗ ϕ tra una distribuzione F e una funzione di test ϕ
`e una distribuzione che in notazione simbolica `e data da,
(F ∗ ϕ)(x) =

F(x −y) ϕ(y) d
D
y.
Per le sue derivata si ha,

µ
(F ∗ ϕ) = ∂
µ
F ∗ ϕ = F ∗ ∂
µ
ϕ.
Se anche F ∈ o si ha inoltre F ∗ ϕ = ϕ ∗ F.
Funzione–δ di Dirac unidimensionale. La distribuzione di Dirac unidimensionale δ
a
supportata in x = a, con a ∈ R, `e l’elemento di o
t
(R) definito da δ
a
(ϕ) = ϕ(a), per
ogni ϕ ∈ o(R). Essa al solito viene rappresentata dalla funzione simbolica δ(x − a) che
33
soddisfa,

δ(x −a) ϕ(x) dx = ϕ(a).
La δ di Dirac gode di alcune importanti propriet`a che ora elencheremo usando la notazione
simbolica. Per la sua derivata n–esima si ha,

d
n
dx
n
δ(x −a) ϕ(x) dx = (−)
n
d
n
ϕ
dx
n
(a).
Per ogni f ∈ O
M
(R) – l’insieme delle funzioni C

su R polinomialmente limitate insieme
a tutte le loro derivate – si ha poi,
f(x) δ(x −a) = f(a) δ(x −a). (2.36)
Questa relazione comporta alcune semplici identit`a, come per esempio,
xδ(x) = 0, x
2
d
dx
δ(x) = 0, x
d
dx
δ(x) = −δ(x), etc.
Queste identit` a si dimostrano facilmente usando la regola di Leibnitz, valida per prodotti
del tipo fF, con f ∈ O
M
(R) e F ∈ o
t
(R). Se c `e un numero reale diverso da zero vale
anche,
δ(c (x −a)) =
δ(x −a)
[ c[
.
Data una funzione reale f(x), in certe condizioni resta definita anche l’espressione δ(f(x)).
Pu`ı precisamente, se f `e derivabile e ha un numero finito di zeri ¦x
n
¦ tali che le derivate
prime f
t
(x
n
) sono tutte diverse da zero, si definisce,
δ(f(x)) =
¸
n
δ(x −x
n
)
[f
t
(x
n
)[
. (2.37)
L’origine di questa definizione diventa evidente se si applicano entrambi i membri a una
funzione di test, e se nell’integrale risultante a primo membro si esegue formalmente
il cambiamento di variabile x → y = f(x). Un caso che incontreremo di frequente
corrisponde alla funzione f(x) = x
2
−a
2
, a = 0, per cui la (2.37) d`a,
δ(x
2
−a
2
) =
1
2[a[
(δ(x −a) + δ(x + a)) . (2.38)
Dalla definizione della convoluzione data sopra segue inoltre che si ha,
δ ∗ ϕ = ϕ,
34
per ogni ϕ ∈ o.
Funzione–δ di Dirac quadridimensionale. La distribuzione di Dirac si generalizza im-
mediatamente a uno spazio di dimensione arbitraria. Per definitezza, e in vista dell’uso
che ne faremo in seguito, qu`ı presentiamo il caso quadridimensionale.
Dato un quadrivettore a
µ
la distribuzione di Dirac δ
a
, supportata in x
µ
= a
µ
, `e l’ele-
mento di o
t
(R
4
) definito da δ
a
(ϕ) = ϕ(a), per ogni ϕ ∈ o(R
4
). Essa viene rappresentata
dall’espressione simbolica,
δ
4
(x −a) = δ(x
0
−a
0
) δ
3
(x −a) = δ(x
0
−a
0
)δ(x
1
−a
1
)δ(x
2
−a
2
)δ(x
3
−a
3
), (2.39)
e si scrive,
δ
a
(ϕ) =

δ
4
(x −a) ϕ(x) d
4
x = ϕ(a).
Per le sue derivate si ottiene,
(∂
µ
δ
a
)(ϕ) = −δ
a
(∂
µ
ϕ) = −∂
µ
ϕ(a),
che in notazione simbolica si scrive come,


µ
δ
4
(x −a) ϕ(x) d
4
x = −∂
µ
ϕ(a).
Per ogni f ∈ O
M
(R
4
) si ha poi,
f(x) δ
4
(x −a) = f(a) δ
4
(x −a).
In questo caso da questa relazione seguono le identit`a,
x
µ
δ
4
(x) = 0, x
µ
x
ν

ρ
δ
4
(x) = 0, x
µ

ν
δ
4
(x) = −δ
µ
ν
δ
4
(x), etc.
Se C
µ
ν
`e una qualsiasi matrice 4 4 invertibile si ha inoltre,
δ
4
(C(x −a)) =
δ
4
(x −a)
[ det C[
.
La quadricorrente in notazione tridimensionale. Per illustrare l’uso della δ di Dirac
come funzione simbolica deriviamo la forma tridimensionale della quadricorrente j
µ
di un
sistema di particelle, vedi (2.6). A questo scopo esplicitiamo l’integrale r–esimo in (2.6),
35
scegliendo come variabile di integrazione la coordinata temporale della particella r–esima,
cio`e, λ
r
= y
0
r
. Usando la (2.39) si ottiene,
j
µ
(x) =
¸
r
e
r

γ
r
dy
µ
r
(y
0
r
)
dy
0
r
δ
4
(x−y
r
(y
0
r
)) dy
0
r
=
¸
r
e
r

γ
r
dy
µ
r
(y
0
r
)
dy
0
r
δ(t−y
0
r
) δ
3
(x−y
r
(y
0
r
)) dy
0
r
.
A questo punto si pu`o eseguire l’integrale della δ(t − y
0
r
) in dy
0
r
, considerando il resto
dell’integrando come una “funzione di test”, la quale va quindi valutata in y
0
r
= t. Si
ottiene,
j
µ
(t, x) =
¸
r
e
r
dy
µ
r
(t)
dt
δ
3
(x −y
r
(t)),
dove `e sottinteso che y
0
r
(t) = t. Scrivendo separatamente parte temporale e parte spaziale
si ottengono rispettivamente la densit`a di carica e la densit`a di corrente spaziale,
j
0
(t, x) =
¸
r
e
r
δ
3
(x −y
r
(t)), (2.40)

j(t, x) =
¸
r
e
r
v
r
(t) δ
3
(x −y
r
(t)). (2.41)
Distribuzioni con supporto in un punto. Completiamo l’elenco delle propriet`a della δ
di Dirac enunciando un teorema che vincola fortemente la forma di una distribuzione che
`e “diversa da zero” solo in un insieme finito di punti, vale a dire il cui supporto `e costituito
da un insieme finito di punti.
Teorema: Una distribuzione F ∈ o
t
(R
D
) il cui supporto `e costituito dal punto x
µ
= a
µ
,
`e necessariamente una combinazione lineare finita della δ
D
(x − a) e delle sue derivate.
Avremo, cio`e,
F = c δ
D
(x −a) + c
µ

µ
δ
D
(x −a) + + c
µ
1
µ
n

µ
1

µ
n
δ
D
(x −a), (2.42)
dove i c
µ
1
µ
k
sono coefficienti costanti. Se il supporto di una distribuzione `e invece co-
stituito da un insieme finito di punti, essa `e data da una somma di espressioni del tipo
(2.42). Come vedremo questo teorema risulter`a molto utile nella soluzione di equazioni
algebriche per distribuzioni.
Trasformata di Fourier di una distribuzione. La trasformata di Fourier costituisce una
biiezione di o in se stesso ed, opportunamente estesa, di o
t
in se stesso. Indicheremo la
trasformata di Fourier di un generico elemento ϕ ∈ o con ´ ϕ, e analogamente quella di un
36
generico elemento F ∈ o
t
con
´
F. Nello spazio–tempo di Minkowski quadridimensionale
per una generica funzione di test si ha,
´ ϕ(k) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−ikx
ϕ(x), ϕ(x) =
1
(2π)
2

d
4
k e
ikx
´ ϕ(k),
dove abbiamo introdotto le quattro variabili duali k ≡ k
µ
e definito k x ≡ k
µ
x
ν
η
µν
. Si
noti che, strettamente parlando, per quanto riguarda la variabile x la nostra definizione
corrisponde in realt`a all’antitrasformata di Fourier. La trasformata di Fourier di una
distribuzione `e allora definita da,
´
F(ϕ) = F( ´ ϕ), ∀ ϕ ∈ o.
Da questa definizione segue facilmente che in notazione simbolica si ha,
´
F(k) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−ikx
F(x), F(x) =
1
(2π)
2

d
4
k e
ikx
´
F(k),
ma insistiamo sul fatto che questi integrali sono da intendersi come tali solo se la distri-
buzione F `e sufficientemente regolare.
Per le derivate e la moltiplicazione per una coordinata si ha,
¯

µ
F(k) = i k
µ
´
F(k),
¯
x
µ
F(k) = i

∂k
µ
´
F(k),
con ovvie estensioni alla trasformata di Fourier di un generico polinomio in x
µ
e ∂
ν
,
applicato a F. Ricordiamo in particolare le trasformate della δ
4
e delle sue derivate,

δ
4
(x)(k) =
1
(2π)
2
,


µ
δ
4
(x)(k) =
ik
µ
(2π)
2
.
Per concludere riportiamo la formula per la trasformata di Fourier della convoluzione
tra un elemento F di o
t
e un elemento ϕ di o. In uno spazio a dimensione D in notazione
simbolica si ha,

F ∗ ϕ(k) = (2π)
D/2
´
F(k) ´ ϕ(k).
2.3.3 Identit`a di Bianchi e forme differenziali
Una volta assodato che le equazioni per il campo elettromagnetico devono essere formulate
nello spazio delle distribuzioni `e opportuno riesaminarle in questo nuovo ambito. In questo
37
paragrafo rianalizzeremo l’identit`a di Bianchi (2.13) e la sua soluzione generale (2.22),
mentre nel prossimo paragrafo ci dedicheremo all’equazione di Maxwell.
Come ora sappiamo le componenti di F
µν
non sono derivabili ovunque – come funzioni
– e le derivate ∂
ν
F
ρσ
che compaiono nella (2.13) vanno eseguite nel senso delle distribuzioni.
Si ripresenta allora la domanda se l’espressione F
µν
= ∂
µ
A
ν
− ∂
ν
A
µ
`e ancora soluzione
dell’identit` a di Bianchi, ovverosia, se il calcolo formale eseguito in (2.23) `e ancora valido.
Se vogliamo dare senso a questa domanda, come prima cosa dobbiamo considerare anche
le componenti di A
µ
come distribuzioni. A questo punto la correttezza del risultato (2.23)
– indipendentemente dalla presenza o meno di singolarit`a in A
µ
, purch´e di carattere
distribuzionale – segue semplicemente dal fatto che le derivate nel senso delle distribuzioni
commutano.
Per dimostrare il viceversa, cio`e, che in o
t
(R
4
) ogni soluzione di (2.13) pu`o essere
scritta nella forma (2.22), conviene fare uso di un formalismo che viene introdotto in
Geometria Differenziale
4
, pi` u precisamente il formalismo delle “p–forme differenziali a
valori nello spazio delle distribuzioni”. Questi oggetti geometrici – che vengono chiamati
anche pi` u semplicemente “p–forme” – sono essenzialmente tensori di rango (0, p) comple-
tamente antisimmetrici a valori in o
t
(R
4
). L’analisi che segue, non essendo indispensabile
per la comprensione del resto del testo, `e rivolta a coloro che sono familiari con questo
formalismo.
Nel linguaggio delle forme al tensore antisimmetrico F
µν
resta associata la due–forma,
F =
1
2
dx
ν
∧ dx
µ
F
µν
. (2.43)
Ricordiamo poi che sull’algebra delle forme `e definito l’operatore “differenziale esterno”
d, che associa a una p–forma una (p + 1)–forma, e risulta nihilpotente, cio`e soddisfa,
d
2
= 0.
Nell’ambito delle forme a valori nelle distribuzioni questa propriet`a `e conseguenza diretta
del fatto che le derivate parziali nel senso delle distribuzioni commutano sempre. Per
4
Un testo che presenta la Geometria Differenziale con particolare riferimento alle sue applicazioni in
fisica, compreso il linguaggio delle forme differenziali, `e “Analysis, Manifolds and Physics”, di Yvonne
Choquet–Bruhat, Cecile DeWitt–Morette e Margaret Dillard–Bleick, ed. North–Holland, Amsterdam,
1982.
38
definizione il differenziale esterno di F `e la tre–forma,
dF =
1
2
dx
ν
∧ dx
µ
∧ dx
ρ


F
µν]
.
L’identit` a di Bianchi `e allora equivalente alla richiesta che F sia una forma chiusa, cio`e,
che valga dF = 0. Infatti, vedi problema 2.2,
dF = 0 ⇔ ∂

F
µν]
= 0.
Siccome F `e una forma chiusa, secondo il Lemma di Poincar´e nello spazio delle forme a
valori nelle distribuzioni, essa `e anche esatta
5
. Esiste, cio`e, una uno–forma A = dx
ν
A
ν
a
valori nelle distribuzioni tale che,
F = dA. (2.44)
Esplicitando il differenziale si ottiene,
F =
1
2
dx
ν
∧ dx
µ
F
µν
= d(dx
ν
A
ν
) = dx
ν
∧ dx
µ


A
ν]
,
e quindi,
F
µν
= 2∂

A
ν]
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
,
che corrisponde alla (2.22). D’altra parte, dato che l’operatore d `e nihilpotente la uno–
forma A data in (2.44) `e a sua volta definita modulo uno–forme esatte,
A ≈ A + dΛ, (2.45)
dove Λ `e una zero–forma, ovverosia un campo scalare. Siccome dΛ = dx
µ

µ
Λ la (2.45) si
traduce in,
A
µ
≈ A
µ
+∂
µ
Λ,
cosicch`e ritroviamo che il potenziale vettore `e definito modulo una trasformazione di
gauge. In conclusione, nel linguaggio delle forme differenziali le relazioni (2.25) si scrivono
semplicemente,
dF = 0 ⇐⇒ F = dA, con A ≈ A + dΛ.
5
Nello spazio delle forme differenziali a valori in o

(R
D
) il lemma di Poincar´e asserisce che ogni forma
chiusa `e anche esatta. Questo `e essenzialmente dovuto al fatto che lo spazio R
D
`e topologicamente banale.
39
Si vede che da un lato il formalismo delle forme differenziali `e utile perch´e fornisce
una notazione compatta che evita di indicare esplicitamente gli indici; dall’altro lato
nell’ambito della teoria delle distribuzioni esso permette di definire le componenti delle p–
forme “globalmente” – vale a dire in tutto R
4
– anche in presenza di singolarit`a. Notiamo,
tuttavia, che questo formalismo non si applica a tensori che non sono completamente
antisimmetrici.
2.3.4 Il campo elettromagnetico della particella statica
La necessit`a di considerare le equazioni che governano la dinamica del campo elettroma-
gnetico nello spazio delle distribuzioni, emerge molto chiaramente dal semplice esempio
di una particella statica. Per questo motivo analizzeremo ora in dettaglio questo caso.
Ad una particella statica nell’origine corrisponde la linea di universo, y
0
(t) = t, y(t) =
0, e quindi v(t) = 0. Secondo le (2.40) e (2.41) ad essa corrisponde la quadricorrente,
j
0
(t, x) = e δ
3
(x),

j(t, x) = 0.
In questo caso sappiamo che il campo magnetico `e nullo,

B = 0,
e che il campo elettrico `e statico. L’equazione di Maxwell e l’identit`a di Bianchi si riducono
allora rispettivamente a,



E = e δ
3
(x),



E = 0, (2.46)
vedi (2.28)–(2.31). Come `e noto la soluzione di questo sistema di equazioni dovrebbe
essere data dal campo coulombiano,

E(t, x) =
e

x
r
3
, r = [x[, (2.47)
affermazione che ora rianalizzeremo criticamente.
Come analisi preliminare ci calcoliamo le derivate di

E nel senso delle funzioni. Dato
che ∂
i
r = x
i
/r, per x = 0 si ottiene facilmente,

i
E
j
=
e
4πr
3

δ
ij
−3
x
i
x
j
r
2

. (2.48)
40
L’identit` a di Bianchi sarebbe quindi soddisfatta in quanto ∂
i
E
j
− ∂
j
E
i
= 0, mentre
l’equazione di Maxwell sarebbe violata, perch´e si otterrebbe ∂
i
E
i
= 0 ! L’errore sta
evidentemente nell’avere considerato sia

E che l’operator ∂
i
nello spazio delle funzioni.
Rianalizziamo dunque il problema nello spazio di distribuzioni o
t
≡ o
t
(R
3
), appro-
priato per il caso statico. Come prima cosa dobbiamo domandarci se le componenti E
i
del campo elettrico (2.47) appartengono effettivamente ad o
t
. La risposta `e affermativa
in quanto

E ha solo una singolarit`a integrabile in x = 0, e all’infinito `e limitato da una
costante, vedi problema 2.4. Le derivate ∂
i
E
j
sono allora ben definite in o
t
, ma esse vanno
– per l’appunto – calcolate nel senso delle distribuzioni, vale a dire applicando la (2.35).
Presentiamo prima i calcoli spiegando i passaggi intermedi di seguito,
(∂
i
E
j
)(ϕ) = −E
j
(∂
i
ϕ) = −
e

d
3
x
x
j
r
3

i
ϕ = −
e

lim
ε→0

r>ε
d
3
x
x
j
r
3

i
ϕ
= −
e

lim
ε→0

r>ε
d
3
x
¸

i

x
j
r
3
ϕ

−∂
i

x
j
r
3

ϕ

=
e

lim
ε→0
¸
r=ε
dΩn
i
n
j
ϕ +

r>ε
d
3
x
1
r
3

δ
ij
−3
x
i
x
j
r
2

ϕ

=
e
3
δ
ij
ϕ(0) +
e

d
3
x
1
r
3

δ
ij
−3
x
i
x
j
r
2

ϕ. (2.49)
Spieghiamo ora i passaggi. L’integrando della prima riga appartiene a L
1
(R
3
), e cos`ı
possiamo eseguire l’integrale introducendo una successione invadente qualsiasi. Abbiamo
usato la successione invadente V
ε
= R
3
`S
ε
, dove S
ε
`e la palla di raggio ε centrata nel-
l’origine. Siccome in V
ε
l’integrando `e di classe C

abbiamo poi potuto usare il calcolo
differenziale standard. Nella seconda riga abbiamo cos`ı usato la regola di Leibnitz e nella
terza il teorema di Gauss. Il bordo di V
ε
`e costituito dalla sfera all’infinito, che non d`a
contributo al flusso perch´e ϕ svanisce all’infinito pi` u rapidamente dell’inverso di qualsiasi
potenza, e dalla sfera di raggio ε centrata nell’origine. Per valutare l’integrale su questa
sfera abbiamo usato coordinate polari x ↔ (r, Ω), con Ω = (φ, ϑ) e dΩ ≡ senϑdϑdφ,
e introdotto il versore radiale uscente n
i
= x
i
/ε. L’elemento di superficie diventa allora
41

i
= n
i
ε
2
dΩ. Infine abbiamo ultilizzato l’integrale sugli angoli, vedi problema 2.6,

dΩn
i
n
j
=

3
δ
ij
.
Riscrivendo la (2.49) in notazione simbolica otteniamo in definitiva per le derivate di

E
nel senso delle distribuzioni,

i
E
j
=
e
3
δ
ij
δ
3
(x) +
e
4πr
3

δ
ij
−3
x
i
x
j
r
2

. (2.50)
Confrontando con la (2.48) si vede che il calcolo “naiv” `e valido per x = 0, ma non `e
capace di rivelare la presenza del termine supportato in x = 0, dove il campo elettrico `e
infatti singolare
6
.
Come si vede l’espressione (2.50) soddisfa ora entrambe le equazioni di (2.46), la prima
in particolare essendo equivalente all’identit` a in o
t
,


x
r
3
= 4π δ
3
(x). (2.51)
Infine possiamo rileggere i nostri risultati in termini del potenziale coulombiano A
0
. La
soluzione generale dell’identit` a di Bianchi



E = 0 `e infatti data da,

E = −

∇A
0
.
Data la (2.47) si verifica facilmente (esercizio) che questa relazione `e soddisfatta – anche
nel senso delle distribuzioni – se si sceglie il potenziale,
A
0
=
e
4πr
, (2.52)
appartenente anch’esso o
t
. L’analisi svolta sopra implica allora la validit` a dell’equazione
di Poisson −∇
2
A
0
= e δ
3
(x), dalla quale segue la nota identit`a,

2
1
r
= −4π δ
3
(x). (2.53)
L’equazione di Lorentz. Una volta risolte l’equazione di Maxwell e l’identit` a di Bianchi
possiamo considerare l’equazione di Lorentz, le cui componenti indipendenti sono date
6
Si noti che il secondo e il terzo termine in (2.50), che per r →0 si comportano entrambi come 1/r
3
,
presi separatamente non costituiscono affatto distribuzioni.
`
E solo la particolare combinazione lineare
che compare in (2.50), con coefficiente relativo −3, ad essere un elemento di o

.
42
in (2.21). Siccome abbiamo v = p = 0, il membro di sinistra di questa equazione `e
identicamente nullo. D’altra parte, dato che y(t) = 0 il membro di destra della (2.21) si
ridurrebbe a e

E(t,

0), espressione che – data la (2.47) – diverge! Ritroviamo cos`ı che la
forza esercitata dal campo elettromagnetico generato da una particella puntiforme sulla
particella stessa `e divergente, e che l’equazione di Lorentz `e inconsistente. A dire il vero
nel caso statico qu`ı considerato conosciamo una soluzione pragmatica del problema: in
accordo con l’esperienza dobbiamo porre la quantit`a mal definita

E(t,

0) uguale a zero,
perch´e sperimentalmente si osserva che una particella statica non subisce nessuna forza.
Vedremo, tuttavia, che nel caso generale di una particella in moto vario questa semplice
ricetta non risulta implementabile, perch´e entrerebbe in conflitto con la conservazione del
quadrimomento totale.
L’energia infinita del campo elettromagnetico. Concludiamo l’analisi della particella
statica con un ulteriore commento, anticipando l’espressione per la densit`a di energia
del campo elettromagnetico, vedi paragrafo 2.4.3,
ρ
em
=
1
2
(E
2
+ B
2
).
Vista la (2.47) e dato che

B = 0, l’energia totale del campo elettromagnetico di una
particella statica risulterebbe quindi,
ε
em
=

ρ
em
d
3
x =

e

2

d
3
x
r
4
,
che corrisponde a una “costante” divergente, per via del comportamento singolare del-
l’integrando in r → 0. D’altra parte, nel caso sotto esame l’energia della particella `e
conservata banalmente, essendo ε =
m

1 −v
2
= m, e allora – se si deve conservare l’ener-
gia totale – anche l’energia ε
em
del campo elettromagnetico dovrebbe essere una costante
(finita). Nel capitolo 13 vedremo che nel caso statico l’unico valore di ε
em
compatibile
con l’invarianza relativistica, in realt`a `e ε
em
= 0. Ma vedremo anche che nel caso di
una particella in moto arbitrario, questa semplice scelta “fatta a mano” violerebbe sia la
conservazione del quadrimomento totale, sia l’invarianza relativistica.
`
E abbastanza evidente che il problema dell’energia infinita del campo elettromagnetico
– cos`ı come quello dell’autointerazione infinita di una particella carica – `e conseguenza
della natura puntiforme delle particelle elementari: mentre il secondo in ultima analisi `e
43
tuttora irrisolto, vedi capitolo 12, il primo ha trovato una soluzione – anche se solo di
recente – nell’ambito della teoria delle distribuzioni
7
. Noi la presenteremo in una forma
alternativa nel capitolo 13.
2.4 Le costanti del moto dell’Elettrodinamica
In Fisica un ruolo fondamentale viene giocato dalle costanti del moto associate alla di-
namica di un sistema, ovverosia dalle grandezze fisiche che si conservano durante la sua
evoluzione temporale. D’altra parte, come `e noto esiste un legame molto stretto tra leggi
di conservazione e simmetrie continue di una teoria, legame che viene concretizzato dal
teorema di Noether. L’importanza concettuale di questo teorema che, oltre a stabilire
l’esistenza di costanti del moto ne fornisce anche la forma esplicita, risiede nella sua ge-
neralit`a: `e valido in qualsiasi teoria le cui equazioni del moto possano essere dedotte da
un principio variazionale. Per l’Elettrodinamica di particelle puntiformi, le cui equazioni
del moto sono relativamente semplici, deriveremo ora la forma delle principali costanti del
moto in modo euristico – senza ricorrere a questo teorema – utilizzando invece nozioni di
elettromagnetismo di base. La verifica che le costanti del moto cos`ı ottenute combaciano
perfettamente con quelle previste dal teorema di Noether verr`a poi fatta nel capitolo 4.
2.4.1 Conservazione e invarianza della carica elettrica
Come prototipo di una legge di conservazione locale, che sia cio`e basata su un’equazione di
continuit` a per un’opportuna quadricorrente j
µ
, consideriamo la conservazione della carica
elettrica. Se la materia carica `e costituita da particelle puntiformi la corrente `e data dalla
(2.6); se la carica `e invece distribuita con continuit`a la corrente ha una forma generica. Per
quello che segue la forma particolare della corrente sar`a irrilevante, in quanto assumeremo
soltanto che essa goda delle seguenti propriet`a:
I) j
µ
`e un campo vettoriale,
II) j
µ
soddisfa l’equazione di continuit` a, ∂
µ
j
µ
= 0,
III) lim
[x[→∞
[x[
3
j
µ
(t, x) = 0, richiediamo cio`e che per ogni t fissato la corrente decada
7
E.G.P. Rowe, Phys. Rev. D 18 3639 (1978).
44
all’infinito spaziale pi` u rapidamente di 1/[x[
3
, propriet`a certamente posseduta da (2.40)
e (2.41).
Sotto queste ipotesi vogliamo ora dimostrare che esiste una carica totale Q conservata,
e che essa `e uno scalare sotto trasformazioni di Lorentz.
La costruzione della carica segue una procedura standard, che consiste nell’integrare
l’equazione di continuit` a su un volume V ,

0

V
j
0
d
3
x = −

V

j d
3
x.
Applicando il teorema di Gauss e definendo la carica contenuta in un volume V come
Q
V
=

V
j
0
d
3
x, si ottiene poi l’equazione di conservazione locale,
dQ
V
dt
= −

∂V

j d

Σ. (2.54)
La derivata della carica contenuta nel volume V eguaglia dunque l’opposto del flusso della
corrente spaziale attraverso il bordo di V . Se estendiamo ora il volume a tutto R
3
, per la
propriet`a III) converge l’integrale della densit`a j
0
su tutto lo spazio, mentre va a zero il
flusso della corrente spaziale all’infinito
8
. Si ottiene quindi la carica conservata,
Q =

j
0
d
3
x,
dQ
dt
= 0. (2.55)
Che la carica totale sia un invariante di Lorentz – propriet`a certamente non posseduta
dalla carica in un volume finito Q
V
– `e un po’ meno ovvio. Per dimostrarlo valutiamo la
carica, che `e indipendente dal tempo, all’istante t = 0 e la riscriviamo come segue,
Q =

j
0
(0, x) d
3
x =

j
0
(x) δ(t) d
4
x =

j
0
(x)∂
0
H(t) d
4
x =

j
µ
(x) ∂
µ
H(t) d
4
x.
Abbiamo introdotto la funzione di Heaviside H(t), nulla per t < 0 e uguale a 1 per t ≥ 0,
legata alla δ di Dirac dalla nota relazione,
dH(t)
dt
= δ(t).
8
Se V si estende a tutto lo spazio possiamo scegliere per ∂V una sfera di raggio R e mandare R
all’infinito. Conviene passare a coordinate polari. Ponendo d

Σ = nR
2
dΩ, dove n ´e il versore normale
alla sfera e Ω l’angolo solido, otteniamo

∂V

j d

Σ =

dΩn (lim
R→∞
R
2

j). Ma per la propriet`a III) il
limite tra parentesi `e zero.
45
Consideriamo ora la carica totale Q
t
in un altro sistema di riferimento, legato al primo da
una trasformazione di Lorentz propria x

= Λ
µ
ν
x
ν
, Λ
0
0
≥ 1. Con lo stesso procedimento
di cui sopra troviamo,
Q
t
=

j

(x
t
) ∂
t
µ
H(t
t
) d
4
x
t
.
Sfruttando le trasformazioni di Lorentz,
j

(x
t
) = Λ
µ
ν
j
ν
(x),

t
µ
=
¯
Λ
µ
ρ

ρ
,
d
4
x
t
= [detΛ[ d
4
x = d
4
x,
si ottiene poi,
Q
t
=

j
µ
(x)∂
µ
H(t
t
) d
4
x,
dove,
t
t
= Λ
0
0
t + Λ
0
i
x
i
. (2.56)
Possiamo infine valutare la differenza,
Q
t
−Q =

j
µ
(x) ∂
µ
(H(t
t
) −H(t)) d
4
x =


µ
[j
µ
(x) (H(t
t
) −H(t))] d
4
x, (2.57)
dove nell’ultimo passaggio abbiamo sfruttato l’equazione di continuit`a. Dividiamo ora la
quadridivergenza in parte spaziale e parte temporale, applicando alla prima il teorema di
Gauss in d = 3, e alla seconda il teorema fondamentale del calcolo in t. Supponendo di
poter scambiare gli ordini di integrazione si ottiene,
Q
t
−Q =

dt

Γ

(H(t
t
) −H(t))

j(x) d

Σ +

d
3
xj
0
(x)(H(t
t
) −H(t))[
t=+∞
t=−∞
.
Nel primo termine Γ

`e una superficie sferica posta all’infinito spaziale, dove

j si annulla
pi` u rapidamente di 1/[x[
3
; l’integrale del flusso `e quindi zero. Nel secondo termine dob-
biamo valutare la differenza H(t
t
) − H(t) nei limiti t → ±∞, per x fissato. Grazie al
fatto che Λ
0
0
≥ 1, dalla (2.56) si vede che per t → +∞ anche t
t
→ +∞, ed entrambe
le funzioni di Heaviside vanno a 1, mentre per t → −∞ anche t
t
→ −∞ ed entrambe le
funzioni di Heaviside vanno a zero. Anche il secondo integrale `e quindi zero e abbiamo,
Q
t
= Q.
46
2.4.2 Tensore energia–impulso e conservazione del quadrimomento
In questo paragrafo – e nel successivo – illustreremo come il principio di conservazione
dell’energia e della quantit` a di moto – cardine di qualsiasi teoria fisica fondamentale – vie-
ne realizzato nell’ambito dell’Elettrodinamica, come conseguenza delle equazioni (2.12)–
(2.14). Ma prima di considerare il caso particolare dell’Elettrodinamica, imposteremo ora
il problema in una generica teoria relativistica.
In una teoria relativistica l’energia costituisce la quarta componente di un quadri-
vettore, appunto del quadrimomento. Siccome una trasformazione di Lorentz mescola
energia e quantit`a di moto ci aspettiamo quindi che la conservazione della prima non
possa avvenire senza la contemporanea conservazione della seconda. In realt`a stiamo
quindi cercando quattro costanti del moto raggruppate nel quadrimomento P
ν
, la cui
componente temporale P
0
= ε rappresenta l’energia totale del sistema.
In analogia con la carica elettrica ci aspettiamo anche per il quadrimomento leggi di
conservazione locali, ovverosia ci aspettiamo che ad ogni componente del quadrimomento
P
ν
sia associata una corrente conservata. Indichiamo le quattro correnti risultanti con,
j
µ(ν)
(x) ≡ T
µν
(x), (2.58)
grandezza che viene chiamata “tensore energia–impulso”.
In base a quanto abbiamo appena detto postuliamo che in una teoria relativistica la
conservazione del quadrimomento sia conseguenza dell’esistenza di un tensore energia–
impulso, che gode delle seguenti propriet`a:
I) T
µν
`e un campo tensoriale,
II) T
µν
soddisfa l’equazione di continuit`a, ∂
µ
T
µν
= 0,
III) lim
[x[→∞
[x[
3
T
µν
(t, x) = 0.
La propriet`a I) assicura in particolare la covarianza dell’equazione di continuit`a II), cio`e,
se essa vale in un sistema di riferimento vale in tutti i sistemi di riferimento.
Procediamo ora come nel caso della corrente elettrica per dedurre l’esistenza di quan-
tit`a conservate. Integrando l’equazione di continuit`a su un volume finito otteniamo,

0

V
T

d
3
x = −

V

i
T

d
3
x. (2.59)
47
In base all’identificazione (2.58) le componenti T

corrispondono alla densit`a di quadri-
momento, e il quadrimomento contenuto in un volume V `e dunque dato da,
P
ν
V
=

V
T

d
3
x. (2.60)
La (2.59) ci dice allora che le quantit` a T

sono da interpretarsi come “densit`a di corrente
di quadrimomento”. Infatti, applicando il teorema di Gauss si ottiene l’equazione del
flusso,
dP
ν
V
dt
= −

∂V
T


i
. (2.61)
Scriviamo in particolare le componenti ν = 0 delle (2.60), (2.61), che riguardano l’energia
ε
V
≡ P
0
V
contenuta nel volume V ,
ε
V
=

V
T
00
d
3
x,

V
dt
= −

∂V
T
i0

i
.
Si vede che mentre T
00
rappresenta la densit`a di energia, il vettore tridimensionale T
i0
rappresenta il flusso di energia, entrambe quantit` a che in seguito giocheranno un ruolo
importante. Interpretazioni analoghe valgono per le componenti T
µi
, che riguardano la
quantit` a di moto.
Se infine nella (2.61) estendiamo il volume a tutto lo spazio, grazie alla propriet`a III)
deduciamo che il quadrimomento totale `e conservato,
P
ν
=

T

d
3
x,
dP
ν
dt
= 0. (2.62)
A questo punto facciamo notare che il quadrimomento P
ν
V
contenuto in un volume finito
– che in generale dipende dal tempo – non ha propriet`a ben definite sotto trasformazioni
di Lorentz, mentre, se vogliamo che la conservazione del quadrimomento totale sia una
propriet`a preservata nel passaggio da un sistema di riferimento a un altro, dobbiamo
dimostrare che P
ν
costituisce effettivamente un quadrivettore. La dimostrazione di questo
fatto si basa sulle propriet`a I)–III), e segue da vicino quella dell’invarianza della carica
elettrica del paragrafo precedente. Eseguendo gli stessi passaggi si ottiene facilmente,
P
ν
=

T
µν
(x) ∂
µ
H(t) d
4
x, P

=

T
tµν
(x
t
) ∂
t
µ
H(t
t
) d
4
x
t
.
Considerando che i tensori energia–impulso nei due riferimenti sono legati dalla relazione,
T
tµν
(x
t
) = Λ
µ
α
Λ
ν
β
T
αβ
(x),
48
si ottiene,
P

= Λ
ν
β

T
µβ
(x) ∂
µ
H(t
t
) d
4
x.
Calcoliamo allora la differenza,
P

−Λ
ν
β
P
β
= Λ
ν
β

T
µβ
(x)∂
µ
(H(t
t
)−H(t)) d
4
x = Λ
ν
β


µ

T
µβ
(x)(H(t
t
) −H(t))

d
4
x,
dove nell’ultimo passaggio abbiamo sfruttato l’equazione di continuit` a. L’integrale otte-
nuto `e della stessa forma dell’integrale (nullo) in (2.57), e quindi anch’esso `e zero. Vale
dunque,
P

= Λ
ν
β
P
β
,
come volevamo dimostrare.
2.4.3 Il tensore energia–impulso dell’Elettrodinamica
In questo paragrafo diamo una dimostrazione costruttiva dell’esistenza di un tensore
energia–impulso per l’Elettrodinamica classica, che goda delle propriet`a postulate nel
paragrafo precedente. Deriveremo prima, in modo euristico, la forma della densit`a di
energia T
00
, dopodich`e useremo l’invarianza di Lorentz per ricostruire l’intero tensore.
Per cominciare ricordiamo la nota formula per la densit`a di energia del campo elet-
tromagnetico,
T
00
em
=
1
2
(E
2
+ B
2
). (2.63)
Chiaramente l’energia totale conservata non potr`a essere data solo dall’integrale di T
00
em
,
perch´e sappiamo che il campo elettromagnetico scambia energia con le particelle cariche.
Per quantificare questo scambio ci calcoliamo la derivata temporale di T
00
em
, usando le
equazioni di Maxwell nella forma (2.28)–(2.31),
∂T
00
em
∂t
=

E

E
∂t
+

B

B
∂t
=

E



B −

j



B



E
= −

j

E −

E

B

.
Integriamo ora questa relazione su tutto lo spazio. Applicando all’ultimo termine il teo-
rema di Gauss e assumendo che

E e

B decrescano all’infinito spaziale abbastanza rapida-
mente, vediamo che esso non d`a contributo. Ricordando la forma della corrente spaziale
49
(2.41) possiamo allora scrivere,
d
dt

T
00
em
d
3
x = −

E

j d
3
x = −
¸
r
e
r
v
r

E(t, x) δ
3
(x −y
r
(t)) d
3
x (2.64)
= −
¸
r
e
r
v
r

E(t, y
r
(t)) = −
d
dt

¸
r
ε
r

, (2.65)
dove abbiamo usato la legge della potenza (2.20), con ε
r
= m
r
/

1 −v
2
r
. La relazione che
abbiamo ottenuto ci dice che si conserva l’energia totale del sistema, nella forma,
ε =

T
00
em
d
3
x +
¸
r
ε
r
=

1
2
(E
2
+ B
2
) +
¸
r
ε
r
δ
3
(x −y
r
(t))

d
3
x.
Da questa formula possiamo dedurre l’espressione della densit`a di energia,
T
00
=
1
2
(E
2
+B
2
) +
¸
r
ε
r
δ
3
(x −y
r
(t)).
Viene allora naturale assumere che il tensore energia–impulso totale possa essere scritto
come somma di due contributi, uno che rappresenta solo i campi e l’altro che rappresenta
solo le particelle,
T
µν
= T
µν
em
+T
µν
p
, (2.66)
con le condizioni,
T
00
em
=
1
2
(E
2
+B
2
), T
00
p
=
¸
r
ε
r
δ
3
(x −y
r
(t)). (2.67)
Con queste posizioni cerchiamo ora di determinare i due tensori separatamente, sfrut-
tando il fatto che sotto trasformazioni di Lorentz entrambi si devono trasformare in modo
covariante.
Cominciamo con il contributo del campo elettromagnetico. Siccome T
00
em
`e bilineare in

E e

B – che sono le componenti del tensore F
µν
– e siccome le trasformazioni di Lorentz
sono lineari, possiamo concludere che tutte le componenti di T
µν
em
devono essere bilineari
in F
µν
. La covarianza di Lorentz impone allora la seguente struttura generale, dove a, b
e c sono per il momento costanti arbitrarie
9
,
T
µν
em
= a F
µ
α
F
αν
+ b η
µν
F
αβ
F
αβ
+ c F
µν
F
α
α
. (2.68)
9
A priori potrebbero essere presenti anche contributi che coinvolgono il tensore di Levi–Civita ε
µνρσ
,
ma questi renderebbero T
µν
em
uno pseudotensore. Per parit`a, ovverosia per x → −x,

E → −

E,

B →

B,
la componente T
00
em
dovrebbe allora cambiare di segno, in contraddizione con la (2.63) che resta invece
invariante.
50
L’ultimo termine `e identicamente nullo grazie all’antisimmetria di F
αβ
. Per determinare
le costanti a e b calcoliamo T
00
em
dalla (2.68) e confrontiamo il risultato con la (2.67),
T
00
em
= aF
0
α
F
α0
+b η
00
2(B
2
−E
2
)
= aF
0
i
F
i0
+ 2b (B
2
−E
2
) = (a −2b)E
2
+ 2bB
2
.
Il confronto d`a a = 1, b = 1/4, e quindi,
T
µν
em
= F
µ
α
F
αν
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
. (2.69)
Per determinare T
µν
p
riscriviamo la componente T
00
p
in (2.67) nel modo seguente,
T
00
p
=
¸
r

ε
r
δ
4
(x −y
r
) dy
0
r
=
¸
r

ε
r
u
0
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
=
¸
r
m
r

u
0
r
u
0
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
.
Questa forma suggerisce di porre,
T
µν
p
=
¸
r
m
r

u
µ
r
u
ν
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
, (2.70)
che `e un tensore per trasformazioni di Lorentz e riproduce la componente 00 corretta.
`
E
sottinteso che l’integrale curvilineo `e esteso all’intera linea di universo di ciascuna parti-
cella, come nella definizione della quadricorrente. Integrando nuovamente la δ temporale
possiamo riscrivere questo tensore in modo non manifestamente covariante, in una forma
che sar`a utile nel prossimo paragrafo,
T
µν
p
=
¸
r
p
µ
r
p
ν
r
ε
r
δ
3
(x −y
r
(t)). (2.71)
Facciamo notare che i tensori dati in (2.69) e (2.70) sono simmetrici in µ e ν, e quindi lo
`e anche il tensore energia–impulso totale,
T
µν
= T
νµ
.
Per il momento questa propriet`a sembra accidentale, ma essa giocher`a un ruolo rilevante
in seguito.
L’equazione di continuit`a per T
µν
. Le formula per T
µν
p
e T
µν
em
appena trovate sono state
dedotto in modo euristico, ma la loro giustificazione definitiva discende dal fatto che si
pu`o dimostrare che il tensore energia–impulso totale T
µν
`e conservato se,
51
a) F
µν
soddisfa l’identit` a di Bianchi e l’equazione di Maxwell,
b) le coordinate delle particelle soddisfano l’equazione di Lorentz.
Per dimostrarlo calcoliamo la quadridivergenza dei due tensori separatamente, comincian-
do dal tensore elettromagnetico,

µ
T
µν
em
= ∂
µ
F
µα
F
α
ν
+ F
µα

µ
F
α
ν
+
1
2
F
αβ

ν
F
αβ
= −F
να
j
α
+
1
2
F
αβ


α
F
βν
−∂
β
F
αν

+
1
2
F
αβ

ν
F
αβ
= −F
να
j
α
+
1
2
F
αβ


α
F
βν
+ ∂
β
F
να
+ ∂
ν
F
αβ

= −
¸
r
e
r

F
να
(y
r
)u

δ
4
(x −y
r
) ds
r
. (2.72)
Abbiamo usato l’equazione di Maxwell, l’identit` a di Bianchi nella forma (2.89), e la
definizione della quadricorrente.
Per calcolare la quadridivergenza del tensore energia–impulso delle particelle si ese-
guono gli stessi passaggi del calcolo della quadridivergenza della corrente elettrica
10
,

µ
T
µν
p
=
¸
r

p
ν
r
u
µ
r

µ
δ
4
(x −y
r
) ds
r
= −
¸
r

p
ν
r
d
ds
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
=
¸
r

dp
ν
r
ds
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r

¸
r
p
ν
r
δ
4
(x −y
r
)

s
r
=+∞
s
r
=−∞
=
¸
r

dp
ν
r
ds
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
. (2.73)
Sommando questo risultato alla (2.72) si ottiene,

µ
T
µν
=
¸
r

dp
ν
r
ds
r
−e
r
F
να
(y
r
)u

δ
4
(x −y
r
) ds
r
= 0, (2.74)
in virt` u dell’equazione di Lorentz.
Concludiamo che le formule (2.66), (2.69) e (2.70) individuano un tensore energia–
impulso che soddisfa le propriet`a I) e II) del paragrafo precedente. Sotto ipotesi molto
generali si pu`o inoltre fare vedere che esso soddisfa anche la propriet`a III) sul suo anda-
mento asintotico. Il contributo T
µν
p
soddisfa questa propriet`a in modo ovvio. Per quanto
riguarda invece il tensore T
µν
em
vedremo che esso la soddisfa, per esempio, se l’accelerazione
10
Per non appesantire la notazione in questo calcolo usiamo per le distribuzioni la notazione simbolica.
Per rendersi conto che i passaggi eseguiti sono corretti `e sufficiente applicare i risultati intermedi a una
funzione di test ϕ.
52
delle particelle cariche svanisce per t → −∞ con sufficiente rapidit`a (in particolare se le
particelle sono accelerate solo per un intervallo temporale finito). Nel capitolo 6 faremo,
infatti, vedere che in questo caso il campo elettromagnetico ha l’andamento asintotico
tipico di un campo coulombiano,
F
µν

1
r
2
, per r = [x[ →∞.
Siccome T
µν
em
`e quadratico in F
µν
ne segue che asintoticamente,
T
µν
em

1
r
4
,
e quindi r
3
T
µν
em
→0.
Prima di procedere osserviamo che nella dimostrazione dell’equazione di continuit` a
appena svolta abbiamo evidentemente sottointeso l’identificazione dei due tipi di carica
discussi alla fine del paragrafo 2.2.3, vale a dire abbiamo posto e
r
= e

r
. Ricordiamo che le
¦e

r
¦ sono le cariche che compaiono – a priori – nella corrente, e che le ¦e
r
¦ sono quelle che
compaiono nelle equazioni di Lorentz. Ma `e facile ripetere gli stessi passaggi di cui sopra
senza usare questa identificazione, e si vede immediatamente che al posto di ∂
µ
T
µν
= 0 si
otterrebbe, vedi (2.74),

µ
T
µν
=
¸
r
(e
r
−e

r
)

F
να
(y
r
) δ
4
(x −y
r
) dy

. (2.75)
L’equazione di continuit` a `e quindi violata, a meno che non si abbia e
r
= e

r
. L’identificazio-
ne dei due tipi di carica `e quindi effettivamente necessaria per assicurare la conservazione
del quadrimomento totale del sistema, come anticipato nel paragrafo 2.2.3.
Il significato delle componenti di T
µν
. Analizziamo ora brevemente il significato del-
le singole componenti di T
µν
, cominciando di nuovo con il contributo elettromagnetico.
Calcoli elementari danno,
T
00
em
=
1
2
(E
2
+ B
2
), (2.76)
T
i0
em
= T
0i
em
= (

E

B)
i
, (2.77)
T
ij
em
=
1
2
(E
2
+ B
2
) δ
ij
−E
i
E
j
−B
i
B
j
. (2.78)
Riotteniamo ovviamente la densit`a di energia T
00
em
dalla quale eravamo partiti. Nelle com-
ponenti miste riconosciamo poi il vettore di Poynting S
i
che, come sappiamo, rappresenta
53
effettivamente il flusso di energia del campo elettromagnetico,
T
i0
em
= S
i
,

S =

E

B. (2.79)
Vediamo inoltre che il vettore di Poynting eguaglia anche la densit`a di quantit` a di moto
T
0i
em
. Le componenti spazio–spazio invece formano un tensore simmetrico che viene chia-
mato “tensore degli sforzi di Maxwell”; esso rappresenta il flusso della quantit`a di moto.
Infine osserviamo che il tensore energia–impulso elettromagnetico `e a traccia nulla,
T
µ
emµ
= T
µν
em
η
µν
= 0.
Per quanto riguarda il tensore energia–impulso delle particelle, dalla (2.71) si vede che
la densit`a di quadrimomento ha la forma aspettata,
T

p
=
¸
r
p
µ
r
δ
3
(x −y
r
(t)). (2.80)
Infatti, il quadrimomento totale delle particelle che a un istante considerato si trovano
all’interno di un volume V `e dato da,

V
T

p
d
3
x =
¸
r
p
µ
r

V
δ
3
(x −y
r
(t)) d
3
x =
¸
r∈V
p
µ
r
,
dove la somma si estende a tutte le particelle contenute in V .
Concludiamo questo paragrafo riprendendo il bilancio del quadrimomento riferito a
un volume V . Secondo la (2.61) il quadrimomento che abbandona nell’unit`a di tempo il
volume V ´e dato da,
dP
µ
V
dt
= −

∂V
T


i
.
L’intgrale a secondo membro `e un integrale di superficie e riceve – a priori – contributi
sia da T

em
che da T

p
. Ma siccome le particelle all’istante considerato stanno o all’interno
o all’esterno della superficie, il termine T

p
non contribuisce e si ottiene,
dP
µ
V
dt
= −

∂V
T

em

i
. (2.81)
In altre parole, la variazione del quadrimomento totale contenuto in V , che risulta dalla
somma del quadrimomento delle particelle e di quello del campo elettromagnetico, `e cau-
sata dal solo flusso elettromagnetico. In particolare per “l’energia irradiata” nell’unit`a di
54
tempo dal volume V otteniamo,

V
dt
= −

∂V
T
i0
em

i
= −

∂V

S d

Σ. (2.82)
Questa importante relazione sar`a la formula cardine per l’analisi energetica di tutti i
fenomeni di irraggiamento.
2.4.4 Conservazione del momento angolare
In questo paragrafo stabiliremo la legge di conservazione locale del momento angolare qua-
dridimensionale, in una generica teoria relativistica. Applicheremo poi la ricetta ottenuta
all’Elettrodinamica.
Sappiamo che in un sistema isolato di particelle non relativistiche, oltre all’energia e
alla quantit` a di moto si conserva anche il momento angolare tridimensionale, nella forma,
L
i
=
¸
r
(y
r
p
r
)
i
= ε
ijk
¸
r
y
j
r
p
k
r
,
dove p
r
= m
r
v
r
`e la quantit` a di moto non relativistica della particella r–esima. In una
teoria relativistica questa legge di conservazione vettoriale, opportunamente generalizzata
dovrebbe acquisire carattere covariante quadridimensionale. Ma il tentativo pi` u naturale
di estendere il momento angolare a un quadrivettore fallisce, in quanto il prodotto esterno
tridimensionale non ammette nessuna estensione quadrivettoriale. Tuttavia, possiamo
sfruttare il fatto che in tre dimensioni ogni vettore `e equivalente a un tensore doppio
antisimmetrico,
L
ij
≡ ε
ijk
L
k
=
¸
r
(y
i
r
p
j
r
−y
j
r
p
i
r
). (2.83)
In quanto tensore antisimmetrico questa espressione ammette ora un’estensione naturale
a un quadritensore antisimmetrico di rango due,
L
αβ
p
=
¸
r
(y
α
r
p
β
r
−y
β
r
p
α
r
), L
αβ
p
= −L
βα
p
, (2.84)
purch´e identifichiamo p
α
r
con il quadrimomento relativistico della particella. Un tensore
di questo tipo corrisponderebbe quindi a sei quantit` a conservate. In realt`a dovevamo
aspettarci che il momento angolare relativistico fosse costituito da pi` u di tre componenti.
Sappiamo, infatti, che in fisica Newtoniana la conservazione del momento angolare discen-
de dall’invarianza per rotazioni spaziali, le quali costituiscono un gruppo a tre parametri.
55
A livello relativistico questo gruppo si allarga al gruppo di Lorentz che costituisce invece
un gruppo a sei parametri, e quindi risulta naturale la comparsa di altrettante quantit` a
conservate.
Come per la carica elettrica e il quadrimomento assumiamo anche in questo caso leggi
di conservazione locali. Ipotizziamo quindi l’esistenza di un tensore “densit`a di corrente
di momento angolare” di rango tre M
µαβ
, con le propriet`a,
I) M
µαβ
= −M
µβα
,
II) ∂
µ
M
µαβ
= 0.
Alla luce della (2.84), vedi sotto, postuliamo la seguente definizione,
M
µαβ
= x
α
T
µβ
−x
β
T
µα
. (2.85)
La propriet`a I) `e allora valida per costruzione. Per quanto riguarda la II) calcoliamo,

µ
M
µαβ
= δ
α
µ
T
µβ
+ x
α

µ
T
µβ
−δ
β
µ
T
µα
−x
β

µ
T
µα
= T
αβ
−T
βα
,
dove abbiamo sfruttato la conservazione del tensore energia–impulso. Vediamo ora che se
quest’ultimo `e anche simmetrico – come nel caso dell’Elettrodinamica – allora risulta in
effetti l’equazione di continuit` a,

µ
M
µαβ
= 0.
Seguendo il procedimento standard e assumendo opportuni andamenti asintotici dei campi
all’infinito, segue allora che esistono sei quantit`a conservate date da,
L
αβ
=

M
0αβ
d
3
x =

(x
α
T

−x
β
T

) d
3
x, L
αβ
= −L
βα
. (2.86)
Con il consueto procedimento si dimostra poi anche che le quantit` a L
αβ
costituiscono
un tensore di rango due sotto trasformazioni di Lorentz. Inoltre, in assenza di campo
elettromagnetico, cio`e per un sistema di particelle neutre, usando la (2.80) si vede im-
mediatamente che la (2.86) si riduce alla (2.84). Giustifichiamo cos`ı – a posteriori – la
definizione del momento angolare relativistico data in (2.85).
In realt`a i campi M
µαβ
si comportano come campi “tensoriali” solo sotto trasformazioni
di Lorentz, mentre sotto traslazioni, x
µ
→ x

= x
µ
+ a
µ
, essi trasformano in modo
“anomalo”,
M
tµαβ
(x
t
) = M
µαβ
(x) + a
α
T
µβ
(x) −a
β
T
µα
(x).
56
Ricordiamo, appunto, che sotto traslazioni un tensore non dovrebbe cambiare. In modo
simile le quantit` a conservate (2.86) trasformano secondo, vedi (2.62),
L
tαβ
= L
αβ
+ a
α
P
β
−a
β
P
α
. (2.87)
Questa anomalia si spiega facilmente osservando che la densit`a di momento angolare
(2.85) `e stata calcolata considerando implicitamente come polo l’origine O, con coordinate
x
µ
O
= 0. Per un polo generico la (2.85) si generalizza invece come,
M
µαβ
O
= (x
α
−x
α
O
)T
µβ
−(x
β
−x
β
O
)T
µα
,
espressione che risulta ora invariante per traslazioni e preserva, per di pi` u, le propriet`a I) e
II) di cui sopra. La (2.87) pu`o allora essere interpretata come la versione relativistica della
nota regola di cambiamento del momento angolare non relativistico per un cambiamento
del polo, x
µ
O
→x

O
= x
µ
O
−a
µ
.
Esplicitiamo ora la forma delle costanti del moto L
αβ
nel caso dell’Elettrodinamica.
Analizziamo separatamente le componenti L
ij
, ovverosia il vettore L
i
=
1
2
ε
ijk
L
jk
che
corrisponde al momento angolare spaziale, e le tre nuove costanti del moto K
i
≡ L
0i
, che
vengono chiamate boost. Per il momento angolare spaziale la (2.79) e la (2.80) danno,
L
i
=
1
2
ε
ijk
L
jk
= ε
ijk

x
j
T
0k
d
3
x = ε
ijk

x
j

S
k
+
¸
r
p
k
r
δ
3
(x −y
r
)

d
3
x,
e quindi,

L =

(x

S) d
3
x +
¸
r
y
r
p
r
≡ L
em
+

L
p
, (2.88)
risultato non sorprendente, dato che il vettore di Poynting rappresenta la densit`a di
quantit` a di moto del campo elettromagnetico.
Il significato dei boost. Analizziamo ora le componenti (0 i) di L
αβ
, in una teoria
relativistica generica. Dalla (2.86) otteniamo le costanti del moto,
K
i
= L
0i
= t

T
0i
d
3
x −

x
i
T
00
d
3
x,
dove nelle quantit` a P
i
=

T
0i
d
3
x riconosciamo la quantit`a di moto totale conservata del
sistema. Per dare un’interpretazione al secondo termine di K
i
definiamo la posizione del
“centro di massa” di un sistema relativistico come,
x
cm
(t) ≡

x T
00
d
3
x

T
00
d
3
x
,
57
dove ε =

T
00
d
3
x `e l’energia totale conservata del sistema. Si noti che questa formula si
ottiene dalla corrispondente espressione non relativistica sostituendo la densit`a di massa
con la densit`a di energia. La costanza del vettore di boost,

K = t

P −ε x
cm
(t),
`e allora equivalente all’affermazione che il centro di massa del sistema si muove di moto
rettilineo uniforme, con velocit`a data da,
v
cm
=

P
ε
.
Resta, tuttavia, da notare che il concetto di centro di massa di un sistema, per come
l’abbiamo introdotto non `e un concetto relativisticamente invariante, nel senso che le sue
coordinate (t, x
cm
) non costituiscono un quadrivettore: il centro di massa di un sistema `e
rappresentato da punti diversi in sistemi di riferimento diversi.
In definitiva, dalle equazioni del moto dell’Elettrodinamica siamo riusciti a dedurre
l’esistenza delle dieci quantit` a conservate P
ν
e L
αβ
– tante quanti sono i parametri con-
tinui che parametrizzano il gruppo di Poincar´e. Abbiamo gi`a anticipato che alla base di
questa “coincidenza” numerica c’`e un legame profondo esistente in natura tra principi di
simmetria e leggi di conservazione, legame che a livello matematico viene decodificato dal
teorema di Noether.
2.5 Problemi
2.1 Si dimostri che il quadrato della quadriaccelerazione w
2
≡ w
µ
w
µ
soddisfa,
w
2
≤ 0.
[Sugg.: si sfrutti l’identit`a w
µ
u
µ
= 0.] Si dimostri che in termini di velocit`a e accelerazione
tridimensionali si ha,
w
2
= −
a
2
−(a v)
2
(1 −v
2
)
3
.
2.2 Si dimostri che le seguenti tre versioni dell’identit`a di Bianchi sono equivalenti tra
di loro:

µ
F
νρ
+ ∂
ν
F
ρµ
+ ∂
ρ
F
µν
= 0, (2.89)
58


F
νρ]
= 0,
ε
µνρσ

ν
F
ρσ
= 0.
2.3 Si trovino tutte le soluzioni per F ∈ o
t
(R) dell’equazione in una dimensione,
(x
2
−a
2
)F(x) = 0, a > 0.
Si dimostri che ogni soluzione pu`o essere posta nella forma F(x) = f(x)δ(x
2
− a
2
), per
un’opportuna funzione continua f.
2.4 Si dimostri che una funzione f(x) : R
D
→ C definisce un elemento F ∈ o
t
(R
D
),
dato da,
F(ϕ) =

f(x) ϕ(x) d
D
x, (2.90)
se 1) f `e integrabile in modulo su una qualsiasi palla di R
D
– in particolare se possiede un
numero finito di singolarit`a integrabili – e 2) se essa `e asintoticamente polinomialmente
limitata. Una funzione f si dice asintoticamente polinomialmente limitata se esistono una
distanza d, un intero positivo N e una costante positiva C, tali che per ogni x per cui
r ≥ d si abbia,
[f(x)[ ≤ C r
2N
,
dove r ≡

(x
1
)
2
+ + (x
D
)
2
. [Sugg.:
`
E necessario e sufficiente dimostrare che vale la
(2.34) per opportuni monomi { e O. A questo scopo `e utile suddividere il dominio di
integrazione nella (2.90) in una palla sufficientemente grande e nel suo complemento in
R
D
, e sfruttare le propriet`a asintotiche (2.32) della ϕ.]
2.5 Si dimostri il “Teorema di Birkhoff”, enunciato come segue. Sia data una
quadricorrente a simmetria sferica, ma in generale non statica,
j
0
(x, t) = ρ(r, t),
j
i
(x, t) =
x
i
r
j(r, t),
a supporto spaziale compatto, cio`e,
j
µ
(x, t) = 0 per r > r
0
, ∀ t.
59
Allora il campo elettromagnetico generato dalla quadricorrente nel vuoto, vale a dire nella
regione r > r
0
, `e statico, essendo dato da,

E =
Q

x
r
3
,

B = 0, Q =

r<r
0
ρ(r, t) d
3
x.
[Sugg.: si usi l’Ansatz

E = xf(r, t),

B = xg(r, t), implicato dalla simmetria sferica.] Se
ne conclude in particolare che una distribuzione di corrente a simmetria sferica – seppure
costituita da cariche accelerate – non pu`o irradiare onde elettromagnetiche, perch´e il
campo da essa generato `e statico.
2.6 Integrali invarianti in 3 dimensioni. Si definisca il tensore doppio tridimensio-
nale,
H
ij
=

dΩn
i
n
j
, (2.91)
dove dΩ = senϑdϑdϕ `e la misura dell’angolo solido in 3 dimensioni, con

dΩ = 4π, e
n
i
= x
i
/r, r = [x[. L’integrando nella (2.91) dipende quindi solo dagli angoli.
a) Si dimostri che si pu`o scrivere H
ij
=

d
3
xδ(r −1) x
i
x
j
.
b) Si dimostri che H
ij
`e un tensore invariante per SO(3), cio`e,
R
i
m
R
j
n
H
mn
= H
ij
, ∀ R ∈ SO(3).
[Sugg.: si esegua il cambiamento di variabili x
i
= R
i
k
y
k
nell’integrando del punto a)].
c) Sapendo che gli unici tensori invarianti indipendenti per SO(3) sono δ
ij
e ε
ijk
, si
concluda che H
ij
= C δ
ij
per qualche costante C. Si determini C contraendo la (2.91)
con δ
ij
.
d) Secondo questa linea di argomenti si stabilisca la seguente tabella di integrali invarianti:

dΩ = 4π,

dΩn
i
= 0,

dΩn
i
n
j
=

3
δ
ij
,

dΩn
i
n
j
n
k
= 0,

dΩn
i
n
j
n
k
n
l
=

15

ij
δ
kl

ik
δ
jl

il
δ
jk
).
60
2.7 Una particella di carica e e massa m si trova in presenza di un campo elettroma-
gnetico costante e uniforme F
µν
. La quadrivelocit`a iniziale della particella per s = 0 sia
u
µ
(0), con u
2
(0) = 1. Seguendo l’approccio covariante del paragrafo 2.2.1,
a) si dimostri che in questo caso l’equazione di Lorentz `e equivalente all’equazione del
primo ordine,
dy
µ
ds
= u
µ
(s) =

e
sA

µ
ν
u
ν
(0),
per un’opportuna matrice costante A
µ
ν
, determinandola esplicitamente.
b) Si verifichi esplicitamente che u
2
(s) = 1 ∀ s. [Sugg.: si noti che e
sA
∈ SO(1, 3)
c
∀ s.]
c) Si dimostri che la quantit` a w
2
= w
µ
(s)w
µ
(s) `e indipendente da s, esprimendola in
termini di F
µν
e u
µ
(0).
d) Escluso il caso in cui [

E[ = [

B[ e simultaneamente

E ⊥

B = 0, esiste sempre un sistema
di riferimento in cui

E e

B sono paralleli e diretti lungo l’asse delle x:

E = (E, 0, 0),

B = (B, 0, 0). Si dimostri che in questo riferimento la matrice A `e diagonale a blocchi
2 2.
e) Sfruttando questa struttura di A si determini e
sA
sviluppando l’esponenziale in serie,
e risommandolo in termini delle funzioni sen, cos, cosh e senh.
f) Ponendo come velocit`a iniziale v
0
= (0, v
0
, 0), cio`e,
u
µ
(0) =
1

1 −v
2
0
(1, 0, v
0
, 0),
si determinino u
µ
(s) e y
µ
(s), e quindi la legge oraria y(t). In questo quesito per semplicit`a
si ponga B = 0.
2.8 Si consideri un sistema di N particelle cariche nel limite non relativistico, v
r
< 1,
che creano quindi un campo elettromagnetico dato da,

E = −

∇A
0
, A
0
(t, x) =
N
¸
r=1
e
r
4π[x −y
r
(t)[
,

B = 0.
a) Utilizzando l’equazione di Coulomb −∇
2
A
0
= j
0
, si dimostri che l’energia del campo
elettromagnetico ε
em
=
1
2

d
3
x (E
2
+ B
2
) pu`o essere riscritta “formalmente” come somma
delle energie potenziali relative di tutte le cariche,
ε
em
=
1
2

d
3
xA
0
j
0
=
1
2
N
¸
r,s=1
e
r
e
s
4π[y
r
(t) −y
s
(t)[
. (2.92)
61
b) Si sottragga da questa espressione la parte divergente dovuta all’autointerazione, e si
scriva l’energia totale del sistema campo elettromagnetico + particelle cariche, aggiungen-
do l’energia cinetica non relativistica di queste ultime. Si dimostri che l’energia totale cos`ı
ottenuta risulta conservata nel limite non relativistico. Si noti che mentre l’espressione
originale per ε
em
`e sempre positiva – qualsiasi siano i segni delle cariche – ci`o non `e pi` u
vero per l’espressione (2.92), dopo la sottrazione della parte divergente (esempio: N = 2,
e
1
= −e
2
).
2.9 Si trovi la soluzione generale y
µ
(λ) dell’equazione del moto per la particella libera,
d
2
y
µ
ds
2
= 0,
parametrizzando la linea di universo con un parametro λ generico, vedi (2.3). Si verifichi
che la soluzione generale `e determinata solo modulo una riparametrizzazione.
2.10 Si dimostri che “l’equazione di Newton” (2.21) pu`o essere posta nella forma,
ma =

F(y, v),
per un’opportuna forza

F.
2.11 Si dimostri che se un campo elettromagnetico F
µν
(x) soddisfa le equazioni di Max-
well (2.28), (2.29) per ogni t, e le equazioni (2.30), (2.31) a t = 0, allora esso soddisfa
automaticamente le (2.30), (2.31) per ogni t. [Sugg.: si valuti la divergenza spaziale delle
(2.28), (2.29).]
2.12 Si verifichi esplicitamente che il tensore tridimensionale,
1
r
3

δ
ij
−3
x
i
x
j
r
2

,
che compare al membro di destra della (2.50), appartiene a o
t
(R
3
).
Soluzione Problema 2.3 L’equazione,
(x
2
−a
2
)F(x) = 0, a > 0, (2.93)
62
implica che F pu`o essere “diversa da zero” solo per x = ±a, ovverosia che il supporto di F
`e ¦−a, a¦, che `e un insieme di punti. Il teorema enunciato nel paragrafo 2.3.2, vedi (2.42),
implica allora che F `e una combinazione lineare finita di δ(x ± a) e delle loro derivate.
Evidentemente,
F
0
≡ c
1
δ(x −a) + c
2
δ(x + a),
`e soluzione dell’equazione (2.93), con c
1
e c
2
costanti aribitrarie, come si verifica subito
usando la (2.36). Per quanto riguarda invece le derivate prime notiamo che, derivando
l’identit` a (x
2
−a
2
) δ(x ±a) = 0, si ottiene,
(x
2
−a
2

t
(x ±a) = −2xδ(x ±a) = ±2a δ(x ±a) = 0.
Quindi le derivate prime non sono soluzioni di (2.93), e allo stesso modo si dimostra che
nemmeno le derivate successive lo sono. F
0
`e quindi la soluzione generale della (2.93).
Per porre F
0
nella forma richiesta nel problema `e sufficiente ricordare la (2.38), e
moltiplicarla per una generica funzione continua f,
F
1
≡ f(x)δ(x
2
−a
2
) =
1
2a
(f(a)δ(x −a) + f(−a)δ(x + a)).
Siccome f(a) e f(−a) possono assumere qualsiasi valore F
0
pu`o quindi sempre essere
posta nella forma F
1
.
Soluzione Problema 2.5 Inserendo gli Ansatz dati per

E e

B nelle equazioni di Max-
well nel vuoto,



E = 0,



B = 0, si trovano equazioni differenziali che determinano
completamente la dipendenza di f e g da r,
f(r, t) =
F(t)
r
3
, g(r, t) =
G(t)
r
3
.
Inserendo queste formule di nuovo negli Ansatz per

E e

B, si trova che vale identicamente



E = 0 =



B. Usando questi risultati nelle rimanenti due equazioni di Maxwell
nel vuoto, si trova che F(t) e G(t) sono funzioni costanti. Queste costanti si determinano,
infine, applicando il teorema di Gauss alle equazioni di Maxwell complete,



E = ρ,



B = 0.
63
3 Metodi variazionali in teoria di campo
Nel capitolo precedente abbiamo illustrato le equazioni fondamentali dell’Elettrodinami-
ca evidenziando le loro propriet`a pi` u salienti, tra cui l’invarianza sotto trasformazioni
del gruppo di Poincar´e. Abbiamo poi scoperto che queste equazioni godono di un’altra
importante propriet`a, cio`e, quella di garantire la conservazione del quadrimomento e del
momento angolare quadridimensionale. A prima vista questi due aspetti – l’invarianza
relativistica e la presenza di leggi di conservazione – non sembrano avere niente a che
fare l’uno con l’altro. Ma in realt`a le equazioni dell’Elettrodinamica posseggono un’al-
tra caratteristica fondamentale, che a questo punto appare ancora completamente velata:
esse discendono da un principio variazionale. Come vedremo `e proprio questa propriet`a
aggiuntiva ad assicurare la validit` a delle leggi di conservazione – stabilite “a mano” nel ca-
pitolo precedente – e a qualificare definitivamente l’Elettrodinamica come un’interazione
fondamentale.
In questo capitolo rideriveremo dunque le equazioni del moto e le leggi di conservazio-
ne dell’Elettrodinamica usando il metodo variazionale – metodo che in generale fornisce
una descrizione alternativa, compatta e elegante, della dinamica di un generico sistema
fisico. L’importanza che questo metodo riveste in Fisica si desume dal fatto che tutte
le teorie fondamentali, dal Modello Standard delle particelle elementari fino alla Relati-
vit`a Generale e alla pi` u speculativa Teoria delle Stringhe, sono deducibili da un principio
variazionale: senza un tale principio la consistenza interna di queste teorie sarebbe difficil-
mente controllabile, e non sarebbero garantite le principali leggi di conservazione. Infatti,
come anticipato nella sezione 2.4, la validit` a del teorema di Noether, che rivela la pro-
fonda connessione esistente in natura tra principi di simmetria e leggi di conservazione,
necessita di un principio variazionale.
Lo strumento fondamentale del metodo variazionale `e il principio di minima azione.
Questo principio si basa sulla conoscenza di un’unica funzione delle variabili dinamiche del
sistema – la lagrangiana L – dalla quale per integrazione discende un funzionale, l’azione
I. Il pregio tecnico del metodo consiste nell’estrema economia impiegata nella derivazione
di una teoria fisica: assegnata la sola funzione L il principio di minima determina univo-
64
camente la dinamica del sistema, e il teorema di Noether fornisce poi la forma esplicita
delle leggi di conservazione.
Quantizzazione e invarianza relativistica. C’`e un’ulteriore circostanza che conferisce al
metodo variazionale un ruolo fondamentale: `e il fatto che esso costituisce il punto di par-
tenza indispensabile per la quantizzazione canonica di una qualsiasi teoria. Ricordiamo,
infatti, che `e la lagrangiana a determinare la forma dei momenti coniugati e, attraverso
la trasformata di Legendre, l’hamiltoniana – oggetto su cui si fonda la quantizzazione
canonica di una qualsiasi teoria. Notiamo, tuttavia, che in una teoria relativistica la
quantizzazione canonica non costituisce una procedura covariante a vista, semplicemen-
te perch´e l’hamiltoniana, essendo la quarta componente di un quadrivettore, non `e un
invariante relativistico. D’altra parte per le teorie relativistiche esiste una procedura di
quantizzazione alternativa, quella dell’integrale funzionale di Feynman, che si basa diret-
tamente sull’azione – e quindi non sull’hamiltoniana, ma sulla lagrangiana – e che ha il
pregio di mantenere la teoria quantistica covariante a vista.
Nelle teorie relativistiche il metodo variazionale `e soggetto, infatti, a un ulterio-
re vincolo: l’azione deve essere un’invariante per trasformazioni di Poincar´e, cio`e, un
quadriscalare,
I = I
t
.
Sotta questa ipotesi le equazioni del moto che ne derivano soddisfano automaticamente
il principio di relativit`a einsteiniana. Infatti, secondo il principio di minima azione le
configurazioni che soddisfano le equazioni del moto sono quelle che rendono stazionaria
l’azione – δI = 0 – sotto opportune variazioni delle variabili dinamiche. Schematicamente
abbiamo allora,
Equazioni del moto in K ↔ δI = 0 ↔ δI
t
= 0 ↔ Equazioni del moto in K
t
.
Le equazioni del moto hanno quindi automaticamente la stessa forma in tutti i sistemi di
riferimento.
Localit`a. Concludiamo questa nota introduttiva soffermandoci su un aspetto peculiare
della dinamica delle particelle relativistiche, la localit`a dell’interazione. Ricordiamo prima
di tutto che in fisica newtoniana le particelle interagiscono attraverso forze che esercitano
65
un’azione a distanza. Per esempio, una particella di carica e
2
esercita su una particella
di carica e
1
la forza,

F =
e
1
e
2

y
1
−y
2
[y
1
−y
2
[
3
,
la quale viene trasmessa istantaneamente: se a un dato istante la seconda particella si
sposta, la prima ne subisce l’effetto allo stesso istante. Un’interazione – non locale – di
questo tipo corrisponde a un segnale che si propaga con velocit`a infinita, ed `e quindi in
conflitto con i principi della Relativit`a Ristretta. In una teoria relativistica, invece, le
particelle non interagiscono tra di loro direttamente ma attraverso i campi, e l’interazione
tra campi e particelle `e un’azione a contatto, ovverosia, locale. Cos`ı la forza di Lorentz
subita da una particella carica relativistica,
e F
µν
(y)u
ν
,
dipende solo dal valore del campo nel punto y
µ
dello spazio–tempo dove essa si trova, e
non dalle posizioni delle altre particelle o dai valori del campo in altri punti. L’interazione
elettromagnetica tra particelle cariche si propaga quindi con la velocit`a di propagazione
del campo elettromagnetico, cio`e, con la velocit`a della luce. Per confronto osserviamo
che a livello quantistico la richiesta di localit`a si traduce nel fatto che l’interazione tra
particelle cariche `e mediata dai quanti del campo elettromagnetico, ovverosia dai fotoni,
che viaggiano a loro volta con la velocit`a della luce. L’interazione tra questi ultimi e le
particelle cariche, nella schematizzazione dei grafici di Feynman avviene di nuovo in un
punto, e risulta quindi a sua volta “locale”.
In una teoria relativistica sono quindi i campi a implementare la localit`a dell’inte-
razione, e cos`ı essi vanno considerati a tutti gli effetti come gradi di libert`a dinamici
indipendenti, alla stessa stregua delle coordinate delle particelle: mentre in fisica non
relativistica il concetto di campo `e utile, in una teoria relativistica esso `e indispensabile.
In conlusione, la formulazione di una teoria fisica attraverso il metodo variazionale
avviene secondo il seguente schema:
I) Individuare l’espressione dell’azione.
II) Derivare le equazioni del moto attraverso il principio di minima azione.
66
III) Usare il teorema di Noether per derivare le leggi di conservazione.
Per quanto detto sopra, in fisica relativistica genericamente avremo a che fare con
un sistema di particelle puntiformi in interazione con un sistema di campi. Un sistema
fisico i cui gradi di libert`a consistono di soli campi viene chiamato “teoria di campo”. In
generale dovremo quindi implementare il metodo variazionale per un sistema di particelle
in interazione con una teoria di campo. In questo capitolo svilupperemo dunque prima
il metodo variazionale per una generica teoria di campo che, come vedremo, pu`o essere
considerata come un sistema lagrangiano con un numero infinito di gradi di libert`a. Per
questo motivo nel paragrafo che segue ricorderemo brevemente in che cosa consiste il
metodo per un sistema lagrangiano con un numero finito di gradi di libert`a, ovverosia, in
meccanica classica.
Nel prossimo capitolo estenderemo infine il principio variazionale a un sistema di
particelle cariche interagenti con il campo elettromagnetico.
3.1 Principio di minima azione in meccanica classica
Consideriamo un sistema meccanico non relativistico, conservativo e olonomo, a N gradi
di libert`a, descritto dalle coordinate lagrangiane q
n
(t), n = 1, , N. Indicheremo le coor-
dinate collettivamente con q = (q
1
, , q
N
), e le loro derivate prime con ˙ q = ( ˙ q
1
, , ˙ q
N
),
dove,
˙ q
n
=
dq
n
dt
.
Sappiamo allora che esiste una funzione di 2N variabili, la lagrangiana L(q, ˙ q), tale che le
equazioni del moto del sistema meccanico sottostante siano equivalenti alle equazioni di
Lagrange,
d
dt
∂L
∂ ˙ q
n

∂L
∂q
n
= 0, n = (1, , N). (3.1)
Ricordiamo l’esempio prototipico di un sistema di M particelle non vincolate, con
coordinate cartesiane y
i
(t), i = 1, , M, nel qual caso le coordinate lagrangiane sono date
da q = (y
1
, , y
M
), e N = 3M. Se indichiamo il potenziale di interazione reciproca con
V (q), e l’energia cinetica totale delle particelle con T( ˙ q) =
1
2
¸
i
m
i
v
2
i
, allora la lagrangiana
67
di questo sistema `e data da,
L(q, ˙ q) = T −V.
Fissiamo ora due estremi temporali t
1
< t
2
, e associamo alla generica lagrangiana L il
seguente funzionale I delle leggi orarie q(t), chiamato azione,
I[q] =

t
2
t
1
L(q(t), ˙ q(t)) dt. (3.2)
Possiamo allora dimostrare il principio di minima azione, detto anche principio di Hamil-
ton.
Principio di minima azione: le leggi orarie q(t) soddisfano le equazioni di Lagrange
(3.1) nell’intervallo [t
1
, t
2
], se e solo se esse rendono l’azione I[q] stazionaria per variazioni
δq = (δq
1
, , δq
N
) arbitrarie purch´e nulle agli estremi, vale a dire,
δq
n
(t
1
) = 0 = δq
n
(t
2
).
Prima di dimostrare il principio spieghiamo la terminologia usata nell’enunciato. In-
nanzitutto specifichiamo che le δq
n
(t) indicano N funzioni reali del tempo con le stesse
propriet`a di regolarit`a delle q
n
(t). Introduciamo poi il concetto di “variazione dell’azione”
δI attorno a una configurazione q, per delle variazioni δq assegnate. Poniamo
11
,
δI ≡
d

I[q + αδq]

α=0
, (3.3)
dove α `e un parametro reale. Siccome l’azione (3.2) `e data dall’integrale di una funzione
delle q e ˙ q che supponiamo essere sufficientemente regolare, la (3.3) equivale a,
δI = lim
α→0
I[q + αδq] −I[q]
α
=

I[q + δq] −I[q]

lin
. (3.4)
Con l’ultima espressione intendiamo la quantit` a I[q + δq] − I[q] sviluppata in serie di
Taylor attorno a q, e arrestata al termine lineare in δq. Per calcolare δI userermo in
pratica sempre la (3.4), tralasciando il pedice “lin”.
Si dice, infine, che la configurazione q rende l’azione I stazionaria per delle variazioni
δq date, se risulta δI = 0.
11
Si tenga presente che δI `e in realt`a un funzionale delle 2N funzioni q e δq, e andrebbe quindi
propriamente indicato con δI[q, δq].
68
Passiamo ora a dimostrare il principio di minima azione calcolando la variazione δI
usando la (3.4),
δI = I[q +δq] −I[q] =

t
2
t
1

L(q + δq, ˙ q + δ ˙ q) −L(q, ˙ q)

dt
=

t
2
t
1
δLdt =

t
2
t
1
¸
n

∂L
∂q
n
δq
n
+
∂L
∂ ˙ q
n
d δq
n
dt

dt
=

t
2
t
1
¸
n

∂L
∂q
n
δq
n
+
d
dt

∂L
∂ ˙ q
n
δq
n


d
dt
∂L
∂ ˙ q
n
δq
n

dt
=

t
2
t
1
¸
n

∂L
∂q
n

d
dt
∂L
∂ ˙ q
n

δq
n
dt +
¸
n
∂L
∂ ˙ q
n
δq
n

t
2
t
1
.
Se vale δq
n
(t
1
) = 0 = δq
n
(t
2
) l’ultima sommatoria `e nulla. Si conclude allora che δI = 0
per variazioni δq
n
arbitrarie nell’intervallo aperto (t
1
, t
2
), se e solo se le q
n
(t) soddisfano
le equazioni di Lagrange (3.1) nell’intervallo [t
1
, t
2
].
3.2 Principio di minima azione in teoria di campo
Una teoria classica di campo `e descritta da un certo numero di funzioni dello spazio–tempo,
ϕ
r
(t, x) ≡ ϕ
r
(x), r = 1, , N, i – campi lagrangiani – che indicheremo collettivamente
con ϕ = (ϕ
1
, , ϕ
N
). Questi campi descrivono completamente il sistema nel senso che
ogni grandezza fisica osservabile potr`a esprimersi in funzione di essi, ma in generale essi
stessi non sono necessariamente osservabili. Nel caso dell’Elettrodinamica, per esempio,
i campi lagrangiani non saranno i campi elettrico e magnetico bens`ı le componenti del
quadripotenziale, ϕ = (A
0
, A
1
, A
2
, A
3
), legate ai primi dalla relazione (2.22). In questo
caso i campi lagrangiani non sono osservabili perch´e sono definiti modulo trasformazioni
di gauge, mentre le componenti del tensore F
µν
sono gauge invarianti e costituiscono
grandezze osservabili.
Scrivendo ϕ
r
(t, x) ≡ q
r,x
(t) e identificando la coppia (r, x) con “l’indice” n del caso
finito dimensionale, possiamo pensare l’insieme dei campi come un sistema lagrangiano
con un numero infinito di gradi di libert`a. Anche in una teoria di campo cercheremo
quindi di derivare la dinamica del sistema da un principio di minima azione, a partire
da un’azione I[ϕ] che sar`a ora un funzionale dei campi. In questo caso partiremo da
una densit`a lagrangiana L, in seguito chiamata ancora semplicemente lagrangiana, che in
69
analogia con il caso finito dimensionale sar`a funzione dei campi ϕ e delle loro derivate
˙ ϕ = ∂
0
ϕ. Tuttavia, se vogliamo che l’azione sia un’invariante relativistico, allora la
lagrangiana dovr`a dipendere necessariamente da tutte le derivate parziali ∂
µ
ϕ,
L(ϕ(x), ∂ϕ(x)).
La lagrangiana L, propriamente detta, sar`a allora ottenuta sommando su tutti i gradi di
libert`a, ovverosia integrando la densit`a lagrangiana sulla coordinata spaziale x,
L(t) =

L(ϕ(x), ∂ϕ(x)) d
3
x.
Definiamo, infine, l’azione della teoria di campo come,
I[ϕ] =

t
2
t
1
L(t) dt =

t
2
t
1
L(ϕ(x), ∂ϕ(x)) d
4
x. (3.5)
Per questa azione vogliamo ora formulare un principio variazionale, analogo al principio
di minima azione per un sistema a finiti gradi di libert`a. Come in quel caso supponiamo
che le funzioni ϕ(x) e L(ϕ, ∂ϕ) siano sufficientemente regolari in modo tale che la (3.4),
opportunamente generalizzata, sia ancora valida, ma oltre a questo imponiamo opportune
condizioni asintotiche su queste funzioni. Pi` u precisamente richiediamo che all’infinito
spaziale i campi e le loro derivate si annullino con sufficiente rapidit`a. In particolare
avremo,
lim
[x[→∞
ϕ
r
(t, x) = 0. (3.6)
Supponiamo inoltre che la lagrangiana si annulli con sufficiente rapidit`a per ϕ → 0, di
modo tale che nella (3.5) l’integrale nella variabile x su tutto R
3
esista finito.
Le equazioni analoghe alle (3.1) per la lagrangiana L sono allora le equazioni di Eulero–
Lagrange,

µ
∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)

∂L
∂ϕ
r
= 0, (3.7)
equazioni che vanno riguardate come le equazioni del moto dei campi. Possiamo allora
enunciare il principio variazionale per una teoria classica di campo.
Principio di minima azione in teoria di campo: le leggi orarie ϕ
r
(t, x) soddisfano le
equazioni di Eulero–Lagrange nell’intervallo [t
1
, t
2
], se e solo se esse rendono l’azione I[ϕ]
70
stazionaria per variazioni δϕ
r
arbitrarie purch´e nulle agli estremi, vala a dire δϕ
r
(t
1
, x) =
0 = δϕ
r
(t
2
, x), per ogni x.
La stazionariet`a del funzionale I[ϕ] rispetto a variazioni δϕ
r
`e definita in modo comple-
tamente analogo alla stazionariet`a del funzionale I[q] rispetto a variazioni δq
n
, vedi (3.3)
e la discussione susseguente.
`
E inoltre sottinteso che le variazioni δϕ
r
che prendiamo in
considerazione hanno le stesse propriet`a di regolarit`a e le stesse propriet`a asintotiche dei
campi ϕ
r
.
Per dimostrare il principio calcoliamo dapprima la variazione di (3.5) per variazioni
δϕ
r
arbitrarie dei campi,
δI =
d

I[ϕ + αδϕ]

α=0
= I[ϕ + δϕ] −I[ϕ]
=

t
2
t
1

L(ϕ + δϕ, ∂ϕ + δ∂ϕ) −L(ϕ, ∂ϕ)

d
4
x
=

t
2
t
1
δLd
4
x =

t
2
t
1
¸
r

∂L
∂ϕ
r
δϕ
r
+
∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)
δ ∂
µ
ϕ
r

d
4
x.
Siccome per definizione abbiamo,
δ ∂
µ
ϕ
r
= ∂
µ

r
+δϕ
r
) −∂
µ
ϕ
r
= ∂
µ
δϕ
r
,
usando la regola di Leibnitz si ottiene,
δI =

t
2
t
1
¸
r

∂L
∂ϕ
r
−∂
µ
∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)

δϕ
r
d
4
x +

t
2
t
1
¸
r

µ

∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)
δϕ
r

d
4
x. (3.8)
Il secondo integrale, il cui integrando `e una quadridivergenza, `e nullo. Per dimostrarlo
usiamo il teorema fondamentale del calcolo nella variabile temporale, e il teorema di Gauss
tridimensionale con una superficie chiusa Γ

posta all’infinito spaziale,

t
2
t
1
¸
r

µ

∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)
δϕ
r

d
4
x =
¸
r

d
3
x
∂L
∂ ˙ ϕ
r
δϕ
r

t
2
t
1
+
¸
r

t
2
t
1

Γ

∂L
∂(∂
i
ϕ
r
)
δϕ
r

i

dt.
Il primo termine a secondo membro `e nullo se le variazioni δϕ
r
si annullano sugli iperpiani
t = t
1
e t = t
2
, mentre il secondo termine `e nullo perch´e all’infinito spaziale i campi
svaniscono. La (3.8) si riduce allora al primo integrale, e vediamo che δI si annulla per
qualsiasi scelta delle δϕ
r
se e solo se i campi soddisfano le equazioni di Eulero–Lagrange.
71
3.2.1 Ipersuperfici nello spazio di Minkowski
In questo paragrafo introduciamo alcune nozioni riguardanti le ipersuperfici in quattro
dimensioni, di cui ci serviremo in seguito.
Per definizione un’ipersuperficie Γ nello spazio quadridimensionale di Minkowski `e un
sottoinsieme – per essere pi` u precisi, una sottovariet`a – di R
4
di dimensione tre. In forma
parametrica un’ipersuperficie `e descritta da quattro funzioni di tre parametri,
x
µ
(λ), (3.9)
dove con λ indichiamo la terna ¦λ
a
¦, con a = 1, 2, 3. Alternativamente essa pu`o essere
rappresentata in forma implicita in termini di un’unica funzione scalare f(x) attraverso,
x
µ
∈ Γ ⇔ f(x) = 0.
Si passa da una rappresentazione all’altra, per esempio, invertendo le funzioni spaziali
x(λ) nella (3.9) per determinare i parametri λ(x) come funzioni di x, e definendo poi,
f(x) ≡ x
0
−x
0
(λ(x)).
Useremo una rappresentazione o l’altra a seconda della convenienza. Si noti comunque
che vale identicamente,
f(x(λ)) = 0. (3.10)
Una classe importante di ipersuperfici `e costituita dagli iperpiani, che in forma impli-
cita sono descritti da una funzione del tipo,
f(x) = M
µ
(x
µ
−x
µ
0
) = 0, (3.11)
dove M
µ
e x
µ
0
sono vettori costanti. L’iperpiano corrispondente a (3.11) passa per il punto
x
µ
0
ed `e ortogonale al vettore M
µ
.
Vettori tangenti e normali. In un generico punto P ≡ x
µ
(λ) ∈ Γ i tre vettori,
V
µ
a

∂x
µ
(λ)
∂λ
a
, (3.12)
costituiscono una base per lo “spazio tangente”, sicch´e un generico vettore tangente a Γ
in P pu`o essere scritto come combinazione lineare di questi,
V
µ
=
3
¸
a=1
c
a
V
µ
a
,
72
per certi coefficienti c
a
. Sempre in P possiamo anche definire il “vettore normale” a Γ,
come il vettore N
µ
(λ) ortogonale a tutti i vettori tangenti,
N
µ
V
µ
a
= 0, ∀ a. (3.13)
Per come l’abbiamo definito N
µ
`e determinato a meno di un fattore di normalizzazione.
Differenziando l’identit`a (3.10) rispetto a λ
a
si ottiene,
0 =
∂f
∂x
µ
∂x
µ
∂λ
a
=
∂f
∂x
µ
V
µ
a
,
sicch`e otteniamo per N
µ
la semplice espressione,
N
µ
=
∂f
∂x
µ
.
A questo punto siamo in grado di definire i tre tipi di ipersuperficie che ci interesseranno
in seguito.
Definizione. Un’ipersuperficie Γ si dice di tipo spazio, tempo o nullo, se in ogni punto
di Γ vale rispettivamente,
N
2
> 0, N
2
< 0, N
2
= 0,
caratteristiche che sono evidentemente invarianti sotto trasformazioni di Lorentz.
Ipersuperfici di tipo spazio. Per un’ipersuperficie di tipo spazio abbiamo N
2
> 0, e di
conseguenza i vettori tangenti sono tutti di tipo spazio. Per vederlo `e sufficiente sfruttare
il fatto che se N
2
> 0, allora per ogni punto P ∈ Γ esiste un sistema di riferimento in
cui il vettore normale ha la forma N
µ
= (N
0
, 0, 0, 0). La condizione N
µ
V
µ
= 0 comporta
allora che in questo sistema di riferimento si ha V
0
= 0, e quindi,
V
2
< 0.
Si pu`o inoltre far vedere che un’ipersuperficie Γ `e di tipo spazio, se e solo se per ogni
coppia di punti (x, y) appartenenti a Γ vale,
(x −y)
2
< 0.
Questa caratterizzazione alternativa `e immediata nel caso degli iperpiani (3.11), per cui
si ha,
N
µ
=
∂f
∂x
µ
= M
µ
.
73
Infatti, se x e y appartengono a Γ e M
2
> 0, allora la (3.11) implica che,
(x
µ
−y
µ
)M
µ
= 0 ⇒ (x −y)
2
< 0,
ed `e facile convincersi che vale anche il viceversa. Nel caso particolare in cui M
µ
=
(1, 0, 0, 0) otteniamo gli iperpiani a tempo costante,
f(x) = M
µ
(x
µ
−x
µ
0
) = t −t
0
= 0,
che sono le particolari ipersuperfici di tipo spazio che abbiamo usato per definire l’azione
(3.5). In forma parametrica, vedi (3.9), questi iperpiani si scrivono,
x
0
(λ) = t
0
, x
i
(λ) = λ
i
. (3.14)
Ipersuperfici di tipo tempo. Per un’ipersuperficie di tipo tempo abbiamo N
2
< 0,
ma in questo caso i vettori tangenti possono essere di tipo spazio, tempo o nullo. Se
consideriamo, per esempio, l’iperpiano con M
µ
= (0, 0, 0, 1) la condizione V
µ
M
µ
= 0
d`a V
µ
= (V
0
, V
x
, V
y
, 0), e V
2
pu`o quindi essere positivo, negativo o nullo. Un’altra
ipersuperficie di tipo tempo `e rappresentata dalla funzione,
f(x) =
1
2
(x
2
−R
2
) = 0, N
µ
= (0, x), N
2
= −[x[
2
< 0,
che corrisponde alla sfera di raggio R al variare del tempo. Per R → ∞ questa ipersu-
perficie corrisponde a una “ipersuperficie di tipo tempo all’infinito spaziale”, un tipo di
ipersuperficie che incontreremo tra poco.
L’elemento di ipersuperficie. In seguito faremo uso del teorema di Gauss in quattro
dimensioni, e quindi ci servir`a l’elemento di ipersuperficie tridimensionale. Consideriamo
dunque l’integrale della quadridivergenza di un vettore W
µ
su un volume quadridimen-
sionale V , con bordo l’ipersuperficie Γ ≡ ∂V . Se parametrizziamo Γ come in (3.9) allora
il teorema di Gauss – che riportiamo senza dimostrazione – asserisce che,

V

µ
W
µ
d
4
x =

Γ
W
µ

µ
, (3.15)
dove l’elemento di ipersuperficie tridimensionale `e dato da, vedi (3.12),

µ
= ε
µαβγ
V
γ
1
V
β
2
V
α
3
d
3
λ.
74
Siccome vale identicamente,
V
µ
a

ε
µαβγ
V
γ
1
V
β
2
V
α
3

= 0, ∀ a,
concludiamo che,
ε
µαβγ
V
γ
1
V
β
2
V
α
3
= N
µ
,
dove un’eventuale costante di normalizzazione `e stata assorbita nel vettore normale N
µ
.
Abbiamo quindi,

µ
= N
µ
d
3
λ.
Si noti l’analogia con la forma dell’elemento di superficie bidimensionale, d

Σ = ndΣ.
Se una falda di Γ `e costituita da un’iperpiano a tempo costante, vedi (3.14), allora `e
immediato vedere che su questa falda dΣ
µ
si riduce a,

0
= d
3
λ ≡ d
3
x, dΣ
i
= 0,
come c’era da aspettarsi. Il corrispondente contributo all’integrale (3.15) diventa allora,

W
0
d
3
x

t=t
0
.
3.2.2 Invarianza relativistica
Fino a questo punto non abbiamo fatto nessuna ipotesi sulle propriet`a di invarianza della
teoria di campo in considerazione. In questo paragrafo analizzeremo alcune caratteristiche
importanti del principio di minima azione, nel caso particolare di una teoria di campo
relativistica.
Principio di minima azione covariante a vista. Nel caso di una teoria di campo re-
lativistica ci aspettiamo che le equazioni del moto siano covarianti a vista. A questo
proposito notiamo che se i campi sono suddivisi in multipletti tensoriali e se L `e un inva-
riante relativistico, cio`e, un campo scalare, allora le equazioni di Eulero–Lagrange (3.7)
sono effettivamente covarianti a vista. In una teoria relativistica richiederemo dunque che
la lagrangiana sia uno scalare sotto trasformazioni di Poincar´e, vale a dire,
L(ϕ
t
(x
t
), ∂
t
ϕ
t
(x
t
)) = L(ϕ(x), ∂ϕ(x)), x
t
= Λx + a. (3.16)
75
Possiamo allora domandarci se anche l’azione sia uno scalare – come richiesto nell’intro-
duzione a questo capitolo. In realt`a dalla scrittura (3.5) emerge un’ostruzione immediata
all’invarianza di I: mentre la misura dell’integrale `e invariante,
d
4
x
t
= [detΛ[ d
4
x = d
4
x,
la regione d’integrazione non lo `e affatto, in quanto la variabile temporale `e integrata
su un intervallo finito. Tuttavia, non `e difficile ovviare a questo problema.
`
E sufficiente
sostituire nella (3.5) gli iperpiani t = t
1
e t = t
2
, che delimitano la regione d’integrazione
quadridimensionale, con due generiche ipersuperfici di tipo spazio Γ
1
e Γ
2
che non si
intersecano. Un iperpiano a tempo costante `e in effetti una particolare ipersuperficie di
tipo spazio, che in seguito a una trasformazione di Poincar´e non sar`a pi` u un iperpiano
a tempo costante, ma rester`a pur sempre un’ipersuperficie di tipo spazio. Consideriamo
allora l’azione generalizzata,
I[ϕ] =

Γ
2
Γ
1
L(ϕ(x), ∂ϕ(x)) d
4
x, (3.17)
che grazie a (3.16) `e ora un invariante relativistico,
I
t
=

Γ

2
Γ

1
L(ϕ
t
(x
t
), ∂
t
ϕ
t
(x
t
)) d
4
x
t
=

Γ
2
Γ
1
L(ϕ(x), ∂ϕ(x)) d
4
x = I.
Possiamo allora formulare un principio di minima azione covariante a vista, richiedendo
che l’azione (3.17) sia stazionaria per variazioni δϕ
r
arbitrarie, purch´e nulle su Γ
1
e Γ
2
.
La versione relativisticamente invariante della condizione asintotica (3.6) `e invece,
lim
x
2
→−∞
ϕ
r
(x) = 0. (3.18)
`
E poi evidente che il principio di minima azione basato sulla (3.17) fornisce come equazioni
del moto ancora le equazioni di Eulero–Lagrange (3.7).
Quadridivergenze. Aggiungiamo ora un commento riguardo all’esistenza e all’unicit`a
della lagrangiana. Data L, le equazioni del moto (3.7) sono ovviamente univocamente
determinate, ma spesso si deve affrontare il problema inverso: dato un insieme di equazioni
del moto per i campi, si cerca una lagrangiana da cui esse discendano.
`
E chiaro che per
un insieme arbitrario di equazioni del moto – seppure relativistiche – questo problema
76
in generale non ammette nessuna soluzione, nel senso che non esiste nessuna lagrangiana
per cui queste equazioni possano essere poste nella forma (3.7). D’altra parte, se una tale
lagrangiana esiste – come per tutte le teorie fisiche fondamentali – `e facile vedere che in
generale essa non `e unica. In particolare, se a e b sono costanti reali `e immediato verificare
che le lagrangiane L e,
´
L = a L + b,
danno luogo alle stesse equazioni di Eulero–Lagrange.
Un’ambiguit`a un po’ meno ovvia `e costituita, invece, dall’aggiunta di una quadridi-
vergenza,
´
L = L + ∂
µ
(
µ
(ϕ),
dove le (
µ
(ϕ) sono quattro funzioni arbitrarie dei campi, con le stesse propriet`a di rego-
larit`a di L. Possiamo, infatti, fare vedere che
´
L e L danno luogo alle stesse equazioni di
Eulero–Lagrange. A questo scopo calcoliamo la differenza tra le azioni associate alle due
lagrangiane, e applichiamo il teorema di Gauss quadridimensionale,
´
I −I =

Γ
2
Γ
1
´
Ld
4
x −

Γ
2
Γ
1
Ld
4
x =

Γ
2
Γ
1

µ
(
µ
d
4
x =

∂V
4
(
µ

µ
.
V
4
indica il volume di integrazione quadridimensionale il cui bordo `e composto da Γ
1
e Γ
2
,
e da un’ipersuperficie di tipo tempo posta all’infinito spaziale, Γ

, si veda il paragrafo
precedente. Si ha allora,
´
I −I =

Γ
2
(
µ

µ

Γ
1
(
µ

µ
+

Γ

(
µ

µ
.
L’integrale su Γ

`e nullo per via della condizione asintotica (3.18). Viceversa, i primi due
integrali sono diversi da zero, ma coinvolgono solo i valori dei campi sulle ipersuperfici Γ
1
e Γ
2
, che nel principio di minima azione sono tenuti fissi. Abbiamo quindi δ(
´
I − I) = 0,
cio`e,
δ
´
I = δI,
e le due azioni danno quindi luogo alle medesime equazioni di Eulero–Lagrange. In con-
clusione possiamo affermare che tutte le lagrangiane che differiscono per una quadridiver-
genza sono fisicamente equivalenti.
77
Localit`a. Concludiamo questo paragrafo con un’ulteriore restrizione sul tipo di lagran-
giane che ammetteremo in una teoria relativistica di campo. Alla richesta di invarianza
relativistica aggiungeremo, infatti, quella di localit`a, analoga alla richiesta di “azione a con-
tatto” tra particelle e campi, discussa nell’introduzione a questo capitolo. Nel caso di una
teoria di campo la localit`a richiede che la lagrangiana sia data da una somma di prodotti
dei campi e delle loro derivate prime, valutati nello stesso punto dello spazio–tempo.
Illustriamo questa richiesta nel caso di una teoria di campo con due campi scala-
ri, ϕ
1
(x) ≡ A(x), e ϕ
2
(x) ≡ B(x). In questo caso ammetteremo, per esempio, una
lagrangiana del tipo,
L
1
=
1
2

µ
A(x) ∂
µ
A(x) +
1
2

µ
B(x) ∂
µ
B(x) −g A
2
(x) B
2
(x), (3.19)
mentre non accetteremo la lagrangiana,
L
2
=
1
2

µ
A(x) ∂
µ
A(x) +
1
2

µ
B(x) ∂
µ
B(x) −g
N

A
2
(x) [(x −y)
2
]
N
B
2
(y) d
4
y,
(3.20)
dove g
N
`e una “costante di accoppiamento” reale, e N `e un intero positivo. Infatti, mentre
in L
1
il campo A(x) `e “in contatto” con il campo B valutato nello stesso punto x, in L
2
il campo A(x) `e in contatto con B(y) per un qualsiasi valore di y. Dal punto di vista
delle equazioni di Eulero–Lagrange questo vorrebbe dire che la dinamica di A nel punto
x `e influenzata dai valori di B in tutti i punti dello spazio, in contrasto con la “localit`a”
dell’interazione.
Ribadiamo, comunque, che la lagrangiana L
2
`e uno scalare sotto trasformazioni di
Poincar´e, e che darebbe dunque luogo a equazioni del moto relativistiche ben definite.
Sussiste, tuttavia, un ulteriore motivo che ci porta a rigettare lagrangiane come queste. Il
fatto `e che lagrangiane come (3.20) non hanno carattere “fondamentale”: l’intero N che
ivi compare `e completamente arbitrario, anzi, potremmo sostituire il fattore g
N
[(x−y)
2
]
N
con una qualsiasi funzione f(x, y) invariante sotto il gruppo di Poincar´e. Sviluppata in
serie di Taylor una tale funzione ha la forma generale,
f(x, y) =

¸
N=0
g
N
[(x −y)
2
]
N
,
78
ed essa introdurrebbe quindi un numero infinito di costanti di accoppiamento g
N
inde-
terminate. Per mantenere il carattere predittivo della teoria la forma della f, ovvero il
valore delle costanti g
N
, dovrebbe allora essere dedotta da una teoria “pi` u fondamentale”.
Lagrangiane del tipo L
2
rappresentano infatti tipicamente teorie effettive, vale a dire teo-
rie approssimate che riproducono correttamente i risultati sperimentali solo in particolari
regimi fisici, per esempio a basse o ad alte energie.
Consistenza quantistica. Le restrizioni pi` u forti sulla scelta delle lagrangiane relativi-
stiche permesse provengono, tuttavia, dall’approccio della teoria quantistica relativistica
di campo. Nell’ambito di questo approccio si dimostra, infatti, che le lagrangiane classiche
che a livello quantistico danno luogo a teorie consistenti devono essere:
a) invarianti sotto trasformazioni di Poincar´e,
b) locali,
c) polinomi nei campi e nelle loro derivate, di ordine massimo quattro.
Queste restrizioni limitano di molto la forma delle lagrangiane permesse, e insieme ad
altre richeste di invarianza spesso permettono di determinarle univocamente. Esempi ne
sono le lagrangiane “fondamentali” che descrivono le interazioni elettrodeboli e quelle forti.
Al contrario, la lagrangiana che nell’ambito della Relativit`a Generale descrive l’interazione
gravitazionale soddisfa le richiesta a) e b) ma non la c) – la causa essendo la complicata
autointerazione del campo gravitazionale.
`
E questo il motivo per cui, con le conoscenze
che abbiamo acquisito fino ad oggi, questa interazione appare tuttora in conflitto con le
leggi della Meccanica Quantistica.
3.2.3 La lagrangiana per l’equazione di Maxwell
In questo paragrafo illustriamo il metodo variazionale derivando le equazioni che gover-
nano la dinamica del campo elettromagnetico da un principio di minima azione. In linea
di principio si tratta quindi di ottenere le equazioni (2.13) e (2.14) come equazioni di
Eulero–Lagrange relative ad un’opportuna lagrangiana. La prima questione da affrontare
riguarda allora la scelta dei campi lagrangiani ϕ
r
. Siccome le (2.13), (2.14) corrispon-
dono a otto equazioni dovremmo avere altrettanti campi lagrangiani. La scelta naturale
ϕ
r
≡ F
µν
– che tra l’altro avrebbe il pregio di introdurre solo campi osservabili – `e dunque
79
esclusa, perch´e il tensore di Maxwell corrisponde non a otto ma solo a sei campi indipen-
denti, vale a dire

E e

B. Questa strada risulta quindi impraticabile, si veda in particolare
il problema 3.9, e dobbiamo cercarne un’altra.
Una strategia alternativa consiste nel procedere come anticipato nei paragrafi 2.2.2 e
2.2.3. Risolviamo, cio`e, l’identit`a di Bianchi attraverso,
F
µν
≡ ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
,
e consideriamo come campi lagrangiani le componenti del quadripotenziale,
ϕ
r
= A
µ
, (3.21)
r = µ = (0, 1, 2, 3). Secondo questa strategia il principio di minima azione dovrebbe allora
dare luogo alle equazioni di Maxwell,

µ
F
µν
−j
ν
= 0, (3.22)
come equazioni di Eulero–Lagrange associate a un’opportuna lagrangiana L. Si noti che
la scelta dei campi lagrangiani (3.21) `e ora consistente con il fatto che le equazioni (3.22)
sono quattro in numero.
Il problema si riduce allora a trovare una lagrangiana L(A, ∂A), polinomiale in A e
∂A, tale che le equazioni di Eulero–Lagrange ad essa associate,

µ
∂L
∂(∂
µ
A
ν
)

∂L
∂A
ν
= 0, (3.23)
equivalgano alle (3.22). La lagrangiana che cerchiamo dovr` a essere certamente un in-
variante relativistico, ma dato che abbiamo risolto l’identit` a di Bianchi introducendo il
potenziale vettore, essa dovr`a essere altres`ı invariante per trasformazioni di gauge,
A
t
µ
= A
µ
+ ∂
µ
Λ,
modulo quadridivergenze. Per quanto riguarda, invece, la corrente assumeremo solo che
essa sia conservata, ∂
µ
j
µ
= 0, e che non dipenda da A
µ
. Per individuare lo scalare L pro-
cediamo in modo euristico, sfruttando la struttura della (3.22). Il primo termine di questa
equazione `e lineare in A
µ
, mentre il secondo ne `e indipendente. Corrispondentemente la
80
lagrangiana dovr`a contenere un termine quadratico in A
µ
, L
1
, e uno lineare in A
µ
, L
2
.
Considerata poi la forma particolare dei due termini nella (3.22) L
1
dovr`a contenere due
derivate, mentre L
2
dovr` a esserne privo.
Cerchiamo ora di determinare L
1
. Questo termine deve contenere le derivate del
quadripotenziale. L’invarianza di gauge impone allora che esso dipende da A
µ
solo attra-
verso il campo gauge–invariante F
µν
, e in definitiva L
1
deve allora essere quadratico in
quest’ultimo. In effetti abbiamo due invarianti quadratici a disposizione,
F
µν
F
µν
e ε
µνρσ
F
µν
F
ρσ
.
Tuttavia, grazie all’identit`a di Bianchi il secondo invariante corrisponde a una quadridi-
vergenza,
ε
µνρσ
F
µν
F
ρσ
= 2 ε
µνρσ

µ
A
ν
F
ρσ
= 2∂
µ
( ε
µνρσ
A
ν
F
ρσ
) −2A
ν
( ε
µνρσ

µ
F
ρσ
)
= 2∂
µ
( ε
µνρσ
A
ν
F
ρσ
) . (3.24)
Esso d`a quindi un contributo irrilevante alla lagrangiana
12
. Possiamo quindi concludere
che L
1
`e proporzionale a F
µν
F
µν
.
Consideriamo ora L
2
. Questo termine deve essere lineare in A
µ
e coinvolgere la corrente
j
µ
. L’unico scalare che possiamo formare con queste quantit` a `e L
2
∝ A
µ
j
µ
. Verifichiamone
l’invarianza di gauge,
A
t
µ
j
µ
= A
µ
j
µ
+ ∂
µ
Λj
µ
= A
µ
j
µ
+ ∂
µ
(Λj
µ
) −Λ∂
µ
j
µ
.
Siccome la corrente `e conservata vediamo che L
2
`e in effetti gauge invariante – modulo
una quadridivergenza.
Per ottenere l’equazione di Maxwell con i coefficienti corretti poniamo,
L = L
1
+L
2
= −
1
4
F
µν
F
µν
−j
ν
A
ν
. (3.25)
Verifichiamo ora che con questa scelta per L le equazioni (3.23) corrispondono proprio
all’equazione di Maxwell. Al termine
∂/
∂A
ν
contribuisce solo L
2
,
∂L
∂A
ν
= −j
ν
,
12
Il termine ε
µνρσ
F
µν
F
ρσ
in realt`a `e uno pseudoscalare e, anche se non fosse una quadridivergenza,
contribuirebbe all’equazione del moto con un termine pseudovettoriale, mentre l’equazione di Maxwell `e
vettoriale.
81
mentre alla derivata
∂/
∂(∂
µ
A
ν
)
contribuisce solo L
1
. Per determinarla `e conveniente calcolare
la variazione di L
1
per una variazione infinitesima di ∂A,
δL
1
= −
1
2
F
µν
δF
µν
= −
1
2
F
µν
(δ∂
µ
A
ν
−δ∂
ν
A
µ
) = −F
µν
δ(∂
µ
A
ν
),
e quindi,
∂L
∂(∂
µ
A
ν
)
= −F
µν
. (3.26)
In definitiva otteniamo,

µ
∂L
∂(∂
µ
A
ν
)

∂L
∂A
ν
= −∂
µ
F
µν
+ j
ν
= 0, (3.27)
che `e l’equazione di Maxwell.
Il ruolo del potenziale vettore. Concludiamo questa deduzione con un commento sul
ruolo del potenziale vettore in Elettrodinamica, classica e quantistica. Intanto insistiamo
sul fatto che a livello classico l’equazione di Maxwell e l’identit` a di Bianchi di per s´e
possono essere formulate, e risolte, senza mai introdurre il potenziale vettore, in quanto
quest’ultimo costituisce solo un ausilio “utile”. Al contrario, se vogliamo far discende-
re queste equazioni da un principio variazionale allora – come abbiamo appena visto –
l’introduzione del potenziale vettore risulta indispensabile. Ma il principio variazionale
costituisce, a sua volta, il punto di partenza irrinunciabile per la quantizzazione di una
qualsiasi teoria: concludiamo cos`ı che, mentre a livello classico l’uso del potenziale vetto-
re `e un “optional”, a livello quantistico la sua introduzione `e inevitabile. Considerazioni
completamente analoghe valgono per il ruolo dei potenziali vettore nelle altre interazioni
fondamentali.
Sui mediatori delle interazioni deboli e forti. Chiudiamo questo paragrafo con un com-
mento sulla struttura della lagrangiana (3.25) nel caso particolare di corrente nulla, j
µ
= 0.
In questo caso l’equazione (3.22) descrive il campo di Maxwell nel vuoto, disaccoppiato
da qualsiasi carica, ovvero un campo “libero”. La lagrangiana,
L
1
= −
1
4
F
µν
F
µν
,
descrive quindi un campo di gauge libero. Come abbiamo visto la struttura di questa
lagrangiana `e essenzialmente determinata dai principi di invarianza relativistica e di inva-
rianza di gauge. Non stupisce allora che anche la propagazione libera dei mediatori delle
82
interazioni deboli e forti, che sono soggette agli stessi principi, sia descritta da lagrangiane
completamente analoghe. Ai mediatori delle interazioni deboli Z
0
e W
±
sono associati ri-
spettivamente il campo di gauge reale Z
0
µ
, e i campi di gauge complessi W
±
µ
= (W
µ
1
±i W
µ
2
),
con i corrispondenti tensori di Maxwell,
F
0
µν
= ∂
µ
Z
0
ν
−∂
ν
Z
0
µ
, F
±
µν
= ∂
µ
W
±
ν
−∂
ν
W
±
µ
,
mentre agli otto mediatori delle interazioni forti sono associati i campi gluonici A
I
µ
, I =
1, , 8, con i relativi tensori di Maxwell,
F
I
µν
= ∂
µ
A
I
ν
−∂
ν
A
I
µ
.
La lagrangiana totale che descrive la propagazione libera di tutti questi campi risulta
allora,
L
0
= −
1
4

F
µν
F
µν
+F
0µν
F
0
µν
+ F
+µν
F

µν
+
8
¸
I=1
F
Iµν
F
I
µν

.
La lagrangiana “libera” L
1
d`a luogo alle equazioni di Maxwell nel vuoto ∂
µ
F
µν
= 0, le
cui soluzioni sono onde (elettromagnetiche), che si propagano con la velocit`a della luce. Di
conseguenza i mediatori associati hanno massa nulla. Ma mentre i fotoni e i gluoni sono
effettivamente particelle prive di massa, i mediatori delle interazioni deboli sono in realt`a
massivi. La lagrangiana L
0
andr`a allora completata con l’aggiunta di un termine L
m
,
dipendente solo da W
±
µ
e Z
0
µ
, che tenga conto delle masse m
W
e m
Z
di queste particelle.
Si pu`o vedere che questo termine deve essere dato da, vedi anche il problema 3.1,
L
m
=
1
2
2

m
2
W
W
+
µ
W
−µ
+ m
2
Z
Z
0
µ
Z

, (3.28)
dove la presenza della costante di Planck `e suggerita da motivi dimensionali. D’al-
tra parte si verifica immediatamente che l’espressione in (3.28) non `e invariante sotto le
trasformazioni di gauge,
W
±
µ
→W
±
µ
+∂
µ
Λ
±
, Z
0
µ
→Z
0
µ
+∂
µ
Λ
0
,
e anche la lagrangiana totale L
0
+L
m
romperebbe quindi questa invarianza. Per quello che
concerne le interazioni deboli si pu`o, tuttavia, vedere che questa rottura della simmetria
non inficia la consistenza della teoria, se essa avviene in modo “spontaneo”. Per maggiori
dettagli su questo argomento e per la giustificazione della (3.28) rimandiamo a un testo
di particelle elementari.
83
3.3 Il Teorema di Noether
Il Teorema di Noether asserisce in generale che a ogni gruppo a un parametro di simmetrie
di una teoria fisica, corrisponde una costante del moto, cio`e, una quantit` a conservata.
A titolo di esempio ricordiamo che in una teoria invariante per traslazioni temporali si
conserva l’energia, mentre se essa `e invariante per rotazioni spaziali si conserva il momento
angolare.
Prima di proseguire specifichiamo meglio cosa intendiamo con “invarianza di una
teoria”, nel contesto del teorema di Noether. In primo luogo si potrebbe intendere
l’invarianza delle equazioni del moto che governano la dinamica della teoria, sotto l’azio-
ne del gruppo di simmetria. Tuttavia vedremo che questa richiesta risulta genericamente
troppo debole, perch´e l’invarianza delle equazioni del moto in generale non `e sufficiente
per garantire la presenza di costanti del moto. Il teorema di Noether si basa, infatti, sulle
ipotesi pi` u restrittive che,
1) le equazioni del moto discendano da un principio variazionale,
2) l’azione associata sia invariante sotto il gruppo di simmetrie.
Come abbiamo visto in teoria di campo l’azione `e data a sua volta in termini di una
lagrangiana,
I =

Ld
4
x.
Per le teorie di campo considerate da noi l’invarianza dell’azione sar`a poi sempre conse-
guenza dell’invarianza della misura d’integrazione
13
e, separatamente, della lagrangiana
– modulo quadridivergenze .
Un’altro aspetto importante, peculiare del teorema di Noether in teoria di campo, `e
che esso assicura la conservazione locale della grandezza fisica in questione. Questo vuol
dire che si conserva non solo una “carica” totale, ma che la conservazione `e conseguenza
di un’equazione di continuit`a. Per ogni gruppo di simmetrie a un parametro il teorema
implica, cio`e, l’esistenza di una quadricorrente J
µ
a divergenza nulla,

µ
J
µ
= 0.
13
Nel caso di “simmetrie interne” per definizione le coordinate non cambiano, x
µ
= x
µ
⇒d
4
x

= d
4
x.
Per trasformazioni di Poincar´e, invece, abbiamo x
µ
= Λ
µ
ν
x
ν
+a
µ
⇒d
4
x

= d
4
x[det Λ[ = d
4
x.
84
Come visto questo assicura che la variazione della carica Q
V
=

V
J
0
d
3
x in un volume V ,
`e necessariamente accompagnata da un flusso di carica attraverso il suo bordo,
dQ
V
dt
= −

∂V

J d

Σ.
Non `e, cio`e, possibile che la carica scompaia in un punto e compaia in un altro punto,
senza “fluire” da un punto all’altro.
In Teoria dei Campi esiste una dimostrazione generale e semplice del teorema di Noe-
ther per le cosiddette “simmetrie interne”, cio`e, per simmetrie che non coinvolgono trasfor-
mazioni dello spazio–tempo, come per esempio le trasformazioni di gauge. Al contrario,
il gruppo di Poincar´e origina proprio da trasformazioni dello spazio–tempo, e per questo
gruppo di simmetrie la dimostrazione del teorema `e leggermente pi` u complicata. Tuttavia,
date l’importanza concettuale e la rilevanza fenomenologica che esso ricopre, in questa
sezione dimostreremo il teorema di Noether per il gruppo di Poincar´e in una generica teo-
ria di campo relativistica. Il sottogruppo delle traslazioni costituisce un gruppo a quattro
parametri a cui corrisponderanno quattro grandezze conservate, che identificheremo con
il quadrimomento totale, mentre il sottogruppo di Lorentz costituisce un gruppo a sei
parametri a cui corrisponderanno altrettante grandezze conservate, che identificheremo
con il momento angolare quadridimensionale totale del sistema.
3.3.1 Trasformazioni di Poincar´e infinitesime
Per dimostrare il teorema di Noether sfrutteremo in particolare l’invarianza della lagran-
giana sotto trasformazioni di Poincar´e infinitesime. In questo paragrafo determineremo
preliminarmente le variazioni dei campi sotto trasformazioni “infinitesime” – vale a dire
trasformazioni valutate al primo ordine nei parametri ω
µν
e a
µ
– la cui forma esplicita ci
servir`a poi nella dimostrazione del teorema.
Finora abbiamo indicato l’insieme dei campi lagrangiani genericamente con ϕ =

1
, , ϕ
N
). In una teoria relativistica i singoli campi devono essere raggruppati in
“multipletti” che costituiscono tensori sotto trasformazioni di Poincar´e, per esempio cam-
pi scalari Φ(x), campi vettoriali A
µ
(x), campi tensoriali di rango due B
µν
(x), etc.
`
E ovvio
che possiamo avere anche pi` u campi dello stesso rango. L’indice r dell’insieme ¦ϕ
r
¦
N
r=1
indica allora tutte le componenti di tutti i multipletti.
85
Incominciamo ricordando la forma di una generica trasformazione di Poincar´e delle
coordinate,
x

= Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
, (3.29)
dove la matrice di Lorentz `e data da, vedi paragrafo 1.4.1,
Λ
µ
ν
= e
ω
µ
ν
, ω
µν
= −ω
νµ
. (3.30)
Sotto questa trasformazione i singoli campi trasformano a seconda del loro rango tenso-
riale,
Φ
t
(x
t
) = Φ(x), A

(x
t
) = Λ
µ
ν
A
ν
(x), B
tµν
(x
t
) = Λ
µ
α
Λ
ν
β
B
αβ
(x), (3.31)
e cos`ı via. Possiamo indicare queste trasformazioni complessivamente con,
ϕ
t
r
(x
t
) = ´
r
s
ϕ
s
(x), (3.32)
per una qualche matrice N N ´
r
s
, indipendente da x. Si noti in particolare che queste
trasformazioni sono lineari nei campi ϕ
r
.
Possiamo allora definire due tipi di variazioni – per il momento finite – dei campi: le
variazioni totali δϕ
r
, e le variazioni in forma δϕ
r
,
δϕ
r
≡ ϕ
t
r
(x
t
) −ϕ
r
(x) (3.33)
δϕ
r
≡ ϕ
t
r
(x) −ϕ
r
(x). (3.34)
Passiamo ora alla valutazione di queste variazioni per trasformazioni di Poincar´e infinite-
sime. Queste ultime corrispondono a trasformazioni di Lorentz infinitesime,
Λ
µ
ν
= δ
µ
ν

µ
ν
,
e a traslazioni infinitesime. Per le coordinate otteniamo le trasformazioni infinitesime,
δx
µ
= x

−x
µ
= (δ
µ
ν
+ ω
µ
ν
)x
ν
+ a
µ
−x
µ
= a
µ
+ ω
µ
ν
x
ν
. (3.35)
Usando le (3.31) troviamo allora le seguenti trasformazioni totali infinitesime, intese al
primo ordine in ω
αβ
e a
µ
,
δΦ = Φ
t
(x
t
) −Φ(x) = 0,
δA
µ
= (δ
µ
ν
+ ω
µ
ν
)A
ν
(x) −A
µ
(x) = ω
µ
ν
A
ν
(x),
δB
µν
= (δ
µ
α

µ
α
)(δ
ν
β
+ ω
ν
β
)B
αβ
(x) −B
µν
(x) = ω
µ
α
B
αν
(x) + ω
ν
β
B
µβ
(x),
86
e cos`ı via. Da questi esempi si capisce che le generiche variazioni δϕ
r
sono lineari nei
parametri ω
µν
e nei campi stessi, si veda anche la (3.32). Possiamo allora scrivere la
formula generale,
δϕ
r
=
1
2
ω
αβ
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
, (3.36)
dove le quantit`a Σ
αβ
r
s
sono antisimmetriche in α e β
14
,
Σ
αβ
r
s
= −Σ
βα
r
s
,
e la sommatoria su s `e sottintesa. Le espressioni esplicite di queste quantit`a si leggono
facilmente dalle trasformazioni infinitesime totali dei campi calcolate sopra. Per esempio,
per il campo scalare Φ si ha semplicemente Σ
αβ
1
1
= 0, mentre per il campo vettoriale
A
µ
≡ ϕ
r
si ha,
Σ
αβ
r
s
= δ
α
r
η
βs
−δ
β
r
η
αs
. (3.37)
Calcoliamo ora la versione infinitesima delle variazioni in forma. Aggiungendo e to-
gliendo nella (3.34) lo stesso termine e usando la (3.36), al primo ordine in ω
αβ
e a
µ
si
ottiene,
δϕ
r
= ϕ
t
r
(x) −ϕ
t
r
(x
t
) + ϕ
t
r
(x
t
) −ϕ
r
(x)
= ϕ
t
r
(x) −ϕ
t
r
(x + δx) + δϕ
r
= −δx
ν

ν
ϕ
t
r
+ δϕ
r
= −δx
ν

ν
ϕ
r
+ δϕ
r
= −δx
ν

ν
ϕ
r
+
1
2
ω
αβ
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
, (3.38)
dove nella penultima riga abbiamo tenuto conto che la differenza tra ϕ
r
e ϕ
t
r
`e del primo
ordine in ω
αβ
e a
µ
.
3.3.2 Teorema di Noether per il gruppo di Poincar´e
In una teoria di campo classica il teorema di Noether riferito al gruppo di Poincar´e si
enuncia come segue.
Teorema di Noether. Si consideri una teoria di campo la cui dinamica discenda dall’a-
zione,
I =

d
4
x L,
14
Nella (3.36) gli indici α e β di Σ
αβ
r
s
sono contratti con la coppia antisimmetrica di ω
αβ
; ci`o implica
che comunque solo la parte antisimmetrica in α e β di Σ
αβ
r
s
contribuisce a ω
αβ
Σ
αβ
r
s
.
87
per un’opportuna lagrangiana L, ovvero, una teoria di campo le cui equazioni del moto
siano date dalla (3.7). Allora, se L `e invariante per traslazioni si conserva localmente
il quadrimomento, il tensore energia–impulso essendo dato dalla (3.44), mentre se L `e
invariante per trasformazioni di Lorentz, allora si conserva localmente il momento angolare
quadridimensionale, il tensore densit`a di momento angolare essendo dato dalla (3.45).
Queste leggi di conservazione sono valide purch´e i campi soddisfino le equazioni di Eulero–
Lagrange (3.7).
Per comprendere meglio il significato dell’invarianza per traslazioni di L consideriamo
una classe di lagrangiane leggermente pi` u ampia di quella considerata finora, del tipo,
L(ϕ(x), ∂ϕ(x), x), (3.39)
dove ammettiamo, cio`e, che L abbia anche una generica dipendenza esplicita da x. Per
una traslazione, x
t
= x + a, abbiamo ϕ
t
r
(x
t
) = ϕ
r
(x), e per la lagrangiana traslata si
ottiene allora,
L(ϕ
t
(x
t
), ∂
t
ϕ
t
(x
t
), x
t
) = L(ϕ(x), ∂ϕ(x), x + a),
che uguaglia L(ϕ(x), ∂ϕ(x), x) solo se L non dipende esplicitamente da x. Possiamo quindi
affermare che una lagrangiana `e invariante per traslazioni se e sole se essa non esibisce
dipendenza esplicita da x.
Dimostrazione. Il primo passo nella dimostrazione del teorema di Noether consiste nel
valutare la variazione della lagrangiana per un’arbitraria trasformazione finita di Poincar´e
dei campi, vedi (3.29) e (3.31),
∆L ≡ L(ϕ
t
(x
t
), ∂
t
ϕ
t
(x
t
), x
t
) −L(ϕ(x), ∂ϕ(x), x). (3.40)
Per ogni x fissato questa espressione `e una funzione dei parametri ω
αβ
e a
µ
, e come tale
pu`o essere sviluppata in serie di Taylor attorno ai valori ω
αβ
= 0 = a
µ
. Siccome ∆L si
annulla per valori nulli dei parametri, otteniamo uno sviluppo del tipo,
∆L = δL + o(ω
αβ
, a
µ
)
2
,
dove con δL, la “variazione infinitesima della lagrangiana”, abbiamo indicato i termi-
ni di ∆L lineari in ω
αβ
e a
µ
. Se L `e invariante sotto l’azione del gruppo di Poincar´e
88
avremo ∆L = 0 identicamente, ovvero ∀ ω
αβ
, ∀ a
µ
, e per il teorema sull’identit` a delle
serie di potenze ne seguir`a che δL = 0, ∀ ω
αβ
, ∀ a
µ
. Sfruttando quest’ultima identit` a e
assumendo la validit`a delle equazioni di Eulero–Lagrange potremo poi concludere che le
quadridivergenze di certi tensori sono nulli.
Secondo questa strategia dobbiamo dunque trovare un’espressione esplicita per δL. A
questo scopo `e conveniente aggiungere e togliere a ∆L lo stesso termine, e valutare poi
l’espressione risultante tenendo solo i termini lineari nei parametri,
δL = [L(ϕ
t
(x
t
), ∂
t
ϕ
t
(x
t
), x
t
) −L(ϕ
t
(x), ∂ϕ
t
(x), x)]
lin
+ [L(ϕ
t
(x), ∂ϕ
t
(x), x) −L(ϕ(x), ∂ϕ(x), x)]
lin
.
I due termini della prima parentesi quadra differiscono solo per la sostituzione x →x
t
=
x + δx, mentre nella seconda parentesi quadra i campi differiscono per la variazione in
forma (3.34). Tenendo conto che ∂
µ
δx
µ
= η
µν
ω
µν
= 0, vedi (3.35), e definendo i “momenti
coniugati”,
Π
µr
=
∂L
∂(∂
µ
ϕ
r
)
, (3.41)
si ottiene allora,
δL = δx
µ

µ
L + δϕ
r
∂L
∂ϕ
r
+ ∂
µ
δϕ
r
Π
µr
= ∂
µ
(δx
µ
L) + δϕ
r

δL
∂ϕ
r
−∂
µ
Π
µr

+ ∂
µ
(δϕ
r
Π
µr
)
= ∂
µ
[δx
µ
L +δϕ
r
Π
µr
] + δϕ
r

δL
∂ϕ
r
−∂
µ
Π
µr

, (3.42)
dove la sommatoria su r `e sottintesa. Valutiamo ora il termine tra parentesi quadre in
(3.42), usando la formula (3.38) per la variazione infinitesima dei campi,
δx
µ
L + δϕ
r
Π
µr
= δx
ν

µν
L −Π
µr

ν
ϕ
r
) +
1
2
Π
µr
ω
αβ
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
. (3.43)
Prima di procedere definiamo il tensore energia–impulso canonico,
¯
T
µν
= Π
µr

ν
ϕ
r
−η
µν
L, (3.44)
e il tensore densit`a di momento angolare canonico,

M
µαβ
= x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα
+ Π
µr
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
,

M
µαβ
= −

M
µβα
. (3.45)
89
Usando queste definizioni e la (3.35), la (3.43) diventa,
δx
µ
L + δϕ
r
Π
µr
= −(a
ν

νρ
x
ρ
)
¯
T
µν
+
1
2
Π
µr
ω
αβ
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
= −a
ν
¯
T
µν
+
1
2
ω
αβ

M
µαβ
. (3.46)
Per la variazione di L sotto una generica trasformazione di Poincar´e infinitesima otteniamo
cos`ı il seguente risultato,
δL = −a
ν

µ
¯
T
µν
+
1
2
ω
αβ

µ

M
µαβ
+ δϕ
r

δL
∂ϕ
r
−∂
µ
Π
µr

. (3.47)
Supponiamo ora, per esempio, che la lagrangiana sia invariante per il sottogruppo a
un parametro del gruppo di Poincar´e costituito dalle traslazioni nel tempo,
t
t
= t + a
0
, x
t
= x.
Come visto sopra questo equivale all’assunzione che in L sia assente la dipendenza esplicita
da t. Allora abbiamo,
δL = 0, per a
i
= 0 = ω
αβ
, a
0
arbitrario.
Se in pi` u imponiamo che i campi soddisfino le equazioni di Eulero–Lagrange,

µ
Π
µr

δL
∂ϕ
r
= 0,
si ricordi la definizione (3.41), allora dalla (3.47) si ricava,
0 = −a
0

µ
¯
T
µ0
= 0, ∀ a
0
⇒ ∂
µ
¯
T
µ0
= 0.
Abbiamo cos`ı ottenuto l’equazione di continuit` a per l’energia, che assicura che l’energia
`e localmente conservata.
Allo stesso modo dalla (3.47) segue che a ciascuno dei dieci parametri (a
µ
, ω
αβ
) cor-
risponde una corrente a quadridivergenza nulla e una grandezza localmente conservata,
se la lagrangiana `e invariante sotto il corrispondente gruppo a un paramentro: ad a
0
(traslazioni del tempo) corrisponde la conservazione locale dell’energia, ad a
1
(traslazioni
lungo l’asse x) quella della componente x della quantit`a di moto, ad ω
12
(rotazioni attor-
no all’asse z) quella della componente z del momento angolare, ad ω
01
(trasformazioni di
90
Lorentz speciali lungo l’asse x) quella della componente x del boost, e via di seguito. In
partciolare se la lagrangiana `e invariante sotto l’intero gruppo delle traslazioni si conserva
localmente il quadrimomento, mentre se essa `e invariante sotto l’intero gruppo di Loren-
tz allora si conserva localmente il momento angolare quadridimensionale. Abbiamo cos`ı
concluso la dimostrazione del teorema.
In particolare se L `e invariante sotto l’intero gruppo di Poincar´e, dalla (3.47) ottenia-
mo,
−a
ν

µ
¯
T
µν
+
1
2
ω
αβ

µ

M
µαβ
= 0, ∀ a
µ
, ∀ ω
αβ
,
e quindi,

µ
¯
T
µν
= 0, ∂
µ

M
µαβ
= 0.
In questo caso abbiamo dieci costanti del moto, raggruppate nel quadrimomento e nel
momento angolare quadridimensionale,
¯
P
µ
=

¯
T

d
3
x,
¯
L
αβ
=

M
0αβ
d
3
x.
Insistiamo sul fatto che queste leggi di conservazione sono valide purch´e i campi soddisfino
le equazioni del moto di Eulero–Lagrange.
Per illustrare la portata di questo teorema nominiamo il fatto che le teorie che descri-
vono le quattro interazioni fondamentali soddisfano il principio di relativit`a einsteiniana,
e che sono formulate in termini di un principio variazionale: in queste teorie il teorema di
Noether assicura allora che la conservazione del quadrimomento e del momento angolare
`e automatica.
Sulle densit`a di corrente canoniche. Concludiamo questo paragrafo con qualche osser-
vazione sulla struttura delle correnti conservate trovate. Come prima cosa notiamo che
il tensore energia–impulso canonico (3.44) in generale non `e simmetrico. In Relativit`a
Ristretta questa circostanza di per s´e non costituisce nessun problema. Viceversa, si pu`o
vedere che l’esistenza di un tensore energia–impulso simmetrico `e una richiesta irrinun-
ciabile, se si vuole accoppiare una teoria di campo alla gravit` a secondo i postulati della
Relativit`a Generale
15
. Come seconda cosa facciamo notare che l’espressione (3.45) per
15
Le equazioni di Einstein eguagliano, infatti, un opportuno tensore doppio simmetrico, formato
con la metrica g
µν
(x) e le sue derivate, al tensore energia–impulso; queste equazioni sarebbero quindi
inconsistenti se quest’ultimo non fosse simmetrico.
91
la densit`a di momento angolare canonico non `e “standard”, nel senso che non `e della
semplice forma standard x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα
. In realt`a queste due “anomalie” sono legate tra
di loro. Infatti, la divergenza della densit`a di momento angolare standard non si annulla,
uguagliando proprio la parte antisimmetrica del tensore energia–impulso canonico,

µ

x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα

=
¯
T
αβ

¯
T
βα
.
D’altra parte dalla (3.45) si vede che il tensore

M
µαβ
si riduce alla forma standard x
α
¯
T
µβ

x
β
¯
T
µα
, solo se le quantit`a Σ
αβ
r
s
svaniscono, ma questo succede solo se i campi della teoria
sono tutti campi scalari. In quest’ultimo caso, d’altro canto, non `e difficile dimostrare che
¯
T
µν
`e in effetti simmetrico, vedi problema 3.6.
Concludiamo che, per quanto riguarda la densit`a di momento angolare la “anomalia”
appena discussa non costituisce un problema di tipo concettuale, ma solo di naturalez-
za, mentre per quanto riguarda il tensore energia–impulso sorgerebbe un problema di
incompatibilit`a con l’interazione gravitazionale, se non fosse possibile trovare un tensore
energia–impulso simmetrico. Questo problema verr` a affrontato e risolto in tutta generalit`a
nelle sezioni 3.4 e 3.5.
3.3.3 Tensore energia–impulso canonico per il campo di Maxwell
In questo paragrafo esemplifichiamo la costruzione generale del tensore energia–impulso
canonico (3.44), nel caso semplice di un campo di Maxwell libero, j
µ
= 0. La dinamica
di questo campo `e governata dalla lagrangiana, vedi (3.25),
L
1
= −
1
4
F
µν
F
µν
, (3.48)
con ϕ
r
≡ A
α
. Ricordiamo la forma dei momenti coniugati, determinati in (3.26),
Π
µα
=
∂L
1
∂(∂
µ
A
α
)
= −F
µα
. (3.49)
Il tensore energia–impulso canonico discende allora direttamente dalla (3.44),
¯
T
µν
em
= −F
µα

ν
A
α
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
. (3.50)
Notiamo che questo tensore soffre di due patologie: non ´e simmetrico, e non `e nemmeno
gauge–invariante. Affronteremo questi problemi nel paragrafo 3.4.1.
92
3.4 Costruzione di un tensore energia–impulso simmetrico
In questa sezione faremo vedere che in una teoria di campo lagrangiana invariante sot-
to trasformazioni di Poincar´e, `e sempre possibile costruire un tensore energia–impulso
simmetrico, la costruzione essendo canonica.
A questo proposito notiamo che il tensore energia–impulso di una teoria in realt`a non
`e definito univocamente. Consideriamo, infatti, un generico tensore di rango tre φ
ρµν
che
sia antisimmetrico nei primi due indici,
φ
ρµν
= −φ
µρν
.
Possiamo allora definire un tensore energia–impulso modificato attraverso,
T
µν
=
¯
T
µν
+∂
ρ
φ
ρµν
. (3.51)
Questo tensore gode, infatti, delle seguenti due propriet`a:
1) ∂
µ
T
µν
= 0,
2) P
ν

T

d
3
x =
¯
P
ν
.
T
µν
`e dunque conservato, come lo `e
¯
T
µν
, ed esso d`a luogo allo stesso quadrimomento
totale di
¯
T
µν
. La prima propriet`a discende dal fatto che,

µ

ρ
φ
ρµν
= 0,
in quanto una coppia di indici antisimmmetrici contrae una coppia di indici simmetrici.
La seconda segue invece da,
P
ν

¯
P
ν
=

T


¯
T

d
3
x =


ρ
φ
ρ0ν
d
3
x =


i
φ
i0ν
d
3
x =

Γ

φ
i0ν

i
= 0, (3.52)
dove abbiamo usato che φ
00ν
= 0, come conseguenza dell’antisimmetria di φ
ρµν
nei primi
due indici. Nell’ultimo passaggio abbiamo applicato il teorema di Gauss, con Γ

su-
perficie all’infinito spaziale, e abbiamo inoltre supposto che φ
ρµν
decada all’infinito pi` u
rapidamente di 1/r
2
. La propriet`a 2) assicura in particolare che l’hamiltoniana del siste-
ma, rappresentata dalla componente P
0
, non dipende dal tensore energia–impulso che si
considera. T
µν
pu`o dunque essere riguardato come tensore energia–impulso della teoria –
alla stessa stregua di
¯
T
µν
. Sfruttando questa libert`a di scelta dimostreremo ora il seguente
teorema.
93
Teorema. Sia data una lagrangiana invariante sotto l’azione del gruppo di Poincar´e.
Allora si pu`o costruire un tensore φ
ρµν
antisimmetrico in ρ e µ, tale che il tensore energia–
impulso T
µν
dato in (3.51) risulti simmetrico, la costruzione essendo canonica.
Dimostrazione. Siccome per ipotesi la lagrangiana `e invariante sotto trasformazioni
dell’intero gruppo di Poincar´e, per la dimostrazione del teorema possiamo servirci del
teorema di Noether e ricorrere ai tensori
¯
T
µν
e

M
µαβ
a quadridivergenza nulla, definiti
in (3.44) e (3.45). Riprendiamo in particolare l’espressione per la densit`a di momento
angolare,

M
µαβ
= x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα
+V
µαβ
, V
µαβ
≡ Π
µr
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
, (3.53)
dove abbiamo introdotto il tensore V
µαβ
, antisimmetrico negli ultimi due indici,
V
µαβ
= −V
µβα
.
Sfruttando il fatto che sia

M
µαβ
che
¯
T
µν
sono a quadridivergenza nulla, si ottiene,
0 = ∂
µ

M
µαβ
= ∂
µ
x
α
¯
T
µβ
−∂
µ
x
β
¯
T
µα
+ ∂
µ
V
µαβ
, (3.54)
ovverosia, cambiando di nome agli indici,

ρ
V
ρµν
=
¯
T
νµ

¯
T
µν
, (3.55)
che equivale proprio alla parte antisimmetrica di
¯
T
νµ
. Tuttavia, non possiamo identificare
V
ρµν
direttamente con φ
ρµν
, perch´e il primo non `e antisimmetrico in ρ e µ. Se poniamo
invece,
φ
ρµν
=
1
2
(V
ρµν
−V
µρν
−V
νρµ
) , (3.56)
possiamo verificare che questo tensore gode delle seguenti propriet`a:
a) φ
ρµν
= −φ
µρν
,
b) ∂
ρ
φ
ρµν
=
1
2

¯
T
νµ

¯
T
µν


1
2

ρ
(V
µρν
+ V
νρµ
).
La prima propriet`a, che assicura che φ
ρµν
d`a luogo a una modifica consistente di
¯
T
µν
,
discende dall’antisimmetria di V
νρµ
negli ultimi due indici; la seconda `e conseguenza
diretta di (3.55) e (3.56). Infine possiamo determinare il nuovo tensore energia–impulso
usando la (3.51), e sfruttando la propriet`a b),
T
µν
=
¯
T
µν
+∂
ρ
φ
ρµν
=
1
2

¯
T
νµ
+
¯
T
µν


1
2

ρ
(V
µρν
+V
νρµ
) ,
94
che `e manifestamente simmetrico in µ e ν. Sfruttando l’antisimmetria di V
µνρ
negli ultimi
due indici e usando la nostra convenzione sulla simmetrizzazione dei tensori, possiamo
riscrivere questo risultato anche come,
T
µν
=
¯
T
(µν)
+ ∂
ρ
V
(µν)ρ
, ∂
µ
T
µν
= 0. (3.57)
Abbiamo quindi dato una dimostrazione costruttiva dell’esistenza di un tensore energia–
impulso a quadridivergenza nulla e simmetrico, che d`a luogo allo stesso quadrimomento
totale conservato del tensore energia–impulso canonico. Facciamo, per`o, notare che il
quadrimomento P
µ
V
contenuto in un volume finito dipende dal tensore energia–impulso
che si considera. Tuttavia, questo quadrimomento non ha carattere tensoriale, cio`e P
µ
V
non `e un quadrivettore.
Dalla dimostrazione appena svolta traiamo inoltre le seguenti conclusioni. L’esistenza
di un tensore energia–impulso conservato richiede soltanto l’invarianza per traslazioni
di una teoria, mentre l’esistenza di un tensore energia–impulso conservato e simmetrico
richiede in pi` u che essa sia invariante sotto trasformazioni di Lorentz. Infatti, nella nostra
costruzione di φ
ρµν
era essenziale l’equazione di continuit` a ∂
µ

M
µαβ
= 0, vedi (3.54) e
(3.55), che a sua volta discende dall’invarianza di Lorentz via il teorema di Noether.
Il gruppo di Poincar´e e la Relativit`a Generale. Concludiamo questa sezione con una
considerazione sul doppio ruolo dell’invarianza di Poincar´e nell’interazione gravitazionale.
In primo luogo menzioniamo il fatto che in base al Principio di Equivalenza qualsiasi
teoria invariante sotto trasformazioni del gruppo di Poincar´e, nell’ambito della Relativit`a
Generale ammette un cosiddetto “accoppiamento minimale” consistente con un campo
gravitazionale esterno. In secondo luogo ricordiamo che la consistenza delle equazioni
di Einstein, che governano la dinamica del campo gravitazionale, necessita del tensore
energia–impulso simmetrico (3.57) – la cui esistenza `e assicurata, a sua volta, dall’inva-
rianza di Poincar´e. Possiamo allora affermare che la consistenza dell’interazione gravi-
tazionale di un sistema fisico – bench`e coinvolga un gruppo di simmetrie pi` u ampio del
gruppo di Poincar´e, cio`e, il gruppo dei diffeomorfismi
16
– `e garantita in ultima analisi
16
Un diffeomorfismo `e una generica trasformazione di coordinate x
µ
→x
µ
(x), invertibile e di classe C

insieme alla sua inversa. I diffeomorfismi costituiscono quindi una generalizzazione delle trasformazioni
di Poincar´e, x
µ
(x) = Λ
µ
ν
x
ν
+a
µ
.
95
dall’invarianza di Poincar´e del sistema in assenza di interazione gravitazionale. L’im-
portanza di questa invarianza sta anche in questo: oltre ad assicurare la covarianza delle
equazioni del moto e la conservazione delle grandezze fisiche fondamentali, essa garantisce
anche la consistenza interna della Relativit`a Generale.
3.4.1 Tensore energia–impulso simmetrico per il campo di Maxwell
A titolo di esempio determiniamo il tensore energia–impulso simmetrico per il campo
di Maxwell libero. La lagrangiana di questo sistema `e data in (3.48), e l’equazione di
Eulero–Lagrange associata `e l’equazione di Maxwell nel vuoto, vedi (3.27),

µ
F
µν
= 0. (3.58)
Il tensore energia–impulso canonico associato a questa lagrangiana `e stato determinato
nella (3.50),
¯
T
µν
em
= −F
µα

ν
A
α
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
.
Denotando i campi di gauge indistintamente con A
r
o A
α
, ricordiamo anche la forma dei
momenti coniugati (3.49), e delle matrici Σ
αβ
r
s
per un campo vettoriale, vedi (3.37),
Π
µr
= −F
µr
, Σ
αβ
r
s
= δ
α
r
η
βs
−δ
β
r
η
αs
.
Calcoliamo dapprima il tensore V
µαβ
, antisimmetrico in α e β,
V
µαβ
≡ Π
µr
Σ
αβ
r
s
A
s
= −F
µα
A
β
+ F
µβ
A
α
. (3.59)
Determiniamo poi il tensore φ
ρµν
definito in (3.56), vedi problema 3.7,
φ
ρµν
= −F
ρµ
A
ν
, (3.60)
antisimmetrico in ρ e µ. Per la sua divergenza si ottiene allora,

ρ
φ
ρµν
= −∂
ρ
F
ρµ
A
ν
−F
ρµ

ρ
A
ν
= F
µα

α
A
ν
,
dove abbiamo utilizzato l’equazione di Eulero–Lagrange (3.58). Il nuovo tensore energia–
impulso risulta in definitiva,
T
µν
em
=
¯
T
µν
em
+ ∂
ρ
φ
ρµν
= F
µα
(∂
α
A
ν
−∂
ν
A
α
) +
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
= F
µα
F
α
ν
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
,
che `e gauge invariante oltre che simmetrico, ed in perfetto accordo con la (2.69).
96
3.5 Densit`a di momento angolare “standard”
Concludiamo questo capitolo dimostrando che per una lagrangiana L invariante per il
gruppo di Poincar´e esiste sempre una densit`a di momento angolare M
µαβ
“standard”,
legata al tensore energia–impulso simmetrico dalla relazione,
M
µαβ
= x
α
T
µβ
−x
β
T
µα
. (3.61)
La dimostrazione di questa propriet`a segue una strategia molto simile a quella usata per
dimostrare l’esistenza di un tensore energia–impulso simmetrico. Sfrutteremo, cio`e, il fatto
che anche la densit`a di momento angolare `e determinata a meno della quadridivergenza
di un tensore con opportune propriet`a di antisimmetria. Dimostreremo, infatti, che esiste
un tensore Λ
µναβ
di rango quattro, antisimmetrico nella prima coppia di indici oltre che
nella seconda, tale che,
M
µαβ
=

M
µαβ
+ ∂
ρ
Λ
ρµαβ
,
con M
µαβ
definito in (3.61). Con un argomento standard, vedi (3.52), si verifica allora
facilmente che,
L
αβ

d
3
xM
0αβ
=

d
3
x

M
0αβ

¯
L
αβ
,
purch´e Λ
µναβ
svanisca all’infinito spaziale pi` u rapidamente di 1/r
2
.
Incominciamo la dimostrazione ricordando la definizione della densit`a canonica di
momento angolare,

M
µαβ
= x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα
+V
µαβ
, V
µαβ
≡ Π
µr
Σ
αβ
r
s
ϕ
s
,
e la relazione tra il tensore energia–impulso canonico e quello simmetrico,
T
µν
=
¯
T
µν
+∂
ρ
φ
ρµν
, φ
ρµν

1
2
(V
ρµν
−V
µρν
−V
νρµ
) . (3.62)
Allora si pu`o scrivere,

M
µαβ
= x
α
T
µβ
−x
β
T
µα
−x
α

ρ
φ
ρµβ
+ x
β

ρ
φ
ρµα
+V
µαβ
= M
µαβ
−∂
ρ

x
α
φ
ρµβ
−x
β
φ
ρµα

+ φ
αµβ
−φ
βµα
+ V
µαβ
= M
µαβ
−∂
ρ

x
α
φ
ρµβ
−x
β
φ
ρµα

,
97
dove nell’ultimo passaggio abbiamo usato la definizione di φ
ρµν
riportata in (3.62), che
comporta l’identit` a,
φ
αµβ
−φ
βµα
= −V
µαβ
.
Otteniamo quindi,
M
µαβ
=

M
µαβ
+ ∂
ρ
Λ
ρµαβ
, con Λ
ρµαβ
≡ x
α
φ
ρµβ
−x
β
φ
ρµα
, (3.63)
dove Λ
ρµαβ
`e antisimmetrico nella prima coppia di indici oltre che nella seconda, che `e
quanto volevamo dimostrare.
3.6 Problemi
3.1 Si consideri un campo scalare reale ϕ (“particella neutra con spin 0 e massa m”)
con lagrangiana,
L =
1
2


µ
ϕ∂
µ
ϕ −m
2
ϕ
2


λ
4!
ϕ
4
,
dove m e λ sono costanti reali.
a) Si scrivano le equazioni di Eulero–Lagrange associate a L.
b) Si verifichi esplicitamente che tali equazioni sono equivalenti alla richiesta di stazio-
nariet`a dell’azione I =

t
2
t
1
Ld
4
x, per variazioni generiche del campo ϕ, purch´e nulle in
t = t
1
e t = t
2
.
3.2 Si consideri un campo scalare complesso Φ = ϕ
1
+iϕ
2
(“particella carica con spin 0
e massa m”) con lagrangiana,
L = ∂
µ
Φ


µ
Φ −m
2
Φ

Φ −
λ
4


Φ)
2
,
dove m e λ sono costanti reali.
a) Si scrivano le equazioni di Eulero–Lagrange associate a L. [Sugg.: si considerino come
campi indipendenti Φ e Φ

.]
b) Si dica per quali valori di λ e m le equazioni del moto per ϕ
1
e ϕ
2
risultano disaccoppiate
tra di loro.
3.3 Si consideri l’azione,
I =

t
2
t
1
Ld
4
x,
98
con L data in (3.25).
a) Si determini la variazione di I per variazioni generiche di A
µ
.
b) Si verifichi esplicitamente che la variazione di I `e nulla per variazioni arbitrarie dei
campi, purch´e nulle in t = t
1
e t = t
2
, se e solo se il campo di gauge soddisfa l’equazione
di Maxwell.
3.4 Si consideri la lagrangiana per il campo reale scalare data nel problema 3.1.
a) Si derivi il tensore energia–impulso canonico, analizzandone le propriet`a di simmetria.
b) Si scriva l’espressione esplicita per la densit`a di energia e per l’energia totale del sistema.
Si dica per quali valori di m e λ l’energia `e definita positiva.
3.5 Si verifichi esplicitamente che il tensore energia–impulso canonico del campo di
Maxwell libero dato in (3.50) ha quadridivergenza nulla.
3.6 Si dimostri che per una teoria di campo di soli campi scalari il tensore energia–
impulso canonico `e simmetrico. [Sugg.: per l’invarianza di Lorentz la lagrangiana pu`o
dipendere da ∂
µ
ϕ
r
solo attraverso la “matrice” M
rs
= ∂
µ
ϕ
r

µ
ϕ
s
, simmetrica in r e s.]
3.7 Si verifichi che per un campo di Maxwell libero il tensore φ
ρµν
ha la forma data in
(3.60).
3.8 Si determini la densit`a di momento angolare canonico

M
µαβ
per un campo di Max-
well libero. Si verifichi che la corrispondente densit`a di momento angolare “standard”,
come definita in (3.63), risulta uguale a x
α
T
µβ
em
−x
β
T
µα
em
.
3.9 Si consideri una teoria di campo descritta dai sei campi lagrangiani ϕ ≡ ¦

E,

B¦,
con lagrangiana,
L =

E

B
∂t
+
1
2

E



E +

B



B

j

B,
dove

j `e un campo esterno indipendente da ϕ. Si confrontino le equazioni del moto
associate a questa lagrangiana con le equazioni di Maxwell (2.28)–(2.31).
3.10 Si consideri la lagrangiana L del campo complesso del problema 3.2.
a) Si verifichi che L `e invariante sotto il gruppo a un parametro di trasformazioni (gruppo
99
U(1) di “trasformazioni di gauge globali”),
Φ
t
(x) = e

Φ(x), Φ
∗t
(x) = e
−iΛ
Φ

(x), Λ ∈ R,
con Λ indipendente da x.
b) Si dimostri che sotto una generica variazione infinitesima Φ →Φ +δΦ si ha,
δL =

∂L
∂Φ
−∂
µ
∂L
∂(∂
µ
Φ)

δΦ + c.c. +∂
µ

∂L
∂(∂
µ
Φ)
δΦ

+ c.c.
c) Si dimostri il teorema di Noether relativo al gruppo di simmetria di cui al punto a),
determinando la forma esplicita della corrente j
µ
associata. [Sugg.: per una trasforma-
zione infinitesima si ha δΦ = Φ
t
−Φ = iΛΦ.]
d) Si verifichi esplicitamente che la corrente j
µ
`e conservata, se il campo Φ soddisfa le
equazioni di Eulero–Lagrange determinate nel punto a) del problema 3.2.
100
4 Il metodo variazionale per l’Elettrodinamica di par-
ticelle puntiformi
In questa sezione estenderemo il metodo variazionale a una teoria di campo accoppiata
ad un sistema di particelle puntiformi. Per concretezza ci limiteremo a considerare il
caso dell’Elettrodinamica, ovvero una teoria di campo con un unico campo vettoriale A
µ
,
interagente con un sistema di particelle cariche.
4.1 Principio variazionale per una particella libera
Prima di considerare il sistema accoppiato deduciamo la forma dell’azione per una par-
ticella relativistica libera. La richiesta di stazionariet`a di questa azione deve allora dare
luogo alle equazioni del moto di una particella libera, cio`e,
dp
µ
ds
= 0. (4.1)
Si tratta in sostanza di trovare la generalizzazione relativistica dell’azione newtoniana per
la particella libera, con coordinate lagrangiane y(t),
I
0
[y] =

t
b
t
a

1
2
mv
2

dt, (4.2)
dove questa volta abbiamo indicato gli estremi temporali con t
a
e t
b
, al posto di t
1
e
t
2
. Come abbiamo visto il primo passo nella formulazione di un principio variazionale
consiste nella scelta delle variabili lagrangiane. In questo caso stiamo cercando un’azione
relativistica, e le coordinate lagrangiane appropriate non sono allora le y(t), ma le quattro
funzioni,
y
µ
(λ),
che parametrizzano una generica linea di universo. Conseguentemente l’azione I[y] che
stiamo cercando dovr`a essere invariante non solo sotto trasformazioni di Poincar´e, ma
anche sotto riparametrizzazione, perch´e tale `e l’equazione (4.1).
Come primo passo nella covariantizzazione di I
0
sostituiamo la misura dt con la misura
invariante, sia per Poincar´e che per riparametrizzazione,
ds =

dy
µ

dy
µ

dλ,
101
che nel limite non relativistico si riduce in effetti a dt. L’azione che stiamo cercando
dovrebbe quindi avere la forma,
I[y] =

b
a
l(y, ˙ y) ds,
per un’opportuna lagrangiana invariante l. In questa espressione a e b indicano gli estremi
del tratto di linea di universo considerato, e abbiamo definito,
˙ y
µ
=
dy
µ

.
A questo punto facciamo notara che, al contrario delle “velocit`a” ˙ y
µ
, le coordinate y
µ
in realt`a non hanno carattere “tensoriale”, perch´e sotto traslazioni non sono invarianti.
Di conseguenza l non pu`o dipendere dalle y
µ
, ma solo dalle ˙ y
µ
. D’altra parte l’unico
quadriscalare indipendente che possiamo formare con le ˙ y
µ
`e la quantit` a,
˙ y
µ
˙ y
µ
,
ma questa non `e invariante sotto riparametrizzazione. Concludiamo che l deve essere
indipendente anche dalle ˙ y
µ
, e quindi necessariamente una costante. Poniamo allora per
l’azione relativistica,
I[y] = l

b
a
ds,
che dal punto di vista geometrico corrisponde alla “lunghezza” dell’arco quadridimen-
sionale della linea di universo compreso tra a e b. Per determinare infine la costante l
richiediamo che nel limite non relativistico, v <1, questa azione si riduca a I
0
. A questo
scopo ricordiamo la definizione di ds e ne eseguiamo lo sviluppo non relativistico,
ds =

1 −v
2
dt =

1 −
v
2
2
+ o(v
4
)

dt.
Arrestandoci al termine quadratico ottieniamo allora,
I[y] = l(t
a
−t
b
) −

t
b
t
a

l
2
v
2

dt.
Il primo termine `e indipendente dalle variabili dinamiche ed `e irrilevante. Il secondo si
riduce in effetti a I
0
se poniamo l = −m. Otteniamo quindi per l’azione relativistica di
una particella libera,
I[y] = −m

b
a
ds = −m

b
a

dy
µ

dy
µ

dλ. (4.3)
102
Ci possiamo ora domandare quali sono le linee di universo che rendono stazionaria
questa azione per variazioni generiche delle coordinate
17
,
δy
µ
(λ) = y

(λ) −y
µ
(λ),
purch´e nulle ai bordi,
δy
µ
(a) = 0 = δy
µ
(b). (4.4)
Faremo ora vedere che le linee di universo in questione sono esattamente quelle che soddi-
sfano le (4.1). Per farlo calcoliamo la variazione dell’azione (4.3) per variazioni generiche
delle coordinate,
δI = −m

b
a
1
2

dy
µ

dy
µ

δ

dy
µ

dy
µ

dλ = −m

b
a
1

dy
µ

dy
µ

dy
µ

d δy
µ

dλ.
Usando le relazioni,

dy
µ

dy
µ

=
ds

, p
µ
= m
dy
µ
ds
,
otteniamo,
δI = −

b
a
p
µ
d δy
µ
ds
ds,
e integrando per parti arriviamo poi a,
δI = −p
µ
δy
µ

b
a
+

b
a
dp
µ
ds
δy
µ
ds.
Se imponiamo ora che l’azione sia stazionaria per variazioni δy
µ
arbitrarie purch´e soddi-
sfacenti le (4.4), il primo termine si annulla, e otteniamo la condizione di stazionariet`a,
dp
µ
ds
= 0.
4.2 L’azione per l’Elettrodinamica
In questa sezione consideriamo un generico sistema di particelle cariche in interazione con
il campo elettromagnetico. Se introduciamo come al solito un potenziale vettore A
µ
e
17
In alternativa l’azione di una particella relativistica potrebbe essere considerata anche come funzionale
delle variabili lagrangiane y(t), al posto delle y
µ
(λ). In questo caso si otterrebbero equazioni del moto
completamente equivalenti, ma non in forma covariante a vista.
`
E facile vedere che nel caso della particella
libera, per esempio, dalla (4.3) si otterrebbe l’equazione d p/dt = 0, al posto di dp
µ
/ds = 0. La scelta
delle variabili y
µ
(λ) ha evidentemente il pregio di mantenere la covarianza a vista.
103
definiamo,
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
,
allora le equazione del moto di questo sistema sono l’equazione di Maxwell (2.14) per il
potenziale vettore, e le equazioni di Lorentz (2.12) per le particelle. In questa sezione
rideriveremo queste equazioni da un principio variazionale. Useremo poi il teorema di
Noether applicato al gruppo di Poincar´e, per riottenere le noti leggi di conservazione.
Confermeremo in particolare le espressioni esplicite delle correnti (2.69), (2.70) e (2.85),
ottenute precedentemente in modo euristico.
Punto di partenza deve essere un’azione I[A, y
r
] – funzionale del campo elettroma-
gnetico A
µ
(x) e delle linee di universo y
µ
r

r
) delle particelle – che sia invariante sotto
trasformazioni di Poincar´e. Abbiamo gi`a dedotte l’equazione di Maxwell da un prin-
cipio variazionale a partire dalla lagrangiana (3.25), e conosciamo inoltre l’azione (4.3)
corrispondente a una particella libera. Per l’azione del sistema interagente viene allora
naturale ipotizzare l’espressione,
I[A, y
r
] = −
1
4

Σ
b
Σ
a
F
µν
F
µν
d
4
x −

Σ
b
Σ
a
A
µ
j
µ
d
4
x −
¸
r
m
r

b
r
a
r
ds
r
= I
1
+ I
2
+ I
3
. (4.5)
In questa espressione gli integrali quadridimensionali sono eseguiti tra due ipersuperfici
di tipo spazio Σ
a
e Σ
b
non intersecantesi, mentre a
r
e b
r
sono rispettivamente i punti
d’intersezione della linea di universo r–esima con Σ
a
e Σ
b
18
. Interpretiamo I
1
come la
parte dell’azione che descrive la propagazione libera di A
µ
, I
3
come la parte che descrive il
moto libero delle cariche, e I
2
come la parte che descrive l’interazione tra particelle cariche
e campo elettromagnetico. La giustificazione ultima di questa azione deriva, ovviamente,
dal fatto che essa d`a luogo alle equazioni del moto desiderate, come faremo vedere di
seguito.
Per impostare il problema variazionale `e conveniente riscrivere l’azione in una forma
diversa. Sfruttando la definizione della corrente possiamo intanto riscrivere il termine di
interazione,
I
2
= −

Σ
b
Σ
a
A
µ
(x)
¸
r
e
r

δ
4
(x −y
r
) dy
µ
r
d
4
x = −
¸
r
e
r

b
r
a
r
A
µ
(y
r
) dy
µ
r
. (4.6)
18
Ogni linea di universo γ
r
interseca le ipersuperfici Σ
a,b
un’unica volta, perch´e la prima `e di tipo
tempo, mentre le seconde sono di tipo spazio.
104
Come nella sezione precedente introduciamo per le derivate delle variabili lagrangiane
y
µ
r

r
) la notazione abbreviata,
˙ y
µ
r
=
dy
µ
r

r
.
Usando (4.3) e (4.6) `e allora immediato ottenere,
I
2
+ I
3
= −
¸
r

b
r
a
r
(m
r
ds
r
+ e
r
A
µ
(y
r
)dy
µ
r
) (4.7)
= −
¸
r

b
r
a
r

m
r

˙ y
µ
r
˙ y

+ e
r
A
µ
(y
r
) ˙ y
µ
r


r
(4.8)
=
¸
r

b
r
a
r
L
r
(y
r
, ˙ y
r
) dλ
r
, (4.9)
dove abbiamo definito le Lagrangiane “ordinarie”,
L
r
(y
r
, ˙ y
r
) = −m
r

˙ y
ν
r
˙ y

−e
r
A
ν
(y
r
) ˙ y
ν
r
. (4.10)
Dalle formule scritte si vede anche che l’azione pu`o essere posta nella forma,
I =

Σ
b
Σ
a
Ld
4
x,
se definiamo la lagrangiana totale,
L = L
1
+L
2
+L
3
= −
1
4
F
µν
F
µν
−A
µ
j
µ

¸
r
m
r

δ
4
(x −y
r
) ds
r
(4.11)
= L
1
+
¸
r

L
r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r
. (4.12)
Il problema variazionale. Secondo il principio variazionale cerchiamo ora le configu-
razioni di campi e particelle che rendono stazionaria l’azione – δI = 0 – per variazioni
arbitrarie δA
µ
e δy
µ
r
, purch´e soddisfacenti,
δA
µ
[
Σ
a
= 0 = δA
µ
[
Σ
b
, δy
µ
r
(a
r
) = 0 = δy
µ
r
(b
r
).
Consideriamo separatamente variazioni dei campi e variazioni delle linee di universo. Per
variazioni dei campi, siccome I
3
`e indipendente da A
µ
, il problema si riduce a considerare
l’azione I
1
+I
2
=

d
4
x (L
1
+L
2
). Ma sappiamo che le configurazioni dei campi che rendo-
no stazionaria questa azione sono quelle che soddisfano le equazioni di Eulero–Lagrange
associate alla lagrangiana L
1
+L
2
. Queste ultime, d’altro canto, sono state derivate nella
sezione 3.2.3 e viste coincidere con l’equazione di Maxwell (3.27).
105
Resta da imporre la stazionariet`a dell’azione per variazioni delle coordinate. In questo
caso, siccome I
1
`e indipendente dalle y
r
, `e sufficiente considerare l’azione I
2
+I
3
. Potremmo
calcolare la variazione di questa azione con le tecniche usate nella sezione precedente,
e troveremmo che le condizioni di stazionariet`a coincidono proprio con le equazioni di
Lorentz, vedi problema 4.1.
Di seguito proponiamo una dimostrazione alternativa di questo risultato, basata di-
rettamente sul metodo lagrangiano per un sistema a finiti di gradi di libert`a, vedi sezione
3.1. Riprendiamo a questo scopo l’azione I
2
+ I
3
, scritta come in (4.9). Questa azione si
separa in una somma di termini,
I
2
+I
3
=
¸
r
I[y
r
], I[y
r
] =

b
r
a
r
L
r
(y
r
, ˙ y
r
) dλ
r
,
ciascuno dei quali dipende solo da una delle coordinate. L’azione I
2
+ I
3
sar`a quindi
stazionaria se ciascuna I[y
r
] `e stazionaria per variazioni generiche delle y
µ
r
, con le solite
condizioni agli estremi. Ma I[y
r
] `e l’integrale della lagrangiana ordinaria L
r
, corrisponden-
te a un sistema lagrangiano con quattro gradi di libert`a. Come sappiamo dalla sezione 3.1,
il problema della stazionariet`a di questa azione si riduce allora alle equazioni di Lagrange
associate, vale a dire,
d

r
∂L
r
∂ ˙ y
µ
r

∂L
r
∂y
µ
r
= 0.
Valutiamo dunque i due termini di questa equazione, tralasciando per semplicit`a l’indice
r. Dalla (4.10) si ottiene immediatamente,
∂L
∂y
µ
= −e ∂
µ
A
ν
˙ y
ν
.
Calcoliamo poi,
∂L
∂ ˙ y
µ
= −
m˙ y
µ

˙ y
ν
˙ y
ν
−eA
µ
(y) = −p
µ
−eA
µ
(y), (4.13)
dove abbiamo introdotto il quadrimomento p
µ
della particella, ed utilizzato la solita
relazione

˙ y
ν
˙ y
ν
=
ds

. Infine dobbiamo valutare,
d

∂L
∂ ˙ y
µ
= −
dp
µ

−e ˙ y
ν

ν
A
µ
.
In definitiva otteniamo,
d

∂L
∂ ˙ y
µ

∂L
∂y
µ
= −
dp
µ

+ e ˙ y
ν
(∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
) = −
ds

dp
µ
ds
−eF
µν
u
ν

= 0, (4.14)
che `e l’equazione di Lorentz.
106
4.3 Il teorema di Noether in Elettrodinamica
Nella sezione precedente abbiamo stabilito un principio variazionale per l’Elettrodinamica
classica, compatibile con i postulati della Relativit`a Ristretta. Pi` u precisamente, abbia-
mo individuato un’azione invariante sotto trasformazione del gruppo di Poincar´e da cui
discendono le equazioni del moto per campi e particelle. Secondo il teorema di Noether
dovrebbe quindi essere possibile derivare la forma delle “correnti” conservate T
µν
e M
µαβ
,
sfruttando l’invarianza dell’azione rispettivamente per traslazioni e per trasformazioni di
Lorentz. Anche in questo caso la dimostrazione del teorema pu`o essere svolta secondo la
strategia adottata nel capitolo precedente per un sistema di soli campi, ma dal punto di
vista tecnico essa `e leggermente pi` u complicata per via della presenza delle particelle.
Seguendo il metodo della sezione 3.3 impostiamo la dimostrazione a partire non diret-
tamente dall’azione, ma dalla lagrangiana del sistema, vedi (4.11). Per brevit`a indichiamo
le dipendenze funzionali di questa lagrangiana con L(A(x), y
r
, x), omettendo di indicare
esplicitamente la dipendenza dalle derivate ∂A e ˙ y
r
. Notiamo, comunque, che formal-
mente questa lagrangiana esibisce anche una dipendenza esplicita dalla coordinata x –
indicata dal suo terzo argomento – attraverso le δ
4
(x −y
r
) che compaiono in (4.11). Tut-
tavia, vedremo fra poco che in questo caso non sussiste nessuna rottura dell’invarianza
per traslazioni.
Per le trasformazioni di Poincar´e adottiamo le notazioni del paragrafo 3.3.1. Per
trasformazioni finite abbiamo,
x

= Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
, y

r
= Λ
µ
ν
y
ν
r
+ a
µ
, A

(x
t
) = Λ
µ
ν
A
ν
(x),
e per trasformazioni infinitesime, Λ
µ
ν
= δ
µ
ν
+ ω
µ
ν
, ne segue,
δx
µ
= a
µ

µ
ν
x
ν
, δy
µ
r
= a
µ
+ ω
µ
ν
y
ν
r
. (4.15)
Per le trasformazioni del campo vettoriale distinguiamo di nuovo trasformazioni totali e
trasformazioni in forma,
δA
α
≡ A
t
α
(x
t
) −A
α
(x) = ω
α
β
A
β
(x),
δA
α
≡ A
t
α
(x) −A
α
(x) = −δx
ν

ν
A
α
+ δA
α
= −δx
ν

ν
A
α

α
β
A
β
(x). (4.16)
107
L’invarianza di L sotto trasformazioni di Poincar´e `e allora espressa dall’identit` a,
δL ≡ L(A
t
(x
t
), y
t
r
, x
t
) −L(A(x), y
r
, x) = 0. (4.17)
Difatti l’unico elemento nella (4.11) la cui invarianza va controllata `e la δ
4
di Dirac,
δ
4
(x
t
−y
t
r
) = δ
4
(Λx +a −(Λy
r
+ a)) = δ
4
(Λ(x −y
r
)) =
δ
4
(x −y
r
)
[detΛ[
= δ
4
(x −y
r
).
Questo vuol dire che le trasformazioni delle δ
4
in seguito potranno essere semplicemente
ignorate.
Manipoliamo ora l’identit` a (4.17) in completa analogia con il caso di una teoria con
soli campi. Scriviamo,
δL = [L(A
t
(x
t
), y
t
r
, x
t
) −L(A
t
(x), y
r
, x)] + [L(A
t
(x), y
r
, x) −L(A(x), y
r
, x)] .
I due termini della prima parentesi quadra differiscono solo per le variazioni (4.15) di x
e y
r
, mentre nella seconda parentesi quadra compare solo una trasformazione in forma
di A
µ
. Nella prima parentesi quadra conviene usare l’espressione (4.12), mentre nella
seconda `e pi` u conveniente la (4.11). Si ottiene cos`ı,
δL =
¸
δx
µ

µ
L
1
+
¸
r

δL
r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r
¸
+
¸
∂L
∂A
ν
δA
ν
+ Π
µν

µ
δA
ν

. (4.18)
Con δL
r
intendiamo qu`ı la variazione di L
r
per le variazioni delle y
r
date in (4.15), e
abbiamo usato la definizione consueta per i momenti coniugati, Π
µν

∂/
∂(∂
µ
A
ν
)
= −F
µν
.
Alla seconda parentesi quadra contribuiscono solo i termini L
1
+L
2
, e possiamo riscriverla
come,
∂L
∂A
ν
δA
ν
+ Π
µν

µ
δA
ν
= ∂
µ

µν
δA
ν
) +
¸
∂L
∂A
ν
−∂
µ
Π
µν

δA
ν
,
= ∂
µ

µν
δA
ν
) + (∂
µ
F
µν
−j
ν
) δA
ν
,
dove nell’ultimo termine riconosciamo l’equazione di Maxwell. In modo completamen-
te analogo possiamo manipolare la variazione di L
r
, facendo comparire le equazioni di
Lorentz,
δL
r
= δy
ν
r
∂L
r
∂y
ν
r
+ δ ˙ y
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
=
d

r

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r

+ δy
ν
r

∂L
r
∂y
ν
r

d

r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r

=
d

r

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r

+
ds
r

r

dp

ds
r
−F
νµ
u
µ
r

δy
ν
r
,
108
dove l’ultimo termine corrisponde alle equazioni di Lorentz, vedi (4.14). Il primo termine,
invece, inserito in (4.18), attraverso un’integrazione per parti d`a luogo a,

d

r

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r

δ
4
(x −y
r
) dλ
r
= −

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
d

r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r
+

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
δ
4
(x −y
r
)

λ
r
=+∞
λ
r
=−∞
.
Per ogni x fissato, per λ
r
→ ±∞ la δ
4
(x − y
r
) si annulla, quindi il secondo termine `e
nullo. Per quanto riguarda il primo termine notiamo invece che,
d

r
δ
4
(x −y
r
) = −˙ y
µ
r

µ
δ
4
(x −y
r
) = −∂
µ
( ˙ y
µ
r
δ
4
(x −y
r
)),
e otteniamo una quadridivergenza,

d

r

δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r

δ
4
(x −y
r
) dλ
r
= ∂
µ

˙ y
µ
r
δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r

.
Inseriamo ora questi risultati nella (4.18),
δL = ∂
µ
¸
δx
µ
L
1
+ Π
µν
δA
ν
+
¸
r

˙ y
µ
r
δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r
¸
(4.19)
+(∂
µ
F
µν
−j
ν
) δA
ν
+
¸
r

dp

ds
r
−F
νµ
u
µ
r

δy
ν
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
.
Questa formula ha ora la stuttura prevista dal teorema di Noether: eguaglia la va-
riazione della lagrangiana alla quadridivergenza di un certo quadrivettore – la parentesi
quadra – modulo termini proporzionali alle equazioni del moto.
`
E ora un semplice eserci-
zio esplicitare la parentesi quadra e determinare i coefficienti di a
ν
e di ω
αβ
, per ottenere
la forma esplicita delle correnti conservate.
`
E sufficiente inserire le formule (4.13), (4.15)
e (4.16). Per i primi due termini della parentesi quadra in (4.19) otteniamo,
δx
µ
L
1
+ Π
µν
δA
ν
= δx
ν

µν
L
1
−Π
µν

ν
A
ν
) + Π
µν
δA
ν
= −δx
ν
¯
T
µν
em
−F
µν
ω
νρ
A
ρ
, (4.20)
dove abbiamo ritrovato il tensore energia–impulso canonico per un campo di Maxwell
libero, (3.50). Per il terzo termine in (4.19) notiamo che per le propriet`a della δ
4
possiamo
sostituire δy
ν
r
con δx
ν
. Con l’aiuto di (4.13) e parametrizzando l’integrale con il tempo
proprio, questo termine pu`o allora essere posto nella forma,
¸
r

˙ y
µ
r
δy
ν
r
∂L
r
∂ ˙ y
ν
r
δ
4
(x −y
r
) dλ
r
= −δx
ν
¸
r

u
µ
r
(p
ν
r
+e
r
A
ν
(y
r
)) δ
4
(x −y
r
) ds
r
= −δx
ν

T
µν
p
+ j
µ
A
ν

, (4.21)
109
dove abbiamo ritrovato il tensore energia–impulso delle particelle, (2.70). Sommando
(4.20) e (4.21) ed esplicitando δx
ν
= a
ν

νβ
x
β
, la parentesi quadra in (4.19) pu`o allora
essere scritta come,
−δx
ν

T
µν
p
+
¯
T
µν
em
+ j
µ
A
ν

−F
µν
ω
νρ
A
ρ
= −a
ν
¯
T
µν
+
1
2
ω
αβ

M
µαβ
,
dove abbiamo definito i tensori energia–impulso e densit`a di momento angolare canonici
dell’Elettrodinamica classica,
¯
T
µν
= T
µν
p
+
¯
T
µν
em
+j
µ
A
ν
(4.22)

M
µαβ
= x
α
¯
T
µβ
−x
β
¯
T
µα
−F
µα
A
β
+ F
µβ
A
α
. (4.23)
In definitiva possiamo riscrivere la (4.19) come,
δL = −a
ν

µ
¯
T
µν
+
1
2
ω
αβ

µ

M
µαβ
(4.24)
+(∂
µ
F
µν
−j
ν
) δA
ν
+
¸
r

dp

ds
r
−F
νµ
u
µ
r

δy
ν
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
,
da confrontare con l’analoga identit`a per una teoria di soli campi, vedi (3.47).
Dato che la lagrangiana `e invariante per l’intero gruppo di Poincar´e abbiamo che
δL = 0 identicamente. Concludiamo quindi che, se i campi e le particelle soddisfano le
rispettive equazioni del moto, allora i tensori
¯
T
µν
e

M
µαβ
risultano conservati,

µ
¯
T
µν
= 0 = ∂
µ

M
µαβ
. (4.25)
Tensore energia–impulso simmetrico e densit`a di momento angolare standard. Di nuo-
vo vediamo che le correnti che abbiamo ottenuto non hanno la forma che abbiamo trovato
nei paragrafi 2.4.3 e 2.4.4 con metodi euristici; in particolare
¯
T
µν
non `e simmetrico e

M
µαβ
non ha la forma standard. Inoltre, nessuno dei due tensori `e gauge invariante. Vediamo
comunque che in assenza di particelle
¯
T
µν
si riduce a
¯
T
µν
em
, mentre in assenza di campo
elettromagnetico esso si riduce a T
µν
p
. Ma nella (4.22) c’`e anche il termine di interferenza
j
µ
A
ν
, di interpretazione pi` u difficile. Tuttavia, anche in questo caso possiamo adottare
la strategia generale per la simmetrizzazione del tensore energia–impulso, sviluppata in
sezione 3.4. Poniamo,
T
µν
=
¯
T
µν
+ ∂
ρ
φ
ρµν
, φ
ρµν
= −φ
µρν
, (4.26)
110
dove il tensore φ
ρµν
`e dato in termini del tensore V
µαβ
secondo la definizione (3.56). D’altra
parte quest’ultimo si pu`o determinare confrontando la (4.23) con la (3.53). Risulta,
V
µαβ
= −F
µα
A
β
+ F
µβ
A
α
,
come nel caso del campo di Maxwell libero, vedi (3.59). Anche il tensore φ
ρµν
`e allora
quello corrispondente al campo di Maxwell libero,
φ
ρµν
= −F
ρµ
A
ν
.
Tuttavia, in presenza di particelle la divergenza di questo tensore contiene anche un
termine proporzionale alla corrente. Risulta infatti,

ρ
φ
ρµν
= −∂
ρ
F
ρµ
A
ν
−F
ρµ

ρ
A
ν
= −j
µ
A
ν
−F
αµ

α
A
ν
.
Aggiungendo questa espressione a (4.22) si vede che il termine di interferenza j
µ
A
ν
si
cancella, e che si ricombina il tensore energia–impulso simmetrico del campo elettroma-
gnetico,
T
µν
= T
µν
em
+ T
µν
p
, ∂
µ
T
µν
= 0,
a conferma dei risultati (2.69) e (2.70) del capitolo 2.
Analogamente, secondo la (3.63) si pu`o modificare la densit`a di momento angolare
(4.23) ponendo,
M
µαβ
=

M
µαβ
+ ∂
ρ
Λ
ρµαβ
, Λ
ρµαβ
= x
α
φ
ρµβ
−x
β
φ
ρµα
.
Nel nostro caso risulta,

ρ
Λ
ρµαβ
= φ
αµβ
+ x
α

ρ
φ
ρµβ
−(α ↔β) = F
µα
A
β
+x
α
(T
µβ

¯
T
µβ
) −(α ↔β).
Aggiungendo questo termine a (4.23) si vede immediatamente che risulta,
M
µαβ
= x
α
T
µβ
−x
β
T
µα
,
in accordo con il nostro risultato euristico (2.85).
Abbiamo cos`ı riottenuto la forma dei tensori energia–impulso e densit`a di momento
angolare per l’Elettrodinamica. Pi` u del risultato, gi`a noto, `e importante il metodo che
111
abbiamo utilizzato, cio`e, il teorema di Noether. Nella sezione 3.3 abbiamo dato una
dimostrazione generale di questo teorema per una teoria di soli campi. In questa sezione
abbiamo dimostrato il teorema in una situazione fisica molto diversa, in cui alcuni gradi di
libert`a non sono distribuiti con continuit` a nello spazio, come i campi, ma costituiscono dei
“difetti” puntiformi, appunto le particelle. In questo capitolo abbiamo difatti illustrato
una circostanza molto generale, e cio`e che in Fisica il teorema di Noether vale a tutti i
livelli: vale per teorie contenenti campi, particelle, stringhe e – pi` u in generale – membrane
di qualsiasi estensione spaziale; vale a livello newtoniano cos`ı come vale in Relativit`a
Ristretta e in Relativit`a Generale, vale in Fisica Classica e in Meccanica Quantistica, in
Teoria Quantistica Relativistica dei Campi e, ancora, nelle Teorie di Superstringa.
4.4 Invarianza di gauge e conservazione della carica elettrica
Nella sezione precedente abbiamo discusso il teorema di Noether relativo al gruppo di
Poincar´e, con conseguente conservazione del quadrimomento e del momento angolare
quadridimensionale. Ma in Elettrodinamica esiste un’altra grandezza conservata – non
associata al gruppo di Poincar´e – che `e la carica elettrica, e se vale il teorema di Noether,
allora anche ad essa dovrebbe essere associato un gruppo a un parametro di simmetrie.
In effetti l’Elettrodinamica `e dotata di una simmetria fondamentale che abbiamo gi`a am-
piamento esplorato – l’invarianza di gauge – che potrebbe essere legata alla conservazione
della carica via il teorema di Noether.
Per analizzare questo possibile nesso facciamo intanto notare che le trasformazioni di
gauge costituiscono effettivamente un gruppo (abeliano), con un solo parametro Λ. Posto
A
t

= A
µ
+ ∂
µ
Λ
1
,
abbiamo infatti,
A
t

= A
t

+ ∂
µ
Λ
2
= A
µ
+ ∂
µ

1
+ Λ
2
).
Esploriamo allora la variazione della lagrangiana (4.11) sotto una generica trasformazione
di gauge δA
µ
= A
t
µ
−A
µ
= ∂
µ
Λ. Risulta,
δL = −∂
µ
Λj
µ
= −∂
µ
(Λj
µ
) + Λ∂
µ
j
µ

= Λ∂
µ
j
µ
,
112
dove abbiamo sfruttato il fatto che le lagrangiana sono definite modulo quadridivergenze.
Avremmo dunque trovato proprio il legame implicato dal teorema di Noether, ovvero che
l’invarianza della lagrangiana implica la conservazione locale della carica,
δL = 0 ⇒ ∂
µ
j
µ
= 0. (4.27)
Tuttavia, il nesso appena evidenziato non segue proprio le linee del teorema di Noether,
per come l’abbiamo illustrato nella sezione precedente. Il primo motivo `e che il parametro
Λ(x) non `e un parametro “globale”, ovvero costante, come invece previsto dal teorema
di Noether; d’altra parte se Λ `e costante la trasformazione di gauge si riduce banalmente
alla trasformazione identica. Il secondo motivo `e che nella derivazione della (4.27) le
equazioni del moto dell’Elettrodinamica non hanno giocato nessun ruolo, mentre il loro uso
era essenziale nella dimostrazione delle leggi di conservazione (4.25). Sappiamo, infatti,
che la corrente (2.6) `e conservata identicamente, indipendentemente dalla validit` a delle
equazioni del moto.
Si intuisce che questa a–simmetria esistente in Elettrodinamica classica tra il gruppo
di Poincar`e e il gruppo delle trasformazioni di gauge, `e dovuta al fatto che le particelle
cariche in questo ambito vengono trattate come “difetti” puntiformi: conseguentemente
la conservazione della carica totale – in ultima analisi – corrisponde semplicemente al
“conteggio” delle particelle contenute in un dato volume. Infatti, integrando la (2.40) su
un volume finito V si ottiene per la carica Q
V
(t) contenuta all’istante t in V ,
Q
V
(t) =

V
j
0
(t, x) d
3
x =
¸
r
e
r

V
δ
3
(x −y
r
(t)) d
3
x =
¸
r∈V
e
r
,
dove la somma si estende a tutte le particelle che all’istante t si trovano in V .
Si pu`o, al contrario, vedere che quando anche le particelle cariche vengono rappresenta-
te da campi – alla stessa stregua del campo elettromagnetico – allora la conservazione della
carica elettrica segue esattamente lo schema “a la Noether”, illustrato sopra per la con-
servazione di quadrimomento e momento angolare quadridimensionale. Questo succede,
per esempio, nell’ambito della teoria quantistica relativistica di campo.
113
4.5 Problemi
4.1 Seguendo il procedimento della sezione 4.1 si deducano le equazioni di Lorentz (2.12),
imponendo la stazionariet`a dell’azione (4.8) per variazioni generiche δy
µ
r
delle coordinate,
purch´e nulle in a
r
e b
r
.
4.2 Si deduca la forma della lagrangiana di un sistema di cariche non relativistiche
interagenti con un campo elettromagnetico esterno, eseguendo il limite non relativistico
dell’azione (4.7),
114
5 Onde elettromagnetiche
In questo capitolo avviamo la ricerca di soluzioni esatte dell’equazioni di Maxwell e l’analisi
delle loro propriet`a. La prima classe di soluzioni che analizzeremo `e costituita dalle onde
piane elettromagnetiche, le quali costituiscono un particolare insieme completo di soluzioni
dell’equazione di Maxwell nel vuoto, cio`e, in assenza di sorgenti,
j
µ
= 0.
La rilevanza fenomenologica di queste soluzioni `e evidente. Basta pensare che l’energia
fornita dal sole viaggia interamente a cavallo di onde elettromagnetiche, e che qualsiasi
tipo di segnale che si propaga sulla terra via “etere” `e costituito da queste onde. Ricor-
diamo inoltre che la quasi totalit`a dell’informazione che acquisiamo sull’universo arriva
sulla terra tramite segnali luminosi emessi da oggetti stellari, segnali costituiti da onde
elettromagnetiche che si propagano nello spazio vuoto su distanze molto grandi.
L’universo stesso poi `e pervaso dalla cosiddetta radiazione cosmica di fondo, con ottima
approssimazione isotropa ed omogenea, che `e caratterizzata da uno spettro in frequenza
di corpo nero ad una temperatura di T = 2.73
o
K. Questa radiazione `e messaggera di
un’epoca primordiale in cui la materia era costituita prevalentemente da particelle cariche
dissociate, soggette in continuazione a urti di natura elettromagnetica. Dopo “l’ultimo
scattering” e la conseguente ricombinazione delle particelle cariche in molecole neutre, il
campo di radiazione prodotto in questi urti si `e disaccoppiato dalle cariche e si manifesta
oggi come “radiazione” di fondo – apparentemente priva di sorgenti.
In questo capitolo studieremo le propriet`a delle onde elettromagnetiche, in quanto
base completa di soluzioni dell’equazione di Maxwell nel vuoto. Nel prossimo capitolo ci
occuperemo invece delle soluzioni dell’equazione di Maxwell in presenza di sorgenti. In
particolare determineremo il campo elettromagnetico esatto creato da una quadricorrente
j
µ
arbitraria. Lontano dalle sorgenti questo campo soddisfa di nuovo l’equazione di Max-
well nel vuoto, ed in quella regione potr`a quindi essere analizzato a sua volta in termini
di onde elettromagnetiche.
Tuttavia, prima di poter affrontare questi argomenti dobbiamo capire qual `e il conte-
nuto cinematico del campo elettromagnetico, ovverosia, quali sono le variabili indipendenti
115
che descrivono il suo stato in ogni istante. Detto in altre parole, dobbiamo individuare i
gradi di libert`a fisici coinvolti nell’evoluzione temporale del campo elettromagnetico. Solo
allora saremo in grado di impostare correttamente il problema di Cauchy, cio`e, di assegna-
re un insieme completo di dati iniziali, che attraverso l’equazione di Maxwell determinano
il valore del campo in ogni istante.
5.1 I gradi di libert`a del campo elettromagnetico
Innanzitutto dobbiamo spiegare cosa intendiamo con “grado di libert`a” in una generica
teoria di campo. La definizione che ne daremo costituisce una generalizzazione del con-
cetto analogo in meccanica classica – prototipo di un sistema lagrangiano a finiti gradi
di libert`a. Prima di passare alla teoria di campo `e allora utile ricordare brevemente il
significato di questo importante concetto in meccanica.
5.1.1 I gradi di libert`a in meccanica newtoniana
In meccanica newtoniana il concetto di grado di libert`a si riferisce al numero di variabili
lagrangiane necessarie per descrivere cinematicamente un sistema fisico. Per esempio,
una particella che si muove nello spazio tridimensionale `e caratterizzata da tre gradi di
libert`a, in quanto la sua posizione `e specificata in ogni istante t dalle tre coordinate y(t).
Ma possiamo analizzare lo stesso sistema fisico anche da un altro punto vista, ponendoci
la domanda: quanti dati iniziali, diciamo a t = 0, dobbiamo assegnare per poter predire
la posizione della particella in ogni istante? La risposta – sei e non tre – `e strettamente
legata alla dinamica della particella, vale a dire all’equazione di Newton,
m
d
2
y
dt
2
=

F,
quale equazione differenziale del secondo ordine nel tempo, che richiede di assegnare sia
y(0) che v(0). Potremmo porre il problema dinamico equivalentemente nella forma,
m
dv
dt
=

F,
dy
dt
= v,
che rappresenterebbe in effetti un sistema a sei gradi di libert`a. Ci rendiamo cos`ı conto
che la convenzione comune “una particella corrisponde a tre gradi di libert`a” sottintende
116
in realt`a tre gradi di libert`a del secondo ordine. Equivalentemente potremmo infatti dire
che una particella corrisponde a sei gradi di libert`a del primo ordine. La preferenza
per la prima convenzione discende dal fatto che il determinismo newtoniano – confermato
sperimentalmente in modo universale – prevede in generale che una variabile fondamentale
`e determinata in ogni istante, se a un dato istante si conoscono il suo valore e la sua
derivata prima.
D’ora in poi useremo il termine “grado di libert`a” – sottintendendo “del secondo
ordine” – per una variabile la cui dinamica sia governata da un’equazione del moto che,
noti il suo valore e la sua derivata ad un dato istante, determina la variabile in ogni
istante.
5.1.2 I gradi di libert`a in teoria di campo
In teoria di campo le variabili fondamentali sono i campi – che da un punto di vista
meccanico corrispondono a un sistema a infiniti gradi di libert`a. Mantenendo l’analogia
con la meccanica, ma adattando la prospettiva, diamo allora la seguente definizione.
Definzione. Diremo che un campo ϕ(t, x) corrisponde a un grado di libert`a (del secondo
ordine) se le equazioni del moto che governano la sua dinamica sono tali, che noti ϕ(0, x)
e ∂
0
ϕ(0, x) in tutto lo spazio, esse determinano ϕ(t, x) per ogni t.
Come prototipo di un’equazione di questo tipo consideriamo l’equazione per un campo
scalare,
2ϕ = P(ϕ), (5.1)
dove P(ϕ) `e un polinomio in ϕ e,
2 ≡ ∂
µ

µ
= ∂
2
0
−∇
2
,
`e l’operatore d’Alembertiano, completamento relativistico dell’operatore Laplaciano tri-
dimensionale. Questa equazione `e del secondo ordine nella derivata temporale e ci aspet-
tiamo quindi che essa assegni a ϕ un grado di libert`a. Per convincerci che questo `e
effettivamente il caso fissiamo i dati iniziali,
ϕ(0, x) e ∂
0
ϕ(0, x),
117
e cerchiamo di determinare ϕ(t, x) imponendo la (5.1). Se assumiamo che la soluzione sia
una funzione analitica in t possiamo svilupparla in serie di Taylor,
ϕ(t, x) =

¸
n=0

n
0
ϕ(0, x)
n!
t
n
, (5.2)
e cercare di determinare i coefficienti usando la (5.1). I coefficienti con n = 0 e n = 1
sono fissati dai dati inizili. Il coefficiente con n = 2 si ottiene invece valutando la (5.1) in
t = 0,

2
0
ϕ(0, x) = ∇
2
ϕ(0, x) + P(ϕ(0, x)).
Derivando poi la (5.1) una volta rispetto al tempo e valutandola in t = 0 si ottiene il
coefficiente con n = 3,

3
0
ϕ(0, x) = ∇
2

0
ϕ(0, x) + P
t
(ϕ(0, x)) ∂
0
ϕ(0, x).
Derivando ripetutamente la (5.1) rispetto al tempo si ottengono cos`ı tutte le derivate

n
0
ϕ(0, x) in termini delle derivate spaziali dei dati iniziali ϕ(0, x) e ∂
0
ϕ(0, x), e la solu-
zione `e quindi univocamente determinata.
`
E poi facile vedere che si giunge alla stessa
conclusione se P `e un arbitrario polinomio in ϕ e ∂
µ
ϕ, e anche se il membro di destra
della (5.1) contiene un termine aggiuntivo noto j(x), indipendente da ϕ.
5.1.3 Il problema di Cauchy per l’equazione di Maxwell
Siamo ora in grado di affrontare il problema di Cauchy, ovverosia il problema alle condi-
zioni inziali, per l’equazione di Maxwell. In particolare vogliamo stabilire quanti e quali
sono i gradi di libert`a associati alla propagazione del campo elettromagnetico. Se secondo
la nostra consueta strategia risolviamo l’identit` a di Bianchi introducendo un potenziale
vettore A
µ
, allora il sistema di equazioni da risolvere schematicamente si scrive,

µ
F
µν
= j
ν
, F
µν
≡ ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
, A
µ
≈ A
µ
+ ∂
µ
Λ.
Condizioni asintotiche. Prima di affrontare la soluzione di questo sistema specifichia-
mo la classe di configurazioni del potenziale vettore e della corrente che consideriamo
“fisicamente accettabili”. Assumeremo intanto che la corrente sia nota e – ovviamente – a
118
quadridivergenza nulla. Supporremo inoltre che per ogni t fissato essa sia a supporto spa-
ziale compatto, come succede per qualsiasi distribuzione di carica realizzabile in natura.
Richiederemo, cio`e, che,
j
µ
(t, x) = 0, per [x[ > R, (5.3)
dove il raggio R in generale dipende da t. Corrispondentemente accetteremo come so-
luzioni “fisiche” dell’equazione di Maxwell solo quelle che per ogni t fissato all’infinito
spaziale si annullano,
lim
[x[→∞
A
µ
(t, x) = 0. (5.4)
Si pu`o, infatti, vedere che questa condizione discende essenzialmente dall’assunzione che
non ci siano cariche all’infinito.
Nel caso particolare di un campo elettromagnetico nel vuoto, in realt`a non sembra
esserci nessun legame tra la condizione (5.4) e la posizione delle cariche – semplicemente
perch´e le cariche sono assenti. Tuttavia, un “campo nel vuoto” costituisce la schema-
tizzazione matematica di una situazione realizzabile fisicamente, in cui il campo `e stato
generato da delle cariche “lontane” in un “passato lontano”, e quindi anche in questo
caso all’infinito esso sar`a zero. Facciamo comunque notare che la condizione (5.4) esclude
anche certe soluzioni idealizzate – di per s´e non fisiche – che vengono per`o spesso uti-
lizzate in Elettrodinamica per semplificare le analisi svolte. Cos`ı essa esclude il campo
elettromagnetico costante e uniforme f
µν
, con potenziale vettore,
A
µ
(x) =
1
2
x
ν
f
νµ
, F
µν
(x) = f
µν
,
i campi prodotti da fili e piani infiniti uniformemente carichi, e la stessa onda piana, in
quanto infinitamente estesa, vedi (5.61).
Esplicitiamo ora l’equazione di Maxwell in termini del potenziale vettore,

µ
(∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
) = 2A
ν
−∂
ν
(∂
µ
A
µ
) = j
ν
.
Per via della presenza delle derivate seconde rispetto al tempo ci si potrebbe aspettare
che questo sistema corrisponda a quattro gradi di libert`a. Tuttavia, questa conclusione `e
affrettata, per i seguenti due motivi.
119
Un vincolo. Il primo motivo `e costituito dal fatto che – come gi`a notato nel para-
grafo 2.2.3 – le quattro componenti dell’equazione di Maxwell non sono funzionalmente
indipendenti. Definito,
G
ν
≡ ∂
µ
F
µν
−j
ν
= 2A
ν
−∂
ν
(∂
µ
A
µ
) −j
ν
, (5.5)
vale infatti identicamente,

ν
G
ν
= 0 ⇒ ∂
0
G
0
= −∂
i
G
i
. (5.6)
Ci`o significa che le quattro equazioni di Maxwell,
G
µ
= 0,
sono equivalenti al sistema,
G
i
(t, x) = 0, ∀ t (5.7)
G
0
(0, x) = 0. (5.8)
Infatti, imposto G
i
(t, x) = 0 ∀ t la (5.6) assicura che ∂
0
G
0
(t, x) = 0, e quindi la funzione
G
0
(t, x) `e indipendente dal tempo; `e allora sufficiente imporre il suo annullamento all’i-
stante t = 0. La componento 0 dell’equazione di Maxwell si riduce quindi a un vincolo
sui dati iniziali, e non va considerata come una vera e propria equazione del moto.
Invarianza di gauge e gauge–fixing. Il secondo motivo per cui il conteggio dei gradi
di libert`a di cui sopra `e errato `e costituito dal fatto che il potenziale vettore `e definito
solo modulo una trasformazione di gauge: i potenziali A
µ
e A
µ
+∂
µ
Λ corrispondono allo
stesso campo elettromagnetico F
µν
, e sono quindi fisicamente equivalenti. Si rende allora
necessario selezionare tra tutti i potenziali vettore associati ad un dato F
µν
, un unico
rappresentante, ovverosia, come si suol dire, attuare un “gauge–fixing” su A
µ
. Evidente-
mente ci sono infiniti modi diversi di fissare la gauge, tutti fisicamente equivalenti. Noi
optiamo per la cosiddetta “gauge di Lorentz”, rappresentata dal vincolo,

µ
A
µ
= 0, (5.9)
per il suo pregio di essere preservata sotto trasformazioni di Lorentz
19
. La consistenza di
questa scelta deriva dal fatto che a partire da un potenziale vettore arbitrario `e sempre
19
Gauge–fixing non covarianti usati talvolta sono la gauge di Coulomb



A = 0, e la gauge assiale
A
0
= 0, oppure, pi` u in generale, n
µ
A
µ
= 0, con n
µ
vettore costante.
120
possibile eseguire una trasformazione di gauge, tale che il nuovo potenziale vettore abbia
quadridivergenza nulla,

µ
(A
µ
+ ∂
µ
Λ) = 0.
`
E infatti sufficiente scegliere Λ tale che,
2Λ = −∂
µ
A
µ
,
equazione che, come visto nel paragrafo precedente, ammette in effetti infinite soluzioni.
Con il gauge–fixing (5.9) l’equazione di Maxwell (5.5) si semplifica e diventa,
G
µ
= 2A
µ
−j
µ
= 0.
Useremo questa forma per le componenti spaziali G
i
dell’equazione mentre, per quello che
segue, per la componente G
0
`e pi` u conveniente usare l’espressione originale (5.5),
G
0
= 2A
0
−∂
0
(∂
0
A
0
+∂
i
A
i
) −j
0
= −∇
2
A
0
−∂
i
(∂
0
A
i
) −j
0
= 0. (5.10)
Si noti che questa equazione non contiene la derivata seconda rispetto al tempo: come an-
ticipato sopra, essa va infatti interpretata come un vincolo, piuttosto che come equazione
dinamica.
Invarianza di gauge residua. Resta a questo punto la domanda se la gauge di Lorentz
`e completa, cio`e, se essa fissa il potenziale vettore univocamente. La risposta `e negativa
perch´e, assumendo che valga ∂
µ
A
µ
= 0 e volendo restare nella classe di potenziali che
soddisfano questa condizione, possiamo ancora eseguire trasformazioni di gauge A
µ

A
µ
+∂
µ
Λ, a patto che,

µ
(A
µ
+ ∂
µ
Λ) = 0 ⇒ 2Λ = 0.
Sussiste, cio`e, l’invarianza di gauge “residua”,
A
µ
≈ A
µ
+ ∂
µ
Λ, 2Λ = 0. (5.11)
Anche il gauge–fixing dell’invarianza residua pu`o essere eseguito in infiniti modi equiva-
lenti. Noi optiamo per le condizioni,
A
3
(0, x) = 0 = ∂
0
A
3
(0, x), (5.12)
121
che si possono in effetti imporre eseguendo una trasformazione di gauge residua. Per
farlo vedere ricordiamo dal paragrafo precedente che la soluzione dell’equazione 2Λ = 0
`e completamente determinata dalle “condizioni iniziali”,
Λ(0, x) ≡ Φ
1
(x), ∂
0
Λ(0, x) ≡ Φ
2
(x).
Per una trasformazione di gauge abbiamo,
A
t3
= A
3
+ ∂
3
Λ, (5.13)
ed `e facile vedere che esistono dei campi Φ
1
e Φ
2
tali che,
A
t3
(0, x) = A
3
(0, x) + ∂
3
Λ(0, x) = A
3
(0, x) + ∂
3
Φ
1
(x) = 0, (5.14)

0
A
t3
(0, x) = ∂
0
A
3
(0, x) + ∂
3

0
Λ(0, x) = ∂
0
A
3
(0, x) + ∂
3
Φ
2
(x) = 0. (5.15)
Infatti, `e sufficiente scegliere per Φ
1
e Φ
2
delle primitive rispetto alla variabile x
3
, rispet-
tivamente di −A
3
(0, x) e −∂
0
A
3
(0, x). Per il potenziale trasformato le (5.14) e (5.15)
equivalgono allora effettivamente alle (5.12).
In conclusione, tenendo conto delle condizioni di gauge–fixing (5.9) e (5.12) ci siamo
ricondotti al seguente sistema di equazioni,
2A
i
= j
i
, (5.16)

2
A
0
= −∂
i
(∂
0
A
i
) −j
0
, per t = 0, (5.17)

µ
A
µ
= 0, (5.18)
A
3
(0, x) = 0 = ∂
0
A
3
(0, x). (5.19)
Facciamo ora vedere che questo sistema ammette in effetti soluzione unica per A
µ
(t, x),
una volta assegnate le condizioni iniziali “fisiche”,
A
1
(0, x), ∂
0
A
1
(0, x), A
2
(0, x), ∂
0
A
2
(0, x). (5.20)
Intanto osserviamo che con queste condizioni iniziali e con le (5.19), le tre equazioni (5.16)
determinano A
i
(t, x) per ogni t. Noti i campi A
i
, la (5.17) determina allora univocamente
A
0
(0, x), perch´e nello spazio delle funzioni che svaniscono all’infinito il Laplaciano tridi-
mensionale ammette inverso unico, vedi sezione 6.1. Noti A
0
(0, x) e i campi A
i
(t, x), la
122
(5.18) determina infine A
0
(t, x) per ogni t,
A
0
(t, x) = A
0
(0, x) −

t
0



A(t
t
, x) dt
t
.
In conclusione, una volta assegnate le quattro condizioni iniziali fisiche (5.20), l’equa-
zione di Maxwell determina i campi A
µ
(t, x) in modo univoco. Con la procedura scelta
da noi i campi “fisici” sono risultati A
1
e A
2
, ma `e chiaro che una scelta diversa del
gauge–fixing porter`a ad assegnazioni diverse. Quello che rester`a per`o invariato `e il nu-
mero di condizioni iniziali – quattro – che si possono imporre arbitrariamente. Resta
poi il problema, solo tecnico, di come si deducono i dati (5.20) a partire dai dati iniziali
osservabili sperimentalmente, che sono i campi elettrico e magnetico all’istante iniziale.
Difatti, noti

E(0, x) e

B(0, x) e imposti i gauge–fixing (5.18) e (5.19), la determinazione
dei dati iniziali (5.20) `e un semplice esercizio, lasciato al lettore.
I due gradi di libert`a del campo elettromagnetico. Dai dati indipendenti (5.20) vedia-
mo infine che il campo elettromagnetico corrisponde a due gradi di libert`a, come anticipato
nel paragrafo 2.2.3, e non a quattro. Dalla nostra trattazione si desume in particolare
che il meccanismo che elimina da A
µ
due gradi di libert`a `e essenzialmente il seguente: un
grado di libert`a viene assorbito dall’invarianza di gauge e l’altro dall’invarianza di gauge
residua, in concomitanza con il fatto che una delle quattro equazioni di Maxwell in realt`a
`e un vincolo. Aggiungiamo, tuttavia, che 1) quali siano le componenti di A
µ
che appaiono
come fisiche, dipende dalla scelta del gauge–fixing, e che 2) sotto una trasformazione di
Lorentz queste componenti non restano invariate. Infatti, mentre la gauge di Lorentz
(5.9) `e invariante sotto trasformazioni di Lorentz, le condizioni (5.12) non lo sono.
`
E im-
portante notare che questa circostanza non viola affatto l’invarianza relativistica, perch`e,
come abbiamo visto, in qualsiasi sistema di riferimento le condizioni (5.12) possono essere
ripristinate eseguendo un’opportuna trasformazione di gauge.
Il fatto che i gradi di libert`a fisici del campo elettromagnetico sono due ha varie con-
seguenze importanti: a livello classico esso implica, come vedremo tra poco, che le onde
elettromagnetiche sono caratterizzate da due vettori di polarizzazione indipendenti, men-
tre a livello quantistico esso comporta che i fotoni esistono in due stati di polarizzazione
indipendenti, contrassegnati da “elicit`a” opposte.
123
5.2 L’equazione delle onde
Consideriamo un campo scalare reale con lagrangiana,
L =
1
2

µ
ϕ∂
µ
ϕ. (5.21)
L’equazione di Eulero–Lagrange associata a questa lagrangiana viene chiamata equazione
delle onde, o anche equazione di d’Alembert,

µ
∂L
∂(∂
µ
ϕ)

∂L
∂ϕ
= ∂
µ

µ
ϕ = 2ϕ = 0. (5.22)
Essa riveste un ruolo importante in Fisica e in particolar modo in Elettrodinamica, motivo
per cui ora analizzeremo in dettaglio la sua soluzione generale. In particolare vedremo che
la ricerca delle soluzioni dell’equazione di Maxwell nel vuoto sar`a molto facilitata dalla
conoscenza della soluzione generale della (5.22). In analogia con le condizioni asintotiche
(5.4) considereremo solo soluzioni che soddisfano,
lim
[x[→∞
ϕ(t, x) = 0. (5.23)
Se assumiamo che eventuali singolarit`a di ϕ(x) siano di tipo distribuzionali, vale a dire
se assumiamo che ϕ sia un elemento di o
t
(R
4
), un metodo potente per risolvere l’equazione
delle onde `e fornito dalla trasformata di Fourier, che costituisce appunto una biiezione di
o
t
in se stesso. Ricordiamo che in notazione simbolica questa trasformata `e definita da,
´ ϕ(k) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−ikx
ϕ(x), ϕ(x) =
1
(2π)
2

d
4
k e
ikx
´ ϕ(k), (5.24)
dove abbiamo introdotto la variabile duale k ≡ k
µ
e definito k x = k
µ
x
µ
η
µν
. Tra le
propriet`a della trasformata di Fourier ci serviranno le seguenti, vedi paragrafo 2.3.2.
1) Se il campo ϕ `e reale, come da noi sottinteso, allora la trasformata soddisfa,
´ ϕ

(k) = ´ ϕ(−k). (5.25)
Per vederlo `e sufficiente prendere il complesso coniugato della prima relazione in (5.24),
e sfruttare il fatto che ϕ

(x) = ϕ(x).
2) Se ϕ(x) `e un campo scalare sotto trasformazioni di Lorentz, e se assegniamo a k
µ
carattere vettoriale,
k

= Λ
µ
ν
k
ν
,
124
allora anche la trasformata ´ ϕ(k) `e un campo scalare,
´ ϕ
t
(k
t
) = ´ ϕ(k).
Per la dimostrazione `e sufficiente usare le relazioni k
t
x
t
= k x, e d
4
x
t
= d
4
x.
3) Per la trasformata delle derivate di ϕ abbiamo,

[P(∂
µ
)ϕ](k) = P(ik
µ
) ´ ϕ(k),
dove P(∂
µ
) `e un qualsiasi polinomio nelle derivate parziali ∂
µ
.
Usando la propriet`a 3) `e immediato eseguire la trasformata di Fourier dell’equazione
delle onde, e si ottiene,
k
2
´ ϕ(k) = 0, (5.26)
dove,
k
2
= k
µ
k
µ
= (k
0
)
2
−[

k[
2
.
In seguito useremo anche,
ω ≡ [

k[,
per indicare la “frequenza”. Vediamo che la trasformata di Fourier ha mutato l’equazio-
ne differenziale (5.22) in un’equazione algebrica, facilmente risolubile nello spazio delle
distribuzioni. Dalla (5.26) si vede in particolare che ´ ϕ(k) ha come supporto il cono luce,
k
0
= ±[

k[,
ed `e quindi chiaro che essa non pu`o essere una “funzione” ordinaria. In realt`a le soluzioni
di questa equazione cadono in due categorie, che ora analizzeremo separatamente.
Soluzioni di tipo I. Analizziamo innanzitutto le soluzioni in una regione del cono luce
che non contenga l’origine, cio´e, per

k = 0. Per

k fissato `e allora conveniente considerare
le ´ ϕ(k) come distribuzioni nella sola variabile k
0
, perch´e in questo modo le soluzioni della
(5.26) possono essere derivate direttamente dalla soluzione del problema 2.3.
`
E infatti
sufficiente eseguire in questo problema le sostituzioni,
x →k
0
, a →ω, x
2
−a
2
→(k
0
)
2
−ω
2
= k
2
, f(x) →f(k),
125
con f(k) generica funzione complessa di k
µ
, per ottenere le soluzioni della (5.26),
´ ϕ
I
(k) = δ(k
2
)f(k). (5.27)
Ricordando che ϕ(x) `e reale la (5.25) impone poi,
f

(k) = f(−k). (5.28)
Inoltre, dato che δ(k
2
) `e Lorentz–invariante e ´ ϕ(k) `e campo scalare, anche la funzione
f(k) `e dunque uno scalare per trasformazioni di Lorentz. Usando le propriet`a della δ di
Dirac possiamo allora esplicitare le soluzioni (5.27) come segue,
´ ϕ
I
(k) =
1

δ(k
0
−ω) + δ(k
0
+ ω)

f(k
0
,

k)
=
1

δ(k
0
−ω)f(ω,

k) + δ(k
0
+ ω)f(−ω,

k)

=
1

δ(k
0
−ω) ε(

k) + δ(k
0
+ ω) ε

(−

k)

, (5.29)
dove nell’ultimo passaggio abbiamo definito la funzione complessa di tre variabili,
ε(

k) ≡ f(ω,

k),
e sfruttato la (5.28).
Soluzioni di tipo II. Il problema 2.3 `e ben posto solo se a = 0, ovvero ω = 0, che
esclude dal cono luce l’origine quadridimensionale k
µ
= 0. Potrebbero dunque esistere
ulteriori soluzioni della (5.26), supportate nel punto k
µ
= 0. Per il teorema sulle distribu-
zioni supportate in un punto, vedi paragrafo 2.3.2, sappiamo allora che queste soluzioni
sarebbero necessariamente combinazioni lineari finite della δ
4
(k) e delle sue derivate,
´ ϕ
II
(k) =
N
¸
n=1
C
µ
1
µ
n

µ
1

µ
n
δ
4
(k), (5.30)
dove i C
µ
1
µ
n
sono arbitrari tensori costanti completamente simmetrici. Antitrasformando
questa espressione nello spazio delle configurazioni e tenendo conto che la trasformata della
δ
4
vale 1/(2π)
4
si ottiene,
ϕ
II
(x) =
1
(2π)
4
N
¸
n=1
(−i)
n
C
µ
1
µ
n
x
µ
1
x
µ
n
. (5.31)
126
Inserendo questa espressione nella (5.22) `e facile vedere che l’equazione di d’Alembert `e
soddisfatta, se e solo se i tensori simmetrici C sono anche a traccia nulla,
C
ν
νµ
3
µ
n
= 0. (5.32)
Ed `e altrettanto immediato vedere che queste condizioni ammettono infinite soluzioni. Per
esempio, nel caso n = 2, che corrisponde a un polinomio del secondo ordine, la soluzione
generale della (5.32) `e data da,
C
µν
= H
µν

1
4
η
µν
H
ρ
ρ
,
dove H
µν
`e un’arbitraria matrice simmetrica costante. Concludiamo quindi che esiste una
seconda classe di soluzioni, rappresentate dalla (5.31), che sono polinomi in x
µ
. Tuttavia,
come tali non svaniscono all’infinito spaziale, e quindi non le ammettiamo come soluzioni
fisiche.
Ritorniamo allora alle soluzioni di tipo I (5.29), antitrasformandole nello spazio delle
coordinate secondo la (5.24). Integrando la δ di Dirac in k
0
e eseguendo nell’integrale
che coinvolge ε

(−

k) il cambiamento di variabili

k →−

k, si ottiene la soluzione generale
dell’equazione delle onde,
ϕ(x) =
1
(2π)
2

d
3
k

dk
0
e
i
(
k
0
x
0

kx
)

δ(k
0
−ω) ε(

k) + δ(k
0
+ ω) ε

(−

k)

,
=
1
(2π)
2

d
3
k

e
ikx
ε(

k) + c.c.

. (5.33)
Sottolineiamo il fatto che nell’espressione finale (5.33) la componente k
0
nell’esponenziale
`e definita da k
0
= +ω, e che k
2
= 0. Vediamo quindi che la soluzione generale `e identificata
da due funzioni reali di tre variabili,
ε(

k) = ε
1
(

k) + i ε
2
(

k),
in accordo con il fatto che un campo scalare che soddisfa l’equazione delle onde corrisponde
a un grado di libert`a. Difatti non `e difficile determinare ε
1
(

k) e ε
2
(

k) in termini dei dati
iniziali ϕ(x, 0) e ∂
0
ϕ(x, 0), e viceversa, vedi il prossimo paragrafo.
Onde elementari. Vediamo che la soluzione generale (5.33) dell’equazione delle onde
pu`o essere riguardata come una sovrapposizione di infinite “onde elementari” di vettore
127
d’onda

k fissato,
ϕ
el
(x) = ε(

k) e
ikx
+ c.c., k
0
= ω. (5.34)
Esaminiamo ora le principali propriet`a di queste onde.
a) Le ϕ
el
sono onde piane, i cui piani delle fasi sono ortogonali a

k. Per t fissato su un
piano delle fasi la funzione ϕ
el
(x) assume lo stesso valore.
b) Le ϕ
el
sono onde che si propagano con la velocit`a della luce nella direzione di

k. Se
scegliamo x//

k abbiamo infatti: k
µ
x
µ
= ω t −

k x = ω(t −[x[).
c) Le ϕ
el
sono onde monocromatiche di frequenza ω, periodo T = 2π/ω e lunghezza d’onda
λ = 2πc/ω, fissati.
d) Le ϕ
el
sono onde scalari nel senso che il “tensore di polarizzazione” ε, che ne identifica
l’intensit` a, `e uno scalare sotto trasformazioni di Lorentz.
e) Contenuto in energia. Dalla lagrangiana (5.21) `e immediato ottenere il tensore energia–
impulso del campo, vedi problema 3.4,
T
µν
= ∂
µ
ϕ∂
ν
ϕ −
1
2
η
µν

α
ϕ∂
α
ϕ. (5.35)
Per valutarlo determiniamo le derivate dell’onda elementare,

µ
ϕ
el
(x) = i k
µ
ε(

k) e
ikx
+ c.c.
e introduciamo il “vettore” di tipo nullo,
n
µ

k
µ
ω
, n
0
= 1, n =

k
ω
, n
2
= n
µ
n
µ
= 0, (5.36)
dove n `e il versore tridimensionale che indica la direzione di propagazione dell’onda. Allora
possiamo scrivere in modo compatto,

µ
ϕ
el
= n
µ
˙ ϕ
el
,
e ne segue che ∂
α
ϕ
el

α
ϕ
el
= 0. Usando queste relazioni nella (5.35) e inserendo la (5.34)
si ottiene,
T
µν
= n
µ
n
ν
˙ ϕ
2
el
= n
µ
n
ν
ω
2

2[ε[
2
−ε
2
e
2ikx
−ε
∗2
e
−i2kx

. (5.37)
Mediando il tensore energia–impulso su scale temporali grandi rispetto al periodo e su
scale spaziali grandi rispetto alla lunghezza d’onda, gli esponenziali si mediano a zero e
128
si ottiene,
'T
µν
` = 2 k
µ
k
ν
[ε[
2
.
Vediamo che la densit`a di energia dell’onda vale in media 'T
00
` = 2 ω
2
[ε[
2
, mentre il
flusso di energia vale 'T
0i
` = 2 ω
2
[ε[
2
n
i
ed `e diretto lungo la direzione di propagazione
dell’onda. Considerando infine un volume V piccolo, ma grande rispetto alla lunghezza
d’onda, possiamo determinare il quadrimomento P
µ
ivi contenuto. Otteniamo,
P
0
= 'T
00
` V = 2 ω
2
[ε[
2
V, P
i
= 'T
0i
` V = 2 ω
2
[ε[
2
V n
i
.
La massa della “particella” corrispondente a questo volume risulta allora essere uguale a
zero in quanto,
M
2
= P
µ
P
µ
=

2 ω
2
[ε[
2
V

2

1 −[n[
2

= 0.
Questo risultato `e in accordo con il fatto che in teoria quantistica di campo la particella
associata a un campo scalare soddisfacente l’equazione delle onde (5.22), `e in effetti una
particella (neutra e di spin zero) priva di massa.
5.2.1 Il problema alle condizioni iniziali
Affrontiamo infine il problema alle condizioni iniziali. Vogliamo, cio`e, trovare la forma
esplicita della soluzione dell’equazione delle onde, fissati i dati iniziali,
ϕ(0, x) ≡ f(x),

0
ϕ(0, x) ≡ g(x).
Si tratta dunque di determinare la funzione complessa ε(

k) della (5.33), in termini del-
le due funzioni reali f e g. A questo scopo `e conveniente sviluppare queste ultime in
trasformata di Fourier,
f(x) =
1
(2π)
3/2

d
3
k e
−i

kx
´
f(

k), g(x) =
1
(2π)
3/2

d
3
k e
−i

kx
´ g(

k), (5.38)
e valutare la (5.33) e la sua derivata temporale a t = 0,
f(x) = ϕ(0, x) =
1
(2π)
2

d
3
k

e
−i

kx
ε(

k) + c.c.

,
g(x) = ∂
0
ϕ(0, x) =
1
(2π)
2

d
3
k

i ω e
−i

kx
ε(

k) + c.c.

. (5.39)
129
Confrontando con le (5.38) e antitrasformando si trova,
´
f(

k) =
1


1

ε(

k) + ε

(−

k)

,
´ g(

k) =
1


i
2

ε(

k) −ε

(−

k)

,
e quindi,
ε(

k) =

(2π)

ω
´
f(

k) −i ´ g(

k)

.
Sostituendo questa espressione nella (5.33) si ottiene,
ϕ(x) =
1
(2π)
3/2

d
3
k

e
ikx

ω
´
f(

k) −i´ g(

k)

+c.c.

. (5.40)
Infine possiamo invertire le trasformate (5.38) per riesprimere
´
f e ´ g in termini di f e g.
Sostituendo le espressioni che ne risultano nella (5.40) si trova infine la formula cercata,
vedi problema 5.1,
ϕ(t, x) =

d
3
y [D(t, x −y) ∂
0
ϕ(0, y) + ∂
0
D(t, x −y) ϕ(0, y)] , (5.41)
dove il “kernel antisimmetrico” D `e dato da,
D(t, x) =
1
(2π)
3

d
3
k
2 ω i

e
ikx
−e
−ikx

=
1
(2π)
3

d
3
k
sen(ωt)
ω
e
i

kx
. (5.42)
La trasformata di Fourier tridimensionale che compare in questa espressione `e da inten-
dersi nel senso delle distribuzioni. Eseguendola esplicitamente si trova, vedi problema
5.1,
D(t, x) =
1
4πr
(δ(t −r) −δ(t + r)) =
1

ε(t) δ(x
2
), (5.43)
dove ε() indica la funzione “segno” e r = [x[. Dalle espressioni scritte sopra si deduce
facilmente che questo kernel gode delle seguenti propriet`a,
2D = 0, (5.44)
D(0, x) = 0, (5.45)

0
D(0, x) = δ
3
(x). (5.46)
Usando queste propriet`a `e poi immediato verificare esplicitamente che la (5.41) soddisfa
l’equazione delle onde (5.22), con le corrette condizioni iniziali. Per quanto riguarda
130
ϕ(0, x) questo discende direttamente dalle (5.45), (5.46), mentre per quanto riguarda

0
ϕ(0, x), derivando la (5.41) rispetto al tempo e ponendo t = 0 si ottiene,

0
ϕ(0, x) =

d
3
y


0
D(0, x −y) ∂
0
ϕ(0, y) + ∂
2
0
D(0, x −y) ϕ(0, y)

.
Il primo integrale si riduce a ∂
0
ϕ(0, x) grazie alla (5.46), mentre il secondo si annulla
perch´e la (5.44) valutata in t = 0 d`a,

2
0
D(0, x) = ∇
2
D(0, x) = 0,
grazie alla (5.45). Torneremo sul significato fisico del kernel D, e le conseguenti propriet`a
della soluzione (5.41), nella prossima sezione.
5.3 Soluzioni dell’equazione di Maxwell nel vuoto
In questa sezione determineremo la soluzione generale dell’equazione di Maxwell in assenza
di sorgenti,

µ
F
µν
= 0, F
µν
≡ ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
, A
µ
≈ A
µ
+ ∂
µ
Λ. (5.47)
Un campo elettromagnetico che soddisfa questa equazione viene chiamato “campo libero”,
oppure “campo di radiazione”. Stiamo quindi cercando la forma di un generico campo
di radiazione. Siccome il sistema di equazioni in questione `e lineare nei campi, la tecnica
di soluzione pi` u appropriata `e ancora quella della trasformata di Fourier. Ricordiamo
infatti che, in base all’analisi svolta nella sezione 2.3, consideriamo sia F
µν
che A
µ
come
distribuzioni temperate.
Per affrontare la soluzione del sistema (5.47) dobbiamo innanzitutto decidere il tipo di
gauge–fixing che vogliamo adottare. Come esemplificato nel paragrafo 5.1.3, ci conviene
scegliere la gauge di Lorentz,

µ
A
µ
= 0,
per via della sua covarianza a vista, mentre ci riserviamo di fissare la gauge residua in
un secondo momento. Secondo l’analisi svolta nel paragrafo 5.1.3, particolarizzata al caso
j
µ
= 0, dobbiamo allora risolvere il seguente sistema,
2A
µ
= 0, (5.48)
131

µ
A
µ
= 0, (5.49)
A
µ
≈ A
µ
+ ∂
µ
Λ, 2Λ = 0. (5.50)
La trasformata di Fourier del potenziale vettore `e definita in modo standard,
´
A
µ
(k) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−ikx
A
µ
(x),
e analogamente quella
´
Λ(k) del campo Λ(x). L’unica differenza sostanziale tra
´
A
µ
(k) e
la trasformata di Fourier del campo scalare ´ ϕ(k), `e che sotto trasformazioni di Lorentz
´
A
µ
(k) trasforma come un campo vettoriale, vedi problema 5.2,
´
A

(k
t
) = Λ
µ
ν
´
A
ν
(k).
Il sistema di equazioni differenziali (5.48)–(5.50) muta allora nuovamente in un sistema
algebrico,
k
2
´
A
µ
(k) = 0, (5.51)
k
µ
´
A
µ
(k) = 0, (5.52)
´
A
µ
(k) ≈
´
A
µ
(k) + i k
µ
´
Λ(k), k
2
´
Λ(k) = 0. (5.53)
La soluzione generale della (5.51) si ottiene come nel caso delle onde scalari, vedi (5.27)
e (5.29), con l’unica differenza che la funzione “peso” ora `e un quadrivettore f
µ
(k),
´
A
µ
(k) = δ(k
2
)f
µ
(k) =
1

δ(k
0
−ω) ε
µ
(

k) + δ(k
0
+ ω) ε
∗µ
(−

k)

, (5.54)
dove abbiamo posto,
ε
µ
(

k) ≡ f
µ
(ω,

k), ω = [

k[.
Cos`ı come nel caso delle onde scalari ε(

k) era un quadriscalare cos`ı ora ε
µ
(

k) `e un quadri-
vettore, che viene chiamato “vettore di polarizzazione”. A questo punto la (5.52) impone
su questo vettore la condizione di “trasversalit`a”,
k
µ
ε
µ
= 0, con k
0
= ω. (5.55)
Analogamente, risolvendo l’equazione (5.53) per
´
Λ si ottiene,
´
Λ(k) =
1
2ωi

δ(k
0
−ω)λ(

k) −δ(k
0
+ ω)λ

(−

k)

.
132
La (5.53) asserisce allora che i vettori di polarizzazione, oltre a essere soggetti al vincolo
(5.55), sono definiti modulo la trasformazione di gauge residua,
ε
µ
(

k) ≈ ε
µ
(

k) + k
µ
λ(

k). (5.56)
Si noti che questa trasformazione preserva la gauge di Lorentz (5.55), in quanto grazie a
k
2
= 0 si ha,
k
µ

µ
+ k
µ
λ) = 0.
Si evince cos`ı che delle quattro componenti del vettore di polarizzazione solo due hanno
rilevanza fisica: una componente viene eliminata dalla condizione (5.55), e un’altra dalla
gauge residua (5.56). Scegliendo per esempio nella (5.56),
λ = −
ε
0
ω
,
possiamo annullare ε
0
, e la (5.55) si riduce allora a,

k ε = 0,
che impone l’annullamento della componente di ε lungo la direzione di

k. Riconfermiamo
cos`ı il fatto che il campo elettromagnetico propaga due gradi di libert`a fisici.
Antitrasformando la (5.54) si trova infine il potenziale vettore nello spazio delle coor-
dinate,
A
µ
(x) =
1
(2π)
2

d
3
k

e
ikx
ε
µ
(

k) + c.c.

, (5.57)
e per il campo elettromagnetico si ottiene allora,
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
=
1
(2π)
2

d
3
k

i e
ikx
[k
µ
ε
ν
−k
ν
ε
µ
] + c.c.

. (5.58)
Introducendo per la variabile di integrazione

k coordinate polari,

k ↔ (ω, ϕ, ϑ), d
3
k =
ω
2
dω dΩ, si pu`o anche scrivere,
F
µν
(t, x) =
i
2(2π)
2


0
dω e
iωt
ω

dΩ

e
−i

kx
[k
µ
ε
ν
−k
ν
ε
µ
]

+c.c. (5.59)
Riconosciamo in particolare che questa espressione pu`o essere posta nella forma,
F
µν
(t, x) =
1


−∞
dω e
iωt
F
µν
(ω, x), F
∗µν
(ω, x) = F
µν
(−ω, x). (5.60)
133
Vediamo cos`ı che la trasformata di Fourier di F
µν
nella sola variabile t, ovvero la quantit`a
F
µν
(ω, x), rappresenta il peso relativo con cui ogni frequenza ω compare nella sovrappo-
sizione di onde piane, di cui `e composto il campo elettromagnetico nel vuoto. Questo
risultato verr`a utilizzato quando analizzeremo il contenuto energetico della radiazione
“frequenza per frequenza”, cio`e, quando eseguiremo la sua analisi spettrale, vedi capitolo
10.
5.3.1 Propriet`a delle onde elettromagnetiche elementari
Dalla soluzione generale (5.57) dell’equazione di Maxwell nel vuoto vediamo che il generico
potenziale vettore risulta sovrapposizione di onde elementari, con vettore d’onda

k fissato,
A
µ
el
(x) = ε
µ
e
ikx
+ c.c., k
0
= ω, k
µ
ε
µ
= 0, ε
µ
≈ ε
µ
+ k
µ
λ. (5.61)
Dalla sezione 5.2 sappiamo gi`a che queste onde sono piane, moncocromatiche, e che viag-
giano con la velocit`a della luce. Ma queste onde non sono scalari, perch´e il tensore di
polarizzazione ε
µ
`e ora un vettore.
Le relazioni delle onde. Per derivare le caratteristiche addizionali derivanti dalla na-
turale tensoriale di queste onde, vedi le propriet`a 1) – 4) elencate sotto, `e conveniente
trovare un’opportuna forma per le derivate di A
µ
el
. Per non appesantire la notazione d’ora
in poi indicheremo questo potenziale vettore semplicemente con A
µ
. Derivando la (5.61)
risulta allora,

µ
A
ν
= ik
µ
ε
ν
e
ikx
+c.c. (5.62)
Seguendo la notazione della sezione 5.2, vedi (5.36),
n
µ

k
µ
ω
, n
0
= 1, n =

k
ω
, n
2
= n
µ
n
µ
= 0,
dalle (5.61) e (5.62) seguono cos´ı facilmente le “relazioni delle onde”,

µ
A
ν
= n
µ
˙
A
ν
, n
µ
˙
A
µ
= 0, n
µ
n
µ
= 0. (5.63)
Queste relazioni investono un ruolo importante perch´e, come vedremo pi` u avanti, non
valgono solo per le onde piane, ma anche per un generico campo elettromagnetico nella
cosiddetta “zona delle onde”, ovvero a grandi distanze dalle sorgenti. La dimostrazione
134
delle propriet`a 1), 2) e 4) si baser`a infatti su queste relazioni, e non sulle formule esplicite
(5.61): queste propriet`a varranno quindi anche per un generico campo nella zona delle
onde – circostanza che sfrutteremo pesantemente quando studieremo il fenomeno dell’ir-
raggiamento da parte di cariche accelerate, vedi capitolo 7.
1) Onde trasverse. Le onde elettromagnetiche sono polarizzate trasversalmente, vale a
dire,
n

E = 0 = n

B. (5.64)
I campi elettrico e campo magnetico sono quindi sempre ortogonali alla direzione di pro-
pagazione. Per far vedere questo determiniamo il campo elettromagnetico usando le
(5.63),
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
= n
µ
˙
A
ν
−n
ν
˙
A
µ
. (5.65)
Quindi,
E
i
= F
i0
= n
i
˙
A
0

˙
A
i
= n
i
(n
k
˙
A
k
) −
˙
A
i
(5.66)
B
i
= −
1
2
ε
ijk
F
jk
= −ε
ijk
n
j
˙
A
k
, (5.67)
dove abbiamo usato che,
n
µ
˙
A
µ
= 0 ⇒
˙
A
0
= n
k
˙
A
k
. (5.68)
Le condizioni di trasversalit`a (5.64) seguono allora immediatamente dalle (5.66), (5.67).
2) Relazione tra

E e

B. Le onde elettromagnetiche sono tali che,
[

E[ = [

B[,

E

B = 0. (5.69)
Per fare vedere questo `e sufficiente ricordare la forma degli invarianti quadratici,
ε
αβγδ
F
αβ
F
γδ
= −8

E

B, F
αβ
F
αβ
= 2 (B
2
−E
2
).
Inserendo la (5.65) si trova che entrambi gli invarianti sono nulli – il primo per l’antisim-
metria del tensore di Levi–Civita, e il secondo per le (5.63) – e seguono le (5.69). Possiamo
riassumere le propriet`a 1) e 2) nelle formule,

B = n

E, n

E = 0. (5.70)
135
3) Due stati di polarizzazione fisici. Per ogni

k fissato esistono due stati di polarizzazione
fisici indipendenti. Abbiamo gi`a accennato a questo fatto nel paragrafo precedente, qu`ı lo
illustriamo da un altro punto di vista. Per concretezza scegliamo come asse z la direzione
di propagazione dell’onda, sicch´e,
k
µ
= (ω, 0, 0, ω).
La condizione k
µ
ε
µ
= 0 pone allora ε
µ
= (ε
0
, ε
1
, ε
2
, ε
0
). Questo vettore di polarizzazione
pu`o essere considerato come sovrapposizione dello stato “longitudinale” non fisico,
ε
µ
l
= (ε
0
, 0, 0, ε
0
),
e dei due stati di polarizzazione “trasversi” fisici,
ε
µ
t
= (0, ε
1
, ε
2
, 0).
Questa terminologia `e giustificata dal fatto che lo stato longitudinale pu`o essere eliminato
con una trasformazione di gauge residua,
ε
µ
→ε

= ε
µ
+ λk
µ
= (ε
0
+ λω, ε
1
, ε
2
, ε
0
+ λω),
scegliendo λ = −ε
0
/ω, mentre gli stati trasversi sono gauge invarianti e quindi osservabili.
Vedremo che in pratica non sar`a quasi mai necessario usare l’invarianza di gauge residua
per eliminare lo stato longitudinale dal potenziale vettore – operazione che violerebbe
l’invarianza di Lorentz manifesta. Al contrario, la presenza formale dello stato longitudi-
nale pu`o essere usata in molti casi per controllare la correttezza dei calcoli che si stanno
svolgendo: infatti, tutti le quantit` a osservabili non devono risentire della presenza dello
stato longitudinale. Dal punto di vista matematico questa richiesta si traduce nel fatto
che le grandezze osservabili devono essere invarianti sotto trasformazioni di gauge residue.
A titolo di esempio consideriamo i campi elettrico e magnetico dati in (5.66), (5.67),
che certamente costitituiscono delle grandezze osservabili. Dalle (5.61) vediamo che la
trasformazione di gauge residua per l’onda elementare assume la forma,
A
µ
→A
µ
+ n
µ
ϕ, (5.71)
136
dove ϕ `e un’arbitraria onda piana scalare di vettore d’onda

k.
`
E allora immediato verificare
che sotto queste trasformazioni le espressioni (5.66), (5.67) sono invarianti,
E
i
→ E
i
+n
i
(n
k
n
k
˙ ϕ) −n
i
˙ ϕ = E
i
B
i
→ B
i
−ε
ijk
n
j
n
k
˙ ϕ = B
i
.
La presenza di due soli gradi di libert`a fisici nelle onde piane elettromagnetiche pu`o essere
desunta anche direttamente dalle relazioni (5.70): queste implicano appunto che

B `e
completamente determinato in termini di

E, e che

E `e vincolato dall’equazione n

E = 0.
Fissato

k le uniche osservabili fisiche indipendenti dell’onda sono quindi le due componenti
di

E ortogonali ad n.
4) Contenuto in energia. Il contenuto in energia e quantit` a di moto di un generico campo
elettromagnetico `e espresso dal tensore energia–impulso (2.69),
T
µν
em
= F
µ
α
F
αν
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
.
Valutiamolo per le onde elementari usando le (5.65). Sappiamo gi`a che l’invariante F
αβ
F
αβ
si annulla, e resta da valutare,
T
µν
em
= (n
µ
˙
A
α
−n
α
˙
A
µ
)(n
α
˙
A
ν
−n
ν
˙
A
α
) = −n
µ
n
ν
(
˙
A
α
˙
A
α
), (5.72)
da confrontare con la (5.37). Possiamo riscrivere questa formula in vari modi. Eliminando
˙
A
0
secondo la (5.68), otteniamo un’espressione che coinvolge solo il potenziale vettore
spaziale,
T
µν
em
= n
µ
n
ν
(
˙
A
i
˙
A
j
) Λ
ij
, Λ
ij
≡ δ
ij
−n
i
n
j
. (5.73)
Da questa espressione si vede in particolare che il tensore energia–impulso – certamente
una grandezza osservabile – `e invariante sotto le trasformazioni di gauge residue (5.71),
che equivalgono alla sostituzione,
A
i
→A
i
+ n
i
ϕ. (5.74)
Per vederlo `e sufficiente notare che vale identicamente,
Λ
ij
n
j
= 0.
137
In effetti la matrice 3 3 simmetrica Λ
ij
`e un proiettore di rango due, che elimina da
T
µν
em
la componente longitudinale di A
i
– quella parallela a n
i
– la quale non pu`o essere
trasportatrice di quadrimomento, in quanto non fisica. Quanto detto diventa molto tra-
sparente se scegliamo come asse z la direzione di propagazione dell’onda, n
i
= (0, 0, 1).
In questo caso la (5.73) si riduce a,
T
µν
em
= n
µ
n
ν

˙
A
i
˙
A
i

n
i
˙
A
i

2

= n
µ
n
ν

(
˙
A
1
)
2
+ (
˙
A
2
)
2

, (5.75)
mentre la (5.74) equivale a,
A
1
→A
1
, A
2
→A
2
, A
3
→A
3
+ ϕ.
L’invarianza del tensore energia–impulso sotto trasformazioni di gauge residue si riduce
allora semplicemente al fatto che esso non dipende dalla componente longitudinale A
3
.
Confrontando la (5.75) con la (5.37) riscontriamo di nuovo il fatto che alle onde elettro-
magnetiche restano associati due gradi di libert`a fisici – trasportatori di quadrimomento
– uno rappresentato da A
1
e l’altro da A
2
. Secondo l’analisi svolta dopo la formula (5.37)
ci aspettiamo inoltre che a livello quantistico a ciascuno dei due stati trasversi sia asso-
ciata una particella priva di massa, ovvero un fotone “trasverso”. Nel prossimo paragrafo
vedremo che quello che distingue questi due stati trasversi tra di loro `e l’elicit`a.
Infine, usando la (5.66) `e facile vedere che possiamo riscrivere la (5.73) anche come,
T
µν
em
= n
µ
n
ν
[

E[
2
=
1
2
n
µ
n
ν

[

E[
2
+[

B[
2

,
espressione che `e in accordo con il fatto che per le onde piane il vettore di Poynting assume
la forma, vedi (5.70),

S =

E

B =

E (n

E) = [

E[
2
n. (5.76)
Ritroviamo quindi le formule generali T
00
em
=
1
2
(E
2
+ B
2
), e T
0i
em
= S
i
. In particolare il
flusso di energia in un’onda piana `e diretto lungo la direzione di propagazione dell’onda,
come c’era da aspettarsi.
Concludiamo questo paragrafo con il caveat che le propriet`a 1)–4) valgono per le onde
elettromagnetiche elementari (5.61), e non per un generico campo di radiazione (5.58),
sovrapposizione generica delle prime. Ma abbiamo anticipato che il potenziale vettore
138
lontano dalle sorgenti – nella zona (asintotica) delle onde – pur non essendo un’onda
piana elementare soddisfer`a ugualmente le relazioni delle onde (5.63). Come gi`a osservato
le propriet`a 1), 2) e 4) saranno quindi valide anche per un generico campo elettromagnetico
nella zona delle onde. Ci riferiamo in particolare alle formule (5.66), (5.70) e (5.73), che
danno il campo elettrico, il campo magnetico e il tensore energia–impulso in termini del
solo potenziale vettore spaziale,

E = −
˙

A + (n
˙

A ) n = n (n
˙

A), (5.77)

B = n

E, n

E = 0, (5.78)
T
µν
em
= n
µ
n
ν
(
˙
A
i
˙
A
j
) Λ
ij
= n
µ
n
ν
[

E[
2
, Λ
ij
≡ δ
ij
−n
i
n
j
. (5.79)
Insistiamo su questo punto perch´e, come vedremo, l’analisi energetica di quasi tutti i fe-
nomeni di radiazione non richiede la conoscenza del potenziale vettore esatto, ma soltanto
la conoscenza della sua forma asintotica nella zona delle onde. Per quest’ultima potremo
allora usare le formule molto semplici scritte sopra, e l’analisi energetica risulter`a cos`ı
notevolmente semplificata.
5.3.2 Onde piane ed elicit`a
In questo paragrafo analizzeremo una propriet`a caratteristica delle onde piane, che viene
chiamata elicit`a. Questo concetto riveste un ruolo significativo per la sua connessione
con un’altra grandezza fisica, che gioca invece un ruolo fondamentale nella descrizione
quantistica di un’onda, ovvero lo spin
20
. Pi` u precisamente, si pu`o far vedere che l’elicit`a
di un’onda piana corrisponde esattamente allo spin delle particelle che la rappresentano
a livello quantistico. Per chiarire meglio il significato di questo concetto metteremo a
confronto onde scalari, onde elettromagnetiche e onde gravitazionali.
Riportiamo dunque la forme delle onde piane rispettivamente nei tre casi,
ϕ(x) = ε(

k) e
ikx
+ c.c., (5.80)
A
µ
(x) = ε
µ
(

k) e
ikx
+ c.c., k
µ
ε
µ
= 0, ε
µ
≈ ε
µ
+ λk
µ
, (5.81)
h
µν
(x) = ε
µν
(

k) e
ikx
+ c.c., k
µ
ε
µν
=
1
2
k
ν
ε
µ
µ
, ε
µν
≈ ε
µν
+ λ
µ
k
ν
+ λ
ν
k
µ
. (5.82)
20
Il termine “elicit`a” viene talvolta usato anche a livello quantistico. In quel caso si intende la proiezione
dello spin di una particella priva di massa lungo la sua direzione di propagazione.
139
Onde gravitazionali. Per le onde gravitazionali abbiamo riportato le previsioni fatte
dalla Relativit`a Generale. In uno spazio–tempo curvo la forma dell’intervallo si generalizza
a,
ds
2
= dx
µ
dx
ν
η
µν
→ ds
2
= dx
µ
dx
ν
g
µν
(x),
dove il tensore simmetrico g
µν
(x) rappresenta la “metrica” del continuo spazio–temporale.
Se la si scrive come,
g
µν
(x) = η
µν
+ h
µν
(x),
allora il campo gravitazionale `e rappresentato dal tensore doppio simmetrico h
µν
. Questo
campo descrive dunque lo scostamento della metrica di uno spazio–tempo curvo dalla
metrica “piatta” η
µν
. Si pu`o poi vedere che nell’approssimazione di campi gravitazionali
deboli, ovvero per,
[h
µν
[ <1,
le equazioni di Einstein ammettono come soluzioni le onde piane date nella (5.82). In
questo caso il tensore di polarizzazione ε
µν
`e simmetrico, ed `e soggetto alle condizioni di
gauge–fixing e di invarianza di gauge residua, riportate in formula. In questo caso si hanno
quattro parametri di gauge, λ
µ
, ed `e immediatamente verificare che le trasformazioni di
gauge residua preservano la condizione di gauge–fixing. Grazie a k
2
= 0, vale infatti,
k
µ

µν
+ λ
µ
k
ν
+ λ
ν
k
µ
) =
1
2
k
ν

µ
µ

µ
k
µ
+ λ
µ
k
µ
), ∀ λ
µ
.
Anche le onde gravitazionali viaggiano con la velocit`a della luce. Per determinare il
numero di gradi di libert`a associati a queste onde osserviamo innanzitutto che il tensore
ε
µν
, essendo simmetrico, ha dieci componenti indipendenti. Abbiamo quattro condizioni
di gauge–fixing, e quattro trasformazioni di gauge residua, rappresentate dal vettore λ
µ
.
Le onde gravitazionali sono quindi caratterizzate da 10 − 4 − 4 = 2 gradi di libert`a –
esattamente come le onde elettromagnetiche. Dal punto di vista cinematico l’unica cosa
che le distingue dalle onde elettromagnetiche – in ultima analisi – `e l’elicit`a.
Elicit`a. Il concetto di elicit`a `e legato alle propriet`a di trasformazione dei tensori di
polarizzazione ε(

k), ε
µ
(

k), ε
µν
(

k), sotto una certa classe di rotazioni tridimensionali. Ri-
cordiamo che sotto una generica trasformazione di Lorentz Λ
µ
ν
questi tensori sono soggetti
140
a leggi di trasformazione ben definite,
ε
t
(

k
t
) = ε(

k), ε

(

k
t
) = Λ
µ
ν
ε
ν
(

k), ε
tµν
(

k
t
) = Λ
µ
α
Λ
ν
β
ε
αβ
(

k), (5.83)
dove,
k

= Λ
µ
ν
k
ν
.
Ricordiamo che k
0
= ω = [

k[, in quanto k
2
= 0. Consideriamo ora un generico vettore
d’onda

k, che teniamo fisso in tutta l’analisi che segue. Una generica onda piana `e allora
completamente caratterizzata dal suo tensore di polarizzazione, soggetto alla rispettiva
condizione di gauge–fixing. Chiamiamo V
i
(i = 1, 2, 3) lo spazio vettoriale lineare comples-
so dei tensori di polarizzazione in ciascuno dei tre casi, vincolati dalle rispettive condizioni
di gauge–fixing. Le dimensioni d
i
di questi spazi sono allora,
d
1
= 1, d
2
= 4 −1 = 3, d
3
= 10 −4 = 6.
Definiamo ora il sottogruppo G del gruppo di Lorentz, costituito dalle rotazioni spaziali
di un generico angolo ϑ attorno alla direzione di

k. G costituisce un sottogruppo di Lie
abeliano ad un solo parametro in quanto, se indichiamo il suo generico elemento con
Λ
µ
ν
(ϑ), abbiamo,
Λ
µ
ν

1

ν
ρ

2
) = Λ
µ
ρ

1
+ ϑ
2
).
Per trasformazioni di questo tipo

k resta ovviamente invariante,
k

= Λ
µ
ν
(ϑ) k
ν
= k
µ
.
Nelle (5.83) trasformano allora solo i tensori di polarizzazione, ma non i loro argomenti. Di
conseguenza le polarizzazioni trasformate continuano a soddisfare le condizioni di gauge–
fixing indicate in (5.80)–(5.82), con lo stesso k
µ
. Concludiamo quindi che ciascuno spazio
vettoriale V
i
`e sede di una rappresentazione di G – in generale riducibile. Ma secondo
un noto teorema della teoria dei gruppi, le rappresentazioni complesse irriducibili del
gruppo G sono tutte unidimensionali, con sede i numeri complessi c ∈ C, e in ogni
rappresentazione irriducibile il gruppo agisce secondo,
c →c
t
= e
i hϑ
c, (5.84)
141
per un qualche numero reale h.
Deve allora essere possibile decomporre lo spazio vettoriale V
i
delle polarizzazioni in d
i
sottospazi unidimensionali, sedi di rappresentazioni irriducibili di G del tipo (5.84). Ogni
sottospazio rappresenta cos`ı un grado di libert`a – fisico o non fisico – e la polarizzazione
c associata trasforma per una rotazione attorno a

k secondo la (5.84). A ciascuno dei
gradi di libert`a dell’onda piana, classificati in questo modo, resta quindi associato in modo
univoco un numero reale h – che viene chiamato elicit`a.
Il fatto importante `e che si pu`o dimostrare che a un grado di libert`a con elicit`a h, a
livello quantistico corrisponde una particella di spin h.
Per eseguire esplicitamente la decomposizione in rappresentazioni irriducibili in ciascu-
no dei tre casi, `e conveniente scegliere come asse z la direzione di

k, sicch´e k
µ
= (ω, 0, 0, ω).
La matrice Λ
µ
ν
(ϑ) `e allora la matrice di rotazione di un angolo ϑ attorno all’asse z,
Λ
µ
ν
(ϑ) =

¸
¸
¸
1
0
0
0
0
cos ϑ
−senϑ
0
0
senϑ
cos ϑ
0
0
0
0
1

. (5.85)
Per ridurre le rappresentazioni di G date in (5.83) in rappresentazioni unidimensionali,
occorre trovare opportune combinazioni lineari c delle componenti dei tensori di pola-
rizzazione, tali che per esse le trasformazioni (5.83) assumano la forma diagonale (5.84).
Eseguiamo ora questa riduzione in ciascuno dei tre casi.
Onde scalari. Per le onde scalari abbiamo d
1
= 1. Per qualsiasi trasformazione di Lo-
rentz, e quindi anche per la trasformazione Λ
µ
ν
(ϑ), abbiamo ε
t
= ε. La rappresentazione
`e gi`a unidimensionale e vale la (5.84) con c = ε, e h = 0. Le onde scalari corrispondono
quindi a un solo grado di libert`a fisico, di elicit`a zero.
Onde elettromagnetiche. Per queste onde abbiamo d
2
= 3. Per via del gauge–fixing
k
µ
ε
µ
= 0 il vettore ε
µ
ha infatti tre componenti indipendenti: le due polarizzazioni fisiche
trasverse ε
1
e ε
2
, e la componente non fisica longitudinale ε
3
= ε
0
. Esplicitando la
trasformazione ε

= Λ
µ
ν
(ϑ) ε
ν
, si ottiene,
ε
t0
= ε
0
,
ε
t1
= cos ϑε
1
+ senϑε
2
,
ε
t2
= −senϑε
1
+ cos ϑε
2
,
142
ε
t3
= ε
3
.
Riconosciamo quindi che la componente longitudinale porta elicit`a zero. Le combinazioni
lineari delle componenti trasverse che diagonalizzano la trasformazione, sono invece date
da,
c
±
= ε
1
∓iε
2
.
Infatti,
c
t

= ε
t1
+ iε
t2
= cos ϑε
1
+ senϑε
2
+ i (−senϑε
1
+ cos ϑε
2
) = e
−iϑ
c

,
e analogamente per c
+
. Risulta quindi,
c
t
±
= e
±i ϑ
c
±
.
Concludiamo che un’onda elettromagnetica contiene uno stato di polarizzazione non fisico,
di elicit`a zero, e due stati di polarizzazione fisici, di elicit`a h = ±1. Si pu`o poi vedere,
vedi problema 5.5, che questi due stati corrispondono a onde elettromagnetiche polarizzate
circolarmente – rispettivamente in senso orario e antiorario.
Onde gravitazionali. Nel caso dell’onda gravitazionale il tensore di polarizzazione ε
µν
,
per via del gauge–fixing,
k
µ
ε
µν
=
1
2
k
ν
ε
µ
µ
, (5.86)
ha d
3
= 6 componenti indipendenti, di cui due fisici e quattro non fisici. Per brevit`a in
questo caso ci occupiamo solo delle due componenti fisiche. Per individuarle facciamo
notare che le componenti 0µ di ε
µν
possono essere eliminate con una trasformazione di
gauge residua,
ε
t0µ
= ε

+ λ
0
k
µ
+ λ
µ
ω = 0.
`
E sufficiente scegliere,
λ
0
= −
1

ε
00
, λ
i
=
1
ω

1
2
n
i
ε
00
−ε
0i

.
Una volta posto ε

= 0, le condizioni (5.86) per ν = 0 implicano,
ε
µ
µ
= −ε
ii
= 0, (5.87)
143
e per ν = i esse si riducono allora a,
k
µ
ε
µi
= −k
j
ε
ji
= 0.
Dato che abbiamo scelto

k = (0, 0, ω), si ottiene quindi che anche ε

= 0. La (5.87) d`a
allora,
ε
11
+ ε
22
= 0.
Concludiamo cos`ı che possiamo annullare tutte le componenti di ε
µν
, tranne,
ε
12
= ε
21
, e ε
11
= −ε
22
.
ε
12
e ε
11
rappresentano allora le due polarizzazioni fisiche indipendenti. Si noti in par-
ticolare che esse sono invarianti sotto le trasformazioni residue di (5.82), perch´e k
µ
non
ha componenti lungo le direzioni x e y. Per una rotazione attorno all’asse z queste
componenti si trasformano secondo,
ε
tµν
= Λ
µ
α
(ϑ)Λ
ν
β
(ϑ) ε
αβ
,
ed esplicitando si trova,
ε
t11
= Λ
1
1
(ϑ)Λ
1
1
(ϑ)ε
11
+ 2Λ
1
2
(ϑ)Λ
1
1
(ϑ)ε
12
+ Λ
1
2
(ϑ)Λ
1
2
(ϑ)ε
22
= cos
2
ϑε
11
+ 2 senϑcos ϑε
12
−sen
2
ϑε
11
= cos 2ϑε
11
+sen2ϑε
12
.
E analogamente,
ε
t12
= −sen2ϑε
11
+ cos 2ϑε
12
.
Come per le onde elettromagnetiche queste trasformazioni si diagonalizzano ponendo,
c
±
= ε
11
∓ iε
12
.
Ma ora risulta,
c
t
±
= e
±2i ϑ
c
±
.
Le due polarizzazioni fisiche contenute in un’onda gravitazionale hanno quindi elicit`a
h = ±2. A livello classico le onde elettromagnetiche e le onde gravitazionali hanno dunque
144
in comune la velocit`a di propagazione e il numero di gradi di libert`a, ma si distinguono
per l’elicit`a.
Possiamo quindi concludere che a livello quantistico un campo scalare, la cui dinamica
discenda dalla lagrangiana (5.21), corrisponder`a a una particella priva di massa e di
spin, che il campo elettromagnetico sar`a composto da particelle prive di massa di spin
±1, i fotoni, mentre il campo gravitazionale, supposto che esista una teoria quantistica
consistente dell’interazione gravitazionale, sar`a composto da particelle prive di massa di
spin ±2, i gravitoni.
Basi diverse di soluzioni. In questa sezione abbiamo studiato una particolare base
completa di soluzioni dell’equazione di Maxwell nel vuoto, le onde piane, e ne abbiamo
analizzato le propriet`a pi´ u salienti. Ne menzioniamo ora un’altra, non meno significativa
e forse la pi` u caratteristica: per trasformazioni di Lorentz ogni suo elemento va in un altro
elemento della stessa base. Detto in altre parole, sotto trasformazioni di Lorentz l’onda
piana (5.61) resta un’onda piana.
Tuttavia `e chiaro che la base delle onde piane, pur essendo di particolare rilevanza,
non `e l’unica base di interesse fisico. Un altro importante sistema completo di soluzioni
`e costituito dalle cosiddette onde sferiche, sistema che risulta molto utile nello sviluppo
sistematico della radiazione in multipoli. Non ci occuperemo in dettaglio di questo si-
stema di soluzioni, perch´e avremo bisogno dello sviluppo in multipoli solo nel limite non
relativistico, dove sar`a sufficiente tenere conto dei termini di dipolo e di quadrupolo. Si
vedano tuttavia i paragrafi 9.6 e 9.7 del testo di J.D. Jackson
21
.
5.3.3 Onde elettromagnetiche e invarianza di gauge manifesta
Abbiamo visto che l’introduzione del potenziale vettore risulta inevitabile se si vuole
basare l’Elettrodinamica su un principio variazionale, il quale costituisce a sua volta il
punto di partenza indispensabile per la quantizzazione della teoria. D’altra parte il difetto
principale delle procedure che coinvolgono il campo di gauge – e non direttamente il campo
elettromagnetico – `e la mancanza dell’invarianza di gauge manifesta, sicch´e l’assenza di
gradi di libert`a non fisici in linea di principio deve essere controllata di volta in volta.
21
J.D. Jackson, Classical Electrodynamics, 3
a
edizione, Wiley & Sons, New York, 1998.
145
In realt`a nell’ambito dell’Elettrodinamica classica l’introduzione del potenziale vettore
costituisce solo un fatto di convenienza, in quanto pu`o rendere pi` u agevole lo studio di certi
fenomeni. Abbbiamo visto, per esempio, che l’introduzione del potenziale vettore, insieme
all’uso della trasformata di Fourier, ci ha permesso di risolvere agevolmente l’equazione di
Maxwell nel vuoto – salvo di controllare poi alla fine l’invarianza di gauge della procedura.
Rimarchiamo, tuttavia, che l’intera Elettrodinamica classica pu`o essere analizzata an-
che senza mai nominare il potenziale vettore A
µ
, ma usando solo il campo elettromagnetico
F
µν
, con i pregi evidenti che in questo modo non si introducono mai elementi non–fisici e
che l’invarianza di gauge `e manifesta. Per illustrare le tecniche che si usano e le difficolt`a
che si incontrano in questo framework alternativo, in questo paragrafo risolviamo di nuovo
le equazioni di Maxwell nel vuoto – utilizzando solo il campo elettromagnetico.
In questa ottica alternativa dobbiamo riconsiderare oltre all’equazione di Maxwell
anche l’identit`a di Bianchi, e il sistema da risolvere `e allora,

µ
F
µν
= 0, (5.88)


F
νρ]
=
1
3
(∂
µ
F
νρ
+∂
ν
F
ρµ
+ ∂
ρ
F
µν
) = 0. (5.89)
Come primo passo della soluzione dimostriamo che tutte le componenti del campo elettro-
magnetico devono soddisfare l’equazione delle onde. Per fare vedere questo `e sufficiente
applicare all’identit`a di Bianchi l’operatore ∂
µ
. Risulta,
2F
νρ
+ ∂
ν

µ
F
ρµ
+ ∂
ρ

µ
F
µν
= 0.
Grazie alla (5.88) il secondo e il terzo termine di questa equazione sono nulli, e si ottiene
effettivamente,
2F
µν
= 0. (5.90)
Facciamo per`o notare che questa equazione segue dalle (5.88), (5.89), ma non le implica.
Con l’esperienza accumulata finora `e comunque immediato scrivere la soluzione generale
della (5.90),
F
µν
=
1
(2π)
2

d
3
k

e
ikx
f
µν
(

k) + c.c.

, (5.91)
dove f
µν
(

k) per il momento `e un arbitrario tensore complesso antisimmetrico, e ricordiamo
che k
2
= 0. A questo punto cerchiamo di capire per quali f
µν
l’espressione appena scritta
146
soddisfa anche le (5.88), (5.89). Calcoliamo allora,

ρ
F
µν
=
i
(2π)
2

d
3
k

e
ikx
k
ρ
f
µν
(

k) + c.c.

,
dove abbiamo portato la derivata sotto il segno di integrale e derivato l’esponenziale.
L’equazione di Maxwell e l’identiti`a di Bianchi equivalgono quindi rispettivamente alle
equazioni algebriche,
k
µ
f
µν
= 0, (5.92)
k

f
νρ]
= 0. (5.93)
Non `e difficile convincersi che la soluzione generale della seconda `e,
f
µν
= k
µ
β
ν
−k
ν
β
µ
, (5.94)
per qualche vettore complesso β
µ
, e che la prima allora implica che,
k
µ
β
µ
= 0. (5.95)
D’altra parte si vede anche subito che non tutti i vettori β
µ
danno luogo a soluzioni
diverse. Infatti, i vettori β
µ
e β
µ
+ λk
µ
soddisfano entrambi la (5.95), ma danno luogo
allo stesso f
µν
.
`
E allora immediato vedere che le soluzioni (5.91), con f
µν
dato dalle (5.94) e (5.95),
combaciano perfettamente con le soluzioni (5.58) trovate usando il potenziale vettore –
previa l’identificazione,
β
µ
= i ε
µ
.
Problema di Cauchy. Analizziamo ora brevemente il problema alle condizioni iniziali
per il campo elettromagnetico. In realt`a, data la (5.90) e visti gli sviluppi del paragrafo
5.2.1, sappiamo gi`a come si scrive F
µν
in funzione dei valori del campo all’istante inziale,
vedi (5.41),
F
µν
(x) =

d
3
y [D(t, x −y) ∂
0
F
µν
(0, y) + ∂
0
D(t, x −y) F
µν
(0, y)] . (5.96)
D’altra parte, le derivate temporali ∂
0
F
µν
(0, y) all’istante iniziale sono determinati dai
valori iniziali degli stessi campi F
µν
(0, y), attraverso le (5.88) e (5.89). Risultano infatti
le solite relazioni,

0

E =



B, ∂
0

B = −



E.
147
Valutandole a t = 0 e inserendole nella (5.96) si ottiene allora,

E(x) =

d
3
y

D(t, x −y)



B(0, y) + ∂
0
D(t, x −y)

E(0, y)

, (5.97)

B(x) =

d
3
y

−D(t, x −y)



E(0, y) + ∂
0
D(t, x −y)

B(0, y)

. (5.98)
A questo punto `e un semplice esercizio verificare che queste espressioni soddisfano in effetti
le (5.88) e (5.89) per ogni t, purch´e i dati iniziali soddisfino i vincoli di fisicit`a,



E(0, x) = 0 =



B(0, x).
Vediamo di nuovo che solo quattro campi iniziali possono essere scelti in modo arbitrario,
per esempio,
E
1
(0, x), E
2
(0, x), B
1
(0, x), B
2
(0, x), (5.99)
a conferma del fatto che il campo elettromagnetico corrisponde a due gradi di libert`a del
secondo ordine.
Covarianza. Concludiamo questo paragrafo con una breve analisi delle propriet`a strut-
turali delle formule risolutive (5.96)–(5.98); in particolare vogliamo fare vedere come si
pu`o rendere la (5.96) manifestamente Lorentz–covariante. Riprendiamo la forma esplicita
del kernel antisimmetrico (5.43),
D(x) =
1
4π[x[
[δ(t −[x[) −δ(t +[x[)] =
1

ε(t) δ(x
2
), (5.100)
e facciamo vedere che esso `e invariante sotto trasformazioni di Lorentz proprie x
µ

Λ
µ
ν
x
ν
,
D(Λx) = D(x), Λ ∈ SO(1, 3)
c
. (5.101)
Dato che il fattore δ(x
2
) `e manifestamente invariante, per dimostrare la (5.101) `e sufficiente
fare vedere che ε(t) – il segno di t – `e invariante sotto trasformazioni di Lorentz proprie,
se x
µ
`e di tipo tempo o nullo,
x
2
= t
2
−[x[
2
≥ 0, ovvero [t[ > [x[. (5.102)
Per fare vedere questo notiamo che per Λ ∈ SO(1, 3)
c
abbiamo Λ
0
0
≥ 1, e che la condizione
Λ
µ
α
Λ
ν
β
η
αβ
= η
µν
, per µ = ν = 0, implica,

0
0
)
2
= 1 +[

L[
2
, L
i
≡ Λ
0
i
. (5.103)
148
Per il tempo trasformato abbiamo allora,
t
t
= Λ
0
0
t + Λ
0
i
x
i
= Λ
0
0
t +

L x = Λ
0
0

t +

L x
Λ
0
0

.
Siccome le (5.102), (5.103) implicano,

L x
Λ
0
0


[

L[ [x[

1 +[

L[
2
≤ [t[,
abbiamo dunque che il segno di t
t
uguaglia quello di t.
Invarianza relativistica dei coni luce. Con l’analisi appena svolta abbiamo in partico-
lare dimostrato che il “cono luce futuro” e il “cono luce passato”, ovvero, gli insiemi di
quadrivettori,
L
+
= ¦V
µ
∈ R
4
/V
2
≥ 0, V
0
> 0¦, L

= ¦V
µ
∈ R
4
/V
2
≥ 0, V
0
< 0¦,
sono invarianti sotto trasformazioni di Lorentz proprie. Useremo queste propriet`a nel
prossimo capitolo.
Data la (5.101) siamo ora in grado covariantizzare la (5.96), generalizzandola al caso
in cui i valori “iniziali” dei campi sono dati su un’arbitrario iperpiano di tipo spazio Γ,
vedi paragrafo 3.2.1. Questi iperpiani sono caratterizzati da un vettore normale di tipo
tempo costante N
µ
, che possiamo normalizzare scegliendo N
µ
N
µ
= 1. Ricordiamo che
l’equazione di Γ `e,
N
µ
(x
µ
−x
µ
0
) = 0.
Se si assegnano i valori di F
µν
e della sua derivata normale N
ρ

ρ
F
µν
su Γ, allora la
versione covariante della (5.96) si scrive,
F
µν
(x) =

Γ

ρ
[D(x −y) ∂
ρ
F
µν
(y) + ∂
ρ
D(x −y) F
µν
(y)] , (5.104)
dove la misura dΣ
ρ
= N
ρ
d
3
λ `e stata definita nel paragrafo 3.2.1. Per verificare che la
(5.104) soddisfa le condizioni al bordo corrette, nonch´e l’equazione 2F
µν
= 0, occorro
usare le seguenti versioni covarianti delle propriet`a (5.44)–(5.46) del kernel,
2D = 0, (5.105)
D(x) = 0, per x
2
< 0 (5.106)

µ
D(x)[
N
ν
x
ν
=0
= N
µ


−∞
δ
4
(x −Nλ) dλ. (5.107)
149
Causalit`a. L’altra propriet`a importante del kernel consiste nel fatto che esso `e suppor-
tato sul (bordo del) cono luce, vale a dire `e diverso da zero solo per t = ±[x[. Questa
circostanza assicura che un generico campo elettromagnetico – e non solo le onde piane
– si propaga con la velocit`a della luce. Se supponiamo, per esempio, che i campi iniziali
(5.99) siano diversi da zero solo all’interno di una sfera di raggio L, allora nelle (5.97),
(5.98) l’integrale su y si restringe alla regione [y[ < L. Di conseguenza, in un generico
punto x all’esterno della sfera, a un istante t > 0 il campo sar`a diverso da zero solo se per
qualche [y[ < L si ha,
[x −y[ = t.
In x il primo segnale giunger`a quindi all’istante t = [x[ − L, mentre in tutti gli istanti
t < [x[ −L il campo elettromagnetico in x sar`a nullo.
Essendo invariante per trasformazioni di Lorentz, il kernel `e in particolare invariante
per rotazioni spaziali x →Rx, con R ∈ SO(3),
D(t, Rx) = D(t, x).
Da questo segue che il campo elettromagnetico si propaga localmente in modo isotropo
in tutte le direzioni, a conferma del principio di Huygens.
Inversione temporale. L’ultima caratteristica del kernel che facciamo notare `e che esso
cambia di segno per inversione temporale t →−t,
D(−t, x) = −D(t, x).
Vogliamo fare vedere che questa propriet`a `e intimamente legata con l’invarianza per
inversione temporale dell’equazione delle onde,
2ϕ =


2
0
−∇
2

ϕ = 0,
la quale resta appunto invariata se si sostituisce ∂
0
con −∂
0
. Ci`o comporta che se ϕ(t, x)
`e soluzione, allora `e soluzione anche la funzione,
¯ ϕ(t, x) ≡ ϕ(−t, x).
In particolare la soluzione ¯ ϕ `e univocamente determinata dalle condizioni iniziali,
¯ ϕ(0, x) = ϕ(0, x), ∂
0
¯ ϕ(0, x) = −∂
0
ϕ(0, x).
150
Scrivendo la (5.41) per ¯ ϕ si ottiene allora,
¯ ϕ(x) =

d
3
y [−D(t, x −y) ∂
0
ϕ(0, y) + ∂
0
D(t, x −y) ϕ(0, y)] .
D’altra parte ¯ ϕ pu`o essere anche ottenuta effettuando nella (5.41) la sostituzione t →−t,
¯ ϕ(x) =

d
3
y [D(−t, x −y) ∂
0
ϕ(0, y) −∂
0
D(−t, x −y) ϕ(0, y)] .
Si vede che affinch´e le due formule coincidano `e necessario e sufficiente che D sia fun-
zione antisimmetrica di t. Vediamo quindi che l’antisimmetria del kernel (5.100) `e – in
ultima analisi – una conseguenza dell’invarianza per inversione temporale delle equazio-
ni di Maxwell. Si pu`o vedere che la trasformazione t → −t costituisce, in realt`a, una
simmetria discreta esatta non solo dell’interazione elettromagnetica, ma anche di quelle
gravitazionale e forte, mentre `e violata dalle interazioni deboli.
Infine facciamo notare che l’invarianza per inversione temporale `e intrinseca anche alla
meccanica non relativistica, in quanto l’equazione di Newton,
m
d
2
x
dt
2
=

F = −

∇V (x),
`e invariante per t → −t, purch´e il potenziale non dipenda esplicitamente dal tempo. E
anche in questo caso ne consegue che se x(t) `e soluzione, allora lo `e anche x(−t).
5.4 Effetto Doppler relativistico
Nella sezione precedente abbiamo visto che nel passaggio da un sistema di riferimento a
un altro, un’onda piana elementare resta un’onda piana elementare, ma polarizzazione,
direzione di propagazione e frequenza cambiano. In questo paragrafo ci occuperemo in
particolare del cambiamento della frequenza. A questo scopo consideriamo una sorgente
che emette segnali luminosi monocromatici di frequenza “propria” – vale a dire quando
`e a riposo – ω
0
=

λ
0
, in tutte le direzioni. Vogliamo allora determinare la frequenza del
segnale, quando la sorgente si trova in moto rettilineo uniforme con velocit`a v.
Consideriamo allora il sistema di riferimento K

in cui la sorgente `e a riposo. In
K

la quadrivelocit`a della sorgente e il vettore d’onda quadridimensionale sono dati
rispettivamente da,
u
∗µ
= (1,

0), k
∗µ
= (ω
0
,

k
0
).
151
Nel sistema di riferimento K del laboratorio le analoghe quantit` a sono date da,
u
µ
=

1

1 −v
2
,
v

1 −v
2

, k
µ
= (ω,

k).
Se indichiamo l’angolo tra la direzione di propagazione dell’onda e la velocit`a della sorgente
– entrambe misurate in K – con α, possiamo sfruttare l’invarianza di Lorentz dello scalare
u k per ottenere,
ω
0
= u

µ
k
∗µ
= u
µ
k
µ
=
1

1 −v
2
(ω −ω v cos α).
Per frequenza e lunghezza d’onda nel sistema del laboratorio si ottiene allora,
ω =

1 −v
2
1 −v cos α
ω
0
, λ =
1 −v cos α

1 −v
2
λ
0
. (5.108)
Queste formule descrivono l’effetto Doppler relativistico.
Nei casi particolari in cui la sorgente che si avvicina (allontana) frontalmente abbiamo
α = 0 (α = π), e ripristinando la velocit`a della luce otteniamo,
λ =
1 ∓v/c

1 −v
2
/c
2
λ
0
. (5.109)
Questa formula pu`o essere confrontata con la formula dell’effetto Doppler non relativistico,
λ
n.r.
= (1 ∓v/v
p
) λ
0
,
dove v
p
rappresenta la velocit`a di propagazione del segnale. Si vede che se la sorgente si
muove con velocit`a v piccola rispetto alla velocit`a della luce, il risultato relativistico si
riduce formalmente a quello non relativistico, se si pone v
p
= c.
Redshift cosmologico. Concludiamo la sezione con un’applicazione importante dell’ef-
fetto Doppler relativistico, il cosiddetto redshift. Per sorgenti che si allontanano dall’osser-
vatore frontalmente, la (5.109) permette di ricavare la variazione relativa della lunghezza
d’onda,
z ≡
λ −λ
0
λ
0
=

1 + v/c
1 −v/c
−1 > 0. (5.110)
Le lunghezze d’onda aumentano dunque all’aumentare della velocit`a. Questo fenomeno
`e noto come “redshift”, in quanto le frequenze si abbassano e le righe spettrali si sposta-
no verso il rosso, ed `e di importanza fondamentale in cosmologia: attraverso un’analisi
152
sistematica del “redshift cosmologico” nella radiazione emessa dalle galassie, Hubble nel
1929 `e stato in grado di scoprire l’espansione dell’universo. Le galassie osservate da lui
avevano velocit`a piccole rispetto alla velocit`a della luce, dell’ordine di v ≈ 3.000km/s,
per cui l’aumento relativo delle lunghezze d’onda era piccolo. Sviluppando la (5.110) si
ottiene infatti,
z ≈
v
c
= 10
−2
.
Ma oggi sono note anche galassie con valori di z molto elevati. Per esempio, per la galassia
8C1435+635 nel 1994 si `e misurato il redshift z = 4.25, corrispondente a una velocit`a di
allontanamento pari a v = 0.93 c.
Per concludere notiamo che misure molto precise del redshift cosmologico nelle su-
pernovae di tipo Ia, effettuate di recente, hanno permesso di trarre conclusioni nuove e
rivoluzionarie sullo stato del nostro universo: da queste misure sappiamo, infatti, che
l’universo non solo `e in espansione, ma che sta accelerando. D’altra parte secondo la Re-
lativit`a Generale un universo che accelera esige necessariamente una costante cosmologica
diversa zero e positiva, circostanza che ha arricchito la cosmologia odierna di una serie di
problematiche nuove, tuttora irrisolte.
5.5 Problemi
5.1 In riferimento alla soluzione dell’equazione delle onde del paragrafo 5.2.1,
a) si dimostri che la (5.40) si pu`o riscrivere come in (5.41);
b) si dimostri che il kernel antisimmetrico D dato in (5.42) pu`o essere scritto come in
(5.43). [Sugg.: si passi dalla variabile d’integrazione

k in coordinate polari, e si sfrutti
l’invarianza per rotazioni per porre x = (0, 0, [x[). Infine si ricordi che la δ di Dirac
ammette la rappresentazione simbolica in trasformata di Fourier,
δ(x −a) =
1

e
ik(x−a)
dk.]
5.2 Supponendo che A
µ
(x) sia un campo vettoriale e che per una trasformazione di
Lorentz si abbia k

= Λ
µ
ν
k
ν
, si dimostri che anche la trasformata di Fourier,
´
A
µ
(k) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−ikx
A
µ
(x),
153
`e un campo vettoriale nella variabile k.
5.3 Utilizzando il gauge–fixing,
A
0
= 0,
si dimostri che l’equazione di Maxwell, ∂
µ
F
µν
= j
ν
, propaga due gradi di libert`a fisici. Si
adotti la seguente strategia:
a) si impongano condizioni iniziali per A
1
e A
2
e le loro derivate temporali, a t = 0;
b) si determini la forma delle trasformazioni di gauge residue;
c) imponendo l’equazione G
0
≡ ∂
µ
F
µ0
−j
0
= 0 a t = 0, e utilizzando le trasformazioni di
gauge residue, si fissino le condizioni iniziali per A
3
e ∂
0
A
3
a t = 0.
5.4 Partendo dalla (5.58) si deducano le espressioni generali per i campi elettrico e
magnetico nel vuoto,

E(t, x) =
1
2(2π)
2

d
3
k

i e
ikx
[(n ε) n −ε] + c.c.

,

B(t, x) =
1
2(2π)
2

d
3
k

i e
ikx
[ε n] + c.c.

.
a) Si verifichi che questi campi soddisfano le equazioni di Maxwell nel vuoto (2.28)–(2.31),
nonch´e le equazioni delle onde,
2

E = 0 = 2

B.
b) Noti i campi iniziali

E(0, x) e

B(0, x), si determini il campo vettoriale tridimensionale,

V (

k) ≡ ε −(n ε) n,
e quindi

E e

B ad ogni t. [Sugg.: si veda il paragrafo 5.2.1.]
c) Il campo ε(

k) `e univocamente determinato?
5.5 Si consideri un’onda piana elementare propagantesi lungo l’asse z, con vettore d’onda
k
µ
= (ω, 0, 0, ω), e polarizzazione ε
µ
= (ε
0
, ε
1
, ε
2
, ε
0
) generica,
A
µ
(x) = ε
µ
e
ikx
+ c.c.
a) Si determinino esplicitamente i campi

E(t, x) e

B(t, x) e si verifichi che essi sono
gauge–invarianti, ovvero indipendenti da ε
0
, e che soddisfano le condizioni di trasversalit`a
154
E
3
= 0 = B
3
.
b) Nel piano trasverso (x, y) si definisca il campo elettrico complesso E ≡ E
1
+ iE
2
. Si
dimostri che risulta,
E = −i ω

c

e
ikx
−c

+
e
−ikx

, (5.111)
dove c
±
sono gli “autostati” di elicit`a: c
±
= ε
1
∓iε
2
.
c) Si verifichi che per c

= 0 (c
+
= 0) la punta del campo elettrico descrive un’elica
percorsa in senso orario, di “elicit`a” positiva, (antiorario, di “elicit`a” negativa), corri-
spondente a polarizzazione circolare lungo la direzione del moto (in direzione opposta al
moto). La soluzione generale (5.111) corrisponde quindi a una generica sovrapposizione
dei due stati di polarizzazione circolare.
d) Se ε
µ
`e reale si ha c


= c
+
. Si verifichi che in questo caso l’onda risulta polarizzata
linearmente, ovvero, che

E ha direzione costante.
5.6 Si dimostri che il tensore energia impulso associato all’onda elettromagnetica ele-
mentare (5.61), mediato su scale temporali grandi rispetto al periodo `e dato da,
'T
µν
em
` = −2 k
µ
k
ν
ε
∗α
ε
α
.
Si dimostri che vale 'T
00
em
` ≥ 0.
5.7 Si consideri l’onda scalare “sferica”,
ϕ(t, x) =
1
r
G(t −r), r ≡ [x[,
dove G `e una funzione arbitraria.
a) Si dimostri che ϕ soddisfa l’equazione delle onde 2ϕ = 0, in ogni regione spaziale che
non contiene il punto x = 0. [Sugg.: pu`o essere utile scrivere il Laplaciano in coordinate
polari,

2
=
1
r


∂r

2
r +
1
r
2
L
2
,
dove L
2
`e un operatore differenziale che coinvolge solo gli angoli.]
b) Si spieghi perch´e ϕ non `e soluzione dell’equazione delle onde in tutto lo spazio, e se ne
dia un’interpretazione fisica.
155
5.8 Si consideri l’equazione delle onde in una dimensione spaziale,


2
t
−∂
2
x

ϕ(x, t) = 0.
Utilizzando la tecnica della trasformata di Fourier si dimostri che la soluzione generale di
questa equazione si pu`o scrivere come,
ϕ(t, x) = f(x −t) + g(x + t),
con f e g funzioni arbitrarie.
156
6 Generazione di campi elettromagnetici
Nel capitolo precedente abbiamo determinato la forma di un generico campo di radiazione,
ovverosia di un campo elettromagnetico che soddisfa l’equazione di Maxwell in assenza
di sorgenti. Abbiamo trovato che questo campo consiste di una sovrapposizione lineare
di onde piane, monocromatiche e trasverse, che si propagano con la velocit`a della luce,
le onde elettromagnetiche. In questo capitolo affronteremo un altro problema centrale
dell’Elettrodinamica classica: la determinazione del campo elettromagnetico generato da
un’arbitraria distribuzione di cariche in movimento. Risolveremo, infatti, l’equazione di
Maxwell in presenza di una generica quadricorrente j
µ
conservata. Scopo ultimo di questo
capitolo `e la derivazione di formule esplicite per i campi elettrico e magnetico, creati da
una singola particella carica in moto arbitrario. Questi campi rivestono a loro volta un
ruolo cruciale in Elettrodinamica classica, e portano i nomi dei loro scopritori, Lienard
(1898), e Wiechert (1900).
In presenza di correnti il campo elettromagnetico deve soddisfare le equazioni,

µ
F
µν
= j
ν
, F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
,
ovverosia, in gauge di Lorentz,
2A
µ
= j
µ
, (6.1)

µ
A
µ
= 0. (6.2)
Queste equazioni sono lineari in A
µ
, ma non omogenee. La soluzione generale si potr`a
quindi scrivere come somma di una soluzione particolare A
µ
ret
, e della soluzione generale
A
µ
in
del sistema omogeneo associato,
A
µ
= A
µ
ret
+ A
µ
in
. (6.3)
Il potenziale A
µ
in
`e dunque la soluzione generale del sistema,
2A
µ
in
= 0, ∂
µ
A
µ
in
= 0,
che corrisponde a un campo di Maxwell libero. Dal capitolo precedente sappiamo allora
che A
µ
in
`e una generica sovrapposizione di onde elettromagnetiche piane – un generico
campo di radiazione – che gioca il ruolo di un campo esterno “entrante dall’infinito”.
157
Il “potenziale ritardato” A
µ
ret
rappresenta invece il campo generato causalmente dalla
corrente j
µ
, secondo le equazioni (6.1) e (6.2), della cui soluzione ci occuperemo nelle
prossime sezioni. Siccome nel resto di questo capitolo ignoreremo il campo di radiazione,
indicheremo A
µ
ret
semplicemente con A
µ
.
I pedici in e ret significano rispettivamente incoming e retarded. Questa nomenclatura
deriva dal fatto che convenzionalmente la radiazione A
µ
in
, che si sovrappone al potenziale
ritardato (fisico) A
µ
ret
, viene considerata entrante dall’infinito. Per completezza menzio-
niamo che la soluzione (6.3) pu`o essere scritta formalmente anche in termini del cosiddetto
potenziale avanzato (non fisico) A
µ
adv
, vedi sezione 6.2,
A
µ
= A
µ
adv
+ A
µ
out
.
La radiazione sovrapposta ad A
µ
adv
viene considerata uscente verso l’infinito, outgoing, e
indicata con A
µ
out
. I potenziali A
µ
adv
e A
µ
out
hanno una certa rilevanza nella teoria dello
scattering, ma noi non ce ne serviremo. Questa nomenclatura diventer` a comunque pi` u
trasparente, quando avremo risolto l’equazione di Maxwell.
Una tecnica efficace per risolvere equazioni differenziali alle derivate parziali del tipo
(6.1), `e costituita dal cosiddetto “metodo della funzione di Green”. Prima di applicare
questo metodo alla soluzione della (6.1), nella prossima sezione lo illustriamo nel caso
di un’equazione pi` u semplice, ma fisicamente rilevante, ovvero, quello dell’equazione di
Poisson.
6.1 Il metodo della funzione di Green: equazione di Poisson
Consideriamo l’equazione di Poisson in tre dimensioni spaziali,
−∇
2
F(x) = ϕ(x), (6.4)
nell’incognita F. Per definitezza assumiamo che sia,
F ∈ o
t
(R
3
), ϕ ∈ o(R
3
),
ma vedremo che le soluzioni che troveremo saranno valide sotto ipotesi meno restrittive.
Se interpretiamo F come il potenziale elettrico A
0
, e ϕ come la densit`a di carica j
0
, allora
158
la (6.4) si identifica con l’equazione fondamentale dell’Elettrostatica. Ispirati da questa
interpretazione aggiungiamo allora la richiesta ulteriore che ϕ sia a supporto compatto,
ϕ(x) = 0, per [x[ > R.
Corrispondentemente imponiamo la condizione “fisica” che F si annulli all’infinito,
lim
[x[→∞
F(x) = 0. (6.5)
Vedremo, infatti, che con questa condizione asintotica l’equazione di Poisson ammetter`a
soluzione unica. Per completezza ricordiamo che in generale non ha senso imporre una
condizione asintotica, come la (6.5), a una distribuzione. Tuttavia, vedremo che per
un’ampia classe di “funzioni” ϕ, non necessariamente appartenenti ad o, le soluzioni
della (6.4) sono rappresentate da funzioni, di classe C

al di fuori di un compatto di R
3
.
Per tali ϕ la (6.5) `e quindi ben posta. Esempi ne sono le ϕ corrispondenti alla densit`a di
carica associata a un numero finito di cariche puntiformi statiche,
ϕ(x) =
N
¸
r=1
e
r
δ
3
(x −y
r
), (6.6)
che appartengono ad o
t
, ma non ad o.
Discuteremo comunque la soluzione generale dell’equazione di Poisson – indipenden-
temente dalla validit`a della (6.5) – alla fine di questa sezione.
6.1.1 Una soluzione particolare
Siccome l’equazione di Poisson `e un’equazione lineare non omogenea, la sua soluzio-
ne generale `e data da una soluzione particolare, sovrappposta alla soluzione generale
dell’equazione omogenea associata, ovvero, dell’equazione di Laplace,

2
F = 0.
Ovviamente la soluzione particolare non `e unica, ma possiamo circoscriverla attraverso
qualche richiesta aggiuntiva. Osserviamo che la (6.4) `e “congiuntamente lineare” in F e
ϕ, nel senso che una soluzione particolare relativa alla densit`a di carica ϕ
1

2
, pu`o essere
ottenuta sommando le soluzioni individuali F
1
e F
2
. Lasciando per il momento da parte le
159
propriet`a di regolarit`a delle grandezze coinvolte, possiamo allora avanzare l’ipotesi che il
valore di F in x dipende linearmente dai valori che ϕ assume in tutti i punti dello spazio,
ovvero, che per ogni x fissato il numero F(x) definisca “un funzionale lineare e continuo”
f
x
, sullo spazio delle ϕ,
F(x) = f
x
(ϕ).
In notazione simbolica avremo allora,
F(x) =

d
3
y f
x
(y) ϕ(y) ≡

d
3
y g(x, y) ϕ(y), (6.7)
per qualche funzione incognita di due variabili g(x, y). Possiamo vincolare la forma di
questa funzione se adottiamo l’interpretazione elettrostatica della (6.4), e invochiamo il
gruppo di simmetria dello spazio tridimensionale vuoto, ovvero, le rototraslazioni,
x →x
t
= Rx +a, R ∈ SO(3), a ∈ R
3
.
In un altro sistema di riferimento la (6.7) diventa infatti
22
,
F
t
(x
t
) =

d
3
y
t
g(x
t
, y
t
) ϕ
t
(y
t
).
Sotto queste trasformazioni il potenziale elettrico e la densit`a di carica siano invarianti,
F
t
(x
t
) = F(x), ϕ
t
(x
t
) = ϕ(x),
e dato che d
3
y
t
= d
3
y, ne segue che deve essere,
g(x
t
, y
t
) = g(x, y),
per una qualsiasi rototraslazione. Scegliendo R = 1 e a = −y si ottiene allora,
g(x, y) = g(x −y, 0) ≡ g(x −y),
mentre l’invarianza per rotazioni impone poi che g(x) dipenda solo da [x[. La (6.7) si
riduce allora a,
F(x) =

d
3
y g(x −y) ϕ(y), g(x) = g([x[). (6.8)
22
Si noti che la funzione g deve essere indipendente dal sistema di riferimento, perch´e in caso contrario
un osservatore in un altro sistema di riferimento potrebbe accorgersi di essere stato rototraslato. In altre
parole, deve valere g(x

, y

) = g(x, y), e non g

(x

, y

) = g(x, y).
160
Ricordando la definizione della convoluzione, vedi paragrafo 2.3.2, si riconosce che questa
formula pu`o essere riscritta in modo compatto come,
F = g ∗ ϕ. (6.9)
Posta in questa forma la soluzione F apparterr`a effettivamente a o
t
, purch´e anche g
appartenga a o
t
. Ricordiamo, infatti, che la convoluzione tra una distribuzione e una
funzione di test definisce sempre una distribuzione.
La funzione di Green. Data la (6.8), l’equazione di Poisson si trasforma ora in un’e-
quazione per g,
−∇
2
F(x) = −

d
3
y ∇
2
g(x −y) ϕ(y) = ϕ(x).
Per l’arbitrariet`a della ϕ dovr` a dunque valere,
−∇
2
g(x −y) = δ
3
(x −y),
ovvero, pi` u semplicemente,
−∇
2
g(x) = δ
3
(x). (6.10)
Questa equazione identifica g come la funzione di Green associata all’equazione (6.4),
chiamata talvolta anche “propagatore”, o “kernel integrale” dell’equazione. Il metodo
della funzione di Green consiste nel risolvere esplicitamente l’equazione per il kernel (6.10),
e di scrivere la soluzione dell’equazione di partenza nella forma integrale (6.8). L’efficacia
del metodo risiede nel fatto che esso riconduce la soluzione della (6.4), che a priori dovrebbe
essere risolta per ogni ϕ separatamente, alla soluzione di una sola equazione: l’equazione
del kernel (6.10).
L’inverso del Laplaciano. La particolare forma della soluzione (6.9), (6.10) permette
di dare un’interpretazione alternativa a g. Infatti, come qualsiasi kernel integrale anche
g induce un operatore lineare O nello spazio delle funzioni su R
3
, definito da,
ϕ → Oϕ = g ∗ ϕ.
Alla luce dell’identit` a,
−∇
2
Oϕ = −∇
2
(g ∗ ϕ) = −(∇
2
g) ∗ ϕ = δ
3
∗ ϕ = ϕ,
161
l’operatore O costituisce un inverso dell’operatore −∇
2
. Per questo motivo si dice anche
che il kernel g “inverte il Laplaciano”, e formalmente si scrive,
1
−∇
2
= g.
Ci siamo dunque ricondotti alla soluzione del sistema,
−∇
2
g(x) = δ
3
(x), g(x) = g([x[), g ∈ o
t
. (6.11)
In realt`a conosciamo gi`a una soluzione di questo sistema, vedi (2.53),
g(x) =
1
4π[x[
. (6.12)
Ma essa `e anche unica, modulo l’aggiunta di una costante additiva. Infatti, come faremo
vedere sotto, l’equazione omogenea associata alla (6.11),

2
g = 0,
ammette come unica soluzione invariante per rotazioni la costante. Ma `e facile vedere che
l’addizione di una costante alla (6.12), porta a una F che non svanisce all’infinito.
Sostituendo la (6.12) nella (6.8) possiamo allora affermare che una soluzione particolare
dell’equazione di Poisson `e data da,
F(x) =
1

d
3
y
1
[x −y[
ϕ(y), (6.13)
espressione che riproduce correttamente il potenziale elettrico creato da una densit`a di
carica statica. Resta da verificare la validit` a della condizione asintotica (6.5). Per fare
questo valutiamo il limite,
lim
[x[→∞
[x[ F(x) =
1

lim
[x[→∞

d
3
y
[x[
[x −y[
ϕ(y) =
1

d
3
y ϕ(y) =
Q

,
dove Q `e la “carica” totale, finita, perch´e ϕ `e a supporto compatto. Asintoticamente F
va quindi a zero come,
F(x) ∼
Q
4π[x[
. (6.14)
Infine facciamo notare che la formula risolutiva (6.13), assieme all’andamento asintoti-
co (6.14), possono restare validi anche se ϕ non appartiene ad o, ma `e, per esempio, della
forma pi` u singolare (6.6). In questo caso la (6.13) si riduce infatti all’espressione nota,
F(x) =
¸
r
e
r
4π[x −y
r
[

¸
r
e
r
4π[x[
, per [x[ →∞.
162
6.1.2 Validit`a della soluzione e soluzione generale
Affrontiamo ora la questione della validit` a della soluzione (6.13), ovvero della (6.9),
F = g ∗ ϕ, (6.15)
in generale. Ricordiamo che avevamo richiesto F ∈ o
t
e ϕ ∈ o. Come osservato sopra,
la funzione di Green (6.12) appartiene ad o
t
, e di conseguenza la convoluzione in (6.15)
definisce effettivamente un elemento di o
t
, se ϕ appartiene ad o. Per di pi` u in questo
caso la convoluzione equivale proprio all’integrale (6.13). Tuttavia, come abbiamo fatto
notare nel paragrafo precedente, in diversi casi di interesse fisico ϕ non appartiene a
o. In Elettrostatica esempi sono la (6.6), oppure certe densit`a di carica macroscopiche
“singolari”, come quelle corrispondenti a distribuzioni di carica superficiali, o filiformi. In
questi casi abbiamo,
ϕ ∈ o
t
, ϕ / ∈ o,
e la (6.15) `e a priori priva di senso, perch´e in generale la convoluzione tra due distribuzioni
non `e definita.
Una convoluzione tra due distribuzioni. Per uscire dall’empasse manteniamo per il mo-
mento ϕ ∈ o, ed eseguiamo la trasformata di Fourier della (6.15), vedi paragrafo 2.3.2,
´
F(

k) = (2π)
3/2
´ g(

k) ´ ϕ(

k). (6.16)
Sappiamo che la trasformata ´ g sta in o
t
, ma possiamo anche valutarla esplicitamente.
Per determinarla in modo spedito procediamo formalmente, cio`e, scrivendo l’integrale
corrispondente – di per s´e divergente – e sfruttando l’invarianza per rotazioni per porre

k = (0, 0, k), con k = [

k[. Valutiamo l’integrale passando in coordinate polari,
´ g(

k) =
1
(2π)
3/2

d
3
xe
−i

kx
1
4π[x[
=
1
(2π)
3/2


0
r
2
dr


0

1
−1
d cos ϑe
−i cos ϑrk
1
r
=
i
2 (2π)
3/2
k


0
dr

e
−ikr
−e
ikr

=
i
2 (2π)
3/2
k


−∞
dxe
−ikx
ε(x)
=
i
2 (2π) k
´ ε (k), .
Nell’ultimo passaggio abbiamo introdotto la trasformata di Fourier della funzione segno,
ε(x) = H(x) −H(−x),
´ ε (k) =
1


−∞
dxe
−ikx
ε(x) = −i

2
π
P

1
k

,
163
dove P indica la “parte principale”. Dato che k `e positivo si ottiene in definitiva,
´ g(

k) =
1
(2π)
3/2
[

k[
2
∈ o
t
, (6.17)
e quindi,
´
F(

k) =
1
[

k[
2
´ ϕ(

k). (6.18)
Si noti in particolare l’esatta corrispondenza tra le relazioni (6.17), (6.18), e le trasformate
di Fourier delle equazioni (6.10), (6.4).
A questo punto notiamo, per`o, che il membro di destra della (6.18) – e pi` u in generale
della (6.16) – ha senso anche se ´ g ∈ o
t
e ´ ϕ ∈ O
M
23
, perch´e il prodotto di una generica
distribuzione con una funzione in O
M
definisce sempre una distribuzione, vedi paragrafo
2.3.2. D’altra parte, per il teorema di Paley–Wiener
24
la trasformata di Fourier di una
generica distribuzione ϕ ∈ o
t
a supporto compatto, appartiene a O
M
. Di conseguenza, per
una tale ϕ il membro di destra della (6.18) costituisce una distribuzione in o
t
. In questo
caso possiamo allora definire F come l’antitrasformata di Fourier del membro di destra
della (6.18).
In conclusione, l’espressione formale (6.15), definita come l’antitrasformata di Fourier
del membro di destra della (6.16), costituisce una soluzione della (6.4) con F ∈ o
t
, purch´e
ϕ sia una distribuzione a supporto compatto. Tali sono in particolare tutte le distribuzioni
statiche di carica realizzate in natura.
Unicit`a della soluzione ed equazione di Laplace. Per concludere discutiamo brevemen-
te la soluzione generale della (6.4), indipendentemente dalla condizione asintotica (6.5).
Per ottenere la soluzione generale dell’equazione di Poisson `e sufficiente aggiungere alla
soluzione particolare (6.13), la soluzione generale F
0
dell’equazione omogenea associata,
ovvero dell’equazione di Laplace,

2
F
0
(x) = 0. (6.19)
Questa equazione ammette in effetti infinite soluzioni, ma nessuna di queste svanisce
all’infinito. Per provarlo troviamo la soluzione generale per F
0
∈ o
t
(R
3
). A questo scopo
23
Ricordiamo che con O
M
(R
D
) si intende lo spazio delle funzioni C

su R
D
, polinomialmente limitate
assieme a tutte le loro derivate parziali.
24
Vedi per esempio, M. Reed e B. Simon, Methods of Modern Mathematical Physics – I Functional
Analysis, Academic Press, New York, 1980.
164
`e conveniente eseguire la trasformata di Fourier della (6.19),
[

k[
2
´
F
0
(

k) = 0, (6.20)
e sfruttare il teorema sulle distribuzioni con supporto in un punto, vedi paragrafo 2.3.2.
L’equazione appena scritta implica, infatti, che
´
F
0
(

k) ha come supporto l’origine

k = 0.
Essa `e dunque necessariamente una combinazione lineare finita della δ
3
(

k) e delle sue
derivate. Avremo cio`e,
´
F
0
(

k) =
N
¸
n=1
C
i
1
i
n

i
1

i
n
δ
3
(

k), (6.21)
dove i C
i
1
i
n
sono tensori costanti completamente simmetrici. Inserendo questa espres-
sione nella (6.20) si trova che, affinch´e
´
F
0
(

k) sia soluzione, `e necessario e sufficiente che i
coefficienti siano a traccia nulla, vedi il problema analogo per l’equazione di D’Alembert
in sezione 5.2,
δ
i
1
i
2
C
i
1
i
n
= 0. (6.22)
Esistono quindi effettivamente infinite soluzioni. Tuttavia, eseguendo l’antitrasformata di
Fourier della (6.21), si ottiene semplicemente il polinomio,
F
0
(x) =
1
(2π)
3/2
N
¸
n=1
(−i)
n
C
i
1
i
n
x
i
1
x
i
n
, (6.23)
che all’infinito diverge. Concludiamo che l’equazione di Laplace non ammette soluzioni
che svaniscono all’infinito, esclusa la soluzione banale F
0
= 0.
Infine, per dimostrare l’unicit`a della soluzione del sistema (6.11), facciamo vedere che
l’equazione di Laplace non ammette soluzioni invarianti per rotazioni, a parte la costante.
A questo scopo `e conviente introdurre una base di soluzioni alternativa alle (6.23), che
si ottiene risolvendo la (6.19) in coordinate polari. Scrivendo il Laplaciano come nel
problema 5.7, `e infatti immediato vedere che la base di soluzioni che ne risulta `e data da,
F
lm
0
(x) = r
l
Y
lm
(ϕ, ϑ), (6.24)
dove le Y
lm
sono le armoniche sferiche, e r = [x[. Contando le potenze di x nella (6.23),
si vede che l’indice l della base (6.24) si identifica direttamente con l’intero n della base
(6.23). Usando la base F
lm
0
si vede poi che l’unica soluzione dell’equazione di Laplace
invariante per rotazioni, ovvero, indipendente dagli angoli, `e F
00
0
, che `e una costante.
165
Metodo della funzione di Green in generale. Il metodo della funzione di Green si gene-
ralizza facilmente a un’equazione differenziale lineare in uno spazio D–dimensionale, che
coinvolge un arbitrario operatore polinomiale nelle derivate parziali P(∂),
P(∂) F = ϕ.
Secondo l’esempio appena svolto la funzione di Green g associata a questa equazione deve
soddisfare l’equazione del kernel,
P(∂) g(x) = δ
D
(x),
e la soluzione si scrive come,
F = g ∗ ϕ.
Infatti, ricordando le propriet`a della convoluzione riportate nel paragrafo 2.3.2 si trova,
P(∂) F = P(∂) (g ∗ ϕ) = P(∂) g ∗ ϕ = δ
D
∗ ϕ = ϕ.
6.2 Il campo generato da una corrente generica
Cerchiamo ora di applicare il metodo della funzione di Green per risolvere l’equazione di
Maxwell in presenza di una generica corrente conservata, in gauge di Lorentz,
2A
µ
= j
µ
, (6.25)

µ
A
µ
= 0. (6.26)
Come anticipato cercheremo non la soluzione generale, ma il campo generato causalmente
dalla corrente j
µ
. Per il momento per definitezza assumeremo che sia,
A
µ
∈ o
t
≡ o
t
(R
4
), j
µ
∈ o ≡ o(R
4
). (6.27)
Ricordiamo tuttavia che – come nel caso dell’equazione di Poisson – la corrente di un siste-
ma di particelle puntiformi in realt`a non sta in o, ma in o
t
. Anche nel caso dell’equazione
di Maxwell, alla fine dovremo allora affrontare il problema di come estendere la soluzione
al caso “fisico” – in cui j
µ
∈ o
t
. La differenza principale tra la (6.25) e l’equazione di
Poisson `e essenzialmente che la seconda vive in tre dimensioni spaziali, mentre la prima
166
`e formulata nello spazio quadrimensionale di Minkowski: il suo gruppo di invarianza sar`a
quindi il gruppo di Poincar´e, in sostituzione del gruppo delle rototraslazioni.
Ci occuperemo prima della soluzione della (6.25), e imporremo poi la gauge di Lorentz
alle soluzioni trovate. Per la linearit`a congiunta in A
µ
e j
µ
dell’equazione di Maxwell,
cerchiamo ora una soluzione della forma,
A
µ
(x) =

d
4
y G(x, y) j
µ
(y), (6.28)
dove la funzione di Green G(x, y) `e una funzione incognita delle coordinate spazio–
temporali x
µ
e y
µ
. Come prima cosa vediamo allora quali sono i vincoli imposti a questa
funzione dalla richiesta di covarianza sotto trasformazioni di Poincar´e. Cambiando sistema
di riferimento,
x
µ
→ x

= Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
,
abbiamo,
A

(x
t
) =

d
4
y
t
G(x
t
, y
t
)j

(y
t
),
e dato che si ha,
A

(x
t
) = Λ
µ
ν
A
ν
(x), j

(y
t
) = Λ
µ
ν
j
ν
(y), d
4
y
t
= d
4
y,
segue facilmente,
A
ν
(x) =

d
4
y G(x
t
, y
t
)j
ν
(y).
Confrontando con la (6.28) concludiamo allora che G deve essere invariante per trasfor-
mazioni di Poincar´e, cio`e
25
,
G(Λx + a, Λy + a) = G(x, y), ∀ Λ
µ
ν
∈ SO(1, 3)
c
, ∀ a
µ
∈ R
4
.
Scegliendo Λ
µ
ν
= δ
µ
ν
, e a
µ
= −y
µ
si ottiene,
G(x, y) = G(x −y, 0) ≡ G(x −y).
25
Come nel caso dell’equazione di Poisson la quantit`a G(x, y) va considerata non come un campo
scalare in x e y, ma come una funzione invariante di x e y, con una dipendenza funzionale ben definita.
Questa funzione deve essere la stessa in ogni sistema di riferimento, altrimenti due correnti con la stessa
dipendenza funzionale in due diversi sistemi di riferimento, darebbero luogo a potenziali con dipendenze
funzionali diverse, in contrasto con il principio di relativit`a einsteiniana. In altre parole, deve valere
G(x

, y

) = G(x, y), e non G

(x

, y

) = G(x, y).
167
Scegliendo poi a
µ
= 0 e Λ
µ
ν
generico, si trova che G(x) deve essere invariante per
trasformazioni di Lorentz proprie
26
,
G(Λx) = G(x), ∀ Λ
µ
ν
∈ SO(1, 3)
c
. (6.29)
In particolare vediamo allora che la (6.28) pu`o essere scritta nella forma prevista dal
metodo della funzione di Green,
A
µ
(x) =

d
4
y G(x −y) j
µ
(y), (6.30)
ovvero, in notazione compatta,
A
µ
= G∗ j
µ
. (6.31)
Sostituendo infine la (6.30) nella (6.25) si trova,
2A
µ
(x) =

d
4
y 2G(x −y) j
µ
(y) = j
µ
(x),
che comporta per la funzione di Green l’equazione,
2G(x) = δ
4
(x). (6.32)
La soluzione dell’equazione di Maxwell `e quindi ricondotta alla soluzione di questa equa-
zione, compatibilmente con il vincolo (6.29).
Tuttavia, si pu`o vedere che le condizioni (6.29) e (6.32) non determinano ancora la
funzione di Green univocamente. Aggiungiamo a questo punto una richiesta fisica, concer-
nente la propagazione causale del campo elettromagnetico: richiediamo che il potenziale
A
µ
(x) nel punto x non possa dipendere dai valori della corrente j
µ
(y) in punti y che sono
temporalmente successivi a x, ovverosia, punti per cui x
0
< y
0
. Questo vuol dire che deve
essere G(x −y) = 0 per x
0
< y
0
, ovvero,
G(x) = 0, ∀ t < 0.
Vedremo che con questa richiesta aggiuntiva le (6.29) e (6.32) ammettono un’unica solu-
zione. La funzione di Green risultante viene chiamata “funzione di Green ritardata”, e
viene indicata con G
ret
.
26
Tra un attimo spiegheremo il motivo per cui G non pu`o essere invariante sotto l’intero gruppo di
Lorentz.
168
Per spiegare la nomenclatura osserviamo che in certe analisi teoriche si introduce anche
la “funzione di Green avanzata”, definita da,
G
adv
(x) = 0, ∀ t > 0, (6.33)
alla quale si pu`o associare la soluzione formale,
A
µ
adv
= G
adv
∗ j
µ
.
Tuttavia, non rispettando la causalit`a questa soluzione non giocher` a nessun ruolo nella
nostra trattazione.
6.2.1 La funzione di Green ritardata
La funzione di Green ritardata `e definita dalle condizioni,
2G(x) = δ
4
(x), (6.34)
G(Λx) = G(x), ∀ Λ ∈ SO(1, 3)
c
, (6.35)
G(x) = 0, ∀ t < 0. (6.36)
Prima di procedere alla soluzione di questo sistema di equazioni, dimostriamo che la
soluzione, se esiste `e, unica.
Unicit`a della funzione di Green. Per dimostrare l’unicit`a della funzione di Green `e
sufficiente dimostrare che non esistono soluzioni dell’equazione delle onde – l’equazione
omogenea associata –
2F = 0, (6.37)
soddisfacenti (6.35) e (6.36). Determineremo prima tutte le soluzioni della (6.37) soddi-
sfacenti la (6.35), ovvero F(Λx) = F(x), e alla fine imporremo la (6.36). Per eseguire
questa analisi `e conveniente passare in trasformata di Fourier, F(x) →
´
F(k). La Lorentz–
invarianza di F(x) si traduce allora semplicemente nella Lorentz–invarianza di
´
F(k), come
funzione di k
µ
. Infatti, eseguendo il cambiamento di variabili x = Λy, d
4
x = d
4
y, si ha,
´
F(Λk) =
1
(2π)
2

d
4
x e
−i Λkx
F(x) =
1
(2π)
2

d
4
y e
−i ΛkΛy
F(Λy)
=
1
(2π)
2

d
4
y e
−i ky
F(y) =
´
F(k).
169
Dobbiamo dunque risolvere il sistema,
k
2
´
F(k) = 0,
´
F(Λk) =
´
F(k), ∀ Λ ∈ SO(1, 3)
c
.
In realt`a l’equazione delle onde `e stata risolta in tutta generalit`a in sezione 5.2, e possiamo
quindi ricorrere ai risultati di quella sezione. Avevamo trovato che le soluzioni cadono in
due classi, rispettivamente,
´
F
I
= δ(k
2
)f(k) (6.38)
´
F
II
=
N
¸
n=1
C
µ
1
µ
n

µ
1

µ
n
δ
4
(k), C
ν
νµ
3
µ
n
= 0, (6.39)
dove i tensori C
µ
1
µ
n
sono completamente simmetrici. Si tratta allora di selezionare da
ciascuna di queste classi le soluzioni Lorentz–invarianti. Per quanto riguarda le soluzioni
di tipo I osserviamo che, per l’invarianza per rotazioni spaziali, f pu`o dipendere solo da
k
0
= ±[

k[. Ma le uniche funzioni di k
0
Lorentz–invarianti sul cono luce, sono la costante
e la funzione segno ε(k
0
). Tenendo conto della condizione di realt`a
´
F

(k) =
´
F(−k), si
ottengono cos`ı le due soluzioni linearmente indipendenti,
´
F
1
= δ(k
2
),
´
F
2
= i ε(k
0
) δ(k
2
).
Per quanto riguarda invece le soluzioni di tipo II osserviamo che l’invarianza di Lorentz
impone che i tensori completamente simmetrici C
µ
1
µ
n
devono essere tensori Lorentz–
invarianti. I tensori di rango dispari devono allora essere nulli, mentre quelli di rango
pari devono essere proporzionali al prodotto completamente simmetrizzato di metriche di
Minkowski. Deve essere, cio`e,
C
µ
1
µ
n
= a
n
η

1
µ
2
η
µ
n−1
µ
n
)
,
dove gli a
n
sono costanti. Ma questi tensori devono essere anche a traccia nulla, vedi
(6.39),
C
ν
νµ
3
µ
n
=
(n + 2) a
n
n −1
η

3
µ
4
η
µ
n−1
µ
n
)
= 0.
Ne segue che deve essere a
n
= 0 per n = 0. Per n = 0 otteniamo invece una terza soluzione
indipendente,
´
F
3
= δ
4
(k).
170
Si noti che queste tre soluzioni si possono ottenere formalmente dalla (5.29), scegliendo
rispettivamente ε(

k) = 1, i, ω δ
3
(

k). Le antitrasformate delle
´
F
i
possono essere valutate
analiticamente, e noi le riportiamo senza dimostrazione:
F
1
= −
1
π
P

1
x
2

,
F
2
= −ε(t) δ(x
2
),
F
3
=
1
(2π)
2
,
dove “P” indica la parte principale rispetto alla variabile x
0
. Si vede che tutte e tre le
soluzioni sono invarianti per SO(1, 3)
c
, come da costruzione, ma nessuna di esse soddisfa
la condizione di causalit`a (6.36). La funzione di Green ritardata, se esiste, `e quidi unica.
Determinazione della funzione di Green ritardata. Determiniamo ora la soluzione del
sistema (6.34)–(6.36). Notiamo innanzitutto che l’invarianza per rotazioni spaziali,
G(t, Rx) = G(t, x), ∀ R ∈ SO(3),
implica che G pu`o dipendere da x solo attraverso la variabile r = [x[,
G = G(t, r).
Poniamoci ora nella regione x = 0, t arbitrario. In questa regione si deve avere 2G = 0.
Per x = 0 `e lecito usare coordinate polari, e scrivere il Laplaciano come nel problema 5.7.
Sfruttando il fatto che G non dipende dagli angoli si ottiene allora,
2G =


2
t

1
r

2
r
r

G =
1
r


2
t
−∂
2
r

(rG) = 0, (6.40)
che corrisponde all’equazione delle onde in una dimensione. Ricordando la forma della
sua soluzione generale, vedi problema 5.8, abbiamo dunque,
G(t, r) =
1
r
(f(t −r) + g(t + r)) ,
dove f e g sono funzioni arbitrarie di una variabile. Ma siccome G deve annullarsi ∀ t < 0
dobbiamo scegliere g = 0, e restiamo con,
G =
1
r
f(t −r).
171
Per determinare f imponiamo ora che G soddisfi l’equazione del kernel (6.34) “in tutto
lo spazio”, ovvero, nel senso delle distribuzioni,

2
t
G−∇
2
G = δ
3
(x) δ(t). (6.41)
Indicando la derivata della f rispetto al suo argomento con un “primo”, abbiamo intanto,

2
t
G =
1
r
f
tt
(t −r).
Per valutare invece il Laplaciano occorre procedere con un po’ di cautela, per via della
singolarit`a in r = 0 del fattore 1/r. Possiamo comunque applicare la regola di Leibnitz per
le derivate, se supponiamo che f(t −r) sia regolare in r = 0, propriet`a che verificheremo
a posteriori,

2
G =


2
1
r

f(t −r) +
1
r

2
f(t −r) + 2


1
r

∇f(t −r)

.
Per funzioni invarianti per rotazioni e regolari in r = 0, possiamo usare la forma del
Laplaciano utilizzata in (6.40). Abbiamo quindi,

2
f(t −r) =
1
r

2
r
(rf(t −r)) = f
tt
(t −r) −
2
r
f
t
(t −r).
Ricordiamo poi che nel senso delle distribuzioni si ha,


1
r
= −
x
r
3
, ∇
2
1
r
= −4π δ
3
(x),
e che

∇f(t −r) = −
x
r
f
t
(t −r).
Si vede allora che le derivate prime di f si cancellano e rimane,

2
G = −4π δ
3
(x) f(t) +
1
r
f
tt
(t −r).
La (6.41) si riduce allora a,


2
t
−∇
2

G = 4πδ
3
(x)f(t) = δ
3
(x) δ(t),
e quindi deve essere,
f(t) =
1

δ(t).
172
Concludiamo che la funzione di Green ritardata `e data da,
G
ret
=
1
4πr
δ(t −r). (6.42)
Questa espressione soddisfa la (6.36), ma non sembra soddisfare (6.35). In realt`a, ricor-
dando l’identit`a,
δ(x
2
) = δ(t
2
−r
2
) =
1
2r
[δ(t −r) + δ(t + r)] ,
possiamo riscrivere la (6.42) nella forma manifestamente Lorentz–invariante,
G
ret
=
1

H(x
0
) δ(x
2
). (6.43)
Analogamente per la funzione di Green avanzata (6.33) si otterrebbe,
G
adv
=
1
4πr
δ(t + r) (6.44)
=
1

H(−x
0
) δ(x
2
). (6.45)
In definitiva abbiamo dunque ottenuto due funzioni di Green soddisfacenti (6.34) e (6.35),
entrambi appartenenti ad o
t
, vedi problema 6.1. In particolare vale quindi,
2G
ret
= δ
4
(x),
2G
adv
= δ
4
(x).
A priori avremmo quindi potuto scegliere come funzione di Green qualsiasi combinazione
del tipo,
G = αG
ret
+ (1 −α) G
adv
, 2G = δ
4
(x),
con α numero reale arbitrario, ma la condizione di causalit`a (6.36) seleziona il valore
α = 1 ! D’ora in poi al posto di G
ret
scriveremo semplicemente G.
Osserviamo inoltre che c’`e un semplice legame tra i kernel avanzati e ritardati, e il
kernel antisimmetrico D introdotto nel paragrafo 5.2.1, vedi (5.43). Vale infatti,
D = G
ret
−G
adv
, (6.46)
da cui discende immediatamente l’equazione caratteristica del kernel antisimmetrico,
2D = 0,
che lo identifica come “propagatore” delle onde elettromagnetiche libere.
173
6.2.2 Il potenziale vettore ritardato
Inserendo la (6.43) nella (6.30) otteniamo cos`ı il “potenziale ritardato” A
µ
≡ A
µ
ret
,
A
µ
(x) =
1

d
4
y H(x
0
−y
0
) δ((x −y)
2
)j
µ
(y), (6.47)
in forma covariante a vista. Usando invece la (6.42) possiamo integrare sulla coordinata
y
0
e riscriverlo come,
A
µ
(t, x) =
1

d
4
y
1
[x −y[
δ(t −y
0
−[x −y[) j
µ
(y
0
, y)
=
1

d
3
y
1
[x −y[
j
µ
(t −[x −y[, y). (6.48)
In seguito faremo uso sia della (6.47) che della (6.48); la prima scrittura ha il pregio di
essere manifestamente Lorentz–invariante, la seconda quello di contenere un’integrazione
in meno.
Resta allora da imporre la condizione di gauge–fixing (6.26), che abbiamo lasciato in
sospeso. La soluzione appena scritta, con i criteri imposti, ha il carattere di unicit`a. Per
consistenza la condizione di Lorentz dovrebbe allora essere soddisfatta automaticamente.
In realt`a questo `e quello che succede. Per farlo vedere `e sufficiente ricorrere alla (6.31) e
usare le propriet`a della convoluzone del paragrafo 2.3.2,

µ
A
µ
= ∂
µ
(G∗ j
µ
) = G∗ ∂
µ
j
µ
= 0,
dove abbiamo sfruttato la conservazione della quadricorrente. Si noti che il potenziale
A
µ
= G∗ j
µ
soddisfa la gauge di Lorentz indipendentemente dalla forma di G.
Funzioni di Green e causalit`a. Analizziamo ora brevemente la struttura causale della
soluzione (6.47). Abbiamo derivato questa formula imponendo la “condizione minimale”
che la funzione di Green si annulli per tempi negativi, assicurando cos`ı che eventi futuri
non possano influenzare eventi passati. D’altra parte una semplice richiesta di questo
tipo `e in palese conflitto con la Relativit`a Ristretta, perch´e in generale l’ordinamento
temporale tra due eventi non viene preservato da una trasformazione di Lorentz. Per
preservare l’ordinamento temporale bisogna imporre una condizione ulteriore, cio`e, che
due eventi possano influenzarsi solo se sono a distanza di tipo tempo o nullo. Infatti,
174
secondo la causalit`a relativistica un evento y pu`o influenzare un evento x, solo se valgono
le due condizioni,
(x −y)
2
≥ 0, x
0
≥ y
0
,
che definiscono il cone luce futuro di y – insieme che sappiamo essere invariante sotto
trasformazioni di Lorentz proprie, vedi paragrafo 5.3.3. L’evento y pu`o quindi influenzare
l’evento x, solo se x appartiene al cono luce futuro di y. Corrispondentemente una generica
funzione di Green causale e relativistica deve godere delle propriet`a minimali,
G(x) = 0, ∀ t < 0.
G(x) = 0, ∀ x
2
< 0.
La funzione di Green (6.43) dell’equazione di Maxwell non solo possiede queste propriet`a,
ma `e anche supportata interamente sul bordo del cono luce. Come conseguenza nella
(6.47) il potenziale vettore in un punto x `e causalmente connesso solo con punti y della
corrente che stanno a distanze di tipo luce da x, e che appartengono al passato di x.
Concludiamo che nel campo elettromagnetico l’informazione si propaga dalle particelle
cariche al punto di osservazione con la velocit`a della luce, e non viceversa. Vedremo
che sar`a proprio questa asimmetria per inversione temporale, imposta dalla causalit`a, a
dar luogo – in ultima analisi – al fenomeno dell’irraggiamento, ovvero, dell’emissione di
radiazione da parte di particelle cariche accelerate. Nel paragrafo 6.4.3 vedremo, infatti,
che per via di questa asimmetria le particelle accelerate emettono energia – e non la
assorbono.
Il ritardo. Concludiamo questo paragrafo con un ulteriore commento sulla struttura
relativistica della (6.48), confrontandola con la soluzione (6.13) dell’equazione di Poisson.
Riportiamo la (6.13) nell’interpretazione dell’Elettrostatica, “accendendo” il tempo,
A
0
(t, x) =
1

d
3
y
1
[x −y[
j
0
(t, y). (6.49)
Per confrontare questa espressione con la (6.48) riscriviamo anche quest’ultima, reinse-
rendo le potenze della velocit`a della luce. Risulta,
A
µ
(t, x) =
1

d
3
y
1
[x −y[
j
µ

t −
[x −y[
c
, y

.
175
Vediamo che l’unica differenza tra le due formule `e la comparsa del “ritardo” −
[x−y[
c
, nel-
l’argomento temporale della corrente. Questo termine corrisponde esattamente al tempo
che la luce impiega per passare dal punto y in cui `e situata la carica, al punto di osser-
vazione x, dove si valuta il campo. Il campo all’istante t nel punto x dipende quindi dal
valore della corrente nel punto y, all’istante “ritardato” t
t
= t −
[x−y[
c
. Nel potenziale
elettrostatico (6.49) si suppone, invece, un’interazione non locale a distanza, e il ritardo
viene trascurato.
6.2.3 Validit`a della soluzione e trasformata di Fourier
In questo paragrafo discuteremo brevemente i limiti di validit` a della soluzione formale
(6.47), o alternativamente della (6.31), date le singolarit`a presenti necessariamente in una
corrente j
µ
di particelle puntiformi.
Dato che G ∈ o
t
, la soluzione (6.31),
A
µ
= G∗ j
µ
, (6.50)
`e in effetti ben definita in o
t
, purch´e j
µ
stia in o, come supposto in (6.27). Ma in realt`a
sappiamo che le correnti fisiche non stanno in o, ma in o
t
, e per di pi` u questa volta esse
non sono nemmeno a supporto a compatto – come succedeva invece nel caso dell’equazione
di Poisson – semplicemente perch´e la corrente j
µ
in generale `e diversa da zero per qualsiasi
−∞ < t < +∞! Non possiamo quindi pi` u applicare il teorema di Paley–Wiener, come
in sezione 6.1. Ciononostante, come in quel caso possiamo cercare di dare un senso alla
(6.50), passando in trasformata di Fourier. Senza dimostrazione riportiamo le formule per
le trasformate di Fourier in o
t
dei kernel ritardati e avanzati,
´
G
ret
(k) = −
1
(2π)
2

P

1
k
2

+ i π ε(k
0
) δ(k
2
)

(6.51)
´
G
adv
(k) = −
1
(2π)
2

P

1
k
2

−i π ε(k
0
) δ(k
2
)

. (6.52)
Si noti, comunque, la compatibilit`a di queste formule con la trasformata di Fourier
dell’equazione del kernel (6.32), e con le (5.42), (6.46).
A questo punto possiamo eseguire esplicitamente la trasformata di Fourier della (6.50),
´
A
µ
(k) = (2π)
2
´
G
ret
(k)
´
j
µ
(k) = −

P

1
k
2

+ i π ε(k
0
) δ(k
2
)

´
j
µ
(k). (6.53)
176
Come anticipato sopra, la trasformata della corrente,
´
j
µ
(k), in generale non appartiene
ad O
M
, e quindi non `e garantito che il prodotto a secondo membro sia ben definito. Illu-
striamo la situazione, considerando la corrente di una particella carica in moto rettilineo
uniforme, y
µ
(λ) = u
µ
λ,
j
µ
(x) = e u
µ

dλδ
4
(x −uλ).
La sua trasformata di Fourier `e facile da valutare,
´
j
µ
(k) =
e u
µ
(2π)
2

d
4
xe
−ikx

dλδ
4
(x −uλ) =
e u
µ
(2π)
2

dλe
−ikuλ
=
e u
µ

δ(u k),
e come si vede, essa non appartiene a O
M
, bens`ı a o
t
. Ciononostante, in certi casi il
prodotto formale (6.53), ovvero l’espressione,
´
A
µ
(k) = −
e u
µ

P

1
k
2

+ i π ε(k
0
) δ(k
2
)

δ(u k), (6.54)
possono essere comunque ben definiti in o
t
. Per vedere quando questo succede conside-
riamo separatamente i casi di particelle massive, e particelle prive di massa.
a) Traiettorie di tipo tempo. Per una particella massiva la traiettoria `e di tempo, e
possiamo porci nel suo sistema di riferimento a riposo. In questo sistema abbiamo u
µ
=
(1, 0, 0, 0) e δ(u k) = δ(k
0
). Il secondo termine del prodotto (6.54) `e allora nullo, in
quanto,
ε(k
0
) δ(k
2
) δ(u k) =
1
2[

k[

δ(k
0
−[

k[) −δ(k
0
+[

k[)

δ(k
0
) = 0. (6.55)
La (6.54) si riduce allora a,
´
A
µ
(k) = −P

1
k
2

e u
µ

δ(k
0
) =
e u
µ
2π[

k[
2
δ(k
0
),
che appartiene effettivamente a o
t
. In realt`a in questo caso `e anche immediato determinare
l’antitrasformata di Fourier di
´
A
µ
(k) esplicitamente – si veda la (6.17) – per ottenere il
noto potenziale coulombiano,
A
µ
(x) =
e u
µ
4π[x[
. (6.56)
Similmente si pu`o vedere che il prodotto (6.53) definisce una distribuzione temperata, se la
corrente j
µ
(x) corrisponde a un’arbitraria linea d’universo di tipo tempo. E in questi casi
vedremo esplicitamente che anche le rappresentazioni integrali (6.47) e (6.48) sono sempre
177
ben definite – motivo per cui d’ora in poi ci serviremo sempre di queste rappresentazioni
esplicite.
b) Traiettorie di tipo luce. Per una particella carica priva di massa la quadrivelocit`a
soddisfa u
2
= 0, e possiamo metterci nel sistema di riferimento in cui u
µ
= (1, 0, 0, 1),
sicch´e δ(u k) = δ(k
0
−k
3
). In questo caso avremmo, al posto di (6.55),
ε(k
0
) δ(k
2
) δ(u k) = ε(k
0
) δ((k
1
)
2
+ (k
2
)
2
) δ(k
0
−k
3
).
A questa espressione formale si pu`o associare un elemento di o
t
, ponendo,
δ((k
1
)
2
+ (k
2
)
2
) = π δ(k
1
) δ(k
2
).
Questa identificazione emerge se si applica il primo membro a una funzione di test di
o(R
2
). Usando coordinate polari bidimensionali (ϑ, ρ =

(k
1
)
2
+ (k
2
)
2
), si ottiene infatti,

d
2
k δ((k
1
)
2
+ (k
2
)
2
) ϕ(k
1
, k
2
) =


0


0
ρ dρ δ(ρ
2
) ϕ(ρ, ϑ)
=
1
2


0


0

2
δ(ρ
2
) ϕ(ρ, ϑ) = π ϕ(0).
La (6.54) diventerebbe allora,
´
A
µ
(k) =
e u
µ

1
(k
1
)
2
+ (k
2
)
2
−i π
2
ε(k
3
) δ(k
1
) δ(k
2
)

δ(k
0
−k
3
), (6.57)
che non appartiene a o
t
. Infatti, mentre il secondo addendo sta in o
t
, la funzione,
1
(k
1
)
2
+ (k
2
)
2
,
non `e localmente integrabile in R
4
, e non ammette nessuna regolarizzazione in o
t
. Per una
particella priva di massa il prodotto (6.53) non costituisce, dunque, una distribuzione. In
questo caso questa formula, e la (6.47), sono prive di senso e devono essere abbandonate
– insieme al metodo della funzione di Green. Nondimeno vedremo che le (6.25), (6.26)
ammettono soluzioni ben definite nel senso delle distribuzioni, anche per particelle prive di
massa, e le determineremo esplicitamente in sezione 6.3.2 seguendo una strada alternativa.
6.3 Campo di una particella in moto rettilineo uniforme
Come prima applicazione della formula (6.47), in questa sezione calcoleremo il campo
elettromagnetico creato da una particella carica in moto rettilineo uniforme. Tratteremo
178
separatamente i casi di particelle massive e particelle prive di massa. Nel primo caso
il campo potrebbe essere calcolato anche attraverso una trasformazione di Lorentz dal
sistema a riposo della particella, dove,

E =
e

x
r
3
,

B = 0,
al sistema di riferimento del laboratorio, vedi problema 6.3. Tuttavia, questa procedura
romperebbe l’invarianza di Lorentz manifesta. Nel secondo caso – per di pi` u – questa pro-
cedura non sarebbe nemmeno applicabile, perch´e non esiste nessun sistema di riferimento
in cui una particella di massa nulla `e a riposo. Nel paragrafo 6.3.2 vedremo comunque
che il campo di una particella priva di massa pu`o essere dedotto da quello di una parti-
cella massiva, attraverso un’opportuna procedura di limite nel senso delle distribuzioni,
superando cos`ı le difficolt`a menzionate alle fine della sezione precedente.
6.3.1 Campo di una particella massiva
Secondo la (6.47) come prima cosa dobbiamo esplicitare la forma della corrente j
µ
(y)
associata a una particella in moto rettilineo uniforme. La linea di universo di una particella
con quadrivelocit`a costante si scrive,
y
µ
(s) = y
µ
(0) + u
µ
s, u
2
= 1,
e se scegliamo l’origine del sistema di riferimento in modo tale che a t = 0 la particella
passi per l’origine, abbiamo pi` u semplicemente,
y
µ
(s) = u
µ
s.
Per la quadricorrente si ottiene allora,
j
µ
(y) = e

ds u
µ
δ
4
(y −y(s)) = e u
µ

ds δ
4
(y −u s). (6.58)
Sostituendo nella (6.47) otteniamo allora,
A
µ
(x) =
e

u
µ

d
4
y

ds H(x
0
−y
0
) δ((x −y)
2
) δ
4
(y −us)
=
e

u
µ

ds H(x
0
−su
0
) δ((x −us)
2
)
=
e

u
µ

ds H(x
0
−su
0
) δ(f(s)). (6.59)
179
Abbiamo definito la funzione di s,
f(s) ≡ (x −us)
2
= x
2
−2 s (ux) + s
2
, (ux) ≡ u
µ
x
µ
,
sottintendendo la dipendenza da x
µ
e u
µ
. Per valutare l’integrale della (6.59) dobbiamo
esplicitare la distribuzione δ(f(s)) in base alla (2.37), e quindi dobbiamo preventivamente
individuare gli zeri della f. Essendo quadratica f(s) ha due zeri,
s
±
= (ux) ∓

(ux)
2
−x
2
, f(s
±
) = 0, (6.60)
entrambi reali. La quantit`a scalare (ux)
2
−x
2
`e, infatti, sempre maggiore o uguale a zero.
Per rendercene conto possiamo sfruttare l’invarianza di Lorentz e valutarla nel sistema di
riferimento in cui la particella `e a riposo, dove si ha u
µ
= (1,

0). Si ottiene allora,
(ux)
2
−x
2
= (x
0
)
2
−((x
0
)
2
−[x[
2
) = [x[
2
≥ 0. (6.61)
Secondo la (2.37) abbiamo allora,
δ(f(s)) =
δ(s −s
+
)
[f
t
(s
+
)[
+
δ(s −s

)
[f
t
(s

)[
. (6.62)
Essendo,
f
t
(s) = 2(s −ux),
abbiamo inoltre,
[f
t
(s
±
)[ = 2

(ux)
2
−x
2
.
Inserendo questi elementi nella (6.59) si ottiene allora,
A
µ
(x) =
e

u
µ

(ux)
2
−x
2

ds

H(x
0
−s
+
u
0
) δ(s −s
+
) + H(x
0
−s

u
0
) δ(s −s

)

.
Per valutare l’integrale rimanente dobbiamo studiare i segni di x
0
−s
±
u
0
. Per farlo usiamo
argomenti di covarianza. Se definiamo i quadrivettori,
V
µ
±
= x
µ
−s
±
u
µ
,
per costruzione questi vettori appartengono al cono luce, V
2
±
= 0. Il segno delle componen-
ti temporali V
0
±
= x
0
−s
±
u
0
`e allora un invariante di Lorentz, e possiamo determinarlo nel
riferimento a riposo della particella. In questo riferimento abbiamo, vedi (6.60) e (6.61),
s
±
= x
0
∓[x[ ⇒ V
0
±
= x
0
−s
±
u
0
= ±[x[.
180
Concludiamo che in qualsiasi riferimento vale,
x
0
−s
+
u
0
> 0, x
0
−s

u
0
< 0.
Di conseguenza,
H(x
0
−s
+
u
0
) = 1, H(x
0
−s

u
0
) = 0.
Si ottiene quindi,
A
µ
(x) =
e

u
µ

(ux)
2
−x
2
, (6.63)
formula manifestamente Lorentz–invariante. Vediamo in particolare che per la particella
statica, u
µ
= (1, 0, 0, 0), riotteniamo il noto potenziale coulombiano, vedi anche (6.56),
A
0
=
e
4π[x[
,

A = 0. (6.64)
Infine possiamo calcolare il campo elettromagnetico. Dato che si ha,

µ
A
ν
=
e

x
µ
−u
µ
(ux)
((ux)
2
−x
2
)
3/2
u
ν
, (6.65)
risulta,
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
=
e

x
µ
u
ν
−x
ν
u
µ
((ux)
2
−x
2
)
3/2
. (6.66)
Contraendo invece nella (6.65) µ con ν, si verifica che il potenziale soddisfa la gauge di
Lorentz ∂
µ
A
µ
= 0, come da costruzione.
I campi

E e

B. Partendo dalla (6.66) analizzeremo ora le propriet`a generali dei campi
elettrico e magnetico prodotti da una particella in moto rettilineo uniforme, confrontandoli
in particolare con i campi di una particella non relativistica, v < 1. Analizzeremo poi
questi campi anche nel regime opposto, quello ultrarelativistico, corrispondente a una
particella che si muove con velocit`a prossima a quella della luce.
Cominciamo con il calcolo di

E e

B a partire dalla (6.66),
E
i
= F
i0
=
e

x
i
u
0
−x
0
u
i
((ux)
2
−x
2
)
3/2
=
e u
0

x
i
−v
i
t
((ux)
2
−x
2
)
3/2
.
B
k
= −
1
2
ε
kij
F
ij
= −
1
2
e

ε
kij
x
i
u
j
−x
j
u
i
((ux)
2
−x
2
)
3/2
=
e u
0

ε
kij
v
i
x
j
((ux)
2
−x
2
)
3/2
=
e u
0

ε
kij
v
i
(x
j
−v
j
t)
((ux)
2
−x
2
)
3/2
= ε
kij
v
i
E
j
. (6.67)
181
Abbiamo, cio`e, ripristinando la velocit`a della luce,

B =
v
c


E. (6.68)
In ogni punto il campo magnetico `e dunque una semplice funzione del campo elettrico, ed
`e quindi sufficiente analizzare quest’ultimo. In particolare vediamo che rispetto al campo
elettrico il campo magnetico `e soppresso di un fattore v/c, in accordo con il fatto che il
secondo rappresenta un effetto dinamico.
Per analizzare la forma del campo elettrico `e conveniente introdurre il vettore,

R = x −v t,
congiungente in ogni istante t il punto di osservazione x con la posizione y(t) = v t della
particella. Con semplice algebra si trova allora,
(ux)
2
−x
2
=
R
2
+ (v

R)
2
−v
2
R
2
1 −v
2
,
e quindi,

E =
e

(1 −v
2
)

R
(R
2
+ (v

R)
2
−v
2
R
2
)
3/2
. (6.69)
Se introduciamo infine l’angolo ϑ tra v e

R, il campo elettrico si pu`o scrivere come,

E =
(1 −v
2
)
(1 −v
2
sen
2
ϑ)
3/2

E
nr
, (6.70)
dove abbiamo introdotto il campo coulombiano non relativistico,

E
nr
=
e

R
R
3
.
Analizziamo ora le propriet`a del campo elettrico ottenuto. Intanto vediamo che per
ogni t fissato, a grandi distanze

E decade come 1/r
2
, come il campo coulombiano non
relativistico, e quindi abbiamo l’andamento asintotico,
F
µν

1
r
2
, per r →∞. (6.71)
Inoltre

E `e ancora un campo centrale, cio`e, `e diretto lungo la retta passante per la posizione
della particella e il punto di osservazione. Tuttavia, questo campo non `e pi` u a simmetria
sferica come il campo coulombiano non relativistico, perch´e il suo modulo ora dipende
182
dalla direzione. Infatti, per

R rispettivamente ortogonale (ϑ = π/2) e parallelo (ϑ = 0, π)
a v, la (6.70) d`a per i corrispondenti moduli del campo elettrico,
E

=
1

1 −v
2
E
nr
> E
nr
, (6.72)
E
|
= (1 −v
2
) E
nr
< E
nr
. (6.73)
Lungo la direzione del moto il campo risulta quindi schiacciato, in entrambi i versi, mentre
lungo le direzioni ortogonali al moto il campo risulta potenziato. In particolare, per
velocit`a che si approssimano alla velocit`a della luce il primo svanisce, mentre il secondo
va a infinito. Difatti per velocit`a molto elevate il campo elettromagnetico `e praticamente
nullo in tutte le direzioni, tranne per valori di ϑ molti vicini a π/2.
Vista la (6.68), risultati analoghi valgono per il modulo del campo magnetico. Dato
che

E `e radiale, questa formula ci dice inoltre che le linee di campo di

B sono circonferenze
ortogonali alla traiettoria della particella, e concentriche con essa.
6.3.2 Campo di una particella di massa nulla
Abbiamo dedotto il campo (6.66) nell’ipotesi che la velocit`a della particella sia costante,
ma minore di quella della luce. In questo paragrafo affrontiamo il problema del campo
elettromagnetico generato da una particella carica di massa nulla, che viaggia dunque
con la velocit`a della luce. Per le peculiarit`a dei campi di una particella ultrarelativistica,
appena messe in evidenza, ci aspettiamo campi con singolarit`a molto pronunciate, ai quali
si potr`a dare senso solo nello spazio delle distribuzioni.
Per una particella che viaggia con la velocit`a della luce il tempo proprio non `e definito,
e dobbiamo parametrizzare la sua linea di universo con un parametro λ generico. Se
introduciamo il quadrimomento p
µ
della particella possiamo parametrizzarla secondo,
y
µ
(λ) = p
µ
λ, p
2
= 0, p
0
= [ p[ > 0,
dove di nuovo abbiamo supposto che per t = 0 la particella passi per l’origine. La direzione
del moto `e allora,
n =
p
[ p[
,
183
e la traiettoria tridimensionale `e data da y(t) = nt. Per quello che segue `e conveniente
definire anche il vettore nullo,
n
µ
= (1, n) =
p
µ
p
0
, n
2
= 0.
La quadricorrente della particella `e comunque data da,
.
µ
(x) = e p
µ

δ
4
(x −λp) dλ = e n
µ
δ
3
(x −nt),
e il sistema di equazioni da risolvere `e,

µ
T
µν
= .
ν
, ∂

T
νρ]
= 0. (6.74)
Una procedura di limite. Vogliamo ora derivare la soluzione di questo sistema dai ri-
sultati del paragrafo precedente, con un’opportuna procedura di limite. Ponendo nella
(6.58) v = v n e ricordando le (2.40), (2.41) per una particella singola, si vede intanto che
abbiamo il limite in o
t
(R
4
),
o
t
− lim
v→1
j
µ
= .
µ
.
Siccome il tensore F
µν
definito in (6.66) soddisfa per costruzione,

µ
F
µν
= j
ν
, ∂

F
νρ]
= 0,
e siccome le derivate costituiscono operazioni continue in o
t
, se esiste il limite di F
µν
per
v →1 nel senso delle distribuzioni, allora il tensore,
T
µν
≡ o
t
− lim
v→1
F
µν
, (6.75)
soddisfa automaticamente le (6.74). Insistiamo sul fatto che questa strategia ha senso solo
se i limiti di cui sopra vengono eseguiti nel senso delle distribuzioni: si noti in particolare
che il limite puntuale di F
µν
`e nullo quasi ovunque, vedi (6.69).
Affrontiamo ora la determinazione del limite (6.75), partendo non direttamente dal-
la (6.66) ma dall’espressione del potenziale (6.63), che appare pi` u semplice. Se questo
potenziale ammettesse limite nel senso delle distribuzioni, potremmo infatti scrivere,
o
t
− lim
v→1
F
µν
= ∂
µ

o
t
− lim
v→1
A
ν

−∂
ν

o
t
− lim
v→1
A
µ

.
184
Ora, eseguendo il limite puntuale della (6.63) si ottiene in effetti il risultato finito,
lim
v→1
A
µ
(x) =
e

n
µ
[(nx)[
, (nx) = t −n x,
ma questa espressione non costituisce una distribuzione! Vedremo tra poco che in realt`a
il limite di A
µ
nel senso delle distribuzioni non esiste – in accordo con il fatto che l’espres-
sione (6.57) non costituisce una distribuzione. Sorge allora la domanda se F
µν
ammette
effettivamente limite in o
t
, oppure no. La risposta pu`o essere ancora affermativa se la
parte di A
µ
che “diverge” per v →1 in o
t
, in qualche modo non contribuisce a F
µν
.
A questo proposito ricordiamo in effetti che il potenziale `e definito solo modulo una
trasformazione di gauge. Affinch´e F
µν
ammetta un limite ben definito `e allora sufficiente
che la parte divergente del potenziale possa essere eliminata con una trasformazione di
gauge. Consideriamo, per esempio, una trasformazione di gauge con parametro,
Λ =
e

ln

(ux) −

(ux)
2
−x
2

. (6.76)
Con un semplice calcolo si trova che il potenziale trasformato, del tutto equivalente a
(6.63) ma non pi` u soddisfacente la gauge di Lorentz, `e dato da,
¯
A
µ
= A
µ
+ ∂
µ
Λ =
e

1 +
(ux)

(ux)
2
−x
2

x
µ
x
2
, F
µν
= ∂
µ
¯
A
ν
−∂
ν
¯
A
µ
, (6.77)
dove con 1/x
2
intendiamo la sua parte principale. Grazie al limite puntuale,
lim
v→1
(ux)

(ux)
2
−x
2
= ε(nx),
dove ε() indica la distribuzione segno, non `e difficile vedere che il limite distribuzionale
del potenziale trasformato ora `e ben definito, e che coincide semplicemente con il suo
limite puntuale,
/
µ
≡ o
t
− lim
v→1
¯
A
µ
=
e

x
µ
x
2
H(nx). (6.78)
Dato che
¯
A
µ
ammette limite per v →1, mentre nello stesso limite il parametro di gauge Λ
diverge, vedi (6.76), risulta ora anche chiaro perch´e (6.63) non poteva ammettere limite.
Usando le (6.77), (6.78), possiamo ora determinare il campo elettromagnetico creato
da una particella carica di massa nulla, in moto in direzione n,
T
µν
= o
t
− lim
v→1
F
µν
= o
t
− lim
v→1
(∂
µ
¯
A
ν
−∂
ν
¯
A
µ
) = ∂
µ
/
ν
−∂
ν
/
µ
=
e

n
µ
x
ν
−n
ν
x
µ
x
2
δ(nx).
185
Per i campi elettrico e magnetico si ottiene allora facilmente,

c = −
e

x −nt
x
2
δ(nx), B = n

c, n c = 0. (6.79)
In particolare per i “moduli” vale c = B.
Se vede che in ogni istante i campi sono diversi da zero solo sul piano passante per la
posizione della particella in quell’istante, e perpendicolare alla sua velocit`a. Per esempio,
se la particella si muove lungo l’asse z si ha,

c =
e
2π(x
2
+ y
2
)
(x, y, 0) δ(z −t), (6.80)

B =
e
2π(x
2
+ y
2
)
(−y, x, 0) δ(z −t), (6.81)
e all’istante t i campi sono non nulli solo sul piano z = t, dove sono “molto intensi”, cio`e,
proporzionali alla δ di Dirac. Ricordiamo poi che per costruzione questi campi soddisfano
le equazioni di Maxwell. Si verifica per esempio facilmente che vale, vedi problema 6.4,



c = e δ(x) δ(y) δ(z −t) = j
0
(x),



B = 0. (6.82)
Infine, se si vuole nuovamente ottenere un potenziale nella gauge di Lorentz, `e suffi-
ciente eseguire un’altra trasformazione di gauge,
¯
/
µ
= /
µ
−∂
µ

e

H(nx) ln

x
2

= −
e

ln [x
2
[ δ(nx) n
µ
, ∂
µ
¯
/
µ
= 0.
Shock waves. Campi del tipo (6.79) vengono chiamati “shock waves”, perch´e in ogni
istante il campo `e diverso da zero solo su un piano, che avanza con la velocit`a della luce.
Succede allora che una carica di prova avverte un effetto solo nell’istante in cui questo
piano la colpisce, subendo una variazione istantanea, ma finita, della propria quantit`a di
moto. Supponiamo, per esempio, che il piano d’onda della particella colpisca all’istante
t = 0 una particella di carica e

non relativistica, v < 1, nella posizione (x, y, 0) ≡

b. In
questo caso nell’equazione di Lorentz,
d p
dt
= e

(c +v B)
il campo magnetico `e trascurabile. Inserendo in questa formula la (6.80), e integrando
tra un instante precedente e uno successivo all’urto, si trova che alla particella viene
186
comunicata la quantit` a di moto,
∆ p =

t
−t
d p
dt
dt = e

t
−t

c dt = e

t
−t
e

b
2π b
2
δ(z(t) −t) dt =
e

e

b
2π b
2
(1 −v
z
)
·
e

e

b
2π b
2
c
.
Nel risultato finale abbiamo ripristinato la velocit`a della luce, per evidenziare il fatto che
si tratta di un effetto relativistico. L’urto provoca quindi un “kick” di allontanamento se
le cariche sono dello stesso segno, e un kick di avvicinamento se sono di segno opposto.
Osserviamo, comunque, che in Elettrodinamica il fenomeno delle shock waves costi-
tuisce solo un’estrapolazione matematica – e non una situazione fisicamente realizzabile –
perch´e in natura non esistono particelle cariche prive di massa. Al contrario, risolvendo le
equazione di Einstein si pu`o vedere che il campo gravitazionale generato da una particella
che viaggia con la velocit`a della luce, `e ancora di tipo shock wave
27
. Ma questa volta le
soluzioni hanno valenza fisica, perch´e qualsiasi particella senza massa – come il fotone –
essendo dotata di energia `e gravitazionalmente “carica”, e quindi crea un campo gravita-
zionale di questo tipo. In questo caso l’estrapolazione matematica descrive, dunque, una
situazione realizzata in natura.
6.4 Campo di una particella in moto arbitrario
Come seconda applicazione importante della (6.8), determiniamo il campo elettromagne-
tico creato da una particella che percorre un’arbitraria traiettoria di tipo tempo. Rispetto
al moto rettilineo uniforme la particella possiede dunque un’accelerazione generalmente
non nulla, e vedremo che il campo generato apparir`a qualitativamente molto diverso. Le
peculiarit`a distintive che emergeranno rispetto al moto rettilineo uniforme si possono rias-
sumere come segue. Il campo di tipo coulombiano (6.66) verr` a deformato, ma manterr`a il
suo andamento a grandi distanze, ovvero 1/r
2
. In aggiunta comparir`a un campo nuovo,
dovuto all’accelerazione della particella, che a grandi distanze decadr`a pi` u debolmente,
ovvero come 1/r, e che sar`a quindi dominante rispetto al primo. Vedremo poi che sar`a
proprio questo andamento asintotico pi` u intenso ad essere responsabile del fenomeno del-
l’irraggiamento, del quale ci occuperemo in dettaglio nel prossimo capitolo: gli artefici
dell’irraggiamento sono dunque le cariche accelerate.
27
P. Aichelburg e R. Sexl, Gen. Rel. Grav. 2 (1971) 303).
187
6.4.1 Condizioni asintotiche.
Cominciamo con qualche considerazione di carattere generale, sulle traiettorie delle par-
ticelle cariche che prenderemo in considerazione.
Riferendoci a una singola particella ricordiamo che possiamo parametrizzare la sua
linea di universo con il tempo proprio, y
µ
(s), ma anche con il tempo t,
t ≡ y
0
(s) −→ s(t) −→ y
µ
(s(t)).
Con un abuso di linguaggio, in questo secondo caso indicheremo la linea di universo,
per semplicit`a, di nuovo con y
µ
(t) ≡ (t, y(t)). Ricordiamo poi che, a parte una costante
additiva, la relazione esplicita tra i due parametri `e,
s(t) =

t
0

1 −v
2
(t
t
) dt
t
, v(t) ≡
dy
dt
. (6.83)
Dato che in natura non esistono particelle cariche di massa nulla, prenderemo in conside-
razione solo particelle massive, per cui ad ogni istante finito si ha v < 1. Per t →±∞, in
linea di principio pu`o succedere che v tende a 1, come per esempio nel caso di una par-
ticella in un campo elettrico costante e uniforme, vedi problema 2.7. Difatti imporremo
una condizione leggermente pi` u forte, cio`e, che esista una velocit`a v
M
tale che,
v(t) ≤ v
M
< 1, ∀ t. (6.84)
Sotto questa condizione si ha,

1 −v
2
(t) ≥

1 −v
2
M
,
e la (6.83) implica allora che,
lim
t→±∞
s(t) = ±∞, (6.85)
Ci`o assicura che i parametri s e t possono essere usati equivalentemente, per tutta l’evo-
luzione temporale. Difatti, per i moti realizzati in natura la condizione (6.84) `e sempre
soddisfatta, come ora illustreremo. Le traiettorie che si riscontrano sperimentalmente
sono essenzialmente di due tipi – moti limitati e moti illimitati – e analizzeremo ora
separatamente questi due casi.
188
Moti illimitati. Per questi moti per definizione la quadrivelocit`a della particella am-
mette limiti finiti per t →±∞,
lim
t→±∞
u
µ
= u
µ
±
.
Questa ipotesi `e equivalente ad assumere che le velocit`a ordinarie ammettano limiti v
±
, con
v
±
< 1. Fisicamente queste condizioni sono motivate dal fatto che non esistono campi di
forza con un’estensione spaziale illimitata. All’infinito l’accelerazione deve quindi essere
nulla, e la velocit`a tendere a un vettore costante.
`
E allora ovvio che esiste un valore
v
M
, per cui vale la (6.84). Esempi tipici di moti illimitati sono le traiettorie aperte di
un esperimento di scattering. Si pu`o comunque vedere che anche per campi (costanti e
uniformi) che si estendono fino all’infinito, per cui le velocit`a limite eguagliano la velocit`a
della luce, si hanno le relazioni asintotiche, vedi problema 2.7,
s(t) ∼ ±ln[t[.
Anche in questo caso valgono quindi le (6.85).
Moti limitati. Per questi moti sono soddisfatti i vincoli,
v(t) ≤ v
M
< 1, [y(t)[ ≤ L, ∀ t.
Questa categoria riguarda particelle confinate a una regione limitata dello spazio, come
per esempio un elettrone in un’antenna, oppure una particella carica in un ciclotrone. Nel
primo caso la particella `e sottoposta a una forza “costante” oscillante, ma contempora-
neamente dissipa energia per effetto Joule e per irraggiamento. Il risultato `e che la sua
energia resta limitata, e quindi la sua velocit`a strettamente minore di quella della luce.
Nel caso del ciclotrone, durante alcuni tratti del ciclo, oltre al campo magnetico sono
presenti anche campi elettrici acceleranti, che tendono a fare aumentare l’energia della
particella. Tuttavia, a regime questo aumento `e completamente compensato dalla perdita
di energia per irraggiamento e, come vedremo, esiste una velocit`a massima minore della
velocit`a della luce – seppure spesso molto vicina ad essa.
Infine notiamo che, dato che in natura tutti i campi acceleranti F
µν
hanno intensit`a
limitata, la (6.84) assicura, per di pi` u, che l’accelerazione ordinaria a resta limitata, vedi
problema 2.10. Ricordando la relazione tra a e w
µ
si vede allora che anche la quadriacce-
lerazione di una particella carica `e sempre limitata, sia per i moti limitati che per quelli
189
illimitati. In seguito tutte le traiettorie considerate saranno supposte appartenere a una
di queste due categorie.
6.4.2 I campi di Lienard–Wiechert
Per determinare il campo elettromagnetico creato da una particella in moto arbitrario,
procediamo formalmente come nel caso di una particella in moto rettilineo uniforme.
Riprendiamo la forma generale della corrente,
j
µ
(y) = e

ds u
µ
(s) δ
4
(y −y(s)),
e la inseriamo nella (6.30),
A
µ
(x) =
e

d
4
y

ds u
µ
(s) H(x
0
−y
0
) δ((x −y)
2
) δ
4
(y −y(s))
=
e

ds u
µ
(s) H(x
0
−y
0
(s)) δ((x −y(s))
2
)
=
e

ds u
µ
(s) H(x
0
−y
0
(s)) δ(f(s)). (6.86)
Abbiamo definito la funzione,
f(s) = (x −y(s))
2
= (x
0
−y
0
(s))
2
−[x −y(s)[
2
,
in cui sottintendiamo la dipendenza dal punto di osservazione x
µ
= (x
0
, x), che `e fissato.
Come prima, per valutare δ(f(s)) dobbiamo individuare gli zeri della f. Dimostreremo
ora che questa funzione ha esattamente due zeri s
±
(x), soddisfacenti,
x
0
−y
0
(s
+
) > 0, x
0
−y
0
(s

) < 0. (6.87)
Per fare questo sfrutteremo le propriet`a generali delle traiettorie di tempo considerate,
discusse nel paragrafo precedente.
Determinazione degli zeri di f(s). Incominciamo con l’osservare che si hanno i limiti,
lim
s→±∞
f(s) = +∞. (6.88)
Per i moti limitati questo `e ovvio, perch´e per s →±∞ si ha,
y
0
(s) = t(s) →±∞,
190
mentre y(s) resta limitata. Per i moti illimitati, invece, per s → ±∞ le quadrivelocit`a
tendono a limiti u
µ
±
ben definiti, e quindi,
y
µ
(s) →u
µ
±
s ⇒ f(s) →x
2
−2 (xu
±
) s + s
2
→+∞.
Dai limiti (6.88) segue che f(s) ha almeno un estremale – in particolare almeno un minimo
– e quindi la sua derivata almeno uno zero. Scegliamo un estremale qualsiasi, s = a.
Calcolando la derivata,
f
t
(s) = −2(x
µ
−y
µ
(s)) u
µ
(s), (6.89)
si deduce che,
f
t
(a) = −2(x
µ
−y
µ
(a)) u
µ
(a) = 0.
Ne segue che
28
,
f(a) < 0.
Per provare questo sfruttiamo il fatto che le quantit` a f(s) e f
t
(s) sono scalari per trasfor-
mazioni di Lorentz, quindi possiamo calcolarle in un sistema di riferimento arbitrario. Sce-
gliamo il sistema di riferimento in cui per s = a la particella `e a riposo, u
µ
(a) = (1, 0, 0, 0).
Allora abbiamo,
0 = f
t
(a) = −2(x
0
−y
0
(a)) ⇒ f(a) = −[x −y(a)[
2
< 0.
Tutti i minimi e massimi di f(s) si trovano dunque nel semipiano inferiore. Questa
informazione, assieme al fatto che per s → ±∞ f va a +∞, implica che per ogni x
µ
fissato f possiede esattamente due zeri s
±
,
f(s
±
) = 0, s
+
< s

.
In s
+
f passa da valori positivi a valori negativi, e in s

da valori negativi a valori positivi.
Di conseguenza abbiamo,
f
t
(s
+
) < 0, f
t
(s

) > 0.
Valutando queste disuguaglianze tramite la (6.89) nei riferimenti in cui la particella `e
a riposo, rispettivamente agli istanti s
+
e s

, si ottengono le relazioni (6.87) in questi
28
In tutta questa analisi `e sottointeso che x non appartenga alla linea di universo della particella, cio`e,
x
µ
= y
µ
(s), ∀ s. Nei punti x appartenenti alla linea di universo il potenziale vettore diverge.
191
riferimenti. Ma dato che i vettori x
µ
− y
µ
±
(s) appartengono al cono luce, il segno di
x
0
−y
0
±
(s) `e un invariante relativistico. Concludiamo quindi che le disuguaglianze (6.87)
valgono in qualsiasi sistema di riferimento, c.v.d.
Il quadripotenziale di Lienard–Wiechert. A questo punto possiamo valutare l’integran-
do della (6.86), usando la (2.37),
H(x
0
−y
0
(s)) δ(f(s)) = H(x
0
−y
0
(s))

δ(s −s
+
)
[f
t
(s
+
)[
+
δ(s −s

)
[f
t
(s

)[

= H(x
0
−y
0
(s
+
))
δ(s −s
+
)
[f
t
(s
+
)[
+ H(x
0
−y
0
(s

))
δ(s −s

)
[f
t
(s

)[
=
δ(s −s
+
)
[f
t
(s
+
)[
=
δ(s −s
+
)
2(x −y(s
+
))u(s
+
)
.
Sostituendo nella (6.86) si ottiene il quadripotenziale di Lienard–Wiechert,
A
µ
(x) =
e

u
µ
(s)
(x −y(s))u(s)

s=s
+
(x)
, (6.90)
dove la funzione s
+
(x) `e determinata in modo univoco dalle relazioni,
(x −y(s))
2
= 0, x
0
−y
0
(s) > 0, (6.91)
equivalenti a,
x
0
−y
0
(s) = [x −y(s)[. (6.92)
Il tempo ritardato. Per renderci conto del significato della posizione y
µ
(s
+
) della par-
ticella al tempo proprio s
+
, `e pi` u conveniente parametrizzare la sua linea di universo con
il tempo,
t
t
= y
0
(s), y
µ
(t
t
) = (t
t
, y(t
t
)), v(t
t
) =
dy(t
t
)
dt
t
, u
µ
(t
t
) =
1

1 −v(t
t
)
2
(1, v(t
t
)).
Questo permette di riscrivere il potenziale di Lienard–Wiechert come,
A
µ
(x) =
e

u
µ
(t
t
)
(x −y(t
t
)) u(t
t
)
=
e

(1, v(t
t
))
t −t
t
−(x −y(t
t
)) v(t
t
)
=
e

1,
v(t

)
c

[x −y(t
t
)[ −(x −y(t
t
))
v(t

)
c
, (6.93)
192
dove il “tempo ritardato” t
t
(t, x) `e determinato dalla (6.92),
t −t
t
=
1
c
[x −y(t
t
)[. (6.94)
Nelle formule finali abbiamo reinserito la velocit`a della luce, per evidenziare le correzioni
relativistiche; per il caso statico si veda la (6.64). Come si vede, il potenziale nel punto
x
µ
= (t, x) non dipende dalle variabili cinematiche della particella all’istante t, bens`ı dai
valori di posizione e velocit`a all’istante ritardato t
t
. Dalla (6.94) si vede che questo istante
`e determinato in modo tale che l’evento (t
t
, y(t
t
)) sia connesso attraverso un segnale di tipo
luce “futuro”, al punto d’osservazione x
µ
. La presenza del ritardo comporta nella (6.93)
correzioni relativistiche implicite, in quanto t
t
= t −o(1/c). Pi` u precisamente, eseguendo
lo sviluppo non relativistico della (6.94) si ottiene,
t
t
(t, x) = t −
[x −y(t)[
c

(x −y(t)) v(t)
c
2
+o

1
c
3

. (6.95)
Al denominatore della (6.93) compare poi una correzione relativistica esplicita, per la
presenza del termine proporzionale a v(t
t
)/c.
I campi di Lienard–Wiechert. Passiamo ora al calcolo del campo elettromagnetico
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
. In seguito per semplicit`a con “s” indicheremo la funzione di x s
+
(x).
Introduciamo oltre alla quadriaccelerazione w
µ
= du
µ
/ds, il quadrivettore dipendente da
x,
L
µ
(x) ≡ x
µ
−y
µ
(s), (6.96)
dove bisogna tenere presente che la dipendenza da x avviene anche attraverso s. Allora il
sistema (6.91) pu`o essere riscritto come,
L
α
L
α
= 0, L
0
= [x −y(s)[. (6.97)
Per il potenziale e il campo elettromagnetico si ottiene allora,
A
µ
=
e

u
µ
(uL)
, F
µν
=
e

1
(uL)

µ
u
ν

1
(uL)
2

µ
(uL) u
ν
−(µ ↔ν)

. (6.98)
Per determinare le derivate rimanenti dobbiamo valutare le derivate parziali di s ≡ s(x)
rispetto a x
µ
. A questo scopo `e sufficiente derivare la (6.97) rispetto a x
µ
,
0 = L
α

µ
L
α
= L
α

µ
(x
α
−y
α
(s)) = L
α

η
αµ

∂s
∂x
µ
dy
α
ds

= L
µ
−(uL)
∂s
∂x
µ
,
193
che d`a,
∂s
∂x
µ
=
L
µ
(uL)
.
Possiamo ora calcolare le derivate che compaiono in F
µν
,

µ
u
ν
=
∂s
∂x
µ
du
ν
ds
=
L
µ
w
ν
(uL)
,

µ
L
ν
= η
µν

∂s
∂x
µ
dy
ν
ds
= η
µν

L
µ
u
ν
(uL)
,
e quindi,

µ
(uL) = (∂
µ
u
ν
)L
ν
+ u
ν

µ
L
ν
=
1
(uL)
L
µ
(wL) + u
ν

η
µν

L
µ
u
ν
(uL)

=
1
(uL)
((wL) −1)L
µ
+ u
µ
.
Sostituendo queste espressioni nella (6.98) si ottiene infine un’espressione covariante a
vista, per il campo elettromagnetico prodotto da una particella carica in moto arbitrario,
F
µν
=
e
4π(uL)
3

L
µ
u
ν
+L
µ
[(uL) w
ν
−(wL) u
ν
] −(µ ↔ν)

. (6.99)
Campi di velocit`a e campi di accelerazione. Come prima cosa vogliamo analizzare il
comportamento della (6.99) a grandi distanze dalla particella. A questo scopo `e convenien-
te suddividere i termini che compaiono in F
µν
in due classi, in base alla loro dipendenza
dalla variabile,
R ≡ L
0
= [x −y(s)[,
vedi (6.97).
`
E anche conveniente definire il versore nullo,
m
µ

L
µ
R
, m
µ
m
µ
= 0,
con componenti,
m
0
= 1, m =
x −y(s)
[x −y(s)[
, [ m[ = 1.
Scrivendo L
µ
= Rm
µ
possiamo allora riscrivere il campo (6.99) come somma di due
contributi, il “campo di velocit`a” F
µν
v
, e il “campo di accelerazione” F
µν
a
,
F
µν
= F
µν
v
+ F
µν
a
, (6.100)
F
µν
v
=
e
4π(um)
3
R
2
(m
µ
u
ν
−m
ν
u
µ
) , (6.101)
F
µν
a
=
e
4π(um)
3
R

m
µ
[(um) w
ν
−(wm) u
ν
)] −(µ ↔ν)

. (6.102)
194
In F
µν
a
abbiamo incluso i termini proporzionali a 1/R, e in F
µν
v
i termini proporzionali
a 1/R
2
. Come si vede il primo risulta proporzionale alla quadriaccelerazione, mentre il
secondo ne `e indipendente.
Analizziamo ora gli andamenti di questi campi a grandi distanze dalla particella. Per
fare questo supponiamo che la particella si muova in una regione limitata dello spazio,
[y[ ≤ D,
e consideriamo il campo in un punto x lontano da questa regione,
r ≡ [x[ D.
Allora abbiamo le identificazioni asintotiche,
R = [x −y[ ≈ r, m =
x −y
[x −y[

x
r
≡ n. (6.103)
Siccome per qualsiasi valore di r i vettori u
µ
, w
µ
e m
µ
sono limitati, vediamo che a grandi
distanze dalla particella il campo di accelerazione decade come,
F
µν
a

1
r
, (6.104)
mentre il campo di velocit`a decade come,
F
µν
v

1
r
2
. (6.105)
In particolare vediamo che a grandi distanze il campo di accelerazione domina sul campo
di velocit`a, e quindi il campo totale decade come,
F
µν

1
r
,
in contrapposizione con l’andamento del campo del moto rettilineo uniforme, vedi (6.71).
Consideriamo ora pi` u da vicino il campo di velocit`a, riscrivendolo come,
F
µν
v
=
e
4π(uL)
3
(L
µ
u
ν
−L
ν
u
µ
) . (6.106)
`
E facile vedere che per un moto rettilineo uniforme questo campo si riduce in realt`a alla
(6.66). Infatti, se y
µ
(s) = u
µ
s, si ha L
µ
= x
µ
−u
µ
s, e quindi,
L
µ
u
ν
−L
ν
u
µ
= x
µ
u
ν
−x
ν
u
µ
,
(uL) = u
µ
(x
µ
−u
µ
s) = (ux) −s
+
(x) =

(ux)
2
−x
2
,
195
vedi (6.60). Il campo F
µν
v
rappresenta quindi una deformazione del campo elettromagneti-
co di una particella in moto rettilineo uniforme, ed eredita in particolare il suo andamento
asintotico 1/r
2
. Per questo motivo F
µν
v
viene anche chiamato “campo coulombiano”.
Un effetto genuinamente nuovo `e invece rappresentato dalla comparsa del campo di
accelerazione F
µν
a
– causato appunto dall’accelerazione della particella – che a grandi
distanze soppianta il campo di velocit`a. Nel prossimo paragrafo vedremo che `e proprio
questo campo a causare il fenomeno dell’irraggiamento.
I campi

E e

B. Esplicitiamo ora i campi elettrico e magnetico corrispondenti alla
(6.99). Usando le (6.100)–(6.102), questi campi possono a loro volta essere suddivisi
in campi di velocit`a, indipendenti dall’accelerazione e proporzionali a 1/R
2
, e in campi di
accelerazione, lineari nell’accelerazione e proporzionali a 1/R,

E =

E
v
+

E
a
,

B =

B
v
+

B
a
.
Esplicitiamo prima la quadriaccelerazione in termini dell’accelerazione spaziale a = dv/dt
t
,
w
µ
=
a v
(1 −v
2
)
3/2
u
µ
+
1
(1 −v
2
)
(0, a).
Si vede allora che il termine proporzionale a u
µ
si cancella, quando w
µ
viene inserito in
[(um) w
ν
−(wm) u
ν
]. Usando anche che,
(um) =
1

1 −v
2
(1 −v m),
con calcoli elementari dalle (6.101), (6.102) si trova allora, ripristinando la velocit`a della
luce,

E
v
=
e
4πR
2

1 −
v
2
c
2

m−
v
c

1 −
v m
c

3
,

B
v
= m

E
v
, (6.107)

E
a
=
e
4πc
2
R
m

m−
v
c

a

1 −
v m
c

3
,

B
a
= m

E
a
, (6.108)
che sono i campi di Lienard–Wiechert. Si badi che le quantit` a cinematiche y, v e a che
compaiono in queste formule sono valutate all’istante ritardato t
t
(x), definito dalla (6.94).
196
Vediamo che in ogni punto i campi elettrico e magnetico sono ortogonali tra di loro, in
quanto si ha,

B = m

E.
Data l’espressione particolare di

E
v
si vede poi che si pu`o anche scrivere,

B
v
=
v
c


E
v
.
Il campo magnetico di velocit`a `e quindi soppresso di un fattore v/c rispetto al campo
elettrico di velocit`a, come nel caso del moto rettilineo uniforme, vedi (6.68). Viceversa,
i campi elettrico e magnetico di accelerazione sono invece uguali in modulo, in quanto si
ha,
m

E
a
= 0,

B
a
= m

E
a
, [

B
a
[ = [

E
a
[, (6.109)
relazioni che sfrutteremo nel prossimo paragrafo.
Facciamo infine notare che rispetto al campo di velocit`a

E
v
, i campi

E
a
e

B
a
portano
un prefattore 1/c
2
. I campi di accelerazione rappresentano quindi degli effetti prettamente
relativistici !
Andamenti asintotici in generale. Concludiamo questo paragrafo con una generaliz-
zazione importante. Grazie al fatto che la (6.47) `e lineare nella corrente, gli andamenti
asintotici del campo (6.99) derivati sopra si estendono, infatti, automaticamente al campo
elettromagnetico generato da un arbitrario sistema di cariche puntiformi. In particolare
il campo si scriver`a ancora come,
F
µν
= F
µν
v
+ F
µν
a
, (6.110)
dove a grandi distanze,
F
µν
v

1
r
2
, F
µν
a

1
r
. (6.111)
Per il campo totale si avr` a quindi di nuovo,
F
µν

1
r
. (6.112)
A livello asintotico si possono generalizzare anche le (6.109), ricordando che per grandi r
si ha l’identificazione, vedi (6.103),
m ≈ n,
197
dove il versore radiale n `e indipendente dalle traiettorie delle particelle. Per un siste-
ma arbitrario di particelle dalle (6.109) – per linearit`a – si ottengono allora le relazioni
asintotiche,
n

E
a
= 0,

B
a
= n

E
a
, [

B
a
[ = [

E
a
[, per r →∞. (6.113)
Ancora, siccome anche le correnti “macroscopiche” – come quelle corrispondenti agli elet-
troni in un’antenna o in un circuito elettrico – possono essere pensate come sovrapposizioni
delle correnti elementari delle cariche costituenti, gli andamenti asintotici (6.113) valgono
anche per i campi generati da tali correnti.
6.4.3 Emissione di radiazione da cariche accelerate
Ora che abbiamo un’espressione per il campo elettromagnetico prodotto da una particella
carica in moto arbitrario, possiamo chiederci sotto quali condizioni una particella cede o
assorbe energia o, pi` u in generale, quadrimomento, attraverso questo campo. Non siamo
quindi interessati al quadrimomento che le particelle cedono al campo, ma piuttosto al
quadrimomento che il sistema campo + particelle cede all’“ambiente” – che `e quello che
viene rivelato sperimentalmente. Con un abuso di linguaggio, che adotteremo anche noi,
si parla comunque di “quadrimomento emesso dalle particelle”.
Formula fondamentale per l’emissione di quadrimomento. Consideriamo dunque un ge-
nerico sistema di particelle cariche interagenti con il campo elettromagnetico. Come ab-
biamo visto, il trasporto di quadrimomento di un tale sistema `e quantificato dal tensore
energia–impulso del solo campo elettromagnetico, vedi paragrafo 2.4.3,
T
µν
em
= F
µ
α
F
αν
+
1
4
η
µν
F
αβ
F
αβ
.
In particolare, se consideriamo “positivo” il quadrimomento emesso – come d’ora in poi
faremo sempre – il quadrimomento emesso nell’unit`a di tempo da una superficie chiusa Γ
`e dato da, vedi (2.81),
dP
µ
dt
=

Γ
T
µi
em

i
. (6.114)
Tuttavia, il quadrimomento che pu`o essere considerato definitivamente ceduto dal sistema
all’ambiente, `e solo quello che successivamente non viene riassorbito. Il quadrimomento
198
in questione `e quindi quello che riesce a raggiungere l’infinito spaziale
29
. Questo vuol
dire che nell’integrale in (6.114) dobbiamo scegliere per Γ una sfera di raggio r, e poi fare
tendere r all’infinito. Scrivendo l’elemento di superficie della sfera come d

Σ = nr
2
dΩ,
dove dΩ `e l’angolo solido, per il quadrimomento emesso nell’unit`a di tempo otteniamo
allora,
dP
µ
dt
= r
2

T
µi
em
n
i
dΩ, r →∞. (6.115)
Da questa espressione possiamo infine selezionare il quadrimomento emesso nell’unit`a di
tempo e nell’unit`a di angolo solido, in direzione n,
d
2
P
µ
dt dΩ
= r
2

T
µi
em
n
i

, r →∞, (6.116)
dove d’ora in poi il limite per r → ∞ sar`a sempre sottinteso. La (6.116) costituisce la
formula fondamentale per l’analisi di tutti i fenomeni di irraggiamento. Si vede allora in
particolare che, per valutare il quadrimomento emesso, `e sufficiente selezionare da T
µi
em
i
contributi che vanno come 1/r
2
ovverosia, dato che T
µν
em
`e proporzionale a (F
µν
)
2
, da F
µν
quelli che vanno come 1/r. Ma visti gli andamenti asintotici (6.111), questo significa che
al membro di destra della (6.116) contribuisce solo il campo di accelerazione.
La doppia conclusione di questa analisi – completamente generale – `e che al quadrimo-
mento emesso da un sistema di cariche contribuisce solo il campo di accelerazione, e che
per determinare il primo `e sufficiente valutare il secondo a grandi distanze dalle cariche.
Emissione di energia. Consideriamo ora pi` u in dettaglio l’emissione di energia. Per
l’energia P
0
≡ ε emessa nell’unit`a di tempo e nell’unit`a di angolo solido, ovverosia, per la
potenza J = dε/dt emessa nell’unit`a di angolo solido, la componente zero della (6.116)
fornisce, si ricordi che T
0i
em
= S
i
,
dJ
dΩ
=
d
2
ε
dt dΩ
= r
2
(

S n). (6.117)
Ma per quanto concluso sopra, al vettore di Poynting contribuiscono solo i campi di
accelerazione,

S =

E

B →

E
a

B
a
,
29
A livello quantistico questo significa che consideriamo “emessi” solo quei fotoni che riescono a
raggiungere l’infinto, e non vengono successivamente risassorbiti dalle particelle.
199
e questi ultimi vanno inoltre valutati a grandi distanze. Possiamo allora usare le relazioni
asintotiche (6.113), per derivare la semplice formula,

S =

E
a

B
a
=

E
a
(n

E
a
) = n[

E
a
[
2
. (6.118)
Risulta, quindi, che

S ha la stessa direzione e lo stesso verso di n, e ne segue che il flusso
di energia `e sempre radiale uscente, verso l’infinito: l’energia viene quindi sempre emessa
dalle particelle, e mai assorbita ! Questa circostanza `e una conseguenza diretta del fatto
che abbiamo utilizzato il kernel ritardato G
ret
; se avessimo usato il kernel avanzato G
adv
,
il flusso di energia sarebbe stato invece sempre entrante dall’infinito.
Se inseriamo la (6.118) nella (6.117) vediamo che la potenza emessa dipende in modo
semplice dal modulo del campo elettrico di accelerazione, valutato a grandi distanze dalla
particella,
dJ
dΩ
= c r
2
[

E
a
[
2
, (6.119)
dove abbiamo ripristinato la velocit`a della luce. Grazie al fatto che

E
a
decade come 1/r,
la potenza emessa sar`a in particolare sempre finita. Inoltre, siccome [

B
a
[ = [

E
a
[ abbiamo,
J = 0 ⇔ F
µν
a
= 0.
La presenza o assenza di energia emessa costituisce quindi un fenomeno Lorentz invarian-
te, cio`e, indipendente dal sistema di riferimento. In presenza di una singola particella
abbiamo inoltre, vedi la (6.102) e il problema 6.2,
F
µν
a
= 0 ⇔ w
µ
= 0.
La presenza o assenza di energia emessa `e quindi legata inscindibilmente all’accelerazione
della particella.
Il campo di accelerazione come campo di radiazione. Possiamo infine cercare di met-
tere in relazione il campo di accelerazione F
µν
a
, con i “campi di radiazione” – le soluzioni
dell’equazione di Maxwell nel vuoto, che abbiamo studiato nel capitolo precedente. A
questo proposito notiamo che nel complemento della linea di universo, il campo totale
(6.100) soddisfa evidentemente le equazioni di un campo di radiazione,

µ
F
µν
= 0 = ∂

F
νρ]
.
200
Ma dato che F
µν
= F
µν
v
+F
µν
a
, e che F
µν
v
decade come 1/r
2
, ne segue che F
µν
a
(che di per
s`e decade solo come 1/r) soddisfa queste equazioni asintoticamente, vale a dire modulo
termini 1/r
2
,

µ
F
µν
a
= o

1
r
2

, ∂

F
a νρ]
= o

1
r
2

.
Ci aspettiamo allora che a grandi distanze dalla particella il campo di accelerazione si
comporti come un campo di radiazione, e che risulti in particolare sovrapposizone di on-
de piane. Dalla formula del vettore di Poynting (6.118) – formalmente identico a quello
delle onde piane (5.76) – si desume allora che le onde che compongono F
µν
a
si propagano
necessariamente lungo la direzione radiale uscente. Siamo quindi portati a concludere che
l’energia emessa (6.119) viaggia asintoticamente a cavallo di un campo di radiazione, che
`e composto da onde elettromagnetiche che si propagano in direzione radiale. Nel prossi-
mo capitolo renderemo questa affermazione precisa, analizzando in dettaglio le propriet`a
asintotiche di un generico campo di accelerazione F
µν
a
. Per le caratteristiche appena de-
scritte, il campo di accelerazione viene spesso anche chiamato semplicemente “campo di
radiazione”.
In conclusione, una carica accelerata cede energia e quantit`a di moto attraverso il suo
campo di radiazione, liberando onde elettromagnetiche che le trasportano fino all’infinito.
6.4.4 Limite non relativistico e formula di Larmor
Per illustrare il significato delle formule del paragrafo precedente determiniamo la potenza
totale emessa da una particella carica accelerata in tutte le direzioni,
J =

dJ
dΩ
dΩ, (6.120)
nel limite non relativistico. Per essere precisi, vogliamo valutare questa potenza all’ordine
pi` u basso in 1/c che, come vedremo, corrisponde a J ∼ 1/c
3
.
Data la (6.119) si tratta dunque di valutare il campo elettrico di accelerazione all’ordine
pi` u basso in 1/c. Siccome questo campo porta un prefattore 1/c
2
, nella (6.108) possiamo
allora trascurare i fattori v/c, ottenendo,

E
a
=
e
4πRc
2
m( ma), [

E
a
[
2
=
e
2
[ ma[
2
16 π
2
R
2
c
4
. (6.121)
201
La validit`a di questa approssimazione richiede dunque in particolare che la particella si
muova con velocit`a piccola rispetto alla velocit`a della luce,
v <c,
come c’era da aspettarsi. Per determinare la distribuzione angolare della potenza emessa
(6.119) dobbiamo inoltre valutare

E
a
asintoticamente, a grandi distanze dalla particella,
per cui secondo le (6.103) si ha R →r e m →n. La (6.119) diventa allora,
dJ
dΩ
=
e
2
16 π
2
c
3
[n a[
2
. (6.122)
La potenza emessa nell’unit`a di angolo solido `e quindi quadratica nell’accelerazione della
particella, ma esibisce anche una dipendenza esplicita dalla direzione n in cui si osserva
la radiazione.
Il ritardo asintotico. Prima di poter determinare la potenza totale integrando la (6.122)
sull’angolo solido, occorre fare una precisazione sull’interpretazione di questa formula in
relazione alla propagazione causale della radiazione. Questa formula d`a, infatti, l’energia
emessa dalla particella nell’unit`a di tempo e nell’unit`a di angolo solido in direzione n
– rivelata all’istante t a una distanza r molto grande dalla particella, e il membro di
sinstra della (6.122) andrebbe quindi scritto meglio come
dV
dΩ
(t, r, n). L’accelerazione che
compare al membro di destra della formula `e, invece, valutata all’istante ritardato t
t
(t, x),
determinato dalla relazione (6.94),
t −t
t
=
1
c
[x −y(t
t
)[. (6.123)
Anche questa relazione va valutata asintoticamente, per punti di osservazione x molto
lontani dalla traiettoria della particella. Supponiamo allora che la particella sia confinata
alla sfera S
D
, di raggio D e centro nell’origine: [y(t)[ < D, ∀ t, e scegliamo r = [x[ D.
Ricordando che n = x/r abbiamo allora lo sviluppo,
[x −y(t
t
)[ = r

n −
y(t
t
)
r

= r

1 −2
n y(t
t
)
r
+
y
2
(t
t
)
r
2
= r

1 −
n y(t
t
)
r
+o

1
r
2

= r −n y(t
t
) + o

1
r

, (6.124)
e si ottiene per la versione asintotica della (6.123),
t
t
= t −
r
c
+
n y(t
t
)
c
≡ T +
n y(t
t
)
c
. (6.125)
202
La (6.122) si scrive quindi pi` u precisamente,
dJ
dΩ
(t, r, n) =
e
2
16 π
2
c
3
[n a(t
t
)[
2
, (6.126)
dove la funzione t
t
= t
t
(t, x) `e definita dalla relazione implicita (6.125).
Vediamo che il tempo ritardato (6.125) `e composto da un termine “macroscopico”,
T = t −
r
c
, e da un contributo “microscopico”, n y(t
t
)/c. Il primo rappresenta l’istante
(ritardato) in cui la radiazione deve lasciare il centro di S
D
, per giungere all’istante t
nel punto di rivelazione x. Questo istante `e indipendente dal moto della particella e
dalla direzione di osservazione n. Il termine microscopico rappresenta invece un ritardo
aggiuntivo causato dal moto y(t) della particella all’interno di S
D
, e dipende da n. Siccome
questo termine `e inoltre soppresso di un fattore 1/c, nel limite non relativistico esso potr`a
essere trascurato, vedi sotto.
Il membro di destra della (6.126) esibisce quindi una dipendenza esplicita da n, e una
implicita attraverso t
t
. Di conseguenza l’integrale sugli angoli nella (6.120) in generale
non pu`o essere eseguito analiticamente. Possiamo comunque risolvere iterativamente la
(6.125) attraverso uno sviluppo non relativistico in potenze di 1/c,
t
t
= T +
n y(T)
c
+
(n y(T))(n v(T))
c
2
+

1
c
3

.
che porta a,
a(t
t
) =a(T) +
n y(T)
c
˙
a(T) +

1
c
2

. (6.127)
Tuttavia, dato che la (6.126) `e stata ottenuta trascurando nella (6.108) i fattori v/c,
per consistenza anche nella (6.127) dobbiamo omettere i termini di ordine 1/c, e tenere
quindi solo il contributo di ordine zero a(T), che equivale a porre t
t
= T. In questo limite
si trascura quindi, in particolare, il ritardo microscopico. In conclusione, nel limite non
relativistico la radiazione che viene rivelata a un istante t a una distanza r dalla particella,
viene considerata emessa dalla particella all’istante ritardato T = t −
r
c
, e quindi l’energia
emessa corrisponente (6.126) deve dipendere dal valore dell’accelerazione a(T) allo stesso
istante.
Nello sviluppo (6.127) i termini di ordine 1/c e successivi rappresentano, invece, corre-
zioni relativistiche di ordine superiore. Per una trattazione sistematica degli sviluppi non
203
relativistici rimandiamo alla sezione 7.3, dove faremo in particolare vedere che, affinch`e il
ritardo microscopico possa essere trascurato, `e necessario che le particelle si muovano con
velocit`a piccole rispetto alla velocit`a della luce.
Formula di Larmor. Nell’approssimazione non relativistica l’accelerazione a(T) ≡ a
nella (6.126) risulta indipendente dagli angoli, e la potenza totale (6.120) pu`o allora essere
valutata esplicitamente. Per fare questo `e sufficiente scegliere come asse z la direzione di
a, e usare le relazioni,
[n a[
2
= [ a [
2
sen
2
ϑ, dΩ = senϑdϑdϕ.
Risulta allora,
J =
e
2
[ a [
2
16 π
2
c
3


0

π
0
sen
3
ϑdϑ.
Svolgendo gli integrali si ottiene una formula semplice per la potenza totale emessa da
una particella non relativistica, con carica e e accelerazione a,
J =
e
2
[ a [
2
6π c
3
, (6.128)
che `e la nota formula di Larmor (1897). Insistiamo sul fatto che in questa formula la
potenza J(t, r) rivelata a un istante t a una distanza r dalla particella, coinvolge al
membro di destra l’accelerazione valutata all’istante t −
r
c
. Proprio perch´e la radiazione
si propaga con velocit`a c, la formula pu`o allora anche essere interpretata dicendo che, se
a un dato istante la particella possiede l’accelerazione a, in quell’istante essa emette la
potenza e
2
[a[
2
/6πc
3
. Torneremo su questo punto in sezione 9.1, dove discuteremo la gene-
ralizzazione relativistica della (6.128). Le conseguenze fenomenologiche della formula di
Larmor saranno invece analizzate nel prossimo capitolo, dove la rideriveremo nell’ambito
di un approccio pi` u sistematico.
6.5 Problemi
6.1 Si dimostri che la funzione di Green ritardata (6.43) definisce una distribuzione in
o
t
(R
4
).
6.2 Si dimostri che il campo F
µν
a
asintotico dato in (6.102) `e nullo in ogni direzione n,
se e solo se w
µ
= 0. [Sugg.: pu`o essere utile usare il sistema a riposo istantaneo.]
204
6.3 Si consideri una particella di carica e che si muove con velocit`a v costante lungo
l’asse z, nel sistema di riferimento del laboratorio K. Si consideri che nel sistema di
riferimento K
t
, dove la particella `e a riposo in x
t
= 0, il quadripotenziale vale,
A

(x
t
) =
e
4π[x
t
[
(1, 0, 0, 0).
a) Si determini la trasformazione di Lorentz Λ
µ
ν
che connette un evento in K con l’evento
corrispondente in K
t
.
b) Si determini il potenziale A
µ
(x) in K sfruttando il fatto che esso `e un quadrivettore, e
si confronti il risultato con la (6.63).
6.4 Si verifichi che i campi elettrico e magnetico di una particella priva di massa soddi-
sfano le equazioni (6.82), dimostrando in particolare che in due dimensioni vale l’identit`a
distribuzionale,


x
r
2
= 2π δ
2
(x),
dove x ≡ (x, y) e r =

x
2
+ y
2
.
Se ne deduca che la funzione di Green del laplaciano bidimensionale `e data dal
logaritmo,

2

1

ln r

= (∂
2
x
+ ∂
2
y
)

1

ln

x
2
+ y
2

= δ
2
(x).
205
7 Irraggiamento
Con “irraggiamento” si intende genericamente il fenomeno dell’emissione di radiazione
da parte di un generico sistema carico. Nel capitolo precedente abbiamo derivato un’e-
spressione esatta per il campo elettromagnetico generato da una particella carica in moto
arbitrario. Abbiamo visto che se la particella `e accelerata, allora essa genera un campo di
accelerazione che a grandi distanze decade come 1/r e che trasporta energia e quantit` a di
moto. Abbiamo anche constatato che l’analisi quantitativa della radiazione, e in partico-
lare la determinazione del quadrimomento emesso, in realt`a non richiedono la conoscenza
dei campi di Lienard–Wiechert esatti, ma solo della loro forma asintotica.
Nel presente capitolo vogliamo eseguire un’analisi sistematica della radiazione emessa
da un arbitrario sistema carico, rappresentato da una quadricorrente j
µ
generica. Siccome
a livello microscopico qualsiasi sistema carico pu`o essere pensato come composto da un
insieme di particelle cariche puntiformi, il suo campo a grandi distanze decade ancora
come 1/r, e per analizzare la radiazione emessa `e di nuovo sufficiente determinare il suo
andamanto asintotico. Uno degli scopi principali di questo capitolo sar`a in particolare la
determinazione del quadrimomento emesso dal sistema nell’unit`a di tempo, vedi (6.116),
d
2
P
µ
dt dΩ
= r
2

T
µi
em
n
i

. (7.1)
Siccome al membro di destra di questa formula contribuiscono solo i campi F
µν
che a
grandi distanze decadono come 1/r, per valutare il quadrimomento emesso `e allora suffi-
ciente selezionare anche dal quadripotenziale A
µ
di (6.48) i contributi che vanno come 1/r.
La prossima sezione sar`a dunque dedicata a un’analisi sistematica del quadripotenziale a
grandi distanze dal sistema carico, ovvero nella “zona della onde”.
Decomposizione spettrale della corrente. Concludiamo questa premessa con una speci-
ficazione sulla natura delle correnti che considereremo. In primo luogo queste dovranno
certamente essere conservate, ∂
µ
j
µ
= 0. Le correnti che compaiono nella realt`a fisica si
suddividono poi naturalmente in due categoria a seconda della loro dipendenza dal tem-
po, correnti aperiodiche e correnti periodiche. Nel primo caso la corrente ammette una
trasformata di Fourier nella sola variabile temporale, ovvero, ammette la “decomposizione
206
spettrale”,
j
µ
(t, x) =
1


−∞
dω e
iωt
j
µ
(ω, x), (7.2)
dove la trasformata j
µ
(ω, x) rappresenta il “peso continuo” con cui la frequenza ω compare
nella corrente. Siccome la corrente `e reale questi pesi devono soddisfare la condizione di
realt`a,
j
µ∗
(ω, x) = j
µ
(−ω, x),
a causa della quale in seguito le frequenze saranno considerate sempre positive. Esempi
di processi che corrispondono a correnti aperiodiche sono gli urti elastici tra particelle
cariche, o il passaggio di una particella carica attraverso una zona limitata con un campo
elettromagnetico non nullo.
Se la corrente `e invece periodica nel tempo con periodo T – come la corrente macro-
scopica in un’antenna, o quella dovuta a una particella carica in un ciclotrone – allora la
decomposizione (7.2) viene sostituita dalla serie di Fourier
30
,
j
µ
(t, x) =

¸
N=−∞
e
iNω
0
t
j
µ
N
(x), j
µ∗
N
(x) = j
µ
−N
(x), (7.3)
dove ω
0
=

T
`e la frequenza fondamentale. In questo caso j
µ
N
(x) rappresenta il “peso
discreto” con cui la frequenza,
ω
N
= Nω
0
,
compare nella corrente.
In seguito considereremo anche “sorgenti monocromatiche” corrispondenti a correnti
con frequenza fissata, del tipo,
j
µ
(t, x) = e
iωt
j
µ
(ω, x) + c.c. (7.4)
Qualsiasi sorgente potr`a quindi essere pensata come sovrapposizione – discreta o continua
– di sorgenti monocromatiche. La denominazione “frequenza” per la variabile duale ω
30
In realt`a la (7.3) pu`o essere riguardata come un caso particolare della (7.2), se si pone,
j
µ
(ω, x) =



¸
N=−∞
δ(ω −ω
N
)j
µ
N
(x).
207
deriva dal fatto che, come vedremo, una sorgente monocromatica genera un campo elet-
tromagnetico che nella zona delle onde assume la forma di un’onda piana monocromatica,
con la stessa frequenza ω della sorgente.
7.1 Il campo elettromagnetico nella zona delle onde
In questa sezione considereremo una generica corrente a supporto spaziale compatto. Sce-
gliendo opportunamente l’origine spaziale del sistema di riferimento, il suo supporto
spaziale sar`a allora contenuto in una palla di raggio R e avremo,
j
µ
(t, x) = 0, per [x[ > R, ∀ t.
La limitazione a correnti siffatte trova la sua motivazione fisica nel fatto che le distribuzioni
di carica realizzabili in natura sono necessariamente confinate a una regione limitata.
Il potenziale nella zona delle onde. Definiamo come “zona delle onde” la regione lon-
tana dalle cariche, ovvero la regione spaziale
31
,
[x[ ≡ r R. (7.6)
Per i motivi detti valutiamo ora il quadripotenziale esatto (6.48),
A
µ
(x) =
1

d
3
y
1
[x −y[
j
µ
(t −[x −y[, y), (7.7)
nella zona delle onde, arrestandoci ai termini di ordine 1/r. Siccome la corrente nell’in-
tegrando `e nulla per [y[ > R, l’integrale in d
3
y pu`o essere ristretto ai valori di y per cui
[y[ ≤ R. In base alla (7.6) abbiamo allora,
[x[ [y[.
31
Come “zona delle onde” si definisce spesso la regione degli r che oltre alla (7.6) soddisfano anche,
r λ, r
R
2
λ
, (7.5)
dove λ = 2π/ω `e la lunghezza d’onda, e ω indica la generica frequenza presente nella corrente (7.2). Se r
soddisfa queste relazioni ulteriori, allora le formule (7.9) e (7.10) mantengono la loro validit`a anche per
valori finiti di r, e non solo asintoticamente. Per esempio, per arrivare alla (7.9) nell’argomento temporale
della corrente in (7.7) abbiamo trascurato un termine o(y
2
/r), vedi (7.8), che nello sviluppo della corrente
darebbe luogo a un contributo del tipo (y
2
/r)∂
0
j
µ
. Considerando la componente monocromatica (7.4)
schematicamente si ha ∂
0
j
µ
· iωj
µ
, e quindi questo termine `e trascurabile se ωy
2
/r < ωR
2
/r < 1, che
equivale alla seconda condizione in (7.5).
208
Introducendo il versore radiale n = x/r abbiamo allora gli sviluppi, vedi (6.124),
[x −y[ = r

1 −2
n y
r
+
y
2
r
2
= r −n y +o

1
r

, (7.8)
1
[x −y[
=
1
r
+ o

1
r
2

.
Inserendo queste espansioni in (7.7) si ottiene il potenziale nella zona delle onde,
A
µ
(x) =
1
4πr

d
3
y j
µ
(t −r +n y, y) + o

1
r
2

. (7.9)
In seguito trascureremo i termini di ordine 1/r
2
, in quanto siamo interessati solo al termine
leading – che `e di ordine 1/r come anticipato. Si noti in particolare che l’integrale che
moltiplica il fattore 1/4πr dipende, oltre che da x, anche dal tempo. Di conseguenza il
potenziale (7.9) dar`a luogo a un campo F
µν
che a grandi distanze decade ancora come 1/r,
vedi sotto, corrispondente appunto a un campo di accelerazione. Per confronto ricordiamo
che anche il potenziale coulombiano statico `e proporzionale a 1/r, ma che in quel caso il
coefficiente di proporzionalit`a `e indipendente dal tempo e il campo corrispondente decade
allora come 1/r
2
, e non come 1/r.
Notiamo poi nella (7.9) la comparsa del tempo ritardato “macroscopico” T = t − r,
che tiene conto del tempo che il campo elettromagnetico impiega per raggiungere il punto
di osservazione, a partire dal centro della palla contenente le cariche. Il termine n y
tiene invece conto del ritardo “microscopico” delle cariche individuali, a seconda della
loro posizione all’interno della palla.
Le relazioni delle onde. Le propriet`a principali del campo elettromagnetico nella zona
della onde, derivato dal potenziale (7.9), seguono dalle relazioni delle onde (5.63),

µ
A
ν
= n
µ
˙
A
ν
, n
µ
˙
A
µ
= 0, n
µ
n
µ
= 0, (7.10)
relazioni che ora dimostreremo essere valide anche per il potenziale (7.9), modulo ter-
mini di ordine 1/r
2
. Cominciamo definendo il “quadrivettore” nullo n
µ
= (n
0
, n) con
componenti,
n
0
= 1, n =
x
r
, n
2
= 0.
Calcoliamo poi le derivate rispetto a t e x
i
dell’integrando della (7.9)
1
r
j
µ
(t −r +n y, y),
209
tralasciando di scrivere esplicitamente gli argomenti,

0

1
r
j
ν

=
1
r

0
j
ν
,

i

1
r
j
ν

= −
x
i
r
2

0
j
ν
+o

1
r
2

.
Modulo termini di ordine 1/r
2
queste relazioni equivalgono a,

µ

1
r
j
ν

= n
µ

0

1
r
j
ν

.
Dalla (7.9) si ottiene allora,

µ
A
ν
=
1

d
3
y ∂
µ

1
r
j
ν

=
1

d
3
y n
µ

0

1
r
j
ν

= n
µ

0
1
4πr

d
3
y j
ν
= n
µ

0
A
ν
,
che `e la prima relazione in (7.10). La seconda `e conseguenza del fatto che il potenziale
per costruzione soddisfa la gauge di Lorentz, ∂
µ
A
µ
= 0.
Una volta appurato che valgono le (7.10), concludiamo che il campo elettromagnetico
nella zona delle onde condivide con le onde piane le propriet`a (5.77)–(5.79),

E = −
˙

A + (n
˙

A ) n = n

n
˙

A

, (7.11)

B = n

E, n

E = 0, [

E[ = [

B[, (7.12)
T
µν
em
= n
µ
n
ν
(
˙
A
i
˙
A
j
) Λ
ij
= n
µ
n
ν

n
˙

A

2
= n
µ
n
ν
[

E[
2
, Λ
ij
≡ δ
ij
−n
i
n
j
. (7.13)
In particolare i campi elettrico e magnetico sono ortogonali tra di loro, e la direzione di
propagazione del campo `e la radiale uscente n. Infatti, dalle (7.12) segue che il vettore di
Poynting `e parallelo e concorde a n,

S =

E

B = n[

E[
2
. (7.14)
Le relazioni (7.12) e (7.14) generalizzano in particolare le formule asintotiche (6.113) e
(6.118) – valide per il campo asintotico di un sistema di particelle puntiformi – al caso di
una corrente generica. Dalla (7.9) segue inoltre l’andamento asintotico,
˙
A
µ

1
r
,
e le (7.11), (7.12) comportano allora per il campo elettromagnetico l’andamento asintotico
previsto, F
µν
∼ 1/r.
Notiamo infine che la valutazione esplicita delle formule (7.11)–(7.13) richiede solo la
conoscenza della parte spaziale

A del quadrivettore (7.9).
210
7.1.1 Emissione di quadrimomento
Inserendo la formula per il tensore energia–impulso asintotico (7.13) nella (7.1) otte-
niamo un’espressione compatta per la distribuzione angolare del quadrimomento emesso
nell’unit`a di tempo,
d
2
P
µ
dt dΩ
= r
2
n
µ
[

E[
2
. (7.15)
Per calcolare invece il quadrimomento emesso nell’unit`a di tempo in tutte le direzioni,
occorre integrare il membro di destra della (7.15) sull’angolo solido totale,
dP
µ
dt
= r
2

dΩn
µ
[

E[
2
. (7.16)
Per processi di radiazione transitori, ovvero processi originati da cariche che sono accele-
rate solo per un intervallo finito di tempo, sar`a finito anche il quadrimomento emesso in
direzione n nell’unit`a di angolo solido, durante l’intero processo,
dP
µ
dΩ
= r
2
n
µ


−∞
[

E[
2
dt.
Indicando come al solito la potenza emessa con

dt
= J, le componenti temporale e
spaziali della (7.15) si scrivono, vedi (7.11),
d
2
ε
dt dΩ
=
dJ
dΩ
= r
2
[

E[
2
= r
2
(
˙
A
i
˙
A
j
Λ
ij
), Λ
ij
≡ δ
ij
−n
i
n
j
, (7.17)
d
2

P
dt dΩ
=
dJ
dΩ
n. (7.18)
Si noti in particolare la compensazione delle potenze di r nella (7.17), una volta inserita
la (7.9). Si vede che per il campo elettromagnetico nella zona delle onde, 1) il flusso di
quantit` a di moto `e determinato localmente dal flusso di energia e, 2) la quantit`a di moto
e l’energia soddisfano localmente le relazioni,

P = n∆ε, (∆ε)
2
−[∆

P[
2
= 0, (7.19)
come nel caso delle onde piane. Siccome a livello quantistico il fenomeno dell’irraggia-
mento corrisponde all’emissione di fotoni, le (7.19) indicano allora che queste particelle
sono prive di massa, e che si propagano in direzione radiale. Torneremo su alcuni aspetti
quantistici della radiazione nel capitolo 10.
211
Il risultato pi` u importante di questo paragrafo `e la relazione (7.17), in quanto punto
di partenza per l’analisi energetica di tutti i fenomeni di radiazione: essa permette di
determinare la distribuzione angolare e temporale della radiazione emessa da una generica
corrente j
µ
, una volta valutata la parte spaziale del potenziale vettore attraverso la (7.9).
7.1.2 Sorgenti monocromatiche e onde piane
Abbiamo appena constatato che il campo elettromagnetico nella zona delle onde possiede
molte delle propriet`a delle onde piane. Questo fatto chiaramente non `e casuale perch´e,
essendo j
µ
(t, x) = 0 per [x[ > R, al di fuori della palla di raggio R il campo `e un campo
libero. Pur non essendo libero in tutto lo spazio, la sua forma si avviciner`a tanto pi` u a
quella di un campo libero in tutto lo spazio, quanto pi` u ci allontaniamo dalla sorgente.
C’`e allora da aspettarsi che nella zona delle onde il campo elettromagnetico risulti con
buona approssimazione una sovrapposizione di onde piane, e non stupisce che esso erediti
le loro propriet`a pi` u salienti. Tuttavia, `e altrettanto chiaro che in generale questo campo
non sar`a costituito da una singola onda piana monocromatica.
Per decomporre il campo nella zona delle onde in onde elementari, sfruttiamo la li-
nearit`a in j
µ
del potenziale vettore (7.9), e utilizziamo le decomposizioni spettrali del-
la corrente (7.2) e (7.3). Considerando una singola frequenza ω inseriamo la sorgente
monocromatica (7.4) nella (7.9),
A
µ
(x) =
1
4πr

d
3
y e
iω(t−r+ny)
j
µ
(ω, y) + c.c.
=
1
4πr
e
iω(t−r)

d
3
y e
iω(ny)
j
µ
(ω, y) + c.c.
≡ ε
µ
e
ikx
+ c.c. (7.20)
Abbiamo definito il vettore d’onda k
µ
con componenti,
k
0
= ω,

k = ωn,
soddisfacente,
k
2
= 0, k x = k
µ
x
µ
= ω(t −r),
e il vettore di polarizzazione,
ε
µ
=
1
4πr

d
3
y e
iω(ny)
j
µ
(ω, y). (7.21)
212
Vediamo allora che una sorgente monocromatica genera un campo che nella zona delle
onde si riduce formalmente a un’onda piana, con i vettori d’onda e di polarizzazione
indicati. In particolare, una corrente di frequenza ω genera un’onda della stessa frequenza.
Onde piane e onde sferiche. Tuttavia, la (7.20) non costituisce un’onda piana vera
e propria, perch´e sia il vettore d’onda, sia il vettore di polarizzazione esibiscono una
dipendenza residua dalla posizione x = nr. In particolare il vettore di polarizzazione porta
il prefattore 1/r, la cui presenza `e tra l’altro richiesta dalla conservazione dell’energia.
Infatti, scrivendo il vettore di Poynting mediato nel tempo associato all’onda (7.20) si ha,
vedi il problema 5.6,

S = −2nω
2
ε
∗µ
ε
µ
,
e si vede che

S `e proporzionale a 1/r
2
. Di conseguenza l’energia che attraversa la sezione
di un cono di apertura angolare dΩ nell’unit`a di tempo,

S (nr
2
dΩ),
`e indipendente da r. L’energia fluisce quindi verso l’infinito, conservandosi. La polariz-
zazione ε
µ
dipende poi anche dalla direzione n, attraverso l’esponenziale nell’integrando
della (7.21). Per queste particolari dipendenze da r e n il potenziale (7.20) corrisponde,
propriamente parlando, a una sovrapposizione di “onde sferiche”, vedi il testo di J.D.
Jackson
32
, piuttosto che a un’onda piana.
Tuttavia, in una regione con estensioni spaziali L piccole rispetto a r,
L <r,
i vettori k
µ
e ε
µ
risultano praticamente costanti, e localmente la (7.20) appare quindi
come un’onda piana. Infatti, all’interno di una regione di questo tipo le variazioni relative
di r e n sono limitate da,
∆r
r
<
L
r
, [∆n[ <
L
r
,
e la variazione relativa di

k equivale allora a,
[∆

k[
ω
= [∆n[ <
L
r
<1.
32
J.D. Jackson, Classical Electrodynamics, 3
a
edizione, Wiley & Sons, New York, 1998.
213
Per quanto riguarda invece la variazione del vettore di polarizzazione, dalla (7.21) si ricava,
∆ε
µ
=
1
4πr

d
3
y


∆r
r
+ i ω (∆n y)

e
iω(ny)
j
µ
(ω, y).
Considerando che [y[ < R abbiamo,


∆r
r
+ i ω (∆n y)

<
L
r
+ ωR[∆n[ < (1 + ωR)
L
r
.
Siccome per sistemi microscopici ωR corrisponde alla velocit`a delle cariche nella corrente,
vedi la prossima sezione, anche la variazione relativa di ε
µ
`e allora dell’ordine di L/r <1.
Se a titolo di esempio consideriamo la radiazione emessa dal sole e osservata sulla terra,
r corrisponde alla distanza terra–sole, r = 1.5 10
8
km, mentre L `e il diametro della terra,
L = 1.2 10
4
km. Sulla superficie della terra il vettore d’onda e il vettore di polarizzazione
sono quindi soggetti a variazioni relative molto piccole, dell’ordine di L/r ∼ 10
−4
, e la
radiazione osservata risulta in pratica composta da onde piane.
Sorgenti generiche. Data la linearit`a della (7.9), questi risultati si estendono diretta-
mente alle generiche quadricorrenti (7.2) e (7.3). Nel caso generale il campo elettroma-
gnetico nella zona delle onde risulta dunque – localmente – sovrapposizione di onde piane
monocromatiche, e le frequenze presenti nella radiazione sono un sottoinsieme di quelle
presenti nella corrente. Pu`o, infatti, succedere che l’integrale nella (7.21) sia zero.
In particolare, a un arbitrario sistema di cariche che eseguono un moto periodico di
periodo T, corrisponde una corrente periodica del tipo (7.3), e sistemi siffatti emettono
quindi radiazione con frequenze appartenenti all’insieme,
ω
N
= Nω
0
, N = 1, 2, 3 .
Viceversa, a un sistema di particelle che seguono orbite aperte corrisponde una corrente
aperiodica del tipo (7.2), e un tale sistema di cariche emette quindi radiazione con uno
spettro continuo di frequenze.
7.2 La radiazione dell’antenna lineare
Dalle formule derivate nella sezione precedente si vede che il calcolo del quadrimomento
emesso richiede la valutazione del potenziale spaziale

A nella zona delle onde. Sfortu-
natamente l’integrale che compare nella (7.9) raramente pu`o essere eseguito in modo
214
esatto, ed in generale `e necessario ricorrere a un approccio perturbativo, come per esem-
pio lo sviluppo in multipoli che presenteremo nella prossima sezione. Uno dei rari casi
in cui l’integrale nella (7.9) pu`o essere valutato esattamente `e quello dell’antenna lineare,
alimentata al centro.
Senza entrare nei dettagli diamo la forma della densit`a di corrente spaziale in un’an-
tenna lineare di lunghezza L disposta lungo l’asse z, alimentata al centro da un generatore
di frequenza ω,

j(t, y) = I δ(y
1
) δ(y
2
) sen(ω(L/2 −[y
3
[)) cos(ωt) u, (7.22)
I ≡
I
0
sen(ωL/2)
. (7.23)
`
E sottinteso che

j = 0 per [y
3
[ ≥ L/2. Si vede che la corrente si annulla al bordo,
per y
3
= ±L/2, mentre per ogni t fissato essa `e massima al “gap”, ovvero in y
3
= 0,
che `e il punto in cui viene alimentata. I
0
ha le dimensioni di una corrente, nel senso di
carica per unit`a di tempo, e corrisponde alla corrente al gap. u = (0, 0, 1) `e il versore
lungo z. Confrontando con la (7.4) vediamo in particolare che la (7.22) `e una corrente
monocromatica, e quindi essa emette radiazione monocromatica di frequenza ω e lunghezza
d’onda λ = 2π/ω.
Per determinare il potenziale nella zona delle onde inseriamo la (7.22) nella (7.9),

A(t, x) =
Iu
4πr

L/2
−L/2
dy
3

dy
1

dy
2
δ(y
1
) δ(y
2
) sen(ω(L/2 −[y
3
[)) cos(ω(t −r +n y)).
Possiamo integrare le funzioni δ in y
1
e y
2
, sostituendo n y = n
1
y
1
+ n
2
y
2
+ n
3
y
3
con
n
3
y
3
= cosϑy
3
, dove ϑ `e l’angolo tra n e l’asse z. Si ottiene cos`ı,

A(t, x) =
Iu
4πr

L/2
−L/2
dy
3
sen(ω(L/2 −[y
3
[)) cos(ω(t −r + cos ϑy
3
)).
L’integrazione rimanente su y
3
`e elementare e porta a,

A(t, x) =
I cos(ω(t −r))
2πr ω sen
2
ϑ

cos

ωL
2
cosϑ

−cos
ωL
2

u. (7.24)
Il potenziale vettore `e quindi in ogni punto parallelo all’asse z, cos`ı come lo `e
˙

A. Dalle
(7.11) vediamo allora che il campo elettrico giace sempre nel piano individuato dall’asse
z e da n, essendo ortogonale a n.
215
La distribuzione angolare della potenza emessa si ottiene invece derivando la (7.24)
rispetto al tempo, e inserendo l’espressione risultante nella (7.17). Sfruttando il fatto che
˙

A `e diretto lungo l’asse z risulta,
dJ
dΩ
= r
2
(
˙
A
i
˙
A
j
Λ
ij
) = r
2

˙

A

2
sen
2
ϑ. (7.25)
La derivata temporale della (7.24) equivale alla sostituzione,
cos(ω(t −r)) →−ω sen(ω(t −r)).
Eseguendo inoltre la media temporale della (7.25) dobbiamo effettuare la sostituzione,
sen
2
(ω(t −r)) →1/2.
In definitiva otteniamo per la distribuzione angolare della potenza media emessa dall’an-
tenna lineare l’espressione
33
,
dJ
dΩ
=
I
2
0

2

cos

ωL
2
cosϑ

−cos
ωL
2
sen(
ωL
2
) senϑ

2
. (7.26)
Da questa formula si vede che l’esistenza di direzioni in cui dJ/dΩ `e massima o minima
dipende fortemente dai valori del rapporto,
ωL
2
=
πL
λ
.
Invece di eseguire un’analisi sistematica della distribuzione angolare (7.26), di seguito ci
limiteremo a considerare qualche caso particolare. Vediamo comumque che dJ/dΩ `e
sempre nulla per ϑ = 0, cio`e, lungo la direzione dell’antenna, mentre ha un massimo per
ϑ = π/2, cio`e nel piano ortogonale all’antenna, a patto che sia L/λ = 2 n con n intero.
Inoltre si pu`o vedere facilmente che se L ≤ λ allora la potenza non ha altri estremali,
mentre se L > λ allora esistono ulteriori direzioni in cui essa `e massima o nulla.
Qualitativamente possiamo dividere le antenne in due categorie, antenne “lunghe”
corrispondenti a L · λ, e antenne “corte” corrispondenti a L < λ. Tratteremo le
ultime in dettaglio nel paragrafo 7.3.3 nell’ambito dell’approssimazione di dipolo, mentre
di seguito consideriamo un tipico esempio di antenna lunga.
33
Si noti che per L = nλ, con n intero, la normalizzazione di I nella (7.23) deve essere cambiata.
216
Antenne lunghe. Casi particolarmente interessanti di antenne lunghe sono le antenne
a “mezz’onda” di lunghezza L = λ/2, e quelle a “onda intera” di lunghezza L = λ.
Consideriamo a titolo d’esempio un’antenna a mezz’onda, per cui ωL/2 = π/2. In questo
caso la (7.26) si riduce a,
dJ
dΩ
=
I
2
0

2
cos
2

π
2
cosϑ

sen
2
ϑ
,
che ha un unico massimo in ϑ = π/2 e un unico minimo in ϑ = 0, dove si annulla. Se
vogliamo invece analizzare “l’efficienza” dell’antenna a mezz’onda dobbiamo calcolare la
potenza totale,
J =

dJ
dΩ
dΩ =
I
2
0

2


0

π
0

cos
2

π
2
cosϑ

senϑ
=
I
2
0

π
0

cos
2

π
2
cosϑ

senϑ
.
L’ultimo integrale pu`o esser valutato solo numericamente e vale 1.22. In definitiva otte-
niamo,
J = 0.097 I
2
0
=
1
2
I
2
0
R
(1/2)
rad
. (7.27)
Abbiamo introdotto la “resistenza di radiazione” dell’antenna a mezz’onda,
R
(1/2)
rad
= 2 0.097,
da non confondere con la sua resistenza ohmica R
ohm
. Se torniamo alle unit`a di misura
del sistema MKS, il nostro valore adimensionale della resistenza deve essere moltiplicato
per la “resistenza del vuoto”,
R
0
=

µ
0
ε
0
≈ 377 Ohm.
La resistenza di radiazione dell’antenna a mezz’onda diventa allora,
R
(1/2)
rad
= 2 0.097 R
0
≈ 73 Ohm, (7.28)
mentre per un’antenna a onda intera si otterrebbe,
R
(1)
rad
≈ 201Ohm.
Si pu`o vedere che questi valori della resistenza sono tipicamente molto maggiori della
resistenza ohmica dell’antenna,
R
ohm
<R
rad
.
217
Un’antenna lunga costituisce quindi un radiatore molto efficace, in quanto la maggior
parte dell’energia fornita dal generatore viene irradiata sotto forma di onde elettromagne-
tiche, mentre solo una piccola parte viene dissipata per effetto Joule. Nel paragrafo 7.3.3
vedremo, invece, che un’antenna corta costituisce al contrario un radiatore poco efficace,
in quanto in quel caso si ha R
ohm
R
rad
.
7.3 Sviluppi non relativistici
In sezione 7.1 abbiamo ricondotto il calcolo del quadrimomento emesso da una generica
distribuzione di carica, si vedano le (7.17) e (7.18), alla determinazione della parte spa-
ziale del quadripotenziale nella zona delle onde (7.9), che qu`ı riportiamo ripristinando la
velocit`a della luce,
A
µ
(x) =
1
4πr c

d
3
y j
µ

t −
r
c
+
n y
c
, y

. (7.29)
Insistiamo sul fatto che questo procedimento fornisce risultati esatti. Tuttavia, in pratica
non `e quasi mai possibile valutare l’integrale tridimensionale nella (7.29) analiticamente,
ed `e quindi necessario ricorrere a qualche approccio perturbativo. Se le cariche si muovono
con velocit`a piccole rispetto alla velocit`a della luce, allora risulta appropriato un metodo
perturbativo che viene chiamato “sviluppo in multipoli”. Vediamo in che cosa consiste.
7.3.1 Sviluppo in multipoli
Per definizione lo sviluppo in multipoli del potenziale (7.29) equivale a uno sviluppo in se-
rie di Taylor della corrente j
µ

t −
r
c
+
n y
c
, y

attorno al tempo ritardato macroscopico
T = t −
r
c
, considerando come parametro di sviluppo il ritardo microscopico
n y
c
,
A
µ
(x) =
1
4πr c

d
3
y

j
µ
(T, y) +
n y
c

t
j
µ
(T, y) +
1
2
(n y)
2
c
2

2
t
j
µ
(T, y) +

. (7.30)
Come si vede questo sviluppo equivale a un’espansione in potenze di 1/c, e costitui-
sce quindi uno sviluppo non relativistico. Il primo termine nella (7.30) viene chiamato
“termine di dipolo”, il secondo “termine di quadrupolo”, e cos`ı via.
Spieghiamo innanzitutto il motivo per cui questa espansione risulta appropriata, se le
velocit`a delle particelle cariche che compongono la corrente j
µ
sono piccole rispetto alla
218
velocit`a della luce. Supponiamo che queste particelle si muovano con velocit`a caratteristi-
ca v. Esse impiegano allora il tempo caratteristico R/v per attraversare la palla di raggio
R entro la quale sono confinate, e ne segue che la corrente varia sensibilmente su scale
temporali dell’ordine di t
0
= R/v. Dato che [y[ < R, possiamo allora dare la seguente
stima del ritardo microscopico,

n y
c

<
R
c
=
v
c
t
0
. (7.31)
Siccome la corrente varia su scale temporali caratteristiche dell’ordine di t
0
, concludiamo
allora che j
µ

T +
n y
c
, y

differisce poco da j
µ
(T, y), a patto che il ritardo microscopico
sia molto minore di t
0
,

n y
c

<t
0
. (7.32)
Ma per la (7.31) ci`o equivale a,
v
c
t
0
<t
0
⇒ v <c.
Per velocit`a piccole rispetto a c la corrente potr`a allora essere sviluppata in serie di potenze
di
n y
c
.
Un modo alternativo per analizzare il significato dello sviluppo in multipoli consiste
nell’analizzare A
µ
frequenza per frequenza, cio`e, considerando la corrente monocromatica
(7.4),
j
µ
(t, x) = e
iωt
j
µ
(ω, x) + c.c. (7.33)
con frequenza ω fissata. La velocit`a caratteristica delle cariche risulta allora essere v = ωR.
Siccome in questo caso schematicamente abbiamo,

N
t
j
µ
· ω
N
j
µ
,
dalla (7.31) segue che il termine N–esimo dello sviluppo in (7.30) ammonta a,
1
N!
(n y)
N
c
N

N
t
j
µ
(T, y) ·
1
N!
(ωR)
N
c
N
j
µ
(T, y) =
1
N!

v
c

N
j
µ
(T, y),
che equivale quindi direttamente a uno sviluppo in serie di potenze di
v
c
.
219
7.3.2 La radiazione di dipolo
Il resto di questa sezione sar`a dedicato a un’analisi dettagliata dell’approssimazione di
ordine pi` u basso – l’approssimazione di dipolo – che equivale a considerare nella (7.30)
solo il primo termine dello sviluppo,
A
i
(x) =
1
4πr c

d
3
y j
i

t −
r
c
, y

. (7.34)
Ricordiamo che per l’analisi della radiazione emessa `e sufficiente determinare A
i
. Il campo
elettromagnetico risultante dalla (7.34) viene chiamato “campo di dipolo”, e la radiazione
ad esso associata “radiazione di dipolo”. Quando le velocit`a delle cariche in gioco sono
piccole rispetto alla velocit`a della luce, l’approssimazione di dipolo fornisce in generale
valori sufficientemente accurati per il campo asintotico e per il quadrimomento irradiato.
Se si richiede, invece, un grado di precisione pi` u elevato, oppure se il campo di dipolo `e
nullo, allora nella (7.30) bisogna tenere conto anche dell’ordine successivo, corrispondente
al “campo di quadrupolo”. Come vedremo in sezione 7.4, l’energia emessa trasportata
dal campo di quadrupolo `e soppressa di un fattore

v
c

2
rispetto a quella trasportata dal
campo di dipolo.
Il momento di dipolo. La (7.34) pu`o essere riscritta in modo pi` u semplice, se si intro-
duce per una generica quadricorrente j
µ
il suo momento di dipolo (elettrico),
D
i
(t) ≡

d
3
xx
i
ρ(t, x), j
0
= c ρ. (7.35)
Come conseguenza dell’equazione di continuit` a ∂
µ
j
µ
= 0, la sua derivata temporale
soddisfa,
˙
D
i
(t) =

d
3
xj
i
(t, x). (7.36)
Infatti, dato che ˙ ρ = ∂
0
j
0
, si ha,
˙
D
i
(t) =

d
3
xx
i

0
j
0
= −

d
3
xx
i

k
j
k
= −

d
3
x


k
(x
i
j
k
) −j
i

=

d
3
xj
i
,
dove nell’ultimo passaggio la derivata totale non contribuisce, perch´e per [x[ > R la
corrente `e zero. La (7.34) diventa allora semplicemente,
A
i
=
1
4πr c
˙
D
i
, (7.37)
220
dove `e sottointeso che il momento di dipolo `e valutato all’istante ritardato macroscopico
t −
r
c
. La caratteristica principale di questa formula – peculiare per l’approssimazione
di dipolo – `e che esprime A
i
in termini della sola densit`a di carica, senza coinvolgere
esplicitamente la corrente spaziale.
Il potenziale scalare A
0
. Per l’analisi della radiazione `e sufficiente la conoscenza di A
i
,
ma per completezza facciamo notare che nello sviluppo (7.30) occorre fare una distinzione
tra A
i
e A
0
. Questa distinzione deriva dal fatto che la componente temporale della corrente
`e legata alla densit`a di carica ρ dalla relazione j
0
= c ρ, mentre le sue componenti spaziali
sono indipendenti da c. Per una singola particella si ha, infatti,

j = v ρ. Ne segue
che, se nello sviluppo in multipoli (7.30) per A
i
ci si arresta all’ordine (n y)
N
/c
N
, per
consistenza nello sviluppo di A
0
bisogna considerare anche il termine successivo di ordine
(n y)
N+1
/c
N+1
. In approssimazione di dipolo nel calcolo di A
0
bisogna allora tenere conto
anche del termine lineare in n y/c. La (7.30) d`a allora,
A
0
=
1
4πr c

d
3
y c ρ +n
1
c

t

d
3
y y c ρ

=
1
4πr

Q +
n
i
˙
D
i
c

, (7.38)
dove Q =

d
3
xρ `e la carica totale conservata del sistema. Si riconosce nel primo termine,
indipendente dal tempo, il potenziale coulombiano, mentre il secondo, dipendente dal
tempo, coinvolge a sua volta il momento di dipolo. Si noti come nell’approssimazione di
dipolo il potenziale vettore (7.37), (7.38) soddisfi la gauge di Lorentz ∂
µ
A
µ
= 0, modulo
termini di ordine 1/r
2
. D’ora in poi porremo di nuovo c = 1.
Emissione di quadrimomento. Dato il potenziale vettore (7.37) possiamo usare le (7.11)
e (7.12), valide nella zona delle onde, per ottenere espressioni semplici per i campi di
dipolo,

E = −
1
4πr
[
¨

D −(n
¨

D) n],

B = −
1
4πr
n
¨

D. (7.39)
Il campo elettrico giace quindi nel piano individuato da
¨

D e n. Inserendo infine la
(7.37) nella (7.17) otteniamo la distribuzione angolare della potenza emessa da un generico
sistema di cariche non relativistiche,
dJ
dΩ
=
1
16 π
2
¨
D
i
¨
D
j

ij
−n
i
n
j
) =
1
16 π
2

¨

D

2
sen
2
ϑ =
1
16 π
2

n
¨

D

2
, (7.40)
221
dove ϑ `e l’angolo tra
¨

D e n. Vediamo quindi che la radiazione di dipolo ha una distri-
buzione angolare molto semplice: essa `e nulla lungo la direzione di
¨

D, mentre `e massima
nel piano ortogonale a
¨

D.
La potenza totale si ottiene invece integrando dJ/dΩ sugli angoli. Usando gli integrali
invarianti del problema 2.6 risulta,
J =

dJ
dΩ
dΩ =
1
16π
2
¨
D
i
¨
D
j

dΩ

δ
ij
−n
i
n
j

=
1
16π
2
¨
D
i
¨
D
j

4π δ
ij


3
δ
ij

=
1

¨

D

2
. (7.41)
Al contrario, la quantit`a di moto totale emessa in tutte le direzioni `e nulla. Infatti, dalla
(7.18) segue,
dP
k
dt
=

n
k
dJ
dΩ
dΩ =
1
16π
2
¨
D
i
¨
D
j

dΩn
k

ij
−n
i
n
j
) = 0, (7.42)
dove di nuovo si sono usati gli integrali invarianti. L’annullamento della quantit`a di moto
totale emessa `e dovuta al fatto che, come conseguenza dell’invarianza della (7.40) per
n →−n, le energie emesse in due direzioni opposte sono uguali; ne segue che le quantit`a
di moto emesse in direzioni opposte si cancellano.
Sistemi di particelle e Bremsstrahlung. Consideriamo ora come caso particolare un si-
stema di particelle cariche puntiformi non relativistiche. In questo caso la densit`a di carica
`e
j
0
(t, x) =
¸
r
e
r
δ
3
(x −y
r
(t)),
e per il momento di dipolo la (7.35) d`a,

D(t) =

d
3
xx
¸
r
e
r
δ
3
(x −y
r
(t)) =
¸
r
e
r
y
r
(t) ⇒
¨

D =
¸
r
e
r
a
r
, (7.43)
dove a
r
`e l’accelerazione della particella r–esima. Secondo la (7.41) un tale sistema emette
quindi radiazione di dipolo con potenza istantanea,
J =
1

¸
r
e
r
a
r

2
. (7.44)
Questa formula, che lega l’energia emessa direttamente alla causa della radiazione – l’ac-
celerazione delle particelle – generalizza la formula di Larmor (6.128) a un sistema di pi` u
222
particelle. Si noti, in particolare, che la potenza emessa non `e data dalla somma delle
potenze individuali, ovvero
1

¸
r
e
2
r
[a
r
[
2
, in quanto sono presenti anche dei termini di
“interferenza” tra le varie particelle. La presenza di questi termini `e conseguenza del
fatto che il campo elettromagnetico soddisfa il principio di sovrapposizione, e che obbe-
disce quindi alle leggi dell’interferenza. Se indichiamo il campo elettrico asintotico della
particella r–esima con

E
r
, vedi (7.45), la (7.17) si scrive per l’appunto,
dJ
dΩ
= r
2

¸
r

E
r

2
,
e non
dV
dΩ
= r
2
¸
r
[

E
r
[
2
.
Il fenomeno della radiazione emessa da particelle cariche a causa di un’accelerazione
momentanea, o prolungata nel tempo, viene genericamente chiamato Bremsstrahlung,
ovvero, radiazione di frenamento. La formula (7.44) quantifica l’entit`a di questa radiazione
– sommata sugli angoli – per un arbitrario sistema di particelle non relativistiche. Nei
prossimi paragrafi analizzeremo in dettaglio vari casi di Bremsstrahlung non relativistica,
tra cui la diffusione Thomson, e la radiazione emessa a causa dell’interazione coulombiana
tra due particelle cariche.
Particella singola. Consideriamo pi` u in dettaglio il caso di una particella singola, per
cui
¨

D = ea. Per i campi a grandi distanze le (7.39) danno allora,

E = −
e
4πr
[a −(n a) n],

B = −
e
4πr
n a. (7.45)
Si noti come questi campi siano fondamentalmente diversi dai campi prodotti a grandi
distanze da una particella non relativistica in moto rettilineo uniforme, vedi (6.70) e
(6.68). Vediamo in particolare che in questo caso il campo elettrico non `e pi` u radiale –
essendo piuttosto ortogonale alla direzione radiale n – e che appartiene al piano formato
da n e a. Per la distribuzione angolare della radiazione la (7.40) d`a invece,
dJ
dΩ
=
e
2
[n a[
2
16 π
2
. (7.46)
Vediamo che la particella non emette radiazione lungo la direzione dell’accelerazione, men-
tre l’emissione `e massima nel piano ortogonale ad essa. Anticipiamo che questa propriet`a
della distribuzione angolare della radiazione `e caratteristica per il limite non relativisti-
223
co. Vedremo, infatti, che per particelle ultrarelativistiche la distribuzione angolare della
radiazione sar`a radicalmente diversa.
Infine, per la potenza totale emessa da una particella singola non relativistica con
carica e e accelerazione a, la (7.44) si riduce a,
J =
e
2
[ a [
2

,
che `e la formula di Larmor (6.128).
Si noti come le formule per una singola particella non relativistica appena derivate,
siano in perfetto accordo con i limiti non relativistici delle corrispondenti formule esatte
derivate nel paragrafo 6.4.4, a partire dai campi di Lienard–Wiechert.
Assenza della radiazione di dipolo. Menzioniamo ora alcuni casi importanti in cui la
radiazione di dipolo `e assente. Oltre al caso ovvio di un sistema di cariche che si muovono
di moto rettilineo uniforme, quindi molto distanti tra di loro, la radiazione di dipolo `e
assente per un sistema isolato di cariche con rapporto e
r
/m
r
= γ indipendente da r. In
questo caso il momento di dipolo si pu`o infatti scrivere come,

D(t) =
¸
r
e
r
y
r
(t) = γ
¸
r
m
r
y
r
(t),
e quindi,
¨

D = γ
d
dt

¸
m
r
v
r

= 0,
in quanto la quantit` a di moto totale di un sistema isolato non relativistico `e una costante
del moto. Concludiamo in particolare che in qualsiasi processo isolato che coinvolge solo
una specie di particelle, come per esempio lo scattering tra due particelle identiche, non
c’`e emissione di radiazione di dipolo.
La radiazione di dipolo `e pure assente per una distribuzione sferica di cariche. Ci`o `e
conseguenza del teorema di Birkhoff, vedi problema 2.5, che assicura che una distribuzione
sferica di carica nel vuoto d`a luogo a un campo statico. E un campo statico non pu`o
emettere radiazione. Per verificare che le nostre formule sono in accordo con questa
previsione, `e sufficiente ricordare che per una distribuzione sferica la densit`a di carica
dipende solo da r e t,
j
0
(t, x) = j
0
(t, r).
224
Per il momento di dipolo si ottiene allora, usando coordinate polari e sfruttando gli
integrali invarianti,
D
i
(t) =

d
3
xx
i
j
0
(t, r) =

r
3
drj
0
(t, r)

dΩn
i

= 0.
Nei casi in cui la radiazione di dipolo `e assente diventa dunque rilevante il termine di ordine
successivo nello sviluppo (7.30), ovvero, quello corrispondente alla campo di quadrupolo.
Per sistemi a simmetria sferica la radiazione `e evidentemente assente a tutti gli ordini.
Riepilogo. Concludiamo questo paragrafo riassumendo le varie formule per il potenziale
vettore, e la corrispondente distribuzione angolare della potenza emessa.
a) Potenziale esatto:
A
µ
(x) =
1

d
3
y
1
[x −y[
j
µ
(t −[x −y[, y).
b) Potenziale nella zona delle onde:
A
µ
(x) =
1
4πr

d
3
y j
µ
(t −r +n y, y).
c) Potenziale nella zona delle onde in approssimazione di dipolo:
A
i
(x) =
1
4πr

d
3
y j
i
(t −r, y) =
1
4πr
˙
D
i
.
a) Potenza locale esatta:
dJ
dΩ
= r
2
(

E

B) n.
b) Potenza “emessa” esatta:
dJ
dΩ
= r
2
(
˙
A
i
˙
A
j
Λ
ij
).
c) Potenza emessa in approssimazione di dipolo:
dJ
dΩ
=
1
16π
2

n
¨

D

2
.
Nell’approssimazione di dipolo si pu`o anche determinare la potenza totale emessa in tutte
le direzioni,
J =
1

¨

D

2
.
225
7.3.3 Potenza emessa da un’antenna lineare corta
Come prima applicazione dell’approssimazione di dipolo determiniamo la potenza emessa
da un’antenna lineare alimentata al centro, molto pi` u corta della lunghezza d’onda su cui
emette,
L <λ, ovvero ωL <1. (7.47)
Siccome la potenza emessa da un’antenna lineare di lunghezza arbitraria `e gi`a stata cal-
colata in modo esatto, vedi sezione 7.2, l’analisi che segue ci permetter`a in particolare di
discutere i limiti di validit`a dell’approssimazione di dipolo in un esempio concreto.
Ripartiamo dalla corrente spaziale (7.22),

j(t, y) = I
0
δ(y
1
) δ(y
2
)
sen(ω(L/2 −[y
3
[))
sen(ωL/2)
cos(ωt) u. (7.48)
In questo caso l’approssimazione di dipolo `e in effetti appropriata perch´e il tempo carat-
teristico con cui varia la corrente `e t
0
= 2π/ω, e la condizione (7.32) diventa allora,
[n y[ ≤ L <t
0
= 2π/ω,
che `e soddisfatta grazie alla (7.47). La potenza emessa dall’antenna pu`o allora essere
calcolata usando la (7.40), che coinvolge solo il momento di dipolo. La determinazione di
quest’ultimo richiede in realt`a la conoscenza della densit`a di carica, ma questa pu`o essere
determinata a sua volta sfruttando la conservazione della quadricorrente,

0
j
0
= −∂
i
j
i
= −

∂y
3
j
3
.
Dalla (7.48) si ottiene allora facilmente,
j
0
(t, y) = I
0
δ(y
1
) δ(y
2
)
cos(ω(L/2 −[y
3
[))
sen(ωL/2)
sen(ωt) ε(y
3
),
dove ε() `e la funzione segno. Possiamo allora calcolare il momento di dipolo,

D(t) =

d
3
y y j
0
(t, y) =
I
0
sen(ωt)
sen(ωL/2)

d
3
y y δ(y
1
) δ(y
2
) cos(ω(L/2 −[y
3
[)) ε(y
3
)
=
2I
0
sen(ωt) u
sen(ωL/2)

L/2
0
dy
3
y
3
cos(ω(L/2 −y
3
)) =
2I
0
sen(ωt)(1 −cos(ωL/2))
ω
2
sen(ωL/2)
u.
Siccome per ipotesi abbiamo ωL <1, questa espressione si riduce a,

D =
I
0
L

sen(ωt) u,
¨

D = −
1
2
I
0
ωLsen(ωt) u.
226
La potenza istantanea si ottiene allora dalla (7.40),
dJ
dΩ
=
(I
0
ωL)
2
sen
2
(ω(t −r))
64 π
2
sen
2
ϑ,
dove ϑ `e l’angolo tra n e l’asse z. Eseguendo la media temporale su un periodo abbiamo
< sen
2
(ω(t −r)) >= 1/2, e quindi,
dJ
dΩ
=
(I
0
ωL)
2
128 π
2
sen
2
ϑ, (7.49)
da confrontare con il risultato esatto (7.26). In effetti si vede facilmente che nel limite
ωL <1 quest’ultimo si riduce alla (7.49). Per quanto riguarda la distribuzione angolare
notiamo che la potenza approssimata (7.49) ha una distribuzione molto semplice – tipica
per la radiazione di dipolo – con un massimo nel piano ortogonale all’antenna, e uno zero
nella direzione parallela ad essa. Da un confronto qualitativo tra la (7.49) e la (7.26)
emerge allora che fino a quando L ≤ λ quest’ultima ha in effetti una forma molto simile
alla prima: un unico massimo in ϑ = π/2 e uno zero in ϑ = 0.
La discrepanza maggiore tra il trattamento esatto e l’approssimazione di dipolo emer-
ge, invece, se si confrontano le intensit`a delle radiazioni. Per rendercene conto, per sem-
plicit`a consideriamo la potenza totale. Integrando la (7.49) sull’angolo solido si ottiene
infatti,
J =
(ωL)
2
48 π
I
2
0
=
1
2
I
2
0
R
(c)
rad
, (7.50)
dove la resistenza di radiazione `e data da,
R
(c)
rad
=
(ωL)
2
24 π
=
π
6

L
λ

2
.
Reinserendo la resistenza del vuoto, R
0
≈ 377 Ohm, risulta dunque,
R
(c)
rad
=
π
6

L
λ

2
R
0
= 197

L
λ

2
Ohm. (7.51)
Se in accordo con l’ipotesi di lavoro (7.47) scegliamo, per esempio, L = λ/50 otteniamo,
R
(c)
rad
= 0.08 Ohm,
che `e molto minore della resistenza (7.28) dell’antenna a mezz’onda, R
(1/2)
rad
= 73 Ohm.
Tuttavia, il dato pi` u rilevante `e che la resistenza ohmica di un’antenna corta pu`o essere
227
dello stesso ordine di grandezza di R
(c)
rad
, o anche sensibilmente maggiore: un’antenna corta
costituisce quindi in generale un radiatore poco efficace.
Infine possiamo chiederci quale risultato avremmo ottenuto se per l’antenna a mez-
z’onda – sbagliando – avessimo usato l’approssimazione di dipolo. Il risultato sarebbe
stata la (7.50) con L = π/ω, cio`e,
J =
π
48
I
2
0
= 0.065 I
2
0
,
al posto della (7.27), J = 0.097 I
2
0
. Avremmo quindi ottenuto il corretto ordine di
grandezza, ma un valore numerico sbagliato.
7.3.4 Diffusione Thomson della radiazione
Un fenomeno che ricopre un ruolo importante in Elettrodinamica `e costituito dalla dif-
fusione di radiazione elettromagnetica da parte di una particella carica libera. Se questo
processo viene considerato a livello classico, esso `e descritto da un’onda elettromagnetica
che investe una particella carica, e viene chiamato “diffusione Thomson”. A livello quan-
tistico lo stesso processo `e invece descritto dall’urto tra un fotone e una particella carica,
e viene chiamato “effetto Compton”.
Vediamo in cosa consiste qualitativamente la diffusione Thomson. Se un’onda elet-
tromagnetica piana incide su una particella carica libera, la particella incomincer`a ad
oscillare, principalmente lungo la direzione del campo elettrico. Essendo accelerata es-
sa emetter`a a sua volta radiazione elettromagnetica. Questa radiazione “diffusa” viene
emessa in direzioni diverse da quella dell’onda incidente, ma vedremo che per velocit`a non
relativistiche della particella, essa ha la stessa frequenza dell’onda incidente.
Consideriamo dunque una generica onda piana “incidente” in direzione u, con campi
elettrico e magnetico dati da, vedi problema 5.5,

c =

c
0
e
ikx
+ c.c.,

B = u

c,
dove

c
0
`e un generico vettore complesso costante, ortogonale a u. In seguito assumeremo
che l’onda incidente sia polarizzata linearmente, vale a dire che

c abbia direzione costante.
Avremo allora,

c

0
=

c
0
.
228
L’intensit` a media dell’onda incidente, definita come l’energia che attraversa l’unit`a di
superficie nell’unit`a di tempo `e allora data da,
I
0
=< [

S[ >=< [

c[
2
>= 2 c
2
0
. (7.52)
In seguito supporremo che l’intensit` a dell’onda incidente sia sufficientemente bassa, in
modo tale che la velocit`a della particella si mantenga molto minore della velocit`a della
luce. Per l’analisi della radiazione emessa risulter`a dunque appropriata l’approssimazione
di dipolo.
Vediamo ora qual `e l’effetto di questa onda se investe una particella di massa m e
carica e. Per moti non relativistici dovremo risolvere l’equazione,
ma = e

c +v

B

. (7.53)
Siccome abbiamo v < 1 e [

B[ = [

c[, il campo magnetico pu`o essere trascurato. L’equa-
zione da risolvere si scrive allora pi` u precisamente,
m
d
2
y(t)
dt
2
= e

c
0
e
i(ω t −

k y(t))
+c.c. = 2 e

c
0
cos(ω t −

k y(t)).
Se supponiamo che la direzione di incidenza sia z – nel qual caso

k = (0, 0, ω) – e che

c
0
sia diretto lungo x, si ottiene la soluzione stazionaria,
x(t) = −
2 e c
0

2
cos(ωt), y(t) = z(t) = 0. (7.54)
La particella si mette quindi a oscillare attorno all’origine lungo la direzione del campo
elettrico incidente, con la sua stessa frequenza ω. Vediamo in particolare che la no-
stra approssimazione non relativistica `e consistente, purch´e la velocit`a massima v
M
della
particella sia molto minore di 1,
v
M
=
2 e c
0

<1. (7.55)
L’onda diffusa. Dalle (7.54) si ottiene l’accelerazione,
a(t) =
2 e

c
0
m
cos(ωt). (7.56)
229
A questo punto possiamo applicare le formule (7.45) e (7.46), per scrivere i campi di
radiazione e la potenza emessa,

E = −
e
2
2πmr

c
0
−(n

c
0
) n

cos(ω(t −r)),

B = n

E, (7.57)
dJ
dΩ
=
e
4

2
m
2

c
2
0
−(n

c
0
)
2

cos
2
(ω(t −r)), (7.58)
Il campo elettromagnetico di radiazione, che rappresenta l’onda diffusa, ha quindi la stessa
frequenza dell’onda incidente, ma si propaga radialmente in tutte le direzioni. Inoltre la
sua intensit`a `e massima nel piano passante per la particella ed ortogonale a

c
0
. Vediamo
poi che la sua polarizzazione appartiene sempre al piano formato da

c
0
e n.
Onda incidente non polarizzata. Analizziamo ora pi` u in dettaglio la distribuzione an-
golare (7.58) della potenza emessa. Possiamo intanto eseguire la media temporale, che
equivale alla sostituzione cos
2
(ω(t − r)) →
1
2
. Inoltre, nella maggior parte dei casi la
radiazione incidente non `e polarizzata, ma ammonta a una sovrapposizione equiprobabile
di tutte le polarizzazioni

c
0
ortogonali a

k, come nel caso della luce naturale. In questo
caso dobbiamo mediare la distribuzione angolare della potenza emessa (7.58), su tutte
le polarizzazioni ortogonali a

k. Per fare questo esplicitiamo i termini della (7.58) che
dipendendono dalle polarizzazioni,
c
2
0
−(n

c
0
)
2
= c
2
0
−(n
x
c
0x
+ n
y
c
0y
)
2
= c
2
0
−n
2
x
c
2
0x
−n
2
y
c
2
0y
−2 n
x
n
y
c
0x
c
0y
.
Prendendo la media di questa espressione si ha < c
2
0x
>=< c
2
0y
>=
1
2
c
2
0
, e < c
0x
c
0y
>= 0.
Inoltre, se chiamiamo ϑ l’angolo tra n e la direzione di inicidenza, nel presente caso l’asse
z, allora abbiamo n
z
= cosϑ, e quindi n
2
x
+ n
2
y
= sen
2
ϑ. Si ottiene cos`ı,
< c
2
0
−(n

c
0
)
2
>= c
2
0

1
2
sen
2
ϑc
2
0
=
1
2
(1 +cos
2
ϑ) c
2
0
.
Per un’onda incidente non polarizzata dalla (7.58) si ottiene allora la potenza diffusa,

dJ
dΩ

n.p.
=
e
4
c
2
0
16 π
2
m
2
(1 + cos
2
ϑ). (7.59)
Si vede che questa potenza risulta massima lungo la direzione di propagazione dell’onda
incidente, in entrambi i versi ϑ = 0 e ϑ = π, in accordo con il fatto che per qualsiasi
polarizzazione dell’onda incidente, la particella oscilla nel piano ortogonale alla direzione
di incidenza.
230
Infine possiamo integrare la (7.59) sugli angoli per ottenere la potenza totale. Usando,

dΩ(1 + cos
2
ϑ) =


0

π
0
senϑdϑ(1 + cos
2
ϑ) =
16 π
3
, (7.60)
si ottiene,
J =

dJ
dΩ

n.p.
dΩ =
e
4
c
2
0
3 πm
2
.
Lo stesso risultato si pu`o ovviamente anche ottenere inserendo la (7.56) nella formula di
Larmor (6.128) per la potenza totale, e mediando sul tempo. Il risultato cos`ı ottenuto `e
indipendente dalle polarizzazioni, e la media su queste `e quindi banale.
Sezione d’urto. Dal punto di vista sperimentale le grandezze rilevanti in un processo
di diffusione sono la sezione d’urto differenziale

dΩ
, ed eventualmente la sezione d’urto
totale σ. Nel caso in questione

dΩ
`e definita come l’energia diffusa nell’unit`a di tempo
in una data direzione nell’unit`a di angolo solido, divisa l’energia incidente per unit`a di
superficie nell’unit`a di tempo, ovvero, l’intensit`a incidente I
0
, vedi (7.52). Analogamente,
σ `e definita come l’energia diffusa nell’unit`a di tempo in tutte le direzioni, divisa l’intensit` a
incidente. Dalle formule scritte sopra risulta,

dΩ
=
1
I
0

dJ
dΩ

n.p.
=
1 + cos
2
ϑ
2
r
2
0
, (7.61)
dove abbiamo introdotto il raggio classico della particella r
0
, che per l’elettrone vale,
r
0
=
e
2
4πmc
2
= 2.8 10
−13
cm. (7.62)
Possiamo confrontare questo raggio con il raggio di Bohr r
B
, e la lunghezza d’onda
Compton λ
C
dell’elettrone,
r
B
=

2
me
2
= 5.3 10
−9
cm, λ
C
=

mc
= 3.8 10
−11
cm. (7.63)
La sezione d’urto totale si ottiene integrando la (7.61) su tutti gli angoli. Usando di nuovo
la (7.60) ottiene,
σ =


dΩ
dΩ =
J
I
0
=

3
r
2
0
. (7.64)
Questa sezione d’urto viene chiamata sezione d’urto di Thomson. Essa ha le dimensioni
di una superficie e – vista la definizione – pu`o essere interpretata come la superficie che
231
l’elettrone “offre” come bersaglio all’onda incidente.
`
E proprio questa circostanza che
permette di interpretare r
0
come il raggio classico dell’elettrone.
Bilancio del quadrimomento e reazione di radiazione. Concludiamo l’analisi della dif-
fusione Thomson con un commento sulla conservazione del quadrimomento in questo
processo. Ricordiamo innanzitutto che in approssimazione di dipolo la radiazione emessa
complessivamente non trasporta quantit` a di moto, vedi (7.42). Di conseguenza alla radia-
zione diffusa, rappresentata dal campo (7.57), complessivamente non `e associata nessuna
quantit` a di moto. Inoltre, vista la definizione di σ, il processo di diffusione in questione
pu`o essere interpretato come segue: di tutta l’onda incidente, concettualmente infinita-
mente estesa, solo la parte che colpisce la superficie σ viene diffusa, mentre il resto passa
indisturbato e costituisce l’onda trasmessa.
Consideriamo ora il bilancio del quadrimomento separatamente per l’onda trasmessa,
l’onda diffusa e la particella. Per l’onda trasmessa il quadrimomento iniziale e finale
sono evidentemente uguali. Anche la particella conserva in media il suo quadrimomento,
perch´e essa si trova in moto stazionario. All’onda diffusa prima della diffusione `e associato
il flusso di energia σI
0
, mentre dopo la diffusione le `e associato il flusso J; siccome si ha
J = σI
0
la sua energia si conserva. Al contrario, il suo flusso di quantit` a di moto prima
della diffusione vale,
dP
z
dt
= σI
0
,
mentre dopo la diffusione esso `e nullo! Dato che la quantit` a di moto totale del sistema si
deve conservare, dobbiamo concludere che la quantit`a di moto mancante `e stata trasferita
alla particella. Quest’ultima deve quindi subire una forza media in avanti pari a,
F
z
=
dP
z
dt
=
16 π
3
r
2
0
c
2
0
, (7.65)
forza che andrebbe ad aggiungersi al membro di destra della (7.53).
Emerge quindi il seguente quadro. La forza e(

c+v

B) costituisce la causa primaria che
imprime un’accelerazione alla particella. Di conseguenza la particella d`a luogo a un campo
di radiazione emettendo onde elettromagnetiche le quali, a loro volta, provocano una
reazione di rinculo nella particella, rappresentata dalla forza F
z
. Questa forza scaturisce
quindi dall’interazione tra la particella e il campo da essa stessa creata, e viena chiamata
232
alternativamente “reazione di radiazione”, “forza di autointerazione”, o anche “forza di
frenamento”. Si noti che mentre la forza di Lorentz e(

c +v

B) – la causa primaria – `e
lineare in c
0
, la reazione di radiazione F
z
– un effetto secondario – `e quadratica in c
0
, e
corrisponde a una correzione relativistica. Stimando il rapporto tra le due forze si ottiene
infatti, vedi (7.55) e (7.62),
F
z
e c
0
=
16 π r
2
0
3 e
c
0
∼ ω r
0
v
M
c
= 2π
r
0
λ
v
M
c
.
Nel capitolo 12 vedremo che la validit` a dell’Elettrodinamica classica richiede comunque
che sia λ > r
0
. La forza di reazione `e quindi soppressa rispetto alla forza di Lorentz dal
fattore non relativistico v
M
/c.
Per completezza aggiungiamo che in realt`a `e possibile dedurre la presenza della rea-
zione di radiazione (7.65), direttamente dall’equazione di Lorentz “completa” (2.21),
d p
dt
= e(

c +v

B) + e(

E +v

B), (7.66)
dove

E e

B sono i campi di Lienard–Wiechert prodotti dalla particella stessa. Tutta-
via, in questo caso non `e lecito usare le loro espressioni asintotiche (7.57), perch´e nella
(7.66) questi campi sono valutati nella posizione della particella – dove essi sono diver-
genti. Un’analisi dettagliata del membro di destra della (7.66) conferma s`ı la presenza
del termine (7.65), ma rivela anche la presenza di termini infiniti: l’equazione di Lorentz,
nella sua forma originale (2.21), dovr`a dunque essere abbondonata. Anticipiamo che una
trattazione sistematica della reazione di radiazione, che comporta in particolare la sostitu-
zione dell’equazione di Lorentz con l’equazione di Lorentz–Dirac, vede l’Elettrodinamica
classica entrare in contraddizione con se stessa, vedi capitolo 12.
Effetti quantistici. La diffusione Thomson come qu`ı analizzata non tiene conto di effetti
quantistici, in quanto trascura il fatto che le onde elettromagnetiche sono costituite da
particelle, i fotoni. A livello quantistico il processo di diffusione di radiazione di frequenza
ω da parte di elettroni si realizza, infatti, attraverso urti tra fotoni “incidenti” di energia
ω, ed elettroni, e viene chiamato effetto Compton. In questo caso “l’onda” uscente `e
costituita da fotoni che si propagano in tutte le direzioni ϑ. Fino a quando le lunghezze
d’onda della radiazione incidente sono molto maggiori della lunghezza d’onda Compton,
233
λ =
2πc
ω
λ
C
=

mc
, e quindi ω <mc
2
, gli effetti quantistici possono essere trascurati,
ed `e valida l’analisi svolta sopra. Viceversa, per λ ≈ λ
C
il fotone incidente cede parte
della sua energia all’elettrone, ed emerge quindi dall’urto con una frequenza pi` u piccola,
ovvero, con una lunghezza d’onda λ
t
maggiore di λ. Imponendo la conservazione del
quadrimomento risulta, infatti, la nota formula dell’effetto Compton,
λ
t
= λ + 2π(1 −cosϑ)λ
C
,
dove ϑ `e l’angolo tra il fotone entrante e quello uscente.
Le differenze principali rispetto all’analisi classica della diffusione sono quindi 1) che
l’energia non viene pi` u irradiata con continuit` a, ma sotto forma di quanti di luce e 2) che
la frequenza della radiazione uscente `e minore di quella della radiazione incidente. Inoltre
si pu`o vedere 3) che la sezione d’urto di Thomson subisce una correzione quantistica che
al primo ordine in risulta in,
σ =

3
r
2
0

1 −4π
λ
C
λ

.
Per λ λ
C
i fotoni entranti e uscenti hanno praticamente la stessa energia ω,
indipendentemente dall’angolo di diffusione ϑ, e in questo limite sono inoltre valide le
formule per le sezioni d’urto (7.61), (7.64). In questo limite l’energia delle radiazioni
incidente ed uscente `e data semplicemente dal numero di fotoni moltiplicato per ω, e
quindi queste sezioni d’urto danno allora anche il numero di fotoni diffusi nell unit`a di
tempo, diviso il numero di fotoni incidenti per unit`a di superficie nell’unit`a di tempo,
ovvero il “flusso entrante”.
7.3.5 Bremsstrahlung dall’interazione coulombiana
In questo paragrafo consideriamo la radiazione generata dall’interazione elettromagnetica
tra due particelle cariche in moto non relativistico – prototipo di Bremsstrahlung non
relativistica. Di nuovo siamo interessati principalmente alla determinazione dell’energia
emessa sotto forma di radiazione. Dato che nel limite non relativistico l’interazione elet-
tromagnetica tra due particelle `e governata dal potenziale coulombiano α/r, le orbite
relative sono coniche, ovvero ellissi, iperboli o parabole. La conoscenza della forma ana-
litica delle orbite faciliter`a notevolmente l’analisi della potenza emessa e, come vedremo,
234
essa ci permetter`a di determinare l’energia totale irraggiata durante il moto in modo
esatto.
Consideriamo dunque un sistema isolato formato da due particelle cariche, con masse
m
1
e m
2
e cariche e
1
e e
2
. Indichiamo i vettori posizione rispettivamente con r
1
e r
2
, la
posizione relativa con r = r
1
−r
2
, e quella del centro di massa con r
CM
. Allora abbiamo,
r
1
= r
CM
+
m
2
m
1
+ m
2
r, r
2
= r
CM

m
1
m
1
+ m
2
r. (7.67)
Secondo la teoria dei moti relativi la dinamica del sistema `e allora governata dalle equa-
zioni del moto,
µ
¨
r = α
r
r
3
,
¨
r
CM
= 0, (7.68)
dove,
α =
e
1
e
2

, µ =
m
1
m
2
(m
1
+m
2
)
,
essendo µ la massa ridotta.
Cinematica delle coniche. Siccome il potenziale coulombiano `e centrale e a simmetria
sferica, il moto relativo `e piano, e si conservano l’energia ε e il momento angolare L.
Introducendo le coordinate polari piane r e ϕ si ha,
ε =
1
2
µv
2
+
α
r
, L = µr
2
˙ ϕ. (7.69)
Per il potenziale in questione le orbite del moto relativo sono coniche. Se l’energia `e
negativa, e quindi necessariamente α < 0, l’orbita `e un ellisse di equazione,
r(ϕ) =
(1 −e
2
) a
1 + e cosϕ
, (7.70)
dove l’eccentricit` a e e il semiasse maggiore a sono dati da,
e =

1 +
2 εL
2
µα
2
, a = −
α
2 ε
. (7.71)
Il periodo risulta essere,
T = 2π

µa
3
[ α[
.
Si noti che il momento angolare pu`o essere scritto anche come,
L =

µa[ α[

1 −e
2
.
235
Se l’energia `e invece positiva, le orbite sono iperboli di equazione,
r(ϕ) =
(e
2
−1) a
±1 + e cosϕ
, (7.72)
dove il segno + corrisponde al caso attrattivo, α < 0, e il segno – al caso repulsivo, α > 0.
I parametri e ed a sono ancora dati dalle (7.71), ma ora le costanti del moto possono
essere espressi anche in termini del parametro d’impatto b e della velocit`a asintotica v
0
,
ε =
1
2
µv
2
0
, L = µb v
0
. (7.73)
Ricordiamo poi che nel caso delle iperboli la variabile angolare `e limitata da,
−ϕ
0
< ϕ < ϕ
0
, cos ϕ
0
= ∓
1
e
. (7.74)
L’energia emessa. Torniamo ora al calcolo dell’energia emessa via Bremsstrahlung.
Secondo la (7.41) la potenza emessa istantanea `e data in termini del momento di dipolo
del sistema, dalla formula,
J =
1

¨

D

2
. (7.75)
Possiamo valutare

D usando le (7.67),

D = e
1
r
1
+ e
2
r
2
= (e
1
+ e
2
) r
CM
+ µ

e
1
m
1

e
2
m
2

r.
Derivando due volte e usando le (7.68) si ottiene,
¨

D = µ

e
1
m
1

e
2
m
2

¨
r =

e
1
m
1

e
2
m
2

α
r
r
3
.
Per la potenza istantanea si ottiene allora
34
,
J =
α
2

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1
r
4
. (7.76)
Vediamo che la radiazione di dipolo `e assente se le due particelle hanno lo stesso rapporto
e/m – in particolare se le particelle sono identiche – come dimostrato nel paragrafo 7.3.2.
Se siamo interessati all’energia emessa tra due istanti temporali t
1
e t
2
, dobbiamo inte-
grare la (7.76) tra questi istanti. L’integrale risultante pu`o essere ricondotto a un integrale
34
Ricordiamo che questa formula rappresenta la potenza emessa J(t, r) all’istante t a una distanza r
molto grande dalla particella, se il raggio r che compare a secondo membro `e valutato all’istante ritardato
t −r. Se valutiamo il raggio r invece in t, allora la formula fornisce l’energia che viene emessa all’istante
t e che raggiunge l’infinito. Torneremo su questo punto nel capitolo 9.
236
sugli angoli, valutabile esattamente, se sfruttiamo la costanza del momento angolare (7.69)
per scrivere,
dt =
µr
2
L
dϕ.
Se indichiamo gli angoli corrispondenti ai due istanti temporali t
1
e t
2
con ϕ
1
e ϕ
2
, l’energia
emessa tra questi due istanti risulta allora,
∆ε =

t
2
t
1
Jdt =
µα
2
6πL

e
1
m
1

e
2
m
2

2

ϕ
2
ϕ
1
1
r
2
dϕ. (7.77)
Inserendo in questa espressione le equazioni polari (7.70) e (7.72) si ottengono integrali
elementari che possono essere valutati esattamente. Consideriamo ora separatamente moti
ellittici e moti iperbolici.
Moti ellittici. Se il moto relativo `e ellittico entrambe le particelle compiono moti pe-
riodici di periodo T. La corrente associata j
µ
`e allora pure periodica, e il sistema emette
quindi radiazione sulle frequenze discrete ω
N
= 2πN/T, con N intero, vedi paragrafo
7.1.2. In questo caso l’energia totale emessa `e evidentemente infinita, e ha senso solo la
potenza media, ottenuta mediando la (7.77) su un periodo,
J =
1
T

T
0
Jdt =
µα
2
6πLT

e
1
m
1

e
2
m
2

2


0
1
r
2

=
µα
2
6πLT

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1
a
2
(1 −e
2
)
2


0
(1 + e cosϕ)
2
dϕ.
Usando l’integrale,


0
(1 +e cosϕ)
2
dϕ = 2π

1 +
e
2
2

,
e sostituendo i valori cinematici dati sopra si ottiene,
J =
α
2
6πa
4

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1 +
e
2
2
(1 −e
2
)
5/2
. (7.78)
L’energia che la Bremsstrahlung asporta invece durante un ciclo `e data da,
∆ε
c
= T J.
Una conseguenza importante della Bremsstrahlung `e che l’energia totale del sistema “ca-
riche + campo”, che nel limite non relativistico qu`ı in esame `e data dalla (7.69), non
pu`o restare costante, perch´e durante ogni ciclo essa deve diminuire della quantit` a T J.
237
Di conseguenza le orbite ellittiche non possono restare stabili e si devono, in particolar
modo, “aprire”, entrando in un regime spiraleggiante. La causa diretta di questo feno-
meno `e di nuovo la forza di frenamento, le cui conseguenze fisiche saranno analizzate in
modo sistematico pi` u avanti, vedi capitolo 12. Nel prossimo paragrafo quantitificheremo
comunque la perdita di energia (7.78) in un caso importante dal punto di visto storico,
quello dell’atomo di idrogeno classico, e vedremo che la forza di frenamento lo farebbe
collassare in una frazione di secondo.
Moti iperbolici. Se il moto relativo `e iperbolico, entrambe le particelle compiono moti
aperiodici. Anche la corrente associata `e allora aperiodica, e il sistema emette dunque
radiazione con uno spettro continuo di frequenze. Questo processo corrisponde a un urto
tra due particelle cariche che arrivano dall’infinito, si deflettono a vicenda, e poi escono
di nuovo verso l’infinito. Negli istanti iniziale e finale l’accelerazione delle due particelle `e
nulla, e l’energia totale irradiata durante l’intero processo, come vedremo, risulta finita.
Per calcolarla dobbiamo porre nella (7.77) t
1
= −∞ e t
2
= +∞, ovvero ϕ
1
= −ϕ
0
e
ϕ
2
= ϕ
0
, vedi (7.74). Inserendo la (7.72) nella (7.77) troviamo per l’energia irradiata
durante l’intero processo,
∆ε =


−∞
Jdt =
µα
2
6πL

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1
a
2
(e
2
−1)
2

ϕ
0
−ϕ
0
(±1 + e cosϕ)
2

=
µα
2
6πL

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1
a
2
(e
2
−1)
2

(2 +e
2
) ϕ
0
±3

(e
2
−1)

.
Usando le (7.73) possiamo esprimere questo risultato in termini della velocit`a asintotica
v
0
e del parametro d’impatto b. Per fare questo `e conveniente introdurre il parametro
adimensionale,
γ =
∓1

e
2
−1
=
α
µv
2
0
b
, ϕ
0
=
π
2
−arctg γ.
Si noti che nel caso attrattivo si ha γ < 0, mentre nel caso repulsivo risulta γ > 0. Dopo
semplici passaggi si ottiene allora,
∆ε =
µ
3
v
5
0
6π α

e
1
m
1

e
2
m
2

2
(3γ
2
+ 1)

π
2
− arctg γ

−3γ

γ
3
. (7.79)
Notiamo che per parametri d’impatto grandi, corrispondenti a valori di γ piccoli, l’energia
irradiata va a zero,
∆ε ≈
α
2
12 v
0

e
1
m
1

e
2
m
2

2
1
b
3
, (7.80)
238
in accordo con il fatto che per b grandi le orbite si discostano poco da traiettorie rettilinee.
Parametri d’impatto piccoli. Se il parametro d’impatto va invece a zero, si ha un urto
frontale e,
[γ[ →∞.
In questo caso la (7.79) ha due andamenti diversi, a seconda che il potenziale sia attrat-
tivo o repulsivo. Nel caso attrattivo si ha γ →−∞, e entrambi i termini tra le parentesi
quadre in (7.79) vanno a pi` u infinito. Anche l’energia irradiata tende quindi a pi` u in-
finito, in accordo con il fatto che l’accelerazione diverge quando le particelle collidono.
Si noti, tuttavia, che in questo caso anche la velocit`a delle particelle va a pi` u infinito, e
l’approssimazione non relativistica non `e pi` u valida.
Nel caso repulsivo le particelle si avvicinano invece solo fino alla distanza minima,
r
m
=
2 α
µv
2
0
,
e l’energia totale irradiata deve quindi essere finita. In questo caso il parametro γ tende
a +∞, ed eseguendo il limite nella (7.79) si trova,
∆ε
0
≡ lim
γ→∞
∆ε =
2 µ
3
v
5
0
45 π α

e
1
m
1

e
2
m
2

2
. (7.81)
Per renderci conto dell’entit`a dell’energia irradiata assumiamo che una delle due particelle
sia molto pi` u pesante dell’altra, m
2
m
1
, e che le cariche siano uguali, come succede
per esempio nell’urto protone/positrone. In queste condizioni il processo equivale all’urto
della particella leggera contro la particella pesante, considerata praticamente a riposo. Si
ha allora µ ≈ m
1
e α = e
2
/4π, e otteniamo,
∆ε
0

8 m
1
v
5
0
45
.
Infine, dato che ora ε ≈
1
2
m
1
v
2
0
, per la diminuzione relativa dell’energia della particella
leggera durante l’urto otteniamo,
∆ε
0
ε

16
45

v
0
c

3
.
Siccome siamo nel limite non relativistico abbiamo v
0
<c, e quindi ∆ε
0
/ε <1. Come nel
caso (7.80) la perdita di energia per irraggiamento `e quindi completamente trascurabile.
239
Nel prossimo capitolo analizzeremo il fenomeno dell’irraggiamento nel limite ultrarela-
tivistico, ovvero per v ≈ c, e vedremo che le conseguenze saranno drasticamente diverse.
Vedremo, infatti, che per velocit`a prossime alla velocit`a della luce gli effetti radiativi
possono dare luogo a perdite di energia notevoli, anche negli urti dovuti all’interazione
coulombiana.
7.3.6 La radiazione dell’atomo d’idrogeno classico
In questo paragrafo illustriamo brevemente il quadro fenomenologico che emergerebbe
per l’atomo d’idrogeno, se la sua dinamica fosse governata dalle leggi della fisica classica.
Concentreremo la nostra analisi sullo stato fondamentale dell’atomo, che classicamente
corrisponde all’elettrone che compie un moto circolare uniforme attorno al protone, con
velocit`a v < 1. Possiamo allora applicare le formule derivate nel paragrafo precedente
per il moto ellittico, nel caso particolare di eccentricit`a nulla.
Dato che il protone `e molto pi` u pesante dell’elettrone vale m
2
m
1
≡ m e µ ≈ m,
e inoltre in questo caso abbiamo α = −
e
2

e r = a. Siccome la forza centripeta vale
mv
2
r
=
e
2
4πr
2
, l’energia totale e la velocit`a angolare dell’elettrone diventano, vedi (7.69),
ε = −
e
2
8πr
= −
1
2
mv
2
, ω =
v
r
=

e
2
4π mr
3
=

r
0
r
3
=
me
4
(4π)
2

3
, (7.82)
dove abbiamo introdotto il raggio classico r
0
dell’elettrone, e identificato r con il raggio
di Bohr, vedi (7.63).
Il moto dell’elettrone `e periodico con periodo T = 2π/ω, e la sua accelerazione a(t) `e
quindi una funzione periodica semplice. Secondo le (7.45) il campo di radiazione `e allora
costituito da una singola onda monocromatica di frequenza ω. Concludiamo che l’atomo
d’idrogeno classico emetterebbe radiazione unicamente sulla frequenza fondamentale ω.
Come vedremo pi` u avanti, vedi sezione 10.4, una particella relativistica in moto circolare
uniforme emette, invece, radiazione su tutte le frequenze ω
N
= Nω, con N intero. Queste
previsioni sono comunque in contrasto con la formula quantistica di Rydberg, che prevede
le frequenze di emissione,
ω
MN
=
1
2

1
N
2

1
M
2

me
4
(4π)
2

3
,
240
dove N e M sono interi.
Torniamo ora al calcolo della potenza emessa dall’atomo classico. Ponendo nella (7.78)
l’eccentricit` a uguale a zero si ottiene,
J =

e
2

2
e
2
6π m
2
r
4
=
e
2

r
2
0
r
4
=
e
2

ω
4
r
2
, (7.83)
in accordo con la formula di Larmor (6.128). Siccome J = −

dt
abbiamo dunque quan-
tificato la perdita di energia dell’atomo. Ma dato che ε ∝ −1/r questa perdita comporta
anche una diminuzione del raggio. Dalle (7.82), (7.83) si ottiene la variazione relativa,
1
r
dr
dt
= −
1
ε

dt
= −
4
3
r
2
0
r
3
≈ −2 10
10
/s,
dove abbiamo sostituito i valori (7.62), (7.63). Si vede che il raggio dell’orbita dell’elet-
trone si ridurrebbe a met`a in meno di 10
−10
s, e l’atomo di idrogeno classico collasserebbe
nella frazione di un secondo ! Si noti in particolare che la velocit`a dell’elettrone andrebbe
allora a pi` u infinito, vedi (7.82).
`
E comunque interessante calcolare la diminuzione relativa dell’energia dell’atomo du-
rante un ciclo,
∆ε
ε
=
TJ
ε
=
2πJ
ω ε
=

3

r
0
r

3/2
≈ 3 10
−6
,
che `e in realt`a una frazione molto piccola. Quello che in ultima analisi fa collassare l’atomo
di idrogeno classico in pochissimo tempo `e la brevit`a di un ciclo,
T =
2π r
c

r
r
0
≈ 1.4 10
−16
s.
Per concludere aggiungiamo che la velocit`a dell’elettrone `e data da,
v
c
= ω r =

r
0
r
≈ 0.7 10
−2
,
ed era quindi corretto affrontare il problema nell’approssimazione non relativistica di
dipolo.
Conlcudiamo questo paragrafo con un caveat sui limiti di validit`a della nostra analisi.
Da un punto di vista quantitativo l’analisi qu`ı eseguita `e infatti valida solo fino a quando
il raggio dell’orbita dell’elettrone non varia apprezzabilmente. Se il raggio non `e costante
non `e pi` u costante nemmeno l’accelerazione da inserire nella formula di Larmor, e anche la
241
potenza emessa varierebbe nel tempo. L’equazione del moto dell’elettrone dovrebbe allora
essere risolta tenendo conto della perdita di energia attraverso la formula di Larmor, la
quale coinvolge a sua volta l’accelerazione incognita. Le equazioni differenziali risultanti
sarebbero non lineari, e non risolubili in modo analitico. Per di pi` u, come notato sopra, la
diminuzione del raggio porta a un aumento della velocit`a, la quale per r →0 tenderebbe
a pi` u infinito. Riassumendo, per affrontare il problema dell’atomo di idrogeno classico
in modo corretto, in linea di principio bisognerebbe risolvere le equazioni di Maxwell e
di Lorentz complete, come sistema accoppiato. Inoltre da un certo istante in poi non
`e pi` u lecito affrontare il problema nell’approssimazione non relativistica. Tuttavia, le
conclusioni qualitative della nostra trattazione restano comunque valide.
7.4 Radiazione di quadrupolo elettrico e di dipolo magnetico
Nei casi in cui la radiazione di dipolo `e assente, ovverosia, quando la derivata seconda del
momento di dipolo si annulla,
¨

D = 0,
nello sviluppo in multipoli (7.30) diventa rilevante il termine perturbativo successivo,
cio`e, quello lineare in n y/c. Questo termine d`a luogo alle cosiddette radiazioni di
quadrupolo elettrico e di dipolo magnetico, soppresse rispetto a quella di dipolo elettrico
di un fattore non relativistico v/c. In questa sezione determiniamo l’apporto all’eneriga
irradiata, dovuto a queste radiazioni. Per via della formula generale (7.17) `e di nuovo
sufficiente determinare la parte spaziale del quadripotenziale.
Il potenziale

A fino all’ordine 1/c
2
. Riprendiamo lo sviluppo (7.30), considerando ora
anche il termine lineare in n y/c. Sottintendendo che la quadricorrente j
µ
`e valutata in
(t −r, y), e ponendo c = 1, abbiamo allora,
A
i
=
1
4πr

j
i
+ (n
k
y
k
) ∂
t
j
i

d
3
y,
=
1
4πr
¸
˙
D
i
+ n
k

t

1
2

y
k
j
i
−y
i
j
k

+
1
2

y
k
j
i
+ y
i
j
k

d
3
y

=
1
4πr

˙
D
i

˙
M
ik
n
k
+
1
2
n
k

t

y
k
j
i
+ y
i
j
k

d
3
y

. (7.84)
242
Abbiamo definito il tensore tridimensionale antisimmetrico,
M
ik

1
2

x
i
j
k
−x
k
j
i

d
3
x,
legato al momento di dipolo magnetico,

M ≡
1
2

d
3
xx

j,
dalle relazioni,
M
i
=
1
2
ε
ijk
M
jk
, M
ij
= ε
ijk
M
k
. (7.85)
Per un sistema di particelle, per cui,

j(t, x) =
¸
r
e
r
v
r
(t) δ
3
(x −y
r
(t)),
si ha in particolare,

M =
1
2
¸
r
e
r
y
r
v
r
. (7.86)
L’ultimo termine in (7.84) pu`o invece essere valutato introducendo il momento di quadru-
polo elettrico D
ij
della distribuzione di carica, e la sua versione “ridotta” T
ij
, a traccia
nulla,
D
ij
=

d
3
xx
i
x
j
ρ, ρ = j
0
, T
ij
= D
ij

1
3
δ
ij
D
kk
, T
ii
= 0. (7.87)
L’ultimo termine nella (7.84) pu`o infatti essere espresso in termini di D
ij
sfruttando
l’identit` a,
˙
D
ij
=

x
i
j
j
+ x
j
j
i

d
3
x,
analoga alla (7.36). La si dimostra – come nel caso di quest’ultima – con un’integrazione
per parti, usando la conservazione della quadricorrente, e ricordando che j
µ
ha supporto
compatto,
˙
D
ij
=

x
i
x
j

0
j
0
d
3
x = −

x
i
x
j
(∂
k
j
k
)d
3
x =


k

x
i
x
j

j
k
d
3
x
=

δ
i
k
x
j
+ x
i
δ
j
k

j
k
d
3
x =

x
i
j
j
+ x
j
j
i

d
3
x.
Otteniamo quindi,
A
i
=
1
4πr

˙
D
i

˙
M
ij
n
j
+
1
2
¨
D
ij
n
j

=
1
4πr

˙
D
i

˙
M
ij
n
j
+
1
2

¨
D
ij

1
3
δ
ij
¨
D
kk

n
j

+
¨
D
kk
24πr
n
i
, (7.88)
243
dove abbiamo tolto e aggiunto lo stesso termine. Consideriamo ora l’ultimo termine di
questa espressione. Dalla definizione (7.87) risulta che D
kk
`e funzione solo di t −r, perch´e
nell’integrale la densit`a di carica ρ `e valutata in (t −r, x). Questo ci permette di scrivere,
¨
D
kk
(t −r)
24πr
n
i
= ∂
i

˙
D
kk
(t −r)
24πr

+ o

1
r
2

. (7.89)
Il termine o(1/r
2
) `e ininfluente perch´e il potenziale `e valutato nella zona delle onde. Inoltre
sappiamo che una funzione del tipo
1
r
f(t − r) soddisfa l’equazione delle onde per r = 0,
vedi problema 5.7. Questo ci permette di concludere che l’ultimo termine nella (7.88)
pu`o essere eliminato con una trasformazione di gauge residua, A
i
→ A
i
+ ∂
i
Λ, 2Λ = 0,
scegliendo,
Λ = −
˙
D
kk
(t −r)
24πr
.
Alla stessa conclusione si giunge osservando che un contributo ad A
i
che `e proporzionale a
n
i
, come quello in (7.89), comunque non contribuisce alla potenza (7.17), perch´e Λ
ij
n
j
= 0.
Ritroviamo il fatto che l’energia, essendo una quantit` a osservabile, `e invariante sotto
trasformazioni di gauge.
In definitiva, a meno di una trasformazione di gauge, e ripristinando la velocit`a della
luce, otteniamo per il potenziale corretto fino all’ordine 1/c
2
,
A
i
=
1
4πr c

˙
D
i

1
c
˙
M
ij
n
j
+
1
2 c
¨
T
ij
n
j

. (7.90)
In questa approssimazione il campo nella zona delle onde risulta quindi sovrapposizione
lineare di un campo di dipolo elettrico, un campo di dipolo magnetico e un campo di
quadrupolo elettrico. Gli ultimi due sono soppressi di un fattore 1/c rispetto al primo, e
costituiscono quindi correzioni relativistiche di ordine superiore. Confrontando la (7.43)
con la (7.86) si vede in particolare che, schematicamente, si ha,
M
ij
∼ v D
i
.
La potenza totale. In presenza dei campi di dipolo magnetico e di quadrupolo elettrico
la distribuzione angolare della potenza emessa (7.17) esibisce ora una dipendenza dagli
angoli abbastanza complicata, perch´e ora n
i
compare non solo in Λ
ij
, ma anche in A
i
.
244
Ciononostante `e ancora possibile derivare un’espressione compatta per la potenza totale.
Integrando la (7.17) sull’angolo solido si ottiene infatti,
J =
r
2
c

(
˙
A
i
˙
A
j
Λ
ij
) dΩ (7.91)
=
1
16π
2
c
3

dΩ

¸¨
D
i

¨
M
ik
c
n
k
+
˙
¨
T
ik
2c
n
k

¸¨
D
j

¨
M
jl
c
n
l
+
˙
¨
T
jl
2c
n
l


ij
−n
i
n
j
).
Gli integrali sugli angoli possono essere valutati come al solito, usando gli integrali inva-
rianti. Siccome alla fine tutti gli indici di
¨
D
i
,
¨
M
ij
e
˙
¨
T
ij
devono contrarsi tra di loro, e
siccome T
ij
`e simmetrico e a traccia nulla ed M
ij
`e antisimmetrico, i termini misti non
contribuiscono all’integrale. I termini diagonali, invece, possono esser valutati facilmente
usando gli integrali invarianti. Dalla relazione (7.85) si ricava in particolare,
¨
M
ij
¨
M
ij
= 2

¨

M

2
.
Il risultato finale che cos`ı si ottiene `e,
J =
1
6πc
3

¨

D

2
+
1
6πc
5

¨

M

2
+
1
80πc
5
˙
¨
T
ij
˙
¨
T
ij
. (7.92)
I tre contributi alla potenza corrispondono rispettivamente alla radiazione di dipolo elet-
trico, di dipolo magnetico e di quadrupolo elettrico, gli ultimi due termini essendo sublea-
ding di un fattore 1/c
2
rispetto al termine di dipolo elettrico. Come si vede, grazie alla
cancellazione dei termini misti non ci sono correzioni di ordine 1/c
4
. Si noti, tuttavia, che
tali correzioni sono presenti nella distribuzione angolare dJ/dΩ.
Facciamo infine un commento importante sull’utilizzo corretto della formula (7.92).
L’espansione non relativistica (7.30) del potenziale nella zona delle onde pu`o essere scritta
come,

A =
1
c

A
1
+
1
c
2

A
2
+
1
c
3

A
3
+ , (7.93)
dove con

A
N
intendiamo il contributo di 2N–polo, includendo anche i corrispondenti con-
tributi magnetici. La (7.90) rappresenta allora i primi due termini di questa espansione.
Notiamo in particolare che il termine

A
N
contiene N − 1 fattori dei versori n. Se si
inserisce lo sviluppo (7.93) nella (7.91) si ottiene una serie di potenze in 1/c, ma dato
che l’integrale sugli angoli di un numero dispari di fattori n `e zero, sopravvivono solo i
245
prodotti del tipo
˙
A
N
˙
A
M
con M + N pari. La (7.91) si scrive allora,
J = r
2

1
c
3
˙
A
i
1
˙
A
j
1
+
1
c
5

˙
A
i
2
˙
A
j
2
+ 2
˙
A
i
1
˙
A
j
3

+ o

1
c
7

Λ
ij
dΩ.
Si vede, dunque, che per calcolare correttamente la potenza emessa fino all’ordine 1/c
5
,
alla (7.92) andrebbe aggiunto il termine dovuto al prodotto misto
˙
A
i
1
˙
A
j
3
, che coinvolge
la radiazione di sestupolo

A
3
. Possiamo comunque concludere che la (7.92) d`a la potenza
corretta fino all’ordine 1/c
5
, se la radiazione di dipolo `e assente,
˙

A
1
= 0 ↔
¨

D = 0.
Solo in questo caso la (7.92) `e allora di utilit`a concreta. In caso contrario in generale
bisogna tenere conto anche della radiazione di sestupolo.
Assenza delle radiazioni di quadrupolo e di dipolo magnetico. Vediamo ora qualche ca-
so in cui i contributi di ordine 1/c
5
alla potenza emessa (7.92) si annullano. Il contributo
di dipolo magnetico `e nullo per un sistema isolato di particelle, con rapporto
e
r
m
r
= γ in-
dipendente da r. Questo `e una conseguenza della conservazione del momento angolare di
un sistema isolato. Per vederlo `e sufficiente inserire la relazione e
r
= γ m
r
nella definizione
(7.86) del momento di dipolo magnetico. Risulta,

M =
γ
2
¸
r
y
r
m
r
v
r
=
γ
2

L,
dove

L `e il momento angolare totale conservato; ne segue che
˙

M = 0. Il contributo di
dipolo magnetico `e assente anche per un sistema isolato composto da due sole particelle,
con cariche arbitrarie. In questo caso nel sistema di riferimento del centro di massa si ha
m
1
r
1
+m
2
r
2
= 0, p
1
= − p
2
, e risulta,

M =
1
2
(e
1
r
1
v
1
+ e
2
r
2
v
2
) =
1
2

e
1
m
2
1
+
e
2
m
2
2

m
1
m
2
m
1
+ m
2

L,
dove

L = r
1
p
1
+r
2
p
2
`e il momento angolare totale conservato del sistema. Di nuovo
abbiamo quindi che
˙

M = 0.
Infine, come conseguenza del teorema di Birkhoff i contributi di ordine 1/c
5
nella
(7.92) si devono annullare entrambi, se la corrente j
µ
`e a simmetria sferica,

j = xj(t, r),
246
j
0
= ρ(r, t). In effetti si vede che

M `e nullo, perch´e x

j = 0. Per quanto riguarda invece
il momento di quadrupolo ridotto, usando coordinate polari si ha,
T
ij
=

d
3
x

x
i
x
j

1
3
δ
ij
x
2

ρ =
¸

0
r
4
ρ dr
¸
dΩ

n
i
n
j

1
3
δ
ij

= 0, (7.94)
in quanto l’integrale sugli angoli `e zero.
7.5 Problemi
7.1 Radiazione di ciclotrone nel limite non relativistico. Si consideri una parti-
cella di carica e che in presenza di un campo magnetico costante e uniforme compie un
moto circolare uniforme, con frequenza ω = eB/m e raggio R, tale che v = ωR <1.
a) Si determini il campo elettrico generato dalla particella nella zona delle onde.
b) Per ogni istante t fissato si determinino le direzioni in cui la potenza emessa `e massima
e minima.
c) Mediando su tempi grandi rispetto al periodo si dimostri che la distribuzione angolare
della potenza media `e data da,
dJ
dΩ
=
e
2
ω
4
R
2
32π
2
(1 + cos
2
ϑ),
dove ϑ `e l’angolo tra la direzione di osservazione e l’asse della circonferenza.
d) Supponendo che la carica sia vincolata a un anello di raggio R, si determini la legge
oraria con cui la velocit`a della particella diminuisce. Si assuma che valga,
[ ˙ v[ <ω
2
R,
in modo da poter considerare nella formula di Larmor solo l’accelerazione centripeta. Si
verifichi la validit`a di questa ipotesi a posteriori.
7.2 Si consideri una particella carica leggera che compie un moto circolare uniforme
attorno a una particella carica pesante, nelle stesse ipotesi del paragrafo 7.3.6.
a) Si determini la legge oraria con cui variano la velocit`a e il periodo della particella
leggera.
b) Si discutano i limiti di validit`a dell’analisi svolta.
247
7.3 Distribuzioni di carica a simmetria sferica. Si consideri la formula (7.9) per il
potenziale A
µ
nella zona delle onde. Si supponga che la corrente j
µ
sia dotata di simmetria
sferica, come specificato nel problema 2.5. Si verifichi che una tale distribuzione di carica
non irradia in nessuna direzione, cio`e,
dJ
dΩ
= 0, ∀n,
come implicato dal teorema di Birkhoff.
Traccia dello svolgimento.
`
E sufficiente dimostrare A
i
dato in (7.9) `e della forma,

A(t, x, ) = ng(t, x), (7.95)
per qualche funzione g. A questo scopo si pu`o sfruttare il seguente teorema sugli integrali
invarianti tridimensionali.
Teorema: Sia data una funzione di due variabili tridimensionali f(x, y), invariante per
rotazioni, cio`e,
f(Rx, Ry) = f(x, y), ∀ R ∈ SO(3),
condizione che risulta essere equivalente ad assumere che f dipenda da x e y solo attraverso
gli invarianti [x[, [y[ e x y. Si definisca la funzione vettoriale,

F(x) =

y f(x, y) d
3
y.
Allora

F `e necessariamente della forma,

F(x) = xF
0
([x[). (7.96)
Dimostrazione: eseguendo nell’integrale che definisce

F il cambiamento di variabili y →
Ry, si ricava che

F `e una “funzione covariante” per rotazioni, cio`e,

F(Rx) = R

F(x), ∀ R ∈ SO(3).
La funzione

F(x) `e allora necessariamente della forma (7.96).
Risulta che la funzione g(t, x) che compare nella (7.95), in generale `e diversa da zero
e dipendente dal tempo. Ci`o sembra in contraddizione con il teorema di Birkhoff, secondo
cui per distribuzioni sferiche di carica il campo elettromagnetico nel vuoto `e statico. Il
248
paradosso si risolve facilemente se si ricorda che A
µ
`e definito modulo una trasformazione
di gauge. La funzione g che compare nella (7.95) `e, infatti, della forma particolare g(t, x) =
1
r
f(t − r), e si pu`o fare vedere allora che esiste una trasformazione di gauge che annulla
A
i
, e riporta allo stesso tempo il potenziale scalare nella forma standard A
0
=
Q
4πr
.
7.4 A partire dai campi di Lienard–Wiechert (6.99) si verifichi che il tensore energia–
impulso del campo prodotto da una particella in moto arbitrario, nella zona delle onde si
riduce a,
T
µν
em
= n
µ
n
ν
[

E[
2
,
in accordo con la formula generale (7.13).
Traccia dello svolgimento. Nella zona delle onde il campo elettromagnetico (6.99) `e
dominato dal campo di accelerazione (6.102), che riscriviamo come,
F
µν
→F
µν
a
=
e
4π(um)
3
R
(m
µ

ν
−m
ν

µ
) , ∆
µ
≡ (um) w
µ
−(wm) u
µ
.
Questa scrittura `e conveniente in quanto si ha,
m
µ
m
µ
= 0 = m
µ

µ
, ∆
2
= (um)
2
w
2
+ (wm)
2
.
Allora `e immediato valutare il tensore energia–impulso nella zona delle onde,
T
µν
em
= F
µρ
F
ρ
ν
+
1
4
η
µν
F
ρσ
F
ρσ
= −
e
2

2
16π
2
(um)
6
R
2
m
µ
m
ν
. (7.97)
Per r grandi si ha R → r, m → n, e segue in particolare che m
µ
→ n
ν
. La verifica
che il coefficiente di n
µ
n
ν
nella (7.97) eguaglia allora [

E
a
[
2
, vedi (6.108), `e lasciato come
esercizio.
7.5 Bremsstrahlung in campo coulombiano a grandi distanze. Si consideri un
elettrone non relativistico che passa accanto a un nucleo di carica Ze, considerato fisso,
a una distanza molto grande. In questo modo la sua traiettoria si discosta poco da una
retta. Indicando la sua velocit`a asintotica con v
0
<1, e il parametro d’impatto con b, la
sua distanza dal nucleo come funzione del tempo pu`o allora essere approssimata con,
r(t) = [y(t)[ ·

b
2
+ v
2
0
t
2
.
249
a) Considerando che l’accelerazione dell’elettrone lungo la traiettoria `e data da,
a = −
Ze
2
4πm
y
r
3
,
si dimostri che durante il passaggio vicino al nulceo esso irraggia l’energia,
∆ε(v
0
, b) =
e
6
Z
2
192π
2
m
2
v
0
1
b
3
.
Si confronti questa espressione con il risultato esatto (7.79).
b) Si supponga ora di avere un fascio di elettroni incidenti a velocit`a v
0
. Si dimostri che
“l’irraggiamento efficace”, definito come la potenza irraggiata J
rad
divisa per il flusso j
di elettroni incidenti, `e dato in generale da
35
,
χ(v
0
) =


0
2π b db ∆ε(v
0
, b), J
rad
= χ(v
0
) j. (7.98)
Si noti che χ(v
0
) ha le dimensioni di [energia][area].
c) Per il caso in questione l’integrale in b diverge per b →0. A questo proposito bisogna
tenere presente che il calcolo di ∆ε(v
0
, b) eseguito sopra `e valido per b grandi, e che a
distanze piccole non si possono trascurare gli effetti quantistici. In Meccanica Quantistica
un cut–off naturale `e fornito dal principio di indeterminazione, che suggerisce di stimare la
distanza di minimo avvicinamento d attraverso d mv
0
≈ , ovvero d ≈ /mv
0
. Si pu`o allo-
ra dare una stima dell’irraggiamento efficace sostituendo l’estremo inferiore dell’integrale
in (7.98) con b ≈ d. Si ottiene,
χ(v
0
) ≈
e
6
Z
2
96 π m c
3
, (7.99)
formula che riproduce il corretto ordine di grandezza del risultato della Meccanica Quan-
tistica. In realt`a si pu`o vedere che per un fascio non relativistico di elettroni incidenti –
per esempio – su un solido, la perdita di energia per irraggiamento (7.99) `e soppressa di
un fattore (v
0
/c)
2
, rispetto alla perdita di energia dovuta alle collisioni. In questo caso il
fenomeno dell’irraggiamento diventa quindi rilevante solo nel limite ultrarelativistico.
7.6 Si consideri una particella non relativistica in un ciclotrone come nel problema 7.1.
a) Si dimostri che la radiazione di dipolo magnetico `e assente.
35
Con “flusso incidente” si intende in generale il numero di particelle incidenti che attraversano l’unit`a
di superficie nell’unit`a di tempo.
250
b) Si determini il contributo alla potenza emessa dovuto alla radiazione di quadrupolo,
confrontandolo con il contributo della radiazione di dipolo.
c) Si determinino le frequenze presenti nella radiazione di quadrupolo.
7.7 Si consideri un urto tra due particelle cariche identiche non relativistiche, nel sistema
di riferimento del centro di massa. Si stimi la potenza istantanea emessa durante l’urto,
confrontandola con la potenza istantanea emessa nell’urto tra due particelle della stessa
massa ma di carica opposta. Per la soluzione si veda il testo di L.D. Landau et. al.
36
,
paragrafo 71, problema 1.
36
L.D. Landau e E.M. Lifsits, Teoria dei Campi, Editori Riuniti, Roma, 1976.
251
8 La radiazione gravitazionale
Questo capitolo `e dedicato a un confronto tra la radiazione elettromagnetica e quella gravi-
tazionale, ed `e quindi di carattere pi` u speculativo, visto che la seconda attende tuttora un
riscontro sperimentale diretto. Per concretezza considereremo queste radiazioni nel limite
non relativistico, ovvero quando vengono generate da corpi che si muovono con velocit`a
piccole rispetto alla velocit`a della luce. In questo modo risulta appropriato lo sviluppo in
multipoli, e cos`ı avremo a disposizione formule sufficientemente esplicite da permettere un
confronto concreto. Riporteremo le previsioni fatte dalla Relativit`a Generale omettendo
evidentemente le deduzioni, ma forniremo, ove possibile, argomentazioni euristiche. No-
nostante le onde gravitazionali attendano a tuttoggi una conferma sperimentale diretta,
esistono pochi dubbi sul fatto che qualsiasi corpo accelerato ne debba emettere, non per
ultimo perch´e le equazioni di Einstein le predicono come soluzioni. Resta comunque il
fatto curioso che fino a pochissimo tempo fa, l’unica traccia indiretta della loro esisten-
za proveniva dalla pulsar binaria PSR 1913+16, scoperta nel 1974 da R.A. Hulse e J.H.
Taylor, che nel 1993 valse ai suoi scopritori il premio Nobel
37
.
8.1 Onde gravitazionali e onde elettromagnetiche
Per quanto riguarda il confronto tra le onde elettromagnetiche e quelle gravitazionali i
risultati di questo capitolo possono essere riassunti come segue. 1) Mentre le onde elet-
tromagnetiche costituiscono soluzioni esatte delle equazioni di Maxwell, le equazioni di
Einstein ammettono come soluzioni onde gravitazionali solo nel limite di campo debole.
Questa approssimazione `e pi` u che giustificata, perch´e le onde gravitazionali, se esistono,
hanno sicuramente un’intensit` a bassissima, altrimenti sarebbero gi`a state osservate. 2)
Cos`ı come la sorgente del campo elettromagnetico `e la quadricorrente j
µ
, cos`ı la sorgente
del campo gravitazionale `e il tensore energia–impulso T
µν
del sistema, e cos`ı come una
carica elettrica accelerata emette onde elettromagnetiche, cos`ı qualsiasi corpo accelerato
emette onde gravitazionali. 3) Un sistema a simmetria sferica emette n`e onde elettroma-
gnetiche, n`e onde gravitazionali. 4) Le onde gravitazionali trasportano quadrimomento
37
Per osservazioni pi` u recenti si veda M. Kramer et. al, Tests of General Relativity from Timing the
Double Pulsar, Science 314, 97-102 (2006); astro–ph/0609417.
252
come quelle elettromagnetiche, ma rispetto alle ultime l’intensit`a delle prime `e soppressa
di un fattore relativistico

v
c

2
. Questo segue dal fatto che le radiazioni di dipolo “elet-
trico” e “magnetico” nel caso gravitazionale sono assenti per qualsiasi sistema isolato, e
che il contributo dominante della radiazione gravitazionale `e quindi costituito dalla ra-
diazione di quadrupolo. 5) Ricordiamo che entrambi i tipi di onda sono onde trasversali a
due gradi di libert`a, che si propagano con la velocit`a della luce. Ma mentre le onde elet-
tromagnetiche hanno elicit`a ±1, quelle gravitazionali hanno elicit`a ±1. 6) Infine facciamo
notare, senza entrare nei dettagli, che il gruppo di simmetria di “gauge” dell’interazione
gravitazionale `e rappresentato dai “diffeomorfismi”, ovverosia, da arbitrari cambiamenti
di coordinate,
x
µ
→x

(x),
che generalizzano le trasformazioni di Poincar´e, x
µ
→Λ
µ
ν
x
ν
+ a
µ
.
8.2 Le equazioni per un campo gravitazionale debole.
In questa sezione useremo da una parte argomenti di invarianza relativistica, e dall’altra
la stretta analogia esistente tra le forze gravitazionale e elettromagnetica a livello non
relativistico, per dedurre le equazioni di propagazione per un campo gravitazionale di
bassa intensit`a in modo euristico. Le equazioni che otterremo, vedi (8.10), si identificano
con le equazioni di Einstein nel limite di campo debole. Come vedremo, queste equazioni
hanno una struttura analoga a quella delle equazioni di Maxwell in gauge di Lorentz,
e sfruttando l’esperienza accumulata con queste ultime non avremo nessuna difficolt`a a
risolvere le prime.
Cominciamo con la semplice osservazione che a livello non relativistico le interazioni
gravitazionale e elettromagnetica hanno in realt`a la stessa identica struttura. Le forze
quasi–statiche tra due corpi sono infatti date da,

F
em
=
e
1
e
2
4πr
3
r (8.1)

F
gr
= −G
m
1
m
2
r
3
r, (8.2)
essendo G la costante di Newton. Corrispondentemente i potenziali scalari elettrico e
253
gravitazionale soddisfano le equazioni di tipo Poisson,
−∇
2
ϕ
em
= ρ
e
, (8.3)

2
ϕ
gr
= 4πGρ
m
, (8.4)
dove ρ
e
`e la densit`a di carica elettrica e ρ
m
la densit`a di massa. Queste equazioni eviden-
temente non sono covarianti per trasformazioni di Lorentz, ma nel caso elettromagnetico
sappiamo bene come modificare la (8.3) per renderla tale. Come primo passo dobbiamo
covariantizzare il Laplaciano sostituendolo con il d’Alembertiano, −∇
2
→−∇
2
+∂
2
0
= 2,
ottenendo cos`ı,

em
= ρ
e
. (8.5)
Come secondo passo dobbiamo assegnare un ben definito carattere tensoriale alle gran-
dezze coinvolte. A questo proposito ricordiamo che la densit`a di carica `e la componente
0 della quadricorrente, ρ
e
= j
0
, e cos`ı possiamo concludere che anche il potenziale sca-
lare debba essere la componente 0 di un certo quadrivettore A
µ
, ϕ
em
= A
0
. Imponendo
l’invarianza di Lorentz arriviamo cos`ı a postulare l’equazione,
2A
µ
= j
µ
. (8.6)
La conservazione della quadricorrente impone infine il vincolo,

µ
A
µ
= 0. (8.7)
Abbiamo effettivamente ottenuto le equazioni di Maxwell in gauge di Lorentz.
Cerchiamo ora di applicare la stessa strategia alla (8.4), per derivare un’equazione
relativistica per il campo gravitazionale. Di nuovo cominciamo sostituendo la (8.4) con,

gr
= −4πGρ
m
. (8.8)
Per individuare il multipletto tensoriale al quale appartiene il campo ϕ
gr
, dobbiamo allora
trovare il multipletto tensoriale al quale appartiene la densit`a di massa. A questo proposito
ricordiamo che in Relativit`a Ristretta la massa `e una forma di energia, e ci dobbiamo allora
aspettare che in una teoria relativistica della gravitazione il campo gravitazionale venga
generato non dalla massa, ma piuttosto dall’energia di un corpo. Sappiamo, infatti, che i
254
fotoni vengono deviati da un campo gravitazionale, pur non possedendo massa, ma “solo”
energia. Nella (8.8) dobbiamo quindi sostituire la densit`a di massa con la densit`a di
energia, che altro non `e che la componente 00 del tensore energia–impulso,
ρ
m
→T
00
.
Si noti che per un sistema di particelle non relativistiche T
00
si riduce di nuovo alla
densit`a di massa, vedi (2.71). Questa analisi ci induce dunque a considerare ϕ
gr
co-
me la componente 00 di un tensore doppio simmetrico H
µν
, il “campo gravitazionale”.
Convenzionalmente si pone,
ϕ
gr
=
1
4
H
00
.
La (8.8) si scrive allora,
2H
00
= −16πGT
00
, (8.9)
che si covariantizza naturalmente in,
2H
µν
= −16πGT
µν
. (8.10)
La legge di conservazione ∂
µ
T
µν
= 0, analoga a ∂
µ
j
µ
= 0, impone poi al campo gravita-
zionale il vincolo,

µ
H
µν
= 0. (8.11)
Confrontando la (8.10) con la (8.6) si vede che la sorgente del campo gravitazionale `e
il tensore energia–impulso, cos`ı come la quadricorrente elettrica `e la sorgente del campo
elettromagnetico. Ma a parte questo, la struttura delle (8.10), (8.11) `e identica a quella
delle (8.6), (8.7), e la soluzione delle prime sar`a quindi immediata.
8.2.1 La relazione con le equazioni di Einstein
Le equazioni per il campo gravitazionale (8.10) costituiscono una covariantizzazione “mi-
nimale” della (8.4), in quanto realizzano l’invarianza di Lorentz nel modo pi` u semplice.
In realt`a le equazioni di campo esatte, ovvero, le equazioni di Einstein, come postulate
dalla Relativi`a Generale, si riducono alle (8.10) solo nel limite di campo debole.
`
E infatti
immediato rendersi conto le (8.10) non possono descrivere la dinamica del campo gravita-
zionale in modo esatto. Il motivo principale `e che secondo la (8.10) il campo gravitazionale
255
sarebbe generato unicamente dal tensore energia–impulso T
µν
della materia, che per un
sistema di particelle cariche, per esempio, `e dato dalla (2.66). Questa equazione non tiene
dunque conto dell’energia e della quantit`a di moto trasportate dal campo gravitazionale
stesso. Occorre quindi completare il membro di destra della (8.10), aggiungendo il ten-
sore energia–impulso T
µν
gr
del campo gravitazionale. In analogia con il tensore T
µν
em
del
campo elettromagnetico, T
µν
gr
dovrebbe essere costruito con termini quadratici in H
µν
, ma
secondo la Relativit`a Generale esso contiene tutte le potenze (H
µν
)
N
, per N ≥ 2. Emerge
cos`ı la differenza fondamentale tra le equazioni di Maxwell e quelle di Einstein: mentre le
prime sono lineari in A
µ
in quanto il campo elettromagnetico non porta carica elettrica,
le seconde sono (altamente) non lineari in H
µν
in quanto il campo gravitazionale porta
quadrimomento.
Facciamo tuttavia notare che, se il campo gravitazionale `e di intensit` a cos`ı bassa da
non (auto)influenzare la sua propagazione, allora nella (8.10) il contributo T
µν
gr
potr`a essere
trascurato.
Data la presenza di potenze di tutti gli ordini in H
µν
, per ottenere il corretto com-
pletamento non lineare della (8.10), ovvero le equazioni di Einstein, `e necessario ricorrere
al principio di equivalenza, che a sua volta si traduce nella richiesta di invarianza sotto
diffeomorfismi. Mentra questa costruzione esula dagli scopi di questo testo, spieghiamo
comunque in che modo il campo H
µν
`e legato alla “curvatura” dello spazio–tempo. Come
anticipato nel paragrafo 5.3.2, in presenza di un campo gravitazionale non nullo l’intervallo
tra due eventi si scrive,
ds
2
= dx
µ
dx
ν
g
µν
(x),
dove g
µν
rappresenta la “metrica” di uno spazio–tempo curvo. Se la scriviamo nella forma,
g
µν
(x) = η
µν
+ h
µν
(x),
allora il campo h
µν
quantifica lo scostamento della metrica, dalla metrica η
µν
dello spazio–
tempo piatto. Dato che secondo Einstein `e la materia a curvare lo spazio, in assenza di
materia (e di onde gravitazionali) si dovr`a dunque avere h
µν
= 0. Si definisce poi il campo
H
µν
a partire da h
µν
attraverso,
H
µν
= h
µν

1
2
η
µν
h
ρ
ρ
, (8.12)
256
relazione che si inverte facilmente, dato che H
ρ
ρ
= −h
ρ
ρ
,
h
µν
= H
µν

1
2
η
µν
H
ρ
ρ
. (8.13)
Si dimostra allora che nel limite di campo debole, cio`e, per [h
µν
[ <1, ovvero [H
µν
[ <1,
le equazioni di Einstein per la metrica,
g
µν
= η
µν
+ H
µν

1
2
η
µν
H
ρ
ρ
, (8.14)
si riducono alle equazioni (8.10), (8.11), per un’opportuna scelta di gauge–fixing per i
diffeomorfismi. Risolte queste ultime per H
µν
, la (8.14) permette di determinare la metrica
in ogni punto dello spazio–tempo.
Scelte alternative per il campo gravitazionale. A priori si offrono due alternative per il
tipo di tensore da scegliere per il campo gravitazionale. La prima – immediata – emerge
se si riguarda ρ
m
come la componente 0 della “quadricorrente di massa”, la quale per un
sistema di particelle `e data da,
J
µ
m
=
¸
r
m
r

u
µ
r
δ
4
(x −y
r
) ds
r
. (8.15)
Seguirebbe infatti,
J
0
m
=
¸
r
m
r
δ
3
(x −y
r
) = ρ
m
.
In base alla (8.8) il campo ϕ
gr
sarebbe allora la componente 0 di un quadrivettore. Questa
scelta `e, tuttavia, in conflitto con due fatti sperimentali fondamentali. In primo luogo in
questo modo costruiremmo una teoria relativistica della gravit`a, in completa analogia con
l’Elettrodinamica – procedura che `e in palese contrasto con il fatto che la prima prevede
solo “cariche” positive, le masse, mentre la seconda prevede cariche di entrambi i segni.
In secondo luogo, data la (8.15) si conserverebbe la massa totale di un sistema – di nuovo
in contrasto con l’esperienza.
La seconda scelta alternativa consiste, invece, nel considerare ϕ
gr
come un quadrisca-
lare. Nel limite non relativistico le componenti T
0i
e T
ij
del tensore energia–impulso sono
trascurabili rispetto a T
00
, vedi (2.71), e di conseguenza T
µ
µ
≈ T
00
. Potremmo allora
identificare ρ
m
con la traccia di T
µν
. Al posto di (8.10) otterremmo allora l’equazione,

gr
= −4πGT
µ
µ
.
257
Tuttavia, essendo che T
em
µ
µ
= 0, qesta scelta implicherebbe che il campo elettromagnetico
non genera alcun campo gravitazionale, in contrasto con il fatto che i raggi luminosi in
un campo gravitazionale vengono deviati.
8.3 Irraggiamento gravitazionale
Nel limite di campo debole le equazioni del campo gravitazionale hanno dunque la stessa
struttura delle equazioni del campo elettromagnetico, di cui conosciamo tutte le soluzioni.
In questo limite, dunque, anche le equazioni del campo gravitazionale possono essere
risolte esattamente. In questa sezione riportiamo le soluzioni rilevanti e ne discutiamo le
conseguenze fisiche, specie in riferimento al fenomeno dell’irraggiamento gravitazionale.
Come prima cosa osserviamo che nel vuoto, dove T
µν
= 0, le (8.10) si riducono alle
equazioni delle onde,
2H
µν
= 0. (8.16)
Come sappiamo, queste equazioni ammettono come soluzioni delle onde piane “gravita-
zionali”, e viste le (8.11), (8.12) `e immediato verificare che esse sono date proprio dalle
(5.82).
Viceversa, in presenza di un tensore energia–impulso diverso da zero la (8.10) ammette
la soluzione esatta, vedi (6.48),
H
µν
= −4 G

d
3
y
1
[x −y[
T
µν
(t −[x −y[, y).
A grandi distanze dalla sorgente – nella zona delle onde – possiamo ripetere l’analisi
asintotica svolta in sezione 7.1. Usando le stesse notazioni di quella sezione `e allora
immediato vedere che il campo gravitazionale nella zona delle onde `e dato da,
H
µν
= −
4 G
r

d
3
y T
µν
(t −r +n y, y), r = [x[, n =
x
r
. (8.17)
A grandi distanze il campo gravitazionale decade quindi come 1/r, come si conviene a un
campo di accelerazione. Come in sezione 7.1 si dimostra inoltre che, modulo termini di
ordine 1/r
2
, il campo (8.17) soddisfa le relazioni delle onde,

ρ
H
µν
= n
ρ
˙
H
µν
, n
µ
˙
H
µν
= 0, n
2
= 0, n
µ
= (1, n). (8.18)
258
Con lo stesso argomento del pargrafo 7.1.2 si pu`o poi vedere che asintoticamente il campo
h
µν
= H
µν

1
2
η
µν
H
ρ
ρ
risulta sovrapposizione di onde piane del tipo (5.82), come si
conviene a un campo di radiazione.
Infine, nel limite non relativistico si pu`o trascurare il termine n y, e si ottiene la
semplice espressione,
H
µν
= −
4G
r

d
3
y T
µν
(t −r, y). (8.19)
La potenza emessa. Passiamo ora all’analisi energetica della radiazione emessa. Per
eseguire questa analisi occorre conoscere l’espressione esplicita del tensore energia–impulso
del campo gravitazionale T
µν
gr
, in termini di H
µν
. Noto questo tensore si possono deter-
minare la distribuzione angolare della potenza emessa dJ
gr
/dΩ, e la potenza totale J
gr
,
in completa analogia con la componente µ = 0 della (6.116),
dJ
gr
dΩ
= r
2

T
0i
gr
n
i

, r →∞, J
gr
=

dJ
gr
dΩ
dΩ. (8.20)
Tuttavia, per derivare la forma esplicita di T
µν
gr
`e necessario ricorrere alle equazioni
di Einstein esatte. Per il momento ci `e sufficiente sapere che nel limite di campo debole
esso risulta quadratico in H
µν
, di modo tale che per r → ∞ la (8.20) d`a luogo a un
risultato finito. Nella prossima sezione valuteremo la (8.20) esplicitamente, e l’espressione
di J
gr
risultante sar`a in effetti molto semplice, vedi (8.25). In sezione 8.5 applicheremo
poi questa formula per valutare la perdita di energia della pulsar binaria PSR 1913+16,
causa emissione di onde gravitazionali, ne analizzeremo le conseguenze fenomenologiche
e le confronteremo con le osservazioni astronomiche di Hulse e Taylor.
8.3.1 Un argomento euristico per la formula di quadrupolo
Invece di passare direttamente al calcolo esplicito della (8.20), in questo paragrafo daremo
un argomento euristico – basato ancora sull’analogia con l’Elettrodinamica – per valutare
l’ordine di grandezza di J
gr
. Questo argomento ci permetter`a inoltre di comprendere
meglio il significato fisico del risultato. Prima di procedere ricordiamo che nella trattazione
svolta finora abbiamo supposto che ∂
µ
T
µν
= 0, cio`e, che il sistema irradiante che stiamo
considerando sia isolato. Per valutare la potenza emessa `e infatti sufficiente considerare
la dinamica del sistema nell’approssimazione di ordine zero, cio`e, trascurando la “forza di
frenamento gravitazionale”.
259
Torniamo dunque all’espansione non relativistica (7.92) della potenza elettromagnetica
emessa da un sistema carico,
J
em
=
1
6πc
3

¨

D

2
+
1
6πc
5

¨

M

2
+
1
80πc
5
˙
¨
T
ij
˙
¨
T
ij
. (8.21)
Supponiamo ora che il sistema in questione sia formato da un certo numero di particelle,
con cariche e
r
e masse m
r
. Allora l’analogia fra la (8.1) e la (8.2) suggerisce di stimare la
potenza gravitazionale emessa dallo stesso sistema, operando nella (8.21) semplicemente
le sostituzioni,
e
r


4πGm
r
. (8.22)
Dato che a livello non relativistico l’energia `e dominata dalla massa, dovremo quindi
effettuare la sostituzione, vedi (2.80),
j
µ


4πGT
µ0
.
Se si ricordano le definizioni dei vari momenti di multipolo che compaiono nella (8.21), si
vede che questa procedura porta alla stima,
J
gr

2 G
3c
3

˙

P

2
+
G
6c
5

¨

L

2
+
G
20c
5
˙
¨
{
ij
˙
¨
{
ij
, (8.23)
dove

P =
¸
r
m
r
v
r
`e la quantit` a di moto totale del sistema,

L =
¸
r
y
r
m
r
v
r
`e il suo
momento angolare totale, e {
ij
`e il suo momento di quadrupolo gravitazionale ridotto,
{
ij
= P
ij

1
3
δ
ij
P
kk
, P
ij
=

d
3
xx
i
x
j
T
00
. (8.24)
Ma siccome il sistema `e isolato abbiamo
˙

P = 0 =
˙

L, ed entrambi i contributi di dipolo
nella (8.23) sono allora nulli! In ultima analisi l’assenza dei contributi di dipolo nella
radiazione gravitazionale `e conseguenza del principio di equivalenza, che assicura che la
“carica gravitazionale” di un corpo coincide con la sua massa: dopo la sostituzione (8.22)
il rapporto “e
r
/m
r
” diventa allora indipendente da r per qualsiasi corpo, eguagliando la
costante γ =

4πG. E in questo caso sappiamo, infatti, che le radiazioni di dipolo sono
entrambe assenti, si vedano il paragrafo 7.3.2 e la sezione 7.4.
Resterebbe quindi solo il termine di quadrupolo. In realt`a nel prossimo paragrafo
vedremo che la valutazione esplicita della (8.20) conferma il risultato (8.23) – a parte un
260
fattore moltiplicativo 4. Otterremo infatti,
J
gr
=
G
5c
5
˙
¨
{
ij
˙
¨
{
ij
. (8.25)
Questa `e la celebrata formula di quadrupolo per l’irraggiamento gravitazionale. Essa
costituisce a tutti gli effetti la controparte gravitazionale dell’analogo risultato (7.41)
dell’Elettrodinamica,
J
em
=
1
6πc
3

¨

D

2
,
in quanto entrambe le formule danno il termine leading della potenza totale emessa in
approssimazione non relativistica. Previa l’identificazione e ↔

4πGm si vede che l’in-
tensit`a della radiazione gravitazionale, essendo di quadrupolo, `e soppressa di un fattore
(v/c)
2
rispetto alla radiazione elettromagnetica, che `e appunto di dipolo.
Teorema di Birkhoff. Facciamo, infine, notare che nella (8.25) la comparsa del momen-
to di quadrupolo ridotto (8.24) `e dovuta al fatto che il teorema di Birkhoff, vedi problema
2.5, vale anche per il campo gravitazionale, per il quale, in realt`a, originalmente `e stato
dimostrato. In Relativit`a Generale questo teorema afferma che il campo gravitazionale
prodotto da un sistema sferico nel vuoto, `e statico, e quindi un tale sistema non pu`o
emettere onde gravitazionali, ovvero J
gr
= 0. La formula (8.24) verifica in effetti questo
teorema, perch`e per un sistema a simmetra sferica si ha T
00
= T
00
(t, r), e l’argomento
dato in (7.94) si estende allora immediatamente al momento di quadrupolo ridotto (8.24),
e ne segue che {
ij
= 0. Per un sistema sferico si ha quindi J
gr
= 0.
8.4 La potenza della radiazione di quadrupolo
In questa sezione deriviamo la (8.25) a partire dalla (8.20).
Punto di partenza `e l’espressione per il tensore energia–impulso del campo gravitazio-
nale, che viene fornita dalle equazioni di Einstein. Invece di riportare l’espressione esatta,
diamo la sua forma nella zona delle onde, che risulta particolarmente semplice,
T
µν
gr
=
n
µ
n
ν
32π G

˙
H
αβ
˙
H
αβ

1
2
(
˙
H
α
α
)
2

. (8.26)
Scrivendo la (8.26) abbiamo omesso un termine proporzionale a una quadridivergenza,
261
del tipo,

ρ
W
ρµν
= n
ρ
∂W
ρµν
∂t
, (8.27)
dove W
ρµν
`e un tensore bilineare in H
αβ
e
˙
H
αβ
. Essendo una derivata totale rispetto al
tempo, questo termine non contribuisce quando si considera un sistema che compie un
moto periodico, e si media la potenza (8.20) nel tempo. In questo caso H
αβ
`e, infatti,
periodico nel tempo, e tale sar`a allora W
ρµν
. Se un sistema compie, invece, un moto
aperiodico, ed `e accelerato per un intervallo temporale finito, allora il termine (8.27) non
contribuisce all’energia totale emessa, perch`e in quel caso per t →±∞
˙
H
αβ
tende a zero,
e per t →±∞ si annulla quindi anche W
ρµν
.
Facciamo notare l’analogia formale tra la (8.26) e l’espressione corrispondente di T
µν
em
per il campo elettromagnetico (5.72),
T
µν
em
= −n
µ
n
ν
(
˙
A
α
˙
A
α
).
Per la distribuzione angolare della potenza le (8.20), (8.26) danno allora,
dJ
gr
dΩ
=
r
2
32πG

˙
H
αβ
˙
H
αβ

1
2
(
˙
H
α
α
)
2

. (8.28)
Come nel caso elettromagnetico esprimiamo innanzitutto il membro destra di questa for-
mula in termini delle sole componenti spaziali H
ij
del campo gravitazionale. A questo sco-
po riprendiamo dalle (8.18) le identit`a algebriche n
µ
˙
H
µν
= 0, che permettono di esprimere
tutte le componenti di
˙
H
µν
in termini delle sole
˙
H
ij
,
˙
H
00
= n
i
n
j
˙
H
ij
˙
H
0i
= n
j
˙
H
ij
.
Inserendo queste espressioni nella (8.28) si ottiene facilmente,
dJ
gr
dΩ
=
r
2
32πG
˙
H
ij
˙
H
lm
Λ
ijlm
, (8.29)
Λ
ijlm
≡ δ
il
δ
jm

1
2
δ
ij
δ
lm
−2 δ
il
n
j
n
m
+ δ
ij
n
l
n
m
+
1
2
n
i
n
j
n
l
n
m
, (8.30)
analoga alla (7.17) dell’Elettrodinamica. Per procedere `e pi` u conveniente riesprimere il
membro di destra della (8.29) in termini della parte di traccia di H
ij
, cio`e H
ii
, e della sua
parte a traccia nulla,
H
ij
≡ H
ij

1
3
δ
ij
H
kk
, H
ii
= 0.
262
Inserendo nella (8.29) l’espressione,
H
ij
= H
ij
+
1
3
δ
ij
H
kk
,
e svolgendo i calcoli si vede che la parte di traccia si cancella, e si ottiene,
dJ
gr
dΩ
=
r
2
32πG
˙
H
ij
˙
H
lm
Σ
ijlm
, (8.31)
Σ
ijlm
≡ δ
il
δ
jm
−2 δ
il
n
j
n
m
+
1
2
n
i
n
j
n
l
n
m
. (8.32)
I campi H
ij
, infine, sono dati dalle (8.19),
H
ij
= −
4G
r

d
3
y T
ij
. (8.33)
Come ultimo passo facciamo vedere che questi campi sono legati in modo molto semplice
ai momenti di quadrupolo (8.24). Si dimostra infatti che vale l’identit`a,

d
3
xT
ij
=
1
2
¨
P
ij
.
La dimostrazione sfrutta la conservazione del tensore energia–impulso ∂
µ
T
µν
= 0, che
comporta,
˙
T
00
= −∂
k
T
k0
,
˙
T
0k
= −∂
m
T
mk
,
e quindi,
¨
T
00
= −∂
k
˙
T
k0
= ∂
k

m
T
km
.
Integrando due volte per parti si ottiene allora,
¨
P
ij
=

d
3
xx
i
x
j
¨
T
00
=

d
3
xx
i
x
j

k

m
T
km
=

d
3
x ∂
k

m

x
i
x
j

T
km
=

d
3
x

δ
i
k
δ
j
m
+ δ
j
k
δ
i
m

T
km
= 2

d
3
xT
ij
.
Concludiamo che nel limite non relativistico il campo gravitazionale nella zona delle onde
`e legato al momento di quadrupolo dalla semplice relazione
38
,
H
ij
= −
2G
r
¨
P
ij
, (8.34)
38
Ripristinando la velocit`a della luce e identificando nella (8.24) T
00
con la densit`a di massa ρ
m
, la
(8.34) si scrive, H
ij
= −
2G
rc
4
¨
P
ij
. Rispetto alla (7.37) – che `e una radiazione `e di dipolo – ci si sarebbe
aspettati una potenza di 1/c
2
. L’ulteriore fattore 1/c
2
`e dovuto al fatto che h
µν
corrisponde al campo
gravitazionale, diviso c
2
.
263
da confrontare con la (7.37). Per questo motivo la radiazione rappresentata da H
ij
corrisponde a una “radiazione di quadrupolo”. Sottraendo dalla (8.34) la traccia si trova,
H
ij
= −
2G
r
¨
{
ij
,
e sostituendo in (8.31) si ottiene,
dJ
gr
dΩ
=
G

˙
¨
{
ij
˙
¨
{
lm
Σ
ijlm
.
In generale la distribuzione angolare della potenza `e quindi una funzione abbastanza
complicata degli angoli. Tuttavia, grazie agli integrali invarianti del problema 2.6 si
ottiene una formula molto semplice per la potenza totale,
J
gr
=
G

˙
¨
{
ij
˙
¨
{
lm

Σ
ijlm
dΩ (8.35)
=
G

˙
¨
{
ij
˙
¨
{
lm

15

δ
ij
δ
lm
+ 11 δ
il
δ
jm

im
δ
jl

=
G
5
˙
¨
{
ij
˙
¨
{
ij
, (8.36)
che `e la formula di quadrupolo (8.25).
8.5 La pulsar binaria PSR 1913+16
La formula appena derivata fornisce l’energia emessa nell’unit`a di tempo da un sistema
non relativistico mediante onde gravitazionali, noto il momento di quadrupolo (8.24), e
quindi la sua densit`a di energia. Nel limite non relativistico la densit`a di energia `e a sua
volta dominata dalla densit`a di massa. Se il sistema `e composto da un certo numero di
particelle con massa M
r
e traiettorie y
r
(t), o pi` u in generale, da un certo numero di corpi
rigidi con moti rotazionali trascurabili, allora abbiamo dunque, vedi (2.80),
T
00
=
¸
r
M
r
δ
3
(x −y
r
).
Di conseguenza otteniamo la semplice espressione,
P
ij
=

d
3
x x
i
x
j
T
00
=
¸
r
M
r

d
3
xx
i
x
j
δ
3
(x −y
r
) =
¸
r
M
r
y
i
r
y
j
r
. (8.37)
Derivandola tre volte rispetto al tempo, sottraendo la traccia e inserendo l’espressione
risultante nella (8.25), si pu`o quindi calcolare facilmente l’energia che viene emessa nel-
l’unit`a di tempo. Per i motivi spiegati sopra l’entit`a di questa energia `e in generale
264
molto piccola, e quindi difficile da misurare. La verifica sperimentale della (8.25) necessi-
ta dunque dell’esistenza di particolari sistemi fisici, in cui la radiazione gravitazionale sia
cos`ı intensa da poter essere rivelata sperimentalmente. In linea di principio ci sono due
possibilit`a diverse per stabilire la presenza di onde gravitazionali.
Osservazioni dirette. Siccome in J
gr
compaiono le derivate delle coordinate, l’inten-
sit`a della radiazione sar`a elevata se un sistema `e costituito da corpi con accelerazioni
molto violente e masse molto grandi. In questo caso dovrebbe essere possibile osservare
direttamente gli effetti del campo (8.34), anche se la durata delle accelerazioni `e molto
breve, come per esempio nelle supernovae. Le tecniche sperimentali per effettuare misure
di questo tipo impiegano antenne gravitazionali o dispositivi interferometrici.
Osservazioni indirette. Se un sistema fisico `e soggetto ad accelerazioni troppo picco-
le, allora la radiazione gravitazionale emessa pu`o essere troppo poco intensa per essere
osservata sperimentalmente. Tuttavia, per la conservazione dell’energia il fenomeno del-
l’irraggiamento gravitazionale comporta necessariamente una diminuzione dell’energia del
sistema irradiante. Anche se la potenza istantanea `e molto piccola, se il sistema irradia
abbastanza a lungo, compiendo per esempio un moto periodico, allora pu`o succedere che la
continua perdita di energia causa nel sistema effetti cumulativi cos`ı grandi da poter essere
rivelati sperimentalmente. Effetti di questo tipo possono essere, per esempio, variazioni
molto leggere delle velocit`a o delle dimensioni delle orbite di un sistema – altrimenti sup-
posto periodico. Un sistema astronomico con queste caratteristiche `e stato scoperto da
R.A. Hulse e J.H. Taylor nel 1974, la pulsar binaria PSR 1913+16, la quale `e stata tenuta
sotto osservazione dagli scopritori per una decina di anni.
La pulsar PSR 1913+16 e la sua compagna ruotano una attorno all’altra su orbite
ellittiche pressoch`e newtoniane, di periodo T = 7.75h, a una distanza di 2 r ≈ 1.8
10
6
km. Il diametro di entrambe le stelle si stima di una decina di km. La pulsar si
trova inoltre in rotazione rapida attorno a un suo asse con periodo di “spin” τ ≈ 59 ms,
ed in corrispondenza emette impulsi elettromagnetici intervallati dallo stesso periodo.
L’osserazione di questi impulsi, in particolare l’analisi delle oscillazioni del periodo di spin
dovute all’effetto Doppler, causato dal moto orbitale, ha permesso di effettuare una serie
di misure molto precise sulla dinamica del sistema. Una caratteristica delle pulsar isolate
265
`e, infatti, costituita dal fatto che l’intervallo τ tra due impulsi successivi resta costante
nel tempo, con una precisione che rasenta spesso quella degli orologi atomici.
Cos`ı `e stato possibile, per esempio, determinare le masse delle due stelle e l’eccentricit` a
dell’orbita relativa, con precisione molto elevata. Se indichiamo con M
0
la massa del sole,
la massa della pulsar e quella della sua compagna valgono rispettivamente,
M
1
= 1.4414(2)M
0
, M
2
= 1.3867(2)M
0
,
mentre l’eccentricit`a dell’orbita `e,
e = 0.617127(3).
Le misure effettuate su questo sistema hanno permesso, in particolare, di verificare diverse
previsioni della Relativit`a Generale in un regime di campi gravitazionali forti, ma il dato
sperimentale forse pi` u rilevante `e che il periodo orbitale T del sistema diminuisce nel
tempo, anche se molto lentamente. Le osservazioni effettuate da Hulse e Taylor nell’arco di
circa un decennio, tra il 1974 e il 1987, hanno infatti rivelato che sussiste una diminuzione
costante e sistematica del periodo data da,

dT
dt

oss
= −(2.4056 ±0.0051) 10
−12
s/s. (8.38)
Si noti che in un anno il periodo di 7.75 ore diminuisce di soli 7 10
−5
s.
Valutazione della formula di quadrupolo. Analizzeremo ora gli effetti dell’emissione di
radiazione gravitazionale sul sistema stesso, in stretta analogia con l’analisi svolta per
l’atomo di idrogeno classico nel paragrafo 7.3.6. In questo caso svolgeremo l’analisi ap-
prossimando le traiettorie ellittiche con orbite circolari di raggio r, e assumendo che si
abbia M
1
= M
2
= M; la correzione dovuta all’eccentricit` a non nulla sar`a introdotta alla
fine. Dai dati riportati si vede che la velocit`a delle stelle vale v/c = 2πr/T ≈ 0.7 10
−3
, e
quindi `e giustificata l’approssimazione non relativistica.
Per valutare la potenza irradiata (8.25) dobbiamo partire dal momento di quadrupolo
(8.37). Dato che abbiamo y
1
= −y
2
≡ y, si ottiene semplicemente,
P
ij
= 2M y
i
y
j
.
266
Sfruttando la cinematica del moto circolare uniforme e ponendo v
i
= ˙ y
i
si ottiene poi
facilmente,
˙
¨
P
ij
= −
8Mv
2
r
2

y
i
v
j
+ y
j
v
i

.
Dato che y v = 0, segue che
˙
¨
P
ii
= 0, e quindi in questo caso abbiamo,
˙
¨
{
ij
=
˙
¨
P
ij
.
La (8.25) d`a allora immediatamente,
J
gr
=
128 GM
2
v
6
5r
2
c
5
. (8.39)
Per quantificare gli effetti della potenza emessa (8.39) sul sistema, procediamo come
nel caso dell’atomo di idrogeno classico. Poniamo,
J
gr
= −

dt
,
dove ε `e l’energia totale non relativistica del sistema. Dall’equazione della forza centripeta,
M
v
2
r
=
GM
2
(2r)
2
⇒ v
2
=
MG
4r
,
si ottiene,
ε = 2

1
2
Mv
2


GM
2
2r
= −
GM
2
4r
.
D’altra parte, siccome,
T
2

2
=
r
2
v
2
=
4r
3
MG
,
risulta che ε `e proporzionale a T
−2/3
. Si conclude allora che il periodo diminuisce nel
tempo secondo la legge,
dT
dt
= −
3
2
T
ε

dt
= −
12
5
TG
3
M
3
r
4
c
5
,
dove per −

dt
abbiamo sostituito la (8.39). Infine, si pu`o vedere che la struttura el-
littica delle orbite modifica questo risultato solo per un fattore correttivo dipendente
dall’eccentricit` a,
dT
dt
= −
12
5
TG
3
M
3
r
4
c
5
1 + 73e
2
/24 + 37e
4
/96
(1 −e
2
)
7/2
.
Inserendo in questa formula i dati di Hulse e Taylor si conclude che la Relativit`a Generale
prevede per la diminuzione del periodo orbitale nel tempo il valore,

dT
dt

RG
= −(2.40242 ±0.00002) 10
−12
s/s.
267
La diminuzione del periodo osservata (8.38) `e quindi perfettamente consistente con l’e-
missione di onde gravitazionali, come prevista dalla Relativit`a Generale. Risulta infatti,

dT
dt

oss

dT
dt

RG
= 1.0013 ±0.0021.
8.6 Problemi
8.1 Si dimostri che l’integrale sugli angoli nella (8.35) d`a la (8.36).
8.2 Si consideri un sistema formato da due stelle identiche di massa M, che ruotano
una attorno all’altra su orbite circolari di raggio r, come in sezione 8.5.
a) Si dimostri che la potenza totale della radiazione gravitazionale emessa `e data dalla
(8.39).
b) Si esegua l’analisi spettrale della radiazione emessa.
268
9 Irraggiamento ultrarelativistico
La fisica moderna ricorre frequentemente ad esperimenti che coinvolgono particelle cariche
con velocit`a molto elevate, spesso prossime alla velocit`a della luce. Per farle raggiungere
velocit`a cos`ı grandi occorre fornire loro energia, e se inoltre le si vogliono confinare a zone
limitate le loro traiettorie devono essere necessariamente curvate. In entrambi i processi
le particelle sono sottoposte ad accelerazione ed emettono quindi radiazione elettroma-
gnetica, dissipando parte dell’energia accumulata. In questi casi per valutare la perdita
di energia non si pu`o pi` u ricorrere allo sviluppo in multipoli, valido nel limite non re-
lativistico, ma sono necessari strumenti di calcolo che forniscono risultati esatti, validi
per velocit`a arbitrarie. In questo capitolo svilupperemo gli strumenti utili a tal scopo,
e li useremo in particolare per analizzare il fenomeno della dissipazione di energia negli
acceleratori ad alte energie, a causa dell’irraggiamento.
Le basi per l’analisi relativistica della radiazione emessa da un generico sistema ca-
rico sono gi`a state sviluppate nel capitolo precedente. Sappiamo in particolare che la
valutazione del quadrimomento emesso, che secondo le (7.13) e (7.15) `e dato da,
d
2
P
µ
dt dΩ
= r
2

T
µi
em
n
i

= r
2
n
µ
[

E[
2
, (9.1)
richiede solo la conoscenza del campo elettrico nella zona delle onde; e per una distribu-
zione di carica generica questo campo pu`o essere calcolato agevolmente usando le (7.9) e
(7.11). Tuttavia, in seguito ci occuperemo principalmente della radiazione emessa da una
singola particella, e in questo caso per

E potremo usare alternativamente l’espressione di
Lienard–Wiechert. Eseguendo i limiti asintotici R →r e m →n, dalla (6.108) si ottiene
infatti,

E =
e
4π r
n [(n −v) a]
(1 −v n)
3
. (9.2)
Ricordiamo che le variabili cinematiche v e a che compaiono in questa espressione sono
valutate al tempo ritardato t
t
(x), definito dalla relazione implicita,
t −t
t
= [x −y(t
t
)[. (9.3)
Anche questa relazione deve allora essere specificata al caso di grandi r. Eseguendo
269
l’espansione di [x −y(t
t
)[ per grandi r si ottiene, vedi sezione 7.1,
[x −y(t
t
)[ = r −n y(t
t
) +

1
r

,
da cui segue la relazione asintotica,
t = t
t
+ r −n y(t
t
). (9.4)
Derivando quest’ultima rispetto a t
t
, per x = nr fissato, si ottiene una relazione che
useremo pi` u volte in seguito,
dt
dt
t
= 1 −n v(t
t
). (9.5)
Inserendo infine la (9.2) nella (9.1) si ottiene un’espressione, abbastanza complicata,
per la distribuzione angolare del quadrimomento emesso. Tuttavia, nella prossima sezione
faremo vedere che integrando la (9.1) sugli angoli `e possibile derivare un’espressione molto
semplice per il quadrimomento totale
dP
µ
rad
dt
, irradiato dalla particella nell’unit`a di tempo
in tutte le direzioni. Dato che per una particella singola possiamo sempre scrivere,
d
ds
= u
0
d
dt
,
questo risultato fornir`a poi anche il quadrimomento totale irradiato per unit`a di tempo
proprio,
dP
µ
rad
ds
= u
0
dP
µ
rad
dt
,
che `e una quantit`a Lorentz–covariante. La formula risultante costituisce una generalizza-
zione relativistica della formula di Larmor, valida per velocit`a arbitrarie.
Un’analisi qualitativa della distribuzione angolare della radiazione emessa da particelle
ultrarelativistiche verr`a invece svolta in sezione 9.3.
9.1 Generalizzazione relativistica della formula di Larmor
Consideriamo una particella carica che compie un moto arbitrario. In quanto segue, per
semplicit`a supporremo che la particella sia accelerata solo durante un intervallo temporale
limitato, oppure che l’accelerazione vada a zero con sufficiente rapidit`a per [t[ → ∞. In
questo modo la particella emetter`a radiazione solo per un intervallo temporale finito, e an-
che il quadrimomento totale emesso sar`a allora finito. In questa sezione vogliamo, infatti,
270
calcolare il quadrimomento totale emesso in tutte le direzioni lungo l’intera traiettoria, e
successivamente il quadrimomento
dP
µ
rad
ds
emesso in tutte le direzioni per unit`a di tempo
proprio. Per fare questo dovremmo inserire la (9.2) nella (9.1), e integrare l’espressione
risultante su tutti gli angoli e su tutti i tempi. Questo calcolo `e istruttivo e lo eseguiremo
esplicitamente nel paragrafo 9.1.2, ma esso risulta anche un po’ lungo. Per questo motivo
nel paragrafo che segue daremo una deduzione alternativa e pi` u rapida di
dP
µ
rad
ds
, sfrut-
tando il semplice fatto che sotto trasformazioni di Lorentz il quadrimomento si comporta
come un quadrivettore.
9.1.1 Un argomento di covarianza
Riprendiamo i risultati per l’energia e la quantit` a di moto irradiate nell’unit`a di tempo
da una particella non relativistica, vedi paragrafo 7.3.2,

dt
=
e
2

[a(t −r)[
2
,
d

P
dt
= 0.
Ricordiamo che questo quadrimomento viene rivelato a un istante t a una distanza r dalla
particella, motivo per cui l’accelerazione `e valutata all’istante ritardato t − r. Proprio
questa circostanza ci permette di interpretare l’espressione,
dP
µ
rad
dt
=
e
2

[a(t)[
2
(1, 0, 0, 0), (9.6)
come quella frazione di quadrimomento emessa da una particella non relativistica all’i-
stante t, che raggiunge l’infinito.
Ci`o premesso consideriamo ora una particella che compie un moto arbitrario. Dato che
siamo in presenza di un’unica particella, al posto del tempo possiamo equivalentemente
considerare il suo tempo proprio, e chiederci quanto vale il quadrimomento
dP
µ
rad
ds
, irradiato
dalla particella nell’unit`a di tempo proprio. In seguito assumeremo che questa quantit`a sia
un quadrivettore
39
. Per riallacciarci alla (9.6) consideriamo per ogni s fissato il sistema
di riferimento K

, in cui la particella in quell’istante `e a riposo. Secondo quanto stabilito
sopra, in questo sistema di riferimento vale allora,
dP
∗µ
rad
ds
=
e
2

[a

[
2
u
∗µ
, u
∗µ
≡ (1, 0, 0, 0), (9.7)
39
Se la quantit`a dP
µ
rad
/ds uguagliasse la perdita di quadrimomento della particella in quell’istante,
questa ipotesi sarebbe soddisfatta banalmente. Ma in realt`a pi` u avanti vedremo che la particella perde
localmente un’ulteriore porzione di quadrimomento, il termine di Schott, che risulta covariante anch’esso.
La nostra ipotesi si giustifica quindi a posteriori.
271
dove u
∗µ
`e la quadrivelocit`a della particella in K

. Abbiamo posto dt

= ds, in quanto
v

= 0. Notiamo poi che in K

la quadriaccelerazione vale w
∗µ
= (0, a

), e quindi
possiamo scrivere,
w
∗2
= w
∗µ
w

µ
= −[a

[
2
.
La (9.7) si scrive allora,
dP
∗µ
rad
ds
= −
e
2

w
∗2
u
∗µ
.
Dato che questa relazione eguaglia un quadrivettore a un quadrivettore, concludiamo che
essa vale in qualsiasi riferimento, e otteniamo dunque,
dP
µ
rad
ds
= −
e
2

w
2
u
µ
, (9.8)
che costituisce la generalizzazione relativistica della formula di Larmor. Rimarchiamo il
fatto che questa formula non esprime il quadrimomento “totale” emesso dalla particella
all’istante s, ma solo quella parte che raggiunge l’infinito.
Dalla (9.8) si vede che a livello relativistico la radiazione trasporta ora anche quantit` a
di moto. Ricordando che
d
ds
= u
0
d
dt
, la componente spaziale di questa formula corrisponde
appunto a,
d

P
rad
dt
= −
e
2

w
2
v,
che risulta trascurabile se v < 1. Considerando invece la componente temporale della
(9.8) si ottiene la potenza totale emessa da una particella in moto arbitrario,
J = −
e
2

w
2
. (9.9)
Facciamo notare che questa espressione `e Lorentz invariante, nonostante la potenza in
generale non sia una quantit`a scalare, ma dipenda dal sistema di riferimento. Nel caso in
questione la Lorentz–invarianza di J `e una conseguenza del fatto che
dP
µ
rad
ds
∝ u
µ
.
a ⊥ v e a | v. Per confrontare la (9.9) con la formula di Larmor non relativistica
(6.128), esprimiamo la prima in termini dell’accelerazione spaziale a, vedi problema 2.1,
J =
e
2

a
2
−(a v)
2
(1 −v
2
)
3
.
Per velocit`a piccole riotteniamo ovviamente la potenza di Larmor, ma per particelle ul-
trarelativistiche i fattori
1
1 −v
2
– a parit`a di accelerazione – danno luogo a una potenza
272
irradiata molto pi` u elevata, rispetto al caso non relativistico. In particolare possiamo
analizzare separatamente i moti per cui a | v e quelli per cui a ⊥ v,
J
|
=
e
2
a
2

1
(1 −v
2
)
3
, J

=
e
2
a
2

1
(1 −v
2
)
2
. (9.10)
Si vede che a parit`a di accelerazione per particelle ultrarelativistiche si avrebbe J
|
J

,
e quindi in un moto rettilineo verrebbe emessa molta pi` u radiazione che non in un moto con
pura accelerazione centripeta. Tuttavia, questa analisi non tiene conto delle accelerazioni
che si possono raggiungere sperimentalmente in un caso e nell’altro, e inoltre non rapporta
l’energia irradiata all’energia posseduta dalla particella. Vedremo, per esempio, che nel
caso degli acceleratori ad alte energie la situazione `e difatti rovesciata.
9.1.2 Deduzione della formula di Larmor relativistica
Deriveremo ora la formula di Larmor relativistica (9.8), a partire dalla formula base (9.1).
La procedura che seguiremo ci permetter`a in particolare di confermare la correttezza
dell’interpretazione fisica datane sopra.
Invece di inserire la (9.2) direttamente nella (9.1), `e pi` u conveniente usare per il tensore
energia–impulso dei campi asintotici di Lienard–Wiechert l’espressione equivalente (7.97),
vedi problema 7.4. La riportiamo qu`ı con le identificazioni asintotiche R →r, m
µ
→n
µ
,
T
µν
= −
e
2
[(un)
2
w
2
+ (wn)
2
]
16π
2
(un)
6
r
2
n
µ
n
ν
. (9.11)
Inserendo questa formula in (9.1) risulta,
d
2
P
µ
dt dΩ
= −
e
2
[(un)
2
w
2
+ (wn)
2
]
16π
2
(un)
6
n
µ
. (9.12)
`
E un semplice esercizio fare vedere che si ottiene lo stesso risultato se si inserisce la (9.2)
nella (9.1).
L’espressione (9.12) fornisce la distribuzione angolare del quadrimomento emesso nel-
l’unit`a di tempo. Per determinare il quadrimomento totale ∆P
µ
emesso lungo tutta la
traiettoria, la integriamo su tutti gli angoli e su tutti i tempi,
∆P
µ
= −
e
2
16π
2


−∞
dt

dΩ n
µ

w
2
(un)
4
+
(wn)
2
(un)
6

. (9.13)
L’integrando in questa espressione dipende in modo complicato da t e n, per via del fatto
che u e w sono valutati al tempo ritardato t
t
(t, x). Per valutare l’integrale `e allora pi` u
273
conveniente passare dalla variabile d’integrazione t al tempo proprio s della particella. Per
ogni x fissato esiste, infatti, una relazione biunivoca tra t e t
t
, vedi (9.4), e una relazione
biunivoca tra t
t
e s, vedi (6.83). Usando la (9.5) si trova in particolare,
dt =
dt
t
ds
dt
dt
t
ds = u
0
(1 −n y) ds = (un) ds,
e la (9.13) diventa in definitiva,
∆P
µ
= −
e
2
16π
2


−∞
ds

dΩ n
µ

w
2
(un)
3
+
(wn)
2
(un)
5

. (9.14)
Ora s `e una variabile di integrazione indipendente, e l’integrazione sugli angoli `e elemen-
tare. La eseguiamo esplicitamente, per illustrare alcune tecniche che vengono usate di
frequente in fisica teorica.
Cominciamo notando che la funzione integranda in (9.14) dipende dai “parametri”
u e w, che sono soggetti ai vincoli u
2
= 1 e uw = 0. La tecnica che useremo prevede,
invece, di valutare l’integrale per vettori u e w generici, cio`e, non soggetti a tali vincoli.
L’integrale che ci interessa sar`a poi ottenuto imponendo questi vincoli nel risultato finale.
Considerando dunque u
µ
come una variabile libera, possiamo riscrivere l’integrando di
(9.14) come un gradiente rispetto a u
µ
,
n
µ

w
2
(un)
3
+
(wn)
2
(un)
5

= −
1
2

∂u
µ

w
2
(un)
2
+
1
2
(wn)
2
(un)
4

.
Portando la derivata rispetto a u
µ
fuori dall’integrale sugli angoli otteniamo,
∆P
µ
=
e
2
32π
2


−∞
ds

∂u
µ

dΩ

w
2
(un)
2
+
1
2
(wn)
2
(un)
4

.
Ci siamo dunque ricondotti al calcolo di un unico integrale. Possiamo semplificare ulte-
riormente l’integrando se notiamo l’identit`a,
(wn)
2
(un)
4
= w
α
w
β
n
α
n
β
(un)
4
=
1
6
w
α
w
β

2
∂u
α
∂u
β
1
(un)
2
,
e portiamo le derivate rispetto a u
µ
di nuovo fuori dal segno di integrale,
∆P
µ
=
e
2
32π
2


−∞
ds

∂u
µ
¸
w
2
+
1
12
w
α
w
β

2
∂u
α
∂u
β

dΩ
1
(un)
2

.
274
Abbiamo quindi ricondotto l’integrale al calcolo di qualche derivata e alla valutazione di
un unico integrale elementare
40
,

dΩ
1
(u n)
2
=

u
2
. (9.15)
Si ottiene,
∆P
µ
=
e
2


−∞
ds

∂u
µ
¸
w
2
+
1
12
w
α
w
β

2
∂u
α
∂u
β

1
u
2

. (9.16)
Il calcolo delle derivate `e elementare e d`a,

∂u
µ
¸
w
2
+
1
12
w
α
w
β

2
∂u
α
∂u
β

1
u
2

=

2
3
−2u
2

w
2
u
µ
(u
2
)
3
+

4
3
u
2
w
µ
−4(uw)u
µ

uw
(u
2
)
4
= −
4
3
w
2
u
µ
,
dove nell’espressione finale, valida per qualsiasi u e w, abbiamo imposto i vincoli fisici
u
2
= 1, uw = 0. La (9.16) si riduce quindi a,
∆P
µ
= −
e
2


−∞
w
2
u
µ
ds. (9.17)
Questo risultato quantifica il quadrimomento totale irradiato dalla particella lungo tutta
la traiettoria. Vediamo che esso risulta da una somma di contributi individuali, ciascuno
associato ad un istante d’emissione fissato s, dati da,
∆P
µ
rad
(s) = −
e
2

w
2
(s) u
µ
(s)∆s, (9.18)
che equivale in effetti alla (9.8).
Dopo questa deduzione possiamo affermare, con pi` u precisione, che la generalizzazione
relativistica della formula di Larmor (9.8) rappresenta il quadrimomento che la particel-
la emette all’istante s e che raggiunge l’infinito. In effetti non possiamo affermare che
la (9.18) rappresenta tutto il quadrimomento emesso all’istante s, perch´e la particella
potrebbe emettere in quell’istante un quadrimomento addizionale,
∆P
µ
add
= G
µ
(s)∆s,
40
Questo integrale `e a priori una funzione generica di u
0
e di u. Tuttavia, per l’invarianza per rotazioni
tridimensionali esso pu`o dipendere solo da u
0
e [u[, ma non dalla direzione di u, perch´e una rotazione
spaziale di u pu`o essere compensata da un cambiamento delle variabili d’integrazione angolari nella (9.15).
`
E allora sufficiente calcolare l’integrale, per esempio, per u
µ
= (u
0
, 0, 0, u
3
). Si ottiene,

dΩ
1
(un)
2
= 2π

π
0
senϑdϑ
(u
0
−u
3
cosϑ)
2
=

(u
0
)
2
−(u
3
)
2
=

u
2
.
275
e riassorbirlo successivamente. Questi termini non darebbero, infatti, nessun contributo
al quadrimomento totale ∆P
µ
, se vale,


−∞
G
µ
(s) ds = 0. (9.19)
In questo caso dovremmo allora concludere che la variazione istantanea del quadrimomen-
to della particella, dovuta all’emissione di radiazione, non eguaglia −
dP
µ
rad
ds
ma piuttosto,

dP
µ
rad
ds
−G
µ
.
Nel capitolo 12 vedremo in effetti che il quadrivettore G
µ
`e diverso da zero.
Facciamo, infine, notare che l’interpretazione che abbiamo dato alla quantit`a (9.17) –
come la variazione del quadrimomento della particella tra lo stato iniziale e quello finale,
causata dell’irraggiamento – presuppone che il quadrimomento del campo elettromagne-
tico negli stati iniziale e finale sia lo stesso. Questa ipotesi verr`a giustificata nel capitolo
13, dove faremo vedere che il quadrimomento (rinormalizzato) del campo elettromagne-
tico di una particella che si muove di moto rettilineo uniforme `e in effetti nullo. Siccome
abbiamo supposto che la particella sia accelerata solo per un intervallo temporale finito,
il quadrimomento del campo negli stati iniziale e finale `e quindi lo stesso, ovvero zero.
9.2 Perdita di energia negli acceleratori
In questa sezione applicheremo la formula (9.9) per valutare la perdita di energia negli
acceleratori ad alte energie. In questi casi le velocit`a delle particelle sfiorano quella della
luce, e l’approssimazione non relativistica non `e pi` u valida. Negli acceleratori il moto delle
particelle `e determinato essenzialmente dai campi elettrici e magnetici presenti lungo la
traiettoria. Incominceremo quindi questa sezione derivando una formula per la potenza
emessa, nel caso in cui l’accelerazione della particella `e dovuta a un generico campo elettro-
magnetico F
µν
esterno. Useremo poi questa formula per analizzare la portata degli effetti
radiativi negli acceleratori ultrarelativistici. Troveremo che mentre negli acceleratori li-
neari questi effetti sono completamente trascurabili, negli acceleratori circolari le perdite
di energia dovute all’irraggiamento possono diventare il fenomeno dinamico dominante –
a un punto tale da limitare in modo sostanziale le energie massime raggiungibili.
276
Supponiamo dunque di avere una particella carica che si muove sotto l’influenza
di un campo elettromagnetico F
µν
. Sappiamo allora che il suo moto `e determinato
dall’equazione di Lorentz,
dp
µ
ds
= e F
µν
u
ν
. (9.20)
Questa equazione permette di esprimere la quadriaccelerazione,
w
µ
=
1
m
dp
µ
ds
,
in termini dei campi e della quadrivelocit`a, e possiamo usarla per esplicitare la formula
di Larmor relativistica (9.9). Otteniamo,
J = −
e
2
6πm
2
dp
µ
ds
dp
µ
ds
=
e
2
6πm
2
1
1 −v
2
¸

d p
dt

2


dt

2

.
Usando l’equazione di Lorentz in notazione tridimensionale, vedi (2.19) e (2.20), si ottiene
in definitiva,
J =
e
4
6πm
2
[

E +v

B[
2
−(v

E)
2
1 −v
2
. (9.21)
Questa formula fornisce dunque la potenza istantanea, in termini dei campi esterni valuta-
ti lungo la traiettoria y(t) della particella, per determinare la quale bisognerebbe risolvere,
a sua volta, l’equazione di Lorentz. La (9.21) risulta quindi particolarmente utile quando
quest’ultima pu`o essere risolta esattamente, come per esempio nel caso di campi costanti
e uniformi. Occorre, tuttavia, tenere presente che procedendo in questo modo si trascura
l’effetto della perdita di energia sulla forma della traiettoria, ovverosia la forza di frena-
mento. L’attendibilit`a del risultato deve quindi essere accertata a posteriori, verificando
che il valore di J fornito dalla (9.21) `e piccolo, rispetto alla potenza J
ex
somministrata
alla particella dai campi esterni.
Concludiamo queste considerazioni introduttive con un’osservazione di carattere ge-
nerale, riguardante la fisica degli acceleratori. A questo scopo riscriviamo la (9.21) in
termini dell’energia ε della particella,
J =
e
4
ε
2
6πm
4

[

E +v

B[
2
−(v

E)
2

.
Dalle potenze di m che compaiono a denominatore si vede allora che a parit`a di campi
acceleranti e di energia raggiunta, nel caso ultrarelativistico una particella leggera irradia
277
molto di pi` u di una particella pesante. Questo segue essenzialmente dal fatto che a
parit`a di forza applicata, una particella leggera subisce un’accelerazione maggiore di una
particella pesante. Si conclude che dal punto di vista della dissipazione di energia per
irraggiamento, gli acceleratori di protoni, come LHC, sono molto pi` u convenienti degli
acceleratori di elettroni e positroni, come LEP, in quanto m
p
≈ 2000 m
e
.
9.2.1 Acceleratori lineari
Applichiamo ora la (9.21) per analizzare la rilevanza della perdita di energia per irraggia-
mento negli acceleratori lineari. In questi acceleratori le particelle sono sottoposte ad un
campo elettrico

E parallelo al loro moto, diciamo lungo l’asse x, e l’equazione di Lorentz
d`a allora,
J
ex
=

dt
= e v E.
D’altra parte, ponendo nella (9.21)

B = 0, otteniamo,
J =
e
4
6πm
2
E
2
. (9.22)
Notiamo che questa formula sembra in conflitto con l’espressione di J
|
calcolata nella
(9.10), in quanto sono scomparsi i fattori relativistici
1

1 −v
2
. Tuttavia, dall’equazione
di Lorentz per un moto unidimensionale,
m
d
dt

v

1 −v
2

= e E,
`e immediato dedurre che si ha, vedi problema 2.10,
a =
dv
dt
=


1 −v
2

3
eE
m
,
e le due formule combaciano. Per valutare la rilevanza di (9.22) rapportiamo la potenza
emessa alla potenza fornita dal campo esterno,
J
J
ex
=
e
3
E
6πm
2
v
=
2 r
0
3 mv

dx
, (9.23)
dove,

dx
=
1
v

dt
= eE,
rappresenta l’energia fornita dal campo esterno per unit`a di spazio percorso, ed r
0
=
e
2
/4πm `e il raggio classico della particella. Per velocit`a elevate, v ≈ 1, avremmo quindi
278
che la perdita di energia per irraggiamento `e rilevante solo in presenza di campi esterni
cos`ı intensi, da fornire alla particella un’energia dell’ordine di grandezze della sua massa,
mentre essa percorre uno spazio dell’ordine di grandezza del suo raggio classico. Ma
in pratica i campi elettrici che si riescono a produrre sperimentalmente sono molto pi` u
piccoli, e non superano il valore E ≈ 100 MV/m, per cui,

dx
≈ 100 MeV/m.
Il rapporto (9.23) `e comunque massimo per la particella carica pi` u leggera, ovvero l’elet-
trone, per cui m = 0.5 MeV e r
0
= 3 10
−13
cm, e si otterrebbe,
J
J
ex
≈ 4 10
−13
,
mentre per il protone questo rapporto sarebbe ancora pi` u piccolo, dell’ordine di 10
−19
.
Concludiamo quindi che negli acceleratori lineari ad alta energia il fenomeno dell’irrag-
giamento `e completamente trascurabile.
9.2.2 Acceleratori circolari
In un acceleratore circolare – o ciclotrone – una particella carica compie un moto circolare
uniforme sotto l’influenza di un campo magnetico B costante e uniforme. L’equazione di
Lorentz diventa allora,
du
dt
= u

e
m

1 −v
2
B

,
da cui si ricava la frequenza relativistica di ciclotrone,
ω
0
=
e B
m

1 −v
2
=
e B
ε
. (9.24)
In questo caso abbiamo

E = 0 e la (9.21) d`a,
J =
e
4
6πm
2
v
2
B
2
1 −v
2
=
e
2

v
2
ω
2
0
(1 −v
2
)
2
, (9.25)
da confrontare con la potenza non relativistica di Larmor,
J
n.r.
=
e
2
a
2

, a =
v e B
m
.
Per esaminare la rilevanza degli effetti dell’irraggiamento negli acceleratori circolari, cal-
coliamo l’energia ∆ε emessa durante un ciclo. Indicando il raggio dell’orbita con R e
279
usando ω
0
= v/R si ha,
∆ε =
2πR
v
J =
e
2
3R
v
3
(1 −v
2
)
2
=
e
2
v
3
3Rm
4
ε
4
,
dove abbiamo introdotto l’energia ε della particella. Per particelle ultrarelativistiche
poniamo v ≈ 1 nel numeratore, e otteniamo cos`ı l’importante formula per l’irraggiamento
nei ciclotroni ultrarelativistici,
∆ε =
e
2
3R

ε
m

4
. (9.26)
Questa formula impone, infatti, forti restrizioni sulle caratteristiche tecniche degli acce-
leratori circolari realizzabili in pratica. Vediamo in particolare che a parit`a di energia
accumulata, l’effetto dell’irraggiamento `e minore se si scelgono orbite grandi e particelle
pesanti.
Esempi di ciclotroni ad alta energia. Dato che in un acceleratore circolare la perdita
di energia (9.26) `e inevitabile, se si vogliono mantere le particelle in orbita ad energia
costante, lungo l’anello di accumulazione devono essere disposti dei campi elettrici accele-
ranti – delle cosiddette cavit` a a radiofrequenza – che compensano questa perdita. A titolo
di esempio valutiamo l’energia dissipata nel sincrotrone di elettroni di Cornell, che era at-
tivo dal 1968 al 1979. Questo acceleratore raggiungeva energie dell’ordine di ε = 10 GeV ,
ed aveva un raggio R = 100 m. La (9.26) d`a allora,
∆ε = 8.9 MeV,
∆ε
ε
≈ 10
−3
,
mentre le cavit` a risonanti erano capaci di fornire un’energia di 10.5 MeV per ciclo. Ad
un’energia di 10 GeV l’acceleratore funzionava dunque al limite delle sue possibilit`a.
Come secondo esempio consideriamo l’acceleratore circolare LEP presso il CERN di
Ginevra, che accumulava elettroni e positroni. In questo caso il raggio `e di circa R =
4.3 km, e l’energia massima raggiunta per elettrone era di circa 100 GeV . Si ottiene,
∆ε ≈ 2 GeV,
che significa una perdita di energia del 2% per ogni ciclo. Dato che in un secondo le
particelle compiono circa 11.000 cicli, in assenza di cavit` a a radiofrequenza tutta l’energia
accumulata si sarebbe quindi dispersa nella frazione di un secondo.
280
Infine consideriamo l’acceleratore LHC del CERN, che prevede la collisione tra due
fasci di protoni di energia ε = 7 TeV . Grazie al fatto che la massa di un protone `e circa
duemila volte quella di un elettrone, la (9.26) d`a per la perdita di energia in un ciclo il
valore molto piccolo,
∆ε ≈ 3 keV.
Ne segue che,
∆ε
ε
≈ 0.5 10
−9
,
ed `e immediato vedere che nell’arco di un’ora l’energia dei protoni diminuisce solo del 2%.
9.3 Distribuzione angolare nel limite ultrarelativistico
In questo paragrafo effettuiamo un’analisi qualitativa della distribuzione angolare della
radiazione emessa da una particella ultrarelativistica.
Prima di procedere ricordiamo le caratteristiche della distribuzione angolare della ra-
diazione di una particella non relativistica, v <1. In questo caso avevamo ottenuto, vedi
(7.46),
dJ
dΩ
=
e
2
[n a[
2
16 π
2
=
e
2
16 π
2
[a[
2
sen
2
ϑ, (9.27)
dove ϑ `e l’angolo tra a e n. In questo limite la potenza emessa ha quindi una distribu-
zione angolare “continua”, con un massimo nel piano ortogonale all’accelerazione, ed uno
zero lungo la direzione dell’accelerazione. In particolare essa risulta indipendente dalla
direzione della velocit`a della particella. Vedremo ora che nel limite ultrarelativistico la
natura della distribuzione angolare cambia drasticamente.
Riprendiamo dunque la formula generale per la distribuzione angolare (7.17),
dJ
dΩ
= r
2
[

E[
2
,
e inseriamo il campo elettrico asintotico (9.2). Risulta l’espressione,
dJ
dΩ
=
e
2
16 π
2
[n [(n −v) a][
2
(1 −v n)
6
, (9.28)
che `e valida per velocit`a arbitrarie. Per v → 0 essa si riduce evidentemente alla (9.27),
ma per v ∼ 1 il suo andamento `e determinato dalla presenza delle potenze del fattore
281
1
1 −v n
. Per velocit`a non relativistiche questo fattore `e prossimo all’unit`a, in qualsiasi
direzione, ma per velocit`a elevate esso diventa molto grande lungo la direzione di volo
della particella. Per n = v/v si ha infatti,
1
1 −v n
=
1
1 −v
.
Per analizzare l’effetto di questi termini pi` u in dettaglio riscriviamo la (9.28) come pro-
dotto di due fattori,
dJ
dΩ
=
e
2
16 π
2

n [(n −v) a]
(1 −v n)

2

1
(1 −v n)
4
, (9.29)
e distinguiamo i seguenti due casi.
Velocit`a e accelerazione generiche. Consideriamo un istante in cui la velocit`a e l’acce-
lerazione formano un generico angolo diverso da zero. Per n = v/v abbiamo,
n −v
1 −v n
= n, (9.30)
e quindi lungo la direzione di volo il primo fattore della (9.29) si riduce a
41
,

n [(n −v) a]
(1 −v n)

2
= [n a[
2
,
che `e indipendente dalla velocit`a. D’altra parte, il secondo fattore della (9.29) lungo la
direzione di volo diventa 1/(1 − v)
4
, che per v ∼ 1 `e molto grande. Concludiamo quindi
che una particella ultrarelativistica in moto generico emette radiazione principalmente “in
avanti”, lungo la direzione del moto.
Possiamo stimare l’apertura angolare α del cono centrato in v, all’interno del qua-
le viene emessa la maggior parte della radiazione. Le direzioni n in questione devono
soddisfare,
1 −v n ∼ 1 −v, (9.31)
41
Un’analisi pi` u accurata mostra che per qualsiasi n vale,
1 ≤

n −v
1 −v n


1

1 −v
2
,
dove, se α `e l’angolo tra v e n, l’estremo inferiore viene raggiunto per α = 0 e α = π, mentre l’estremo
superiore si raggiunge per senα =

1 −v
2
. In realt`a, quindi, per v ∼ 1 anche il vettore (n−v)/(1−v n)
diventa molto grande, nella direzione α ≈

1 −v
2
, sicch´e la (9.30) equivale a una stima per difetto.
282
di modo tale che il valore del fattore
1
(1 −v n)
4
della (9.29) si mantenga vicino al suo
massimo
1
(1 −v)
4
. Indicando l’angolo tra n e v con α, e sfruttando il fatto che questo
angolo `e piccolo, abbiamo,
1 −v n = 1 −v cosα ∼ 1 −v

1 −
α
2
2

∼ 1 −v +
α
2
2
.
Se vogliamo che valga la (9.31) dobbiamo dunque avere α ∼

1 −v, oppure, che `e lo
stesso,
α ∼

1 −v
2
. (9.32)
In conclusione, una particella ultrarelativistica in moto generico, irradia principalmente
lungo la direzione di volo, e la maggior parte della radiazione `e contenuta nel cono centrato
in v di apertura angolare α ∼

1 −v
2
.
Velocit`a parallela all’accelerazione. Un caso speciale `e rappresentato dalle orbite ret-
tilinee, vedi paragrafo 9.2.1, per cui a | v. Per tali orbite la (9.29) si riduce a,
dJ
dΩ
=
e
2
16 π
2
[n a[
2
(1 −v n)
6
=
e
2
16 π
2
a
2
sen
2
α
(1 −v cosα)
6
,
dove α `e di nuovo l’angolo tra n e v. In questo caso si vede che la particella non emette
radiazione lungo la direzione di volo, perch´e
dJ
dΩ
si annulla in α = 0. Tuttavia, dalla
formula appena scritta `e facile vedere che nel limite ultrarelativistico,
dJ
dΩ
ha un massimo
molto pronunciato per α ∼

1 −v
2
, vedi problema 9.2. Anche in questo caso la maggior
parte della radiazione viene quindi emessa all’interno del cono centrato in v e di apertura


1 −v
2
.
Da queste considerazioni di carattere generale segue, per esempio, che un elettrone
ultrarelativistico in un ciclotrone emette radiazione principalmente nel piano dell’orbita,
attraverso un lampo spiraleggiante di tipo “pulsar”. Si noti che questa distribuzione
angolare della radiazione `e radicalmente diversa da quella emessa da un ciclotrone non
relativistico, vedi problema 7.1.
Energia osservata ed energia emessa. Concludiamo questa sezione con un commen-
to sull’interpretazione della formula generale (9.28). Come osservato varie volte questa
espressione fornisce la distribuzione angolare dell’energia della radiazione che a un istante
283
fissato t attraversa la sfera di raggio r nell’unit`a di tempo. Sappiamo poi che questa
radiazione proviene dalla posizione della particella all’istante ritardato t
t
dato dalla (9.4),
t = t
t
+ r −n y(t
t
).
Se si vuole invece determinare la distribuzione angolare dell’energia emessa dalla particella
tra gli istanti τ
1
e τ
2
bisogna considerare l’espressione,

dΩ
=

τ
2
+r−ny(τ
2
)
τ
1
+r−ny(τ
1
)
dJ
dΩ
dt =

τ
2
τ
1
dJ
dΩ
(1 −n v) dt
t
,
dove abbiamo usato la (9.5). La potenza emessa dalla particella nell’unit`a dt
t
del suo
tempo di accelerazione `e allora data da,
dJ
t
dΩ
=
dt
dt
t
dJ
dΩ
= (1 −n v)
dJ
dΩ
. (9.33)
dJ
dΩ
rappresenta l’energia osservata da un osservatore lontano, mentre
dJ
t
dΩ
rappresenta
l’energia emessa dalla particella. Per capire meglio il significato fisico della relazione
(9.33) tra queste due grandezze, conviene considerare l’energia J
0
emessa dalla particella
nell’unit`a di tempo proprio ds,
dJ
0
dΩ
=
dt
t
ds
dJ
t
dΩ
=
1

1 −v
2
dJ
t
dΩ
=
1 −n v

1 −v
2
dJ
dΩ
,
ovvero,
dJ
dΩ
=

1 −v
2
1 −n v
dJ
0
dΩ
.
In questa formula riconosciamo il fattore di proporzionalit`a dell’effetto Doppler, vedi
sezione 5.4, che connette giustappunto la frequenza – e quindi l’energia – della radiazione
emessa da una sorgente in moto, alla frequenza della radiazione rivelata da un osservatore
statico.
`
E comunque immediato riconoscere che la presenza del fattore (1 −n v) nella (9.33),
non cambia i risultati dell’analisi qualitativa della distribuzione angolare ultrarelativistica
di cui sopra.
9.4 Problemi
9.1 Si dimostri che l’energia totale irradiata da una particella ultrarelativistica con carica
e, massa m e velocit`a v
0
, che passa con parametro d’impatto b grande accanto a un nucleo
284
di carica Ze, considerato fisso, vale,
∆ε(v
0
, b) =
e
6
Z
2
192π
2
m
2
b
3
v
0
1 −v
2
0
/4
1 −v
2
0
.
Si confronti il risultato con quello del problema 7.5. [Sugg.: Dato che v
0
≈ 1 e b `e
grande, la particella praticamente non viene deviata e si pu`o assumere che la traiettoria
sia pressoch`e rettilinea, ovvero y(t) = (v
0
t, b, 0).]
9.2 Un’onda piana polarizzata circolarmente, con campo elettrico dato da,

E(t, x) = (E
0
cos(ω(t −z)), E
0
sen(ω(t −z)), 0),
investe una particella carica relativistica.
a) Si dimostri che i moti stazionari della particella sono moti circolari uniformi, determi-
nandone velocit`a e raggio.
b) Per questi moti si determini la potenza totale irradiata dalla particella.
9.3 Si analizzi la distribuzione angolare della radiazione emessa da una particella ultrare-
lativistica in moto rettilineo, individuando in particolare le direzioni di emissione massima
e minima, e la si confronti con la distribuzione angolare del limite non relativistico.
285
10 Analisi spettrale
Nei capitoli precedenti abbiamo fornito gli strumenti principali per un’analisi sistematica
del contenuto energetico della radiazione emessa da un generico sistema carico. Abbiamo
in particolare derivato formule esplicite per l’energia emessa nell’unit`a di tempo, e per la
distribuzione angolare della radiazione. Per alcuni sistemi siamo anche stati in grado di
determinare le frequenze su cui essi emettono. Abbiamo visto, per esempio, che l’antenna
lineare emette tutta la radiazione sulla frequenza fondamentale, mentre nel moto circolare
uniforme la radiazione di dipolo contiene la frequenza fondamentale, e la radiazione di
quadrupolo la prima armonica superiore, vedi problema 7.6. In generale la radiazione
emessa da sistemi relativistici `e distribuita su un’ampia banda di frequenze, e molti sistemi
fisici – da un semplice atomo a una pulsar – sono difatti identificabili attraverso il loro
spettro di emissione.
La grandezza osservabile rilevante `e la quantit`a di energia che viene emessa tra le
frequenze ω e ω + ∆ω, osservabile che quantifica il peso con cui le varie frequenze sono
presenti nella radiazione emessa dal sistema. Lo studio di questa grandezza viene chiamato
“analisi spettrale”, o anche “analisi in frequenza”. In questo capitolo presenteremo un
approccio sistematico all’analisi spettrale, valido per la radiazione di un sistema carico
arbitrario. Nella prima sezione presenteremo gli strumenti fondamentali dell’approccio,
in sezione 10.2 applicheremo questi strumenti a sistemi non relativistici, e in sezione 10.3
li applicheremo a sistemi relativistici.
10.1 Analisi di Fourier e risultati generali
Abbiamo visto che la soluzione generale delle equazioni di Maxwell nel vuoto corrisponde
a una sovrapposizione di onde piane monocromatiche, e che l’analisi temporale di Fourier
del campo elettromagnetico risultante equivale a un’analisi in frequenza, vedi (5.60).
Corrispondentemente nel paragrafo 7.1.2 abbiamo visto che anche il campo elettro-
magnetico prodotto da una generica corrente nella zona delle onde `e sovrapposizione di
onde elementari, e che il campo risultante ammette un’analisi di Fourier temporale, che
equivale ancora a un’analisi in frequenza.
`
E possibile esprimere la trasformata di Fourier
del campo elettrico nella zona delle onde, direttamente in termini della generica sorgente
286
j
µ
data in (7.2). Per fare questo `e sufficiente inserire la (7.2) nella (7.9), e usare la (7.11).
Si trova,

E(t, x) =
1


−∞
dω e
iωt

E(ω, x),
dove,

E(ω, x) ≡ −
i ω e
−i ωr
4πr

d
3
y e
i ωn y

j(ω, y) −(n

j(ω, y)) n

. (10.1)
Come visto nel paragrafo 7.1.2, se la corrente `e periodica nel tempo anche il campo
elettrico `e periodico, e la trasformata di Fourier pu`o allora essere sostituita da una serie
di Fourier, ed `e immediato adattare le relazioni appena scritte a questo caso particolare.
Per una corrente generica j
µ
l’analisi spettrale potrebbe essere basata sulla formula
generale (10.1), ma siccome in questo capitolo siamo interessati principalmente alla ra-
diazione emessa da una singola particella, preferiamo procedere in altro modo. L’analisi
spettrale per una corrente generica verr`a sviluppata nella sezione 10.5.
Dalle considerazioni appena svolte concludiamo comunque che per correnti aperiodiche
possiamo porre,

E(t) =
1


−∞
dω e
iωt

E(ω), (10.2)

E(ω) =
1


−∞
dt e
−iωt

E(t), (10.3)


−∞
[

E(t)[
2
dt =


−∞
[

E(ω)[
2
dω = 2


0
[

E(ω)[
2
dω, (10.4)
dove l’ultima riga rappresenta l’identit` a di Parseval. Se la corrente `e invece periodica, con
periodo T e frequenza fondamentale ω
0
= 2π/T, il campo elettrico pu`o essere sviluppato
in serie di Fourier,

E(t) =

¸
N=−∞
e
iNω
0
t

E
N
, (10.5)

E
N
=
1
T

T
0
e
−iNω
0
t

E(t) dt, (10.6)
1
T

T
0
[

E(t)[
2
dt =

¸
N=−∞
[

E
N
[
2
= 2

¸
N=1
[

E
N
[
2
. (10.7)
Per scrivere l’ultima espressione in ciascun caso abbiamo sfruttato il fatto che il campo
elettrico `e reale, quindi,

E

(ω) =

E(−ω),

E

N
=

E
−N
,
287
e che le frequenze vengono considerate positive. Inoltre, nella serie di Fourier abbiamo
omesso il termine con N = 0. Il campo elettrico `e, infatti, proporzionale alla derivata
temporale del potenziale vettore, vedi (7.11),

E(t) =

∂t

n (n

A)

,
e siccome anche

A `e periodico, la (10.6) d`a,

E
0
=
1
T

T
0

E(t) dt = 0.
Facciamo notare che tutte le quantit` a indicate con

E() andrebbero scritte pi` u corretta-
mente come

E(, x), ma per non appesantire la notazione omettiamo di indicare esplici-
tamente la dipendenza da x. Dalla (10.1) vediamo, comunque, che

E(ω, x) dipende da r
semplicemente attraverso il fattore
e
−i ωr
r
. La grandezza

E(ω, x) `e quindi essenzialmente
una funzione di ω e della direzione n. Ricordiamo ancora che qu`ı non stiamo considerando
il campo elettrico esatto, ma il campo nella zona delle onde.
Riprendiamo dunque la formula generale per la distribuzione angolare della potenza
emessa,
dJ
dΩ
=
d
2
ε
dt dΩ
= r
2
[

E(t)[
2
.
Sistemi aperiodici. Per una corrente aperiodica la grandezza fisica rilevante `e l’energia
totale emessa nell’unit`a di angolo solido tra t = −∞ e t = ∞. Se le particelle sono
sottoposte a forze per un tempo limitato, l’accelerazione ha una durata finita, e anche
l’energia totale emessa sar`a, quindi, finita. Utilizzando la (10.4) si ottiene allora,

dΩ
=


−∞
dJ
dΩ
dt = r
2


−∞
[

E(t)[
2
dt = 2r
2


0
[

E(ω)[
2
dω.
L’energia emessa nell’intervallo unitario di frequenze e nell’unit`a di angolo solido `e quindi
data da,
d
2
ε
dω dΩ
= 2r
2
[

E(ω)[
2
, (10.8)
e lo spettro di frequenze presenti `e in generale un sottoinsieme “continuo” di R
+
.
Sistemi periodici. Per una corrente periodica l’energia totale emessa `e infinita, e la
grandezza di rilievo `e allora la potenza media, ovvero, l’energia emessa durante un periodo
288
divisa il periodo. In questo caso utilizziamo la (10.7) e otteniamo,
dJ
dΩ
=
1
T

T
0
dJ
dΩ
dt = r
2
1
T

T
0
[

E(t)[
2
dt = 2r
2

¸
N=1
[

E
N
[
2
. (10.9)
La potenza della radiazione emessa con la frequenza ω
N
= Nω
0
nell’unit`a di angolo solido,
`e quindi data da,
dJ
N
dΩ
= 2r
2
[

E
N
[
2
. (10.10)
Le formule (10.8) e (10.10) costituiscono il punto di partenza per l’analisi spettrale di un
generico fenomeno radiativo. Si noti che esse richiedono solo la conoscenza del campo
elettrico – nella zona delle onde.
10.2 Analisi spettrale nel limite non relativistico
Nel limite non relativistico le (10.8) e (10.10) possono essere valutate immediatamente,
perch´e in questo caso il campo elettrico `e dato semplicemente in termini del momento di
dipolo del sistema, vedi (7.39),

E(t) =
1
4πr
n

n
¨

D(t −r)

. (10.11)
Trattiamo separatamente i due tipi di corrente.
Corrente aperiodica. Definendo la trasformata di Fourier di

D(t) in modo standard,

D(ω) =
1


−∞
dt e
−iωt

D(t), (10.12)
dalla (10.11) segue facilmente, si confronti con (10.1),

E(ω) = −
ω
2
e
−i ω r
4πr
n

n

D(ω)

.
La (10.8) d`a quindi,
d
2
ε
dω dΩ
=
ω
4

2

n

D(ω)

2
. (10.13)
Integrando sugli angoli risulta poi,


=
ω
4

[

D(ω)[
2
. (10.14)
Infine l’integrale


0


dω fornisce l’energia totale emessa.
289
Frequenze caratteristiche: analisi qualitativa. Consideriamo ora come caso particolare
una particella non relativistica che esegue un moto aperiodico. Dato che il suo momento
di dipolo `e

D(t) = e y(t), abbiamo
¨

D(t) = ea(t), e la trasformata di Fourier di questa
relazione d`a −ω
2

D(ω) = ea(ω), dove a(ω) indica la trasformata di Fourier di a(t). La
(10.14) fornisce allora la distribuzione in frequenza,


=
e
2

[a(ω)[
2
. (10.15)
Supponiamo ora che la forza

F(t) agente sulla particella sia caratterizzata da un tempo
caratteristico T. Dato che a(t) =

F(t)
m
, per le propriet`a della trasformata di Fourier
possiamo allora concludere che [a(ω)[ `e una funzione apprezzabilmente non nulla solo per
valori di ω che si estendono circa fino a
1
T
. Vale allora il seguente risultato generale circa
la distribuzione spettrale della radiazione emessa da una particella non relativistica in
moto aperiodico: se la forza alla quale `e sottoposta la particella varia su scale temporali
dell’ordine di T, allora la radiazione emessa `e concentrata principalmente in un intervallo
di frequenze limitato superiormente da,
ω ∼
1
T
. (10.16)
Corrente periodica. Per una corrente periodica definiamo i coefficienti di Fourier,

D
N
=
1
T

T
0
e
−iNω
0
t

D(t) dt, (10.17)
e dalla (10.11) segue allora,

E
N
= −
(Nω
0
)
2
e
−i Nω
0
r
4πr
n

n

D
N

.
La (10.10) d`a quindi,
dJ
N
dΩ
=
(Nω
0
)
4

2

n

D
N

2
. (10.18)
Integrando sugli angoli risulta poi,
J
N
=
(Nω
0
)
4

[

D
N
[
2
. (10.19)
Infine la somma
¸

N=1
J
N
uguaglia la potenza totale media J.
Per quanto riguarda le frequenze dominanti, per i moti periodici vale un risultato simile
a quello visto per i moti aperiodici. Se la scala temporale su cui varia la forza esterna
290
`e dell’ordine del periodo, allora il sistema emette principalmente sulle prime armoniche
superiori, cio`e, sulle frequenze,
ω
N
= Nω
0
,
con N dell’ordine dell’unit`a. Questo risultato `e illustrato nell’esempio del paragrafo 10.2.2.
Moti armonici semplici. Consideriamo un sistema di particelle che compiono moti
armonici semplici,
y
r
(t) =

b
r
sen


T
t

+c
r
cos


T
t

,
con lo stesso periodo T. Esempi di moti di questo tipo sono i moti circolari uniformi,
e i moti di oscillazione sinusoidale in una direzione. Un tale sistema emette radiazione
sclusivamente sulla frequenza fondamentale ω
0
=

T
. Infatti, in questo caso la relazione
¨

D(t) =
¸
r
e
r
a
r
(t) d`a,
−ω
2
N

D
N
=
¸
r
e
r
a
rN
,
dove a
rN
indica il coefficiente di Fourier N–esimo di a
r
(t). Ma siccome per un moto
armonico semplice si ha a
rN
= 0 per N = 1, nella (10.19) solo il termine J
1
`e allora
diverso da zero.
Insistiamo sul fatto che i risultati qualitativi di questo paragrafo valgono nel limite
non relativistico.
10.2.1 Bremsstrahlung a spettro continuo e catastrofe infrarossa
In questo paragrafo vogliamo illustrare i risultati del paragrafo precedente, nel caso di
una particella non relativistica che viene accelerata da un campo elettrico esterno.
Per essere precisi consideriamo una particella carica che attraversa una regione limitata
in cui esiste un campo elettrico costante e uniforme. L’accelerazione `e allora diversa
da zero solo per un periodo limitato, e la particella compie un moto aperiodico. Di
conseguenza essa emette radiazione – Bremsstrahlung – a spettro continuo. Vogliamo
determinare la forma dello spettro di emissione, e individuare in particolare le frequenze
su cui la particella emette maggiormente. Confronteremo poi i risultati ottenuti con la
previsione fatta nella (10.16).
Senza perdita di generalit`a possiamo supporre che la particella entri nella zona del
campo elettrico all’istante t = −T, e che esca da questa zona all’istante t = T. In questo
291
intervallo temporale la sua accelerazione vale allora,
a =
e

E
m
,
mentre fuori dall’intervallo essa `e zero. La (10.15) richiede allora di valutare la trasformata
di Fourier,
a (ω) =
1


−∞
dt e
−iωt
a(t) =
e

E
m
1

T
−T
dt e
−iωt
=
2 e

E

2π m
sen(ωT)
ω
.
La (10.15) d`a allora,


=
2 e
2
a
2

2
sen
2
(ωT)
ω
2
. (10.20)
Questa funzione ha un massimo per ω = 0, e si annulla la prima volta per ω =
π
T
. Oltre
questo valore essa va rapidamente a zero, in accordo con il risultato generale (10.16).
Possiamo anche valutare l’energia totale emessa durante l’intera fase di accelerazione.
Per fare questo possiamo integrare la (10.20) su tutte le frequenze, usando l’integrale,


0

senx
x

2
dx =
π
2
,
oppure possiamo applicare la formula di Larmor J = e
2
a
2
/6π. Si ottiene,
∆ε =


0


dω =

T
−T
Jdt =
e
2
a
2
T

=
e
2
[∆v[
2
12 π T
, (10.21)
dove abbiamo introdotto la differenza tra le velocit`a iniziale e finale,
∆v ≡ v
f
−v
i
= 2 Ta.
Abbiamo quindi trovato un legame diretto tra l’energia irradiata, e la variazione della
velocit`a della particella – causa della radiazione. Vediamo ora come si comporta la di-
stribuzione spettrale nel limite in cui la durata del processo va a zero, T →0, a parit`a di
∆v. Dalla (10.20) segue,


=
e
2
[∆v[
2

2
sen
2
(ωT)
ω
2
T
2

e
2
[∆v[
2

2
,
e si otterrebbe quindi uno spettro “piatto”, in cui tutte le frequenze sono equiprobabili,
ancora in accordo con la (10.16). D’altra parte in questo limite l’energia totale (10.21)
divergerebbe. Da ci`o si desume che la schematizzazione dell’urto di una particella carica
292
come un processo istantaneo – usata spesso negli studi teorici, per via della sua semplicit`a
– `e fisicamente inconsistente, perch´e l’energia emessa sarebbe infinita.
Catastrofe infrarossa. Concludiamo la discussione di questo esempio con un commento
su un fenomeno quantistico che viene chiamato “catastrofe infrarossa”. Abbiamo appena
visto che l’energia totale emessa durante il processo `e finita. Teniamo ora in conto che
l’emissione di radiazione elettromagnetica di frequenza ω a livello quantistico corrisponde
all’emissione di fotoni con energia individuale ω
42
. Possiamo allora chiederci quanti
fotoni vengono emessi nell’intervallo di frequenza ω e ω + dω, e la risposta `e,
dN

=
1
ω


=
2 e
2
a
2

2

sen
2
(ωT)
ω
3
.
Il numero di fotoni emessi tra le frequenze ω
1
e ω
2
`e allora dato da,
N(ω
1
, ω
2
) =

ω
2
ω
1
dN

dω =
2 e
2
a
2

2

ω
2
ω
1
sen
2
(ωT)
ω
3
dω.
Come si vede il numero di fotoni “duri”, cio`e, di frequenza elevata, risulta finito in quanto
l’integrale N(ω
,
∞) `e finito. D’altra parte il numero di fotoni “soffici”, cio`e, di frequenza
bassa, diverge perch´e per ω →0 si ha,
sen
2
(ωT)
ω
3

T
2
ω
,
e N(0, ω) diverge. Questo vuol dire che nonostante l’energia totale irradiata sia finita,
il numero di fotoni soffici emessi durante il processo di accelerazione `e infinito. Questo
fenomeno fisico porta il nome di “catastrofe infrarossa”, in quanto legato alla presenza di
infiniti fotoni con energie tendenti a zero. So noti, tuttavia, che solo un numero finito di
questi fotoni `e osservabile sperimentalmente, perch´e qualsiasi apparato di misura ha una
“sensibilit`a” finita, potendo rivelare solo i fotoni che hanno un’energia al di sopra di una
certa soglia ∆ε.
Dall’analisi svolta `e chiaro che la catastrofe infrarossa `e dovuta semplicemente all’ac-
celerazione della particella, indipendentemente dalla forza che la causa, e in particolare
essa accompagna allora qualsiasi processo d’urto che coinvolge particelle cariche. D’al-
tro canto questo fenomeno `e legato strettamente al fatto che il mediatore dell’interazione
42
La nostra analisi classica della radiazione resta valida per lunghezze d’onda molto superiori alla
lunghezza d’onda Compton, λ λ
C
= /mc, cio`e per ω <mc
2
/, che vuol dire T /mc
2
≈ 10
−21
s.
L’analisi della catastrofe infrarossa svolta nel testo riguarda il caso ω →0, per cui la trattazione classica
`e comunque valida.
293
elettromagnetica – il fotone – essendo privo di massa pu`o raggiungere energie ω arbi-
trariamente piccole. Concludiamo quindi che la catastrofe infrarossa non avviene nelle
interazioni deboli, i cui mediatori sono massivi, mentre `e presente sia nelle interazioni
gravitazionali che in quelle forti. Notiamo, tuttavia, che nelle interazioni forti, per via del
fenomeno del confinamento, i gluoni soffici non si presentano come particelle “asintotiche”
libere, perch´e adronizzano in pochissimo tempo formando particelle massive.
Infine osserviamo che, essendo un fenomeno di basse energie, la catastrofe infrarossa
considerata qu`ı a livello classico, si ripresenta in teoria quantistica di campo dove causa
una seria di problemi, sia di carattere tecnico che concettuale, che in parte aspettano
tuttora di essere risolti – come per esempio in Cromodinamica Quantistica.
10.2.2 Bremsstrahlung a spettro discreto
Consideriamo una particella non relativistica che compie un moto periodico di periodo T
lungo un arco di circonferenza di raggio R, con legge oraria,
y(t) = (Rcosϕ(t), Rsenϕ(t), 0), ϕ(t) = ϕ
0
sen(ω
0
t), 0 < ϕ
0
< π/2,
dove ω
0
= 2π/T `e la frequenza fondamentale, e ϕ
0
`e l’elongazione. Sappiamo allora che
questa particella emette radiazione con frequenze ω
N
= Nω
0
. Vogliamo eseguire l’analisi
spettrale di questo sistema, cercando in particolare di individuare le frequenze su cui la
particella emette la maggior parte della radiazione.
Per la potenza totale mediata su un ciclo possiamo usare la formula di Larmor,
J =
e
2

a
2
,
e un semplice conto fornisce,
J =
e
2
R
2
ω
4
0

1
2
ϕ
2
0
+
3
8
ϕ
4
0

.
Per calcolare la potenza che la particella emette sulla frequenza ω
N
= Nω
0
, occorre
valutare i coefficienti di Fourier del momento di dipolo

D(t) = e y(t),

D
N
=
1
T

T
0
dt e
−i Nω
0
t

D(t) =
eR
T

T
0
dt e
−i Nω
0
t
(cosϕ(t), senϕ(t), 0). (10.22)
294
Funzioni di Bessel. Gli integrali di cui sopra possono essere espressi in termini delle
funzioni di Bessel di ordine intero N,
J
N
(y) =
1


0
e
i(Nx−y senx)
dx =
1
π

π
0
cos(Nx −y senx)d x, (10.23)
di cui elenchiamo ora qualche propriet`a. Esse soddisfano,
J
N
(−y) = J
−N
(y) = (−)
N
J
N
(y). (10.24)
Si ha inoltre,
1


0
e
i(Nx−y senx)
cosxdx =
N
y
J
N
(y), (10.25)
1


0
e
i(Nx−y senx)
senxdx = i J
t
N
(y). (10.26)
La prima discende dall’identit`a,


0
d
dx
e
i(Nx−y senx)
dx = 0,
mentre la seconda `e immediata. Si hanno poi gli andamenti asintotici,
J
N
(y) ∼

2
πy
cos

y −
π
4
(2N + 1)

, per y →∞, N fissato, (10.27)
J
N
(y) ∼
1
N!

y
2

N
, per y →0, N fissato, (10.28)
J
N
(y) ∼
1
N!

y
2

N
, per N →∞, y fissato. (10.29)
Il coincidere degli ultimi due andamenti deve considerarsi una casualit`a.
La valutazione degli integrali nella (10.22) `e allora immediata,

D
N
=
eR
2

J
N

0
) + J
N
(−ϕ
0
),
1
i
(J
N

0
) −J
N
(−ϕ
0
)), 0

.
Per la potenza irradiata sulla frequenza N–esima risulta in definitiva,
J
N
=
(Nω
0
)
4

[

D
N
[
2
=
e
2
R
2
(Nω
0
)
4

J
2
N

0
),
e il teorema di Parseval assicura poi che,
J =

¸
N=1
J
N
.
295
Cerchiamo ora di capire quali sono i J
N
che contribuiscono maggiormente a questa som-
ma. Per fare questo sfruttiamo gli andamenti asintotici delle funzioni di Bessel di cui
sopra. Per N grandi abbiamo,
J
N
J
=
N
4
J
2
N

0
)
1
4
ϕ
2
0
+
3
16
ϕ
4
0

1
N
2N
, (10.30)
che vuol dire che le armoniche superiori sono comunque fortemente soppresse.
Possiamo considerare inoltre il caso di elongazioni ϕ
0
piccoli, e di elongazioni del-
l’ordine dell’unit`a. Per ϕ
0
piccoli possiamo rapportare la potenza emessa sull’armonica
fondamentale, alla potenza totale,
J
1
J
=
J
2
1

0
)
1
4
ϕ
2
0
+
3
16
ϕ
4
0
= 1 −ϕ
2
0
+ o

ϕ
4
0

,
dove abbiamo utilizzato lo sviluppo
J
1
(x) =
x
2

x
3
16
+ o(x
5
). (10.31)
Per ϕ
0
piccoli quasi tutta la potenza viene quindi emessa sull’armonica fondamentale. Ma
anche scegliendo elongazioni ϕ
0
dell’ordine dell’unit`a, la situazione resta qualitativamente
la stessa. Per ϕ
0
= 1, che corrisponde a un’elongazione di circa 60
o
, la (10.30) d`a,
J
N
J
=
16
7
N
4
J
2
N
(1),
e usando per J
N
(1) i valori tabulati si ricava,
J
1
J
= 0.43,
J
1
+J
2
J
= 0.91,
J
1
+J
2
+J
3
J
= 0.98.
Si vede che praticamente tutta l’energia viene emessa sulle prime armoniche pi` u basse.
10.3 Analisi spettrale relativistica
In questa sezione ci occupiamo dello spettro di emissione di un generico sistema relativi-
stico. Nel primo paragrafo deriveremo la formula fondamentale per lo spettro di emissione
di una particella singola in moto arbitrario, vedi (10.40), (10.42), e nel paragrafo succes-
sivo useremo questa formula per determinare le frequenze caratteristiche della radiazione
emessa da una generica particella ultrarelativistica. Nella sezione 10.4 la applicheremo,
296
invece, per eseguire l’analisi spettrale quantitativa della radiazione emessa da una parti-
cella in un ciclotrone relativistico. Nella sezione 10.5 deriveremo, infine, un’espressione
per lo spettro di emissione di una corrente generica.
10.3.1 Spettro di emissione di una particella singola
In questo paragrafo vogliamo dunque derivare una formula per la distribuzione in fre-
quenza della radiazione emessa da una particella carica in moto arbitrario. Il risultato
dar`a l’energia emessa per unit`a di frequenza, in termini di un integrale semplice lungo la
traiettoria della particella.
Riprendiamo il campo elettrico asintotico di Lienard–Wiechert (9.2),

E(t, x) =
e
4πr
n [(n −v) a]
(1 −v n)
3
. (10.32)
Per determinare la distribuzione in frequenza della radiazione dobbiamo inserire que-
sta formula rispettivamente nelle (10.3) e (10.6), e usare le (10.8) e (10.10). Di nuovo
trattiamo separatamente moti periodici e aperiodici.
Moto periodico. Per un moto periodico si tratta di valutare, per ogni x fissato, il
coefficiente di Fourier

E
N
(x) ≡

E
N
,

E
N
=
1
T

T
0
dt e
−iNω
0
t

E(t, x). (10.33)
Prima di procedere dobbiamo ricordarci che le variabili v e a che compaiono nella (10.32)
non sono valutate all’istante t, ma all’istante ritardato t
t
(t, x), dato dalla (9.4),
t = t
t
+ r −n y(t
t
). (10.34)
Nell’integrale (10.33) conviene allora passare dalla variabile d’integrazione t alla variabile
t
t
. Siccome x `e tenuto fisso, la misura di integrazione cambia secondo la (9.5),
dt = (1 −n v) dt
t
. (10.35)
Usando queste relazioni la (10.33) si scrive allora come un integrale lungo la traiettoria,

E
N
=
e
4πr
e
−iNω
0
r
1
T

T
0
e
−iNω
0
(t

−ny(t

))

n [(n −v) a]
(1 −v n)
2
dt
t
, (10.36)
Si noti che la (10.34) assicura che, se t corre lungo un periodo, anche t
t
corre lungo un
periodo, perch´e la legge oraria y(t
t
) `e periodica. L’integrale nella (10.36) `e quindi di
297
nuovo tra 0 e T. Inserendo questa espressione nella (10.10), e chiamando la variabile
d’integrazione di nuovo t, si ottiene per la distribuzione angolare della potenza emessa
sulla frequenza ω
N
= Nω
0
,
dJ
N
dΩ
=
e
2

2

1
T

T
0
e
−i Nω
0
(t−ny)

n [(n −v) a]
(1 −v n)
2
dt

2
. (10.37)
Questa formula pu`o essere ulteriormente semplificata, se si usano le identit` a,
n [(n −v) a]
(1 −v n)
2
=
d
dt
¸
n (n v)
(1 −v n)

, (10.38)
d
dt
e
−i Nω
0
(t−ny)
= −i Nω
0
(1 −v n) e
−i Nω
0
(t−ny)
. (10.39)
Con un’integrazione per parti la (10.37) si riduce allora a,
dJ
N
dΩ
=
e
2
(Nω
0
)
2

2

n
1
T

T
0
e
−i Nω
0
(t−ny)
v dt

2
, (10.40)
dove abbiamo usato che [n (n

V )[ = [n

V [, per qualsiasi vettore

V .
Limite non relativistico. La (10.40) fornisce la distribuzione in frequenza della radia-
zione emessa da una particella con velocit`a arbitraria, nota la sua legge oraria y(t).
`
E
immediato verificare che nel limite non relativistico questa formule si riduce alla (10.18),
ricavata nel paragrafo 10.2. In questo limite il termine n y nell’esponente della (10.40)
`e, infatti, trascurabile, e scrivendo v =
dy
dt
, un’integrazione per parti muta la (10.40) in,
dJ
N
dΩ

e
2
(Nω
0
)
4

2

n
1
T

T
0
e
−i Nω
0
t
y dt

2
.
Questa espressione coincide con la (10.18), in quanto per una particella singola si ha,

D
N
=
1
T

T
0
e
−i Nω
0
t

D(t) dt =
e
T

T
0
e
−iNω
0
t
y dt.
Moto aperiodico. Per un moto aperiodico si procede in modo del tutto analogo, par-
tendo dalle (10.8), (10.3) e (10.32), e si trova facilmente che al posto di (10.37) ora si
ottiene per la distribuzione in frequenza,
d
2
ε
dω dΩ
=
e
2

2

1


−∞
e
−iω(t−ny)

n [(n −v) a]
(1 −v n)
2
dt

2
. (10.41)
Tuttavia, l’integrazione per parti basata sulle (10.38), (10.39), con l’identificazione Nω
0

ω, non pu`o essere eseguita in modo naiv nell’integrale presente nella (10.41). Il motivo
298
`e che il termine al bordo dell’integrazione per parti `e situato ora all’infinito temporale,
e l’integrando non ammette limite per t → ±∞, per la presenza dei fattori oscillanti
e
−iω(t −n y)
. Per ovviare a questa difficolt`a tecnica conviene regolarizzare l’integrale
nella (10.41) introducendo un cut-off temporale L,


−∞
dt →

L
−L
dt,
ed eseguire l’integrazione per parti per L finito. Per L → ∞ il termine al bordo ancora
non ammette limite, ma esso va a zero se questo limite viene eseguito nel senso delle
distribuzioni nella variabile ω. Questa procedura `e quindi perfettamente lecita, purch´e
anche l’integrale improprio risultante vada considerato come limite nel senso delle distri-
buzioni. Con questo caveat `e allora immediato vedere che le (10.38), (10.39) mutano la
(10.41) nell’espressione pi` u semplice,
d
2
ε
dω dΩ
=
e
2
ω
2
8 π
2

n
1


−∞
e
−i ω(t−ny)
v dt

2
, (10.42)
analoga alla (10.40).
Per illustrare come la (10.42) sia ben definita solo nel senso delle distribuzioni, verifi-
chiamo che per una particella in moto rettilineo uniforme, y(t) = v t, si ottiene
d
2
ε
dω dΩ
= 0,
in accordo con il fatto che una particella non accelerata non emette radiazione. Si noti
che in questo caso la (10.41), che `e comunque ben definita, d`a il risultato corretto, perch´e
a(t) = 0 identicamente. Volendo usare la (10.42) si tratta, invece, di valutare l’integrale,


−∞
e
−i ωt(1−nv)
v dt ≡ o
t
− lim
L→∞

L
−L
e
−i ωt(1−nv)
v dt.
Ricordando la rappresentazione della δ di Dirac,
o
t
− lim
L→∞

L
−L
e
−ik x
dk = 2π δ(x),
risulta dunque l’espressione ben definita nello spazio delle distribuzioni,


−∞
e
−i ωt(1−nv)
v dt =
2πv
1 −n v
δ(ω).
Tuttavia, nella (10.42) questo integrale appare moltiplicato per ω, e siccome ω δ(ω) = 0,
risulta in effetti
d
2
ε
dω dΩ
= 0.
Usando la (10.41), infine, `e immediato vedere che nel limite non relativistico si riottiene
la (10.13).
299
10.3.2 Frequenze caratteristiche nel limite ultrarelativistico
Vogliamo ora eseguire un’analisi qualitativa dello spettro emesso da una generica particella
ultrarelativistica, v ∼ 1, in moto aperiodico. Ci chiediamo in particolare quali sono le
frequenze su cui una particella ultrarelativistica emette in generale la maggior parte della
radiazione. Ricordiamo che nel caso non relativistico la risposta a questa domanda `e data
dalla (10.16), ovverosia, la particella emette la maggior parte della radiazione entro le
frequenze,
ω ∼
1
T
, (10.43)
se T `e la scala temporale sulla quale la forza varia sensibilmente.
Per analizzare la distribuzione in frequenza della radiazione emessa da una particella
ultrarelativistica, possiamo sfruttare il fatto che una particella che viaggia con velocit`a
molto elevata, devia poco dalla traiettoria rettilinea. L’angolo di scattering χ, che `e
l’angolo tra la direzione incidente e quella uscente, sar`a quindi molto piccolo, cos`ı come
`e piccola l’apertura angolare α del cono, entro il quale viene emessa la maggior parte
della radiazione. Dalla sezione 9.3 sappiamo, infatti, che vale α ∼

1 −v
2
. Eseguiremo
l’analisi spettrale ultrarelativistica distinguendo i casi χ <α, e α <χ.
L’angolo di scattering χ. Per dare una stima dell’angolo di scattering, supponiamo che
la particella sia soggetta alla forza di Lorentz,
d p
dt
= e(

E +v

B),

dt
= ev

E,
e che i campi esterni siano sensibilmente diversi da zero solo in una regione spaziale
limitata, di dimensioni lineari L. Siccome la particella `e ultrarelativistica, essa percepir`a
dunque questi campi per una durata caratteristica T ∼ L. Per le variazioni della quantit` a
di moto e dell’energia tra lo stato iniziale e quello finale, otteniamo allora,
[∆ p[ = e


−∞
(

E +v

B) dt

∼ e F T, ∆ε = e


−∞
v

E dt ∼ e F T, (10.44)
dove abbiamo posto v ∼ 1, e indicato con F un valore caratteristico dei campi elettrico
e magnetico. Dato che la particella viene deflessa poco, l’angolo di scattering `e dato dal
modulo della differenza tra i versori finale e iniziale, χ ∼ [n
f
− n
i
[. Siccome abbiamo
300
v =
p
ε
, si ottiene allora,
χ =

v
f
v
f

v
i
v
i

=

v
v

=

p
[ p[

,
dove v
i
e v
f
sono le velocit`a iniziale e finale. Dato che [ p[ =

ε
2
−m
2
, e quindi ∆[ p[ =
ε ∆ε
[ p[
∼ ∆ε, si ottiene,

p
[ p[

=
∆ p
[ p[

p ∆ε
[ p[
2


1 −v
2
m
(∆ p −v ∆ε) .
Usando le (10.44) risulta quindi la stima,
χ ∼

1 −v
2
m
e F T. (10.45)
Si ottiene allora,
χ
α

e F T
m
, (10.46)
rapporto che `e indipendente dalla velocit`a della particella, ma dipende solo dalle carat-
teristiche del campo esterno. La (10.46) pu`o essere scritta anche come il rapporto tra la
“frequenza di ciclotrone” non relativistica
e F
m
, vedi (9.24), e la frequenza
1
T
di un moto
aperiodo non relativistico, vedi (10.16),
χ
α

e F
m

1
T
. (10.47)
Frequenze caratteristiche per χ <α. Consideriamo ora il caso in cui χ <α. In questa
situazione la maggior parte della radiazione viene emessa all’interno del cono centrato in v
di apertura α, il cui asse durante il moto praticamente non cambia. Pertanto `e sufficiente
analizzare la radiazione emessa nell’immediata vicinanza della direzione di v, e porre
quindi nella formula generale (10.41),
n ≈
v
v
, n −v ≈ (1 −v) n, y(t) ≈ v t.
Si ottiene cos`ı,
d
2
ε
dω dΩ

e
2

2

n
1 −v

1


−∞
e
−iω t(1−v)
a(t) dt

2

e
2

2
(1 −v)
2
[n a(ω(1 −v))[
2
,
301
dove a(ω(1 − v)) `e la trasformata di Fourier di a(t), calcolata in ω(1 − v). Dato che la
particella percepisce la forza esterna per un tempo limitato T, la sua accelerazione varia
sensibilmente sulla stessa scala temporale T. Per le propriet`a della trasformata di Fourier
la funzione a(ω(1 − v)) `e allora apprezzabilmente diversa da zero per valori di ω per cui
ω(1 −v) ∼ ω(1 −v
2
) <
1
T
. In termini dell’energia della particella la maggior parte della
radiazione viene quindi emessa entro le frequenze caratteristiche,
ω ∼
1
T
1
1 −v
2
=
1
T

ε
m

2
, (10.48)
da confrontare con la (10.43).
Se χ <α, lo spettro di radiazione di una particella ultrarelativistica `e quindi spostato
molto verso le frequenze alte. Da un punto di vista quantistico questo vuol dire che la
particella emette principalmente fotoni “duri”, cio`e, molto energetici, mentre nel caso non
relativistico la particella emette fotoni molto pi` u “soffici”, cio`e, poco energetici
Frequenze caratteristiche per α <χ. Se l’angolo di scattering `e grande rispetto ad α,
la direzione di emissione cambia sensibilmente durante il moto, e la radiazione emessa in
una data direzione n proviene solo da quel piccolo arco della traiettoria, lungo il quale
la velocit`a della particella forma con n un angolo inferiore a α ∼

1 −v
2
. Chiamando
∆x la lunghezza di questo arco, e ricordando che durante l’intero percorso di lunghezza
T ∼ L, la direzione della traiettoria cambia di un angolo χ, avremo che lungo questo arco
la direzione della velocit`a cambia di un angolo,
∆x
T
χ.
Siccome questo angolo `e uguale ad α, otteniamo per la lunghezza dell’arco in questione
la stima,
∆x ∼
α
χ
T <T.
Dato che ∆x `e, dunque, molto minore di T, lungo questo arco i campi possono essere
assunti costanti, e dato che inoltre l’arco `e piccolo, esso potr`a essere approssimato con
un arco di circonferenza. Siccome, per di pi` u, abbiamo che v ∼ 1, su questo arco il
moto sar`a pressoch´e circolare uniforme. Possiamo allora anticipare il risultato (10.65)
della sezione 10.4, in cui si esegue un’analisi dettagliata della radiazione emessa da una
302
particella ultrarelativistica in moto circolare uniforme – in quel caso in presenza di un
campo magnetico costante e uniforme B. Previa la sostituzione B → F, la (10.65) d`a
allora le frequenze caratteristiche,
ω ∼
e F
m

ε
m

2
. (10.49)
Come si vede, queste frequenze mostrano la stessa dipendenza dall’energia della (10.48),
ma il coefficiente di proporzionalit`a corrisponde ora alla “frequenza di ciclotrone” non
relativistica
e F
m
, al posto di
1
T
.
Data la (10.47) possiamo riassumere i risultati di questo paragrafo, affermando che un
sistema carico ultrarelativistico emette radiazione con frequenze caratteristiche,
ω ∼ ω

ε
m

2
, (10.50)
dove ω

`e la pi` u grande tra le “frequenze fondamentali”
e F
m
e
1
T
.
10.4 La radiazione del ciclotrone
In questa sezione eseguiamo l’analisi spettrale e angolare della radiazione emessa da una
particella carica in un ciclotrone, dedicando particolare attenzione al caso ultrarelativistico
v ∼ 1.
Adottando la notazione del paragrafo 9.2.2, ricordiamo che la frequenza di ciclotrone
e la velocit`a della particella sono date rispettivamente da,
ω
0
=
eB
m

1 −v
2
=
eB
ε
, v = ω
0
R,
dove R `e il raggio dell’orbita. Siccome la particella compie un moto periodico con periodo
T = 2π/ω
0
, il sistema emette radiazione sulle frequenze,
ω
N
= Nω
0
.
Conosciamo anche la formula per la potenza totale media, vedi (9.25),
J =
e
2

v
2
ω
2
0
(1 −v
2
)
2
. (10.51)
Ciclotrone non relativistico. Prima di procedere ricordiamo le principali caratteristiche
della radiazione emessa da una particella non relativistica, v <1. In questo caso il sistema
303
emette solo sulla frequenza fondamentale (non relativistica) ω
0
≈ eB/m, con distribuzione
angolare,
dJ
dΩ
=
dJ
1
dΩ
=
e
2
v
2
ω
2
0
32π
2
(1 + cos
2
ϑ), (10.52)
dove ϑ `e l’angolo tra la direzione di emissione n, e l’asse del ciclotrone, vedi problema 7.1.
Il rapporto fra l’intensit` a della radiazione emessa lungo ϑ = π/2 (nel piano dell’orbita), e
l’intensit` a emessa lungo ϑ = 0 (ortogonalmente all’orbita) risulta allora,
J
|
J


dJ
dΩ

π
2

dJ
dΩ
(0)
=
1
2
. (10.53)
Integrando la (10.52) sugli angoli si ottiene poi la potenza totale,
J = J
1
=
e
2

v
2
ω
2
0
,
da confrontare con la (10.51).
10.4.1 Analisi spettrale
D’ora in poi consideriamo una particella con velocit`a arbitraria. Cominciamo l’analisi
della radiazione, valutando esplicitamente i coefficienti spettrali, (10.40),
dJ
N
dΩ
=
e
2
(Nω
0
)
2

2

n
1
T

T
0
e
−i Nω
0
(t−ny)
v dt

2
. (10.54)
Prendendo come asse z l’asse dell’orbita, traiettoria, velocit`a e accelerazione istantanea
della particella sono date da,
y(t) = R(cosϕ, senϕ, 0) (10.55)
v(t) = v (−senϕ, cosϕ, 0), (10.56)
a(t) = −ω
2
0
y(t), (10.57)
dove,
ϕ = ω
0
t. (10.58)
Per via dell’invarianza per rotazioni attorno all’asse z, per quanto riguarda la valutazio-
ne della (10.54) non `e restrittivo scegliere la direzione di emissione n nel piano (y, z).
Possiamo allora scrivere,
n = (0, senϑ, cosϑ), (10.59)
304
dove ϑ `e l’angolo tra n e l’asse z. Notando che,
ω
0
n y = v senϑsenϕ,
possiamo riscrivere l’integrale lungo l’orbita che compare nella (10.40) come,
1
T

T
0
e
−i Nω
0
(t−ny)
v dt =
v


0
e
−i N(ϕ−v senϑsenϕ)
(−senϕ, cosϕ, 0) dϕ, (10.60)
dove dall’integrale in t siamo passati a un integrale in ϕ. Utilizzando le propriet`a (10.25)
e (10.26) delle funzioni di Bessel, `e allora immediato riconoscere che la (10.60) equivale a,
1
T

T
0
e
−i Nω
0
(t−ny)
v dt = v

i j
t
N
(vNsenϑ),
1
vsenϑ
j
N
(v Nsenϑ), 0

.
Calcolando il prodotto esterno tra questo vettore e n, e inserendolo nella (10.54), ottenia-
mo cos`ı le distribuzioni angolari spettrali cercate,
dJ
N
dΩ
=
e
2
(Nω
0
)
2

2

ctg
2
ϑj
2
N
(vNsenϑ) + v
2
j
t 2
N
(vNsenϑ)

. (10.61)
Come prima cosa analizziamo il loro comportamento nel limite non relativistico v < 1.
Dalle formule asintotiche (10.28) vediamo che per v →0 si hanno gli andamenti leading,
dJ
N
dΩ
∼ e
2
ω
2
0
v
2N
,
e quindi in questo limite le armoniche con N ≥ 2 sono fortemente soppresse rispetto
all’armonica fondamentale N = 1. D’altra parte, usando la (10.28) `e immediato vedere
che il peso spettrale (10.61) per N = 1, nel limite non relativistico si riduce alla (10.52).
10.4.2 Lo spettro nel limite ultrarelativistico
Per eseguire un’analisi qualitativa dello spettro emesso da una particella ultrarelativistica,
conviene integrare la (10.61) sugli angoli, si veda per esempio J. Schwinger et. al.
43
,
J
N
=

dJ
N
dΩ
dΩ =
e
2

2
0
4πv

2v
2
j
t
2N
(2Nv) −(1 −v
2
)

2Nv
0
j
2N
(y) dy

. (10.62)
Un argomento qualitativo. Prima di procedere con l’analisi della (10.62) nel limite
v ∼ 1, diamo un argomento qualitativo per stabilire l’ordine di grandezza delle frequenze,
43
J. Schwinger, L.L. DeRaad, K.A. Milton e W. Tsai, Classical Electrodynamics, Perseus Books,
Reading (MA), 1998.
305
su cui la particella emette maggiormente. Ricordiamo dalla sezione 9.3 che, se v ∼ 1, allora
in un dato istante la particella emette principalmente in un cono attorno alla direzione
di volo, di apertura angolare α ∼

1 −v
2
. Se la particella compie un moto circolare di
periodo T = 2π/ω
0
, allora la radiazione in una data direzione di osservazione proviene solo
da una piccola porzione dell’orbita, ovvero da quella che viene percorsa dalla particella
nel tempo,
∆t
t

α

T ∼

1 −v
2
ω
0
.
Una tipica frequenza di emissione `e allora data,
ω
t
=
1
∆t
t

ω
0

1 −v
2
.
D’altra parte, al tempo di emissione ∆t
t
corrisponde il tempo di osservazione, vedi (10.35),
∆t = (1 −n v)∆t
t
∼ (1 −v)∆t
t
∼ (1 −v
2
)∆t
t
,
a cui corrisponde dunque la frequenza osservata,
ω =
1
∆t

ω
t
1 −v
2
.
Concludiamo che le frequenze caratteristiche della radiazione del ciclotrone ultrarelativi-
stico sono date da,
ω ∼
ω
0
(1 −v
2
)
3/2
= ω
0

ε
m

3
, (10.63)
che corrispondono dunque a armoniche di ordine molto elevato,
N ∼

ε
m

3
. (10.64)
In termini del campo esterno le frequenze caratteristiche della radiazione sono allora date
da,
ω ∼
eB
m

ε
m

2
. (10.65)
Analisi quantitativa. Torniamo ora alle espressioni quantitative (10.62). Per quello
che abbiamo appena visto dobbiamo apsettarci che per velocit`a vicine alla velocit`a della
luce, sono dominanti i pesi spettrali J
N
con N molto grande. In realt`a si pu`o vedere
che l’andamento della successione (10.62) per grandi N, dipende sensibilmente dal valore,
grande anch’esso, di 1/

1 −v
2
. Attraverso un’analisi asintotica delle funzioni di Bessel
306
che compaiono nella (10.62) si trova, infatti, che per v ∼ 1, a parte fattori numerici, si ha
44
,
J
N

e
2
ω
2
0
N
1/3
, per 1 <N <
1
(1−v
2
)
3/2
,
e
2
ω
2
0

N (1 −v
2
)
1/4
e

2
3
N(1−v
2
)
3/2
, per
1
(1−v
2
)
3/2
<N.
(10.66)
Vediamo dunque che per valori di N grandi ma inferiori a 1/(1 − v
2
)
3/2
, i pesi spettrali
crescono come N
1/3
, mentre per N molto maggiore di 1/(1 − v
2
)
3/2
essi sono esponen-
zialmente soppressi. La particella emette dunque radiazione fino a frequenze dell’ordine
di,
ω
N
= Nω
0

ω
0
(1 −v
2
)
3/2
,
a conferma della (10.63).
Dato che nel limite ultrarelativistico si ha ω
0
= v/R ∼ 1/R, per le lunghezze d’onda
emesse si trova allora il valore caratteristico,
λ =

ω
N
∼ R

m
ε

3
.
In base a questa formula la radiazione emessa da LEP conteneva lunghezze d’onda mol-
to corte dell’ordine di λ ∼ 10
−3
nm, corrispondenti a raggi γ, mentre la radiazione di
LHC sar`a piccata su lunghezze d’onda molto pi` u lunghe, dell’ordine di λ ∼ 10 nm,
corrispondenti a raggi X molli.
10.4.3 Distribuzione angolare
Invece di analizzare la distribuzione angolare delle singole frequenze, analizziamo la di-
stribuzione angolare totale. A questo scopo si dovrebbe risommare la serie,
dJ
dΩ
=
N
¸
N=1
dJ
N
dΩ
,
cosa che risulta difficile da fare direttamente. In questo caso `e pi` u conveniente ricorrere
alla (10.9),
dJ
dΩ
=
r
2
T

T
0
[

E[
2
dt. (10.67)
44
Vedi per esempio J. Schwinger et. al., op. cit.
307
Come prima cosa bisogna dunque valutare [

E[
2
, con

E dato come al solito dalla (10.32).
Inserendo le (10.55)–(10.57) e la (10.59), con un semplice conto si ottiene,
[

E[
2
=
e
2
v
2
ω
2
0
16π
2
r
2

(1 −v
2
) cos
2
ϑ + (v −senϑcosϕ)
2
(1 −v senϑcosϕ)
6
, (10.68)
dove ora ϕ = ω
0
t
t
= ω
0
t
t
(t, x). Di nuovo `e conveniente cambiare variabile d’integrazione
e passare da t a ϕ, utilizzando le (10.34), (10.35). Siccome si ha,
dt = (1 −n v(t
t
)) dt
t
=
1 −v senϑcosϕ
ω
0
dϕ,
la (10.67) diventa,
dJ
dΩ
=
r
2


0
[

E[
2
(1 −v senϑcosϕ) dϕ.
Inserendo in questa formula la (10.68) si trova un integrale che pu`o essere valutato
esplicitamente, e il risultato `e,
dJ
dΩ
=
e
2
v
2
ω
2
0
32π
2

1 + cos
2
ϑ −
v
2
4
(1 + 3v
2
) sen
4
ϑ
(1 −v
2
sen
2
ϑ)
7/2
. (10.69)
Per velocit`a piccole riotteniamo la distribuzione “continua” (10.52), che ha un massimo
per ϑ = 0. Viceversa, per velocit`a elevate, v ∼ 1, dall’esame del denominatore della
(10.69) si vede che
dJ
dΩ
ha un massimo pronunciato nelle vicinancze di ϑ =
π
2
, cio`e, nel
piano dell’orbita. Cerchiamo allora di individuare le direzioni vicine al piano dell’orbita,
entro le quali viene emessa la maggior parte della radiazione. Le direzioni in questione
sono quelle per cui il denominatore della (10.69) resta essenzialmente dello stesso ordine
di grandezza del suo valore massimo, ovvero, per angoli ϑ per cui,
1 −v
2
sen
2
ϑ ∼ 1 −v
2
.
Ponendo α =
π
2
−ϑ, ci`o succede se,
1 −v
2
cos
2
α ∼ 1 −v
2

1 −
α
2
2

∼ 1 −v
2
+
α
2
2
∼ 1 −v
2
,
ovvero, per direzioni n che formano con il piano dell’orbita angoli α minori o uguali a,
α ∼

1 −v
2
.
Si noti che questi risultati qualitativi sono in accordo con l’analisi generale della distribu-
zione angolare nel limite ultrarelatvistico, svolta in sezione 9.3.
308
Infine calcoliamo il rapporto tra l’intensit` a emessa nel piano dell’orbita, a ϑ =
π
2
, e
quella emessa lungo il suo asse, a ϑ = 0. Dalla (10.69) si trova facilmente,
J
|
J

=
dJ
dΩ

π
2

dJ
dΩ
(0)
=
1
8
4 + 3v
2
(1 −v
2
)
5/2
.
Nel limite non relativistico si riottiene la (10.53), mentre per velocit`a ultrarelativistiche
si ottiene un rapporto molto grande.
10.4.4 Luce di sincrotrone
La radiazione emessa da un ciclotrone relativistico viene chiamata radiazione (o luce) di
sincrotrone, perch`e fu osservata per la prima volta in un sincrotrone di elettroni, presso
la “General Electric Company” di Schenectady, a New York, nel 1947. Da allora le
previsioni quantitative (10.61) e (10.69) sono state verificate sperimentalmente in diversi
sincrotroni, e le distribuzioni angolari e in frequenza misurate sono in ottimo accordo con
queste formule. Mentre negli acceleratori ad alte energie questa radiazione rappresenta
un effetto dissipativo, nei sincrotroni dedicati essa viene prodotta ad arte, ed utilizzata
per le ricerche nei campi della materia condensata, della biologia e della medicina, che
necessitano di fotoni molto energetici. Uno dei pregi di questa radiazione consiste nel fatto
che lo spettro emesso `e in generale molto ampio, vedi (10.65), potendo coprire le regioni
del visibile, dell’ultravioletto e dei raggi X. Attraverso particolari dispositivi sperimentali,
i “wigglers” o gli “ondulatori”, si possono infatti selezionare dallo spettro la particolare
banda di frequenze richiesta per le ricerche specifiche che si intendono svolgere.
Luce di sincrotrone viene prodotta anche in ambito astronomico, ad esempio dal pia-
neta Giove e dalla nebulosa Granchio. La radiazione proveniente da Giove, che `e avvolto
da un campo magnetico intenso, con B ∼ 1gauss, viene emessa da elettroni con energie
comprese circa tra 3MeV < ε < 50MeV , che compiono quindi orbite di ciclotrone con
raggi che arrivano fino a qualche centinaio di metri. Per un valore tipico di ε ∼ 5MeV
la (10.65) d`a la frequenza caratteristica ω ∼ 10
9
/s, corrispondente ad onde radio, e se-
condo la (10.64) la radiazione comprende armoniche fino all’ordine N ∼ 1.000, previsioni
che sono in buon accordo con l’osservazione. La radiazione proveniente dalla nebulosa
Granchio viene, invece, emessa da elettroni che raggiungono anche energie dell’ordine di
309
ε ∼ 10
4
GeV , in presenza di un campo magnetico B ∼ 10
−4
gauss. Gli elettroni pi` u ener-
getici emettono quindi radiazione con frequenze caratteristiche molto elevate, ω ∼ 10
18
/s,
che corrispondono all’estremo ultravioletto, e sono presenti le armoniche fino all’ordine
N ∼

ε
m

3
∼ (2 10
7
)
3
∼ 10
22
.
10.5 Spettro di emissione di una corrente generica
In questa sezione vogliamo determinare la distribuzione spettrale della radiazione pro-
dotta da una corrente macroscopica j
µ
generica, non composta necessariamente da par-
ticelle puntiformi. Distingueremo di nuovo quadricorrenti periodiche, e quadricorrenti
aperiodiche.
10.5.1 Corrente periodica
Se la corrente `e periodica, con periodo T =

ω
0
, essa ammette uno sviluppo in serie di
Fourier nella coordinata temporale, e una rappresentazione in trasformata di Fourier nelle
tre coordinate spaziali,
j
µ
(x) =
1
(2π)
3/2

¸
N=−∞

d
3
p e
i(Nω
0
t− px)
J
µ
N
( p). (10.70)
Eseguendo le antitrasformate si ottengono i coefficiente di Fourier,
J
µ
N
( p) =
1
T

T
0
dt
1
(2π)
3/2

d
3
xe
−i(Nω
0
t− px)
j
µ
(x). (10.71)
Possiamo utilizzare lo sviluppo (10.70) per valutare il potenziale e il campo elettrico nella
zona delle onde, secondo le (7.9), (7.11). I pesi spettrali possono poi essere determinati
usando le formule fondamentali dell’analisi spettrale (10.6), (10.10).
Come primo passo dobbiamo inserire la (10.70) nella (7.9),

A =
1
4πr (2π)
3/2

¸
N=−∞

d
3
p

d
3
y e
i Nω
0
(t−r+ny)
e
−i p y

J
N
( p)
=
1
4πr (2π)
3/2

¸
N=−∞

d
3
p

d
3
y e
i Nω
0
(t−r)
e
−i( p−Nω
0
n)y

J
N
( p).
L’integrale in d
3
y d`a luogo a una δ di Dirac tridimensionale,

d
3
y e
−i( p−Nω
0
n)y
= (2π)
3
δ
3
( p −Nω
0
n),
310
la presenza della quale permette a sua volta di eseguire l’integrale in p. Risulta,

A =


2r

¸
N=−∞

d
3
p e
i Nω
0
(t−r)
δ
3
( p −Nω
0
n)

J
N
( p)
=


2r

¸
N=−∞
e
i Nω
0
(t−r)

J
N
(Nω
0
n).
Dalla (7.11) si ottiene allora per il campo elettrico,

E(t) =
i


2r
n

n

¸
N=−∞

0
e
i Nω
0
(t−r)

J
N
(

k)

,
dove abbiamo posto

k = Nω
0
n. Confrontando questa espressione con la (10.5), si vede
che i coefficienti di Fourier del campo elettrico sono dati da,

E
N
=
i


2r

0
e
−iNω
0
r
n (n

J
N
(

k)).
Inserendo questi coefficienti nella (10.10), si trova infine una semplice formula per i pesi
spettrali,
dJ
N
dΩ
= π(Nω
0
)
2

n

J
N
(

k)

2
. (10.72)
Questa formula viene presentata spesso in modo leggermente diverso, sfruttando la
conservazione della quadricorrente. Usando la rappresentazione (10.70) si ottiene infatti,

µ
j
µ
(x) =
i
(2π)
3/2

¸
N=−∞

d
3
p


0
J
0
N
( p) − p

J
N
( p)

e
i(Nω
0
t− px)
= 0,
che comporta l’identit` a,
J
0
N
( p) =
p

J
N
( p)

0
.
Ponendo p =

k = Nω
0
n, si ottiene allora,
J
0
N
(

k) = n

J
N
(

k),
e quindi,

n

J
N
(

k)

2
= [

J
N
(

k)[
2
−[n

J
N
(

k)[
2
= −J
∗µ
N
(

k)J

(

k).
La (10.72) pu`o allora essere posta nella forma alternativa,
dJ
N
dΩ
= −π(Nω
0
)
2
J
∗µ
N
(

k)J

(

k). (10.73)
311
L’antenna lineare. Esemplifichiamo l’uso della (10.72), riderivando la formula (7.26)
per la distribuzione angolare della radiazione emessa da un’antenna lineare. Riprendiamo
la corrente dell’antenna (7.22),

j(t, x) = I δ(x) δ(y) sen

ω

L
2
−[z[

cos(ωt) u, I =
I
0
sen

ωL
2
, (10.74)
dove u `e il versore lungo l’asse z. Siccome questa corrente `e una corrente monocromatica,
con frequenza ω e periodo T =

ω
, i coefficienti

J
N
( p) nella (10.71) sono tutti nulli, tranne
quello corrispondente ad N = 1. L’antenna emette quindi solo sull’armonica fondamentale
ω
1
= ω, e si ha,
dJ
dΩ
=
dJ
1
dΩ
= π ω
2

n

J
1
(

k)

2
. (10.75)
Per valutare

J
1
(

k) dobbiamo inserire la (10.74) nella (10.71), e porre p =

k = ωn. Si
ottiene,

J
1
(

k) =
I u
T(2π)
3/2

T
0
dt e
−iωt
cos(ωt)

d
3
xe
i ωnx
δ(x) δ(y) sen

ω

L
2
−[z[

=
I u
2(2π)
3/2

L/2
−L/2
dz e
i ω cosϑz
sen

ω

L
2
−[z[

=
I u
(2π)
3/2

L/2
0
dz cos (ω cosϑz) sen

ω

L
2
−z

, (10.76)
dove ϑ `e l’angolo tra l’asse z e n. L’integrale in z `e elementare, e porta a,

J
1
(

k) =
I u
(2π)
3/2
ω sen
2
ϑ

cos

ωL
2
cosϑ

−cos
ωL
2

.
Inserendo questa espressione nella (10.75) e notando che [n u[ = senϑ, si riottiene la
(7.26).
Particella singola. Nel caso di una particella singola la (10.72) si deve ridurre alla
(10.40). Per verificare questo `e sufficiente determinare i coefficienti di Fourier (10.71), per
le sole componenti spaziali della corrente, vedi (2.41),

j(x) = ev(t) δ
3
(x −y(t)). (10.77)
Inserendo questa espressione nella (10.71), ed eseguendo l’integrale su x, si ottiene,

J
N
( p) =
e
T

T
0
dt
1
(2π)
3/2

d
3
xe
−i(Nω
0
t− px)
v δ
3
(x −y) =
e
T

T
0
dt
1
(2π)
3/2
e
−i(Nω
0
t− py)
v.
312
Ponendo p =

k = Nω
0
n, risulta allora,

J
N
(

k) =
e
(2π)
3/2
T

T
0
dt e
−i Nω
0
(t−ny)
v.
Inserendo questa formula nella (10.72) si riottiene la (10.40).
10.5.2 Corrente aperiodica
Nel caso di un sistema carico aperiodico la corrente ammette una rappresentazione in
trasformata di Fourier in tutte e quattro le variabili, e possiamo scrivere,
j
µ
(x) =
1
(2π)
2

d
3
p e
i(ω t− px)
J
µ
(ω, p), (10.78)
dove,
J
µ
(ω, p) =
1
(2π)
2

d
4
xe
−i(ω t− px)
j
µ
(x). (10.79)
Procediamo come sopra, inserendo la (10.78) nella (7.9). Come prima l’integrale su y d`a
luogo a una δ
3
di Dirac, che permette poi di eseguire l’integrale su p. Si ottiene,

A =
1
4πr (2π)
2

d
3
y

d
3
p e
i ω(t−r+ny)
e
−i p y

J(ω, p)
=
1
2r

dω e
i ω(t−r)

J(ω, ωn).
Dalla (7.11) si ottiene allora per il campo elettrico,

E(t) =
i
2r
n

n

dω ω e
i ω(t−r)

J(k)

,
dove la variabile k
µ
di

J `e definita da, k
0
= ω,

k = ωn. Confrontando questa formula
con la (10.2), si individua la trasformata di Fourier temporale del campo elettrico,

E(ω) =
i


2r
ω e
−iω r
n (n

J(k)).
Inserendo questa espressione nella (10.8), si trova per la distribuzione spettrale della
radiazione,
d
2
ε
dω dΩ
= π ω
2

n

J(k)

2
. (10.80)
Sfruttando il fatto che ∂
µ
j
µ
= 0, la (10.78) d`a ω J
0
(ω, p) = p

J(ω, p), che per p =

k = ωn
d`a,
J
0
(k) = n

J(k).
313
Di conseguenza la (10.80) pu`o essere scritta anche come,
d
2
ε
dω dΩ
= −π ω
2
J

µ
(k)J
µ
(k). (10.81)
Come prima `e immediato fare vedere che nel caso di una particella singola, la (10.80)
si riduce alla (10.42). Inserendo la (10.77) nella (10.79), ed eseguendo gli stessi passaggi
di cui sopra si arriva infatti a,

J(k) =
e
(2π)
3/2
1


−∞
dt e
−i ω(t−ny)
v. (10.82)
Sostituendo questa espressione nella (10.80), si riottiene in effetti la (10.42). Tuttavia,
come gi`a notato nel paragrafo 10.3.1, l’integrale presente nella (10.82) in generale non
converge. Nella procedura qu`ı adottata l’origine di questa divergenza `e evidente: la
(10.82) rappresenta la trasformata di Fourier della distribuzione

j(x), e come tale deve
essere eseguita nel senso delle distribuzioni. Un modo per farlo consiste nell’introdurre
nella (10.82) un’opportuna regolarizzazione, per esempio restringendo l’integrale in t tra
−L ed L, come illustrato nel paragrafo 10.3.1, e nell’eseguire poi il limite per L →∞, nel
senso delle distribuzioni.
314
11 L’effetto Cerenkov
Nel 1934 il fisico russo P.A. Cerenkov studi`o il fenomeno della luminescenza emessa da
certe soluzioni liquide, se irradiate con raggi γ provenienti da sorgenti radioattive. Nel
corso degli esperimenti, durati fino al 1938, si accorse che i raggi γ causano una radia-
zione molto debole anche in solventi puri, come l’acqua e il benzolo, dando luogo a una
luce blu, vale a dire radiazione nello spettro visibile. Da un’analisi approfondita delle
caratteristiche della luce emessa si rese conto che questo effetto non poteva essere un fe-
nomeno di luminescenza, come assunto inizialmente. La radiazione osservata era infatti
caratterizzata da una polarizzazione lineare ben definita, e veniva emessa solo in avanti,
lungo un cono di direzioni che formavano un ben determinato angolo con la direzione dei
raggi γ, entrambe propriet`a non possedute dalla luminescenza. La radiazione osservata
aveva inoltre carattere universale, nel senso che le sue caratteristiche erano indipendenti
dalle specifiche propriet`a delle soluzioni usate, come la temperatura e la loro particolare
composizione. Ci si aspettava allora che anche la spiegazione teorica dell’effetto dovesse
avere carattere universale.
Questa spiegazione fu data dai fisici russi I.E. Frank e I.M. Tamm nel 1937, i quali
assumevano che la radiazione osservata da Cerenkov non fosse causata direttamente dai
raggi γ, ma da elettroni ad alta velocit`a, prodotti dai raggi γ attraverso l’effetto Compton.
Secondo la loro teoria questa radiazione viene generata da elettroni che si trovano in moto
rettilineo uniforme in un mezzo dielettrico, con una velocit`a superiore alla velocit`a della
luce nel mezzo. Ricordiamo che un mezzo con costante dielettrica reale ε ha indice di
rifrazione n =

ε, e che la velocit`a della luce nel mezzo vale
c
n
. Per n > 1 essa risulta
dunque minore di c.
In questa sezione analizzeremo in dettaglio i campi prodotti da una particella in moto
rettilineo uniforme in un mezzo, sia per velocit`a minori che per velocit`a maggiori della
velocit`a della luce nel mezzo, e spiegheremo cos`ı l’origine e le propriet`a della “radiazione
Cerenkov”.
Aspetti macroscopici e microscopici. La spiegazione dell’effetto Cerenkov data da Frank
e Tamm si basa sulle equazioni di Maxwell in un mezzo dielettrico, che forniscono una
315
descrizione macroscopica della dinamica del campo elettromagetico. Come `e noto, queste
equazioni rappresentano un metodo semplice per tenere conto delle cariche di polarizza-
zione che si creano in un mezzo, a causa delle cariche “libere”. Il campo elettromagnetico
totale risulta, infatti, dalla sovrapposizione del campo prodotto dalla particella nel vuoto,
e da quello prodotto dalle cariche di polarizzazione. Siccome una particella in moto rettili-
neo uniforme “nel vuoto” non d`a luogo a nessun campo di radiazione, a livello microscopico
la radiazione di Cerenkov deve dunque originare dalle cariche di polarizzazione. In effetti,
quello che succede a livello microscopico `e che l’elettrone durante il suo passaggio nel mez-
zo deforma le molecole facendo loro acquistare un momento di dipolo elettrico, il quale
scompare immediatamente dopo il passaggio dell’elettrone. Le cariche che compongono i
momenti di dipolo sono cos`ı sottoposti a un’accelerazione quasi–istantanea, e diventano
quindi sorgenti impulsive di onde elettromagnetiche elementari, che si manifestano come
radiazione Cerenkov.
Tuttavia, non `e immediato determinare il campo macroscopico, valutando esplicita-
mente la sovrapposizione coerente di queste infinite onde elementari “microscopiche”.
Viceversa, le equazioni di Maxwell in un mezzo costituiscono uno strumento molto effica-
ce per valutare il campo elettromagnetico prodotto a livello macroscopico dalla particella,
e dalle cariche di polarizzazione da essa indotte. Per semplicit`a parleremo comunque di
“campo prodotto dalla particella” nel mezzo, e di “energia irradiata dalla particella”.
11.1 Campo di una particella in moto rettilineo uniforme in un
mezzo
Equazioni di Maxwell in un mezzo dielettrico. Consideriamo un mezzo isotropo e omoge-
neo, con permeabilit`a magnetica uguale a quella del vuoto, µ = 1, e con costante dielettrica
ε > 1 e reale. In questo modo trascuriamo l’assorbimento del mezzo, ipotesi giustificata
per frequenze lontane dalle frequenze di risonanza. Per il momento assumiamo anche
che non vi sia dispersione, ovvero, che ε sia indipendente dalla frequenza, rinviando la
trattazione del caso realistico di un mezzo dispersivo alla sezione 11.4. Anche l’indice di
rifrazione,
n =

ε, (11.1)
316
risulta allora indipendente dalla frequenza.
In un mezzo dielettrico con queste caratteristiche le equazioni di Maxwell (2.28)–(2.31)
diventano,

n
2
c

E
∂t
+



B =

j
c
, (11.2)
1
c

B
∂t
+



E = 0, (11.3)



E =
ρ
n
2
, (11.4)



B = 0, (11.5)
dove ρ indica la densit`a di carica, e abbiamo momentaneamente ripristinato la velocit`a
della luce. Si noti che queste equazioni si possono ottenere dalle (2.28)–(2.31) effettuando
le sostituzioni,

E →n

E,

B →

B c →
c
n
, ρ →
ρ
n
,

j →

j
n
. (11.6)
Le identit`a di Bianchi (11.3) e (11.5) sono rimaste immutate, e quindi possiamo risolverle
nel modo standard,

E = −

∇A
0

1
c


A
∂t
, (11.7)

B =



A, (11.8)
e i potenziali A
0
e

Asono ancora definiti modulo le trasformazioni di gauge A
µ
→A
µ
+∂
µ
Λ.
In questo caso `e conveniente effettuare il gauge–fixing di Lorentz adattato,
n
2
c
∂A
0
∂t
+



A = 0.
`
E allora immediato vedere che le (11.2), (11.4) si riducono a,
2
n
A
µ

n
2
c
2

2
∂t
2
−∇
2

A
µ
=

ρ
n
2
,

j
c

. (11.9)
In assenza di cariche libere, j
µ
= 0, nel mezzo il campo elettromagnetico si propaga quindi
con la velocit`a
c
n
.
Consideriamo ora una particella che si muove di moto rettilineo uniforme, quindi con
velocit`a v e quadrivelocit`a u
µ
= (c, v)/

1 −v
2
/c
2
costanti. Allora da (6.58) segue,
ρ = e u
0

δ
4
(x −u s) ds = e δ
3
(x −v t),

j = ρv, (11.10)
317
ed `e sufficiente risolvere le (11.9) per µ = 0,
2
n
A
0
=
ρ
n
2
. (11.11)
La parte spaziale del quadripotenziale `e, infatti, data semplicemente da,

A =
n
2
v
c
A
0
. (11.12)
In seguito supporremo che la particella si muova lungo l’asse delle z, quindi con
traiettoria,
y(t) = (0, 0, vt).
In questo caso `e conveniente introdurre coordinate cilindriche, x ↔ (z, r, ϕ), dove r e ϕ
sono coordinate polari bidimensionali, nel piano ortogonale alla traiettoria della particella.
In particolare r indica allora la distanza di x dall’asse z. Corrispondentemente useremo i
versori u
z
, u
r
e u
ϕ
.
11.2 Il campo per v <
c
n
Supponiamo ora che la velocit`a della particella sia minore della velocit`a della luce nel
mezzo, v <
c
n
. In questo caso la (11.11) pu`o essere risolta con lo stesso metodo usato nel
paragrafo 6.3.1 per risolvere l’analoga equazione nel vuoto,
2A
0
= ρ. (11.13)
In quel caso si aveva n = 1 e v < c. Per ottenere la soluzione della (11.11) `e sufficiente
eseguire nella soluzione (6.63) della (11.13) le sostituzioni e →
e
n
2
, c →
c
n
. La componente
0 della (6.63) si scrive,
A
0
=
e

u
0

(ux)
2
−x
2
=
e

1

(z −vt)
2
+

1 −
v
2
c
2

r
2
,
e la soluzione della (11.11) risulta allora,
A
0
=
e
4πn
2
1

(z −vt)
2
+ (1 −v
2
n
2
)r
2
, (11.14)
318
dove abbiamo posto di nuovo c = 1. Per i campi elettrico e magnetico le (11.7), (11.8)
danno allora,

E =
e
4πn
2
(1 −v
2
n
2
)(x −v t)
((z −vt)
2
+ (1 −v
2
n
2
)r
2
)
3/2
,

B =
e

(1 −v
2
n
2
) v r u
ϕ
((z −vt)
2
+ (1 −v
2
n
2
)r
2
)
3/2
,
(11.15)
e il vettore di Poynting diventa,

S =

E

B =

e
4πn

2

(1 −v
2
n
2
)
2
v r [r u
z
−(z −vt) u
r
]
((z −vt)
2
+ (1 −v
2
n
2
)r
2
)
3
= S
z
u
z
+ S
r
u
r
. (11.16)
Vediamo ora quali sono le propriet`a del campo ottenuto. Come nel vuoto, il campo
elettromagnetico non presenta singolarit`a al di fuori della traiettoria, perch´e per v < 1/n
il denominatore nelle (11.15) si annulla solo per x = v t. Inoltre, dalla (11.16) si vede che
non c’`e flusso radiale netto di energia, perch´e “dietro” la particella – per z < vt – esiste
un flusso radiale uscente, S
r
> 0, mentre “davanti” – per z > v t – esiste un flusso radiale
entrante, S
r
< 0, e i due si compensano. In particolare, se calcoliamo il flusso di energia
totale attraverso un cilindro concentrico con la traiettoria, di raggio r e basi situate in z
1
e z
2
, troviamo,
∆ε = 2πr

z
2
z
1
dz


−∞
S
r
dt =
2πr
v

z
2
z
1
dz


−∞
S
r
dl = 0, (11.17)
perch´e S
r
`e una funzione antisimmetrica della variabile l = z −vt.
11.2.1 Analisi in frequenza
In vista del confronto con il caso v > 1/n `e utile eseguire anche una “analisi spettrale”
del campo. In realt`a questa analisi ha senso se siamo in presenza di campi di radiazione,
mentre il campo di una particella con velocit`a costante minore di quella della luce, a
grandi distanze decade come
1
[x[
2
, vedi (11.15), e non costituisce quindi un campo di
radiazione. Eseguiamo comunque la trasformata di Fourier temporale della (11.14),
A
0
(ω) =
e

2π 4πn
2


−∞
e
−iωt

(z −vt)
2
+ (1 −v
2
n
2
)r
2
dt. (11.18)
Con semplici passaggi si ottiene,
A
0
(ω) =
e
(2π)
3/2
n
2
v
e
−i ωz/v
K


1 −v
2
n
2
v
ω r

, (11.19)
319
dove K(x) `e la funzione di Bessel modificata del secondo tipo di ordine 0, indicata
comunemente con K
0
(x),
K(x) =
1
2


−∞
e
i xs

s
2
+ 1
ds =


0
cos(x senhβ) dβ.
La seconda rappresentazione si ottiene con il cambiamento di variabile, s = senhβ.
La funzione K(x). Per quello che segue `e utile dare un’altra rappresentazione ancora
di K, che si ottiene usando l’analisi complessa. Si noti che K(−x) = K(x), per cui di
seguito supporremo x > 0. Consideriamo la funzione di variabile complessa,
f(z) =
e
i xz

z
2
+ 1
,
che `e analitica nel semipiano superiore, esclusa la semiretta z = i u con u ∈ [1, ∞] dove
possiede un taglio. Allora si annulla l’integrale di linea,

γ
f(z) dz = 0, (11.20)
in cui γ `e una curva chiusa composta 1) dall’asse reale, 2) da due quarti di circonferenza
giacenti nel semipiano superiore e centrati nell’origine, con raggio R e aperture angolari
rispettivamente 0 < ϕ < π/2 e π/2 < ϕ < π, 3) dalle due semirette z = ±ε + i u, con
u ∈ [1, ∞], e infine, 4) da una semicirconferenza centrata in z = i e di raggio ε, rivolta
verso il basso. Nel limite per R →∞e per ε →0, gli integrali sui tre archi di circonferenza
vanno a zero se x > 0, e nella (11.20) sopravvivono allora solo gli integrali lungo l’asse
reale e lungo le due semirette. Risulta allora,


−∞
e
i xs

s
2
+ 1
ds −2


1
e
−xu

u
2
−1
du = 0.
Si conclude quindi che per x > 0 la funzione K pu`o essere scritta anche come,
K(x) =


1
e
−xu

u
2
−1
du =


0
e
−xcoshβ
dβ, (11.21)
dove abbiamo posto u = coshβ.
Andamenti asintotici di K(x). La rappresentazione (11.21) `e in particolare convenien-
te per determinare gli andamenti asintotici di K, per x grandi e piccoli. Per grandi x
usiamo il metodo del punto sella. Per x →∞, nell’integrando in (11.21) contano i valori
di β per cui coshβ `e minimo, cio`e, i valori di β vicino allo zero. Espandendo,
coshβ = 1 +
1
2
β
2
+ o(β
4
),
320
si trova allora,
K(x) = e
−x


0
e
−[
x
2
β
2
+xo(β
4
)]
dβ.
Riscalando β →β/

x, risulta cos`ı,
K(x) =
e
−x

x


0
e
−[
1
2
β
2
+o(β
4
)/x]
dβ =

π
2x
e
−x

1 +o

1
x

. (11.22)
Per x → 0 la funzione K(x) diverge invece. Per determinare il tipo di divergenza, sepa-
riamo dall’integrale (11.21) la parte convergente. Per fare questo riscaliamo la variabile
d’integrazione, u →u/x, e riscriviamo l’integrale come,
K(x) =


x
e
−u

u
2
−x
2
du =

1
x
e
−u

u
2
−x
2
du +


1
e
−u

u
2
−x
2
du. (11.23)
L’ultimo integrale converge per x →0, ed `e sufficiente valutare il penultimo,

1
x
e
−u

u
2
−x
2
du =

1
x
1

u
2
−x
2
du +

1
x
e
−u
−1

u
2
−x
2
du.
Di nuovo, per x →0 l’ultimo integrale converge, perch´e la funzione (e
−u
−1)/u `e regolare
nell’intervallo [0, 1], ed `e sufficiente calcolare,

1
x
1

u
2
−x
2
du = arccosh

1
x

= −ln

x
2

+o(x).
Per x che va a zero K diverge quindi logaritmicamente,
K(x) = −ln x + C + o(x), (11.24)
dove C `e una costante.
Un’equazione differenziale per K(x). Le funzioni speciali vengono spesso anche definite
attraverso le equazioni differenziali che esse soddisfano. L’equazione definente per K `e,
per x = 0,
K
tt
+
1
x
K
t
−K = 0. (11.25)
Verifichiamo che essa `e soddisfatta dalla (11.21),
K
tt
+
1
x
K
t
=


1

u
2

u
2
−1

1
x
u

u
2
−1

e
−ux
du
=


1

u
2

u
2
−1

1
x
d

u
2
−1
du

e
−ux
du.
Con un’integrazione per parti si ottiene allora di nuovo l’integrale (11.21).
321
In realt`a l’equazione differenziale lineare (11.25), essendo del secondo ordine ha due
soluzioni indipendenti. Una `e K(x), e l’altra `e data dalla funzione,
¯
K(x) =

1
−1
e
xu

1 −u
2
du =

π
0
e
xcosϑ
dϑ, (11.26)
che `e legata alla funzione di Bessel modificata del primo tipo di ordine 0, I
0
(x), dalla
relazione
¯
K(x) = π I
0
(x). Anch’essa `e pari,
¯
K(−x) =
¯
K(x), e i suoi andamenti asintotici
per x > 0 sono,
¯
K(x) =

π
2x
e
x

1 +o

1
x

,
¯
K(x) = π + o(x), (11.27)
da confrontare con le (11.22), (11.24). Si noti in particolare che, al contrario di K(x), la
funzione
¯
K(x), divergendo esponenzialmente per [x[ → ∞, non costituisce una distribu-
zione temperata.
Un’onda evanescente. Torniamo ora alla (11.19). Vediamo che A
0
(ω) dipende da z
attraverso il termine di “onda piana” e
−ik
z
z
, con vettore d’onda,
k
z
=
ω
v
.
Questo termine descrive quindi un’onda che si propaga in direzione z con la velocit`a della
particella, in quanto v
z

ω
k
z
= v. Tuttavia, a grandi distanze dalla traiettoria, ovvero
per grandi r, a causa dell’andamento asintotico (11.22), A
0
(ω) si comporta come,
A
0
(ω) ∼
C

r
e
−ik
z
z −
ω
v

1 −v
2
n
2
r
, (11.28)
dove C `e una costante indipendente da x. Vediamo che A
0
(ω) esibisce un fattore
1

r
,
tipico per un’onda cilindrica
45
, che in questo caso viene per`o soppiantato dal fattore di
decrescita esponenziale exp


ω
v

1 −v
2
n
2
r

, che rappresenta una “onda evanescente”.
Per rappresentare una vera “onda” questo esponenziale dovrebbe essere sostituito da un
fattore oscillante del tipo exp (ik
r
r). Ritroviamo cos`ı che una particella in moto rettilineo
uniforme, con velocit`a costante minore di
c
n
, non irradia onde elettromagnetiche.
45
Come spiegheremo in sezione 11.5, per le onde a simmetria cilindrica la presenza del fattore 1/

r
`e richiesta dalla conservazione dell’energia. Per le onde sferiche l’andamento analogo, implicato sempre
dalla conservazione dell’energia, `e invece 1/r.
322
11.3 Il campo per v >
c
n
Se v >
c
n
, la soluzione della (11.11) non pu`o essere ottenuta con semplici sostituzioni dalla
(6.63), ma possiamo comunque applicare il metodo usato nel paragrafo 6.3.1. In seguito
porremo di nuovo c = 1.
Introduciamo una funzione di Green adattata G
n
soddisfacente,
2
n
G
n
= δ
4
(x) = δ(t)δ
3
(x).
La soluzione di questa equazione pu`o essere ottenuta dalla funzione di Green (6.43),
soddisfacente 2G = δ
4
(x), attraverso la sostituzione t →
t
n
. Ricordando che δ

t
n

=
nδ(t), si ottiene cos`ı,
G
n
=
1
2πn
H(t) δ(x
2
n
), x
2
n

t
2
n
2
−[x[
2
.
In seguito useremo anche la notazione,
(a b)
n

a
0
b
0
n
2
−a

b.
La soluzione della (11.11) `e allora data da,
A
0
=
1
n
2
G
n
∗ ρ =
1
n
2

G
n
(x −y)ρ(y) d
4
y.
Sostituendo la (11.10), con passaggi standard si ottiene,
A
0
=
e u
0
2πn
3

H(t −u
0
s) δ(f(s)) ds =
e u
0
2πn
3

H(t −u
0
s
+
)
[f
t
(s
+
)[
+
H(t −u
0
s

)
[f
t
(s

)[

, (11.29)
purch`e la forma quadratica,
f(s) ≡ u
2
n
s
2
−2s(ux)
n
+ x
2
n
,
abbia due zeri reali s
±
. In caso contrario A
0
`e zero. Il valore dell’integrale nella (11.29)
dipende quindi 1) dalla presenza di zeri reali di f(s), e 2) dal segno di t −u
0
s
±
. Gli zeri
sono dati da,
s
±
=
(ux)
n
±

(ux)
2
n
−u
2
n
x
2
n
u
2
n
, u
2
n
=
1 −v
2
n
2
(1 −v
2
)n
2
< 0,
e,
[f
t
(s
±
)[ = 2

(ux)
2
n
−u
2
n
x
2
n
= 2
u
0
n

(z −vt)
2
−(v
2
n
2
−1)r
2
.
323
Vediamo che esistono zeri reali solo nella regione,
(z −vt)
2
> (v
2
n
2
−1)r
2

r
2
(z −vt)
2
+ r
2
<
1
v
2
n
2
, (11.30)
che corrisponde a un cono doppio centrato nella posizione della particella, e con asse la
sua traiettoria, di apertura angolare,
senα =
1
v n
. (11.31)
Al di fuori di questo cono doppio il campo `e quindi nullo. Stando all’interno del cono
studiamo ora il segno di t −u
0
s
±
. Da un semplice calcolo risulta,
t −u
0
s
±
= −
n
v
2
n
2
−1

v n(z −vt) ∓

(z −vt)
2
−(v
2
n
2
−1)r
2

.
Siccome il termine (v
2
n
2
−1) `e positivo, per z −vt > 0 si ha t −u
0
s
±
< 0, e il campo `e
nullo, mentre per,
z −vt < 0, (11.32)
si ha t − u
0
s
±
> 0, e nella (11.29) contribuiscono tutti e due i termini. Concludiamo
quindi che ad ogni istante il campo `e diverso da zero solo all’interno del cono centrato
nella particella, coassiale con la traiettoria e rivolto in direzione opposta al moto, di
apertura angolare α = arcsen

1
v n

.
Singolarit`a del campo. Tenendo conto delle (11.30) e (11.32), dalla (11.29) risulta il
potenziale,
A
0
=
e
4πn
2
2 H

−(z −vt) −r

v
2
n
2
−1

(z −vt)
2
−(v
2
n
2
−1)r
2
. (11.33)
Confrontando con il potenziale (11.14) del caso v <
c
n
, si vede che le due espressioni
esibiscono formalmente le stesse dipendenze funzionali da x e t. Nella (11.33) compare in
pi` u un fattore due, ma in compenso il campo `e nullo all’esterno del cono “all’indietro” di
apertura α. Inoltre, sul bordo di questo cono, ovvero per,
z = vt −r

v
2
n
2
−1, (11.34)
A
0
diverge. Vedremo tra poco che questa singolarit`a non `e fisica, in quanto dovuta alla
nostra schematizzazione di un mezzo non dispersivo. Siccome le (11.14) e (11.33) hanno la
stessa dipendenza funzionale, a parte il fattore due i campi

E e

B e il vettore di Poynting
324
sono ancora dati dalle (11.15) e (11.16). Ma questa volta la componente radiale di

S `e
diversa da zero – e positiva – solo per z < vt (all’interno del cono), mentre `e nulla per
z > vt. Ci aspettiamo dunque un flusso radiale uscente netto di energia elettromagnetica.
Si noti come la forma del potenziale (11.33) sia analoga al fronte d’onda sonoro conico,
che si crea quando un aereo viaggia con velocit`a supersonica, il cosiddetto “cono di Mach”.
11.3.1 Il campo nella zona delle onde e l’angolo di Cerenkov
Per indagare la presenza di radiazione elettromagnetica, eseguiamo di nuovo la trasformata
di Fourier temporale di A
0
. Per via della presenza della funzione di Heaviside in (11.33),
ora abbiamo,
A
0
(ω) =
e

2π 2πn
2


1
v
(
z+r

v
2
n
2
−1
)
e
−iωt

(z −vt)
2
−(v
2
n
2
−1)r
2
dt.
Traslando e riscalando la variabile t si arriva a,
A
0
(ω) =
e
(2π)
3/2
n
2
v
e
−i ωz/v
L


v
2
n
2
−1
v
ω r

, (11.35)
dove la funzione complessa L(x) `e data da,
L(x) =


1
e
−i xu

u
2
−1
du =


0
e
−i xcoshβ
dβ, (11.36)
ed `e legata alla funzione di Haenkel di ordine zero H
(2)
0
(x), dalla relazione L(x) =
π
2i
H
(2)
0
(x). La seconda espressione nella (11.36) `e stata ottenuta attraverso il cambia-
mento di variabile, u = coshβ. Confrontando la (11.35) con la (11.19) vediamo che le due
espressioni di A
0
(ω) costituiscono una la continuazione analitica dell’altra, dalla regione
v <
1
n
, alla regione v >
1
n
. Formalmente vale infatti, vedi (11.21),
L(x) = K(i x).
Propriet`a della funzione L(x). A partire dalla (11.36), con le stesse tecniche del pa-
ragrafo 11.2.1 si possono derivare le propriet`a principali della funzione L(x). Notiamo
che vale L

(x) = L(−x), condizione imposta dalla realt`a di A
0
(t, x), sicch´e `e sufficiente
limitarsi al semiasse x > 0. In questo caso si ottengono gli andamenti asintotici,
L(x) =

π
2x
e
−i(x+π/4)

1 + o

1
x

, L(x) = −ln x +C + o(x), (11.37)
325
da confrontare con le (11.22), (11.24). Separando L in parte reale e parte immaginaria,
L(x) = L
1
(x) + iL
2
(x), L
1
(−x) = L
1
(x), L
2
(−x) = −L
2
(x), (11.38)
si vede quindi che per x →∞entrambe queste funzioni hanno un andamento oscillatorio,
mentre per x → 0 solo L
1
(x) esibisce una divergenza logaritmica, e L
2
(x) `e regolare.
L’equazione differenziale soddisfatta da L `e, invece,
L
tt
+
1
x
L
t
+ L = 0, (11.39)
da confrontare con la (11.25). Siccome anche questa equazione `e reale, L
1
ed L
2
la
soddisfano separatamente, e costituiscono quindi un insieme completo di soluzioni. La
particolare combinazione delle due soluzioni che compare nella (11.35) rappresenta un’on-
da uscente in direzione radiale, vedi (11.40), la presenza della quale `e dettata dalla
causalit`a. L’altra combinazione indipendente, la complessa coniugata L

= L
1
− iL
2
,
corrisponderebbe invece a un’onda entrante.
L’angolo di Cerenkov. Con l’aiuto della (11.37), nella zona delle onde, ovvero, per
grandi r, la (11.35) assume la forma,
A
0
(ω) =
e
4πn
2

e
−iπ/4
(v
2
n
2
−1)
1/4

v ω r
e
−i
ω
v

z +

v
2
n
2
−1 r

(11.40)
=
C

r
e
−i (k
z
z + k
r
r)
, (11.41)
dove C `e una costante indipendente dalle coordinate, e abbiamo trascurato termini di ordi-
ne o(1/r
3/2
). Al contrario della (11.28) questa espressione rappresenta un’onda (cilindrica)
vera e propria, con vettore d’onda

k dato da,
k
z
=
ω
v
, k
r
=
ω
v

v
2
n
2
−1, k
ϕ
= 0.
La sua velocit`a di propagazione `e allora data da,
ω
[

k[
=
ω

k
2
r
+k
2
z
=
1
n
,
che `e la velocit`a della luce nel mezzo. La direzione di propagazione dell’onda `e invece
individuata dall’angolo ϑ
C
che

k forma con la direzione del moto della particella, l’angolo
326
di Cerenkov,
cos ϑ
C
=
k
z
[

k[
=
1
v n
. (11.42)
Tale angolo `e ben definito fino a quando risulta soddisfatta la condizione di Cerenkov
v >
1
n
. Le direzioni di emissione giacciono quindi su un cono “in avanti”, coassiale con
la traiettoria della particella e di apertura ϑ
C
, che viene chiamato cono di Cerenkov.
L’angolo di Cerenkov `e legato all’angolo α di (11.31) dalla relazione di complementari` a,
ϑ
C
=
π
2
−α.
La direzione della radiazione coincide, inoltre, con la direzione del vettore di Poynting sul
bordo del cono in cui il campo `e diverso da zero. Valutando il numeratore della (11.16)
per z = vt − r

v
2
n
2
−1, si vede infatti che risulta

S |

k. In realt`a, come anticipato
sopra, sul bordo di questo cono il modulo di

S diverge, vedi sezione 11.4.
Nell’acqua, che alle frequenze visibili ha un indice di rifrazione n =
4
3
, si ha emissione
di radiazione Cerenkov se v >
3
4
, e quando v varia tra
3
4
e 1, l’angolo di emissione varia
tra ϑ
C
= 0 e ϑ
C
= arccos
3
4
= 41.4
o
.
11.4 Mezzi dispersivi
Molti mezzi dielettrici hanno un indice di rifrazione che nello spettro visibile `e pratica-
mente costante, ma nei mezzi reali esso `e in generale una funzione della frequenza, n(ω).
Si dice che il mezzo `e dispersivo. L’andamento della funzione n(ω) dipende molto dalle
propriet`a atomiche del mezzo, in particolare dalla presenza di frequenze di risonanza. Le
sue caratteristiche generali sono comunque,

n(ω) < 1, per ω > ω
m
,
lim
ω→∞
n(ω) = 1,
(11.43)
dove ω
m
`e un valore limite, che `e vicino alla frequenza di risonanza pi` u elevata. Per grandi
ω si ha in particolare l’andamento asintotico n(ω) ≈ 1 − ω
2
p

2
, dove ω
p
`e la “frequenza
di plasma” del mezzo. La banda di frequenze in cui n(ω) < 1 `e quindi limitata.
Equazioni di Maxwell in un mezzo dispersivo. In un mezzo dispersivo la dinamica del
campo elettromagnetico non `e pi` u descritta dalle (11.2)–(11.5), ovvero, dalle (11.9), ma
327
dalle “trasformate di Fourier temporali” di queste ultime,

n
2
(ω) ω
2
+∇
2

A
µ
(ω) =

ρ(ω)
n
2
(ω)
,

j(ω)

, (11.44)
dove ρ(ω) e

j(ω) indicano rispettivamente le trasformate di Fourier temporali di ρ(x) e

j(x). In caso di dispersione il potenziale vettore `e allora definito come l’antitrasformata,
A
µ
(x) ≡
1


−∞
e
iωt
A
µ
(ω) dt, (11.45)
dove le A
µ
(ω) risolvono, per definizione, le (11.47). In particolare A
µ
(x) non soddisfa
quindi pi` u un’equazione differenziale locale, come la (11.9).
Il campo per un moto rettilineo uniforme. Per il moto rettilineo uniforme `e di nuovo
sufficiente determinare la componente µ = 0 del quadripotenziale, perch´e dalla (11.10)
segue che

j(ω) = ρ(ω) v, e la (11.44) implica allora che,

A(ω) = n
2
(ω)A
0
(ω) v. (11.46)
Eseguendo la trasformata di Fourier della (11.10) si ottiene,
ρ(ω) =
e


−∞
e
−iωt
δ(z −vt) δ
2
(r) dt =
e

2π v
e
−iωz/v
δ
2
(r),
e la componente µ = 0 della (11.44) diventa allora,

n
2
(ω) ω
2
+∇
2

A
0
(ω) = −
e

2π v n
2
(ω)
e
−iωz/v
δ
2
(r). (11.47)
Ci siamo quindi ricondotti alla soluzione di questa equazione differenziale alle derivate
parziali. In realt`a, ripercorrendo la procedura della sezione precedente, in particolare
considerando la trasformata di Fourier temporale della (11.11), non `e difficile rendersi
conto che la (11.47) `e risolta dalle (11.19), (11.35), rispettivamente per i valori di ω per
cui n(ω) <
1
v
e n(ω) >
1
v
, purch´e si effettui nelle (11.19), (11.35) la sostituzione n →n(ω).
Per verificarlo esplicitamente ricordiamo che in coordinate cilindriche il laplaciano si scrive,

2
= ∂
2
z
+∇
2
r
, ∇
2
r
≡ ∂
2
r
+
1
r

r
+
1
r
2

2
ϕ
,
e poniamo,
A
0
(ω) =
e
(2π)
3/2
v n
2
(ω)
e
−i ωz/v
I(ω, r), (11.48)
328
dove assumiamo che I(ω, r) non dipenda da z e ϕ. La (11.47) si riduce allora a,


2
r
+
1
r

r
+
ω
2
v
2

n
2
(ω)v
2
−1

I(ω, r) = −2πδ
2
(r). (11.49)
Notando che per x = 0 le funzioni K e L soddisfano le equazioni differenziali (11.25),
(11.39), vediamo che per r = 0 la (11.49) `e soddisfatta se poniamo, rispettivamente per
n(ω) <
1
v
e n(ω) >
1
v
,
I(ω, r) = K

1 −v
2
n
2
(ω)
v
ω r

, I(ω, r) = L

v
2
n
2
(ω) −1
v
ω r

, (11.50)
in accordo con le (11.19), (11.35). Per rivelare, invece, la presenza della δ
2
(r) nella (11.49),
occorre ricordare che in x = 0 le funzioni L e K esibiscono le singolarit`a logaritmiche
(11.24) e (11.37), sicch´e nelle vicinanze di r = 0 I(ω, r) si comporta come,
I(ω, r) = −ln r + a + o(r),
dove a `e una costante indipendente da r. Siccome la funzione di Green del laplaciano
bidimensionale `e il logaritmo, vedi problema 6.4,

2
r
(ln r) = 2π δ
2
(r),
la parte singolare in r = 0 di ∇
2
r
I(ω, r) risulta proprio,


2
r
I(ω, r)

sing
= ∇
2
r
(−ln r) = −2π δ
2
(r).
Si conclude quindi che la I(ω, r) data in (11.50) soddisfa la (11.49) nel senso delle
distribuzioni.
Unicit`a della soluzione. Discutiamo brevemente l’unicit`a della soluzione (11.50), fa-
cendo vedere che l’equazione omogenea associata alla (11.49) non ammette soluzioni “fisi-
che”. Per n(ω) <
1
v
questa equazione coincide con la (11.25), che ha come unica soluzione
¯
K, in quanto solo essa in x = 0 `e regolare, vedi (11.27).
46
Tuttavia, questa funzione
diverge esponenzialmente per x → ∞, e quindi non `e accettabile come soluzione fisica.
Per n(ω) <
1
v
la soluzione `e quindi unica. Per n(ω) >
1
v
invece, l’equazione omogenea
46
In realt`a la funzione
¯
K non costituisce una “distribuzione temperata”, ovvero un elemento di o

, per
via della divergenza esponenziale per x →∞. Essa rappresenta, tuttavia, una “distribuzione”, ovvero un
elemento di T

, e come tale soddisfa la (11.25).
329
associata alla (11.49) `e data dalla (11.39), e l’unica soluzione di questa equazione `e la
funzione L
2
, che `e regolare in x = 0 e costituisce in effetti una distribuzione temperata,
vedi (11.37), (11.38). Dato che A
0
(t, x) `e reale, la (11.48) impone che I

(ω, r) = I(−ω, r).
Siccome si ha L
2
(−x) = −L
2
(x), per n(ω) >
1
v
la soluzione generale della (11.49) `e allora
data da, tralasciando gli argomenti,
I = L +a i L
2
=

1 +
a
2

L −
a
2
L

,
dove a `e una costante reale arbitraria. Tuttavia, dall’andamento asintotico (11.37) si vede
che L rappresenta un’onda uscente radialmente, mentre L

rappresenta un’onda entrante
radialmente dall’infinito. La causalit`a impone allora la scelta a = 0, e la soluzione fisica
`e di nuovo unica.
Dispersione, fronti d’onda e singolarit`a. Riassumendo possiamo dire che in presenza
di un mezzo dispersivo, il potenziale scalare di una particella in moto rettilineo uniforme
`e dato da, vedi (11.45), (11.48) e (11.50),
A
0
(t, x) =
e
(2π)
2
v


−∞
e
−i
ω
v
(z −v t)
I(ω, r)
n
2
(ω)
dω, (11.51)
dove,
I(ω, r) =

K


1−v
2
n
2
(ω)
v
ω r

, per n(ω) <
1
v
,
L


v
2
n
2
(ω)−1
v
ω r

, per n(ω) >
1
v
.
(11.52)
In modo analogo si determina l’espressione per

A, usando la (11.46),

A(t, x) =
e u
z
(2π)
2


−∞
e
−i
ω
v
(z −v t)
I(ω, r) dω.
Per velocit`a piccole, ovvero, per v <
1
n(ω)
∀ ω, la (11.51) si riduce alla (11.14), che
costituisce un potenziale regolare per qualsiasi x = v t. Per un mezzo non dispersivo (n
costante), e v >
1
n
, la (11.51) si riduce invece alla (11.33), e si crea un fronte d’onda
singolare per z − vt = −r

v
2
n
2
−1. Illustriamo brevemente come questa singolarit`a
emerge dalla rappresentazione integrale (11.51). In questo caso si ha I = L per ogni ω, e
per grandi valori di ω la (11.37) fornisce l’andamento asintotico oscillante,
I(ω, r) ∼
1

[ω[
e
−i
ω r
v

v
2
n
2
−1
. (11.53)
330
Si vede allora che per z − vt = −r

v
2
n
2
−1, nella (11.51) per grandi ω i due fattori
oscillanti si compensano tra di loro, e l’integrale in ω diverge: sul fronte d’onda A
0
(t, x)
`e quindi infinito.
Viceversa, se v >
1
n(ω)
solo per un insieme limitato di frequenze – come succede in un
qualsiasi mezzo reale, vedi le (11.43) – allora per ω sufficientemente grande si ha I = K.
In questo caso l’andamento asintotico (11.53) `e sostituito da, vedi (11.22),
I(ω, r) ∼
1

[ω[
e

[ω[ r
v

1 −v
2
n
2
,
e l’integrale nella (11.51) converge allora per ogni x = v t. In un mezzo reale A
0
(t, x) `e
dunque una funzione regolare in tutto lo spazio, qualsiasi sia la velocit`a della particella, e
non compare nessun fronte d’onda singolare. Risultati identici si ottengono per

A(t, x).
Per quello che segue sar`a comunque sufficiente conoscere esplicitamente le funzioni
spettrali A
0
(ω), date in (11.48).
11.5 Perdita di energia ed emissione di fotoni
Stabilita la presenza di radiazione, in questa sezione quantifichiamo l’energia irradiata dal-
la particella durante il suo passaggio nel mezzo. Per il carattere stazionario del fenomeno
cercheremo l’energia emessa per unit`a di frequenza e per unit`a di spazio percorso,
d
2
ε
dz dω
.
Prima di passare alla valutazione esplicita di questa grandezza a partire dai campi derivati
nella sezione precedente, presentiamo una derivazione euristica.
11.5.1 Un argomento euristico
Partiamo dalla formula generale dell’analisi spettrale della radiazione emessa da una
particella in moto aperiodico (10.42),
d
2
ε
dω dΩ
=
e
2
ω
2
16 π
3

n


−∞
e
−i ω(t−ny)
v dt

2
. (11.54)
Ricordiamo che questa formula `e valida nel vuoto, con indice di rifrazione uguale a 1, e
per v < 1. Se la particella non `e accelerata risulta ovviamento
d
2
ε
dω dΩ
= 0.
331
L’espressione (11.54) si riferisce all’energia emessa nell’unit`a di frequenza, lungo tutta
la traiettoria. Se un moto `e illimitato e l’accelerazione ha una durata infinita, allora questa
grandezza in generale `e divergente. Per ottenere un valore finito – eventualmente nullo
– consideriamo l’energia emessa durante un tempo finito, diciamo tra gli istanti −T e T.
Per fare questo dobbiamo limitare l’integrale temporale che compare nella (11.54) tra gli
estremi −T e T. Per determinare l’energia media emessa nell’unit`a di tempo dobbiamo
successivamente dividere per 2T, e prendere il limite per T → ∞. Infine, dividendo il
risultato cos`ı ottenuto per v, otteniamo un’espressione per l’energia emessa nell’unit`a di
spazio percorso,
d
3
ε
dz dω dΩ
=
e
2
ω
2
16 π
3
v
lim
T→∞
1
2T

n

T
−T
e
−i ω(t−ny)
v dt

2
. (11.55)
Se v `e costante abbiamo y = v t, e svolgendo i calcoli si ottiene,
1
2T

n

T
−T
e
−i ω(t−ny)
v dt

2
= 2

v
2
−(n v)
2

sen
2
((1 −n v) ω T)
(1 −n v)
2
ω
2
T
. (11.56)
Per eseguire il limite per T →∞ `e sufficiente notare che si ha il limite in o
t
,
lim
T→∞
sen
2
(Tx)
Tx
2
= π δ(x),
limite che si verifica facilmente applicando ambo i membri a una funzione di test. Usando
questa relazione il limite della (11.56) diventa,
lim
T→∞
1
2T

n

T
−T
e
−i ω(t−ny)
v dt

2
= 2π

v
2
−(n v)
2

δ((1 −n v) ω)
=

ω

v
2
−1

δ (1 −n v) . (11.57)
Ripristinando la velocit`a della luce e introducendo l’angolo ϑ tra v e la direzione di
emissione n, la (11.55) diventa allora,
d
3
ε
dz dω dΩ
=
e
2
ω

2
v c

v
2
c
2
−1

δ

1 −
v
c
cosϑ

. (11.58)
Per v < c l’argomento della δ non si annulla per nessun valore di ϑ e quindi non si
ha emissione di energia, come conviene a una particella che si muove di moto rettilineo
uniforme nel vuoto.
332
Continuazione analitica. La formula appena scritta, valida nel vuoto, ammette una
continuazione analitica naturale quando si `e in presenza di un mezzo.
`
E, infatti, sufficiente
effettuare nella (11.58) le sostituzioni (11.6), per ottenere (n ≡ n(ω))
47
,
d
3
ε
dz dω dΩ
=
e
2
ω

2
v nc

v
2
n
2
c
2
−1

δ

1 −
v n
c
cosϑ

. (11.59)
Si vede che per v >
c
n
esiste ora un cono di direzioni di emissione, formanti con la velocit`a
della particella un’angolo ϑ determinato da,
cosϑ =
c
vn
,
angolo che coincide in effetti con l’angolo di Cerenkov (11.42). Grazie alla presenza della
δ `e immediato effettuare l’integrale sugli angoli della (11.59). Siccome abbiamo,

δ

1 −
v n
c
cosϑ

dΩ = 2π

1
−1
δ

1 −
v n
c
cosϑ

dcosϑ =
2π c
v n
H(v n −c),
si ottiene,
d
2
ε
dz dω
=
e
2
ω
4πc
2

1 −
c
2
v
2
n
2

, se v >
c
n
, (11.60)
e
d
2
ε
dz dω
= 0, se v <
c
n
. La formula (11.60) `e stata derivata da Frank e Tamm nel 1937, in
spiegazione dell’effetto Cerenkov. Torneremo al suo significato nel prossimo paragrafo.
11.5.2 La formula di Frank e Tamm
L’argomento del paragrafo precedente ha evidentemente carattere euristico e pu`o risultare
pi´ u o meno convincente; esso `e comunque interessante per via degli strumenti che abbiamo
utilizzato. In questo paragrafo daremo, invece, una derivazione della formula di Frank e
Tamm a partire dai “principi primi”, ovvero a partire dall’analisi asintotica dei campi,
svolta nella sezione precedente.
Consideriamo allora l’energia totale ∆ε che la particella emette attraverso un cilindro
coassiale con la traiettoria, di raggio r e lunghezza ∆z = z
2
−z
1
, durante l’intero percorso.
Dai risultati della sezione precedente sappiamo che i campi dipendono da t e z solo
attraverso la combinazione z −vt, vedi (11.51), e ∆ε `e quindi indipendente da z
1
e z
2
, e
dipende solo da ∆z. Risulta allora,
∆ε = (2πr ∆z)


−∞

E

B

u
r
dt = (2πr ∆z)


−∞

E

(ω)

B(ω)

u
r
dω,
47
Non si confonda l’indice di rifrazione n con il modulo del versore n, che vale 1.
333
dove abbiamo usato il teorema di Parseval. Come vedremo tra poco, frequenze positive
e negative contribuiscono in ugual maniera, e quindi l’energia emessa per unit`a di spazio
percorso e per unit`a di frequenza `e data da,
d
2
ε
dz dω
= 4πr

E

(ω)

B(ω)

u
r
. (11.61)
Per calcolare l’energia “emessa” dobbiamo prendere il limite per r →∞. Vediamo quindi
che per avere emissione di radiazione in simmetria cilindrica, a frequenza fissata i campi
devono decrescere all’infinito come
1

r
, come “onde cilindriche”.
La valutazione esplicita della (11.61) `e facilitata dai risultati della sezione precedente.
Per v <
1
n(ω)
i campi decadono esponenzialmente, vedi (11.28), e non c’`e emissione di
energia. Per v >
1
n(ω)
l’andamento del potenziale per grandi r `e stato determinato in
(11.40),
A
0
(ω) =
e
4πn
2

e
−iπ/4
(v
2
n
2
−1)
1/4

v ω r
e
−i
ω
v

z +

v
2
n
2
−1 r

. (11.62)
Il campi

E(ω) e

B(ω) si determinano facilmente eseguendo la trasformata di Fourier delle
definizioni (11.7), (11.8), e ricordando la (11.46),

E(ω) = −

∇A
0
(ω) −i ω

A(ω) = −

∇+ i ω n
2
v

A
0
(ω),

B(ω) =



A(ω) = −n
2
v

∇A
0
= n
2
v

E(ω).
`
E quindi sufficiente calcolare

E(ω), limitandosi ai termini di ordine
1

r
. Nella valutazione
di

∇A
0
`e sufficiente derivare l’esponenziale in (11.62), perch´e la derivata di
1

r
porta a
termini di ordine
1
r
3/2
. Si ottiene cos`ı,

∇A
0
(ω) = −
i ω
v

u
z
+

v
2
n
2
−1 u
r

A
0
(ω),

E(ω) =
i ω
v

v
2
n
2
−1

u
r


v
2
n
2
−1 u
z

A
0
(ω), (11.63)

B(ω) = i ω n
2

v
2
n
2
−1 A
0
(ω) u
ϕ
. (11.64)
Polarizzazione. Dalle espressioni di

E(ω) e

B(ω) vediamo in particolare che i vettori di
polarizzazione sono reali, a parte una fase overall. Concludiamo quindi che la radiazione
334
Cerenkov `e linearmente polarizzata, e che la polarizzazione di

E appartiene al piano
contenente la direzione della particella e la direzione di propagazione della radiazione –
in accordo con le osservazioni fatte da Cerenkov.
Infine, inserendo le (11.63), (11.64) nella (11.61) si ottiene,
d
2
ε
dz dω
=
4πr n
2
ω
2
v

n
2
v
2
−1

3/2
[A
0
(ω)[
2
.
Calcolando dalla (11.62),
[A
0
(ω)[
2
=

e
4πn
2

2
1
v ω r

v
2
n
2
−1
,
si ottiene il risultato di Frank e Tamm,
d
2
ε
dz dω
=
e
2
ω
4πc
2

1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)

, (11.65)
dove abbiamo ripristinato la velocit`a della luce e la dipendenza dell’indice di rifrazione da
ω. Per determinare l’energia totale emessa per unit`a di spazio percorso, occorre integrare
la (11.65) sulle frequenze,

dz
=
e
2
4πc
2

ω

1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)

dω,
dove per una velocit`a fissata l’integrale si estende su tutte le frequenze per cui v >
c
n(ω)
.
Siccome l’insieme di queste frequenze `e un insieme limitato, l’energia emessa `e sempre
finita.
Numero di fotoni emessi. Ricordando che radiazione di frequenza ω `e composta da
fotoni di energia ω, possiamo anche determinare il numero N di fotoni che viene emesso
per unit`a di spazio percorso, nell’intervallo unitario di frequenze. Dividendo la (11.65)
per l’energia di un fotone risulta,
d
2
N
dz dω
=
e
2
4πc
2

1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)

,
mentre il numero totale di fotoni emessi per unit`a di spazio percorso `e dato da,
dN
dz
=
α
c

1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)

dω, (11.66)
dove abbiamo introdotto la costante di struttura fine α =
e
2
4πc
=
1
137
. Anche questo
numero `e quindi finito.
335
A titolo di esempio stimiamo il numero di fotoni emessi nello spettro visibile, da una
particella che viaggia con velocit`a prossima a quella della luce in acqua pura. Siccome
nell’ottico l’acqua ha un indice di rifrazione praticamente costante, n(ω) =
4
3
, in questo
caso abbiamo,
1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)
= 1 −
9
16
=
7
16
.
Considerando λ
1
= 400nm e λ
2
= 800nm, e ω
1,2
= 2πc/λ
1,2
, la (11.66) d`a allora,
dN
dz
=
α
c

ω
1
ω
2

1 −
c
2
v
2
n
2
(ω)

dω =
7πα
8

1
λ
1

1
λ
2

≈ 250/cm. (11.67)
Mentre la particella percorre un centimetro in acqua, essa emette dunque circa 250 fotoni
con frequenze nello spettro visibile. Si noti che la (11.67) permette di dare la stima
qualitativa generale,
dN
dz

α
λ
=
1
137λ
,
che indica che su una distanza di 137 volte la lunghezza d’onda, la particella emette circa
un fotone.
11.6 Rivelatori Cerenkov
Un dispositivo sperimentale che si avvale dell’effetto Cerenkov per rivelare particelle ele-
mentari, viene chiamato “rivelatore Cerenkov”. In genere `e costituito da un contenitore
riempito da un mezzo trasparente – il cosiddetto radiatore – per esempio acqua purissima,
che funge da dielettrico polarizzabile. La luce provocata dal passaggio di una particella
carica con velocit`a elevata viene raccolta da fotorivelatori. Dall’angolo di emissione, e dal
numero di fotoni emessi in un intervallo di lunghezze d’onda, vedi (11.42) e (11.67), si
determina la velocit`a della particella. Siccome la radiazione viene emessa su coni concen-
trici, si pu`o risalire inoltre alla direzione del moto della particella. Bench´e le potenzialit`a
dell’effetto Cerenkov come base per un rivelatore fossero chiare sin dai primordi, `e solo
l’avvento dei fotomoltiplicatori, capaci di rivelare con un’alta efficienza ed una risposta
veloce anche piccole intensit`a di luce, che permise a John Valentine Jelley nel 1951 di
sviluppare il primo dispositivo impiegato in un esperimento.
Super–Kamionkande. In tempi recenti rivelatori Cerenkov sono stati impiegati nelle
ricerche sulla fisica dei neutrini, effettuate dagli esperimenti “Kamiokande” e “Super–
336
Kamiokande” nelle miniere di Kamioka in Giappone. I neutrini interagiscono debolmente
con la materia, ma `e possibile che un neutrino molto energetico interagisca con un atomo,
e trasferisca buona parte della sua energia ad una particella carica, tipicamente un elet-
trone o un muone, che irradia a sua volta luce Cerenkov. Super–Kamiokande si avvale di
un recipiente cilindrico di 40m di altezza e di diametro, contenente come radiatore 50.000
tonnellate di acqua purissima, la cui superficie `e disseminata di circa 11.000 fotomolti-
plicatori. Gli esperimenti di Kamioka hanno conseguito scoperte importanti nel campo
della fisica dei neutrini. Cos`ı nel 1987 Kamiokande rivel`o per la prima volta un flusso
di neutrini proveniente dall’esplosione di una supernova, nella Grande Nube di Magel-
lano, mentre nel 1988 osserv`o neutrini provenienti dal Sole. Nel 1998 gli esperimenti di
Super–Kamiokande hanno invece fornito la prima evidenza sperimentale dell’oscillazione
dei neutrini, fenomeno che `e possibile solo se i neutrini hanno una massa diversa da zero.
I rivelatori Cerenkov hanno giocato un ruolo altrettanto essenziale nella scoperta del-
l’antiprotone con il Bevatrone di Berkeley nel 1955, e in quella del quark charm nei
laboratori di Brookhaven nel 1974.
337
12 La reazione di radiazione
Riprendiamo le equazioni dell’Elettrodinamica per una particella singola,

µ
F
µν
= j
ν
, (12.1)
dp
µ
ds
= e F
µν
(y)u
ν
, (12.2)
con le definizioni consuete,
F
µν
= ∂
µ
A
ν
−∂
ν
A
µ
, j
µ
= e

u
µ
δ
4
(x −y) ds.
Dalle analisi svolte nei capitoli precedenti appare evidente che, escluso casi banali, questo
sistema di equazioni accoppiate non pu`o essere risolto analiticamente, e difatti finora ab-
biamo affrontato la sua soluzione adottando implicitamente un approccio “riduzionistico”.
Riassumiamolo brevemente.
Come primo passo abbiamo determinato la soluzione esatta dell’equazione di Maxwell
(12.1), assumendo nota la traiettoria y
µ
(s) della particella. Abbiamo trovato che il campo
elettromagnetico risultante `e dato dalla somma del campo di Lienard–Wiechert (6.99),
che d’ora in poi indicheremo con T
µν
, e di un arbitrario campo esterno libero F
µν
in
,
F
µν
= T
µν
+F
µν
in
. (12.3)
Se la particella si trovava in presenza di campi esterni noti, come i campi elettromagne-
tici negli acceleratori di particelle, oppure quello dell’onda piana che incide sull’elettrone
nell’effetto Thomson, abbiamo determinato preliminarmente la traiettoria della particella
risolvendo l’equazione di Lorentz (12.2), ponendo ivi F
µν
= F
µν
in
: cos`ı facendo abbiamo,
dunque, trascurato l’azione del campo di Lienard–Wiechert sulla particella stessa, ovvero,
abbiamo trascurato “l’autocampo”.
Avendo determinato la traiettoria della particella in questo modo, abbiamo calcolato
il campo da essa creato risolvendo la (12.1), e lo abbiamo poi valutato a grandi distanze
dalla stessa, per analizzare il quadrimomento trasportato dalla radiazione emessa. In al-
cuni casi siamo inoltre stati in grado di quantificare l’effetto dell’emissione di radiazione
sul moto della particella, invocando la conservazione del quadrimomento. Abbiamo visto
338
che in generale questo effetto `e costituito da una diminuzione dell’energia della particel-
la, e da una variazione della sua quantit` a di moto. Ricordiamo come esempi la forza di
reazione nella diffusione Thomson, la diminuzione della velocit`a di una particella carica
in un ciclotrone, e il collasso dell’atomo di idrogeno classico. Questo effetto secondario,
chiamato “reazione di radiazione”, “forza di frenamento” o anche “forza di autointera-
zione”, scaturisce dall’azione del campo elettromagnetico T
µν
(x) creato dalla particella,
sulla particella stessa. Per ragioni di localit`a questa azione pu`o avvenire solo nel punto
x = y(s) ≡ y dove la particella si trova, e quindi deve coinvolgere il valore del campo
T
µν
(y) in quel punto. Corrispondentemente, dalle (12.2) e (12.3) si vede che la forza di
frenamento `e rappresentata proprio dal termine,
e T
µν
(y) u
ν
. (12.4)
Tuttavia, come abbiamo anticipato varie volte, la grandezza T
µν
(y) – l’autocampo –
`e sempre infinita! Pi` u precisamente, per x → y(t) si ha che l’istante ritardato t
t
si
approssima a t, vedi (6.94), e segue che
48
,
R = [x −y(t
t
)[ ∼ [x −y(t)[ ≡ r.
Dalle (6.100)–(6.102) si vede allora che nelle vicinanze della traiettoria domina il campo
coulombiano, e che per x → y(t), ovvero, per x
µ
→ y
µ
, il campo di Lienard–Wiechert
(6.99) diverge come,
T
µν
(x) ∼
1
r
2
. (12.5)
Questa `e la ragione per cui abbiamo rinviato la trattazione sistematica della reazione di
radiazione fino a questo capitolo.
48
In realt`a, quando x → y(t), la distanza R = [x − y(t

)[ si identificata con la “distanza fisica”
r = [x − y(t)[, solo modulo una costante moltiplicativa. Risolvendo la condizione del ritardo (6.94) al
primo ordine in r, si trova infatti,
t

(t, x) = t −

v m+

1 −v
2
+ (v m)
2
1 −v
2

r +o(r
2
), m ≡
x −y(t)
r
.
Dato che R = [x −y(t

)[ = t −t

(t, x), si ottiene allora,
R =

v m+

1 −v
2
+ (v m)
2
1 −v
2

r +o(r
2
).
Vicino alla linea di universo R differisce quindi da r per una costante moltiplicativa, di origine relativistica,
che per`o non si annulla mai.
339
A parte la difficolt`a concettuale appena menzionata, appare chiaro che l’approccio
riduzionistico adottato finora non pu`o che avere validit` a limitata, perch´e il moto della
particella `e determinato non solo dalle forze esterne, ma anche dalla forza di frenamento,
e in generale queste due forze devono essere prese in considerazione contemporaneamen-
te. Nelle prossime sezioni affronteremo il problema della reazione di radiazione in modo
sistematico, a partire dai principi primi, cio`e, dalle equazioni (12.1) e (12.2).
Particelle puntiformi e divergenze ultraviolette. Le divergenze appena evidenziate si
riflettono anche nella definizione dell’energia totale del campo elettromagnetico, come
discusso nel caso della particella statica nel paragrafo 2.3.4. Nel caso generale, a causa
della (12.5), vicino alla particella il tensore energia–impulso del campo elettromagnetico
(2.69) diverge come,
T
µν
em

1
r
4
,
che rappresenta una singolarit`a non integrabile in R
3
. Per ogni t fissato gli integrali del
quadrimomento totale, P
µ
em
=

T

em
d
3
x, sono quindi divergenti. Questo problema verr`a
affrontato e risolto nel capitolo 13, dove faremo vedere come si pu`o costruire un nuovo
tensore energia–impulso, ben definito nello spazio delle distribuzioni, conservato e con
quadrimomento totale finito.
`
E chiaro che l’origine di entrambe le patologie qu`ı descritte – forza di frenamento
divergente, e energia del campo elettromagnetico infinita – risiede nella struttura punti-
forme della particella carica.
`
E infatti proprio la distribuzione puntiforme della carica
a dare luogo a un campo, che nelle immediate vicinanze della particella diverge come
1/r
2
. In teoria quantistica, a causa del principio di indeterminazione, l’analisi di regioni
molto piccole richiede energie molto elevate, ovvero, fotoni con frequenze molto grandi.
Per questo motivo divergenze che occorrono a piccole scale spaziali vengono comunemen-
te chiamate “divergenze ultraviolette“ – anche nell’ambito della fisica classica – mentre
divergenze che emergono a distanze grandi vengono chiamate “divergenze infrarosse”. Le
divergenze presenti nella forza di frenamento e nell’energia del campo elettromagnetico
corrispondono quindi a divergenze ultraviolette, perch´e si percepiscono a distanze molto
piccole dalla particella. D’altra parte una particella carica puntiforme non d`a luogo a nes-
suna singolarit`a infrarossa, perch`e all’infinito il campo decresce come 1/r
2
, e l’integrale
340
del quadrimomento

T

em
d
3
x converge quindi a grandi distanze
49
.
Viceversa, una particella con una distribuzione pi` u regolare di carica, per esempio
una distribuzione superficiale su una sfera rigida, creerebbe un campo elettromagnetico
ovunque privo di singolarit`a. Tuttavia, una tale distribuzione sarebbe in conflitto con i
principi della Relativit`a: il vincolo di rigidit`a richiederebbe forze interne a “distanza”,
che violerebbero la causalit`a, e la compensazione della repulsione elettrostatica della di-
stribuzione di carica, richiederebbe l’introduzione di nuove forze di legame, di origine non
elettromagnetica. Volendo preservare i postulati della Relativit`a e l’economia inerente alla
formulazione minimale dell’Elettrodinamica – che non prevede altre forze fuorch´e quelle
di origine elettromagnetica – preferiamo mantenere le particelle puntiformi, e modificare
invece l’equazione di Lorentz – sostituendola con l’equazione di Lorentz–Dirac (12.12).
12.1 Forze di frenamento: analisi preliminare
Prima di passare a un’analisi sistematica delle forze di frenamento facciamo qualche con-
siderazione di carattere generale. Ci sono, infatti, molti casi in cui localmente le forze di
frenamento possono essere trattate come una perturbazione, ed eventualmente trascura-
te. Con “localmente trascurabile” intendiamo il fatto che queste forze influenzano poco il
moto instantaneo della particella. Questo succede, per esempio, se le forze di frenamento
sono piccole rispetto alle forze esterne primarie, oppure se esse vengono compensate da
opportune forze esterne aggiuntive – come le cavit`a a radiofrequenza in un ciclotrone, o i
generatori di differenza di pontenziale che mantengono gli elettroni in un’antenna in stato
di oscillazione.
Forze di frenamento trascurabili. Analizziamo ora qualitativamente le condizioni fisi-
che in cui le forze di frenamento sono localmente trascurabili. Adottiamo il seguente
criterio: la reazione di radiazione pu`o essere trascurata, se l’energia ∆ε persa dalla par-
ticella a causa dell’irraggiamento durante un intervallo temporale, `e piccola rispetto al-
l’energia ∆ε
0
fornita dalla forza esterna nello stesso intervallo temporale. Applichiamo
il criterio nel limite non relativistico. Indichiamo con T la scala temporale caratteristi-
49
Per ogni t fissato, a grandi distanze T
µν
decresce come 1/r
2
, purch`e la particella sia accelerata per
un intervallo temporale finito. In caso contrario domina il campo di accelerazione, e T
µν
decresce come
1/r.
341
ca della forza esterna, ovvero, il tempo durante il quale la velocit`a della particella varia
apprezzabilmente, ∆v ∼ v. Se a `e l’accelerazione della particella abbiamo dunque,
∆v ∼ a T ∼ v.
Allora possiamo usare la formula di Larmor per stimare,
∆ε ∼
e
2
a
2

T,
mentre l’energia comunicata dalla forza esterna alla particella nel tempo T `e,
∆ε
0
= ∆

1
2
mv
2

∼ mv ∆v ∼ ma
2
T
2
.
Si ottiene allora,
∆ε
∆ε
0

e
2
3πm
1
T
.
La quantit`a,
τ =
e
2
6πmc
3
, (12.6)
corrisponde a un tempo molto piccolo, che `e legato al raggio classico della particella dalla
relazione τ =
2r
0
3c
. Per l’elettrone si ha, per esempio,
τ = 0.6 10
−23
s.
Abbiamo quindi,
∆ε
∆ε
0

τ
T
. (12.7)
Localmente la reazione di radiazione `e quindi trascurabile, fino a quando la scala tempo-
rale T sulla quale la forza esterna varia sensibilmente `e grande rispetto a τ. Al contrario,
la reazione di radiazione non pu`o essere trascurata, se la forza varia molto violentemente,
ovvero, se durante l’intervallo temporale piccolo τ essa subisce una variazione relati-
va apprezzabile. Torneremo sull’effetto di forze di questo tipo nel paragrafo 12.2.5, in
connessione con il fenomeno della “preaccelerazione”.
L’analisi appena svolta ha validit`a locale. Anche se le forze variano su scale tempo-
rali T τ, esse possono comunque dare luogo ad effetti cumulativi apprezzabili. Cos`ı
un elettrone in un ciclotrone non relativistico dopo un tempo sufficientemente grande si
342
arresta. D’altra parte, come abbiamo visto nel paragrafo 9.2.2, nel ciclotrone ultrarela-
tivistico l’irraggiamento ha effetti importanti anche localmente, e pu`o portare all’arresto
della particella in una frazione piccolissima di secondo. In questi casi la reazione di radia-
zione certamente non pu`o essere trascurata, e in certe situazioni essa pu`o diventare anche
dominante rispetto alla stessa forza esterna.
12.1.1 Un argomento euristico per l’equazione di Lorentz–Dirac
Tornando all’equazione di Lorentz (12.2) e sostituendo la soluzione generale dell’equazione
di Maxwell (12.3), si arriva a,
dp
µ
ds
= e T
µν
(y) u
ν
+e F
µν
in
(y) u
ν
. (12.8)
Per rendere operativa questa equazione dovremmo valutare esplicitamente la forza di fre-
namento (12.4) – divergente. La valutazione di questa forza `e in realt`a indispensabile, per
chiudere il sistema di equazioni che governano l’Elettrodinamica di una particella carica.
Sostituito al posto di T
µν
il campo di Lienard–Wiechert, la (12.8) corrisponderebbe ap-
punto a quattro equazioni del secondo ordine nelle incognite y
µ
(s), di cui tre indipendenti.
L’intero problema dinamico dell’Elettrodinamica sarebbe cos`ı ricondotto alla soluzione di
queste tre equazioni del secondo ordine: per quanto complicate esse siano, la legge oraria
y(t) della particella sarebbe completamente determinata dai dati iniziali y(0) e v(0). In
realt`a vedremo che, una volta eliminate le divergenze attraverso un’opportuna procedu-
ra di “rinormalizzazione”, in ultima analisi questa strategia non potr`a essere portata a
termine.
Prima di passare all’analisi esplicita della forza di frenamento (divergente), presentia-
mo un semplice argomento euristico per derivare una sua possibile espressione finita. A
questo scopo ricordiamo che il quadrimomento irradiato dalla particella al tempo proprio
s, e che raggiunge l’infinito, `e dato dalla formula relativistica di Larmor (9.8),
dP
µ
rad
ds
= −
e
2

w
2
u
µ
. (12.9)
Se il quadrimomento totale si deve conservare, allora ci dobbiamo aspettare che la parti-
cella ceda questa quantit`a di quadrimomento, subendo la forza di frenamento,
dp
µ
ds
=
e
2

w
2
u
µ
+ + e F
µν
in
(y) u
ν
, (12.10)
343
dove abbiamo indicato la presenza di eventuali termini addizionali. Infatti, indipenden-
temente dalla presenza o meno del campo esterno, il termine di Larmor non pu`o essere
l’unico termine presente al membro di destra di questa equazione. Per convincersi di
questo `e sufficiente contrarre l’equazione con u
µ
: il membro di sinistra si annulla allora,
perch`e u
µ
w
µ
= 0, mentre quello di destra resta diverso da zero. In realt`a abbiamo gi`a
anticipato la possibilit`a della presenza di termini addizionali, quando nel paragrafo 9.1.2
abbiamo discusso il significato della (12.9). L’analisi appena svolta dimostra che questi
contributi addizionali sono necessariamente presenti, e non `e difficile avanzare un’ipotesi
sulla loro forma.
`
E sufficiente notare l’identit` a,
u
µ
dw
µ
ds
= −w
2
, (12.11)
che si ottiene derivando rispetto a s la relazione u
µ
w
µ
= 0,
w
µ
w
µ
+ u
µ
dw
µ
ds
= 0.
Allora `e immediato vedere che un completamento dell’equazione (12.10) – consistente con
il vincolo u
µ
dp
µ
ds
= 0 – `e costituito dall’equazione di Lorentz–Dirac
50
,
dp
µ
ds
=
e
2

dw
µ
ds
+ w
2
u
µ

+ e F
µν
in
(y) u
ν
. (12.12)
Insistiamo sul fatto che questa equazione non potr`a essere dedotta dalla (12.8), perch´e
quest’ultima `e divergente.
La conclusione dell’analisi preliminare di questa sezione `e che non `e possibile derivare
un’equazione chiusa per la dinamica di una particella carica, a partire dalle equazioni di
Maxwell e di Lorentz: la teoria deve quindi necessariamente essere modificata. Dall’analisi
svolta si capisce anche che, volendo mantenere le equazioni di Maxwell – nella cui soluzione
tra l’altro non abbiamo incontrato nessuna inconsistenza – dovremo modificare l’equazione
di Lorentz.
12.2 L’equazione di Lorentz–Dirac
In questa sezione presenteremo una deduzione dell’equazione di Lorentz–Dirac, a partire
da un’equazione di Lorentz modificata, in particolare “regolarizzata”, e analizzeremo le
50
Lorentz dedusse la versione non relativistica di questa equazione nel 1904, mentre Dirac ottenne la
versione covariante (12.12) nel 1938.
344
sue propriet`a pi` u salienti. Per semplicit`a considereremo prima una particella singola,
presentando la generalizzazione al caso di N particelle alla fine della sezione.
Per l’equazione del moto per una particella carica consistente – in sostituzione dell’e-
quazione di Lorentz – poniamo le seguenti richieste minimali, di ovvio significato:
1) Invarianza relativistica.
2) Assenza di termini divergenti nell’equazione.
3) Consistenza dell’equazione con l’identit` a u
µ
dp
µ
ds
= 0.
4) Compatibilit`a con la conservazione del quadrimomento totale.
In seguito ci occuperemo delle richieste 1) – 3), mentre la richiesta 4), non meno
importante delle altre, verr`a affrontata nel capitolo 13.
Incominciamo riprendendo l’espressione per il campo di Lienard–Wiechert (6.99),
T
µν
(x) =
e
4π(uL)
3

L
µ
u
ν
+ L
µ
[(uL) w
ν
−(wL) u
ν
] −(µ ↔ν)

. (12.13)
Ricordiamo che,
L
µ
(x) = x
µ
−y
µ
(λ), (12.14)
e che le variabili cinematiche della particella, y(λ), u(λ), e w(λ), sono valutate al tempo
ritardato proprio λ(x), definito da,
(x −y(λ))
2
= 0, x
0
> y
0
(λ). (12.15)
Regolarizzazione e rinormalizzazione. La nostra strategia per ottenere un’equazione di
Lorentz “finita”, a partire dall’equazione di Lorentz singolare (12.8), segue una procedura
che viene applicata comunemente nelle teorie di campo quantistiche relativistiche, per
curare le divergenze ultraviolette. Questa procedura prevede due passaggi, il primo `e
costituito da una “regolarizzazione”, e il secondo da una “rinormalizzazione”. Vediamo
come essa si attua in concreto.
Come primo passo si introduce un regolarizzatore ε > 0, che nel presente caso avr`a le
dimensioni di una lunghezza. Si introduce poi un campo di Lienard–Wiechert regolariz-
zato,
T
µν
(x) →T
µν
ε
(x), (12.16)
soggetto al limite puntuale,
lim
ε→0
T
µν
ε
(x) = T
µν
(x),
345
con la richiesta che esso sia regolare sulla traiettoria. Richiediamo, cio`e, che la grandezza,
T
µν
ε
(y(s)),
sia finita per ogni ε > 0, e per ogni s. Come secondo ingrediente della procedura sosti-
tuiamo la massa m della particella con il parametro m
ε
, la cui forma verr`a specificata in
seguito
51
. Non necessariamente dovr` a essere, e non sar`a, lim
ε→0
m
ε
= m.
La nostra proposta per la nuova equazione di Lorentz, in sostituzione della (12.8), `e
allora,
lim
ε→0
¸
m
ε
du
µ
ds
−e T
µν
ε
(y) u
ν
−e F
µν
in
(y) u
ν

= 0, (12.17)
purch´e si riesca a trovare un parametro m
ε
, che elimini dall’equazione eventuali termini
divergenti per ε → 0. Si noti che quest’ultima condizione `e molto restrittiva, perch´e per
qualsiasi scelta di m
ε
si riescono ad eliminare solo termini divergenti che sono proporzionali
a w
µ
=
du
µ
ds
. Questo passaggio finale viene chiamato “rinormalizzazione”.
Formulata in questo modo, se un tale m
ε
esiste la nostra proposta soddisfa automatica-
mente le richieste 2) e 3). La richiesta 3) `e soddisfatta semplicemente perch´e nella (12.17)
u
ν
moltiplica sempre un tensore antisimmetrico. La richiesta 1) sar`a, invece, soddisfatta
se la regolarizzazione (12.16) preserva l’invarianza di Lorentz. Con ci`o intendiamo che
il campo T
µν
ε
(x) si trasforma come un campo tensoriale sotto trasformazioni di Lorentz,
per ogni ε > 0.
12.2.1 Derivazione dell’equazione
Implementeremo ora questo programma, scegliendo una specifica regolarizzazione che
preserva l’invarianza di Lorentz.
Una regolarizzazione Lorentz–invariante. Introduciamo un campo di Lienard–Wiechert
regolarizzato mantenendo formalmente l’espressione (12.13), ma sostituendo la funzione
λ(x) di (12.15), con l’espressione regolarizzata λ
ε
(x), definita da,
(x −y(λ
ε
))
2
= ε
2
, x
0
> y
0

ε
). (12.18)
51
A priori si potrebbe anche introdurre una carica regolarizzata e
ε
, ma nel caso in questione non `e
necessario.
346
Definiamo, cio`e
52
,
T
µν
ε
= T
µν

λ→λ
ε
. (12.19)
Questa regolarizzazione preserva l’invarianza di Lorentz, perch´e le condizioni (12.18) sono
Lorentz–invarianti. Si ricordi, in particolare, che il cono luce futuro `e Lorentz–invariante.
`
E anche immediato vedere che T
µν
ε
(y), dove sottintendiamo y
µ
≡ y
µ
(s), `e ben definito
per ogni ε > 0. Infatti, valutando la (12.18) per x
µ
= y
µ
(s) abbiamo,
(y(s) −y(λ
ε
))
2
= ε
2
,
che pone, al posto della soluzione λ = s del caso non regolarizzato,
λ
ε
= s −ε + o(ε
2
).
Si ottiene cos`ı,
L
µ
ε
(y(s)) = y
µ
(s) −y
µ

ε
) = ε u
µ
(s) + o(ε
2
) ⇒ (uL)
ε
= ε + o(ε
2
) = 0.
Il prefattore
1
[(uL)
ε
]
3
della versione regolarizzata di (12.13) `e quindi finito lungo tutta la
traiettoria, e l’autocampo T
µν
ε
(y) `e allora ben definito per ogni ε > 0 e per ogni s.
La regolarizzazione (12.19) ha l’ulteriore pregio di preservare la struttura causale del
campo non regolarizzato. Dalla (12.18) si vede infatti che T
µν
ε
(x) dipende dalle variabili
cinematiche y, u e w della particella nel punto y(λ
ε
), che `e connesso a x attraverso un
segnale causale futuro, segnale che per ε > 0 si propaga con velocit`a strettamente minore
della velocit`a della luce. Inoltre, non `e difficile dimostrare che vale λ
ε
(x) < λ(x), per ogni
ε > 0. In questo modo il campo regolarizzato T
µν
ε
(x) dipende dalle variabili cinematiche
della particella a un istante ritardato precedente all’istante ritardato fisico t
t
(x), ma non
dalle variabili cinematiche ad istanti successivi a t
t
(x).
52
Non `e difficile convincersi che questa regolarizzazione equivale a tutti gli effetti a sostituire la funzione
di Green ritardata G, con la funzione di Green regolarizzata, ma ancora Lorentz invariante, G
ε
, data da,
G =
1

H(x
0
)δ(x
2
) ⇒ G
ε
=
1

H(x
0
)δ(x
2
−ε
2
).
Definendo /
µ
ε
= G
ε
∗ j
µ
, `e infatti immediato dimostrare che vale,
T
µν
ε
= ∂
µ
/
ν
ε
−∂
ν
/
µ
ε
.
347
Il campo regolarizzato del moto rettilineo uniforeme. Prima di applicare questa rego-
larizzazione a un moto generico, la illustriamo nel caso di una particella in moto rettilineo
uniforme, con linea di universo,
y
µ
(s) = u
µ
s, w
µ
(s) = 0.
In questo caso possiamo determinare il campo di Lienard–Wiechert regolarizzato esatta-
mente. Come primo passo determiniamo λ
ε
(x), risolvendo il vincolo (12.18),
(x −uλ)
2
= ε
2
⇒ λ
ε
(x) = (ux) −

(ux)
2
−x
2
+ ε
2
.
Secondo la (12.19) dobbiamo allora valutare la (12.13), sostituendo λ(x) → λ
ε
(x). Ab-
biamo,
L
µ
ε
= x
µ
−u
µ
λ
ε
(x) ⇒ (uL)
ε
= (ux) −λ
ε
(x) =

(ux)
2
−x
2
+ ε
2
.
Siccome w
µ
= 0, la (12.13) d`a allora,
T
µν
ε
(x) =
e

x
µ
u
ν
−x
ν
u
µ
[(ux)
2
−x
2

2
)]
3/2
, (12.20)
espressione manifestamente Lorentz–invariante. Per ε → 0 si riottiene evidentemente il
campo creato da una particella in moto rettilineo uniforme, vedi (6.66). Ma il campo
(12.20) `e ora ben definito anche sulla traiettora della particella, cio`e, per x
µ
= y
µ
(s) =
u
µ
s. Il denominatore si riduce infatti a 4πε
3
, mentre il numeratore va a zero, e quindi,
T
µν
ε
(y) = 0.
Anche il limite lim
ε→0
T
µν
ε
(y) `e allora nullo. Questo significa che una particella che si
muove di moto rettilineo uniforme, quindi con F
µν
in
= 0, non esercita nessuna autointe-
razione. Questo risultato `e evidentemente in accordo con il fatto che una particella che
non `e accelerata non emette radiazione. Dall’analisi appena svolta traiamo anche un’al-
tra conclusione importante: per un moto arbitrario il limite (divergente) lim
ε→0
T
µν
ε
(y)
deve necessariamente dipendere dalla quadriaccelerazione w
µ
e/o eventualmente dalle sue
derivate, perch´e per un moto rettilineo uniforme esso `e zero.
Rinormalizzazione della massa. Torniamo ora al caso generale. Per analizzare il limite
in (12.17) dobbiamo determinare l’andamento dell’autocampo T
µν
ε
(y), nel limite per ε →
348
0. Nel paragrafo 12.2.2 faremo vedere che per un moto generale questo limite non esiste,
e che T
µν
ε
(y) ammette invece lo sviluppo in serie di Laurent attorno a ε = 0,
T
µν
ε
(y) =
e
8πε
(u
µ
w
ν
−u
ν
w
µ
) −
e

u
µ
dw
ν
ds
−u
ν
dw
µ
ds

+ o(ε). (12.21)
Utilizzando questo risultato `e facile valutare la forza di frenamento regolarizzata, che
compare in (12.17). Usando l’identit`a (12.11) si ottiene,
e T
µν
ε
(y) u
ν
=
e
2

dw
µ
ds
+ w
2
u
µ


e
2
8πε
w
µ
+ o(ε).
Come si vede, la forza di frenamento contiene un termine divergente per ε → 0, che `e
per`o proporzionale a
du
µ
ds
. Grazie a questa circostanza, a meno di termini di ordine ε la
(12.17) si scrive dunque,

m
ε
+
e
2
8πε

du
µ
ds
=
e
2

dw
µ
ds
+ w
2
u
µ

+ e F
µν
in
u
ν
. (12.22)
Il termine divergente pu`o allora essere eliminato se si sceglie per la massa regolarizzata il
valore, tendente a −∞,
m
ε
= m−
e
2
8πε
,
dove identifichiamo m con la massa fisica finita della particella. Questa ridefinizione
(infinita) della massa della particella rappresenta la “rinormalizzazione”. Dopo questa
operazione la (12.22) si riduce in effetti all’equazione di Dirac–Lorentz (12.12). Questa
equazione pu`o essere scritta anche come,
w
µ
= τ

dw
µ
ds
+ w
2
u
µ

+
e
m
F
µν
in
u
ν
, (12.23)
dove il parametro τ, con le dimensioni di un tempo, `e lo stesso che compare nella (12.6),
τ =
e
2
6πmc
3
. Si vede che questo tempo `e massimo per la particella carica pi` u leggera,
ovvero, per l’elettrone.
Equazioni di Lorentz–Dirac per un sistema di N particelle.
`
E immediato generalizza-
re l’equazione (12.12) a un sistema di N particelle cariche. In questo caso nell’equazione
della particella r–esima bisogna tenere conto anche dei campi di Lienard–Wiechert T
µν
s
,
creati dalle altre particelle. Si ottiene cos`ı,
dp
µ
r
ds
r
=
e
2
r

dw
µ
r
ds
r
+ w
2
r
u
µ
r

+e
r
F
µν
r
(y
r
) u

, (12.24)
349
dove il “campo esterno” agente sulla particella r–esima `e dato da,
F
µν
r
= F
µν
in
+
¸
s,=r
T
µν
s
. (12.25)
`
E chiaro che il campo F
µν
r
(x) non presenta nessuna singolarit`a in x = y
r
.
Analizzeremo le caratteristiche principali dell’equazione di Lorentz–Dirac nel paragrafo
12.2.3.
12.2.2 Determinazione dell’autocampo regolarizzato
In questo paragrafo dimostriamo la formula (12.21). La valutazione di T
µν
ε
(y(s)) richiede
intanto di determinare per ogni s fissato il parametro λ
ε
, tale che, vedi (12.18),
(y(s) −y(λ
ε
))
2
= ε
2
. (12.26)
Siccome per ε →0 abbiamo che λ
ε
→s, `e conveniente porre,
λ
ε
= s −∆, (12.27)
dove ∆ `e un parametro positivo che per ε →0 va a zero. Pi` u precisamente, inserendo la
(12.27) nella (12.26) e sviluppando in serie si ottiene,
¸
y(s) −

y(s) −∆u(s) +
1
2

2
w(s)

+o(∆
3
)

2
= ∆
2
+ o(∆
4
) = ε
2
,
e quindi,
∆ = ε +o(ε
3
). (12.28)
Invece di analizzare il limite di T
µν
ε
(y(s)) per ε → 0, possiamo allora usare la (12.27) e
analizzarne il limite per ∆ →0. Per quello che segue sar`a sufficiente sapere che ∆ ugaglia
ε, modulo termini cubici.
In definitiva si tratta quindi di sviluppare l’espressione,
T
µν
ε
(y(s)) =
e

¸
1
(uL)
3

L
µ
u
ν
+ L
µ
L
γ
[u
γ
w
ν
−w
γ
u
ν
] −(µ ↔ν)

λ=s−∆
, (12.29)
in serie di Laurant attorno a ∆ = 0, dove in questa formula `e sottointeso che,
L
µ
= y
µ
(s) −y
µ
(λ).
350
Siccome nella (12.29) a denominatore compare il termine (uL)
3
, ed L
µ
`e di ordine ∆,
`e necessario espandere il numeratore fino al terzo ordine in ∆. Definendo u
µ
≡ u
µ
(s),
w
µ
≡ w
µ
(s) e
dw
µ
ds

dw
µ
ds
(s) otteniamo gli sviluppi,
L
µ
= y
µ
(s) −y
µ
(λ) = ∆u
µ

1
2

2
w
µ
+
1
6

3
dw
µ
ds
+ o(∆
4
),
u
µ
(λ) = u
µ
−∆w
µ
+
1
2

2
dw
µ
ds
+o(∆
3
),
w
µ
(λ) = w
µ
−∆
dw
µ
ds
+ o(∆
2
),
usando i quali `e facile espandere i vari termini che compaiono nella (12.29) fino all’ordine
desiderato,
(uL) = u
µ
(λ)L
µ
= ∆ + o(∆
3
),
L
µ
u
ν
(λ) −L
ν
u
µ
(λ) = −
1
2

2
(u
µ
w
ν
−u
ν
w
µ
) +
1
3

3

u
µ
dw
ν
ds
−u
ν
dw
µ
ds

,
[u
γ
w
ν
−w
γ
u
ν
] (λ) = u
γ
w
ν
−u
ν
w
γ
−∆

u
γ
dw
ν
ds
−u
ν
dw
γ
ds

,
L
µ
L
γ
[u
γ
w
ν
−w
γ
u
ν
] (λ) −(µ ↔ν) = ∆
2
(u
µ
w
ν
−u
ν
w
µ
) −∆
3

u
µ
dw
ν
ds
−u
ν
dw
µ
ds

.
Inserendo queste espressioni nella (12.29) si ottiene in definitiva,
T
µν
ε
(y(s)) =
e
8π∆
(u
µ
w
ν
−u
ν
w
µ
) −
e

u
µ
dw
ν
ds
−u
ν
dw
µ
ds

+ o(∆), (12.30)
dove, data la (12.28), ∆ pu`o essere sostituito di nuovo con ε. Il risultato `e quindi la
(12.21).
12.2.3 Caratteristiche dell’equazione di Lorentz–Dirac
Il ruolo dell’equazione. Insistiamo sul fatto che l’equazione di Lorentz–Dirac non `e stata
“dedotta” dalle equazioni dell’Elettrodinamica, ma che ne abbiamo data una deduzione
euristica: in ultima analisi essa deve venire postulata. La sua giustificazione ultima di-
scende, invece, dal fatto che, come spiegheremo nel capitolo 13, essa viene imposta dalla
conservazione del quadrimomento totale del sistema particelle + campi. Non per niente
Dirac bas`o la sua deduzione dell’equazione su argomenti di conservazione.
Finora abbiamo determinato il moto di una particella carica, tenendo conto solo della
forza esterna e/o della forza di interazione con le altre particelle cariche, vedi il termine
351
F
µν
r
(y
r
) nella (12.24). In base al moto cos`ı derivato abbiamo determinato la radiazione
emessa e, infine, tramite la formula di Larmor abbiamo analizzato gli effetti della forza
di frenamento, trattandola come una perturbazione. Questa procedura approssimata
deve essere ora sostituita, in linea di principio, dalla soluzione del sistema di equazioni
accoppiate dato in (12.24) – autointerazioni comprese.
Forza di frenamento e termine di Schott. Il vettore,
Γ
µ
=
e
2

dw
µ
ds
+w
2
u
µ

, (12.31)
in (12.12) rappresenta la quadriforza di frenamento, ed `e composto da due termini. Il
secondo termine `e il termine di Larmor, la cui presenza `e stata ipotizzata in sezione
12.1, sfruttando la conservazione del quadrimomento. Il primo termine, detto “termine
dell’energia di Schott”, `e invece necessario per assicurare la consistenza della forza di
frenamento con l’identit` a u
µ
(dp
µ
/ds) = 0, cio`e, la nostra richiesta 3). Ricordiamo, infatti,
che la (12.11) assicura che vale identicamente,
u
µ
Γ
µ
= 0.
Bilancio del quadrimomento. Abbiamo appena visto che il termine di Schott non ori-
gina da una legge di conservazione, ma da una richiesta di consistenza algebrica. Cor-
rispondentemente facciamo notare che questo termine non contribuisce al bilancio del
quadrimomento totale, 1) in un processo di scattering, per cui w
µ
→0 per s →±∞ e, 2)
durante un moto quasi–periodico. In entrambi i casi si ha, infatti,
∆P
µ
Schott
=
e
2

f
i
dw
µ
ds
ds =
e
2

w
µ
f
−w
µ
i

= 0.
La variazione totale del quadrimomento della particella `e quindi dovuta soltanto al termine
di Larmor – come supposto in tutte le nostre analisi precedenti – e evidentemente al campo
esterno F
µν
in
, ovverosia, in presenza di pi` u particelle, a F
µν
r
.
Conflitto con il determinismo e condizioni supplementari. Pur non contribuendo al bi-
lancio del quadrimomento totale, il termine di Schott ha effetti locali sul moto della parti-
cella, che in generale non possono essere trascurati. Per di pi` u questo termine `e in conflitto
con il determinismo newtoniano, perch´e contiene la derivata terza delle coordinate y(t)
352
rispetto al tempo: dunque il moto non `e pi` u univocamente determinato, note y(0) e v(0).
Date queste condizioni iniziali sarebbero, infatti, possibili infiniti moti diversi, a seconda
dell’accelerazione iniziale a(0). Questa circostanza, oltre a essere in contrasto con l’os-
servazione, svuoterebbe l’equazione del moto del suo potere predittivo. Concludiamo,
quindi, che non tutte le soluzioni dell’equazione di Lorentz–Dirac possono corrispondere a
moti realizzati in natura, ed occorre allora imporre opportune condizioni supplementari,
atte a selezionare i moti fisicamente ammessi, senza inficiare l’invarianza di Lorentz.
Se supponiamo che i campi esterni vanno a zero all’infinito spaziale con sufficiente
rapiditi`a, allora esistono delle condizioni supplementari che si offrono in modo naturale.
Se all’infinito i campi svaniscono `e, infatti, naturale aspettarsi che per tempi grandi l’ac-
celerazione tenda a zero, e che la velocit`a tenda a un valore limite, diverso dalla velocit`a
della luce. Imponiamo dunque le seguenti condizioni supplementari
53
,
lim
s→+∞
w
µ
(s) = 0, lim
s→+∞
u
µ
(s) = u
µ

. (12.32)
Non imponiamo condizioni analoghe per s → −∞, per un motivo che sar`a chiaro tra
poco. Si noti che nel linguaggio tridimensionale queste condizioni equivalgono a,
lim
t→+∞
a(t) = 0, lim
t→+∞
v(t) = v

, [v

[ < 1. (12.33)
Sotto opportune condizioni di regolarit`a, la richiesta dell’annullamento asintotico del-
l’accelerazione implica la costanza asintotica della velocit`a, sicch´e la seconda condizione
in (12.32) risulta ridondante. Esploreremo le conseguenze fisiche di queste condizioni
supplementari nelle soluzioni esplicite dei prossimi paragrafi.
Un determinismo alternativo del terzo ordine? Una strategia alternativa all’imposizio-
ne delle (12.32) – pi` u pragmatica e “sperimentale”, ma anche pi` u rinunciataria – potrebbe
essere la seguente. Supponiamo di misurare all’istante iniziale non solo posizione e velo-
cit`a, ma anche l’accelerezione della particella. Con questi tre dati iniziali l’equazione di
Lorentz–Dirac determinerebbe il moto della particella allora univocamente, e si potrebbe
cos`ı predire la sua posizione ad ogni istante successivo. Oltre a essere in conflitto con il
53
Difatti queste condizioni sono soddisfatte anche per i “moti limitati”. In un acceleratore, per esempio,
una particella non pu`o essere alimentata da un campo elettrico per un tempo infinito, e irraggiando perde
quindi energia fino a quando non raggiunge una velocit`a nulla o costante.
353
determinismo newtoniano, questo determinismo “del terzo ordine” fallisce, tuttavia, per
motivi sperimentali. Illustriamolo nell’esempio della particella libera. Per accertare se
essa si muove di moto rettilineo unifome, l’osservatore misura la velocit`a della particella
in vari istanti, ma alla fine potr`a solo fornire un valore massimo, seppur molto piccolo,
per l’accelerazione. Tuttavia, dalla soluzione generale dell’equazione di Lorentz–Dirac
per la particella libera, vedi (12.40), si vede che per una qualsiasi accelerazione iniziale
diversa da zero, la particella accelera violentemente, e la sua velocit`a tende a quella della
luce. L’osservatore concluderebbe, quindi, che teoria ed esperimento sono in disaccordo.
L’unico modo per verificare la teoria consisterebbe nell’eseguire misure con errori nulli,
ottenendo per l’accelerazione il valore zero, ma questo non `e possibile.
L’equazione di Lorentz–Dirac e il principio variazionale. Una volta sostituita l’equa-
zione di Lorentz – che sappiamo discendere attraverso il principio variazionale dall’azione
(4.7) – con l’equazione di Lorentz–Dirac, resta la domanda se anche quest’ultima possa
essere dedotta da un’opportuna azione. La questione `e rilevante in quanto l’esistenza di
un’azione assicurerebbe, grazie al teorema di Noether, l’esistenza di un tensore energia–
impulso conservato e simmetrico. Il fatto che non esiste nessuna azione canonica da cui
l’equazione di Lorentz–Dirac possa essere dedotta – il motivo essendo essenzialmente la
comparsa della derivata terza delle coordinate – mette cos`ı in dubbio la conservazione del
quadrimomento e del momento angolare totali in Elettrodinamica classica. Per illustrare il
problema consideriamo una particella singola in un campo esterno F
µν
in
= ∂
µ
A
ν
in
−∂
ν
A
ν
in
,
nel qual caso si tratterebbe di trovare un’azione che riproduce l’equazione (12.12). In
assenza della forza di frenamento l’azione sarebbe data dalla (4.7). D’altra parte, per
riprodurre la forza di frenamento (12.31), che contiene un termine lineare nella deri-
vata terza delle y
µ
, nell’azione devono comparire termini quadratici nelle y
µ
, con com-
plessivamente tre derivate. Imponendo anche l’invarianza relativistica e l’invarianza per
riparametrizzazione della linea d’universo, la forma pi` u generale dell’azione sarebbe allora,
I = −m

ds −e

A
µ
in
dy
µ
+ e
2

a
dy
µ
ds
d
2
y
µ
ds
2
+b y
µ
d
3
y
µ
ds
3

ds, (12.34)
dove a e b sono costanti adimensionali. A questo punto notiamo, per`o, che il primo termine
nella parentesi uguaglia a u
µ
w
µ
, che `e zero identicamente, mentre il secondo termine pu`o
354
essere ricondotto al primo attraverso un’integrazione per parti,
y
µ
d
3
y
µ
ds
3
=
d
ds
(y
µ
w
µ
) −
dy
µ
ds
d
2
y
µ
ds
2
=
d
ds
(y
µ
w
µ
) .
Nell’azione questo termine d`a quindi luogo a un termine al bordo, che non contribuisce
alle equazioni del moto. L’azione (12.34) fornisce dunque l’equazione del moto dp
µ
/ds =
eF
µν
in
u
ν
, e non l’equazione di Lorentz–Dirac.
L’assenza di un’azione da cui l’equazione di Lorentz–Dirac possa essere dedotta com-
porta, in particolare, che un eventuale tensore energia–impulso conservato debba essere
costruito “a mano”, problema che verr` a affrontato nel capitolo 13.
12.2.4 La particella carica libera: soluzione esatta
In alcuni casi semplici l’equazione di Lorentz–Dirac pu`o essere risolta esattamente, un
esempio essendo quello della particella libera. In questo caso si tratta di risolvere la
(12.23) con F
µν
in
= 0,
w
µ
= τ

dw
µ
ds
+ w
2
u
µ

. (12.35)
Limite non relativistico e soluzioni “runaway”. Prima di affrontare la soluzione ge-
nerale di questa equazione, la risolviamo nel limite non relativistico. Per fare questo
dobbiamo sviluppare la (12.35) in serie di potenze di 1/c, ed arrestarci all’ordine pi` u bas-
so.
`
E sufficiente considerare le tre equazioni funzionalmente indipendenti, ovvero, quelle
spaziali, che possono essere scritte come,
w =
τ

1 −v
2

d w
dt
+ w
2
v

, (12.36)
dove,
w =
1