Enrico Linaria

DANZA
&

LETTERATURA

Narratori e poeti innamorati della danza
Con l’arrivo a Verona, nel 1999, di Maria Grazia Garofoli chiamata a dirigere il corpo di ballo della Fondazione Arena, rispolverai una vecchia bibliografia su letteratura e danza. Dopo essere stata aggiornata, la bibliografia fu pubblicata sul sito www.mggarofoli.it della neodirettrice dell’ensemble areniano. A oltre dieci anni di distanza, un ulteriore aggiornamento.

Hans Christian Andersen (Odense 1805 - Copenaghen 1875)
Una delle sue più celebri fiabe (da cui è stato tratto il film omonimo del 1948 a firma Michael Powell ed Emeric Pressburger con Moira Shearer e Léonide Massine) è Le scarpette rosse. È la fiaba di danza per eccellenza. Macabra e triste come altre fiabe di Andersen (per lo più scritte tra il 1835 e il 1840) Le scarpette rosse ha per protagonista una bambina povera, Karin, e delle speciali scarpette rosse, definite “scarpine da ballo”. Per la cronaca le scarpe da ballo inventate dalla Camargo nel Settecento evolsero a scarpe con le punte nel 1831 quando la Taglioni le usò nell’”atto delle suore” dell’opera Roberto il diavolo di Meyerbeer e soprattutto l’anno dopo nella Sylphide. Le punte della Taglioni (canapa arrotolata e irrigidita da speciali colle) furono un’invenzione del suo calzolaio Nicolini che si portò nella tomba tutti i segreti di quelle scarpe. L’attuale rinforzo di gesso arrivò invece ai primi del Novecento. Andersen seguì di sicuro con attenzione la nascita della tecnica delle punte. Intanto, avendo avuto un padre ciabattino, conosceva la tecnica di costruzione delle scarpe. E poi, soprattutto, aveva studiato danza. Con quale spirito non si sa. Di fatto il ballo, nella fiaba di Andersen, ha qualcosa di demonico, di irrefrenabilmente macabro. Tanto che Karin deve chiedere al boia di tagliarle non la testa ma i piedi con indosso le scarpette. Ridotta alle stampelle, troverà la pace solo quando le si spezzerà il cuore e volerà in cielo (epilogo alla Marcellino pane e vino) dove nessuno le parlerà mai più di scarpette rosse. In italiano Le scarpette rosse è contenuto nella raccolta La sirenetta e altri racconti (Eventvr og histories), Rizzoli BUR ragazzi.

James Matthew Barrie (Kirriemuir 1860 - Londra 1937)
Uno dei suoi libri più celebri, Peter Pan nei giardini di Kensington (Peter Pan in Kensington Gardens, 1906), merita una certa attenzione. Pur uscendo nel 1906, viene concepito alcuni anni prima all’indomani del trasferimento di Barrie nel nuovo appartamento nei pressi dei giardini di Kensington. Per le scalze fate danzanti del primo capitolo del libro «niente forse – scrive Barrie – ha un senso del divertimento così intenso come una foglia caduta». È evidente il richiamo a una celebre frase di Isadora Duncan (“Ho danzato su questa musica come una foglia portata dal vento”) che si esibì proprio in questi giardini nel 1899. Un’ulteriore conferma che Barrie abbia scritto questo capitolo influenzato dalla Duncan ci viene dalle fate danzanti disegnate da Arthur Rakam per l’edizione del 1906: le tuniche, i piedi nudi e i capelli sciolti sono molto duncaniani; per non parlare delle foglie portate dal vento.

Vicki Baum (Vienna 1888 - Hollywood 1960)
Tra i suoi romanzi, alcuni dei quali trasposti cinematograficamente, uno dei più celebri è Grand Hotel (Menschen im Hotel, 1929) traslato in film nel 1932: girato a Hollywood con Greta Garbo e John Barrymore protagonisti, ebbe l’Oscar come miglior film. La vicenda è ambientata in un albergo di Berlino dove il decaduto barone Gaigern salva dal suicidio la Grusinskaja, ballerina russa in declino e se ne innamora. Ecco, nella traduzione di Gianna Ruschena Accatino, il terribile momento in cui la Grusinskaja si rende conto che la sua carriera è vicina alla fine.
Applausi. Pizzicato dell’orchestra. Appare in scena la Grusinskaja, che ha indossato in tutta fretta il costume da colomba ferita, con una grande goccia di sangue color rubino che le pende dal corpino bianco di seta. È stanca da morire, ma leggera, leggerissima, e coi minuscoli, tremuli battiti d’ali delle braccia va lentamente incontro alla sua morte pietosa. Tre volte si drizza, ma non può più volare. Infine il lungo collo delicato si piega in avanti, posa il capo sul ginocchio, e muore: una povera colomba colpita a morte, con una grossa ferita sul petto che la lama azzurra del riflettore mette in evidenza. Sipario. Applausi. Applausi anche abbastanza nutriti, se si pensa come è vuoto il teatro e quante poche mani ci sono per far rumore. “Da capo?” chiede la Grusinskaja, che giace ancora in mezzo al palcoscenico. “No” le bisbiglia di tra le quinte Pimenoff con un sussurro forte, disperato. L’ovazione è finita. Finita. La Grusinskaja rimane a terra qualche minuto ancora, leggera come una piuma, con la polvere del pavimento su mani, braccia e tempie. Per la prima volta in vita sua non fa il bis di quel numero. “Non ne posso più” pensa. “No, ne ho abbastanza, non ne posso più”. “Far posto per il cambio di scena!” grida il sopraintendente. La Grusinskaja non vorrebbe alzarzi, vorrebbe starsene lì a terra in mezzo alla scena e addormentarsi, e nel sonno fuggire da tutto.

C’è poi, sempre di Vicki Baun, il romanzo Scarpette d’oro che ha per protagonista una famosa ballerina classica, Katja Milenkaja: il libro ripercorre la sua fanciullezza, l’amore per la danza, gli anni di studio, il debutto, il successo e infine il matrimonio con il medico che la cura dopo una caduta dal palcoscenico.

Ambrose Bierce (Ohio 1842 - Messico 1914)
Scrittore, inviato di guerra (maestro, in questo, di Crane ed Hemingway) ed esteta bohémien affine a Oscar Wilde, è autore della celebre raccolta di definizioni paradossali e misantropiche Il dizionario del diavolo (The devil’s dictionary, 1906). Tra i suoi scritti Danza della morte (Serra e Riva, 1985) sulla mania della danza che dall’Europa, sul finire dell’Ottocento, passa in America.

Gesualdo Bufalino (Comiso, Ragusa, 1920-1996)
Il suo principale romanzo, quello d’esordio, Diceria dell’untore (1981, premio Campiello), è ambientato nel 1946 in un sanatorio della Conca d’Oro. Tra i ricoverati, quasi tutti reduci dalla guerra che “duellano con se stessi e con gli altri in attesa della morte”, c’è Marta Blundo, ex ballerina della Scala. In un mare di ricordi e sogni che si sono infranti (“Non mi piace – dice Marta – il mio nome, meglio Isadora o Fanny, come la Essler, la mia dea”), fra lei e un ricoverato nasce una storia d’amore con i giorni contati. Il protagonista e Marta si conoscono in un salone-teatro del sanatorio durante uno spettacolo interpretato da ricoverati e infermieri davanti a un

pubblico di “pigiami a righe”. Ecco l’esibizione sofferta e tirata della Blundo nel linguaggio piuttosto aulico, “contemplativo” e volutamente “antirealista” di Bufalino.
Non mi riusciva di vederne per intanto che le membra minute, vestite di molti colori e distese a terra come in una vignetta: un’Arlecchina, magari, fintamorta nella sua abbagliante casacca. Non rimase così a lungo, ma alla prima scaramuccia che tentarono gli strumenti dietro le quinte – era soltanto un disco diffuso da un altoparlante, la Silfide o che so io – cominciò a sprigionarsi dal suolo lentamente, a forza di gesti meditati e chiusi, interrogando l’aria con una prudenza di cieca. Si rizzò infine di colpo, balzò verso il soffitto. La ballerina si sgrovigliava e guizzava nel cielo con presunzione e ferocia, accompagnando ogni slancio con un mugolo d’incitamento in una coalizione di elissi e vortici attraverso cui le sue membra commentavano il dirotto discorso della musica. In una pausa del pezzo, avvenendole di restare un po’ in piedi e ferma al centro della scena, potei guardarla meglio, infine. La gola le si era tinta di fiamma, per una irradiazione sottopelle del sangue. Un serafino era, dalla vita sottile e dalle ali roventi, con occhi come ciottoli d’ebano nel fiero ovale ammansito da una corta chioma di luce! Ma già di nuovo volteggiava lontano e con tale pazienza pareva chiedere nei muri una breccia per andarsene che mi sorpresi a cercar dietro di lei la figura indispensabile di un persecutore. Quando ricadde, fu per più lungo tempo. Ora, dopo ogni scacco, ritornando sulla terra, non risaliva che a stento. Sull’ammattonato, sotto il verdetto delle lampade, con un viso che aveva insensibilmente cominciato a perdere colore, giaceva senza muoversi, respirava profondo, recuperava ad una ad una le linee di forza del suo essere per ricomporle di nuovo in una intenzione di volo («Bestia!» m’indignai all’orecchio del medico. «Come puoi tollerare questo. S’ammazzerà»). Chiusi gli occhi quando, dopo un tentativo che fallì ancora, precipitò e fu come se si fosse buttata da una finestra. Era chiaro a tutti che uno spacco era intervenuto, o il divieto di una legge, al limite di un regno che lei sola scorgeva. Annaspando riprovò, ma senza fiducia. Non era altro ormai che un corpicino di lucertola, in un sentiero, diviso in due da una ruota. Fu allora che ad aiutarla l’orchestra irruppe con la sua cabala più potente: come su un’annegata archi e ottoni le si curvarono sopra, le sventolarono sulla fronte un lenzuolo di suoni amici, tutto un pandemonio preoccupato di note. Lei levò le braccia, quasi volesse sedarlo, poi per qualche istante non si mosse, si raccolse. Io pregavo fra me e me perché vincesse una volta di più, e con tanta passione che fui certo poi d’essere stato io a salvarla, e nella mente me ne vantai. Si eresse senza sforzo, ora, dava l’impressione di essere diventata più alta, più forte. Non la vedemmo che in un lampo, mentre balzava in su, col colpo di tallone del marinaio che risale: nitida, inesplicabile.

Dino Buzzati (Belluno 1906 - Milano 1972)
Tra i suoi romanzi l’erotico Un amore (1963) dove, nel capitolo settimo e ottavo ci sono diversi riferimenti alla danza in una Milano del 1960. C’è la messinscena, alla Scala, del balletto L’étoile de soir di Lachenard con Clara Fanti prima ballerina e con, ospite, il famoso danzatore Vassilievski: entrambe invenzioni narrative di Buzzati Ci sono inoltre terribili luoghi comuni anni Sessanta sulle ballerine e c’è un lungo ragionamento macho del protagonista, il quarantanovenne architetto Antonio Dorigo, sulla sensualità delle danzatrici classiche. Per L’étoile de soir Dorigo cura scene e costumi e si ritrova così ad assistere alle prove. Tra le ballerine di fila c’è Laide da lui conosciuta dalla signora Ermelina che gestisce un’altolocata casa d’appuntamenti camuffata da boutique di lusso. Laide, diminutivo di Adelaide, ha diciotto anni, dunque è minorenne, e per ventimila lire a colpo (a lei ne vengono quindici) si prostituisce senza scrupoli dalla Ermelina. Ecco il momento in cui Dorigo assiste alle prove e se ne sta col fiato sospeso nell’attesa di vedere apparire in scena Laide.

Interessante notare come Dino Buzzati, narratore capace di creare atmosfere metafisiche di grande fascino, descriva il mondo della danza con una certa banalità. Per quanto Dorigo sia piuttosto estraneo al balletto (è la prima volta che fa “scene così impegnative”), Buzzati avrebbe potuto benissimo conferire alla narrazione colori e sfumature più “scaligere”, più dentro alla danza. Anche perché Buzzati, oltre ad avere scritto diversi libretti per opere musicali, creò le scenografie di alcuni balletti tra cui Jeu de cartes (1959) e Fantasmi al Grand Hotel (1960) entrambi messi in scena alla Scala. Il dietro le quinte della danza avrebbe dunque dovuto essergli più familiare. Diversi gli spunti da Cocaina (1921) di à Pitigrilli.
Entrò una folata di ballerine, saranno state dieci o dodici, erano le ombre della sera. Nessuna, naturalmente, era in costume, indossavano tutte la calzamaglia nera. Senza trucco, i capelli per lo più tenuti fermi da un nastro o fazzoletto passato sopra la fronte, sparute nel complesso; e in quella tenuta davano un’impressione di ostentata disinvoltura, di sciatto, anche di sporco per i segni bianchi di polvere sulle ginocchia, sui gomiti, sul sedere. Tuttavia, proprio questa trascuratezza dava alle ragazze qualcosa di provocante e spavaldo. Ben presto, anche perché la calzamaglia modellava i giovani corpi nelle minime rotondità e pieghe, Antonio si accorse che erano infinitamente più desiderabili che nell’elaborato splendore di un costume. Vedendole così vicine, prese dall’impegno del lavoro, senza trucchi né code di pavone, così semplici e disadorne, nude più che se fossero nude, Dorigo allora capì improvvisamente il loro segreto, il perché da innumerevoli secoli le ballerine fossero il simbolo stesso della femmina, della carne, dell’amore. Il ballo era – egli capì – un meraviglioso simbolo dell’atto sessuale. La regola, la disciplina, la ferrea e spesso crudele imposizione, alle membra. di movimenti difficili e dolorosi, il costringere quei giovani corpi virginali a far vedere le più riposte prospettive in posizioni estremamente tese e aperte, la liberazione delle gambe, del torso, delle braccia nelle loro massime disponiblità: tutto questo era per la soddisfazione del maschio. A cui le ballerine, con impeto, con patimento, con sudore, si abbandonavano. E la bellezza stava appunto in questo appassionato e spudorato abbandono. Senza che loro ne avessero il più lontano sospetto, era tutta una ostentazione, un’offerta, un invito al congiungimento carnale. Quelle bocche socchiuse, quelle bianche e tenere ascelle spalancate, quelle gambe divaricate allo spasimo, quel protendere avanti il petto in atto di olocausto, quasi gettandosi fra le braccia ardenti di un invisibile e insaziabile dio. Con geniale sapienza i grandi coreografi avevano stilizzato questo fenomeno sessuale in atteggiamenti apparentemente casti e accettabili da tutti. Ma dentro permaneva la carica. Cosicché. per uno che sapesse vedere, una sequenza di passi classici riusciva di gran lunga più forte che la lubrica danza del ventre di una spogliarellista di night. Erano cose che naturalmente nessuno osava confessare a voce o scrivere, per quella generale e folle congiura di ipocrisia che nasconde il mondo dell’amore. La danza – scoprì Dorigo – non era altro che uno sfogo lirico del sesso: per il resto non poteva essere altro che decorazione e idiozia. Le rozze e lascive offerte carnali delle prostitute di postribolo risultavano una ridicola commedia al paragone degli allusivi e maliziosissimi adescamenti delle ballerine, che penetravano nel profondo. E quanto più una ballerina era brava, quanto più audaci, perfette, leggere, armoniose, acrobatiche le sue prestazioni, tanto più intenso, in chi la contemplava, la voglia di abbracciarla, di stringerla, di palparla e accarezzarla specialmente sulle cosce, di possederla fino in fondo. Entrò una folata di ballerine, saranno state dieci o dodici, erano le ombre del crepuscolo. In quel primo gruppo lei non c’era. Per un istante, con un sussulto interno, gli parve di riconoscerla nella terza, una brunetta di media statura, Coi rapidi movimenti che facevano non era facile distinguere bene. Poi la brunetta, girando su se stessa si avvicinò, fermandosi di colpo, insieme alle compagne, con una gamba alzata all’indietro, in bilico sulla punta dell’altra. Si presentò così di profilo e lui constatò che il naso era completamente diverso Poi entrò la prima ballerina, poi ci fu un passo a due, poi il gruppo di prima in-

tervenne intrecciando un episodio collettivo. La faccenda andava per le lunghe. Benché la équipe fosse già abbastanza preparata e avesse ormai bene il balletto nelle gambe, Vassilievski, che indossava una specie di tuta, interrompeva spesso, più che altro, forse, per il gusto di esibizione personale e, senza musica, rifaceva questo o quel passo, scandendolo con curiose grida: là, là, ta-ta, là. Era già avanti con gli anni, doveva essere ormai prossimo alla cinquantina eppure lo scatto, la precisione, l’eleganza, se non la potenza muscolare, erano ancora quelli dei suoi tempi d’oro, quando lo consideravano uno dei due o tre primi ballerini del mondo. Intervennero finalmente le otto lucciole, tutte giovanissime e mingherline, anche loro con quell’aria sciatta e strapazzata, come operaie che sul lavoro non si preoccupano più di piacere; tanto, gli spettatori della prova non le giudicavano per la loro bellezza; e in quanto a Dorigo, nuovo dell’ambiente, nessuna delle ballerine sembrava essersene neppure accorta. Ma neanche tra le lucciole la Laide c’era. Seguì il turbinare di una decina di pipistrelli, uomini questi coi quali Vassilievski si diede molto da fare, correggendo, rettificando, modificando, inventando lì per lì nuovi movimenti. Solo i pipistrelli si portarono via, tra provare e riprovare, una buona mezz’ora. Ed ecco, mentre Antonio seguiva con gli occhi la esemplificazione di Vassilievski, irruppero da destra i folletti. Al momento lui non se ne accorse nemmeno. Erano otto ballerine. Dopo essere avanzate a rapidissimi passettini sulle punte, si misero a roteare su se stesse con capriole laterali, poggiando ora i piedi ora le mani, così da fare un giro tondo. Immediatamente Antonio la vide. Indossava un pagliaccetto nero con le maniche lunghe, e calze nere di maglia pesante che le salivano fino quasi all’inguine e non si capiva come potessero star su. E fra l’estremità inferiore della maglia e il bordo delle calze restava scoperta, lateralmente, una mezzaluna di pelle. Non era lei la sola a essersi sistemata così, evidentemente era un’abitudine ammessa. Ma quel lembo di coscia nuda che appariva aveva un senso speciale, un’allusione, un riferimento ad altre cose proibite. Lei non è in calzamaglia, lei porta un pagliaccetto a maniche lunghe che aderisce alla schiena, al piccolo seno da bambina e al sedere. Sulle gambe un paio di calze nere che la coprono interamente ma di fianco il bordo orizzontale non riesce a combaciare con il limite inferiore della maglia, il quale, per la tensione delle carni, fa una curva. Cosicché una striscia di carne biancheggia fra quel nero. Quasi una provocazione, una civetteria, una strizzata d’occhi, un invito.

Sidonie-Gabrielle Colette (Yonne 1873 - Parigi 1954)
Nel romanzo La vagabonda (La vagabond, 1910) Renée, la protagonista, stanca di essere tradita e insoddisfatta del mondo “tutto apparenze” che la circonda, lascia il marito, la casa e la sua condizione borghese e si mette a fare la ballerina da caffè-concerto. Girando di città in città con i suoi compagni di lavoro raggiunge la serenità. E quando un uomo s’innamora di lei e le propone di mollare il teatro e diventare sua moglie, lei sceglierà la libertà fuggendo “libera e vagabonda” per sempre. Eccone alcuni passi nella traduzione di Anna Banti (Mondadori 1953). La prima volta di Renée danzatrice
Coraggio tocca a me. La mia piccola pianista rachitica è al suo posto. Avvolgo con una mano che l’emozione rende nervosa il velo che costituisce quasi tutto il mio costume, un velo rotondo viola e blu che misura quindici metri di circonferenza… Sulle prime non distinguo nulla attraverso la grata della mia gabbia di garza. I miei piedi nudi sensibili tastano la lana corta e dura di un bel tappeto persiano. Purtroppo non c’è ribalta.. Un breve preludio sveglia e torce la crisalide bluastra che rappresento, scioglie lentamente le mie membra. A poco a poco il velo si apre, si gonfia, vola e ricade, rivelandomi agli occhi di quelli che sono lì, che hanno interrotto, per guardarmi, il loro dannato chiacchiericcio. Li vedo.

Mio malgrado li vedo. O fiamma protettrice, chi potrebbe costringerti a sprizzare sotto i miei passi! Danzando, strisciando, rigirandomi , li vedo, li riconosco. C’è in prima fila…

Danza & povertà

Cosa farà Stéphane, il ballerino, quando respirerà col suo ultimo polmone, quando non danzerà più, quando non andrà più a letto con le pietose donnine che gli pagano dei sigari, delle cravatte, degli aperitivi? Quale ospedale, quale asilo accoglierà la sua bella carcassa vuota? Ah, come tutto questo è poco allegro.

Renée, la danza e la sua idea di danza

Via, via! Sono troppo lucida stasera e se non mi riprendo la mia danza ne patirà. Danzo, danzo… un bel serpente si arrotola sul tappeto persiano, un’anfora egiziana si piega versando un fiotto di capelli profumati, una nuvola si alza e vola via, tempestosa e blu, un animale felino si slancia, ripiega, una sfinge color di sabbia bionda distesa, si affaccia sui gomiti, i reni retratti, i seni tesi. Non dimentico nulla. Mi sono ripresa. Via, via quella gente esiste? No, no, di vero non c’è che la danza, la luce, la libertà, la musica. Di vero non c’è che ritmare il proprio pensiero e tradurlo in bei gesti. Un solo arcuarsi dei miei reni che ignorano la costrizione non basta a insultare quei corpi compressi da un lungo busto, impoveriti da una moda che li esige magri? Posso fare ancora di più che umiliarli: voglio per un solo istante, sedurli. Ancora qualche sforzo, e già le nuche cariche di gioielli e di capelli mi seguono con un vago ondeggiare obbediente. Ecco che si estingue in tutti quegli occhi, la luce vendicativa, ecco che cedono e sorridono, insieme, tutte queste bestie incantate. La fine della danza, il rumore molto discreto, degli applausi, rompono l’incanto.

Un accenno, due anni prima, al fauno di Nijinsky

Da qualche giorno proviamo, Brague ed io, una nuova pantomima. Ci sarà una foresta, una grotta, un vecchio troglodita, una giovane amadriade, un fauno nel fiore degli anni. (…) Continuiamo a provare. Ora sono le Folies a darci asilo al mattino; oppure l’Empyrée-Clichy ci presta, per un’ora, il suo palcoscenico; così vaghiamo ancora dalla birreria Gambrinus, avvezza agli scoppi di voci del complesso Baret, alla sala di danze Cernuschi.

La vita dura di chi danza

Nimes, Montpellier, Carcassone, Toulouse… Quattro giorni senza riposo e quattro notti. Arriviamo, ci laviamo, mangiamo, lavoriamo, danziamo al suono di una orchestra mal sicura e che decifra a stento le note, ci corichiamo – ne vale la pena? – e ripartiamo. Dimagriamo per la fatica ma nessuno si lamenta: l’orgoglio avanti tutto! Cambiamo di music-hall, di camerino, di albergo, di camera, con una indifferenza di soldati in manovra. La scatola del trucco si squama e mostra la latta. I costumi cedono ed esalano, smacchiati alla svelta, con la benzina, prima dello spettacolo, un odore stantio di cipria e di petrolio.

Claude Prosper Crébillon detto Crébillon Fils (Parigi 1707-1777)
Il sofà (Le sopha) è il suo libro più celebre, unanimemente considerato un capolavoro della letteratura libertina settecentesca. Scritto nel 1735, fu stampato e distribuito clandestinamente a Parigi e nelle zone limitrofe nel 1742. Costretto all’esilio, ad almeno trenta leghe dalla capitale francese, vi rimase per tre mesi. Poi, grazie al padre che era il censore addetto proprio all’editoria, la “bravata” fu presto dimenticata e Crébillon Fils divenne addirittura, nel 1759, censore reale, carica che ricoprì fino alla morte. Il sofà è la cronaca dettagliata di quanto accaduto all’emiro Amanzei. Lo stesso protagonista la riferisce nei minimi particolari al sultano e ai notabili di corte. Amanzai, che crede in Brama e nella metempsicosi, racconta che pur non rimanendo alcun ricordo delle vite precedenti, in lui è rimasto quello di quando fu condannato a essere un sofà. Una condanna che durò a lungo: quell’incantesimo sarebbe infatti finito quando un uomo e una donna

avessero entrambi perso la verginità su quel divano. Tra le decine e decine di personaggi che via via si sedettero e sdraiarono su di lui (che fortunatamente aveva la possibilità di cambiare divano e dunque qualche chance di liberarsi dall’incantesimo ce l’aveva) una giovane danzatrice appena entrata nel corpo di ballo dell’imperatore. Amina, questo il nome della ballerina, si faceva mantenere nel lusso dal ricco Abdalathif e nel frattempo, complice la madre, se la faceva col giovane Massud. Amina non si fermò lì. Non respinse altri uomini e così poterono godere delle sue grazie bramini, bonzi, militari, uomini di tutte le nazionalità e di ogni tipo ed età.

Wenceslau de Morais (Lisbona 1854

- Tokushima 1929)

In Il Bon-0dori a Tokushima (1918) lo scrittore portoghese descrive la danza della festa dei morti che a Tokushima (Giappone) assumeva aspetti molto particolari. Ogni anno, in occasione di una cerimonia religiosa, si svolgeva una danza in costume per ricordare i defunti che in quel giorno speciale abbandonavano la dimora celeste per tornare nella propria casa e sul luogo della sepoltura. Nel libro-reportage di de Morais c’è una descrizione accurata di queste danze.

Francis Scott Fitzgerald (Minnesota 1896 - Hollywood 1940)
Nel racconto Festa da ballo del 1926 (uscito in Italia nel 1985 a cura di Sandra Petrignani, edizioni Theoria) c’è una sala da ballo dove le figure girano in tondo come in un carillon. Di colpo irrompono la tragedia, la paura le grandi passioni e il carillon va in frantumi. «Ciò che più temo – è la frase finale della protagonista-narratrice – sono le insondabili profondità, il montare improvviso della marea, le forme segrete delle cose che, nascoste da una calma di superficie, vanno alla deriva nelle ovattate oscurità del mare». Dentro alla metafora del ballo i problemi più profondi dell’esistenza.

Ugo Foscolo (Zante 1778 - Londra 1827)
Abbandonata la Lombardia e trasferitosi a Firenze, per il poco più che trentenne scrittore e poeta inizia un periodo di singolare e felice equilibrio durante il quale comincia a scrivere il poema Le Grazie (tre inni dedicati alle Grazie, apportatrici di civiltà e confortatrici degli uomini) mai portato a termine. Celeberrimo, in questo poema, l’episodio della danzatrice.
Spesso per altre età, se l’idioma d’Italia correrà puro a’ nepoti, (è vostro, e voi, deh, lo serbate, o Grazie!) tento ritrar ne’ versi miei la sacra danzatrice, men bella allor che siede, men di te bella, o gentil sonatrice, men amabil di te quando favelli, o nutrice dell’api. Ma se danza, vedila! tutta l’armonia del suono scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo manda agli sguardi venustà improvvisa. E chi pinger la può? Mentre a ritrarla pongo industre lo sguardo, ecco m’elude, e le carole che lenta disegna affretta rapidissima, e s’invola sorvolando sui fiori; appena veggio il vel fuggente biancheggiar tra i mirti.

Joseph Arthur conte di Gobineau (Versailles 1816 - Torino 1882)
Tra le poche opere disponibili di questo scrittore e diplomatico sostenitore dell’incomunicabilità tra culture diverse, Le novelle asiatiche uscite in italiano nel 1984 (Guida editore). Tra le novelle, La danzatrice di Shamankha, ispirata alla fanciulla caucasica che incapace di accettare l’annientamento della sua tribù per mano dell’esercito russo e delusa dalla debolezza degli uomini che non si ribellano, decide di combattere.

Guido Gozzano (Torino 1883-1916)
Fra il dicembre del 1912 e il febbraio del 1913 Gozzano compie un viaggio in India e a Ceylon e lo racconta in una serie di articoli sulla Stampa, poi usciti postumi, nel 1917, nel volume Verso la cruna del mondo. La danza di una devadasis in Lettere dall’India è uno dei pezzi forti di quell’esperienza. Da segnalare anche, per quanto riguarda la danza, La danza degli gnomi nella raccolta di novelle e fiabe I tre talismani (1914)

Albert Paris Gutersloh

pseudonimo di Albert Conrad Kiehtreiber (Vienna 1887 - Baden 1973) Tra le sue opere il romanzo Die tanzende Törin (La danzatrice folle, 1911) che ne fa uno dei principali esponenti del “primo espressionismo”.

Heinz G. Konsalik (Colonia 1921 - 1999)
È considerato, per i quarantasette milioni di copie vendute nel mondo, uno degli scrittori tedeschi più letti del dopoguerra. Il suo maggiore successo è Il medico di Stalingrado. Tra i suoi romanzi Lo zar e la ballerina (Es blieb nur ein rotes Segel, 1980) dove viene ricostruita la passata amicizia tra lo zar Nicola II e la ballerina Matilda Feliksovna in un arco di tempo che va soprattutto dal Lago dei cigni (1895) alla Rivoluzione d’ottobre (1917). Tra i personaggi storici presenti nel romanzo il coreografo Marius Petipa ed Enrico Cecchetti. I balletti via via rappresentati (con la Feliksovna protagonista) sono Coppelia, La bella addormentata, La bajadère, Raymonda, Le corsaire, La silfide e ovviamente Il lago dei cigni di cui va in scena la prima. Memorabile, nelle pagine iniziali, la frase che motiva il passaggio di Tamara Jegorovna da étoile a direttrice della Scuola imperiale di ballo di Pietroburgo: «Mi sembra che le mie piroette diventino più lente e che i miei salti siano sempre meno alti. Ho ormai quarantasei anni. Bisogna sapere smettere».

Ferenc Kormendi (Budapest 1900 - Bethesda, Maryland 1972)
Molto popolare nel periodo tra le due guerre mondiali, riattualizza per il pubblico medio-borghese il romanzo d’appendice. Tra i suoi romanzi Incontrarsi e dirsi addio dove, tra i protagonisti, c’è una ballerina.

Liala pseudonimo di Amalia Liana Cambiasi Negretti
(Como 1897 - Varese 1995) Tra i suoi ottanta romanzi rosa c’è Il tempo dell’aurora (1947, Sonzogno): oltre cinquecento pagine di melodrammatici intrighi passionali con, fra i personaggi, la ballerina Dianora Vincentis, il maestro di danza Vilfredo Pons e la contessina Vasco che danza per diletto.

L’approccio alla danza è di stampo piuttosto rivistaiolo anche se la copertina potrebbe far pensare (nonostante i capelli sciolti antitetici ai clichés dello chignon) ad ambientazioni scaligere con Belle addormentate e Laghi dei cigni. Dalle pagine iniziali.
Dianora riattraversò la piazza, salì su un tassì, ordinò: – Al Teatro Lirico. Giunse che le prove erano cominciate e il capocomico le diede una solenne lavata di testa. Ella scrollò le spalle, andò nel suo camerino, si mise in succinto costume. E quando apparve, così bella, seminuda e sfrontata, il direttore d’orchestra, guardandola, pensò: “Tira schiaffi da un chilometro di distanza, ma è proprio bella”. Attaccò il pezzo che Dianora doveva ballare. E quella ballò, di malavoglia, sbagliando il tempo, esagerando i gesti, iniziando i passi di punta e ricadendo poi, subito stanca, sui talloni. Il capocomico, che la guardava, sorrideva. Egli capiva bene che Dianora era una prima ballerina mal riuscita; capiva bene che, se un anno prima quella fanciulla poteva essere stata una buona danzatrice, ora faticava a sostenere i più semplici passi classici. Tuttavia, si rendeva conto che quel bel corpo aveva più successo di un ballo ben eseguito e ben interpretato. Disse quindi alla bella danzatrice: – Hai il nervoso nei piedi, oggi, tu: Riposa, e domani vieni meno stanca a lavorare. Mi pare che ti regga sulle punte come un’anitra… Le ragazze del corpo di ballo risero in sordina.

Ed ecco il momento, che più cipriosa e rosa non si può, della lezione di Vilfredo alla contessina Vasco.
La contessina Vasco era in piedi, minuta, agile, snella, ma tutta morbida nelle delicate forme. E la sua testolina bruna, fiera e bella, il suo volto olivastro, dove splendevano i grandi occhi grigi, parevano pervasi dalla gioia che inondava la giovane donna. – Non sono troppo piccola per rivestire gli abiti d’una ballerina di danze classiche? – Voi siete piccola, ma così proporzionata che potete sembrare alta. E del resto, le ballerine troppo alte non appagano l’occhio. – Mi consolate! Le parole d’un esteta fanno sempre piacere. – Grazie, ma venite, cominciamo… Prese la mani della donna, la guidò. La bruna Vasco danzava con leggerezza estrema; se la sorte non l’avesse fatta nascere ricca e nobile, avrebbe potuto aspirare al ruolo di danzatrice e mantenerlo con onore. Ballando pur discosta dall’uomo, ella s’abbandonava tutta, e i suoi magici occhi grigi non lasciavano un istante il bel viso pallido di Vilfredo Pons. Egli sentiva su di sé quegli occhi, , sentiva l’ardore che bruciava le vene della giovane contessa e ne provava più dolore che piacere. Troppe donne di ogni ceto e di ogni età lo avevano guardato a quel modo; troppe donne gli si erano abbandonate tra le braccia a quel modo. E troppo egli amava Dianora, per non provare in quell’abbandono femineo risentimento anche per colei che amava.

Arturo Loria (Carpi, Modena, 1902 - Firenze 1957)
Esponente, negli anni Trenta, dell’avanguardia fiorentina, fonde con maestria gusto picaresco, realismo e toni fantastici. Tra i suoi volumi di racconti La scuola di ballo del 1932.

Stéphane Mallarmé (Parigi 1842 - Valvins 1898)
Il suo poemetto Il meriggio di un fauno (L’aprés-midi d’un faune, 1876), dove i simboli diventano un mezzo per rendere l’assoluto, è forse la fon-

te letteraria per eccellenza della danza. Traslato in poema sinfonico da Claude Debussy nel 1892-94, diventa nel 1912 l’erotico capolavoro coreografico e interpretativo di Vaslaw Nijinsky suscitando uno scandalo senza precedenti.

Ramòn Pérez de Ayala (Oviedo 1881 - Madrid 1962)
Uno dei suoi romanzi più celebri è Troteras y danzaderas (1913) che la Garzantina traduce Vagabonde e ballerine mentre il Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi traduce Baldracche e ballerine. Fra i tantissimi personaggi (ministri, cortigiane, scrittori, perdigiorno ecc) di questo affresco impietoso di una Madrid dove regna Alfonso XIII (il re di Spagna esiliato nel 1931 con la proclamazione della repubblica) c’è Verònica, una piccola prostituta da pochi soldi che si redime e diventa una ballerina famosa. «La Spagna – conclude l’autore – non ha dato al mondo che baldracche e ballerine», entrambe però, nel romanzo, contraddistinte da grandissima umanità e dignità.

Pitigrilli pseudonimo di Dino Segre (Torino 1893-1975)
Cocaina (1921) è il terzo romanzo di Pitigrilli dopo Mammiferi di lusso (1920) e La cintura di castità (1920). Precede Oltraggio al pudore (1921) e La vergine a diciotto carati (1923): tutte e cinque queste opere da lui ripudiate dopo la conversione al cristianesimo. Cocaina è una storia d’amore e di droga che ha per protagonisti Tito, un giornalista italiano approdato a Parigi, e Maud, ballerina stile Moulin Rouge o Folies Bergéres conosciuta nell’ambiente col soprannome di Cocaina. Ecco il momento dell’esibizione di Maud a cui assiste Tito.
E venne il turno di Maud. Tito non l’aveva mai vista così bella. Si contorceva in una danza nuova, ritmata dall’urto dei tacchi di legno sul palco armonico: tutto il corpo sembrava disarticolato, e le braccia molli, quasi senz’ossa, s’elevavano verso il cielo, verso quel rettangolo di cielo africano su cui tutte le stelle del mondo s’erano radunate a contemplarla: oh quelle braccia di Maud, miracolosamente nude, come si alzavano, si stiravano, si allungavano verso le stelle! Ella è una cosa molle, elastica, che s’incurva a destra, a sinistra, in avanti, con la flessibilità d’un giglio che abbia un fiore così pesante da reclinare fino a terra il corpo stordito dal profumo. Sul petto e sulle braccia e intorno alle caviglie brillano gocce di sudore, e dai capelli sciolti cadono le rose e le forcine: ella sorride mostrando tutti i denti bianchissimi, e due grandi occhi stupefatti d’uccello di rapina. Dalle labbra sgocciola, col sudore, il rosso della pittura: sembrano gocce di sangue. Le macchie nere delle ascelle brillano come non hanno mai brillato nemmeno nelle notti di spasimo. E la danzatrice continua a ondeggiare, a flettersi di qua e di là, come uno stelo di giglio investito dall’uragano. Le contorsioni del serpente si alternano alle pigre flessuosità amorose del felino: nel suo sguardo lampeggia all’improvviso una luce cattiva, che si dissipa per cedere a un sorriso pieno di dolcezza carezzevole. Passano nel suo sguardo, la libidine, il capriccio, la crudeltà, il delitto. Cocaina si inginocchia, s’arrovescia indietro, a ponte, come per offrire il sesso alla platea. Si oscura, risollevandosi, e ride. Una collera improvvisa l’assale: batte rabbiosamente i tacchi e si rivolta come se fosse trafitta da qualcosa d’immondo. E poi s’accovaccia, si rialza, si contorce, sorride al cielo: s’immobilizza in una breve pausa, fissando le stelle come crocefissa dalla meraviglia. E poi piomba come corpo inerte, e non si alza che per ringraziare e sorridere a tutta quella gente che applaude con mani nere e con grida incomprensibili».

Tra le curiosità di questa descrizione a firma di un donnaiolo irrefrenabilmente maschilista e misogeno (tra gli aforismi di Pitigrilli il celebre “Una

signorina che disprezza una cocotte è come un riformato che disprezza un eroe”) le ascelle non depilate di Maud e il parallelo danza-sesso. Due punti ripresi-copiati da Buzzati in Un amore dove Dorigo – che considera la danza uno “sfogo lirico del sesso” – nota che Laide non ha le ascelle depilate. “E quando balli come fai?” le chiede lui. “Se non si è fatto a tempo a depilarsi, ci delle coppe da mettere sotto le ascelle” risponde la ragazza.

Georges Raymond Rodenbach (Tournai 1855 - Parigi 1898)
Dopo avere fatto parte del gruppo “La Nouvelle Belgique”, si trasferisce a Parigi dove subisce le influenze dei parnassiani e dei simbolisti. Prevalgono poi in lui, come poeta e anche come romanziere, i toni nostalgici e intimisti che lo portano a rievocare i paesaggi del Belgio. Il suo romanzo più celebre è Bruges la morta (Bruges la morte, 1892) edito in Italia nel 1995 da Fazi editore: ne è protagonista Hugues Viane che, rimasto vedovo, si stabilisce a Bruges in quanto “città della grande malinconia” spesso sotto il velo della pioggia. Qui, colpo di scena, s’imbatte nella ballerina Jane Scott, sosia perfetta della defunta moglie. Altro colpo di scena a teatro quando lei esce danzando da una tomba in una lugubre scena di suore ridestate dalla morte in un cimitero. Seguiranno altri colpi di scena e un epilogo tragico.

Arthur Schnitzler (Vienna 1862-1931)
Drammaturgo e romanziere, anticipa, senza essere capito dai contemporanei, il tema della finis Austriae che poi esploderà nella letteratura tra le due guerre. Tra le sue opere, due hanno una certa attinenza con la danza. Una è Girotondo (Reigen, 1897), dieci dialoghi amorosi fra varie lei e vari lui (prima e dopo l’atto sessuale) con le coppie che di volta in volta si scambiano: definito dai critici una sorta di “danza macabra dell’amore”, ha ispirato il secondo episodio, Ring around the Rosy del film Trittico d’amore (Invitation to the dance, 1956) di Gene Kelly, grande film-balletto senza una parola di dialogo. L’altra è il racconto La danzatrice greca (Die griechische Tänzerin, 1897) pubblicato in Italia dalle edizioni Studio Tesi nel 1982. Una storia d’amore (e di morte) con, al centro, una stupenda statua in marmo di una danzatrice greca… Gregor Samodeski, il suo autore, Madeleine, che ha fatto da modella, e Mathilde, la moglie tradita di Gregor che ha fatto di Madeleine la sua amante.

Misia Sert (Pietroburgo 1872 - Parigi 1950)
Nata col cognome Godebska, la mecenate Misia Sert è il trait d’union tra Belle Epoque e anni Venti. Ormai cieca, detta le sue memorie che escono postume, nel 1952 col titolo Misia, edite da Gallimard. La prima edizione italiana (Adelphi edizioni) è del 1981. Queste memorie sono strapiene di riferimenti a personaggi come Mallarmé, Diaghilev (a lui sono dedicati i capitoli 17, 18 e 21, quest’ultimo sulla sua morte), Debussy, Stravinsky, Lifar e alla danza in genere. Eccone alcuni nella traduzione di Nancy Marotta. Infanzia
Lo scalone ci serviva anche per dare degli spettacoli. Allora, a piedi nudi, mi trasformavo in ballerina e inventavo instancabilmente delle danze, partendo dal pienerottolo e atterrando al pianterreno. (…) Una volta alla settimana avevamo lezione di buone maniere. Il professore era un vecchietto armato di un violino in miniatura che ci insegnava le riverenze, il valzer e la quadriglia.

Diaghilev, Picasso e Stravinsky

Il periodo rosa seguì quello blu, poi venne quello dei donnoni grassocci e l’incontro con li teatro grazie a Diaghilev, per il quale fu fatta la deliziosa scenografia bianca e rosa del Tricorne e l’indimenticabile sipario di Parade. Sapientemente introdotto da Paul Guillaume, Picasso entrò nel cervello e nel salotto delle persone intelligenti tra l’arte negra e il doganiere di Rousseau. Fu così che le signore del bel mondo passarono allegramente, di punto in bianco, da JacquesEmile Blanche a Picasso e da Reynaldo Hahn a Stravinsky.

Renoir e i Ballets Russes

Quando volevo far piacere a Renoir, lo portavo agli spettacoli di Diaghilev. S’era innamorato dei Ballets Russes e aveva per Serge una grandissima ammirazione. Quando veniva cercavo di avere il palco vicino alla scala, perché il suo trasporto non fosse troppo complicato. Si metteva lì tutto impettito, col suo berrettino, e non perdeva un attimo della rappresentazione, divertendosi come un bambino. La Karsavina, con un’aigrette sulla testa, poteva farlo applaudire instancabilmente. Il carattere orientaleggiante delle scenografie di Bakst e di Benois lo incantava. Schéhérazade, per esempio l’aveva estasiato. E Diaghilev teneva sempre moltissimo alla sua approvazione.

Edward Stewart (1938 - New York 1996)
Tra le sue opere narrative, il romanzo Ballerina (1979) edito in Italia da Sperling & Kupfer. Ne sono protagoniste Stephanie Lang e Christine Avery, due giovani amiche che intraprendono insieme lo studio della danza classica. La prima è spinta dalla madre, un’ex ballerina di provincia che sogna di vedere un giorno la figlia danzare nell’American Ballet Theatre. La seconda è invece ostacolata dai genitori benestanti che non vedono di buon occhio l’amore della figlia per la danza. Entrambe coroneranno il loro sogno ma perderanno l’amicizia che le legava. Soltanto di fronte a una grave malattia di Christine, le due ragazze capiranno i veri valori della vita e quanto effimeri siano la gloria e il successo.

Frank Wedekind (Hannover 1864 - Monaco di Baviera 1918)
Celebre soprattutto come drammaturgo, è autore anche di racconti, novelle e saggi tra cui l’importante Sull’erotismo (Uber Erotik, 1906). Fra i suoi migliori racconti il misterioso e trasparente Mine-Haha, ovvero “dell’educazione fisica delle fanciulle” (Mine-Haha oder Über die hörperliche Erziehung der jungen Mädchen, 1903), titolo che rimanda a un nome indiano di donna traducibile in “acqua ridente”. La vicenda si svolge in un grande parco disseminato di case basse coperte di rampicanti. Qui bambine e ragazze passano i loro primi anni di vita. L’insegnamento che ricevono riguarda unicamente il loro corpo: vengono educate a “sentirlo” e a dargli perciò un’erotica “elasticità”. Il mondo esterno non ha nessun contatto con questo parco ma lo finanzia nell’attesa di ricevere le fanciulle che vi sono ospitate. Perché il passaggio, a un certo punto, nel mondo? Quale funzione avranno queste deliziose fanciulle nel mondo? Nel descrivere i misteri del parco, Wedekind sottolinea una certa utopia del corpo attraverso momenti anche di danza. Eccone alcuni nella traduzione di Vittoria Rovelli Ruberl (Adelphi 1975).
Una volta mi misi a gridare. Wera era in piedi davanti a me e, mentre mi parlava tranquilla, fece scivolare lentamente i suoi elastici piedini sulle mattonelle lisce allontanandoli uno dall’altro, fino a toccare il pavimento con il bacino. Fu come se mi sentissi io stessa spaccata a metà. Ma con altrettanta tranquillità, senza

La spaccata

muovere le spalle, senza piegare i ginocchi, come si era abbassata torno a rialzarsi. Che forza doveva esserci in quelle giovani membra! Quel corpo che m’inebriò Non mi riesce facile ora, a sessantatré anni, rendere in tutta la sua intensità l’impressione che allora provai. Simba era grande e insieme sottile come un filo, ma sul suo corpo non si vedevano né costole né tendini. La fissavo e avevo una sensazione come quella notte quando avevo sognato Morni. Il suo modo di distendere il corpo, di sollevare e abbassare il ventre, l’agio delizioso con cui lasciava cadere all’indietro le spalle, la dolce indolenza delle sue membra abbandonate, la flessibilità del suo corpo, il piacere col quale lei stessa sembrava prendere coscienza del proprio corpo e che trovava espressione in ogni piccolo movimento, tutto questo mi inebriò, mi affascinò, mi sopraffece a tal punto che per due giorni andai in giro come in un dormiveglia e dovunque guardassi avevo davanti a me solo la sua immagine. Lezioni di danza Simba dava lezioni di danza. Ogni quindici giorni dovevamo riunirci alla Casa Bianca, sempre solo le più giovani di tutto il parco, una ragazza per ognuna delle trenta case. Le nostre accompagnatrici vennero solo la prima volta. Le lezioni cominciarono con le danze patetiche, dove non riuscivamo mai a muovere le nostre membra con sufficiente lentezza. Solo nel secondo anno passammo alle danze più veloci, per le quali portavamo dei pesanti zoccoli nelle cui suole era addirittura inserito del piombo. Questo scioglieva le articolazioni così in fretta che ben presto tutte riuscivamo a slanciare con facilità i piedi sopra la testa delle altre. Nessuna come Wera Wera fu prescelta e per tutto l’inverno fummo solo in sei. Il suo modo affascinante di danzare ci rimase vivo a lungo davanti agli occhi. Le sue giunture sottili, le sue belle membra, i suoi movimenti maestosi non li aveva nessuna di noi.

FINE

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