6 Secolo

attualità politica

17/10/2012 mercoledì

Processo Di scena i periti

Schettino avrebbe dovuto informare subito l’equipaggio
“Candido”
Nel 1968 fece rivivere il “Candido”, lo storico giornale fondato da Giovannino Guareschi, dando vita ad una serie di campagne giornalistiche su alcuni misteri d’Italia e su una serie interminabile di scandali del Belpaese. Fra questi, giusto per citarne alcuni, i casi Anas, Italcasse, lo scandalo dei petroli e quello sulla gestione del terremoto del ’68 nella Valle del Belice. Nel 1970 diede del «ladro» all’allora segretario socialista Giacomo Mancini: nel 1985 fu assolto dall’accusa di calunnia.

Ricorrenza Oggi ricorre il quindicesimo anniversario della sua morte. Rappresentò una voce fuori dal coro

Giorgio Pisanò, coerenza e passione
Testimone del nostro tempo, ma «dalla parte sbagliata»: tra i fondatori del Msi, si dedicò al giornalismo controcorrente e d’inchiesta
Alberto Samonà che disoneste nella gestione del potere da parte dei politicanti di turno: denunce nero ggi sono quindici anni dalla morte su bianco, pubblicate ben quarant’anni pridi Giorgio Pisanò, ma la sua tenace ma dello scoppio di Tangentopoli, che restaricerca per la verità, la coerenza dei no ancora oggi testimonianze indelebili sul suoi ideali e la passione politica di tutta una fatto che le diffuse pratiche del malaffare e vita non possono di certo essere dimentica- della corruzione politica fossero ben diffuse te. già a partire dall’epoca dei «padri costituenQuella di Pisanò è sempre stata una voce fuo- ti» dell’Italia democratica. I suoi articoli-deri dal coro, non soltanto perché dopo l’8 set- nuncia proseguirono anche negli anni suctembre del 1943 scelse di schierarsi «dalla cessivi sui settimanali «Oggi», «Settimo giorparte sbagliata» e perché dopo la Liberazione no» e «Gente». Nel 1963 diede vita al setticontinuò a combattere, riuscendo a sfuggire manale «Secolo XX», da cui proseguì la sua ai massacri compiuti dai partigiani in pro- incessante attività giornalistica volta alla scovincia di Sondrio, ma anche e soprattutto per perta della verità su fatti rimasti in ombra, tra la tenacia con cui i quali fece scalpore non volle mai accetuna sua inchiesta a tare le mezze verità Pubblicò tantissimi libri, soprattutto puntate sulla morte confezionate ad arte, sul vero volto di tanti “liberatori“ e del capo dell’Eni, Encercando sempre di su oscuri episodi della Resistenza rico Mattei. andare al di là della Nel 1968 fece rivivenotizia, per scoprirne le cause (a volte indici- re il «Candido», lo storico giornale fondato bili) e gli effetti. Ed è per questo che il suo da Giovannino Guareschi, dando vita ad una contributo è rimasto pietra miliare di un gior- serie di campagne giornalistiche su alcuni nalismo d’inchiesta verace, mai ossequioso misteri d’Italia e su una serie interminabile di verso il potere, ma sempre fortemente spin- scandali del Belpaese. Fra questi, giusto per to dall’unico fine della ricerca della verità. Un citarne alcuni, i casi Anas, Italcasse, lo scangiornalismo di segno decisamente opposto dalo dei petroli e quello sulla gestione del terrispetto a quello di tanti «cani da guardia», remoto del ’68 nella Valle del Belice. Nel con annessa museruola d’ordinanza, di un 1970 diede del «ladro» all’allora segretario sosistema politico-istituzionale del quale Pisa- cialista Giacomo Mancini, in un periodo in nò volle, invece, sviscerare le profonde con- cui a nessuno sarebbe venuto in mente di traddizioni e le verità più irraccontabili. apostrofare con simili epiteti i socialisti e ben Le sue prime inchieste videro la luce nel 1949 prima della celebre battuta di Beppe Grillo. sul settimanale «Il Tempo» e l’anno seguente Dopo un processo durato quindici anni, nel sulla rivista «Il meridiano d’Italia», dalle cui 1985 Pisanò fu assolto dall’accusa di caluncolonne Giorgio Pisanò pubblicò una serie nia. di dettagliati articoli, denunciando le prati- Oltre ai suoi articoli, Giorgio Pisanò pubbli-

IL CONVEGNO

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Fascismo
Le influenze in Europa I legami tra i regimi fascisti nel periodo tra le due guerre mondiali ma soprattutto le reciproche influenze tra Paesi democratici e non, pur dai fronti contrapposti della guerra civile europea. Sono questi gli argomenti al centro del convegno internazionale “Il regime fascista e l’Europa tra le due guerre. Una storia transnazionale”, che sarà ospitato dalla Biblioteca del Senato il 18 e 19 ottobre. Il convegno intende avviare un confronto tra studiosi.

cò tantissimi libri, soprattutto sul vero volto di tanti cosiddetti «liberatori» e su episodi della Resistenza rimasti nascosti per decenni, ma anche su altre vicende poco chiare di casa nostra. Nel 1962, molto prima delle testimonianze di Gian Paolo Pansa, diede alle stampe il volume “Sangue chiama sangue”, in cui per la prima volta si parlò di «guerra civile», scoperchiando scenari che, secondo i diktat del potere dominante, sarebbero dovuti restare sepolti nel dimenticatoio. Da allora avviò una costante attività di pubblicazione di testimonianze sul periodo storico della Repubblica Sociale Italiana e sui misfatti nati dall’odio antifascista. Nel 1985, con molto anticipo rispetto agli investigatori italiani, l’uscita del suo libro “L’omicidio Calvi” svelò nuovi scenari sulla morte del banchiere, sollevando non pochi dubbi sull’ipotesi che Roberto Calvi - trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra - si fosse suicidato. L’ultima sua inchiesta ricostruì la vera fine di Benito Mussolini e Claretta Petacci e fu pubblicata nel libro “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”, uscito poco tempo prima della sua morte. Un’inchiesta, alla quale lavorò per decenni e che - basandosi soprattutto su dichiarazioni di testimoni oculari - smentì punto per punto le versioni ufficiali e soprattutto la messinscena della fucilazione del Duce ad opera di un plotone di esecuzione. Insieme all’attività giornalistica Pisanò combatté sempre una battaglia altrettanto importante: quella per difendere i propri ideali. Appena diciottenne fu alla guida della Gioventù Italiana del Littorio nelle operazioni di aiuto alle popolazioni colpite dai bombar-

damenti americani. Divenne, quindi, ufficiale della Xª Flottiglia Mas, delle Brigate Nere e combatté in Valtellina con i ragazzi della Guardia Nazionale Repubblicana. Catturato dai partigiani dopo la Liberazione, finì in cella a Sondrio, Milano, Perugia, Spoleto, Pistoia, Firenze e, come molti altri combattenti della Rsi, fu internato fino al 1947 nei campi di concentramento angolamericani di Terni e di Rimini. Tornato in libertà, fu uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano, diventando primo segretario federale a Como. Nel 1951 fu presidente dei gruppi di studenti medi che tre anni dopo, il 13 novembre del 1954, diedero vita alla Giovane Italia. Nel 1972 venne eletto senatore missino. In quello stesso anno la sua casa di montagna fu distrutta da un attentato, rivendicato dalle Brigate Rosse e applaudito qualche giorno dopo in un articolo del giornale «Lotta continua». Rimase a Palazzo Madama per vent’anni, durante i quali fu parlamentare attivissimo, ricoprendo, fra l’altro, l’incarico di componente della commissione Antimafia e della commissione d’inchiesta sulla P2. Nel 1991, non accettando i più recenti risvolti interni del Msi, diede vita al movimento Fascismo e Libertà e nel ’95, non condividendo la «svolta di Fiuggi» e la definitiva trasformazione in An, fu fondatore, insieme a Pino Rauti, del Movimento Sociale – Fiamma Tricolore. Facendo emergere, anche in questa scelta, la sua tempra di indomito fautore dei propri ideali. Qualche tempo prima di morire, fiaccato da un male incurabile nel fisico, ma non nel morale, disse di sé: «Ho 73 anni e li ho vissuti bene».

l comandante Francesco Schettino ha partecipato anche al secondo giorno dell’udienza per l’incidente probatorio sulla scatola nera della nave Costa Concordia. Alle 9 in punto è arrivato al teatro Moderno di Grosseto passando, come già lunedì, dall’ingresso secondario, presidiato dalle forze dell’ordine. Al centro dell’udienza la perizia disposta dal gip Valeria Montesarchio, da cui è risultato che Schettino, appena tre minuti dopo l’impatto con gli scogli, «ha certezza di avere una falla a bordo, con una cospicua entrata d’acqua tanto da impedire l’ingresso nella sala macchine». Schettino avrebbe dunque dovuto informare subito l’equipaggio «per permettere loro di assumere il proprio ruolo: fronteggiare l’emergenza e cooperare per la sicurezza dei passeggeri». Prima dell’urto contro gli scogli del Giglio – ha spiegato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che presiede il collegio dei periti del gip – per la nave Costa Concordia «c’erano ampi spazi e tantissima acqua e tempo per accostare e portarsi fuori dal pericolo», mentre «la manovra dopo l’urto fu assolutamente fortuita perché la nave era senza controllo». Cavo Dragone ha detto pure che, durante il passaggio di consegne in plancia di comando tra Ciro Ambrosio e il suo comandante Francesco Schettino, alcune miglia prima del Giglio, tra i due non ci fu scambio di informazioni. Secondo i chiarimenti fatti al gip dal collegio peritale, quindi, la nave si incagliò davanti al porto del Giglio «per un caso» e non per volontà e possibilità da parte del comandante Schettino di governarla. Nel rispondere a quesiti specifici del gip, i periti scrivono che «mettere la barra tutta a dritta» dopo l’urto «lascia pensare che il comandante volesse allontanarsi dall’isola e non, come da lui dichiarato, rimanere sottocosta sfruttando l’azione del vento per far andare la nave verso il punto d’incaglio». Schettino «non può affermare di aver manovrato prevedendo gli effetti del vento» e «aver messo tutta la barra a dritta avrebbe potuto anche comportare che la nave dirigesse al largo» dove ci sono fondali alti. «Sicuramente la manovra del comandante Schettino non è stata casuale. Lui, finché potè ancora usare i timoni, impostò quella manovra tenendo conto delle correnti e del vento», ha detto l’avvocato Francesco Pepe, della difesa di Schettino, a proposito dei rilievi mossi dai periti. Schettino si è sempre difeso dicendo di aver salvato migliaia di passeggeri grazie all’avvicinamento al Giglio, ma secondo i periti la circostanza non è vera. Infine il gip Valeria Montesarchio ha rigettato per la seconda volta la richiesta di estensione dell’incidente probatorio al timoniere indonesiano che capì male un ordine di Schettino virando dalla parte sbagliata, motivando la decisione con la circostanza che al gip il timoniere non risulta indagato.

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Appello a Montezemolo «Le Ferrari corrano il Gp in India con il fiocco giallo»

La Corte indiana va in ferie: slitta la decisione sui marò
a Corte Suprema indiana, che deve pronunciare la sentenza riguardante il ricorso presentato dallo Stato italiano sulla giurisdizione da applicare nella vicenda dei nostri due marò, si appresta a celebrare due periodi di ferie legati ad altrettante importanti ricorrenze religiose. È quanto emerge dall’esame del calendario delle festività pubblicato nel sito della Corte stessa. Il tribunale sarà chiuso dal 22 al 27 ottobre compreso e poi nuovamente dal 12 al 17 novembre in occasione della festa di Dusshera e di quella del Diwali (o Festa delle Luci), che segna il Capodanno induista. L’atteso verdetto potrebbe quindi subire qualche ritardo a causa della sospensione dell’attività giudiziaria. «Occorre tenere

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LO HA DECISO LA CORTE SUPREMA

In India
Via libera ai turisti nei 41 parchi dove vive la tigre del Bengala I turisti potranno nuovamente accedere nei 41 parchi nazionali dedicati alla protezione della tigre del Bengala, il famoso felino in via di estinzione, ma anche una delle principali attrazioni per chi visita l’India. Lo ha deciso ieri la Corte Suprema secondo quanto riportato dai media indiani. Lo scorso 24 luglio i giudici avevano sospeso l’ingresso turistico nelle aree centrali («core areas») delle riserve dove si trova l’habitat e dove avviene la riproduzione, accogliendo la petizione di un’associazione ambientalista che denunciava l’allarmante declino delle tigri.

presente – hanno precisato fonti legali – che di solito i tempi per una pronuncia della Corte Suprema sono in media di tre mesi». La sentenza dovrà essere emessa dal giudice Altamas Kabir, che da fine settembre ha assunto la carica di presidente della Corte Suprema. In un primo momento era stata ipotizzata una scadenza più breve per la decisione da cui dipende il destino del processo

per omicidio a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in libertà vigilata nella città portuale meridionale di Kochi. Nel frattempo, visto che i tempi della decisione si allungano, riscuote consensi l’appello lanciato da il Giornale al presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, in vista del Gran premio di Formula 1 di automobilismo che si terrà il 28 ottobre in

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono in libertà vigilata

India: far correre le “rosse” con un fiocco per i due soldati. «Caro presidente Montezemolo – è l’appello – sappiamo quanto lei abbia a cuore il nostro Paese e la nostra immagine nel mondo, per questo motivo la invitiamo ad accogliere il nostro appello e quello di migliaia di italiani per un’iniziativa in favore di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone». Al Gran premio del 28 ottobre «non ci sarebbe occasione migliore per lei, non solo in qualità di presidente della Ferrari, ma come uomo che vuole scendere in campo per rinnovare la politica italiana, di dimostrare che anche dei piccoli gesti possono produrre grandi risultati. Ciò che le chiediamo è di manifestare la solidarietà della Ferrari, e quindi dell’eccellenza italiana, ai nostri soldati prigionieri, applicando dei fiocchi gialli adesivi sia sulle “rosse” sia ai box. Nel momento in cui la dignità di una nazione è finita sotto i tacchi – spiega il quotidiano – un gesto della Ferrari, simbolo vincente del nostro

Paese, riempirebbe di nuovo d’orgoglio tutti gli italiani». Una cosa è certa, «i marò torneranno a casa», ha assicurato l’altro ieri il ministro degli Esteri Giulio Terzi, convinto che alla fine le posizioni dell’Italia prevarranno, pur ammettendo di non sapere «quando». Una vicenda che si trascina ormai da otto mesi, da quando due pescatori indiani a bordo del St Anthony sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco. Di quelle morti sono stati accusati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che il 15 febbraio scorso stavano prestando servizio antipirateria sulla nave commerciale italiana Enrica Lexie, al largo delle coste di Kochi, nello Stato meridionale del Kerala. Si è appreso infine che è previsto stamani in Aula alla Camera il voto su quattro ratifiche, tra le quali una tra Italia e India sul trasferimento di persone condannate, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo a Montecitorio.

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