“Le regole dei giornalisti” affronta il tema scottante dell’informazione e i suoi limiti.

Dalle approssimazioni alle malevolenze, all’adulazione
SERGIO SCIACCA I relatori della presentazione de “Le regole dei giornalisti” firmato dall’avvocato Caterina Malavenda (in alto) con Carlo Melzi D’Eril e Giulio Enea Vigevani, postfazione di Francesco Merlo, maestro della polemica giornalistica

a libertà di espressione delle opinioni è un diritto inviolabile garantito dalla nostra Costituzione che continuamente viene elogiata dai giuristi italiani ed esteri i quali ultimi la hanno presa a modello per le proprie carte fondamentali. Anche la rispettabilità delle singole persone è un bene fondamentale assicurato dalla Costituzione: e fin quando tutti pensano bene e agiscono probamente non ci sono problemi: ma quando qualcuno insinua malignità e se ne fa banditore; quando si usa della libertà di parola per infangare gli avversari o addirittura per portare avanti un programma politico sedizioso? Allora i due princìpi costituzionalmente tutelati entrano in un conflitto che è difficile dirimere. Francesco Merlo ieri sera ha fatto alcuni esempi chiarissimi: Sallusti, come direttore responsabile di un giornale è stato privato della libertà perché ha accolto nel suo quotidiano un articolo riconosciuto come diffamatorio. Articolo, si sa, che lui non aveva scritto e che aveva lasciato nel quasi anonimato di uno pseudonimo. E siccome il direttore è responsabile di quello che pubblica senza una firma identificabile, la pena gli spetta di diritto: ma che si vada in carcere (gli arresti domiciliari ne sono un surrogato) per un reato di opinione è cosa inaudita che ci fa crollare nella classifica mondiale della mala-giustizia, come ha sottolineato Caterina Malavenda, l’avvocato specializzata nelle numerosissime questioni giudiziarie che riguardano la stampa. E dove va a finire la Costituzione più bella del mondo se la sua applicazione ci porta alla stregua dei Paesi più selvaggi? Bruno Di Marco, presidente di Tribunale, afferma: «Una bella Costituzione si adatta ad uomini buoni; altrimenti meglio una Costituzione meno bella, ma con una cittadinanza più sana». Ecco la materia della questione: la Costituzione, anche quella ottima è un fascicoletto di carta. Bisogna metterla in pratica altrimenti serve poco, o addirittura serve per coprire malefatte. Accanto a ogni personaggio di rilievo della società si arruola sempre uno stuolo di trombet-

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Diritto di cronaca libertà d’opinione senza infangare
tieri delle sue virtù e denigratori implacabili dei suoi avversari: ha sottolineato il medesimo alto magistrato, che nel suo dire ha citato illustri esempi notati da Euripide nelle sue Supplici. Ed ecco allora il punto cruciale del problema, che non consiste nella interpretazione giudiziaria delle leggi. La situazione oggi in Italia è tanto più grave in quanto gran parte della opinione pubblica «si rende conto assai male della materia vera del contendere», come ha aggiunto Giuseppe Vecchio, direttore dipartimento di Scienze politiche e sociali. Dunque il primo passo da compiere è di passare dalle approssimazioni dei blogger, dalle frasi ad effetto dei tweeters (o dei cabarettisti) per passare a una illustrazione autentica della realtà, dei suoi limiti e del suo senso. Ed ecco allora che rapidamente Giuseppe Barone, cattedratico di Diritto, ha sottolineato che la nostra giustizia è assai parziale in quanto prevede pene assai aspre per chi critica gli altri con una malevolenza che spesso è difficile da dimostrare, mentre non prevede nessuna punizione per chi esalta a dismisura e santifica persone che non lo meritano. Noi non abbiamo nessun reato di adulazione, anche se nel vocabolario corrente esistono parole brucianti per definirne i colpevoli. Tino Vittorio (ordinario di Storia) ha sottolineato che «le leggi da sole non bastano ad assicurare l’ordinata convivenza di un Paese e se ne rese conto il pirandelliano don Lollò che camminava sempre con il codice in tasca, ma passava da una lite all’altra». «Bisogna diffidare dai giornalisti “embedded” tra le truppe corazzate di questo o quel caporione», ha detto Nino Milazzo, con la sua lunga esperienza di giornalismo impegnato per una informazione libera da compromessi. E la soluzione del problema? Probabilmente la abbiamo vicina a noi, senza che ci facciamo caso. Sfogliare un po’ di meno i quattro codici e assai di più il buon senso. Francesco Merlo nella postfazione al libro ricorda con viva commozione il suo maestro delle scuole elementari, in quella Diaz di Catania che si definiva ed era “modello”. Da lui imparò la probità della vita. E ognuno di noi certamente ha potuto incontrare qualche modello di probità quotidiana. Se la scuola fosse messa in condizione di insegnare un po’ di più l’onestà dedicandosi un po’ meno alle scartoffie, risaliremmo di certo molti gradini nella scala della legalità mondiale.

LA PRESENTAZIONE

Catania, dibattito all’Università su informazione e repressione
Per iniziativa di Giuseppe Vecchio (direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali) ieri sera è stato presentato il libro “Le regole dei giornalisti” edito dal Mulino, scritto da Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani e Caterina Malavenda, incentrato sull’uso e gli abusi della libertà di stampa e sulla sua repressione giudiziaria. La postfazione del giornalista Francesco Merlo, uno degli opinionisti più battaglieri della stampa nazionale, osserva amaramente come quello che parrebbe il mestiere più bello del mondo (e certamente lo è) rischia di diventare il più pericoloso anche in tempo di pace. Nell’aula magna di Palazzo Pedagaggi davanti a un foltissimo pubblico, che alla fine ha animato un interessante dibattito, la discussione è stata condotta dai cattedratici Tino Vittorio, Giuseppe Vecchio e Giuseppe Barone, dal presidente del Tribunale Bruno Di Marco, dai giornalisti Francesco Merlo e Nino Milazzo e dall’avvocato Caterina Malavenda.

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