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VERSIOE ORIGIALE (Embargo)

Centro Militare di Studi Strategici

GLI STUDI STRATEGICI I ITALIA

di Virgilio Ilari

“J’étudie! Je ne suis que le sujet du verbe étudier.


Penser, je n’ose. Avant de penser il faut étudier.
Seuls, les philosophes pensent avant d’étudier”.

Gaston Bachelard, 1961

I - Storia dell’esperienza italiana

1. Studi strategici: un concetto molto “britannico”

Secondo Neville Brown “the strategic studies emerged as a distinct


field of scholarly enquiring rather over 30 years ago. What this ‘emergence’
involved was the burgeoning of a conviction, during the late 1950s, that
strategy was altogether too crucial a subject to remain virtually the academic
preserve of a small number of somewhat isolated individuals with
backgrounds either in history or else the profession of arms. So what was
looked for instead was a large and vibrant community of thinkers hailing
from a rich variety of academic milieux (the pure science, most certainly
included) and, indeeds from a diversity of occupational backgrounds; the
military and academe, of course, but also the public services, the media, the
churches and industry. Links with officialdom soon proliferated but were
substantially offset by roots sunk deep and wide within the universities, not
least through by teaching programmes” (The Strategic Revolution. Thoughs
for the Twenty-First Century, Brassey’s, 1992, pp. 5-6).
A dire il vero, la “vibrante comunità” di cui parla lo studioso inglese
(docente di international security affairs all’Università di Birmingham) non
si è affatto definita in modo unitario. Né poteva essere altrimenti, sia perché
le questioni di possibile interesse strategico non sono predeterminabili, sia
perché gli studi relativi provengono da differenti matrici culturali (economia,
sociologia, geografia, scienze politiche, giuridiche, storiche, militari) e
rispondono alle occasioni, committenze e iniziative editoriali più casuali
nonché agli scopi e alle ideologie più disparate. Si tratta di contesti culturali
e scientifici autoreferenziali che tendono per forza di cose a ignorarsi
reciprocamente: anche per banalissime questioni pratiche, oltre che per
pregiudizio metodologico o ideologico. Non che occasionalmente non vi
siano stati e non vi siano tentativi di confronto e arricchimento
interdisciplinare, ma non possono certamente creare una “comunità”
scientifica, tanto meno “vibrante”. Malgrado la continua definizione e
revisione di un linguaggio comune, neppure le alleanze militari permanenti
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come la NATO sono in grado di unificare o almeno mettere a fuoco l’intero
patrimonio degli studi strategici: tanto meno ciò può prodursi
spontaneamente dal complesso delle attività accademiche. Ne consegue che
nessuna delle “etichette” coniate per imprimere una certa riconoscibilità e
legittimazione accademica o anche soltanto editoriale o biblioteconomica
alla améthodos hyle di cui stiamo parlando può essere considerata
sufficientemente ampia e univoca da ricomprenderle tutte.
La stessa etichetta utilizzata da Brown (strategic studies) non si è del
tutto affermata neppure negli Stati Uniti. E’ stata coniata in Gran Bretagna,
dove qualifica il prestigioso Istituto internazionale di Londra, ma non è
menzionata nell’International Military and Defense Encyclopedia della
Brassey’s (1992) e nel più recente saggio di Colin S. Gray (Modern Strategy,
Oxford U. P., 1999). E’ ignorata anche in Francia: non compare, ad esempio,
né nel Dictionnaire de stratégie militaire di Gérard Chaliand e Arnaud Blin
(Perrin, 1998), né nel ponderoso Traité de stratégie di Hervé Coutau-
Bégarie (Institut de stratégie comparée della Sorbona, ed. Economica, 2e Ed.
1999), che pure dedica molte pagine alla filologia e alla semantica delle
numerose locuzioni derivate da stratégie.
Nell’Europa continentale e negli Stati Uniti si tende piuttosto a
collocare gli studi strategici in ambiti disciplinari definiti in primo luogo dal
metodo più che dall’oggetto o dallo scopo, continuando a classificarli
nell’ambito generale delle scienze politiche ed economiche internazionali
(“international affairs”, “relations”, “security”, “political economy”) ovvero
della sociologia (“polémologie”). “Studi strategici” è stata rifiutata anche per
ragioni ideologiche dalla ricerca internazionalista e pacifista che le ha
contrapposto peace research, preferita dal governo svedese per qualificare lo
scopo dell’Istituto internazionale di Stoccolma. Ma, per ragioni opposte, non
ha avuto fortuna neppure in Francia, dove la scuola strategica nata dalla
soppressa Fondation pour les “études de défense nationale” continua a
difendere la specificità “militare” della strategia, influenzando anche la
scelta del nome (études de securité) dato dall’UEO all’Istituto europeo di
Chaillot, istituito nel 1990 su proposta della Francia.
C’è inoltre da segnalare lo scarto con il concetto corrente nel
linguaggio diplomatico ufficiale, che rubrica gran parte degli aspetti
strategici della sicurezza internazionale (e in particolare i negoziati e accordi
sul disarmo e il controllo degli armamenti) sotto la locuzione “politica
militare”. La scarsa diffusione di questo concetto al difuori del linguaggio
strettamente diplomatico sembra dipendere dal fatto che, pur essendo
indubbiamente corretto e anzi rigoroso dal punto di vista scientifico, può
ingenerare equivoci fra i non addetti ai lavori.
A metà degli anni Settanta si è poi ripreso a impiegare il vecchio
termine “geopolitica”, a lungo bandito per pregiudizio etico ma rilegittimata
sotto il profilo della “correttezza politica” dall’impatto che la scuola di Yves
Lacoste ha saputo esercitare sulla Sinistra francese e, attraverso di questa,
anche su quella italiana, che l’ha a sua volta riesportata in Germania.
Non si deve infine dimenticare che l’individuazione di un concetto in
grado di esprimere la correlazione tra gli aspetti militari e non militari della
politica è anche un problema specifico e interno delle scienze militari. A
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questo proposito il concetto liddellhartiano di “grand strategy” continua ad
aver miglior fortuna di altri qualificativi apparentemente meno vaghi, come
strategia “totale” (“Gesamtstrategie”) o “globale” (“global strategy”).

2. L’importazione italiana (1977-1987)

Com’è naturale, anche in Italia, come nella maggior parte degli altri
paesi, le Forze Armate hanno preceduto di vari decenni l’università nel
riconoscere l’esigenza di studiare le interrelazioni sempre più complesse tra
gli aspetti militari e non militari della guerra e della sicurezza. La struttura
gerarchica dell’ordinamento militare e una certa vocazione inconscia degli
stati maggiori verso l’onniscenza divina, hanno tuttavia condotto le Forze
Armate a impostare il problema essenzialmente in termini di “formazione”
culturale degli ufficiali superiori e generali, anziché di “ricerca”
interdisciplinare e quindi di accesso alle risorse culturali nazionali ed estere.
Ciò si ricava ad esempio dalla recezione del concetto francese di “alti studi
militari”, il cui ambito fu poi allargato nel 1965 quando il CASM, trasferito
nell’attuale sede di Palazzo Salviati, assunse il nome di Centro Alti Studi
Difesa (CASD).
Negli anni Cinquanta i militari italiani mutuarono dai colleghi
americani il concetto di “strategia globale”, sia pure mostrando di
equivocare l’esatto significato che l’aggettivo ha nel linguaggio militare
americano: loro intendono “mondiale”, noi “totale”. In ogni modo il
concetto ebbe in Italia un impiego piuttosto circoscritto, quasi solo nella
Scuola di guerra di Civitavecchia, dove una cattedra, appunto, di “strategia
globale” fu ricoperta dal colonnello di cavalleria Enrico Boscardi,
coadiuvato dal professor Franco Alberto Casadio, direttore della SIOI, quale
analista della conflittualità internazionale.
Anche l’importazione del concetto di “studi strategici”, avvenuta nel
1977-79, maturò all’interno delle Forze Armate, non però dello stato
maggiore. Diversamente dal caso della strategia “globale”, l’introduzione
della nuova espressione non fu infatti una mera evoluzione concettuale, un
aggiornamento scientifico del dizionario militare ufficiale (omenclatore
organico tattico logistico). Fu, invece, un progetto “politico” preciso e
ambizioso, che si proponeva di realizzare una “rivoluzione culturale” di
vasta portata, non soltanto nella cultura politica italiana ma anche e in primo
luogo nella mentalità e nella prassi dello stato maggiore. Fu, come stiamo
per dire, letteralmente una “rivoluzione dei colonnelli”, che, pur senza
poterlo dichiarare, si ispirava programmaticamente alla rivoluzione militare
attuata dal generale annoverese Gerhard Johann David von Scharnhorst
(1755-1813) contro le resistenze conservatrici della corte e del vecchio stato
maggiore prussiani, sfruttando abilmente l’incarico di vicedirettore della
Scuola di Guerra (conferitogli nel 1801) e le qualità letterarie del giovane
allievo Clausewitz, che nel drammatico decennio 1804-1814 fu l’infaticabile
Ghost-writer dei riformatori militari prussiani e il loro ufficiale di
collegamento con la società civile.
I due colonnelli della “rivoluzione militare italiana” erano, com’è
noto, il cavalleggero di scuola “britannica” Luigi Caligaris, allora capo
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Ufficio Politica Militare dello SMD, e l’alpino di scuola “francese” Carlo
Jean, caposezione e poi capo Ufficio Programmazione Finanziaria dello
SME. Sul modo di procedere le loro idee non collimavano: impaziente,
Caligaris volle caricare frontalmente, proponendo l’immediata creazione
dell’IISS italiano, subito bocciata dallo stato maggiore e dalla Farnesina, per
nulla disposti a scaldarsi in seno qualche serpe che poteva criticarli e magari
“scavalcarli” nella consulenza al governo e al parlamento. Più
machiavellico, Jean manovrò invece per linee interne nella no man’s land tra
esercito e paese. Seguendo il consiglio clausewitziano di predisporre la
difesa prima di partire all’attacco, Jean si preoccupò di farsi dare una
benedizione di massima (o meglio, una gesuitica “assoluzione anticipata”)
dal capo di stato maggiore dell’Esercito. Merito del generale Eugenio
Rambaldi è di avergliela accordata, passando sopra bonariamente a varie
“impertinenze” giovanili del vulcanico sottoposto.
L’azione di Jean consistette in sostanza nel volgere a vantaggio degli
studi militari il clima di unità nazionale che, in un paese lacerato da
profonde divisioni ideologiche e perfino da una sorta di “guerra civile
virtuale” (1), si era fortunatamente determinato nella seconda metà degli anni
Settanta. La sua “crociata” trovò attenzione e aperture nel mondo della
cultura e della politica, traducendosi in iniziative concrete. Quella allora di
maggior rilievo e più direttamente e stabilmente collegata con Jean fu senza
dubbio la creazione dell’Istituto Studi e Ricerche Difesa (ISTRID), fondato a
Roma nel 1979 da quattro uomini politici di maggioranza e di opposizione
che avevano improntato ad uno spirito bipartisan l’azione parlamentare sui
temi della difesa, consentendo l’approvazione del secondo e ultimo grande
riarmo postbellico del paese (Paolo Battino Vittorelli, socialista; Giuseppe
Zamberletti, democristiano; Pasquale Bandiera, repubblicano e Aldo
D’Alessio, stratega e tattico della nuova politica militare cooperativa del
PCI).
Ma Jean e/o Caligaris ebbero parte anche in altre tre iniziative del
1979-80: la rivista Politica Militare (poi Strategia Globale) diretta da
Edgardo Sogno (Centro Studi Manlio Brosio di Torino) e i due corsi
universitari di “studi strategici” e “storia delle istituzioni militari” istituiti
rispettivamente presso la facoltà di scienze politiche della LUISS di Roma e
quella della Cattolica di Milano dal rettore Rosario Romeo e dal preside
Gianfranco Miglio, entrambi ricoperti da docenti a contratto, vale a dire
Enrico Jacchia, analista strategico del Giornale di Montanelli, e il generale
Giuseppe Alessandro D’Ambrosio, in seguito segretario generale del
Consiglio supremo di difesa.
Per la precisione, la coincidenza temporale (1979) con la
pubblicazione di un mio primo abbozzo di storia politica delle Forze Armate
nel periodo postbellico fu del tutto fortuita. Ma provocò immediatamente, ad
iniziativa del tenente colonnello Jean, la nostra conoscenza e l’avvio di un
sodalizio in cui lavoro ed amicizia formano una sola cosa. Per mio tramite,
la crociata culturale alla quale mi sentivo orgoglioso di partecipare, fu estesa
al terreno della storia militare, nell’intento di reinserirla a pieno titolo tra le
scienze militari come parte essenziale e qualificante del consilium strategico.
Ascrivo soprattutto a mia colpa il sostanziale fallimento di questa particolare
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“campagna”, analizzata e narrata con acume e misura da Piero Del Negro in
vari scritti, e da ultimo nel suo intervento al II convegno nazionale di storia
militare svoltosi nel novembre 1999 presso il CASD.
Il nuovo clima creato dalla collaborazione tra l’ISTRID e il CASD
indusse il nuovo capo di stato maggiore della Difesa, generale Vittorio
Santini, a fare qualche apertura verso la proposta di Caligaris. Il 26
novembre 1981, nell’intervento inaugurale della XXXIII sessione del
CASD, accennò infatti alla possibilità di trasformarlo in “istituto militare di
studi strategici”. A realizzare la proposta - tra l’altro “ufficializzando” così
l’espressione “studi strategici” - fu tuttavia il generale Carlo Jean, con la
costituzione, avvenuta nel 1987 su suo progetto, del Centro Militare di Studi
Strategici. Il CeMiSS, costituito con decreto ministeriale 26 giugno 1987
alle dipendenze gerarchiche del capo di stato maggiore difesa e del
presidente del CASD, si differenziava da quest’ultimo per essere preposto
non già alla formazione culturale dell’alta dirigenza militare bensì alla
promozione della ricerca sui temi di interesse del ministero. Primo direttore
del CeMiSS, e in seguito presidente del CASD, Jean si occupò tuttavia
anche di didattica, sia in ambito civile (con un corso di “studi strategici”
presso la LUISS che integrava quello tenuto da Jacchia) sia in ambito
militare (con la sperimentazione, nel 1994-95, di nuovi criteri didattici per la
sessione ordinaria del CASD che contribuirono alla successiva costituzione
dell’Istituto Superiore Stati Maggiori Interforze, con compiti ben più ampi
del vecchio ISMI esistito negli anni Cinquanta).

3. La funzione pratica del concetto di “studi strategici”

Di Jean è anche il primo (e finora unico) manuale didattico di studi


strategici, indicati come “un campo disciplinare non ben definito, ma
strettamente collegato con la scienza della politica e con le relazioni
internazionali”, negli aspetti relativi alla sicurezza e alla “utilizzazione della
potenza militare per raggiungere obiettivi politici finalizzati a determinati
interessi degli stati” (Studi strategici, Milano, Franco Angeli, 1990, pp.11-
12). Malgrado questo riferimento apparentemente limitativo al solo ambito
disciplinare delle scienze politiche, dal resto del discorso si ricava una piena
concordanza con il concetto britannico di studi strategici.
Jean sottolineava infatti il contrasto tra l’Europa - dove gli studi
strategici sono rimasti a lungo “appannaggio delle tecnostrutture militari” e
gli Stati Uniti, “dove i rapporti fra le università, la cultura esterna ed i centri
decisionali sono sempre stati molto più stretti”. Inoltre, pur dedicando la
prima parte del manuale al concetto di strategia, Jean ne consacrava altre tre
alle questioni che erano di attualità alla fine della guerra fredda. Il taglio
meramente informativo del manuale risalta ancor più dal confronto coi due
saggi pubblicati dallo stesso autore per i tipi della Laterza nel 1995
(Geopolitica) e 1997 (Guerra, strategia, e sicurezza), i quali, al contrario del
manuale, intendono formalmente collocarsi all’interno delle due specifiche
discipline.
In definitiva Jean impiega “studi strategici” in senso empirico e non
epistemologico, proprio per segnalare che non debbono essere confusi con la
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strategia (o, per essere più precisi, con la “teoria della strategia”) che
appartiene alle scienze militari. L’espressione indica invece una rassegna
sistematica e analitica di tutti i settori delle scienze umane rilevanti per la
sicurezza e la difesa. Gli studi strategici non sono dunque una disciplina fra
le altre, definita da un metodo e da un oggetto, bensì una designazione
generale e generica, funzionale ad un obiettivo pratico, se si vuole
“politico”: vale a dire il censimento, la catalogazione e lo “stoccaggio”, ma
anche l’orientamento, il raccordo e la valorizzazione, di un potenziale
cognitivo che si considera essenziale per la sicurezza e la difesa della pace.
In definitiva la funzione pratica del concetto di studi strategici è di poter
meglio individuare l’interfaccia tra le scienze militari e le altre scienze
umane, nell’intento di estendere a queste ultime la cooperazione militare-
civile che è sempre esistita nel campo delle scienze esatte e naturali.
L’oggetto degli studi strategici non può dunque essere definito se
non in modo pragmatico, avendo come unico confine (peraltro poco netto)
quello istituzionale con gli enti di ricerca tecnico-scientifica della Difesa. In
realtà quel che in Gran Bretagna e in Italia va sotto il nome di “studi
strategici” coincide con ciò che in Francia si è preferito definire (in modo
più esplicito e politicamente impegnativo) études de defense nationale. Sia
pure con sfumature diverse, entrambe le formule designano al tempo stesso
il contenuto del think tank e le competenze di un soggetto istituzionale: vuoi
nazionale e militare come il CeMiSS di Roma, vuoi formalmente
internazionale e indipendente come l’IISS di Londra e il SIPRI di Stoccolma
(che, malgrado l’enfasi pacifista espressa dal nome, può essere per molti
versi comparato con l’IISS). Con formule intermedie, come la FEDN di
Parigi che era nazionale ma formalmente indipendente dal ministero della
difesa francese e l’Istituto di studi di sicurezza (IES) di Chaillot, che è
comunitario (2).

4. Il corpus di studi strategici prodotto dal CeMiSS

Condizione preliminare per la promozione istituzionale degli studi


strategici nazionali, ovvero per la realizzazione di un outsourcing imparziale
e proficuo, era la costituzione di una specie di “albo dei fornitori” o “registro
di leva”, mediante la ricognizione (talent scouting) e l’aggiornamento
permanente delle risorse esterne, che si era cominciato a censire
privatamente fin dall’inizio degli anni Ottanta (3). A tale scopo gli artt. 17 e
18 delle orme di funzionamento del CeMiSS, approvate con decreto
ministeriale 20 giugno 1989, prevedevano, ai fini esclusivi dell’affidamento
delle collaborazioni esterne, uno “schedario” permanente “delle attività e dei
titoli scientifici dei possibili collaboratori, militari e civili, nonché degli
Istituti di ricerca specializzati che hanno o possono avere rapporti di
collaborazione con il CeMiSS”. L’aggiornamento dello schedario faceva
ingenuamente appello all’autosegnalazione da parte degli studiosi: ma è
caduto nel vuoto, mentre la tenuta dello schedario implicava un impegno
continuativo superiore alle risorse del Centro e pertanto presto sacrificato ad
altre esigenze più impellenti.
Altre condizioni erano la catalogazione e l’aggiornamento delle
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biblioteche: tuttavia, malgrado alcuni conati di razionalizzazione avvenuti
alla fine degli anni Ottanta, la situazione è andata via via peggiorando, sia
per la mancata introduzione di criteri di classificazione accettabili sia,
soprattutto, per il mancato aggiornamento del patrimonio librario pubblico,
tanto delle università che del ministero della Difesa (in particolare
quest’ultimo, utile ormai soltanto per la ricerca storica ma non più per quella
strategica). Consola peraltro che la rapida obsolescenza delle biblioteche
pubbliche sia in parte compensata da una relativa crescita di quelle private,
che si possono dire coltivate con dedizione e sacrificio in genere
inversamente proporzionali all’età degli studiosi e al riconoscimento
economico e accademico ad essi elargito dalle istituzioni militari e
accademiche.
Malgrado tali avvilenti ed esasperanti carenze di mezzi, il CeMiSS è
riuscito, in quasi tre lustri di attività, a radicare anche in Italia un solido
punto di riferimento per gli studi strategici, realizzando una feconda e, come
vedremo, crescente cooperazione con l’università e con altri istituti e riviste
nazionali senza pregiudizi né discriminazioni di alcun genere. Ciò è tanto
più significativo se si pensa che ancora nel 1986, l’anno precedente la
costituzione del CeMiSS, l’accordo-quadro tra il CNR e il ministero della
Difesa (firmato da Giovanni Spadolini) era stato criticato dalla Repubblica e
dall’Espresso, con la denuncia, da parte della Casa della Pace, di un preteso
tentativo di “militarizzare” la ricerca scientifica.
Punta di diamante del CeMiSS sono ovviamente le circa 400
ricerche effettuate in 14 anni di attività, grazie alla collaborazione di studiosi
militari e civili, sovente riuniti in gruppi di lavoro. Per varie ragioni, soltanto
una parte delle ricerche è stata pubblicata: le prime 100 nella collana “blu”
stampata dalla Rivista Militare fra il 1989 e il 1998, altre 40, a partire dal
1996, edite dalla Franco Angeli (la maggior parte nella collana di
politica/studi, le altre in quelle di economia/ricerche, sociologia e sociologia
militare).
Si tratta di un poderoso corpus di studi strategici, il più cospicuo mai
comparso in Italia, che può, per qualità e quantità, ben reggere il confronto
con il corpus, per molti versi analogo, accumulato a partire dal 1994 da
Limes, la “rivista italiana di geopolitica” fondata e diretta da Lucio
Caracciolo. Non altrettanto, purtroppo, può dirsi quanto alla circolazione e
visibilità delle due produzioni (3), perché un ente pubblico italiano, e per
giunta militare, come il CeMiSS, non è nelle condizioni tecniche,
amministrative e finanziarie di competere con la professionalità editoriale, il
prestigio culturale e la verifica di mercato di una rivista diretta da uno dei
migliori giornalisti italiani, pubblicata da un gruppo editoriale come
L’Espresso-La Repubblica e affiancata da un numero crescente di
pubblicazioni gemelle in Francia, Germania, Stati Uniti e Cina (4).
Di particolare valore, anche e in primo luogo sotto il profilo
dell’etica e della pedagogia militare, è comunque il fatto che, in
collegamento con le università o anche in modo indipendente, il CeMiSS
abbia contribuito alla selezione, motivazione e formazione di giovani
studiosi, sia con premi per tesi di laurea sia consentendo a giovani laureati
non solo di svolgere il servizio di leva presso l’Istituto ma anche di
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partecipare alle attività di ricerca in fuzione della loro qualificazione
scientifica e senza riguardo al grado gerarchico ricoperto.

5. Il progetto Ungari-Luraghi di Università della Difesa (1990)

Fin dall’inizio della sua attività il CeMiSS si propose di integrare la


produzione di studi strategici di diretto interesse della Difesa con una più
vasta e ambiziosa attività di promozione e valorizzazione del potenziale di
ricerca esistente nella società italiana. Ciò era reso necessario dal
disinteresse e dalla prevenzione della cultura universitaria e dell’editoria
italiane nei confronti degli studi strategici, militari e geopolitici.
Il punto di partenza fu una ricerca, diretta dal compianto Paolo
Ungari e da Raimondo Luraghi, sugli Studi strategici e militari nelle
università italiane, pubblicata nel 1990, col n. 29, nella collana blu. Il
rapporto di ricerca osservava che l’occasionale partecipazione di docenti al
dibattito sui temi di interesse della Difesa avveniva a titolo personale, senza
“creare uno stabile rapporto con le strutture universitarie”, in cui, per varie
ragioni, si era “radicata una certa prevenzione ed avversione nei confronti
dei temi militari e di un eventuale coinvolgimento col mondo militare”.
Secondo il rapporto, gli stessi centri universitari di studi militari nati negli
anni Ottanta erano meramente nominali, biglietti da visita cui non
corrispondeva alcuna effettiva struttura di ricerca. Secondo il rapporto, erano
allora attivi 4 cattedre di storia militare (Pisa, Pavia, Cattolica e Padova) e 1
corso (a contratto) di studi strategici (LUISS), cui si potevano aggiungere
“altri 4 docenti che lavorano attraverso i rispettivi centri studio”.
Considerato l’ordinamento dell’università e della ricerca scientifica, il
rapporto giudicava “molto improbabile” che in futuro cattedre e centri
potessero aumentare per “processo naturale”. Suggeriva perciò - senza
interferire con l’autonomia universitaria - di istituire presso il CASD un
“corso di specializzazione in analisi della difesa”, con un ordinamento di
tipo universitario e aperto a frequentatori militari e civili. Il rapporto
ipotizzava un corso biennale, incentrato sulle scienze militari comparate
(strategia, arte operativa, organica, logistica) e sulle applicazioni militari
delle scienze umane (politica, diritto, storia, sociologia, economia,
geografia).
Il rapporto delineava in realtà una sorta di “libera università degli
studi militari” sul tipo della National Defense University (NDU) di
Washington, che facesse convivere dentro un’unica struttura - sostenuta dal
ministero della Difesa, ma autogovernata - ricerca pura, ricerca applicata e
didattica. Pur entro un tetto massimo di iscrizioni, si prevedeva infatti che il
corso potesse essere frequentato liberamente dagli interessati, garantendo un
congedo sabatico biennale (condizionato alla frequenza e al profitto) ai
frequentatori eventualmente appartenenti alle amministrazioni civili o
militari dello stato. Per non irrigidire la struttura e incentivare il merito
scientifico, si adottavano criteri americani anche per la scelta dei docenti,
con reclutamento concursuale e contratti annuali o biennali rinnovabili.
L’eresia era talmente enorme che i destinatari del rapporto nemmeno se ne
accorsero. La libertà di accesso al corso infrangeva infatti i cardini del
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modello continentale di formazione degli ufficiali, vale a dire l’omogeneità
generazionale e gerarchica dei discenti, il nesso con la carriera, l’uniformità
dell’insegnamento, la passività dell’apprendimento, il livellamento della
classe su valori medi. Con enfasi individualista e aristocratica, Ungari e
Luraghi facevano invece appello alla vocazione scientifica dei pochi,
all’ambizione intellettuale e morale di approfondire e ampliare, senza limiti
di grado ed età e senza corrispettivi immediati di carriera, le basi culturali
della professione intrapresa. Nulla dunque a che vedere con l’ISSMI,
saldamente ancorato al tradizionale modello organizzativo, formativo e
didattico delle scuole militari.

6. Dagli “studi strategici” alle “scienze della sicurezza e della difesa”

La collaborazione del generale Jean e di altri due autori italiani


all’International Military and Defense Encyclopedia (IMADE) diretta dal
colonnello americano Trevor N. Dupuy e pubblicata dalla Brassey’s nel
1992, suggerì al CeMiSS un obiettivo ancor più ambizioso del corso in
analisi della difesa.
L’idea era di affrontare direttamente il vero nodo irrisolto degli studi
strategici, cioè il valore cognitivo, l’effettiva fruibilità dei risultati acquisiti o
acquisibili dal complesso delle varie prospettive di ricerca. Era un problema
analogo, ma non identico, a quello oggi spietatamente sollevato da Sonia
Lucarelli e Roberto Menotti a proposito della politologia internazionalista
italiana, quando osservano che lo studio delle relazioni internazionali (RI) è
in Italia incentrato sulla “risoluzione di enigmi” (puzzle-solving) piuttosto
che sulla “costruzione di teoria” (theory-building) (5).
Il problema era analogo, perché anche nel campo della strategia si
trattava di evolvere dall’infanzia alla pubertà: ma anche diverso, perché si
trattava di farlo nei confronti non di una sola, bensì di numerose discipline
impuberi e di avviarle al connubio promiscuo. Si intendeva, dunque, porre al
centro la questione interdisciplinare, ossia della fecondazione reciproca e
della sinergia tra i vari ambiti disciplinari e scientifici, tra i molteplici metodi
di approccio alle questioni della pace e della guerra. Si trattava non più
soltanto di immagazzinare e al massimo catalogare nel dépot nazionale le
risorse culturali esistenti, ma di darne conto sul piano scientifico, di
sviluppare in termini generali, e non solo applicativi, le potenzialità
euristiche e teoretiche di tutte le scienze umane, sollecitandole ad occuparsi
in modo sempre più informato, continuativo e penetrante, ciascuna secondo i
propri metodi, oggetti e criteri scientifici, delle questioni rilevanti per la
difesa e la sicurezza. Non si trattava più semplicemente di adeguare la
cultura strategica nazionale al livello degli altri paesi occidentali; ma di
assegnarle addirittura un ruolo innovativo e trainante a beneficio dell’intera
comunità strategica occidentale. Appariva perciò necessario superare il
concetto empirico e pratico di “studi strategici”, ponendo invece al centro la
questione epistemologica delle “scienze della difesa e della sicurezza”, in
modo da favorire un confronto e una cooperazione effettivi e permanenti tra
le varie scienze umane e far così gradualmente maturare nuovi approcci
realmente interdisciplinari.
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A tale scopo si pensò di raccordare le risorse culturali nel frattempo
coltivate e maturate nel campo degli studi strategici con i grandi punti di
eccellenza della cultura italiana, lo storicismo critico e quel tipo di
enciclopedismo che si era appena espresso nell’Enciclopedia Einaudi, la
quale dedicava un intero volume, il quindicesimo, a rendere ragione dei
criteri sistematici adottati.
Ne derivò, nel 1995, un progetto CeMiSS di Enciclopedia delle
scienze della sicurezza e difesa, notevolmente diverso dall’enciclopedia
americana (6). Quest’ultima è infatti orientata essenzialmente sulle singole
tematiche strategiche e militari, mentre il progetto italiano dava molto più
risalto agli aspetti teorici, nonché alla storia e all’epistemologia dell’apporto
che tutte le scienze umane, e non soltanto quelle militari, hanno dato alla
formazione della moderna cultura della guerra e della pace, della sicurezza e
della difesa. Per questa ragione il progetto era incentrato su un nucleo di 63
voci (7) a carattere generale, sistematico, storico-critico e possibilmente
innovativo (es. “eziologie della guerra”), come nell’Enciclopedia Einaudi.
Si fissavano inoltre precisi e dettagliati criteri metodologici per la redazione
delle voci maggiormente impegnative dal punto di vista teoretico, in modo
da renderle omogenee ed eventualmente pubblicabili in volume separato. Le
altre voci erano a carattere più informativo, in linea di massima
corrispondenti a quelle dell’IMADE. Tuttavia, per ragioni teoretiche e
didattiche, si introduceva anche qui un elemento sistematico, individuando
22 “lemmi-chiave” (8) sotto i quali venivano raggruppate quasi metà delle
voci (204 su un totale di 498).
E’ molto importante sottolineare che proprio l’impianto “storicista”
del progetto italiano portò ovviamente ad escludere le voci a carattere storico
o biografico, che invece appesantiscono l’IMADE. Da un lato non erano
necessarie, dal momento che già nel 1995 esistevano, anche in traduzione
italiana, numerosi e non disprezzabili dizionari storico-militari, dedicati agli
armamenti, alla biografia, ai conflitti e battaglie, a singole nazioni (come la
Francia e gli Stati Uniti). Ma si considerò soprattutto che costellare
l’Enciclopedia di voci cosiddette “storiche” sarebbe stato del tutto fuorviante
rispetto all’intento scientifico del progetto. Lungi dal vilipendere una cosa
seria come la storia militare confinandola in 100 o 10.000 voci banalmente
informative e “narrative”, si trattava piuttosto di dedicarle una sola, ma
buona, voce sistematica, che informasse il lettore sull’origine, la funzione
scientifica, gli sviluppi, il valore cognitivo, l’influenza sulla formazione del
pensiero strategico, le “scuole” in cui si divide tale complessa disciplina. La
vera sfida culturale, la vera necessità scientifica era invece fare in modo che
l’approccio storicista permeasse e vivificasse proprio le voci destinate a
presentare al lettore lo sviluppo e la funzione delle altre “applicazioni
militari” delle scienze umane, soprattutto quelle più “refrattarie” a tale
trattamento critico: dalla strategia all’“arte militare” (o “teoria delle
operazioni”), dalla sociologia militare alla geopolitica, dalla polemologia
alla teologia della guerra.
Pur esprimendo a voce un certo scetticismo sulla possibilità che la
cultura italiana fosse in grado di promuovere e realizzare, pur con tutte le
opportune integrazioni di autori stranieri, un progetto tanto ambizioso, il
11

_
ministro pro tempore, Beniamino Andreatta, approvò la proposta del
CeMiSS, incaricando il generale Jean, allora presidente del CASD, della
direzione scientifica e del piano editoriale. Quest’ultimo si basava
giustamente sulla cooperazione con l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, con
il quale fu presto raggiunta un’intesa di massima. Purtroppo le temporanee
difficoltà amministrative dell’Istituto, allora presieduto dal Nobel Rita Levi
Montalcini, aggiornarono la realizzazione del progetto, malgrado una prima
individuazione dei direttori di sezione e degli estensori delle voci, in gran
parte designati, per merito e competenza, nella nuova generazione di studiosi
che, anche col sostegno del CeMiSS, si è formata nell’ultimo decennio. La
destinazione del generale Jean ad altro importante incarico internazionale e
un certo clima di stanchezza e provvisorietà determinatosi a seguito del
processo di ristrutturazione e contrazione del ministero della Difesa non
hanno finora consentito di rivitalizzarlo.

7. L’impatto delle due “professionalizzazioni”, militare e universitaria

Nella seconda metà degli anni Novanta la cooperazione militare-


civile nel campo delle scienze umane ha subito, non solo in Italia ma più in
generale in Europa, l’impatto di due mutamenti sociali paralleli, da un lato la
“professionalizzazione” delle Forze Armate e dall’altro quella
dell’università.
Il loro effetto congiunto sugli studi strategici italiani è stato di
appannare la dimensione della ricerca e di enfatizzare la didattica. Da un lato
la pur lenta anemizzazione del servizio militare obbligatorio in vista della
sua prevista soppressione ha privato fin d’ora le Forze Armate delle
professionalità potenzialmente apportate dai coscritti, che, sia pure in misura
del tutto casuale e inadeguata, si era talora riusciti a valorizzare, come
dimostra la bella esperienza, purtroppo ormai quasi conclusa, dei soldati
ricercatori del CeMiSS: una sola squadra in servizio attivo ... ma, volendo e
sapendoci fare, un’intera compagnia di riservisti! (9).
Dall’altro lato la riconversione del ruolo strategico delle Forze
Armate italiane, che assegna la priorità assoluta (e quasi esclusiva) alla
partecipazione alle missioni di pace fuori del territorio nazionale, ha
modificato il profilo professionale e il bagaglio culturale richiesto per le
varie categorie del personale militare (ufficiali, sottufficiali e truppa). Si è
pertanto configurata una sorta di “emergenza formazione” (riflessa perfino
nella nuova denominazione data al vecchio Ispettorato delle Scuole
dell’Esercito), ulteriormente complicata dalla questione degli incentivi
all’arruolamento volontario, da cui deriva la necessità di mediare le esigenze
strettamente militari con quella di poter ricollocare una parte del personale
più anziano sul mercato del lavoro o nelle forze di polizia e con quella di
poter sufficientemente amalgamare militari dei due sessi.
Ciò è avvenuto proprio mentre il vecchio modello dell’università
entrava in crisi. Inevitabilmente, l’eccessiva resistenza all’aggiornamento ha
condotto all’implosione delle vecchie facoltà, con una proliferazione
indiscriminata di nuovi corsi di laurea e di specializzazione orientati non più
sulla formazione culturale di base, ma sulle nuove figure professionali
12

_
richieste dalla o proposte all’industria e alla società civile.
Solitamente questo processo viene indicato come “licealizzazione”
dell’università. Il termine non è appropriato, perché il liceo mirava proprio a
quella formazione culturale di base, completata poi dagli studi universitari,
che oggi è entrata in crisi. Per essere più precisi, si dovrebbe dire che
l’università si sta “tecnicizzando”, sta assumendo la funzione un tempo
propria degli istituti tecnici e di avviamento professionale.
Così si può cogliere un parallelismo non meramente semantico tra le
due “professionalizzazioni”, quella dell’università e quella delle Forze
Armate. Entrambe si stanno riconvertendo sulla produzione di “skill”, ossia
la capacità di svolgere un certo tipo di lavoro. Ma un solo tipo di lavoro.
Non si può negare che si tratti a suo modo di una “qualificazione”, ma
certamente di livello inferiore rispetto alla formazione generale che un
tempo sia l’università che le scuole di guerra e le stesse accademie militari
erano in grado di assicurare.
Non v’è dubbio che la recente concessione (perfino retroattiva, ma a
domanda) di titoli di studio universitari (diploma, laurea e master in “scienze
strategiche”) agli ufficiali provenienti dai corsi regolari (v. infra, II) viene
incontro ad una richiesta della “base” che si era andata affacciando già dal
Sessantotto ed è stata poi ripresa dagli organi della Rappresentanza militare.
Essa non riguarda però in alcun modo la questione scientifica del sapere
militare: basti osservare, a tale proposito, che il titolo accademico non può
essere in alcun modo disgiunto dal conferimento del grado e
dall’immissione nei ruoli, né conseguito da diverse categorie di potenziali
aspiranti. Ciò è tanto più paradossale se si pensa che anche la
denominazione adottata (“scienze strategiche”), se può essere accettabile per
il master, è poco congruente con l’oggetto degli insegnamenti da cui
conseguono il diploma e la laurea. Basta, a tal fine, confrontare la
qualificazione propriamente “strategica” assicurata dai corsi modenese e
torinese con quella ben più vasta richiesta ai militari di leva impiegati quali
ricercatori presso il CeMiSS, tutti laureati in scienze politiche, sociali ed
economiche o in giurisprudenza, generalmente con tesi in relazioni
internazionali, storia militare, studi strategici e simili.
In realtà l’aspirazione al titolo accademico “speciale” è piuttosto una
“spia”, raggelante, dello scarso orgoglio che molti degli stessi ufficiali,
soprattutto delle nuove leve, sembrano avvertire per la propria commission,
come se non considerassero sufficiente e anzi superiore l’onore delle
spalline. Sicuramente sono prevenuto, perchè, insomma, questo connubio
“post-eroico” e italiano tra grado militare e grado accademico è anche una
pugnalata a tradimento al povero giureconsulto Cristoforo Lanfranchino, che
tanto si era affaticato de miltum et doctorum praeferentia. Molto è cambiato,
per fortuna, dalla Prussia di Theodor Fontane, quando i professori
sognavano di poter barattare la cattedra con le spalline di sottotenente e
intanto educavano gli studenti liceali a uccidere e morire per la grandezza
della patria. Ma viene ancora a proposito la splendida risposta del
feldmaresciallo prussiano Bluecher (idolatrato dai suoi uomini, che lo
chiamavano Alte Vorwaerts, “il Vecchio ‘avanti’”) alla notizia di essere
stato insignito di una laurea honoris causa per la vittoria di Waterloo: “se
13

_
fate me dottore, dovete fare Gneisenau farmacista” (alludendo al ruolo
svolto dal suo capo di stato maggiore, subentrato nel 1813 a Scharnhorst,
caduto sul campo dell’onore).
Non sembra che le Forze Armate, né in Italia né negli altri paesi
europei, abbiano finora pienamente avvertito la portata del mutamento
culturale in atto e la sfida che esso rappresenta per la stessa permanenza e
trasmissione del sapere scientifico militare. Naturalmente la sfida riguarda
tutte le scienze umane, ma non tutte corrono i medesimi rischi. Per fare un
esempio è evidente che la scienza giuridica non si può ridurre alla mera
sommatoria delle cognizioni richieste per lavorare quale “operatore del
diritto” (magistrato, avvocato, poliziotto ...) o quale docente della facoltà di
giurisprudenza. Purtroppo è meno evidente, anche agli stessi stati maggiori,
che la scienza militare non è la semplice sommatoria degli skill assicurati
dalla formazione militare. Ciò è tanto più rischioso quanto più uno
strumento militare - come sta accadendo a quelli europei, con l’eccezione
inglese - viene riconvertito ad un unico compito, vale a dire le missioni di
pace all’estero.
Beninteso la professionalizzazione parallela delle Forze Armate e
dell’università ha prodotto almeno un effetto positivo, perché ha rimosso
quasi di colpo gli ostacoli alla loro collaborazione. La necessità di doversi
riconvertire dall’economia della rendita a quella del mercato ha spazzato via
i pregiudizi aristocratici e moralistici a lungo coltivati dall’accademia
italiana nei confronti dei militari, mentre il fatto di cominciare a comportarsi
da clienti ha indotto i militari a diventare più esigenti e ad attenuare il senso
di inferiorità e la deferenza un po’ ridicola che in passato dimostravano nei
confronti dei “professori”.
Ma c’è da segnalare che questa nuova e più intensa cooperazione con
l’università avviene sul terreno della formazione e non più, come in passato,
sul terreno della ricerca. In linea di principio non c’è alcuna ragione per la
quale non sia possibile coltivare il rapporto ad entrambi i livelli. Ma bisogna
sottolineare con forza che si tratta di due questioni qualitativamente del tutto
diverse, perché ogni fungibilità sarebbe fatalmente governata dalla legge di
Gresham. Un conto è diplomare i volontari in ferma prolungata, un altro
produrre la carta etnica dell’Albania saggiamente acquistata in edicola
dall’accorto generale Forlani prima di partire per la missione “Alba”.

ote

(1) V. Ilari, Guerra civile, Ideazione, Roma, 2001.

(2) Lo storico delle istituzioni militari è indotto a interrogarsi non solo sulle ovvie differenze,
ma anche sulle meno scontate analogie che si potrebbero istituire tra questi istituti strategici
nazionali e i dépots de la guerre e de la marine creati in Francia alla fine del Seicento per
raccogliere in modo sistematico tutti gli studi, le memorie, le carte e i documenti utili per
pianificare la guerra e le campagne militari. L’interesse storico dell’analogia è duplice. Da
un lato, infatti, i due dépots francesi e gli enti analoghi delle altre nazioni favorirono la
nascita delle scienze militari, in particolare con lo sviluppo della geografia, della cartografia,
della statistica e della storia militare (che allora era coltivata per scopi pratici e immediati,
cioè per trarne non solo ammaestramenti generali e formazione culturale, ma anche
14

_
informazioni e previsioni operative). Ma dall’altro segnarono un salto di qualità nel sistema
di comando dell’antico regime, fino a quel momento basato esclusivamente sull’imperium,
introducendovi il principio del consilium, attorno al quale presero poi lentamente corpo la
centralizzazione delle decisioni e la moderna organizzazione degli stati maggiori centrali.

(3) Cfr. V(irgilio) Ilari e P(iero) V(isani), “Il campo di studio della politica militare e il suo
sviluppo in Italia”, in Politica Militare, III, N. 8, giugno 1981, pp. 25-34. V. Ilari, “Gli studi
militari in Italia”, in Rivista Militare, 1982, N. 2, pp. 13-. V. Ilari e Sergio A. Rossi: “Gli
studi strategico-militari in Italia”, in Politica Militare, IV, N. 13, luglio-agosto 1982, pp. 21-
44. V. Ilari, “Military Studies in Italy: A Historical Introduction to the Problem”, in Trend in
Strategic Studies, International Meeting, Turin, 9-12 December 1982, Centro Studi Manlio
Brosio, pp. 41-45. Id., “Istituti universitari o privati italiani”, in Informazioni parlamentari
della Difesa, dicembre 1982 - gennaio 1983. Id., “Cultura universitaria e cultura militare”,
fascicolo di documentazione ciclostilato di 128 pp. diffuso nel convegno di studio indetto
dalla Rivista Militare nel 1983 sul tema “La sicurezza e la condizione militare in Italia”, una
cui breve sintesi è stata pubblicata in Rivista Militare, Quaderno N. 2 (“Atti del convegno di
studio”), 1984, pp. 96-101. Id., “Gli studi strategici in Italia. Bilancio di un triennio”, in
Strategia Globale, N. 5, 1° semestre 1985, pp. 199-230. Id., “Italy”, in Luc Reychler and
Robert Rudney (Eds.), Directory Guide of European Security and Defense Research,
Leuven University Press and Pergamon Brassey’s, 1985, pp. 181-205. Id., “‘Cultura
militare’ e ‘nazione guerriera’ (1925-1943), in Ferruccio Botti e V. Ilari, Il pensiero militare
italiano dal primo al secondo dopoguerra 1919-1949, USSME, Roma, 1985, pp. 273-338.
Id., “Gli ufficiali di stato maggiore e la riforma degli studi militari”, ibidem, pp. 563-582.
Id., “Cultura militare e cultura universitaria per gli ufficiali italiani dal dopoguerra ad oggi”,
in Giuseppe Caforio e Piero Del Negro (cur.), Ufficiali e società, Milano, Angeli, 1988, pp.
465-502. Paolo Ungari, Raimondo Luraghi, Virgilio Ilari e Michele Nones, Studi strategici e
militari nelle università italiane, Rapporto di Ricerca N. 29, CeMiSS, Roma, ed. Rivista
Militare, 1990.

(4) La Rivista Militare era in grado di stampare, ma non di distribuire le pubblicazioni del
CeMiSS. La veste tipografica era inoltre scoraggiante (micidiali copertine color carta da
zucchero). L’accordo con la Franco Angeli non ha risolto il problema e semmai ha
ulteriormente rarefatto la circolazione, a causa delle tirature limitate (che impongono prezzi
unitari eccessivi e compromettono la distribuzione) e dell’assoluta mancanza di pubblicità. Il
risultato è che non solo la collana CeMiSS è pressoché sconosciuta, ma addirittura neppure
le biblioteche specializzate (forse nemmeno quella del CASD!) ne possiedono una serie
completa (neppure chi scrive ha potuto evitare varie dolorose lacune, nonostante continue
richieste condotte con la più ottusa, importuna ed esasperante petulanza abruzzese integrata
da periodiche, brutali “perquisizioni” lance et licio).

(5)
Sonia Lucarelli e Roberto Menotti, “Le relazioni internazionali nella terra del Principe”, in
Rivista Italiana di Scienza Politica, n. 2, 2002 (in corso di pubblicazione: per cortese
anticipazione degli autori).

(6)
Confronto tra le 17 sezioni tematiche dell’International Military and Defense
Encyclopaedia (Brassey’s 1992) e le 12 previste dal progetto di Enciclopedia delle
scienze della sicurezza e della difesa (CeMiSS, 1995)
------------------------------------------------------------------------------------------
--
IMADE 1992 Progetto CeMiSS 1995
____________________________________________________________________
Sezioni voci Sezioni voci
____________________________________________________________________
Aerospace Forces and Warfare 30 1. Arte Militare 152
Combat Theory and Operations 68 2. Sociologia e
15

_
psicologia militari 18
Leadership, Command
and Management 20 3. Diritto e organizzaz. militare 59
Countries, Regions
and Organizations 135 4. Informazioni militari 29
Armed Forces and Society 19 5. Scienze e tecnologie militari 60
History and Biography 158 6. Politica internazionale 32
Land Forces and Warfare 49 7. Politica militare 28
Logistics 35 8. Economia della difesa 21
Manpower and Personnel 40 9. Diritto internaz. bellico 51
Materiel and Weapons 37 10. Etica e filosofia del conflitto 24
aval Forces and Warfare 33 11. Scienze Militari 9
Technology, Research and
Development 49 12. Modelli e dottrine nazionali 15
Military Theory and Operations
Research 14 (sono omesse le voci a carattere storico,
Defense and International Security biografico e nazionale)
Policy 33
Military and International Security
Law 13
Military Intelligence 22
General Military 46

(7)
Le 63 voci a carattere sistematico previste dal progetto di “Enciclopedia delle scienze
della sicurezza e della difesa” (CeMiSS 1995) erano le seguenti: Architettura militare - Arte
militare - Demografia militare - Difesa (diritto costituz. comparato) - Difesa (diritto
costituz. italiano) - Diritto internazionale bellico - Diritto penale militare - Ecologia
militare - Economia internazionale - Economia militare - Elettronica militare - Ergonomia
militare - Geoeconomia - Geografia militare - Geopolitica - Geostrategia - Guerra
(antropologia) - Guerra (comunicazioni sociali) - Guerra (diritto costituz. comparato) -
Guerra (diritto costituz. italiano) - Guerra (diritto internazionale) - Guerra (etologia) -
Guerra (eziologie della) - Guerra (fantascienza) - Guerra (filosofia morale) - Guerra (studi
sulla differenza sessuale) - Guerra (ideologia della) - Guerra (letteratura di) - Guerra
(psicanalisi) - Guerra (teoria economica) - Guerra (teoria politica) - Iconografia militare -
Informatica militare - Idrografia e Oceanografia militari - Ingegneria militare - Intelligence
(teoria dell') - Intelligenza artificiale - Istituzioni militari (ordinamento) - Istituzioni militari
(sociologia) - Istituzioni militari (teoria politica) - Logistica - Medicina militare -
Meteorologia militare - Organica - Organizzazione militare - Pace (filosofia del diritto) -
Pace (ricerca sulla) - Pedagogia militare - Polemologia - Politica internazionale - Politica
militare - Psichiatria militare - Ricerca militare (Scienza e tecnologia) - Ricerca operativa -
Robotica militare - Scienze e tecnologie militari - Simulazione operativa - Sociologia
militare - Statistica militare - Storia militare - Strategia - Studi militari e strategici -
Tattica - Topografia militare.

(8)
I 22 lemmi generali comuni a 3 o più voci erano i seguenti: "Guerra" (35 voci) - "Difesa"
(22) - "Forze" (21) - "Sistemi" (18) - Operazioni" (15) - "Informazioni" (13) - "Personale"
(13) - "Servizi" (8) - "Armamenti" (8) - "Armi" (7) - "Pace" (7) - "Manovra" (5) - "Geo-" (4)
- "Mezzi" (4) - "Sicurezza" (4) - "Codificazione" (4) - "Industria" (3) - "Istituzioni militari"
(3) - "Potere" (3) - "Ricerca" (3) - "Spese militari" (3).

(9) tale si considerava l’Associazione degli ex-ricercatori Cemiss (ARC) fondata nel 1996 e
coordinata dal dottor Angelo Pirocchi, cultore della materia presso la cattedra di storia delle
istituizioni militari della Cattolica di Milano nonché contitolare della Libreria Militare di
Milano, aperta nel 1997 e specializzata nei tre settori della storia militare, degli studi
strategici e della geopolitica.
16

Fonti deglle rassegne allegate al presente saggio. Le notizie riferite nei tre allegati sui
nuovi titoli di studio militari (II), sui master in peacekeeping (III) e sulle cattedre di studi
strategici e centri di studio connessi (IV) sono state raccolte grazie alla collaborazione di
gran parte degli stessi interessati, ovvero desunte da un documnento interno dell’ISSMI
consultato presso il CeMiSS, dalla circolare n. 1203/RS/2.1050 del 19 marzo 2001
dell’Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione (Esercito) e dai siti web degli Enti
citati (questi ultimi raccolti da collaboratori della cattedra di storia delle istituzioni militari,
in particolare il laureando Lorenzo Guietti).
17

_
II. I nuovi titoli di studio militari*

*Venendo incontro ad una istanza già sollevata già alla fine degli anni Sessanta dalla
pubblicistica militare e rivendicata dagli organismi cerntrali della Rappresentanza
Militare, nel 2000 l’Ispettorato della Formazione e Specializzazione dell’Esercito ha
stipulato una convenzione con l’Università di Torino per il riconoscimento di un diploma e
di una laurea in “scienze strategiche” esclusivamente riservati ai sottotenenti e ai tenenti in
s. p. e. provenienti dai corsi regolari dell’Accademia di Modena e della Scuola
d’Applicazione di Torino , in aggiunta all’“avvicinamento alla laurea” in ingegneria,
giurisprudenza e scienze politiche, economiche, matematiche, fisiche e naturali già
riconosciuto dalla legge 23 giugno 1990 n. 169. Analoga convenzione è stata stipulata,
sempre con l’università di Torino, per un “master in scienze strategiche” corrispondente al
corso normale di stato maggiore, integrato da un “corso pluritematico”, ristretto e
facoltativo. Una terza convenzione, per un master di secondo livello in “studi internazionali
e strategico-militari” da tenersi presso l’Istituto Superiore Stati Maggiori Interforze
(ISSMI) di Roma, è stata stipulata, sempre nel 2000, dallo stato maggiore Difesa con le
università di Milano (Statale) e Luiss Guido Carli di Roma.

1. Il diploma e la laurea in scienze strategiche di Torino (2001)

La legge 23 giugno 1990, n. 169, impegna le facoltà di ingegneria,


giurisprudenza e scienze politiche, economiche, matematiche, fisiche e
naturali, a riconoscere validi, ai fini dell’ammissione ai loro corsi di laurea,
gli esami sostenuti dagli ufficiali in servizio permanente provenienti dai
corsi regolari delle Accademie e Scuole di Applicazione, sulla base della
loro corrispondenza con gli esami previsti dai rispettivi piani di studio. Le
discipline interessate sono quelle insegnate, sulla base di particolari
convenzioni tra le Accademie e Scuole d’Applicazione e le università statali
viciniori e nel rispetto delle condizioni previste dall’art. 3 della citata legge,
da docenti di ruolo incardinati in tali università. I tenenti e sottotenenti di
vascello provenienti dai corsi regolari conseguono pertanto il cosiddetto
“avvicinamento” alla laurea, con facoltà di conseguirla presso qualsiasi
facoltà di loro scelta sostenendo gli esami necessari per completare il piano
di studio (2 per giurisprudenza) e l’esame finale di laurea.
A tale opportuno riconoscimento del livello di istruzione acquisito
negli istituti militari, se ne è aggiunto nel 2000, per i soli ufficiali
dell’Esercito, uno ulteriore. Non già in base ad una legge, ma in virtù di una
delibera dell’università di Torino, a sua volta conseguente da apposita
convenzione stipulata con l’Ispettorato Formazione e Specializzazione
dell’Esercito.
Nell’ambito dell’autonomia universitaria, l’ateneo subalpino ha a tal
fine istituito un corso di laurea interfacoltà di cosiddette “scienze
strategiche”, corrispondente - con marginali modifiche - al complesso degli
insegnamenti impartiti presso l’Accademia di Modena e la Scuola
d’Applicazione di Torino. In aggiunta alla laurea, è stato istituito un diploma
corrispondente al primo biennio di formazione, compiuto presso
l’Accademia di Modena. In quest’ultimo caso la denominazione “studi
strategici” appare alquanto impropria, considerato che, come si evince dal
piano di studi del biennio, l’insegnamento qualificato “studi strategici” è in
realtà quello di “arte militare”, impartito da un docente militare.
18

_
Del resto la stessa università ammette implicitamente che, sotto il
profilo della formazione, i cambiamenti apportati al precedente piano di
studi sono irrilevanti, dal momento che estende il conferimento della laurea
in scienze strategiche anche agli ufficiali effettivi delle Varie Armi e dei
Corpi amministrativi e logistici dell’Esercito provenienti dai corsi anteriori
alla riforma del piano. Estensione peraltro non automatica, bensì a domanda
e mediante il pagamento di una tassa di lire 500.000. Sotto il profilo
dell’ordinamento delle Forze Armate, l’iniziativa dell’Esercito non ha
mancato di sollevare delicati problemi giuridici, a cominciare dal caso degli
ufficiali dei Carabinieri provenienti dai corsi anteriori alla recente
trasformazione dell’Arma in quarta Forza Armata (è auspicabile che la
soluzione non sbocchi, per analogia lessicale col celebre amaro, in una
laurea in “scienze del carabiniere”).
Il C.d.L. interfacoltà in scienze strategiche, costituito dal complesso
dei corsi svolti presso la Scuola d’Applicazione da docenti di ruolo delle
quattro facoltà torinesi interessate, integrato dal ricoscimento dei corsi svolti
da docenti militari e di quelli, militari e civili, svolti nel primo biennio
presso l’Accademia di Modena, ha per fine “l’acquisizione di adeguate
conoscenze di metodi e contenuti culturali, scientifici e professionali
nell’ambito delle discipline militari”. In base ai profili professionali previsti
dalla formazione degli ufficiali effettivi dell’Esercito (Corpo
d’amministrazione, Armi di linea, Trasmissioni, Genio e Corpo Trasporti e
Materiali), il corso si articola in 3 indirizzi (“amministativo”, “politico
organizzativo” e “tecnico”) corrispondenti il primo (IA) alle facoltà di
giurisprudenza e scienze economiche, e gli altri due, rispettivamente, a
quelle di scienze politiche (IPO) e di scienze matematiche, fisiche e naturali
(IT). Quest’ultimo si articola a sua volta in 3 “orientamenti” professionali:
“trasmissioni” (IT-OT), “genieri” (IT-IG) e “trasporti e materiali” (IT-
OTM).
Dal punto di vista strettamente accademico gli indirizzi sono dunque
in sostanza i vecchi (e tuttora validi) “avvicinamenti”, con l’unica aggiunta
dei corsi professionali svolti da docenti militari e di un certo risalto dato a tre
insegnamenti preesistenti e comuni al normale corso di laurea in scienze
politiche, vale a dire “scienze strategiche (corso avanzato)”, “storia militare”
(in realtà corrispondente al corso ordinario di “storia delle istituzioni
militari”) e “sociologia militare” (sul contenuto di questi corsi, v. infra, IV).
Il corso è riservato esclusivamente agli allievi ufficiali in servizio
permanente effettivo dell’Esercito. Il numero degli studenti da ammettere ai
singoli anni è pertanto determinato annualmente dall’Accademia di Modena
e dalla Scuola d’Applicazione di Torino, di concerto con le locali università.
Queste ultime sono “coinvolte”, assieme al ministero della Difesa, nella
determinazione dei criteri per la composizione della commissione
esaminatrice dei candidati al concorso di reclutamento indetto
dall’Accademia.
Il corso ha durata quadriennale, con un biennio comune, da svolgersi
presso l’Accademia, che comporta l’acquisizione del diploma universitario
in studi strategici, e in un biennio di indirizzo da svolgersi presso la scuola
di Torino. La scelta dell’indirizzo è compiuta al termine del secondo anno
19

_
accademico dai diplomati. La laurea viene rilasciata dalla facoltà
corrispondente all’indirizzo ovvero (nel caso dell’indirizzo amministrativo)
alla materia in cui lo studente ha scelto la tesi.
La struttura e le attività didattiche del biennio di indirizzo sono
disciplinate da apposito regolamento e coordinate da un consiglio di corso di
laurea. Le attività didattiche previste per il primo biennio ammontano a un
totale di 910 ore di lezioni accademiche e circa 200 ore in aggiunta da
destinare a cicli di lezioni integrative, attività di tutorato, laboratori, lettorati,
esercitazioni. Per il secondo biennio ammontano ad altre 910 ore (tranne che
per il terzo indirizzo, “orientamento genieri”, dove sono ridotte a 805).
Le discipline del primo biennio sono 13 (sono contrassegnate da
asterisco quelle comuni ai corsi di laurea ordinari della facoltà di scienze
polutiche di Torino):
•8 comuni civili: geografia politica ed economica; istituzioni di economia politica*;
istituzioni di diritto pubblico*; linguistica inglese*; statistica*; storia contemporanea*;
informatica generale; sociologia*;
•3 comuni professionali: topografia; studi strategici (arte militare); sistemi organizzativi
(ovvero tecnologia e sistemi d’arma).
•2 di indirizzo a scelta fra 4: istituzioni di diritto privato italiano e comparato* (IA); fisica
generale (IPO, IT); istituzioni di matematiche (IT); matematica generale (IA, IPO)

Le discipline del secondo biennio sono complessivamente 35,


variando ovviamente a seconda degli indirizzi e orientamenti, con la
seguente distribuzione:

a) 4 materie comuni a tutti gli indirizzi (IA, IPO, IT):


•2 generali: antropologia culturale e tecniche di comunicazione di massa;
•2 applicate: diritto internazionale (d.i. bellico) e teoria dell’organizzazione (logistica
integrata);

b) 5 materie comuni a più indirizzi e orientamenti:


•1 comuni a IA, IPO, IT-OT e IT-OTM: contabilità di stato
•4 comuni a IPO e IT-OT, IT-OG e IT-OTM: 1 seconda lingua (a scelta francese, tedesca o
spagnola) e 3 applicate: storia militare (corrispondente al corso ordinario di storia delle
istituzioni militari)*, sociologia militare (corso avanzato)*, chimica organica applicata;

c) 10 materie esclusive dell’indirizzo amministrativo (IA)


•7 generali: diritto amministrativo, diritto del lavoro, diritto commerciale, economia delle
aziende e delle amministrazioni pubbliche, macroeconomia (scienza delle finanze),
matematica finanziaria, diritto delle comunitò europee
•3 applicate: diritto amministrativo militare, diritto penale militare, merceologia dei prodotti
alimentari;

d) 6 materie esclusive dell’indirizzo politico organizzativo (IPO):


•3 generali: politica ecomica e finanziaria*, storia del pensiero politico contemporaneo
(corrispondente ai corsi ordinari di filosofia della politica e storia delle dottrine
politiche)*, relazioni internazionali*;
•3 applicate: studi strategici (corso avanzato)*, fondamenti di meccanica teorica e applicata
(balistica) e teoria e tecnica della circolazione (militare);
20

_
e) 16 materie esclusive dell’indirizzo tecnico (IT):
•2 comuni a IT-OT e IT-OTM: istituzioni di matematiche (complementi) e fisica dei
dispositivi elettronici;
•1 comune a IT-OG e IT-OTM: chimica e tecnologia dei materiali;
•4 esclusive dell’IT-OT: teoria dell’informazione (e della trasmissione), comunicazioni
elettriche, onde elettromagnetiche (antenne e propagazione) e sistemi di elaborazione
dell’informazione (reti di telecomunicazione);
•6 esclusive dell’IT-OG: tecnica delle costruzioni, strumentazioni fisiche (fisica tecnica),
meccanica razionale, metallurgia, tecniche della rappresentazione e tecnica dei lavori
(stradali, ferroviari e aeroportuali);
•3 esclusive dell’IT-OTM: diritto dei trasporti, teoria e tecnica dei veicoli terrestri, metodi e
modelli per la logistica.

2. Il master in scienze strategiche di Torino

Nel marzo del 2001 lo stato maggiore dell’Esercito ha firmato altra


convenzione con l’Università di Torino per integrare il corso obbligatorio
annuale di stato maggiore (che nella fase “residenziale”, vale a dire nei
secondi 5 mesi, si svolge presso il distaccamento della Scuola di guerra
ubicato presso la Scuola di applicazione di Torino), con un “corso
pluritematico” facoltativo, a carattere universitario. Quest’ultimo è riservato,
a domanda, agli ufficiali laureati risultati idonei al termine del corso
obbligatorio di stato maggiore e che abbiano superato l’ulteriore processo
selettivo previsto dallo SME - Reparto Impiego del Personale.
L’insieme dei due corsi, complementari ed interagenti, consente il
conseguimento di un master di secondo livello in scienze strategiche pari
complessivamente a 60 crediti formativi universitari (CFU). L’obiettivo del
corso obbligatorio è la capacità di:

•a) operare presso Comandi Operativi Intermedi e/o in Orgasmi di Vertice di Forza Armata
e/o in Comandi Terrestri Multinazionali, esercitando adeguatamente le responsabilità
professionali in incarichi di staff; b) valutare problemi di natura socio-economica aventi
riflessi sulle operazioni e pianificare le conseguenti azioni; c) assolvere compiti nelle
aree di insegnamento/coordinamento didattico presso gli Istituti Militari di formazione.

Il corso di stato maggiore, con circa 200 frequentatori, comporta 30


CFU e si articola in 8 moduli didattici:

•1. “leadership” e strategie di comunicazione; 2. gli scenari funzionali; 3. strumenti e


strategia operativa I; 4. utilizzo degli strumenti (WAR); 5. utilizzo degli strumenti
(OOTW); 6. lo scenario Training Mission Oriented; 7. Utilizzo interdisciplinare degli
strumenti.

Oltre alle discipline professionali (CIMIC-COCIM, EPC, tattica,


logistica, servizio informazioni, organica e scienza di progetto, sistemi C4,
arte militare aerea) vari moduli del corso obbligatorio impiegano anche
“storia e antropologia culturale”, “strategia globale” e “diritto delle
operazioni militari”.
Obiettivo del corso facoltativo è la capacità di:

•a) applicare strumenti scientifici per analizzare il rapporto tra eventi sociali, politici ed
21

_
economici nazionali e internazionali, e la strategia operativa relativa all’impiego delle
unità militari nazionali e multinazionali, negli scenari terrestri di riferimento; b)
svolgere attività didattica nello specifico settore e di gestione degli strumenti della
comunicazione pubblica.

Il corso facoltativo, con circa 80 frequentatori selezionati dal Reparto


Impiego del Personale, comporta 30 CFU e si articola in 5 moduli, integrati
da seminari interdisciplinari:

•1. gestione strategica delle risorse; 2. strategia operativa II; 3. geografia antropologioca
economica e politica; 4. strategia politica; 5. strategia economica.

Le “discipline” impiegate nello svolgimento di tali moduli sono


estrapolazioni dalle scienze politiche, economiche e della comunicazione,
dalla ricerca operativa e dal diritto internazionale.
L’organizzazione del corso pluritematico è devoluta alla Scuola di
Applicazione/Università di Torino. Il corso comprende attività didattiche e
le prove valutative nelle discipline di insegnamento e si conclude con una
valutazione finale secondo gli standard e le modalità universitarie. Il
conseguimento del master viene annotato nel foglio matricolare.
I programmi di insegnamento, le attività didattiche e le prove
valutative sono programmati d’intesa tra l’Università di Torino e
l’Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione dell’Esercito, previo
accordo con i consigli delle facoltà interessate allo sviluppo degli
insegnamenti.
L’attività didattica è coordinata dal consiglio del corso, composto da
rappresentanti della Scuola d’Applicazione e dell’Università di Torino,
secondo quanto stabilito dal relativo regolamento. Il corso è inquadrato da
un comandante e due tutors individuati e designati con procedura di impiego
accentrata e posti nella posizione di comandati.

3. Il master di 2° livello in studi internazionali strategico-militari

Nel 2000 anche lo stato maggiore della Difesa ha stipulato una


convenzione con le Università di Milano e Luiss “Guido Carli” di Roma per
la gestione congiunta di un master di secondo livello in “studi internazionali
e strategico militari”, promosso dal professor Carlo Maria Santoro, già
sottosegretario alla Difesa nel governo Dini. La convenzione - idealmente
ma non fedelmente ispirata al progetto Ungari-Luraghi (CeMiSS, 1990) -
riprende e istituzionalizza piuttosto una esperienza formativa sperimentale
avviata già nel 1995-96 dal generale Jean, durante la sua presidenza del
CASD, quando gli ufficiali frequentatori seguirono cicli di lezioni e seminari
affidati a docenti esterni.
Secondo la presentazione reperibile nel sito web dell’università degli
studi di Milano (http://www.spolitiche,unimi,it/master-strategico.html) il master si
svolge in parte presso l’università e in parte a Roma presso il CASD, con un
numero minimo di 5 partecipanti e un massimo di 50, una quota di
iscrizione di 5 milioni e un riconoscimento di 60 crediti formativi
universitari (CFU). Apparentemente si ricava dal sito che è ammessa la
22

_
partecipazione di persone estranee alla pubblica amministrazione e alle
Forze Armate. Secondo il web, il master è coordinato dal professor Carlo
Maria Santoro, titolare delle cattedre milanesi di relazioni internazionali e
studi strategici nonché presidente del “comitato ordinatore”, composto dal
presidente del CASD, dal direttore dell’ISSMI (generale Mario Majorani),
da 5 professori (Alberto Martinelli, Gabriella Venturini, Giuseppe Bognetti,
Pierluigi Lamberti Zanardi e Pier Alessandro Colombo) e da 3 ufficiali
(generali Francesco Rizzi e Dario Marchiondo e capitano di vascello Ernesto
Pullano).
Il sito milanese indica un impegno di 32 settimane in 4 fasi
(3+15+10+4) e un’articolazione su 23 corsi o discipline, così classificate:

•7 fondamentali per complessivi 30 CFU (relazioni internazionali e politica comparata,


scienza politica, studi strategici, storia militare, diritto internazionale e delle
organizzazioni internazionali, economia politica e sviluppo manageriale);
•7 discipline integrative per complessivi 21 CFU (diritto pubblico, politica economica
internazionale, storia delle relazioni internazionali, teorie dell’organizzazione,
sociologia e psicologia militare, diritto internazionale umanitario)
•9 discipline specialistiche per complessivi 9 CFU (dottrina e strategia terrestre, navale, area
e NATO, giustizia militare e giustizia amministrativa, dirigenza militare, operazioni
interforze, impiego delle FF.AA. in ambito nazionale, gestione delle crisi e
dell’emergenza, normativa e regolamenti interforze e interministeriali, diritto delle
operazioni militari diverse dalla guerra,. politica militare).

La lista delle cosiddette “discipline specialistiche” può, a voler


essere davvero molto buoni, essere considerata un appunto amatoriale. Ma
anche il resto delle informazioni fornite dal sito web non sembra ben
collimare con quanto si ricava dallo schema (peraltro ancora provvisorio)
elaborato dall’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI),
referente militare dell’università. Esso affida infatti la direzione del master
ad un comitato congiunto composto dal presidente del CASD e dai presidi
delle due facoltà interessate (quella di scienze politiche di Milano e quella di
economia e commercio della Luiss) e da un comitato esecutivo composto dal
direttore dell’ISSMI e dai direttori di master designati dalle due università. Il
comitato congiunto è responsabile della verifica degli obiettivi e dei
programmi, nonché degli indirizzi per il Comitato esecutivo, competente per
l’attuazione dei programmi.
Lo schema ISSMI prevede 5 “aree”, di cui 3 già definite (relazioni
internazionali, difesa e strategia, diritto e ordinamenti militari), per un
complesso di 12 discipline e 37 CFU e un impegno di 936 ore, di cui 549 di
lezione (50 solo master) e 387 di studio, ripartito su 19 settimane, così
distribuito per area e disciplina:

_______________________________________________________
Area Coordinatore Ore Settimane CFU
_______________________________________________________________
Politica Internazionale prof. Santoro 160+240 5,5 16
Difesa e Strategia cm.. Ramoino 311+75 10,5 15
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Diritto e Ordinam.Mil. col. Basile 78+72 3 6
________________________________________________________________
Area Disciplina Ore CFU
________________________________________________________________
Pol.Internaz. Scienza Politica 25+25 2
“ “ RI Politica comparata 50+75 5
“ “ Storia delle RI 25+50 3
“ “ Diritto Int. e Org.Int. 30+70 4
“ “ Diritto Pubblico 30+20 2
Difesa Strat. Studi strategici 121+15 5
“ “ Politica Militare 90+10 4
“ “ Storia Militare 50+25 3
“ “ Dottrine operative 50+25 3
Diritto Ordin. Diritto pubblico mil. 32+18 2
“ “ Dir.Intern.umanitario 20+30 2
“ “ Diritto delle Op.Mil. 26+24 2
________________________________________________________________

Restano da definire le discipline e l’impegno orario delle aree


Pianificazione e operazioni ed Economia e organizzazione. Lo schema
definisce (con una certa pedanteria) i gravosi impegni del coordinatore
d’area:
•1. costituisce l’elemento di raccordo tra la direzione dell’ISSMI e la docenza esterna; 2.
risponde al direttore e al consiglio d’Istituto del conseguimento degli obiettivi di
formazione; 3. propone gli obiettivi didattici da conseguire; 4. propone (se richiesto) i
nominativi dei titolari di disciplina; 5. in collaborazione con i titolari di disciplina: -
progetta il programma, in termini di contenuti e di sviluppo temporale, delle discipline
di propria responsabilità; - elabora i documenti di impianto delle esercitazioni; propone
modalità e criteri per le verifiche di apprendimento; 6. segue il rendimento complessivo
dei frequentatori per rendere efficace l’azione didattica; 7. interviene in sede di
discussione dei risultati per osservazioni e commenti sui singoli lavori e in generale: 8.
tiene i necessari contatti con il mondo culturale-accademico e militare esterno; 9.
partecipa alle riunioni periodiche indette dalla direzione; 10. fornisce gli elementi di
valutazione richiesti dalla direzione e le proposte per l’impostazione del corso ISSMI
successivo (relazione di fine anno accademico per la propria area).

e quelli, alquanto inconsueti per un docente universitario italiano, del


titolare di disciplina:
•1. rappresenta l’elemento cardine dell’insegnamento della singola disciplina; 2. risponde al
direttore dell’ISSMI, tramite il “coordinatore d’area” del conseguimento degli obiettivi
e del regolare svolgimento del proprio programma; 3. propone (se richiesto) i
nominativi dei conferenzieri necessari ad integrare l’attività didattica; 4. collabora con il
coordinatore d’area per: - progettare il programma specifico della propria disciplina; -
elaborare i documenti di impianto delle esercitazioni; - proporre modalità e criteri per
le verifiche di apprendimento; 5. fornisce il materiale di studio individuale e per le
attività di gruppo; 6. verifica preventivamente i contenuti degli interventi dei
conferenzieri; 7. partecipa a tutte le lezxioni/conferenze e coordina le attività di gruppo
previste per la propria disciplina; 8. svolge l’incarico di moderatore alle tavole rotonde;
9. interviene in sede di discussione dei risultati per osservazioni e commenti sui singoli
lavori e in generale; 10. fornisce alla direzione gli elementi di valutazione individuale
dei frequentatori e ogni indicazione utile per l’impostazione dei corsi successivi.

L’impegno formativo della sessione ISSMI include inoltre altre 135


ore per attività individuali e di gruppo coordinate dalla direzione dell’ISSMI
24

_
(32 per il “modulo comunicazione e metodologie”, 28 per tesi individuali a
tema libero, 45 per tesi di gruppo e 30 per conferenze dei capi e sottocapi di
stato maggiore da effettuarsi in comune con i frequentatori dell’Istituto Alti
Studi Difesa).
25

_
III. I programmi di formazione in Peacekeeping*

*Nel 2000, dichiarato dall’ONU anno internazionale della cultura della pace, il ministero
della Difesa ha stipulato convenzioni con le università di Torino e Roma Tre per la
partecipazione di personale militare ai rispettivi master in “peacekeeping”. In precedenza il
ministero degli Esteri, la CRI e il CeMiSS avevano inoltre concesso il proprio patronato e
sostegno all’International Training Programme for Conflict Management della Scuola
Superiore di Sant’Anna dell’ateneo pisano, collegata con analoghi centri e istituti delle
università di Essex e della Ruhr (Bochum), nel PIBOES Network, membro fondatore
dell’International Association of PK Training Centers.

1. L’Int.l Training Programme for Conflict Management di Pisa (1995)

Fin dal 1995 la Scuola Superiore di Sant’Anna dell’università di Pisa


ha avviato un programma di addestramento e formazione del personale
civile (PC) impegnato nella gestione delle crisi, in operazioni di supporto
della pace (PSO) e missioni di osservazione elettorale internazionale
(MOEI). Il programma è posto sotto il patronato del ministero degli Esteri e
sostenuto dalla CRI e dal CeMiSS.
Lo staff del programma, coordinato dal professor Natalino Ronzitti,
docente di diritto internazionale, è composto dai professori Andrea de Guttry
e Fabrizio Pagani e dai dottori Gabriella Bertolini, Stefano Grassi, Emanuele
Sommario, Barbara Carrai e Gabriella Arcadu. Nel periodo 1995-2001 lo
staff ha pubblicato 4 libri (sul confronto tra la partecipazione dell’Italia e
quella della Germania alle operazioni di PK, sulla crisi albanese del 1997 e
sui profili giuridici emersi durante la missione militare Alba) e 29 articoli o
saggi, incluso un codice di condotta per le FF. AA. italiane impegnate in
PSO.
Il programma svolge due tipi di corsi, addestrativi (TC) e di
formazione (FC), i primi della durata di 1-2 settimane e con 25-40
partecipanti, gli altri della durata di 4-5 mesi (2 di corso residenziale e 2-3 di
internship presso organizzazioni internazionali o non governative operanti
sul campo). In aggiunta ai corsi ordinari, ne vengono svolti altri straordinari
richiesti e finanziati da amministrazioni nazionali e organizzazioni
internazionali. Finora sono stati complessivamente svolti 14 corsi nazionali,
12 addestrativi e 2 di formazione:

•6 TC con 40 partecipanti (italiani e stranieri) per PC delle PSO-MOEI, svolti a cadenza


annuale a partire dal 1995, i primi in settembre, i più recenti in luglio;
•1 TC ristretto a 20 partecipanti italiani, per PC delle PSO-MOEI (1997);
•1 TC per il gruppo dei 20 OEI italiani inviato in Albania in occasione delle locali elezioni
politiche (1997);
•1 TC per 28 OEI dei paesi membri dell’Iniziativa Centro-Europea (CEI) (1998);
•1 TC per 16 alti funzionari e ufficiali bosniaci sull’impatto delle operazioni PK sulle
comunità nazionali, commissionato dal MAE (1998);
•1 TC per 16 diplomatici italiani sulle MOEI, commissionato dal MAE (1998);
•1 TC per 15 carabinieri destinati al Reggimento MSU di Serajevo sulle operazioni per il
mantenimento della pace in Bosnia-Erzegovina (2000);
•1 FC per PC delle PSO-MOEI sostenuto dalla Regione Toscana e dall’Unione Europea
(1998);
•1 FC di “orientamento e formazione sulle politiche di sviluppo, cooperazione internazionale
26

_
e diritti dell’uomo” commissionato dalla Comunità Europea (1999);

Nel 1997 la Scuola di Sant’Anna ha costituito, assieme ad analoghi


centri e istituti delle università di Essex e della Ruhr (Bochum) il PIBOES
Network, membro fondatore dell’International Association of PK Training
Centers, parte del Thematic Network on Humanitarian Development Studies
nel quadro del progetto SOCRATES della Comunità Europea e collegato
con l’International Foundation for Election System (IFES). Il PIBOES è
posto sotto il patronato dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Diritti Umani, della Commissione Europea e dell’Ufficio OSCE per le
Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani.
Nel 1998 il PIBOES ha concepito il programma “Professional
Capacity Building for Human Rights Field Officers”, quale “cornice
istituzionale per una serie di attività di formazione, ricerca e consulenza nei
seguenti settori: operazioni di peace-keeping e assistenza umanitaria,
missioni di osservazione elettorale
Strumento principale del Network sono corsi addestrativi
internazionali (ITC) tenuti da una speciale “unità mobile addestrativa”.
L’attività include ITC annuali, con 20-25 partecipanti, per coordinatori
(Senior Officers) e operatori (Field Officers) in Diritti Umani (SHRO e
HRFO) e “sulla formazione della capacità nazionale” (on ational Capacity
Building), nonché corsi a carattere speciale o regionale. Finora sono stati
effettuati 9 corsi addestrativi internazionali, di cui:

•3 ITC per 25 HRFO a Pisa (aprile 1998) e Colchester (settembre 1999 e settembre 2000);
•1 ITC sul benessere come ponte per la pace, per 16 Health Professionals provenienti da 6
paesi del Sud-Est Asiatico, in cooperazione col WHO e il SERAO (Colombo, 8-12
marzo 1999);
•1 ITC per 53 UN Registration Officers nell’Amministrazione Civile del Kosovo, a richiesta
dell’UN Volunteeer Programme (Pristina, 18-21 ottobre 1999).
•2 ITC per 25 partecipanti europei on NCB a Pisa (settembre 1999 e aprile 2000);
•1 ITC per 20 SHRO a Bochum (settembre 2000);
•1 ITC superiore per 15 addestratori PIBOES a Pisa (11-14 gennaio 2001).

Oltre ai 25 corsi nazionali e internazionali, la Scuola di Sant’Anna


ha organizzato a Pisa o a Livorno 9 gruppi di lavoro e seminari:

•1 nel 1995: la cooperazione italo-tedesca nel campo del PK (novembre);


•1 nel 1996: incontro annuale dell’International Association of PC Training Centers (aprile);
•2 nel 1997: il contributo italiano alle MOEI, in cooperazione con la SIOI di Roma e il SISE
di Firenze (4 aprile); brainstorming sull’addestramento per HRFO (17 maggio);
•1 nel 1998: il caso di studio della crisi albanese del 1997 (per la definizione di un sistema di
gestione di un conflitto europeo) (6-7 marzo);
•2 nel 1999: il ruolo dei parlamentari nelle MOEI, in cooperazione con la delegazione
italiana all’Assemblea Parlamentare dell’OSCE (13 settembre); confronto con la WHO
sulla pianificazione del benessere come fattore per la gestione delle emergenze
complesse (dicembre);
•1 nel 2000: cinquantenario della convenzione di Ginevra sul diritto umanitario, a Livorno,
in cooperazione con l’Accademia Navale (18 febbraio);
•1 nel 2001: la partecipazione italiana alle MOEI e ai processi di democratizzazione, in
collaborazione con Movimondo, Elex, Osservatorio RAI-TV di Pavia, Centro studi e
27

_
formazione sui diritti della persona e dei popoli e contributo del MAE (febbraio).

A partire dal novembre 1998 lo staff del programma ITPCM ha


svolto compiti di coordinamento, collegamento, consulenza e assistenza per
conto dei seguenti organismi:

•ODIHR/OSCE, per la redazione di un lealeft operativo destinato ai 2.000 verificatori della


Kosovo Verification Mission (novembre 1998) e per la MOEI in Azerbaijan (ottobre-
novembre 2000);
•MAE, per le MOEI in Mozambico (1999), Perù , Venezuela e Messico (2000);
•A.R.S. Progetti di Roma, relativamente al contratto comunitario “HR, Democratisation and
Institutional Strengthening” (dal settembre 2000);
•WHO, per la realizzazione di un package di apprendimento attivo per Healt Professional
impiegati in aree di conflitto (aprile 1999), nonchè per un TC del personale sanitario
indonesiano impiegato nelle aree di conflitto interno (ottobre 2000);
•Caritas italiana, per la realizzazione del progetto “Caschi Bianchi” (2001).

2. Il master in peace keeping e security studies di Roma Tre (2001)

Nel 2000 l’università di Roma Tre ha aderito, per iniziativa della


facoltà di scienze politiche, al’International Association of Peacekeeping
Centres (International Relations and Security Netwotk) istituendo un master
(o “corso di perfezionamento”) in “peace keeping e security studies” che è
stato inaugurato il 3 aprile 2001 con una tavola rotonda sulle operazioni di
peace support (PSO).
Obiettivo del corso, tenuto in convenzione con l’Ispettorato delle
Scuole dell’Esercito (ora “della Formazione”), è di “venire incontro ai
bisogni formativi del personale militare e civile impegnato in missioni di
peace keeping e assimilabili, con particolare riguardo ai problemi della
sicurezza”.
Requisito per l’iscrizione è un qualsiasi diploma di laurea, italiano o
straniero. Il corso, del costo di 2.5 milioni di lire, ha durata annuale e si
svolge da febbraio a dicembre per un impegno di 750 ore (30 crediti), con
obbligo di frequenza almeno al 70 per cento delle 250 ore di aula (due
incontri settimanali dalle 14 alle 19). Le iscrizioni sono consentite fino al
limite massimo di 25 militari e 25 civili.
Direttore del corso è la professoressa Maria Luisa Maniscalco,
vicedirettore il maggior generale Piergiorgio Segala, coordinatore scientifico
il professor Leopoldo Nuti, coordinatrice didattica la dottoressa Luisa Del
Turco. Le lezioni frontali (90 minuti) sono tenute da accademici, ufficiali,
esperti, funzionari di organismi nazionali e internazionali e rappresentanti di
organizzazioni non governative.
Le attività didattiche sono articolate in 8 “moduli”, di durata
variabile da un minimo di 4 a un massimo di 12 lezioni:

•1. Il sistema internazionale. 2. Radici dei conflitti e nuove forme di conflittualità. 3.


Risoluzione dei conflitti. 4. PSO (aspetti sociopsicologici e comunicativi); 5. Diritti
umani e assistenza umanitaria. 6. Modalità di interventi nelle aree di crisi. 7. Nuovi
ambiti di intervento nelle PSO. 8. Aree di crisi e scenari futuri.
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Le attività didattiche si svolgono presso la facoltà di scienze
politiche e si avvalgono di biblioteca multimediale e laboratorio di
informatica. Le lezioni sono supportate da tracce espositive scritte ed
eventualmente da materiale audiovisivo e integrate da dibattiti, gruppi di
lavoro, simulazioni, esercitazioni e stages di addestramento alle tecniche di
primo soccorso e al comportamento in area di conflitto.
Il corso è collegato con sei centri di ricerca esteri:

•The Lester B. Pearson Canadian International Peacekeeping Training Centre; Centre for
Security Studies and Conflict Resolution; The Watson Institute ad Brown University;
The US Army Peacekeeping Institute; The International Peace Academy; The
University of California Institute of Global Conflict and Cooperation; Post-War
Reconstruction & Development Unit (PRDU).

e con 7 “Area Studies”:

•ACCORD - African Center for the Constructive Resolution of Disputes; Africa News on the
World Wide Web; H-Africa (Discussion list on African History); Organization of
African Unity (OAU); Vigilance Soudan; Golan Heichts International Server; Jaffee
Center for Strategic Studies.

Sede: viale Marconi 446, aula 3. Recapiti: via Corrado Segre 2, 00146 Roma, tel.
0655176241. http://www.uniroma3.it//politiche/peacekeeping.

3. Il master in peacekeeping e interventi umanitari di Torino (2001)

Nell’anno accademico 2000-2001 la facoltà di scienze politiche


dell’università di Torino (che si definisce “polo di eccellenza” degli studi
strategici) ha istituito un corso di perfezionamento in “peacekeeping e
interventi umanitari”, che ha come referente il professor Alberto Antoniotto.

Il corso si indirizza alla formazione professionale specifica del


personale civile e militare di grado medio-alto che intende operare in
missioni di peace-keeping e di aiuto umanitario, in particolare nell’ambito di
organizzazioni internazionali o non governative, di agenzie specializzate
(UNHCR, UNDP, WHO, UNICEF), di amministrazioni pubbliche italiane
(Esteri, Interni, Difesa, Regioni, enti locali) e dell’informazione stampata e
radiotelevisiva.
Il corso, organizzato dalla facoltà di scienze politiche, è riservato,
fino ad un massimo di 40 allievi, ai laureati in qualunque disciplina senza
riguardo alla nazionalità, agli ufficiali ed equiparati delle Forze Armate e di
Polizia nazionali, e a persone con esperienze professionali nel campo della
cooperazione e dell’intervento umanitario il cui curriculum sia valutato
idoneo per l’ammissione al corso.
Il corso è orientato verso le tematiche di risoluzione dei conflitti in
una prospettiva antropologica, sociologica, politica, economica e giuridica
specifica di ogni singolo scenario. Il programma bilancia equamente aspetti
teorici e pratici del peacekeeping, impostandoli con approccio
interdisciplinare e con una struttura a cascata, ossia dai temi più generali e
29

_
teorici a quelli più pratici. Esso intende inoltre attivare un coinvolgimento
attivo dei partecipanti sia singolarmente che in gruppi “seguiti” da tutors.
Il corso, con frequenza obbligatoria, si svolge in 14 settimane, per un
complesso di 280 ore, di cui 160 di lezioni teoriche e 120 di seminari, tavole
rotonde ed esercitazioni pratiche (con simulazioni di situazioni e role
playing).
La facoltà si prefigge di svolgere il corso in collaborazione con le
Nazioni Unite, il Coordinamento delle ONG presso l’Unione Europea, la
Croce Rossa Italiana e le 4 Forze Armate nazionali. Intende inoltre
“sviluppare links” con università e centri di ricerca e formazione europei e
nordamericani (in particolare il Pearson PK Center canadese e l’università
della California-IGCC) e organizzazioni internazionali (OCDE, OSCE,
Commissione Europea e Commissioni NATO).
30

_
IV. Le cattedre universitarie di studi strategici
e centri di studio e ricerca connessi*

* Questa rassegna si limita alla sola ricerca e didattica espressamente o sostanzialmente


relativa agli studi strategici (incluse le due cattedre di storia delle istuituzioni militari che
svolgono attività comunque riferibili al campo degli studi strategici) , con esclusione della
geopolitica, delle relazioni internazionali, dell’economia internazionale, della sociologia
militare e della storia militare moderna e contemporanea. Per quel che riguarda il più
ampio contesto degli studi politici (“relazioni internazionali”) si rinvia alla rassegna “i
luoghi del sapere in Italia” curata da Sonia Lucarelli e Roberto Menotti e allegata al loro
saggio di prevista pubblicazione sulla Rivista Italiana di Scienza Politica, n. 2, 2001.
Relativamente allo stato della ricerca e della didattica della storia militare nel suo
complesso (ovviamente assai più ampio dell’attività storico-militare riferibile alle due
cattedre qui considerate) si rinvia al saggio di Piero Del egro “alcune considerazioni
sulla storia militare nelle università e il dottorato di ricerca in storia militare”, in corso di
pubblicazione negli atti del II convegno nazionale di storia militare indetto dalla
Commissione nazionale di storia militare e tenutosi a Roma, presso il CASD, nel novembre
1999.

1a. La cattedra di studi strategici della Luiss Guido Carli (1980)

Il primo corso universitario italiano di studi strategici fu istituito nel


1980 presso la facoltà di scienze politiche della LUISS “Guido Carli” di
Roma. Il corso è un complementare semestrale del IV anno, che può essere
peraltro anticipato al III dagli studenti dell’indirizzo internazionale. Primo
docente è stato il professor Enrico Jacchia, che lo ha lasciato nel 1993 per
limiti di età, conservando peraltro la direzione del Centro di studi strategici
della LUISS. A partire dal 1993 titolare del corso è il generale Carlo Jean,
ma a causa dell’incarico internazionale da lui svolto a Vienna dal 1997 al
2001, è stato svolto mediante supplenza: dal generale Giuseppe Cucchi,
terzo direttore del CeMiSS e poi consigliere militare del presidente del
consiglio Prodi, nel biennio 1997-99 e dal professor Stefano Silvestri,
vicedirettore dell’IAI e già sottosegretario alla Difesa nel governo Dini, nel
biennio 1999-2001, affiancato quest’ultimo da un insegnamento integrativo
tenuto dallo stesso generale Jean.
Ai corsi hanno inoltre contribuito con lezioni e seminari numerosi
studiosi, tra i quali Carlo Pelanda, Lucio Caracciolo, Osvaldo Cucuzza,
Francesco Calogero, Vincenzo Camporini, Michele Nones e Alessandro
Politi. Collaborano attualmente con la cattedra, quali cultori della materia o
borsisti, i dottori Germano Dottori (dal 1994) e Federico Eichberg, emtrambi
già militari di leva ricercatori del CeMiSS, e Roberto Menotti e Olga
Mattera.
Il corso prevede 60-70 lezioni, frequentate mediamente da 25-40
studenti, con tendenza al rialzo. Il corso registra un relativo successo tra gli
strudenti stranieri del programma Erasmus, in particolare tedeschi, belgi e
svedesi.
Il programma si articola in una parte generale, due parti speciali e
lezioni integrative. La prima è svolta direttamente da Jean seguendo l’ordine
di trattazione esposto nei propri manuali (Studi Strategici e Guerra,
31

_
Strategia e Sicurezza), che mira a familiarizzare gli studenti con l’approccio
realista, clausewitziano e geopolitico alla teoria della strategia e delle
relazioni internazionali, pur nel continuo confronto con le diverse e opposte
scuole di pensiero, e a fornire le informazioni essenziali sulle caratteristiche
e sugli sviluppi del sistema europeo di sicurezza e del sistema di difesa
italiano durante la guerra fredda e il terzo dopoguerra.
Le due parti speciali, svolte da Menotti e Dottori, riguardano
rispettivamente la contrapposizione tra realismo e idealismo politico negli
studi internazionalistici e la geopolitica (con riferimento all’omonimo
saggio di Jean e ad una dispensa on-line curata da Dottori). In passato, sino
al suo trasferimento a Firenze, Cucuzza curava una terza parte speciale, sul
riciclaggio di denaro sporco e la geopolitica della criminalità organizzata. Le
lezioni integrative consistono attualmente in due cicli sui Balcani e sul
Medio Oriente tenuti da Eichberg e Mattera.

1b. Il Centro di studi strategici della Luiss Guido Carli (1982)

Alla cattedra è associato il Centro di studi strategici costituito con


delibera del consiglio di amministrazione 14 luglio 1982 sulla base del
preesistente “seminario permanente” creato nel 1979. Sotto la direzione di
Jacchia il centro ha promosso, sia autonomamente che in collaborazione
con altri centri, facoltà e riviste, un’intensa e continua attività di ricerca, in
particolare mediante seminari, incontri, tavole rotonde e conferenze sulla
politica estera, di sicurezza e di difesa, con pubblicazione degli atti, ai quali
si sono aggiunte numerose monografie. Negli ultimi anni il centro si è
avvalso della collaborazione di Dottori e di contibuti erogati dal ministero
degli Esteri (nell’ordine di circa 10 milioni di lire annuali). Le riunioni -
limitate a gruppi di lavoro ristretti ovvero aperte ad autorità di governo,
parlamentari, diplomatici accreditati in Italia o giornalisti - hanno luogo a
cadenza mensile. Nel comitato direttivo figurano Luigi Abete, Umberto
Agnelli, Edward N. Luttwak, Lester C. Thurow e Koji Watanabe.

2a. La cattedra di studi strategici della “Cesare Alfieri” di Firenze (1986)

La seconda cattedra italiana di studi strategici, e la prima istituita


presso una università pubblica, vanta un’origine più rigorosamente
politologica, che può farsi risalire alla creazione, fortemente voluta da
Sartori, della prima cattedra italiana di relazioni internazionali, nata quasi
per gemmazione da quella di scienza politica e ricoperta dal professor
Umberto Gori. La “scuola fiorentina” è, tra quelle delle RI italiane, la più
decisamente caratterizzata dal metodo positivista, basato sull’analisi
quantitativi e sulla banca dati. Una ricchissima banca dati sulle guerre è stata
nel tempo creata dal più anziano e famoso degli allievi di Gori, Claudio
Cioffi-Revilla, attualmente direttore del Dipartimento studi internazionali
dell’università di Boulder (Colorado), non a caso uno dei più interessanti
centri americani di studi strategici e storico-militari.
32

_
Anche su impulso delle prime iniziative di Jean, nel 1985 Gori volle
istituire un corso integrativo di studi strategici, che l’improvvisa scomparsa
impedì di poter affidare, come si sperava, al compianto professor Franco
Alberto Casadio, prestigioso direttore della Società Italiana per
l’Organizzazione Internazionale (SIOI) di Roma e del centro analisi dei
conflitti costituito presso la cattedra di strategia globale della Scuola di
guerra (la ricchissima banca dati sui conflitti degli anni 1965-85 raccolta da
Casadio si trova oggi a Gorizia, salvata dalla pubblica incuria grazie al
generoso, intelligente e oneroso impegno della dottoressa Marina Cerne, già
principale collaboratrice di Casadio).
Il corso fu pertanto affidato a un giovane allievo di Gori, Luciano
Bozzo, il quale, già durante il servizio di prima nomina quale ufficiale di
complemento dell’Esercito, aveva avuto modo di collaborare ai volumi
collettivi sperimentali promossi da Jean (all’epoca comandante della Brigata
alpina “Cadore”) negli anni antecedenti alla costituzione del CeMiSS, e in
particolare a La guerra nel pensiero politico (Angeli, 1987), opera di un
certo rilievo teoretico, alla quale collaborarono 18 politologi, filosofi, storici
ed economisti, tra cui Gori, Bonanate, Portinaro, Ilari, Ardigò, Baget-Bozzo,
Buttiglione e Cacciari. Inizialmente Bozzo tenne il corso quale cultore della
materia, divenendone titolare nel 1993 con l’immissione in ruolo quale
ricercatore e poi, nel 1999, quale professore associato. Dal 1995 Bozzo
insegna anche relazioni internazionali presso il corso di laurea in scienza
della comunicazione di Bologna.
Il corso fiorentino di studi strategici si prefigge di fornire un
inquadramento rigorosamente politologico alla trattazione della relazione tra
guerra e politica e alle questioni politiche, etiche e giuridiche poste
dall’impiego della forza nelle RI e inquadra lo studio della strategia nel
contesto di una teoria generale dell’azione, che consenta di cogliere la
struttura comune della prassi politica, militare, comunicativa, aziendale,
commerciale.
Il corso, strettamente collegato con quello di Gori, ha una media di
40-50 frequentanti, ha prodotto varie decine di laureati e ha attualmente una
ventina di laureandi. Testi consigliati per l’esame sono attualmente il Vom
Kriege, nell’edizione abbreviata di Rusconi (Torino, Einaudi, 2000) e due
saggi di J. M. Mathey (Comprendere la strategia, Trieste, Asterios, 1999) e
R. D. Sawyer (Cento strategie non ortodosse, Vicenza, Neri Pozza, 2000).
Collaboratori di entrambe le cattedre fiorentine di RI e SS sono,
quali cultori della materia, il dottor Carlo Simon Belli (autore del saggio
Teoria della previsione e analisi strategica, Le Lettere, Firenze, 1998) e il
dottore di ricerca Emidio Diodato, che, nell’ambito del corso di RI, svolgono
due moduli specialistici, rispettivamente sulla “previsione” e sulla
“globalizzazione” (quest’ultimo con approccio geopolitico). Dal 2000 Belli
è inoltre docente a contratto di RI presso l’università per stranieri di Perugia.
Altri collaboratori della cattedra di studi strategici sono Riccardo
Cappelli, Sonia Lucarelli (coautrice con Roberto Menotti della citata
rassegna critica sullo stato delle RI in Italia in corso di pubblicazione per la
RISP), Silvia Cattaneo (che lavora attualmente presso l’Istituto di Alti Studi
Internazionali di Ginevra) e Chiara Bonaiuti (acribiosa redattrice del
33

_
prezioso rapporto informativo periodico pubblicato dall’OSCAR, ossia
Osservatorio sul commercio delle armi e sull’applicazione della legge n,
185/90, emanazione dell’IRES Toscana).
Bozzo e Lucarelli sono membri, per il triennio 2000-2002, del
consiglio direttivo del prestigioso Forum per i problemi della pace e della
guerra dell’università di Firenze, presieduto da Rodolfo Ragionieri e
composto inoltre da Daniela Belliti, Guido Calamai, Dimitri D’Andrea,
Paola Gaeta, Nicola Labanca, Anna Loretoni, Luciano Segreto, Pietro Tani e
Antonio Varsori. Lucarelli è altresì membro del comitato esecutivo e
coordinatrice della ricerca (l’attuale programma triennale è incentrato sul
Mediterraneo, il Medio Oriente, il Maghreb, le donne, l’Europa e la
globalizzazione).
Nel 1996 si è costituito presso la cattedra di studi strategici uno
speciale gruppo di lavoro che ha svolto ricerche per conto del CeMiSS sui
casi di studio del Kosovo e della Macedonia e, col sostegno del CeMiSS ha
avviato l’elaborazione di un modello di analisi politico-strategica della
politica internazionale che si prefigge di essere fortemente originale e
innovativo sotto il profilo teoretico. Attraverso il sodalizio bolognese col
semiologo Paolo Fabbri (reduce dall’Istituto di cultura di Parigi e
influenzato dalla scuola francese di strategia creata da Lucien Poirier ed
Hervé Couteau Bégarie), Bozzo ha maturato un approccio semiotico alla
disciplina, testimoniato fin dal titolo (Studi di strategica) da un volume di
prossima pubblicazione.

2b. Il Centro univ. di studi strategici e internaz.li di Firenze (2001)

Nel 2001 la facoltà “Cesare Alfieri” ha costituito un Centro


universitario di studi strategici e internazionali, presieduto da Gori e diretto
da Bozzo, la cui prima manifestazione pubblica è appunto il convegno del
26 settembre sugli studi strategici in Italia organizzato in collaborazione con
il CeMiSS.

2c. Il Percorso di studi per la specializzazione in missioni di pace (2000)

Nel 2000, nel quadro di una generale revisione dei piani di studio, la
facoltà “Cesare Alfieri” di Firenze ha previsto, all’interno dell’indirizzo
politico-internazionale, un percorso di studi per la specializzaxione in
missioni di pace. Il percorso è volto a dare una formazione adatta agli
studenti interessati alle questioni inerenti alla sicurezza internazionale e alle
missioni umanitarie, di peace-building e di peace-keeping.
Il percorso prevede 20 materie:
•7 obbligatorie: diritto internazionale, organizzazione internazionale, storia contemporanea
(corso avanzato), storia delle relazioni internazionali, diritto delle comunità europee (o
storia dell’integrazione europea), relazioni internazionali e seconda lingua biennale
(francese, tedesca o spagnola)
•13 complementari (a scelta fino al completamento del piano di studio): demografia, diritto
internazionale, economia dello sviluppo, geografia politica ed economica, politica
comparata, scienza dell’amministrazione, storia dei trattati e politica internazionale,
storia dell’Africa, storia delle istituzioni religiose, storia delle organizzazioni
34

_
internazionali, storia e istituzioni dellò’America Latina, sistemi sociali comparati e studi
strategici.

Agli studenti che abbiano seguito il piano di studi con almeno 5


moduli coerenti e conseguito la laurea con tesi su materia riconosciuta
propria del percorso, l’indirizzo rilascia un attestato di specializzazione in
missioni di pace.

3. Il corso di studi strategici di Milano (1990)

Il terzo corso universitario italiano di studi strategici fu istituito nel


1990 presso la facoltà di scienze politiche dell’università statale di Milano,
quale corso semestralizzato tenuto dal professor Carlo Maria Santoro,
titolare della cattedra di relazioni internazionali, che riserva grande spazio
alo ruolo della guerra e ai fattori geopolitici.
Il corso, attualmente tenuto da Alessandro Colombo, ricercatore
confermato, si definisce di “analisi della strategia in quanto forma della
politica” e si articola in due parti generale e speciale. La prima parte è
costituita da 8 moduli:

•definizioni generali, studi strategici, classici del pensiero militare, classici della guerra ossia
i più grandi capitani della storia, il pensiero strategico contemporaneo, i fattori
strategici, le forme storiche della guerra e le 4 guerre generali (guerre napoleoniche,
guerre mondiali, guerra fredda).

La seconda parte comprende:

•6 seminari (su Ermattungsstrategie, Blitzkrieg, Vernichtungsschlacht, Air Power, Nuclear


Deterrence, Nuclear and Conventional Compellence);
•2 conferenze (l’Alleanza atlantica e le istituzioni della sicurezza, il XXI secolo e la
Revolution in Military Affairs);
•4 lezioni sui modelli di difesa italiani;
•6 esercitazioni o giochi di guerra (Strategic Conquest, Eastern Front, Panzer, Close
Combat, Napoleon in Russia, Gettysburg).

Gli autori considerati ai fini della preparazione dell’esame sono


Paret, Clausewitz, Liddell Hart, Freedman, Mahan, Corbett, Luttwak,
Delbrueck, Chandler, Hanson, Contamine, Parker e Howard. I testi vengono
comunicati all’inizio e durante il corso.
Nel 1995 la facoltà ha istituzionalizzato le attività collaterali al corso
di studi strategici, dando vita all’Associazione per gli studi di politica
internazionale e strategia (“Aspìs”), presieduta da Santoro. Colombo
collabora anche ad Aspìs ed è membro del comitato scientifico del citato
master in studi internazionali strategico-militari (v. supra, II).

4. Il corso di studi strategici di Forlì (19)

Il quarto corso italiano di studi strategici è stato istituito nel 1995


presso la facoltà di scienze politiche di Forlì. Titolare è il professor Marco
Cesa. Il corso offre una visione di insieme sull’evoluzione della guerra e
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_
delle sue tecniche dall’antichità ad oggi, si sofferma sullo sviluppo del
pensiero strategico moderno e contemporaneo ed esamina i molteplici nessi
tra minaccia di uso della forza, guerra e politica.
Il programma d’esame per gli studenti frequentanti verte sui seguenti
testi:

•7 obbligatori: B. H. Liddell Hart, Strategy, London, Faber & Faber, 1954 (capp. 1-4): M.
Howard, War in European History, Oxford U.P., 1976; Id., Clausewitz, Oxford U. P.,
1983; T. Schellling, La diplomazia della violenza, Bologna, Il Mulino, 1968, pp. 5-
126; L. Freedman, “The Revolution in Strategic Affairs”, Adelphi Paper n. 318, 1998;
Id., “Le prime due generazioni di strateghi nucleari”, in Paret (ed.), Guerra e strategia
nell’età contemporanea (Marietti, Genova, 1992, pp. 283-324); J. Levy, “The Causes
of War: A Review of Theories and Evidence”, in P. Tetlock et all. (eds.), Behavior,
Society, and uclear War, Oxford U. P., 1989, I, pp. 209-333.
•1 facoltativo a scelta tra 4: B. H. Liddell Hart, Strategy (London, Faber & Faber, 1954);
P.Paret (ed.), Guerrra e strategia nell’età contemporanea (Genova, Marietti, 1992); L.
Freedman, The Evolution of uclear Strategy (London, Macmillan, 1981); R. Rotberg e
T. Rabb (eds.), The Origion and Prevention of Major Wars (Cambridge U.P., 1989).

In aggiunta a tali testi i non frequentanti portano L. Bonanate e C. M.


Santoro (cur.), Teorie e analisi nelle relazioni internazionali, Bologna, Il
Muilino, 1990, pp. 163-416.

5a. La cattedra di studi strategici di Torino (1995)

La quinta cattedra italiana di studi strategici fu istituita nel 1995


presso la facoltà di scienze politiche dell’ateneo subalpino, dove è ricoperta
dal professor Luigi Bonanate, titolare anche della cattedra di prima fascia di
relazioni internazionali. La cattedra svolge un corso avanzato semestrale per
i sottotenenti delle Varie Armi e del Corpo Trasporti e Materiali allievi della
Scuola d’Applicazione di Torino (ora qualificati anche come “iscritti al
secondo biennio del C.d.L. in scienze strategiche”).
Il programma riguarda “questioni di strategie, teorie classiche e
scenari contemporanei”. L’esame assicura 10 crediti formativi universitari e
verte sulla traduzione italiana del Vom Kriege (nell’edizione Mondadori
1991 con prefazione di Carlo Jean) e della seconda edizione (curata da Peter
Paret) del famoso saggio collettivo dell’Università di Princeton Makers of
Modern Strategy (Guerra e strategia nel mondo contemporaneo, a cura di
Nicola Labanca, Genova., Marietti, 1992), integrati da Mary Kaldor, Le
nuove guerre, Carocci, Roma, 1999.

5b. La cattedra di storia delle istituzioni militari di Torino

La cattedra, quinta di storia militare, e terza tra quelle ancora attive


in Italia, viene qui considerata per la sua collocazione istituzionale
nell’ambito del C.d.L. in scienze strategiche. La cattedra, di prima fascia, fu
istituita nel 1995 con la denominazione di “storia delle istituzioni militari”.
E’ ricoperta dal professor Giorgio Rochat, già ordinario di storia
contemporanea nonché decano degli storici militari italiani assieme a
Raimondo Luraghi (ordinario fuori ruolo di storia americana). Svolge sia il
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_
corso a carattere propriamente storico-istituzionale previsto dal corso di
laurea in scienze politiche, sia il corso di “storia militare” in senso
professionale frequentato dai sottotenenti allievi delle Varie Armi e del
Corpo Trasporti e Materiali della Scuola d’Applicazione di Torino.
Il programma. comune a entrambi i corsi, riguarda “le forze armate
ed il regime fascista”, in particolare le “scelte di fondo della politica di
potenza del regime, lo sviluppo delle forze armate nazionali e la loro
preparazione dinnanzi alla seconda guerra mondiale, tenendo conto del
quadro internazionale e dei problemi interni del regime”. I frequentanti
sostengono l’esame sui seguenti testi:

•3 di base (G. Rochat e G. Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano 1861-1943, Torino,
Einaudi, 1978, pp. 196-270; L. Ceva, Le forze armate, Torino, Utet, 1981, IV parte; G.
Rochat, L’esercito italiano in pace e in guerra, Milano, ed. Rara, 1991 (pp. 178-261);
•altri testi, “generalmente brevi”, forniti e commentati durante il corso.

Per i non frequentanti sono richiesti 2 testi a scelta tra i seguenti 5:

•M. Franzinelli, Stellette, croce e fascio littorio, Milano, Angeli, 1995; P. Paret e N.
Labanca (cur.), Guerra e strategia nell’età contemporanea, Genova, Marietti, 1992
(pp. 155-280); M. Montanari, L’esercito italiano alla vigilia della II guerra mondiale,
Roma, USSME, 1982; G. Rochat, Guerre italiane in Libia e in Etiopia, Treviso, ed.
Pagos, 1991; F. Stefani, Storia delle dottrine e degli ordinamenti dell’Esercito italiano,
vol. II, tomo 1, Roma, USSME, 1985.

L’esame assicura 10 crediti universitari formativi. La materia è


quella più “gettonata” dai sottotenenti-laureandi, sia in scienze politiche che
in scienze strategiche. Solitamente le tesi assegnate riguardano la storia
reggimentale, ricavata dalle memorie storiche dei corpi. Le prime hanno
riguardato le singole Brigate della grande guerra.

6. Il Gruppo studio su armi e disarmo della Cattolica (1980)

Il Gruppo di studio su armi e disarmo (GSAD) fu costituito nel 1979


presso l’università Cattolica di Milano, nell’ambito del Centro studi di
economia applicata (CSEA) diretto dal professor Giancarlo Mazzocchi,
ordinario di politica economica e finanziaria. Il GSAD, con sede in via
Necchi 5 (gsad@mi.unmicatt.it), è stato fin dall’inizio diretto dal professor
Giancarlo Graziola, ora ordinario di teoria dello sviluppo economico presso
l’università di Bergamo e docente a contratto di economia regionale presso
la Cattolica. Il GSAD si avvale della collaborazione del dottor Sergio S.
Parazzini, ricercatore confermato di economia dei settori produttivi, nonché
incaricato di economia politica presso la Cattolica e docente a contratto di
economia industriale a Bergamo, e del signor Michele Brunelli, curatore
della biblioteca e laureando in scienze politiche con una tesi in storia delle
istituzioni militari. In passato ha collaborato col GSAD anche il dottor
Angelo Pirocchi, cultore della materia presso la cattedra di storia delle
istituzioni militari della Cattolica.
Il GSAD, unico centro universitario di ricerca specializzato in
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economia della difesa, del disarmo e transarmo, della riconversione
dell’industria della difesa e di analisi economica delle spese militari e dei
bilanci della difesa, dispone della più ricca biblioteca italiana specializzata,
con 1.200 volumi e oltre 70 periodici. La biblioteca dispone inoltre di
numerose pubblicazioni governative americane, inglesi, francesi, tedesche e
italiane, nonché di organizzazioni internazionali (ONU, UNIDIR, NATO,
UEO). E’ collegato con i principali centri nazionali e internazionali di
ricerca sull’economia della difesa e sulle questioni strategiche, a cominciare.
Ha svolto numerosi studi e ricerche per conto di vari enti pubblici, in
particolare il CeMiSS, la Regione Lombardia e il ministero dell’Industria.
L’attività di ricerca del GSAD, tanto pura quanto applicata, è
incentrata sugli aspetti economici delle politiche nazionali e comuni di
difesa e condotta sia a livello teorico che a livello empirico e storico. In
particolare sono stati affrontati vari aspetti delle spese militari italiane e della
riconversione dell’industria per la difesa:

•a) determinanti ed effetti delle spese militari (nel breve e nel lungo periodo; nei paesi in via
di sviluppo e nei paesi sviluppati; in rapporto alla teoria economica delle alleanze);
•b) pianificazione e gestione dei bilanci militari;
•c) industria e progresso tecnico militare;
•d) diversificazione e conversione dell’industria militare e civile;
•e) commercio degli armamenti.

Oltre agli atti di tre convegni pubblicati dalla casa editrice Vita e
Pensiero, dal 1986 il GSAD pubblica periodici Quaderni su Armi e
Disarmo. Il GSAD è collegato con le seguenti istituzioni:

•11 nazionali: AIAD (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i Sistemi e la Difesa);


Archivio Disarmo di Roma; CeMiSS di Roma; CERIS di Torino; CESPE di Roma;
CNOIM (Coordinamento Nazionale Osservatori Industia Militare), Forum per i
problemi della pace e della guerra di Firenze; IAI di Roma; IRES Toscana; IRES
Piemonte; RITAD (Raggruppamento Italiano Tecnologie Avanzate Difersa) di Roma;
•17 europee: ACCES Associations; BICC (Bonn International Center for Conversion);
Centre for Defence Economics (University of Yotk); Centre for Studies of STS
(University of Twente); Council for Economic Priorities; CREDIT Network; CREST
Ecole Polytechnique; Departement of Peace & Conflict Research (Uppsala university);
Ecole de la Paix (Grenoble); European Institute for Research and Information on Peace
and Security; GRIP (Groupe de Recherche et d’Information sur la Paix et la Sécurité) di
Bruxelles; IDEA (International Defence Economic Association); IISS (The
International Institute for Strategic Studies) di Londra; Kooperation Universitaet-
Arbeiterkammer Bremen; PREST (University of Manchester); Research Unit in
Defence Economics (University of West England); SIPRI (The Stockholm International
Peace Research Institute);
•8 statunitensi: Arms Contro Association; Centre for International Studies (MIT); Centre for
International Studies and Arms Control (Stanford Univerity); Centre for Peace Studies
(Cornell University); Centre for Science and International Affairs (Harvard University);
Centre for Strategic and International Studies (Washington, D.C.); CRS-Library of
Congress; Joint Economic Committee (US Senate).

7. Il Centro di ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo (1998)


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Il Centro di ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato
(CRiSSMA) è stato istituito nel 1998 nell’ambito del Dipartimento di
scienze politiche dell’università Cattolica di Milano. Il consiglio scientifico
è formato dai professori Valeria Piacentini (direttore del Dipartimento e
docente di storia e istituzioni del mondo musulmano), Alberto Quadrio
Curzio (preside della facoltà di scienze politiche e docente di economia
politica), Massimo de Leonardis (docente di storia delle relazioni
internazionali) e Giuseppe Grampa (docente di filosofia delle religioni). Il
comitato direttivo è composto da Piacentini (direttore del Centro), Quadrio
Curzio e de Leonardis (segretario del Centro).
La professoressa Piacentini, autrice di un saggio sul pensierro
militare musulmano, ha diretto varie ricerche per conto del CeMiSS, alle
quali hanno collaborato alcuni dei suoi allievi, in particolare Riccardo
Redaelli, ricercatore confermato, e Gianluca Pastori, dottore di ricerca e
borsista, che hanno svolto entrambi il servizio militare di leva quali
ricercatori del CeMiSS. Oltre che nel campo strettamente attinente alla sua
disciplina, il professor de Leonardis è insigne anche in quello della storia
militare moderna e contemporanea. Collabora con la sua cattedra, quale
cultore della materia, il dottor Gianfranco Benedetto, specialista di storia del
potere marittimo.
Scopi del CRiSSMA sono la ricerca, di base e applicata, in campo
prevalentemente storico-culturale, con particolare riferimento ai problemi
politici, sociali, giuridici, economici e strategici della regione mediterranea e
delle aree geopolitiche adiacenti. Tra le attività del Centro, il 3° e 4° ciclo
(2000 e 2001) di incontri e conferenze sulle nuove prospettive delle relazioni
internazionali, il seminario internazionale sulla assistenza umanitaria e il
diritto internazionale umanitario (24 maggio 2000), la presentazione
multimediale della mostra Gioelli della Giordania e della Milano “segreta”
(16 aprile 2001) e il seminario internazionale sulla Giordania (26 aprile
2001).
Il CRiSSMA pubblica, per i tipi della casa editrice Il Mulino, una
propria collana di testi, inaugurata dagli atti, curati de Leonardis, del
convegno sull’allargamento della NATO tenuto dall’università Cattolica (La
nuova ATO: i membri, le strutture, i compiti, Bologna, 2001).

8. Il Corso di laurea in scienze dell’investigazione dell’Aquila

A seguito di precedenti corsi di perfezionamento e aggiornamento


professionale per personale investigativo svolti dall’università dell’Aquila in
collaborazione con esperti della CIA, FBI, American Society for Industrial
Security e Associazione Italiana, Professionisti della Security Aziendale, nel
1999 è stato elaborato, su iniziativa del professor Francesco Sidoti, un
progetto per l’istituzione, presso la facoltà di scienze della formazione
dell’università dell’Aquila, di un corso di laurea di 1° livello (triennale) in
“scienze dell’investigazione”. Il progetto è all’esame degli organismi
universitari.
Il piano provvisorio di studi prevede 20 discipline, integrate da
tirocinio e attività formative:
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•1° anno: diritto della sicurezza sociale; sociologia della sicurezza sociale; psicopatologia;
istituzioni di diritto e procedura penale; metodologia generale; formazione
interculturale; fondamenti anatomo.fisiologici dell’attività psichica; medicina legale;
lingua inglese;
•2° anno: neurofisiologia, basi fisiologiche dei processi psichici; socioologia
dell’irdinamento giudiziario; criminologia; psicopatologia e tossicologia; criminologia
minorile;
•3° anno: metodologia delle scienze del comportamento; psicologia della persdonalità; teoria
dell’informazione; psicologia giuridica; tecniche dell’intervista e del questionario;
organizzazione e gestione aziendale; informatica.
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V. La cattedra di storia delle istituzioni militari
della Cattolica di Milano (1980-2001)*

* La cattedra, la più antica delle tre di storia militare ancora attive, viene qui considerata per
la sua consolidata cooperazione con il CeMiSS (non a caso coevo alla sua formale
costituzione) e per la stretta correlazione da essa professata e praticata tra storia militare e
scienze della sicurezza e difesa (1).

La cattedra, terza di storia militare dopo quelle preesistenti di Pisa e


Pavia (entrambe oggi quiescenti), ha origine da un corso di storia delle
istituzioni militari voluto nel 1980 da Gianfranco Miglio, preside della
facoltà di scienze politiche dell’università Cattolica di Milano. Il corso, in
origine concepito come meramente integrativo di quello di storia delle
istituzioni ricoperto dalla professoressa Adriana Petracchi Maistri, fu
attribuito mediante contratto annuale rinnovabile al generale Giuseppe
Alessandro D’Ambrosio, coadiuvato, quale cultore della materia, dal dottor
Enrico Dalla Rosa. Analoghi corsi di storia militare erano tenuti dai dottori
Ezio Cecchini (cultore della materia) e Massimo Ferrari (ricercatore
confermato), ad integrazione, rispettivamente, dei corsi di relazioni
internazionali (professor Ottavio Barié) e storia contemporanea (professor
Bianchi). A seguito dei nuovi impegni del generale, nominato segretario
generale del Consiglio supremo di difesa, nel 1987 il contratto fu conferito al
professor Virgilio Ilari, associato di storia del diritto romano nell’università
di Macerata.
Nel 1989 la facoltà assegnò al corso una cattedra di seconda fascia,
che fu attribuita a Ilari previo parere del Consiglio universitario nazionale
circa l’equivalenza “soggettiva” tra le due discipline professate dal
candidato, avuto riguardo ai suoi interessi scientifici prevalenti, desunti dalle
sue pubblicazioni. Nel 1992, su proposta del docente approvata dalla facoltà,
l’università Cattolica aderì al Centro interuniversitario di studi e ricerche
storico-militari costituito dalle università di Torino, Pavia, Pisa e Padova e,
nel 1993, al dottorato di ricerca in storia militare coordinato da Padova
(professor Piero Del Negro, ordinario di storia moderna e poi di storia delle
istituzioni militari) e sospeso a tempo indeterminato nel 1999 alla
conclusione del III ciclo, dopo aver diplomato complessivamente 8 dottori di
ricerca, inclusi due laureati della Cattolica (Marino Viganò e Giovanni
Caldirola) (2). Nel 2001, a seguito del nuovo ordine di studi assunto dalla
facoltà in relazione alla riforma universitaria, la denominazione della
cattedra è stata modificata con l’aggiunta delle parole “e dei sistemi di
sicurezza”, meglio corrispondenti all’ambito effettivo delle attività
didattiche e di ricerca del docente e dei collaboratori.
Il corso, complementare del III anno e in seguito reso mutuabile
dagli studenti di giurisprudenza e di recente anche di lettere, ha assunto fin
dal 1987 un orientamento del tutto indipendente e autonomo. Esso si articola
in una introduzione generale alle scienze della sicurezza e della difesa e in
cicli tematici particolari che vengono anno per anno calibrati sugli interessi
medi dell’uditorio e si traducono in tesine facoltative individuali, sostitutive
dell’esame finale. Non essendovi aspetto delle attività umane estraneo
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all’osservazione storica e all’applicazione militare, il corso mira ad affinare
un metodo generale (o “punto di vista”) anziché a circoscrivere un campo di
ricerca. L’incertezza o smarrimento che tale metodo inconsueto ingenera
nella massa degli studenti è considerato il prezzo iniziale da pagare per
puntare all’eccellenza. Dall’esperienza del corso 2000-2001 è nato il
progetto di dedicare parte del prossimo corso all’analisi storico-militare e
iconografica del film di guerra.
Il metodo didattico mira a scoprire, coltivare, “reclutare”, mettere in
circuito e sostenere nel tempo talenti e vocazioni critiche e, possibilmente,
scientifiche. Esso assume coscienza di sé collocandosi programmaticamente
agli antipodi del metodo adottato dalle accademie e scuole militari italiane.
E’ dunque a-gerarchico, informale, accattivante, progressivo e permanente e
si prefigge un apprendimento “alluvionale”, cioè per sedimentazione
graduale e continua, in un arco di tempo indefinito. Non è dunque incentrato
sulle lezioni (concepite solo come prima occasione di contatto e di stimolo)
bensì sul coinvolgimento volontario del discente - nel più scrupoloso
rispetto della libertà e nella valorizzazione sinergica delle singole
individualità - nel vasto ambiente umano e scientifico spontaneamente e
informalmente aggregatosi nel corso degli anni attorno alla cattedra e che ha
collettivamente prodotto, per approssimazioni successive, il metodo recepito
e sistematizzato dal docente. Come nella milizia il comandante è funzione
del soldato, così nella formazione il docente è funzione del discente.
La classe annuale dei frequentanti assidui, in media 10 unità, è
pertanto considerata come uno dei canali di alimentazione (non esclusivo e
neppure il principale) dell’unità permanente di autoformazione
informalmente costituita dal complesso dei 30 laureandi e dei 148 laureati
prodotti in dieci anni (un quarto circa dei quali continua, “a rete”, a
contribuire in vari modi alle attività della cattedra). Soltanto un quarto delle
tesi riguarda argomenti strettamente storico-militari. La maggior parte
riguarda aspetti attuali della politica di sicurezza e difesa nazionale e
internazionale. La media annuale degli esami approvati è di 140. Per l’esame
sono consigliati le opere più recenti del docente (poco apprezzate), e i due
più recenti manuali del generale Jean: quello di gran lunga più “gettonato” è
Geopolitica, mentre Guerra, strategia e sicurezza si rivela quasi sempre
troppo difficile per la cultura media dello studente. Gli studenti di
giurisprudenza mostrano, mediamente, capacità intellettive e discorsive di
gran lunga superiori a quelle dei colleghi delle altre due facoltà. E’
consentito sostenere l’esame su altri testi di proprio interesse concordati col
docente.
Hanno collaborato o collaborano in varie forme con la cattedra molti
giovani studiosi, tra i quali il dottor Ciro Paoletti, coautore assieme al
docente di varie opere di storia militare moderna e promotore del primo
convegno internazionale di storia militare moderna, i dottori di ricerca in
storia militare Marino Viganò, Pierpaolo Battistelli, Niccolò Capponi,
Marco Gemignani e Giovanni Caldirola e 10 cultori della materia, tra cui, in
passato, i dottori Eugenio Dalla Rosa, Caldirola e Andrea Molinari (già
alpino del Rep. Sa. Avt. “Taurinense” in Mozambico, specializzatosi nella
divulgazione editoriale in campo storico-militare) e, attualmente, i dottori
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Angelo Pirocchi, Giuseppe Terrasi, Flavio Carbone (capitano in s. p. e. dei
carabinieri) e Nicola “Bortolo” Calanchi (caporalmaggiore in congedo delle
truppe alpine). Di prossima proposta, il dottor Davide Belloni, già
carabiniere effettivo. Pirocchi, Terrasi e Carbone hanno compiuto missioni
in Bosnia, rispettivamente per monitoraggio elettorale, rieducazione alla
pace e impiego nel Reggimento MSU. Marco Antonsich, dottore di ricerca
in geografia, è l’unico laureato della cattedra che abbia trovato una
collocazione accademica, quale borsista presso la cattedra di geografia
politica dell’università di Trieste (professoressa Pagnini).
La cattedra è supportata dalla biblioteca del gruppo studi armi e
disarmo (GSAD), costituito nel 1979 dal professor Giancarlo Graziola
presso la facoltà di economia e commercio dell’Università cattolica e
attualmente diretto dal professor Sergio Parazzini, con la collaborazione
retribuita del signor Michele Brunelli, laureando in scienze politiche con una
tesi di storia delle istituzioni militari.
A partire dal 1992 le cattedre di storia delle istituzioni militari e di
storia e istituzioni del mondo musulmano (professoressa Valeria Piacentini)
hanno fornito al CeMiSS nove militari di leva ricercatori, inclusi Gennaro
Simeone, Riccardo Redaelli (ricercatore confermato), Gianluca Pastori
(dottore di ricerca e borsista) e i citati Antonsich e Pirocchi.
Già collaboratore del GSAD e coordinatore dell’Associazione ex-
ricercatori Cemiss (ARC), dal 1997 Pirocchi ha avviato, assieme a Molinari,
la Libreria Militare, che attualmente gestisce in società col dottor Alberto
Manca, laureatosi con una tesi in storia delle istituzioni militari. L’esercizio,
ubicato in sede prossima a quella centrale dell’università e con uno spazio
espositivo corrispondente a circa 6.000 volumi (per tre quarti stranieri), è la
prima libreria italiana specializzata nel campo degli studi militari e
strategici. E’ articolata nei settori della storia militare, della geopolitica e
della scienza e tecnica militare.

(1) Cfr. V. Ilari, “Epistemologia della storia militare”, in corso di pubblicazione negli atti del
II convegno nazionale di storia militare indetto dalla Commissione nazionale di storia
militare e tenutosi a Roma, presso il CASD, il 28-29 ottobre 1999.

(2) Cfr. Piero Del Negro “alcune considerazioni sulla storia militare nelle università e il
dottorato di ricerca in storia militare”, in corso di pubblicazione negli atti del II convegno
nazionale di storia militare indetto dalla Commissione nazionale di storia militare e tenutosi
a Roma, presso il CASD, il 28-29 ottobre 1999.