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In viaggio nelle emozioni

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REPORTAGE DI VIAGGIO

08/07/2010 Voyagesillumination Il team di Voyagesillumination e I viaggiatori

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Myanmar, la Terra dei 37 Nat di Selene Calloni Williams
Bagan, dove apprendere l’equilibrio fra gli opposti, e i sobborghi di Yangon, dove aspiranti costruttori commissionano un rito magico ed eremiti tantrici fissano il sole a occhio nudo.

Chiamato “Pagan”, “il luogo dei Pagani”, dagli inglesi, durante l’epoca della colonizzazione, Bagan è la città antica più affascinante della Birmania. A Bagan pare scoperta, o mai perduta, l’arte di non subire l’andamento polare della vita, il moto del pendolo, che incessantemente oscilla tra luce e ombra, tra mente razionale e mente mistica, tra, eccitazione e depressione, tra il calcolo logico del vantaggio/svantaggio e l’urgenza incosciente del sacro, del “sacrificio”, del bisogno di darsi. A Bagan sembra così semplice l’arte di cavalcare il pendolo, anziché venirne trascinati, così naturale la capacità di essere al centro tra i concetti e gli spiriti, tra la logica e l’irrazionale, tra i valori della società civile e le irrazionali potenze della natura, tra i significati creati dalle culture e dalle religioni sociali e quelli dati dall’istintivo sapere della spiritualità naturale. A Bagan, a nulla sono valsi, nei secoli, gli sforzi di re, imperatori, monaci e filosofi per sradicare le rappresentazioni, le possessioni , il canto e la voce degli dèi e dei dèmoni. Quella terra pare essere stata eletta dagli spiriti quale loro secolare dimora. Chi giunga a Bagan ha innanzitutto la sensazione di trovarsi su di un altro pianeta, tanto ciò che vede intorno a sé non è proprio di nessun altro paesaggio umano. Le rovine di migliaia di stupa si estendono tra una vegetazione incolta nella quale è impossibile addentrarsi a causa della presenza delle vipere. Spirito tutelare, la vipera conserva l’inacessibilità della dimora degli spiriti per tutte le creature mortali. Birmani e turisti, archeologi e operai, militari e monaci, nessuno fa un passo al di fuori dei sentieri tracciati e di uccidere le vipere neppure se ne potrebbe parlare. La vipera e i serpenti sono sacri nella credenza di pressoché tutte le etnie della Birmania. Se un serpente entra nella casa di un birmano non viene ucciso, ma solo scacciato, chi uccida un serpente verrebbe colto da un’infinità di disgrazie, mentre essere visitati nella propria casa da una vipera o da un serpente è segno di gran buona fortuna. Se, per caso, ci si trovasse costretti a uccidere un serpente, bisognerebbe seppellirne il corpo con il massimo rispetto, affinché lo spirito che lo abita non abbia a rivalersi. Bagan è l’ultima meta del nostro viaggio in Birmania e vi arriviamo assolutamente

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preparati e pienamente desiderosi di incontrare gli spiriti. I nat, ovvero gli spiriti nel linguaggio dei birmani, sono stati, infatti, già cercati e trovati da noi giorni prima nei sobborghi di Yangon, l’attuale capitale della Birmania. La nostra guida, Martin, si è informato per ogni dove e, alla fine, è riuscito a portarci proprio nel vivo di un rito sciamanico di esorcismo alla periferia della capitale.

Martin non è birmano, ovvero non fa parte dell’etnia bamar, che è la più numerosa in birmania, appartiene alla popolazione Padaung che è parte dell’etnia Kayin, una minoranza che ancora oggi non ha ceduto le armi contro il regime militare di Yangon. Gli uomini Kayin erano, fino a un passato impressionantemente recente, e ancora oggi, qualcuno sostiene, tagliatori di teste di animali e di uomini. Cacciatori, essi uccidono gli animali catturati a poco a poco, prima rompendogli i piedi, poi le gambe, poi la coda, perché “così piace al loro spirito”, ci dice Martin. Le donne Kayin sono soprannominate donne dal collo lungo. Fin dalla più tenera età vengono loro applicati anelli d’oro intorno al collo, alle caviglie e ai polsi. Gli anelli fanno sì che i loro colli si sviluppino in una lunghezza abnorme, ciò ricorda loro di essere discendenti dei naga, dragoni mitologici. L’usanza di portare anelli viene anche attribuita a un gesto di generosità dei parenti, i quali regalano alle loro figlie femmine la loro ricchezza. Il peso degli anelli d’oro che le donne Padaung portano al collo raggiunge gli otto chili in età adulta e ognuna di loro porta il proprio oro con sé nella tomba. Gli anelli vengono anche considerati una difesa contro l’assalto delle tigri e di altri animali feroci. L’impoverimento dei Padaung, a causa principalmente della guerra, impedisce loro di proseguire la tradizione degli anelli d’oro, che non sono mai stati sostituiti con un altro metallo meno prezioso.

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Enormemente utile all’equilibrio psicofisico, il pellegrinaggio a Bagan è da consigliarsi a chiunque abbia fatto proprio il bisogno più radicato nell’uomo, quello di conoscersi. A Bagan è possibile vedersi fin nelle viscere, poiché i nat, gli spiriti, appaiono come l’altra faccia degli organi corporei e degli elementi naturali. A Bagan il corpo si rivela anima, nella pluralità delle espressioni naturali, e la materia si mostra spirito, nella infinita molteplicità cosmica. Gli sciamani padaung e bamar seminano, ancora oggi, timori e superstizioni tra la gente. Intimorito dalle proprie superstizioni, Martin, trova il luogo nei sobborghi di Yangon, dove si celebra il rito sciamanico. L’ha scoperto unicamente perché spinto dalle nostre insistenze, ma non vuole partecipare al rito, anzi vorrebbe starsene lontano. Alla fine, condizionato pure dal senso della responsabilità che nutre verso di noi, suoi folli clienti, cede, e decide di accompagnarci nel cerchio del rito magico. A testimonianza del fatto che i nat impersonano le forze oscure della psiche umana, essi amano l’alcol, la musica chiassosa, il tabacco, le urla, i travestimenti, le scurrilità, adorano divorare carne e giocare con il fuoco. Lo sciamano che presiede il rito è travestito da donna, perché deve essere posseduto dal proprio spirito, con il quale ha un rapporto erotico nottetempo. Lo sciamano è chiamato nat–gadaw, letteralmente moglie del nat. L’eros è conoscenza per gli sciamani, i quali trasmettono la saggezza istintiva dei popoli. Dopo il rito, lo sciamano dai noi intervistato, spiega che a quattordici anni è stato posseduto per la prima volta dal suo spirito, il quale l’ha rapito in sogno e gli ha mostrato tutti i segreti dell’arte amatoria, dell’arte dell’esorcismo, della guarigione e della divinazione sciamanica. Da allora egli si traveste da donna ogni volta che dà vita a un rito, per meglio evocare il proprio sposo “celeste”. Lo sciamano beve rum e danza al suono dei tamburi, fuma due sigarette alla volta, altri personaggi travestiti danzano con lui: uno, anch’esso posseduto da uno spirito maschile, è gay anche nella vita quotidiana, lo sciamano ci spiegherà che in un gruppo di medium esperti c’è sempre la presenza di un gay. C’è poi un uomo che, posseduto dallo spirito di un demone maschile a cui piacciano le donne, danza bevendo rum, mettendo in mostra muscoli. Costui, ad un tratto, si china su di una ragazza seduta nel cerchio, poco distante da noi. La ragazza cambia immediatamente espressione e inizia a danzare a sua volta, rotolandosi ripetutamente a terra, posseduta, nella trance, afferra un uomo e avanza al suo riguardo proposte sessuali con gesti inequivocabili. Nel mentre, un’altra donna del pubblico viene posseduta dallo spirito, il suo corpo si fa immediatamente rigido, come un tronco, e inizia, lei pure, a rotolarsi per terra. Il ritmo dei tamburi incalza.

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Martin non ce la fa più, vuole andarsene. Forte di un appuntamento, che avevamo preso in precedenza con una monaca buddista per praticare la meditazione, ci convince ad abbandonare il luogo. In pochi minuti pare esprimersi dinnanzi a noi il succo dell’epopea della civiltà umana: la religione sociale, che difende i valori di bene e di male e stabilisce la morale che dà coesione ai popoli, ci distoglie dal rito primitivo in cui predominano i valori irrazionali della natura. Ma non possiamo andarcene senza avere fatto un’offerta; tutti i presenti fanno offerte ai nat in continuazione, attaccando ai loro costumi, a mezzo di spille, banconote da 500 o 1.000 Kyat, circa mezzo euro o un euro. Noi raduniamo un mazzetto di banconote da 1.000 K e le porgiamo alla donna che è seduta accanto a noi e che Martin ci indica quale appartenente al gruppo dei medium. Lei infila le banconote su di una spilla e me le rimette in mano, dandomi a intendere, a gesti, che mi devo alzare per infilare la spilla alla camicia della sciamano che danza. Mi alzo e faccio quello che mi è stato chiesto. Poi invito lo sciamano a sedersi accanto a noi. “Vorrei intervistarlo”, dico a Martin, “puoi tradurre le mie domande?” Lo sciamano ci spiega che il rito è stato allestito su comanda di una famiglia che ha acquistato il terreno sotto i nostri piedi, ove il rito si sta celebrando. La famiglia commissionaria è da tempo desiderosa di costruire in quel luogo una casa, ma da anni, per una serie svariata di impedimenti, non riesce a dare via ai lavori di costruzione. Lo sciamano pensa che sia a causa degli spiriti che abitano un grande albero che sorge su quel terreno e che dovrebbe essere tagliato per permettere di edificare la casa. Così lui e il suo gruppo di medium hanno trovato un altro albero, più possente, che vive su di una collina disabitata poco distante da lì e che potrebbe costituire un’ottima dimora alternativa per gli spiriti. Il rito al quale abbiamo assistito aveva lo scopo di invitare gli spiriti dell’albero a trasferirsi. Entusiasti, diciamo a Martin che vogliamo anche noi commissionare un rito sciamanico per noi soli. Martin appare sconvolto. La paura irrazionale di Martin nei confronti degli spiriti denota, io penso, una debolezza culturale. “Sii razionale, Martin”, gli chiedo, “gli spiriti sono aspetti della nostra psiche, non devi averne paura, è come se tu avessi paura di te stesso”. Poi, però, mi dico che, forse, avere paura di noi stessi è cosa assai saggia. “Mio cugino”, mi racconta allora lui “ha fatto molti soldi in poco tempo grazie a uno sciamano e alla sua banda di medium che, all’inizio, pareva non volere niente in cambio ma che poi, piano piano, ha preso completamente possesso dei suoi comportamenti e, di conseguenza, dei suoi beni. Ancora oggi gli dicono quello che deve fare, cosa deve vendere e cosa comperare e incamerano la maggior parte dei suoi guadagni”.

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“Questo non è un problema dei nat”, osservo io, “ma dei loro intermediari, i quali sicuramente fanno leva sulle paure che tuo cugino nutre nei confronti dei nat.” “Non bisogna temere gli spiriti”, dico io, ribadendo, almeno a parole, le mie opinioni, “sono aspetti della nostra psiche che, in determinate circostanze, quando vengono evocati, specie se a mezzo di un rito collettivo, assumono dimensioni e comportamenti apparentemente indipendenti da noi”. “Ma mio cugino ha veramente fatto molti soldi in poco tempo grazie ai nat”, dice lui. Io non faccio che ribadire che, per come la vedo io, i nat sono forze della nostra psiche, poteri ai quali abbiamo rinunciato per il bene della società civile. Lui si fa pensieroso e un po’ imbarazzato, tace. Io voglio spiegare perché siamo così desiderosi di incontrare i nat, così gli dico che, a furia di essere civili e di seguire le “regole della buona condotta”, abbiamo a tal punto represso la nostra ombra, che quelli che un tempo erano spiriti e dèi oggi sono turbe comportamentali, ansie da prestazione, fobie, attacchi di panico e molte altri principi di sofferenza nella nostra società. “Perciò vogliamo ritrovare i nat!”, gli dico. Martin è un personaggio strano, un uomo dolce. È un Kayin, ma ha un nome cristiano, è stato educato da preti cristiani ed ha persino trascorso un anno in Italia. Quando gli chiediamo di darsi da fare al fine di organizzare un rito sciamanico per noi, non vuole saperne, ma poi, ancora una volta, il suo senso del dovere prevale e, telefonando ad amici e conoscenti, riesce a fare ciò che gli chiediamo. Il rito per noi viene organizzato a Bagan, dove saremo tra sei giorni. Nel frattempo corriamo dalla monaca buddista per il nostro appuntamento con la meditazione theravada.

La monaca abita nel monastero da tredici anni, eppure pare un ragazzina. Ci spiega che nel suo monastero, il più famoso di Yangon si segue il metodo di meditazione impartito da Mahasi Syadaw, scomparso nel 1947 e ritenuto il più autorevole maestro di meditazione della Birmania. In un colloqui privato accetta di spiegarci questo metodo nei dettagli. Vi notiamo delle differenze rispetto al sistema di meditazione buddista Vipassana che noi conosciamo e pratichiamo da anni. Nel sistema Mahasi bisogna restare concentrati sul movimento continuo dell’addome associato alla respirazione. La costante concentrazione conduce a sviluppare la consapevolezza della realtà come

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miraggio o vacuità, e porta alla capacità di sentire che ogni evento che ci capita è scatenato dalla nostra mente stessa e, quindi, conduce alla piena libertà dal senso della realtà oggettiva. A fianco della concentrazione sui movimenti dell’addome vi è la pratica della “meditazione camminata”, nella quale si sviluppa la consapevolezza dei movimenti degli arti inferiori in due tempi: so che sto alzando il piede, so che lo sto abbassando, oppure in tre tempi: so che sto alzando il piede, so che lo sto spingendo in avanti, so che lo sto abbassando. Una continua concentrazione di questo tipo porta alla visione dello scheletro interno e alla piena realizzazione del concetto di impermanenza del corpo. Ma la meditazione, ci spiega la monaca, è anche consapevolezza di sé in ogni istante della giornata. Questo ci suona assai famigliare e rinforza i nostri propositi riguardo alla meditazione. Ormai si è fatto tardi, non possiamo fermarci a meditare al monastero, ma promettiamo alla monaca di ritornare l’ultimo giorno del nostro soggiorno in Birmania, prima del rientro in Europa. Intanto decidiamo di praticare la Presenza Mentale in ogni istante del nostro viaggio, servendoci, come ci è stato insegnato anni fa da un monaco theravada eremita dello Sri Lanka, di affermazioni mentali: “so che sto respirando, so che sto camminando, so che sto mangiando, so che sto viaggiando, so che sto pensando a questo o a quello, so che sto provando questa o quella emozione, ecc.”. Prima di partire alla volta di Hero, ci rechiamo in visita alla Shwedagon Paya. Si tratta di un complesso religioso assai esteso, il più sacro della Birmania, secondo i buddisti theravada più ortodossi. La cupola dorata dello stupa principale, che è alta ben 98 m., custodisce, secondo la leggenda, otto capelli di Budda. Questo luogo religioso è anche il centro della vita sociale dei birmani di Yangon, essi vi svolgono diverse attività, compresi pranzi domenicali e raduni di ogni tipo. Ma l’evento singolare al quale assistiamo presso la Shwedagon Paya è la pratica della fissità dello sguardo sul sole da parte di due eremiti tantrici.

Muniti di japa mala, il rosario indù composto da 108 grani, i sadu, gli eremiti tantrici recitano il loro mantra, (sillaba, parola o frase mistica) fissando ad occhi aperti il sole. Uno di essi sbatte le palpebre in continuazione, mentre l’altro ha gli occhi fissi, non ciglia, non muove un muscolo, è impressionante.

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Di nuovo vediamo come la realtà e gli eventi siano frutto dei valori nei quali crediamo. Nella nostra cultura noi siamo convinti che fissare il sole a occhio nudo renda ciechi e, probabilmente, chiunque di noi fissi il sole a occhio nudo diverrebbe cieco. Certi sadu tantrici fanno della fissità dello sguardo sul sole una pratica religiosa, e non solo non ne diventano ciechi, ma ne traggono, probabilmente, benefici spirituali. A conferma delle dottrine tantriche e buddiste secondo le quali più distrazioni sono presenti nell’ambiente e più la meditazione e la concentrazione è favorita, i sadu non appaiono per nulla disturbati da reporter e turisti che, chi con telecamere professionali, chi con kodak usa e getta, li riprendono da ogni angolazione. Anche io mi siedo al loro fianco per essere ripresa insieme a loro e, con mia grande sorpresa, scopro di non poter alzare neppure lo sguardo, tanto il riverbero del sole in quel luogo, carico superfici dorate e lucide, è intenso. Guardo ancora una volta estasiata i due santi tantrici che fissano gli occhi spalancati direttamente sul disco del sole e confermo a me stessa che la realtà è illusione, maya, una proiezione della mente, un miraggio. La vista dei sadu tantrici ci aiuta a liberarci da noi stessi; il sole di Yangon scioglie le nostre certezze, le nostre credenze, ci mostra il germe della superstizione che si nasconde in ogni idea, dissolvendo la nebbia dei pensieri fino a rendere la coscienza vuota e radiosa. Sereni, con la luce del tramonto negli occhi, decolliamo alla volta di Hero e da qui ci rechiamo in auto fino alle sponde di un canale affluente del lago Inle. Percorriamo il canale in canoa fino al lago. Meraviglioso! Il lago Inle e i suoi canali, pure ci parlano di altri modi di gestire la realtà. Qui, pomodori, zucchine, peperoni e molti altri ortaggi vengono coltivati direttamente sulle acque dei canali, non hanno radici che affondino a terra, costituiscono una flora galleggiante sulla quale, come su di un gigantesco canotto di gomma, è possibile persino camminare. La gente vive in case costruite su palafitte e anche il nostro albergo è un insieme di bungalow costruiti su palafitte. Tutti si spostano a mezzo di canoe. A tratti ci pare di avere scoperto una Venezia asiatica dove ogni condizione ambientale, a partire dal clima, pare perfetta per noi.

Il lago Inle giace su di un altipiano a 875 metri sul livello del mare, il caldo durante il giorno non è opprimente e la frescura della sera e del mattino è rigenerante. Pratichiamo tra di noi meditazioni e esercizi di yoga tantrico sul balcone di un bungalow, osservando la luce dell’alba che sorge all’orizzonte, oltre le calme acque del lago. Al calar della sera, dopo una giornata dedicata a visitare le antiche rovine di stupa eretti da antenati Shan e ormai tristemente e in modo irrecuperabile

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talmente feriti dal tempo e dall’incuria umana da essere stati giudicati non restaurabili, camminiamo per le vie del villaggio che sorge poco distante dal nostro albergo alla ricerca di un bar.

Gruppetti di ragazzi apparentemente ubriachi ci camminano a fianco cantando e, qualcuno di loro, un po’ barcollando. Bambini sorridenti gridano dalle finestre delle case sospese su palafitte per attirare la nostra attenzione. Ragazze che ci sembrano bellissime ci passano accanto portando enormi cesti carichi sulla testa. Ripensiamo alla leggenda di Keinnayi e Keinnaya, le mitiche figure che abbiamo visto scolpiti su molti dei resti degli stupa Shan. Keinnayi è uomo dalla vita in su e uccello dalla vita in giù, Keinnaya è per metà donna e per metà uccello I due personaggi leggendari si amavano ed erano sempre insieme, finché una tempesta non li divise. L’amore che li univa era così grande che, quando si ritrovarono, piansero per sette anni il dolore della loro separazione. Troviamo il bar. Ci sediamo a un tavolo su sgabelli molto bassi e ci guardiamo intorno. Il locale è pieno di ragazzi e ragazze che bevono tè al latte. Alcuni di noi ordinano birra, altri del tè. Ci portano tre grandi bottiglie di Myanmar Beer e caraffe enormi colme di tè fumante. Uno di noi alza il bicchiere per un brindisi: “So che sto per bere birra, so che sto per perdere la Presenza Mentale, so che, se qualcosa è vero, il suo opposto è altrettanto vero, so che sto benissimo qui, questa sera, con voi”. Tutti noi brindiamo con lui, alcuni con birra, altri con tè al latte: “Alla passione che illumina il mondo!”

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Celebrazione dei riti a Bagan Dopo il lango Inle visitiamo luoghi meravigliosi. Il Wooden Monastery, un monastero in legno su palafitte, in tradizionale stile Shan, che sorge a Taunggyi, non molto distante dal lago Inle. Il monastero è adibito a scuola per monaci bambini.

Sempre nello stato Shan, entriamo nelle grotte naturali di Pindaya, nelle quali sono state collocate nell’arco di numerosi anni molteplici statue del Budda di ogni dimensione. Ma con la passione per gli spiriti nel cuore, non vediamo l’ora di arrivare a Bagan.

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Dopo aver assistito a quel rito di esorcismo, celebrato alla periferia di Yangon, Martin si è dato assai da fare al fine di organizzare per noi un rito sciamanico, telefonando ad amici da ogni albergo nel quale ci siamo fermati lungo il nostro cammino. È riuscito ad ottenere il permesso di celebrare il rito proprio a Bagan, la città ove i culti dei nat sono più vivi, e proprio alla base del sacro zedi (stupa) di Swezigon, dove sono collocate le statue dei 36 nat più potenti della Birmania. Di nuovo non vuole saperne di venire con noi, ma, alla fine, il suo senso del dovere prevale e ci accompagna. La roccaforte dei seguaci dell’animismo è meta di turisti, ma qualcosa ci dice che l’intimità del nostro rito non verrà disturbata. Fu il re Anawrahta (1044-1077), fondatore di quello che i birmani definiscono il Primo Impero Birmano, a scegliere il buddismo theravada come religione sociale al fine di dare unione e solidità al proprio impero. Come era accaduto a Costantinopoli, dove Costantino il Grande aveva dato un fondamento sociale al proprio impero sull’affermazione del cristianesimo come religione di stato, così a Bagan il re Anawrahta decise di ancorare il proprio impero alle solide basi morali del buddismo theravada. Convertitosi egli stesso al buddismo theravada, Anawrahta segnò con decisione la svolta del Myanmar dalla religione indù e buddista mahayana alle dottrine del buddismo theravada. Come Costantino aveva represso ferocemente l’eresia, affermando l’unità della chiesa, così Anawrahta, deciso a imporre il buddismo theravada come unica religione del proprio impero, combattè duramente il culto dei nat. Ordinò che i santuari dedicati agli spiriti fossero distrutti nel suo impero e confinò le icone indù, principali veicoli dell’animismo bamar, in un tempio sconsacrato di Vishnu, che venne chiamato Nathlaung Kyaung, ovvero Monastero dei nat prigionieri. Questo monastero è ancora oggi visibile tra i resti delle migliaia di stupa di Bagan, ma i nat, se mai vi furono catturati, se ne andarono molto presto. La popolazione, infatti, non abbandonò mai il culto degli spiriti, ricostruendone i simulacri nelle proprie case e restaurando privatamente ciò che pubblicamente era stato distrutto. Il re Anawrahta dovette rendersi conto che la sua politica repressiva non solo non era efficace contro l’animismo, ma, anzi, rischiava di fomentare ribellioni nei confronti del buddismo theravada. Così annullò il suo precedente divieto di costruire santuari dedicati ai nat e acconsentì alla presenza delle immagini degli spiriti nel suo impero.

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Tuttavia egli fece sì che gli spiriti fossero, in qualche modo, subordinati alle immagini sacre del buddismo, creando, comunque, una gerarchia di valori in cui i principi razionali della buona condotta, che animano la religione sociale, prevalessero sui valori istintivi della religione di natura. L’etica fissata dai parametri della ragione e le gerarchie dei valori della logica dovevano necessariamente prevalere sulle inconsce forze dell’ombra per dare coesione, forza, prosperità e salute al Primo Impero Birmano. Così Anawrahta ebbe una trovata geniale: collocò alla base dello stupa di Shwezigon a Bagan, capitale del suo impero, le statue dei 36 nat più potenti, ma ve ne aggiunse un trentasettesimo, Thagyamin, che soppiantò il precedente re dei nat. Thagyamin è un raffigurazione di Indra, divinità indù che, secondo la mitologia tradizionale buddista, rese omaggio al Buddha su incarico di tutti gli dèi indù. In questo modo i nat vennero subordinati al Buddha. Ancora oggi la popolazione bamar considera il Buddha come il più importante riferimento religioso, seguito dai nat indù e infine dai nat bamar. Eppure, malgrado ciò, i nat bamar sono i più evocati, celebrati e temuti nei culti e nei rituali popolari. La gente, infatti, ha deciso di affidare al Buddha le questioni inerenti la propria vita futura, ma per propiziarsi gli eventi di questa vita, fare giustizia o operare guarigioni nella vita quotidiana ricorrono ai nat. Molto venerati sono anche i nat degli alberi. Non è difficile, viaggiando per il Myanmar, incontrare piccole casette costruite sulle radici o sui rami di un vecchio albero: sono i santuari dei nat degli alberi ai quali i credenti fanno periodiche offerte di cibo, acqua, profumi e luce a mezzo di incensi e candele.

Il culto, il rispetto e il timore reverenziale per gli spiriti è una realtà effettiva nel Myanmar. I birmani dimostrano di considerare quei particolari eventi psicologici che la psichiatria definisce “crisi psicotiche” come possessioni spiritiche. “Una persona posseduta da un nat”, ci racconta Martin, “sente voci e impulsi violenti che la vorrebbero spingere a compiere gesti folli, socialmente inaccettabili o pericolosi per se stessa e per gli altri”. Il rito sciamanico crea un contesto al di fuori della morale razionale, un momento in cui, al suono frenetico dei tamburi è possibile agitarsi, divorare carne, provocarsi piccole ustioni, bere, fumare, compiere gesti osceni, pronunciare parole violente e scurrili, dissacrare tutti i valori più cari alla ragione, divertirsi con ciò che, in condizioni normali, fa più paura alla gente: il sesso, il denaro, il sangue, il fuoco, ecc. In questo contesto le forze dell’ombra si liberano. Gli dèi recitano se stessi sul palcoscenico del rituale sciamanico. Alla fine del rito, felici di essersi rappresentati, un po’ con eventi concreti, ma soprattutto a mezzo della fantasia e dell’immaginazione, gli dèi liberano il corpo di colui che hanno scelto come loro

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strumento. Gli spiriti vanno placati con riti e offerte; ad alcuni di essi piace l’alcol, ad altri la carne cruda, il tabacco, il denaro, il sesso o la danza: il rito è il momento in cui l’uomo concede alle forze inconsce della psiche un riconoscimento al fine di propiziarsele, ovvero di poterle vivere come energie costruttive e non distruttive nel contesto della sua vita quotidiana. L’arte di esistere in equilibrio tra la forza istintiva e il controllo razionale, tra l’urgenza del sacro, del sacrificio, del bisogno di darsi, da un lato, e la volontà di affermarsi e conservarsi, dall’altro, si può apprendere a Bagan guardandosi intorno con sguardo un po’ più attento di quello che compete al normale turista. Questa arte è nel saper rappresentare gli spiriti senza esserne posseduti in modo irreversibile, nel poter vivere quanto la voce degli dèi sussurra a mezzo del potere visionario, senza agire nel concreto il loro volere. Gli spiriti, gli dèi, infatti non vanno mai presi alla lettera, essi parlano per metafore. Ciò che raccontano è simbolo del sacro; va vissuto in modo poetico e visionario. Gli sciamani di Bagan danno vita per noi a riti straordinari, uno di mattina, alla base del sacro zedi (stupa) di Swezigon e l’altro di notte, in riva al lago: belle le danze, i costumi, i suoni tribali dei tamburi, belle le storie dei nat che gli sciamani raccontano e bello il paesaggio che fa da cornice al rito e pare parteciparvi con i suoi cangianti colori e profumi. La Bellezza ci cattura, quasi fosse essa stessa l’essenza della magia. Un’ipotesi sulla magia L’arte: la poesia, la musica, la danza, il canto, ecc. sono i mezzi del dialogo con l’ombra. Gli spiriti parlano un linguaggio creativo ispirato alla bellezza, non un linguaggio logico dettato dai valori del calcolo razionale. L’esistenza è maya, dicono in Oriente, cioè miraggio, sogno illusione, gli eventi sono una proiezione della mente e gli oggetti sono interni e non esterni alla mente. La visione prodotta dalla mente razionale ci sembra più importante, più realistica e concreta di quella creata dalla fantasia perché nutriamo attaccamenti verso le immagini della ragione, ispirate ai valori sociali del bene, mentre temiamo le visioni della fantasia, le quali sono canali del sacro, dell’ombra inconscia, dell’urgenza di darci. Vogliamo afferrare i miraggi prodotti dalla ragione e con ciò diamo ad essi un’apparenza oggettiva e concreta, indipendente dalla nostra stessa volontà. Finiamo per subire gli eventi prodotti dalla mente razionale come fossero da noi indipendenti, dimenticando di esserne noi stessi la causa, inoltre riteniamo gli eventi prodotti dalla ragione più realistici di quelli creati dalla fantasia. Insomma, la gerarchia mentale dei valori ci porta a pensare che ci siano espressioni dell’uomo più realistiche di altre: l’esperienza del nostro mondo quotidiano più realistica della nostra esperienza artistica, religiosa o onirica. I nat non paiono meno realistici degli oggetti concreti in un rito sciamanico, poiché il rito trasforma i sensi, liberandoli dal condizionamento delle gerarchie di valori. Il calcolo dei valori di vantaggio e svantaggio della logica e l’urgenza di darsi del sacro si compenetrano nel rito, così non vi è più bisogno di attribuire ai prodotti della ragione un grado di realismo superiore a quello che compete alle creazioni della fantasia. Nel rito l’uomo è il maestro delle cose e non la vittima delle loro reazioni: ciò è magia.

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Alcune storie di nat A dimostrazione del fatto che i nat impersonano le forze istintive e i valori della religione di natura che la civiltà e la religione sociale hanno combattuto, o represso, ci sono i bellissimi racconti delle loro leggende.I nat sono così forti o così belli da sfuggire ai parametri della logica comune, essi non sono calcolabili, misurabili, prevedibili, non sono governabili, perciò la società civile li percepisce come una minaccia e li vuole sopprimere. Maung Tin Te, il Fabbro, è un personaggio mitologico, di lui leggenda racconta che fosse così forte da creare opere sovraumane, spaventato da una simile potenza, il re decise di ucciderlo, ma in nessun modo i suoi soldati riuscirono a ferirlo, egli pareva invulnerabile, solo il fuoco poteva veramente minacciarlo. Allora il re decise di ricorrere all’astuzia (il mezzo della ragione contro l’istinto). Il re sposò la sorella del Fabbro, Shwe Myetnar (Faccia dOro) e le fece credere di voler attribuire a suo fratello un alto titolo nobiliare e molti benefici. La sorella mandò a chiamare il fratello, al quale il re fece tendere un agguato. Il Fabbro venne legato a un albero e arso vivo. La sorella di lui, presa da rimorso, si gettò nello stesso fuoco che bruciava il fratello, ma il suo viso, come per magia, rimase illeso. Il re fece del viso di Shwe Myetnar un calco d’oro affinché l’immagine di lei si conservasse per sempre. Il Fabbro e la sorella, colti da una morte ingiusta, divennero nat e comparvero in sogno al re. Nel sogno essi dissero al re che, se lui li avesse accolti nel proprio regno quali spiriti, loro avrebbero protetto la città. Così il re fece riprodurre con i residui dell’albero con il quale il Fabbro e Swe Myetnar arsero due icone raffiguranti il Fabbro e Faccia d’Oro e le fece porre alle porte della città. A tutt’oggi il Fabbro e Faccia d’Oro sono considerati i protettori della città di Bagan. Un’altra sorella del fabbro Tounpalà ( Tre Bellezze) divenne lei pure un nat. Tre Bellezze era moglie del re dei Mon, uno dei primi gruppi etnici insediatisi in Myanmar. I Mon controllavano un tempo un territorio di cui faceva parte anche l’attuale Thailandia. Oggi i Mon sono stati quasi completamente assimilati dalla maggioranza e non sembrano più distinguibili dai bamar, componenti della principale etnia birmana. Tounpalà non era solo bellissima, ma la sua bellezza mutava tre volte al giorno, in sintonia con le variazioni della luce. Le donne a corte, gelose di lei, insinuarono che la sua bellezza fosse frutto di sortilegi magici e convinsero il re della pericolosità della sua sposa. Il re scaccio Tounpalà, la quale, tornata nel suo villaggio d’origine prese a lavorare al telaio e guadagnò così bene, a mezzo della propria attività di tessitrice, da poter far costruire una pagoda che chiamò Lin ma Kyi, ovvero Odio il Marito. Il re, venuto a sapere dell’impresa di Tre Bellezze mandò i suo soldati per ucciderla. Lei fuggì, ma, lungo la via, nei pressi della città di Mandaly, colta da febbre alta, morì. Tounpalà portava con sé una figlia di soli due anni d’età, Ma Né Lay. Non volendo lasciare Ma Né Lay sola, Tounpalà stessa la uccide, portandola con sé nel mondo dei nat. I nat dimostrano di essere totalmente al di là del bene e del male, non assoggettati ai valori della ragione comune. Liberi dal principale dogma della ratio: “vita superiore a morte”, affermano la loro verità: “Amore superiore a vita e superiore a morte”. Il sacro, la capacità di darsi, l’urgenza di amore, è, per i nat, potenze della natura, la legge fatale. Spaventati da tale capacità di offerta di sé, i re, condottieri della civiltà, si difendono ora a mezzo

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della persecuzione violenta, ora attraverso l’astuzia.Ma i nat sono tutt’oggi vivi a Bagan, poiché la loro leggenda è il racconto dell’epopea dell’Amore che vince la Morte.

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Nonterapia in Ladakh, quando la bellezza ti sovrasta di Paola Bertoldi

Sono partita per questo viaggio nello spazio e nell’anima con una fiducia totale, con una tranquillità che di solito non mi appartiene. Il viaggio aereo non mi è parso né lungo, né pesante, potrei dire che è volato sulle ali della mia voglia di andare, di tornare in una terra che sapevo così simile al Tibet, dove per due anni di seguito ho lasciato il mio cuore e le mie membra. Siamo arrivati a Delhi in piena notte: ho rivisto quella città dopo ben ventotto anni e stranamente mi è parso di non averla mai lasciata, di essere sempre stata lì. A Delhi poco è cambiato in così tanti anni: il caldo umido e soffocante continua a farla da padrone, il frastuono incessante dei clacson, – supremi strumenti di comunicazione nel traffico convulso di una città che scoppia, ma nella quale si verificano pochissimi incidenti, – devasta il silenzio e un brulicare di incredibile umanità ci ricorda le infinite contraddizioni dell’esistenza umana. A Delhi, nel nostro albergo, lottando strenuamente con l’aria condizionata che ci regala temperature polari in un paese tropicale, inizia il seminario di nonterapia con le pratiche del metodo simboloimmaginale, il metodo per recuperare il nostro diritto ad immaginare la realtà, per divenire nuovamente padroni del nostro potere creativo. Il gruppo di compagni di viaggio si dimostra da subito fantastico e un’armonia spontanea, naturale, come quella che regna tra vecchi amici, ci accompagna per tutto il tempo. ll giorno successivo alle tre del mattino – davvero il sonno è il grande assente in questo viaggio – prendiamo l’areo per Leh, un volo di quarantacinque minuti, definito il volo più bello del mondo per la vista panoramica di cui si gode (letteralmente!) sulla catena himalayana: montagne dorate illuminate dal sole, cime innevate che parlano d’infinito, montagne nere che ci ricordano da vicino la nostra Ombra: il tutto di una bellezza sconvolgente, impossibile a descriversi, una bellezza che ti rimane intrecciata nelle cellule. Dovendo definire l’intero nostro viaggio con pochissime parole potrei definirlo come un “tuffo nella bellezza”, da stare attenti a non affogare! La capitale del Ladakh, Leh, si trova sull’altopiano tibetano a circa 3500 metri di altezza e già dal piazzale antistante l’aereoporto si può vedere che la città è completamente circondata dalle stesse montagne che abbiamo conosciuto dall’alto: la prima cosa che mi viene da pensare ammirando il paesaggio è: “davvero un mandala stupendo!”. I colori, gli odori e l’umanità qui sono molto diversi da quelli di Delhi, i volti sembrano scolpiti come le montagne e la gente sorride, anche a noi stranieri dalla pelle bianca.

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La mancanza di sonno, l’altitudine e le pratiche che facciamo ci portano naturalmente in uno stato ampliato in cui la distinzione tra realtà interiore ed esteriore non è più così granitica: comincia a crearsi lo spazio per altre possibilità. Arriviamo al Mahabodi Eco Resort dove avremmo dormito varie notti: un campo di “tende” dotate di ogni comodità, immerso in un paesaggio desertico, con le montagne dorate che creano un cerchio magico intorno a noi: davvero non ci sono parole di fronte a un tale spettacolo. Quello che più mi colpisce è la limpidezza dell’aria, la nitidezza dei colori che si stagliano contro il cielo azzurro e la potenza di questa natura che sa ancora parlare all’anima dell’uomo fino a commuoverla in un abbraccio infinito. L’incontro con tanta bellezza mi porta spontaneamente in una dimensione che sta oltre l’io, quel regno in cui ogni uomo è mistico, poeta e veggente, quella dimensione che sola può dare senso al vivere umano. Decido di inspirare bellezza, riempirmene fino a scoppiare ed espirare per contribuire a tale splendore. Ogni stanchezza è sparita e non c’è spazio, almeno per ora, per la paura. Tutto è perfetto così com’è… Sono felice. Nei giorni che seguono inizia, a Leh e dintorni, la nostra ricerca degli oracoli: siamo venuti fin qui anche per conoscere e sperimentare di persona questa realtà che ha radici antiche nella cultura del luogo. Gli oracoli, o meglio nel nostro caso le oracolesse, donne che in stato di trance divengono veicolo di uno spirito potente in grado di curare il corpo e l’anima, e che una volta uscite dallo stato di trance non ricordano nulla di quanto è accaduto, almeno questo è ciò che loro affermano. Durante il giorno, nel corso degli spostamenti meditiamo con le pratiche del metodo simboloimmaginale e così ogni azione diviene meditazione e ogni meditazione un’azione potente. Inspiriamo ed espiriamo lasciando andare le nostre speranze e i nostri timori, pratichiamo al fine di uscire dall’illusione, di vedere oltre il velo di maya, come bambini giochiamo a fare i maghi e trasformiamo la realtà dentro e intorno a noi. La sera nella mia tenda, pratichiamo insieme, ci scambiamo impressioni, ridiamo e scherziamo fino ad arrenderci di al richiamo del sonno, sempre troppo poco!

Incontriamo la prima oracolessa in un villaggio vicino a Leh: arriviamo che è già entrata in trance e sta già curando le persone che si sono rivolte a lei. Purtroppo non comprendiamo la lingua nella quale si esprime ma possiamo intuire dall’espressione del viso, dai gesti, dal tono della voce, che l’oracolessa sa essere dolce con chi di questo ha bisogno e molto dura con coloro “il cui cuore non è puro”. Stiamo a guardare, chi con un misto di curiosità, chi di timore, ma tutti con il senso di una sacralità profonda, naturale, fino a quando lo spirito inizia a pronunciare parole rivolte a noi, messaggi che ci vengono tradotti in inglese dalla nostra guida. Le parole che più colpiscono sono quelle rivolte a Selene , l’ideatrice di questo viaggio, parole che incoraggiano lei e quindi tutti noi a continuare sulla strada che abbiamo scelto di percorrere,

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incuranti della mole di lavoro da compiere e fiduciosi nella riuscita di ciò in cui crediamo profondamente. Assistiamo quindi alla fase in cui lo spirito lascia il suo veicolo e l’oracolessa ridiventa una donna comune. Ci viene spiegato che ha ottant’anni, ne dimostra molti meno, e che fa questo “lavoro” da molto tempo, da quando un membro della sua famiglia le ha passato questo dono. Lo spirito che l’oracolessa incarna, ci viene detto, è Mahakala, la Grande Kali: questa rivelazione fa fremere alcuni di noi da tempo abituati a meditare su MahaKali, l’aspetto “guerriero” della Madre Divina, che distrugge tutti gli ostacoli alla realizzazione spirituale di coloro che la invocano. Quando è in trance l’oracolessa parla in tibetano perfetto e quando ridiventa una donna comune non è più in grado di esprimersi in tibetano, conosce solo il dialetto del ladakh. Incontriamo la seconda oracolessa due giorni dopo. E’ una donna più giovane, sulla cinquantina, con una storia completamente diversa. Non ha ricevuto il dono da un membro della famiglia ma è stata istruita da un alto Lama perché soffriva di disturbi psichici dato che era in grado di percepire le “voci degli spiriti”. Questa sua capacità l’ha portata sull’orlo della follia, spingendola a comportamenti strani e pazzeschi, quando è intervenuto il Lama insegnandole a distinguere il bene dal male e a non essere dominata dagli spiriti: ora proprio in virtù della sua saggia follia è in grado di farsi canale per aiutare altre persone. Ad un certo punto, mentre è in trance, l’oracolessa, che incarna uno spirito dal nome impronunciabile e che non ricordo, mi guarda e si tocca le gambe facendomi capire che mi sta dicendo che io ho problemi alle gambe. Credo che non mi abbia vista entrare e ora mi vede seduta, per cui come può sapere che fin dalla nascita ho una lesione cerebrale, almeno così hanno sempre detto i medici, che rende difficile la deambulazione? Poco dopo mi fa segno di togliermi i pantaloni: io indosso calzamaglia, pantaloni, calze per niente eleganti e subito provo una sensazione di grande imbarazzo ma immediatamente decido di lasciarla andare e mi spoglio. L’oracolessa mette in bocca una cannuccia e inizia a succhiare del liquido da alcune punti delle mie gambe: in un vaso di vetro sputa del liquido bianco, quasi trasparente, come a “succhiare fuori il male”. Poi con la bocca inizia a succhiare alcuni punti della mia schiena. Io osservo con un misto di curiosità, senso di nausea e senso del sacro allo stesso tempo ma sento che ciò che avviene è la cosa giusta, ciò che deve avvenire in quel momento. Non sono a disagio e quello che sta accadendo non mi dà fastidio, non scatena in me la reazione di rabbia che sempre mi viene quando un medico cerca di curarmi, di rendermi normale, di cambiare quello che c’è in me, secondo lui, di sbagliato (dopo essere stata visitata da centinaia di medici impotenti è il minimo che possa accadere). Questa volta sento in me una disponibilità a lasciar fare, a lasciare che gli eventi accadano, sicuramente sorretta dall’energia potente che informa questi eventi e dalla presenza rassicurante dei miei amici. Infine mi rivesto e torno al mio posto tra i partecipanti al rito. Provo immediatamente una sensazione di leggerezza e di grande felicità, Selene dice che il “succhiamento” mi ha fatto bene e che ciò si vede dalla luce che emana dai miei occhi. Mi sento più leggera, più sicura, come se avessi lasciato andare pesi molto antichi, vecchi dolori e impossibilità. Anche a livello fisico e muscolare

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mi sento più sciolta: è come se il corpo si concedesse una grande risata, liberato da zavorre antiche.Il resto del viaggio continuerà in questo “stato di grazia” e di amore. Visitiamo vari monasteri ma quello che ricordo meglio è il monastero di Lamayuru, circondato da una natura stupenda, così bella da essere sicuramente magica. Qui si trova la grotta dove visse e meditò Naropa, il creatore dei sei yoga, una figura importantissima per me e altri tra noi che da anni praticano i suoi yoga e studiano ogni sua parola. Alla vista della grotta di Naropa Selene viene presa da una felicità incontenibile, che trabocca contagiando tutti noi: ci sentiamo onorati e fortunati di essere in quel luogo che rappresenta le radici di uno degli insegnamenti a noi più cari. Le chiavi di un luogo così sacro e importante sono in mano ad un monaco bambino di dieci anni, che come ogni bambino degno di tale nome si diverte a fare un po’ il monello e a scherzare con noi. Ancora una volta capisco l’importanza del non prendersi mai troppo sul serio! Visitiamo anche un villaggio locale e per arrivarci camminiamo per un po’ su un sentiero stretto e scosceso, sul limitare di un burrone, con il fiume che scorre sotto di noi, ma non ho paura, anzi sono in uno stato di leggera euforia: Paolo, che stringo a braccetto per avere un aiuto, è un ottimo accompagnatore ed entrambi proviamo una grande sensazione di allegria, ridiamo e scherziamo anche davanti ai passaggi più impegnativi. Arrivati nel villaggio ci pare di essere appena scesi dalla macchina del tempo: non c’è il rumore del traffico, solo i suoni della natura e la vita qui è veramente di un’essenzialità quasi totale. Ma gli abitanti del villaggio sorridono e ci accolgo con calore: non sembrano affatto infelici per la mancanza di tutte le “comodità” a noi tanto care. Forse il loro rapporto con la natura li ripaga di ogni scomodità. L’ultima sera prima di ripartire per Delhi, nella cornice delle montagne del nostro albergo di tende, pratichiamo la “meditazione camminata” quella meditazione che chiede di camminare lentamente, con consapevolezza, immaginando di essere uno scheletro che cammina e ripetendo mentalmente ad ogni passo: “sollevo, avanzo, abbasso” in sincronia con il movimento del piede. Per me, da sola, questa meditazione è impossibile: camminare lentamente mi riesce sempre difficile perché richiede maggiore equilibrio, cosa di cui qualcuno ha dimenticato di fornirmi fin dalla nascita. Per cui, come al solito, la mia prima reazione è quella di dire: “io mi siedo e vi aspetto qui” ma Selene mi propone di fare la meditazione camminata insieme a lei e così partiamo. Da questo momento in poi viviamo un’esperienza indimenticabile: la sintonia che si instaura tra noi è perfetta e io mi affido, mi lascio andare anche se so che Selene sta camminando ad occhi chiusi e perciò, dice la mia mente razionale, potremmo cadere. Ma in questo momento non ha importanza, c’è solo una grande pace, una sensazione di grande potere e un

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grande amore, quello stesso amore che ci permette di volare.

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Le oracolesse tantriche in Ladakh di Selene Calloni Williams

Sonam Zangmo vive a Sabu, un piccolo villaggio del Ladakh, il cosiddetto “Piccolo Tibet” indiano. Il suo nome iniziatico è Ayu Iamo. Ha ottanta anni. È ritenuta un’oracolessa di enorme potere. La facoltà sciamanica è giunta a lei dai suoi avi, tramandata all’interno della sua famiglia da nonni a nipoti, saltando sempre una generazione. Lei sta istruendo il nipote che è colui che diverrà oracolo alla sua morte. Ayu Iamo riceve coloro che hanno bisogno di lei ogni mattina, nella sua casa semplice e pulita, al centro di uno stupendo giardino pieno di fiori profumati attraversati da un piccolo rivolo d’acqua limpida, nel villaggio di Sabu, a non molta distanza dalla città di Lhe, la capitale del Ladakh, situata a 3.500 metri d’altitudine. Tutt’intorno alla dimora dell’oracolessa, le montagne himalayane danno l’emozione della sconfinata potenza della natura. Ponendo sul proprio capo il cappello dalle cinque punte, che allude al potere dei cinque elementi fondamentali che, nella tradizione tibetana, sono Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua, Ayu Iamo inizia la cerimonia che la condurrà nella trance . Compie offerte agli spiriti gettando nell’aria chicchi di riso, acqua e bruciando incenso. Poi al suono ossessivo di una campana e di un tamburello, la trance ha inizio. Ayu Iamo prende a parlare perfettamente la lingua tibetana nella quale canta melodiosi mantra. Impugna il dorje , l’oggetto simbolo del potere spirituale dei lama tantrici, tutto avvolto, a guisa di rocchetto, da un filo di cotone di grosso spessore. Saskia Rimpoche è l’alto lama che le ha conferito il permesso di esercitare la professione di oracolessa. Insieme a quel permesso il lama le ha impartito un insegnamento che è durato molti anni durante il quale ad Ayu Iamo è stato insegnato a distinguere il bene dal male, a proteggersi dalle forze e dalle entità malvagie. Ayu Iamo incarna, in effetti, il potere di uno spirito di straordinaria efficacia immaginativa: Maha-Kala, la Grande Kala. Kala, o Kali, è percepita dai tantrici buddisti e induisti come la rappresentazione dell’energia cosmica, la forza esecutrice del Supremo. Come tutte le divinità tantriche, ha due aspetti: quello pacifico e quello adirato. La Kala Nera , detta anche la Guerriera dei Mondi, è una rappresentazione fortemente vitale della Grande Madre, la divinità di natura che precede l’avvento delle religioni cosiddette storiche o sociali. Incarnare una simile potenza non è cosa facile e soprattutto non è cosa di per sé innocua nei

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confronti della società civile. La grande Kali è la pura forza naturale, al di là dei concetti di bene e di male imposti dai valori religiosi e civili delle società. La grande dea precede l’avvento della mente umana e delle discriminazioni. Bisogna, dunque, che chi incarna la potenza della dea all’interno della società conosca innanzitutto i modi per governarla in base ai criteri di bene e male che sono comuni. Di qui il significato del “permesso” rilasciato dall’alto lama all’oracolessa. Nella sua trance Ayu Iamo ha messaggi e gesti da elargire, da parte di Mahakala, a tutti i presenti. Ognuno rimane profondamente colpito dall’acutezza e dalla pertinenza di ogni messaggio e ne farà tesoro. L’oracolessa svolge una funzione taumaturgica sulla psiche dei presenti, secondo il metodo tantrico, il sistema della grande dea, il quale consiste nell’ aggravare il peso , anziché ricorrere ad antidoti rasserenanti e piacevoli. “ il metodo segreto sta proprio nell’aggravare il peso. Se tutta la realtà non viene aggravata non si può ottenere la liberazione con l’uso di antidoti rasserenanti e piacevoli.” (Da Ma gcig Canti Spirituali , ed. Adelphi. Pp. 76, 77.) Così Ayu Iamo nella trance si comporta come una folle di fronte ai folli, come una depressa di fronte ai depressi. Mette in scena l’ anima nera sputando, urlando, percuotendo con il dorje di pesante metallo le persone che si inchinano dinnanzi a lei, spettinandosi i capelli – quasi pare spulciarsi – estroflettendo la lingua ed emettendo suoni gutturali profondi. Tassativamente proibisce ai presenti di filmare e di fotografare. Alla fine le sue parole e i suoi gesti sono illuminanti per tutti, anche per i più scettici. Non è necessario fare domande, interrogando l’oracolo: Mahakala sa cosa dire e conosce a chi dire, non ha bisogno di domande. I “pazienti” più bisognosi ottengono da lei talismani fatti con il filo che avvolge il dorje. Questi medicamenti dell’anima hanno efficacia immediata a giudicare dall’espressione di sollievo di chi li riceve. Quando Mahakala decide di lasciarla, poiché non ha più nulla da dire e da dare ai presenti, Ayu Iamo vede riflesso nel vetro della credenza l’immagine di un animale che lei chiama belungpa , una specie di orsetto panda, uno degli animali che la tradizione lega alle raffigurazioni della grande dea. Allora l’oracolessa sa di poter uscire dalla trance . Con burro, riso, acqua e incenso compie le offerte che pongono fine al rito mentre il suo corpo prende ad agitarsi come scosso da improvvise convulsioni. Dopo che tutto è avvenuto, Ayu Iamo torna ad essere una donna normale , un’esile vecchietta dallo sguardo dolcissimo e sorridente. Dice di non ricordare nulla di ciò che successo durante la trance e sostiene di non essere più in grado di parlare la lingua tibetana, che pure padroneggiava perfettamente nella trance , dice che quando è una donna comune sa parlare solo il ladakhi, la lingua della sua terra. Camminando tra i coloratissimi fiori del suo giardino si presta a rispondere ad alcune domande. È in questa occasione che racconta del permesso rilasciatole da Saskia Rimpoche. Inoltre parla della distinzione tra gli oracoli ufficialmente accreditati dall’istituzione religiosa e tutti gli altri. Il

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problema per gli oracoli che non sono stati istruiti ad usare la forza che si manifesta attraverso loro è grave, può portarli alla malattia, alla follia. L’alto lama Saskia Rimpoche non solo istruisce gli oracoli che poi verranno ufficialmente accreditati come tali, ma è anche in grado di togliere i poteri agli oracoli selvaggi, quelli che sfuggono alle regole e al controllo dell’istituzione, e può fare questo, garantisce Ayu Iamo, anche a distanza operando su di una loro fotografia. Vi è poi un’altra distinzione da fare, ci spiega ancora Ayu Iamo, e questa riguarda la forma pacifica e la forma arrabbiata delle divinità che si manifestano attraverso gli oracoli. Ayu Iamo si proclama veicolo della forma pacifica di Mahakala. Ma, ci spiega, una volta l’anno, nel monastero o gompa detto Matho , non distante dalla città di Lhe, si svolge il festival degli oracoli . In questa occasione uno o più monaci incarnano la forma arrabbiata della divinità di natura e nella trance, che si protrae per una settimana o più, essi possono compiere veri prodigi come, per esempio, quello di correre bendati sulle mura del Matho gompa o di viaggiare sulle montagne che circondano il monastero a una velocità incredibile, al punto che, agli occhi degli spettatori, sembrano volare. Il festival viene preparato di anno in anno. Ogni volta vengono estratti a sorte i nomi dei monaci che l’anno successivo incarneranno la forma adirata della divinità, dopodichè essi si preparano per un anno interno compiendo ritiri ed esercizi spirituali. Durante il festival i monaci-oracoli sono in grado di predire il futuro del loro popolo e persino i principali eventi mondiali che accadranno nell’anno successivo.

A Zangsti, un quartiere di Lhe, vive un’altra famosa oracolessa, il suo nome è Tsewang Dolma Agupa, il dio che la pervade nella trance è Manla Gyampo, una divinità dai particolari poteri taumaturgici. L’oracolessa opera guarigioni succhiando dal corpo della persona malata le forze nocive. A volte sugge mettendo direttamente le labbra a contatto con la parte malata del corpo del paziente, a volte sugge a mezzo di una lunga cannuccia trasparente. Stakna Rimpoche è l’alto lama che ha dato a Tsewang Dolma Agupa il permesso di operare come oracolessa e guaritrice. Lo spettacolo della guarigione a mezzo del succhiamento è molto forte: l’oracolessa sugge e sputa in un contenitore grandi quantità di liquido schiumoso. Tsewang Dolma Agupa non ha ricevuto i poteri dalla famiglia. A ventiquattro anni ha dato segni di squilibrio mentale, perciò è stata portate dal lama Stakna Rimpoche il quale l’ha avviata ad un addestramento spirituale durato più di dieci anni al termine del quale Tsewang Dolma Agupa ha fatto ritorno a casa nei panni dell’oracolessa. Storia straordinaria quella della donna oracolo di Zangsti, che dimostra come nella malattia si nasconda una forza al di sopra delle possibilità razionali e sociali di comprensione e di gestione.

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Il Bon in Ladakh di Selene Calloni Williams

È la religione autoctona dei alcune regioni della fascia Himalayana ed è sopravvissuta – con le sue tradizioni arcaiche sciamanico-animistiche – fino ai nostri giorni. In Ladakh la scoperta dei tulku (reincarnati) degli oracoli e delle oracolesse, dei monaci e degli yogin di stampo bon è straordinaria, ci proietta in un mondo "altro", in una visione dell’uomo e della sua psiche che ha molto da darci: è paragonabile al viaggio in un altro pianeta alla scoperta di una stirpe aliena da tutti i modi di concepire l’individuo a cui siamo abituati. La possibilità di ampliamento dei confini mentali che ne segue è un arricchimento straordinario. Nel Bon come nel Buddhismo tantrico la filosofia mistica e la psicologia naturale hanno un carattere magico e animistico di straordinario valore antropologico. L’elemento filosofico e speculativo si intreccia con una visione magica della vita che si fonda sul senso dell’impermanenza - cioè della contemporaneità di morte e vita - e della non oggettività delle cose.

Le principali dottrine bonpo sono quelle che fanno riferimento al post-mortem. I sacerdoti bonpo sono degli sciamani psicopompi (conoscitori del post-mortem) ai quali la tradizione attribuisce la facoltà di volare nell’aria al suono del tamburo e di muoversi a piacimento tra i vari mondi. La leggenda li vuole diretti discendenti di saggi abitatori della mitica terra di Shambhala. Alcuni studiosi considerano il Bon la forma più antica del buddhismo. Di fatto Bon e Buddhismo tantrico risultano profondamente uniti. Oggi è quasi impossibile per un profano distinguere tra seguaci del bon e seguaci del buddhismo tantrico tanto i monasteri, i rituali, le tecniche meditative

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sono così simili. Il termine Bonpo è riferito ai seguaci del Bon. Il Bon e le sue influenze nel buddhismo sono presenti ai nostri giorni in Ladakh, Tibet, Nepal, Bhutan e nelle comunità dei monaci bonpo in esilio in India. Monasteri e santuari Bon sono diffusi e attivi in queste regioni.

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Tibet, il Paese delle Nevi di Selene Calloni Williams

Dicono che qui, nelle montagne dell’Himalaya, vi sia il mitico regno di Shamballa, la terra degli illuminati, e dicono che esista veramente e che per accedervi si debba trovare un passaggio che é simultaneamente dentro e fuori di noi, nel nostro corpo e tra questi monti, i più alti del mondo. Forse la chiave per trovare Shamballa è nei testi che parlano del Tibet mistico, è nei canti dei poeti, degli eremiti, degli yogin tantrici che vissero e meditarono in questi luoghi: Guru Rimpoche e la sua sposa Yeche Tsogyel, la Danzatrice del Cielo, la poetessa Ma gcig Labrong, il magico Naropa e il suo mitico maestro Tilopa, e i loro diretti discepoli: Marpa e il poeta eremita Milarepa. Nello Yoga tantrico, lo yoga esoterico che ha impregnato di sé questi luoghi, poesia e misticismo sono le vie verso l’uomo. Non esiste il concetto di inconscio, ma l’inconscio è rappresentato dalle terre inesplorate, dai luoghi remoti. Macrocosmo e microcosmo, dentro e fuori coincidono e tutte le cose, sia le forme del corpo umano che i monti, gli organi e i torrenti, sono il frutto del potere visionario della coscienza umana. Qui, dove l’inconscio dell’uomo è la terra stessa, la mistica Ma gcig esprime questo invito: Si vada errando senza sosta,tra lande desolate e luoghi di ritiro. Si stia come lo spazio, privo di dubbi e paure. Senza dubbi e paure nell’immensità. E le fanno eco le parole della Danzatrice del Cielo: Il mondo è un’idea, è ciò che pensiamo, e non ha sostanza. Non c’è motivo di abbattimento, non siate depressi, amici; abbiate coraggio. Il mio corpo danza nel cielo e con destrezza si muove nella materia. Viaggiando ovunque, non ho trovato nulla che in definitiva sia reale. Voi, non riconoscendomi, mi considerate un’entità esterna. Ma quando mi riconoscerete, sbattendo le ali con una forza nascosta, superando persino i venti taglienti, potrete giungere a qualunque destinazione.

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E le parole che il maestro Marpa disse al discepolo Milarepa: Vai a vagare nei deserti di neve, nella solitudine degli aridi monti e sprofondati nella contemplazione. Le montagne impervie dell’Himalaya paiono difendere la saggezza antica. Mentre, molto lontano, nel mondo, nascono e muoiono teorie dell’inconscio, qui l’intuizione originaria, simbolicamente rappresentata dalla magica terra di Shamballa, sembra essere difesa da un guerriero invincibile: l’Everest che, con la sua vetta unisce terra e cielo e. tutti gli opposti. Qui nasce spontaneo il bisogno di liberarsi dal conosciuto. È bello viaggiare in questi luoghi ricordando il testo di un’antica meditazione dello yoga tantrico e, camminando, sussurrare a se stessi le magiche parole della libertà dall’ipnotismo dell’oggetto. Questo corpo è un’apparizione magica, è il riflesso della luna sull’acqua, è un’ombra senza carne né ossa, un miraggio che muta momento per momento, un sogno che la mente proietta, un’eco, un fantasma senza entità. Questo corpo è una nuvola che cambia forma continuamente, un arcobaleno bello e vivido, ma senza sostanza, un lampo che rapidamente appare e svanisce. Questo corpo è una bolla che si forma e scoppia all’improvviso, è un riflesso in uno specchio che si manifesta vividamente ma è privo di sostanzialità. -oHo deciso di tornare qui ancora una volta e di portare con me mio figlio, anche se ha solo otto anni. Non vedo l’ora di mostrargli luoghi per me così magici e importanti. Ma lui, che è stato con me nei deserti dell’Africa e nelle fitte foreste tropicali dell’Asia, questa volta non vuole accompagnarmi, dice di avere un presentimento strano, una paura che non sa spiegare. “Presagi e paure non devono portarci alla rinuncia, semmai invitarci a una maggiore attenzione”, gli dico. Simultaneamente, però, in virtù di quella legge dell’equilibrio che unisce gli opposti, di cui l’Himalaya è maestro, prima della partenza mi informo su tutti i rischi del viaggio. Scopro che la cosiddetta malattia d’altitudine”, un disturbo che può subentrare oltre i 2.500 metri di quota sul livello del mare, può, in certi casi, avere conseguenze mortali. Per certo è noto che l’unica terapia efficace, una volta che i sintomi della malattia si siano manifestati in modo evidente, è quella di scendere immediatamente di quota. Il pediatra, al quale mi rivolgo per informazioni, mi dice che un suo amico, un medico, poco più che trentenne, é morto, anni addietro, a causa delle conseguenze della malattia acuta d’altitudine, che l’aveva colpito proprio in quelle regioni del Tibet dove sarei andata con Michelangelo. La malattia colpisce sulla basa di una predisposizione individuale che non è accertabile in precedenza: in pratica non si può sapere prima se si sarà o meno soggetti ai sintomi di questa malattia recandosi ad alte quote, né si conoscono sistemi per prevenire il disturbo.

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Il nostro destino ha una forza irresistibile su di noi, è un magnete che ci attrae senza possibilità di sfuggire. Ma una possibilità forse c’è di evitarne le conseguenze più nefaste. Secondo i grandi maestri dello yoga che abitarono le regioni dell’Himalaya, esiste una possibilità di “fermare i venti del Karma”, cioè di non farsi travolgere dalle conseguenze delle azioni alle quali, per effetto della forza del nostro destino, non possiamo resistere. Quella possibilità è nel restare desti, vigili e attenti durante l’azione. Che cosa mai sono, dopotutto, lo yoga e la meditazione se non costante A-T-T-E-N-Z-I-O-N-E? Ecco altri versi della Danzatrice del Cielo:

Se restate in una condizione libera da depressione, torpore e offuscamento mentale, con la presenza non distratta di uno stato calmo, concentrati con una stabile attenzione, in una condizione di imperturbabile rilassamento, allora, qualunque attività compiate, praticate la meditazione. Mentre, da un lato, la ragione mi dice di non portare Michelangelo a certe altezze, qualcos’altro in me, qualcosa di oscuro, magnetico, inebriante, mi spinge a fare l’opposto. Alla fine scelgo di lasciare a Michelangelo la decisione: confido nel suo spirito guida. Lui dice che, malgrado le sue sensazioni e l’inspiegabile paura, vuole venire con me. Le montagne Himalayane sembrano conoscere i versi tantrici: ce li sussurrano con la magia di un canto di sirene. Forse, per giungere a Shamballa, bisogna solo lasciarsi ammaliare. “Io frequento il mio cuore, vasto e profondo come foreste e luoghi remoti. Come quella di un leone, è tale la nobiltà della mia postura che, anche nel sonno più profondo, nessun pericolo osa avvicinarmi. Mi muovo più veloce del vento e le mie azioni sono libere, come quelle dell’aquila. La luce radiante della mia attenzione eclissa gli ostacoli. Permanendo nello stato naturale, io vado ovunque senza paura.” Katmandu Più ci si avvicina all’Himalaya, e alla magica Shamballa, più la spiritualità di cui l’India è intrisa si fa selvaggia e a tratti richiama la follia. Quale è la linea di demarcazione tra illuminazione e follia? Da quando esiste la psicologia, gli psicologi si interrogano su ciò. Sono felice che mio figlio sia venuto con me, alla fine. Ritrovare Katmandu è sempre una festa per me. A Katmandu la divinità danza, una danza estatica, folle, che trascina. Non serve spiegare, se ci provi, fallisci. Katmandu per me è quasi una meta obbligata prima del Tibet, perché ho sempre avuto la sensazione che ogni conquista autentica passi attraverso un momento di follia, nel quale gli schemi ordinari vengono messi a soqquadro. A Katmamdu sono presenti tutte le principali religioni del mondo, ma sono tutte nude, cioè tutte irrefrenabilmente tantriche. Qui domina il tantra: lo stato naturale.

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Qui il sacro non si protegge agli occhi del mondo, non sta chiuso nei templi e nei tabernacoli, balla per le strade, si mostra nei fumi delle pile funerarie lungo le sponde del fiume, nella nudità dei sadu, nella loro follia, nel fumo dei loro chillum, nei ritmi dei loro canti. Dovunque il sacro non si protegga appare, agli occhi di chi lo osserva nudo,come una potente dissacrazione. Con i suoi falli e le sue vulve di pietra erette ad altare, con la morte che dona spettacolo di sé, con la vita che brucia la vita, con i santoni imbottiti di marijuana che passano il tempo spillando soldi ai turisti, con gli ultimi “figli dei fiori” che solo qui ormai possono ancora esistere, Katmandu è uno dei luoghi più sacri e più folli al mondo. La prima cosa che faccio arrivando a Katmandu è come un rito per me: brindo con una Himalaya beer alla mitica Shamballa, forse anche po’ per esorcizzare la fatica del lungo viaggio che mi aspetta lasciando la città per attraversare le verdi e lussureggianti foreste del subcontinente indiano, fino ai desolati altipiani del Tibet.

Tibet C’è una buona dose di natura imponente tra Katmandu e la frontiera con la Cina, dalla quale si entra in Tibet. Una strada che sale attraverso tornanti tra le montagne più alte del mondo, tra cascate e orridi di cui non puoi vedere la fine, tra alberi altissimi, dal tronco elastico, robusto, pieno di vita. E le cascate che si intravedono tra i vapori delle nebbie e delle nuvole. Viaggiando continuamente sull’orlo del precipizio, ogni volta che incroci una vettura che arriva in senso opposto è un tuffo al cuore. Anche percorrere questa strada per me è una sorta di rito, mi aiuta a lasciare piano piano il conosciuto. Michelangelo è entusiasta, euforico. La natura qui è così potente, così bella, così fiera di sé!.. Per il momento accusa solo un po’ di mal di testa. Attraversiamo la frontiera tra l’India e la Cina, entriamo in Tibet.

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Zhangmu, la prima città tibetana dopo il confine, è la tipica cittadina di frontiera, il traffico reso caotico dai camion che trasportano merci, la gente di passaggio, dall’aria indifferente, dallo sguardo altrove. Decidiamo di proseguire e di trovare un altro posto dove fermarci per la notte. Arriviamo a Nyalam, un piccolo villaggio. Qui non ci sono alberghi, ma solo pensioni di quart’ordine, davvero in pessime condizioni. Tuttavia dobbiamo fermarci, sta arrivando il buio e non possiamo proseguire. I disagi di Michelangelo si accentuano, ha nausea, ora, oltre al mal di testa. Tuttavia, essendo a digiuno dalla mattina, accetta di consumare la cena in un ristorante cinese di fronte alla nostra pensione. Si addormenta nel suo sacco a pelo, nella piccolissima cameretta che ci hanno messo a disposizione, le pareti sono fatte di lamiera e dal bagno di sotto sale un odore di latrina disgustoso. Io sono accanto a lui, non gli tolgo gli occhi di dosso per tutta la notte. Ogni tanto si sveglia e lamenta il mal di testa, poi si riaddormenta, a tratti ha caldo, suda, e vuole gettare via il sacco a pelo, a tratti bisbiglia “ho freddo!”. Ho sempre vissuto il Tibet con un sentimento di libertà ispirato dagli spazi sconfinati di cui la natura sa dare spettacolo; é incredibile per me trovarmi ora rinchiusa tra quattro mura di lamiera con mio figlio che sta male e l’angoscia che la sua condizione possa peggiorare l’indomani. Eppure mi sembra un passaggio obbligato, una prova che devo, che dobbiamo superare per oltrepassare uno scoglio del destino e raggiungere il mare aperto della vita. A tratti mi sento sicura che l’indomani il pericolo rientrerà nei limiti della normalità, a tratti mi sembra che, se il mio destino deve proprio farmi vivere una prova difficile, è proprio qui che mi accadrà: in Tibet, dove sono le eco dei canti dei poeti, degli insegnamenti degli yogin, dei maghi, dei profeti, dei mistici, che mi hanno tanto entusiasmata. Se è vero che microcosmo e macrocosmo coincidono e ciò che è fuori è simultaneamente all’interno; quei luoghi sono una parte di me significativa. L’indomani le condizioni di Michelangelo risultano peggiorate. Lo aiuto a vestirsi e a salire sulla jeep. Gli altri che sono insieme a noi insistono sull’ipotesi che non stia accadendo nulla di grave, che i sintomi di Michelangelo svaniranno presto, non appena egli si sarà abituato all’altitudine. Siamo a 3′800 metri, ed entro sera dovremo arrivare fino a 5.050, quando attraverseremo un passo chiamato Lalung-La. Ci dirigiamo verso il luogo dove la leggenda vuole che il grande yogin Milarepa, poeta ed eremita, abbia trascorso diverso tempo della sua vita in meditazione. Per quante volte io sia già stata nella regione dell’Himalaya questa è la prima volta in cui mi sono riservata l’occasione di visitare quella grotta, che è un luogo molto significativo nel mio immaginario. Michelangelo è disteso sul sedile posteriore della jeep, con la testa appoggiata alle mie gambe. Io gli accarezzo i capelli, mentre gli racconto la vita di Milarepa e cerco di farmi coraggio leggendo qualche frase dei suoi canti.

Lassù, in mezzo al cielo azzurro,

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la coppia del sole e della luna vive felicemente: è il palazzo meraviglioso degli dèi. (.) A est sulla montagna innevata dal picco di cristallo, il bianco leone delle nevi vive felicemente: è il re che governa sui quadrupedi, come segno di grandezza, non mangia carne putrefatta. Quando scende verso i prati verdi, possa la tormenta di neve non diventargli nemica! A sud, al riparo del folto della foresta, la tigre dal manto striato vive felicemente: è il campione di tutte le belve, come segno di coraggio, non esista a sacrificare la vita. Quando vaga per i sentieri stretti, possa la trappola non diventarle nemica! A ovest, nel turchese scintillio del lago il pesce dalla pancia bianca vive felicemente; è il danzatore dell’elemento acqua, per lo stupore rotea i suoi occhi dorati. Quando insegue i cibi che desidera, possa l’amo non diventargli nemico! A nord sull’immensa roccia rossa, l’avvoltoio, re degli uccelli, vive felicemente: è il veggente tra i pennuti meraviglia! Non uccide i suoi simili. Quando cerca il cibo tra le vette delle tre montagne, possa la rete non diventargli nemica! (p. 43).

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Ma, giunti a destinazione, Michelangelo cammina faticosamente verso il tempietto dedicato a Milarepa. Mi accorgo che non ha più una buona coordinazione motoria. “Portami a casa, mamma”, mi dice. Io dico agli altri che li aspetterò in auto. Resto sulla jeep, Michelangelo rimane sdraiato con la testa appoggiata alle mie ginocchia. È pallido e il suo cuore batte fortissimo. Non aspetto più. I telefonini non funzionano, non c’è campo. Chiedo a un ragazzino tibetano che gioca con i suoi amici a poca distanza dalla jeep di correre a chiamare i miei amici che sono scesi verso la grotta e di dire loro di tornare immediatamente indietro. Appena ci raggiungono,Rashid l’indiano che è con noi, prende dal baule della sua jeep una bomboletta di ossigeno e me la porge. “Se respira un po’ di ossigeno starà meglio”, mi dice. “È questione di abituare l’organismo all’altitudine”. Non ho la stessa impressione. Getto un’occhiata al sentiero che conduce alla grotta di Milarepa. E penso che, nella misura in cui il maestro, al pari del guaritore, è un archetipo, ed è dentro di noi, posso rivolgermi a lui. “Maestro, ti prego, aiutami a prendere la decisione migliore”, penso. Mi accorgo che il cielo si è fatto scuro e pare che le nuvole, ingrossandosi stiano scendendo verso terra, mentre la nebbia sta salendo. È giorno, ma il sole è talmente oscurato che pare già sera. Ricordo di essere nell’Himalaya, dove tra corpo e terra, organi ed elementi della natura, non c’è differenza e d’improvviso divengo assolutamente certa di ciò che sta accadendo a me e a mio figlio. “L’ossigeno non serve, è solo un palliativo, ci farebbe perdere del tempo prezioso. Voglio portarlo giù a una quota più bassa, immediatamente!” dico al mio gruppo. Devo sembrare così decisa dal tono delle mie parole, che nessuno prova a contraddirmi, benché ci siano difficoltà enormi: un giornata intera di jeep tra tornanti e nebbie che ci separa dal confine tra la Cina e il Nepal, il visto di gruppo, da cui non è scorporabile un permesso individuale per me e Michelangelo per attraversare il confine e, non da ultimo, il fatto che proprio io sono la guida di quel gruppetto di persone che mi guardano ammutolite, esterrefatte. Il Tibet è una terra di dèi, demoni, demonesse, orchesse e spiriti selvaggi che sono l’incarnazione delle forze elementari ostili e delle potenze naturali. Gli antichi testi che descrivono la conquista del Tibet da parte degli yogin tantrici buddisti, che civilizzarono le popolazioni nomadi, definiscono le loro imprese come esorcismi di demoni e demonesse che rappresentano una natura impervia, difficile a essere conquistata, ma anche silenziosa, potente, affascinante. Gli antichi mistici e monaci del Tibet appaiono come maghi o sciamani capaci di potenti esorcismi e di ogni sorta di magia, compresa quella di volare nell’aria. Ancora oggi il Tibet possiede una geografia mitica, in cui il i picchi montani sono i falli delle divinità e le valli i corpi distesi delle demonesse. Molti tibetani praticano ancora il pellegrinaggio spirituale, cimumambulando intere montagne e laghi ritenuti sacri. In verità non c’è monte o lago o fiume in Tibet che non sia considerato sacro. I pellegrini ancora oggi parlano di come i monti sacri del Tibet inchiodino alla terra i corpi delle demonesse, che rappresentano l’energia sessuale selvaggia della natura. In particolare, Padmasambhava, detto Guru Rimpoche, il leggendario personaggio a cui viene attribuito il merito di aver portato il tantrismo dall’India al Tibet, compì un percorso che partiva da Katmandu e saliva fino ai piedi dell’Everest, proprio quello che noi avevamo programmato di fare. Nel suo viaggio Guru Rimpoche esorcizzò e sottomise tutti i demoni che incontrò sul proprio cammino e in particolare i guardiani dei passi del “Paese delle Nevi”. Le tecniche che usò Guru Rimpoche per soggiogare i “signori della terra” sono descritte nei testi antichi del tantrismo buddhista e, poiché, per loro, la conquista sugli spiriti della natura e sulle forze dell’inconscio è una medesima impresa, ancora oggi i lama usano e insegnano quelle tecniche nelle loro meditazioni e nei loro riti.

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Non è difficile, viaggiando per il Tibet, vedere all’improvviso, nei luoghi più impensabili, pile di sassi e pietre, sono i chorten , o stupa , montagne simboliche, “chiodi”, o “pugnali rituali” che tengono a bada le forze demoniache della terra sottostante. Anche i pennoni, e i pali su cui svettano le bandiere di preghiera, i santuari eretti in luoghi deserti a mezzo di semplici corde a cui sono legate le colorate bandierine di preghiera, rappresentano un omaggio alle dèe della natura e ai signori della terra. A volte i pali piantati sui tumuli di pietre o di terra simboleggiano i signori della terra stessi ( sadak) e ricevono i corrispondenti riti propiziatori da tutti i pellegrini che si trovano a passare di lì. Ciascuno di questi “chiodi” può essere visto anche come un ago per agopuntura piantato nel corpo della terra, con l’effetto di curare ed equilibrare il campo energetico ambientale. Qui, dove l’idea di inconscio così come è stata concepita da Freud e dalla psicoanalisi, non è mai arrivata, le forze della terra e quelle dell’inconscio sono ancora rappresentazioni del potere visionario della coscienza umana: due facce della medesima esistenza. Qui l’inconscio è da definirsi come “lo stato naturale dell’essere”, non è una condizione di oscurità, di mancanza di consapevolezza, non è uno stato peccaminoso di impulsi primordiali, ma, al contrario, uno stato di chiara luce che sorge spontaneamente, come il calore del sole nasce congiuntamente al sole, quando, al cadere di ogni sforzo per fare o per essere qualcosa, all’acquietarsi di ogni pensiero, ci si ritrova svegli dall’illusione. Qui siamo in un paesaggio numinoso, mitico e fantastico, che Ma gcig, Yeshe Tsogyel, Guru Rimpoce, Milarepa hanno conquistato al suono del medesimo grido: Emaho! Meraviglia! E ancora oggi, a chi sa bene ascoltare, è evidente che le altissime montagne conservano e si rimandano l’eco di quel grido di conquista: Emaho! Meraviglia! In tre giorni io e Michelangelo siamo andati e tornati dalla dimora degli dèi nel “Paese delle Nevi”, mai avrei pensato di poter compiere un simile percorso in così poco tempo. Ma siamo tornati con una sensazione di vittoria nel cuore, come di chi ha saputo accogliere la sfida del destino e non esserne travolto. L’impressione fondamentale che ne abbiamo riportato è stata quella di aver esorcizzato molti tra i dèmoni delle nostre paure.Che importa sapere, adesso, se, proseguendo il nostro cammino le condizioni di Michelangelo si sarebbero aggravate, oppure il suo stato di salute sarebbe tornato alla normalità? Non è secondo la logica della mente che si dialoga con i numi, tra i monti dell’Himalaya.

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Il ngapka Rashid prende il mio posto alla guida del gruppo. È soprattutto grazie a lui, che non trascura mai di chiedere informazioni ai nomadi che incontra, che, dopo qualche giorno di ricerca, gli amici che hanno continuato il viaggio riescono a scovare una delle figure più suggestive del Tibet visionario. un ngakpa. I ngakpa sono maestri dello yoga tantrico, essi vivono per lo più isolati, in eremitaggio, sono depositari della tradizione Dzogchen, che rappresenta la via dei Tantra più elevati, il cammino considerato il più rapido e intenso. Dalle popolazioni nomadi e da quelle stanziali che abitano nei villaggi, i ngakpa sono ritenuti degli psicopompi, ovvero dei conoscitori del regno del post mortem . Essi vengono chiamati al capezzale dei defunti per accompagnarne l’anima nei mondi del transito che, secondo la tradizione dello yoga tantrico, si estendono tra la morte e una successiva rinascita. Il rituale dell’accompagnamento dell’anima del morente si trasforma in un insegnamento per i vivi che compiono la veglia funebre. Raccontando le prove che l’anima deve superare nel post mortem , il ngakpa dona, infatti, rivelazioni per la vita. Le parole che il ngakpa sussurra davanti al capezzale del defunto sono ispirate alla tradizione del Bardo Tosgrol, il Libro Tibetano dei Morti, che la leggenda attribuisce a Guru Rimpoche stesso. Il ngapka spiega che la “chiave segreta dell’arte del morire” è nel non avere paura e nel mantenere, in ogni momento, durante la morte e durante il transito tra la morte e la successiva rinascita, un’attenzione vigile e costante. La paura ci costringe a non guardare, offusca la visione e fa cadere la coscienza nella fossa dell’oblio, per cui diveniamo preda delle forze avverse e vittime degli eventi che ci trascinano a nostra insaputa. La chiave segreta dell’arte del non avere paura, consiste nel ricordare a se stessi incessantemente che tutto ciò di cui si va facendo esperienza è una nostra stessa emanazione, un sogno, un’illusione, mentre la realtà altro non è che chiara luce senza interruzioni. Anche il corpo è un “veicolo di pura apparizione” che si dissolve e si riforma come un’ombra che appare e svanisce secondo il cammino del sole. Presa consapevolezza della vacuità dell’oggetto e del corpo, la paura svanisce; si comprende, infatti, che nessun pericolo è reale, giacché neppure il nulla può nuocere al nulla. Ancora oggi l’ottanta per cento dei tibetani sceglie di avere una sepoltura a cielo aperto. Esistono luoghi per i funerali, nei quali e severamente vietato recarsi con telecamere o macchine fotografiche, dove i cadaveri vengono tagliati in piccoli pezzi per essere dati in pasto agli uccelli. Lo sciamano Lo sciamano è un guaritore, un conoscitore dei segreti profondi del corpo e dell’anima. Egli ha appreso ciò che sa non dalle letture e dai libri, ma per via estatica, per rivelazione. Lo sciamano, dunque, è innanzitutto uno specialista dell’estasi, della trance, degli stati ampliati di coscienza. I suoi maestri sono gli stessi dèi e demoni di cui l’impervia e potente natura del

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Tibet è carica. Al pari degli yogi, dei lama, dei monaci buddhisti, dei ngapka e di tutti i mistici, la sua verità è poetica, non letterale. Il mondo per lui è frutto del potere visionario dell’uomo e l’uomo è una conseguenza del potere visionario dell’anima e persino l’anima è un frutto della visione: tutto è visione. In un mondo dove l’illusione è illusione e la realtà è anch’essa illusione, lo sciamano è un illusionista che estrae dai corpi dei propri pazienti la malattia senza praticare ferite, che si traveste per incarnare il proprio spirito guida, il quale gli dice il da farsi, sulla base di una conoscenza antica quanto l’Himalaya. Lo sciamano è un poeta che si nutre di verità metaforiche e non oggettive, un figlio degli spiriti, uno spirito a sua volta, un bandito per la ragione, che non lo comprende e si sforza di smascherarlo. Ma lo sciamano intende il proprio travestimento come lo stesso travestimento che indossa la natura nel suo eterno gioco.

Yogi, tantrici, lama, eremiti, poeti, ngapka, sciamani, spiriti e signori della terra, incarnano la parte irrazionale dell’uomo, che nella nostra tradizione occidentale, scientifica è sempre stata associale al femminile. Qui, in Tibet, dove la terra è l’inconscio, il cosiddetto tantra madre, ovvero la tradizione esoterica dei misteri, appare, ancora viva, malgrado le violenze, i crimini, la distruzione sistematica dei monumenti religiosi e la profanazione di qualsiasi luogo, oggetto, ritiro spirituale, operata in Tibet dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione culturale, la quale voleva l’eliminazione dei “quattro vecchi”: pensiero, cultura, usanze e tradizione. Il Tibet ha, tuttavia, ancora un patrimonio di opere d’arte sacre di inestimabile valore la cui salvaguardia è affidata agli sforzi internazionali. Oggi, i visitatori che lasciano il Tibet lo fanno con un senso di tristezza nel cuore, con la consapevolezza che salvare il Tibet, la sua immagine, la sua cultura e ciò che esse significano per il mondo, sia un’ardua impresa. Un compito difficile di fronte al quale, però, è necessario non arrendersi.

Il Kumbun di Gyantse La parola kumbun significa 100.000 immagini. Il kumbun è uno stupa, cioè una costruzione a cupola con base e cuspide, che segnala un luogo di potere. Un kumbun contiene innumerevoli immagini e dipinti. Famosissimo in Tibet é il kumbun di Gyantse. Si può pensare che un kumbun sia una raffigurazione dell’inconscio naturale. Paura, rabbia, volontà, potenza, depressione, euforia, aggressività, amore: eccoli, gli déi, i demoni, le energie inconsce che fanno parte di ciò che siamo, al di là dei confini dell’Io.

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Entrare in ciascuna delle innumerevole porte del kumbun e vedere le icone, le statue o i dipinti che vi sono contenuti e che paiono “saltar fuori” dal buio all’improvviso, è veramente come viaggiare per i gironi del mondo interiore.

I monaci e i monasteri

Depositari della cultura, della filosofia e della tradizione, i monasteri ospitano molti tibetani che hanno lasciato la vita mondana per indossare l’abito arancione. Esistono sia monasteri maschili che femminili. Ogni monastero è brulicante di monaci che, a tratti, non si notano, tanto silenziosa e discreta è la loro presenza, non si vedono, ma si percepiscono ovunque, al di là dei muri entro i quali è consentito ai viaggiatori camminare, a tratti, invece, si vedono tutti quanti insieme rumorosamente, come nel collegio filosofico, un giardino dove i monaci discutono animatamente di filosofia sotto gli occhi del maestro. La presenza di ognuno di questi monaci è assolutamente indispensabile per la sacralità stessa del monastero: ciascuno di essi, infatti, rappresenta un aspetto della divinità alla quale il monastero è dedicato, ne è una incarnazione e ne manifesta la potenza. La preghiera è ciò che li unisce e nel momento in cui, al suono del grande gong e dei mulini di preghiera, recitano i mantra , essi paiono veramente un unico essere. Le loro voci, così basse e potenti, paiono il canto di un dio sorto dalle profondità della terra.

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Il Potala

Dall’epoca in cui fu portata a termine la sua costruzione, e cioè, a partire dal 1649, il palazzofortezza del Potala è stato la sede di tutti i Dalai Lama, sebbene, a partire dalla fine del XVIII secolo, con la costruzione del palazzo d’estate del Norbulingka, sia servito solo come residenza invernale. Il Potala era anche la sede del governo. Il Dalai Lama, oggi costretto a vivere in esilio nell’India del Nord, è sia guida spirituale che politica del Tibet. L’immensa devozione dei tibetani nei confronti del Dalai Lama può essere compresa solo alla luce del fatto che essi lo pensano come l’incarnazione di Avalokiteshvara, il Buddha della Compassione. Il Potala venne fatto costruire dove sorgeva una caverna di meditazione nella quale si recò in ritiro spirituale un antico re. Quella caverna venne benedetta dallo stesso Guru Rimpoche. Oggi, la poderosa struttura del Potala è un grande museo dove è possibile ammirare molte opere d’arte a carattere religioso, tra le quali le cappelle che custodiscono le statue raffiguranti i vari aspetti del Buddha e le icone che ricordano i maestri che per primi introdussero in Tibet le pratiche e i rituali tantrici. Tre le raffigurazioni del Buddha ve ne una di carattere assolutamente tantrico e naturale: quella del Kalacakra Buddha, il quale è rappresentato nell’atto dell’unione erotica con la propria compagna. Il Buddismo in Tibet ha un carattere decisamente unico a causa della sua matrice tantrica e sciamanica. I primi maestri che portarono il Buddhismo dall’India al Tibet, infatti, erano tantrici. Il Buddismo tantrico, andò ad innestarsi sulla religione preesistente in Tibet: il Bon, di matrice sciamanica. Il Bon e il tantrismo hanno talmente permeato di sé il Buddhismo in Tibet da renderlo unico al mondo: esso ha mantenuto le caratteristiche della religione animistica di natura. Tra la vasta letteratura sacra del Buddhismo tantrico, vogliamo ricordare il bellissimo testo del maestro Naropa, chiamato Kalacakra Tantra. Naropa, ispirato dal maestro Tilopa, ha lasciato altresì metodi yoga assai importanti nella tradizione tantrica, come lo “Yoga del Calore”, alla pratica del quale si dedicò in modo particolare il poeta Milarepa. Lo Yoga del Calore consente, attraverso una particolare tecnica di respirazione, di produrre Dummo, o calore interno, da cui hanno origine, forza, potere spirituale, intuizione e conoscenza.

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Una caratteristica evidente degli esercizi tantrici è che essi tendono sempre a unire l’esperienza fisica – come quella che può derivare dalla pratica di una determinata tecnica di respirazione o da una certa posizione del corpo – con l’esperienza visionaria. Affinché risulti efficace, l’esperienza deve prodursi simultaneamente sia sul piano materiale, sia sul piano immaginario. L’unione erotica di Padre e Madre, simboleggiata dal Kalacakra Budda, è appunto la metafora dell’unità degli opposti. La vera esperienza, l’esperienza che produce il cambiamento, è un evento di unità degli opposti nel quale gli estremi si danno l’uno all’altro rivelandosi sacri, ovvero capaci del sacrificio di sé. Lo Yoga Tantrico, che è considerato la forma più esoterica e più potente dello Yoga, come nell’antichità, così ai giorni nostri, non è un insegnamento popolare: pochi individui, in Tibet come nel resto del mondo ne possiedono i segreti. Secondo una tradizione, si narra che il Buddha fece girare la ruota del Dharma tre volte, ad ogni giro comunicando dottrine via via sempre più ardue e profonde. Il terzo ciclo di insegnamenti, il più esoterico, venne dato dal Buddha in un tempio dell’India meridionale, e codificato in un gruppo di testi chiamati Tantra. Molti di quei testi sono stati rinvenuti nelle montagne del Tibet, dove erano stati sepolti. E molti di quei gioielli si dice siano ancora sepolti nel Paese delle Nevi, giacché ogni libro porta un insegnamento adatto a una determinata epoca e bisogna che esso sia rinvenuto e messo a disposizione degli uomini nel giusto momento. Il Pese delle Nevi è un luogo di grande potere spirituale, un mondo sacro, dedicato alla Dea Madre, che custodisce tesori, consci e inconsci, di inestimabile valore.

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Bhutan, il paese della felicità interna lorda di Selene Calloni Williams
Raggiungi il lago del puro piacere. dove i pesci dagli occhi dorati dell’acuta percezione si moltiplicano, dove gli uccellini apprendono a volare, e tutto è imperturbabile rilassamento, al di là di ogni limite. Yeshe Tsogyel, poetessa tantrica.

In un discorso del 21 Giugno 2005 del primo ministro bhutanese, Jigmi Y. Thinley si legge: «La felicità può essere realizzata come un traguardo sociale, essa non può venire conseguita come obiettivo personale, come fosse una merce, parimenti non può essere perseguita come uno scopo della competizione individuale. La felicità non può venir distribuita agli individui come una merce o un servizio. Tuttavia essa è troppo importante perché venga lasciata al puro sforzo e alla ricerca individuale, senza un impegno collettivo o di governo. [...] Nelle società comuni, a mezzo dell’apprendimento culturale, dell’educazione, dell’insegnamento psicologico, molti sforzi vengono profusi per far sì che le persone cerchino la libertà partendo da una attitudine che nega loro la felicità. Portare alla luce ciò che assilla l’uomo, scoprire ciò che inganna la sua vera natura e rivelare il suo Sé interiore, è un compito assai più elevato che domare la natura e conquistare il mondo esterno.»

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È il re del Bhutan ad aver coniato il concetto di “Felicità Interna Lorda” , o GNH dalle iniziali delle parole inglesi “Gross National Happiness”, che si contrappone al modello del Prodotto Interno Lordo che ben conosciamo. In Bhutan, nei pressi di una roccia che secondo la leggenda un mago tantrico venuto dall’India avrebbe spezzato a metà per estrarre dall’Inferno la propria madre, sorge un tempio dove risiede un alto lama che ha il dono del vaticinio. Il lama non riceve se non chi, secondo le sue stesse predizioni, è destinato ad incontrarlo. Nel tempio dove il lama vive campeggiano le statue di Guru Rimpoche, il Maestro Prezioso Padmasambhava, e delle sue due compagne tantriche, di cui una è Yeshe Tsogyel, straordinaria figura del tantrismo hymalaiano.

Il Bhutan è il solo luogo al mondo che ha per religione ufficiale il buddhismo tantrico Drupa Kagyu, la forma di tantrismo buddhista più vicina all’ antica religione primitiva, ai culti miticosimbolici dello sciamanismo. Il Drupa Kagyu enfatizza la pratica della dello yoga e della meditazione solitaria, secondo l’insegnamento dei grandi asceti tantrici che da Naropa arrivò a Marpa e al famoso poeta mistico Milarepa. Secondo questa scuola è possibile raggiungere la liberazione dal ciclo delle rinascite in una sola vita, per mezzo della pratica dei Sei Yoga di Naropa: lo Yoga del Calore, lo Yoga del Corpo Illusorio, lo Yoga del Sogno, lo Yoga della Luce, lo Yoga della Trasferenza del Principio Cosciente e lo Yoga del Bardo. Per superare la visione comune e giungere alla libertà lo yogin tantrico passa attraverso l’esperienza estatica, che è puramente artistica e creativa: la poesia e l’immaginazione sono gli strumenti dell’estasi tantrica. È a mezzo della forza poetica che si può creare nella coscienza quello «stato ampliato» nel quale ciò che è immaginato acquista la forza di accadere nella realtà quotidiana. Il

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grande maestro Aurobindo sosteneva di essere divenuto uno yogin poiché era un poeta. La poesia è da sempre il segreto dell’estasi tantrica.

Di ritorno dal Bhutan di Raffaella Boschiasso

Ho deciso di andare in Bhutan venti giorni prima dalla data di partenza. Mi sono accorta che il mio passaporto era scaduto e così ho iniziato la corsa al rinnovo. Sembravano tempi accessibili se non che in questura a Cuneo tutto era assai rallentato, per via di alcuni blocchi dovuti probabilmente a rinnovi concessi in precedenza e considerati non regolari. Quindi i controlli e i tempi si sono allungati sino a tre mesi dalle domande, l’agenzia a cui mi sono rivolta aspettava rinnovi da oltre tre mesi, figuriamoci come considerava il mio, praticamente impossibile. Per due settimane nessuna risposta sino a quando ho deciso di andare di persona in questura per accertarmi della situazione. Sono andata spinta dall’amore per le persone che sarebbero venute con me e per poter dire che ci avevo provato. Quando sono arrivata e ho chiesto del mio documento la donna allo sportello, osservando la data della mia richiesta, mi ha guardato come se stessi chiedendo il biglietto per la luna. E' andata a vedere e, con sua sorpresa, ha trovato il documento rinnovato, forse ha pensato che fossi la maga Circe o la nipote del presidente. In ogni caso, è stato per me un chiaro segno che in Bhutan qualcosa mi attendeva. Siamo partiti giovedì e solo mercoledì avevo ritirato il visto per L'India. E' stato davvero molto divertente vincere ogni aspettativa, una forza e una calma si sono stabilite nel mio intimo. Ho preparato i bagagli in fretta e furia e ho raggiunto il gruppo. Sono partita serena e con nessuna aspettativa, totalmente disponibile ad abbracciare il destino, non sapevo perché andavo nè cosa cercare. Certo, era la terra del drago tonante, del tantrismo e di Guru Rimpoche, una terra dove si va per scelta, nel mio caso una scelta dettata dall’anima. Eravamo in quattro donne e quel numero mi ha fatto pensare agli elementi tanto cari alle regioni himalaiane: terra, acqua, fuoco, vento e il quinto lo spazio era sicuramente il Bhutan. Tutto era perfetto e lo è stato sino al nostro rientro.

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Quando la terra fu tanta e pesante, si poté far solchi e lasciar cadere semi: se un giorno nasceranno saranno i fiori dell’amore. Quando l’acqua irruppe i margini e raggiunse ogni luogo, si poté scegliere se inabissarsi o lasciarsi trasportare dalla corrente, che come culla ci temprò. Quando fu il fuoco ad incombere non lasciò pensieri, solo ardente calore, tanto calore da non lasciar di noi che cenere. Quando il vento fu impetuoso, irresistibile e tagliente, si poté aprir le braccia e lasciarsi volar via, verso luoghi incerti e sconosciuti. Fu sempre il tempo dello spazio che, in un tempo fuori dal tempo, contraeva e dilatava ogni sfumatura, senza interrompere mai il gioco.

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Quando l’uccello dalle ali di fuoco ha iniziato la discesa nella stretta valle di Paro ho cominciato a realizzare che stavo per incontrare il drago tonante. Mi sono lasciata rapire da quel simbolo e per tutto il soggiorno l'ho sentito tuonare nella pancia. Lo vedevo nei volti dei bambini incantati e sapienti e in quello dei vecchi segnati dal logorio del tempo, contagiosi di calma, nei fitti boschi tenebrosi che attraversammo per raggiungere i monasteri e nelle acque nere del lago morto. Lo vedevo nelle vette opache delle black mountains che ci hanno accompagnato per lunghi tragitti, nella quattro aquile che mi hanno seguito nel lungo itinerario che ci portò nella valle nascosta dalle gru dal collo nero. Lo vedevo nei cani, e li, mi fece male, mi trafiggeva il cuore come un pugnale, mi coglieva nel limite e, al limite mi dava. Entrata nell’aeroporto ho capito immediatamente che si trattava di un paese fiero di ciò che era. In quale fiaba eravamo precipitati? Piccole dimensioni curate nei dettagli, esaltate dai colori e rincuoranti per l’ordine e la pulizia. Era bellissimo trovarsi li! Anche quando siamo uscite dall’aeroporto tutto è continuato in quello stile, anzi migliore. Gli uomini in gonna con l’abito tradizionale ancora presenti ovunque m’incantavano per la loro eleganza e raffinatezza, non li dimenticherò mai. Per mezzo loro iniziava la mia prima meditazione: vedevo qualcosa di mai visto prima eppure la mia percezione a riguardo era già condizionata. Per la cultura a cui appartengo il loro abito è femminile. Mi piaceva, lo trovavo originale, lo accettavo, ma non evocava di certo il mito dell’uomo guerriero, forte, possente e coraggioso. Con il passare dei giorni la mia percezione a riguardo è divenuta neutra, è stato importante e divertente osservare i miei sentimenti in quella occasione. Come potete capire, il viaggio era iniziato bene.

Il Bhutan è fino ad oggi l’unica nazione che ho visitato che mi ha dato chiaramente l’impressione di non aver bisogno di noi occidentali: non ci hanno chiesto soldi mai! Devo dire che ho percepito una civiltà ammirevole che mi ha dato, in certi momenti, la sensazione di essere nel futuro. E’ comunque un paese in pieno sviluppo economico; si stanno creando nuove strade per raggiungere posti impervi, demolendo con dinamite porzioni di montagne perché possa arrivare più turismo; è la vecchia storia che si ripete. Si capisce che presto ogni luogo sarà raggiunto; questa è una delle ragioni per cui, sono molto felice di aver visitato il Bhutan con nonterapia, in questo periodo di cambiamento. Infatti il 24 marzo 2008 si voterà per eleggere i rappresentanti alla Camera Bassa del Parlamento. Il 31 dicembre scorso si sono tenute le elezioni della Camera Alta e, con l'elezione del Parlamento, si segnerà la svolta democratica dopo un secolo di monarchia assoluta. La meditazione ha accompagnato ognuna di noi durante il viaggio. Selene, la nostra accompagnatrice, ha proposto meditazioni, stimoli su cui riflettere, abbiamo parlato della cultura, della religione e delle tradizioni di natura di questa terra e di questo popolo.

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Citerò, tra le varie tradizioni, il culto del folle divino perché oltre a sorprendermi, trova in me una sostenitrice. Il folle divino scelse la strada dei vizi per il suo risveglio spirituale, osò rovesciare i valori comuni e andare contro corrente e divenne popolarissimo: il piacere fu la sua dottrina. Portatore di fertilità, viene pregato ed evocato dal popolo in quanto riuscì nelle sue imprese a neutralizzare le forze avverse e terrifiche, che si riversavano contro gli uomini. Viene simboleggiato con un fallo dipinto sui muri o appeso ai quattro lati delle case, a lui è dedicato un meraviglioso tempio al centro di una valle, sito di una scuola buddista per bambini. Un luogo d’ una gioia soffocante: avvicinandoci al tempio abbiamo respirato allegria ed euforia ad ogni passo, credo proprio sia stata la sua energia diffusa in tutta la valle. Il popolo non è in grado di fare come lui, ma lo adora, ne ha fatto un Dio. Da noi sarebbe un demonio e saremmo accusati di disegni osceni in luogo pubblico. E’ veramente molto divertente o forse drammatico, ma è importante capire come le percezioni siano diverse a seconda delle culture, del modello di pensiero: viaggi come questo ti aiutano molto. ll Bhutan è tanto verde, ci sono vari tipi di boschi che si possono vedere ovunque, fin dove arriva lo sguardo, qui il drago tuona e le piogge arrivano. In alcune zone in cui le colline sono più dolci, immaginate di vedere le coltivazioni che assomigliano ad un puzzle, ogni appezzamento ha una sua cornice in pietra ed erbe, ci sono terrazze a sfumature di verde: come vellutati scalini d’ una reggia in cui le divinità salgono in cielo e scendono in terra. Quando il secondo giorno siamo partite per raggiungere il monastero buddista di Taktsang, non potevo immaginare una cosa tanto sorprendente. Avevamo iniziato il trekking a piedi nel bosco, quando ad un certo punto la visuale si è fatta spaziosa ed ecco il monastero, come un puntino bianco e rosso aggrappato ad una parete rocciosa verticale di circa 800 metri. Ci ha lasciato senza fiato, come in trance. Come un nido d’ aquila stava li appoggiato alla roccia, apparentemente irraggiungibile, le nostre menti incredule hanno iniziato il loro lavorio fatto di pensieri ed emozioni. E' stato come vedere una meraviglia della natura, uno stupore incantevole mi rese entusiasta. Avevamo scoperto dov'era la meta, ma non dov’era la strada, nè quanto tempo avremmo impiegato ad arrivare. Ho iniziato a camminare, assorta in una meditazione dinamica. Abbiamo attraversato un bosco parlante, ... non ero drogata, la mia coscienza era ampliata e in estasi, così che ogni cosa diventava possibile. Quasi sulla porta del monastero una donna nella sua abitazione sentinella, mi ha sorriso ed è stato come se mi raccontasse la sua vita, non dimenticherò mai quel volto senza tempo. Entrata nel monastero ho compreso cosa fosse una soglia e quella soglia. Le guide ci hanno spiegato minuziosamente la storia del monastero. Siamo entrate nel cuore del monastero, la grotta che fu luogo di meditazione del grande mistico Padmasambava. Proprio li abbiamo incontrato un monaco piuttosto giovane al quale abbiamo chiesto di aiutarci dandoci una meditazione, semplice, efficace. Pensandoci ora, è stata una richiesta piuttosto esigente e forse anche rischiosa, ma lui è stato chiarissimo e ha esaudito a pieno il

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nostro desiderio. In realtà non mi ha detto nulla che non mi fosse già stato detto, ma proprio per questo è valsa la pena di arrivare fin li. Se penso a quel giovane studente, lo immagino ancora la nel monastero di Tango Goemba, sede della più importante scuola buddista del Bhutan. Lo vedo ancora nella sua piccola e colma stanza colorata, con finestra su boschi e montagne, un’ orizzonte mozza fiato. Lui studia li, dove per arrivarci abbiamo inpiegato due ore a piedi, in una pace assoluta. Lontani dal mondo, gli studenti compiono un iter lungo tre anni prima di poter iniziare a studiare e praticare la meditazione vipassana. Disciplina, controllo, preghiere e studio, innalzare le virtù e annullare il proprio io: un cammino molto lungo. Abbiamo parlato con questo studente, che molto gentilmente ci ha invitato a bere the e biscotti nella sua camera, dopo aver accolto la nostra richiesta di dialogo. Abbiamo parlato della via del Dharma da lui seguita nella scuola e mentre ci raccontava cosa faceva, non ho avuto il coraggio di dirgli che io, meditavo e praticavo ancor prima di avere alcuna nozione a riguardo. Punakha è per i Butanesi un luogo dove maschile e femminile si incontrano e si fondono: le acque sacre del Mo chu, il fiume femmina, e del Pho chu il fiume maschio, si uniscono, il sangue del drago tonante diviene androgino. Ricordo una meditazione stupenda in compagnia di quelle acque, mi sono lascita trasportare dalla poesia di quel luogo. Gli Dzong, i monsteri, sono costruiti in luoghi sacri, infatti qui c’è ne uno proprio sulla punta di terra che unisce i due fiumi. E' la residenza invernale del Consiglio Centrale dei monasteri, luogo di incontro tra il potere temporale e quello spirituale. Quando siamo entrate nel patio abbiamo trovato una moltitudine di consiglieri in ricreazione, ma la cosa che mi ha colpito maggiormente, oltre alla simbologia dipinta sui muri, sono stato i nidi di api o vespe appesi ai cornicioni del palazzo, non avevo mai visto una cosa del genere: da noi li bombardano come malefici intrusi.

In Bhutan c’è “la strada” unica asfaltata, le altre sono sterrate o semplici sentieri. Percorrendola ho incontrato una bellezza di tale potenza, da scuotermi come un terremoto. Una vegetazione così rigogliosa e selvaggia che immediatamente risveglia energia, il semplice essere lì nello spazio del Bhutan mi faceva sentire diversa, una forza grandissima mi ha accompagnato per tutto il tempo. Un paese dove i simboli sono ancora forti, tanto forti da rapirti in meditazione. In cima al passo Pele La, con i suoi 108 stupa, con la

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catena dell’ Himalaya di fronte a me, ho vissuto una sensazione di onnipotenza, di gioia e incrollabile calma che ho dentro ancora oggi. A 3420 metri abbiamo iniziato a scendere verso il Bumthang, la zona del “parco nazionale”, con pascoli di yak e villaggi di pastori. Nel Bumthang zona di sciamani, avevamo un desiderio irresistibile di incontrarne uno e lo abbiamo trovato: cu ha raccontato la sua storia, come è diventato sciamano, e abbiamo celebrato insieme un rito. Non dimenticherò mai quel piccolo uomo, il suo sorriso intrigante e tutta l’esperienza.

Il viaggio continua sulle pendici dei Monti Neri dove ho incontrato le quattro aquile che mi hanno aperto la porta di un viaggio visionario. Devo dire che se non ci fosse stata poesia nel mio cuore nulla sarebbe potuto accadere. Deviando dalla strada principali siamo arrivate alla valle glaciale di Phobjikha, una zona di indescrivibile bellezza, definita come “la più bella vallata del più del paese dell’Himalaya”. La valle nascosta come la chiamano i bhutanesi ha rapito definitivamente il cuore. Non a caso qui le rare Gru dal colo nero tornano dal Tibet ogni inverno, dove sono accolte come dee. La vita nella valle ruota intorno a questa migrazione. Mentre la mattina presto passaggiavo per la valle, un bambino da una piccola finestra della sua casa, mi ha chiesto in un perfetto inglese da dove venivo, ho risposto e lui ha annuito felice. Sembra incredibile ma in questo luogo fuori dal tempo i contrasti sono fortissimi e possibili, uno non esclude l’altro, anzi sembra che camminino in armonia. Sarà l’amore per le Gru o forse altro ma quel posto è veramente una perla rara. Lasciata Phobjikha è iniziato il viaggio di ritorno, almeno per me. Sette ore di pulmino attraversando le foreste, una curva dopo l’altra mi hanno cullato nel più lungo e ricco silenzio della mia vita. Non può esserci conclusione ad un viaggio del genere. Grazie a tutto e a tutti. Raffaella Boschiasso

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Khajuraho, Benares, Allahabad, Kausambi, Haridwar Le città sante dell’India di Selene Calloni Williams
“Come il ferro, penetrato dall’elisir, non torna alla natura di ferro, così la mente, penetrata dal piacere, non torna alla natura del dolore”.

Queste le parole di un antico maestro del Tantrismo indiano: Naropa. Al Tantrismo si ispirano le bellissime sculture che ornano i templi di Khajuraho. Che cosa è il tantrismo? “Tantrismo è lo svelarsi dello stato naturale”, direbbe Tilopa, maestro di Naropa.

Le sinuose presenze erotiche, misteriose, bellissime, hanno 1.000 anni di vita ed abitano un luogo remoto, arido, che ancora oggi appare isolato dal resto del mondo, come isolato doveva probabilmente essere un millennio di anni or sono. Lo stato naturale abita al di là di ogni definizione, inafferrabile dalla mente, non si può spiegare. L’esperienza più naturale è l’unione di uomo e donna, che è simbolo dell’unione di tutti gli opposti. Dall’unione dinamica del principio maschile e del principio femminile ogni cosa è resa manifesta, rivelata. Tantrismo è l’aspetto esoterico di yoga, buddismo, di vari cammini umanistici e spirituali, filosofie e arti.

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A Khajurhao incontriamo un sadu , un asceta, che ci mostra i poteri della sua sadhana , o pratica spirituale. Sostiene con il pene una pietra di 20 chili, poi snoda il suo corpo nelle posizioni dello yoga, infine ci segue camminando sulle mani, a testa in giù. “La ricerca dello stato naturale”, ci spiega il sadu nella sua casa, “è un cammino controcorrente. Non si tratta di imparare nulla, ma semmai di lasciare ogni attaccamento verso ciò che si sa.” “Destrutturarsi”, afferma qualcuno di noi. “Per questo a me piace mettermi a testa in giù”, conclude il sadu. Ci racconta che i suoi poteri nascono dalla sua capacità di ritenere il proprio seme e di condurre una vita di impeccabile castità. La pura contemplazione del desiderio erotico, libera dalla necessità di esercitarsi sul piano concreto, il desiderio della bellezza, libero dal bisogno di possesso, aumentano in lui il fuoco della forza, che egli chiama tapas.

Ovunque a Khajurhao le immagini del lingam , il fallo, e della yoni, la vulva, simboli del principio maschile e femminile, paiono aver attraversato il tempo incontaminate, per tramandare ciò che è più naturale. Numerosi sono i Tantra, i libri che trattano del tantrismo, essi appartengono a varie epoche storiche, la loro elaborazione è sempre in corso, e ancora continua ai giorni nostri. Ma a Khajurhao, i libri devono essere chiusi e le dottrine superate, poiché qui lo stato naturale è una pura esperienza di mistica ed illogica potenza. Guardate la bellezza dei fregi di Khajurhao e lasciatevi ispirare. Salutiamo l’asceta, i templi, le loro immagini che, misteriose come spiriti, vengono con noi. In

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realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi. Esiste l’esperienza del piacere del puro spazio dinamico e la sensazione della purezza primordiale di tutta l’esperienza. Un po’ lontano dai templi, la magia continua. Per caso vediamo delle donne riunite. L’immagine ci appare così colorata che ci è impossibile non fermarci. Le donne ci accolgono con gioia. Sono in un piccolo tempio e stanno celebrando il rito del matrimonio con il loro sposo celeste, il dio Krishna, ci spiega la bramina, la donna più anziana che istruisce le altre. La bramina è una cantastorie in questo contesto rituale. Narra alle donne, alle ragazze, alle bambine, miti d’amore che raccontano di come il bellissimo dio Krishna si sia innamorato di fanciulle umane. Che meraviglia ci appare il racconto del mito! Capace di soddisfare e innalzare gli animi delle donne che lo ascoltano! Mito è il racconto dei nostri desideri più reconditi, e il rito è una recita che ci aiuta a conoscerci, che ci aiuta a guarirci, forse anche ad amarci. Ancora una volta vediamo il potere della contemplazione del puro desiderio, libero dalla necessità di possedere o conquistare qualcosa sul piano concreto, che i più saggi dicono essere il piano delle apparenze. Ci sembra di ricordare le parole di una tantrica tibetana nota al mondo come “la danzatrice del cielo”: ” Assorbitevi intensamente nell’esperienza del desiderio, perché senza questa i misteri non hanno significato “ ( La danzatrice del cielo , Keith Dowman, ed. Ubaldini, Roma, 1985, p. 147). Lasciamo anche le donne di Khajuraho con un senso di gratitudine. In realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi. Muovendoci controcorrente rispetto al corso del Gange, il grande fiume sacro che gli indiani venerano come il corpo stesso della divinità, toccheremo tre tra le più sante città dell’India del Nord: Benares, Allabhad, Haridwar. Benares Lo stato naturale si rivela a Benares come celebrazione della vita e venerazione della morte. Nascere e morire: cosa vi è di più naturale? Benares, o Varanasi, come la definisce il suo nome più antico, è la città dedicata al dio Shiva. Divinità antichissima, le cui origini si perdono nella notte dei templi, padre di tutti gli yogin, tantrici, asceti, bramini e sciamani, Shiva è il dio che incarna il principio della distruzione, della morte, del tempo, perciò è detto il Beato Tremendo.

La contemplazione della morte a Varanasi ispira il senso del sacro, inteso quale mistico sacrificio di sé. Morire è darsi, offrirsi nella città di Shiva. Gli indù credono che chi termini la propria vita a

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Varanasi varchi infallibilmente la porta della liberazione finale, e non sia più costretto a ritornare nella ruota del Samsara, o ciclo delle morti e rinascite. Così un ragazzo morente viene portato sulle rive del fiume per assistere allo spettacolo dell’alba. Mentre nelle case che sorgono lungo il fiume molti vecchi attendono la loro ultima ora. Il fiume Gange, che per gli indù è una manifestazione diretta della Grande Madre, ha acque limpide nelle regioni dell’Himalaya, dove nasce. Scorrendo attraverso le valli, assorbe in sé i detriti dell’umanità fino a presentarsi alla città di Vanarasi con acque tra le più sporche e inquinate al mondo. Eppure è proprio qui, dove l’acqua è tanto sporca da risultare assolutamente priva di ossigeno disciolto, tanto carica di batteri da dover essere giudicata intoccabile da qualsiasi essere umano, è proprio qui che gli indù compiono le abluzioni allo scopo di purificarsi. Il sacro è anche questo.

Ai devoti che si bagnano nel Gange fanno da contrasto i turisti che indossano bianche mascherine da chirurgo. A Varanasi c’è proprio tutto… La vita….La morte…

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E mentre tutto viene osservato ognuno può ripetere in sé un mantra , cioè una parola o una frase mistica, che rimandi al significato nascosto e indefinibile di ciò che viene vissuto. Noi ci ripetiamo alcune parole del tantrico Tilopa: “Non produrre immagini, non pensare, non analizzare, Non meditare, non riflettere, mantieniti nello stato Naturale!” Interrogandoci, scopriamo che anche a Varanasi ci piacerebbe incontrare un tantrico, come ci è capitato di fare a Khajuraho. Presto capiamo che cercare un tantrico è il modo migliore per non trovarlo. La nostra guida locale cerca e chiede ad altre guide, a bramini, a yogin, a sadu e persino a gente della strada. Le indicazioni che ci danno ci portano a cialtroni e maghi di ogni sorta. Ma un uomo ci colpisce. Dice di chiamarsi Baam baba. I suoi occhi neri sono assolutamente fissi, permanentemente spalancati. Ci spiega che per ore e ore al giorno pratica la concentrazione sul fuoco, fissando le fiamme senza sbattere le palpebre. Quando fissa il fuoco in questo modo, egli recita un mantra segreto e getta nel fuoco i suoi desideri. Il fuoco trasmette il desiderio al dio del vento che lo porta direttamente a Bhairava, un aspetto di Shiva che Baam baba venera in particolare. Nella sua casa c’è persino una nicchia che racchiude una statua raffigurante Bhairava bambino ed egli sostiene che tale statua abbia più di 500 anni. Infatti egli dice che suo padre e suo nonno erano tantrici al pari di lui.

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La conquista dello stato naturale ci sembra assai lontana da tutto questo. Umana, molto umana, è la lontananza dallo stato naturale. Assorbirsi nel desiderio liberi dalla volontà di possesso, contemplare il desiderio senza il bisogno di vederlo realizzato sul piano concreto. Forse è necessario essere poeti per gustare il nettare della pura essenza. Per l’intervista che ci ha concesso, Baam baba ci chiede ben 100 dollari. Poi ci fa una strana proposta che accettiamo con circospezione. Un antico maestro tantrico del Khasmir, Abinavagupta, ha indicato la via per trasformare i veleni in nettare; il sesso, l’alcool e le droghe sono tra quei veleni. Abhinavagupta ha anche spiegato che solo coloro i quali sono guidati da cattivi maestri interpretano l’insegnamento in senso letterale e utilizzano concretamente certe sostanze. Il vero tantrico, da grande artista, interpreta gli insegnamenti in senso metaforico ed è esclusivamente a mezzo del proprio potere visionario che opera con i veleni trasformandoli in nettare, come un vero alchimista. Baam baba ci propone di invitarlo a bere wiski di buona marca, poiché, egli sostiene, tale sostanza dona a lui poteri straordinari. Lo invitiamo nel nostro albergo alla sera, viene con un amico che si professa suo discepolo. Alla fine della serata, fissandoci con il suo sguardo sbarrato, ci parla di noi e indovina pure: dice di noi cose vere e non evidenti, ci dà anche consigli del tutto sensati. Ma lui è ubriaco e dà di sé uno spettacolo penoso!.. No, non è certo questo lo stato naturale!. Intanto abbiamo avuto un esempio di come il bisogno di esercitare un potere sia capace di rovinare l’uomo. Andiamo via, prendiamo rifugio nell’arte! La danza di notte in barca sul fiume Gange, dinnanzi alla città di Benares brulicante di gente, carica di vita e di morte. Finalmente nella danza riconosciamo lo stato naturale e troviamo un’espressione autentica della sua ricerca. Il danzatore interpreta alcune delle grandi divinità indù, ne racconta la storia con i movimenti del corpo e del viso. Ogni volta bastano pochi attimi e pare che la divinità in questione si impossessi del suo corpo; il danzatore è in trance in un istante. Una trance che esprime forza, gioia e ci trascina. Impossibile per noi essere su quella barca senza sentirci allargare il cuore, senza cancellare i pensieri e partecipare alla rigenerazione delle forze. Il guru che si sposta per l’India seguito da oltre 650 discepoli tutti vestiti uguali è Swami Sarasvati. Lo incontriamo a Benares per caso. Si trova a capo di un’organizzazione efficiente, capace di fare molti seguaci e di organizzarli in attività quotidiane semplici ma puntuali. Il suo braccio destro, inseparabile da una borsa porta documenti, ci spiega i prodigi dell’organizzazione. Siamo colpiti dallo spirito di obbedienza e conformismo che anima la sua cerchia. Poniamo al guru una domanda e lui ci risponde con un tentativo di spiegazione dell’intera metafisica indiana. Lasciamo il guru è all’improvviso eccoci faccia a faccia con l’autenticità di una giovane donna. Appartiene all’ordine delle suore fondato da Madre Teresa di Calcutta. Sorridente, mentre parla del suo lavoro che la vede impegnata a raccogliere moribondi per le strade e ad occuparsi di persone talmente devastate da malattie, vecchiaia o incidenti, delle quali nessun altro avrebbe la forza di prendersi cura. “Noi accogliamo tutti i bisognosi senza distinzione”, ci dice, “Bramini, sadu, yogin, indù, mussulmani, giainisti, sick, noi curiamo chiunque abbia bisogno: per noi tutti sono

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ugualmente esseri umani”. La salutiamo commossi, certi di aver incontrato l’incarnazione di una delle forme più nobili dello stato naturale. Bahirava baba è un po’ malato, ci sembra raffreddato. Il suo nome ci ricorda il guru dagli occhi sbarrati, bevitore di wiski e non ci sembra di buon auspicio. L’abbiamo trovato per caso, perché la nostra guida, avendo sbagliato strada e avendo chiesto informazioni, ha ricevuto da un passante la notizia della sua presenza in una casa nella parte più isolata della riva del Gange che ospita la città di Varanasi. Siamo stanchi e accettiamo la proposta della nostra guida di visitare Bahirava baba di malavoglia. Ma per fortuna accettiamo: l’incontro è importante! Prima ancora che noi iniziamo a porgli una qualsiasi domanda lui ci parla: “Il vero tantrico utilizza l’alcool sono quando è in grado di trasformarlo in latte e comprende nel desiderio erotico un’energia, una forza, che, se non dispersa nell’atto fisico, sale nel suo corpo, aprendo tutti i suoi centri energetici, conducendo la mente alla libertà dal conosciuto, il cuore alla gioia, e l’anima al divino. Lo stato naturale è la comprensione profonda della perfezione di tutte le cose” Siamo allibiti, quest’uomo pare conoscerci e sapere esattamente da dove veniamo, chi abbiamo incontrato sul nostro cammino e ciò che abbiamo visto. Vorremmo chiedergli molte cose, ma lui non risponde alle nostre domande se non con un’altra domanda, sempre uguale: “Voi come conoscete il tantrismo e cosa ne sapete?” Così, parliamo di noi. Lui ci blocca all’improvviso, sorride: “Bene!”, ci dice e poi ci indica un luogo remoto dell’India in cui dovremmo recarci in tre giorni particolari dell’anno. Là, in quei giorni, i tantrici di tutta l’India si riuniscono e là noi potremo incontrare, dietro il tempio chiamato Kali Mandir, un certo Shyam Nath Sharma, il quale, se vorrà, ci introdurrà alla chakra puja , una pratica elevata e segreta. Allahabad e Kausambi Misteriosa, come tutto ciò che è sacro, Allhabad ci dona immagini senza tempo. Qui si incontrano ben tre fiumi: due reali, il Gange e lo Yamuna, e il terzo, immaginario, è il mitico Saravastati, il fiume dell’illuminazione. “Nella gioia del volo l’uccello, qua e là, nel vuoto, va scrivendo parole senza alfabeto. Quando la mente vola si risveglia la mia voce, la penna descrive la gioia delle ali.” Tagore. Il meraviglioso tempio sotterraneo ci parla delle divinità di natura: il dio del fiume, del vento, del sole, la Madre Terra e simultaneamente ci ricorda le forze che sono nascoste dentro l’uomo. Sull’altra sponda del fiume, un altro guru ci attende con la sua cerchia di seguaci. Egli dice di essere il continuatore dell’opera di un noto santone, il cui samadhi , o luogo dell’ultimo riposo, è frequentato da diversi devoti. Non possiamo sottrarci all’entusiasmo che egli pone nel volerci parlare della loro organizzazione che ha sedi persino in Francia e negli Stati Uniti. Infine fuggiamo e decidiamo di andare lontano, via dalla città, desiderosi di raggiungere una qualsiasi meta non sia segnata sulle carte geografiche.

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Kausambi è un villaggio antico e, pur essendo riportato sulle carte geografiche, appare fuori dal mondo. È qui che documentiamo l’aspetto più selvaggio dello stato naturale. Nostri principali maestri: i bambini. E, quasi a conferma e a suggello della ricchezza selvaggia di ciò che abbiamo trovato, mentre stiamo per lasciare il villaggio ci coglie all’improvviso l’immagine di una processione dedicata alla dea Kali, la più selvaggia e incontenibile divinità del pantèon induista. Haridwar Per arrivare ad Haridwar da Allahabad ci attendono oltre venti ore di treno. Un viaggio faticoso e in apparenza interminabile dal quale temiamo di uscire distrutti. Ma, arrivati a destinazione, l’aria tersa delle regioni dell’Himalaya ci rigenera in poco tempo. Ad Haridwar il fiume Gange abbandona l’Himalaya per iniziare il suo viaggio lungo le pianure: per questo Haridwar è considerato uno dei luoghi più sacri dell’India. Il Gange, la Grande Madre , ha acque limpide, vivacizzate dalle correnti, qui il fiume non ha ancora incominciato ad assorbire in sé l’oscurità dell’umanità. Haridwar è piena di centri di yoga, di luoghi di culto, di raffigurazioni di divinità. Ogni sera, sulle rive del Gange, ad Haridwar si celebra la Ganga Aarati , una cerimonia religiosa indimenticabile che vede numerosi bramini intenti a fare offerte di luce e di profumi alle acque della Grande Madre. È la celebrazione degli elementi: terra, acqua, aria, fuoco, dall’aggregarsi dei quali origina la vita e dal disgregarsi dei quali origina la morte. Haridwar, come la vicina Rishikesh sono luoghi raggiunti dal capitale occidentale che ha contribuito a creare e a mantenere fiorenti i numerosissimi centri di yoga. Chi giunge qui deve sapere che molti dei sadu , o santoni, che circolano per le strade di queste città o che vivono fuori città lungo le rive del Gange, dove i turisti sono soliti fare le passeggiate, sono dei veri e propri banditi travestiti. Negli ultimi anni, pare che oltre una decina di turisti siano stati uccisi e derubati da questi inquietanti personaggi. Ma in mezzo al caos non è escluso che si nascondano dei tesori. Shri Prem Das Jee vive fuori dalla città di Haridwar, nel suo ashram , o luogo di preghiere e pratiche, dove egli vive in compagnia dei più stretti discepoli, vi è uno Shiva lingam, o fallo di Shiva in pietra, che egli sostiene avere oltre 5.000 anni ed essersi auto generato. Shri Prem Das ci invita nella capanna dove è solito fumare il chillum con i suoi discepoli. Ci offre del tè. “La prima cosa che chiedo di fare a chi voglia divenire mio discepolo è pulire l’ashram, la cappella dove ha sede il lingam, le stanze dove dormiamo, i bagni, le stanze comuni e il giardino. Qualunque uomo voglia divenire mio discepolo deve innanzitutto pulire l’ashram per ripulire il proprio cuore dall’orgoglio e dalla presunzione e per pulire la mente dalle idee e dalle convinzioni con le quali è giunto qui. Qualunque donna voglia divenire mia discepola deve per prima cosa ricevere il mantra, che io sussurro alle sue orecchie, poi deve prendere a ripeterlo tra sé e sé, continuando per giorni e notti senza sosta.”

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Shri Prem Das si professa tantrico. Egli mangia solo ortaggi di colore verde e beve unicamente acqua e latte. Anche i suoi discepoli devono divenire vegetariani, abbandonare qualsiasi bevanda alcolica e fare voto di castità. “Apprendendo a mutare i veleni in nettare, nel mio ashram uomini e donne ugualmente accolti e venerati, raggiungono la meta senza un cammino da percorrere”. Ancora una volta una poesia di Tagore bussa alla nostra memoria: “Anche se le stelle brillano tutta la notte non lasciano il segno del loro cammino”. Tagore Ci viene alla mente anche l’immagine del tantrico di Benares vestito di bianco, Bhairava baba. Ricordiamo ora che egli ci aveva detto queste parole: “Qui in India i tantrici godono di cattiva fama, a causa della superficialità della gente e della stupidità di alcuni falsi maestri. Per questo io non dico mai di essere un tantrico, a meno che qualcuno, come voi, sia assolutamente deciso a trovare in me la mia autentica natura. Quello che dico di me è che sono un sadaka , ovvero un ricercatore. Non è difficile che ciò che è più puro appaia immondo agli occhi distratti della gente. Molti fanno uno yoga per purificarsi. Ma il Gange, la Grande Madre , ha acque terse nell’Himalaya, dove nasce, e scorrendo assorbe in sé tutta l’oscurità del mondo, per questo la Grande Madre è sacra. Chi davvero voglia trovare se stesso deve fare come il Gange, per questo si dice che la ricerca di sé comporti immensi pericoli, per questo è importante avere un maestro che ci assista, da dentro o da fuori di noi”. Raggiungibile solo attraverso una strada di montagna piena di tornanti che sale da Rishikesh per oltre venti chilometri nella foresta dell’Himalaya vi è il suntuosissimo palazzo di un marajà e lì accanto un centro di yoga e medicina ayurvedica ultra lusso. Atmosfere soft, abiti preferibilmente bianchi, lezioni di yoga individuali, diete, meditazioni personalizzate, curatissimi giardini con finte cascate ed erba sintetica per il mini golf. “Ananda nell’Himalaya” propone uno “yoga da salotto” di prezzo indiscutibile. Frasi tratte dai testi sacri, i Yeda, i Purana la Bhagava Ghita, fanno bella mostra di sé negli ascensori, nelle camere e persino sui flaconcini dello shampoo. Ma come sempre proprio all’ultimo, quando ormai non ce lo aspettiamo più, ecco che ad Haridwar troviamo ancora qualcosa di autentico, un luogo dove le parole sagge conservano intatto il loro potere e un uomo di 91 anni siede a guardia di un sarcofago: il sepolcro della Madre Permeata di Gioia. Sri Anandamayi Ma, la madre Permeata di Gioia è stata una delle più grandi figure spirituali dell’India moderna. Swamee Vijayanandajee è un uonmo di 91 anni di nazionalità francese che è giunto qui, all’ashram di Anandamayi Ma, all’età di 35 anni e da allora egli non ha più abbandonato la Madre, né da viva né da morta. Swamee Vijayananda è un uomo eccezionale, malgrado l’età la sua mente è perfettamente lucida, ricorda una quantità impressionante di date, di libri, di nomi.

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Selene e Swamee Vijananda scoprono di avere esperienze comuni. Entrambi hanno vissuto nell’isola di Sri Lanka dove hanno appreso e praticato la meditazione Vipassana dai monaci buddisti theravada negli eremitaggi della foresta. Entrambi hanno amato filosofi occidentali e orientali come Nietzsche e Aurobindo della cui opera hanno apprezzato il carattere mistico e non logico. “E quando ho incontrato i Veda”, dice il Swami, “ho trovato lo stesso carattere mistico e non logico dei filosofi della mia adolescenza francese. La mente è l’io e il senso dell’io, l’identità personale, l’attaccamento a sé, sono tutto l’ostacolo che noi abbiamo, il solo, grande impedimento”. Per Selene e Vijananda incontrarsi è una festa, hanno davvero tanto in comune. “Il guru” dice Vijananda, “è qualcuno che risveglia in te il potere divino. Anandamaya Ma è stata il mio guru”. “Cosa ne pensi del tantrismo, degli insegnamenti di Abinavugupta, Tilopa, Naropa e degli altri tantrici?” “Ah!. Quello!..E’ un insegnamento assai elevato, il più elevato!..”. “Perché c’è bisogno di un maestro?” “Risvegliare il potere divino è ridestare ogni aspetto dell’essere, anche il più profondo e oscuro. La ricerca è densa di pericoli, ad ogni passo un tranello è in agguato. Il maestro al tuo fianco è la garanzia migliore di riuscita. Per alcuni è possibile conseguire la meta senza il maestro, ma si tratta di pochi, pochissimi!”

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“Cos’hai provato quando la Madre è morta?” “Un grande, grande dolore. Ero già un uomo libero, ma ero un uomo. Il segreto della libertà è non dimenticare mai di essere un uomo, allo stesso modo in cui il Gange, la Grande Madre , non dimentica mai di essere un fiume”. Si dice che, quando il celebre yogi Yogananda andò a trovare Sri Anandamayi Ma, a Calcutta, e le chiese di dire qualcosa della sua vita, la Madre rispose: “Padre, vi è poco da dire . Prima che venissi su questa terra.’io ero la stessa’. Da bambina ‘io ero la stessa’. Divenni donna , ma ‘io ero la stessa’. Quando la famiglia predispose di far sposare questo corpo, ‘io ero la stessa’. Ed ora di fronte a voi, Padre, ‘io sono la stessa’. E per sempre in futuro, malgrado la danza della creazione cambi intorno a me nello spazio dell’eternità, ‘io sarò la stessa’.

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La Medicina Tradizionale dell'India di Selene Calloni Williams

L’ayurveda o “scienza della vita” è la medicina indiana esposta in forma di trattati a partire dal II sec. d.C. fino al VII sec. d.C. da tre autori: Carata, Susruta, Vagbhata. Il Carakasamita è considerato il testo fondamentale. L’ayurveda propone un modello olistico dell’essere umano, cioè vede l’uomo come un insieme inscindibile di corpo, mente e spirito. Mentre lo spirito non è soggetto a degenerazione, il corpo e la mente possono incorrere in squilibri.

Il metodo di diagnosi principale del medico ayurvedico è l’ascolto del polso. Il medico esamina il polso del paziente esercitandovi una leggera pressione delle dita, per mezzo della quale egli evince lo stato di equilibrio dei dosha. Se il battito nel polso è irregolare vi è un eccesso di vata, se il battito è saltellante significa che pitta prevale sugli altri dosha, mentre se il battito è troppo lento vi è un aumento di kapha. Vata, pitta, kapha sono i tre “umori” o “principi metabolici” dal cui equilibrio dipende la salute del corpo. Essi si formano a seguito del processo di nutrizione. Kapha è il principio più vigoroso che dà inizio al processo della digestione, pitta è la sostanza liquida che compare quando il cibo passa nell’intestino e vata è il principio di espulsione dal corpo di tutte le scorie, si forma quando i resti del cibo giungono nell’intestino crasso. Kapha governa il sistema immunitario. In equilibrio genera amore, se squilibrato produce invidia e insicurezza. Pitta presiede al sistema metabolico. In stato di equilibrio genera serenità e appagamento, mentre crea scoppi d’ira quando è squilibrato. Vata regola tutte le funzioni correlate con il cuore, la circolazione sanguigna, la respirazione, favorisce la creatività quando è in equilibrio e genera ansia e stress se squilibrato. Il compito del medico ayurvedico è diagnosticare lo stato dei dosha e ristabilirne l’equilibrio con l’uso di medicine a base d’erbe e di massaggi. Poiché l’alimentazione è, nella visione dell’ayurveda, fondamentale, il medico interverrà anche e soprattutto con consigli che riguardano la dieta. Il cibo è di capitale importanza non solo per mantenere e ristabilire la salute fisica, ma anche ai fini dell’equilibrio del carattere e, quindi, del comportamento. Il medico ayurvedico interviene sull’alimentazione anche per modificare atteggiamenti caratteriali insani e pensieri negativi.

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Il principio enunciato da uno dei tre compilatori dei trattati dell’ayurveda, Vagbhata, secondo cui il simile potenzia il simile e sminuisce il diverso, può indurre il medico a prescrivere una dieta a base di carne al paziente abulico, depresso, privo di forze o denutrito, anche in maniera indipendente dai veti religiosi.

Come le disfunzioni fisiche provengono dallo squilibrio dei tre dosha, così le malattie mentali sono la conseguenza dello squilibrio dei tre guna, o nature caratteriali, le quali sono classificate come segue: - il temperamento sattvico, calmo, equilibrato, intelligente. Generalmente predilige cibi dolci e gradevoli. - il tipo rajasico, sensuale, precipitoso, si infiamma facilmente. Predilige i cibi molto saporiti, aspri e amari. - il temperamento tamasico, infine, è flemmatico tendente alla pigrizia, si spegne facilmente. Ricerca i cibi secchi, stantii, privati della loro forza vitale. La conoscenza della tipologia della struttura mentale è fondamentale al medico ayurvedico anche per la cura del corpo, perché la disfunzione dei dosha deve sempre essere messa in relazione con il temperamento del paziente. Persino la preparazione dei rimedi di erbe deve tenere conto del suo temperamento prevalente. Ecco perché oggigiorno i medici ayurvedici indiani più tradizionalisti non riescono a comprendere il ricorso da parte della gente a rimedi ayurvedici prodotti a livello industriale e venduti nei negozi senza che il terapeuta possa vedere personalmente il paziente che ne farà uso. L’ayurveda impone che il farmaco venga prescritto e preparato su basi individuali che variano da persona a persona. L’ayurveda, dunque, per lo meno la più tradizionale e ortodossa, non si rivolge alla cura della malattia, ma dell’individuo.

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Sri Lanka, “Meditazione, parchi naturali e Ayurveda” di Selene Calloni Williams
Furetto saltellante, con le spalle cariche di sacchi colmi di polvere del fuoco, il nostro amico Ananda, che per una notte all'anno, in nostra presenza, evocando memorie ataviche, ritornava sciamano, attraversava rapido la fitta vegetazione della giungla tropicale. E noi dietro a lui. "Attenti al fosso!" "Non gridate per non innervosire le scimmie sugli alberi!" e l'attimo dopo: "Fate rumore per spaventare i serpenti!" Ci ordinava con voce secca, senza neppure voltarsi indietro. Avremmo potuto cadere in un qualsiasi fosso lungo il percorso o essere assaliti da scimmie e serpenti che neppure se ne sarebbe accorto. Come un cane che insegue la volpe, vedeva solo davanti a sé, scrutando tra la fitta vegetazione in cerca della radura dove celebrare la devil dance.

Trovato il luogo adatto prima del tramonto, erigeva l'altare con dei rami e lo cospargeva di fiori, mentre i suonatori, deposti i tamburi, raccoglievano la legna per il falò. Noi ci dipingevamo i visi e attendevamo il buio della notte in cui avremmo ricordato l'aspetto inesauribile delle nostre forze, danzando senza sosta fino all'alba e ritrovando nei nostri limiti i molti aspetti delle nostre anime: gli spiriti e gli dèi.

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Il furetto Ananda ci avrebbe aiutato indossando maschere raffiguranti i volti terrifici degli spiriti, suonando campanelli, gettando la sua polvere magica sul fuoco causando fiammate, come nuvole di fuoco, che immediatamente svanivano nel buio e invitandoci a respirare incessantemente dalla bocca a mezzo di una respirazione potente. Quando, alle prime luci dell'alba, aprimmo gli occhi, l'eremita era davanti a noi, ci fissava. Si appoggiava a un lungo e robusto bastone, aveva i piedi nudi e sul volto la stessa imperturbabile espressione che aveva mostrato la sera prima. La sua casa era la giungla, la sua famiglia i branchi di elefanti selvaggi che la popolavano, la sua legge composta da "più di un milione di regole", come egli stesso diceva, era rappresentata dal rispetto del rigido codice di condotta degli asceti buddisti theravada. Lui ha insegnato ai miei bambini di soli quattro e sette anni ad arrampicarsi su pareti di roccia verticali con l'uso di liane, ad ascoltare gli animali e ad utilizzare possibilità che l'uomo ha dimenticato. Tutto ciò è servito ai miei figli a numerosi livelli, persino a migliorare le loro capacità cognitive.

Io, osservando in compagnia dell'eremita il volo delle aquile, ho appreso a restare immobile nella postura del loto, seduta a gambe incrociate, dal tramonto all'alba. L'immobilità prolungata conduce nei regni del dolore e della fatica dove, tra mille insidie, burroni, trappole, cadendo e risollevandoti, apprendi che non esiste alcuna minaccia reale che non sia nel tuo stesso modo di giudicare le sensazioni. I pericoli dell'esistenza sono dentro, non fuori di noi: sono nei valori che attribuiamo alle percezioni. La potenza naturale è giudicata negativamente dai valori percettivi nervosi comuni perché fa paura alla nostra civiltà. L'immobilità prolungata risveglia la potenza naturale del corpo. L'individuo che comunemente è abituato a giudicare la forza della natura come dolore o fatica, non la riconosce nella sua vera essenza appena la avverte e la respinge. Trascorse nella immobilità meditativa o nella danza estatica, le notti nella foresta dello Sri Lanka sono state esperienze importanti, legate da un filo d'argento nella mia memoria, da un tema semplice e profondo: come si può imparare dal corpo muovendolo o immobilizzandolo oltre i limiti consueti.

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Horton PLains e "la fine del mondo"

Horton Plains è un luogo da visitare fuori stagione, in pieno periodo delle piogge, da aprile a settembre, quando la presenza di altri esseri umani è praticamente nulla e le nebbie salgono dal "World's End" ("la fine del mondo"), un precipizio di oltre 700 metri con cui l'altipiano di Horton Plains finisce improvvisamente, offrendo uno spettacolo straordinario e sconcertante. Horton Plains è un luogo bellissimo, un insieme di foreste e prati d'alta quota attraversati da fiumi e ruscelli dalle acque pure e cristalline.

Ad Hortron Plains, sarà l'aria fresca dei 2000, sarà ciò che la particolare vegetazione trasuda, saranno i movimenti della nebbia che paiono avere una intelligenza che li guida, sarà la presenza delle grosse scimmie o dei cervi grigi, ci si trova in condizioni insolite. La mente si fa leggera e il cuore si apre.

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Nelle nebbie di Horton Plains, se ti fermi a contemplarle, vedi riflesse le tue anime. Saltellando sui ciottoli per attraversare i ruscelli, scorgi, proprio dove l'acqua cristallina e la nebbia opaca si toccano, luoghi ancora inesplorati della tua psiche.

La scalata al Picco d'Adamo Giungemmo ai piedi della montagna intorno alla mezzanotte. Un fiume segna l'inizio del percorso del pellegrinaggio, a quell'ora le sue acque erano gelide e nere. Nilan ci chiese di togliere le scarpe e bagnò con l'acqua nera del fiume le nostre teste ripetendo incessantemente sadhu, sadhu, sadhu. La parola sadhu significa beato e, secondo quanto ci diceva Nilan, avremmo dovuto ripeterla per tutto il tempo della scalata, onde propiziarci la benevolenza del dio Saman. "È tradizione che il pellegrinaggio sul Picco d'Adamo si compia durante la notte", ci disse Nilan. Nel buio, tra la pioggerella fastidiosa che a tratti cessava e a tratti pareva una persecuzione, non potevamo vedere il monte che dovevamo scalare."Quanto è alto? Quanto dura il percorso? È molto scosceso o a tratti è pianeggiante?" Erano tutte domande che non potevano trovare una risposta oggettiva. Così, nel buio più totale, iniziò la nostra scalata alla montagna sacra. . Ero certa di essere sul punto di morire, vidi il serpente balzare contro il mio corpo e in quell'istante mi risuonarono nella mente le parole di Nilan: "Questo monte è sacro: la sua altezza dipende dal peso del karma che il pellegrino porta sulle proprie spalle, se riusciremo o no a raggiungere la cima, anche questo dipende dal nostro karma e dalla volontà del dio Saman". Pensai di avere un karma straordinariamente pesante e, nello stesso istante, mi sorpresi intenta a chiedere al serpente di darmi anche il suo karma , sentivo di volerlo vivere e risolvere per lui. Il miraggio scomparve all'improvviso, come un lampo nel cielo: l'immagine del serpente svanì l'attimo prima di toccare il mio corpo lasciando un'impronta indelebile di luce nel mio cuore. Ripresi ad avanzare e ad ogni scalino chiedevo alle piante, ai cespugli, alle salamandre e alle sanguine, agli uccelli notturni, ai rapaci e a tutti i serpenti di quel monte di darmi il loro karma affinché io potessi portarlo addosso, finii per chiedere il karma di tutta la terra e finii per sentirmi invulnerabile. Una forza incredibile si era impossessata di me. Corsi indietro per quegli scalini sui quali solo l'attimo prima non riuscivo nemmeno a camminare, raggiunsi gli altri, li invitai a

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respirare profondamente e a continuare a salire, dissi loro che avevo visto la cima e che era vicina, anche se non era vero. Tutti ripresero coraggio e si rimisero in moto. Poi, come se dovessimo affrontare da soli l'ultimo tratto del percorso, ciascuno di noi si distanziò dall'altro e continuò a salire in silenzio. Io percorsi l'ultimo tratto della scalata, che durò forse mezz'ora, forse un'ora, saltando di corsa sui gradini, gridando il mantra che Nilan ci aveva insegnato. Ancora oggi, quando penso a quello che mi è capitato, a quello che abbiamo fatto, lo considero una magia. A ciascuno di noi è toccato il suo miracolo, a ciascuno la sua avventura e il suo risveglio.

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Il cammino di Santiago di Selene Calloni Williams

Santiago di Compostela è, insieme a Gerusalemme e Roma, meta del pellegrinaggio religioso per i cristiani. I viaggiatori, che in numero sempre maggiore percorrono i sentieri del “cammino di Santiago”, raggiungono il luogo dove l’apostolo San Giacomo, Santiago in spagnolo, venne sepolto dai suoi discepoli dopo essere stato decapitato per ordine di Erode Agrippa. Girando per le cattedrali della cristianità appare evidente che il sacro trasuda bellezza e che entrambi, il sacro e il bello, sfuggono ai valori della ragione. Per me il cammino di Santiago è stato il viaggio tra i simboli meravigliosi e imperituri della cristianità.

Abbiamo camminato per le stradine polverose assai meno di quanto c’eravamo prefissi, decidendo di compiere lunghi tratti in auto e piacevoli serate davanti a una bibita fresca. Di chilometro in chilometro ci facevamo sempre più decisi a non prenderci sul serio, a intuire ogni cosa, ogni gesto come un simbolo, capace di racchiudere in se stesso il senso compiuto di tutto. Sempre più intensamente i metri contenevano per noi i chilometri e, in fine, in ogni passo c’era l’intero cammino. Così decidemmo che il “cammino santo” poteva essere ovunque noi avessimo deciso di andare. Allora, uscendo con decisione da tutte le rotte che la tradizione assegna ai pellegrini che si dirigono a Santiago, visitammo località incantevoli, arrivando fino a quel gioiello di bellezza che è Avila, la città di Santa Teresa e perdendo il senso del tempo tra le sale del museo del Prado di Madrid dove gli dèi rivelano la propria immortalità nei meravigliosi dipinti di Rubens, e la cristianità diviene smisuratamente bella nelle tele di El Greco. Non potendo dedicarci a tutti i tesori del museo, scegliemmo, infatti, di osservare le opere di due autori soltanto. La scelta non fu affatto facile, ma, alla fine, qualcuno di noi fece il nome di Rubens, qualcun altro di El Greco. Così ci trovammo nelle sale che ospitano le grandi tele a soggetto mitologico di Rubens, impressionati dalla

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loro potenza, e tra i dipinti religiosi di El Greco, immersi nella dolcezza degli sguardi e nella delicatezza dei lineamenti.

La città di Avila è circondata da una possente muraglia che rappresenta uno dei perimetri difensivi meglio conservati al mondo. Dall’interno delle gigantesche mura, da una o dalla altra delle imponenti porte, si può vedere la campagna, dai toni delicati e dalle ondulazioni lievi, estendersi a perdita d’occhio; ciò dà l’impressione di essere isolati dal resto del mondo. All’interno delle mura, un po’ ovunque nella città, si trovano tracce di Santa Teresa, la Santa sovversiva e ribelle che lasciò trasparire dai propri scritti un sentimento d’amore eccezionalmente passionale verso il Cristo. La Santa che, avendo perso da bambina la madre naturale, chiese alla Madonna di esserle madre, la Santa poetessa, che sovente venne dipinta e scolpita con libri e penne tra le mani. Dopo la nostra fuga, un po’ folle considerando le distanze, dalla rotta del cammino di San Giacomo, tornammo sui nostri passi per proseguire verso Santiago. La “meditazione camminata” La nostra prima tappa dopo Burgos fu Fromista dove la chiesa romanica di San Martin ci riportò ai simboli dei culti animistici. Da Fromista, passando per Carrion de los Condes, da San Nicolas e da Sahagun, arrivammo a Leon, dove un’altra magnifica cattedrale, Santa Maria de la Regla, attendeva di stupirci, questa volta, soprattutto a mezzo di straordinarie vetrate.

Camminammo da un paese all’altro circa quattro ore al giorno mentre qualcuno di noi si occupava dell’auto e la guidava da una meta all’altra aspettando gli altri nei vari paesi. Per tutte le ore del nostro tragitto a piedi cercammo di impegnarci nella “meditazione camminata” o “attento camminare”, uno dei fondamenti della via della “presenza mentale” del buddismo theravada.

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Arrivammo a Leon con le menti concentrate, i corpi piacevolmente affaticati, l’imponente cattedrale con le sue magnifiche vetrate ci apparve molto concreta, quasi pesante dall’esterno e surreale, immateriale dall’interno: vessillo dell’illusione magica che pervade il mondo.

Da Leon proseguimmo per Astorga, cittadina di origine celtica circondata da mura. Ed infine arrivammo a Ponferrada dove la duecentesca rocca dei Templari esalta la magia del nostro viaggio. Le rovine del Castillo Templario parevano uscite direttamente da un romanzo.

Alloggiamo in un hotel che richiamava, nella struttura e negli arredi, l’epoca dei cavalieri templari, fronteggiato da un bel parco dagli alberi secolari, nel quale trascorremmo quasi tutta la notte dedicandoci a meditazioni, respirazioni controllate e tecniche che ampliano lo stato della consapevolezza. “Che bello essere vivi!” esclamò una ragazza del nostro gruppetto. Il suo viso illuminato dalla luna, i suoi piedi nascosti nell’erba, il suo corpo magicamente trasparente. Da Ponferrada camminammo fino a Villafranca e poi fino a O Cebreiro, borgo dalle abitazioni di origine celtica. O Cebreiro sorge in cima a un monte, lo sanno bene i pellegrini che, come noi, lo raggiungono a piedi. È un luogo assai ventilato, trovandosi sopra una sommità della Cordigliera

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Cantabrica, ma quei venti sono piacevolissimi dopo un faticoso e accaldato cammino in salita. Le case di pietra di O Cebreiro e le pallozas , abitazioni assai basse, di forma circolare con il tetto di paglia, di nuovo ci proiettarono in un’atmosfera da favola. Nel paesino diamo visitammo la semplice e primitiva chiesa di Santa Maria la Real, del XII secolo, dove ogni otto settembre si tiene un grande pellegrinaggio per commemorare il “miracolo di O Cebreiro”. La porta di Santiago

Bello fu fare insieme pratiche tratte dallo Yoga Tibetano del Calore nei prati di O Cebreiro, ammirando il mosaico della campagne che si estende lontano, molto al di sotto di dove noi ci trovammo, e poi mangiare formaggini di capra nella rustica trattoria, quasi introvabile, perché del tutto anonima, priva di insegne, o di qualsiasi segno di riconoscimento. Lo Yoga del Calore è una meditazione visionaria abbinata a una pratica di controllo del respiro. La respirazione che scende nel corpo attraverso le narici, secondo una tecnica precisa, alimenta il fuoco del Dumo , il fuoco della concupiscenza , il quale nutre l’energia inconscia di ogni essere e ne rappresenta la potenza. Il fuoco scioglie una perla di luce collocata all’interno della fronte, in corrispondenza del centro tra le sopracciglia. La perla di luce prende a gocciolare, profondendo amrita , il nettare degli dèi, in ogni cavità corporea. Il corpo sperimenta, a mezzo della pratica dello Yoga del Calore , intensi stati di piacere che aprono la consapevolezza a una più ampia visione. Ed infine, passando da Tricastella Samos, Samos e Monte Gozo, arrivammo alla porta di Santiago de Compostela. Ce l’abbiamo fatta! A modo nostro, naturalmente! Impossibile non sentirsi cristiani a Santiago. Santiago di Compostela è fatta di strade piene di negozi e di ristoranti. In una via del centro, le statue che riproducono a grandezza naturale le due Marie , due anziane signore che solevano passeggiare per le vie di Santiago enormemente truccate e vistosamente abbigliate, sono un monumento alla vita mondana della città.asciammo Santiago per Finisterre, ansiosi di incontrare l’oceano, dopo molta terra e tante montagne. La scogliera battuta dalle onde impetuose e il faro, che

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sorge sulla punta estrema ove il territorio spagnolo finisce e comincia l’Atlantico, ci ricordarono le scogliere e i fari di Ouessant e Belle Ile en-Mer. Inoltre, anche se là non vi è l’oceano, ci riportarono in Sri Lanka, a World’s End” (“la fine del mondo”), il precipizio di oltre 700 metri con cui l’altipiano di Horton Plains finisce improvvisamente, offrendo un panorama sconcertante. Un po’ ovunque su questo pianeta esiste un luogo dove il mondo improvvisamente ha fine.

Tornammo a Santiago carichi, pieni di oceano, quasi sfiniti dalla sua forza. Città esonerata dalla logica, la santa Santiago è eccezionalmente mondana, città di pellegrini, monache e santi, risulta straordinariamente vivace e quasi sfacciata nell’ostentazione dei piaceri della carne a mezzo dei suoi ristoranti e delle donne formose e vistosamente abbigliate. Ma ci può aspettare altro da una città che è nata sulla base di una storia quasi incredibile, la quale racconta che il corpo decapitato dell’apostolo San Giacomo fu trasportato su di una barca di pietra da due discepoli che lo portarono dalla Terra Santa e, una volta raggiunte le coste della Spagna, fecero diversi chilometri prima di seppellirlo Ma non finisce qui. La tomba di San Giacomo fu scoperta nell’813 da un eremita a cui una stella svelò il luogo della sepoltura: il termine Compostela, infatti, viene fatto risalire al latino campus stellae… San Giacomo, poi, comparve, ai cristiani impegnati nella lotta per la cacciata degli arabi come un condottiero valoroso definito “il flagello di mori” e in queste vesti ispirò forza e atti eroici ai soldati cristiani. Così Santiago di Composta divenne un simbolo di riunificazione della Spagna cristiana e nei secoli la leggenda di Santiago acquistò sempre più importanza e popolarità , mentre la città di Santiago divenne un’importante meta dei pellegrini cristiani provenienti da tutta l’Europa occidentale. Nell’epoca della venerazione della tecnologia, la quale trasforma in dogmi i parametri della ragione, l’irrazionalità su cui la tradizione cristiana si fonda la rende seducente. Forse proprio oggi come non mai, la tradizione cristiana rivela la bellezza dell’irrazionalità e mostra l’importanza del fascino del mistero. Nella tradizione simbolica della religione cristiana la bellezza profonde i suoi tesori.

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Viaggio tra magia e bellezza, i druidi, la spiritualità celtica Belle-Ile en Mer di Ar-Den

Arriviamo a Belle-Ile dopo un lungo viaggio in auto sotto la pioggia. Questa isola, che sa essere sia oscura e terribile con le sue tempeste e le sue grotte, sia tenera e bellissima, coi suoi colori e le sue spiagge, ci dà il benvenuto con un tramonto sulla côte sauvage , degno del nome che porta. Nell’albergo, a picco sul mare, corroboriamo con piaceri gastronomici ed enologici i corpi provati dal viaggio.

Parlare della Bretagna significa parlare di menhir e dolmen, di Celti e Druidi, infine di magia, di streghe e di dèmoni. A Belle-Ile c’è un villaggio di nome Bord-Groa (dal gaelico, villaggio delle fate o delle streghe) e un comune di nome Bangor; “Bangor” significa “collegio”, “assemblea”. L’esistenza di tre luoghi nel mondo chiamati Bangor, nel Galles, in Irlanda e a Belle-Ile appunto, lascia pensare che vi fossero all’epoca tre centri fondamentali di formazione, tre grandi aree ove gli aspiranti druidi

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seguivano un percorso iniziatico quasi ventennale per diventare “stregoni”, uomini che avevano il potere di essere canale di comunicazione tra il mondo degli dei ed il mondo degli umani.

L’Ile Au gré du vent, attentive au ciel, indifférente à la mer, silencieuse lande ou grondement de vagues, lumineuse ou grise, contradictoire en sa libre prison, conciente jusqu’ à en avoir mal de l’horizon, de l’inconnu, de l’inconfortable solitude, espace marié a l’espace, ou’ la vie reprend son droit de n’ être que temps qui passe derrière l’ espace du vent, aimer enfin en ne cherchant plus rien. “Le Temps Sauvage” Pierre Baudemont

I druidi I druidi erano dei sacerdoti, ma non solo, pare che il nome derivi dalla radice dru (folto, fitto, forte) e wid (vedere o sapere). I druidi quindi sono dei “molto veggenti” o “molto sapienti”, definizione che si attanaglia perfettamente ai vari ruoli che gli stessi occupavano. Sacerdoti,

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indovini, giudici, legislatori, scienziati, maghi, guaritori, filosofi e poeti-cantori (detti anche bardi , diffondevano la conoscenza attraverso la trasmissione orale e la musica). Insomma, la classe druidica abbracciava tutto cio’ che faceva parte della conoscenza umana. Perché Belle-Ile? Esistono da sempre dei luoghi nel mondo, isolati nella natura, che per ragioni imponderabili sono considerati sacri., Belle-Ile è certo uno di questi. Si puo’ parlare di credenze, di energie naturali della terra, di magnetismo, ma da sempre, in tutte le tradizioni spirituali, si accenna all’esistenza di luoghi sacri. I druidi li definivano dei “centri del mondo”, erano dei poli energetici nascosti, a volte inaccessibili, sempre immersi nella natura, e in questi luoghi gli antichi sacerdoti erigevano altari.

Molte chiese cristiane sono sorte sulle ceneri degli altari celtici. È possibile che gli stessi celti abbiano raccolto l’eredità spirituale simbolica dei popoli dei dolmen e dei menhi r, i quali sono, infatti, simboli riconducibili alle piu’ antiche civiltà i origine shivaita, che hanno occupato tali territori prima dei celti. La popolazione celtica ci lascia tracce di una cultura indo-europea con profonde radici nella antica spiritualità di natura, e un modello di società in cui spirito e materia, luce ed ombra, umano e divino benché divisi, esistono contemporaneamente e fanno parte dell’essere uomo. Il druido , esperto di scienze e divinazioni, consiglia; il re agisce, ma si tratta di consigli a cui il re non puo’ sottrarsi. Il re non è niente senza druido, e il druido non ha alcun potere di azione diretta senza il re. Il re non è eletto dal druido, bensi’ da guerrieri suoi pari, ma questa elezione non ha alcun valore se non viene ratificata dal druido; il re non puo’ agire contro il suo druido, ma il druido deve ubbidire al re, fuorché in casi di atti chiaramente empi. Nella società celtica non esiste differenza tra sacro e profano; ogni atto pubblico è contemporaneamente un atto sacro. Druido e re sono due aspetti di una stessa realtà. Questo tipo di dualità è presente anche nell’India Vedica; Mithra, sovrano dio giurista, e Veruna, sovrano dio mago, come pure nella storia di re Artu’, ambientata nella foresta di Brocéliande, poco lontana da Belle-Ile, con Merlino che istruisce il giovane re, per poi aiutarlo a diventare l’esecutore materiale del volere divino.

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La spiritualità celtica

Il Dio al di sopra di tutti è Lug ; i suoi due nonni sono un dio-medico-sapiente dal lato materno, e un dio-guerriero gigante guercio dallo sguardo letale, dal lato paterno. Unisce in un solo essere la potenza conoscenza spiritualizzata con la forza piu’ bruta ed istintiva. E’ il testimone della coesistenza di due forze opposte, l’unione inscindibile tra druido e re, il simbolo del rifiuto da parte dei celti del concetto di dualità.

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La festa piu’ importante dell’anno si tiene il primo novembre. E’ il Samain , la fine dell’estate, l’inizio dell’inverno. Tutta la comunità vi doveva partecipare. Venivano discussi affari politici sociali e religiosi, si consumava carne di maiale, ritenuta cibo dell’immortalità, e bevuto vino, grazie al quale si raggiungeva quello stato di trance per andare oltre il reale ed afferrare il soprannaturale. In quel giorno il mondo dei morti ed il mondo dei vivi si compenetravano, il mondo divino incontrava il mondo dell’uomo, il tempo era sospeso.

La comunità cristiana accetto’ alcuni riti e simboli del mondo celtico. La stessa chiesa di NôtreDame de Paris è piena di raffigurazioni di esseri tra l’animale e l’uomo, esseri che solo piu’ tardi perdettero il loro senso iniziale per arrivare oggi ad una connotazione demoniaca. La festa del Samain è diventata la festa di Ognissanti , la “comunione dei santi”, mantenendo ancora qualcosa del senso originale, e nei paesi anglosassoni Halloween , con i suoi travestimenti e le sue streghe. Nei boschi vicino a Locmaria, la zona in cui è ancora viva una tradizione di magia e stregoneria, abbiamo passato tanti pomeriggi sdraiati fra alberi vivi di un verde brillante e alberi secchi soffocati dai rampicanti, che scricchiolavano ad ogni alito di vento.

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Ogni cosa in natura vive sulla morte di un’altra vita, e la vita non è altro che un darsi alla morte in nome della bellezza dell’esistenza. Dare tutto se stessi alla vita, perché la vita si perpetui, è il sacro: vita e morte accadono incessantemente e contemporaneamente in tutto cio’ che esiste, con amore e per amore.

Amare rende liberi, ed è forse questo il messaggio che questi boschi carichi di magia, dove per generazioni giovani druidi hanno meditato, hanno voluto lasciarci. Un messaggio intimo, un piacere profondo, che non passa attraverso la logica, ma che si sente nel cuore come estremamente vero. Per questo forse i druidi non scrivevano nulla. alcune conoscenze non si possono tradurre, si possono solo vivere. I Celti non esistono piu’, ma la Bretagna è rimasto un luogo dove ancora oggi il confine tra cio’ che viene considerato reale e il sogno, è molto sottile. La fantasia, la poesia, hanno ancora spazio nelle vicende umane; si dice che a Belle-Ile le streghe esistano ancora, si trasmettano il loro sapere di generazione in generazione e le leggende popolari ancora molto vive, ne perpetuano il ricordo, come nella storia della nascita di Belle-Ile. Quando venne il giorno in cui le fate dovettero fuggire dall’ Armorica, dove da millenni, al chiar di luna, danzavano nelle loro tuniche bianche bagnandosi i capelli

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d’oro nelle sacre sorgenti, tutta la natura sentì l’ eco dei loro gemiti. Le lacrime furono cosi’ copiose da formare il “Mor-bihan” (piccolo mare, attuale regione della Bretagna). Ed in questo golfo, riempito dai pianti d’amore per la propria amata terra, gettarono le coronidi fiori che portavano in capo, ed i fiori formarono isole numerose quanto i giorni di un anno. La piu’ bella corona fu lanciata dalla regina delle fate, e vago’ per lungo tempo nel blu. Si arresto’, ed attorno a lei accorse della terra fertile, e splendide rocce giunsero a proteggerla. Belle-Ile era nata. Lasciamo Belle-Ile in una bella mattinata di sole, come molti uomini celebri hanno fatto prima di noi. Karl Marx, Proust, Gide, Matisse, Flaubert, Monet, Mauriac e, in tempi piu’ recenti, Sarah Bernhardt che nel suo palazzo battuto dai venti ha creato un importante ritrovo artistico-culturale. Porthos il Moschettiere del re, non ha mai lasciato Belle-Ile, in quanto Dumas ha voluto la sua morte nelle grotte di St. Marc, a sud dell’isola. Prima di partire un ultimo sguardo alla bellezza del posto e un plauso pure alle splendide birre scure della nostra ultima serata. Poi il traghetto, e una ultima visita ai figli di Jean e Jeanne, a Carnac; nel silenzio della foresta circondati da menhir coperti di muschio, qualche momento di intimo raccoglimento per vivere la maestà ed il senso di eternità che questi luoghi ci hanno regalato.

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Chi vede Ouessant, vede il proprio sangue di Ar-Den

Ouessant è un isola che si trova al largo di Brest, sulla punta della Bretagna, i cui primi insediamenti umani accertati risalgono a 1500 anni a.c. Fatta a forma di granchio, è famosa sia per la bellezza “lunare” dei suoi paesaggi che per i naufragi attorno alle sue coste difese da secche e scogliere e vigilate da fari e sirene a vento. Difficile dare un’ etimologia precisa al suo nome; per alcuni sarebbe l’isola del dio celtico Heutz, e quindi, in ragione della figura di tale dio, Ouessant sarebbe “l’ isola spaventosa”, per altri deriva dal termine gallico Uxisama , da Uchel , quindi significherebbe “isola estrema”. Entrambi i significati si sposano benissimo con la sensazione che i suoi paesaggi destano al primo colpo d’occhio del visitatore. Ci andai una prima volta vent’ anni or sono, in un periodo di tempeste. Appassionato di foto, scesi lungo la scogliera accanto al faro di Creac’h col desiderio di avvicinarmi a quegli elementi scatenati, quasi a cercare un’intimità piu’ profonda con quella meravigliosa violenza, tentando di rubarne un po’ tramite la celluloide, per averla sempre con me, come in quel momento. Scattai il piu’ rapidamente possibile e risalii, avendo il tempo di vedere un’onda enorme spazzare il punto in cui ero pochi istanti prima. Questo ricordo non mi ha mai abbandonato, e il mio desiderio di tornare, per di piu’ con un gruppo di amici ora si avverava.

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Siamo partiti di notte con un Ford Transit a nolo, e ci siamo buttati lungo i millecinquecento chilometri che ci dividevano da Brest. Le chiacchiere si facevano via via piu’ rade man mano che il sonno avanzava, e gli autisti si alternavano al volante ogni due ore per non rischiare affaticamenti eccessivi. All’aeroporto di Brest ci aspettava un otto posti che ci avrebbe portato sull’isola… Mi sentivo a casa, come se questa isola fosse veramente la mia terra natia. Infine, dopo due passi e un po’ stanchi, tutti zitti davanti ad un velato tramonto che spalmava raggi pastello via via piu’ tenui sopra un mare verde grigio. Regnava una calma assoluta, ferma, imperturbabile; una pace profonda accompagno’ la notte, rotta solo dalle lame di luce dei fari: due colpi bianchi ed uno rosso di Stiff, tre fasci bianchi quello di Creac’h.

L’indomani il tempo era ancora bello pur se un po’ ventoso; partimmo alla volta delle “rocce lunari” sulla strada per Pern. “Qui voit Ouessant voit son sang” cita un proverbio locale. La luce del mattino saturava i colori, le rocce dal rosso volgevano al marrone, lo sguardo spaziava all’infinito e soprattutto aria, tanta aria. Un’aria da respirare, da cui farsi possedere, da assorbire in ogni poro della pelle. Dava un senso di totale libertà, di gioia, di potere. Intorno a noi ancora qualche casa circondata da alti muretti in pietra atti a proteggere giardini e orti dal vento, il faro di Creac’h, poi prati resi ondulati dalla rabbia delle tempeste, infine la maestosità delle rocce a picco sul mare.

Piccoli fiori tra l’erba già rada, licheni colorati sulla pietra, odore di sale, folate di vento, fragore del mare, belati lontani, grida di gabbiani, riflessi delle onde, spuma bianca; tutto si mischiava nei sensi, ed i sensi non bastavano piu’. Ci sarebbero volute tante braccia per toccare, tante orecchie per sentire, tanti occhi per vedere contemporaneamente il cielo, le nuvole, il mare, il fondo del mare, gli

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scogli, gli animali; saliva il desiderio di percepire il vento come lo percepisce un filo d’erba, il mare come lo vive uno scoglio, gustare questa bellezza dall’alto, planando come un gabbiano. Veniva voglia di gridare, ridere, ballare. La natura ci penetrava, faceva violenza ai sensi, alla pelle e al corpo per entrare. Gli occhi si aprivano di piu’, le narici vibravano, e una grande gioia ci invadeva . avremmo voluto tenerla sempre con noi, questa amante. Avremmo voluto avere corpi diversi, per vivere tutto questo caleidoscopio di vita; la materia era il limite, l’impossibilità e la paura di perdersi dissolvendosi in lei. E forse, questa bellezza terribile, questa forza potente e sessuale a cui non siamo abituati ci disorienta un po’, ci spaventa. Siamo rimasti parecchio tempo in quel prato scosceso vicino al mare, a turno parlando di cio’ che si era vissuto e di cio’ che ci preoccupava, ma certo ognuno serbando qualcosa d’inesprimibile nel proprio profondo personale. Il sole allungava le ombre delle rocce, era l’ora di tornare, e cominciai a comprendere il senso di “qui voit Ouessant voit son sang”. Sulla terrazza dell’Hotel un’altra meraviglia del posto; una birra scura che scivolava in gola aggiungendo beatitudine a beatitudine. Ebbi la conferma che gli dèi abitano quest’isola.

Ma quali dèi? La tradizione celtica comprende molte divinità legate all’acqua, ma si parla spesso di sorgenti, di fiumi, assai raramente di mari. In genere vi sono riti legati alla terraferma. I nemici poi vengono sempre dal mare, ed il regno dei morti è “oltre il mare”. A cio’ occorre aggiungere che i Celti, in origine relativamente poco numerosi, si sono uniti a popolazioni locali, delle quali nella fase di “celtizzazione” hanno assorbito in parte la cultura e le tecniche. Hanno certo imparato a costruire navi e a navigare, ma in origine sono un popolo che si è espanso sempre via terra, ed è nato da civiltà con scarsa propensione al mare. Chi erano dunque le popolazioni incontrate durante la loro colonizzazione in Bretagna? Esponiamo qualche ipotesi, e arriviamo a definire un’altra etnia; quella dei “Veneti”, che Cesare descrive come razza di abilissimi marinai, dotati di una flotta molto avanzata per la pesca ed il commercio, padroni

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di coste e porti. I Veneti insomma sono un popolo diverso, per provenienza e tratti somatici, che i Celti erano felicissimi di accettare in quanto ne riconoscevano l’importanza marinara e strategica. Ma possiamo andare oltre con le nostre ipotesi. Gwened, insieme a Venezia e Vannes, città fondata dai “Veneti” proviene dall’antico celtico vindo che significa bello, bianco, biondo, sacro e di buona razza. Il biondo e il bello , possono essere legati alla descrizione di un popolo certo diverso dai Celti; il bianco poi, oltre che definire un colore della pelle, era simbolo del sacro, di una razza superiore. (I druidi , sacerdoti celtici, depositari della conoscenza, vestivano sempre di bianco, in quanto colore della divinità). Se quindi accettiamo che i Veneti erano presenti in Bretagna prima dei Celti, prima della colonizzazione romana, da dove sono venuti? Possiamo solo fare delle ipotesi ricollegandoci a Platone, ed al mito di Atlantide. Atlantide era un’isola al di là delle colonne d’Ercole, quindi nell’Atlantico, dove si era sviluppata una razza marinara altamente colta ed avanzata. La loro divinità era, secondo Platone, assimilabile a Poseidone, (affinità con Polluce) e fu solo a seguito di “una catastrofe situabile 9500 anni prima della nostra era, che l’isola scomparve, in una notte fatale”. Sempre secondo Platone gli Atlantidei si accingevano a conquistare e colonizzare tutto il bacino del Mediterraneo, ma, vista la loro abilità di navigatori, non si puo’ escludere che molti di loro siano riusciti a raggiungere le coste atlantiche. Le affinità di culti tra Atlantidei e Veneziani, nonché una differenza di razza tra loro ed i Celti, potrebbero sostenere questa affascinante tesi, anche se dobbiamo forzatamente rimanere nel campo delle ipotesi. Nei giorni successivi al nostro arrivo abbiamo girato tutta l’isola, ognuno esplorando, in una terra mitica, i propri miti personali, osservando se stesso…E quale posto migliore per meditare della Pointe de Pern, in una giornata un po’ grigia, dopo un mattino in cui il mare si è presentato fumante di bruma? Un luogo assolutamente unico. Mare e Venti vi hanno creato un ambiente non appena si svela uscendo dal vallone, lascia ammutoliti. Siamo alla presenza di una bellezza oscura, che quasi incute timore…Siamo in un luogo dove un dio certo non basta, e gli antichi dèi, scacciati un po’ ovunque, vi hanno stabilito la loro eterna dimora. Sono li’ si sentono, e vento e mare ne hanno forgiato i volti nelle rocce. E’ uno di quei posti al mondo dove rimani col cuore in gola, preso da commozione, devozione. Pointe de Pern è un altare del mondo, come Bagan , in Birmania, Horton Plane in Sri Lanka, il deserto bianco di notte, in Egitto, il massiccio dell’ Everest , in Tibet. Non possiamo che fermarci in silenzio, ognuno con le proprie sensazioni.

Vi lascio con un estratto preso dalla rivista “Ar Men”scritto da Jean Pierre Abraham , uno degli ultimi guardiani dei fari, in bicicletta alla Pointe de Pern.

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“Senza dubbio questo è il luogo in cui le tempeste sono piu’ spettacolari, ma confesso che nel venticello da nord delle prime ore del mattino che rendeva l’onda corta e spumeggiante e l’aria viva e tersa sono stato preso da una vera commozione. Sacra. Da un’emozione preistorica . Qui non si discute più, non si parla più: si comprende che si è in uno dei luoghi piu’ spiritualmente elevati del mondo, e si comprende la vera bellezza.”

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Aden, I Sufi dell’Ordine di Alwan, il regno di Saba,…. Reportage di un Viaggio in Yemen di Selene Calloni Williams

La città di Aden non era contemplata nel nostro sommario programma di viaggio. Ci siamo andati perché ad Aden ha vissuto il poeta Arthur Rimbaud e perché ancora vi rimane la sua casa. Di prim’acchito siamo allibiti nel costatare che la casa dove dimorò il poeta è occupata da uno squallido albergo di terz’ordine e da una banca Ma poi ci è parso che si trattasse della naturale continuazione della sua vita di poeta maledetto.

Appesa a una parete, tra fiori di plastica coperti da strati di polvere e orologi che non funzionano, l’immagine sognante del volto del giovane poeta è affiancata da un quadro che mette in mostra una pagina del Corano.

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La poesia, come il mito, non dichiara mai i suoi dèi come reali e mai avanza pretese di verità. Mito e poesia, non alludono a fatti che pretendono di essere stati reali, ma indicano tendenze psicologiche. Le parole di un poeta sono rese famose nei secoli dalla loro potenza estetica, non dall’autorità divina. Per gli dèi, i mistici, i poeti, entrare nella storia è essere nella decadenza, espressione del desiderio di credere. Così, il poeta incarna la decadenza e pare, con i suoi giovani occhi chiari, sempre estranei, esprimere nostalgia per quel mondo che non ha storia, poiché non ha pretese di verità oggettive, quel mondo che, anche quando ti pare di averlo raggiunto, resta altrove , giacché è in questa sua lontananza incolmabile che esso ripone il segreto della sua bellezza. Noi siamo giunti nello Yemen in cerca del misticismo arabo dei sufi, il fatto di avere trovato Rimbaud, il poeta della nostra adolescenza, prima ancora dei sufi, ci ha fatto riflettere sull’analogia tra mistici e poeti. Siamo alla ricerca di misticismo e poesia, tra la polvere del deserto e le affollate vie di Aden. Infatti, come ci hanno insegnato gli sciamani tantrici del Tibet, da Padmasabhava a Ma gcig, microcosmo e macrocosmo coincidono: ciò che trovi fuori incontri dentro di te e ciò che scopri all’interno ti appare nel mondo.

Aden parla dell’ombra oscura dell’uomo, nei suoi vicoli brulicanti di una umanità che non nasconde turbe o peccati, anzi li mostra, nelle figure dei bambini seduti in mezzo alla polvere, nei volti dei vecchi che riposano accanto a cumuli di immondizia, nel caldo soffocante, negli odori forti, nelle grida, nelle espressioni dure e sprezzanti che i viandanti mostrano agli stranieri, nei veli neri delle donne le quali, da pochi anni soltanto, dopo l’ultima guerra civile, hanno dovuto tornare a coprirsi integralmente in pubblico. Lo Yemen, che piacque a Pasolini e richiamò Rimbaud, a tratti è uno di quei luoghi ove gli spiriti che popolano l’ombra umana non possono essere repressi e si mostrano per le strade.

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Qui, ad Aden, ci intervista la televisione di stato. Ci riprendono in quel misterioso luogo costruito ai tempi del regno di Saba e oggi chiamato le cisterne , un sito che doveva essere un paradiso terrestre, con piscine, cascate e chissà che altro, e che oggi è un’enorme fossa. Ciò che rende lo Yemen ricco di mistero e di fascino e ciò che dell’uomo esso non può nascondere. E Aden è di quel fascino una vetta. Vivere la decadenza ad Aden ci è apparso un privilegio. Ci è sembrato che, solo dopo essere passati anche per questa prova, si fosse reso possibile per noi incontrare i sufi. La sensazione di essere all’Inferno è un tutt’uno con la percezione del Paradiso, il quale pare proprio non essere mai raggiungibile, se non dopo avere trascorso ad uno ad uno tutti i gironi infernali. I Sufi dell’Ordine di Alwan Arriviamo alla casa del capo dei sufi, lo sceicco Salik, nel tardo pomeriggio. Un uomo, che scopriremo poi essere il fratello di Salik, sta mangiando del pane che intinge in una salsa giallina. È seduto sui grandini dell’entrata principale della dimora. È giovane, indossa un turbante nero e non alza mai lo sguardo verso di noi che, ubbidendo al consiglio di Alì, la nostra guida ultrasettantenne, non scendiamo dalla jeep. L’uomo non parla inglese, dobbiamo fidarci di Alì, il quale scuotendo la tesa, borbottando e con la scintilla del bambino furbetto negli occhi, gli si avvicina per spiegare chi siamo e cosa vogliamo. Sono momenti, per noi, di tensione, essere nelle mani di Alì in quel modo! La nostra guida torna dopo pochi minuti e ci parla a gran voce: Domani i sufi celebreranno le hadra , voi potete venire, ma solo per chiedere allo sceicco se potete restare. Le hadra sono le cerimonie a mezzo delle quali, al suono di tamburi, tra danze e canti, i dervisci entrano nella trance . L’uomo con il turbante nero richiama Alì, gli porge un pane di mais, Alì ce lo porta È per voi! Ci dice, scuotendo ancora la testa e borbottando tra sé e sé: Op, po, po, po!.. Ci dividiamo la pagnotta, mentre la nostra jeep si allontana. Finalmente l’uomo dal turbante nero guarda verso di noi, alzando una mano in segno di saluto. L’indomani mattina Alì ci prepara per le hadra : ci porta da una ragazza sulla collina di Ta’izz, la quale dipinge le mani di noi donne con henne e ci copre il capo e il viso con ampli foulard. Poi, nel primo pomeriggio, giungiamo a casa dello sceicco. Sheik Salik, ci chiama fratelli non appena viene a sapere che siamo ricercatori nell’ambito dei cammini iniziatici, il tantra lo yoga, l’alchimia il sufismo, ci apre, sorridendo, le porte della sua casa e, poiché noi siamo infedeli al cospetto del’Islam ortodosso e non possiamo entrare nella moschea, porterò il rito sufi al di fuori della moschea per voi, egli ci sussurra. Come si dice, se Maometto non va alla montagna. La notte che si attende è una delle più magiche della nostra vita, ce la conquistiamo vincendo la paura.

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Mentre stiamo salendo lungo la strada che porta alla moschea, i dervisci arrivano. Sono sessanta o forse ottanta, tutti maschi, uomini, ragazzi, persino bambini sono ammassati su vecchie jeep che sollevano nuvoloni di polvere. Molti tra gli uomini, come è costume nello Yemen, portano il fucile appeso al collo e il jambiya , il pugnale rituale degli yemeniti, alla vita. È straordinario per noi vedere come questa gente si dia pena per noi, offrendoci da bere, da mangiare, un cuscino per sederci. I bambini ci accarezzano, gli uomini, rispettosissimi, con la luce negli occhi ci dimostrano il loro entusiasmo per la nostra presenza. Sheik Salik ha parlato loro di noi, ci dicono. I fondamentalisti islamici costituiscono una minaccia per voi? Avevo chiesto a Sheik Salik, il quale, tra le mura della sua casa, affiancato dal sufi più anziano, aveva accettato di farsi intervistare da me nel pomeriggio. I fondamentalisti abbattono le colonne dell’impero,ma non minacciano i sufi, mi aveva risposto lui. I fondamentalisti religiosi hanno compiuto atti tristemente eclatanti nel mondo, non da ultimo, nello Yemen stesso, essi hanno spezzato a metà uno dei sei pilastri del Tempio della Luna, risalenti al regno di Saba, quasi a ricordare che il numero cinque allude ai cinque pilastri indiscussi della fede islamica, mentre il numero sei potrebbe richiamare le sei punte della stella di Davide. Se stanotte vi arrestasse la polizia, ci aveva ripetuto la nostra guida, Alì, mentre ci ostinavamo a volere prendere parte al rito sufi, sareste fortunati, perché potrebbero pensarci i fondamentalisti a intervenire per impedirvi di intrattenere relazioni con quei matti sufi. Ma l’atteggiamento di Sheik Salik era stato assai più rilassato Questa notte garantisco io per la vostra incolumità. Ci aveva detto. La paura è un mostro orrendo nutrito dal demone dell’orgoglio, il quale ci spinge a coltivare l’attaccamento per noi stessi e a vedere nemici ovunque : così si era espresso l’anziano sufi che affiancava Sheik Salik. E Sheik Salik, in risposta alla mia domanda che gli chiedeva cosa fosse il rito sufi, aveva detto: Gli esseri umani sono fatti di sabbia e anima. Tutto ha duplice natura in questo mondo e persino Allah ha necessità di una sua controparte per entrare in questo mondo. Il rito sufi è il sacrificio di Allah che muore separandosi dalla sabbia, uscendo dal mondo della terra per ritornare al mondo del cielo. Così, durante il rito sufi noi moriamo, la nostra anima abbandona i nostri corpi e sale al cielo. Là, dove essa va, si nutre e poi ritorna nella sabbia consentendoci di rinascere. Morendo e rinascendo i nostri occhi si aprono, le nostre menti vedono, i nostri corpi guariscono. Nel corpo , aggiunse il sufi più anziano, ci sono centoventiquattromila occhi e altrettanti nella Terra. L’occhio più grande della Terra è il cielo. Accadono guarigioni fisiche o psicologiche durante i riti? Avevo chiesto a Salik. Sì , disse lui. La gente che partecipa alla hadra , la danza estatica sufii, lo fa nella speranza di incontrare una guarigione? Dissi io. No, rispose lui, la hadra dà piacere. La gente viene alla hadra perché la trance dà piacere. Quando danza il sufi è spoglio di ogni volontà. Affinché l’anima salga al cielo deve essere alleggerita di ogni intenzionalità personale. La gente soffre: depressione, angoscia, paura, ansia, la gente è triste perché il cuore non può salire al cielo. Come il corpo fatto di sabbia si nutre di cibo, così l’anima e il cuore si nutrono salendo al cielo e, se non lo fanno, si ammalano.

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La trance praticata senza intenzionalità di cambiamento è, dunque, l’antidoto ai disagi psicologici? Dissi io Sì, certo, lo è. E per le malattie fisiche? Chiesi ancora. Per la guarigione del corpo il sufi celebra il rito dell’acqua. L’acqua fa proprie le emozioni umane. Perciò noi celebriamo un rito nel corso del quale recitiamo frasi del Corano sopra una bacinella colma d’acqua e, in fine, diamo quest’acqua da bere agli ammalati. Quanto Sheik Salik stava dicendo mi ricordava gli esperimenti del dottor Masaru Emoto, un fisico giapponese che ho avuto il piacere di conoscere. Il dottor Emoto ha fotografato i cristalli dell’acqua mostrando al mondo che essi cambiano aspetto a seconda delle emozioni umane che li investono. Il movimento dei sufi di Alwan le risulta in crescita o in diminuzione quanto a numero di partecipanti? Gli chiesi. In aumento. Perché uomini e donne devono celebrare le hadra separatamente? Chiesi ancora. Perché nel momento in cui il cuore si stacca dalla terra per salire al cielo, se vedi la persona di cui sei innamorato, il tuo cuore va verso di lei, dimenticando il cielo . Lo sai , aggiunse, che durante una hadra i partecipanti si uniscono al punto che se uno si punge un dito, il dito di tutti prende a sanguinare? Conosci il significato della parola sufi ? Essa significa puro. E lo sai che il significato della parola hadra indica che tu rappresenti Allah in questo mondo, ovvero tu sei lui ? Adesso è notte. I sufi scendono dalle jeep e si incamminano verso la moschea. Noi siamo fermi, ai bordi della strada, li vediamo passare, ci salutano: Salam! Tra gli ultimi arriva Sheik Salik è tutto vestito di bianco e ha un copricapo di raso bianco lucente. Stringe la mano agli uomini del nostro gruppo. Anche noi donne gli porgiamo la mano. Un ragazzo ci avvolge la mano tesa in un fazzoletto. Sheik Salik è nelle sue vesti rituali , ci dice uno di loro, non può toccare una donna. Salik ci stringe la mano coperta, poi ci indica di seguirlo. Tutti i sufi entrano insieme a lui nella moschea. Noi dobbiamo stare fuori. Sopra di noi il cielo è una cupola di stelle che arrivano fino a incontrare la terra, la luna nuova illumina le pareti bianche della moschea che ne proiettano la luminosità nel buio della notte. Alcuni bambini ci fissano immobili, come ipnotizzati. Per qualche minuto ci sentiamo scoraggiati, abbandonati. Ma presto Sheik Salik esce dalla moschea: uno spirito bianco nell’intensità bianca del riverbero lunare. Sono tutti dietro di lui. Si siedono sotto il cielo stellato a ridosso di un muro della moschea. Formano un grande cerchio, spezzato qua e là solo da qualche torcia. Davvero appaiono un unico corpo. Il rito ha inizio, un uomo percuote un grande tamburo e un altro al suo fianco inizia a cantare i versi di Ahamed bin Alwan il grande sufi la cui tomba è all’interno della moschea, proprio al di là della parete alla quale Sheik Salik ora appoggia le sue spalle. Della tomba ci parla lo stesso ragazzo che poc’anzi ha coperto le nostre mani. Questa notte sarà lui il nostro Virgilio. La voce del cantante è dolcissima. Il ragazzo ci lascia, ma dopo breve ritorna portando un tappeto che stende a pochi metri dal cerchio dei sufi. Ci dice che anche noi donne potremo praticare la hadra questa notte, ma non possiamo entrare nel cerchio degli uomini. Noi dobbiamo restare sul tappeto.

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Così, mentre gli uomini che sono con noi si uniscono al cerchio, noi donne sediamo sul tappeto. E subito qualcuno ci porta dei cuscini, altri dei fiori, un ragazzino ci offre del profumo e bottiglie di acqua minerale. Ci chiedono se vogliamo, cibo, tè o quat . Il quat è la droga più diffusa nello Yemen. Sono foglie di un arbusto che gli yemeniti d’abitudine succhiano tenendole a lungo in bocca tra i denti e la guancia. Non di rado capita di vedere, girando per le strade dello Yemen, uomini e ragazzi con la guancia gonfia. Anche le donne, dicono, masticano quat , ma non si vede, poiché il burka copre il loro viso. All’improvviso, mentre ancora la voce bellissima canta i versi del poeta, i sufi all’unisono pronunciano Allah. E tutti insieme, senza sosta, continuano a ripetere: Allah, Allah, Allah, Allah!.. Ondeggiano le teste e i corpi. Una grande forza si espande dal cerchio, investe noi donne all’improvviso. Il ragazzo, il nostro Virgilio, ci invita a ondeggiare. C’è talmente tanta energia in quella notte, prodotta da sessanta o ottanta uomini che pronunciano il nome di Allah ad alta voce danzando, generata dai tamburi, dai versi del poeta!.. Poi il canto Allah diviene Ah, Ah, Ah, Ah : un respiro potentissimo! Il viso di Sheik Shadik cambia, il bianco dei suoi occhi risalta sullo sfondo bianco delle sue vesti, del velo che gli cade dalla testa lungo le spalle, nella luce della luna. Le percezioni sono amplificate. Il volto di tutti cambia, forse anche il nostro. È la trance , inevitabile in quella intensità di energia. Entrando e uscendo dalla trance trascorriamo, senza accorgercene, buona parte della notte. A volte ci pare di essere stanche, ma il nostro Virgilio ci riprende, invitandoci a ondeggiare. La stanchezza svanisce non appena riprendiamo il movimento accompagnato dalla respirazione potente dalla bocca che ci consente di emettere il suono Ah, ah, ah! . A volte i sufi si alzano in piedi e il rito assume una potenza ancora maggiore, a volte tacciono e la voce del cantante riprende a farsi sentire in compagnia di un solo tamburo. Ogni volta che i dervisci s’alzano l’energia sale un po’, tutte le volte ci sembra che più di così non possa aumentare, eppure ogni volta cresce ancora. Alle prime luci dell’alba il rito finisce, lasciando a ciascuno di noi ricchezze inestimabili. Sappiamo che ritorneremo dai sufi, Sheik Salik sa che ritorneremo. È giunto il momento di lasciarsi alle spalle la dimensione del credere e provare ad entrare in quella del fare. Non sperare, ma fare, e fare senza timore e intenzionalità. Le parole di un testo di Yoga tantrico fanno eco nella nostra mente alle parole di Sheik Salik sull’assenza di intenzionalità nelle pratica delle hadra. Non avere la minima intenzione né fare il minimo sforzo per praticare e tuttavia non essere distratti nemmeno per un istante, è praticare la mente naturale correttamente (Garma C. G. Chang Insegnamenti di Yoga Tibetano , Ed. Ubaldini, Roma, 1981, p. 44) Sufismo è per noi una psicologia, una meditazione, uno yoga che non ci vuole curare o salvare, ma celebrare. Di ciò la prima espressione è stata la meravigliosa sensazione di accoglienza che i sufi ci hanno fatto provare

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Il viaggio nello Yemen che abbiamo compiuto alla ricerca dei dervisci di Alwan ci ha proposto paesaggi aridi, montuosi, una natura forte e dura, che non vuole accarezzare, ma scuotere e indurre alla conquista. Il Regno di Saba Lo Yemen, per il carattere impervio e potente della sua natura, ricorda emotivamente il Tibet. Infatti, esso è situato su di un altipiano costituito dalla parte più alta di quella immensa piattaforma di granito che forma la penisola arabica. Lo Yemen è talvolta chiamato il tetto d’Arabia o anche il Tibet o la Svizzera d’Arabia. Proprio questa terra fu una delle regioni al mondo più anticamente popolate e ancora oggi porta le vestigia di civiltà antiche che fiorirono grazie al commercio dell’incenso e della mirra. Questi prodotti avevano un alto valore rituale in molte culture antiche , dalla egiziana alla greca alla romana a quella ebraica. Come il racconto della Nascita di Gesù esprime, incenso e mirra avevano allora lo stesso valore dell’oro. Sul commercio di incenso e mirra prosperarono e decaddero molti potenti regni, situati lungo la strada carovaniera che consentiva il trasporto delle merci preziose attraverso l’Arabia del Sud verso tutto il Mediterraneo. Il regno più importante fu quello di Saba, che fiorì assai molto prima che si cominciasse a scrivere la storia e che ha lasciato dietro di sé vestigia di una grandezza a noi misteriosa. Per esempio i resti della famosa diga di Ma’rib costruita, si pensa, intorno all’VIII secolo a. C. e rimasta in piedi per più di 1.000 anni. Questa diga, di dimensioni enormi, consentiva la raccolta e la canalizzazione dell’acqua piovana in un grande bacino chiuso agli altri lati da due montagne che formano la Wadi, la Valle, Dhana. Attraverso un sistema di canali l’acqua veniva distribuita ai campi consentendo la prosperità del regno di Saba. Le difficoltà in epoca moderna di ridare impulso alla regione di Ma’rib costruendo una diga, ci spingono a comprendere la grandezza dell’opera dei sabei. Solo negli anni ottanta, grazie a una donazione di 75 milioni di dollari al governo dello Yemen da parte dello sceicco di Abu Dhabi, Zayed bin Sultan al Nahyan, i cui antenati vissero nella regione di Ma’rib, si è potuta realizzare un’altra diga a un paio di chilometri di distanza dai resti di quella antica. Ma l’opera di canalizzazione che dovrebbe distribuire l’acqua ai campi è ancora in fase di realizzazione. La zona di Ma’rib, dove fiorì il regno più potente dell’Arabia antica, è oggi coperta da scarsa vegetazione e ha un aspetto di zona depressa. Negli anni ottanta, in questa zona, è stato scoperto il petrolio. Ma’rib fu l’ultima capitale del regno di Saba ed è oggi il sito archeologico principale dello Yemen. Vi sono nella zona di Ma’rib i resti del tempio della Luna ( Almaqah o Ilumquh ) che gli yemeniti chiamano Arsh Bilqis , ovvero trono di Bilqis , o anche Bilquis Palace , dal nome yemenita della leggendaria regina di Saba che fece visita al re Salomone. A breve distanza dai resti del Tempio della Luna si può raggiungere un sito archeologico ancora più esteso dal quale affiorano alla luce i resti di un imponente tempio, chiamato tempio del Sole o Maharam Bilqis . La parola Maharam significa tempio del rifugio, il che fa pensare che questo luogo fosse una sorta di asilo per chi era perseguitato. Di fatto gran parte dei resti dei monumenti del regno di Saba resta ancora sepolta sotto la sabbia nella regione di Ma’rib e sicuramente anche altrove nello Yemen. Molti dei pilastri del Tempio del Sole sono stati usati dai beduini come bersagli per le esercitazioni di tiro e sono rovinati dai proiettili dei fucili. Numerose pietre sono state asportate dalle aeree dei templi per

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costruire le case dei villaggi vicini. Oggi gli archeologici stanno pazientemente riportandole ai loro siti originari. Dal passato lontano l’umanità non può trarre conferme ai propri valori, né appoggio per le proprie certezze, attinge inquietudine e lo dimostra specialmente, ma non solo, nelle proprie fantasie. La scrittura sabea, che deriva dalla fenicia, non scrive le vocali, ma solo le consonanti, per questo, per esempio, non possiamo sapere se la parola luna si pronunciasse almaqah o ilumquh. La civiltà delle certezze non si trova a proprio agio dinnanzi a cose simili. In una civiltà come la nostra, che ha bisogno di credere nei valori, le parole non possono lasciare spazio all’interpretazione personale, non solo nella loro pronuncia, ma anche e soprattutto nel loro significato: bianco deve significare per tutti la medesima emozione e così pure dolore, piacere, salute, malattia, benessere, malessere. non può esistere colui per il quale il bianco è un po’ scuro e il nero un po’ chiaro, il dolore una forza, il piacere una rivelazione sottile. Se costui esistesse, potrebbe essere solo un folle o, al massimo, un mistico o un poeta. A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali! Un giorno ne dirò le nascite latenti: A, nero vello al corpo delle mosche lucenti Che ronzano intorno a crudeli fetori, Golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende, Lance di ghiaccio, brividi di umbrelle, bianchi re; I, porpore, rigurgito di sangue, labbra belle Che ridono di collera, di ebrezze penitenti; U, cicli, viramenti sacri dei mari viridi, Quiete di bestie al pascolo, quiete dell’ampie rughe Che alle fronti studiose imprime l’alchimia. O, la suprema Tuba piena di stridi strani, Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi: O, l’Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi! Arthur Rimbaud “Vocali” Può essere una maledizione l’aver perduto la capacità di intendere i poeti. Il bisogno di credere tutti nei medesimi valori può portare a dimenticare che la verità soggettiva dei mistici e dei poeti è una

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componente della realtà di pari grado rispetto alla verità dei valori prodotti dalla logica. Con la perdita del significato soggettivo della verità, si insinua nella mente la sofferenza psicologica. La psicologia terapeutica è quello che rimane dopo la perdita della poesia e del misticismo. Ma ancora vi sono nel mondo, e dentro di noi, passaggi segreti, i buchi neri delle gerarchie di valori e della storia, attraverso i quali è possibile fuggire all’omologazione.I dervisci dello Yemen, gli sciamani della Birmania, gli spiriti del Tibet sacro, così come le turbe e i disagi che coltiviamo nell’intimo, sono un prezioso patrimonio per la nostra rinascita, da lì possiamo passare per ritrovare la nostra ombra, l’universo degli spiriti, il mondo creativo della mente mistica, la dimensione del sacro. Alla psicoterapia c’è alternativa: la si può trovare nell’esperienza artistica, creativa, estetica, nella filosofia, nelle tradizioni mistiche del mondo, le quali non devono essere scambiate per terapie alternative, pena la perdita del loro significato originario, ma vissute quali alternative alla terapia. Una psicologia umanistica autentica non è determinata da intenzionalità terapeutiche: vuole conoscere, non cambiare, desidera celebrare, non curare, aspira a cantare l’uomo senza applicare un giudizio. Il giudizio sulla psiche è la malattia stessa. Come ebbe a dire il filosofo E. Cioran dobbiamo difenderci dai nostri guaritori. E, in proposito, ci rimane la bellezza come autentico talismano. Nello Yemen ne abbiamo vista molta. Shibam, Sana’a, Al Mukalla, Wadi Hadhramawt e i nostri miti Molta bellezza abbiamo visto nello Yemen, ovunque. Non solo per le vie di Aden, dove della bellezza abbiamo colto l’aspetto più tormentato, ma nel deserto e nelle magnifiche visioni dei grattacieli di paglia e fango, come quella della surreale città antica di Shibam. Anche Sana’a, la capitale politica dello stato, offre bellezza in abbondanza, qui vi è la casa dove Pasolini abitò, qui le finestre dai vetri colorati che la notte parlano di magie nascoste, qui le affollate vie del mercato dove, tra quintali di spezie e legumi accatastati nei sacchi di juta, tra le gioiellerie traboccanti di monili antichi, c’è ancora chi pratica la medicina tradizionale per la cura dei corpi. Uno di noi si presta come cavia per la pratica del salasso. Poi, lasciando Sana’a, passando per villaggi arroccati su montagne brulle, arriviamo ad Al Mukalla per sdraiarci in riva al mare. Straordinaria l’architettura della valle (Wadi) Hadramaut: le case di paglia e fango rispettano a tal punto l’ambiente da confondersi con lo sfondo del paesaggio, da essere colte a fatica dall’occhio umano che scruti le montagne sabbiose viaggiando lungo le strade sterrate. Sì, ci piace questo Yemen, dove la bellezza è nascosta e invita all’attenzione. Viaggiando per lo Yemen scopriamo i nostri miti e i nostri dèmoni e li contempliamo. Mito è la tendenza dell’essere, l’impulso ad esistere, è il profondo desiderio che mai si realizzerà in vita, pena la cessazione dell’esistere stesso. Dèmone è ciò che sei, l’istinto che agisce in te, l’indole che conquista le esperienze. Bellezza è fragilità e incompiutezza, perciò l’uomo è mito irrealizzabile e fugge se stesso. Libero dai valori comuni di vantaggio e svantaggio personale, puoi conoscere i tuoi miti e i tuoi dèmoni e amare quest’uomo, che non realizzerà mai il proprio mito per incarnare Bellezza.

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Questo uomo che vive per l’irrealizzabile, è vincente nel momento in cui vede in sé l’eroe sconfitto, in quel momento egli conquista se stesso, e dei dèmoni che incarna e che sempre ha desiderato nascondere, fa, allora, la propria forza. Non guariremo mai dai nostri miti, poiché essi non sono da guarire, allora ne ridiamo divertiti. Interpretiamo l’eroe ribelle, la principessa, la maga, il grande artista e, di nascosto, ci osserviamo giocare al gioco della vita. Anche viaggiando attraverso lo Yemen, come sempre, abbiamo vagabondato all’interno di noi, ora riposiamo rilassati, prima di ripartire verso nuove avventure. Sui nostri miti

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VIAGGIO NELLO YEMEN (ovvero il pellegrinaggio dentro e fuori) di Alessandra Bernasconi

Lo Yemen dentro di me ha sempre avuto una chiara ubicazione benché non conoscessi affatto, fino ad ora, la sua collocazione geo-fisica. Nel mio immaginario rappresentava un paese di ribelli: gente selvaggia. Gente però fiera nella sua povertà, fiera nelle sue tradizioni tribali, con il deserto come compagno. Lo Yemen per me rappresentava la nuova Cuba ormai decaduta ai miei occhi e al mio spirito. Non a caso, poiché nulla, ora so, è casuale e tutto accade per un ottimo scopo, argomento del nostro seminario di nonterapia nello Yemen è il mito.Il mito dell’eroe, il mito del combattente, il mito di chi non scende a compromessi: certamente, oggi, il mito predominante della mia poco eroica esistenza esteriore. Siamo 4 compagni di viaggio. Selene, mi incute ancora oggi dopo quasi quindici anni, un certo timore, una sorta di piacevole soggezione di quella che tutti abbiamo vissuto all’inizio di un grande amore. Paolo, il fratellone, così bello e allegro che regala al gruppo una ventata di gioconda idiozia. Quel fratello così fragile e così dissimile dal piccolo eroe che conoscevo da bambina. Poi Anna, bella e dolcissima, con un sorriso capace di illuminare la giornata. Una sorta di carro armato che persegue la sua strada fino in fondo, senza deviazioni e sbavature, Non sa neppure lei quanto è forte. E poi la sottoscritta che, come sempre, all’inizio di un seminario è in pieno caos mentale/fisico/emotivo. Come da copione si sente incapace persino di fare il primo passo e vorrebbe essere altrove. Diario di Viaggio – Martedì 29 marzo 2005

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…Comunque, dopo un viaggio perfetto, arriviamo a Sana’a, capitale dello Yemen. ..Conosciamo la nostra guida dello Yemen, Ali, un vecchietto chiacchierone che potrebbe essere nostro nonno. Ahimè, un bel beduino dagli occhi di fuoco mi avrebbe stimolato di più, ma accontentiamoci, data l’età, potrebbe magari morire durante il viaggio.. . Uno per uno nei due giorni successivi snoccioliamo la nostra “essenza famigliare” e i relativi miti da essa ereditati. Si tratta di, una volta individuato il mito assorbito, recitare via via il demone opposto configurandolo e finalmente accogliendolo come nostra divinità. Comprendo che la presenza del mito produce necessariamente il terrore nei confronti del suo opposto che diventa il demone da temere: il povero demone, reietto, è costretto a manifestarsi come può, spesso con violenza. Mi viene l’immagine di un bambino respinto che, per poter essere visto ed amato, compie atti dissennati. Diario di Viaggio - Mercoledì 30 marzo 2005 Visitiamo Sana’a.: bellissima, antica. La vecchia città ci si presenta accogliente. Cerchiamo, con l’aiuto del vecchio Ali, gli antichi guaritori di antica cultura.

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Entriamo in una porticina al pian terreno di una vecchia casa di Sana’a : è lo studio del vampiro. In pratica è un guaritore che succhia il sangue del paziente utilizzando dei vecchi (e sporchissimi) imbutini di metallo. Paolo si offre volontario per il trattamento (?) e noi documentiamo ampiamente la terapia con foto e commenti. Siamo molto divertiti e un po’ schifati. Dopo la cura Paolo si sente bene (stava già bene prima) e Ali gli somministra una bella aranciata coloratissima per “tirarlo su”. Diario di Viaggio - Giovedì 31 marzo 2005 Si va a Marib in Toyota. L’autista Abdul mastica il Qat, una droga leggermente euforizzante considerata dalle nazioni unite la quarta per pericolosità. Dicono che il Qat, utilizzato da quasi tutti gli yemeniti uomini e donne, sia una sorta di viagra rilassante dagli effetti sconcertanti: per l’uomo è un forte inibitore sessuale e per la donna è un eccitante. E’ perciò che l’uomo lo assume tutti i giorni ma lo interrompe il giovedì e il venerdì mentre la donna lo assume preferibilmente il venerdì: la notte di venerdì quindi, con l’uomo disintossicato e la donna intossicata si fa festa. Visitiamo il tempio del sole e della luna: la fortuna ci assiste. Queste magnifiche opere monumentali sono in mano agli archeologi occidentali: e quindi normalmente chiuse al pubblico: ma è Pasqua e gli archeologi sono a casa propria. Una mancia di Ali ai custodi armati di Kalashnikov ci permette di visitare gli scavi. Siamo in pieno Regno della Regina di Saba, il 3.000 a .C. , contemporaneo alla civiltà egizia che abbiamo conosciuto in precedenti pellegrinaggi… Il Tempio del Sole e della Luna, il Tempio di Awwan e soprattutto il Tempio della regina di Saba. L’atrmosfera è sacra, l’energia è forte in questi luoghi antichi quando ancora la natura era la divinità. Non strutture di fango e paglia ma immensi blocchi di granito portati là da chissà dove e chissà come per erigere monumenti alle divinità eterne. L’eleganza e la purezza dello stile ricordano l’antica Grecia, l’Egitto, quando l’uomo era ancora un tutt’uno con la natura.

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Ci fermiamo per la notte all’hotel Bilquis Mareb. La meditazione sui miti ci ha consentito di conoscere i nostri dèmoni e di imparare a recitare noi stessi. Ognuno di noi durante il giorno ha interpretato un proprio demone; l’ha riconosciuto nel paesaggio brullo, negli imponenti colonnati in granito, nelle piccole e grandi vicende del viaggio. Diario di Viaggio – Venerdì 1 Aprile 2005 Alle 4.00 partenza. Ci attendono 14 ore di fuoristrada nel deserto del Sinai qui detto Al Sab’atain Desert. Attraversiamo due terzi di Yemen in direzione est. Sostiamo nella vecchia Shabwa, antico centro commerciale beduino e sede di una bellissima cava di salgemma. Mangiando frutta all’ombra della cava tentiamo la Meditazione della Yoni. Veniamo interrotti da bambini inviati dal solito Ali spazientito dalla nostra lunga sosta. In effetti i poverini (Ali e Abdul) sono in pieno sole (45°) e, poiché decisamente decrepiti, potrebbero schiattare lì per lì. Pranziamo alle 14.00 con carne di cammellino, pane, riso, verdure e una gustosa salsa piccante. Oggi sto lavorando sul mito dell’eroe. Il suo demone, l’ho visto, è una figura morbida, fatta di latte. Una figura che cambia continuamente forma, che si adatta: l’opposto dell’eroe che tenta di adattare il mondo a sé stesso e ai suoi ideali. Guarda caso proprio oggi in pieno deserto mi ritrovo in mano un Kalashnikow e sparo: com’è facile! Senti la rabbia che dal profondo sale, va nel tuo braccio e poi nell’arma. Sento il cuore che si apre allo spavento. Bello. E’ strano perché il processo è a ritroso: tu spari e successivamente senti rabbia, braccio e cuore.

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Diario di Viaggio – Sabato 2 Aprile 2005 Sveglia alle 6.00. Tutti da Paolo per la consueta meditazione di “focalizzazione” del mito del giorno con suo relativo demone. La pratica della respirazione profonda, alla mattina presto, ancora in pigiama assonnata, unita alla meditazione mi mette fin da subito in uno stato di accelerazione. Mi sento un atleta che si è ben riscaldato e teso, sulla linea di partenza, attende lo start. Appena sveglia, scelgo il demone che dovrò recitare quel giorno: al momento della meditazione lo trovo, però spontaneamente subito dopo lo dimentico e ne appare un altro. La magia della meditazione non finirà mai di lasciarmi piena di stupore! Tutto va da sé, ogni cosa accade naturalmente e solo tu, con la tua resistenza, la puoi ostacolare. Poi partenza per Tarim attraversando il bacino di Hadramut detto Hadramut Dom. C’è un bellissimo museo, antico palazzo di un sultano. Scopriamo gli antichi reperti del Regno di Saba intrisi di riferimenti egizi ed ellenici. Le antiche civiltà di natura erano in contatto tra loro e parlavano il medesimo linguaggio dell’arte che è anima. Per questi nostri antenati il rapporto tra la vita e la morte era in perfetto equilibrio. Noi, al contrario, la morte l’abbiamo dimenticata, non la celebriamo né riusciamo a viverci in simbiosi, al contrario la definiamo una sorta di mostro da evitare a tutti i costi. Ci abbiamo costruito sopra una società nella quale i medici hanno sostituito i maestri. Dall’alto del Museo la città è bellissima.

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Le foto esposte riprendono molte donne, immagini cui ancor oggi solo una donna può accedere. Per un uomo, infatti Paolo, il nostro fotografo ufficiale, è proibito riprendere una donna. Mi vengono in mente le nostre riviste con i corpi delle donne in bella mostra. Partiamo per Tarim e visitiamo qui la bellissima dimora del ricchissimo EL CAF. Mercante di legname, stabilitosi a Singapore, ha deciso di affidare il suo palazzo all’UNESCO per il restauro che, ad oggi, parrebbe urgente. La magione e splendida e fresca, di un’eleganza e una raffinatezza fuori dal comune. Scattiamo molte foto per il sito mascherandoci ed interpretando i vari ruoli che si presentano grazie all’aiuto di un custode fantasioso. Anna interpreta una bellissima sposa indossando abiti da cerimonia: lei stessa, confessa, interpreta così uno dei suoi miti. Io indosso un lungo cappello da strega, qui portato dalle pastore, e Selene, in perfetta posizione del loto, siede al centro di una camera riccamente decorata nella quale la luce filtra attraverso mosaici di vetri colorati. Paolo, alla fine, versa un contributo all’UNESCO nell’urna destinata ai fondi di restauro: il ricco che dona al ricco. .Si va tutti in camera di Paolo per una pratica yogica straordinaria. I dubbi che sempre mi accompagnano durante il giorno, si dissolvono: vivo un’esperienza di conoscenza che non si riferisce a nulla in particolare ma che sa risolvere le incertezze alla radice. Diario di Viaggio – Domenica 3 Aprile 2005 Meditazione del mattino. Il mio mito oggi è la vittoria. Esso mi consente di scoprire un demone che mi possiede da quando sono nata: la paura del fallimento o meglio ancora della sconfitta. Alle 7.00 partenza. Via verso Al Mukalla, in direzione sud-ovest. Il viaggio è lungo e buona parte del percorso è su strada sterrata. L’arrivo è previsto per le 17.00. Il tragitto è per me uno dei più belli del mondo. Percorriamo infatti la Valle di Do’an (Wadi Do’an): bellissima. I paesi interamente di fango appaiono come per magia solo quando si è a ridosso. La Valle a tratti di un verde brillante e luminoso è costellata di minuscole greggi di capre guidate da misteriose streghe vestite di nero con un cappello di paglia a punta: sono le pastore beduine che non vogliono essere né guardate, né tantomeno fotografate. Se provocate, le affascinanti streghe, non

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esitano a prendere le auto a sassate. Tutto intorno montagne di pietra che formano sculture naturali. L’Eden potrebbe essere questo.

Alle 17.00, puntuali, arriviamo ad Al Mukalla. Siamo sul mare, l’Oceano Indiano. Approfittiamo per una meditazione in riva al mare al tramonto. Cena in hotel e visita della città, una sorta di Nizza araba. Siamo cotti: alle 22.30 a letto. Diario di Viaggio – Lunedì 4 Aprile 2005 Mi sveglio poco dopo le 5.00. La notte non è stata un granché. Mi sento in un perenne stato di ansia: è una sensazione strana. Vorrei essere altrove e mi sento a disagio ovunque e con chiunque. E’ come se mi sentissi sempre inadeguata oppure il mondo inadeguato a me. Alle 7.00 meditazione Il demone: la brutta e vecchia strega in contrasto con il mito, comune a tante donne, della bella principessa. In effetti mi sento brutta, vecchia e cattiva e ce l’ho con tutti. Sono felice di partire. Recitare il mio demone è straordinario: interpretare il ruolo della vecchia, brutta strega è fantastico. .Sento con sempre maggiore intensità il collegamento tra i vari punti del corpo e le varie emozioni. In alcuni momenti ho la sensazione di una “perfetta gestione del tutto”. Il fatto di avere un brutto mal di testa e la nausea mi ha permesso di provare a comandarli e soprattutto ad usarli come strumenti della mia meditazione. Selene, prima del rituale, ha letto dei passi grandiosi da non so che Tantra. Usciamo dalla meditazione in uno stato di estasi. Ci serviranno delle ore per rientrare nella cosiddetta “normalità”, che pure ci appare come una visione estatica. All’ora di cena nessuno di noi riesce a mangiare in più abbiamo tirato un bidone tremendo ad Ali (che poi ci perdona, da buon nonno che è). Diario di Viaggio – Martedì 5 Aprile 2005 “Comme d’habitude” alle 6.00 meditazione. Alle 8.00, puntualissimi, partenza per Aden. Alle 13.00 ci fermiamo a pranzare in un tipico ristorante yemenita destinato alle famiglie. E’ fatto tutto a piccoli separés per permettere alle signore di togliere il burka per mangiare, senza che occhi estranei alla famiglia possano vedere il volto. Anche noi prendiamo un separé e chiudiamo la tendina così da

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evitare il via vai di uomini curiosi e decisamente fastidiosi che sbirciano all’interno del separé. Mi pare che queste donne misteriose siano la cosa più bella di questa cultura decadente.

Arriviamo ad Aden alle 17.00. Caldo umido. L’hotel è un 5 stelle arabo: sporco, unto, decadente e stanco come il resto della città. Si va subito alla casa di Rimbaud: che tristezza! “Maledetto in vita e maledetto nella morte!”, dice qualcuno di noi. Il poeta, stabilitosi qui per organizzare un traffico di armi poi fallito, ha venduto in seguito la sua casa ad uno yemenita prima di tornare in Francia dove morì all’età di soli 37 anni. La casa divenne sede del Consolato Francese, poi, oggi, di una banca e di un hotel a zero stelle. Entriamo nell’hotel: puzza di piscio e piedi, luridume, caldo umido, insopportabile. Saliamo al primo piano dove c’è la camera da letto del poeta ora ridotta a magazzino. Sopra la porta qualche ritratto in fotocopia: non c’è limite alla depressione! Facciamo le foto di rito. Ancora una volta l’incontro col mito. Diario di Viaggio – Mercoledì 6 Aprile 2005 Dopo la meditazione, si parte per TA’IZZ. Viaggio lungo e molto caldo. Tagliamo per la moschea di “BO?” . Stiamo sempre cercando le Hadra, ovvero gli antichi rituali sciamanici legati ai sufi. Conosciamo finalmente un tale che Ali definisce “il matto”.

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E’ una sorta di custode della moschea e, in effetti, tanto a posto non è. Comunque è un bel pazzo di quelli che ricordano il monaco folle del famoso romanzo “Il Nome della Rosa” che si esprime con varie lingue mescolate. Il Matto ci fa entrare nel cortile della moschea e questo già denota la diversità rispetto alle moschee fin qui viste solo da lontano. Conosciamo l’Iman , un vecchio piacevole dallo sguardo dolce e calmo. Le Hadra saranno domani a partire dalle 14.00 di pomeriggio nella casa del capo tribù. Poi continueranno nella moschea di Efrus raggiungibile in auto su sterrato. Il Matto ci conduce poi dal capo tribù per il benestare. Il capo è un uomo affascinante (scopriremo, in seguito, che in realtà è il fratello del vero capo), Ci offre un pane buonissimo, ci sorride. Siamo i benvenuti. Diario di Viaggio – Giovedì 7 Aprile 2005 Mi sveglio al mattino con la sensazione che oggi sarà un gran giorno. E’ quello stato di attesa e timore che precede, per me, i momenti importanti. Visitiamo i dintorni di Taiz, ci facciamo tatuare le mani, noi donne, da una bella signora a volto scoperto, comperiamo i veli per la cerimonia che ci aspetta. Andiamo a casa della tribù sufi e finalmente conosciamo il vero capo tribù. Un uomo grande e bello che ci accoglie con il sorriso di un fratello che da anni ti attende. Dice che ha sognato del nostro arrivo. Ali naturalmente traduce un po’, crediamo, come vuole lui. Noi donne poi andiamo con le sue mogli in casa. Sono 4, tutte belle, tutte simpatiche e tutte di diverse età. Ci offrono una bibita colorata che Selene si tira addosso tra l’ilarità generale e l’imbarazzo di Selene. Naturalmente ci capiamo a gesti e dopo un po’ non sappiamo più che fare. Sappiamo che Paolo è andato a fare dei rituali con gli uomini e lo invidiamo. Il capo torna e, in deroga alle leggi mussulmane, ci ospita in una camera e accetta di farsi intervistare con l’aiuto di Ali.

Il suo nome è Salik ed è lo Shek ovvero il maestro sufi . E’ il vero capo spirituale e politico dei sufi. Le tribù sufi, che a quanto capisco sono solo tre, si ritrovano nella moschea di Efrus per celebrare i

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loro riti segreti e lui è il Maestro, lo Sciamano, la Guida. Ci dice che le donne celebrano tra donne di giorno e gli uomini tra uomini di notte. Ci invita a partecipare e decide, senza consultare gli anziani, di celebrare i riti fuori dalla moschea per poterli mostrare a noi. Scopriamo in seguito che ci aveva invitato per il rito del sacrificio di sangue ma Ali, terrorizzato, gli ha risposto che avevamo altri programmi. Ancora una volta Ali ci blocca. Lo Shek ci lascia il numero del suo cellulare per accordarci per i rituali serali nella moschea. Dopo mille peripezie divertenti, paradossali e a volte leggermente irritanti, arriviamo là dove eravamo destinati. La moschea è grande, bianca, bellissima e, sotto un cielo stellato da “Le Mille e una Notte” sembra brillare di luce propria. Veniamo accolti come in una famiglia. Siamo commossi e felici.

Tutto ciò che è accaduto in quella magica notte non può essere scritto. Rimarrà per sempre nei nostri occhi, nel nostro cuore e nella nostra anima. E’ semplicemente il “Perché” del nostro viaggiare.