Fondatore Eugenio Scalfari

Direttore Ezio Mauro
(con “WOLVERINE” 8,10)

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Anno 30 - Numero 95

1,20 in Italia

venerdì 22 aprile 2005
Danimarca Kr.15; Egitto EP 15,50; Malta Cents 53; Marocco MDH 24; Norvegia Kr. 16; Polonia Pln 8,40; Regno Unito Lst. 1,30; Repubblica Ceca Kc 56; Slovacchia Skk 71; Slovenia Sit. 280; Svezia Kr. 15; Svizzera Fr. 2,80; Svizzera Tic. Fr. 2,5 (con il Venerdì Fr. 2,80); Tunisia TD 2; Ungheria Ft. 350; U.S.A $ 1.

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Stamani terminano le consultazioni da Ciampi. Follini non entra: “Niente plebiscitarismi”. L’Unione: fermate la devolution

Quando era al Sant’Uffizio

Berlusconi: oggi i ministri
Prodi chiede le elezioni. Casini: niente governi tecnici
DIARIO

Ratzinger preparava una svolta sui divorziati
Il Papa agli ebrei: rafforziamo il dialogo

LA TERZA COSTITUZIONE
ANDREA MANZELLA
IAMO un Paese con tre costituzioni. Due reali, una immaginaria. A tutte e tre si è riferito il presidente del Consiglio, annunciando le sue dimissioni in Parlamento. È reale la costituzione che dal 1994, dopo l’introduzione della legge elettorale maggioritaria, regge il nostro sistema politico. Da allora, infatti, il “fatto compiuto governativo” si verifica nel giorno elettorale, fuori e prima della riunione delle Camere. Presidente della Repubblica e Parlamento “prendono atto” di quello che è già avvenuto. C’è ormai una coalizione vincente, che esprimerà il governo; c’è ormai una coalizione perdente, che formerà l’opposizione. Ha ragione dunque, in questo, il presidente del Consiglio: l’atto sovrano per eccellenza, la decisione sul governo, è del corpo elettorale, niente “defatiganti procedure parlamentari”. Ma, attenzione, è reale, anche e ancora, la Costituzione parlamentare del 1948. Nel senso che le sue norme sul governo hanno assunto, dopo il 1994, un nuovo senso e un nuovo valore. Il loro significato è quello di garanzia. Nel momento iniziale, prima, con la fiducia, il Parlamento verifica che la formazione del governo è conforme alla volontà degli elettori. Per tutta la durata della legislatura, poi, le Camere verificano regolarità e opportunità degli atti di governo e anche la permanenza delle basi della sua legittimazione originaria. Insomma, completando la citazione monca del presidente del Consiglio, la Costituzione del 1948 dice sì che “la sovranità appartiene al popolo” ma aggiunge che questo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” stessa. E nelle forme e nei limiti c’è anche e soprattutto il controllo parlamentare sul governo e sulla sua investitura. Così convivono le nostre due costituzioni reali. È contro questa coabitazione, di fatto e di garanzia, che il presidente del Consiglio ha parlato in nome della terza costituzione, la costituzione immaginaria. SEGUE A PAGINA 19

Chi ha paura del 25 aprile
GIORGIO BOCCA
I È rimasta impressa nella memoria l’angoscia di quel 25 aprile del ’45; il pensiero di poter morire in quell’ultimo giorno di guerra dopo essere scampato ai venti mesi della lotta partigiana, e di non poter rifiutare quell’ultimo rischio proprio per quei venti mesi, proprio perché non potevo mancare il giorno della loro fine, della liberazione. E mentre nei venti mesi avevo vissuto in una assurda certezza di immortalità, nella certezza di essere padrone del mio destino in quel 25 aprile sentii d’esser affidato al caso, trascinato da eventi incontenibili. SEGUE A PAGINA 45 FOA, ISNENGHI TARQUINI e VIOLA ALLE PAGINE 45, 46 e 47

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La delegazione dell’Ulivo al Quirinale dopo il colloquio con Ciampi

DA PAGINA 2 A PAGINA 7

La Camera bassa vota anche una legge per il divorzio più veloce. La protesta dei cattolici

Spagna, primo sì alle nozze gay
Zapatero sfida la Chiesa. Le coppie potranno adottare
IL CASO
Il Papa Benedetto XVI

LA ROCCA e POLITI DA PAGINA 10 A 13

Così abbiamo difeso i diritti dei cittadini
JOSÉ LUIS RODRÍGUEZ ZAPATERO
A NOTTE del 14 marzo del 2004, quando noi socialisti celebravamo la vittoria elettorale, ho sentito con chiarezza un coro di voci giovanili che mi gridava: «Zapatero, non ci deludere!». Quelle voci, che continuano a risuonare dentro di me, sono la voce dei cittadini spagnoli, che non voglio deludere e ai quali spetta di giudicare il primo anno del mio mandato alla guida del governo. SEGUE A PAGINA 19

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Repubblica Nazionale 01 22/04/2005

L’esultanza dei gay dopo il voto in Parlamento

MADRID — Via libera alle unioni omosessuali: la Camera bassa del Parlamento spagnolo ha approvato una legge che consentirà a persone dello stesso sesso di sposarsi e adottare bambini esattamente come gli eterosessuali. La legge, che ripropone lo scontro fra la Spagna cattolica e quella socialista ed è stata criticata dai vescovi e dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, è passata con 183 voti a favore, 136 contro e 6 astensioni. La legge passerà ora al Senato. E’ stato approvato anche il provvedimento per rendere più veloci le procedure per il divorzio. MATTONE e OPPES A PAGINA 15

LE IDEE

Ma l’Europa resterà laica
TIMOTHY GARTON ASH
LI atei dovrebbero accogliere con soddisfazione l’elezione di Papa Benedetto XVI. Perché questo teologo bavarese anziano, erudito, conservatore, non carismatico, di certo accelererà proprio il processo di decristianizzazione dell’Europa che si propone d’invertire. SEGUE A PAGINA 18

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CON REPUBBLICA

Puglia, la norma che assegna il benefit della vettura agli ex governatori varata prima della sconfitta

L’Atlante sul nuovo Pontefice

Fitto e la leggina dell’auto blu
BARI — L’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto (Forza Italia) potrà continuare ad avere auto blu, autista e abbonamento autostradale per i prossimi cinque anni, anche sedendo tra i banchi dell’opposizione in Consiglio regionale, senza un incarico istituzionale. Lo prevede una disposizione approvata dall’ufficio di presidenza del Consiglio pugliese. Con lui, conserverà l’auto di servizio, l’autista e l’abbonamento autostradale, anche l’ex presidente dell’assemblea, Mario De Cristofaro (An) che alle recenti elezioni regionali non si è nemmeno candidato. Il 3 e 4 aprile Fitto è stato sconfitto dal candidato dell’Unione, Nichi Vendola. RICCI A PAGINA 25

In serie A record di squalifiche puniti ventiquattro giocatori

Da domani in edicola l’Atlante di “Repubblica” su Benedetto XVI: un volume di 148 pagine con la storia del nuovo Papa e la sua elezione. A 2,90 euro in più

Mano pesante del giudice: cinque giornate a Totti tre a Ibrahimovic
Il pugno di Totti a Colonnese

SERVIZI NELLO SPORT

VENERDÌ 22 APRILE 2005

LA REPUBBLICA 45

DIARIO
DI

SESSANT’ANNI FA TORNAVA LA DEMOCRAZIA

(segue dalla prima pagina) erché militarmente il 25 aprile del ‘45, l’insurrezione, la liberazione fu questo: una corsa dietro eventi in certo senso accaduti prima di accadere, previsti nel loro succedersi caotico, lo sfondamento della linea Gotica da parte degli alleati, la rotta dei tedeschi e dei fascisti, la resa dei conti, la corsa fra la gioia e l’angoscia dalle montagne della Val Maira, a Savigliano, a Cuneo, a Torino fra sparatorie improvvise come temporali d’estate, cadaveri di fascisti nelle acque del Po, una colonna di carri armati tedeschi che gira a vuoto fra il basso Piemonte e il Canavese, sparando qualche cannonata sulle cascine, dovunque le casualità e i rischi di un epilogo convulso. E per tutti i decenni seguenti i discorsi inutili sull’importanza militare di un evento, la liberazione, l’insurrezione che era invece totalmente politica, già dentro quell’indimenticabile esperienza che fu la nascita, la fabbrica di una democrazia. Il revisionismo storico in corso da mesi ha scarsa memoria ed è dominato da un’ossessione sadica. Non vede altro che cadaveri, comunismo in agguato, reciproche congiure, ma la storia di quando si è giovani è gio-

P

25APRILE
GIORGIO BOCCA
vane, fiduciosa, con le speranze e le illusioni dei giovani. Metà delle case di Torino, di Milano, delle grandi città erano macerie, i macchinari della Fiat erano ancora nascosti in campagna o nei sotterranei, si viaggiava sui carri merci o sui camion a carbonella, gli eserciti stranieri ci occupavano con i loro carri armati grandi come palazzi, decidevano sulla nostra sussistenza e sulla nostra indipendenza, eppure non c’è mai stato da noi un più grande, un più illimitato, un più trascinante senso di libertà, di ottimismo. Il giorno dopo passai a casa mia a Cuneo per salutare i miei. Ricordo che mio padre, preside di una scuola tecnica presso le officine ferroviarie di Savigliano, mi confidava la sua paura dei comunisti che avevano occupato la fabbrica e issate le bandiere rosse. E io non capivo perché mai i comunisti dovessero far paura e considerare nemico un professore di matematica che faceva il preside a mille lire al mese e girava con un regolo calcolatore nel taschino di un abito grigio, comprato fatto nei magazzini generali. Dopo mesi di guerra in comune, di nemico comune, quei comunisti non ci facevano paura. C’era meno paura del comunismo allora, che stava formandosi da noi il partito comunista più forte di Europa, che c’erano Stalin, l’Armata rossa, il mito della rivoluzione, la classe operaia e i vecchi compagni del “pugno di ferro” che oggi che il Partito comunista non c’è più, e che alla classe operaia hanno tagliato unghie e denti... La democrazia che in quel 25 aprile tornava a vivere nelle nostre città a pezzi, nelle nostre strade piene di buche, nei nostri negozi semivuoti non era qualcosa di artificiale, era un bene ritrovato e for-

A Verona, si esulta in strada per la Liberazione

A chi fa paura la Liberazione?

Repubblica Nazionale 45 22/04/2005

VITTORIO FOA

L’insurrezione, la fine della dittatura e la rinascita della libertà

IL 25 aprile del 1945. Fu una ondata irresistibile di gioia in tutto il paese. L’abbiamo ricordato, quel giorno, come quello della Liberazione ed è giusto. Ma era per tutti, indistintamente, il giorno della pace. La resa ufficiale della Germania sarebbe arrivata solo l’8 maggio, Hitler si sarebbe suicidato il 30 aprile, Mussolini era stato giustiziato due giorni prima, anche in Italia vi erano ancora delle piccole sacche di combattimento ma tutti sapevano, il 25 aprile, che la guerra era finita. Quel giorno gli angloamericani e i russi si incontrarono sull’Elba in un clima di speranza. Adesso si poteva ricominciare, quello che facevi poteva durare, poteva finalmente servire. Era il momento dell’unità, il sud e il nord si ritrovavano uniti dopo storie tanto diverse. Era importante, non era distratto patriottismo, era un’esperienza reale. E poi, ma forse prima di tutto, la ricomposizione degli affetti. Moltissimi non sapevano se i loro cari erano vivi o morti, gli internati, i deportati, i profughi, i prigionieri, di cui da anni non si sapeva nulla e forse erano dispersi in Russia o nei deserti africani. Adesso si poteva sapere e sperare.

25 APRILE

temente condiviso e noi eravamo fermamente convinti che questa volta sarebbe durata in eterno. Era in corsa una resa dei conti anche feroce, ma fisiologica, come una gran febbre che ci avrebbe fatto guarire dal passato e vedo che oggi a sessanta anni di distanza il revisionismo storico se ne occupa con ossessione, come avesse trovato il segreto di quel partigianato che proprio non gli va giù. Ma noi partigiani della montagna, la spina dorsale della resistenza, non ce ne occupavamo, noi eravamo già nella stagione in cui si fabbrica la democrazia, si studia la democrazia, si scoprono i sindacati, le commissioni interne, le migrazioni interne, un Paese di diversi ma uniti, di cittadini responsabili e solidali. Le riflessioni amare su questo 25 aprile di sessanta anni dopo vertono sulla fine di quella voglia comune di andare avanti, di fare del nostro un Paese civile e giusto a misura della Costituzione che allora avevamo pensato e votato, assieme in una Italia unita nonostante e forse per merito di una guerra in parte civile. E siamo ancora qui, in questo strambo Paese a resistere questa volta ad assurdi ritorni al passato a penose equiparazioni nel peggio, a un populismo truffaldino, ai trionfi delle mafie.

Ma su quella data emblema della nostra memoria è polemica

46 LA REPUBBLICA

DIARIO

VENERDI 22 APRILE 2005

LE TAPPE PRINCIPALI

L’8 SETTEMBRE 1943 Con lo sbarco degli alleati a Salerno, viene firmato l’armistizio. Sulle montagne del nord d’Italia si raccolgono le prime armate di resistenza ai tedeschi. A Salò Mussolini fonda la Rsi

L’INSURREZIONE, APRILE ‘45 Dopo le terribili rappresaglie tedesche del ’44 - la peggiore è quella di Marzabotto, dove vengono uccisi 1800 civili - divampa l’insurrezione. Il 21 aprile, è liberata Bologna, il 23 insorge Genova

LA LIBERAZIONE, 25 APRILE Il Comitato di liberazione nazionale ordina l’insurrezione generale. I tedeschi abbandonano Milano. Il 29 gli alleati entrano in città. Il 26 era stata liberata Genova, il 27 Torino

INTERVISTA ALLO STORICO BRONISLAW GEREMEK

QUESTA MIA EUROPA DALLA MEMORIA DIVISA
ANDREA TARQUINI

I LIBRI
PASQUALE CHESSA Guerra civile. Una storia fotografica Mondadori 2005 GIAMPAOLO PANSA Il sangue dei vinti Sperling 2005 EDGARDA FERRI L’alba che aspettavamo Mondadori 2005 RAFFAELLO UBOLDI I giorni dell’odio e della libertà Mondadori 2004 GIANNI OLIVA Le tre Italie dal 1943 Mondadori 2004 GIORGIO BOCCA Storia dell’Italia partigiana Mondadori 1996 GIOVANNI DE LUNA, MARCO REVELLI Fascismo e antifascismo La Nuova Italia 1995 PIETRO SCOPPOLA 25 Aprile. Liberazione Einaudi 1995 RENZO DE FELICE Rosso e nero Baldini Castoldi Dalai 1995 GIAN ENRICO RUSCONI Resistenza e postfascismo Il Mulino 1995 CLAUDIO PAVONE Una guerra civile Bollati Boringhieri 1994 NUTO REVELLI La guerra dei poveri Einaudi 2005 MARIO ISNENGHI I luoghi della memoria Laterza 1997

a memoria del dopoguerra in Europa resta una memoria divisa, tra Ovest liberato ed Est sovietizzato. E stiamo attenti sia alle minacciose tendenze imperiali russe sia a evitare un’acritica vittimizzazione dei tedeschi. È il parere dello storico Bronislaw Geremek, ex ministro degli Esteri polacco, massimo intellettuale del dissenso negli anni della guerra fredda. Professor Geremek, come va riletto oggi il sessantesimo anniversario della fine della guerra che, ricordiamolo, in Italia è festeggiato il 25 aprile e in Europa l’8 maggio? «Sessant’anni dopo, il processo d’integrazione europea è ben avanzato ma constatiamo che è ben più facile unificare le economie che non la Memoria. La Memoria europea resta divisa, è contraddittoria. I polacchi, come i baltici, ricordano non solo l’8 maggio 1945, cioè la fine della guerra. Nella loro memoria c’è anche, indelebile, l’accostamento tra il 1° settembre 1939, l’aggressione nazista alla Polonia, e il 17 settembre 1939, l’attacco sovietico al mio paese: Stalin a fianco di Hitler». E la fine della guerra in questo senso, che valore ha? «C’è la discriminante del dopo Jalta, che l’Europa occidentale ha dimenticato. La fine della guerra, se fossimo rimasti alla lettera degli accordi di Jalta, sarebbe stata per tutti pace, democrazia, autodeterminazione. La Polonia sarebbe stata indipendente e democratica. La responsabilità è condivisa: non solo l’Urss ottenne il dominio su gran parte dell’Europa contro le aspirazioni di quei popoli, ma l’Occidente si prese la responsabilità di accettare, tacitamente o di fatto, questa spartizione del Continente e questa violazione dei diritti dei popoli. Oggi, avvicinandoci alle solenni celebrazioni a Mosca del sessantesimo anniversario della vittoria, bisognerebbe ricordare questa dolorosa verità. La Memoria d’Europa ha bisogno di questa Verità, di ricordare che i popoli dell’Europa centro orientale divennero nuove vittime». In questo quadro che ruolo hanno le espulsioni a catena, con i polacchi che persero territori a est e ne furono espulsi dall’Urss, e i tedeschi che a loro volta subirono l’espulsione di 12 milioni di loro civili dai territori orientali perduti? «Per l’avvenire dell’Unione europea è decisiva una riconciliazione sincera e profonda tra Polonia e Germania. È un momento costitutivo dell’Europa del futuro. Una tale riconciliazione è possibile solo se non dimentichiamo la verità». In che senso? «Nel senso che le ingiustizie si incontrarono. Ci furono ingiustizie verso la Polonia, che partecipò con centinaia di migliaia di soldati su tutti i fronti alla lotta della coalizione antinazista e che poi dopo il ’45 fu privata di un terzo del suo territorio. Ottenne per ricompensa territori occidentali, quantitativamente meno importanti di quelli perduti. La popolazione polacca fu espulsa, cacciata verso ovest. Adesso se il dibattito viene rilanciato da parte tedesca in modo aggressivo contro la Polonia ciò è politicamente pericoloso». Ma anche i civili tedeschi soffrirono, furono espulsi in 12 milioni

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GLI AUTORI
Il Sillabario di Vittorio Foa è tratto da Questo Novecento (Einaudi). Bronislaw Geremek è il più noto storico polacco. Mario Isnenghi insegna Storia contemporanea a Venezia. Paolo Viola insegna Storia moderna a Palermo.

LE IMMAGINI
La foto della copertina di questo Diario e alcune immagini di queste pagine sono tratte dal libro di Pasquale Chessa Guerra Civile. 1943 1945 1948 Una storia fotografica, in uscita in questi giorni, pubblicato da Mondadori con una prefazione di Giampaolo Pansa

Repubblica Nazionale 46 22/04/2005

dai territori perduti... furono meno vittime di altri? «Attenzione. Non si può dimenticare la responsabilità del popolo tedesco per il nazismo. Non si può dimenticare che fu la Germania nazista a cominciare la guerra. Rovesciare i ruoli sarebbe contrario alla verità e allo spirito europeo. Ci fu il trasferimento forzato della popolazione tedesca dai territori passati alla Polonia. Ma non fu deciso dalle autorità polacche bensì dalle conferenze internazionali. Mi chiedo perché una certa propaganda tedesca oggi dice all’opinione pubblica tedesca che i tedeschi allora furono vittime dei polacchi. I civili tedeschi espulsi dopo il ‘45 furono vittime prima di tutto di Hitler

e delle conseguenze della sua guerra. E poi di Stalin che impose il trasferimento forzato verso ovest sia dei polacchi sia dei tedeschi. I polacchi soffrirono, i tedeschi soffrirono. Ma introdurre oggi per motivi politici una vittimizzazione dei tedeschi, dipingendoli come vittime dei polacchi, significa agire contro gli interessi dell’Europa». Vede il pericolo di giocare un dolore contro un altro? «La riconciliazione polacco-tedesca è un miracolo della Storia europea, guai a metterlo in pericolo. Non è un miracolo dalle radici molto profonde. Il governo Schröder per fortuna si è opposto in modo chiaro alla richiesta di questi circoli di costruire a Berlino un monu-

mento alle vittime tedesche del dopoguerra». È possibile conservare una memoria di quelle vittime tedesche senza suscitare spettri? «Credo che da ogni parte bisogna lavorare di più per la Memoria europea. Il primo passo in questo senso fu la nobile lettera con cui a metà degli anni Sessanta i vescovi polacchi dissero alla Germania “perdoniamo e chiediamo perdono”. Con spirito europeo precursore, l’episcopato polacco perdonò i tedeschi del dopoguerra per i crimini di Hitler e chiese a loro perdono per le sofferenze postbelliche dei tedeschi. La volontà riconciliatrice di quel messaggio può essere l’ispirazione comune anche oggi. Non bisogna sfruttare la Memoria a fini politici per distruggere lo sforzo comune di riconciliazione». L’altro problema della Memoria per la Polonia è quello con la Russia. Mosca rifiuta ancora di riconoscere le sue colpe, minimizza persino l’eccidio di Katyn. Quanto è minaccioso questo problema? «È deludente come l’Europa non si renda conto del pericolo delle tendenze imperiali che rispuntano in Russia. Tendenze che rifiutano ogni responsabilità nei crimini di Stalin e li mettono persino in dubbio. Come le recenti delibere sul massacro di Katyn (ndr: a Katyn, la polizia segreta sovietica sterminò quasi l’intero corpo ufficiali dell’esercito polacco). Con Putin si fanno passi indietro. Si torna a un linguaggio che evoca la propaganda sovietica. Ci si può inquietare vedendo segni di ritorno dello spirito imperiale, l’esaltazione di Pietro il Grande. Una politica imperiale russa è un pericolo per la sicurezza europea, ma prima ancora per gli interessi della Russia, che merita di divenire membro a pieno diritto della comunità degli Stati democratici. Il problema riguarda il presente e il futuro dell’Europa intera».

NORBERTO BOBBIO

IL NUMERO DELLE VITTIME E LO SCONTRO SULLE CIFRE

La Liberazione ha posto le premesse per stabilire in Italia le condizioni di una libera gara fra parti diverse, avversarie, non più nemiche
Democratici e no 25 aprile 1994

QUELLO CHE ACCADDE DOPO TRA LA DESTRA E LA SINISTRA
PAOLO VIOLA
a data del 25 aprile è stata scelta nel decennale, il 1955, per celebrare la liberazione. Era stato quello il giorno più significativo dell’insurrezione di popolo contro i nazisti nelle città del triangolo industriale: proclamato dal Cln lo sciopero generale, discesero in pianura le forze armate partigiane. E’ vero che la sera del 25 aprile nessuna delle tre città era stata ancora liberata e che la battaglia continuò nei giorni seguenti. Il 28 fu catturato e fucilato Mussolini. Il 2 maggio le truppe tedesche si arresero. Se si fosse istituito il 28 aprile come data della liberazione si sarebbe accentuato l’aspetto di guerra civile. Mussolini giustiziato senza processo, il suo cadavere insultato in piazzale Loreto sarebbe stato il simbolo di una lacerazione non sanata, di una nazione divisa. Il 2 maggio avrebbe aumentato il ruolo delle truppe alleate: una nazione dipendente, pe-

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BEPPE FENOGLIO

I partigiani evacuarono la montagnola. Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione. Due mesi dopo la guerra era finita
Il partigiano Johnny 1978

rennemente debitrice. Il 25 aprile era invece la data giusta per celebrare la fondazione antifascista di un’Italia nuova. Per i fascisti invece era stata la “fine di un’epoca”. I saloini si erano vestiti in borghese. Alcuni addirittura si erano uniti ai partigiani per salvarsi la vita. Secondo i fascisti l’Italia aveva voltato gabbana, sconcertata nel calpestare gli idoli fino a poco prima amati e temuti, e la popolazione civile aveva dato il peggio di sé infierendo contro simboli ed esponenti del regime. In generale la folla a loro parere non sa quello che vuole. È infantile. È femminile. Vuole essere dominata. Ha bisogno di un capo e ha sbandato quando le è venuto a mancare. Ha infierito contro il duce che amava, perché lo amava. Dopo la liberazione si scatenò un’ondata di vendette private mescolate a rese dei con-

VENERDI 22 APRILE 2005

DIARIO

LA REPUBBLICA 47

LA CATTURA DEL DUCE, 28 APRILE Mussolini è catturato mentre tenta la fuga e fucilato dai partigiani, assieme all’amante Claretta Petacci. I loro corpi sono esposti a piazzale Loreto a Milano

LA RESA DEI TEDESCHI 29 APRILE Al quartier generale alleato di Caserta viene firmato l’atto di resa delle truppe tedesche in Italia. L’inizio del cessate il fuoco è fissato per il 2 maggio. I partigiani occupano Cuneo

LA FINE DELLA GUERRA, 8 MAGGIO In Germania è firmato l’atto di capitolazione delle forze armate tedesche. La ratifica segna la fine della seconda guerra mondiale, a cinque anni e otto mesi dal suo inizio

IL SIGNIFICATO DELLA LIBERAZIONE

LA RELIGIONE CIVILE CHE NASCE NEL ’45
MARIO ISNENGHI
pprofittiamo del varco aperto giorni fa dall’ancora cardinale Ratzinger: dopo quello che ha detto contro il «dominio del relativismo» e in nome di verità condivise di taglia forte, superiori alle «voglie individuali», sarà consentito insinuare che allora accanto agli assoluti della chiesa esistono e meritano rispetto anche — non gli assoluti, che sarebbe una contraddizione — , ma dei princìpi, luoghi e momenti simbolici della società civile, almeno un po’ più fondanti, durevoli e meno relativi degli altri. Gli “assoluti” della cittadinanza ovverosia della religione civile. La quale esiste — proprio come le religioni di chiesa — finché c’è chi ci crede. Ci “crede”, s’intende, senza teologie e con tutta la capacità del caso di storicizzare i propri valori e i propri santi. E qui finiscono le analogie. Sto parlando del giorno della Liberazione. Le feste nazionali sono a rischio nel nostro paese, ancor più dell’Inno. Festa del distacco e del contrasto, il 25 Aprile non può essere quella che fa eccezione. Si conclude in quella fine d’aprile 1945 un parto doloroso; e il parto è anche scissione e separazione sanguinosa di due componenti, che erano fino a quel momento un essere solo. L’impronta lacerante non si cancella in quella primavera e festa d’aprile. E’ la sua serietà, il lato oscuro da cui erompe la luce. Perché la liberazione non è solo dai tedeschi, ritornante e risorgimentale guerra di indipendenza nazionale. Nella sua parte più impegnativa e profonda, la guerra civile è in se stessi e contro se stessi: i se stessi — per i più giovani — di appena ieri, a scuola, fra i Balilla, nei Guf, nelle piazze del 10 giugno 1940; e poiché non mancano i compagni di banco e divisa che reagiscono con la priorità

A

BILANCI

Ai fini della storia collettiva, e poi della “tenuta” della giornata in cui si riassume simbolicamente la resistenza, essenziale è esserci stati

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Repubblica Nazionale 47 22/04/2005

diversa di tenere comunque feLIBERAZIONE Nella foto de a quell’immaginario cadengrande, te, ecco che la resa dei conti con soldato la storia d’Italia e la dismessa americano identità nazionalfascista e imfesteggiato periale si oggettiva in quei “rea Roma. pubblichini” il cui nazionaliSotto, smo si capovolge per assurdo in subordinazione. Immagi- collaborazioniste rasate e narsi la Resistenza come “sefatte sfilare a condo Risorgimento” — le paMilano. role sono importanti! — impliNell’altra ca volerne fare un altro e diverpagina, il so, agendo però come eredi di cappellano di una storia comune e di una meuna brigata moria divisa. partigiana Del resto, l’infarinatura poliemiliana tica che basta a legittimare le

FEDERICO CHABOD

L’ondata di violenza, la giustizia sommaria e l’interpretazione che fu data di quegli eventi
del dopoguerra e dieci volte inferiore a quella della Spagna dopo il ‘39. La destra ha gonfiato i numeri di quella resa dei conti a molte decine, addirittura a centinaia di migliaia di vittime, e ne ha esaltato il significato. Ha parlato per quell’ondata di giustizia sommaria di prosecuzione di una guerra civile, frutto avvelenato della guerra mondiale. La guerra non finisce per la destra col 25 aprile, con la “liberazione”, ma tre o quattro anni dopo, con De Gasperi e la sua normalizzazione. E per la destra quella guerra civile ha rovinato l’Italia unita, l’Italia totale, la patria che si era affermata dal risorgimento al fascismo, e ha fatto vincere la piccola parte antifascista, una parte minoritaria e meschina che ha consegnato l’Italia ai partiti, scrivendo la brutta pagina della “partitocrazia”. Mezzo secolo dopo la destra è tornata al governo con l’ambizione di chiudere quella pagina.

Nell’aprile 1945, le aspirazioni rivoluzionarie, di cui una parte della Resistenza era stata portatrice, si dissolveranno definitivamente
L’Italia contemporanea 1961

ti politici e a giustizia sommaria. Le foibe sono un episodio diverso: una tragica pulizia etnica compiuta dai partigiani iugoslavi ai danni del ceto dirigente italiano, di qualunque colore politico, partigiani compresi, che avrebbe potuto ostacolare l’annessione dell’Istria alla Iugoslavia. Era facile prevederlo, ed era stato previsto: parenti delle vittime dei nazifascisti si sono potuti finalmente vendicare, odi privati si sono potuti sfogare. L’ondata di vendette, concentrate soprattutto in Emilia Romagna, continuò per un paio d’anni e fece circa ventimila morti, a parte la tragedia delle foibe: una cifra comparabile a quella della Francia

RENZO DE FELICE

Nell’aprile 1945 da parte comunista non fu tentato nulla che possa far pensare a una sia pur riposta intenzione di forzare per una presa di potere
Mussolini l’alleato 1997

diverse componenti in conflitto è sommaria. Si intuisce che bisogna esserci. Come in ogni atto di presenza ognuno ci avrà messo un di più o di meno di spinte politiche, emozionali e di opportunità: abbiamo diari, memorie e pratichiamo oggi le fonti orali, per riconoscere le circostanze di quell’ “esserci” per ciò che riguarda gli attori sociali del ’43-’45. Ai fini della storia collettiva — e poi della “tenuta” della giornata in cui si riassume simbolicamente la Resistenza — l’essenziale è quell’ “esserci” e poi quell’ “esserci stati”. Non sarà stata sempre una “favola bella”, ma è la “nostra” favola, agita da noi e non dagli altri. Non occorreva — ammoniscono i detrattori e gli uomini di mondo. Avrebbero vinto gli anglo-americani anche senza di noi. Era proprio quello che bisognava evitare. Sembra superfluo reiterare la litania: lo sappiamo (e lo sapevano pure gli uomini del Cln); ma non sarebbe stato lo stesso. Neanche per gli Alleati, ma soprattutto, per noi. L’ammaccato “noi” degli Italiani del ’45 — che comunque avranno l’energia di sospingere il paese verso la Repubblica e la Costituzione — e il diversamente, ma non meno ammaccato “noi” odierno, tentato di sporcare e relativizzare tutto. Anche le scelte più generose, quei “quarti d’ora di poesia” da cui tutti provengono e campano. Torniamo a quella che si può considerare una costante della storia d’Italia: nel Novecento come nell’Ottocento, il paese della renitenza alla leva — dalle prime stagioni della coscrizione obbligatoria ai fallimenti nel reclutamento per l’esercito della Rsi — è lo stesso in cui fiorisce vigorosa la pianta del volontario: cioè del cittadino-soldato, quale che sia il colore della sua camicia e il progetto di cui si fa braccio. Prendere o lasciare, verrebbe da dire: un uomo d’ordine — si declini il senso delle istituzioni in senso sabaudo, cadorniano, o anche in sensi più attuali — sarà sempre tentato di guardare con diffidenza a tali stati d’euforia, lo insospettiranno come faziosi e inaffidabili. Può essere. E’ nostalgia del famoso “paese normale”. Ma non è colpa dei garibaldini se vincevano più spesso dei generali del Re. E non è colpa dei partigiani se gli ufficiali che hanno voluto continuare a combattere hanno dovuto in generale disobbedire agli ordini superiori e mettere la propria professionalità al servizio delle bande irregolari. Lo stesso film su Cefalonia, che abbiamo appena finito di vedere in televisione, come ha interpretato e mostrato quei tragici avvenimenti? Che cosa ricupera alla dignità della lotta quelle migliaia di militari: la gerarchia e gli alti comandi oppure la scelta? Sarà per questo — non perché la vituperata vulgata antifascista abbia voluto tenere la Resistenza tutta per sé, ma perché la memoria militare ufficiale faceva fatica a digerire quei comportamenti irrituali — che l’operato dell’esercito a Cefalonia non è entrato per quanto sarebbe stato giusto nel canone della Liberazione?

I LIBRI
C’ERAVAMO TANTO AMATI Tre amici partigiani, vivono insieme le speranze della liberazione, le disillusioni del dopoguerra, il boom, si dividono, si ritrovano. Di Ettore Scola con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli. 1974 NOVECENTO ATTO II Il fascismo, la resistenza, la liberazione nelle vicende di due amici, uno figlio del padrone, l’altro proletario. Di Bernardo Bertolucci, con Robert De Niro e Gerard Depardieu. 1976 GIORNI DI GLORIA Documentari o di montaggio sulla Resistenza dall’8 settembre fino al 25 aprile. Di Luchino Visconti, Marcello Pagliero, Giuseppe De Santis e Mario Serandrei. 1945 MUSSOLINI ULTIMO ATTO Aprile 1945. Il duce rifiuta la resa, lascia Milano, si rifugia in Valtellina. sarà preso prigioniero e fucilato dai partigiani insieme a Claretta Petacci. Di Carlo Lizzani, con Rod Steiger e Lisa Gastoni. 1974

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