5.

LA TATTICA FASCISTA
1. Prima fase: le bande fasciste agiscono come milizie
antioperaie. - 2. L'atteggiamento del proletariato. - 3. Seconda
fase: il fascismo alla conquista del potere. - 4. L'atteggiamento
del proletariato. - 5. Terza fase: la conquista del potere e la
dittatura. - 6. L'atteggiamento del proletariato.
Abbiamo visto, nei due precedenti capitoli, con quale mi-
stica e con quale demagogia sociale il fascismo mobiliti larghe
masse popolari. Lo vedremo ora entrare in azione: dapprima
attacca il proletariato organizzato, poi si lancia alla conquista
del potere e infine, una volta padrone della situazione, utiliz-
za i mezzi propri dello Stato per completare l'annientamento
della democrazia e del proletariato organizzato, per instau-
rare un'aperta dittatura.
1
.
Inizialmente, le bande fasciste hanno il carattere di mili-
zie antioperaie alle quali i magnati capitalisti e i grandi agrari
affidano il compito di attaccare il proletariato organizzato, di
indebolire la sua capacità di resistenza. Se le modalità di im-
piego di queste bande presentano varianti nei due paesi, la
loro tattica è sostanzialmente la medesima: militare e offensi-

175
va. TI fascismo oppone «minoranze audaci» alla potenza del
numero, formazioni armate e disciplinate a folle operaie di-
sorganizzate e generalmente senza armi.
In Ita/ia
Immediatamente dopo la conclusione del conflitto, si as-
siste in Italia a una vera fioritura di leghe antioperaie: Fasci
di combattimento di Mussolini, Lega antibolscevica, Fasci di
educazione sociale, Umus, Riscatto Italico ecc. Contempora-
neamente i volontari dei «Corpi franchi» della guerra, gli Ar-
diti, costituiscono, dopo la loro smobilitazione, una potente
associazione di 20.000 membri che apre sezioni nelle princi-
pali città e che fornisce le truppe d'urto delle varie leghe an-
tioperaie'.
Un po' ovunque gli Arditi, in gruppi di venti o trenta, at-
taccano all'improvviso, con le bombe a mano e coi pugnali,
pacifici cortei operai che sfilano nelle strade con donne e
bambini. Così a Milano il 15 aprile 1919 si forma un grande
corteo dopo un comizio socialista e, mentre esso sta per rag-
giungere il centro della città, una piccola schiera di giovani si
getta sulla folla che, sorpresa dall'attacco, si arresta, ripiega,
si disperde. Nel pomeriggio dello stesso giorno un'altra ban-
da distrugge la sede TI I" dicembre 1919, giorno
di apertura della nuova Camera, i deputati socialisti vengono
aggrediti mentre escono dal Parlamento. Nel luglio 1920 la
sede romana viene a sua volta assalita da giovani
energumeni. Ben presto gli Arditi e le altre leghe antioperaie
confluiscono nei fasci di Mussolini.
Nel corso del 1920 un colonnello viene incaricato dal Mi-
nistero della guerra di creare nuclei di ufficiali e di stabilire
1 Silone, Der Faschismus, cito
176
collegamenti. Dopo aver percorso tutta l'Italia, presenta un
rapporto che contiene già, scrive Rossi [Tasca], «un piano
preciso per un'offensiva antisocialista» (op. cit.). Ma poiché
questi nuclei di ufficiali non sarebbero sufficienti, il colonnel-
lo suggerisce di affiancare loro
"per sosteneme e meglio regolame l'azione, una milizia di idealisti
dai esperti, dai più coraggiosi, dai più forti
aggressivi tra nOI».
"Occorre che questa milizia - egli aggiunge - sia in grado di
e, nello stesso tempo, un'azione
politica... Azioni parziali destinate a domare l'insolenza dei centri
... . .
plU saranno una scuola eccellente per le nostre milizie e
serviranno nello stesso tempo a demoralizzare e a indebolire
l'avversario».
Già il colonnello definisce queste azioni spedizioni puniti-
ve locali. La milizia di cui egli prospetta la creazione avrà
un' organizzazione e una tattica rigorosamente militari: in tal
modo, riuscirà a prevalere sulle forze avversarie, «coacervo
eterogeneo», male armate, passive e incapaci di un'azione
organizzata e coordinata. A Mussolini non rimaneva che
mettere in esecuzione le direttive del colonnello.
Alla fine del 1920, dopo il fallimento dell'occupazione
delle fabbriche, il fascismo viene più ampiamente sovvenzio-
nato da industriali e da grandi agrari e dispone ormai di mez-
zi materiali per sviluppare su vasta scala e per perfezionare
la tattica adottata dagli Arditi nel 1919: può acquistare armi,
pagare i suoi giovani mercenari e gli ufficiali che li inquadra-
no; nascono così le Squadre d'azione rivoluzionaria che dap-
prima si allenano nelle campagne, dove i lavoratori, in conse-
guenza del loro isolamento, possono essere più facilmente
colpiti. L'offensiva parte da Bologna, centro delle «leghe ros-
se» emiliane.
Le elezioni amministrative del novembre 1920 hanno rap-
presentato un trionfo per il Partito socialista, Il 21 novembre,
mentre è in corso la seduta del consiglio comunale, le cami-
177
cie nere attaccano il municipio. Una pallottola colpisce, in
piena seduta, il consigliere comunale reazionario avvocato
Giordani, un ex combattente. Nessuno riesce a individuare
da dove sia partito il colpo, ma il cadavere viene sfruttato co-
me trampolino dalla reazione. I fatti di Bologna, secondo un
apologeta di Mussolini, inaugurano la grande era fascista...
La legge del taglione, brutale, anacronistica, seivaggia, regna
in tutta la penisola per volontà fascista»
1

Le squadre d'azione entrano in scena in tutti i villaggi
della pianura padana e alla loro testa sono i figli degli agrari.
Armate dagli agrari, a bordo di macchine fornite dagli agrari,
esse intraprendono «spedizioni punitive» contro i villaggi
.rossì, poi, galvanizzate dai loro successi, nelle campagne, at-
taccano il proletariato cittadino.
All'inizio dei 1921 a Trieste, a Modena, a Firenze ecc. le
bande fasciste devastano le Camere del lavoro, le sedi delle
cooperative e dei giornali operai.
Nelle campagne come nelle città, la loro tattica è sempre
la medesima: sfruttare al massimo la sorpresa. Le squadre,
sottoposte a una ferrea disciplina, obbediscono ciecamente
ai loro capi, agiscono con fulminea rapidità: concentrati in
un punto determinato, trasportati a bordo di autocarri, gli
squadristi fanno irruzione, in numero limitato, nei mezzo dei
loro avversari ben più numerosi.
Come racconta Malaparte «essi sono allenati alla tattica
dell'infiltrazione, dei colpi di mano, armati di granate, di pu-
l Gorgolini, op. cis: «Un anno e mezzo più tardi, venne rinvenuta a
Bologna una donna, assassinata e tagliata a pezzi. L'assassino venne
arrestato. Ci si accorse allora che era la stessa persona che la polizia aveva
arrestato alla porta della sala .del consiglio il giorno dell'uccisione
dell'avvocato Giordani, ma poiché era uno squadrista e un informatore
della polizia, fu immediatamente rilasciato. Tuttavia tutti gli indizi erano
contro di lui... Nessuno a Bologna dubita che sia stato lui a uccidere il
consilPiere municipale e che abbia agito per ordine di qualcuno» (Pietro
Nenm, Le Peuple, 2 febbraio 1938).
178
gnali, di mezzi incendiari»
1
• Prima che i lavoratori abbiano
avuto il tempo di reagire, gli squadristi portano a termine la
loro opera di distruzione e di morte e poi si ritirano rapida-
mente. Se si manifesta la minima resistenza, entrano in azio-
ne anche rinforzi predisposti in precedenza e il timore di
questo intervento paralizza la resistenza avversaria, Se i fa-
scisti sono costretti a battere in ritirata, essi ritornano all'in-
domani, in numero maggiore ed esercitano terribili rappresa-
glie. I militanti operai vengono «purgati» con l'olio di ricino,
bastonati, assassinati,
Fatto di grande importanza: in quest'epoca i fascisti di-
spongono non soltanto dei sussidi dei loro fmanziatori, ma
dell'appoggio materiale e morale delle forze repressive dello
Stato: polizia, carabinieri, esercito. La polizia fa da ufficio di
reclutamento per le squadre, esortando i fuorilegge ad ar-
ruolarvisi e promettendo loro indulgenza e ogni sorta di van-
taggi. Essa presta i suoi veicoli agli squadristi, rifiuta le auto-
rizzazioni di porto d'armi a operai e contadini e proroga
quelle concesse a fascisti
2
• La forza pubblica ha l'ordine di
starsene a guardare quando i fascisti attaccano i «rossi» e di
intervenire se questi reagiscono''. Spesso poliziotti e fascisti
concertano insieme le aggressioni contro organizzazioni ope-
raie. Gobetti racconta che uno studente, avendo preso parte
a spedizioni punitive, venne invitato in questura per ricevervi,
con le congratulazioni delle autorità, il fez degli squadristi".
Vi sono ammissioni degli stessi fascisti. Umberto Bianchelli
racconta nei suoi Ricordi di un fascista:
«II fascismo, occorre ammetterlo, poteva svilupparsi e non avere
quasi preoccupazioni perché trovava nei funzionari e negli ufficiali
l Malaparte, Tecnica del colpo di stato, 1931.
2 Silone, op. cii:
3 Adolf Saager, Mussolini (trad. francese), 1933.
4 Gobetti, La rivoluzione liberale, 1924, cit. da Borghi, Mussolini en
chemise, 1933.
179
,..
cuori d'italiani che erano lieti di vederci andare alla riscossa.
Sottufficiali e appartenenti alla forza pubblica rivaleggiavano tra
loro per aiutare i fasci».
Uno studente fascista, membro di una squadra, scrive in.
una specie di pubblica confessione inviata a un giornale co-
munista:
«Noi vi facevamo disarmare dalla polizia prima di non
per paura di voi, perché vi disprezziamo, ma 11
sangue è p,rezioso e non deve essere sparso contro VIle e abbietta
plebaglia»!.
La magistratura, dal canto suo, pri-
gione agli e di con-
vinti di fascismo» . Nel 1921 il Ministro della gìusuzia, Fera,
invia una circolare alla magistratura per invitarla a lasciar
dormire nei cassetti le pratiche concernenti i crimini fascisti
. .
Ma le camicie nere fruiscono soprattutto del favoreggia-
mento dell'esercito. Il 20 ottobre 1920 il generale Badoglio,
Capo di stato maggiore generale, invia una riserva-
ta a tutti i capi dei distretti militari per comumcare loro che
gli ufficiali in corso di smobilitazione - cir'?l 60.000 -
per essere inviati nei centri più importanti l'
aderire ai fasci di combattimento, che hanno il compito di di-
rigere e di inquadrare. Essi a. ricevere. i quat:
tro quinti della loro paga. Il de&li arsenali
viene consegnato alle bande fasciste, istruite da ufficiali m
congedo e persino in servizio attivo: ., . .
Molti ufficiali conoscendo le simpatie del loro supenon
per il fascismo, vi I colll;1Sio:
ne tra esercito e cannete nere SI moltiplicano: COSI il fascio di
Trento spezza uno sciopero con l'appoggio di una compa-
1 Rossi, op. cito
2 Gobetti, op. cit.
180
gnia di fanteria e il fascio di Bolzano è fondato da ufficiali
del 232
0
reggimento di fanteria.
Nel novembre 1921, con l'aiuto del generale Gandolfi, le
squadre si fondono in una vera e propria organizzazione mi-
litare; gli elementi più combattivi e più sicuri, i principi, sono
raggruppati in manipoli, centurie, coorti, legioni e forniti di
un'uniforme speciale. A fianco di questo esercito di linea vie-
ne costituita una specie di armata territoriale, i triari, ai quali
vengono assegnate funzioni di secondo piano.
Grandemente aumentati di numero, i prìncipi procedono
ora all' occupazione sistematica delle regioni che vogliono
sottomettere.
«Migliaia di uomini armati - narra Malaparte - qualche volta
quindici o ventimila, si rovesciano su villaggi e su città e vengono
rapidamente autotrasportati da una provincia all'altra».
Ovunque essi attaccano le Camere del lavoro, le sedi del-
le cooperative e dei giornali operai; all'inizio di agosto del .
1922 occupano i municipi di Milano e di Livorno, ammini-
strati dai socialisti, incendiano la sede dell'Avanti! a Milano,
quella de Il Lavoro a Genova, occupano il porto di Genova,
roccaforte delle cooperative dei portuali. Grazie a questa
tattica, essi logorano e indeboliscono gradualmente il prole-
tariato organizzato, lo privano dei suoi strumenti d'azione,
dei suoi punti d'appoggio, in attesa di annientarlo definitiva-
mente dopo la conquista del potere.
In Germania
Anche in Germania si assiste, subito dopo la fine della
Prima guerra mondiale, a una vera fioritura di leghe antiope-
raie, composte da ex ufficiali smobilitati, da avventurieri e da
bravi dei bassifondi. Questi «corpi franchi» contribuiscono a
181
. ,,-.
'. .,
«per l'avvenire il movimento nazionalsocialista impedirà, anche con
la forza se occorre, le riunioni o conferenze suscettibili di
deprimere il popolo». . . .
La sua tattica, come quella delle camicie nere, è essen-
zialmente offensiva: un pugno d'uomini audaci e pronti a tut-
to irrompono in mezzo alla folla operaia e, grazie alla loro
compattezza, alla loro azione fulminea e brutale, rimangono
padroni del campo.
sconfiggere la Comune di Berlino (gennaio 1919) e la Comu-
ne di Monaco (aprile 1919), terrorizzano gli operai agricoli
della Pomerania (estate 1919) e gli operai della Ruhr (prima-
vera 1920), e dalle loro file escono tutti gli esecutori materiali
degli assassinii di cui sono vittime uomini politici della sini-
stra tra il 1919 e il 1923
1
. .
. Il partito nazista, che, come si è visto, non era originaria-
mente che una di queste «leghe di combattimento», riesce,
come in Italia, ad assorbire tutte le altre e la sua tattica si
ispira a quella del fascismo italiano: all'incirca nella stessa
epoca nella quale le camicie nere di Mussolini iniziano i loro
attacchi ai cortei operai, Hitler costituisce una piccola trup-
pa d'urto che definisce «servizio d'ordine» e che allena a di-
sturbare le riunioni pubbliche dei suoi avversari (estate
1920).
Il 4 gennaio 1921 afferma, dinnanzi alla folla riunita nella
birreria Kindl, che
l
2
«Avvenne più di una volta - racconta Hitler - che un pugno di
nostri camerati sbaragliò eroicamente un'enorme massa di rossi
che urlavano e strepitavano. Essi avrebbero potuto facilmente aver
ragione di questi quindici o venti uomini, ma sapevano che prima di
riuscirvi almeno un numero doppio o triplo di loro avrebbe avuto il
cranio fracassato... Invece i nostri ragazzi si buttavano nella mi-
schia! Piombavano come sciami di vespe sui sowersivi., senza
Gumbel , I delitti politici in Germania (1919-20), trad. francese 1931.
Heiden, Storia del nazionalsocialismo, cito '
preoccuparsi .loro superio.r!tà numerica, sia pure schiacciante,
senza temere di nmanere feriti o di versare il proprio sangue»
(Mein Kampf).
In questo periodo il prefetto di polizia di Monaco P6h-
ner, quando gli viene segnalata l'esistenza di «autentiche or-
ganizzazioni specializzate nell'assassinio politico», risponde:
«Certo, certo, ma sono troppo poche'» (Heiden).
Il 4 novembre 1921, nella riunione alla Hofbrauhaus il
«servizio d'ordine» supera se stesso. Prima dell'inizio, Hitler
raduna i suoi uomini, li fa mettere sull'attenti e dichiara loro
che non dovranno abbandonare la sala finché avranno fiato

m corpo.
<<I fié1iei uomiJéli si come lupi, si gettarono
SUgli avversan a mute di otto o dieci e conunciarono a cacciarli
dalla sala tempestandoli di colpi. La mischia durò venti minuti e
alla gli avversari, che erano sette od ottocento, furono gettati
fuon dalla sala e giù per le scale dai miei uomini che non erano
nemmeno cinquanta... Quella sera avevamo imparato molte cose»
(ibid.).
L'esperienza doveva infatti rivelarsi assai utile' nell'otto-
. '
bre 1922 HItler, accompagnato da ottocento nazisti, si reca a
un congresso a Coburgo. All'uscita della stazione, un'immen-
sa folla operaia accoglie i nazisti al grido di «Assassini! Ban-
diti! Delinquentil» e comincia a scagliare pietre. Ma i nazisti
fedeli alla loro tattica offensiva, passano all'attacco. «La no-
stra pazienza era al limite - racconta Hitler - e cominciammo
a vibrare colpi a destra e a sinistra. Un quarto d'ora più tardi
nessun rosso osava mettere il naso in istrada» (ibid.).
Dopo la battaglia della Hofbràuhaus il «servizio d'ordi-
ne» riceve la più precisa denominazione di «sezione d'assal-
to», Stunn Abtei/ung, che ben presto viene designata con le
sole iniziali, Sa. Più tardi, nell'agosto 1923, Hitler si crea una
guardia del corpo, «le truppe di assalto di Hitler»: è il nucleo
dal quale sorgeranno le «colonne di protezione», Schutz Staf-
fe/, abbreviato in Ss.
182
183
Dopo un'eclissi di qualche anno, il nazismo ricostituisce
nel 1926 prima le Ss e poi le Sa. Le Ss, come i principi italiani,
sono truppe scelte reclutate tra gli aderenti più sperimentati.
Le Sa costituiscono una specie di armata territoriale, alla
quale vengono affidate mansioni di second'ordine.
Le bande hitleriane riprendono a disturbare i comizi ope-
rai. Nel 1927 un allievo di Hitler, il giovane Goebbels, riesce
a installarsi nei quartieri rossi di . Berlino. Egli si vanta di

«aver scovato il nemico nella sua stessa roccaforte» e di aver-
lo «costretto alla lotta». Avendo affittato per una pubblica
riunione la sala Pharus, normalmente riservata ai comizi co-
munisti, egli colloca i suoi uomini nei punti strategici della
sala e, al momento scelto, li scaglia sui contraddittori avver-
sari, i quali hanno commesso l'errore di raggrupparsi in un
solo punto e vengono battuti da avversari pure numerica-
mente alquanto inferiori
l.
A partire dal 1930, la lotta si scatena nelle strade: le mili-
zie brune provocano e uccidono sulla pubblica via i loro av-
versari operai, e non passa domenica senza che vi siano san-
•• •
gumoslscontn.
E'importante rilevare che le forze repressive dello Stato
appoggiano e armano le bande naziste, il che costituisce un
fattore decisivo. Verso la fine del 1930 il generale von Schlei-
cher ha un colloquio assai cordiale col capitano Roehm, ca-
po delle Sa e si dichiara completamente favorevole alle se-
zioni d'assalto alla sola condizione che queste non si
immischino nelle attribuzioni spettanti alla Reichswehr/. Lo
stato maggiore autorizza i giovani squadristi a installarsi in
zone militari e incarica istruttori militari di addestrarlr'.
Senza dubbio le bande naziste non attaccano, come in
1 Goebbels, Kampf um Berlin, cito
2 Pernot, L 'Allemagne de Hitler, cito
3 Laurent, Il nazionalsocialismo, cito
184
Italia, le stesse sedi delle organizzazioni operaie. Ma impres- .
sionano e demoralizzano l'avversario col loro spiegamento di
forze e con violenze di ogni genere, mentre indeboliscono la
sua capacità di resistenza, in attesa di annientarlo definitiva-
mente dopo la conquista del potere.
2
Resta da vedere come reagisca il movimento operaio in
questa prima fase dell'azione delle bande fasciste. Inizial-
mente, esso rimane sorpreso dalla tattica militare e dall'au-
dacia delle camicie nere e delle camicie brune. Ma molto
presto si sarebbe adeguato spontaneamente ai metodi
dell'avversario se i suoi capi - per timore dell'azione diretta -
non si fossero adoperati per frenare sistematicamente la sua
volontà di lotta.
In Italia come in Germania i capi riformisti ammoniscono
a non replicare alle violenze fasciste, «per non aver contro
l'opinione pubblica». Evitiamo sopratturto - consigliano - di
costituire gruppi di combattimento o formazioni paramilitari,
perché rischieremmo di alienarci i pubblici poteri, quei pub-
blici poteri sui quali confidiamo perché sciolgano le organiz-
zazioni pararnilitari dei fascisti. Non usiamo le stesse armi
dell'avversario, perché su questo terreno saremmo battuti in
partenza...
n risultato di questa tattica legalitaria e disfattistica è una
profonda demoralizzazione della classe operaia, mentre ac-
cresce l'audacia dell'avversario, la coscienza della sua forza e
la sensazione dell'invincibilità. Se sin dalle loro prime impre-
se, le bande fasciste avessero cozzato contro una resistenza
operaia organizzata e fossero andate incontro a dure rappre-
185
I
saglie, avrebbero riflettuto a lungo prima di intraprendere
«spedizioni punitive» o di irrompere nelle riunioni avversarie
e avrebbero incontrato maggiori difficoltà nel reclutare
adepti. Nel contempo i successi che il proletariato avesse ri-
portato nella lotta contro il fascismo gli avrebbero conferito
quel «dinamismo» la cui carenza costituiva proprio il suo di-
fetto maggiore.
In Italia
I capi socialisti e sindacali si oppongono recisamente a ri-
spondere al fascismo colpo per colpo, ad armare e organiz-
zare militarmente i militanti operai. «Il fascismo non può in
nessun caso essere sconfitto sul terreno della lotta armata
ma esclusivamente su quello della lotta legale» afferma
taglie Sindacali del 29 gennaio 1921. Matteotti e le Camere
del lavoro danno ai lavoratori questa parola d'ordine:
<,!?-estqte nelle vostre cqse, non rispondete alle provocazioni! Anche il
silenzio, anche la vita sono talvolta eroicits), Disponendo di
appoggi nell'apparato statale, i socialisti ricevono varie volte
offerte di anni per proteggersi dai fascisti, ma «respingono queste
offerte affermando che difendere i cittadini contro la violenza
annata di altri cittadini è compito dello Statov-'.
Essi confidano che lo Stato borghese li difenda contro le
bande fasciste e perciò, nella primavera del 1921, prendono
sul serio il tentativo del presidente del Consiglio, Bonomi, di
«riconciliare» socialisti e fascisti. Essi ritengono che saranno
i fascisti stessi a sciogliere le loro formazioni paramilitari e
alla Camera Turati, rivolgendosi a Mussolini e ai suoi amici
esclama in tono patetico: «Mi accontento di dirvi:
1 Cfr. discorso di Matteotti alla Camera, lO mano-1921, cit, da Rossi
[Tasca].
2 Kurella, Mussolini ohne Mask, 1931.
186

.mo veramente!- 1. Il 3 agosto viene firmato il «Patto di pacifi-

cazione».
Ma qualche mese più tardi i fascisti denunciano il patto e
la guerra civile riprende. Ancora i socialisti attendono dai
pubblici poteri lo scioglimento delle bande fasciste. In effetti
il 26 dicembre il governo invia ai prefetti una circolare che
ordina lo scioglimento delle formazioni paramilitari, l'occu-
pazione delle loro sedi, la confisca delle armi e il persegui-
mento giudiziario degli organizzatori. Ma il compito di met-
tere in esecuzione questi provvedimenti è affidato alle
autorità locali e prefetti e viceprefetti si limitano a far com-
piere alcune perquisizioni che, come era lecito prevedere,
vengono effettuate soprattutto nelle Case del popolo e nelle
sedi dei sindacati socialisti «per portarne via - scrive Rossi -
le poche armi che ancora vi erano e per lasciare completa-
mente via libera alle aggressioni fasciste».
Per supplire alla carenza dei capi socialisti e sindacali,
militanti di diverse tendenze, sindacalisti rivoluzionari, socia-
listi di sinistra, giovani socialisti, comunisti, repubblicani, ai
quali si unisce qualche ex ufficiale costituiscono, nel 1921
una milizia antifascista, gli Arditi del popolo guidati da un
certo Mingrino. Ma questa organizzazione non viene ricono-
sciuta ufficialmente né dal partito né dalla Cgl e ispira sol-
tanto diffidenza:
«Gli Arditi del popolo - osserva l'Avanti! del 7 lu&lio 1921 - si
abbandonano forse all'illusione di aver la possibilita di arginare
l'azione annata della reazione».
Perciò il Partito socialista, allorché firma il «patto di paci-
ficazione- coi fascisti è molto lieto di cogliere quell'occasio-
ne per «sconfessare l'organizzazione e le iniziative degli Ar-
diti del popolo». I comunisti, dal canto loro, ordinano ai loro
aderenti di abbandonare queste formazioni, col pretesto che
1 Turati, discorso del 24 giugno 1921.
187
gli Arditi del popolo comprendono elementi «dubbi e senza
coscienza di classe». Essi organizzano autonomamente
«squadre comuniste», che, salvo qualche azione condotta a
Milano e altrove, svolgono in generale un ruolo alquanto ri-
dotto (Kurella).
«Gli Arditi del popolo avrebbero potuto, con una direzio-
ne appropriata, divenire il punto di raccolta di tutte le forze
proletarie che erano pronte a rispondere con le armi al fasci-
smo» (Silone). Ma, abbandonati a se stessi, sconfessati dai
partiti proletari e dalla Cgl, divennero una forza reale soltan-
to in qualche singola città.
Il risultato di tutto questo atteggiamento è che, quando le
camicie nere intraprendono una «spedizione punitiva» con-
tro una determinata località e attaccano le sedi delle organiz-
zazioni operaie o i municipi «rossi», i militanti operai sono
incapaci di reagire od oppongono soltanto una resistenza im-
provvisata, frammentaria e quindi generalmente inefficace.
Nella maggior parte dei casi, l'assalitore rimane padrone del
terreno. Mentre i fascisti spostano le loro truppe mediante
autocarri e portano rapidamente rinforzi sul teatro di opera-
zioni, i loro avversari mancano di collegamenti e non dispon-
gono di alcuna organizzazione che consenta il rapido invio di
rinforzi da una città all'altra.
«II fascismo - scrive Rossi - dispone di un fattore decisivo di
superiorità sul movimento operaio: le sue possibilità di sposta-
mento e di concentrazione di forze basate su una tattica militare... I
fascisti sono spesso gente senza legami, che possono vivere in
qualunque luogo... I lavoratori, al contrario, si raccolgono intorno
alle loro Case del popolo... I lavoratori risiedono in una zona
determinata... Questa situazione consente al nemico decisivi fattori
di superiorità: quello dell'offensiva nei confronti della difensiva,
quello della guerra di movimento nei confronti della guerra di
• •
posizione»,
Dopo i colpi di mano, gli operai non compiono rappresa-
glie, rispettano le case dei fascisti, non scatenano alcun con-
188
trattacco, si limitano a proclamare «scioperi generali di pro-
testa». Ma questi scioperi, mediante i quali si vogliono obbli-
gare le autorità a proteggere le organizzazioni operaie contro
il terrore fascista, portano soltanto a inutili colloqui con le
autorità stesse, che sono in realtà complici del fascismo (Si-
Ione).
Non coincidendo con alcuna azione diretta essi lasciano
intatte le forze dell'avversario, anzi i fascisti approfittano de-
gli scioperi per raddoppiare le loro violenze, proteggono i
«crumiri», si trasformano essi stessi in «spezzatori di sciope-
ri» e «davanti al vuoto minaccioso che lo sciopero crea attor-
no a loro, portano colpi fulminei e violenti nel cuore dell'or-
ganizzazione nemica» (Malaparte).
Tuttavia, nei pochi casi nei quali gli antifascisti oppongo-
no una resistenza organizzata, essi riescono ad avere tempo-
raneamente la meglio.
Così a Parma, nell'agosto 1922, la popolazione lavoratrice
si oppone vittoriosamente a un attacco fascista e lo fa fallire
nonostante la concentrazione di molte migliaia di squadristi
e ciò «perché la difesa dei quartieri operai di Parma è stata
organizzata in base a metodi militari», sotto la direzione de-
gli Arditi del popolo (Rossi).
In Germania
Se sin dall'inizio, mentre le bande hitleriane erano ancora
deboli, i partiti operai avessero loro replicato colpo su colpo,
non vi è nessun dubbio che il loro sviluppo sarebbe stato se-
riamente ostacolato. Vi sono, a questo proposito, le testimo-
nianze degli stessi capi nazisti. Hitler, riandando al passato,
commenterà:
,
«Un solo pericolo poteva compromettere il nostro sviluppo: se
l'avversario ne avesse intuito le finalità e se sin dal primo giorno
189
avesse frantumato con estrema brutalità il nucleo del nostro nuovo
movìrnento»].
E Goebbels afferma:
«Se l'avversario avesse saputo quanto noi eravamo deboli, ci
avrebbe probabilmente ridotti in briciole... Avrebbe soffocato nel
sangue l'inizio del nostro lavoro» (op. ciL).
Ma il nazismo non venne soffocato sul nascere ed è dive-
nuto una forza; per resistere a questa forza, i socialisti tede-
schi non concepiscono che una tattica: aver fiducia nello Sta-
to borghese, chiedere aiuto e protezione allo Stato borghese.
Il loro leitmotiv è invocare l'intervento dello Stato, essi non
contano su se stessi, sulla combattività delle masse, ma sulla
polizia prussiana, sulla Reichswehr, sul presidente Hinden-
burg, e attendono dai pubblici poteri lo scioglimento delle
sezioni d'assalto.
Nell'aprile 1932 il generale Groener, ministro di Briìning,
dà loro un'effimera soddisfazione, proibendo le Sa, ma con
questo non fa che preparare la propria rovina: egli deve di-
mettersi il 13 maggio successivo ben presto seguito, il giorno
30, dall'intero governo Brììning. E il nuovo cancelliere, von
Papen, si affretta ad autorizzare nuovamente le sezioni d'as-
salto e a destituire il governo socialista della Prussia, toglien-
do in tal modo ai socialisti il controllo della polizia.
A partire dal 1924 i socialisti dispongono, in verità, di una
milizia antinazista, la Reichsbanner, dagli effettivi assai consi-
stenti. Essi la fanno sfilare in uniforme nel corso di imponen-
ti parate, ma si rifiutano sistematicamente d'impegnarla in
azioni concrete. A ogni occasione nella quale potrebbe af-
frontare le bande fasciste, i capi la ritirano dal teatro di ope-
razioni: così, il 22 gennaio 1933, mentre i nazisti sfilano din-
nanzi alla Casa Karl Liebknecht, sede del Partito comunista,
le sezioni della Reichsbanner sono, per strana coincidenza,
l Hitler, discorso al congresso di Norimberga, 3 settembre 1933.
190
convocate a una marcia di addestramento fuori di Berlino
l
.
Non soltanto i capi della Reichsbanner disertano la lotta, ma
la lasciano disarmare come un gregge di pecore dalla polizia
di von Papen.
Dal canto loro, numerose organizzazioni sindacali creano
gruppi di autodifesa, sia nelle fabbriche, tra i loro aderenti,
sia tra i disoccupati. Ma la Confederazione del lavoro ritiene
che
«la situazione non sia grave al punto da giustificare la preparazione
di una lotta dei lavoratori per la difesa dei loro diritti»; lungi dal
«coordinare e dall'applicare in via ;enerale queste misure
preventive". essa le considera «superflue" .
Anche i comunisti dispongono di una milizia antifascista,
la «Lega dei combattenti del Fronte Rosso». Dal 1929 al
1931 la loro parola d'ordine è Colpite i fascisti ovunque li tro-
viate, e i combattenti del Fronte Rosso hanno fatto fronte
con coraggio alle milizie brune, in qualche circostanza hanno
anche attaccato le loro sedi, i loro quartieri generali. Ma, a
partire dal 1931, il partito rinuncia bruscamente alla lotta di-
retta contro le bande fasciste. Torgler confesserà più tardi
che
«da lungo tempo i comunisti avevano dato ordine ai loro militanti
di rinunciare a ogni forma di terrorismo. La formula "Colpite i
fascisti" venne condannata».
La lotta diretta venne dunque abbandonata e sostituita
con la «lotta ideologica». Torgler si vanta personalmente di
aver sostenuto discussioni coi nazisti e coi membri delle se-
zioni d'assalto in pubbliche riunioni, senza mai perdere la
calma
3
.
l Rustico, «La tragedie du prolétariat allemande», in Masses, IOgiugno
1933.
2 Fascisme, bollettino d'informazione cit.• Amsterdam, 1936.
3 Humanit édel 9 novembre 1933.
191
Quando le sezioni d'assalto annunziano la loro intenzione
di sfilare, il 22 gennaio 1933, dinnanzi alla Casa Karl Liebk-
i .capi del I?artito supplicano il Ministero dell'interno
di proibire la manifestazione nazista.
«II .- dichiarano. alla stampa - considera le autorità
responsabili di CIO che accadra nella Biilow-Platz......
Agli operai viene data la parola d'ordine: Inviate lettere di
al prefetto di polizia (Rustico), ma i gruppi di com-
battunento che erano pronti alla replica ricevono l'ordine
espresso di non intervenire, e devono obbedire reprimendo il
' loro sdegno e il loro furore.
Questa tattica non solo lascia disarmati gli operai di fron-
bande armate del fascismo. ma ne provoca la demora-
Iizzazione. Non ottenendo il permesso di battersi i «combat-
tenti del Fronte Rosso», che non sono tutti militanti
coscienti, spinti dal bisogno di azione passano in gran nume-
ro alle sezioni d'assalto'.
3
A .un certo m?,mento, .si è visto, i magnati capitalisti
non SI servono piu delle cannete nere e delle camicie brune
soltanto come milizie antioperaie, ma lanciano il fascismo al-
la conquista dello Stato.
Per comprendere esattamente la tattica del fascismo nel
corso di questa seconda fase, occorre correggere un errore I
secondo il quale il problema della con-
quista del potere SI porrebbe nello stesso modo per il sociali-
1 Gilbert, «La catastrophe allemande», in Gauche révolutionnaire lO
novembre 1935. '
192
smo proletario e per il fascismo". In realtà, tra le due vie di
presa del potere esiste una differenza essenziale, in quanto il
socialismo è l'avversario di classe dello Stato borghese, an-
che «democratico», mentre il fascismo è al servizio della
classe che tale Stato rappresenta. Il socialismo rivoluzionario
si rende conto di non poter conquistare il potere se non dopo
una lotta aspra e che dovrà frantumare l'accanita resistenza
dell'avversario; se esso utilizza tutti i mezzi legali che gli sono
consentiti dalla legge e dalla Costituzione, lo fa senza la mi-
nima illusione, perché gli è del tutto chiaro che la sua vittoria
è, in definitiva, una questione di forza
2

AI contrario il fascismo, a partire dal momento in cui si
lancia alla conquista del potere, dispone dell'assenso della
frazione più potente della borghesia capitalistica e si è assi-
curato, inoltre, l'appoggio dei capi dell'esercito e della poli-
zia, i cui legami con i suoi finanziatori sono molto stretti;
quanto ai dirigenti del momento dello Stato «democratico»
borghese, il fascismo sa che essi, anche se rappresentano in-
teressi in qualche misura diversi da quelli dei suoi fmanziato-
ri, non intendono opporgli una resistenza armata: la solida-
rietà di classe sarà più forte delle divergenze d'interessi o di
metod0
3
.
Il fascismo si rende dunque perfettamente conto che la
conquista del potere non consiste in una questione di forza;
esso potrebbe immediatamente, se ne avesse intenzione,
l Cfr. ad esempio Paul Faure, Au seuil d 'une Révolution o Sixte-Quenin,
articolo ne Le Populaire del 17 gennaio 1936.
2 Evidentemente queste considerazioni non possono essere applicate al
«socialismo» opportunista, che non ha per obbiettivo di conquistare il
potere, ma tutt'al più di «gestirlo», vale a dire di esercitare il governo per
conto della borghesia.
3 I casi del putsch hitleriano dei 9 novembre 1923 a Monaco e della
sommossa del6 febbraio 1934 a Parigi non devono indurre in errore. Questi
erano in realtà tentativi prematuri e se, in tali circostanze, esercito e polizia
aprirono il fuoco contro i fascisti , fu perché la borghesia nel suo complesso
all'epoca non era ancora decisa ad affidare loro il potere statale.
193
In Italia, come si è visto, i magnati dell'industria pesante,
gli esponenti dell'industria leggera e i grandi agrari sono con-
cordi, all'inizio del 1922, nell'intento di portare il fascismo al
potere. I capi dell' esercito e della polizia si allineano sulle
stesse posizioni, undici generali aderiscono pubblicamente al
movimento, tra luglio e settembre del 1922, e due generali -
prendere possesso dello Stato. Non lo fa perché non dispone
del consenso di una frazione sufficientemente importante
dell'opinione pubblica, mentre, oggi, è impossibile governare
senza il consenso di larghe masse. Occorre dunque avere pa-
zienza, guadagnarsi dapprima la fiducia di queste masse, da-
re l'impressione di essere portati al potere da un vasto movi-
mento popolare e non soltanto perché i suoi finanziatori e i
capi dell' esercito e della polizia sono pronti a consegnare lo
Stato al fascismo. La sua tattica diviene così fondamental-
mente legalitaria, esso vuoi giungere al potere mediante le
normali vie costituzionali o attraverso il suffragio universale.
; Ma, d'altro canto, il fascismo deve dare l'illusione alle sue
truppe d'urto, ai suoi miliziani, di essere un movimento rivq-
luzionario, che si lancia all'assalto dello Stato precisamente
come il socialismo, e che solo il valore e lo spirito di sacrifi-
cio delle sue camicie nere o brune gli assicureranno la vitto-
ria. Per questo gioca alle grandi manovre, come se si accin-
gesse a conquistare lo Stato attraverso una dura lotta.
Ma allorché la tattica legalitaria ha permesso al fascismo
di raccogliere attorno alle proprie posizioni le larghe masse
che gli sono necessarie, quando tutte le condizioni psicologi-
che si sono realizzate, allora, senza sparare un colpo, in pie-
na legalità, il movimento prende possesso dello Stato: il gio-
co è fatto.
In Italia

Fara e Ceccherini - assistono al Consiglio di guerra del 18 ot-
tobre nel quale si prepara la Marcia su Roma. Il fascismo go-
de «di molte simpatie tra gli ufficiali subalterni» (Volpe) e
anche tra i soldati esistono numerose cellule fasciste. I mem-
bri del governo Facta sono già o segretamente d'accordo con
Mussolini o rassegnati a non opporgli resistenza il giorno in
cui gli parrà giunto il momento di prendere il potere.
Ma il fascismo deve ancora assicurarsi la simpatia di lar-
ghi strati dell'opinione media e Mussolini adotta una tattica
chiaramente legalitaria, pensa
«a una conquista del potere per via legale, attraverso una
penetrazione continua e crescente in tutte le regioni, in tutti i
comuni, soprattutto nei più importanti, mediante una maggioranza
schiacciante raggiunta nel paese con una riforma della legge
elettorale, con nuove elezioni che permettano di conseguire una
maggioranza alla Camera e, quindi, l'incarico di costituire il
governo» (Volpe).
113 aprile 1922 Mussolini fa votare dal Consiglio naziona-
le del partito un ordine del giorno che impegna il fascismo a
concentrare la sua attività in Parlamento e nelle istituzioni
amministrative. L'H agosto, a Napoli, dichiara che la Marcia
su Roma di cui si parla «è possibile, ma non strettamente ne-
cessaria e inevitabile». Il successivo giorno 13, a Milano, Mi-
chele Bianchi chiede elezioni anticipate che darebbero al fa-
scismo «una rappresentanza proporzionale alla sua forza
politica nel paese» (ibid.). Ancora in ottobre, Mussolini è di-
sposto a «partecipare» a un governo Facta purché vengano
affidate al fascismo alcune «leve di comando», e soprattutto
egli insiste perché il governo faccia adottare la nuova legge
elettorale e indica rapidamente le elezioni.
Ma nello stesso tempo egli deve bluffare e dare soddisfa-
zione agli squadristi impazienti di passare all'azione. Effetti-
vamente, nelle fùe fasciste, sono numerosi coloro che aspira-
no a un'azione «extralegale, insurrezionale, militare»; che
«sognano un colpo di stato più completo, più rivoluzionario»
194
195
che non una semplice conquista legale del potere (ibid.). Per
costoro si moltiplicano le manovre di addestramento e i con-
centramenti minacciosi dei prìncipi.
Alla fme di maggio del 1922 diecimila camicie nere pro-
venienti da Ferrara, da Modena, da Venezia ecc. convengo-
no a Bologna, procedono a una vera e propria occupazione
militare della città, bivaccano sulle piazze. Il 28 maggio si
concentrano a Firenze tutti i fasci della Toscana, vale a dire
varie migliaia di uomini. Alla fme del mese, Mussolini scrive
ne Il Popolo d'Italia:
«Fascisti di tutta Italia consideratevi da questo momento
mobilitati; materialmente e moralmente. Se sarà necessario, vi
radunerete con la rapidità della folgore per concentrarvi nei punti
che vi verranno indicati e nulla resisterà al vostro slancio».
Il 29 luglio, in piena Camera, minaccia un'insu"ezione fa-
scista. Questo linguaggio e questo spiegamento di forze alla
vigilia della Marcia su Roma hanno indotto taluni a ritenere
che, contrariamente a Hitler, Mussolini abbia conquistato il
potere con la violenza. Ma si tratta di un errore. Se Mussolini
si impadronì del potere senza aver provocato nuove elezioni
e senza avere dietro di sé la maggioranza assoluta del paese,
ciò non dipese per nulla dal fatto che egli credesse alla ne-
cessità o all'opportunità di un colpo di stato. Egli era per una
tattica perfettamente legalitaria, proprio come Hitler, ma
non aveva tempo di attendere nuove elezioni, era pressato da
difficoltà fmanziarie, gli mancavano le enormi risorse che sa-
rebbero state a disposizione del suo collega tedesco, il man-
tenimento delle squadre esigeva enormi somme, il fascismo
aveva a suo carico decine di migliaia di disoccupati e aveva
urgente bisogno di «trovare risorse regolari che solo il bilan-
cio dello Stato poteva garantirgli» (ibid.).
Così Mussolini, senza rinunciare alla sua tattica legalita-
ria, è indotto ad accelerare il corso degli eventi. Il 20 settem-
bre si concentrano i fascisti delle Venezie, il 16 ottobre quat-
196
tro quadrumviri - Bianchi, Balbo, De Vecchi e De Bono -
vengono incaricati di predisporre il cosiddetto «colpo di sta-
to»; il 18 essi elaborano un «piano di mobilitazione» e fissano
i punti di raccolta delle colonne fasciste in vista della Marcia
su Roma. Il giorno 24, 30.000 camicie nere alle quali vengono
aggiunti 20.000 operai dei «sindacati» fascisti e sezioni di ca-
valleggeri e di ciclisti vengono concentrate a Napoli e sono
passate in rivista da Mussolini. L'ordine segreto di mobilita-
zione dei legionari fascisti viene lanciato il giorno 26 ed entra
in esecuzione alla mezzanotte del 27.
Ma Mussolini bluffa senza averne bisogno e si guarda be-
ne dall' «infrangere le ultime vestigia della legalità»
1
. Lo Sta-
to democratico si arrende senza combattere e si svolge una
piccola commedia: Facta, per salvare la faccia, proclama lo
stato d'assedio, ma il Re si rifiuta di firmare il decreto.
In tutte le città dell'Italia settentrionale le autorità militari
permettono alle camicie nere di occupare gli edifici pubblici,
di penetrare nelle caserme, di impadronirsi delle armi, di fra-
ternizzare con gli ufficiali e con le truppe.
Il giorno 29, Mussolini viene chiamato a Roma dal Re, vi
si reca in un confortevolissimo vagone letto e, secondo la
prassi parlamentare, si vede conferire l'incarico di costituire
il nuovo governo. Soltanto quando tutto è finito, comincia lo
spettacolo poi defmito «Marcia su Roma». Cinquantamila
camicie nere sfilano per la città nella quale sono state tra-
sportate su treni speciali.
In Germania
Come si è visto, i fmanziatori del nazismo, vale a dire i
magnati dell'industria pesante e i grandi agrari, lo lanciano
1 Rocca, nfascismo e l 'antifascismo in Italia, 1930.

197
alla conquista del potere a partire dal 1930. I capi della Rei-
chswebr proteggono apertamente le milizie brune; nel mag-
gio 1932 i generali informano il presidente Hindenburg di
non contare sull'esercito per difendere il governo Briìning in
caso di colpo di mano fascista (Heiden). Dopo il 20 luglio, il
nazismo non ha più nulla da temere da parte della polizia

prussiana.
Come Mussolini, Hitler è dunque certo di poter conqui-
stare il potere senza dover affrontare le forze repressive del-
lo Stato. Ma prima di accingersi a governare egli vuole avere
dietro di sé la maggioranza dell'opinione pubblica. Perciò,
tra il 1930 e il 1933, si lancia in una serie di campagne eletto-
rali praticamente ininterrotte e coronate da successo: 12 seg-
gi nel Reichstag del 1928-1930, 107 nel settembre 1930, 230
nel luglio 1932. Dinnanzi all'Alta Corte di Lipsia Hitler spie-
ga, alla fine del 1930:
«Ancora due o tre elezioni generali e il movimento nazional-
socialista avrà la maggioranza nel Reichstag; esso potrà allora
preparare la rivoluzione nazionalsocialista... Noi ci introdurremo
nell'organismo legislativo in modo da assicuJ"!lre al nostro.partltl:?
un'influenza preponderante. Una volta che d l s p o ~ e ~ o ?el p o t e ~
costituzionali, trasformeremo lo Stato secondo I cnten che nOI
riteniamo giusti".
E poiché il presidente gli chiede scetticamente questa
precisazione: «Così, voi intendete seguire soltanto le vie lega-
li?», Hitler risponde senza esitazione: «Ma certol» (ibid.).
Ed effettivamente quando, il 28 marzo 1931, il marescial-
lo Hindenburg sospende le garanzie costituzionali mediante
un decreto-legge, Hitler invita il suo partito a rispettare alla
lettera la volontà presidenziale.
E poiché taluni suoi partigiani si meravigliano e si spa-
zientiscono, egli ordina:
«Tutti i nazionalsocialisti che si permetteranno di infrangerle (le
ordinanze presidenziali) verranno immediatamente espulsi»,
198
Hitler è talmente sicuro di raggiungere i propri obbiettivi
percorrendo le vie legali, che accetterebbe, in caso di neces-
sità, di giungere al potere entrando dalla porta di servizio,
«partecipando» al governo del Reich. Nonostante le proteste
dei settori estremistici del partito, egli autorizza, nel 1930, il
dottor Frick a entrare nel governo reazionario della Turingia
e nel 1931 Dietrich K1agges a entrare nel governo del Brun-
swick, e si mostra a più riprese ostile alla partecipazione al
governo centrale di ministri nazisti soltanto a seguito delle
pressioni degli estremisti, preoccupati di salvare la faccia.
Così, alla fine del 1931, egli è personalmente disposto ad au-
torizzare Gregor Strasser a entrare nel governo del Reich,
ma Goebbels e Goering intervengono e lo costringono a
cambiare opinione'.
Il nazismo, infatti, deve continuare a presentarsi come un
movimento «rivoluzionario», deve continuare a bluffare. Nel-
le' sue file sono assai numerosi coloro che non hanno rinun-
ciato all'idea di una conquista insurrezionale del potere. Nel
marzo 1931 le sezioni d'assalto di Berlino, guidate dal capita-
no Stennes, si ribellano, rimproverano alla direzione politica
del partito di mostrare «tendenze liberali e borghesi» e di
trasformare «il partito nazionalsocialista in un partito come
gli altri».
Per garantirsi la combattività delle proprie truppe Hitler
deve dunque escogitare grandi manovre, si tramano misterio-
si complotti e, nel «dipartimento agrario» del partito, diretto
da Walter Darré, si elaborano piani insurrezionali
2
. Il grande
progetto di Darré e dei suoi amici è di conquistare il potere
con la forza tramite una «sommossa comunista» artatamente
prefabbricata: nel marzo 1932 la polizia prussiana, perqui-
sendo le sedi delle sezioni d'assalto della Pomerania, vi rin-
l Cfr. Otto Strasser, Juni Sonnabend; 30 (Sabato, 30 giugno), 1934.
2 Tels qu 'ils soni: «Walter Darré», Paris 1934.
199
viene un piano di colpo di stato concepito su tali basi. Nello
stesso tempo il nazismo ostenta pubblicamente la propria
forza: un vero esercito che esso mantiene, nutre, alloggia in
proprie caserme, fa esercitare come una truppa regolare, fa
sfilare in gigantesche parate mentre le sue squadriglie di ae-
rei sfrecciano nel cielo.
Ma l'esercito delle camicie brune serve solo per le parate
e non spetterà ad esso il compito di conquistare il potere: lo
Stato si arrende senza combattere. Il cancelliere Schleicher,
nonostante ne fosse corsa per un momento la voce, non mo-
bilita la guarnigione di Potsdam e il 30 gennaio 1933 il mare-
sciallo-presidente invita molto borghesemente Adolf Hitler a
costituire il nuovo governo del Reich. Soltanto quando tutto
è finito le camicie brune sfilano per le vie di Berlino.
4
In questa seconda fase della lotta, il proletariato organiz-
zato non tenta di dare scacco al fascismo. Il problema va af-
frontato tenendo presente che i capi operai, neanche per un
solo istante, tentano di sbarrare al fascismo la via del potere.
Sino all'ultimo, essi si rifiutano persino di credere alla possi-
bilità della vittoria fascista.
In Italia
Il fascista italiano Giuriati ha potuto parlare di «sottova-
lutazione testarda e idiota del fascismo e dei suoi uomini. Per
i nostri avversari, Mussolini non era che un tribuno come
tanti altri... Nessuno si accorgeva che, sotto l'acqua morta e
putrida della politica italiana, si stava preparando l'eruzione
di un vulcano»
1
.
I socialisti italiani sono affetti da «cretinismo parlamenta-
re»: poiché nelle elezioni il fascismo raccoglie un numero di
voti assai limitato, poiché al Parlamento ha soltanto 35 depu-
tati, essi non lo ritengono pericoloso e persino ne annuncia-
no periodicamente il declino o la decomposizione (Silone).
Ancora alla vigilia della Marcia su Roma, i capi del parti-
to sorridono quando si accenna a un possibile pericolo/,
Quanto ai comunisti, essi finiscono col negare il pericolo
fascista, affermando che non vi è differenza tra le varie forme
del dominio borghese, sia che questo assuma l'etichetta «de-
mocratica» o quella fascista: perciò nel 1922, al Secondo
congresso del Partito comunista a Roma, Bordiga respinge
l'ipotesi di una presa del potere da parte del fascismo e ritie-
ne inevitabile un compromesso tra tutti i partiti borghesr',
Quando, il 28 ottobre, ha inizio la mobilitazione delle cami-
cie nere, la segreteria del partito invia una circolare alle or-
ganizzazioni di base affermando che «la marcia su Roma non
avrà mai luogo» (Silone).

1 Giuriati, discorso in memoria di Michele Bianchi, cito da H. Massoul,
La Leçon de Mussolini, 1934.
2 Nenni, Sei anni di guerra anche in Italia, 1930.
3 Più esattamente al Secondo congresso venne affermato che «soltanto in
un ulteriore perfezionamento dello Stato democratico, più capace di
coprire la reale sostanza del regime dittatoriale della bOIJPlesia questa può
porre le .sue mete». Ma si chiariva che «la presente Situazione italiana
racchiude in sé sinteticamente tutti gli elementi costitutivi del colpo di
stato», che il fascismo è «una conseguenza inevitabile dello sviluppo del
regime», che il Pcd'I non esclude, anzi tiene presente «la possibilità che
dalla situazione instabile possa sorgere l'occasione di una azione violenta di
. una parte della borghesia» [n.d.t.].
200
•.., ~
.. . ,
." ;;
.-, .
\
201
In Germania
Anche i socialisti e i comunisti tedeschi si rifiutano di cre-
dere al trionfo del nazismo, anzi, ne preannunziano periodi-
camente la sconfitta. I socialisti lanciano squilli di vittoria a
getto continuo: nell'agosto 1932, perché il presidente Hin-
denburg ha respinto le richieste di Hitler; all'indomani delle
elezioni del 6 novembre, perché i voti riportati dai nazisti se-
gnano una diminuzione, per cui il Vorwiirts scrive:
«Sono dieci anni che noi pronostichiamo il fallimento del
nazionalsocialismo; lo abbiamo scritto a chiare lettere in questo
giornale» (Rustico). Alla vigilia dell'ascesa di Hitler al potere, il
leader socialdemocratico &hiffrin scrive:
«Noi sentiamo ormai soltanto odore di cadavere in putrefazione: il
fascismo è definitivamente prostrato e non si riavrà mai più»1.
I comunisti non sono molto più perspicaci. All'indomani
delle elezioni del 14 settembre 1930, Die Rote Fahne scrive:
«Il 14 settembre ha rappresentato il momento culminante del
nazionaisocialismo in Germania, ciò che lo attende in avvenire non
può essere che l'indebolimento e il declino»2.
Nel 1932, Thàlmann prende posizione contro una «super-
valutazione opportunistica del fascismo hitleriano»3. In tutta
la letteratura comunista del 1932 non si parla che di regresso,
decomposizione, disgregazione, arretramento del fascismo.
All'indomani delle elezioni del 6 novembre, Die Rote Fahne

annuncia:
«Ovunque vi sono Sa che abbandonano le file hitleriane e che sì
schierano sotto la bandiera del comunismo. Hitler comincia ad
essere sconfessato nel suo stesso movimento» (Rustico)..
1 Leipziger Volkszeitung, 21 gennaio 1933.
2 DieRote Fahne, 15 settembre 1932.
3 Thiilmann, discorso al Comitato centrale del Partito comunista tedesco,
19 febbraio 1932.
202

E alla vigilia dell'ascesa del nazismo al potere Thàlmann
parla di un «rovesciamento delle forze di classe in favore del-
la rivoluzione proletaria»
1

Si tratta di vedere quale tattica avrebbe potuto contrap-
porre il proletariato al fascismo in marcia verso la conquista
del potere. Occorre tener presente che il fascismo assume il
potere legalmente. Gruppi armati operai, indispensabili per
sconfiggere le bande fasciste quando queste si limitano ad
adempiere alla funzione di milizie antioperaie, non sono più
sufficienti per impedire al fascismo di guadagnare seggi in
parlamento, di conquistare l'opinione pubblica, di introdursi
nello Stato attraverso le vie legali.
Un semplice sciopero generale di protesta, anche procla-
mato su scala nazionale, non può bastare per sbarrare al fa-
scismo la via del potere, a meno che esso non rappresenti il
punto di partenza di un'offensiva rivoluzionaria. I riformisti
italiani ne fanno l'esperienza concreta: nel luglio2 1922 essi
promuovono uno sciopero generale in tutta la penisola, con
l'unico obbiettivo di premere sul Parlamento e sulla Corona
affinché siano difese «le libertà politiche e la Costituzione». .
Poiché la sospensione del lavoro non è accompagnata da
nessuna azione offensiva, è molto facile per i fascisti far falli-
re il tentativo: arruolando crumiri, essi assicurano i servizi
pubblici essenziali e rimangono padroni della piazza. Questo
sciopero generale fallito, invece di sbarrare al' fascismo la via
del potere, gli permette di conseguire una vittoria morale e si
rivela «la Caporetto del movimento operaiov',
Evidentemente, a partire dal momento in cui il fascismo
1 me Rate Fahne, fine gennaio 1932.
2 Lo sciopero ebbe luogo in realtà nell'agosto 1922 [n.d.t.],
.3 La Giustizia, 12 agosto 1922.
203
punta alla conquista del potere, il movimento operaio non
può effettuare che un solo tentativo: battere il fascismo in ve-
locità, conquistare il potere prima del fascismo. Ma i partiti
operai non si dimostrano rivoluzionari né in Italia né in Ger-
mania, e non pensano neppure per un attimo di conquistare
il potere attraverso un'aspra lotta.
In verità, alla vigilia della vittoria fascista, il movimento
operaio è profondamente indebolito e demoralizzato, non
soltanto a causa della disoccupazione, non soltanto per le
continue sconfitte subite per mancanza di audacia negli
scontri quotidiani con le bande fasciste, ma soprattutto per-
ché le organizzazioni sindacali non hanno saputo difendere i
vantaggi acquisiti dalla classe operaia. In Italia la Cgl non è
stata in grado né di opporsi alle riduzioni di salario durante
la crisi, né di costringere gli industriali metallurgici a mante-
nere gli impegni assunti in merito al controllo operaio. La
Confederazione del lavoro tedesca impedisce ai propri iscrit-
ti di opporsi ai decreti-legge di Briining col pretesto che di-
fendendo il loro pane quotidiano essi metterebbero in peri-
colo il governo Briining, che dopotutto è preferibile a un
possibile governo Hitler. Questa tattica .del «male minore»
demoralizza profondamente i lavoratori.
Quando perciò il fascismo si avvia alla conquista del po-
tere il movimento operaio sembra in preda alla paralisi e non
è per nulla in grado di batterlo in velocità.
In Italia i socialisti, invece di preparare l'insurrezione, si
atteggiano a difensori dell'ordine costituito, strisciano ai pie-
di dei dirigenti dello Stato borghese, supplicano i reali cara-
binieri e l'esercito perché non cedano il potere a Mussolini.
Allaline di luglio il loro leader, Turati, si reca dal Re per «ri-
cordargli che egli è il supremo difensore della Costituzione».
In Germania, i capi riformisti supplicano Hindenburg e la
Reichswehr di «compiere il loro dovere», di non consegnare
il potere a Hitler. Quando von Papen destituisce il governo
204
socialista della Prussia il 20 luglio 1932, essi si limitano a pro-
testare contro questa «violazione della Costituzione» per la .
quale fanno ricorso alla Corte suprema di Lipsia.
Dieci giorni prima dell'ascesa di Hitler al potere, l'esecu-
tivo della Confederazione del lavoro si reca in visita dal pre-
sidente Hindenburg. I capi sindacali «si aggrappano ai poteri
dello Stato. Essi sperano sempre nell'aiuto del presidente del
Reich»l. E il giorno in cui Hitler costituisce il governo, il 30
gennaio 1933, il Vorwiirts scrive in un'edizione straordinaria:
«Di fronte al governo della minaccia di colpo di stato, la so-
cialdemocrazia si mantiene ben salda sul terreno della legali-
tà e della Costituzione».
I comunisti, nonostante le loro declamazioni rivoluziona-
rie, si trincerano dietro la scusa che i riformisti non vogliono
fare niente, ragion per cui non fanno nulla nemmeno loro.
5
Il fascismo ha preso il potere, il suo capo si è visto affida-
re dal capo dello Stato l'incarico di costituire il governo. Ma
non è detta l'ultima parola: il vero avversario, il proletariato
organizzato, non è ancora vinto. I partiti operai e i sindacati
continuano a esistere e conservare un'organizzazione legale.
Perciò il fascismo si accinge ora a utilizzare gli strumenti del-
lo Stato per completare la propria vittoria, per annientare
definitivamente le organizzazioni operaie, per instaurare la
dittatura.
Nel corso della fase precedente, allorché puntava alla
conquista del potere, la tattica del fascismo era stata, come si
l Seelbach, Das Ende do Gewerkschaften (La fine dei sindacati), 1934.

205
è visto, .essenzialmente legalitaria e i suoi preparativi per un
colpo di forza non erano che un bluff destinato a tenere viva
la combattività delle squadre.
Ma ora la situazione è capovolta, ora la tattica legalitaria
non è più che un espediente, destinato a cloroformizzare
l'avversario, una maschera sotto la quale il fascismo già viola
la legalità e si prepara metodicamente al colpo di forza.
In Italia
Mussolini, quando viene incaricato dal Re di costituire il
nuovo governo, capisce che sarebbe pericoloso tentar di bru-
ciare le tappe: il movimento operaio non è morto e la preci-
pitosa instaurazione della dittatura potrebbe provocare peri-
colose reazioni, sia da parte del proletariato organizzato che
ad opera dei partiti democratici e liberali. Bisogna clorofor-
mizzare gli uni e rassicurare gli altri e il lupo si camuffa da
agnello.
Il 31 ottobre 1922 il nuovo capo del governo telegrafa ai
suoi luogotenenti:
"I?obbiamo la e garantire il rispetto di
chiunque. Le hberta personali non devono essere violate in nessun
caso».
Il 9 novembre egli pubblica un comunicato, nel quale si
afferma risoluto a garantire tutte le libertà, a riaprire le Ca-
del lavoro e così via. Quasi nello stesso tempo assicura
il conte Sforza, ambasciatore d'Italia a Parigi, che aveva pre-
sentato le dimissioni, di essere intenzionato a «mantenere un
programma democratico».
Questa tattica consegue il suo obbiettivo. Mussolini riesce
a convincere i liberali, che si lasciano persuadere che il fasci-
smo non è altro che un «liberalismo rafforzato», la cui unica
206
aspirazione è di apportare qualche ritocco al regime demo-
cratico: rafforzamento dell'esecutivo e conciliazione della li-
bertà con l'autorità (Massoul).
Il vecchio Giolitti sorride amabilmente al nuovo Cesare.
Amendola dichiara, in un'intervista, che per la prima volta vi
è in Italia un governo stabile e durevole, in grado di intra-
prendere un'opera di largo respiro. La massoneria, che ha
già sovvenzionato la Marcia su Roma, si allinea al nuovo re-
gime nella persona del suo gran maestro Torrigiani.
Mussolini persegue il disegno ben definito di ottenere la
maggioranza assoluta in Parlamento con l'appoggio dei libe-
rali. Nel luglio 1923 riesce a far votare dalla Camera una
nuova legge elettorale in base alla quale i due terzi dei seggi
verranno assegnati al partito che otterrà la maggioranza rela-
tiva dei voti, purché questa rappresenti una percentuale di
almeno il 25% dei votanti. I liberali non solo accettano que-
sta legge, ma decidono anche di presentarsi in una lista unica
coi fascisti alle elezioni del 6 aprile 1924. Il fascismo, che non
aveva che 35 seggi, ne conquista 286 e dispone ormai della
maggioranza assoluta.
Ma mentre Mussolini si attiene alle regole del gioco costi-
tuzionale, in pratica già viola la legalità e prepara la dittatu-
ra. Egli permette che in tutta la penisola i capi fascisti locali
si impadroniscano dei Comuni socialisti, liberali o popolari,
comportandosi come signorotti feudali, e incoraggia occulta-
mente le sue bande a continuare la sanguinosa lotta contro il
proletariato organizzato. I giornali avversari. benché legal-
mente autorizzati, vengono confiscati, le tipografie messe a
sacco, le Camere del lavoro e le cooperative incendiate. Nel
corso del primo anno dell'era mussoliniana si registrano 166
assassinii di militanti antifascisti.
Le elezioni del 1924 si svolgono in un'atmosfera di inaudi-
ta violenza e di aperta frode. Poco a poco, il fascismo getta la
maschera e appare il vero volto della dittatura. II 6 giugno
207
1924, interrompendo un deputato comunista alla Camera,
Mussolini esclama:
«Noi abbiamo in Russia maestri ammirevoli... Sbagliamo a non
seguire in tutto e I?er tutt? il loro esempi? Se lo facessimo, voi
sareste ora ai lavon forzati e non qUI... VOI dovreste ncevere una
scarica di piombo nella schiena. Non manchiamo di coraggio, e ve
lo proveremo più presto di quanto non pensiate!».
Effettivamente Mussolini non può più a lungo temporeg-
giare, non si possono indefinitamente conciliare il diavolo
con l'acqua santa, la legalità con l'illegalità e quando si è im-
boccata la strada della violenza, bisogna percorrerla sino in
fondo.
Per il momento le garanzie costituzionali non sono sospe-
se e la libertà di opinione non è stata abolita. Il 31 maggio
Matteotti denuncia alla tribuna della Camera le violenze
commesse nel corso della campagna elettorale e i luogote-
nenti di Mussolini gli rispondono facendolo assassinare. Il
delitto scatena un' ondata di indignazione in tutta Italia, la
stampa attacca il governo, i liberali si rendono finalmente
conto del vero volto del fascismo, durante sei mesi l'opposi-
zione, non ancora imbavagliata, adotta contro il governo tut-
te le armi costituzionali di cui può disporre.
Mussolini comprende che è giunto il momento di instau-
rare la dittatura. Il 3 gennaio dell' anno dopo, alla Camera,
getta la maschera e in un discorso diventato famoso rivela ci-
nicamente le sue intenzioni.
In seguito, la polizia organizza una serie di attentati con-
tro di lui e servendosi di questo pretesto egli fa promulgare
leggi eccezionali che gli consentono di annientare i suoi av-
versari, di sciogliere i partiti operai e democratici e le orga-
nizzazioni sindacali, di sopprimere tutte le libertà costituzio-
nali, di farsi conferire poteri dittatoriali, tra i quali quello di
legiferare mediante decreti-legge.
208
In Germania
Anche Hitler, quando viene nominato da Hindenburg
cancelliere del Reich, comprende che sarebbe pericoloso vo-
ler bruciare le tappe. Le forze dei partiti operai e della Con-
federazione del lavoro sono intatte, la brusca instaurazione
della dittatura potrebbe spingere il proletariato allo sciopero
generale e all'insurrezione armata. E' preferibile rassicurare
l'avversario fmgendo pieno rispetto per la Costituzione.
Durante tutto il mese di febbraio, Hitler moltiplica le af-
fermazioni legalitarie e gli appelli alla calma (Heiden). Come
Mussolini, sfrutta questo lasso di tempo per assicurarsi la
maggioranza assoluta in Parlamento. Avendo ottenuto, non
senza fatica, che il presidente Hindenburg sciogliesse il Rei-
chstag, fissa le nuove elezioni per il 5 marzo e impegna il suo
partito in una nuova campagna elettorale.
Ma mentre Hitler fa la parte del lupo travestito da agnel-
lo, il suo amico Goering prepara febbrilmente il colpo ?i for-
za; l'esperienza italiana lo ha ammaestrato, facendogli com-
prendere come sia impossibile giocare a lungo su due
scacchiere, tra la legalità e l'illegalità. Egli impiega perciò
poche settimane per compiere quello per cui -a Mussolini so-
no stati necessari due anni.
Padrone della polizia prussiana, ne inizia l'epurazione:
tutti gli elementi «repubblicani», dal prefetto di polizia di
Berlino sino all'ultimo ispettore della polizia criminale, ven-
gono messi a riposo e sostituiti da nazisti provati. Un decre-
to-legge del 4 febbraio conferisce praticamente alla polizia il
potere di vietare qualsiasi giornale e qualsiasi riunione avver-

sana.
Goering promette di coprire personalmente tutti gli agen-
ti di polizia che faranno uso delle armi contro i
un altro decreto, aggiunge alla Schupo una «polizia ausilia-
ria» di 50.000 uomini reclutati tra le Ss e le Sa.
209
Nello stesso tempo, incoraggia segretamente le sue bande
a continuare la sanguinosa lotta contro il proletariato: i nazi-
sti attaccano ovunque i loro avversari, invadono i loro locali,
interrompono le loro riunioni pubbliche. A Berlino, tendono
imboscate nella notte agli operai che fanno ritorno a casa, li
bastonano e li assassinano. Secondo cifre ufficiali, 51 antifa-
scisti vengono uccisi in scontri che si verificano tra il 30 gen-
naio e il 5 marzo.
E'impossibile rinviare il colpo di forza all'indomani delle
elezioni, perché senza colpo di forza non vi sarebbe maggio-
ranza assoluta. Prima de] 5 marzo, bisogna colpire a ogni co- .
sto l'immaginazione di coloro che sono ancora indecisi, biso-
gna terrorizzare i recalcitranti escogitando qualche straor-
dinario colpo di scena.
E nel caso in cui non si ottenesse il numero necessario di
mandati, bisogna escludere puramente e semplicemente dal
nuovo Reichstag i deputati comunisti. Goering ricorre perciò
alla provocazione, riprende il vecchio progetto di Darré e dei
suoi amici: servirsi di un putsch comunista prefabbricato co-
me pretesto per violare la legalità e per scatenare contro il
proletariato una fulminea offensiva.
1124 febbraio, la polizia organizza una gigantesca perqui-
sizione nella sede del Partito comunista, Goering asserisce di
avervi rinvenuto documenti che provano l'imminenza di una
rivoluzione bolscevica, ma il bottino è così magro che i docu-
menti sequestrati non verranno mai pubblicati. La sera del
giorno 26, si scopre un tentativo di incendio nel castello di
Berlino, ma il tentativo fallisce; infme, nella notte dal 27 al
28, gli uomini di Goering incendiano il Reichstag.
Il governo presenta immediatamente l'incendio come il
segnale di un'insurrezione comunista e senza perdere un mi-
nuto fa firmare dal presidente del Reich un decreto-legge
che abolisce tutte le libertà costituzionali e che proclama lo
stato d'emergenza.
210
In quarantott'ore la polizia si assume tutti i poteri; i mili-
ziani nazisti divenuti «poliziotti ausiliari» aggrediscono, ba-
stonano, assassinano i militanti operai, le riunioni elettorali
dei partiti antifascisti sono vietate, i deputati comunisti arre-
stati.
Grazie a questa messa in scena e a questo impiego del
terrore, i nazisti riportano una schiacciante vittoria nelle ele-
zioni del 5 marzo e ottengono 288 mandati. Per disporre del-
la maggioranza assoluta è loro sufficiente mettere fuori legge
il partito comunista e mandare in campo di concentramento
un certo numero di deputati socialisti.
Rimane da sanzionare ufficialmente la dittatura. Il 24
marzo il nuovo Reichstag, nell'aula occupata da milizie ar-
mate vota, con 441 voti contro 94, una legge che gli conferi-
sce i 'pieni poteri, grazie alla quale Hitler può emanare leggi
«senza seguire la procedura stabilita dalla Costituzione», va-
le a dire mediante semplici decreti-legge. Due mesi più tardi,
i partiti operai e i sindacati vengono sciolti o «messi al pas-
so»1.
Si tratta di vedere come reagisca il proletariato organiz-

zato come tenti di resistere. Ma è facile constatare come 1 ,
capi operai si lascino irretire dalla tattica apparentemente le-
galitaria del fascismo; essi non lanciano l'ordine di prendere
le armi, non scatenano lo sciopero generale insurrezionale e
sperano invece di prevalere sul fascismo, già installato al po-
tere, riportando una vittoria elettorale.
In Italia
I socialisti italiani, sempre incredibilmente ciechi, conti-
nuano ad aggrapparsi alla legalità e alla Costituzione. Nel di-
1 Tutti questi particolari sono riferiti da Konrad Heiden, op. ci!
211
cembre 1923 la Cgl invia a Mussolini un rapporto sulle atro-
cità commesse dalle bande fasciste e gli chiede di intervenire
contro le sue stesse squadre'. Il Partito socialista prende
molto sul serio la campagna elettorale dell'aprile 1924. A To-
rino, Turati parla persino in contraddittorio con un fascista
in una sala il cui ingresso è sorvegliato dalle camicie nere. E
quando, dopo l'assassinio di Matteotti, un fremito di rivolta
scuote la penisola, i socialisti non sanno sfruttare la situazio-
ne: «Nel momento in cui - scrive Nenni - si sarebbe dovuto
lanciare un appello all'insurrezione, prevaleva la tattica di
una lotta legale sul terreno giuridico e parlamentare» (op.
cit.). L'opposizione si limita a non partecipare alle sedute del
Parlamento in segno di protesta e, come l'antica plebe roma-
na, si ritira sull'Aventino.
«Cosa fanno i nostri awersari? - urla Mussolini alla Camera -
scatenano scioperi generali o per lo meno scioperi parziali?
Organizzano manifestazioni di piazza? Tentano di provocare
rivolte nell'esercito? ~ u l l a di tutto questo. Essi si limitano a una
campagna di stampa» .
I socialisti lanciano una triplice parola d'ordine: dimissio-
ni del govemo, scioglimento della milizia, nuove elezioni. Essi
continuano ad avere fiducia nel Re, lo esortano a staccarsi da
Mussolini, per schiarirgli le idee pubblicano un promemoria
dopo l'altro. Ma il Re li delude una seconda volta.
In Germania
I socialisti tedeschi moltiplicano gli appelli alla calma. Il 7
febbraio 1933 Kiinstler, dirigente della federazione berlinese
del partito, impartisce questi ordini: «Soprattutto non accet-
l Buozzi e Nitti, Fascismo e sindacalismo, 1930.
2 Mussolini, discorso del luglio 1924.
212
tate provocazioni. La vita e la salute degli operai berlinesi ci
sono troppo care per rischiarle alla leggera. Bisogna conser-
varle per il giorno della lotta» (Rustico). Il partito prende
molto sul serio le elezioni. «Il 5 marzo il popolo avrà nuova-
mente la possibilità di prendere in mano il suo destino!»,
esclama in un discorso Otto Wels
l
.
Quando Hitler, dopo aver fatto incendiare il Reichstag,
scatena la violenza fascista, l'esecutivo della Confederazione
del lavoro invia al presidente Hindenburg una lacrimevole
protesta:
«I sindacati si sono sempre pronunciati contro il terrorismo sotto
qualsiasi forma, essi hanno educato i loro aderenti nell'idea di
lottare per l'edificazione di un nuovo ordine sociale, ma senza fare
uso della violenza» (Seelbach).
Infrne, nella notte dal 5 al 6 marzo, i capi che dirigono le
sezioni della Reichsbanner nelle principali città della Ger-
mania si recano in motocicletta a Berlino, invocando l'ordine
di impegnare la lotta. Viene loro risposto: .
«Restate calmi! E soprattutto occorre non versare del sangue,,2.
Neanche i comunisti organizzano la resistenza.
«Il partito comunista - confesserà Torgìer al processo di Lipsia -
non aveva nulla da attendersi da una insurrezione armata e
desiderava una sola cosa: arrivare senza incidenti alle elezioni.
nelle quali contava di conseguire una notevole affermazione»3.
Il 23 febbraìo uno dei dirigenti del partito, Pieck, scrive:
«Gli operai debbono rimanere prudenti, per non fornire al governo
un pretesto per adottare nuove misure contro il partito comu-
nista».
l Wels, discorso del 7 febbraio 1933, cit. da Rustico, ibid:
2 Si veda il mio lavoro, La peste brune a passé par là, 1933 (Nuova
edizione: La peste brune, voI. I di D. Guérin, Sur le fascisme, insieme a
Fascisme e grand capitai, Maspero, Paris 1965 (La peste bruna. Sul fascismo.
I, Bertani, Verona 1975) (n.d.r.)].
3 Humanite, 17 dicembre 1933.
213
E anche Dirnitrov spiega al processo di Lipsia:
«A tutti gli uomini politici nazisti, a tutti i poliziotti che sono venuti
in questa sala per deporre, io ho chiesto se, all'epoca dell'incendio
del Reichstag, si notassero dei preparativi reali per una rivoluzione;
e, sia pure con qualche variante, tutti mi hanno risposto di no"l.
L'atteggiamento dei dirigenti sindacali è ancor più singo-
lare: essi immaginano che il movimento sindacale potrà tro-
vare un compromesso col governo fascista come con tutti i
governi precedenti e che non vi è assoluta antinomia tra li-
bertà sindacale e dittatura: insensibilmente, una capitolazio-
ne dopo l'altra, essi finiscono col giungere a un compromesso
col fascismo. I

".
In Italia
I dirigenti della Cgl sono pronti a continuare col nuovo
Stato la «collaborazione» così felicemente avviata col vec-
chio. Mussolini conosce benissimo la loro mentalità e all'in-
domani della Marcia su Roma invita il segretario generale
della Confederazione, D'Aragona, a entrare nel suo governo:
D'Aragona accetta, e Mussolini rinuncia a questo progetto
soltanto per l'opposizione del proprio stato maggiore.
Ma i capi sindacali continuano a offrire la loro collabora-
zione. L'organo dei ferrovieri La Tribuna dei Ferrovieri pub-
blica, sotto il titolo «Senza riserve mentali», un editoriale nel
quale propone al governo fascista la «collaborazione» del
sindacato (Silone).
I negoziati diretti tra Mussolini e i dirigenti sindacali pro-
seguono per alcuni mesi. Nell'agosto 1923, al Comitato na-
zionale della Cgl, D'Aragona spiega che la collaborazione
1 Humanit é, 23 dicembre 1933.
214
non sarebbe in alcun caso politica ma soltanto tecnica(!) La
Cgl parteciperebbe agli organi consultivi dello Stato e a tutti .
gli organismi nei quali si discutono i problemi del lavoro e
della produzione. «La politica confederale non può avere
idee preconcette». E, nell'attesa, la Cgl rompe gli stretti lega-
mi col Partito socialista.
Ma questo servilismo non le assicura la salvezza. Alla fine
del 1926, anch'essa viene sciolta. Allora i suoi dirigenti crea-
no, in sostituzione, un Centro di associazione e di assistenza
culturale destinato «a sostenere coi suoi consigli e con le sue
critiche l'azione sociale del governo»; essi pubblicano in que-
sta occasione un manifesto nel quale dichiarano: «Il regime
fascista è una realtà e tutte le realtà debbono essere prese in
considerazione». E spiegano che, nel passato, il movimento
sindacale non ha saputo decidersi se pronunciarsi a favore
dello Stato o contro lo Stato. Occorre dunque scegliere: o in-
gaggiare la lotta per la distruzione dello Stato o collaborare
con esso e integrarvisi. Ed essi scelgono la seconda alternati-
va, che «implica, ovviamente, l'abbandono del principio della
lotta di classe»l.
In Germania
I dirigenti sindacali tedeschi agiscono in modo del tutto
simile a quello dei loro colleghi italiani. Perciò taluni capi na-
zisti che li conoscono bene tentano, sin dal 1932, di avviare
una collaborazione. Gregor Strasser si rallegra, in un discor-
so, che i dibattiti al congresso della Confederazione del lavo-
ro abbiano rivelato un contrasto tra i sindacati e il Partito so-
cialista. «E' un'evoluzione che lascia intravedere come
-<;
1 Manifestodel 16 gennaio 1927, riprodotto ne La liben ésyndicale. Italie,
inchiesta della Società delle Nazioni, 1927.
215
possibile un fronte di tutti i produttori tedeschi». Nell'otto-
bre di quell'anno, in un comizio al Palazzo dello sport, egli
rivolge inviti più precisi al segretario della Confederazione,
che aveva pronunziato un discorso nettamente nazionalistico:
«Se Leipart pensa realmente in questo modo, si aprono din-
nanzi a noi le più ampie prospettive...».
Quando Hitler assume il potere, l'esecutivo confederale
dichiara che «attenderà di giudicare il governo dai suoi atti».
E, come inizio di una nuova tattica, la Confederazione rompe
i suoi legami col Partito socialista e il 20 marzo 1933 pubblica
un manifesto:
«Le organizzazioni sindacali sono l'espressione di una necessità
sociale insopprimibile, rappresentano un fattore indispensabile
dello stesso ordinamento sociale... In conseguenza di una naturale
evoluzione, esse sono venute sempre maggiormente integrandosi
nello Stato. ~ I compito sociale dei sindacati deve essere adempiuto,
qualunque SlO la natura del regune dello Stato... Le organizzazioni
sindacali non pretendono di influenzare direttamente la politica
dello Stato. Il loro compito in questo senso non può che essere quello
di mettere a disposizione del governo e del Parlamento la conoscenza
e l'esperienza che hanno acquisito nel loro specifico settore».
Il 7 aprile Leipart va ancora più in là e afferma che i sin-
dacati «perseguono lo stesso grande scopo del governo, che è
quello di fondare la libertà interna ed esterna della nazione sul-
laforza produttiva di tutto il popolo».
E il 20 aprile il Comitato confederale invita i sindacati a
partecipare alla festa del I" maggio, presentata come indice
dell'inquadramento della classe operaia nello Stato nazista
(Seelbach).
6. GRANDEZZA E DECADENZA DEI PLEBEI
. 1. Prima fase: i plebei fascisti conquistano «tutto il potere», il
partito fascista si confonde con lo Stato. - 2. Seconda fase: lo
Stato fascista subordina il partito fascista ed elimina i plebei.
La «rivoluzione» plebea si avvia a divenire una dittatura
militare-poliziesca di vecchio stampo. - 3. Ciononostante, lo
Stato dittatoriale deve conservare in qualche misura una «base
sociale», deve dare soddisfazioni [ormali ai plebei e premunirsi
contro un <pericolo di destra».
1
Il fascismo ha dunque conquistato il potere. I suoi finan-
ziatori raggiungono il loro obbiettivo: annientare la democra-
zia parlamentare, sterminare il proletariato organizzato, in-
staurare uno Stato autoritario in grado di imporre i loro
voleri e di ristabilire i loro profitti.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio: i magnati capitalisti
si trov o ora alle prese con le esigenze dei plebei fascisti,
dei quali " conosciamo la mentalità. Essi hanno conquista-
to il potere 'llimsolo per conto dei loro frnanziatori, ma an-
che per conto proprio. Essi costituiscono secondo l'espressio-
ne di Mussolini, «una nuova classe politica»
1
e sono ben
decisi a sbarazzarsi, con brutalità dei parvenu, della «vecchia
l Mussolini, discorso di Napoli, 11 agosto 1922.
216 217
classe politica», dell'antico personale politico della borghe-
sia. Perciò esigono per se stessi tutti i posti e tutte le funzioni.
Queste esigenze inquietano un poco i grandi capitalisti.
Non che essi non le abbiano in parte previste, perché da tem-
po hanno individuato il pericolo che correrebbero abbando-
nando interamente la direzione dello Stato alla plebe fasci-
sta. Per questo essi avrebbero preferito, almeno inizialmente,
una semplice «partecipazione» del fascismo a un governo
borghese tradizionale. Ma l'impazienza dei plebei ha scon-
volto tali piani.
Tuttavia i magnati ottengono qualche garanzia: i ministri
fascisti si trovano circondati da un personale sicuro, apparte-
nente alla «vecchia classe politica». Ma i plebei non intendo-
no rassegnarsi a questa situazione, esigono tutto il potere,
pretendono di sbarazzarsi di tutti i vecchi servitori politici
della borghesia. Cedere o non cedere? I magnati non hanno
l'imbarazzo della scelta, perché continuano ad avere bisogno
dei plebei, perché il loro aiuto è indispensabile per trasforma-
re lo Stato democratico in Stato dittatoriale, per vibrare il
colpo di grazia al proletariato organizzato.
Nessuno è in grado di terrorizzare e massacrare i militan-
ti operai meglio di questi uomini che provengono dal popolo;
perciò i grandi capitalisti si rassegnano, non senza qualche
apprensione, a sacrificare tutto il loro antico personale poli-
tico; essi lasciano tutto il potere ai plebei fascisti.
In verità, il fenomeno non è del tutto nuovo e ha un pre-
cedente storico: il 2 dicembre 1851 la borghesia francese ha
permesso, nello stesso modo, ai partigiani plebei di Luigi Bo-
naparte di «sopprimere e annientare» il suo antico personale
politico, «gli oratori e gli scrittori, gli uomini politici e i lette-
rati, la tribuna e la stampa della borghesia». Marx precisa
che «la Corte, i ministeri, i supremi gradi dell'amministrazio-
ne e dell'esercito sono invasi da una banda di avventurieri,
del migliore dei quali si può dire che non si sa da dove venga:
218
una plebe impaziente, affamata, avida di saccheggio...», La
borghesia si rassegna a questa invasione perché, grazie
all'appoggio dei plebei, riesce ad assicurarsi quel «governo
forte e assoluto» di cui ha bisogno per garantire i propri pro-
fitti. Ingannato dalle apparenze, scambiando questa sostitu-
zione di una «classe politica» con un'altra per una autentica
rivoluzione, l'ingenuo Guizot scriveva: «E' il trionfo comple-
to e definitivo del socialismo»
1
.
In Italia
Molto prima della conquista del potere, i plebei italiani
pretendono che «questa classe corrotta (la borghesia politi-
ca) si tiri da parte, e affidi a chi ne è più degno i pubblici af-
fari» (Gorgolini). Perciò il governo costituito da Mussolini
subito dopo la Marcia su Roma è ben lungi dal soddisfarli:
oltre la metà dei ministri appartengono alla «vecchia classe
politica», i ministri fascisti sono circondati da uomini come il
generale Diaz, ministro della guerra, l'ammiraglio Thaon di
Revel, ministro della marina, il liberale Gentile alla pubblica
istruzione, il nazionalista Federzoni alle colonie, il radicale
Colonna di Cesaro alle poste e telegrafi.
I plebei si indignano per la lunga durata del «regime di
transizionexe premono su Mussolini perché si sbarazzi dei
suoi collaboràteei-non-fascisti, perché realizzi finalmente
-
quello che essi defrniscono Stato totalitario. Nel corso
dell'estate 1923 la tensione tra temporeggiatori ed estremisti
nell' ambito del partito diviene abbastanza acuta. Rocca viene
espulso per aver osato affermare che «la rivoluzione i fascisti
l'hanno fatta per l'Italia e non per i fascisti soltanto» e per
aver auspicato la trasformazione del partito fascista in un
1 Marx, [[18 brumaio di Luigi Bonaparte. 1852.
219
grande partito nazionale. Mussolini assume le difese di Roc-
ca contro Farinacci, leader dei plebei'. Ancora nel 1924 e ~ i
scrive: «Accanto al partito fascista, vi è la nazione italiana» .
Ma anche Mussolini ha già sostanzialmente optato per lo
Stato totalitario. 1112 agosto 1922 egli aveva affermato a Na-
poli: «E' in corso un processo attraverso il quale il fascismo
sta incarnando lo Stato». Più tardi ammetterà, con Emil Lud-
wig, di aver coscientemente iniziato al «cinquanta per cento»,
cioè con un governo di coalizione, prima di giungere al totali-
tarismo fascista'. Nell'aprile 1923 una nota ufficiosa
dell'agenzia Volta rende noto che «il regime fascista propria-
mente detto non è ancora iniziato e il periodo attuale è sem-
plicemente una fase preparatoria»
4

Ma già lo Stato fascista si sovrappone a quello preceden-
te. Il 13 gennaio 1923 Mussolini contrappone al Consiglio dei
ministri un «Gran consiglio», fascista al cento per cento e
composto dai principali dirigenti del partito. Il Gran consi-
glio decide, in una delle sue prime sedute, di costituire ac-
canto all'esercito regolare la Milizia volontaria per la sicu-
rezza nazionale, dipendente personalmente dal Capo del
governo. Ai funzionari a tutti i livelli dell'amministrazione
vengono affiancati, con compiti di controllo, funzionari fasci-

su.
Dopo l'assassinio di Matteotti, Mussolini si decide a dare
fmalmente soddisfazione ai plebei e proclama l'avvento dello
Stato totalitario: «La nostra parola d'ordine - esclama - è tut-
to il potere a tutto il jascismo-", Olivetti spiega che il partito
fascista, essendo un esercito, «non può ammettere l'esistenza
1 Hautecoeur, «Le Fascisme», in Ann ée politique, 1926; Max Nomad,
Rebelles el renégais, 1934.
2 CiI. da Cambo, Autour du [ascisme italien, cit.
3 Ludwig, Colloqui con Mussolini , 1932.
4 Cito da Russo, Mussolini e il fascismo , cito
5 Mussolini, discorso al Congresso del partito, 1925.
220

di un altro esercito avente obbiettivi diversi. Esso esige un
comando unico... Gli altri partiti non hanno diritto di esiste-
re»1. Il partito pretende di identificarsi con lo Stato e Sergio
Parmunzio forgia l'espressione di Stato-partito".
Tra il 1925 e il 1926 tutti gli altri partiti sono destinati a
scomparire. Il fascismo non si accanisce soltanto contro le
organizzazioni operaie e contro i partiti proletari, ma anche
contro i partiti borghesi, contro l'antico personale politico della
borghesia.
<<I liberali - scrive Volpe - devono diventare fascisti o lasciare la vita
politica. Numerosi avversari irriducibili si recarono volontaria-
mente all'estero in esilio o vennero costretti a farlo» (op. ciL).
Malaparte precisa:
«Dopo aver sciolto con la violenza le organizzazioni repubblicane e
cattoliche, le camicie nere passarono all'attacco dei liberali, dei
democratici, dei massoni» (op. cii.).
La massoneria viene proibita con un decreto-legge del 26
novembre 1925, «le logge massoniche vengono invase e deva-
state, il mobilio e i simboli distrutti o trascinati per le strade»
(Volpe). La biblioteca di Benedetto Croce viene messa a
sacco, i dirigenti liberali Amendola e Gobetti e più tardi il
Gran maestro della massoneria, Torrigiani, subiscono violen-
ze tali che non opravviverarmo. Ogni tentativo di ricostituire '
i vecchi partiti è reato passibile di venti anni di reclusione.
Intanto la polizia se eta - Ovra - e il Tribunale speciale, isti-
tuito con legge del 26 novembre 1926, si incaricano di rende-
re questa impresa estremamente difficile, se non impossibile.
A partire dal 1925, il governo è «composto interamente
ed esclusivamente di fascisti» (Volpe). I membri del vecchio
I personale politico della borghesia, quali Federzoni e Gentile,
1 Olivetti, articolo nell'Annuario 1928 del Centro internazionale di studi
sul fascismo.
2 CiI. da Manoilesco.ll secolo del corporativismo, 1934.
221
In Germania
«fu una fantastica corsa alla sinecura, alla sistemazione,
all'impiego, all'avventura... La pubblica amministrazione venne
messa all'incanto». .
Anche i plebei nazisti intendono sostituirsi interamente
all'antico personale politico della borghesia. Scrive il V61ki-
sche Beobachter.
alla Corona il nuovo capo del governo e i suoi collaboratori.
Intanto il Partito fascista si confonde con lo Stato e da sem-
plice associazione privata diviene un'istituzione di diritto
pubblico.
Rapporto di Starace riassunto ne Le Temps, 11 gennaio 1937.
Cutelli, Congresso di Ferrara, maggio 1932.
Decreto-legge del 19 ottobre 1934 (Le Temps, 11 gennaio 1937).
Aniante, Mussolini, cito
«Non si è mai visto. nella storia, che uno Stato venga restaurato da
l
2
3
4
«Esso è il fondamento della potenza dello Stato»l , «l'asse del regi-
me, senza il quale non si può concepire il regime stesso, così come
non si può immaginare un uomo senza colonna vertebrale-é,
Ora il segretario del partito viene nominato con decreto
del governo ed ha titolo e funzioni di ministro, è il più elevato
personaggio del regime dopo il capo del governo e lo sosti-
tuisce, in caso di assenza, alla Presidenza del consiglio dei
ministri. La compenetrazione tra il partito e lo Stato non si
verifica soltanto ai livelli più alti: i segretari regionali del par-
tito vengono nominati con decreto del governo su proposta
del ministro segretario del partito".
Col completamento dello Stato totalitario «i capi fascisti,
aristocrazia di contadini appena dirozzati-", hanno raggiunto
il loro scopo e detengono tutto il potere, tutti i posti, tutte le
prebende. Come scrive Silvio Trentin,
l Silvio Trentin, Antidcmocrazia.
I quadri dell'esercito vengono rinnovati, numerosi ufficia-
li collocati a riposo e sostituiti con elementi devoti al fasci-
smo. E' «costante preoccupazione» dei plebei quella di «riu-
scire a concentrare nelle loro mani il pieno controllo
d Il
, . 1
e esercrto»".
L'aviazione, arma moderna per eccellenza, è affidata a
uno dei loro, Italo Balbo.
La costruzione dello Stato totalitario è completata con la
legge 9 dicembre 1928, con la quale il Gran consiglio del fa-
scismo diviene «organo supremo incaricato di coordinare
tutte le attività del regime». Il Gran consiglio delibera su tutti
i problemi di governo prima dello stesso Consiglio dei mini-
stri, che è ridotto a una funzione esecutiva. Il Sovrano viene
trasformato in una macchina per firmare i decreti, il Gran
consiglio si attribuisce il diritto di intervenire in talune que-
stioni, come la dichiarazione di guerra e la stipulazione dei
trattati di pace, che erano state sino ad allora una delle pre-
rogative della Corona.
La successione al trono non può essere regolata che da
una legge costituzionale, adottata dopo che sia stato sentito il
Gran consiglio del fascismo, in mancanza di ciò la legge stes-
sa è considerata nulla. Anche la designazione del successore
del capo del governo - in caso di vacanza - spetta esclusiva-
mente al Gran consiglio, il quale «propone rispettosamente»
«radiare dal servizio attivo tutti i funzionari militari e civili dello
Stato, che, per atteggiamenti durante il servizio o al di fuori di esso,
non diano piena garanzia di poter adempiere fedelmente il loro
dovere o si trovino in condizioni di incompatibilità coi principi
politici del governo».
non hanno altra via d'uscita che quella di abbracciare la «fe-
de» fascista. Una delle «fascistissime» leggi del 1925, quella
del 24 dicembre, autorizza il capo del governo a
222 223
altri che non siano i creatori e i propugnatori della nuova idea.
Nessuno all'infuori di noi dispone della volontà e della competenza
necessarie per instaurare l'ordine nuovo»].
E Goebbels precisa:
«Quando avremo conquistato lo Stato, esso diverrà il nostro
Stato... Se oggi, nella nostra lotta contro un sistema corrotto, noi
siamo costretti ad essere un partito... nel mome:rto stesso in cui il
sistema crollerà noi potremo diventare lo Stato» .
Perciò il governo costituito da Hitler il 30 gennaio 1933 è
ben lungi dal soddisfare le esigenze dei plebei. I ministri na-
zisti sono circondati da esponenti del vecchio personale poli-
tico della borghesia: von Papen è Vicecancelliere e commis-
sario in Prussia, Hugenberg ministro dell'economia nazio-
nale e dell'agricoltura, von Neurath ministro degli esteri, il
conte Schwerin von Krosigk ministro delle finanze, il barone
Eltz von Riìbenach ministro delle strade e delle comunica-
zioni, Seldte - capo degli Elmi d'Acciaio - ministro del lavo-
ro, Gerecke commissario per la disoccupazione e così via.
Resi euforici dalla loro vittoria, i plebei nazisti esigono
che il vecchio personale politico sia tolto di mezzo. Goering
si affretta a contrapporre alla polizia prussiana una «polizia
ausiliaria», reclutata tra i membri delle sezioni d'assalto. E,
all'indomani dell'incendio del Reichstag, tutti i partiti, eccet-
to quello nazista, sono condannati allo scioglimento.
Il nazismo non si accanisce soltanto contro le organizza-
zioni operaie e contro i partiti proletari, ma anche contro i
partiti borghesi, contro il vecchio personale politico della bor-
ghesia. Nello stesso giorno in cui Hitler ottiene dal Reichstag
i pieni poteri, il 23 marzo 1933, il commissario alla disoccu-
pazione Gerecke, un tempo agente elettorale del presidente
Hindenburg, viene arrestato sotto l'accusa di malversazione.
1 Articolo di Heinz Heckel, in Volkische Beobachter, 6 agosto 1932, cit. da
Pernot in op. eu.
2 Goebbels, der Nazi-Sozi, 1931.
224
L'H aprile Hitler toglie a von Papen la carica di commissario
del Reich in Prussia. Il 26 aprile uno dei capi della possente
associazione degli Elmi d'Acciaio, Duesterberg, viene desti-
tuito. Tuttavia il partito nazionale-tedesco, conservatore, ten-
ta di resistere. Privato dell'appoggio degli Elmi d'Acciaio,
improvvisa una nuova milizia in camicia verde, la Kampfring.
Ma, all'inizio di giugno, i plebei delle sezioni d'assalto attac-
cano la Kampfring, occupano le sue sedi, mentre i prefetti di
polizia vietano le sue sezioni locali. Hugenberg, constatando
l'inutilità di ogni resistenza, abbandona i suoi due portafogli
ministeriali, mentre il suo partito si scioglie il 28 giugno. Po-
co dopo, il 5 luglio, anche il partito del centro (cattolico) vo-
ta il suo scioglimento.
La brutalità fascista non risparmia i vecchi servitori politi-
ci della borghesia. Così, ad esempio, il dottor Oberfohren,
luogotenente di Hugenberg alla direzione del partito nazio-
nale-tedesco, viene trovato «suicida» nella sua abitazione il 6
maggio. La legge del 15 luglio 1933 prevede, per chi tentasse
di ricostituire uno dei partiti soppressi o di fondarne uno
nuovo, pene che vanno da tre anni di reclusione a non meno
precisate «sanzioni più gravi». Inoltre la polizia segreta - Ge-
stapo - e il tribunale del popolo vigilano perché ogni tentati-
va del genere venga stroncato sul nascere. /
Il governo del Reich è ora composto esclusivamente di
nazisti. I membri dell'antico personale politico che continua-
no a farne parte, come von Neurath, Schwerin von Krosigk e
Seldte, possono rimanere alloro posto soltanto accettando il
«credo» nazista. E i plebei divengono maggioranza nel Con-
siglio di governo: divengono ministri del Reich, l'uno dopo
l'altro, Goering, Goebbels, Darré, Hess, Roehm, Rust,
Frank, Kerrl.
Una leggedel 7 aprile 1933 permette al Fiìhrer-cancellie-
re di revocare tutti i funzionari che «non offrano la garanzia
di essere sempre al servizio della rivoluzione nazionale». Gli
225
ufficiali ritenuti tiepidi nei confronti del nuovo regime vengo-
no collocati a riposo, come amene per lo stesso comandante
in capo, il genera1.e von Hammerstein, amico personale di
Schleicher, I plebei sono ossessionati dall'idea di controllare
l'esercito e riescono a far entrare nel ministero della Rei-
chswehr il generale von Blomberg e il
suo consigliere, il colonnello von Reichenau. Come Balbo in
Italia, Goering assume il comando dell'aviazione.
Il lO luglio 1933 i giornali pubblicano in grassetto un co-
• •
municato governativo:
«Non vi sono più partiti. Il movimento nazionalsocialista è
divenuto il solo pilastro dello Stato... Nazionalsocialisti di provata
fede occupano tutti i posti-chiave».
Il 15 luglio viene promulgata una legge che stabilisce: «In
esiste un solo partito politico, il partito nazional-
E meno di un anno dopo la conquista del potere,
il SI compenetra definitivamente nello Stato: la legge
del 2 dicembre 1933 proclama che, dopo la vittoria della ri-
voluzione nazionalsocialista, il partito è diventato «il soste-
gno della volontà dello Stato, al quale rimane legato da vin-
coli indissolubili». Esso diviene un'istituzione di diritto
pubblico e per rendere evidente questa compenetrazione
Rudolf Hess! sostituto di Hitler alla testa del partito, e Ro-
cal?o <:ii .sta!o maggi.ore sezioni d'assalto, vengono
nommati mnustn del Reich. Il giorno in cui muore il presi-
dente Hindenburg viene posta l'ultima pietra della costruzio-
ne dello.Stato perché il2 agosto 1934 Hitler, capo
del partito, aggiunge, con un semplice decreto al suo titolo
di cancelliere del Reich quello di capo dello St;to.
Infine, al congresso di Norimberga del 1935, la bandiera
rossa con la svastica diviene bandiera dello Stato e il vecchio
vessillo imperiale nero, bianco e rosso viene definitivamente
abolito. Hitler lancia la formula:
226
«Lo Stato è il partito e il partito è lo Stato».
Con l'edificazione dello Stato totalitario, i plebei nazisti
hanno raggiunto il loro obbiettivo. Essi detengono tutto il po-
tere, tutti i posti, tutte le prebende. Una casta di parassiti avi-
di e corrotti si installa nello Stato; si può avere un'idea del
suo numero imponente, rilevando che ogni anno, al congres-
so di Norimberga, la riunione dei soli capi di partito raduna
circa un milione di persone. .
Il loro tenore di vita è fantastico: la maggior parte dei ca-
pi «circolano in vetture di lusso e abitano palazzi che sorgo-
no come funghi» (LT, 11 genn. 1936). «Siamo nelle mani dei
capibanda» sospira una donna appartenente all'ambiente dei
detronizzati
1

Più tardi, un rappresentante della vecchia borghesia «ri-
spettabile», Hermann Rauschning, si morderà le dita consta-
tando che i suoi amici ed egli stesso, per odio verso il prole-
tariato, hanno consegnato la Germania a gente che noli.
rispetta più nulla e scriverà un intero libro sul tema: «Non
era questo ciò che volevamo».
Nel suo risentimento, giungerà sino a dimenticare che
questi «nichilisti» - ai quali fa in verità troppo onore conside-
randoli rivoluzionari - hanno, in un momento critico, salvato
la sua classe e il sistema sul quale essa prospera. Egli bada
soltanto al prezzo che ha dovuto pagare per il servizio reso e
trascura l'importanza di quel servizi0
2

1 22 maggio 1936.. . .
2 Rauschnìng, La rivolta del nichilismo, trad. francese ridotta.
227
2
I magnati capitalisti non avevano torto nel provare qual-
che apprensione al momento di lasciare tutto il potere ai ple-
bei. Questi, certamente, non hanno alcun desiderio di minac-
ciare seriamente i privilegi di coloro che li hanno mantenuti e
che non hanno mai cessato di colmarli di generositàl. Ma,
d'altro canto, essi debbono tener conto delle aspirazioni del-
le masse popolari che hanno mobilitato. Per conquistare
queste masse, hanno loro parlato un linguaggio anticapitali-
istico che le masse hanno preso sul serio, e ora esigono che i
!plebei, giunti al potere, mantengano le loro promesse.
Il fascismo ha un bel proclamare di aver abolito la lotta di
classe: i piccoli borghesi e i proletari che hanno indossato la
camicia nera o la camicia bruna continuano a obbedire a un
oscuro istinto di classe, i loro interessi rimangono opposti a
quelli dei grandi capitalisti e poiché il fascismo vittorioso tar-
da a intaccarne i privilegi, i gregari plebei si impazientiscono,
pretendono che la rivoluzione continui, o almeno che sia se-
guita da una seconda rivoluzione.
I capi plebei, piccoli e grandi, non possono non curarsi di
queste esigenze: in regime fascista come in regime «demo-
cratico» e nonostante l'abolizione del diritto di voto gli uomi-
ni politici acquistano e conservano la loro influenza e man-
tengono il loro prestigio soltanto nella misura in cui possono
appoggiarsi a una «base sociale» la più ampia possibile. Cia-
scuno di loro si è tagliato una parte della torta, un suo feudo
personale, che vuoI non soltanto conservare, ma anche am-
1 I grandi capitalisti continuano a finanziare il partito e le organizzazioni
collaterali anche dopo la conquista del potere. In Germania queste
sowenzioni vengono definite «Fondi Adolf Hitler dell'industria tedesca».
Inoltre i magneti gratificano direttamente i capi plebei di prebende e posti
retribuiti nel consigli di amministrazione ecc.
228
,
pliare. Ma senza base sociale egli non rappresenterebbe più
che sestesso, cesserebbe di essere un personaggio che viene
blandito e temuto, sarebbe sospeso nel vuoto, alla mercé di
un capriccio del dittatore o di una congiura dei suoi rivali.
Così è costretto, in qualche misura, a farsi interprete delle
esigenze e delle aspirazioni dei suoi gregari, a proclamare a
sua volta - con maggiore o minor convinzione - che la rivolu-
zione è appena cominciata, che è necessaria una seconda rivo-
luzione.
Questo linguaggio indispone i magnati capitalisti. Essi
non hanno cambiato personale politico per affidare la difesa
dei loro interessi ad agitatori e a demagoghi. Lo spettro della
«seconda rivoluzione» li preoccupa, essi esigono che i plebei
più turbolenti vengano eliminati drasticamente.
Si era assistito all'assorbimento dello Stato nel partito. Si
assiste ora all'imbrigliamento del partito a opera dello Stato
dittatoriale. Tutte le posizioni nell'apparato statale continua-
no ad essere occupate dai fascisti, ma tra i fascisti stessi avvie-
ne un'implacabile selezione: rimangono al loro posto coloro
che si rassegnano a tacere, a non essere più che «un'oligar-
chia che rinunci espressamente a pensare»l, a non essere al-
tro che i docili servitori del capo e delle potenze del denaro I
che, manovrandolo, governano realmente il paese. Gli altri, i
demagoghi, devono, o fare onorevole ammenda e mettere
una sordina alla loro demagogia, oppure scomparire.
Dopo aver subito questa epurazione, il partito tende a di-
venire un semplice strumento dello Stato, un organismo bu-
rocratico senza vita propria, mentre le milizie fasciste,
anch'esse epurate, vengono disarmate e ridotte all'impoten-
za. La dittatura si appoggia sempre di meno sulle masse po-
polari e sempre di più sulle forze repressive tradizionali,
l'esercito e la polizia, «Il fascismo burocratizzato si avvicina
l Ferrari, Il regime fascista italiano, 1928.
229
grandemente alle altre forme di dittatura militare-polizie-
sca»1.
Per comodità di esposizione, si sono dovuti presentare i
due processi come successivi, ma, nella realtà, essi si intrec-
ciano e si accavallano: la fusione tra lo Stato e il partito fasci-
sta non è ancora completata che già lo Stato dittatoriale co-
mincia a subordinarsi il partito.
In Italia
Subito dopo la conquista del potere, la delusione delle
schiere fasciste è tale che i capi plebei devono tenerne conto,
devono parlare un linguaggio estremamente demagogico'.
«Noi abbiamo fatto la rivoluzione... Noi siamo pronti a rico-
minciare, se necessario», scrive il 23 gennaio 1923 Il Popolo
di Lombardia. E L'Assalto di Bologna del successivo 14 apri-
le pubblica queste righe, dovute alla penna di un leader ple-
beo:
«Gli agrari e gli industriali pensano che il fascismo ha il dovere di
moderare le rivendicazioni dei lavoratori, ma non lo sfruttamento
del capitale. Non è per questo che duemila fascisti sono morti e che
duecentomila sono pronti a morire... lo ho fatto bastonare dei
lavoratori rivoluzionari, ma sono egualmente pronto a far
bastonare gli agrari».
Edoardo Frosini indirizza a Mussolini una lettera aperta:
«Tu hai talmente trasformato il programma del 1919, che ora
proteggi coloro che il fascismo aveva promesso di combattere, ti sei
gettato nelle braccia di coloro che volevi schiacciare e ora il
fascismo si identifica con la reazione al servizio della monarchia e
della borghesia».
Forni parla della necessità di una nuova marcia su Roma
e il conflitto non è soltanto verbale: a Roma, partigiani di
l Trotsky, E ora?, 1932, cit,
230
Mussolini e fascisti estremisti si combattono a scariche di mi-
traglia. A Livorno gli estremisti si impadroniscono della ca-
serma della milizia e della sede del partito. Un po' ovunque,
nelle province, i capi fascisti locali, i «ras», si ribellano alla
politica del capo'.
I magnati capitalisti si preoccupano, essi esigono da Mus-
solini che elimini drasticamente i più turbolenti tra i plebei:
«Mi è stato necessario - racconterà poi a Emil Ludwig - di
sbarazzarmi di 150mila fascisti nel primo anno di governo per dar
maggior compattezza al partito. Soltanto più tardi ho potU!?
cominciare a selezionare un'élite col fine di trasformare sempre plU
la violenza nell'ordine» (op. cit.).
Silone parla di diverse decine di migliaia di fascisti
dopo aver partecipato alla Marcia su Roma, vennero espulsi
nel corso del 1923.
«Mussolini - precisa Aniante - ne ha inviato un buon
all'estero ne ha cacciati altri in prigione, altri ancora sono stati
"confinati" nelle loro province con l'ordine di non chiasso...
Molti sono stati sistemati al di fuori della politica» (op. Clt.).
Il partito subisce profonde trasformazioni, numerosi fasci
vengono sciolti. :.
Secondo Silone «vengono eliminati tutti coloro che mani-
festano la loro insoddisfazione e li sostituiscono funzionari e
impiegati dipendenti dall'amministrazione, la cui lealtà è ben
nota».
Il partito viene radicalmente epurato una seconda volta,
nel 1925-1926.
«Siamo stati costretti - spiega Mussolini - a ricostruire il partito
fascista da cima a fondo» (Kurella).
Moltissimi «vecchi fascisti» sono messi da parte; Farinac-
ci viene allontanato dalla segreteria del partito e nello stesso
l Citazioni e fatti riferiti da Silone, op. cit.
231
tempo le iscrizioni al partito vengono sospese per esser ria-
perte soltanto nel 1931.
Nel 1928, nuova epurazione. La Confederazione dei «sin-
dacati» fascisti viene sciolta e il suo segretario generale, Ros-
soni, viene messo a riposo insieme a tutti i plebei «sindacali -
sti» da lui collocati nei posti chiave dell'organizzazione.
In realtà, Mussolini non si decide a consacrare definitiva-
mente la fusione tra il partito e lo Stato che il giorno in cui il
partito, liberato dagli elementi più turbolenti, non è più che una
docile macchina amministrativa ai suoi ordini. La legge del 9
dicembre 1928, se segna il completamento dello Stato totali-
tario, segna nello stesso tempo l'imbrigliamento del partito a
opera dello Stato. Senza dubbio, apparentemente, il partito
si confonde con lo Stato, ma, di fatto, esso è soltanto, secon-
do i termini della stessa legge, una «milizia civile al servizio
dello Stato».
Commentando il decreto che conferisce al segretario del
partito il titolo e la funzione di ministro, il corrispondente di
Le Temps da Roma scrive:
«La preminenza dello Stato sul partito è ormai espressamente
affermata. Il partito viene assorbito nello Stato» (11 gennaio 1937).
Mentre si sta compiendo questa evoluzione, la milizia,
epurata di tutti gli elementi indesiderabili, viene subordinata
all'esercito regolare. Mussolini aveva rivelato le sue intenzio-
ni ancor prima di essersi impadronito del potere. In un arti-
colo su Il Popolo d'Italia del 26 ottobre 1922 egli scriveva:
«Che cosa faremo delle squadre d'azione quando avremo
conquistato il potere? .. La milizia fascista verrà trasformata. Le
squadre cesseranno di essere gli strumenti di un partito per
divenire strumenti dello Stato; trasformate in corsi di istruzione
premilitare, attueranno l'ideale della nazione armata» (Rossi).
Ma le squadre d'azione vennero incorporate nella milizia,
nel 1923, solo dopo un vaglio assai severo. I «vecchi fascisti»
232
vengono gradualmente sostituiti da giovani che hanno segui-
to la trafila delle organizzazioni giovanili. Infme, ciò che è
più importante, la milizia viene disarmata e diviene quella
che in gergo militare si defrnisce «riserva in congedo». Il mi-
Iiziano diventa un civile, chiamato, a intervalli più o meno
lunghi, a indossare l'uniforme, a partecipare all'addestra-
mento militare o a sfilare nelle parate. Soltanto una parte
della milizia si trova in servizio permanente, ma svolge il ruo-
lo del tutto innocuo di una polizia ausiliaria incaricata della
sorveglianza delle poste, delle ferrovie, dei porti, delle stra-
de, della foresta, della difesa costiera, ecc. In caso di guerra,
i miliziani sono assegnati individualmente ai diversi corpi
dell'esercito regolare; e le unità interamente composte da
rniliziani che rimangono costituite sono integrate nei diversi
corpi d'armata agli ordini dei generali dell'esercito, come av-
viene per le divisioni di camicie nere che parteciparono alla
guerra d'Etiopial. Dal l°· febbraio 1935 la milizia viene inca-
ricata, sempre agli ordini e sotto il controllo dei generali
dell'esercito, di organizzare l'addestramento pre e postmilita-
,
re.
Infine, la milizia non è più incaricata, come immediata-
mente dopo la «rivoluzione» fascista, di mantenere l'ordine
interno e di difendere il regime. Questo compito viene affi-
dato in misura sempre maggiore ai carabinieri, che fanno
parte dell'esercito e che sono comandati da un generale/.
Anche l'organizzazione giovanile, l'Opera Balilla, perde la
propria autonomia e si trasforma, con la denominazione di
Gioventù Italiana del Littorio (Gil), in un'associazione per la
preparazione militare controllata dall'esercito e sottoposta ai
regolamenti militari (LT, 5 febbr. 1938).
l Gentizon, in Le Temps, 19 settembre 1935.
2 Alla fine del 1935 gli effettivi dei carabinieri vengono considerevol-
mente aumentati.
233
Mentre è in atto questa evoluzione, l'importanza del ruo-
lo dell'esercito aumenta continuamente. «L' esercito - scrive
Il Giornale d'Italia - diviene, per volere del fascismo, la nuo-
va aristocrazia della nazione» (LT, 30 setto 1934). E' molto
indicativo il fatto che, in varie occasioni, sono soldati
dell'esercito e non della milizia che montano la guardia alla
mostra della «rivoluzione» fascista (LT, 21 dico 1934). In oc-
casione del dodicesimo anniversario della fondazione della
Milizia, il1o febbraio 1935, a Roma, sfilano in parata i reparti
di tutte le truppe regolari di stanza nella capitale (LT, 2
febbr. 1934).
La vittoria riportata in Etiopia dal generale Badoglio, poi
promosso maresciallo, contribuisce notevolmente a conferire
all'esercito un ruolo di primo piano, e non all'esercito soltan-
to, ma anche al Re, suo comandante supremo, che fmo ad al-
lora aveva svolto, nel regime fascista, un ruolo alquanto se-
condario. Un giornalista rileva, nel maggio 1936 che «tutti gli
onori vengono tributati alla casa reale e all'alto comando
dell'esercito»1. Il Re riceve, contemporaneamente al Duce, il
grado di Primo maresciallo dell'Impero (LT, 10 aprile 1938).
Dopo che il fascismo, riveduto e corretto, sembra offrirgli
ogni garanzia, l'esercito, in un primo tempo assai tiepido, ac-
cetta di lasciarsi «fascistizzare»: a partire dall'inverno 1934 in
tutte le scuole di allievi ufficiali e sottufficiali hanno luogo
corsi di «educazione fascista» e vari provvedimenti facilitano
l'iscrizione degli ufficiali al partito; a Genova, gli ufficiali di
un reggimento di cavalleria si recano in visita d'omaggio alla
federazione fascista (LT, 21 dico 1934). Parallelamente si fan-
no più stretti i legami tra la casa reale e il regime. In un de-
creto il sovrano usa l'espressione «patria fascista»2 e si reca
in seguito in visita alla casa natale di Mussolini a Predappio
1 Paris-Mldi, lO maggio 1936.
2 Petit Parisien, 22 maggio 1936.
234
(LT, 10-11 giugno 1938). Il duca di Pisto.ia pub?lica un
colo sul giornale di Mussolini e, come rileva giustamente il
corrispondente di Le Temps da Roma,
«è la prima volta dopo l'avvento del che un .memb.f? di
casa Savoia prende ufficialmente posrzione IO matena politica»
(LT, 24 dico 1937).
La «rivoluzione» fascista, basata sui plebei in camicia ne-
ra, si è dunque trasformata in una dittatura militare-polizie-
sca.
In Germania
Subito dopo la conquista del potere, Hitler tenta .di frena-
re le forze plebee che egli stesso ha scatenato, ma Viene sca:
valcato da un'ondata dal basso. I milioni di piccolo-borghesi
e di disoccupati che hanno credut? nella nazista,
si comportano come in una terra di conquista ed
le promesse anticapitalistiche vengano mantenute. I
affamati delle sezioni d'assalto, gli operai delle «cellule di
fabbrica nazionalsocialiste», battono i pugni sulle scrivanie
degli imprenditori, esigono aumenti di salari e il controllo o
addirittura la nazionalizzazione delle imprese.
I capi plebei, nell'ansia di ampliare i loro rispettivi
aprono le iscrizioni alle sezioni.'d.'assalto e alle. «cellule
fabbrica» e numerosi ex «marxisn» vengono a mgrossare l
ranghi dell'armata bruna: le masse, in. di efferve:
scenza, vengono ulteriormente messe agitazione da questi .
innesti e la marea si scatena con tale Violenza che sembra sul
punto di travolgere ogni cosa. . ..
I capi plebei, per non essere e dal
loro gregari, devono adottare un linguaggio In una
riunione popolare organizzata dalle Sa, uno di essi esclama:
235
«La nostra rivoluzione... è appena all'inizio, noi non abbiamo
ancora raggiunto nessuno dei nostri obbiettivi. Si parla di governo
nazionale, di risveglio nazionale... Ma di che cosa si tratta
esattamente? Quello che ci importa, è l'aspetto socialista del nostro
p r o g r a m m ~ .. . Noi dobbiamo ora sbaragliare soltanto un nemico: la
borghesia» .
Ma la reazione è immediata: la borghesia ha sacrificato il
suo vecchio personale politico, ha abbandonato tutto il pote-
re ai plebei nazisti, alla precisa condizione che costoro difen-
dano docilmente i suoi interessi; essa non ha loro affidato il
compito di schiacciare il bolscevismo perché dalle loro stesse ,
file si sviluppi un nuovo «bolscevismo», sia pure nazionale. '
Nel mese di maggio del 1933 si notano i primi sintomi di un
mutamento di linea. Il giorno 9 Goering vieta severamente a
tutti gli agenti di polizia prussiani di far parte delle Sa o delle
Ss e di portare il distintivo con la svastica (Heiden). Goeb-
bels annuncia in un articolo:
«II Partito nazionalsocialista subirà prossimamente un'epurazione,
gli elementi indesiderabili ne saranno espulsi, staremo molto
attenti affinché le cellule di fabbrica non siano invase da elementi
marxisti» (LT, 13 luglio 1933).
Ma queste prime misure non sono sufficienti e la pazien-
za dei magnati capitalisti tocca il limite, al punto che a loro
nome, il presidente Hindenburg convoca il Cancelliere a
Neudeck ed esige un immediato rovesciamento della linea
politica, mentre i generali della Reichswehr lo informano che
«sarebbe molto pericoloso proseguire nella strada che egli
ha imboccato» (LT, 25 luglio 1933).
Hitler obbedisce prontamente ai suoi finanziatori, In un
convegno dei capi delle Sa e delle Ss che si tiene a Bad-Rei-
chenhall, in Baviera, il lO e il 2 luglio, egli pronuncia queste
inattese affermazioni:
,

1 Cfr. il mio La peste brune a passépar là, cit.
«Mi opporrò con estrema energia a una seconda ondata
rivoluzionaria... Chiunque si ergerà contro la sovrana autorità dello
Stato, verrà immediatamente messo a posto» (LT, 5 luglio 1933).
TI giorno 10, i giornali pubblicano in grassetto un comuni-
cato governativo che conferma «la fine della rivoluzione te-
desca»:
«Parlare di continuare la rivoluzione o perfino di fame una
seconda... sono propositi che costituiscono sabotaggio della
rivoluzione nazionale e che verranno severamente puniti» (LT, 12
luglio 1933).
Mentre talune misure annunciate nel comunicato procla- ..
mano la definitiva fusione dello Stato e del partito, altri prov-
vedimenti segnano l'imbrigliamento del partito a opera dello
Stato dittatoriale:
«Le organizzazioni e le associazioni del partito nazionalsocialista
non devono arrogarsi poteri governativi... Occorre garantire
l'autorità dello Stato a ogni costo e in tutti i settori».
Ma la virata a destra non avviene senza resistenze e nelle
sezioni d'assalto, nelle «cellule di fabbrica», nel settore del
lavoro, gli ammutinamenti dilagano. Ovunque i plebei delusi
si ribellano apertamente. Goering è costretto a interrompere
bruscamente le sue vacanze per tornare a Berlino e decreta-
re che i delitti politici verranno perseguiti implacabilmente,
sino ad arrivare alla pena capitale: nello stesso giorno, il 23
luglio, una modifica della legge militare permette agli Stai-
thalter «di fare appello alle forze della Reichswehr in caso di
turbamento dell'ordine pubblico» (Heiden).
La legge del 2 dicembre 1933, se consacra la fusione defi-
nitiva tra il partito e lo Stato, fissa nello stesso tempo il defi-
nitivo inquadramento del partito nello Stato. Ora i membri
del partito e delle sezioni d'assalto sono sottoposti a una giu-
risdizione civile che può loro legalmente infliggere severe pu-
nizioni. L'arresto e la reclusione, per reati contro l'ordine e
236 237
l'autorità. Nel gennaio 1934 Goering ordina alla polizia prus-
siana di arrestare, in caso di necessità, i miliziani nazisti an-
che se indossano l'uniforme, e ogni resistenza alla forza pub-
blica verrà perseguita come tentativo di resistenza all'au-
torità dello Stato (LT, 12 genn. 1934).
Ma il torrente plebeo dilaga con troppa violenza per po-
ter essere arginato in pochi mesi. L'aggravarsi della crisi eco-
nomica e della miseria esasperano il malcontento delle mili-
zie brune. Un giovane nazista esprime in questi termini la sua
delusione: .
«Come possono i nostri camerati al governo ritenere che il
capitalismo, la schiavitù dell'interesse, lo sfruttamento vergognoso,
siano stati rimossi? Essi passano dinnanzi alle Borse sistemate in
. palazzi maestosi e leggono nei giornali borghesi bilanci
interminabili ed enormi dividendi... Essi vedono i capitalisti
difendere le loro ultime roccaforti con la forza della disperazione.
Per questo ~ m o v i m e n ~ o non può consentire loro di riprendere
fiato. Dobbiamo contmuare a lottare col vecchio spirito di
battaglia, perché molte cose rimangono da fare... Noi speriamo
sempre che la nostra rivoluzione nazionalsocialista non muterà
volto sino a quando non avremo edificato il Terzo Reich»l.
Il giovane capo delle sezioni d'assalto di Berlino, Ernst,
che verrà giustiziato il 30 giugno 1934, scriverà queste parole,
in una specie di testamento molto significativo, sebbene ne
sia stata contestata l'autenticità:
«lo servo il Fiihrer da undici anni e gli rimarrò fedele sino alla
morte... Ma non posso sopportare l'idea che le ~ vengano tradite
da coloro stessi che esse hanno portato al potere» .
Per non essere abbandonati dalla loro base sociale, i capi
plebei devono fare continuamente ricorso alla demagogia,
nella quale si distingue particolarmente Roehm, capo di sta-
to maggiore delle sezioni d'assalto. Senza dubbio, questo lan-
1 Articolo di Heinz Ewald Bluhm nel Reichswarts, cit. da Le Temps, 15
febbr. 1935.
2 «Testamento» di Ernst, pubblicato da Le Joumal, 4 dicembre 1934.
zichenecco incolto, preoccupato soprattutto di far baldoria, è
un «socialista da operetta»
1
, ma tra due milioni di poveri di-
seredati in camicia bruna l'idea di una «seconda rivoluzione»
rimane ben viva e Roehm non può conservare la fiducia dei
suoi gregari senza farsi interprete delle loro aspirazioni. Scri-
ve pertanto:
«Chi crede che il compito della Sa sia concluso, dovrà rassegnarsi
all'idea che noi siamo al nostro posto di lotta e ci rimarremo»
(Heiden). .
«Le Sa devono conservare la loro tendenza rivoluzionaria. lo voglio
essere alla testa di una schiera di rivoluzionari e non di un gregge
di pecore che fanno divertire i borghesi» (LT, 22 genn. 1934).
«La rivoluzione che noi abbiamo compiuto non è una rivoluzione
nazionale, ma una rivoluzione nazionalsocialista. Noi intendiamo
mettere l'accento precisamente sul termine socialista... Le nostre
sezioni d'assalto sono la piena incarnazione dell'ideale
rivoluzionario» (LT, 19 aprile e Lu, 6 luglio 1934).
Roehm deve appoggiarsi tanto più decisamente sulle sue
schiere, in quanto la sua posizione personale è minacciata,
poiché un contrasto di antica data lo mette di fronte ai gene-
rali della Reichswehr: l'esercito regolare non ha mai tollerato
che le Sa interferiscano nelle sue attribuzioni ed è deciso a
conservare il proprio monopolio, per cui ammette che le se-
zioni d'assalto si rendano utili come organizzazioni per la
preparazione militare, ma non tollera che i loro membri si ri-
tengano essi i soldati della Germania.
La Reichswehr diffida della mentalità plebea di queste
formazioni improvvisate:
«Giovinotti ambiziosi e privi di scrupoli sono stati promossi in
pochi mesi al grado di generale di divisione o di generale di corpo
d'armata. All'età in cui, nell'esercito regolare, sarebbero tutt'al più
comandanti di compagnia o di battaglione, essi si trovano alla testa
di 80.000 o 100.000 uomini»2.
1 Klaus Bredow,Die blutige TragOdiedes 30/uni 1934,1934.
2 Benoist-Méchin, Histoire de l'armée allemande, II, cito
238

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Le Sa, dal canto loro, detestano cordialmente l'esercito
regolare, cittadella della «reazione»: lo Stato non potrà mai
essere «totalitario» sinché una sua qualsiasi istituzione si sot-
trarrà alla «sincronizzazione» e l'esercito non è nazista, ma
persegue fini suoi propri.
«Non vi è alcun legame - afferma Roehm - tra la Reichswehr e le
sezioni d'assalto, perché l'esercito non ha avuto parte alcuna nella
rivoluzione nazionale» (LT, 9 dico 1934).
In realtà, i capi della Reichswehr sono ben lungi dall'es-
sere ostili al nazismo, essi sono grati a Hitler che mira a rista-
bilire la potenza militare tedesca e accettano anche, in via di
principio, la fusione dell'esercito e del regime. Ma a una con-
dizione: che questa fusione non giovi ai plebei estremisti; che,
prima di realizzarla, Hitler riduca all'impotenza i plebei.
Nel corso di una breve crociera sul Baltico, all'inizio della
primavera, il Fiibrer cede a queste esigenze: Roehm viene
espulso dall'associazione degli ufficiali e, all'inizio di giugno
del 1935, mandato in congedo per varie settimane. Le sezioni
d'assalto vengono «inviate in vacanza» per un mese a partire
dal 1o luglio. Durante questo periodo, i loro membri non po-
tranno indossare l'uniforme.
Queste misure anziché attenuare l'effervescenza, la esa-
sperano e i magnati capitalisti si allarmano maggiormente. Il
28 giugno Hitler deve recarsi personalmente a Essen, da
Krupp che gli detta i suoi ordini: nel Volkische Beobachter
del 29 giugno, il generale von Blomberg assicura al Cancel-
liere il suo pieno appoggio e nello stesso tempo emana un
decreto che mette la Reichswehr in «stato di allarme».
Il giorno 30, Hitler fa brutalmente assassinare i suoi più
antichi collaboratori, Roehm, Gregor Strasser, Ernst ed altri.
In tutta la Germania i partigiani della «seconda rivoluzione»
vengono sterminati a centinaia, mentre la Reichswehr, come
ad esempio a Monaco, rimane dietro le quinte, ma sempre
240
pronta a intervenire (LT, 2 luglio 1934). Il giorno dopo il
massacro il generale von Blomberg, revocando lo «stato d'al-
larme», si congratula col Fiibrer per aver «attaccato e schiac-
ciato i traditori e i ribelli».
In verità, il 30 giugno viene compiuto un vero e proprio
colpo di stato: ormai il principale sostegno della dittatura non
è più la milizia plebea, ma l'esercito regolare. Si moltiplicano i
sintomi di questa evoluzione: Hitler compare in pubblico so-
lo a fianco di generali e promette all'esercito che «potrà sem-
pre avere fiducia in lui» (LT, 20 luglio 1934). Al Congresso
del partito, a Norimberga, al quale i generali assistono per la
prima volta, egli esalta «il meraviglioso e glorioso esercito»
1
e gli dedica una giornata speciale.
L'esigenza fondamentale della Reichswehr viene soddi-
sfatta: ormai «l'esercito è il solo corpo armato dello Stato» e
ha inizio la liquidazione delle sezioni d'assalto; la legge che
conferisce al loro capo di stato maggiore il titolo di ministro
del Reich viene abrogata, i quadri superiori vengono rinno-
vati e si fa posto agli uomini sicuri. Alla base si procede a una
vasta epurazione, tutti gli elementi dubbi sono allontanati, i
miliziani che rimangono nelle sezioni possono indossare la
divisa soltanto nelle ore di servizio, che si fanno sempre più
rare; le esercitazioni di addestramento, che in precedenza
avevano luogo ogni domenica, si verificano ora a intervalli di
tempo, sempre più lunghi.
Una nuova gendarmeria, la Feldjiigerkorps (corpo dei
cacciatori di campagna) viene specificamente incaricata del-
la sorveglianza dei miliziani e di far osservare le disposizioni
relative all'uso dell'uniforme. E le armi vengono raccolte in
luoghi sicuri, in depositi controllati dalla Reichswehr.
Da miliziani armati, le Sa sono trasformate in semplici
propagandisti della causa.
1 Hitler, discorso dellO settembre 1934.
241
Le sezioni di protezione, Ss, subiscono identico tratta-
mento. Animate da antichi risentimenti contro le Sa esse ave-
vano svolto un ruolo decisivo nell'azione del 30 giugno e spe-
ravano di ricavarne un vantaggio assorbendo parte delle
liquidate sezioni d'assalto.. . .
L'esercito, però, non solo respmge questa pretesa, ma un-
zia anche il loro scioglimento. Le Ss tentano di resistere e so-
lo per poco, alla fme del dicembre 1934, evita!o un
nuovo «30 giugno». Ma alla fine la pre:
vale e delle Ss non rimangono che pochi contingenti passati
al setaccio e ai quali vengono assegnate funzioni di polizia
sotto il controllo della Reichswehr.
Infine ciò che è decisivo, l'esercito, il cui intervento era
già stato ;ichiesto in diverse viene def!nitivamen-
te incaricato, col decreto del 17 gennaio 1936, di mantenere
l'ordine con lo forza delle anni in caso di tumulti politici',
Mentre i miliziani vengono ridotti all'impotenza, anche il
partito viene epurato da cima a. fondo. Al ':Ongresso.di No-
rimberga, nel settembre 1934, Hitler u'! seve-
rissimo per i membri del partito e di tutti coloro
che non vi si vogliono sottomettere senza riserve. Nel con-
gresso del 1935 (LT, 12 febbr. e Lu, 14 sett. 1934) egli confer-
ma: «I nostri effettivi sono stati sottoposti a una severa epu-
razione» (LT, 12 setto 1935). di q!lattro
milioni di iscritti si moltiplicano le espulsioni, gli arresti, per-
sino le esecuzioni segrete. .
La dittatura muove all'attacco dei «sotto-Fììhrer» del
«piccoli Hitlen> che, come i «ras» italiani 1923-:24, sono
riusciti a crearsi un feudo e ad accaparrarsi a proprio profit-
to una parte dell'autorità dello Stato. Numerosi funzionari
l Le Temps, 1" febbraio 1936. Fascisme, bollettino cit., Amsterdam 1936.
242
subalterni del partito vengono esonerati dalle loro funzioni e
l'epurazione non risparmia i plebei collocati al vertice della
gerarchia.
Il partito è posto sotto il controllo sempre più stretto del-
lo Stato. Nel novembre 1934 un decreto stabilisce che «tutte
le riunioni pubbliche e tutte le manifestazioni del partito...
dovranno essere approvate dalla competente autorità».
Nell'aprile 1935 il delegato del Fiìhrer alla direzione del par-
tito, Hess, dichiara che il partito si deve ormai «considerare
subordinato allo Stato e deve inchinarsi dinnanzi alla ragion
di Stato» (LT, 14 aprile 1935).
Il 16 marzo 1935 il ripristino del servizio militare obbliga-
torio completa questa evoluzione. Le nuove leggi militari pri-
vano i plebei nazisti di una delle loro ultime basi sociali, il
«servizio del lavoro», che, spoliticizzato, diviene un servizio
premilitare a carattere obbligatorio, vale a dire un semplice
strumento ausiliario dell'esercito. La «polizia verde» creata
da Goering viene incorporata nell'esercito e al partito viene
tolta una funzione cui era particolarmente interessato: la for-
mazione della gioventù.
La Hitlerjugend, la gioventù hitleriana, perde la sua auto-
nomia e diviene una grande associazione per la preparazione
militare sotto lo stretto controllo dell'esercito; al suo inqua-
dramento provvedono ufficiali e sottufficiali dell'esercito
stesso, mentre ci si accinge a toglierle il suo monopolio di
fatto, progettando di sovrapporle una «gioventù del Reich»
concepita come istituzione statale e non più nazista (LT, 19 e
23 genn. 1936). .
Il nazismo così corretto non ha più analogie con quello
del periodo precedente e l'esercito tollera di farsi «fascistiz-
zare». Secondo le parole del portavoce della Reichswehr,
maggiore Foertsch,
«nessuna forza al mondo potrà distruggere "unità che esiste tra
l'esercito e il partito con le sue diverse organizzazioni» (LT, 13 dico
243
1934). «II nazionalsocialismo come base del nuovo Stato è
intangibile per l'esercito, il quale non può che essere
nazionalsocialista» (LT, 28 genn. 1935).
L'insegnamento della dottrina nazista viene introdotto
nei reparti e nel febbraio 1934 viene deciso che soldati e ma-
rinai porteranno sull'uniforme la svastica. Nel marzo la
«clausola ariana» viene introdotta nell'esercito e nella mari-
na e quando, il 2 agosto 1934, muore il vecchio Hindenburg,
il generale von Blomberg non esita a consacrare Hitler Co-
mandante supremo delle forze armate e a far prestare a tutte
le truppe il giuramento di fedeltà al Fiihrer. I soldati, sottuf-
ficiali e ufficiali ricevono l'ordine di salutare militarmente i
capi di ogni grado del partito nazista allorché questi indossa-
no l'uniforme (LT, 4 agosto 1935). Nel novembre 1935 la
Reichswehr accetta persino che il suo antico vessillo di guer-
ra - nero, bianco e rosso - venga sostituito da una bandiera
speciale nella quale figura la svastica (LT, 8 nov. 1935).
La «rivoluzione» nazionalsocialista, fondata sui plebei in
camicia bruna, è diventata una dittatura militare-poliziesca.
3
Tuttavia vi sono elementi che differenziano lo Stato ditta-
toriale fascista, giunto a questo stadio di evoluzione, dalle
dittature di vecchio tipo: il fascismo non può privarsi com-
pletamente di una «base sociale»; nei tempi moderni è im-
possibile governare senza una certa misura di consenso po-
polare e per non far perdere la pazienza alle masse, così
duramente provate dalla crisi, per dissimulare loro i suoi le-
gami col capitale, il fascismo viene costretto ad assumere lo
stesso atteggiamento per il quale aveva infierito contro i ple-
244
bei estremisti: è cioè costretto, in una certa misura, a far con-
tinuo ricorso alla demagogia.
Esso deve inoltre conservarsi punti di appoggio negli
strati popolari per impedire che vi si manifestino cristallizza-
zioni indipendenti. E' impossibile sopprimere completamen-
te le organizzazioni del partito e della milizia,
«privarsi . c,?me. scrive Gent!zon • di un ~ e z z o così importante di
controllo e di azione che puo penetrare ID tutte le cellule sociali,
strumento che né l'esercito né la polizia possono sostituire... In un
P?polo che non viene controllato le correnti estremistiche più
diverse [potrebbero) costituirsi con estrema facilità» (LT 6 luglio
. 1935). '
E' infine importante la considerazione che la dittatura fa-
scista deve, in una certa misura, fronteggiare un pericolo da
«destra». Il completamento dello Stato totalitario, la drastica
eliminazione del vecchio personale politico della borghesia,
la «fascistizzazione» dell'esercito non impediscono che talu-
o ne forze conservatrici tradizionali rimangano ostili al regime
e gli oppongano una sorda resistenza.
Una parte degli antichi uomini politici borghesi, una par-
te dell'esercito, una parte della Corte o dei circoli vicini al
. capo dello Stato non si sono che apparentemente allineati al
fascismo, sia pure corretto ed epurato. A un certo momento,
col favore di particolari circostanze, queste tendenze conser-
vatrici potrebbero fare la loro riapparizione sulla scena, so-
prattutto se fruissero dell'appoggio di gruppi capitalistici',
Vi è dunque da fronteggiare una minaccia latente, che il ple-
beo supremo, il dittatore può parare soltanto continuando ad
appoggiarsi in una certa misura sulla sua «sinistra», sui suoi
plebei. Tuttavia, il pericolo di «sinistra» rimane più acuto per
lui del pericolo di «destra» ed egli può tentare di accattivarsi
le simpatie da sinistra soltanto entro limiti assai ristretti.
1 Si veda avanti, la conclusione.
245
In Italia

Mussolini, a partire dal 1932, avverte che «il regime si ar-
rugginisce e si inceppa»l e che ha perso ogni contatto col po-
polo, mentre il partito è ridotto a un'immensa macchina am-
ministrativa priva di vita. L'aggravarsi della crisi economica
induce la dittatura a ricostituirsi artificialmente una certa ba-
sociale, ad affidarsi di nuovo a una certa dose di demago-
gia.
D'altra parte Mussolini deve badare ai pericoli sulla sua
destra: la liquidazione pura e semplice del partito, auspicata
dai conservatori nazionalisti, significherebbe per lui «la liqui-
dazione della sua potenza personale e l'equiparazione dello
Stato fascista a uno Stato conservatore tradizionale» (Silo-
ne). In realtà, le forze conservatrici non sono state completa-
mente assimilate e benché l'esercito si sia lasciato fascistizza-
4 . .. •
re, tutti l suoi capi non accettano senza riserve il regime
totalitario fascista. Un osservatore straniero scrive nel 1935:
«Gli ufficiali superiori non si sono mai lasciati molto convincere dal
fascismo... Oggi le antiche divergenze tornano alla superficie e,
almeno da paqe dei militari, non ci si cura nemmeno troppo di
tenerle celate» .
Tra gli alti gradi della burocrazia statale e nei circoli di .
Corte il fascismo non ha solo partigiani, ma anche avversari.
In caso di un acuto contrasto con le forze conservatrici,
Mussolini e la sua cricca non potrebbero contare né sulla mi-
lizia, disarmata e controllata dall'esercito, né sui carabinieri,
che fanno parte dell'esercito. Resterebbe loro un piccolo
corpo, certamente temibile, ma comunque insufficiente la
polizia segreta, l'Ovra. Perciò, con il duplice di
'rinnovare il regime e di cautelarsi contro il pericolo di de-
1 A. Leroux, Le Populaire, 19 agosto 1935.
2 Fascisme, 19 giugno 1935.
il Duce è costretto ad appoggiarsi di nuovo, in una certa
misura, sulla base plebea del partito fascista.
«Sino a questi ultimi mesi - scrive Gentizon - in tal uni ambienti si
la tendenza a considerare il partito come un elemento
peso morto sul terreno pohtico. Invece, ora, vi sono
molti indizi che fanno pensare che nelle alte sfere si miri a
conferire di nuovo al partito un notevole valore» (LT, 22 dico 1933).
Dopo la grande epurazione del 1925-26, le iscrizioni al
partito erano state chiuse e vi potevano entrare soltanto i
giovani che avessero seguito la trafila delle organizzazioni
giovanili. Ma a partire dal 1932-33 le iscrizioni vengono ria-
perte e tutti coloro che non si erano ancora iscritti vi sono
ammessi dietro loro domanda, purché abbiano «servito il re-
gime in completa purezza d'intenti», vale a dire dopo una se-
vera selezione.
Dall'ottobre 1933 alla fine del 1934 il partito giunge quasi
a raddoppiare i suoi effettivi e annovera nelle sue file circa
un milione di nuovi membri. All'inizio dell'anno XIII, il 28 ot-
tobre 1934, il segretario generale, Starace, esprime la sua
soddisfazione perché l'attività del partito si è «sviluppata nel
senso di una partecipazione sempre più larga e sempre più
attiva alla vita del paese, per cui, lungi dal rimanere un'orga-
nizzazione chiusa, il partito penetra in tutti i settori» (LT, 28
ott.1934).
Ma questo afflusso massiccio di nuovi elementi avrebbe
potuto «indebolire il partito e inceppare la sua azione»; si è
perciò evitato tale rischio accettando soprattutto l'iscrizione
di giovani nei quali non vi è da temere l'esistenza dello spiri-
to di insubordinazione che caratterizzava i vecchi plebei fa-
scisti. Inoltre, sempre per lo stesso motivo, il partito viene
, sottoposto a un controllo estremamente severo, viene raffor-
zata la disciplina, si moltiplicano le ispezioni, si stabiliscono
più stretti rapporti tra la direzione centrale e quelle periferi-
che (ibid.).

246

'. .
247
Contemporaneamente si compiono sforzi disperati per
rianimare il movimento, per ridare al fascismo un po' della .
sua spregiudicatezza «rivoluzionaria» d'un tempo. Mussolini
lancia la parola d'ordine: «Andare verso il popolo» e racco-
manda ai funzionari del partito di «frequentare gli ambienti
operai e di essere, non soltanto moralmente, ma fisicamente
col popolo, soprattutto in queste ore difficili». E aggiunge
questa significativa consegna: «Nelle cerimonie ufficiali, '
niente pennacchi in testa, ma la semplice camicia nera della
rivoluzione». Si vedrà più avanti [cap. VIII] che in occasione
del varo del cosiddetto «Stato corporativo» egli riesumerà la
vecchia demagogia «rivoluzionaria» e «anticapitalista», risfo-
derata poi nuovamente nei giorni della campagna d'Etiopia:
"Questa guerra è la guerra dei poveri , la guerra dei proletari».
«Essa affretterà, invece di rallentare, l'evoluzione sociale che si sta
realizzando in Italia». La rivoluzione fascista è una «rivoluzione
sociale»1.
Incoraggiati dall'alto, i plebei riprendono ad adottare un
linguaggio «di sinistra». Ma allorché vanno al di là degli
stretti limiti loro consentiti, vengono implacabilmente colpiti,
confmati alle isole Lipari, mentre i loro scritti sono confisca-
' ti, i loro giornali proibiti. Nel luglio 1935 viene soppressa la
rivista giovanile fascista Cantiere, nel novembre successivo la
rivista socialisteggiante Problemi del lavoro2.
Anche l'ultimo episodio dell'avventura fascista conferma
la nostra analisi. Mussolini, abbandonato nel 1943 dall'eser-
cito e dalla monarchia, è costretto a tentar di assicurarsi
qualche appoggio a sinistra e fonda la sua pseudo «repubbli-
ca sociale». Ma questa demagogica concessione all'estremi-
smo non è che una mossa propagandistica, i plebei della pri-
ma ora non avranno la loro rivincita e il fascismo ultima
1 Mussolini, discorsi del 18 novembre e del 26 ottobre 1935.
2 Nenni, Peuple, 21 luglio e 12 novembre 1935,

248
maniera non sarà che un regime poliziesco poggiato sulle ba-
ionette dell'esercito... tedesco.
In Germania
Anche Hitler, ancor più di Mussolini, deve continuare, in
una certa misura, ad accattivarsi la sua ala sinistra, ad appog-
giarsi su una base sociale plebea. Infatti gli è indispensabile
gettare polvere negli occhi delle masse duramente colpite
dalla crisi per poter mantenere punti di appoggio in seno ad
esse. Infme, e soprattutto, egli si trova di fronte a un pericolo
da destra. Già all'inizio dell'inverno 1933-34 gli elementi mo-
narchici si agitano pericolosamente, lavorano per il ritorno
degli Hohenzollern e il governo del Reich si vede costretto a
sciogliere tutte le organizzazioni monarchiche. All'inizio del
giugno successivo si scatena una nuova offensiva, questa vol-
ta tanto più temibile perché proviene dagli stessi circoli con-
servatori ai quali si deve la nascita del Terzo Reich. Il 17 giu-
gno lo stesso Vicecancelliere von Papen, in un discorso
pronunziato a Marburg, ricorda che il governo Hitler è sca-
turito, il 30 gennaio 1933, da un' «alleanza tra il nazionalso-
cialismo e le forze conservatrici» e si scaglia a fondo contro il
principio dello Stato totalitario:
«II sistema del partito unico è giustificato unicamente in quanto
necessario per assicurare il cambiamento di regime e fino a che la
nuova élite possa entrare in funzione.. , Sostenere che vi possono
essere in un paese cittadini di pieno diritto e cittadini cui spettano
soltanto diritti ridotti , signifi ca tornare alla distinzione, già stabilita
a Sparta, tra Spartiati e Iloti e che ha condotto alla caduta dei
Lacedemoni».
Si può immaginare la collera dei plebei nazisti, dai mag-
giori ai minori: così, dunque, una frazione importante della
borghesia, dopo aver abbandonato la scena politica, minac-
cia di farvi ritorno! Goebbels replica sdegnato:
249
«Costoro oggi ci criticano... rappresentano il regresso e la
reazione. NOI passeremo sui loro corpi, noi siamo la gioventù di un
nuovo Reich, noi soli abbiamo ora il diriuo di rappresentare la
Germaniawl .
I magnati capitalisti e l'esercito esigono la radicale elimi-
nazione dei plebei estremisti, ma i dirigenti nazisti sono deci-
si a portarla a termine loro stessi e non permetteranno ad altri
né di eseguirla né di trame profitto. Agiranno essi stessi e su
due fronti. Hitler, Goering e Goebbels, mentre colpiscono a
sinistra, facendo assassinare i loro più antichi compagni di
lotta, colpiscono anche a destra, tra le forze conservatrici tra-
dizionali, tra i nemici dello Stato totalitario. I più diretti col-
laboratori di von Papen, che hanno redatto il discorso di
Marburg, vengono assassinati e imprigionati. Lo stesso Vice-
cancelliere viene aggredito e percosso e deve la vita a un
tempestivo intervento del presidente Hindenburg. L'ex-can-
celliere Schleicher/, altri generali come von Bredow e von
Lossow, agrari, monarchici, membri dell'He"ellklub
3
come
von Gleichen, von A1vensIeben e von Wechmar, vengono
anch'essi aggrediti selvaggiamente.
Dopo il 30 giugno il dittatore, cui non è sufficiente l'aver
colpito a destra, tenta di rianimare, in una certa misura, l'ala
sinistra che ha appena duramente decimato. Egli è preoccu-
pato dal fermento crescente delle masse, mentre i miliziani
bruni messi a riposo si vantano pubblicamente di aver votato
110 al plebiscito del 18 agosto. L'insoddisfazione si manifesta
1 Goebbels, discorso del 21 giugno 1934.
2 Il fI:Iolo d;i Schleicher in quesn awenimenti poco chiaro. Sembra
che egli abbia tentato una manovra personale, diversa d quella di von
Papen, per ritornare al potere con l'aiuto di Roehm e di Gregor Strasser
(cfr. New Statesman and Nation dell'8 luglio 1934). Ma d'altro canto egli era
appoggiato da tal uni dirigenti dell'industria pesante, senza dubbio gli stessi
che l'avevano sostenuto alla fine del 1932 nel suo conflitto con l'industria
pesante. Si veda sopra, il cap. I. (Benoist-M échin, op. CiL).
3 Circolo aristocratico noto per le sue tendenze reazionarie.
250
nelle r.iunioni pubbliche del partito e occorre porvi ri-
ogm costo. D'altro canto Hitler deve guardarsi dai
pericoli a destra non meno di quelli a sinistra.
Nello stesso tempo i più diretti collaboratori del Fiihrer
sentono minacciata la loro posizione personale: Goebbels,
Rosenberg, Darré, Ley, von Schirach, Streicher, Rust, Frank
vengo.no sottoposti a serie di accuse proprio mentre il
vecchio personale politico della borghesia fa la sua ricom-
parsa sulla scena: il nuovo dittatore economico, il dottor
Schacht, nominato dirigente supplente della Camera econo-
mica del Reich, il dottor Trendelenburg, già ministro della
repubblica di Weimar, commissario per i prezzi, il dottor
Goerdeler, già collaboratore di Bruning, hanno un ruolo di
primo piano e quest'ultimo spinge la sua impudenza sino ad
come consigliere intimo un ebreo, il dottor Gol-
dschmid.
della Reichswehr, i devoti partigiani
del nazismo, il ministro generale von Blomberg e il suo consi-
gliere, il generale von Reichenau, perdono terreno nei con-
fronti della tendenza contraria, rappresentata dal comandan-
te in capo, generale von Fritsch: a partire dal novembre 1934
le conferenze periodiche che si svolgono nelle diverse guar-
nigioni per l'educazione politica dei soldati e dei quadri sono
sostituite da conferenze militari tenute da ufficiali dell'eser-
cito (LT, 26 nov. 1934).
Nel corso dell'estate 1935, il generale von Reichenau e il
maggiore Foertsch vengono allontanati dalle loro cariche alla
direzione centrale dell'esercito per aver manifestato verso il
nazismo simpatie giudicate eccessive'. L'ala destra della Rei-
chswehr tenta di trasformarsi in centro d'incontro di tutte le
tradizionali forze conservatrici, si appoggia su alti funzionari
dello Stato appartenenti alla casta aristocratica e risparmiati
1 Das Neue Tagebuch, 24 agosto 1935; Le Temps, 12 settembre 1935.
251
dalla «fascistizzazione» o anche che hanno abbandonato il
partito nazìsta', protegge apertamente &li che
non sono mai stati completamente assimilati dal nazismo e
nelle file dei quali si raccolgono i resti del vecchio partito na-
zionale-tedesco ed è infine legata, in modo più o meno pale-
se, coi gruppi la cui attività durante l'in-
verno 1935, una tale recrudescenza, che Hitler, preoccupato,
convoca l'ex-Kronpinz e lo rampogna apertamente (LT, 8
febbr. 1935). . .. .
I dirigenti nazisti si sentono dunque mmaccrati e tra essi è
soprattutto in pericolo Goering, che ingaggia lott.a aper-
ta con l'ala destra della Reichswehr. I generali non gli hanno
perdonato di aver colpito «su due fronti» il 30 giugn?, aver
fatto assassinare tre dei loro, non tollerano che l'aviazione e
la polizia siano sottratte alla loro autori.tà e che n.e
sia il capo supremo e incontrollato. EglI, il peri-
colo cerca a sua volta di controllare l'esercito ed esige la sua
nomina a ministro della guerra o la messa a riposo del gene-
rale von Fritsch. Ma è quest'ultimo a prevalere e non soltan-
to Goering non diventa ministro della ma,. quant?
comandante dell'arma aerea, egli è posto agli ordini del fil-
. 2
mstro stesso .
In caso di conflitto grave con le forze conservatrici, i
genti nazisti, Hitler, Goering, Goebbels, non piu
contare sulle Sa e sulle Ss, disarmate, e sulla «polizia verde»,
inquadrata nell'esercito. Resterebbe loro. certo
mibile ma insufficiente: la Gestapo, la polizia segreta. Perciò
essi s;no indotti ad appoggiarsi nuovamente a sinistra almeno
I Cfr. Le Populaire, 3 marzo 1936.
2 Più tardi, il 2 aprile 1936, il ministro della gul?rra von
Blomberg viene nominato «Feldmaresciallo» , ed ha al SUOI ordini l Ire
comandanti delle forze di terra, di mare e dell ana, che hanno egualmen!e
titolo di ministri: sono rispettivamente il generale von Fritsch, l'ammiraglio
Raeder e il generale Goering (LT, 21 aprile 1936).
252

in qualche misura e, poco dopo il 30 giugno, lavorano per ri-
mobilitare le Sa.
n 9 settembre 1934, al congresso di Norimberga, Hitler
ha il cinismo di affermare, contro l'evidente realtà dei fatti,
che le Sa sono più che mai la forza sulla quale il regime si ba-
sa, la più possente organizzazione della storia tedesca, «tanto
possente - egli afferma - che nessuno oserebbe opporvisi». E
a coloro che vorrebbero infirmare lo Stato totalitario e scalfi-
re la posizione della cricca che lo domina, egli lancia
• •
un'aperta mmaccia:
«Noi abbiamo il potere, nulla ce lo può togliere, né lo cederemo
volontariamente» (LT, 10 setto 1934).
Nel novembre successivo, Goebbels esorta i duemila vete-
rani della «vecchia guardia» a rendersi conto del molto che
rimane da fare e, alludendo al pericolo di una ricomparsa sul-
la scena dell'antico personale politico della borghesia, escla-
ma: «Serriamo i ranghi, impediamo a ogni estraneo di pene-
trarvi» (LT, 9 nov. 1934). n l° gennaio 1935 Hitler, in un
messaggio indirizzato al partito, insiste sul fatto che esso è
«più che mai l'effettivo strumento politico della volontà na-
zionale».
Il 29 giugno 1935 Goebbels organizza una grande «gior-
nata del partito nazionalsocialista a Berlino». Pur prendendo
la precauzione di rendere omaggio all'esercito, egli attacca
violentemente i detrattori dello Stato totalitario e la burocra-
zia statale nella quale rimangono o si infiltrano elementi
• •
«reazionan»:
«Da ogni parte - egli esclama - si chiede lo scioglimento del
partito... ci si viene a raccontare che tutti sono diventati
nazionalsocialisti. Noi lo speriamo, ma non vi crediamo... E' il
partito a tener viva la fede nel paese» (LT, l ° luglio 1935).
n18 luglio i nazisti berlinesi, che hanno in Goebbels il 10-
ro capo, ottengono le dimissioni del prefetto di polizia, il
253
contrammiraglio von Levetzow, che simpatizza con i
nari» e fanno nominare in sua vece un noto estremista, il
cont; Helldorf, sfuggito alla strage del 30 giugno. Lo Angriff
annuncia trionfalmente
«la fine ingloriosa di questa reazione... che si dà conve.gnl? in certi
ambienti e in certi salotti e che, per le sue relazioni con la
burocrazia, crede di aver trovato il mezzo di bloccare l'evoluzione
attuale» (LT, 21 luglio 1935).
1112 agosto Lutze, capo di stato maggiore delle Sa, passa
in rassegna 14.000 uomini, ai quali per un giorno viene fatta
nuovamente indossare l'uniforme, e dichiara: «Noi non ces-
seremo mai di rivendicare la totalità del potere».
Per non far spazientire le loro schiere, i dirigenti nazisti
adottano i diversivi antisemita e anticattolico. Nel luglio 1935
Goering accresce il suo prestigio con una violenta circolare
contro «il cattolicesimo politico»; Streicher pronunzia accesi
anatemi contro gli ebrei. Il congresso di Norimberga del set-
tembre 1935 concede una serie di soddisfazioni formali ai
plebei: «Noi non ci scostiamo di una virgola dai princìpi fon-
ldamentali del nazionalsocialismo... La conquista del potere è
•un processo che non sarà mai, mai abbastanza completo», af-
ferma Hitler
l
e insiste sul fatto che non saranno né i capi
dell'economia, né i soldati che trarranno la Germania
dall'abisso ma esclusivamente i soldati politici del partito.
, .. . .
«Tutto potrebbe essere travolto, il nostro partito mal», e n-
volge un vibrante omaggio alle guardie brune:
<<lo ti saluto, mio vecchio Sa, io ti sal,:,to, mio.vecchio voi
2siete
per me la vecchia guardia della rivoluzione nazionalsocialista» .
Mentre il vessillo rosso con la svastica diviene l'unica
'bandiera del Terzo Reich, il Fuhrer si scaglia contro le
conservatrici tradizionali, questi «elementi di una stupida
1 Hitler discorso al Congresso di Norimberga, 13 settembre 1935.
2 conclusivo al Congresso di Norimberga, 13 settembre 1935.
254
borghesia reazionaria che non imparerà mai nulla» (LT, 12
setto 1935). Poco tempo dopo, il 7 novembre, l'organizzazio-
ne degli Elmi d'Acciaio viene definitivamente sciolta insieme
alle antiche corporazioni studentesche, «focolai di opposizio-
• • ••
ne aristocratica e reazionana»,
Ma queste soddisfazioni concesse ai plebei sono pura-
mente formali. Le sezioni d'assalto rimangono disarmate, in
congedo. permanente, ridotte all'impotenza e il potere è più
che mai detenuto dall'esercito e dall'alta burocrazia nazista.
La giornata del 4 febbraio 1938, nel corso della quale il
generale von Fritsch e il maresciallo von Blomberg vennero
entrambi collocati a riposo, è stata interpretata come un ri-
torno offensivo e come un successo dell'ala sinistra nazista;
ma questa interpretazione non sembra resistere a un'attenta
analisi. In primo luogo, occorre rilevare che il 4 febbraio non
oltrepassa l'ambito di una rivoluzione di palazzo. La massa
dei plebei nazisti della base, definitivamente ridotta al silen-
zio, non vi ha avuto parte alcuna. Il conflitto vede ancora una
volta di fronte taluni elementi dell'alta burocrazia nazista -
Goering e il suo gruppo - e taluni elementi dell'ala destra
dell'esercito - von Fritsch e i circoli a lui vicini - e si conclude
non con la vittoria di una delle due fazioni, ma con un com-
promesso.
E' vero che il generale von Fritsch e altri quattordici ge-
nerali aventi, a quanto si è detto, simpatie monarchiche, ven-
gono collocati a riposo (LT, 7 febbr. 1938), ma il generale
von Blomberg, l'uomo del partito in seno alla Reichswehr,
subisce la stessa sorte. Se, qualche tempo dopo, l'ala sinistra
nazista ottiene la realizzazione di un'antica aspirazione alla
quale i generali si erano a lungo opposti, e cioè l'introduzio-
ne del saluto nazista nell'esercito (LT, 11 maggio 1938), ri-
mane tuttavia il fatto che l'esercito stesso conserva una com-
pleta autonomia nell'ambito dello Stato, mentre i suoi nuovi
capi, il generale Keitel e il generale von Brauchitsch, sono
255
vecchi militari cresciuti nello spirito e nella tradizione della
Reichswehr; che Goering non è per nulla riuscito a divenire
ministro della guerra; che il generale von Reichenau, uomo
di fiducia del nazismo, non è divenuto capo di stato maggiore
generale né Himmler ministro dell'interno.
Infine è indicativo che nel consiglio privato che Hitler si è
affiancato per le questioni di politica estera, i rappresentanti
della Reichswehr e dell'alta burocrazia nazista figurano su
un piede di parità. .
Il 4 febbraio 1938 non ha dunque sensibilmente modifica-
to la dittatura militare-poliziesca del Terzo Reich; questa
giornata «storica» ha semplicemente dimostrato che un regi-
me che è a un tempo militare e poliziesco implica un certo
grado di dualismo. Non vi è ancora una perfetta fusione tra
l'alta burocrazia del partito e la Gestapo da una parte e
l'esercito dall'altra. Di tanto in tanto si odono scricchiolii
nell'ingranaggio del cosiddetto Stato totalitario. Nel corso
della Seconda guerra mondiale queste frizioni si andranno
iaccentuando e la rivalità tra la Wehnnacht e la Gestapo sarà
evidente anche per l'osservatore meno provveduto. Man ma-
no che il regime si avvierà alla decomposizione, tale rivalità
sarà sempre più aperta e l'alta burocrazia del partito si av-
vantaggerà a spese dell'esercito. Himmler e le sue Ss esten-
dono il loro potere via via che la Wehrmacht si stacca da Hi-
tler, ma questi fenomeni di superficie, per quanto
interessanti, non mutano la sostanza della situazione: i bravi
in camicia bruna del 1933-34, i plebei che aspirano a una «se-
conda rivoluzione», non riprenderanno il sopravvento e con-
.tro di loro Himmler e i generali rimarranno d'accordo sino
' alla fine.
256
7. LA VERA «DOTTRINA» FASCISTA
1. La «dottrina» fascista non è altro che la vecchia ideologia
reazionaria. - 2. Il fascismo nega il progresso. - 3. Il fascismo è
ostile alla ragione. - 4. Il fascismo contro la democrazia. - 5. Il
fascismo riesuma il vecchio <principio aristocratico». - 6. Il
fascismo risuscita lo Stato-Moloch. - 7. Il fascismo riabilita la
violenza.
1
Il fascismo si trasforma dunque in una dittatura polizie-
sco-militare di vecchio tipo. Non gli è più necessario come
prima celare il suo vero volto e ritiene invece utile legittimare
il suo dominio con una «dottrina» che, in verità, non ha atte-
so di aver conquistato il potere per elaborare. La si può ri-
trovare, molto prima, negli scritti e sulla bocca dei suoi capi,
ma soverchiata dalla fraseologia «anticapitalistica». Ora la
demagogia passa in secondo piano e cede il passo alla legitti-
mazione ideologica della dittatura. Ed è finalmente possibile
vedere chiaramente che la «dottrina» fascista è una vecchia
conoscenza, che rassomiglia come una sorella gemella alla fi-
losofia reazionaria, alla fù.osofia dell'antico regime feudale,
clericale e assolutista.
La borghesia, all'inizio della sua fase ascendente, aveva
dovuto lottare precisamente contro tale fù.osofia, che era un
ostacolo al suo affermarsi. Al dogma pessimistico della cadu-
257
ta dell'uomo dalla felicità dell'Eden, la borghesia ha opposto
l'idea dell'indefinito progresso; alla religione rivelata, la ra-
gione e il libero pensiero; al «principio aristocratico», allo
«Stato-Moloch», il governo delle masse, la democrazia; alla
forza brutale, il diritto.
Ma a un certo momento la borghesia si rende conto, per
usare l'espressione di Marx, «che tutte le armi da essa forgia-
te contro le idee feudali, le si rivolgono contro, che tutti i
mezzi di educazione da essa escogitati si ergono contro la
propria cultura, che tutti gli dèi da essa creati l'abbandona-
no». La borghesia, cioè, si rende conto che «tutto ciò che è
stato definito libertà borghese e strumento del proprio pro-
gresso attacca e minaccia la sua egemonia di classe»I. Scossa
dalle fondamenta a seguito della crisi del capitalismo, non
potendo salvaguardare i suoi profitti minacciati se non di-
struggendo le istituzioni democratiche e sterminando brutal-
mente il proletariato organizzato, la borghesia rifiuta quella
stessa ideologia che aveva utilizzato per sconfiggere l'assolu-
tismo. Più esattamente, si impadronisce addirittura dell'ideo-
logia del suo vecchio nemico, nega il progresso, si accanisce
contro la ragione, rifiuta alle masse il diritto di autogovernar-
si e nega la democrazia: invoca il «principio aristocratico», la
ragion di Stato, riabilita la violenza.
E' quindi logico che quei pensatori reazionari che hanno
vilipeso con tutto il loro odio le idee della Rivoluzione fran-
cese, divengano di colpo gli idoli della borghesia. Ed è da
questi «maestri della controrivoluzione-é che il fascismo de-
riva la sua «dottrina». «Noi rappresentiamo l'antitesi... in tut-
. to il mondo degli immortali princìpi del 1789»3, una reazione
contro «il movimento illuminista del XVIII secolo e contro
1 Marx, n18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852.
2 L'espressione è di Louis Dimier, l maestri della controrivoluzione nel
XIXsecolo, 1907.
3 Mussolini, discorso del 7 aprile 1926.
258
l'Enciclopedia» I, proclamano i fascisti italiani. E i nazisti af-
fermano: «L' anno 1789 sarà cancellato dalla storia...»2. «Noi
vogliamo distruggere l'immorale ideologia della Rivoluzione
francese»
3
.
2
La borghesia ha usato l'idea di progresso come un ariete
contro le bastiglie dell'assolutismo. L'antichità c il medioevo
erano fondati sulla convinzione della corruzione e della de-
cadenza del genere umano, sul dogma della caduta dell'uo-
mo che, uscito perfetto dalle mani del creatore, era precipi-
tato nel male a seguito del peccato originale. L'uomo nasce
cattivo e non è perfettibile e lo stesso avviene per il regime
politico, economico e sociale, che l'uomo deve accettare per-
ché imposto da Dio, senza sperare di migliorarlo.
A questa dottrina pessimistica, così utile a giustificazione
?ella e a legittimazione della miseria, la borghesia
nnpaziente di affrancarsi aveva contrapposto, all'inizio della
sua ascesa, l'idea del progresso senza fine, per cui l'età
dell.'o.ro sta. a noi e non dietro di noi, l'umanità è per-
fettibile e SI eleva mcessantemente dalla miseria al benessere
dall'ignoranza alla conoscenza, dalla barbarie alla civiltà. Le
grandi scoperte della seconda metà del XVIII secolo la nasci- ,
ta delle macchine e dell'industria moderna hanno fornito
<i!gomenti all'idea del progresso: la giovane borghesia
mdustnale era convinta che i nuovi mezzi di produzione da
1 Mussolini, nfascismo, dottrina e istituzioni, 1933.
2 Goebbels, Revolution der Deutschen, cit o
3 Gregor Strasser, discorso del 14 giugno 1932 in Kampf um
Deutschland, cit, '
259
essa inventati fossero in grado di garantire all'umanità un
progresso indefinito, un miglioramento continuo della pro-
pria condizione.
Ma a un certo momento l'idea di progresso si rivolge con-
tro la borghesia; le forze produttive, via via che procedono
nel loro vertiginoso sviluppo, entrano in conflitto c?l regime ;
della proprietà privata, che cessa di essere progressivo e
lungi dall'assicurare all'umanità il promesso benessere, la
chioda alla miseria e alla disoccupazione. Allora la borghesia
cessa di credere al progresso e cerca nei negatori del pro-
gresso i maestri del proprio pensiero. .
Il fascismo italiano utilizza soprattutto la polemica contro
il progresso di un teorico del di filosofia
reazionaria, Georges Sorel, autore di un intero libr<? volto a
denunciare le Illusioni del progresso. Certamente egli detesta
soprattutto, nell'idea del progresso, il suo «facilismo», vor-
rebbe l'uomo combattivo e non ridotto ad attendere m un
dolce far niente! la felicità in terra. Ma, in sostanza, S?rel fini-
sce per negare il progresso in se stesso. Nel 1913 egli confida

a un amICO:
«II progresso non è che apparenza... L'idea di progresso è un'idea
. Il . dii' . • 2
ingenua, smenltta da a stona e umamta... »t-.
Mussolini, discepolo di Sorel, respinge al pari suo l'idea
di progresso:
«II fascismo rifiuta l'idea della felicità e dell'indefinito progresso...
non crede alla possibilità della "felicità in terra" quale l'auspicava la
letteratura degli economisti del XVIII secolo». Egli condanna anche
«le concezioni teleologiche secondo le quali, a un c.erto
della il g1nere umano giungerebbe a un stadio definitivo di
orgarnzzazione- .
3
La ragione era un altro strumento della borghesia in asce-
sa. Alla conoscenza rivelata, questa classe sostituiva il libero
esercizio dell'intelligenza e il primato del ragionamento. Ma
oggi questo strumento viene usato contro essa stessa, l'uso
della ragione e dell'analisi scientifica non possono che scuo-
tere le basi della sua egemonia, condannare il sistema di pro-
duzione capitalistico, e solo il ricorso allo«irrazionale» le per-
mette di prolungare il suo dominio, facendo sì che l'uomo
rinunci a dominare il mondo e si senta da esso soggiogato co-
me da un «fenomeno mistico» - l'espressione è di Edouard
Berth
I
- che la sua intelligenza sia pronta ad abdicare din-
nanzi a tutte le forze istintive, a lasciarsi trascinare da un
«movimento» qualsiasi invece di ragionare e di comprende-
re. Così l'uomo è pronto a seguire il primo ciarlatano che si
presenti, il primo inventore di miracoli e di miti, pronto a la-
sciarsi andare, a cercare una via d'uscita alle sue sofferenze
non più nell'azione guidata dall'intelletto, ma nella fede cieca
in un Duce o in un Fììhrer.
In Italia
Anche per questo il fascismo italiano utilizza - sia pure
deformandole in qualche misura - le teorie di Sorel, il quale
detesta il razionalismo moderno, definisce «ciarlatanesco»
Cartesio e gli oppone il credente Pascal/, il quale, egli affer-
ma, «ha sconfitto Cartesio»3. Il suo discepolo Edouard Berth
1
2
3
In italiano nel testo [n.d.t.],
Cfr. Jean Variot, Propos de .Georses. So:el,.1935.
Mussolini, Il [ascismo, dottrina e tsutuzioru, 1933.
1
2
3
Le colpe deKli intellettuali, 1913.
Sorel, Le illusioni del progresso, 1908.
Sorel, articolo in italiano su Il Resto del Carlino.
260
261
sviluppa questa tesi:
' <da sconfitta di Cartesio è la sconfitta del razionalismo e
dell'intellettualismo moderno... che è stato escogitato soltanto per
battere in breccia la fede cristiana e sostituire alla religione una
concezione scientifica del mondo che è la scoperta p!ù ingenua e
più piatta che sia stata fatta nel corso dei secoli» (op. ClL).
Accettando Bergson, Sorel oppone alla ragione «l'intui-
zione», vuoi colpire l'immagine popolare attraverso miti e
«fare appello a un insieme d'immagini in grado di evocare, in
'blocco e per sola virtù d'intuizione, prima di ogni riflessione
analitica, un complesso di sentimenti». A Sorel non importa
sapere se questi miti diverranno realtà:
«può anche accadere che non awenga nulla di ciò che essi fanno
fermamente crederevl .
Nemico della ragione, il fascismo si autoproclama un
«movimento», un' «intuizione che si riassume in una visione o
in una fede» 2:
«un mito - afferma ancora M u s s o l i ~ i , nel più puro linguaggio
soreliano - non è necessario sia realtà» .
Da qui ad attribuire un ruolo secondario all'intelligenza
non vi è che un passo:
«Mussolini - ammette Volpe - diffondeva intorno a sé una specie
d'intolleranza, quasi di disprezzo, nei confronti degli intellettuali...
Era estremamente facile che questa tendenza del suo
atteggiamento si trasformasse presso l suoi in aperto disprezzo per
la cultura. Non mancarono infatti manifestazioni di ironia
grossolana, gonfie di disprezzo per la cultura e per i suoi
rappresentanti" (op. cir.).
E in un discorso Mussolini esclama:
«Il secolo del fascismo vedrà la fine del lavoro intellettuale, di
1 Sorel, Riflessioni sulla violenza, 1907.
2 Mussolini, il fascismo, dottrina e istituzioni, cit,
3 Mussolini, discorso del 24 ottobre 1922.
262
questi . intellettuali che sono infecondi e che costituiscono una
minaccia per la nazione!»l .
In Germania
Il nazismo deriva da Oswald Spengler una filosofia dello
stesso tono. Al pari di Sorel, l'autore del Declino dell'Occi-
dente scaglia i suoi strali contro il razionalismo, la «irreligiosa
conoscenza naturale», la «scienza critica» che osa entrare in
orgoglioso conflitto con la religione e pretende di dominare,
mentre la scienza non è che un fenomeno in decadenza. Al
pari di Sorel, Spengler contrappone alla ragione l'intuizione,
lo potenza mistica dell'anima, «questa capacità di un'anima
di riempire il suo mondo di simboli».
Il nazismo sostituisce alla ragione una vaga mistica della
vita e un dinamismo che gli sarebbe ben difficile definire/; un
professore afferma gravemente che «Hitler è la percezione
del dinamismo tedescos' e Rosenberg propone al ventesimo
secolo miti nebulosi, i miti del Sangue e del Suolo
4

Presto si arriva a blaterare contro l'intelligenza: i nazisti
rifiutano collericamente «il razionalismo, la lezione della ra-
gione che riconosce soltanto all'intelligenza e al cervello... la
capacità di guidare i destini dei popoli» (G. Strasser). Goe-
ring afferma che «i veri capi non hanno affatto bisogno di
cultura e di scienza» (L T, 27 giugno 1937) e Hitler paragona
gli intellettuali alle api regine che vivono alle spalle delle api
Ìavoratrici''. Infine un personaggio del dramma Schlageter
1 Mussolini, discorso del 9 luglio 1934.
2 Saul Zillich, «La mistica della vita nella rivoluzione tedesca», in Esprit,
1° gennaio 1934.
3 Weber citato da Le Temps, l ° febbraio 1935.
4 Rosenberg, il mila del XXsecolo.
5 Hitler, discorso del l " ottobre 1934.
263
riassume queste tesi nella famosa battuta: «Quando sento la
parola "cultura" spiano la mia pistola»
1
• .
4
Dopo aver sconfitto l'assolutismo, la borghesia ha instau-
rato una forma di governo che corrispondeva nel modo mi-
gliore alla sua missione storica. La libera concorrenza, il
«laissez faire, laissez passer», erano la condizione essenziale
dello sviluppo capitalistico. Illiberalismo economico aveva il
suo corrispondente nelliberalismo politico, nella «democra-
zia» parlamentare. Ma arriva il momento in cui la libertà e la
«democrazia» sono incompatibili con l'egemonia della bor-
ghesia, perché alla fase della libera concorrenza fa seguito
quella del capitalismo monopolistico. Si è visto che per salva-
guardare i loro profitti minacciati dalla crisi, i magnati capi-
talisti hanno bisogno del concorso dello Stato, per cui debbo-
no sostituire allo Stato «democratico» quello autoritario.
Allora la borghesia distrugge rabbiosamente i suoi vecchi
idoli e i teorici reazionari dell'antidemocrazia divengono i
maestri del suo pensiero.
In Italia
Il fascismo italiano pesca a piene mani nelle tesi di Sorel
e in quelle di Maurras. Un odio implacabile per la democra-
zia ispira l'intera opera di Sorel, che già nel 1898, nel suo
L'avvenire socialista dei sindacati, scriveva: «Il governo della
1 Hanns Johst, Schlageter, 1933.
264

\
collettività dei cittadini è sempre stato una finzione. Ma que-
sta finzione è l'ultima parola della scienza democratica».
D'altro canto, quest'uomo. dalla formazione tipicamente li-
bresca è un maniaco dell'eroismo e chiede battaglie in grado
di procurargli intense emozioni, mentre l'immonda «palude
democratica», la pratica della «pace sociale» lo privano delle
desiderate sensazioni. In questa palude i due antagonisti,
borghesia e proletariato, si neutralizzano vicendevolmente,
perciò bisogna destare entrambi dal loro letargo. E Sorel gio-
ca su due scacchiere: da un lato, senza dubbio, egli mette
giustamente in guardia il proletariato contro gli equivoci del-
la «pace sociale», ma, dall'altro, si rivolge alla borghesia, la in-
cita a destarsi, a colpire duro, a rafforzare la sua egemonia:
«Il giorno in cui i padroni si accorgeranno di non aver nulla da
guadagnare... dalle iniziative per la pace sociale o dalla democrazia,
allora vi t qualche probabilità che possano ritrovare l'antica
energia... Nulla sarà perduto se [il proletariato] riuscirà a restituire
alla borghesia una parte della sua energia».
Sorel consiglia di «bastonare» gli oratori della democra-
zia, e giunge sino a invocare la dittatura e ad auspicare «una
grande guerra esterna che condurrebbe al potere uomini che
abbiano la volontà di governare» (Riflessioni sulla violenza).
Come era facile prevedere, questa strana teoria era desti-
nata a trovare eco maggiore nella borghesia che non nel pro-
letariato, il quale, se non si lascia «ingannare» dalla demo-
crazia borghese, non disprezza nemmeno le libertà democra-
tiche, condizione indispensabile della sua emancipazione.
La borghesia, al contrario, porge volentieri orecchio ai
consigli di Sorel, Già nel 1910 Paul Bourget fa rappresentare
un'ignobile commedia antioperaia, La barricata, per la quale
afferma di dover l'idea a Sorel che, lungi dal declinare tale
compromettente paternità, dichiara in un'intervista:
«Sarei felice se il suo grande talento [di Bourget] potesse indurre la
borghesia ad armarsi e a difendersi, abbandonando finalmente, di
265
-, -;
;
,., . ,

,
,
, .
fronte al coraggioso ardore dell'avversario, la sua colpevole e
ingloriosa rassegnazione»1
Ben presto Sorel, non essendo riuscito a convincere il
proletariato, si mette a giocare su una sola delle due scac-
chiere: l'odio per la democrazia lo trascina all' estrema de-
stra. SoreIiani e realisti fondano insieme i Cahiers du Cercle
Proudhon e adottano questa comune piattaforma: «E' asso-
lutamente necessario distruggere le istituzioni democrati-
che»2. Georges Valois spiega la propria adesione all'Action
Française affermando: «Devo a Sorel la mia scelta decisiva.
E' lui che ci ha strappati definitivamente alla democrazia»
3

I discepoli italiani di SoreI seguono esattamente la mede-
sima evoluzione e l'odio per la democrazia li conduce diret-
tamente dal sindacalismo - o dal socialismo - rivoluzionario
al fascismo:
«B' Georges Sorel - dirà Mussolini - al quale !l'aggiormen!e
devo... ha rafforzato le tendenze anttdemocrattche della nua
natura» .

Anche per Maurras l'odio per la democrazia è la passio-
ne dominante.
«Prendiamo il cielo a testimone - scrive l'autore dell' Inchiesta sulla
Monarchia - della profondità del nostro odio per la democrazia e
per il principio, dc:lla del,
«Non vi è un solo esempio stona di un ìruziatrva felice che sia
stata assunta da maggioranze» .
Secondo Maurras, le masse sono assolutamente incapaci
di autogovernarsi.
1 Sorel, intervista al Gaulois, 11 gennaio 1910.
2 Cahiers du Cerete Proudhon, n. l, gennaio 1912.
3 Valois, Da un secolo aO'a1JTo, 1924. . . . .
4 Mussolini, intervista alla rivista ABC, cit, da P. Dominique, Les FI1s de
la Louve (I figli della lupa), 1926. . . .
5 Maurras, Liberisnw e libertà, democrazia epopolo, 1906 e Inchiesta sulla
monarchia, 1909.
266
Le due correnti, quella dei sindacalisti italiani discepoli
di SoreI e quella dei nazionalisti de L'Idea Nazionale disce-
poli di Maurras, si collegano e si fondono neI fascismo. li fa-
scismo è l'<antidemocrazias-' per eccellenza e Mussolini si
scaglia con accenti soreliani contro questo «costume demo-
cratico nel quale tutto è ridotto ad essere grigio, mediocre»,
egli si «rifiuta di adorare la nuova divinità, la massa»2.
«Nel XVIII secolo si è preteso che il potere è un'emanyione della
libera volontà del popolo, ma il popolo è un'astrazione» .
«II fascismo nega che il numero'rr il solo fatto di essere numero,
possa dirigere la società umana» .
«Le non sono in grado di avere spontaneamente una volontà
propna» .
In Germania
Anche per quanto concerne l'atteggiamento nei confronti
della democrazia, il nazismo si ispira a Oswald Spengler, che
ne è un avversario inconciliabile e la odia considerandola il
regime delle masse, che non sono per lui se non vile pleba-
glia, deI cui benessere e del cui progresso materiale e morale
l'autore deI Declino dell'Occidente sdegna occuparsi'', Fortu-
natamente, la democrazia celebra i suoi ultimi trionfi, perché
ben presto, prevede Spengler, essa sarà liquidata dall'avven-
to del cesarismo e sostituita dal «potere completamente per-
sonale che si avvicina dolcemente e irresistibilmentes".
1 Espressione usata da Mussolini nel discorso del 24 ottobre 1922.
2 Mussolini, discorsi del 4 ottobre c dellO settembre 1922.
3 Mussolini, prefazione a nPrincipe di Machiavclli (trad. francese 1929).
4 Mussolini, nfascismo, dottrina e istuuzioni, cito
5 Rocco, cito da Georges Roux, L 'Italia fascista, 1932.
6 René Lauret, «Un nemico dello Stato, Oswald Spengler», in Le Temps,
26 dicembre 1934.
7 Spengler, ndestino dell'Occidente.
267
Il suo discepolo Goebbels scrive:
«La massa era per me un oscuro mostro [eìn dunkles Ungeheuer]. Il
nazionalsocialismo non adora ciecamente, come i partiti
democratico-maIXisti, la massa e il numero»1. Roehm dichiara che
«molti valori che sono sacri per la democrazia... sono stati svalutati
nella nuova Germania... L'eguaglianza assoluta di tutti coloro che
hanno .sembianze umane, per esempio, e ~ a divinizzazione della
volontà della maggioranza e del numero» . E Moeller van den
Bruck: «Le masse sentono molto bene di non essere in grado di
autodirigersi» (op. cil.).
5
Se le masse non sono in grado di autogovernarsi, esse de-
vono essere dirette da una minoranza di uomini cui la natura
ha conferito eccezionali capacità, da una minoranza di capi.
Per giustificare la dittatura fascista, la borghesia riesuma il
vecchio «principio aristocratico» già spazzato via dai suoi an-
tenati.
In Italia
Anche in questo campo il fascismo italiano utilizza Sorel
e Maurras. Il primo è, in fondo, intriso di aristocraticismo e
non riconosce qualità che alle minoranze. Egli si è interessa-
to per qualche tempo al sindacalismo rivoluzionario perché
ha creduto di trovarvi un nuovo metodo di selezione' o, come
dice Maurras, «una dottrina essenzialmente aristocratica,
1 GoebbeIs, Kampfum Berlin, cito
2 Rohem, discorso del 19 aprile 1934.
3 Sorel, L 'avvenire socialista dei sindacati, 1898.
268
nonostante i suoi provvisori legami con la democrazia»" per-
ché egli ha voluto vedere nelle élites sindacaliste l'embrione
di una nuova aristocrazia
2

Come Sorel, Maurras auspica che
«le minoranze aristocratiche impongano la loro legge alle
maggioranze inerti, indifferenti e torpide»,
«Solo le minoranze hanno decisione, audacia, potenza e rigore di
concezione» (Inchiesta , cit.).
Mussolini sfrutta a fondo quest'idea essenzialmente rea-
zionaria ed esalta a sua volta le minoranze audaci, asserendo
che «nel movintento operaio l'iniziativa è sempre stata que-
stione di minoranze-". .-
«Occorre sentirsi nel sangue l'aristocrazia delle minoran-
ze», si legge nel Vademecum del Fascista Italiano. Una mino-
ranza audace deve dunque imporre la sua volontà alla massa,
anche, se occorre, «piegandola con la violenza»
4

La massa, scrive Alfredo Rocco, «ha la tendenza a muo-
versi nel senso voluto da pochi elementi che la dominano»
5

Malaparte spinge questo concetto sino alle sue ultime conse-
guenze:
«II popolo ha bisogno di tiranni»6.
1 Maurras, Liberismo e libert à, cit.
2 E' appena necessario sottolineare come questa concezione si differenzi
da quella dci sindacalismo operaio. Il sindacalista è democratico (nel senso
proprio del termine) e non aristocratico e non cerca di differenziarsi dalla
massa. Egli semplicemente si rende conto che questa è caratterizzata da una
certa foCUI d'inerzia, per cui ritiene necessario che i suoi migliori elementi
agiscano nel suo ambito come-un lievito, ma continuando a rimanere, per
usare l'espressione di Marcel Martinet, <d'emanazione diretta delle masse,
da esse costantemente e fraternamente controllati». Martinet, «Il Capo
contro l'uomo», in Esprit, l ° gennaio 1935. .
3 Mussolini, discorso al Senato nel 1926, pubblicato in R éforme Syndicale
en Italie, 1926 (in francese) .
4 Mussolini, articolo del 1917.
5 Rocco, cit. da Georges Roux, in op. cii:
6 CiI. da Sifone, op. eu.
269
Il nazismo trae da Nietzsche formulazioni analoghe. L'au-
tore della Genealogia della Morale esalta la «parola d'ordine
terribile e affascinante della prerogativa dei piccoli gruppi».
Tanto meglio se, nel corso della storia, una minoranza di pa-
droni, usciti dalle razze aristocratiche e conquistatrici, sia
riuscita ad asservire la vile plebaglia! Seguendo questo indi-
rizzo, Hitler afferma che «tutto ciò che di straordinario è sta-
to realizzato da che mondo è mondo, è stato opera di mino-
ranze» (Mein Kampf). Al di sopra delle masse e per
governarle è necessaria un'élite, un'aristocrazia naturale, che
deriva il suo diritto al comando dalla cosiddetta superiorità
razziale'.
In Germania
• «vero Dio mortale», lo Stato di Hegel che ha in se stesso il
proprio fme, per il quale l'individuo non è nulla; lo Stato di
Treitschke, che «deve chiedere al popolo non già consenso,
ma obbedienza»
1
In Italia
Il fascismo italiano professa una vera statolatria, secondo
il termine adottato da Pio XI
2:
«Per il fascismo - scrive Mussolini - lo Stato è l'assoluto davanti al
quale gli individui c i gruppi non sono che relativi... Individui e
gruppi non sono concepibili che nello Stato... Lo Stato è diventato
la vera realtà dell'individuo... Per il fascismo tutto è nello Stato e
nulla, né di umano, né di spirituale, esiste e ha valore al di fuori
dello Stato» (Bfascismo, doitrina, cit.), .
Secondo Rocco «la libertà individuale è soltanto una con-
cessione dello Stato all'individuo»3.
6
Ma, al disopra dei capi, vi è lo Stato, lo Stato onnipotente,
lo Stato-Moloch. Ancora una volta, ci si imbatte in una vec-
chia conoscenza. «Lo Stato-re, lo Stato-Dio, è - scrive Genti-
zon - la caratteristica più marcata di ogni Stato cesariano, di
ogni dittatura-é,
All'inizio della sua ascesa, la borghesia capitalistica chie-
deva allo Stato di limitare la sua esistenza allo stretto neces- ,
sario e aveva vittoriosamente liquidato la «barbara» conce- I
zione dello Stato-Moloch. Ma oggi essa ha bisogno dello
Stato forte e allora accetta il concetto di Stato di Hobbes,
1 Hitler, relazione al Congresso di Norimberga nel 1934: «Eroismo,
Razza e Arte».
2 Gentizon, Rome sous le Faisceau, 1933.
270
In Germania
Il nazismo assume una posizione del tutto analoga. «ciò
che per noi è primordiale - afferma Goering - non è l'indivi-
duo... vi è una sola cosa che conta: lo Stato naziona1socialista,
che deve essere collocato al disopra di tutto»
4
• La «ragion di
Stato» è la base del diritto nazista. L'individuo deve inchinar-
si di fronte allo Stato, la cui «esistenza, sviluppo e perennità
sono chiaramente superiori» (LT, 8 nov. 1933). E il cardinale
Faulhaber può denunciare questa concezione, secondo la
1 Citoda Mac Cabe, Treitschke et la Grande guerre, 1916 (trad. francese)..
2 Pio XI, Enciclica del 29 giugno 1931.
3 Rocco, «La crisi dello Stato», in Revue des Vivants, luglio 1927.
4 Goering, conferenza alla stampa tedesca, Lu, 6 luglio 1934.
271
\
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' . , , ~
1 1 (.' c
quale «l'individuo è ridotto al rango di uno zero e di uno
schiavo privo di diritti» da questo «Stato assoluto in mezzo al
quale l'individuo si perde come una goccia d'acqua nell'im-
menso oceano»
1
.
7
All'inizio della sua ascesa, la borghesia negava la legitti-
mità della violenza e «il diritto del più forte», vecchie conce-
zioni barbariche, germogliate nei primi tempi dell'umanità e
sulle quali continuava a basarsi la società feudale e assoluti-
stica. I filosofi del XVIII secolo hanno contrapposto alla forza
il diritto: i contrasti tra gli uomini non devono più essere ri-
solti con la violenza, ma regolati dal contratto.
Rousseau contesta il cosiddetto «diritto del più forte» e
afferma che «la forza non crea il diritto» (Il Contratto socia-
le). Tuttavia in effetti, sotto l'apparenza del «diritto», la bor-
ghesia, divenuta classe dominante, ha governato con la forza,
che però, non essendo costretta ad esibire troppo aperta-
mente, ha preferito dissimulare sotto la finzione dei «dirit-
to».
Ma nel momento in cui non può più salvaguardare i suoi
profitti se non sterminando il proletariato organizzato e go-
vernando mediante il terrore, la borghesia riesuma le vecchie
nozioni delle epoche barbariche, riabilita la brutalità e fa ap-
pello agli apologeti reazionari della violenza, a coloro che
hanno trasferito dalla biologia alla sociologia, deformandole;
le scoperte di Darwin.
Il grande naturalista aveva affermato il principio che lo
sviluppo delle specie è sottoposto alle leggi della selezione,
che il più idoneo sopravvive. Sostituendo al concetto «il più
idoneo» il termine «il più forte»
1
, quegli apologeti stabilisco-
no che gli uomini, esattamente come le specie animali, sono
impegnati in una feroce «lotta per la vita» che i più forti de-
vono sterminare i più deboli, che una lotta sanguinosa è la
condizione dell'evoluzione del mondo.
Perciò Nietzsche esalta «la volontà di potenza, la premi-
nenza fondamentale delle forze di un ordine spontaneo, ag-
gressivo, conquistatore, usurpatore, trasformatore» e giudica
sarcasticamente il «sogno» di Rousseau secondo il quale il
contratto sociale è l'origine dello Stato - il quale invece è sta-
to creato da una razza di conquistatori e di padroni che han-
no fatto sentire i loro formidabili artigli alle popolazioni infe-
riori. Nietzsche, uomo civile decadente, esalta il bruto con un
linguaggio magnìfico/,
Secondo Treitschke «la forza è il principio stesso dello
Stato, lo Stato è la forzas',
E Georges Sorel, a sua volta, inizia la riabilitazione della
violenza, che egli ama per se stessa e che definisce «morale».
Sorel deplora che l'introduzione dei princìpi del 1789 nella
legislazione, civilizzando il diritto, lo abbia «avvilito», si sca-
glia contro l'educazione democratica «diretta ad attenuare le
nostre tendenze alla violenza in misura tale, che noi siamo in-
dotti istintivamente a pensare che ogni atto di violenza sia
una manifestazione di regresso verso la barbarie» (Riflessioni
sulla violenza).
Dopo aver riabilitato la violenza, SoreI ne consiglia l'uso
non soltanto al proletariato, ma anche alla borghesia.
1 Faulhaber, Giudei e Cristiani
francese).
272
dinnanzi al

razzismo, 1934 (trad.
1
2
3
«II nuovo naturalismo», in Le Temps, 25 agosto 1935.
Nietzsche, Genealogia della morale.
Cfr. Mac Cabe, op. cito
273
l'
,I
I

, Il proletariato rifiuta questa teoria, esso non ama la vio-
lenza per. la. violenza. Da.! lfunto di vista ideafe, esso è contra-
rio a ogni violenza (Lemn ), non fa della Violenza una que-
stione di «moralità», non crede che la lotta sia di per se
stessa «rigeneratrice» e non vuole una società edificata sul
diritto del più forte. Se il proletariato ricorre alla violenza, è
soltanto perché non esiste altro mezzo per vincere la violenza
avversaria, per liberare l'umanità dal principio della violenza,
per instaurare una società senza classi, una di prod';lt-
tori e non di guerrieri, una società dalla quale SIano bandite
ogni vestigia di barbarie e ogni forma di oppressione. .
La teoria soreliana della violenza doveva essere invece
utilizzata dalla borghesia, perché le permetteva di giustifica-
re le forme sempre più brutali del suo dominio e di legittima-
• • • • •
re I SUOI cnmuu.
In Italia
Mussolini proclama, in stile soreliano, «il valore del fatto
violenza»2.
«La violenza - egli afferma • è perfettamente morale»: .
«Io ho fatto l'apologia della violenza durante quasi tutta la mia
vita». '
«La lotta è l'origine di tutte le cose... La lotta sarà sempre nel
fondo della natura umana come una fatalità suprema. E del resto
questo è un fatto il in c,!i vi fosse più lotta,
sarebbe un giorno di malinconia, di fine, di roVIna». . 3
L'uomo appare se stesso soltanto «nello sforzo sangumoso» .
1 CiI. da Uorkij, Lel!in e il (trad. francese).
2 Mussolini Il FasClSl1W, dottrina e tstuunom, CII.
3 Mussolini: discorsi rispettivamente al consiglio, 1925, del 26
maggio 1927, del 20 settembre 1920 e del 26 maggio 1934.
274
In Germania
Anche Hitler esalta «la vittoriosa efficacia della violen-
za»: «l'umanità si è sviluppata in eterna battaglia, nella pace
perenne l'umanità sparirebbe... La natura annienta i deboli
per far posto ai forti».
Egli esalta anche il diritto del più forte, «diritto che è il
solo possibile, il solo logico in natura» e si vanta «di utilizza-
re tutte le armi, anche le più brutali» (Mein Kampf). Al cul-
mine della sua ascesa, la borghesia affida il potere ai più sini-
; stri banditi che la storia abbia mai conosciuto.
275
I
I
-
8. IL FASCISMO CONTRO LA CLASSE OPERAIA
1. Lo Stato fascista distrugge i sindacati e paralizza la
resistenza operaia. - 2. Lo Stato fascista elimina ogni tendenza
alla lotta di classe nelle sue organizzazioni «operaie». 3.-
L'abbassamento dei salari. - 4. La montatura dello «Stato
corporativo».
1
Possiamo ora vedere la dittatura fascista all'opera; i ma-
gnati capitalisti hanno raggiunto i loro obbiettivi e dispongo-
no dello «Stato forte» che desideravano e lo Stato fascista,
attraverso una serie di misure economiche e sociali, si accin-
ge ad arrestare la caduta dei loro profitti, a garantire la red-
ditività delle loro imprese.
Quest'azione è diretta innanzitutto ed essenzialmente con-
tro la classe operaia e lo Stato fascista comincia a creare le
condizioni che consentano un abbassamento dei salari: di-
struzione dei sindacati operai, soppressione delle loro istitu-
zioni nella fabbrica. abolizione del diritto di sciopero. annul-
lamento dei contratti collettivi. restaurazione dell'assolu-
tismo padronale nelle officine.
Ma questa è solo la prima parte del programma, perché
occorre anche impedire, in futuro, ogni fermento autonomo
nell'ambito della classe operaia. Allora lo Stato fascista met-
te tutta la sua autorità al servizio degli imprenditori; inqua-
277

dra i lavoratori in organizzazioni di sorveglianza poliziesca i
cui capi vengono nominati dall'alto e sfuggono al controllo
degli iscritti che versano le quote, dei quali si definiscono
«rappresentanti» per colmo di sfrontatezza; punisce con se-
vere misure disciplinari ogni tentativo di sciopero, perché
lottare contro il padronato significa ora essere nemici dello
Stato; il quale, per prevenire ogni conflitto di lavoro, esercita
l' «arbitrato» obbligatorio, vale a dire dà forma di sentenze
arbitrali alla volontà padronale, per cui chiunque contesti tali
sentenze viene considerato un nemico dello Stato; che san-
ziona infme con la sua autorità i salari che i capitalisti deci-
dono di corrispondere a coloro che sfruttano, e anche non
accettare questi salari significa ora mettersi contro lo Stato.

In Italia
La distruzione dei sindacati operai inizia, in Italia, molto
prima della conquista del potere, il che esige un esame retro-
spettivo.
Il fascismo attacca dapprima i più vulnerabili sindacati
agricoli, devasta i locali delle «leghe rosse» e delle cooperati-
ve dei lavoratori della terra e assassina i migliori militanti di
tali organizzazioni. Parallelamente vengono fondati «sinda-
cati» fascisti patrocinati dai grandi agrari.
«Come sorge il sindacalismo fascista? - preciserà in seguito
Mussolini - Atto di nascita: 1921. Luogo di nascita, la valle Padana.
Circostanze: la conquista e la distruzione delle fortezze
rivoluzionarie»l. .
Vengono adottate tutte le possibili forme di pressione per:
costringere i lavoratori ad aderire ai «sindacati» fascisti: i '
proprietari non danno lavoro ai braccianti e trattano solo con
1 Mussolini, discorso al Senato. 1926.
278
i mezzadri, le banche non forniscono credito ai coltivatori se
questi non aderiscono alle organizzazioni fasciste'.
Vengono condotti da altre regioni disoccupati «fascisti»
scortati da una squadra e appena essi sono giunti in una de-
terminata località, gli agrari del luogo ignorano l'ufficio sin-
dacale di collocamento, stracciano il contratto di lavoro e
non devono più temere scioperi, perché i disoccupati immi-
grati sono pronti a rimpiazzare la mano d'opera locale. In
questo modo i sindacati «rossi» vengono gradualmente para-
lizzati (Rossi). In centri nei quali l'«idea socialista o coopera-
tiva è profondamente radicata, la resistenza è tenace e prose-
gue per anni»2. Ma, lentamente, i lavoratori della terra,
condannati a morire di fame se non cedono alle esigenze dei
loro padroni, si rassegnano ad aderire ai «sindacati» fascisti,
sia individualmente, sia in massa.
«Facevano un malloppo delle tessere, dei registri e delle bandiere -
racconta Gorgolini - e andavano insieme a consegnarlo alla sede
del fascio più vicina».
Ma è soltanto dopo aver conquistato il potere che il fasci-
smo osa partire all'attacco dei sindacati dei lavoratori dell'in-
dustria. Subito dopo la Marcia su Roma i fasci locali riesco-
no un po' ovunque a entrare in possesso delle liste degli
iscritti ai sindacati, e allora radunano questi lavoratori e con-
sigliano loro, per evitare il peggio, di aderire ai «sindacati»
fascisti.
Tutti coloro che vengono trovati in possesso di tessere dei
sindacati «rossi» vengono bastonati, perseguitati. I padroni
assumono e gli uffici di collocamento accolgono soltanto gli
operai muniti della tessera «sindacale» fascista, trattenendo
le quote d'iscrizione direttamente sui salari.
1 Nicoletti, op. cii:
2 Pietro Nenni, «II fallimento del sindacalismo fascista», in Cahiers bleus,
27 luglio 1929.
279
. Rossi [Tasca], nel suo libro Nascita del fascismo, racconta
m che modo la direzione delle grandi Acciaierie di Terni ab-
bia aiutato il fascismo nella distruzione dei sindacati «rossi»:
dal luglio 1922, le fabbriche sono chiuse per mancanza di or-
dinazioni; i sindacati «rossi» hanno ottenuto l'assicurazione
che esse verranno riaperte il 1
0
settembre, ma a questa data i
cancelli restano chiusi. Allora i fascisti invadono la città, trat-
tano da mentitori e da vili i socialisti che avevano promesso
agli operai la riapertura delle fabbriche, e incendiano le due
Camere del lavoro. A operazione compiuta la direzione deci-
de la riapertura delle fabbriche, ma da allora in poi tratta
soltanto coi «sindacati» fascisti.
Nell'agosto 1923 il Gran consiglio fascista entra in rela-
zione con la Confederazione generale dell'Industria e la invi-
ta a stabilire un contatto permanente con i «sindacati» fasci-
sti. Nel dicembre viene stipulato l'accordo detto «di Palazzo
Chigi», che segna il riconoscimento ufficiale dei «sindacati»
fascisti da parte dell' organizzazione padronale. La Confede-
razione generale dell'Industria e la Confederazione dei «sin-
dacati» fascisti nominano una commissione mista permanen-
te che ha il compito di «armonizzare» la politica delle due
• • •
associaziom.
Forti di questo riconoscimento, i «sindacati» fascisti si
appropriano del patrimonio sociale dei sindacati operai. Un
decreto-legge del 24 gennaio 1924 permette ai prefetti di re-
vocare gli amministratori dei sindacati e di sostituirli con
«commissari» incaricati di liquidare i loro beni dopo lo scio-
glimento. Quando, in una determinata città, riesce a racco-
gli.ere un certo numero di transfughi del sindacato operaio, il
«sindacato. fascista concorrente rivendica e ottiene la pro-
prietà del vatrimonio del vecchio sindacato, immobili, fondi
liquidi ecc..
1 Salvemini, «II sindacalismo fascista», in Nouvelle Revue Socialiste, 1925.
280
Ma questa tattica non ottiene successo. Finché esiste la li-
bertà sindacale, finché la Confederazione del Lavoro ha esi-
stenza legale, i «sindacati» fascisti, nonostante tutti i mezzi di
pressione impiegati, non realizzano progressi significativi tra
i lavoratori dell'industria; in tutte le elezioni per la designa-
zione delle commissioni interne di fabbrica le liste fasciste
sono «letteralmente sommerse sotto una valanga di voti ros-
si» (Nenni); nel marzo 1925, allorché il «sindacato» fascista
dei metallurgici di Brescia lancia l'ordine di sciopero, soltan-
to ~ 20% degli operai vi si uniforma, mentre tutti gli altri par-
tecipano a quello deciso due giorni dopo dalla Fiom.
Non rimane dunque che il ricorso alla forza. Nel 1925
quando ha inizio la dittatura totalitaria, ciò che rimane dei
sindacati operai viene definitivamente liquidato; con l'accor-
do del 2 ottobre 1925, detto «di Palazzo Vidoni» la Confede-
. '
razione generale dell'Industria riconosce ai «sindacati» fasci-
sti un monopolio esclusivo: essi soltanto potranno stipulare
contratti collettivi di lavoro. Nello stesso tempo viene sop-
presso il diritto di sciopero e si aboliscono le commissioni in-
terne di fabbrica. Nel novembre, le Camere del lavoro i sin-
dacati, le federazioni ancora esistenti vengono sciolti e' i loro
beni confiscati. Alla fme del 1926 la Cgl, che esisteva ancora
solo di nome, viene a sua volta definitivamente sciolta.
Le organizzazioni operaie sono state distrutte, i padroni
hanno riacquistato autorità assoluta nell'interno della fabbri-
ca. Occorre ora prendere precauzioni per l'avvenire. Kérillis,
nella sua «Inchiesta nell'Italia fascista»
1
, si pone il problema
di come si possa «paralizzare la resistenza operaia» che po-
trebbe manifestarsi anche senza sindacati. E paralizzare la re-
1 Kérillis, «Un'inchiesta nell'Italia fascista» in Nouvelle Revue Socialiste
1925. ' ,
281
,
sistenza operaia è compito dei «sindacati» fascisti divenuti
strumenti di «disciplina politica»1. I lavoratori vengono in-
quadrati in un certo numero di «categorie professionali-è,
all'interno delle quali la loro attività può essere più facilmen-
te controllata e contenuta. ,
La legge del 3 aprile 1926
3
conferma definitivamente ai
«sindacati» fascisti il monopolio della «rappresentanza sin-
dacale», ma di sindacati essi non hanno che il nome. L'iscrit-
to al «sindacato» fascista non ha alcun diritto, è privo
dell'elementare facoltà di designare liberamente i suoi rap-
presentanti': questi pretesi «sindacati» non sono, in realtà,
che organi amministrativi dello Stato. Mussolini può affer-
mare, in un discorso dell'H marzo 1926: «Il sindacalismo fa-
scista è un potente movimento di massa, completamente con-
trollato dal fascismo e dal governo, un movimento di massa
che obbedisce». I dirigenti sindacali sono, per ammissione
dello stesso Rossoni, «camicie nere designate dal governo
per guidare i sindacati-'. Quando, di tanto in tanto, sindaca-
ti, federazioni o unioni provinciali tengono riunioni d'infor-
mazione o congressi, non è ammesso alcun dibattito. Un
operaio scrive al giornale L'Universale di Firenze:
«In realtà, io, che sono regolarmente iscritto al sindacato della mia
industria, non ho mai avuto la possibilità di mettermi in contatto
con l'organizzazione, di discutere nelle assemblee e di esprimermi
liberamente,,6.
1 Ammissione del fascista Luigi Razza, 3 ottobre 1933.
2 Valois, Finances Italiennes.
3 Legge completata dal dell oluglio 1926. .
4 Per esempio, quando i tipografi romani elessero, al posto del consiglio
. uscente, vecchi dirigenti dell'epoca prefascista, il consiglio «sindacale»
venne immediatamente disciolto e fu nominato un «commissario
governativo» con pieni poteri. Nuovo Avantil, Paris, Il febbraio 1934.
5 Articolo ne nPopolo d 'Italia del 1929, cit. da Le Peuple, 9 febbraio
1935.
6 L 'Universale, Firenze, 25 aprile 1933.
282

,
L'adesione a tali «sindacati» è formalmente volontaria,
ma concretamente gli operai che non ne fanno parte devono
egualmente pagare le quote d'iscrizione e sono tenuti a rispet-
tare le condizioni di lavoro e i salari fissati dai «sindacati»
d'accordo con gli imprenditori. D'altro canto vengono messi
in opera tutti i possibili mezzi di pressione per costringere gli
operai a iscriversi; ad esempio un disoccupato non ha alcuna
possibilità di ricevere sussidi o di trovare lavoro attraverso
l'ufficio di collocamento se non è in grado di esibire la tesse-
ra «sindacale»
1

Lo Stato fascista non si limita a inquadrare i lavoratori in
organizzazioni «gialle», ma punisce con severe misure disci-
plinari ogni velleità d'indipendenza degli operai. In partico-
lare, lo sciopero è considerato come un delitto contro lo Sta-
to e contro «la collettività sociale» e, a tale titolo, è passibile
di tutta una serie di pene, multe sino a mille lire e reclusione
da uno a tre anni, mentre gli «istigatori- possono incorrere in
pene variabili da tre a sette anni di carcere.
Nei cosiddetti «contratti di lavoro» conclusi dai «sindaca-
ti» fascisti sotto l'egida dello Stato, ci si occupa molto di più
dei doveri dei salariati che dei loro diritti: per esempio nel
contratto nazionale per i lavoratori dell'edilizia, che è redat-
to in modo tale da sembrare un regolamento militare, vi sono
ben dodici articoli dedicati alle norme disciplinari e vi si leg-
ge che «tutti gli operai dipendono dal loro capo immediato
secondo l'ordine gerarchico stabilito-é,
1 lo Stato fascista può espellere dai «sindacati>" cioè priva-
re.del chiunque sIi La legge infatti che gli statuti dei
«sindacati» debbano indicare l'organo al quale e affidato il potere disci-
plinare sui membri che diano prova di indegnità morale o politica.
2 R Boatti, «Dove conduce l'addomesticamento dei sindacati» in
Révolutionprolétarienne, 25 maggio 1934. '
283
La legge 16 agosto 1935 sottopone alla disciplina e al co-
dice militare il personale delle industrie connesse direttamen-
te o indirettamente alla produzione bellica: chiunque abban-
dona senza giustificazione la fabbrica per più di cinque
giorni viene considerato disertore ed è passibile di una pena
che varia da due a nove anni di reclusione. Ogni infrazione
alla disciplina, ogni «insubordinazione» o violenza verso i di-
rigenti tecnici della fabbrica comportano pene che variano
da sei mesi a nove anni, e ogni ostruzionismo o sabotaggio
nel lavoro è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Nel 1938, 580.000 operai dipendono da industrie militarizza-
te che «lavorano per la difesa nazionale» e per conseguenza
cadono sotto l'imperio di questa legge'.
Lo Stato fascista riesuma il «libretto di lavoro», sul quale
le autorità segnalano se la condotta del titolare è «soddisfa-
cente dal punto di vista nazionale»; in caso di licenziamento,
l'imprenditore precisa se l' ~ e r a i o era idoneo o meno e de-
gno di fiducia o poco sicuro .
Per prevenire ogni conflitto di lavoro, lo Stato fascista
esercita l' «arbitrato» obbligatorio, sia nell'ambito dei «comi-
tati provinciali intersindacali» (dal 1927 al 1931) che in quel-
lo dei «comitati provinciali dell'economia corporativa» (dal
1931 in poi) e in quello dei «comitati di conciliazione delle
«corporazioni» (dal 1934 in poi), e, come istanza più elevata,
dinnanzi alla Magistratura del lavoro (a partire dal 1926);
ovunque il carattere dell' «arbitrato» è identico: i funzionari
1 Discorso di Mussolini, daLe Temps, l ° aprile 1938.
2 Decreto-legge del 30 giugno 1934. Nel gennaio 1936, il libretto è
sostituito da uno di nuovo tipo che prende in esame ogni forma di attività
del cittadino dagli 11 ai 32 anni e che, tra l'altro, rappresenta un documento
Iindispensabile per poter ottenere un impiego o un lavoro (LT, l ° febbr.
1936).
284
dello Stato fascista fmgono di mettere d'accordo i rappresen-
tanti padronali e i «rappresentanti operai», ma in realtà tra-
sformano in sentenze arbitrali la volontà padronale. In un
momento di sincerità Mussolini dichiara al presidente della
Confederazione dell'Industria:
«Assicuro il signor Benni che finché io sarò al potere, gli
imprenditori non avranno nulla da temere dalla Magistratura del
lavoro"l. .
Resistere alle imposizioni padronali significa dunque ri-
bellarsi allo Stato e i lavoratori che rifiutassero di uniformar-
si alle sentenze della magistratura del lavoro potrebbero in-
correre in pene variabili tra un mese e un anno di reclusione
e in un'ammenda da 100 a 10.000 lire.
Infme lo Stato fascista sanziona con la sua autorità i salari
che gli imprenditori decidono di corrispondere ai propri di-
pendenti. Il Ministero delle corporazioni redige a Roma i co-
siddetti «contratti collettivi» uniformandosi alle direttive de-
gli imprenditori e poi invia i testi ai funzionari «sindacali»
che devono limitarsi a firmare a nome delle rispettive orga-
nizzazioni. Come scrive il professor Pie, «non si tratta più di
contratti frutto di trattative, ma di veri e propri regolamenti
amministrativi»
2

Non accettare i salari e le condizioni di lavoro dettate dal
padronato, significa divenire nemico dello Stato; ogni discus-
sione è vietata e ogni tentativo di violazione dei cosiddetti
«contratti» è punito con un'ammenda da 100 a 5.000 lire.
I magnati capitalisti hanno in tal modo raggiunto gli ob-
biettivi che perseguivano: .
1 Cito da Jouhaux, «La Carta fascista del Lavoro», in Revue des Vivants,
ottobre 1937.
2 Cito da Million, Le Peuple, 2 agosto 1935.
285
1. Sostituire i vecchi salari contrattuali nazionali con salari
aziendali: i cosiddetti «contratti collettivi» che essi impongo-
no ai loro dipendenti tramite lo Stato fascista, non sono, in-
'fatti contratti «nazionali» o, più esattamente, tutte le clauso-
le sono su scala nazionale salvo quelle concernenti i salari. I
vecchi contratti collettivi conclusi dai liberi sindacati tende-
vano a ridurre al minimo lo scarto dei salari tra una regione e
un'altra e ad avvantaggiare i lavoratori delle regioni
di taluni miglioramenti conquistati loro.
regioni più avanzate. Ma nei «contratti» fascisti I salan vana-
no da regione a regione, da localitàa da ?zienda ad
azienda. L'imprenditore può nuovamente dire :<il
sono io» ed è di fatto libero di variare a propno piacere I
, "
'salari dei dipendenti. . . .
! 2. Poter ridurre i salari senza incontrare la mmuna resi-
stenza: diversamente dai vecchi contratti collettivi stipulati
'dai liberi sindacati, i «contratti» fascisti non stabiliscono ta-
riffe che siano valide per tutto un periodo preftssato. Esse
no invece modificabili in qualsiasi momento. La legge precisa
infatti:
«E' ammessa un'azione per stabilire nuove .Iavoro...
anche prima della del te.rmine preVIsto, .a che
si sia prodotto un sensibile della di fatto
esistente al momento della stipuìazìone»]. In momento,
in occasione di qualunque conflitto di lavoro,
lavoro può prendere una le
stabilite nel contratto, rendendo tah vanazrorn applicabili a tutti I
lavoratori del settore ìnteressato é.
Ma assai spesso gli imprenditori non hanno bi-
sogno di abrogare i «contratti» in vigore: basta loro
cerne o violarne apertamente le clausole con la complicit à
, dello Stato, per cui declassano gli operai dalle categorie su-
l Decreto del Il;Igli0.1926. . , . .
2 Gaddi, Le mtsene dei lavoratori nell Italia fascista, 1938.
286
periori a quelle inferiori, considerano i minimi di paga come
massimi e, dopo la ftrma del contratto, riducono i salari che
si trovano ad essere superiori a quei minimi. Avviene perfino
che i «sindacati» fascisti consiglino ai loro aderenti d'accetta-
re paghe inferiori alle tariffe contrattuali, per non arrischiare
di perdere anche il posto di lavoro'.
In Germania
Molto prima della conquista del potere, il nazismo dà ini-
zio a un' opera non già di distruzione, come in Italia, ma di
corrosione dei liberi sindacati. Nel 1928 un nazista berlinese
di origine operaia, Reinhold Muchow, fonda le «cellule di
fabbrica nazionalsocialiste» (Nsbo) il cui scopo è di compe-
tere con i sindacati all'interno delle officine e di conquistare
la maggioranza nelle commissioni interne. Le Nsbo si costi-
tuiscono dapprima in aziende piccole e medie, ma nel 1931
vengono riorganizzate e si lanciano alla conquista delle gran-
di fabbriche (Heiden).
Tuttavia nel corso dell'anno, nonostante una propaganda
accanita, non ottengono, nelle elezioni di fabbrica, che lo
0,5% dei voti contro 1'83,6% dei liberi sindacati. Ancora nel
marzo 1933, nonostante tutti i loro sforzi, essi ottengono, nel
corso di elezioni parziali, appena il 3% dei voti.
Secondo una valutazione senza dubbio ottimistica, queste
cellule contano, il I" maggio 1933, solo 500.000 iscritti, molti
dei quali sono lavoratori dei servizi pubblici tesserati
vamente o disoccupati che sperano di ottenere lavoro trannte
le Nsb0
2

l Cfr. Jr. Lazard, «L' agricoltura nell'Italia del Nord», in Correspondent,
25 ottobre 1933.
2 Fascisme, Amsterdam 1936, cit,
287
I nazisti comprendono che finché esiste la libertà sindacale
essi non hanno alcuna possibilità di attirare nelle proprie or-
ganizzazioni il proletariato industriale e non rimane perciò
che ricorrere alla coazione. Subito dopo l'incendio del Rei-
chstag, il diritto di sciopero viene praticamente soppresso e
ogni incitamento ad adottare tale forma di lotta diviene pas-
sibile di una pena variabile da un mese a tre anni di carcere.
Le camicie brune occupano di loro iniziativa alcune Case del
popolo.
Ai primi d'aprile, il governo nazista adotta misure preli-
minari che non lasciano alcun dubbio sulle sue intenzioni:
viene tolto ai sindacati il monopolio della rappresentanza
operaia nel Consiglio economico del Reich e nei Tribunali
del lavoro. Si limitano le attribuzioni e i diritti delle Commis-
sioni interne, le elezioni vengono rimandate, i membri in ca-
~ i c a possono essere revocati «per ragioni economiche o poli-
tiche» e sostituiti da altri nominati dall'alto, cioè dai nazisti,
mentre le Commissioni stesse possono venire disciolte per
«motivi nazionali». Gli imprenditori sono autorizzati a licen-
ziare ogni lavoratore sospetto di essere «ostile allo Stato»
senza che l'interessato possa ricorrere nelle forme previste
dalla legislazione sociale del Reich. Contemporaneamente,
le Nsbo incrementano la loro propaganda sui luoghi di lavo-
ro e cominciano a inquadrare coattivamente gli appartenenti
ai liberi sindacati.
All'indomani del lO maggio 1933, proclamato «festa na-
zionale» e celebrato in tutta la Germania con manifestazioni
grandiose, tutti i sindacati operai vengono «sincronizzati», le
loro sedi occupate dalle sezioni d'assalto, i loro capi arresta-
ti. Un «Comitato d'azione per la protezione del lavoro tede-
sco», diretto dal segretario amministrativo del partito nazi-
sta, dottor Ley, prende in consegna il patrimonio sociale
delle vecchie associazioni. Ley afferma in un proclama: «Non
abbiamo nessuna intenzione di distruggere i sindacati, anzi, è
288
vero esattamente il contrario. Sappi, lavoratore, che le tue
istituzioni sono, per noi nazionaisocialisti, sacre e inviolabi-
li». Il lO maggio viene costituito il «Fronte del lavoro tede-
sco», che raccoglie gli aderenti di tutte le organizzazioni
«sincronizzate» e li raggruppa in quattordici federazioni pro-
fessionali.
Ma al congresso costitutivo del Fronte del lavoro, Hitler
contraddice le assicurazioni di Ley: «I nazionaisocialisti - egli
afferma - hanno assunto la direzione dei sindacati, ma non
per lasciarli immutati»
1
e 1'8 giugno, nella rivista Sozia/e Pra-
xis, il dirigente della federazione nazista degli impiegati,
Schneider-Landmann, conferma: «Possiamo ritenere sicuro
fin d'ora che verranno tolti alle organizzazioni professionali i
compiti che hanno sin qui caratterizzato i sindacati». E infat-
ti, il 16 maggio, il diritto di sciopero era stato definitivamente
abolito; il 19 maggio una legge aveva privato i sindacati «sin-
cronizzati» della capacità di stipulare contratti collettivi di
lavoro. In seguito, il 29 novembre 1933, viene sospesa l'am-
missione di nuovi membri nelle quattordici federazioni pro-
fessionali, che tra il 1
0
gennaio e il 1
0
ottobre 1934 vengono
tutte sciolte l'una dopo l'altra.
Le organizzazioni operaie sono state distrutte, i magnati
capitalisti hanno riacquistato assoluta libertà d'azione all'in-
terno della fabbrica, ma si devono adottare precauzioni per il
futuro.
Il dottor Ley spiega che
«nulla è più pericoloso in uno Stato di uomini senza legami stabili e
che sono stati privati delle loro organizzazioni di difesa... Questi
uomini . divengono inevitabilmente vittime di mestatori senza
scrupoli e sono quindi costante fonte di perturbamento... Il Fronte
del lavoro è stato creato per mettere tali mestatorisenza scrupoli
1 Hitler, discorso dellO maggio 1933.
289
•,
nell'impossibilità di nuocere»]. Il Fronte del lavoro ha dunque il
compito di paralizzare la resistenza operaia e diviene una vasta
amministrazione statale incaricata dell'«imbottimento dei crani>, e
della sorveglianza poliziesca sugli operai. Il suo dirigente del
settore propaganda, Selzner, dichiara che esso non ha per
obbiettivo la difesa sociale dei lavoratori, ma che è un'organiz-
zazione puramente politica «che allarga opportunamente» il campo
di attività della propaganda nazista. Suo compito essenziale è
<<preparare, attraverso l'educazione, i suoi membri al nazional-
socialismo»2. L'organizzazione di base del Fronte del lavoro è ora
la «comunità aziendale», che raccoglie tutti i dipendenti di una
stessa impresa, qualunque sia la loro qualifica professionale. I
lavoratori vi vengono a un tempo sorvegliati e indottrinati
dall'imprenditore, membro di diritto della «comunità aziendale», e
dalla «cellula di fabbrica nazionalsocialista».
L'iscrizione al Fronte del lavoro non è obbligatoria ma,
concretamente, la pressione padronale è tale che l'operaio
ben difficilmente può sottrarsi all'adesione; gli imprenditori
introducono gradualmente, nei contratti aziendali, una clau-
sola in base alla quale solo i membri del Fronte del lavoro
possono lavorare nell'impresa' Nel 1938, il Fronte del lavoro
conta così 20 milioni di iscritti (LT, 29 giugno 1938).
Lo Stato nazista non si limita a inquadrare i lavoratori in
organizzazioni «gialle», ma punisce con severe pene discipli-
l Ley, articolo del 15 novembre 1933, raccolto in Durchbruch da sozialen
Ehre,1935.
2 Lo Stato nazista può naturalmente non ammettere nel Fronte del
lavoro, e quindi privare del pane, chiunque gli aggradi. L'Angriff del 14
gennaio 1936 scnve: «Non esiste alcun obbligo da parte del Fronte del
lavoro di accogliere tutti coloro che vi si vogliono iscrivere, ~ si r i s e ~
anzi il diritto di respingere le domande d'ammissione e di espellere I
membri già iscritti». Fascisme, 22 febbraio 1936.
3 Fascisme, 25 gennaio 1936. I legami tra Fronte del lavoro e polizia sono
molto stretti. Il 13 febbraio 1936 Himmler, capo della polizia segreta visita
gli uffici del .Fronte ~ e l lavoro e dichiara: «Le Ss e. la I?OI!zia ~ n o
garantire la sicurezza mterna dello Stato soltanto se 1 SUOI cittadini sono
conquistati dagli ideali del nazionalsocialismo, ed.è questo un c?mpito che
spetta particolarmente al Fronte del lavoro». Fascisme, 25 gennaio 1938.
290
nari ogni velleità di autonomia degli operai. I lavoratori che
compromettono «la pace sociale nell'impresa istigandone
malvagiamente il personale» sono deferiti ai «tribunali
d'onore» del lavoro per «essere venuti meno all'onore socia-
le» e sono passibili non soltanto di licenziamento, ma di gravi
ammende e di pene detentive fissate dalla legge 20 gennaio
1934. Tra questi gesti d'indisciplina particolare severità di
trattamento è riservata ai tentativi di sciopero, che sono, co-
me scrive il commento ufficiale alla legge, «offese alla comu-
• , 1
nìt à» .
Nei regolamenti interni d'impresa affissi dagli imprendi-
tori con l'approvazione e sotto l'egida dello Stato, sono pre-
viste pene disciplinari di vario genere per punire la diffama-
zione, l'eccitamento dei «compagni di lavoro», la divulga-
zione dei miglioramenti tecnici introdotti nell'impresa e dei
segreti di fabbricazione o semplicemente dei salari riscossi
dagli operar'. L'Angriff, quotidiano del Fronte del lavoro,
ammette, il 1
0
ottobre 1936, che alcuni di questi regolamenti
hanno molta somiglianza col codice penale.
«E' veramente incredibile - esso scrive - quello che l'ingegnosità
giuridica ha potuto escogitare in fatto di ammende, di licenzia-
menti, di proibizioni e via dicendo».
Occorre aggiungere che il nuovo codice penale tedesco
considera lo «spionaggio industriale» - nel quale rientra, per
esempio «il rendere pubblici gli elementi dei costi di produ-
zione» - un delitto di alto tradimento passibile della pena di
morte (LT, 11 genn. 1937).
La legge del 26 febbraio 1936 istituisce, come in Italia, il
libretto di lavoro, sul quale, all'atto della risoluzione del rap-
porto, l'imprenditore formula il suo giudizio sul dipendente,
l Legge per la regolameruazionc del lavoro nazionale, commento di E.
Schlichting.
2 Fascisme, 15 dicembre 1934 e n. 3, febbraio 1935.
291
che è di decisiva importanza se si tiene presente che illibret-
to deve essere esibito al momento dell'assunzione in altra
azienda. Inoltre un decreto di Goering stabilisce che se
l'operaio, risolvendo il contratto, lascia il posto di lavoro pri-
ma della scadenza del termine prefissato, l'imprenditore ha
diritto di conservare il suo libretto sino alla data di scadenza
del contratto. E poiché l'operaio non può essere assunto al-
trove senza libretto, egli si trova praticamente vincolato al
suo posto'.
Lo Stato nazista esercita il suo «arbitrato» per prevenire
ogni possibile conflitto di lavoro. Si deve tentare di conciliare
il conflitto dapprima dinnanzi alla «comunità aziendale» del
Fronte del lavoro, poi, successivamente, davanti al locale
«comitato del lavoro» e alla «commissione del lavoro» del di-
stretto, organi definiti «paritetici». Infme il conflitto viene
definito, in ogni distretto, dal rappresentante ufficiale dello
Stato, il «curatore del lavoro-é, assistito da un «consiglio di
esperti», egualmente costituito su base cosiddetta «pariteti-
ca».
li curatore, se ritiene che la materia del conflitto compor-
ti una pena, rinvia la controversia al «tribunale d'onore» del
proprio distretto, che è composto da un magistrato funziona-
rio dello Stato e inamovibile, che lo presiede, da un dirigente
1 Mentre i lavoratori non hanno il diritto di scegliersi un'altra impresa in
cui prestare la loro attività, le aut?rità si il diritt? di trasferirli da
un luogo a un altro senza tenere m alcun conto I loro desideri, Un
di Goering della fine di giugno del pe!ffie.tte di 0fP11
lavoratore. Il suo trasferimento e ti suo Impiego m qualsiasi fabbnca
riconosciuta «di pubblica utilità». Gli individui trasferiti in base a questa
procedura non hanno il.diritto di conservare il trattamento del precedente
Impiego. Le Temps, 30 giugno e 2 e 6 lugho . . .
2 Tra i dodici «curatori del lavoro» nominati Il 19 maggio 1933, nove
erano ex funzionari di associazioni padronali.
292
industriale e da un «rappresentante» dei lavoratori. Contro
la sentenza emessa dal «tribunale d'onore» può essere inter-
posto appello dinnanzi alla suprema istanza, il «Tribunale
d'onore del Reich», avente sede a Berlino e che è parimenti
composto da magistrati, da dirigenti industriali e da «rappre-
sentanti» dei lavoratori.
A tutti i livelli della gerarchia giudiziaria, l' «arbitrato»
funziona secondo un identico modello, in base al quale i fun-
zionari dello Stato nazista, fmgendo di mettere d'accordo
rappresentanti padronali e «rappresentanti» operai, impon-
gono ai lavoratori la volontà padronale, mentre chiunque
contesti la validità di un simile «arbitrato» viene considerato
un nemico dello Stato e come tale punito.
Infme, lo Stato nazista sanziona con la sua autorità i salari
che gli imprenditori decidono di corrispondere ai loro dipen-
denti. Sotto l'egida e con l'approvazione dei «curatori del la-
voro»
1
, gli imprenditori fissano nei regolamenti interni di
fabbrica i salari e la durata e le condizioni di lavoro del loro
personale. Non accettare i salari stabiliti nei regolamenti in-
terni significa «mancare all'onore sociale» e il colpevole, tra-
dotto dinnanzi ai tribunali del lavoro, è passibile di gravi pe-
ne.
I magnati capitalisti hanno così raggiunto gli obbiettivi
che perseguivano:
1. Abolire i vecchi salari contrattuali nazionali e sostituir/i
con salari aziendali: ormai i contratti collettivi nazionali - e
quelli regionali che erano la maggioranza - sono sostituiti da
1 Il «curatore del lavoro» della Westfalia ammette che: «In
considerazione dell'enorme quantità di conflitti che vengono sottoposti al
mio giudizio, mi è assolutamente impossibile di procedere alla loro
valutazione tenendo conto di tutti i dettagli dei singoli casi». Der
Ruhrarbeiter, n. 5, settembre 1936.
293
salari aziendali: «Il centro di gravità (Schwergewicht) è ormai
la singola impresa», precisa il commento ufficiale alla legge.
2. Differenziare i salari: gli imprenditori
vecchi contratti collettivi di tendere allivellamento del salan
e di sopprimere ogni stimolo all'iniziativa e alla capacità
fessionale mentre ora i salari sono nettamente differenziati:
«I minimi' tabellari - precisa la legge - devono essere fissati
in modo da lasciare un margine per la retribuzione di ciascun
membro dell'impresa in relazione al suo rendimento; d'altra
parte occorre consentire una nel ricom-
pensare convenientemente ogm prestazIOne
3. Poter ridurre i salari senza Incontrare la mtntma reststen-
za: poiché i salari non sono più regolati da contratti aventi
durata prefissata, ma vengono inseriti nei regolamenti interni
di ciascuna impresa, che l'imprenditore può modificare a
piacere con la complicità del «curatore del lavoro», nulla
può ormai impedire le riduzioni salariali. ..
Si dovettero in realtà adottare alcune precauzioni per far
accettare alla classe operaia queste innovazioni: la legge del
20 gennaio 1934 sarebbe dovuta entrare in vigore il mag-
gio, ma poiché si temevano reazioni troppo energiche da
parte dei lavoratori, il governo, con decreto del 28 marzo,
prorogava i vecchi contratti collettivi. Soltanto dopo la re-
pressione del 30 giugno. gli .gradual:
mente autorizzati a considerare decaduti gli antichi accordi
contrattuali e a fissare essi stessi i salari aziendali.
2
Ma questo ingegnoso sistema destinato a la
resistenza operaia incontra, ai suoi inizi, non poche difficol-
294
tà: il frutto contiene un verme che occorre eliminare. Infatti
nei «sindacati» fascisti italiani e nel Fronte del lavoro tede-
sco si sono introdotti i plebei, dei quali già si è parlato e che
senza pensare di intaccare seriamente i privilegi dei capitali-
sti, avvertono l'esigenza, per conservare e aumentare la pro-
pria personale influenza nell'ambito del regime, di appog-
giarsi su una «base sociale». Essi controllano in gran parte le
organizzazioni «operaie» costituite dal fascismo e le hanno
trasformate in un proprio feudo, e comprendono che vi po-
tranno attirare e illudere i lavoratori solo camuffando queste
organizzazioni da organizzazioni di classe, per cui devono
adottare un linguaggio demagogico, subire la pressione delle
loro schiere e farsene interpreti più o meno convinti.
Ma questa demagogia indispone i magnati capitalisti, i
quali temono che le organizzazioni «operaie» fasciste, invece
di funzionare quali strumenti di inquadramento e di sorve-
glianza dei lavoratori, finiscano per lasciarsi influenzare dai
loro aderenti. Essi non hanno sovvenzionato il fascismo per
permettere la rinascita, sia pure in altra forma del sindacali-
smo di classe, ed esigono perciò che si eliminino inesorabil-
mente i plebei, che l'apparato delle organizzazioni «operaie»
fasciste venga epurato da cima a fondo e che venga estirpata
sin l'ultima traccia della lotta di classe.
In Italia
Prima della conquista del potere, quando si trattava di
contrastare l'influenza dei sindacati operai sulle masse lavo-
ratrici, era necessario affidare la direzione dei «sindacati» fa-
scisti ai demagoghi plebei, per cui il fascismo utilizzò un cer-
to numero di ex sindacalisti rivoluzionari, già discepoli di
Sorel e convertitisi al nazionalismo alla vigilia della guerra.
Costoro si erano ritrovati, dal 1918 al 1920, nell'Unione ita-
295
liana del lavoro (Uil), organizzazione sindacale dissidente il
cui programma rappresentava una singolare confluenza di
elementi dottrinali del sindacalismo rivoluzionario e del na-
zionalismo. Quando, nel 1921, il fascismo costituì le sue orga-
nizzazioni sindacali, Rossoni e i suoi amici lasciarono la Uil e
assunsero la direzione dei «sindacati» fascisti. Le nomine
dall'alto di tutti i funzionari sindacali consentirono a Rossoni
di collocare nei posti chiave elementi a lui fedeli, per cui le
segreterie delle organizzazioni locali e provinciali erano con-
trollate dai plebei.
Dopo la conquista del potere i dirigenti dei «sindacati»
fascisti comprendono che essi potranno legare le masse ope-
raie alle loro organizzazioni solo nella misura in cui riusci-
ranno a camuffarle da organizzazioni di classe e persistono
perciò nella loro demagogia: «Noi affermiamo - scrive Ros-
soni - che, sotto diversi aspetti, la lotta tra le classi può benis-
simo svolgersi e presentarsi persino come ineluttabile»
1

Alla fine del 1927, subito dopo la stabilizzazione della lira
a un livello assai elevato, i magnati dell'industria riducono
bruscamente i salari e un profondo scontento si diffonde tra
le masse, per cui nelle organizzazioni di base della Confede-
razione dei sindacati fascisti Rossoni e i capi plebei si sento-
no scavalcati. Per conservare la fiducia delle loro schiere essi
sono perciò costretti, in diverse occasioni, ad affermare la
necessità della resistenza, a ostentare di opporsi alle riduzio-
ni salariali.
Nella loro animosità contro gli industriali vi è anche della
sincerità, perché i plebei non perdonano loro di metterli in
una situazione difficile con le loro esigenze intempestive e di
smascherare i «sindacati» fascisti per quello che realmente
sono, e cioè organizzazioni gialle. Perciò il congresso dei
1 Rossoni, articolo su n lavoro d'Italia, cit, da Russo, Mussolini e
fascismo, cito
296
«sindacati» fascisti che ha luogo a Roma nel 1928 si svolge in
un'atmosfera tempestosa, e i delegati non esitano a rilevare
che soltanto il padronato ha largamente profittato della «col-
laborazione tra le classi»1. Rossoni si spinge molto avanti sul-
la via della demagogia:
«Noi fascisti - esclama - abbiamo bruciato gli atti del grande
processo che il comunismo aveva intentato alla proprietà, ma se
coloro che possiedono persistessero nel non capire quale sia il loro
dovere, essi diverrebbero nostri nemici e forse sarebbe necessario
riaprire il processo».
~
Questo è troppo e i magnati capitalisti si preoccupano;
essi non hanno sovvenzionato il fascismo perché la lotta di
classe, messa alla porta, rientri dalla finestra, perché le orga-
nizzazioni create per inquadrare e per sorvegliare gli operai,
si mettano alla testa della loro resistenza, perché la Confede-
razione dei sindacati fascisti faccia risuscitare, sia pure sotto
altra forma, la defunta Confederazione generale del lavoro.
Essi impongono perciò a Mussolini lo scioglimento della
Confederazione, deciso con decreto del 22 novembre 1928, e
la messa in disparte di Rossoni. Distrutta l'organizzazione
centrale, rimangono solo le tredici federazioni industriali
2
e
ormai i dirigenti «sindacali» non possono più, nel caso di un
qualunque conflitto di lavoro, far affidamento su un «blocco
operaio» di oltre due milioni di iscritti
3
. In ogni settore indu-
striale, gli imprenditori non devono più affrontare l'intera
Confederazione, ma soltanto la federazione del ramo, vale a
dire dirigenti «sindacali» che dispongono di una base assai
più limitata. Contemporaneamente si procede all'epurazione
da parte della burocrazia dei «sindacati», delle organizzazio-
1 Nenni, La lotta di classe in Italia.
2 Ognuna di queste federazioni adotta impropriamente la
denominazione di «confederazione», ma per evitare ogni equivoco si è
preferito usare ii primo termine.
3 Cfr. Rosenstock-Franck, L 'economia corporativa fascista.
297
ni locali e provinciali e delle stesse federazioni, di tutti i ple-
bei fedeli a Rossoni, che vengono licenziati e sostituiti con
funzionari serviti, creature del padronato o giovani intellet-
tuali appena usciti dalle università e che ignorano tutto delle

masse operaie.
Ma, nonostante queste successive epurazioni, la spinta
dal basso, sebbene diminuita, costringe di tanto in tanto i bu-
rocrati dei «sindacati» fascisti a dimostrare velleità di resi-
stenza e ad abbandonarsi a una certa demagogia. Per esem-
pio, al congresso della Confederazione fascista degli operai
dell'industria, svoltosi dal 30 giugno al I" luglio 1936, 20 ora-
tori su un totale di 33 chiedono aumenti di salari, pur espri-
mendo a Mussolini la loro «riconoscenza per tutto ciò che ha
fatto per i lavoratori italiani»l.
Ma quando questa demagogia va al di là dei limiti con-
sentiti, allora la dittatura interviene e colpisce.
In Germania
Prima della conquista del potere, i capi plebei delle «cel-
lule di fabbrica», per contendere le masse operaie ai liberi
sindacati, sono stati costretti a spingersi molto lontano sulla
via della demagogia e, una volta conquistato il potere, vi per-
sistono. Dal marzo al luglio del 1933 essi appaiono letteral-
mente scatenati: in ogni impresa i membri della «cellula» ur-
lano e strepitano, vogliono avere la loro parola da dire sulle!
assunzioni e sui licenziamenti, moltiplicano gli interventi nei
settori tecnici e commerciali dell'impresa e poiché gli iscritti
alla «cellula» sono contemporaneamente membri delle sezio-
ni d'assalto, ecco che taluni imprenditori definiti «antisocia-
li» vengono addirittura arrestati.

1 Lavoro fascista, 1,2,3, luglio 1936, citoda Fascisme, 25 luglio 1936.
298
Ma i grandi capitalisti si preoccupano, i più eccitati tra i
dirigenti delle Nsbo vengono licenziati dal lavoro, espulsi
dalle «cellule», inviati in campo di concentramento. Goering,
in una circolare alla polizia, ordina «di agire con energia nei
confronti dei membri delle cellule di fabbrica che non hanno
ancora compreso il vero carattere del Terzo Reich».
Con grande delusione dei plebei delle cellule, la succes-
sione dei sindacati «sincronizzati» viene affidata non già alle
Nsbo, ma a un nuovo organismo, il Fronte del lavoro, mentre
le Nsbo sono relegate in secondo piano e i loro membri che
si erano creduti la truppa d'assalto della «rivoluzione» nazio-
nalsocialista nell'interno dell'impresa, devono rientrare nei
ranghi: nell'ambito del Fronte del lavoro non fruiscono di al-
cun privilegio nei confronti degli altri membri ed è loro for-
malmente vietato di intervenire nella vita interna dell'orga-
nizzazione. Le Nsbo perdono ogni autonomia fmanziaria e il
loro bilancio è assorbito dall'amministrazione del Fronte del
lavoro. Le cellule non possono più occuparsi di questioni
economiche e sociali, dei rapporti con l'imprenditore e coi
dipendenti senza espressa autorizzazione del Fronte del la-
voro.
Nel dicembre 1933, poiché il partito è ormai integrato
nello Stato, i membri delle Nsbo sono automaticamente sot-
toposti alla legislazione speciale, particolarmente rigorosa,
emanata per gli iscritti al partito. Nel febbraio 1934 gli im-
prenditori vengono autorizzati a licenziare il presidente della
cellula per ogni critica «mossa alla leggera». Il 22 e il 25 giu-
gno viene proibito alle Nsbo di riscuotere quote d'adesione
sotto qualsiasi forma e di tenere pubbliche riunioni. Infme la
giornata del 30 giugno consacra la sconfitta definitiva non so-
lo delle Sa, ma anche delle Nsbo, il cui presidente nazionale
viene assassinatolo
1 Fasclsme, 9 marzo 1935.
299
Liberate dalle tendenze estremistiche, le «cellule di fab-
brica» mutano completamente natura e, composte di ele-
menti particolarmente sicuri, sotto la direzione del direttore
della fabbrica, membro di diritto della cellula, divengono il
nucleo nazista della nuova «comunità aziendale», un'organiz-
zazione di spionaggio e di delazione in seno alla fabbrica.
Ma i plebei non hanno del tutto disarmato e la lotta si svi-
luppa ora nelle alte sfere burocratiche del Fronte del lavoro.
Un certo numero di fondatori e di dirigenti delle Nsbo si so-
no consolati della «messa al passo» delle cellule accettando
posti importanti nel Fronte del lavoro e le stesse cause deter-
minano, benché su scala minore, gli stessi effetti, perché i ca-
pi plebei non possono conservare le loro nuove funzioni e
mantenere e accrescere la loro influenza, che nella misura in
cui si appoggiano su una base sociale. Essi subiscono, benché
alquanto ridotta, la pressione delle masse e devono farsene
. . .... . .
interpreti plU o meno convinti.
Nella primavera del 1934 il preannunzio dell'entrata in vi-
gore della legge del 20 gennaio «per la regolamentazione del
lavoro nazionale» scatena un'ondata di collera tra le masse
operaie e i capi plebei del Fronte del lavoro sentono che cor-
rono il rischio di essere scavalcati. Per mantenere l'ascen-
dente sulle proprie schiere sono costretti ad abbandonarsi
nuovamente alla demagogia e a presentarsi come difensori
delle condizioni di vita dei lavoratori.
Ma il padronato se ne preoccupa e subito dopo il 30 giu-
gno essi vengono ridotti bruscamente al silenzio e si assiste a
una vera ecatombe di capi grandi e piccoli, mentre lo stesso
Ley si trova in una posizione difficile; nell'ottobre successivo,
a Wiesbaden, egli giunge ad affermare che «l'arroganza pa-
dronale continua a sussistere nonostante le apparenze» (LT,
9 ott. 1934) e in quest'animosità vi è un fondo di sincerità,
perché egli non perdona agli imprenditori di metterlo in una
posizione difficile con le loro esigenze intempestive e di sma-
300
scherare il Fronte del lavoro per quello che realmente è, e
cioè un' organizzazione gialla.
I grandi capitalisti hanno perso la pazienza. Già nel luglio
1934 alcuni di loro hanno chiesto a Hitler la messa in dispar-
te di Ley «la cui agitazione demagogica continua a turbare
l'economia» (LT, 21 luglio).
Nel mese di agosto, la posizione del capo del Fronte del
lavoro è talmente compromessa che a Berlino si diffonde la
voce della sua fuga e del suo suicidio, ma, grazie all'appoggio
personale di Hitler, Ley riesce a rimontare la corrente. A di-
cembre, tuttavia, è di nuovo in pericolo ·perché si mette in
aperto conflitto con Schacht, che non nasconde la sua ostilità
per le «tendenze socialisteggianti del Fronte del lavoro» e la
sua intenzione di sbarazzarsi di Ley (LT, 22 dic.).
Il Fronte del lavoro viene privato del suo quotidiano Der
Deutsche (LT, 2 febbr. 1935) e il suo congresso di Lipsia, tra
il 26 e il 30 marzo 1935, segna la fine dei plebei: Schacht vi
parla da padrone e annuncia che il Fronte del lavoro verrà in
futuro controllato direttamente dagli imprenditori:
«Un imprenditore verrà designato quale supplente del dirigente di
ogni organo del Fronte del lavoro, a meno che tale dirigente non
sia egli stesso un imprenditore».
Il Fronte del lavoro non potrà più compiere ispezioni nel-
le fabbriche senza l'assenso del direttore e Ley non mantiene
il suo posto se non facendo umile ammenda dei suoi errori:
«Bisogna ammettere che l'esistenza contemporanea delle due
organizzazioni (una padronale e una "operaia") avrebbe potuto
provocare qualcosa di simile alla lotta di classe di tempi superati».

301
3
. Lo Stato fascista ha distrutto i sindacati, paralizzato la re- .
sìstenza proletaria, estirpato ogni traccia della lotta di classe
nelle sue stesse organizzazioni «operaie» ed esistono perciò,
tutte le condizioni per una drastica riduzione dei salari.
In Italia
Secondo dati forniti dalla stessa stampa italiana' i salari
nominali SODO diminuiti della metà tra il 1927 e il 1932 e, poi-
ché dopo il 1932 le riduzioni sono continuate, non è esagera-
to ipotizzare che tra il 1927 e il 1935 esse siano di un ordine
60 e il 75% . Raramente i salari del 1935 rag-
giungono il livello dell'anteguerra e, benché in seguito siano
stati aumentati per due volte del 10%, il costo della vita è nel
frattempo aumentato del 30%2.
Da questi bassi salari vanno inoltre detratte trattenute di
ogni genere, imposta sul salario (ristabilita con legge del no-
vembre 1922), quote d'iscrizione obbligatoria ai «sindacati»,
«.contx:ibuti volontari» per l'assistenza ai disoccupati nel pe-
nodo mvema1e, contributi per le assicurazioni sociali, quote
d'iscrizione al partito e al Dopolavoro ecc. Occorre egual-
mente tener conto delle ripercussioni sul livello dei salari
della cosiddetta «lotta contro la disoccupazione»: infatti lo
Stato fascista economizza sui soccorsi ai disoccupati facendo
pagare agli operai occupati, trasformati in disoccupati parzia-
li, l'assistenza ai loro compagni senza lavoro: così nel novem-
bre 1934 viene introdotta nelle industrie la settimana di 40
1 n della sera, 29 marzo 1932; Lavoro fascista, 27 marzo 1932.
2 Information, 22 maggio 1937.
302
ore e i salari diminuiscono in proporzione al minore orario.
Il Lavoro Fascista ammette che «la riduzione del lavoro com-
porterà un notevole sacrificio per i singoli operai ancora oc-
cupati» (LT, 18 febbr. 1935). Solo per i lavoratori capi di una
famiglia numerosa è prevista una compensazione, che è però
a carico degli altri operai, i quali, oltre alla riduzione del loro
salario settimanale, si vedono trattenere un altro 1% della re-
tribuzione per il fondo degli assegni familiari. In talune indu-
strie vengono introdotti turni di lavoro e gli operai lavorano,
ad esempio, una settimana su due, il che riduce praticamente
i loro salari della metà (LT, 20 febbr. 1934).
Come se tutto ciò non bastasse, nel novembre 1934 viene
stipulato tra la Confederazione padronale e i «sindacati» un
accordo in base al quale le imprese possono licenziare i gio-
vani e le donne per sostituirli con disoccupati adulti, ai quali
gli imprenditori corrispondono gli stessi salari di fame che in
precedenza versavano ai giovani e alle donne, per cui questo
provvedimento contribuisce ad abbassare il livello salariale.
Infme i disoccupati impiegati in lavori pubblici sono pa-
gati al di sotto dei minimi col pretesto che questi lavori han-
no «un carattere straordinario di lotta contro la disoccupa-
zione», il che contribuisce ad abbassare ulteriormente il
costo della mano d'opera.
Queste considerazioni tengono conto dei salari nominali.
Ma occorre rilevare che quelli reali subiscono una riduzione
assai più accentuata a seguito del continuo aumento del co-
sto della vita. Bisogna inoltre prendere in considerazione
l'accelerazione del ritmo di lavoro e le ore straordinarie ri-
chieste dalle industrie belliche senza la corresponsione della
relativa remunerazione. Ma Mussolini dichiara che gli italia-
ni supereranno tutte le difficoltà «dovessero lavorare venti-
cinque ore al giorno»l .
1 Mussolini, discorso del 15 maggio 1937.
303
In Germania
Si può calcolare che dall'avvento del nazismo, il 30 genna-
io 1933, sino all'estate 1935, i salari vengano ridotti dal 25 al
40%. Per numerose categorie operaie il salario è inferiore
all'ammontare dell'indennità di disoccupazione corrisposta
durante la repubblica di Weimar. Oltre la metà degli operai
tedeschi non raggiunge i trenta marchi settimanali (LT, 12
agosto 1935).
L'Angriff ammette che il salario mensile di un operaio va-
ria tra gli 80 e i 150 marchi (LT, 28 genn. 1936) e, in base alle
stesse cifre ufficiali, 1'80% dei lavoratori guadagnano meno
di 150 marchi al mese (LT, 30 luglio 1936). Persino Hitler de-
ve riconoscere che «il livello di vita di innumerevoli tedeschi
è del tutto ìnsufficientes ', mentre il ministro bavarese Wa-
gner afferma che «numerosi operai tedeschi soffrono la fa-
me» (LT, 28 genn. 1936).
Da questi salari così bassi devono essere detratte le varie
trattenute, l'imposta sul salario (che aumenta dal 25 al 35%),
l'imposta municipale più che raddoppiata, l'imposta sui celi-
bi, i contributi per l'assicurazione contro la disoccupazione,
l'assicurazione di invalidità, quella contro le malattie, i con-
tributi al Fronte del lavoro, all'associazione ricreativa, al soc-
corso invernale, alla difesa antiaerea, alle vittime del lavoro,
al partito e alla gioventù hitleriana ecc. Queste trattenute ri-
ducono il salario lordo del 20-30% mentre i sussidi delle assi-
curazioni sociali - malattia, invalidità, infortuni, vecchiaia e
disoccupazione - subiscono una forte diminuzione; le casse
operaie di previdenza e di mutuo soccorso vengono disciolte
e i loro beni passano a società d'assicurazione private che
forniscono minori prestazìoni/,
1 Hitler, discorso del 1o ottobre 1934.
2 Fascisme, 11 gennaio 1936.
304
Occorre anche tener conto del fatto che la cosiddetta lot-
ta contro la disoccupazione ha notevoli ripercussioni sul li-
vello salariale. Lo Stato nazista realizza economie sui sussidi
di disoccupazione facendo pagare agli operai occupati, tra-
sformati in disoccupati parziali, l'assistenza ai disoccupati: gli
imprenditori vengono indotti dalle autorità o dal partito ad
assumere lavoratori al di là del loro reale fabbisogno, ma
compensano questo eccesso di mano d'opera sia riducendo
l'insieme dei salari, sia diminuendo le ore di lavoro di eia-

scun operaio.
Altro espediente è quello di licenziare i giovani e le don-
ne per sostìtuirli con disoccupati adulti e un decreto del 28
agosto 1934 conferisce pieni poteri agli «uffici del lavoro»
per togliere il posto alle donne e ai giovani celibi che non ab-
biano almeno venticinque anni.
Ma gli operai adulti in tal modo assunti ricevono gli stessi
salari di fame precedentemente corrisposti ai giovani e alle
donne.
Intanto 130.000 giovani vengono licenziati in conseguenza
di questo decreto, che in seguito cade in desuetudine a causa
del fabbisogno di mano d'opera richiesto dal riarmo, per cui
nel 1937 vengono nuovamente assunte 370.000 donne.
Infine il livello generale dei salari si abbassa per il fatto
che i disoccupati impiegati in lavori pubblici ricevono paghe
risibili che, per esempio, per gli addetti ai lavori ausiliari -
400.000 nel 1934 - equivalgono al sussidio di disoccupazione,
aumentato di qualche soccorso in natura.
Gli operai addetti alla costruzione di autostrade - circa
mezzo milione nel marzo 1936 - benché questo sia un lavoro
normale e non uno eccezionale per fronteggiare la disoccu-
pazione - ricevono, con la complicità dei «curatori» del lavo-
ro, una retribuzione inferiore a quella normale dei terrazzie-
ri; i giovani del servizio del lavoro - circa 250.000 - occupati in
lavori pesanti ricevono soltanto il soldo della truppa, cioè 50
. c
305
pfennig al giorno"; le ragazze senza lavoro e inviate all'ap- .
prendistato domestico devono lavorare come donne tutto fare
in famiglie borghesi o presso i contadini, senza che i loro pa-
droni debbano remunerarle con un salario fiss0
2

E tutto questo concerne i salari nominali, mentre i salari
reali subiscono un'ulteriore riduzione a seguito del continuo
aumento del costo della vita.
Infme occorre tenere conto del supersfruttamento al qua-
le vengono sottoposti i lavoratori. Al momento della costitu-
zione dell'associazione Lavoro e Gioia il dottor Ley ammet-
te: «Saremo costretti ad aumentare ancora di molto il ritmo
del lavoro»
3
.
E una relazione padronale esprime soddisfazione per il
fatto che le nuove leggi sul lavoro siano particolarmente effi-
caci «proprio nei tempi attuali che richiedono un'accresciuta
intensità di lavoro»
4

Goering afferma in un suo discorso:
«Oggi dobbiamo raddoppiare il ritmo di lavoro per trarre il Reich
dalla decadenza, dall'impotenza, dalla vergogna e miseria.
Otto ore al giorno non bastano, occorre lavorare di più» .
Una delle sue ordinanze autorizza i «curatori» e gli ispet-
tori del lavoro a permettere ore straordinarie «in deroga ai
contratti». E non sono ore straordinarie a retribuzione mag-
giorata, ma un prolungamento della giornata di lavoro a dieci
l Per quanto concerne del livello de!la
mano d'opera agricola a seguito della concorrenza degli «ausiliari agricoli»,
si veda avanti il cap. X. . . . . .
2 All'inizio di maggio del 1936 Hitler mette a disposizione del grandi
capitalisti della Ruhr d:opera. a basso prezzo», e cioè .disoccupati .cui
viene corrisposta una retribuzione di marco c: mez:z:o. o di due al
giorno. «Questa mano d'opera - scnve Le. Petit PaT!Su:n del. 4 mawo -
permette... di esercitare una notevole pressIOne sul livello del salan delle
altre categorie operaie».
3 Ley, discorso del 27 novembre 1934.
4 Rapporto della Camera di commercio di Essen per il 1935. .
5 Goering, discorso del 13 maggio 1938, in Le Temps, 15 maggio 1938.
306
ore e anche più
1
. Il numero dei casi di malattia comportante
incapacità lavorativa è nel 1934-35 del W,7% più elevato che
nel 1933
2

4
Dopo aver spezzato la resistenza proletaria, distrutti i li-
beri sindacati, eliminata ogni traccia di lotta di classe dalle
proprie organizzazioni «operaie», ridotti i salari al di sotto
del minimo vitale, il fascismo deve tentare ancora di dissimu-
lare agli occhi dei lavoratori la vera essenza del regime, che è
quella di una dittatura del grande capitale.
Viene allora escogitata la montatura dello «Stato corpo-
rativo». Come si è visto, molto prima della conquista del po-
tere il fascismo offriva agli operai la prospettiva-delle «cor-
porazioni». Dopo la vittoria, deve fingere di tener fede alle
sue promesse e adottare la maschera della «collaborazione
tra le classi», per far credere ai lavoratori che i loro padroni
li trattano ora «su un piano di eguaglianza» e li ammettono a
partecipare alla gestione economica.
Ma ancora una volta i plebei fascisti creano serie difficol-
tà alla dittatura perché montano con ardore eccessivo sul ca-
vallo di battaglia del «corporativismo» e ne spingono troppo
lontano la demagogia. Essi agiscono sempre per ragioni di
prestigio, per allargare al massimo la loro base sociale, per
tentar di accaparrarsi altri feudi, per acquistare nell'ambito
del regime influenza e potenza ulteriori; essi non possono
quindi ammettere che una sfera qualsiasi dell'attività nazio-
nale sfugga alloro controllo, si irritano perché soltanto i sin-
dacati operai sono stati fascistizzati mentre quelli padronali
l Le Peuple, 19 agosto 1937.
2 Winschaft und Statistik.
307
rimangono al di fuori della loro influenza. Non che essi pensi-
no di intaccare seriamente i privilegi capitalistici, ma aspira-
no a imporre le loro persone e i loro servigi ai baroni dell'in-
dustria, vogliono farsi valere, avere la propria parola da dire
• •
m campo econonnco.
Sognano perciò di assorbire in un'unica organizzazione,
in una vasta macchina corporativa da loro diretta, sia il Capi-
tale che il Lavoro, sia i sindacati «operai» che quelli padro-
nali.
Ma i magnati capitalisti si oppongono a queste pretese,
essi non ammettono che la «fascistizzazione» violi i confini
dei loro domini riservati, desiderano restare padroni in casa
propria, nelle loro officine, nei loro cartelli e nei loro mono-
poli, e temono, nel quadro di una organizzazione mista, di
essere rapidamente messi in difficoltà dai plebei, sono sem-
pre impressionati dallo spettro del controllo operaio. Essi
hanno sovvenzionato il fascismo per liquidare una volta per
sempre tutti questi fantasmi e non per farli risorgere. Op-
pongono perciò il loro veto a ogni esperienza corporativisti-
'ca, nella misura in cui i plebei potrebbero utilizzarla a loro
danno, tollerando soltanto una caricatura del tutto inoffensi-
va di Stato corporativo - necessaria per gettare polvere negli
occhi. E anche questo soltanto dopo che i plebei sono stati
radicalmente eliminati e privati di ogni influenza.

In Italia
Nel 1921 Rossoni e i suoi amici defrniscono come corpo-
razioni i «sindacati» fascisti, mettendo in rilievo la loro aspi-
razione di farne organizzazioni miste, raggruppanti sotto la
loro egida padroni e operai. «II sindacalismo nazionale - scri-
ve il primo numero de Il Lavoro d'Italia - riorganizza in un
quadro grandioso gli italiani di tutte le professioni animati da
308
una sola fede-". Gli italiani di tutte le professioni sta a signifi-
care datori di lavoro e lavoratori, e i capitalisti lasciano dire,
ma si guardano bene dall'aderire ai sindacati fascisti.
Subito dopo la Marcia su Roma i plebei esigono l'appli-
cazione del principio corporativo, cioè la trasformazione dei
«sindacati» fascisti in organizzazioni miste, delle quali però,
come scrive Rosenstock-Franck, «gli industriali non vogliono
sentir parlare affatto, sicuri di essere immediatamente messi
in difficoltà».
La resistenza dei capitalisti e degli agrari è così decisa,
che Mussolini deve far votare dal Gran consiglio fascista, il
15 marzo 1923, un ordine del giorno che condanna espressa-
mente il principio dei sindacati misti.
«Viene lasciata piena libertà - precisa Hautecoeur - alla
Confederazione generale dell'Industria e a quella dell' Agricoltura.
Le organizzazioni corporative furono costrette a rinunciare al
s o ~ o dei sindacati misti... La Confederazione generale dell'Indu-
stna, in una riunione che Mussolini definì storica, dichiarò di voler
lavorare ~ a c c o r d o con le corporazioni, ma rimanendo indi-
pendente» .
Ma i plebei non si danno per vinti, non rinunciano a im-
porre le proprie persone e la propria autorità agli industriali
e agli agrari e a partire dal 1925 divengono più audaci, non
sognano più soltanto di assorbire nei loro feudi tutte le forze
economiche padronali e operaie, ma persino lo Stato. Esigo-
no infatti la sostituzione dello Stato politico con loStato cor-
porativo integrale, con l' «autogoverno dei produttori».
Alla fme dell'anno Mussolini nomina una commissione,
detta «dei Diciotto», per preparare uno statuto sindacale e
corporativo e la maggioranza estremistica della commissione
l il Lavoro d'Italia, aprile 1931.
2 Hautecoeur, «Il Fascismo», in Ann ée polùique, 1926, cito
3 Modigliani, «La legge sindacale fascista», in Nouvelle Revue Socialiste,
1927.
309
propone di creare «una organizzazione corporativa naziona-
le che comprenda tutti i cittadini divisi in differenti ordini a
seconda della loro attività economica e che assorba tutte le
•• . •. . 1
ìstìtuziom esistenu» .
Questa concezione inquieta notevolmente i capitalisti,
che temono di essere scavalcati, nell'ambito di questa im-
mensa macchina, dai plebei a loro volta incalzati dalle masse,
per cui non accettano la soppressione delle loro organizza-
• •
zrom.
«E' comprensibile - scrive il ministro Rocco - che l'idea di
un'organizzazione unitaria, di un'unica discil?lina e .della
produzione, possa spaventare se la corporazrone fosse costituita al
di fuori dello Stato in un regime di libertà carico di pericoli» (La
nuova disciplina).
La minoranza reazionaria della commissione «dei Diciot-
t» replica alla maggioranza che «la riforma corporativa ri-
duce lo Stato a una semplice federazione gerarchica di inte-
ressi, in pieno contrasto con la concezione moderna dello
Stato, sintesi di tutti gli interessi materiali e morali della na-
• 2
Zione» .
Mussolini è indeciso, perché da un lato non vuol provoca-
re nessuna apprensione, neanche lieve, nei suoi fmanziatori e
dall'altro deve ricorrere alla demagogia perché ha ancora bi-
sogno dei suoi plebei.
La legge del 3 aprile 1926, poi completata dal regolamen-
to del I" luglio successivo, è un compromesso mal riuscito tra
queste opposte esigenze, per cui crea le corporazioni sulla
carta:
«Le associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori possono essere
fuse, per mezzo di organi centrali di collegamento, in una comune
1 Cito da Fucile, n movimento sindacale e la realizzazione dello Stato
corporativo in Itq/ia, . . . . , . .
2 Cito ne La libertà sindacale. Italia, inchiesta della Società delle nazioni,
1927.
310
gerarchia superiore», afferma l'art. 3, e precisa che «le organizza-
zioni in tal modo collegate costituiscono una corporazione».
Tuttavia queste corporazioni non esisteranno alla base,
sul piano sindacale, sotto forma di «sindacati» misti, ma sol-
tanto al vertice, sul piano nazionale:
«Gli organi di collegamento... raggruppano le organizzazioni
sindacali nazionali delle diverse categorie produttive, imprenditori
e lavoratori intellettuali e manuali. per ognuna delle rispettive
branche di produzione».
Tuttavia, l'autonomia padronale è garantita, perché lo
stesso art. 3 della legge precisa: «... ma lasciando inalterata la
rappresentanza distinta dei datori di lavoro e dei lavoratori».
Inoltre lo Stato politico, lungi dal «dissolversi» nella corpora-
zione, come sognavano i plebei, non consente a quest'ultima,
nel caso in cui venga creata, alcuna vita autonoma: «La cor-
porazione non ha personalità giuridica, ma costituisce un or-
gano dell'amministrazione dello Stato».
La Carta del Lavoro precisa che «il lavoratore è un colla-
boratore attivo dell'impresa», ma aggiunge immediatamente
«la cui direzione e la cui responsabilità spettano all'imprendito-
re». Si è, evidentemente, alquanto lontani da una collabora-
zione «su un piano di parità».
Tuttavia le «corporazioni», benché svuotate di qualsiasi
contenuto, preoccupano ancora i capitalisti, che esigono che
l'attuazione pratica ne sia rinviata, perché i plebei, che diri-
gono la Confederazione dei «sindacati» fascista sono ancora
troppo potenti e impegnati in una demagogia inquietante.
Ogni formula di Stato corporativo, anche attenuata, rischia
di rafforzare la loro influenza e di danneggiare quindi il pa-
dronato; perciò le corporazioni sono rinviate sino al giorno
in cui sarà compiuta la liquidazione dei plebei. Si riparlerà di
Stato corporativo allorché l'epurazione del «sindacalismo»
fascista sarà completata, quando vi sarà sparita ogni traccia
di lotta di classe ed esso sarà ridotto, dalla base al vertice, a
311
un semplice apparato poliziesco. Mussolini ripete quindi vo-
lentieri che «c'è tempo».
Intanto, per calmare l'ardore degli impazienti, adotta a
spron battuto il termine corporativo; crea nel 1926 un Mini-
stero delle Corporazioni, il cui scopo è di controllare più stret-
tamente i «sindacati» fascisti; un Consiglio nazionale delle
Corporazioni, costituito nello stesso anno e riorganizzato nel
1930, semplice organo di registrazione dei voleri della ditta-
• •
tura e l cm componenti sono nominati dal dittatore; una Ca-
mera dei deputati corporativa, così definita perché i candidati
sono scelti dal dittatore su una lista presentata dalle organiz-
zazioni «sindacali», mentre, per essere elettore occorre es-
. '
sere m regola con le quote «sindacali»; e, nel 1931, trasforma
i Comitati provinciali intersindacali in Consigli provinciali
dell'economia, Ma le corporazioni vere e proprie
sono sempre mesistenn,
Alcuni estremisti continuano a richiedere lo Stato corpo-
rativo integrale e a dissertare su questo tema, ma non sono
più pericolosi, non hanno più base sociale, sono generalmen-
te intellettuali e non uomini d'azione. Perciò Mussolini li la-
scia sbizzarrire e concede loro persino qualche soddisfazione
formale.
Nel 1934, infatti, è più che mai necessario gettare polvere
negli occhi, perché la crisi economica colpisce duramente le
masse operaie mentre la disoccupazione aumenta continua-
mente.
La «mistica» con la quale il regime riusciva a tener viva
l' dei. suoi partigiani si rivela ormai logora e allora
Mussolini decide un gesto a sensazione: introduce nelle or-
ganizzazioni economiche padronali a carattere semistatale -
per l'occasione definite corporazioni
1
- alcuni funzionari dei
«sindacati» fascisti.
1 Per il vero ruolo di queste organizzazioni, si veda avanti il cap. X.
312
Quando, il4 febbraio 1934, viene emesso il relativo decre-
to, Mussolini fa annunciare tra rullar di tamburi che lo Stato
corporativo è finalmente una realtà e riesuma tutte le vecchie
formule demagogiche:
«Il regime fascista proclama l'eguaglianza degli uomini di fronte al
lavoro».
insegnare al popolo ad autogovernarsi».
«Gh operai devono arnvare a conoscere sempre più inlimamente il
processo produttivo e la sua disciplina».
«L'operaio sarà libero».
Il corp0l'3:tivismo tende verso una «più alta giustizia sociale, verso
una riduzione graduale dello scarto che separa le grandi ricchezze
dalle grandi miserie»1.
Ma la realtà è ben diversa da queste parole e la «collabo-
razione» tra datori di lavoro e lavoratori non si attua né su
scala aziendale, né allivello dei «sindacati», né a quello loca-
le e provinciale e neanche a quello di federazione professio-
nale. L'operaio non è trattato dal padrone «su un piano di
parità» né nell'interno della fabbrica né nel sindacato e non ,
partecipa in alcun modo alla gestione economica. Comunque
taluni fascisti estremisti asseriscono che questo non è che
l'inizio e Spirito e Bottai preannunciano per «più tardi» la
corporazione «provinciale» e persino la corporazione alla
base su scala aziendale.
. però, si affretta a dissipare queste ingenue illu-
srom, o a smascherare questa demagogia, dichiarando brutal-
mente a un giornalista:
«Non abbiamo nessuna intenzione di ricostituire i consigli di
fabbrica»2.
1 Mussolini, discorsi rispettivamente dellO novembre 1938 del settem-
bre 1933 (ai membri del Comitato Italia-Francia), del 6 ottobre e del 18
marzo 1934, dell'8 gennaIO 1935.
2 Lu, 9 agosto 1933. «Gli imprenditori - scrive Rosenstock-Franck - sono
fermamente decisi a non permettere il risorgere delle vecchie commissioni
interne di fabbrica».
313
La «collaborazione» esiste solo al vertice, nel seno delle
ventidue «corporazioni» e si tratta di una collaborazione di
genere del tutto particolare: un certo numero di fedeli fun-
zionari della dittatura, sostituiti ai plebei alla testa dei «sin-
dacati» fascisti, vengono designati quali rappresentanti dei
salariati di fronte agli imprenditori e sono ammessi ad assi-
stere alle deliberazioni padronali. E, nel caso del tutto im-
probabile che questi sedicenti rappresentanti «operai» osas-
sero assumere, al tavolo della riunione, atteggiamenti dema-
gogici, nel caso in cui non aggiungessero i propri voti a quelli
degli imprenditori, tre rappresentanti ufficiali dello Stato fa-
scista sono presenti per sommare i loro voti con quelli dei
padroni e assicurare loro automaticamente la maggioranza.
E questo è lo Stato «corporativo».
,
Subito dopo la conquista del potere, i plebei nazisti ri-
chiedono impazientemente una «edificazione corporativa»
istandischer Aufbau) che inglobi le organizzazioni padronali
e quelle operaie. Ancor prima che i sindacati liberi vengano
«sincronizzati», essi tentano di metter le mani sulle organiz-
zazioni padronali. Il 1° aprile 1933 il dottor Wagener, capo
della sezione economica del Partito nazista, ottiene la super-
visione della potente Confederazione dell'Industria tedesca;
il successivo giorno 6 l'esecutivo della Confederazione si di-
mette e Wagener ottiene che essa assuma la denominazione
di «Corporazione»; egli aveva anche richiesto l'allontanamen-
to del presidente Krupp, ma questi rimane in qualità di com-
missario della corporazione, affiancato da due commissari
nazisti.
Per qualche tempo Wagener imperversa nell'organizza-
zione padronale, e all'inizio di maggio i suoi poteri vengono
314
estesi ed è nominato «Commissario del Reich all' economia».
Krupp, dopo essere stato ricevuto da Hitler, annuncia che la
«Corporazione» padronale sta per essere riorganizzata e che
il Fùhrerprinzip, il principio del capo, vi sarà applicato; i sin-
daci saranno perciò designati dall'alto e non più mediante li-
bere elezioni (Heiden).
«Questa riorganizzazione - scrive Le Temps - dovrà preparare la
nuova organizzazione corporativa che terrà presente quella
dell'Italia fascista e che ingloberà sia i sindacati operai che i
raggruppamenti industriali» (LT, 5 maggio 1933).
Si assicura che lo stesso Fiìhrer è per la rapida applica-
zione del corporativismo e il 31 maggio egli annuncia la pro-
mu1gazione di una legge che fissa le linee dell' «edificazione
corporativa» (Heiden). A giugno Alfred Rosenberg dichiara:
«L'edificazione corporativa alla quale si sta per procedere in
Germania rappresenterà il vero socialismo, quello del XX secolo»
(LT, 2S giugno 1933).
Un comitato viene incaricato di preparare lo Statuto del
nuovo Stato corporativo e ogni plebeo ha il suo progetto,
ognuno spera che la nuova «edificazione» avrà per base il
suo proprio feudo e amplierà le sue attribuzioni: vi è un pia-
no di Wagener e uno di Renteln, capo della «Lega di com-
battimento delle classi medie»; ma il piano che sembra avere
maggiori probabilità di successo è quello di Ley, che intende
addirittura assorbire nel suo Fronte del lavoro tutta l'econo-
mia e le organizzazioni operaie e padronali.
«L'edificazione corporativa del popolo tedesco - egli scrive - è
completata nelle sue grandi linee. Oggi sottoporrò al Fuhrer il
progetto completo; sarà una delle pietre miliari della rivoluzione, il
vero e proprio attuarsi di un legame organico tra lavoratori e
salariati da una parte e padroni dall'altra, e la loro comune
integrazione nell'organismo economico»l.
1 Ley, discorso del maggio 1933.
315
Ma i capitalisti non ne vogliono sapere e nel luglio 1933 la
grande industria, sostenuta dalla Reichswehr, interpone il
suo veto: Hitler annuncia bruscamente la conclusione della
rivoluzione nazionale. Wagener viene destituito e il 13 luglio
il nuovo ministro dell'economia, Schmitt, assicura agli indu-
striali che l'edificazione corporativa è non già abbandonata,
ma comunque rinviata a tempi migliori. Egli spiega che le at-
tuali organizzazioni non sono ancora sufficientemente matu-
re per un ideale tanto luminoso per cui esiste il pericolo che
elementi non- qualificati tentino di compiere in questo setto-
re esperienze avventuristiche.
Ma i plebei non si danno per vinti e non hanno perso ogni
speranza di raggiungere i loro obbiettivi; il dottor Ley conti-
nua imperturbabile ad annunciare l'avvento delle corpora-
zioni e nell'agosto 1933 dichiara:
«II Fronte del lavoro e l'edificazione corporativa sono due parti di
un tutto e l'uno non è concepibile senza l'altra. Il Fronte del lavoro
non avrebbe senso se tutto ciò che viene fatto nel campo della
formazione e dell'educazione non veyisse in seguito tradotto in
concreto dall'edificazione corporativa» .
Come Mussolini, Hitler è costretto a ricorrere al compro-
messo, da un lato deve obbedire ai suoi finanziatori e dall'al-
tro gettare polvere negli occhi alle masse, per cui deve tener-
si legati i plebei.
Con legge del 20 gennaio 1934 egli istituisce i «consigli di
fiducia» in ciascuna impresa, che vengono presentati come
l'embrione del corporativismo; gli «uomini di fiducia» «colla-
borano» con l'imprenditore e possono chiedergli informazio-
ni riservate e soprattutto notizie sui bilanci. Ma, in effetti,
questi «uomini di fiducia» sono designati dai padroni e non
eletti dagli operai. La stessa legge prevede anche che gli
esperti in materia di conflitti di lavoro, designati dal Fronte,
l CiI. da Fascisme, 6 ottobre 1934.
316
devono operare «in accordo con le corporazioni nella mi-
~ ~ ... .
sura ID CUI sara attuata una orgamzzazrone corporatrva
dell'economia».
Ma anche le corporazioni rimangono nel limbo e gli im-
prenditori rimangono ostili a qualunque «edificazione corpo-

ratrva»,
Quando, con la legge del 27 febbraio 1934, vengono costi-
tuite organizzazioni economiche radronali a carattere semi-
statale, i «gruppi professionali» , nessun «rappresentante»
degli operai vi viene ammesso, perché i plebei hanno ancora
troppa influenza e la loro presenza in questi organismi po-
trebbe rivelarsi pericolosa. Il ministro Schmitt, autore della
legge, precisa chiaramente che
.
«nelle misure prese attualmente non bisogna ancora vedere una
riforma corporativa. Voi sapete che il Fiìhrer ha volutamente
rinviato la soluzione del problema, perché ritiene giustamente che
l'edificazione corporativa debba svilupparsi solo gradualmente e
seguendo l'evoluzione reale»2.
I plebei sono tenaci, però, lottano con ostinazione e cac-
ciati da una posizione ripiegano su una successiva. La legge
del 27 febbraio 1934 costituisce uno scacco, ma lascia loro
qualche buona carta da giocare. Essi sono anche riusciti a ot-
tenere che la nuova organizzazione padronale abbia un ca-
rattere statale abbastanza accentuato e che gli imprenditori
vi siano in qualche modo imbrigliati, che vi sia applicato il
principio del capo, che non vi siano più assemblee deliberati-
ve: sperano così di poter controllare dall'alto almeno in qual-
che misura, l'attività dei grandi industriali.
Sono inoltre riusciti a far smembrare la Confederazione
dell'Industria- trasformata in Corporazione - in sette «grup-
pi professionali» distinti e hanno infine ottenuto la designa-
l Per il vero ruolo di queste organizzazioni si veda avanti il cap. IX.
2 Schmitt, discorso del 13 marzo 1934.
317

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