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Domenico Riccardo Peretti Griva, Fotografo

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(da un originale dattiloscritto da D.R. Peretti Griva, non datato, ma presumibilmente realizzato intorno al 1955, qui riportato integralmente).
Chi ricorda ancora, attualmente, i procedimenti al carbone e alla gomma bicromatata? Eppure erano bellissimi procedimenti, con positive molto raffinate, che davano pure tanta soddisfazione all’operatore, posto che offrivano a questi anche il modo di un artistico, relativo, intervento interpretativo. Si era poi fatto strada il bromolio, il quale aveva il grande vantaggio di poter prescindere da un negativo di grande formato e dalla lunga stampa a luce solare. Il bromolio, con la sua apprezzabile appendice del “trasferto” e, cioè, del riporto della stampa inchiostrata su carta da disegno, fu praticato con una certa diffusione per un certo tempo. Ne facevano fede i cataloghi dei Salons internazionali. Ma andò poi via via declinando fino a quasi scomparire. Le ragioni sono essenzialmente due: 1° il nuovo indirizzo che chiameremmo moderno, sul quale si è avviata la fotografia, tendendo, come la pittura, a espressioni inconsuete, sia per ciò che riguarda il soggetto, sia per quanto riguarda la rappresentazione tecnica, mirandosi essenzialmente al nuovo per il nuovo e dandosi presuntuosamente il bando a una tradizione secolare; 2° la particolare difficoltà tecnica e strumentale del bromolio, aumentata nel bromolio-trasferto, che esige una speciale attrezzatura e la complessità del procedimento, il quale mette, talora, a dura prova colui che lo attua. Solo la passione e l’esperienza, attraverso la familiarizzazione, possono bilanciare e largamente superare le delusioni che inevitabilmente accompagnano l’operatore. Non saprei dire quale delle due ragioni prevalga nel far rinunciare anche i bene intenzionati alla realizzazione di un procedimento che dovrebbe avere, per le persone sensibili, tante attrattive, e che può rappresentare assai più di una fotografia comune al bromuro, anche se allestita con largo intervento modificatore del fotografo, un hobby di eccezionale importanza nell’apprestare una serena e intensa evasione alle normali affaticanti occupazioni. Se io dovessi giudicare sul mio caso personale, dovrei dire che quando, dopo giornate, o settimane, di lavoro asfissiante di tavolino, salgo al mio laboratorio per allestire e riportare le mie stampe, mi sento veramente in uno stato di grazia, come uno scolaro in vacanza: il mio sistema nervoso si distende e resto tutto compreso dall’ansia dei risultati dell’interpretazione che perseguo, via via, con i pennelli e con i tamponi: divertendomi nel seguire il mio senso interpretativo, in armonia con il soggetto e con la realizzazione che mi ero proposta e, talora, con la improvvisazione che mi viene additata da una imprevista possibilità di innovazione che la stampa mi svela. Essendomi specializzato nel bromolio-trasferto, anche la identificazione dei soggetti che fotografo risente di questa specializzazione, orientandomi io soprattutto verso la ricerca delle inquadrature e delle intensità di linee che meglio si prestano per questo processo. E la prima soddisfazione mi viene quindi già, nelle spedizioni fotografiche, appunto da tale ricerca. E’ così grande il gusto che provo nei “trasferti” che, ormai, ho abbandonato il semplice “bromuro”. Non è che io disdegni o, peggio, che disprezzi il “bromuro”. Io rispetto e spesso ammiro certe stampe al bromuro, che danno degli effetti che non potrei, certo, ottenere col trasferto e che sono idonee a svelare nel fotografo delle elevate qualità di artista e di ideologo. Gli è che, col trasferto, io traggo una soddisfazione assai più grande, in quanto esso mi dà mezzo di immettere nel mio prodotto una maggiore iniziativa e una più intensa personalità. D’altra parte, non sempre la fotografia modernissima mi convince e mi piace, anche se posso apprezzarne la genialità e la piacevolezza. L’ammirazione resta momentanea, riferita, com’essa è, alla “trovata”, più che alla sussistenza di un immanente contenuto estetico e spirituale. Certi neri violenti, assoluti, in cui scompaiono tutte le mezze tinte e contrapposti a bianchi non meno assoluti, perdono ogni pregio pittorico, per acquistare – certo meno durevolmente – il pregio della invenzione. Di fronte a certi bromuri che pure vanno per la maggiore, io stesso mi sorprendo a dirmi: “Questa fotografia non me la appenderei alla parete, perché dopo due giorni mi verrebbe in uggia, sfornita com’essa è di un interesse intrinseco di una certa consistenza. Ciò non significa – ripeto – che molti bromuri non siano ammirevoli per il contenuto estetico e spirituale e che apprezzabilissima sia la loro consistenza tecnica. Di fronte ad essi io stesso considererei, non dico oziosa, ma addirittura nociva, la conversione in trasferti, che distruggerebbe inevitabilmente le finezze e le sfumature che ne costituiscono il pregio essenziale.
* testo tratto dal catalogo della mostra (ed. Associazione per la Fotografia Storica, 2004)

Il procedimento bromolio-trasferto*

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Succede anche a me, bromolista inveterato, di rinunciare alla “conversione”, appunto nella convinzione di recare, con essa, al lavoro ordinario, non un vantaggio, ma un danno. Se partecipo alle esposizioni con soli trasferti e non con bromuri, si è perché, ormai, i trasferti rappresentano la normale estrinsecazione della mia attività fotografica e perché l’invio a mezzo postale ne è più sicuro e più sbrigativo, concretandosi esso in un tubo protettore che salvaguarda pienamente il contenuto, mentre riduce notevolmente l’ingombro della spedizione. Suol dirsi, per sminuire l’apprezzabilità dei bromoli, che essi non sono più “fotografie” ma un artificioso derivato, prodotto da massicci interventi e manipolazioni che ne distruggono l’essenza e creano un risultato spurio, nel quale è difficile sceverare l’opera del fotografo da quella, successiva, del bromolista. L’obbiezione non mi pare producente. Nell’arte – e ormai è considerato idiota quegli che nega alla fotografia un possibile carattere d’arte – è bello ciò che è bello in se stesso, nel suo risultato finale, a prescindere dai mezzi fisici o chimici usati per attuarlo. E non si vede perché debba essere escluso dal campo fotografico un lavoro che, partendo sempre, necessariamente, da una fotografia, venga elaborato con particolari accorgimenti. Nessun divieto esiste nella Costituzione a qualificare fotografie i trasferti e l’illecito sorgerebbe solo quando la conversione del bromuro nella stampa ad inchiostri grassi rappresentasse un mezzo doloso per ingannare il prossimo, come per una specie di frode in commercio, mentre, invece, il comune fotografo, se ignora i “misteri” del bromolio, sa bene che esso è remoto dal semplice bromuro e non per questa sola differenziazione, se intelligente e comprensivo, sarà tratto a condannarlo. Tutti sanno quanto cospicuo sia l’apporto artificioso anche del semplice bromurista per migliorare e, talora, per radicalmente trasformare il puro prodotto del negativo, creando degli effetti, delle luci, dei rapporti inesistenti nel prodotto originario. Intensificazione, o riduzione, parziali di esposizione nella proiezione, duplicazione di lastre con la sovrapposizione di cieli, polarizzazione, sapiente ritocco di negativi e di positivi, interposizione di retini, etc., possono trasformare in modo radicale l’impressione primigenia. Poco male se il bromolista si serve della possibilità di un suo intervento per creare un cielo, per sopprimere un palo telegrafico o la figura idiota di un intruso, etc. Come bromolista posso, per converso, dichiarare che, assai più spesso di quanto non appaia, il bromolio è molto più vicino alla fotografia autentica che non un bromuro più o meno truccato. Altra volta, è vero, il bromolista trasforma radicalmente la fotografia creando rapporti di luce in origine inesistenti, o modificandoli in misura sensibile, se non addirittura radicale, variando la prospettiva pittorica, immettendo nuvole o chiarori, o scuri di cielo a volontà. Ma, a prescindere dal rilievo fatto poc’anzi sulla larga misura di intervento, possibile e concretamente praticata dal bromurista, se l’opera dell’inchiostratore nel bromolio può essere così varia e radicale, non si vede perché un così grande vantaggio possa e debba essere disatteso, per ragioni, direi, dogmatiche, astratte, anziché particolarmente valutato. Gli interventi inabili o mal concepiti, che pongono in evidenza la mostruosità di un aborto, andranno giustamente a scapito dell’incauto o grossolano operatore, ma non potranno giustificare, senz’altro, la lapidazione di un processo che ha, occorre lealmente riconoscerlo, i suoi notevolissimi pregi. La qualifica, data al bromolio e al bromolio-trasferto, di procedimento interpretativo è, certo, molto appropriata. Nessun meccanismo, nessun accorgimento chimico fotografico consente un così intenso, pressochè indefinito, intervento personale. L’essenziale è di evitare le innovazioni ad ogni costo, per non peggiorare, per una pretesa artistica, il soggetto originale. E non bisogna credere che qualsiasi soggetto e qualsiasi negativo si presti ad essere elaborato al bromolio. Non sono indicati i negativi troppo tenui e in cui il valore artistico consiste essenzialmente nelle morbidezze, nelle trasparenze, nelle mezze tinte. I soggetti a contrasto invece possono, nel bromolio, essere decisivamente corretti nel loro valore di rudezza e di prospettiva e con risultati spesso sorprendenti. Purchè il negativo consenta di riprodurre anche un certo dettaglio nelle ombre. Io stesso rinuncio ad elaborare il trasferto delle fotografie che, bellissime a bromuro, resterebbero sminuite in una stampa ad inchiostri grassi. Ed ecco la descrizione del meccanismo del procedimento. La base è un ingrandimento (invertito se si passa poi al trasferto, anziché limitarsi alla stampa a semplice bromolio) su carta idonea. Un tempo vi erano in Germania delle fabbriche specializzate, molto pregevoli: ricordo la marca Bych che si prestava mirabilmente alla fedele inchiostratura. Ora occorre rivolgersi a una Ditta che si determini a fabbricare appositamente la carta per bromolio, evitando che nel laboratorio ove la carta si fabbrica sianvi anche delle semplici esalazioni di formalina che determinerebbero inevitabilmente la soppressione della sensibilità della gelatina alle operazioni di insolubilizzazione e solubilizzazione.

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Sviluppato e fissato normalmente l’ingrandimento e dopo accurata lavatura, anche molto tempo dopo l’asciugatura, si passa l’ingrandimento stesso in un bagno di acido cromico, solfato di rame e bromuro di potassio. Il bagno è preparato nelle seguenti proporzioni: A) acido cromico gr 25 – acqua 250 B) bromuro di potassio gr 50 – acqua 500 C) solfato di rame gr 50 – acqua 500. Per l’uso unificare le tre soluzioni con c.c. 10 della prima, 100 della seconda, 150 della terza, con l’aggiunta di 300 c.c. di acqua. La copia al bromuro si immerge in questo bagno unificato, che può servire per diverse copie messe insieme, purché agitate separatamente, acciocchè il bagno agisca uniformemente. Quando le copie saranno sbiancate, con la quasi totale scomparsa dell’immagine, esse si lavano a fondo e si passano in un bagno normale di iposolfito di sodio per un nuovo fissaggio. Quindi si lavano accuratamente in acqua corrente e si rimettono ad asciugare. Dopo l’asciugamento saranno pronte per l’uso. Per l’inchiostratura, che può avvenire anche a distanza di tempo, si stenderà su una lastra di vetro 9x12 o 13x18 una spatolata di inchiostro litografico, che si trasporterà, via via, in lieve strato, su un’altra lastra. Quindi, con un pennello grosso avente l’estremità ben rasa, di crine morbido, oppure con un tampone di gomma sintetica un po’ rugosa, passati sul vetro spalmato di inchiostro, si percuote leggermente la matrice che sarà stata prima immersa per mezz’ora, o anche per più ore, in acqua a temperatura ambiente, e poscia distesa su una lastra di cristallo, e asciugata dall’umidità superficiale con uno straccio che non depositi dei fili, o con pelle scamosciata. E’ a questo punto che si inizia il lavoro entusiasmante dell’operatore. Il pennello, o il tampone, velati con maggior o minor misura d’inchiostro, depositeranno questo, via via, nella percussione sulla matrice, disegnandovi, talora con sorprendente velocità le parti scure dell’immagine, le quali, essendo state insolubilizzate dal bagno d’imbiancamento, lasceranno aderire l’inchiostro, più o meno intensamente, a seconda dell’insistenza della percussione. Le parti solubili pregne di acqua rifiuteranno, invece, l’inchiostro. Mano a mano che la superficie della stampa si asciuga, si potrà depositarvi, con tocco leggero, l’inchiostro anche su di esse, in mezza tinta, per attenuare qualche bianco soverchio. Questo intervento sui bianchi è provvidenziale per i cieli uniformemente chiari, che si potranno iscurire con l’intensità desiderata, potendosi essi poi movimentare col batterci sopra con pennelli di crine piatti, non troppo duri, bagnati di acqua, che smuovendo l’acqua dalla matrice in profondità, serviranno a far affiorare i bianchi poggiati a nuvola, di intensità voluta. Certi chiari del soggetto potranno essere intensificati, passandoci sopra una pennellessa un po’ morbida, bagnata nell’acqua. L’operatore ha, così, la sensazione di creare la sua stampa, liberandosi dalle pastoie del bromuro e imprimendo al lavoro un carattere artistico personale. Il processo di stampa è, naturalmente, personalissimo e non può essere delegato. Io mi ci dedico a infornate, particolarmente nei giorni festivi e, data la familiarità e la sveltezza di cui la lunga esperienza mi ha consentito di beneficiarmi, attraverso anche la semplificazione e la sollecitudine del meccanismo d’inchiostratura, posso giungere a sfornare, in un sol giorno, anche trenta trasferti, in piacevolissima occupazione che, data la passione e l’interesse, non mi procura alcuna fatica, apportando anzi un benefico sollievo alle fatiche dell’attività consueta. La celerità dell’inchiostratura è assai accentuata dal fatto che, per l’inchiostratura io adopero dei tamponi di anche 9-10 cm. di diametro. Solo chi ha provato questo processo può essere conscio della soddisfazione che esso reca a chi lo realizzi con entusiasmo. Il giorno successivo all’inchiostratura delle stampe, il fotografo si sveglia come un ragazzo cui sia stato fatto il giorno innanzi un bel regalo e che sia avido di riammirarlo, e corre a contemplare il risultato della gioiosa fatica della vigilia. Inchiostrata la matrice, questa potrebbe restare scopo a se stessa, come semplice “bromolio” che occorrerà lasciare asciugare a lungo, dato il sensibile strato d’inchiostro disteso sulla gelatina. Naturalmente, il “bromolio” resta esemplare unico, occorrendo, per rifare un altro esemplare allestire una nuova matrice al bromuro. E’ però consigliabile non fermarsi al bromolio, ma riportare questo, subito dopo finita l’inchiostratura, su carta da disegno al torchio da acquaforte. Quanto al risultato artistico c’è indubbiamente un’assai maggiore differenza fra bromolio e bromolio-traferto che non fra bromuro e bromolio, dato che il riporto su carta da disegno nobilita, in certo modo, la stampa, rendendola più pura, sopprimendo, nel risultato finale, ogni contenuto chimico e assicurando così alla stampa una durata indefinita, precisamente come quella dell’acquaforte o dell’incisione. Vi è, inoltre, il vantaggio di poter adottare, per il trasferto, la carta da disegno del colore e della
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consistenza desiderata (ci si può servire anche della carta a mano di Fabriano, di sorprendente effetto per certi lavori). Si ha, inoltre, il vantaggio di poter stampare diverse copie dalla stessa matrice reinchiostrandola, naturalmente, ogni volta, con possibilità di ottenere una interpretazione anche involontariamente molto diversa. Da avvertirsi che, se si procede al trasferto, l’inchiostratura dev’essere alquanto più intensa che per il bromolio, dato che l’inchiostro non viene, col trasferto, riportato integralmente. La stampa potrà essere poi largamente ritoccata, in qualunque momento, quando sia asciutta – il che si verifica celermente –, cancellandosi o attenuandosi con la gomma da inchiostro le parti scure che si vogliono correggere. Si potrà intervenire quindi con pennellino morbido di martora, e con petrolio preparato in apposito scodellino, nel quale si bagna leggermente il pennello stesso, per raccogliere poi su un vetrino un velo più o meno intenso di inchiostro e portarlo nelle parti da ritoccare, onde annullare le soluzioni di continuo dell’immagine, per intensificare parti di questa, rifinendola, ove d’uopo, con opportuno intervento, per eventuali modificazioni e complementi. Si toglieranno, infine, con l’ago da vaccinazione, o con un sottile temperino, i puntini neri. Vi illustrerò ora, con la riproduzione di alcuni trasferti, taluni particolari degli interventi operati sulle stampe qui riprodotte, cosicchè si abbia opportuna norma sui mezzi e sui risultati dell’opera del fotografo, con la fiducia che il rendersene conto serva a far meglio apprezzare un procedimento che ben a torto sta andando in disuso, a mortificazione del senso artistico e della personalità del fotografo.

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