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(Aggiornamento al 20 luglio 1993

)

ITERPRETAZIOI E USI POLITICI DELLA
RESISTEZA ITALIAA
EL DIBATTITO DEI PRIMI AI '90
citare come: V. Ilari, "Das Ende eines Mythos. Interpretationen und politische Praxis des italienischen
Widerstands in der Debatte der frühen neunzinger Jahre", in Peter Bettelheim und Robert Streibl (HG.),
Tabu und Geschichte. Zur Kultur des kollektiven Erinners, Picus Verlag, Wien, 1994, pp. 129-174).

di Virgilio Ilari

“La riduzione a “pupi”, dei quali è ri-
gidamente previsto ogni gesto e ogni bat-
tuta, tanto da suscitare, al cospetto di
grandi e remote epopee, l’impazienza del
pubblico, ansioso della rasserenante con
clusione, è l’esito estremo, e caricatu-
rale, di ogni storia divenuta ‘sacra’."

(Luciano Canfora, La sentenza, 1985)

1. Le formule di Claudio Pavone: la Resistenza come "guerra civile" e intreccio
di "tre guerre"

La celebre classificazione dei tre “tipi” di storiografia che compare nella seconda
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Unzeitgemass , sembra bene attagliarsi alla storiografia sulla Resistenza italiana: si può
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infatti sostenere che la Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (1953 ) e
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Una guerra civile di Claudio Pavone (1991) segnano rispettivamente la prima
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consacrazione della fase “monumentale” intesa come superamento della memorialistica ,
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e il culmine della fase “critica”, esplicitamente ispirata all’“esempio” di Henri Michel .
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Una fase peraltro aperta nel 1977 da Sergio Cotta con Quale Resistenza? : “una proposta
di interpretazione per trarla fuori dal mito in cui rimane tenacemente involta”, oggetto,
anche da parte di Pavone, di un perdurante ostracismo “di sinistra” che rende involontario
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omaggio alla sua importanza ermeneutica . Fra queste due opere si colloca poi la fioritura
“antiquaria”, promossa dall'Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione
in Italia (MLI) e dalla rete dei circa 60 istituti regionali e locali.
Prevalgono nel libro di Pavone gli elementi di continuità con la storiografia
precedente: l’autore riconosce del resto il proprio debito nei confronti del libro di
Battaglia, definito “pionieristico”, e della successiva fioritura “antiquaria”, cui lo stesso
Pavone ha dato contributi fondamentali, e che considera l'indispensabile “retroterra” della
propria opera. Eppure l’interpretazione di Pavone contraddice quella dominante in due
punti essenziali, riconoscendo nella Resistenza italiana sia il carattere “anche” di vera
“guerra civile” tra fascisti e antifascisti, sia l'intreccio di “tre guerre” diverse, “patriottica,
civile e di classe”. In questo modo, pur respingendone le inferenze etico-politiche,
Pavone rivaluta almeno in parte i punti qualificanti delle interpretazioni minoritarie ed
“eterodosse”. Infatti la formula della “guerra civile” corrisponde sia alla visione
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filo-fascista (implicando il riconoscimento di una relativa “rappresentatività” della RSI) ,
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sia a quella “azionista” (implicando il primato morale e politico dell'antifascismo storico
e della guerra combattuta al Nord sugli altri protagonisti e sugli altri fronti della guerra di
Liberazione). La formula delle “tre guerre” rivaluta invece, almeno in parte, le opposte
interpretazioni, rivoluzionaria e anticomunista, della Resistenza come prodromo di una
successiva “guerra civile virtuale” fra le diverse componenti della Resistenza, che
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negavano significato strategico e permanente alla collaborazione “ciellenista” basata sul
“patto di unità antifascista”.
Ovviamente Una guerra civile, malgrado il titolo possa richiamare
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apparentemente quello del libro pubblicato da Ernst Nolte nel 1988 , non rientra affatto
nella tendenza al “revisionismo” storiografico, che del resto in Italia ha riguardato finora
più il fascismo regime che la RSI e la stessa Resistenza. Come ha rilevato Otto
Kallscheuer, il capitolo italiano del più generale dibattito che si è avuto in Europa sulla
“demitizzazione” della Resistenza appare concentrato esclusivamente sulla sua valenza
politica interna, come fondamento della “Repubblica dei partiti” ora messa in questione
dalla cosiddetta “rivoluzione italiana”. In una prospettiva non italiana, e in particolare
tedesca, può apparire sorprendente (e, ad essere giusti, quasi irritante) che in Italia si sia
tranquillamente ignorata la questione posta da Tony Judt nella sua “provokative Aufsatz
über ‘Mythos, Gedaechtnis und nationale Identität im 0achkriegseuropa’”, e cioè la
rottura delle “offiziellen Versionen der nationale 0achkriegsgeschichte, ihr
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‘Gründungsmythos’ vom nationalen Befreiiungskampf gegen die Deutschen” . La
questione del “nemico” nazionale, del rapporto con la Germania, è stata in Italia del tutto
disgiunta dalla questione della Resistenza e del suo rapporto con l’identità nazionale.
Dissimulate entrambe dietro una sempre più stanca e sterile riproposizione rituale della
polemica antinazista e antifascista, segnalando anche a questo proposito
quell’esaurimento della cultura storico-politica nazionale che costituisce uno dei sintomi
della crisi italiana di fine secolo.
Certo la formula della “guerra civile” non ha mancato di suscitare “sconcerto” e
“contrasto di opinioni molto animato”: ma Norberto Bobbio l’ha condivisa, osservando
che essa ha in Pavone “un significato descrittivo molto preciso, e come tale à un
significato emozionalmente neutro, né negativo né positivo”, tale da consentire una
valutazione non “emozionale”, bensì politologica e giuridica del dato storiografico.
Tuttavia, decisivo per l’interpretazione della guerra antifascista e di classe del 194345
come “guerra civile” appare a Bobbio il fatto che Pavone vi riscontri quella
“criminalizzazione” del nemico da cui Carl Schmitt e poi la storiografia revisionista
hanno ricavato la tesi del carattere “civile”, più che “interstatuale”, della stessa seconda
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guerra mondiale .
2. La visione azionista: la "guerra civile" come legittimazione del nesso
Resistenza-antifascismo storico
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L'altra formula, quella delle “tre guerre”, è passata invece quasi inosservata , a
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parte le riserve di Luciano Canfora e l’esplicita adesione di Bobbio , entrambe coerenti
con le rispettive matrici culturali, “togliattiana” e azionista. Eppure essa merita un
approfondimento particolare.
Com’è noto, sotto il profilo giuridico la legislazione italiana (del Regno, del
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CLNAI riconosciuto come “autorità di Governo” nel 1944, e della Repubblica)
qualifica ufficialmente la Resistenza talora come sinonimo, e più spesso come aspetto
particolare della guerra “di Liberazione nazionale” condotta dall’Italia in situazione di
“cobelligeranza” con gli Alleati nel periodo 9 settembre 1943 - 1° maggio1945. In
quest’ultima vengono ricomprese sia le operazioni delle forze regolari inserite nelle
Armate alleate, sia quattro diverse “resistenze”: quella delle forze regolari nei
combattimenti del settembre 1943; quella dei militari passati successivamente con gli
eserciti partigiani in Francia e nei Balcani: quella degli “internati militari italiani” (IMI)
in Germania: infine la Resistenza per antonomasia, cioè quella delle forze partigiane e
delle organizzazioni clandestine (“autonome” ovvero “di partito”) nel territorio
nazionale occupato.
La distinzione fra le “tre guerre” riguarda esclusivamente quest'ultima, cioè la
“Resistenza in senso proprio e forte, combattuta nel Nord, politicamente e militarmente,
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da una cospicua minoranza” . Soltanto questa può essere propriamente giudicata
“anche” una “guerra civile”: ed è proprio questo che ne giustifica il “primato” morale e
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politico rispetto alle altre , in quanto condotta prevalentemente da volontari civili e sotto
la direzione non solo politica, ma anche militare dell'antifascismo storico. Inoltre essa
sottolinea la diversità qualitativa della Resistenza italiana rispetto a quelle del resto
dell’Europa Occidentale e Settentrionale, collegandola con un “fenomeno tipicamente
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italiano, di politica interna”, quale l’antifascismo .
La formula di Pavone assevera la visione “azionista” della guerra partigiana,
teorizzata da Ferruccio Parri, presidente del CLNAI e capo del primo Governo del
dopoguerra: al tempo stesso “patriottica” e “civile” (in quanto “antifascista”), ma proprio
per questo “unitaria” e “nazionale”, un “Secondo Risorgimento” caratterizzato rispetto al
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Primo dal primato politico-militare della “guerra di popolo” sulla “guerra regia” . La
visione azionista ampliava il concetto di “Liberazione nazionale”: non solo
dall’occupante e dai fascisti di Salò, ma dal “fascismo” (inteso in senso traslato, come
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“rivelazione” di vecchie tare nazionali ). Non solo essa innestava la Resistenza italiana
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sull’antifascismo , ma comprendeva entrambi, insieme alle lotte passate e future per
l’emancipazione sociale, in un “Movimento di Liberazione” liberal-socialista a carattere
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transnazionale . L'autoscioglimento del Partito d’Azione nel 1947 non indicava che i
suoi esponenti (confluiti nei partiti laici e socialisti) considerassero concluso il compito
che si erano prefissi. Anzi fu proprio la cultura azionista a sollevare per prima, nel
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dopoguerra, il tema della “desistenza” , ovvero della “Resistenza tradita” dal prevalere
delle componenti reazionarie e cattolico-moderate.
Ma questa interpretazione cozzava con la presenza sotterranea di una “terza”
guerra, quella rivoluzionaria e “di classe”. Anche se il PCI respingeva le sollecitazioni
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che in questo senso provenivano soprattutto dai socialisti , subordinandola all’obiettivo
immediato della liberazione nazionale, essa restava l’elemento fondamentale di divisione
all’interno della Resistenza. Del resto fu poi su questo ostacolo che naufragò il progetto
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liberal-socialista perseguito dal Partito d’Azione .

3. L'interpretazione anticomunista e rivoluzionaria delle “tre guerre” come
prodromo della “guerra civile virtuale” fra le diverse componenti della Resistenza

Al contrario di Pavone, Sergio Cotta aveva invece sottolineato non solo la
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“compresenza” , bensì la “confliggenza” fra i diversi obiettivi perseguiti dalle varie
componenti della guerra di Liberazione (rivoluzione sociale, rivoluzione democratica,
semplice “rinnovamento”, limitazione della guerra all’aspetto militare, difesa dei rapporti
di produzione, questione monarchica). In questo la Resistenza italiana rifletteva, pur con
le specificità nazionali, il carattere della seconda guerra mondiale, “ideologica”, sì, “ma
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non unitaria, bensì di coalizione” .
Facendo propria la formula dell’“unità antifascista”, i comunisti non rinunciavano
in linea di principio alla “terza” guerra, quella di classe. Certo, riconoscevano priorità al
duplice obiettivo proposto dagli azionisti (guerra esterna contro i tedeschi e civile contro i
fascisti), ma proprio in questo modo candidavano la classe operaia alla guida morale e
politica del paese, e acquisivano la forza necessaria per vincere in seguito una eventuale
guerra civile col nemico di classe. Per quasi un decennio dopo la Liberazione tutto il
partito si riconobbe in questa linea: dopo l’attentato del luglio 1948 contro Togliatti
furono proprio Longo e Secchia, vicesegretari, a trattenere il PCI dal “raccogliere la
provocazione”, e a impedire lo scoppio della guerra civile con gli anticomunisti. Fu solo
dopo la “destalinizzazione” che la sinistra rivoluzionaria fece proprio lo slogan azionista
della “Resistenza tradita”: imputando però il tradimento al costante “opportunismo
burocratico” (cioè acquiescente alle direttive sovietiche) di Togliatti. Ma ancora nel 1977
uno dei teorici della lotta armata sosteneva che in caso di invasione sovietica dell’Italia i
“rivoluzionari” avrebbero dovuto prioritariamente schierarsi assieme ai reazionari e ai
“revisionisti” (cioè il PCI) per difendere la patria, e solo dopo la vittoria affrontare la
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guerra civile .
I militari e gli Alleati distinguevano invece le “tre guerre” in termini
clausewitziani, cioè in base ai diversi scopi perseguiti, e accettarono la formula
dell’“unità antifascista” soprattutto per vincolare e controllare i comunisti. La famosa
circolare dello Stato Maggiore n. 333/Op., del 10 dicembre 1943, ordinava alle
formazioni militari di limitarsi alla “guerra al tedesco”, pur senza opporsi alla “guerra ai
fascisti” condotta dalle formazioni dei partiti antifascisti. Il “proclama Alexander”
radiodiffuso il 12 novembre 1944 mirava al disarmo dei partigiani per il timore di dover
fronteggiare una insurrezione comunista: il generale Cadorna ed Edgardo Sogno
dovettero faticare per convincere sia gli Alleati sia i partigiani “autonomi” dissidenti che
l’unificazione delle forze partigiane nel Corpo Volontari della Libertà era il modo
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migliore per impedirla . Nel dopoguerra la formula “unitaria” e “nazionale” servì a
considerare la Resistenza un fatto concluso, a carattere essenzialmente politico-militare.
Ma spesso furono proprio gli anticomunisti a denunciarla come una legittimazione del
PCI: nel 1948, alla vigilia delle elezioni, furono gli ex-partigiani “bianchi” e “autonomi”
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a uscire dall’ANPI (seguiti nel 1949 dagli ex-azionisti). Contro la “prima” Repubblica,
giudicata troppo antifascista e troppo poco anticomunista, Sogno diede vita nel 1970 ai
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“Comitati di Resistenza democratica” , né mancarono periodiche iniziative per la
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“riconciliazione nazionale” fra ex-partigiani “bianchi” ed ex-“repubblichini” in nome
del comune anticomunismo.
Nella prospettiva reazionaria e anticomunista, come nella prospettiva
rivoluzionaria, la tesi delle “tre guerre” doveva intendersi non già come semplice
compresenza di diversi obiettivi all’interno di una stessa guerra, bensì in senso forte,
clausewitziano e leninista, come tre diverse guerre con obiettivi strategici divergenti,
unite solo tatticamente e tendenti per loro natura a sfociare in una successiva guerra
civile. Il patto di “unità antifascista” era dunque tacitamente inteso, sia dagli
anticomunisti che dai rivoluzionari, come una tregua, non come la legittimazione di un
nuovo Stato.
Prima ancora della resa nazifascista, da una parte e dall’altra ci si preparò
segretamente a combattere la guerra civile. Questa non ci fu, per un complesso di fattori:
la dissuasione (esercitata dalla schiacciante superiorità militare degli alleati e
dall’esempio “greco”); le direttive di Stalin al PCI conseguenti agli accordi di Yalta che
assegnavano l’Italia alla sfera di influenza occidentale, disciplinatamente osservate dal
Partito; la stanchezza del paese, pienamente avvertita dagli opposti schieramenti politici;
il senso di responsabilità e l’abilità dei due leaders, De Gasperi e Togliatti; ma anche
perché il patto di “unità antifascista”, tradotto nell’accordo storico sulla Costituzione
della Repubblica, offerse la cornice formale della convivenza civile, spiegando tutta la
forza vincolante della democrazia formale e dello Stato di diritto. Per questo sopravvisse
al 1948, quando l’anticomunismo integrò o, come afferma polemicamente Bobbio,
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“sostituì” l'antifascismo come principio di legittimazione della Repubblica.
Non fu poco. Perfino Gian Enrico Rusconi, uno degli autori che, come diremo
meglio in seguito, ha maggiormente utilizzato l’argomento della “guerra civile virtuale”
in sottesa polemica con il fondamento antifascista della Costituzione, ha contrapposto
l’accordo raggiunto in diciotto mesi alla Costituente, al mancato accordo sulle riforme
costituzionali dopo quattro anni di dibattiti, giudicandolo “la controprova che stiamo
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cessando di essere una nazione” .

4. Implicazioni politiche attuali dell’“unità antifascista”
La rimozione della guerra civile e l'ideologia "unitaria" e "nazionale" della
Resistenza, non è del resto caratteristica solo di quella italiana. "Perfino in Jugoslavia
osservava Pavone nel 1991 almeno a livello ufficiale e politico, si nega che la Resistenza
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sia stata una guerra civile" . Proprio riferendosi al caso jugoslavo, Cotta rilevava come il
"mito" della Resistenza unitaria era "rivolto a salvaguardare l'indipendenza
nazional-costituzionale" e perciò non poteva cessare "finché perdureranno le ragioni di
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ordine internazionale che lo rendono vantaggioso" .
Nel 1954 Luigi Longo rivendicava al PCI il merito di non aver "mai dato tregua ai
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nemici aperti o mascherati" dell'unità antifascista : ma ciò non significa che la formula,
durante e dopo la guerra, fosse patrimonio esclusivo dei comunisti. Giovava anche a
liberali e democristiani: sia perché riconosceva loro un peso politico organico,
indipendente dall'entità del loro apporto all'antifascismo storico e alla lotta armata, sia
perché assegnava loro la rappresentanza obbligata di tutte le componenti estranee
all'antifascismo storico, anzitutto i militari, gli industriali, il clero, in seguito anche della
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"zona grigia" e del cosiddetto "attesismo" vituperato soprattutto dagli azionisti e
rivalutato soprattutto dai cattolici. Fino a che la Resistenza non assunse quel senso
"ampio e traslato à di legittimazione dell'intero sistema politico repubblicano e della sua
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classe dirigente" cui accenna Pavone . In questo modo il nesso Resistenza-antifascismo
perse il contenuto politico e ideologico che gli aveva attribuito la visione azionista:
l'antifascismo non connotava più soltanto, e neppure principalmente, gli uomini, i partiti,
i programmi, le idee che ne erano stati effettivamente protagonisti durante il Ventennio
mussoliniano, ma tutti i Resistenti. Una patente elargita in seguito sempre più largamente,
anche a tutti coloro che semplicemente non avessero sostenuto la RSI, alle nuove leve dei
partiti del CLN, talora perfino agli ex-fascisti di Salò riammessi alla vita politica nei
partiti democratici, insomma quasi all'intero popolo italiano, con l'eccezione soltanto di
coloro che la respingevano esplicitamente collocandosi ai margini, anche se non fuori,
della democrazia e della legalità repubblicana. Gli ex-azionisti lo deprecarono e lo
deprecano: ma non poterono, e in fondo neanche vollero davvero opporsi a questa
rimozione del carattere "civile" e "di parte" della guerra combattuta al Nord. La loro
sconfitta era l'esito ineluttabile della loro stessa vittoria: una situazione analoga a quella
delle minoranze democratiche che lottarono ad Est contro i regimi comunisti e che
vennero ovunque emarginate dopo il 1989.
Così la formula dell'"unità antifascista" mutò in quella dell'"unità antifascista": e lo
stesso concetto dell'"unità" implicò sempre meno l'aggettivo "ciellenista" e sempre più
l'aggettivo "nazionale". Paradossalmente, questo fu in fondo un esito "demistificante"
del "mito", perché attenuò il primato della Resistenza in territorio nazionale rispetto alle
altre componenti della Guerra di Liberazione. Così, anche attraverso successive misure di
equiparazione giuridica, accanto alla figura del partigiano vennero rivalutate l'una dopo
l'altra quelle dei combattenti all'estero, delle forze regolari del Sud, degli internati in
Germania, reinserendo la Resistenza nel contesto della grande tragedia e della grande
esperienza umana e nazionale del 1943-45. Questo È un aspetto più difficile da valutare,
e ciò spiega in parte perché sia generalmente trascurato nelle analisi e nelle polemiche
sulla Resistenza come mito fondante della Repubblica: ma suggerisce che la Guerra di
Liberazione nel suo complesso abbia altrettanta importanza come esperienza collettiva e
memoria storica della Nazione, ben oltre la questione delle forme costituzionali dello
Stato: sullo stesso piano delle altre due grandi vicende, il Risorgimento e la Grande
Guerra.
Compressa, più che rimossa, dalla "guerra fredda", la formula dell'"unità antifascista"
dispiegò ancora un ruolo politico preciso negli anni del "compromesso storico" e del
terrorismo che spense (anche fisicamente, nella persona di Aldo Moro) questa stagione
della politica nazionale.
Essa tornò in auge a partire dal 1974, toccando il culmine con l'elezione alla
Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (1978-85), che riuniva nella sua persona le
figure di combattente della Grande Guerra, esule antifascista e capo partigiano. Essa
legittimava la definitiva integrazione del PCI nel sistema democratico, e tendenzialmente
nella maggioranza parlamentare, anche se non nella coalizione di Governo, data la
pregiudiziale "Atlantista" che implicava un "gradimento" ai singoli partiti, concesso dagli
Stati Uniti al PSI già con una certa riluttanza, e negato fino alla fine al PCI. Questo
conferì alla democrazia italiana il carattere che i politologi definirono "consociativo", e
che si espresse nelle formule politiche dell'"arco costituzionale" e delle maggioranze di
"solidarietà nazionale" estese al PCI (le quali integrarono, più che sostituirono, la formula
della "solidarietà democratica" con la quale si indicavano i Governi e le maggioranze di
centrosinistra).
L'"uso politico" del passato non è di per sé "falsificazione" " o "mistificazione"
storiografica. Esso influenza certamente l'interpretazione, ma soprattutto nel senso che la
rende via via più penetrante e più complessa, rivelando fattori e potenzialità che non si
potevano facilmente o chiaramente percepire prima che svolgessero i loro effetti: anche
nelle biografie, è a partire dalla maturità, e spesso addirittura dalla morte, che si
intendono l'infanzia e la giovinezza del personaggio. Gli stessi giudizi storici non
possono essere veramente intesi, neanche da chi li formula, se non analizzandone le
premesse e le implicazioni, cioè mettendoli in rapporto col divenire degli "usi politici"
attuali. Se questi non vi fossero, o cessassero, non vi sarebbero o perderebbero ogni
rilievo anche i giudizi.
La rivalutazione dell'"unità antifascista" ebbe anche uno specifico effetto collaterale
sulla politica estera e militare, favorendo al tempo stesso una maggiore autonomia
nazionale rispetto alla NATO e la progressiva accettazione del Patto Atlantico da parte
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del PCI . La svolta nella politica militare del PCI avvenne nel luglio 1973, pochi mesi
dopo la morte di Secchia. Nel 1974 la nomina di un Capo di Stato Maggiore della Difesa
proveniente dalla Resistenza (il generale Viglione) e la revoca da parte di Andreotti
(allora ministro della Difesa) del divieto di manifestazioni comuni tra FF.AA. e partigiani
stabilito nel 1948 dal ministro Pacciardi, ebbero come contropartita il concreto sostegno
del PCI all'approvazione del "secondo riarmo" delle Forze Armate (attuato con le "leggi
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promozionali" del 1975-77) , e la salvaguardia del carattere popolare dell'Esercito contro
le tentazioni di esercito volontario e l'offensiva antimilitarista promossa dalla sinistra
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extraparlamentare e dai radicali . Non a caso l'annuncio della svolta "occidentalista" del
PCI fu dato nel dicembre 1988 dalla proposta Pecchioli di esercito volontario, che
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liquidava la pregiudiziale Togliatti a favore della coscrizione obbligatoria .
Ma negli "anni di piombo" che allora cominciavano, la formula dell'"unità
antifascista" costitu anche un tassello importante della "guerra psicolologica" contro il
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terrorismo rosso (1972-1984) sorto dalla "stagione dei movimenti" (1966-1977) , che
faceva proseliti anche grazie alla opposta mitologia della "Resistenza tradita". Del resto le
Brigate Rosse adottavano tattiche di terrorismo urbano e modelli organizzativi analoghi a
quelli dei GAP (Gruppi di Azione Partigiana) e vivevano nel culto di figure "mitiche"
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come quella del "gappista" Giovanni Pesce . A tacere, naturalmente, del documentato
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rapporto di influenza reciproca fra Pietro Secchia e Giangiacomo Feltrinelli .
Il PCI aveva sempre inteso la formula dell'"unità antifascista" come un criterio-guida di
azione politica, e la integrava con la formula della "Resistenza continua". Quest'ultima
implicava un aspetto più particolare (la "vigilanza antifascista" contro il MSI), ma anche
uno generale (il perseguimento degli "ideali" della Resistenza e l'"attuazione" della
Costituzione antifascista). Quando il PCI abbandonò la linea della cosiddetta "doppiezza"
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rinunciando anche in linea di principio alla conquista del potere con la forza , l'ala
rivoluzionaria respinse il "continuismo": la sua tesi del "tradimento" implicava che al
più tardi nel 1956 si fosse verificata una frattura storica, e che il processo dovesse avere
ora un inizio radicalmente nuovo: una "nuova Resistenza", appunto, ma stavolta contro la
Repubblica sedicente antifascista e in realtà anticomunista e antidemocratica.
Ma nel clima dei primi anni '70 lo slogan della "nuova Resistenza" venne utilizzato
anche dagli "ortodossi", in riferimento all'eversione di destra e alle minacce di golpe, e
dunque a difesa della legalità repubblicana. Così poté poi essere ritorto proprio contro il
terrorismo rosso, isolandone il proselitismo, e dando una ulteriore legittimazione
ideologica all'azione repressiva del Governo, della magistratura e delle forze di polizia.
Negli anni '90 la formula della "nuova Resistenza" venne utilizzata anche a proposito
della lotta contro la criminalità organizzata (mafia, camorra), soprattutto per indicare la
mobilitazione dell'opinione pubblica e delle popolazioni meridionali in sostegno della
polizia e della magistratura, ma anche la necessità di una militarizzazione della
repressione (legislazione "d'emergenza" limitatrice delle libertà individuali e delle
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garanzie processuali) in nome della "guerra" alla mafia .

5. "Una inutile strage": la delegittimazione della violenza e la rivalutazione
dell'"attesismo"
Il PCI restò del tutto isolato nella "mobilitazione antifascista" e negli scontri di piazza
dell'estate 1960, anche se essi furono presi a pretesto da quanti, all'interno della DC,
vollero la caduta del Governo Tambroni. Invece le trame "golpiste", le "deviazioni" dei
servizi segreti, le "stragi di Stato", il terrorismo "nero" contribuirono fortemente a
riattualizzare la "vigilanza" antifascista e lo spirito unitario della Resistenza. Ma
sembrarono anche giustificare il ricorso alla lotta armata e all'insurrezione contro i poteri
dello Stato da parte della sinistra extraparlamentare.
Durante la guerra partigiana al Nord, il terrorismo urbano ebbe un ruolo decisamente
secondario rispetto alla guerriglia in montagna. Elemento della guerra "psicologica"
("propaganda armata") fu l'espressione più feroce della guerra civile. Benché fossero
soprattutto gli azionisti a volerla tale, solo i comunisti riuscirono a praticare veramente il
"gappismo" nelle grandi città: nonostante la ferocia dei tempi, acuita dalla barbarie
nazifascista, solo un'esigua minoranza dei partigiani possedeva i requisiti psicologici
necessari per questo tipo di lotta. Altissima, rispetto alle bande in montagna, era nei GAP
di città la presenza degli intellettuali e delle donne effettivamente impiegate in azioni
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armate . Le stesse categorie iper-rappresentate nelle Brigate Rosse.
Ma il "gappismo" rappresentò l'estensione della guerra partigiana dalle montagne, ove
era nata, alle città. Invece la lotta armata della sinistra extraparlamentare nacque e restò
sempre puro terrorismo urbano, cioè pura guerra psicologica, pura propaganda armata
fine a sé stessa, un allucinante rito di morte predestinato a qualsiasi etero-direzione e
strumentalizzazione. Nonostante le teorie sulla "guerriglia urbana", sul "contropotere
territoriale" e sul "movimentismo", una guerra di guerriglia era semplicemente
impossibile, neppure seriamente pensabile, nell'Italia degli anni '70 e '80.
La rivendicazione di una continuità ideale con la Resistenza, e ancor più l'evidente
analogia fra le tattiche e la struttura organizzativa del "gappismo" e del terrorismo
brigatista, dette nuovo alimento alla vecchia polemica antiresistenziale: si cercò infatti
di coinvolgere l'intera guerra partigiana, o quanto meno il "gappismo" nella condanna
morale delle BR. Retrospettivamente, non solo la sanguinosa "propaganda armata" dei
gappisti, ma la stessa guerriglia in montagna appariva inutilmente feroce, priva di
concreta portata militare per l'irrilevanza delle perdite materiali inflitte all'avversario;
addirittura cinica per il calcolo di trarre vantaggio politico dalle stesse rappresaglie
nazi-fasciste. Non sempre i "distinguo" fra terrorismo e Resistenza furono facili o
51
sereni . Alla Resistenza organizzata, politico-militare, quella comunista e "ciellenista",
venne contrapposta una ancor più mitica "resistenza diffusa", morale e umana, e
soprattutto da parte cattolica e radicale si cercò di accreditare che fosse stata quella la
"vera" Resistenza, la "vera" base morale della nuova Italia. In risposta a questa tesi, la
legittimità etico-politica della stessa guerra partigiana dovette essere difesa negando che
fosse stata violenta, presentandola arditamente come rifiuto della violenza, interamente
attribuita al nemico nazifascista.
La questione fu posta rimettendo in discussione i due episodi maggiormente
controversi della Resistenza gappista: l'attentato di via Rasella che provocò la
rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, e l'assassinio del filosofo Giovanni Gentile,
motivato proprio dal suo appello alla concordia nazionale e dalla sua richiesta alla RSI di
astenersi dalle rappresaglie (in cui si vide un insidioso attacco alle basi morali della lotta),
e che fu approvato dal PCI, dal PdA e dagli alleati, ma che il PCI non ammise mai di aver
deciso a livello di Direzione. E' peraltro significativo che nessuno abbia finora ricordato
un terzo famoso episodio, esemplare dei conflitti interni alla Resistenza, e cioÈ l'eccidio
del marzo 1945 alle Malghe di Porzus, in Friuli, dove partigiani di una Brigata comunista
del Friuli che non figura nei ranghi del Corpo Volontari della Libertà, uccisero 19
partigiani delle Brigate "Osoppo" (tra i quali Ermes Pasolini, fratello di Pier Paolo),
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contrari per ragioni nazionali alla collaborazione politico-militare con gli slavi .
La polemica sulla strage di via Rasella fu sollevata nel marzo 1979, con un
provocatorio intervento al XV congresso del PCI, dal leader radicale Marco Pannella,
allora impegnato assieme a Craxi e alle destre nell'opposizione al "compromesso storico"
DCPCI. Il tema rientrava nell'accusa di cinismo rivolta al PCI per aver sostenuto e di
fatto imposto la "linea della fermezza" nella vicenda del rapimento di Moro da parte
delle BR, cui Pannella e Craxi imputavano strumentalmente la responsabilità ultima
dell'assassinio del presidente della DC (cioè proprio dell'atto che aveva liquidato la
53
politica del "compromesso storico" da essi avversata!) .
Nel 1985 Luciano Canfora affrontava con un'ampia e rigorosa ricostruzione storica
l'altro episodio, l'assassinio di Gentile, mettendo in risalto il ruolo determinante giocato
nella vicenda sia dai servizi segreti alleati sia dal delirio sanguinario, dall'odio
accademico e dalle paranoie massoniche del latinista Concetto Marchesi, rettore
dell'Università di Padova e autore del "tremendo atto d'accusa" contro Gentile,
54
considerandolo il principale mandante morale dell'omicidio .
Sui due episodi, interrogandosi sulle ragioni per le quali essi avevano costituito un
55
tabù della sinistra, tornava nel 1991 l'autobiografia dell'ex-azionista Vittorio Foa . Ma
altri protagonisti della guerra partigiana respingevano ogni ipotesi di "pentimento" per la
56
durezza della guerra, inclusa la fucilazione dei prigionieri fascisti .

6. Un "attacco alla Resistenza"? Il tema della "guerra civile virtuale" nel
dibattito politico dell'estate 1990

Se l'eterodossia delle due formule di Pavone non basta a inscrivere il saggio nella
letteratura revisionista, l'approccio "apolitico" e lo stesso tema prescelto (la "moralità"
57
della Resistenza) significativamente suggerito all'autore da Parri costituiscono
comunque una novità nella letteratura sulla Resistenza italiana. Lo stesso Bobbio osserva
come l'indagine politologico-giuridica sul tipo di guerra, "non sia stat(a) quasi mai pres(a)
58
in considerazione nel dibattito sulla guerra civile italiana" .
Ma l'importanza di un libro che indipendentemente dagli intenti dell'autore rivaluta
l'interpretazione "azionista" della Resistenza, non poteva essere solo storiografica. Infatti
È comparso in un momento in cui il giudizio sulla Resistenza tornava ad assumere un
rilievo politico attuale.
Nell'estate 1990 c'erano state campagne di stampa e roventi polemiche sulla guerra
civile fra comunisti e anticomunisti che avrebbe potuto seguire alla "guerra civile"
antifascista. Una inchiesta giudiziaria sui collegamenti fra servizi segreti e terrorismo
nero aveva reso nota l'esistenza di una organizzazione paramilitare segreta predisposta
dal Governo per la resistenza in caso di invasione sovietica, innestata su formazioni di
partigiani "bianchi" mantenute in armi dopo il 1945 con compiti sia di difesa dei confini
orientali sia di difesa interna anti-insurrezionale: e in agosto la stampa e l'opposizione di
sinistra ne avevano fatto un "caso" politico (il cosiddetto "caso Gladio"), da un lato
sostenendo l'illegittimità di tali provvedimenti, e dall'altro accusando il sistema di potere
democristiano di aver creato il clima di guerra civile rompendo l'unità antifascista.
Scavalcando le cautele del presidente del Consiglio Andreotti e degli altri leaders storici
della DC, il Presidente della Repubblica Cossiga aveva non solo difeso la legittimità delle
misure, ma addirittura alzato il tiro, rivendicando poi con orgoglio (nel gennaio 1992) di
aver personalmente fatto parte di formazioni mobilitate dalla DC alla vigilia delle
elezioni del 1948, con armi fornite dai Carabinieri e tenute nascoste in parrocchia.
Nel settembre 1990 un ex-partigiano comunista, Otello Montanari, aveva innescato
un'ondata di polemiche (e perfino di indagini giudiziarie) asserendo il coinvolgimento, o
almeno la connivenza del PCI nelle fucilazioni di prigionieri, sbandati o sospetti fascisti
(e perfino di semplici avversari politici o "di classe") verificatesi dopo la Liberazione nel
59
tristemente famoso "triangolo della morte" in EmiliaRomagna . Un ex-brigatista rosso
emiliano, Franceschini, aveva ricordato come ancora alla fine degli anni '60, in Emilia,
gruppi di ex-partigiani comunisti custodissero e tenessero in efficienza armi poi
60
simbolicamente consegnate ai terroristi rossi . Infine nel marzo 1991, per la prima volta,
gli stessi antichi dirigenti della Commissione Nazionale Vigilanza del PCI ammettevano
apertamente il carattere militare e clandestino dell'organizzazione guidata da Pietro
61
Secchia e Giulio Seniga .
Nel PCI si stava allora completando il processo di "detogliattizzazione" funzionale alla
strategia "gorbacioviana" di transizione al "postcomunismo", e ai più immediati obiettivi
62
interni della destra "migliorista" . Nel settembre 1990 Massimo Caprara, che ne fu per
nove anni segretario, accusava Togliatti di aver "coperto" i responsabili degli eccidi per
63
non dare argomenti alla propaganda anticomunista . Nel febbraio 1992 Panorama
pubblicava stralci di una lettera del 1943 pescata negli archivi ex-sovietici, facendone
risultare falsamente che Togliatti si augurasse lo sterminio dei prigionieri italiani in
64
Russia . Più in generale, la componente occidentalista del Partito, ormai prevalente,
sferrava una requisitoria durissima contro i resti della componente "nazionalpopolare",
censurandone i "vizi" ideologici (antiamericanismo, antimperialismo, "terzomondismo",
anti-sionimo) e accusandola di "stalinismo" e "nazionalcomunismo". Questa campagna
ridava spazio, tra l'altro, anche alle vecchie accuse di "opportunismo burocratico" e di
"tradimento della Resistenza" mosse a Togliatti dall'ala rivoluzionaria del Partito, che non
gli aveva mai perdonato di esser rimasto fedele alla formula dell'"unità antifascista"
anche dopo il 1948. Vista nell'ottica interna di un Partito abituato al settarismo e all'odio
teologico, la polemica contro l'interpretazione "unitaria" e "nazionale" della Resistenza
era un tassello della tardiva "vendetta" della sinistra rivoluzionaria contro Togliatti: ma
anche della più attuale campagna della destra "postcomunista" per delegittimare la
componente "nazionalpopolare" del Partito e i residui della politica di "compromesso
storico" con la DC.
Tendeva cos ad accreditarsi nuovamente l'immagine della Resistenza prevalente negli
anni della "guerra fredda": non solo come guerra "civile", ma come guerra "di parte"; non
già compimento del Risorgimento, bens rottura dell'unità nazionale; matrice non tanto
della Repubblica e della Costituzione, quanto della partitocrazia e di un
"consociativismo" che aveva alterato il corretto rapporto maggioranza-opposizione; e
foriera nel dopoguerra di una "guerra civile virtuale" che avrebbe poi finito per sfociare
"naturalmente" nel terrorismo di sinistra.
La valenza politica di queste polemiche È stata letta da molti ex-partigiani come un
"attacco", alla Resistenza: e, da molti comunisti, all'eredità politica di Togliatti. Ma
ovviamente, se di attacco si trattava, Togliatti e la Resistenza ne costituivano solo gli
"obiettivi tattici", quelli che Clausewitz definiva gli Zielen. Gli scopi politici Zwecken
erano necessariamente altri. La destra parlamentare, incoraggiata da Cossiga e da un
atteggiamento meno ostile dei media, ha salutato queste polemiche come la fine della
"pregiudiziale antifascista" e della "ghettizzazione" del MSI-DN. Ma questo appare al
massimo un effetto collaterale, non certo l'intento vero, o almeno principale, della
campagna. La si poteva "leggere" all'interno della vicenda che ha portato alla
trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra, come parte di una
rilegittimazione della sinistra dopo la fine del comunismo. Ma anche come un nuovo
tentativo di delegittimazione etico-politica della "prima" Repubblica "nata dalla
Resistenza" e fondata sul patto di "unità antifascista".

7. La “demitizzazione” della Resistenza. Una polemica “postsessantottina”
contro la formula dell’“unità antifascista”

Nel 1977, un anno prima dell'assassinio di Aldo Moro e dell'elezione di Pertini, in
piena retorica "neo-resistenzialista", un ex-partigiano cattolico e uno dei maggiori
avversari del "Sessantotto", aveva analizzato criticamente il fondamento storico, l'origine,
le implicazioni politiche delle opposte formule della "Costituzione nata dalla Resistenza"
e della rivoluzione "tradita", mostrando come fossero divenute "miti di legittimazione",
65
rispettivamente dell'ordine esistente e del suo mutamento radicale . Allora la denuncia
del "mito" dell'unità antifascista veniva "da destra", in esplicita polemica contro il
tentativo di usare il richiamo al CLN per giustificare il "consociativismo" (cioè il
66
coinvolgimento del PCI nelle grandi scelte della politica nazionale) , e il libro di Sergio
Cotta passò sotto silenzio.
Quindici anni dopo, in piena crisi della "prima" Repubblica, un ex"Sessantottino"
collaboratore di Quaderni rossi e Classe operaia, ha ottenuto invece una discreta
67
attenzione di stampa, anche se in parte negativa , con una vivace polemica contro il
"mito paterno-materno" della Resistenza, proponendone una "nuova" contro l'agonizzante
Repubblica antifascista da parte dei "reduci del Sessantotto", candidati in tal modo alla
68
guida del paese .
Diversamente da Cotta, Romolo Gobbi non ha analizzato i contenuti e le origini
del mito, e non ha distinto fra quello dell'"unità antifascista" e della "rivoluzione tradita",
anche se di fatto la sua polemica investe esclusivamente il primo dei due. Così la sua
pretesa "demitizzazione" è rimasta del tutto estrinseca e a tratti quasi comica, perché nella
foga di demolire "le posizioni epiche degli storici della Resistenza" con le
"testimonianze" dei romanzi (Calvino, Fenoglio, Revelli) e con la "memoria non
eroicizzante" degli ex-partigiani, Gobbi arriva quasi a negare che una Resistenza
comunque vi sia effettivamente stata, il che non ha mancato di creare qualche imbarazzo
69
ai suoi corifei . Metà del saggio è dedicata a contestare la tesi, cara soprattutto al PCI,
dell'identificazione tra classe operaia e Resistenza nazionale. Riprendendo tesi già
70
sostenute nel 1973 , Gobbi nega che gli scioperi del 1943-45 esprimessero la coscienza
rivoluzionaria e la volontà di resistenza della classe operaia, riducendoli invece a pure
rivendicazioni economiche di tipo tradizionale, oltre tutto strumentalizzate dalle aziende.
Ritiene pura invenzione il salvataggio degli impianti da parte degli operai, sostenendo
che i tedeschi non intendevano affatto trasferirli in Germania e sottolinea l'impegno del
CLNAI a revocare la "socializzazione" delle aziende decretata dalla RSI come
contropartita per i finanziamenti degli industriali alla Resistenza. Quanto agli aspetti
militari, sottolinea l'ostilità reciproca fra contadini e partigiani, ironizza sulla resistenza
delle Forze Armate in territorio nazionale all'8 settembre, tacendo su quella nei Balcani,
71
minimizza l'entità, la durezza, i risultati militari della guerriglia partigiana in montagna ,
mettendo in rilievo come il grosso delle bande fosse formato da renitenti alla leva
72
fascista, gli sembra infima la cifra di almeno 100 mila partigiani combattenti , e descrive
l'insurrezione del 25 aprile a Torino come poco più che una primaverile "merenda"
campestre nella periferia della città.
Ciò proverebbe, secondo Gobbi, che la Resistenza (e l'antifascismo) sono un
"mito" confezionato dalla "storia ufficiale". Liquidati sbrigativamente i fondamenti
storici del "mito", l'autore crede quasi esaurito il suo compito proprio nel momento in cui
dovrebbe semmai cominciare. Infatti accenna appena, di sfuggita, alle funzioni politiche
del mito, rilevandone due. La prima sarebbe quella "nazionale", di dispensare al popolo
italiano una "autoassoluzione" per il consenso al fascismo e l'acquiescenza
all'occupazione nazista: una tesi che rovescia di segno quella azionista della Resistenza
come "riscatto" antifascista, compimento dell'unità nazionale e "biglietto di ritorno" nella
73
comunità internazionale , e che richiama lo sprezzante (e politicamente interessato)
giudizio dei Comandi Alleati, in particolare britannici, ostili a riconoscere all'Italia crediti
da far valere al tavolo della pace. Del resto non a caso Gobbi pesca questo vieto
74
argomento del "troppo comodo cavarvela così" da un "antropologo americano" . Aria
sempre fritta nelle virtuose filippiche sulla rimozione della cattiva coscienza collettiva,
75
dall'arringa dell'avvocato Vergès nel processo al "boia di Lione" alle Geremiadi del
76
"caso Jenninger" .
Ma il vero bersaglio di Gobbi è l'altra funzione del mito, quella di fondare la
Repubblica sulla formula dell'"unità antifascista". A questa formula Gobbi rivolge tre
diverse accuse. La prima è di aver "impedito il formarsi in Italia di una vera dialettica tra
governo e opposizione" e quindi "l'alternanza nella gestione del potere". La seconda,
77
ripresa da Edgar Morin , ‚ di aver "confuso le idee", ricomprendendo nel fascismo anche
il semplice "autoritarismo". La terza è che il "perdurare dell'ideologia resistenziale è stato
determinante per la nascita e lo sviluppo del terrorismo".
Gli accenni di Gobbi sono telegrafici, ma contengono la chiave di lettura
ideologica e il senso politico del pamphlet, che è di riciclare in un linguaggio
apparentemente "liberal" la vecchia polemica neo"bordighista" contro il togliattismo.
78
Così l'accostamento alla metafora Jüngeriana "passare al bosco" ingentilisce l'esplicito
invito di Gobbi a una "nuova Resistenza" contro la vacillante "Repubblica nata dalla
Resistenza e fondata sull'antifascismo", da parte di "una nuova schiera di intellettuali, che
non abbiano giurato fedeltà alla prima Repubblica, che siano uniti da un'esperienza
79
comune di opposizione radicale al sistema politico" . A chi alluda, lo dice poi in
un'intervista: "I post-sessantottini: quelli di Lotta Continua, di Potere Operaio, di
80
Avanguardia Operaia" .
La prima accusa è in sostanza quella rivolta all'interpretazione "unitaria" e
"nazionale" (e "togliattiana") dalle interpretazioni minoritarie di sinistra, sia quella
democratica (azionista) sia quella rivoluzionaria, accomunate dalla formula della
"Resistenza tradita" (da reazionari e "moderati", secondo gli azionisti:
81
dall'"opportunismo" filosovietico di Togliatti, secondo i rivoluzionari) . La seconda
accusa È un corollario della prima, e riguarda la formula della "Resistenza continua",
usata dal PCI sia per tenere buona l'ala rivoluzionaria del Partito, sia per rivendicare il
coinvolgimento dell'opposizione comunista nelle grandi scelte della politica nazionale (e
cioè quello che i politologi hanno definito il carattere "consociativo" della democrazia
italiana).
La terza accusa consiste in una spudorata chiamata di correo, nel perfetto stile del
82
"pentitismo" di moda nell'Italia postcomunista. Infatti la responsabilità di aver incubato
il terrorismo non grava affatto sulle formule togliattiane dell'"unità antifascista" e della
"Resistenza continua" (che costituiscono le vere "bestie nere" di Gobbi), utilizzate
semmai proprio per isolare e contrastare le tentazioni rivoluzionarie e guerrigliere della
sinistra comunista: bens proprio su quelle opposte della "Resistenza tradita" e della
"Nuova Resistenza" contro la Repubblica consociativa, così maldestramente e
scopertamente riciclate da Gobbi nel nuovo clima degli anni '90, associandosi
opportunisticamente al vilipendio dell'antifascismo e della Resistenza. Del resto lo
riconosceva già nel 1984 lo stesso Giorgio Galli, cioÈ uno di coloro che lo slogan
antitogliattiano l'avevano agitato fin dal 1957, al punto da leggere l'intera storia del PCI
con gli occhiali di Bordiga, non vedendovi altro che una serie ininterrotta di malefatte
togliattiane (dalla liquidazione degli anarchici e trotzkisti in Spagna, alla "svolta di
Salerno" alla "destalinizzazione"); e che ancora nel 1976 ribadiva il giudizio,
associandosi "sessantottescamente" a quello sconsolato di Luigi Longo sulle "occasioni
83
mancate" del PCI .

8. La critica di Rusconi alla visione azionista della Resistenza e alla
legittimazione "antifascista" del PCI e della Repubblica
Commentando le polemiche dell'estate 1990 sulle stragi del "triangolo rosso", il
repubblicano Andrea Manzella avvertiva lucidamente che "elevando ad accusa
storicopolitica il rilievo del profilo criminale della Resistenza à si passa inevitabilmente il
segnoàsi va a colpire non il PCI o altri protagonisti politici, ma la tavola dei valori, la
'virtù' che ci fu dietro il 'terrore' (come, con cognizione di causa, distingueva
84
Robespierre): in definitiva, il nucleo fondante della Costituzione" .
Furono tuttavia il saggio di Pavone (ottobre 1991) e la pubblicazione della lettera di
Bobbio a Mussolini (giugno 1992), e solo marginalmente il pamphlet di Gobbi (agosto
1992), a provocare un inizio di dibattito politologico sul rapporto tra Resistenza e quella
che comincia ormai ad essere chiamata "Prima" Repubblica, innescato dalle critiche di
Gian Enrico Rusconi, e poi di Rocco Buttiglione, alla cultura azionista.
85
Recensendo su Micromega il libro di Pavone, Rusconi riprendeva in sostanza
l'interpretazione anticomunista della Resistenza come prodromo di una guerra civile
"virtuale" fra comunisti e democratici. Affermava in premessa che la legittimazione
antifascista "non (era) più una risorsa credibile, spendibile sul mercato politico". A suo
avviso "l'insistenza sulle affinità e convergenze tra fascismi e comunismi" (prodotta dalla
crisi dei regimi dell'Est) svalutava l'antifascismo come "criterio di giudizio etico-politico
sul presente", e contestava "la qualità democratica" che l'(ex)PCI derivava dalla
Resistenza. La versione azionista della "guerra civile" ribadita da Pavone gli sembrava
riduttiva e fuorviante, perché obliterava la conflittualità interna alla stessa Resistenza,
"sottoutilizzando" lo schema interpretativo delle tre guerre. Questo si risolveva in una
"pedagogia della moralità assoluta della Resistenza (identificata con quella 'azionista')",
in "un'autobiografia corale dei protagonisti attenta alla pluralità delle loro motivazioni",
spiegando la "desistenza" con le loro "frustrazioni e delusioni" personali. Rusconi
invitava "gli storici e gli uomini di cultura di sinistra" a considerare il "revisionismo"
come l'occasione "per una più puntuale rivisitazione conoscitiva dell'esperienza storica da
cui traggono origine" i loro valori ideali. E riscontrava "il senso ultimo della guerra
civile" nella "ridefinizione" di ciò che unisce e ciò che separa, in definitiva del "valore
nazione". Nasceva di qui, a suo avviso, la distanza dalla Resistenza: nel fatto che gli
Italiani erano "diventati agnostici in tema di patria e nazione".
Nel gennaio 1992 Bobbio replicò a Rusconi contestando la teoria della guerra
86
civile virtuale, e sottolineando come non a caso quella guerra non ci fu . Ma nel giugno
1992 Panorama pubblicava un secondo scoop, dopo quello, sfortunato, della lettera di
Togliatti: nientemeno che una lettera del 1935 di Bobbio a Mussolini, per ribadire la
propria fede fascista contro i sospetti avanzati nei suoi confronti dalla polizia politica, e
una, di poco successiva, del padre, per sollecitare la riammissione del figlio ad un
87
concorso universitario .
Ciò dette spunto per un nuovo e più diretto attacco di Rusconi alla "cultura
azionista" . Egli contestava l'idea dell'azionismo come essenza morale della Resistenza,
compromessa dall'intrusione dei partiti di massa. Gli azionisti, esemplati nella figura di
Bobbio, si erano auto-emarginati dalla politica, ritenendo "di salvare l'autenticità della
Resistenza nella dimensione meta-politica della moralità cultura". Considerando vera
Resistenza solo la lotta armata, condotta quasi esclusivamente da azionisti e comunisti
(Rusconi tace l'apporto degli "autonomi"), gli intellettuali del PdA ne avevano espunto
arbitrariamente la Resistenza "passiva", la "zona grigia", dove era stata maggioritaria la
componente cattolica, e non avevano compreso la cultura e la base di consenso del
mondo democristiano, vedendovi solo la copertura politica di una massa indistinta di
opportunisti e fascisti. In tal modo essi avevano lasciato al PCI, l'altro grande
protagonista politico della lotta armata, "la regia delle memorie e dell'eredità politica
della Resistenza". Un atteggiamento tuttora perdurante, che si rifletteva nella cautela di
Bobbio, restio a sollecitare definitiva chiarezza sulle stragi del "triangolo rosso". Rusconi
rilevava che il PCI aveva "identificata (la Resistenza) come impresa nazionalpopolare,
non come guerra civile": ma aggiungeva che proprio per questo l'aveva trasformata in
"una potente identificazione di parte, della sinistra socialcomunista". La tesi di Rusconi
suona piuttosto stridente con la logica, perché è davvero singolare che una guerra diventi
"di parte" proprio perché le si nega il carattere "civile": ma essa esprime l'imbarazzante
contraddizione di fondo che segna l'interpretazione anticomunista (e soprattutto
anti"nazionalpopolare") della Resistenza come prodromo di una guerra civile virtuale.
Secondo Rusconi, difendendo la Resistenza, Bobbio si preoccupava di salvare la
legittimazione storica della Repubblica. Ma a suo avviso era ormai tempo, "dopo
l'eutanasia del comunismo, dinanzi alla virtuale disgregazione dell'intero sistema partitico
tradizionale e in piena diaspora delle culture e delle moralità", di trovargliene una nuova.
Non per rinnegare "le radici della Repubblica", ma "al contrario, per rivalorizzarle nei
loro contenuti fondanti, irrinunciabili, distinguendoli da quelli storicamente caduchi".
Una tesi, quest'ultima, che stava alla base del pamphlet di Gobbi, uscito subito
dopo il secondo intervento di Rusconi. Anche per Gobbi era ormai tempo di sostituire il
vecchio mito della "patria" con il "nuovo mito" della "matria" proposto da Edgar Morin,
"una religione di questa terra madre", una "nuova mitologia" che "ci dovrebbe aiutare a
risolvere i più gravi problemi politico-ecologici, per uscire dalle catastrofi che si
89
annunciano" .
90
La tesi rusconiana della povera DC incompresa e bistrattata dagli "utili idioti"
azionisti, piacque molto al cattolico Rocco Buttiglione, ideologo del movimento
ecclesiale politico "Comunione e Liberazione". Buttiglione invitò il giovane segretario
del MSIDN a compiere il passo definitivo verso la piena riabilitazione democratica
91
"riabilitando" (!) a sua volta la Resistenza .
92 93
La tesi piacque invece un po' meno, com'era naturale, a Bobbio e a Pavone :
accomunando Rusconi e Buttiglione, Bobbio rivendicò in particolare il primato della lotta
armata sulla "zona grigia". Rusconi invece le restituì cittadinanza piena, negando che
94
nella Resistenza ci fossero "abusivi" : Buttiglione si sentì allora incoraggiato a
rovesciare il ragionamento, negando a sua volta cittadinanza resistenziale proprio alla
lotta armata, e riabilitando alla grande proprio l'"attesismo" tanto vituperato da quelli che,
più vecchi di lui, la guerra partigiana l'avevano vista e fatta davvero. La vera Resistenza,
95
sentenziò, fu solo la "resistenza passiva", dalla quale "nacque la convivenza civile" .
Poi, de guerre lasse, i quotidiani tacquero.
96
Bobbio intervenne ancora con una lettera a Il Mulino , collegando l'attacco di
Rusconi all'azionismo a quello portato nel 1988, "con altrettanta veemenza", dal cattolico
97
Augusto Del Noce , in fondo continuato ora dal suo discepolo Buttiglione: ma
accostandolo anche al "pamphlet anticomunista" di Gobbi. Rusconi replicò, sullo stesso
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numero, con una lettera aperta e con un nuovo articolo , in cui commentava i punti
fondamentali del dibattito: a) la tesi azionista della Resistenza come "moralità armata"; b)
la rivalutazione cattolica dell'attendismo come "resistenza passiva"; c) la complessità del
"mosaico cattolico"; d) il carattere "policentrico" della Resistenza; e) il rapporto tra il
concetto azionista di "guerra civile" e quello di "guerra civile virtuale"; f) il carattere
etico della "guerra fratricida" come ridefinizione della nazione; g) la tesi della
"Resistenza tradita" e "il mito di un evento mancato"; h) il tema della "Resistenza
continua" come "fonte originaria di un processo democratico in fieri". Quanto al
rapporto fra antifascismo-Resistenza e sistema politico-costituzionale, Rusconi criticava
come "semplicistica e antistorica" la tesi di Gobbi che l'"arco costituzionale" avesse
impedito l'alternanza di governo fra partiti conservatori e progressisti, fatto dovuto "a
ragioni di natura ben diversa". Ma osservava che l'antifascismo era "la premessa della
democrazia, non il suo equivalente", e che dunque esso non bastava alla piena
legittimazione democratica del PCI. Riconosceva comunque che la guerra civile virtuale
era stata evitata grazie "alla lealtà politica di uomini che si riconoscevano in una
comunanza di storia e di destino". Di una tale virtù a suo avviso c'era nuovamente
bisogno, di un nuovo "patriottismo costituzionale, da intendere non già (come in un certo
dibattito tedesco) quale surrogato della tradizionale identificazione nazionale, ma come
suo inveramento nella norma democratica".
Sei mesi più tardi, un nuovo intervento giornalistico di Rusconi ebbe ad oggetto
una prudente rivalutazione "giocata" in chiave antiazionista" del personaggio di Edgardo
99
Sogno , simbolo vivente dell'anticomunismo nella Resistenza, già resuscitato nel 1990
ad una modesta vita politica prima nel PLI e poi nel PSI, e in seguito clamorosamente
elogiato proprio per il suo impegno anticomunista dal Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga. Un elogio, quest'ultimo, fatto a titolo di pubblica riparazione per
l'ingiusto ostracismo inflittogli per volere della sinistra, ma che rientrava nel quadro delle
polemiche per il "caso Gladio" e in particolare in una rovente quérelle personale di
Cossiga con l'on. Luciano Violante, del PDS, che quindici anni prima magistrato a
Torino aveva condotto contro Sogno una discussa inchiesta giudiziaria per un presunto
"golpe bianco" che lo accusava di aver ordito assieme all'anziano ex-leader repubblicano
Randolfo Pacciardi.

9. Un singolare recupero “habermasiano” della Resistenza come fondamento di
un possibile “Verfassungpatriotismus” italiano oltre la “Repubblica dei partiti”.

Rusconi ha ripreso e ampliato queste tesi, approfondendole e in parte
100
modificandole, in uno dei sei saggi che compongono un suo volume, comparso nel
marzo 1993, concepito come un contributo a quello "sforzo culturale e concettuale" che
egli considera necessario per recuperare oltre la crisi dello Stato-nazione, un nuovo
concetto di "nazione-dei-cittadini" ("Staatbürgerschaft") collegato "all'universo dei valori
101
della società civile" , e fondato su un nuovo vincolo che Rusconi definisce
"patriottismo della Costituzione" ("Verfassungpatriotismus"), ingegnandosi di dare a
102
questa formula un accento diverso da quello habermasiano . Il saggio svela il suo
intento solo nelle ultime tre pagine, stemperandone così l'evidenza e forse anche
l'efficacia supposta dall'autore, ma la tesi (già espressa nel precedente articolo sul n.
6/1992 de Il Mulino) risulta non di meno chiara: smorzare la polemica antiresistenziale
condotta nei mesi precedenti dal composito e non sempre abile fronte del "nuovismo"
antipartitocratico, sostenendo che la Resistenza non deve essere necessariamente travolta
dal crollo della "Repubblica dei partiti", ma può ancora svolgere una qualche residua
funzione pedagogica, se non più mitopoietica, nel nuovo sistema politico che dovrà
nascere. Quasi, insomma, un avvertimento a "non buttare il bambino assieme all'acqua
sporca": una conclusione più cauta che equitativa, che suona alla fine estrinseca rispetto
alla sostanza e all'intento della polemica dei mesi precedenti, nella misura in cui si sforza
più di sopirla e minimizzarla che di renderne conto e di risolverla: e piuttosto striminzita
rispetto alle dimensioni del testo che la precede senza condurvici.
Pur ammettendo infatti che il recente dibattito sulla Resistenza sia in fondo
103
originato dalla crisi della "repubblica dei partiti" , Rusconi respinge come "sterile" la
tesi che lo ha interpretato come un insidioso "attacco alla Resistenza". "In realtà afferma
categoricamente non ci si trova di fronte ad orchestrazioni politiche, ma a segni di un
più generale disorientamento", che fa toccare "con mano la nostra incapacità di narrare, in
modo critico e solidale insieme, la vicenda che ci ha riconfermato 'nazione' nel momento
104
in cui rifondava su nuove basi la democrazia" .
Lo schema delle "tre guerre" tracciato da Pavone gli sembra "insostituibile ma
105
non risolutivo" : o quanto meno "sottoutilizzato", in quanto "non riesce a determinare
quale combinazione tra le tre guerre condiziona effettivamente la formazione della
106
legittimità dell'ordine democratico in fieri" . Rimprovera ancora a Pavone l'imprinting
azionista: "non sorprende che alla fine riproponga la tesi della interruzione della spinta
innovatrice della Resistenza, senza che vengano offerti criteri di spiegazione all'infuori
107
delle delusioni direttamente espresse dai protagonisti" .
Benché accolga lo schema delle "tre" guerre, Rusconi sembra in effetti
riconoscerne soltanto due, la guerra "civile" e la guerra di "liberazione nazionale". Nella
sua interpretazione la terza guerra, la "guerra di classe", resta sullo sfondo: essa gli
appare bloccata dalla strategia del grande padronato, col suo selettivo sostegno
finanziario all'antifascismo clandestino in città e ad alcune formazioni di montagna, che
neutralizza “il postulato (comunista) della complicità se non dell’equivalenza tra
108
capitalismo e fascismo” e impedisce l’epurazione del fascismo economico . Peraltro
osserva che, se Gobbi ha avuto il merito di ridimensionare la pretesa “lotta di classe”
nelle fabbriche del 1943-45, va comunque oltre il segno supponendo negli operai “un
atteggiamento agnostico e strumentale verso il movimento politico di Resistenza”.
Rusconi giudica infatti i “comportamenti conflittuali” nelle fabbriche “forme tipiche e
importanti di ‘resistenza’ nel senso letterale del termine, e quindi di intenzionale, non
109
solo oggettivo, logoramento del regime nazifascista” .
“Meno lineare di quanto sembra” è per Rusconi anche il nesso azionista tra
antifascismo “storico” e Resistenza. Il regime fascista non cade sotto i colpi
dell’antifascismo: le bande partigiane si formano "del tutto spontaneamente dal basso à
per un senso di orgoglio civile e patriottico contro la disgregazione dello Stato” e la
Resistenza armata appare “caratterizzata fin dall'inizio e in profondità dal policentrismo
110
geografico e politico-ideologico” .
Dopo aver ricordato come nella visione azionista il “vero nemico” non fossero i
111
tedeschi, bensì i fascisti , e persino per alcuni esponenti azionisti come Nuto Revelli
112
il blocco postbellico delle forze reazionarie “clerico-fasciste” , Rusconi sembra
indicare nel carattere “fratricida” della Resistenza il vero “intreccio” tra la “guerra
civile” (enfatizzata dalla visione azionista) e la “guerra di liberazione nazionale”
(enfatizzata dalla visione comunista, ma anche sia pure per diverse ragioni dai
113
partigiani “autonomi” ). “Tra il 1943 ed il 1945 si combattono nell'Italia
centro-settentrionale due concezioni di patria e nazione: quella nazional-fascista e l'idea
di una nuova nazione ri-orientata ai valori democratici. Vista così la guerra di
‘liberazione nazionale’ non può che essere una guerra civile in quanto ridefinisce i criteri
114
di una nuova identità nazionale” .
Il “contenuto etico della guerra civile sta nella decisione di pochi di agire, a
proprio rischio, in nome dell'intera nazione riscattata". Essa fu “storicamente nel giusto”
115
perchè estese anche agli avversari il “beneficio comune” della democrazia . In tal senso
Rusconi sembra considerare contraddittoria la svalutazione della “resistenza passiva”
praticata dalla maggioranza dei cattolici, considerata dagli avversari (e soprattutto dagli
azionisti) come una mera mistificazione dell'opportunismo e dell’“attendismo”.
Contraddittoria sembra anzi considerare la stessa polemica partigiana contro
l’“attendismo” della maggioranza e contro l’“epurazione mancata” e l’amnistia ai fascisti
116
che reca la firma del Guardasigilli Togliatti .
Dalla Resistenza nacque dunque una nazione nuova, segnata da una “pratica
117
politica che porta alla Costituente (1946-47) e quindi alla Carta costituzionale” : ma
anche da una “lealtà reciproca” più profonda della “guerra civile virtuale” tra blocco
moderato e blocco socialcomunista incombente sull’Italia del 1945-48. Le testimonianze
di due ex partigiani, il cattolico Ermanno Gorrieri e l’azionista Nuto Revelli, concordano
da fronti opposti nel “dato di fatto” che molti partigiani non disarmarono
118
completamente . Ma Rusconi aggiunge che “per tutti i possibili attori in causa il ricorso
alle armi viene ipotizzato esclusivamente come difesa dell’ordine democratico ... di qui il
paradosso di una guerra civile virtuale reciprocamente rimproverata tra parti politiche che
non la vogliono, in nome della democrazia che intendono difendere”. Una conclusione,
questa, che sembra tuttavia discendere troppo meccanicamente dall’interpretazione della
guerra civile antifascista come rifondazione etica della nazione. E' vero che né De
Gasperi né Togliatti volevano la guerra civile: ma è vero anche che soprattutto non la
voleva il paese, e che questo rifiuto ebbe parte non secondaria nel plebiscito del 18 aprile
1948. Al di là della “doppiezza” e del lealismo democratico di Togliatti, il PCI era
costretto a rispettare il verdetto delle urne dai rapporti di forza politico-militari interni e
dalla situazione internazionale: ma questi fattori dissuasivi avrebbero sicuramente giocato
in senso opposto qualora la maggioranza fosse andata al Fronte Popolare. In quel caso la
difesa comunista della democrazia formale si sarebbe scontrata con la difesa
democristiana e angloamericana della democrazia socioeconomica e del “limes”
geopolitico, e un esito “greco” sarebbe stato molto probabile.
Nella visione di Rusconi, la nazione è una identificazione collettiva che si fonda
119
sia su “comuni radici storiche” sia su “buone ragioni attuali” . Il “mito” della
Resistenza ha fornito le une e le altre alla nuova nazione italiana nata dalla guerra civile.
Ad un “primo livello”, il “mito fondante” della democrazia si è espresso sotto forma di
“narrazione” e “memoria del sacrificio, dell’eroismo, del martirio”, allargandosi
progressivamente alla celebrazione di “tutte le vittime dirette e indirette della guerra”.
Una “operazione propiziata” da quello che Rusconi definisce “patriottismo
dell’espiazione”, e di cui mette in risalto la “funzione auto-assolutoria per chi è stato a
guardare e ad aspettare”. La sinistra vi ha contrapposto polemicamente la formula della
“Resistenza continua”, considerandola cioè come “fonte originaria di un processo
democratico in fieri ... sublimata a pura moralità civile e democratica”: un’operazione che
Rusconi giudica pedagogica e non meno ambigua dell’altra, “non a caso insofferente”
120
verso quanto ricordi il suo indubbio nesso con il regime partitocratico .
Rusconi non può contestare il “nesso Resistenza-Repubblica”, ma nega che
l’“obsolescenza del regime politico cui ha dato luogo” comporti necessariamente quella
della Resistenza. Senza citarne direttamente l’autore, rovescia la tesi di Gobbi che “la
solidarietà nazionale dei CLN” abbia bloccato l’“alternanza”, sostenendo che proprio “il
deteriorarsi” di quella in seguito alla guerra fredda abbia prodotto “governo spartitorio,
lottizzazione, consociativismo, partitocrazia ecc. per culminare nell'attuale crisi
dell’intero sistema partitico e istituzionale”. Riprendendo in chiusura l’idea già espressa
nel n. 6/1992 de Il Mulino, Rusconi ripropone allora una nuova funzione della
Resistenza, che non si vede peraltro in cosa differisca da quella “pedagogica” poco prima
rimproverata alla sinistra, né in che senso sarebbe come Rusconi perora “sottratta alla
ritualità”: e cioè un moralistico recupero delle sue “virtù civiche”, e tra queste in primo
luogo “la capacità di apprendere e praticare di fatto la democrazia senza aggettivi da parte
di uomini e partiti che avevano concezioni diverse e antagonistiche di democrazia”, in
una parola, il “patriottismo della Costituzione”. Nell’accezione di Rusconi, beninteso.

NOTE

1 Friedrich Nietzsche, “Sull'utilità e il danno della storia per la vita”, 1874.

2 Prima edizione. Nuova edizione “riveduta e aggiornata” 1964 (Einaudi, Torino).

3 Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino.

4 R. Battaglia, “La storiografia della Resistenza. Dalla memorialistica al saggio storico”, in Il Movimento di
Liberazione in Italia, 1959, n. 57, pp. 80131.

5 H. Michel, Les courants de pensée de la Résistance, PUF, Paris, 1962; La guerre de l'Ombre. La
Résistance en Europe, Grasset, Paris, 1970 (ed. it., Mursia, Milano, 1973).

6 Sergio Cotta, Quale Resistenza?, Rusconi, Milano 1977.

7 Di Cotta Pavone cita solo, marginalmente e polemicamente, un intervento a un convegno del 1966
(“Lineamenti di storia della Resistenza italiana nel periodo dell’occupazione”, in Rassegna del Lazio, XII,
1965): op. cit., pp. 52, 615, 679, 790.

8 Cfr. Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, FPE, Milano, 1965.

9 L’aggettivo si riferisce al Partito d’Azione (194247).

10 L'aggettivo deriva dalla pronuncia italiana della sigla “CLN” (Comitato di Liberazione Nazionale,
composto dai sei partiti antifascisti, DC, PLI, PRI, “d'Azione”, PSIUP e PCI).

11 Ernst Nolte, Der europaeische Buergerkrieg 19171945. 0ationalsozialismus und Bolschewismus,
Verlag Ullstein GmbH, Frankfurt/ Main Berlin, Propylaeen Verlag, 1987 (ed. it., Sansoni, Firenze, 1988,
con un saggio di Gian Enrico Rusconi).

12 Otto Kallscheuer, “Zerfall der Erinnerung. Italienische Debatten ueber Widerstand und Nation”,
Frankfurter Allgemeine Zeitung, 2 Juni 1993, p. N5.

13 Norberto Bobbio, “Guerra civile?”, in Teoria politica, VIII, n. 12, 1992, pp. 297307.

14 Cfr. però Eugenio Tassini, “1943-1945. Perchè fu una guerra civile”, in Europeo, 25 ottobre 1991, pp.
116-122 (con interventi di Giordano Bruno Guerri, Nicola Tranfaglia, Giose Rimanelli e Vittorio Foa).

15 Luciano Canfora, “Perchè tre guerre?”, in Il Manifesto, 24 novembre 1991. Cfr. Bobbio, op. cit., pp. 298
e 3067 (nt.2); Id., “le tre guerre. La polemica sui delitti del ’45”, in La Stampa, 9 settembre 1990.
16 Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia.

17 Pavone, op. cit., p. xi.

18 Pavone, op. cit., p. 225: “Fu proprioànella tensione insita nel carattere 'civile' che trovarono modo di
riscattarsi gli elementi negativi tipici della guerra in quanto tale. Franco Venturi ha detto una volta che le
guerre civili sono le sole che meritano di essere combattute”.

19 Cotta, op. cit., p. 44.

20 De Luna, Storia del Partito d’Azione, Feltrinelli, Milano. 1982, pp. 99 ss., 156 ss.

21 Secondo l’interpretazione di Giustino Fortunato, cit. in Cotta, op.cit., p. 45.

22 Cotta (op. cit., pp. 41 ss.) sottolinea per· tre “differenze di ordine strutturale” fra l’antifascismo e la
Resistenza. Il primo fu un fenomeno “essenzialmente politico”, “tipicamente italiano” e “di élite”. La
seconda fu invece “politico-militare”, con “una netta dimensione internazionale” e un “movimento di
massa”. Anche per questo la mappa delle diverse componenti dell’antifascismo non corrisponde
meccanicamente a quella delle diverse componenti della Resistenza, dove non tutti gli “antifascismi” storici
vennero rappresentati, e dove furono presenti, oltre tutto in modo politicamente e strategicamente decisivo,
non solo singoli personaggi, ma vere e proprie componenti politiche che in precedenza avevano colluso con
il fascismo, quali i militari, i monarchici, i nazionalisti, gli industriali, il clero.

23 Questa espressione non ha tuttavia avuto molta “fortuna”. Essa sopravvive nel nome dell'Istituto
Nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia (MLI).

24 Cotta, op. cit., p. 21.

25 Cotta, op. cit., p. 105. Cfr. Luigi Longo, Sulla via dell'insurrezione nazionale, Edizioni di cultura
sociale, Roma, 1954, p. xiii: “si noti ... che, ogni qualvolta abbiamo invitato gli operai a battersi contro i
padroni sfruttatori e collaborazionisti con i tedeschi, abbiamo sempre sottolineato che anche le lotte operaie
dovevano svilupparsi sul piano politico, patriottico e unitario proprio del C.L.N.”.

26 De Luna, op. cit., pp. 315 ss.

27 Cotta, op. cit., pp. 66 ss. (“Unita ma non uniforme”).

28 Cotta, op. cit., pp. 96 ss. (“L'unità difficile”).

29 Giovanni Frignano, Teoria della guerra di popolo, Collettivo Editoriale Librirossi, Milano, 1977. Cfr.
Ilari, “Riflessioni critiche sulla teoria politica della guerra di popolo”, in Memorie storiche militari, 1982,
pp. 107-172.

30 Ferruccio Botti e V. Ilari, Il pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra, USSME,
Roma, 1985, pp. 339403 (“Le Forze Armate di fronte alla guerra partigiana”).

31 Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. I “bianchi” e gli “autonomi”, guidati da Enrico Mattei (DC)
e dal generale Raffaele Cadorna, formarono la Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL). Nel
1949 Parri guid· la scissione di una parte degli azionisti, fondando la Federazione Italiana Autonoma
Partigiani (FIAP).

32 Edgardo Sogno, Il golpe bianco, Edizioni dello Scorpione, Modena 1978, pp. 61 ss.

33 Appellativo che i partigiani davano ai soldati e funzionari della Repubblica Sociale Italiana.
34 Dino Messina, “Di chi era la Resistenza. Bobbio contro i revisionisti”, in Il Corriere della Sera, 9
ottobre 1992.

35 G. E. Rusconi, “Patriottismo della Costituzione”, in Il Mulino, XL, n. 334, marzoaprile 1991, p. 327.

36 Pavone, op. cit., p. 223.

37 Cotta, op. cit., pp. 1819.

38 Longo, op. cit., p. xii.

39 Longo definiva l’attesismo “la posizione di coloro che aspettavano che gli alleati, con le loro divisioni,
venissero a liquidare il risorto fascismo e l’occupazione tedesca e a investirli del governo della nazione”
(op. cit., p. x).

40 Pavone, op. cit., p. xi.

41 Ilari, “Pacifismo e interventismo nella cultura politica italiana”, in Limes, I, n. 23, 1993, pp.

42 Ilari, Le Forze Armate tra politica e potere (1943-1978), Vallecchi, Firenze, 1979, pp. 176 ss.

43 Ilari, Storia del servizio militare in Italia, vol. V (“La difesa della patria”), CeMiSS, ed. Rivista
Militare, Roma, 1992, I, pp. 244 ss., 253 ss., 286 ss., 290 ss.

44 Ilari, Storia, cit., V, I, pp. 317 ss.

45 Donatella Della Porta, Il terrorismo di sinistra, Istituto Cattaneo. Il Mulino, Bologna, 1990, pp. 51 ss.

46 Giovanni Pesce, Quando cessarono gli spari, prefazione di Luigi Longo, Feltrinelli, Milano, 1977.

47 Il primo autore di rilievo ad asserire una “continuità” tra la Resistenza e la “contestazione” del
Sessantotto (e a felicitarsene, ignorandone allora il futuro esito terrorista), è stato Giorgio Bocca, Storia
dell’Italia partigiana, Laterza, Bari, 1966 (4a ed. 1977, p. viii-ix). Più tardi Bocca ha sottolineato le
analogie organizzative fra Gruppi d'Azione Partigiana e Brigate Rosse ma senza sostenere dirette
derivazioni (Il terrorismo italiano 1970-1978, Milano, 1978). La continuità col terrorismo di sinistra è
invece asserita da Giorgio Galli, Storia del Partito Armato 19681982. Rizzoli, Milano, 1986, pp. 910, e
indagata nella sua genealogia (in riferimento al legame tra Pietro Secchia e Giangiacomo Feltrinelli) da
Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano, 1984, pp.
160 ss.. Cfr. Angelo Ventura, “il problema delle origini del terrorismo di sinistra”, in Donatella Della Porta
(cur.), Terrorismi in Italia, Il Mulino, Bologna, 1984, pp. 80 ss.; Luigi Manconi, “Il nemico assoluto.
Antifascismo e contropotere nella fase aurorale del terrorismo di sinistra”, in Raimondo Catanzaro, La
politica della violenza, Istituto Cattaneo. Il Mulino, Bologna, 1990, pp. 4792.

48 Pietro Di Loreto, Togliatti e la “doppiezza”. Il PCI tra democrazia e insurrezione 1944-49, Il Mulino
Bologna, 1991.

49 Cfr. Nando Dalla Chiesa, Milano-Palermo, la nuova resistenza, Baldini & Castoldi, Milano, 1992;
Giancarlo Caselli, “Dalla lotta al nazifascismo alla lotta alla mafia per la cultura della democrazia”, in
Patria indipendente, XLII, n. 2, 31 gennaio 1993, pp. 49. Alla fine la formula si è inflazionata. Alludendo a
Craxi, divenuto il politico corrotto per antonomasia, e ai progetti di amnistia per tutti gli altri inquisiti, una
vignetta del disegnatore satirico Forattini mostra Andreotti col fazzoletto rosso, il mitra e la cartuccera che
dice furbescamente in “romanesco”: “è la nova Resistenza! Fucilamo er tiranno, famo n'amnistia generale e
magnamo per artri 50 anni!” (La Repubblica, 8 febbraio 1993).

50 Pietro Secchia, voce “Gap”, in Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, Milano, La Pietra, II,
1971, pp. 475-476.
51 In una grande manifestazione di lavoratori contro il terrorismo promossa dal sindacato “unitario”
(CGIL-CISL-UIL) dopo il sequestro di Aldo Moro da parte della Brigate Rosse (1978), un esponente
dell’ANPI ritorse contro i gruppuscoli di sinistra uno dei loro simboli, quello della pistola “P.38”,
osservando che durante la guerra partigiana quella era l'arma individuale degli ufficiali nazisti.

52 Pavone, op. cit., p. 733, nt. 106, lo menziona di sfuggita, in una nota di sei righe dedicata ai distintivi
usati dalla Brigata responsabile dell'eccidio. Minore reticenza in Battaglia, op. cit., p. 442 e Bocca, op. cit.,
p. 453-454 (che peraltro giustifica l'episodio in modo disgustoso, accusando il comandante dell'Osoppo,
decorato di medaglia d'oro al V.M., di "attesismo" e "grafomania", e di essere l'"uomo sbagliato nel posto
sbagliato”, sordo alle esigenze della politica internazionale che avrebbero imposto “di sacrificare in parte
gli interessi nazionali”).

53 Gli interventi di Pannella e i commenti di numerosi intelluali, tra cui BagetBozzo, Bobbio, Bocca, Galli
della Loggia e Settembrini furono pubblicati nei nn. 56, 7, 89 e 10 di Quaderni radicali 1979, e riuniti
assieme ad altri a cura di Angiolo Bandinelli e Valter Vecellio (Una “inutile strage”? Da Via Rasella alle
Fosse Ardeatine, Tullio Pironti editore, Roma, 1982). Pochi mesi più tardi Pannella avrebbe incalzato il
PCI anche sulla questione del movimento contro l'installazione degli Euromissili, contrapponendo un
pacifismo “vero” a quello comunista, accusato di fare il gioco dell'URSS. Cfr. Ilari, “Storia politica del
movimentoi pacifista in Italia (1949-1985)”, in Carlo Jean (cur.), Sicurezza e difesa, Angeli, Milano, 1986,
pp. 26065; Id., “Pacifismo e interventismo”, cit., pp. .

54 Luciano Canfora, La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile, Sellerio, Palermo, 1985. Pavone,
che sostanzialmente giustifica l’uccisione, tace non solo il ruolo di Marchesi, ma anche la ragione specifica
dell’attentato, e cioè l’appello del filosofo alla conciliazione: il che è quanto meno singolare in un libro
dedicato al tema della guerra civile (op. cit., pp. 503-505).

55 Vittorio Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni di una vita, Einaudi, Torino, 1991.

56 Nuto Revelli, “Fucilavamo i fascisti e non me ne pento”, intervista ad Antonio Gnoli, in La Repubblica,
16 ottobre 1991.

57 Pavone, op. cit., p. ix.

58 Bobbio, op. cit., p. 302; Id., “La morale della Resistenza”, in La Stampa, 27 ottobre 1991.

59 Miriam Mafai, “La verità su quel triangolo rosso”, in La Repubblica, 31 agosto 1990; Bocca, “Fischia il
vento urla la bufera ...”, ibidem.

60 Intervista del 4 settembre 1990 al gruppo dei “Quotidiani Veneti”. Su Franceschini cfr. Liano Fanti,
S’avanza uno strano soldato. Genesi del brigatismo rosso reggiano, Sugarco, Milano, 1985, pp. 115-141.

61 Romano Cantore, “Quando il PCI era pronto per il golpe” (intervista a Salvatore Sechi), in Europeo,
1117 marzo 1991, pp. 821; R. Cantore e Vittorio Scutti, “Di Gladio ne esisteva un’altra, quella rossa”,
ibidem, 22-31 maggio 1991, pp. 6-11 (intervista a Luciano Canfora alle pp. 10-11). Cfr. Bocca, “La vera
storia di Gladio rosso”, in La Repubblica, 13 settembre 1991.

62 Benchè prima delle elezioni del 5 aprile 1992 il segretario del PDS avesse ventilato una candidatura di
Nilde Jotti alla Presidenza della Repubblica, la vedova di Togliatti venne sostituita nell'ufficio di presidente
della Camera (terza carica costituzionale dello Stato) dal leader della destra "migliorista", Giorgio
Napolitano.

63 Giampaolo Pansa, “Coccodrilli senza pudore”, in La Repubblica, 12 settembre 1990.

64 La pubblicazione incompleta della “lettera” da parte dello storico excomunista Franco Andreucci offrì
occasione ad un polemico intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e perfino ad un
espostodenuncia dell’avvocato Augusto Sinagra per i reati di “favoreggiamento bellico” e “attività
antinazionale di cittadino all'estero” contro dirigenti e funzionari dell’ex-PCI. Cfr. Carlo Rossella, “Quale
Palmiro”, in Panorama, 16 febbraio 1992, pp. 3847; Pansa, “Quel Togliatti che ammazzava gli alpini”, in
L'Espresso, 11 ottobre 1992, pp. 152159 (= Id., I bugiardi, Sperrling & Kupfer, Milano, 1992). In realtà il
giudizio di Togliatti sulla sorte, eventualmente tragica, dei prigionieri italiani in Russia era analogo a quello
da lui espresso sui bombardamenti alleati al Nord, che nel periodo della “cobelligeranza” fecero il doppio
di vittime civili che durante la guerra 1940-43 (41.000 contro 18.000: le vittime civili delle rappresaglie
nazifasciste furono 14.000): “noi ci sentiamo stringere il cuore a vedere le nostre città e i poveri nostri
villaggi distrutti. Ma chi potrà impedire al cittadino di altri paesi di ricordarci (i bombardamenti italiani su
Londra e in Spagna o l’iprite usata contro le popolazioni abissine?)” (Canfora, op. cit., p. 269).

65 Cotta, op. cit., pp. 12 ss., cfr. p. 168.

66 Cotta, op. cit., p. 4 di copertina: “la celebrazione del CLN serve a sostenere il sistema degli organismi di
massa e dei loro comitati unitari, ai quali si attribuisce una rappresentatività non formale ma organica (cioè
non elettiva!) che annulla la distinzione fra maggioranza e opposizione. Ne esce così svuotato il sistema di
democrazia maggioritaria ed elettiva, basata sulla dialettica partitica ... Viene riproposto, nei medesimi
termini di allora, un disegno respinto negli ultimi mesi della guerra di liberazione, e infine dal voto
plebiscitario del 18 aprile 1948” (cfr. pp. 142 ss.).

67 Cfr. le opinioni di Vittorio Foa, Claudio Pavone e Gaetano Arfé raccolte da Simonetta Fiori,
“Spazzatura d’autore!”, in La Repubblica, 29 agosto 1992. Polemiche ha suscitato l’adozione del libro di
Gobbi quale testo di “educazione civica” nel prestigioso liceo classico “D'Azeglio” di Torino, dove studi·
da ragazzo lo stesso Bobbio, su proposta di un docente, Francesco Coppellotti, traduttore di Ernst Nolte
(Massimo Novelli, “Il libro sulla Resistenza divide il liceo antifascista”, in La Repubblica, 28 febbraio 1°
marzo 1993). Rusconi definisce il pamphlet “una anacronistica resa dei conti interna alla sinistra” (Se
cessiamo di essere una nazione, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 47).

68 Romolo Gobbi, Il mito della Resistenza, Rizzoli, Milano, 1992.

69 Cfr. Piero Ostellino, “Che fare di un mito cinquant’anni dopo”, in Il Corriere della Sera, 2 novembre
1992.

70 R. Gobbi, Operai e Resistenza, Musolini editore, Torino, 1973.

71 La svalutazione della guerra partigiana all’estero e in montagna (in quanto maggiormente “militare” e
maggiormente “unitaria” dell'azione clandestina e del terrorismo urbano) è un tratto caratteristico delle
interpretazioni “rivoluzionarie” della Resistenza (cfr. Cotta, op. cit., p. 31). Altro tratto caratteristico è la
tendenza a ipervalutare il peso delle formazioni politicomilitari di sinistra non aderenti al CLN, come
“Stella Rossa” (Torino), “Prometeo” (Milano) e “Bandiera Rossa” (Roma: cfr. Silverio Corvisieri,
“Bandiera Rossa” nella Resistenza romana, Samonà e Savelli, Roma, 1968).

72 Anche così sottostimata la cifra rappresenta pur sempre il doppio di tutti i volontari che presero parte
alle guerre del Risorgimento: e senza tener conto del fatto che la guerra partigiana interess· solo le regioni
Centrosettentrionali, e della particolare difficoltà psicologica e pratica della scelta di unirsi alla guerriglia.
Sull’entità assoluta e relativa delle forze partigiane, cfr. V. Ilari, Storia del servizio militare in Italia, vol.
IV (“soldati e partigiani”), CeMiSS, ed. Rivista Militare, Roma, 1991, pp. 109-123 e 232-243.

73 Aldo Garosci, “I risultati politici della guerra partigiana”, in Quaderni di Giustizia e Libertà, n. 56,
1945, pp. 512. Tesi contestata già nel 1948 dalla storiografia moderata e filofascista (cfr. Attilio Tamaro,
Due anni di storia 1943-45, Tosi editore, Roma, III, pp. 17475) quasi negli stessi termini di Gobbi.

74 David Kertzer, Riti e simboli del potere, Laterza, Bari, 1989, p. 99.

75 Antonio Cassese, I diritti umani nel mondo contemporaneo, Laterza, RomaBari, 1988, pp. 105 ss.
76 Mario Pirani, Il fascino del nazismo. Il caso Jenninger: una polemica sulla storia, Il Mulino, Bologna,
1989.

77 Edgar Morin, Per uscire dal ventesimo secolo, Lubrina, Bergamo, 1989, p. 7677.

78 Ernst Juenger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 1990.

79 Gobbi, op. cit., pp. 105-107.

80 Nello Ajello, “La Resistenza, un mito da buttare”, in La Repubblica, 29 agosto 1992, p. 31.

81 Gobbi, op. cit., p. 105: “Non fu Berlinguer a inventare il ‘compromesso storico’; questa scelta politica fu
fatta da Togliatti fin dalla ‘svolta di Salerno’ nel 1944 ... Da allora non ci fu vera opposizione in Italia, ma
una spartizione del potere tra i partiti dell’arco costituzionale”.

82 “Pentiti” vengono pudicamente definiti dalla legge italiana i condannati per reati di terrorismo o di
mafia che lucrano un regime carcerario attenuato, sconti di pena, riabilitazioni e sussidi di reinserimento
sociale mediante la delazione dei complici.

83 Giorgio Galli, Storia del PCI (1a ed. 1957), Bompiani, Milano, 1976, p. iiiiv. Richiamandosi ad una
raccolta di scritti di Luigi Longo comparsa nel 1975 e intitolata significativamente Chi ha tradito la
Resistenza, Galli scriveva: “l’ipotesi di partenza è quella indicata nel mio libro di quasi venti anni fa: il Pci
ha mobilitato meno di quanto sarebbe stato possibile le energie rinnovatrici presenti nella classe operaia e
nella società italiana”.

84 Andrea Manzella, “Quel patto che nacque in montagna”, in La Repubblica, 12 settembre 1990.

85 Gian Enrico Rusconi, “Per una revisione storica della Resistenza”, in Micromega, n. 5/1991, pp. 2534.

86 Bobbio, “La guerra che non ci fu”, in La Stampa, 17 gennaio 1992.

87 Giorgio Fabre, “Alla lettera”, in Panorama, 21 giugno 1992; Bobbio, “Quella lettera al Duce”, in La
Stampa, 16 giugno 1992.

88 Rusconi, “Bobbio, l’ultimo azionismo”, in Il Mulino, XLI, n. 342, luglio-agosto 1992, pp. 575-586.

89 Gobbi, op. cit., pp. 107-108.

90 Era questo l’appellativo sarcastico che gli anticomunisti davano negli anni '50 e '60 agli esponenti della
sinistra democratica, ai socialisti e perfino ai “nazionalneutralisti” che accettavano la collaborazione con il
PCI o si opponevano alla discriminazione nei suoi confronti.

91 P. Battista, “Buttiglione al MSI: ‘Dopo l’addio al mito fascista riabilitate la Resistenza”, in La Stampa,
17 settembre 1992; Buttiglione, “Riconciliarsi su una parola”, in Il Tempo, 19 settembre 1992.

92 G. Bosetti, “Le due storie della Resistenza”, in L'Unità, 4 ottobre 1992; Bobbio, “La Resistenza
appartiene a chi ha combattuto”, in La Stampa, 11 ottobre 1992. Cfr. Dino Messina, “Di chi era
la Resistenza. Bobbio contro i revisionisti”, in Il Corriere della Sera, 9 ottobre 1992.

93 Pavone, “Chi sono i veri fondatori della Repubblica”, in L’Unità, 8 ottobre 1992.

94 Rusconi, “La zona grigia della Resistenza”, in L'Unità, 6 ottobre 1992; Id., “Non ci furono ‘abusivi’”, in
La Stampa, 14 ottobre 1992.

95 Buttiglione, “Ma dalla Resistenza passiva è nata la convivenza civile”, in Avvenire, 8 ottobre 1992.
96 “Lettere sull’azionismo”, in Il Mulino, XLI, n. 344, novembre-dicembre 1992: Bobbio a Rusconi, pp.
1021-1026; Rusconi a Bobbio, pp. 1027-1029.

97 Augusto Del Noce, “Dal dibattito sull'antifascismo alla malattia mortale”, in Il Tempo, 3 febbraio 1988.

98 Rusconi, “Alle radici della legittimazione della Repubblica”, in Il Mulino, XLI, n. 344,
novembre/dicembre 1992, pp. 1033-1034.

99 Rusconi, “La Resistenza? Non era un Sogno”, L'Espresso, 4 luglio 1993, pp. 114-117: “Partigiano. E
anticomunista. Lo capite adesso, dice Edgardo Sogno, che ero nel giusto io e nel torto Pci e azionisti? Uno
studioso di sinistra prova a vedere se gli si può dare ragione. La sua conclusione ...”. Cfr. Id., Se cessiamo
di essere una nazione, cit., p. 46-47.

100 Rusconi, “Le radici della legittimazione della Repubblica. Senso e mito della Resistenza”, in Se
cessiamo di essere una nazione, Il Mulino, Bologna, 1993, pp. 45-100. Alle pp. 86-91 sono riportate le due
Lettere sull'azionismo scambiate tra l’autore e Bobbio e già apparse ne Il Mulino, n. 6, 1992.

101 Rusconi, op. ult. cit., p. 14.

102 Ibidem, pp. 123 ss. La differenza più apprezzabile dalla sottigliezza politologica che dall'incolta
concretezza dei comuni membri della “Staatbuergerschaft” consisterebbe nel fatto che Juergen Habermas
considera la formula un surrogato della identificazione nazionale tradizionale, mentre Rusconi come
“inveramento di quest'ultima nella norma democratica” (cfr. p. 85).

103 Ibidem, p. 50.

104 Ibidem, pp. 45 e 46.

105 Ibidem, p. 48.

106 Ibidem, p. 57.

107 Ibidem, p. 58.

108 Ibidem, p. 61.

109 Ibidem, p. 62.

110 Ibidem, p. 51.

111 Ibidem, p. 54.

112 Ibidem, pp. 74, 77, 78-79.

113 Ibidem, p. 52.

114 Ibidem, p. 59.

115 Ibidem, p. 60.

116 Ibidem, pp. 63 ss.

117 Ibidem, p. 49.

118 Ibidem, pp. 75 ss.
119 Ibidem, p. 30.

120 Ibidem, pp. 81-82.

121, Ibidem pp. 80-131.

122 H. Michel, Les courants de pensée de la Résistance, PUF, Paris, 1962;