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Intervista a Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale di Legambiente

“Taranto rappresenta la città più inquinata d’Italia per cause industriali:
risolvere il problema della diossina non risolverebbe il problema di
Taranto”

Già nel Novembre 2007 il Congresso Regionale di Legambiente approvava una mozione del
circolo di Taranto con la quale si chiedeva che il risanamento ambientale di Taranto venisse
assunto come una delle questioni centrali della proposta politica dell’associazione. Quest’anno
la campagna di Legambiente “Mal’aria” parte da Taranto, dimostrando quindi una certa
attenzione verso questa città. Che cosa intende fare Legambiente per Taranto? Avete in mente,
ad esempio, di promuovere delle campagne informative?
Innanzitutto partiamo da qui perché, come si è dimostrato attraverso il monitoraggio da parte degli
istituti preposti, Taranto rappresenta la città più inquinata d’Italia per cause industriali. L’Ilva è al
top nella classifica degli inquinanti in Italia, almeno su dieci dei quattordici inquinanti più
pericolosi dal punto di vista della salute umana. Noi abbiamo voluto riaprire una questione che in
Italia si era un po’ persa, cioè il ruolo dei grandi impianti industriali nell’inquinamento atmosferico
e lo abbiamo voluto fare in tempo utile, prima che esplodesse la recessione economica, per evitare
che tutta la questione venga rinviata a futura memoria. Noi sosteniamo che oggi l’intervento sulla
mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici è una delle grandi attività di rilancio
dell’occupazione e dell’economia. L’innovazione tecnologica dei grandi impianti industriali per la
riduzione degli inquinanti e l’intervento sulle energie rinnovabili sono i due pilastri su cui oggi si
può rilanciare, anche in chiave antirecessiva, un piano economico di lavoro “socialmente utile” nel
vero senso della parola. E Taranto da questo punto di vista è una città simbolo.
Secondo la classifica stilata da Legambiente in base all’inventario delle emissioni e loro
sorgenti (Ines) di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale),
l’acciaieria Ilva di Taranto produce, oltre all’ormai noto 92% di diossine e furani su scala
nazionale, il 95% del totale nazionale di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), il 78 % di
piombo, il 57% di mercurio, il 42% di benzene, il 42% di cadmio, il 31% di cromo, l’80% di
monossido di carbonio (CO), il 15% di ossidi di zolfo (SOx) e l’11% di ossidi di azoto (NOx).
Di fronte ad una situazione così disastrosa cosa si può fare?
Quello che noi stiamo facendo va in due direzioni principali. La prima è quella di riportare
all’attenzione dell’opinione pubblica la cosa, e credo che la giornata di oggi da questo punto di vista
abbia già ottenuto qualche successo e qualche utilità, mettendo a disposizione di tutte le persone
quei dati che troppo spesso rimangono nei cassetti degli enti. La seconda è quella di sollecitare
anche la classe politica ad adottare le misure adeguate. Se questo Stato è in grado di investire
favorendo alcune aziende private nel salvataggio di Alitalia deve essere in grado di fare altrettanto
per salvare la salute dei cittadini, anche intervenendo con aiuti, laddove le imprese non siano in
grado da sole – e personalmente ho qualche dubbio che l’Ilva non sia in grado da sola di provvedere
a quello che altre aziende siderurgiche hanno fatto anche in Italia. E’ il caso degli impianti
siderurgici di Trieste, che rispettano già il limite di 0,4 nanogrammi a metro cubo adottato
dall’Unione Europea e previsto dalla legge della Regione Puglia per fine 2010. Se l’ha fatto
quell’azienda non capisco perché l’Ilva non possa farlo.
Come ha detto lei la questione informativa è molto importante; prima della scorsa primavera,
cioè prima che l’associazione Peacelink facesse emergere il caso, a Taranto non si parlava di
diossina. Ora sappiamo che oltre alla diossina ci sono anche altre nove sostanze inquinanti
rispetto alle quali l’Ilva primeggia in tutta Italia. Che incidenza hanno queste altre sostanze
sulla salute dei cittadini? Risolto il problema della diossina si può dire risolto il problema dell’
inquinamento a Taranto?
La diossina è la cosa forse più rinomata; di diossina in Italia se ne parla dal 1976 quando ci fu a
Seveso l’esplosione dell’Icmesa ed ha quindi un valore simbolico. Ma ha anche un valore materiale
perché è un inquinante altamente cancerogeno. L’Ilva produce il 92% della diossina italiana di
origine industriale, quindi stiamo parlando di una quantità sostanziale. E’ altrettanto evidente che gli
interventi tecnologici devono essere pensati in modo sistemico. Risolvere il problema della diossina
non risolverebbe il problema di Taranto. Taranto ad esempio è la città che ha il più alto tasso di
polveri sottili (PM10): siamo a 7.000 tonnellate l’anno, la seconda città in Italia è Roma con meno
della metà. Visto che le polveri sottili in Italia sono prodotte per il 27% dal traffico e per il 28 % dai
sistemi industriali, è significativo che Taranto, che pure ha una quantità di abitanti di molto inferiore
rispetto a Roma, abbia più del doppio delle polveri sottili. Quindi anche sulle polveri sottili bisogna
intervenire, così come sulla presenza dei metalli pesanti.
Può spiegare meglio cosa intende per interventi tecnologici sistemici?
Le innovazioni tecnologiche vanno pensate a sistema, cioè bisogna intervenire per abbattere tutte
quante le sostanze inquinanti. Il fatto che l’Ilva abbia vinto la classifica in dieci graduatorie su
quattordici vuol dire che gli altri impianti, anche gli altri impianti siderurgici, adottano le migliori
tecnologie esistenti, le quali consentono di abbattere questi inquinanti. La questione della diossina è
soltanto un indice di ciò che l’Ilva non ha fatto nei suoi impianti, perché come doveva intervenire
sulla diossina doveva intervenire anche sugli altri inquinanti, sugli idrocarburi aromatici piuttosto
che su cadmio, piombo e via di seguito.
Lei ha affermato che il traffico in Italia ha un’incidenza del 27% sull’inquinamento
atmosferico da polveri sottili. Quindi in una città come Taranto, che è esposta a questo grande
inquinamento industriale, forse bisognerebbe fare qualcosa anche sul versante della
mobilità...
In linea di massima le città di mare dal punto di vista del traffico sono quelle che hanno meno
problemi, perché c’è una ventilazione maggiore. E’ difficile distinguere, una volta che si ha la
quantità di emissioni di inquinanti, quanto dipende dagli impianti e quanto dipende dal traffico, ma
francamente non credo che a Taranto sia quest’ ultimo il problema principale.