LA DIFESA DEL POPOLO

28 OTTOBRE 2012

pensieriincircolo

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La luna e la carezza: cinquant’anni e non sentirli

CONCILIAMO Il concilio Vaticano II sta ancora davanti a noi

Illustrazione di don Giovanni Berti, www.gioba.it

Don Cesare Contarini, rettore del collegio vescovile Barbarigo.

FEDE LIQUIDA Il ruolo dei “custodi del cancello”

Immagine di Dio: occhio al rischio d’inventarsela a proprio piacimento
Ero troppo piccolo, e senza tv in casa, quando la sera dell’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII, forzato dai collaboratori, improvvisò il famoso “discorso della luna” per salutare i numerosissimi fedeli e pellegrini partecipanti alla fiaccolata organizzata per l’apertura del Vaticano II. Ma ho voluto rivedere più volte, in tv e su Youtube, le immagini di quella serata che chiudeva una giornata straordinaria per la chiesa, indimenticabile: «Uno spettacolo – parole sempre di papa Roncalli – che neppure la basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, ha mai potuto contemplare». Papa Roncalli esordisce guardando al cielo: «Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare questo spettacolo». Coglie la presenza amica di Dio anche nella luna della serata romana e v’intravvede «il raggio, la dolcezza della pace del Signore (che) ci unisce e ci prende (…) Questa sera lo spettacolo è tale da restare nella mia memoria come resterà nella vostra». Verso la fine le parole più famose: «Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del papa». Spunto che Benedetto XVI ha felicemente ripreso l’11 ottobre scorso, in circostanza analoga. La carezza del papa! Per riscoprire il Vaticano II fa bene ripartire da quel giorno grande del 1962: non solo dall’emozionante serata e dal discorso senza dubbio più noto e commovente di Giovanni XXIII, ma anche dall’altrettanto celebre intervento d’inaugurazione. «Gaudet mater Ecclesia»: è piena di gioia la madre chiesa. Il “papa buono” evidenzia le sue intenzioni profonde nell’avviare il concilio, anche per controbattere l’azione di quei «profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti quasi che incombesse la fine del mondo». Con equilibrato realismo non misconosce le contingenze storiche che avevano causato e condizionato precedenti concili ecumenici né le difficoltà della chiesa (e le persecuzioni) nel mondo contemporaneo, vedendo insieme le nuove opportunità del presente. Di rilievo, poi, la notazione che la “dottrina cristiana” – noi diremmo l’annuncio evangelico – «abbraccia l’uomo intero, composto di anima e di corpo» e deve essere
Nelle foto, sopra la fiaccolata organizzata dall’Ac per l’apertura del Vaticano II nel 1962; qui sotto, papa Giovanni XXIII.

«approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo», distinguendo tra il deposito della fede e le diverse forme di enunciarla. Storico, ed emblematico dello stile di papa Roncalli, l’altro passaggio: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità: ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che rinnovando condanne… vuole mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati». Come non sottoscrivere anche oggi queste parole? Chi può dire che sono temi o esigenze non più attuali? Forse che non ci sono profeti di sventura o ultras del pessimismo e della severità? E la necessità di pensare all’uomo e alla donna “anima e corpo”; la distinzione tra contenuto e contenitore, tra messaggio evangelico e linguaggi per esprimerlo; l’appello alla misericordia, il desiderio di una chiesa percepita davvero come madre… Serve anche a noi lo spirito di papa Giovanni (almeno i due terzi...), la sua fiducia nell’azione dello Spirito per guardare ai segni di Dio “qui e ora”, alle realtà e situazioni più comuni (la luna!), da riscoprire come segni di Dio. E per cogliere la carezza di Dio, della chiesa e dei suoi ministri, sui nostri bambini, sui piccoli, su chi è più confuso e incerto: una carezza che esprime misericordia e incoraggia a camminare. Il concilio sta ancora davanti a noi! Cesare Contarini

Custodi dei cancelli. Speriamo non se ne abbia a male, il sociologo Zygmunt Bauman, se questa rubrica prende a prestito l’idea di liquidità da lui sviluppata per applicarla al contesto della fede odierna. Nella “vita liquida” sembra ci siano sempre meno punti fermi, tutto cambia a velocità vertiginosa, il criterio della reversibilità sembra cancellare il “per sempre”. Guidavo nella nebbia, qualche anno fa, una fitta nebbia di novembre mentre mi recavo a una cena organizzata in un agriturismo incorniciato solo da terra e alberi. Sul cancello, quasi invisibile dalla strada, c’era un tizio con una torcia militare in mano che faceva segnali alle auto in arrivo, indicando loro il percorso per arrivare al parcheggio. Una benedizione per quanti, come me, avevano perso l’orientamento. Se Bauman, nel suo libro Vita liquida descrive i “custodi del cancello” (gate keepers), ovvero i fornitori di accesso alla telefonia, a internet, alla tv, come i soggetti che hanno il potere di introdurre l’individuo in dimensioni emozionali forti o in altre identità, verrebbe quasi da dire che nell’ambito della

fede sia necessario, oggi, attivare dei “segnalatori del cancello”, che aiutino a individuare in mezzo a nebbia e foschia quel varco che può diventare via a Dio. L’immaginazione al potere C’erano mille persone il 21 settembre scorso ad ascoltare Serge Latouche, uno dei massimi esponenti della teoria della decrescita, ai Frari di Venezia. Tra i suoi suggerimenti più noti e citati c’è quello di de-colonizzare l’immaginazione dalla logica del tutto-è-mercato. Perché è proprio la nostra l’immaginazione, spiega Latouche, che ci restituisce una certa immagine di uomo e ci fa agire di conseguenza. L’immaginazione, dunque, come motore dell’azione. «Come potremmo parlare di Dio – scrive il benedettino tedesco Anselm Grün nel suo libro I dieci comandamenti – senza immaginarcelo in qualche modo? Occorre, però, avere coscienza della pericolosa possibilità d’inventarsi un Dio a proprio piacimento». Ed è proprio su quest’ultimo rischio che andrebbe posta un po’ di attenzione. L’immagine di Dio che si è ricevuta e creata da bambini nel percorso di catechesi è stata fatta poi evolvere a uno stadio più adulto? Quanto può essere stata offuscata da elementi che poco hanno a che fare con l’incontro vivo e concreto con la presenza di Dio nel quotidiano come i luoghi comuni, i pregiudizi, le immagini distorte? Porte per la fede Nel mondo dell’informazione i gatekeepers, i custodi del cancello, sono coloro che decidono se far filtrare o meno una notizia. Nell’ambito della fede potrebbero essere tutti coloro che filtrano, in modo più o meno consistente, il passaggio della Buona notizia. Tra i cancelli in cui può venire intrappolata non possiamo escludere l’immaginazione, quella straordinaria facoltà che ci permette di inventare, dipingere, comporre sinfonie e innamorarci. Operare per socchiudere porte alla fede è anche lavorare sull’immaginazione, sull’evoluzione di un cammino di catechesi molto concentrato sui ragazzi e poco sugli adulti, sull’immagine di Dio che ciascuno porta nel profondo di sé. Marco Sanavio

Don Marco Sanavio, direttore dell’ufficio pastorale per le comunicazioni sociali.

Da questo numero della Difesa comincia un appuntamento periodico con pensieri, riflessioni, provocazioni... da mettere in circolo.

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