Note sulla Crisi

del Laboratorio Politico Iskra

www.laboratoriopoliticoiskra.org iskrassociazione@gmail.com Napoli, Ottobre 2012
Capitoli
I) Non è una crisi congiunturale II) Cos'è la caduta tendenziale del saggio di profitto III) Conseguenze immediate della “legge” sul sistema produttivo IV) La crisi negli USA V) La crisi in Europa VI) Scenari e prospettive: ruolo e margini d’azione per i comunisti p. 2 p. 5 p. 7 p. 12 p. 13 p. 15

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Lo scorso inverno, nel nostro documento sulla nascita del governo Monti e sulla fase politica in Italia ci soffermammo su alcuni aspetti essenziali della crisi generale ed internazionale che attanaglia il sistema capitalista e che è esplosa nelle sue manifestazioni più estreme con la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, ripromettendoci di ritornare in maniera più puntuale e dettagliata sull'argomento. L'evolversi degli eventi degli ultimi mesi, caratterizzati dalla persistenza e per certi aspetti dall'aggravamento sia di quegli elementi perturbatori che sono alla base della crisi, sia soprattutto delle sue ricadute reali in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di proletari occidentali, se da un lato ha confermato le considerazioni svolte nello scorso dicembre, dall'altro ci ha spinto a cercare di svolgere una riflessione più organica e complessiva sullo stato delle cose e sulle radici più profonde di questa crisi, a nostro avviso legate a doppio filo col ciclo di accumulazione capitalistica così come articolatosi negli ultimi decenni del secolo scorso.

I) Non è una crisi congiunturale
“Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo. Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre come la vera causa di tutte le malattie.”. K. Marx- “La costituzione britannica”, Neue Oder- Zeitung, n.109, 1855 Sulla crisi odierna si sono oramai prodotti fiumi di inchiostro. Da parte dei fronti più svariati di economisti ed esperti si cerca di dare una spiegazione al ciclo di eventi che a distanza di un più di un lustro va sempre più configurandosi come un vero e proprio ciclone capace di precipitare milioni di proletari e gran parte dello steso “ceto medio” dei paesi a capitalismo avanzato in un vortice di povertà, disoccupazione di massa e precarietà come non si erano mai viste dalla fine della seconda guerra mondiale. Gran parte delle teorie dominanti puntano il dito contro i processi di finanziarizzazione dell'economia negli ultimi decenni, i quali, anche grazie alla profonda deregolamentazione dei mercati finanziari introdotta dai governi alla fine degli anni novanta, hanno assunto nell'ultimo decennio dimensioni mastodontiche: solo per dare un'idea di come l'economia attuale riposi su una massa sterminata di debiti, l'FMI ha calcolato che nel 2010 il valore dei titoli derivati si aggira sui 600 mila miliardi di dollari, ovvero quasi dieci volte il valore dell'intero PIL mondiale. Come giustamente fa notare A. Carlo 1, se a ciò aggiungiamo la voragine del debito pubblico degli stati (complessivamente pari a più del doppio del PIL mondiale) possiamo renderci conto di come l'attuale sistema non sia altro che una gigantesca macchina produttrice di debiti. Come accennato sopra, di fronte al precipitare della situazione abbiamo visto stuoli di economisti, esperti e ministri delle finanze (gli stessi che fino al 2007 avevano escogitato ogni misura possibile per asservire l'economia reale alle esigenze predatorie del capitale finanziario e bancario) trasformarsi in un sol colpo in paladini dell'economia produttiva e nemici della speculazione: un esempio su tutti è rappresentato dall'ex superministro dell'economia nostrano Giulio Tremonti, che nel volgere di poche settimane è passato dal partito degli ultraliberisti a quello degli interventisti. Costoro, in realtà, non hanno fatto altro che andarsi ad affiancare al filone storico
1 Antonio Carlo, “Capitalismo 2010, uomo morto che cammina”

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keynesiano tanto in voga in gran parte della sinistra, soprattutto quella che si autodefinisce radicale. Pur con diverse varianti ed accentuazioni, la gran parte degli esperti ritiene in sostanza: a) che i mali dell'economia mondiale siano da ricondurre alla crescita smisurata dei mercati finanziari e dei fondi speculativi, i quali sarebbero ad un tempo responsabili sia della recessione (chiusura di impianti produttivi, disoccupazione e bassi salari) sia del vortice irrefrenabile del debito pubblico e propongono di tassare i capitali finanziari (es. Tobin Tax) al fine di diminuirne la redditività e spingere così la massa di capitali in eccesso a ri-allocarsi nel settore produttivo. b) che la crisi attuale sia alimentata dal ciclo di lungo periodo di bassi salari, il quale avrebbe compresso la domanda globale di beni, lasciando gran parte di questi beni invenduti e portando così ad una fase di stagnazione prolungata. Per sopperire a tale criticità, i keynesiani vecchi e nuovi propongono come panacea una nuova ondata di intervento pubblico nell'economia, capace di agire in senso anticiclico e colmare le falle prodottesi nel sistema privato, portando così a una nuova fase espansiva e a una crescita dei salari capace di riavviare il ciclo di accumulazione del capitale e del profitto. Noi pensiamo che tale diagnosi sia del tutto semplicistica, per il semplice motivo che essa identifica come cause della crisi quelle che, a nostro avviso, in realtà non sono altro che conseguenze di lungo periodo indotte dal funzionamento stesso dell'economia capitalistica. La crescita vertiginosa del capitale finanziario così come l'abbiamo conosciuta nell'ultimo decennio, lungi dall'essere la causa della crisi, rappresenta nient'altro che la risposta immediata, o meglio l'unica via di uscita possibile che il capitale ha escogitato per aggirare o ancora ritardare gli effetti di una crisi strutturale già esistente ed avente come sua base una crisi di valorizzazione e di realizzazione del capitale esistente. Da un punto di vista sostanziale, le crisi finanziarie pure non esistono: piuttosto sono sempre connesse all’andamento dei cicli di produzione di beni materiali e servizi. In quest’ottica è più opportuno distinguere tra crisi congiunturali, crisi strutturali e crisi sistemiche: mentre le prime due sono connesse col normale andamento dell'economia capitalistica (distruzione di capitali in eccesso, esercito industriale di riserva, shock finanziari circoscritti a singoli paesi, ecc.) e rappresentano la conditio sine qua non per garantire le nuove fasi di espansione del ciclo capitalistico, le terze, tra le quali va indubbiamente annoverata la crisi attuale, sono connaturate all'esistenza stessa del sistema, e in quanto tali tendono a mettere in discussione l'intero apparato su cui poggia l'economia di mercato. Vista in quest'ottica, la crisi odierna può considerarsi generale nella più ampia accezione del termine, in quanto, prima ancora che per le sue dimensioni e per il suo impatto a livello macroeconomico, essa mette in discussione fin nelle sue fondamenta tutti i principali paradigmi su cui si fonda l'ideologia del libero mercato così come codificata sin dai tempi di Smith e Ricardo. Infatti, non si può non notare come le grandi potenze capitalistiche (su tutti gli USA già nell'ultimo biennio dell'amministrazione Bush, ma anche Regno Unito e gran parte dei paesi dell'area Euro) nel tentativo di agire in chiave anticiclica, abbiano adottato politiche quali la nazionalizzazione di alcuni istituti di credito, che contraddicono il dogma liberale della “non ingerenza” dello stato negli affari privati. Lasciamo al lettore ogni considerazione, che ci appare del tutto superflua, su come il capitale utilizzi a suo uso e consumo alcuni strumenti tipici dell'economia di piano quando si tratta di socializzare le perdite delle grandi corporations finanziarie, bollando poi come pericolosi sovversivi tutti coloro che oggi, di fronte al collasso dell'economia di mercato, 3

osano proporre come rimedio la nazionalizzazione a fini sociali e senza indennizzo delle imprese che sfruttano, inquinano e licenziano. Queste brevi considerazioni introduttive sono per noi più che sufficienti in primo luogo a saldare il conto con due secoli di falsificazioni ideologiche perpetrate da cosiddetti economisti e “scienziati sociali”, intenti a decantare le virtù e le lodi di un sistema che non ha altro fondamento logico e teorico che non sia la mera giustificazione dello status quo esistente e della sua barbara irrazionalità; in secondo luogo ci portano a considerare incolmabile il divario che ci separa dalla costellazione di apprendisti stregoni sempre pronti a sfornare la “nuova verità” basata sulla ricetta miracolosa di turno per curare i mali del capitalismo senza la necessità di abbatterlo. La fase recessiva attuale, che a detta degli stessi economisti ufficiali sta riportando le lancette della storia indietro di decenni, ci sembra la dimostrazione più palese di come la rincorsa al profitto e all'accumulazione diventi ogni giorno di più un ostacolo oggettivo allo sviluppo e al progresso dell'umanità, e di come quest'ostacolo non possa essere in alcun modo rallentato o “limato”, ma solo rimosso alla radice. Le ricette riformiste, “interventiste” o socialdemocratiche, che già da decenni restano puntualmente carta straccia ogni volta che il “sinistro” di turno assume incarichi di governo, e che da almeno 30 anni (in Italia, per essere schematici, a partire dalla sconfitta degli operai Fiat di Mirafiori nel 1980) si traducono, nella migliore delle ipotesi, in controriforme “soft” giustificate dall'obbligo del rigore e dell'austerity, oggi vengono definitivamente sepolte dalle tempeste finanziarie e dall'emergenza dei debiti sovrani, per lasciare il posto alla mera amministrazione dei tagli (vedi spending rewiew), al punto che, col più classico dei colpi di mano, gran parte dei paesi UE hanno sancito pochi mesi orsono il principio del pareggio dei conti (in Italia approvato con norma di rango costituzionale), che tradotto in termini semplici significa sancire come dogma assoluto il principio secondo cui si esce dalla crisi solo sottraendo un'immensa quantità di ricchezza ai salari diretti, indiretti (spesa sociale) e differiti (pensioni) per salvare i profitti e la speculazione finanziaria. Se è vero com'è vero che all'indomani del crac di Lehman Brothers, dai più considerato il momento d'innesco della crisi mondiale, negli ambienti di Wall Street presi dal panico molti si sono rifugiati nei testi di Marx per tentare di capirci qualcosa, per chi ancora oggi si definisce marxista rappresenta quantomeno un atto dovuto il ritorno ad alcune categorie e concetti chiave (o sarebbe meglio dire “invarianze”) lasciateci in eredità dal metodo materialista storico, sia per valutarne l'efficacia o meno nel contesto odierno, sia soprattutto perché riteniamo che in troppi blaterano di “nuove vie” e di superamento di Marx senza neanche conoscerlo. Per ovvie ragioni, ci limiteremo in questa sede ad esaminare i principali aspetti della teoria marxista delle crisi ed in particolare quel meccanismo descritto da Marx come “caduta tendenziale del saggio medio di profitto”. Tale legge è stata da più parti, anche in ambienti marxisti, dapprima confutata e ritenuta inattendibile, poi definitivamente scartata e rilegata nel dimenticatoio: ciò sulla base dell'elaborazione di alcuni dati empirici che, se analizzati superficialmente, sembrerebbero invalidare la teoria delle crisi di Marx, ma che spesso e volentieri hanno sparato sul bersaglio sbagliato poiché partivano da un'interpretazione meccanicistica degli assunti marxiani, ovvero da un'errata comprensione della sua complessità.

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II) Cos'è la caduta tendenziale del saggio di profitto
Il processo che è alla base delle crisi sistemiche è analizzato da Marx sia nel libro terzo del Capitale, sia nei Grundrisse come parte della più generale teoria del valore, e porta all'elaborazione della legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Tale processo non è altro che la conseguenza delle innovazioni tecnologiche, le quali finiscono inevitabilmente per portare ad un aumento della composizione organica del capitale (C/V) ovvero del peso dei macchinari e del capitale fisso (C) rispetto al peso dei salari per unità di prodotto di un bene (V). Tale processo, facilmente osservabile ed empiricamente evidente già ai tempi di Marx, lo è ancor più nell'epoca odierna: di fronte all'enorme progresso della tecnologia (in ultimo della rivoluzione informatica), chiunque può constatare come il lavoro dell'uomo in tutti i più importanti comparti produttivi e in tutto il mondo civilizzato sia stato progressivamente sostituito dalle macchine e dai computer. Ora, se è vero che solo il lavoro umano (e non le macchine) può creare valore e quindi profitti2 è evidente che la conseguenza immediata dell'aumento della composizione organica del capitale è la caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Occorre tuttavia precisare che la legge individuata da Marx è tutt'altro che un processo lineare, assoluto e ineluttabile. Infatti, dalla stessa definizione di caduta tendenziale del saggio medio di profitto se ne desume che essa è: 1) tendenziale: questo è l'aspetto più rilevante che i tanti critici di tale legge sottovalutano. Ciò implica che la tendenza al calo del saggio di profitto nel lungo periodo interagisce con una serie di controtendenze che nel breve e nel medio periodo possono contrastare o addirittura annullare la tendenza. Osservando il seguente grafico 1 si può avere un'idea d'insieme di come la legge della caduta tendenziale operi nel concreto: se da un lato il saggio di profitto ha quasi sempre un andamento opposto a quello assunto dalla composizione organica del capitale, dall'altro appare evidente come la flessione sia tutt'altro che lineare, bensì caratterizzata da un calo evidente ma osservabile solo nel lungo periodo, intervallato da cicli brevi o medi in cui il TMP registra un momentaneo rialzo. È evidente dunque che nel corso di questi cicli le controtendenze prendano il sopravvento sulla tendenza di lungo periodo.
Tabella 1: tasso medio di profitto (ARP) e composizione organica del capitale (C/V RHS) nei settori produttivi, 1948-2009 (fonte: G. Carchedi, “Dentro e oltre la crisi”, 2010)

2 Per una piena esplicazione della teoria marxista del valore non possiamo che rimandare necessariamente alle principali opere in cui Marx esplica tale teoria, in primo luogo “Il Capitale” e i cosiddetti Grundrisse (lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica)

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Tra queste le più rilevanti ci sembrano le seguenti: a) l'aumento del saggio di sfruttamento (P/v, dove P è il plusvalore e v il costo del lavoro). Come giustamente osserva Guglielmo Carchedi nel suo recente scritto “Dietro e oltre la crisi” (2011), si tratta della principale di queste controtendenze, osservabile empiricamente nel più recente ciclo di accumulazione: tale aumento è conseguito dunque dal capitale attraverso un aumento del plusvalore estratto dai singoli lavoratori per mezzo del prolungamento delle ore lavorate (plusvalore assoluto) o l'intensificazione dei ritmi (la produttività tanto invocata da padroni e governi di ogni colore, che non è altro che il plusvalore relativo). È facile notare come tali processi, facilmente rilevabili in qualsiasi paese occidentale a partire dalla seconda metà degli anni settanta, siano alla base della crescente disoccupazione e della stessa generalizzazione delle forme di lavoro precario cui abbiamo assistito in Europa a partire dagli anni '90. Se per contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto è necessario estorcere maggior plusvalore da ogni operaio, è evidente che gli operai occupati dovranno lavorare il doppio di prima, e quindi ad ogni aumento dei ritmi e delle ore lavorate corrisponderà un nuovo disoccupato. b) il processo di concentrazione dei capitali, di cui la figura del monopolio costituisce l'esempio lampante: in questo caso il capitalista, utilizzando in maniera massiva manodopera all'interno della medesima industria o anche della medesima filiera produttiva, allo stesso tempo abbassa il costo del lavoro per unità di prodotto, e soprattutto consegue degli extraprofitti grazie alla sua rendita di monopolio (cosiddetto “price maker”)3. c) schiacciamento dei salari al di sotto della soglia di sussistenza: anche questo è un processo facilmente osservabile in modo empirico, sia in relazione all'oggettivo impoverimento creatosi in milioni di lavoratori, soprattutto precari, sia se pensiamo alle forme di sfruttamento che possiamo osservare in paesi neocapitalistici quali la Cina o i paesi dell'est Europa: elemento ancor più rilevante è il fatto che la contrazione del salario in termini assoluti in questi paesi retroagisce nei paesi cosiddetti a capitalismo avanzato per ovvie ragioni di competitività dei prezzi, e ciò, unito alla pressione dell'”esercito industriale di riserva” (precari e disoccupati) utilizzato come forma di ostacolo alla rivendicazione di aumenti salariali da parte di chi ha un’occupazione stabile, genera una spirale dei salari verso il basso a livello globale. d) erosione del salario indiretto, attraverso la cancellazione e la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e delle prestazioni sociali annesse al salario monetario. e) peggioramento della qualità del prodotto: come giustamente rileva, tra gli altri, A. Carlo, il capitalismo attuale produce il più delle volte beni di qualità scadente, difettosi o dal ciclo di vita nettamente inferiore a quello conosciuto durante la precedente epoca di espansione: punta dell'iceberg sono le merci cinesi che quotidianamente invadono i mercati occidentali, ma non solo (le stesse multinazionali da anni producono beni sempre più spesso di scarsa qualità e con materiali sempre meno resistenti) 4. f) momentanea diminuzione della composizione organica del capitale, indotta dal calo dei costi del capitale fisso. Infatti, nel corso dei singoli cicli di sviluppo del capitale, le innovazioni tecnologiche generano una caduta dei prezzi delle materie prime e dei singoli
3 Per approfondimenti: P.A. Baran, P.M. Sweezy :“Il capitale monopolistico” , Einaudi, 1968. 4 Per limitarci a un esempio di cronaca, basterebbe pensare alle polemiche e agli scandali successivi agli eventi sismici che negli ultimi tre anni hanno devastato prima la città dell'Aquila, poi gran parte dell'EmiliaRomagna, laddove è balzato agli occhi di tutti come i morti e le distruzioni non fossero ascrivibili semplicemente ad una “tragica fatalità”, ma fossero al contrario stati amplificati dalla pessima qualità dei materiali utilizzati e dai metodi approssimativi e raffazzonati con cui, sia dal punto di vista ingegneristico che architettonico, è stata data vita a gran parte degli edifici.

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elementi (input) di capitale fisso, senza tuttavia incidere nella composizione organica del capitale di lungo periodo, in quanto, come fanno rilevare numerosi studi in materia, la somma degli input necessari al nuovo ciclo determina dei costi complessivi che tendono comunque ad innalzare la composizione organica del capitale. g) il sistema di erogazione di credito alle famiglie e alle imprese, attraverso il quale il sistema riesce momentaneamente a bypassare la diminuzione di domanda di beni di consumo causata dalla compressione dei salari, e di beni d'investimento prodotta dalla crisi di valorizzazione cui abbiamo accennato. h) evasione fiscale: è un fenomeno noto a chiunque e ampiamente diffuso in tutti i paesi capitalistici, nonché oggetto di dibattito permanente sui mass-media e negli ambienti della politica borghese, quasi tutti “indignati” dalle dimensioni del fenomeno ma poi puntualmente incapaci di farvi fronte quando si tratta di passare dal piano della semplice “denuncia” morale a quello delle politiche di governo. Appare quasi scontato come tale pratica permetta ai padroni, piccoli e grandi, di “recuperare” quel saggio di profitto andato perduto a causa della caduta tendenziale, neutralizzandone così gli effetti nel breve periodo. Allo stesso modo, dato che solo i padroni e padroncini possono evadere il fisco mentre i lavoratori dipendenti (tranne quelli al nero) le tasse le pagano al momento in cui ricevono la busta paga, e visto che la fiscalità generale serve innanzitutto per finanziare i servizi sociali pubblici erogati principalmente ai proletari, appare evidente come l'evasione si traduca in un enorme trasferimento di ricchezze a scapito del salario e a favore del profitto. 2) essa riguarda il saggio di profitto, non la massa di profitti, la quale può continuare ad aumentare per le stesse ragioni dianzi esposte, e in primo luogo grazie all'aumento del PIL globale. 3) essa riguarda il saggio medio: tale asserzione dunque non esclude che nelle zone di nuova industrializzazione (vedi i paesi cosiddetti “BRICS” 5) e nelle zone del cosiddetto “fordismo periferico” (paesi emergenti e soprattutto dell'ex blocco sovietico) il saggio di profitto sia in crescita, per il semplice motivo che in questi paesi, proprio perché ancora tecnologicamente arretrati, utilizzano sistemi produttivi “labour intensive”, ovvero a bassa composizione organica di capitale. Si tratta anche in questi casi di fenomeni destinati ad annullarsi nel medio-lungo periodo: l'esportazione delle nuove tecnologie nei paesi “emergenti” costituisce infatti un fenomeno già ampiamente consolidatosi nel corso degli ultimi anni, e non potrebbe essere altrimenti, per il semplice motivo che fin dai tempi di Marx, e ancor più oggi nell'era del capitalismo mondializzato, utilizzare lavoratori al posto delle macchine significa semplicemente avere costi di produzione di gran lunga maggiori rispetto alle imprese “capital intensive” (solo parzialmente compensabili dai bassi salari), e quindi produrre merci non competitive, avviandosi così sulla strada del fallimento.

III) Conseguenze immediate della “legge” sul sistema produttivo
Passando dalla pura teoria dei processi economici ai “sintomi” prodotti nel sistema dal processo appena descritto, possiamo passare in rassegna i principali segnali che già a partire dai primi anni '70, in coincidenza del grande shock petrolifero del 1973, hanno delineato le tendenza recessiva tuttora in corso: • A dispetto delle cifre “miracolistiche” diffuse da governi e mass media fino alla vigilia della crisi attuale, i dati empirici ci dicono che negli ultimi 40 anni il PIL mondiale ha registrato una costante ed inesorabile discesa verso il basso. Come fa

5 Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa

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notare A. Kliman6, dal 1973 al 2003 il saggio di aumento del PIL pro-capite ha superato di poco la metà di quello del ciclo precedente 1950-1973. A questo dato vanno aggiunte due considerazioni: in primo luogo, esso considera il PIL pro-capite, a differenza degli economisti e delle istituzioni ufficiali, le quali utilizzano il PIL globale, parametro che senz'altro può consegnargli dati più confortanti, ma che non ha alcuna attinenza con l'andamento dell'economia reale, per il semplice fatto che esso è “drogato” dagli aumenti demografici; in secondo luogo, se ai dati appena accennati si escludesse l'apporto al PIL mondiale dato dalla Cina e dai paesi “emergenti” e si facesse riferimento esclusivamente all'occidente capitalistico, il PIL pro-capite mondiale sarebbe addirittura diminuito di due terzi rispetto al periodo 1950-1973. Passando al PIL in valori assoluti, quest'ultimo a livello mondiale, mentre negli anni '70 ed '80 è aumentato con un tasso sempre superiore al 4%, dal 1991 ad oggi non ha mai superato tale soglia di crescita. • Altro aspetto macroeconomico rilevante è dato dai tassi di disoccupazione e sottoccupazione, cresciuti a dismisura sin dalla fine della fase di espansione post bellica (secondo l'OIL già nel 1976 si stimava una quota di sottoccupati nelle aree povere del pianeta pari al 36%), e poi letteralmente esplosi in maniera incontrollabile dall'inizio degli anni '90 in coincidenza sia della caduta del muro di Berlino sia dei processi di ristrutturazione e deindustrializzazione su larga scala legati a quello che numerosi sociologi ed economisti borghesi hanno definito “l'avvento dell'epoca post-fordista”. Oggi, in epoca di crisi rovinosa, si stima che la somma dei sottoccupati e dei disoccupati su scala mondiale (ovvero persone che guadagnano meno di 2 dollari al giorno) abbia praticamente eguagliato la quota degli occupati a pieno titolo. Nella sola area-OCSE, a maggio 2012 i disoccupati ufficiali ammontano a circa 48 milioni, quasi 15 milioni in più rispetto al 2007, anno d'inizio della crisi! Più di recente, alla vigilia del summit di Tokyo del Fondo Monetario Internazionale, l'OIL ha presentato un dossier con i dati del 2012, nel quale si stima che dall'inizio della crisi ad oggi si sono persi nel mondo circa 30 milioni di posti di lavoro, e che un terzo dei circa 200 milioni di disoccupati del pianeta hanno meno di 25 anni. Per il 2013, l'agenzia dell'ONU non prevede alcun cambiamento di rotta, anzi si stima come probabile la perdita di altri 7 milioni di posti di lavoro. Quanto all'UE, i dati Eurostat – che ad agosto parlavano già di oltre 18 milioni di senza lavoro nell'area Euro – sono stati addirittura corretti al rialzo ad inizio ottobre poiché nello stesso mese di agosto erano andati persi altri 34.000 posti, con un incremento di 2.144.000 disoccupati in un solo anno. Se poi si considera l'intera UE, le stime dell'OIL parlano di quasi 25 milioni di disoccupati. Già questi numeri si commenterebbero da soli, se non fosse che le statistiche ufficiali non tengono conto né di coloro che, sfiduciati, non sono più alla ricerca di lavoro, né soprattutto dei milioni di precari perennemente in bilico tra lavoro e non lavoro... Il trend recessivo di lungo periodo in tal modo delineato ha come sua prima conseguenza la crescita smisurata dell'indebitamento. Con tale termine solitamente ci si riferisce al debito pubblico, ovvero alla spesa in disavanzo da parte dello stato non coperta da entrate di pari ammontare: la causa di tale trend ascendente va ricercata nella diminuzione dei salari e dei consumi (dunque dell'imponibile), nel già citato fenomeno dell'evasione, ma anche nell'aumento della spesa (proporzionale all'aumento degli organici nelle pubbliche amministrazioni come ammortizzatore sociale adottato da numerosi governi negli scorsi decenni per far fronte all'aumento della disoccupazione nel settore privato). Ma il debito non è solo quello pubblico,

6 A. Kliman “The failure of capitalist Production”, Plutopress, 2011

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ma anche quello delle famiglie, negli ultimi decenni sempre più costrette a ricorrere ai meccanismi di credito al consumo per poter sopravvivere, e quello delle imprese, ugualmente spinte nelle braccia delle banche d'investimento per far fronte a una oramai cronica crisi di liquidità. Non solo: la crescita smisurata dell'indebitamento privato ha rappresentato sia il terreno minato capace di far esplodere la crisi nelle forme a cui abbiamo assistito, sia la fonte di approvvigionamento primaria per i mercati finanziari, senza la quale sarebbe stato impossibile per questi ultimi erigere quell'immenso castello di carta chiamato speculazione. Alcuni dati possono rendere chiara la dimensione mastodontica assunta dal debito negli ultimi decenni: secondo Paolo Giussani, dal 1952 al 2008 il debito complessivo negli Stati Uniti d'America è passato dal 103% al 320% del PIL, con un aumento vertiginoso a partire dal 1977. I grafici che seguono, raccolti in rete da fonti istituzionali confermano tale linea di tendenza.

Tabella 2: debito pubblico (percentuale sul PIL) dei principali paesi industrializzati nel 2010. In rosso le “economie emergenti”: la linea orizzontale individua il “limite” di debito pubblico considerato accettabile dall'UE in base ai parametri di Maastricht. (fonte: Pictet Asset Menagement)

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Tabella 3: somma dei debiti complessivi (pubblico, delle imprese, dei consumatori e finanziario) nei principali paesi industrializzati al marzo 2011 (fonte: McKinsey Global Institute). Per gli Stati Uniti il dato è incompleto, il che lascia supporre che la stima riferita da Giussani sia esatta.

Il ciclo di ristrutturazione su larga scala che il capitale occidentale ha messo in atto a partire dalla seconda metà degli anno '70, sbandierato come “terza rivoluzione industriale”, avvento della produzione flessibile, just in time, esaltazione del “piccolo è bello” ecc., in realtà non è affatto la risultante di un processo ineluttabile e naturale di “modernizzazione”, quanto piuttosto il risultato della lotta all'ultimo sangue condotta dal capitale contro la classe operaia per fronteggiare la caduta dei saggi di profitto. In realtà, il tessuto di tutele e diritti conquistati dal proletariato (in primo luogo europeo) grazie al ciclo di lotte dei decenni '50-'60, ha rappresentato un'avanzata che, per le dimensioni delle conquiste ottenute, non poteva non minacciare la sopravvivenza stessa della borghesia in quanto classe dominante, non solo a livello economico ma anche politico: da questo punto di vista, possiamo considerare l'epoca dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, della contrattazione nazionale, dei diritti civili e sociali come un'eccezione rispetto al normale andamento del capitalismo; mentre la precarietà del lavoro e delle vite, la disoccupazione dilagante, i bassi salari e la mancanza di tutele che osserviamo oggi sono nient'altro che le caratteristiche necessarie alla sopravvivenza di tale sistema. Non è un caso che la barbarie odierna assume caratteristiche del tutto analoghe a quelle del primo capitalismo pre-industriale. Per comprendere come il processo di erosione dei salari a favore dei profitti e delle rendite sia di gran lunga antecedente alla crisi e alle politiche di austerity attuali, basta far riferimento ai dati diffusi dalla Banca d'Italia nell'oramai lontano 2000, nei quali si evidenziava come nel ventennio 1980-1999 il peso dei salari sul PIL era sceso addirittura dal 56% al 40%, mentre i profitti erano passati dal 21,3% al 28,6% e le rendite dal 22,5% del 1980 erano balzate alle soglie del nuovo millennio addirittura al 31,3%. Un altro studio condotto dalla BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) che non tiene conto delle rendite e suddivide la ricchezza solo in profitti e salari, stimano che questi ultimi dal 1983 al 2005 sono scesi di 8 punti percentuali di PIL a vantaggio dei profitti (qualcosa come 120 miliardi di euro passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni!). E ovviamente il trend continua nella medesima direzione, ulteriormente sospinto dalle politiche “lacrime e sangue” degli ultimi cinque anni... 10

La cosiddetta finanziarizzazione, fenomeno già conosciuto sin dagli albori del capitalismo, ma che negli ultimi 30 anni ha assunto dimensioni da capogiro. Come rileva tra gli altri P. Giussani, solo considerando il giro d'affari prodotto da Wall Street, esso è passato da circa il 15% del PIL americano del primi anni del secondo dopoguerra a oltre il 350% del 2006. Come già accennato, a partire dagli anni '70 abbiamo assistito ad una vera e propria “mutazione genetica” del sistema capitalista: se quest'ultimo sin dalla sua nascita ha avuto bisogno del ciclo del credito per potersi alimentare ed espandere, a seguito della crisi di sovrapproduzione di quarant'anni or sono, è andato trasformandosi sempre più in chiave puramente speculativo-parassitaria, grazie alla creazione di innumerevoli e complicati prodotti finanziari. A dire il vero, questa è una linea di tendenza che ha iniziato a materializzarsi già a seguito della comparsa e della progressiva affermazione della società per azioni, la quale per sua stessa natura (in virtù della separazione tra proprietà dei mezzi di produzione e titolarità delle azioni su cui tale produzione si fonda e della scissione tra la figura del proprietario e manager) dipende in misura sempre più considerevole da flussi abnormi di capitale finanziario. Resta tuttavia un dato inconfutabile come la progressiva affermazione della rendita speculativa, il distacco di quest'ultima rispetto alla produzione reale e in ultimo il vero e proprio ribaltamento di peso a cui assistiamo da diversi decenni, siano nient'altro che il prodotto della crisi di valorizzazione di capitale negli ambiti produttivi susseguente alla crisi sistemica, a sua volta prodotta dalla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Detto in parole semplici, laddove i padroni non ritengono più sufficientemente profittevoli gli investimenti in capitale fisso funzionali alla produzione di beni, essi decidono di far “emigrare” i loro profitti ricavati nel precedente ciclo di accumulazioni e giacenti in maniera improduttiva, investendoli sui mercati finanziari. Al fine di rimanere fedeli al nostro schema, possiamo prendere in esame il caso più vicino a noi di grande impresa multinazionale, ovvero il gruppo FIAT: come ampiamente risaputo, nel corso degli ultimi decenni ha dismesso interi stabilimenti nel settore auto, tagliato migliaia di posti di lavoro con l'alibi della scarsa produttività e della non profittabilità di nuovi investimenti produttivi, per poi spostare quote gigantesche di capitale nella costituzione di società finanziarie o nell'acquisizione di quote azionarie di società già esistenti (dedite in gran parte all'erogazione di credito al consumo o ad attività speculative in ambito edilizio), come nel caso FGA Capital, sorta guarda caso in epoca Marchionne, o di Exor SpA (già nota come IFIL). È importante sottolineare, poiché si tratta non di un dettaglio ma di un elemento analitico determinante a tracciare un solco politico tra i marxisti e i teorici dei “due capitalismi”, che nel caso del capitale speculativo-finanziario non abbiamo a che fare con una creazione di nuovo plusvalore, bensì con la mera realizzazione del plusvalore già esistente creato nel ciclo produttivo.

In quest'ottica, sarebbe dunque profondamente errato sottovalutare o addirittura negare sulla base di una presunta ortodossia “marxista” il peso determinante per le sorti dell'intera società assunto dai mercati finanziari, nonché l'incidenza di questi ultimi nella manifestazione dei sintomi della crisi attuale. Nostra intenzione, al contrario, è quella di ristabilire un corretto rapporto tra cause ed effetti della crisi, all'interno del quale l'esplosione dei mercati finanziari va sicuramente annoverata nella seconda categoria.

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IV) La crisi negli USA
Sin dall'indomani della grande crisi petrolifera, la gran parte dei paesi occidentali ha attraversato una stagione economica dai più definita di “stagflazione”, ovvero di inflazione indotta dagli aumenti delle materie prime e di carburante, unita ad una crescita economica bassa o nulla (stagnazione). Le conseguenze di questo fenomeno, manco a dirlo, si sono abbattute principalmente sui livelli salariali, ulteriormente alimentate dall'ortodossia monetarista7. È proprio in questa fase che abbiamo assistito alla crescita abnorme, soprattutto negli USA, delle forme più argute e disparate di credito al consumo. Tale meccanismo, in un mercato sempre più deregolamentato, ha portato all'erogazione di crediti sempre più rischiosi perché di sempre più difficile remissione, quindi alla creazione di prodotti finanziari “complessi” nei quali venivano “spezzettati” e occultati i debiti delle singole famiglie: i cosiddetti “derivati”. Si tratta nello specifico di prodotti ad alto rischio poiché al loro interno sono contenuti debiti contratti molto spesso da famiglie indigenti, di questi crediti il più noto è rappresentato dai cosiddetti “mutui subprime”. Il fatto che fino a poche ore prima del crollo dei titoli di tali prodotti e dal conseguente fallimento di numerosi istituti di credito, gran parte delle agenzie di rating, pur conoscendo a pieno in quali categorie di derivati fossero contenuti i “subprime”, attribuisse a tali titoli la classificazione “AAA”, è solo l'ulteriore dimostrazione di come questo sistema, per poter sopravvivere, abbia bisogno di spacciare come “valore” e ricchezza ciò che esso sa bene essere niente più che una montagna di cartastraccia. Ciò che è accaduto tra la fine del 2007 e i primi mesi del 2008 è riassumibile in breve: le famiglie impoverite che avevano sottoscritto i mutui per l'acquisto della prima casa sono diventate insolvibili; il valore dei titoli “tossici” contenenti tali mutui, che nel frattempo erano stati spalmati su una miriade di creditori sparsi per il mondo, è così crollato; la crisi da ciò scaturita si è da allora “biforcata”: da un lato, nel campo dell'economia reale, la crisi immobiliare derivante dal crollo dei valori delle abitazioni si è diffusa a livello internazionale, colpendo in primo luogo quei paesi che fino a quel momento affidavano gran parte del proprio boom economico sul settore edile (il caso più eclatante è quello della Spagna), dall'altro, nell'ambito finanziario, la crisi del credito è andata a colpire prima le grandi banche commerciali, per poi estendersi alle banche d'investimento, chiudendo in tal modo il circolo vizioso tra crisi finanziaria e recessione dell'economia reale. Ma il processo di reazioni a catena non si è fermato qui: i principali governi, infatti, di fronte a una tale voragine, hanno dovuto intervenire prima in maniera diretta per salvare gli istituti di credito (come detto in precedenza, anche arrivando al punto di nazionalizzarli interamente o parzialmente), poi, indirettamente, per riattivare il circolo del credito e mettendo a punto una serie di misure di politica monetaria finalizzate all'erogazione di fiumi di denaro pubblico a sostegno del sistema bancario. Tali misure, che in passato potevano attuarsi in maniera pressoché “indolore”, oggi hanno dovuto fare i conti con un livello di debito pubblico che per molti stati era astronomico già prima della crisi. L'odierna emergenza del debito pubblico che in questi mesi attanaglia e non fa dormire sonni tranquilli all'intero establishment politico, economico e finanziario del capitalismo mondiale in realtà non è altro che il prodotto del trasferimento della crisi finanziaria sui bilanci degli Stati occidentali. Risulterà chiaro, quindi, come l'ondata di macelleria sociale a cui stiamo assistendo per opera di governi sia tecnici che “democraticamente eletti”, siano essi di destra, centro o centrosinistra (da G. W. Bush a Hollande), rappresenta oggi un passo obbligato per il comando capitalista: se servono soldi per salvare il sistema creditizio su cui poggia la propria esistenza il sistema nella sua interezza, e se gli Stati sono indebitati a
7 Ortodossia monetarista fatta propria dai governi Reagan e Thatcher tramite politiche di contenimento dei salari diretti e indiretti e di forte contenimento della spesa pubblica. Secondo i monetaristi queste misure si rendevano necessarie al fine di dare stabilità alla moneta, prevenendo l’inflazione.

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tal punto da non disporre di liquidità sufficienti per far fronte a una così grande emergenza, è evidente che tali fette di ricchezza vadano ulteriormente saccheggiate a danno dei proletari.

V) La crisi in Europa
È utile ricordare come, fino a quando non fu completato il processo di ricostruzione dell’industria europea e di quella giapponese successivo alla devastazione del secondo conflitto mondiale, a dettare le regole a livello internazionale erano in maniera indiscussa gli Stati Uniti. Tali regole rispecchiavano ovviamente le necessità e gli interessi del capitale americano che mirava alla conservazione della propria egemonia politica, economia e militare. Il modello “da esportare”, quello statunitense, regnava su tutti, ma già dagli anni ’60 si capì che gli Stati Uniti per continuare a detenere tale egemonia a livello internazionale erano costretti a perseguire una politica militare aggressiva (vedi Vietnam, Corea, Cambogia). Lo spartiacque che simboleggia l’inizio del lento “declino” della superpotenza internazionale è il 1971, anno che determina la fine degli accordi di Bretton Woods e che riconosce l’incapacità degli Stati Uniti di garantire la convertibilità del dollaro rispetto all’oro, con conseguenze a livello internazionale su tutto il sistema monetario. Proprio in questa fase storica il processo di “integrazione” europea, già nato a metà degli anni ’50 all’indomani della seconda guerra mondiale (si pensi alla CECA), inizia ad assumere le caratteristiche di un vero e proprio progetto di polo imperialista, a guida franco-tedesca, autonomo e concorrente rispetto agli USA. La creazione del Sistema Monetario Europeo (1978), del Mercato Unico Europeo / Trattato di Maastricht (1992) ed infine della moneta unica (1999) ne sono il coronamento. Tuttavia il processo di “unificazione” europea non è finalizzato al raggiungimento di una omogeneità politica – a differenza degli Stati Uniti –, ma alla creazione di una “alleanza” economica, da un lato necessaria alle varie nazioni del Vecchio Continente per partecipare da protagonisti alla cosiddetta competizione globale, dall’altro necessaria alla potenza del capitale tedesco, interessato alla creazione di un'area economica che rispondesse alle esigenze del modello produttivo esportatore, come quello tedesco. La crisi degli Stati Uniti, che solo “fenomenologicamente” si manifesta con la crisi dei “subprime” ma che è legata ai processi di accumulazione del capitale in crisi dai primi anni ’70, va considerata quindi come una vera e propria recessione causata da 20 anni di crescita economica costruita artificiosamente grazie ad un fortissimo indebitamento interno (corrispondente ad un passivo della bilancia economica dei pagamenti) e ad un altrettanto significativo indebitamento estero. Una crescita economica “dopata” per contrastare in primo luogo il blocco sovietico, in secondo luogo l’aumento di peso degli altri poli. Così si comprende la stessa partecipazione degli stati europei alle campagne militari degli anni ’90 come messaggio lanciato da questi stessi paesi nel tentativo di creare un’area ed un blocco economico competitivo a livello internazionale. Questa crisi in atto sta mettendo a nudo tutti i limiti e le contraddizioni interne al polo imperialistico europeo: più in particolare, la differente struttura e il diverso stadio di evoluzione dei vari capitalismi “nazionali” che lo compongono, basati sul classico modello dello “sviluppo ineguale e combinato” tra un centro esportatore di capitali (Germania, Francia, Italia, Spagna) e una periferia vista come vera e propria fucina di manodopera a basso costo (Grecia, Portogallo ed est europeo), mentre nella precedente fase di crescita costituivano la principale garanzia di stabilità per l'intero sistema UE, oggi divengono il principale fattore di squilibrio per il ciclo di accumulazione. Questi limiti sono intrinseci al

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processo di costituzione dell’Unione Europea e non riguardano solo alcuni paesi ma anche l’incapacità e l’inadeguatezza, rispetto ad altri poli imperialistici, delle stesse istituzioni europee. Limiti che si evidenziano maggiormente tramite gli effetti che questa crisi sta producendo in Europa, cancellando quel che restava di quei diritti conquistati e devastando quel che rimaneva del “welfare sociale europeo”, percepiti ancora maggiormente che oltreoceano. Il processo europeo di questi decenni, mirato all’integrazione di un unico mercato europeo, inserito all’interno di una competizione globale per costruire un proprio ruolo per l’accaparramento delle risorse, non ha ricercato la “cooperazione istituzionale tra stati”, ma è stato il naturale processo legato ad una più generale ristrutturazione del capitalismo, all’interno della quale i singoli poli economici – compreso quello europeo – a livello globale hanno cercato (e cercano ancora) di individuare e stabilire un proprio ruolo all’interno dello scacchiere mondiale. Così si spiegano in maniera più contestualizzata il mercato comune, le strutture politiche condivise e la moneta unica. Ma la differenza di interessi tra le varie fazioni della borghesia europea sul come “governare” questa crisi sono evidenti, e questo è dimostrato dai contenuti del dibattito politico ed economico che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare l’Europa. Diverse sono le ricette che i padroni europei propongono per tentare di uscire da questa crisi che da un biennio paralizza l’Europa: da chi sostiene la priorità del risanamento dei bilanci pubblici e poi la riformulazione del sistema produttivo, fino a chi al contrario pensa che il “rigore” peggiorerà solo la situazione attuale, sostenendo la necessità di misure di “crescita” tramite la revisione dell’accordo che introduce il Fiscal Compact 8, strumenti per la riduzione dei rendimenti del debito sovrano tramite l’introduzione di Eurobond 9, alleggerimento delle politiche di austerity e riscrittura dello Statuto e delle funzioni della Banca Centrale modificandone il suo mandato. Ma nessuna di queste ricette (monetarista classica o neokeynesiana che sia) sortirà gli effetti desiderati, dato che queste curano i sintomi e non la malattia. Soprattutto nessuna di queste “ricette” è un’alternativa sistemica, ma entrambe rispecchiano esclusivamente linee di “governance” della crisi diverse ma compatibili con il capitalismo. Ma come si diceva prima il processo di unificazione europea “è stato il naturale processo legato ad una più generale ristrutturazione del capitalismo, all’interno della quale i singoli poli economici – compreso quello europeo – a livello globale hanno cercato e cercano ancora di individuare e stabilire un proprio ruolo all’interno dello scacchiere mondiale”. Proprio per questo, per quanto gli interessi delle varie borghesie nazionali europee siano diversi, i padroni, che hanno coscienza di classe e la lotta di classe la conducono quotidianamente dall’alto verso il basso, non saranno mai disposti a mettere in discussione il mercato unico europeo. Anche la stessa Germania, come dimostrano le ultime evoluzioni, è intenzionata a trovare un accordo con gli altri paesi dell’UE sulla vicenda dell’acquisto da parte della BCE dei titoli dei debiti sovrani.

8 Il Fiscal Compact è un accordo sottoscritto da 25 paesi dell’Unione Europea, il giorno 9/12/11, all’interno del quale i singoli stati della zona euro si impongono l’obbligo di non superare il 60% del debito pubblico in rapporto al PIL. In caso contrario, oltre che un sistema di sanzioni, è previsto anche l’obbligo di rientrare nei parametri entro 20 anni. Il concetto di base è molto legato alla “parità di bilancio” inserita di recente dal governo Monti all’interno della nostra Costituzione. 9 Non sono altro che buoni del tesoro europeo rilasciati secondo criteri di redistribuzione del costo del debito e mediando tra i tassi dei diversi titoli di Stato (dalla piccola percentuale dell’1% del Bund fino al 6% dei Bonos spagnoli o dei Btp italiani).

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VI) Scenari e prospettive: ruolo e margini d’azione per i comunisti
All’interno di questo ampio scenario è evidente come i padroni tentino di demolire qualsiasi tentativo di riutilizzo dei riferimenti teorici dell’analisi marxiana. Molti economisti anche oggi hanno recuperato le tesi di Marx, attualizzando l’analisi di un sistema fallimentare, costruito esclusivamente sullo sfruttamento, e teso all’impoverimento sempre più generalizzato delle classi subalterne. Anche coloro che nei passati decenni erano riusciti a conservare i privilegi di una certa piccola borghesia sono stati duramente colpiti da questa crisi. Un simile impoverimento generalizzato rischia di essere un duro colpo per l’ideologia borghese, che proprio per questo continua imperterrita la propria offensiva in termini di propaganda, di repressione spesso brutale delle lotte e di attacco frontale a quei comunisti che non intendono abdicare al proprio ruolo. Preso atto che nessuna tra le fazioni della borghesia ha a cuore gli interessi dei proletari, diviene compito essenziale quello di individuare le strade possibili per una via d'uscita da questa crisi in termini anticapitalisti. A tal fine non possiamo non fare i conti con lo stato dell'arte attuale, caratterizzato da un'estrema frammentazione del fronte di classe e da uno stato di salute del movimento comunista tutt'altro che esaltante. Dinanzi a uno scenario di attacco unilaterale da parte dei padroni, siamo, in Europa ed in particolare in Italia, assolutamente impreparati. Allo stato attuale mancano su ogni fronte quelle precondizioni necessarie a ridefinire i rapporti di forza a favore delle classi subalterne. Sarebbe stupido sottovalutare la portata dei movimenti e dei conflitti che pur sono scoppiati negli ultimi anni, ma sarebbe ancor più da ottusi non osservare come queste lotte, quasi sempre di natura puramente difensiva, si sono sviluppate il più delle volte a prescindere dall'intervento o meno dei comunisti al loro interno, dunque riproducendo nella migliore delle ipotesi il classico schema dello spontaneismo “tradeunionista” così come descritto da Lenin circa un secolo fa. Sarebbe da idealisti aspettarsi una lotta dispiegata su larga scala come conseguenza automatica della crisi, ciò soprattutto tenendo conto che la classe operaia per decenni è stata prima addomesticata e intrappolata nell'angusto recinto delle compatibilità capitalistiche, poi ripetutamente colpita e disarticolata attraverso miriadi di leggi precarizzanti, licenziamenti di massa, dismissioni, proliferazione di tipologie contrattuali diverse tra loro (il tutto con l'avallo dei sindacati confederali e della sedicente “sinistra”), infine sfiancata attraverso una lenta e progressiva erosione dei salari reali, attacchi alle pensioni e messa in discussione delle più elementari tutele sul posto di lavoro (sicurezza, diritti sindacali, ecc.). Se è vero come è vero che l'arrampicarsi su un tetto, mimare un “reality show” per attrarre i riflettori delle telecamere al soldo del padrone, o minacciare suicidi in diretta è il sintomo di una disperazione individuale e masochista che ha ben poco a che fare con la lotta di classe, sarebbe davvero da stolti addossare alla classe la responsabilità di quei limiti, facendo finta di non vedere che essi non sono che il riflesso dell'assenza di un punto di riferimento credibile sia sul piano sindacale che su quello politico. Mentre la rabbia e il malcontento sociale restano dunque allo stadio “strisciante”, il settore maggioritario del movimento nostrano (un “movimento” peraltro a ranghi notevolmente ridotti rispetto al pur non entusiasmante scorso decennio) resta aggrappato a campagne essenzialmente d'opinione come quella del “No Debito”, che dal lato politico confonde le cause con le conseguenze e la sostanza con la forma (il debito pubblico non è in se il male da combattere, quanto il riflesso, o meglio l'alibi per giustificare politiche di austerity, a loro volta rese necessarie dalla necessità di colpire i salari per salvare i profitti), e sul versante “rivendicativo-sindacale” risulta priva di quel supporto sociale necessario per rendere tale campagna credibile agli occhi delle masse proletarie. Dunque, più che rivendicare il non pagamento del debito (o peggio ancora una “moratoria”, il che significa 15

semplicemente dilazionarne nel tempo il pagamento senza annullarlo) ci sembrerebbe più “costruttivo”, se proprio vogliamo restare sul tema delle campagne sociali, provare a costruire una mobilitazione nazionale sul salario garantito nella triplice accezione di garanzia di un reddito ai disoccupati, garanzia di un salario minimo intercategoriale attraverso l'abolizione delle forme di lavoro precario e sottopagato, e di un salario indiretto per tutti i proletari (sanità, casa, trasporti, servizi sociali). Allo stesso modo, invece di alimentare (come da qualche parte nel movimento sembra emergere) illusioni populiste quali il ritorno alla lira o addirittura la contrapposizione tra nazioni (Germania vs Italia e cose simili...) al posto di quella tra le classi, sarebbe forse il caso di lanciare una mobilitazione per l'allineamento dei salari a livello europeo, iniziando su questo tema anche a sviluppare le convergenze possibili con i settori più combattivi del movimento spagnolo, greco, portoghese, ecc. (delle cui lotte, da quanto ci risulta, si parla tanto e si conosce spesso molto poco). Piuttosto che continuare a riproporre all'infinito il vecchio schema degli intergruppi con riunioni estenuanti alla ricerca della “mediazione perfetta” in modo da tener dentro tutto e il contrario di tutto per poi trovarsi in piazze sempre più vuote, o a riprodurre in sedicesimo il “modello” di quei social forum oramai defunti da anni, sarebbe forse preferibile dar vita a comitati autoconvocati di lavoratori, disoccupati, precari che provino a restituire protagonismo a chi la crisi la sta pagando al di là delle sigle politiche o sindacali d'appartenenza. Sintetizzando, riteniamo primo punto all’ordine del giorno per l’agenda di ogni comunista e di ogni organizzazione che si definisce tale la ricostruzione di rapporti di forza adeguati allo scontro che ci viene imposto: un lavoro che richiede metodo e pazienza e che non ammette scorciatoie (siano esse “movimentiste” o “elettoraliste”). Senza metter mano a una prima ed embrionale saldatura dei movimenti di lotta che si pongono su un terreno di classe, ed in particolare dei movimenti di rivendicazione del salario e del lavoro, l'obiettivo di ridefinire i rapporti tra padronato e classe operaia resterà ancora a lungo una pia illusione. Per quanto filosofi, sociologi e anche una bella fetta di “movimentisti senza movimento” dichiarino superata la contraddizione capitale-lavoro, essa resta oggettivamente l'unica che assume una valenza centrale nella società odierna: i padroni lo sanno bene e talvolta lo dichiarano quasi apertamente. In una fase di compressione salariale e di distruzione dei diritti lavorativi è saldando le rivendicazioni che possiamo permettere la creazione di una vera mobilitazione e di un vero movimento radicato capace di superare la funzione di “mera denuncia” ai piani del padronato. Tale processo di ricomposizione di classe, dato il quadro di frammentazione sopra accennato, non può che essere messo in moto da quei compagni che si pongono qui ed ora l'obiettivo della trasformazione rivoluzionaria dell'esistente, ed è quindi legato a doppio filo allo sforzo, senz'altro difficilissimo ma quantomai necessario, di ricomposizione di tutte le soggettività comuniste che si pongono su un terreno di classe, autonomo ed indipendente dal ciarpame istituzionale e dallo scenario politico attuale. Ricomposizione di classe e lavoro di costruzione dell'organizzazione comunista sono per forza di cose due aspetti inscindibili della militanza politica odierna. Per evitare inutili fughe in avanti, il primo passaggio potrebbe essere la convergenza delle avanguardie di classe attorno a un “programma politico di fase”. Una piattaforma politica che non sia l'ennesima lista della spesa, né che si limiti a un piano meramente “rivendicativo” (a quello, come è naturale, ci pensano le singole lotte e vertenze), ma che provi a individuare quelle parole d'ordine capaci di unificare il frastagliato fronte di classe, e che proprio per questo non può non avere come suo presupposto essenziale l'obiettivo esplicito del rovesciamento degli attuali rapporti di produzione e di accumulazione capitalistici. Un programma politico di fase che che abbia come suo unico vincolo non la “fattibilità” all'interno dell'attuale sistema, quanto il soddisfacimento dei bisogni materiali di milioni di proletari (ed è questo che a nostro avviso distingue un programma comunista da uno 16

riformista). Oggi come non mai, la lotta per riconquistare quelle garanzie e quei diritti andati perduti prima a seguito delle innumerevoli ristrutturazioni capitalistiche e ora con la crisi, è per forza di cose inconciliabile con l'esistenza stessa della borghesia come classe dominante.

Laboratorio Politico Iskra www.laboratoriopoliticoiskra.org iskrassociazione@gmail.com Via Enea 19a, Bagnoli 80124 (NA) Napoli, Ottobre 2012
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