You are on page 1of 1

Un’altra difficoltà legata alla comunicazione linguistica nasce dal fatto che spesso comunichiamo delle cose dicendone

altre. Facciamo un esempio. Se un amico mi propone di andare a fare shopping con lui e io rispondo “ho pagato l’affitto ieri”, che cosa voglio comunicargli e che cosa lui effettivamente comprende? Quello che intendo comunicargli è che non posso andare a fare shopping con lui perché non ho abbastanza soldi, anche se effettivamente non è ciò che dico in modo letterale. Più precisamente, anche se non dico che non andrò a fare shopping, lo “implico”, lo lascio intendere. Se ci pensate, nella pratica quotidiana ci confrontiamo spesso con esempi del genere e la comunicazione procede spedita, senza alcun intoppo. Com’è possibile? Secondo Paul Grice ciò dipenderebbe dal fatto che ci sono delle regole della conversazione condivise da noi tutti, sebbene in modo inconsapevole, che ci guidano nel fare “implicature” e ci permettono così di capire ciò che è veramente comunicato da un enunciato. Più precisamente, si tratterebbe di un principio, sii cooperativo, e di quattro massime: non dire né più né meno del necessario, non dire il falso, sii pertinente, sii perspicuo. L’osservanza o la violazione esplicita di una o più massime ci aiuta ad andare oltre il significato letterale. Nell’esempio precedente, presupponendo che io sia cooperativa e rispetti tutte le massime, il mio amico può inferire che non ho soldi per andare a fare shopping con lui. Un caso simile è il seguente: se un amico mi chiede di aiutarlo a preparare la cena e io gli rispondo che non ho ancora finito di leggere il libro, ciò che intendo comunicare è che non lo posso/voglio aiutare, anche se non lo dico esplicitamente ma lo implico soltanto. Oppure, sempre presupponendo che io sia cooperativa: se dico “Luca è Luca”, non dicendo nulla di informativo, si può inferire che Luca non cambia mai; se durante un temporale affermo “che giornata meravigliosa!”, dicendo qualcosa di evidentemente falso, si può inferire che voglio esprimere ironia. Le implicature, inoltre, possono essere sfruttate in modo ingannevole, per indurre l’interlocutore a inferire più di quello che effettivamente si dice (come in alcuni discorsi politici o nelle pubblicità) oppure per generare situazioni comiche (come nella vignetta qui sotto: il gatto chiede ai suoi amici cosa pensano di un film in cui i gatti diventano padroni del mondo; il ragazzo risponde che un soggetto del genere sembra essere il prodotto di 100 scimmie con 100 macchine da scrivere, per intendere che è spazzatura; il gatto non coglie l’implicatura e si risente perché 100 scimmie hanno già avuto la sua stessa idea, generando così l’effetto comico). Che ne pensate di questa proposta? Vi sembra di sfruttare anche voi qualche massima durante le vostre conversazioni? Mi piace · · Condividi · 5 ore fa A 26 persone piace questo elemento. 1 condivisione Mauro Moriconi Le quattro massime di cui sopra, sono una chiave di volta della buona comunicazione. 4 ore fa · Mi piace · 1 Antonio Di Leta Wittgenstein non elaborò la teoria dei "giochi linguistici" a caso