vitam haberes

et abundantius haberes
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DICEMBRE 2012
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Anno XCII - N. 4 - 2012
Poste italiane S.p.A. - Sped. abb. post. - D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1, Comma 2 - DCB Roma
«La legge tua è legge di amore; la legge tua è il soave giogo;
la legge tua è il refrigerio del cuore tuo, il riposo tuo e la vita tua,
perché messer Gesù Cristo è venuto in terra acciò ,
» (Gv 10, 10)
Sant’Antonio M. Zaccaria, Sermone I
«La legge tua è legge di amore; la legge tua è il soave giogo;
la legge tua è il refrigerio del cuore tuo, il riposo tuo e la vita tua,
perché messer Gesù Cristo è venuto in terra acciò ,
» (Gv 10, 10)
Sant’Antonio M. Zaccaria, Sermone I
A tutti i lettori dell’Eco dei Barnabiti
il vivissimo augurio di un Natale santo
e di un anno di serenità
la redazione dell’Eco
vitam haberes
et abundantius haberes
01 Ia-IVa di Cop. 4-2012_ECO 13/12/12 12:25 Pagina 1
Editoriale
1 Annunciare Cristo morto e risorto non è un optional (P. Rippa)
Bibbia
2 Per fede passarono il Mar Rosso... (G. Dell’Orto)
Vocabolario ecclesiale
5 Ordine (A. Gentili)
Ecumenismo
6 Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio 2013. Cosa ci
chiede il Signore? (E. Sironi)
Spiritualità barnabitica
10 La ricerca di Dio (M. Regazzoni)
Osservatorio ecclesiale
13 Il Messaggio del Sinodo: un faro di luce nella notte del mondo (A. Gentili)
Osservatorio paolino
15 Un caso emblematico di venerazione antica di Gesù: Filippesi 2, 6-11
(G. Cagnetta)
18 Una storia tutta da scrivere (A. Gentili)
23 Storia dell’Ordine: Il primo natale del Concilio Vaticano II (F. Lovison)
36 Credere, nonostante tutto: “la vita è un dono” (A. Giussani)
39 Sacerdote, perciò padre (C. Pipitone)
41 Un padre per l’Europa (G. Simone)
43 Dal cielo alla terra, sismologia e meteorologia a Firenze dall’Ottocento a oggi.
Una mostra da non perdere: Firenze 17 gennaio - 31 maggio 2013 (G. Ferrari)
Dal mondo barnabitico a cura di Paolo Rippa
45 Un nuovo anniversario – Ordinazione diaconale – Nuove fondazioni nelle
Filippine – Una nuova iniziativa per la gioventù. Centro di Spiritualità:
L’Eremo – Nomine – Verso il Concilio Vaticano II. Attese e speranze –
“I Barnabiti nel Risorgimento”. Presentazione all’Istituto Sturzo – Madrid.
Triduo alla Madre della Divina Provvidenza
Ci hanno preceduto a cura di Giuseppe Ranaldi
51 Fr. Janos Szolnoki (Frère Jean) (G. Daeren) – P. Severo Ferrari (G. Incampo)
Schedario barnabitico a cura della Redazione
54 Michele Francipane, Dizionario ragionato dei santi. 11811 patroni e protettori
da Aaron a Zoe – Il volto dei santi. Santorale illustrato – Luciano Mazzoni
Benoni, Il Cuore di Cristo centro dell’universo. Una proposta per il Terzo
Millennio – Marcello Stanzione, 365 giorni con sant’Antonio Maria Zaccaria
(Citazioni in lingua d’epoca e preghiere) (A. Gentili) – Paolo Giulietti-Gianluigi
Bettin, La via di Francesco (A. Gentili)
SOMMARIO
RASSEGNA TRIMESTRALE
DI VITA E DI APOSTOLATO
DELL’ORDINE DEI CHIERICI REGOLARI
DI S. PAOLO - BARNABITI
Anno XCII
n. 4 - Dicembre 2012
Trimestrale
Poste italiane S.p.A. - Spedizione in
abbonamento postale - D.L. 353/2003
(conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1,
comma 2 - DCB Roma
DIRETTORE RESPONSABILE
P. Stefano Gorla
DIRETTORE
P. Paolo Rippa
CAPOREDATTORE
P. Mauro Regazzoni
REDAZIONE
P. Filippo Lovison
CORRISPONDENTI
Dal Cile: P. Mauricio Ahumada. Dalle
Filippine: P. Michael Sandalo. Dall’Italia
Centro-Sud: P. Gio vanni Scalese. Dall’Ar -
gentina: P. Giorgio Graiff
COLLABORATORI
P. Giulio Pireddu, P. Giuseppe Cagnetta,
P. Giuseppe Dell’Orto, P. Enrico Sironi,
P. Giovanni Villa, P. Gio vanni Zoia, P. Gio -
vanni Scalese, P. Gian nicola Simone
DIREZIONE
Via Giacomo Medici, 15 - 00153 Roma
Tel. e Fax 06/581.23.39 - 588.28.63
e-mail: ecodeibarnabiti@gmail.com
REDAZIONE
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Tel. e Fax 06/68307070
AMMINISTRAZIONE
c.c.p. 29654001 intestato a: I Barnabiti,
Via Giacomo Medici, 15 - 00153 Roma
REGISTRAZIONE
Tribunale di Roma
n. 334 del 28 aprile 1950
STAMPA
Grafica Cristal S.r.l.
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DIFFUSIONE
Eco dei Barnabiti viene inviato agli
amici delle Missioni, delle Vocazioni
e delle Opere dei Barnabiti.
© È possibile riprodurre gli articoli della
rivista citando la fonte e mandandone
giustificativo in redazione
www.barnabiti.it
copertina: La strada della vita, foto di Marco
Lazzaroni
IV di copertina: «Nacimiento», autore Norberto
Oropesa, Los Andes, Chile 1995 - foto di Seba -
stián Candia
Chiuso in redazione il 00 dicembre 2012
Finito di stampare il 00 dicembre 2012
L’ANNO DELLA FEDE E LA “FIAMMA PAOLINA”
Che la “Fiamma Paolina” illumini, ravvivi e sempre accresca la fede
in tutti i Chierici barnabiti del mondo
Nel corso dei Primi Vespri della Solennità dei SS. Pietro
e Paolo, sabato 28 giugno 2008, il Santo Padre
Benedetto XVI, con il Patriarca di Costantinopoli
Bartolomeo I, ha aperto ufficialmente l’Anno Paolino
accendendo la “Fiamma Paolina”.
Prima fila, da sinistra: Jackson George Kattamkottil (1981) India, Subash Sebastian Kaduvakulangara (1974)
India, Bala Swami Appapogu (1985) India; seconda fila, da sinistra: Albino Vecina (1979, tremesante) Filippine,
Sinoj Thomas Ottaplackal (1985) India, Lenish Benny Mooleparambil (1990) India, Rick Shamavu Rwahunga (1961)
Congo, Isagani Gabisan (1980, tremesante) Filippine; terza fila, da sinistra: Alessandro Tirelli (1969) Italia, Savino
Angelo Vulso (1968) Italia, Giuseppe Di Nardo (1971) Italia.
Roma - Basilica di San Paolo fuori le Mura
Studentato Romano, 8 dicembre 2012: i nove Studenti di Teologia e i due Tremesandi
Annunciare Cristo morto e risorto
non è un optional
Annunciare Cristo morto e risorto
non è un optional
L’11 ottobre 1962 si apriva il Concilio Vaticano II. Con una sfida: portare il Vangelo nel mondo
contemporaneo in modo sempre più efficace. Nel cinquantesimo anniversario papa Benedetto XVI
ha indetto l’Anno della fede (11 ottobre 2012-24 novembre 2013). Con un obiettivo: ravvivare la fede
e il suo annuncio.
Non c’è dubbio che il concilio ha posto le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società
contemporanea. Pur essendo la stessa di ieri, la Chiesa vive e realizza in Cristo il suo “oggi”, che
ha preso il via soprattutto dal Vaticano II. Esso ha preparato la Chiesa al passaggio dal secondo al
terzo millennio dopo la nascita di Cristo.
Il Vaticano II ha stabilito un punto di riferimento nella vita della Chiesa odierna, aprendo ad essa,
sotto il soffio dello Spirito Santo, un nuovo cammino. Si è pronunziato su importanti argomenti ed
ha consegnato alla Chiesa ricchi documenti di dottrina e di azione: quattro costituzioni (una liturgica,
due dogmatiche, una pastorale), nove decreti e tre dichiarazioni.
Dopo cinquant’anni, il dialogo con il mondo, aperto dal Concilio ha bisogno di essere fortificato su
basi di autenticità testimoniale ed attualizzato. L’Anno della fede si muove in questo senso. Nuovi
linguaggi, nuove proposte, sono necessari per trasmettere sui nuovi scenari di un mondo in continua
evoluzione il messaggio sempre uguale di Cristo.
Dopo aver parlato, al n. 6 della sua Lettera apostolica Porta fidei, di un «cammino di penitenza e di
rinnovamento», aver evocato l’immagine conciliare della Chiesa come comunità «pellegrina tra le
persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio», aver parlato di «un cammino mai compiutamente
terminato in questa vita», il Papa dedica il n. 7 al tema della «nuova evangelizzazione». «Nuova»
non in relazio ne ai contenuti della fede, quanto piuttosto nelle motivazioni, nel fervore e negli obiettivi,
come sottolineava Giovanni Paolo II.
Inviati a proclamare il suo Vangelo in ogni tempo, il Papa ricorda che «È l’amore di Cristo che colma
i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo
per proclamare il suo Vangelo». L’Anno della fe de perciò conosce due porte: la porta della fede che
si apre sulla porta dell’evangeliz zazione. «Per questo anche oggi è neces sario un più convinto
impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e
ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede». La fede, infatti, non è un dono da conservare che ci
premunisce contro pericoli vari; essa è anzitutto un talento da trafficare, una moneta da spendere,
un bene da comunicare, anche a costo di qualche rischio. Il cristia no, ogni cristiano, non è un
sistemato ma un inviato. È il battesimo che ci abilita alla missione, che è da intendere come diritto e
come dovere. Annunciare Cristo non è un optional ma un compito irrinunciabile.
Il richiamo alle nostre responsabilità come credenti si unisce al ricordo della nostra dignità come
collaboratori di Cristo, amministratori di un capitale che pretende produrre ricchezza se impiegato
opportunamente. E sarà la ricchezza della nostra testimonianza di vita coerente con ciò che crediamo
e professiamo quello che, più di ogni parola per sublime che sia, sedurrà gli altri, convincendoli della
bellezza e bontà della nostra fede.
Eco dei Barnabiti 4/2012 2
BIBBIA
C
ome abbiamo visto, la nasci-
ta di Mosè è stata segnata
dalla fede dei suoi genitori
ed egli stesso, una volta divenuto
adulto, sceglie per fede di sacrificarsi
per i suoi fratelli, anche a prezzo
dell’incomprensione e dell’ingratitu-
dine (Eb 11,23-26). Ma quello che è
letto da Ebrei come l’apice dell’inte-
ro percorso di fede di Mosè è l’Esodo
dall’Egitto, la celebrazione della Pa-
squa e, soprattutto, il passaggio del
Mare. «Per fede, egli lasciò l’Egitto,
senza temere l’ira del re; infatti rima-
se saldo, come se vedesse l’invisibi-
le» (Eb 11,27). La fermezza e la sal-
dezza della fede di Mosè si esprimo-
no infatti al sommo grado proprio
nella prova del deserto.
Il racconto del passaggio del Mare
occupa l’intero capitolo quattordi-
cesimo del libro dell’Esodo, ma noi
ci soffermeremo in particolare sulla
lettura che dell’episodio ci viene of-
ferta dalla Lettera agli Ebrei e sul
suo nucleo centrale: «per fede, essi
passarono il Mar Rosso come fosse
terra asciutta. Quando gli Egiziani
tentarono di farlo, vi furono inghiot-
titi (Eb 11,29)».
Questo episodio, ben oltre il suo
valore storico, riveste un fortissimo
significato simbolico; guidati da Mo-
sè, che assume pienamente il suo
ruolo di guida profetica e di leader
del popolo, gli Israeliti si lasciano al-
le spalle un passato di oppressione e
schiavitù e si mettono in cammino
verso la libertà, ripetendo l’esperien-
za di fede che aveva portato Abramo
ad abbandonare tutto ciò che aveva
fidandosi unicamente della promes-
sa di Dio. Il cammino della libertà
non è percorribile senza fede in Co-
lui che ne è garante. Per fede, grazie
alla fede di Mosè passarono il Mar
Rosso …
la paura della libertà
Es 14
10
«Quando il faraone fu vici-
no, gli Israeliti alzarono gli occhi: ec-
co, gli Egiziani marciavano dietro di
loro! Allora gli Israeliti ebbero gran-
de paura e gridarono al Signore».
È notte. Il popolo d’Israele è in
cammino verso la terra di Canaan, la
terra della libertà. Ma improvvisa-
mente, quella che sembrava un’usci-
ta trionfale dalla condizione di op-
pressione e di schiavitù si muta in di-
sperazione: davanti il mare, dietro
l’esercito egiziano. Il deserto, attra-
verso il quale YHWH sta conducen-
do il popolo, sembra trasformarsi in
una tomba. Egiziani e mare significa-
no, tutti e due, morte. Di fronte agli
uni non c’è possibilità di resistere:
Israele non ha un esercito, non ha
una difesa, non è organizzato, non
ha una legge, non ha nulla. L’acqua,
d’altronde, oltre a rappresentare un
ostacolo reale, può sì – nel simboli-
smo di Israele – indicare vita, quan-
do è di sorgente ma anche la morte
quando è di mare.
Una suggestiva interpretazione
moderna sovrappone alla condizione
“storica” e topografica (Israele di
fronte al “Mare delle canne” – Yam
sûf) una più intimamente “teologica”
(Israele di fronte al “Mare del limite” –
Yam sôf).
Davanti al pericolo e alla prospet-
tiva di morire, Israele non può fuggi-
re e, paralizzato, grida al Signore; è
l’espressione dell’angoscia che cerca
in Dio l’ultima possibilità di salvez-
za, ma che insieme protesta l’incon-
PER FEDE PASSARONO
IL MAR ROSSO...
Guidati da Mosè, gli Israeliti si lasciano alle spalle un passato di oppressione e schiavitù e si
mettono in cammino verso la libertà, ripetendo l’esperienza di fede che aveva portato Abramo ad
abbandonare tutto ciò che aveva fidandosi unicamente della promessa di Dio. Il messaggio
biblico è chiaro: il cammino della libertà non è percorribile senza fede in Colui che ne è garante.
Con questo quarto intervento, il biblista p. Giuseppe Dell’Orto conclude la sua introduzione
biblica all’Anno della fede.
la fuga dall’Egitto e il passaggio del Mare - Rylands Haggadah ff. 18v-19r -
sec. XIV
04 Bibbia 2-6_eco4-2012 13/12/12 12:09 Pagina 2
ciliabilità tra ciò che sta avvenendo e
Dio stesso. Che «il grido» di Israele
non sia una «vera preghiera», è evi-
dente da quanto dicono a Mosè.
La paura verbalizzata (B. Costacur-
ta) è profondamente rivelativa della
mentalità del popolo:
«
11
E dissero a Mosè:
“È forse perché non c’erano sepolcri
in Egitto
che ci hai portati a morire nel deserto?
Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori
dall’Egitto?
12
Non ti dicevamo in Egitto:
“Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani,
perché è meglio per noi servire l’Egitto
che morire nel deserto”?”».
M. Buber ha giustamente osservato
che questi due versetti constano di
sette frasi, cinque delle quali termi-
nano con la parola Egitto/Egiziani e
due con la parola deserto. Questo fa
emergere l’antitesi Egitto/deserto co-
me una alternativa davanti alla quale
Israele sente di essere posto: «La vita
degli schiavi in Egitto sembra loro
migliore della morte nel deserto».
Il testo biblico è spietato e ci rivela
la radice della mentalità di Israele: è
un popolo schiavo che non vuole la
libertà. Gli schiavi preferiscono la
schiavitù perché hanno paura della
libertà. Finché non sparisce questa
paura lo schiavo rimarrà schiavo.
Se l’Egitto è il luogo del Faraone, il
deserto è il luogo di Dio e di Mosè, e
contro di loro si scaglia l’accusa del
popolo: «Che cosa ci hai fatto? …
Non ti dicevamo …”Lasciaci stare e
serviremo … perché è meglio per noi
servire … che morire nel deserto”?”».
E qui appare il paradosso, caratte-
ristico della condotta di Israele e tipi-
co in genere di ogni uomo: pur umi-
liato, oppresso, condannato a morte,
non si sconvolge, se ne fa una ragio-
ne, convive con il compromesso di
un’esistenza ferita e sofferente. E se
anche gli si apre la strada della li-
bertà, eccolo ritrarsi; è più forte il ti-
more di perdere la certezza di una
sicurezza minima in assenza di una
qualsiasi garanzia di quanto gli viene
promesso, nonostante sia molto. E
l’impulso è inevitabilmente quello di
ritrarsi, di tornare indietro. «L’uomo
si sente diviso tra l’ansia di libertà e
il desiderio di sicurezza, e in mezzo
al rischio àncora la sicurezza della
schiavitù, il riposo finale, in un se-
polcro» (Alonso Schökel).
Ma la liberazione può avvenire so-
lo quando l’uomo accetta di assume-
re il confronto con la minaccia mor-
tale, rappresentata dalle grandi ac-
que, dalla notte, dalla cavalleria che
insegue la massa degli inermi. Per la
liberazione è necessario che Israele
entri nella profondità dell’abisso;
non è sufficiente essere un semplice
spettatore dell’azione divina; deve
diventare protagonista. È il passaggio
chiave dell’atto di fede, l’alternativa
che Agostino magistralmente sinte-
tizza con le parole «L’amore di sé fi-
no alla dimenticanza di Dio o l’amo-
re di Dio fino alla dimenticanza di
sé»? (De Civitate Dei, 14,28).
non abbiate paura
«
13
Mosè rispose: “Non abbiate
paura! Siate forti e vedrete la salvez-
za del Signore, il quale oggi agirà per
voi; perché gli Egiziani che voi oggi
vedete, non li rivedrete mai più!
14
Il
Signore combatterà per voi, e voi sta-
rete tranquilli”».
Se il racconto sottolinea la paura
degli Israeliti e permette al lettore di
sperimentarla, Mosè va immedia -
tamente alla radice del problema
quando dice: «Non abbiate paura!».
È più di una formula: è il rimedio al
male che rende Israele schiavo. Mosè
invita il popolo a fare esperienza di-
retta della fedeltà di Dio e delle sue
promesse: «vedrete la salvezza del Si-
gnore … gli Egiziani che voi oggi ve-
dete, non li rivedrete mai più!».
Se gli Israeliti vedevano la loro sal-
vezza nel ritorno in Egitto, cioè nel
loro passato, Mosè la vede nel pre-
sente: due volte dice «oggi»: «Vedre-
te la salvezza del Signore, il quale
oggi agirà per voi; perché gli Egiziani
che voi oggi vedete, non li vedrete
mai più» (Es 14,13). La salvezza non
si trova nel passato, ma nel presente.
Se Israele era paralizzato, quasi
ipnotizzato dall’esercito del Faraone,
è perché aveva dimenticato la pre-
senza del Signore. Mosè invita quin-
di a guardare non più i carri, ma la
salvezza di Dio. Per Mosè, gli Egizia-
ni non esistono più: sono già spariti
per sempre.
Siamo di fronte a due sguardi, a
due atteggiamenti diametralmente op-
posti. La visione di Mosè salva gli
Israeliti perché vede più di loro; il
suo sguardo penetrante gli permette
di scrutare i segreti di Dio e della
storia. In maniera splendida, Ebrei ha
introdotto la memoria del passaggio
del Mare: «infatti rimase saldo, come
se vedesse l’invisibile» (Eb 11,27).
Di più: «Il Signore combatterà per
voi, e voi starete tranquilli”». Que-
st’ultima espressione (in ebraico è
usato il verbo charash) può anche si-
gnificare “tacere” e “non fare nulla”.
L’essenziale è di far tacere la paura
per lasciare agire Dio: sarà il Signore
che «oggi agirà per voi … combat-
Eco dei Barnabiti 4/2012 3
BIBBIA
la traversata del mar Rosso - sarcofago paleocristiano della chiesa di Saint-
Trophime di Arles
gli Israeliti si ribellano a Mosè - British
Library, ms Orientale 2737 f. 85v
04 Bibbia 2-6_eco4-2012 13/12/12 12:09 Pagina 3
terà per voi». Il silenzio sostituirà il
grido di paura, prima della «celebra-
zione» con il canto in Es 15.
Sembra quasi paradossale. Di fron-
te alla minaccia di un esercito che
incombe alle spalle e alla impossi-
bilità di fuga o di scampo rappre-
sentata dal “Mare di giunchi” che si
stende davanti a loro, gli Israeliti so-
no invitati non solo a non avere
paura, ma a non fare nulla. Ma non
fare nulla vuole dire, in realtà, fare
molto: affidarsi, abbandonarsi, sce-
gliere di continuare nella linea indi-
cata da Dio, lasciar fare a Dio. Per-
ché la capacità di salvezza di Dio
va ben oltre le strategie belliche de-
gli Egiziani!
«Gli Israeliti, seguendo Mosè, non
fanno niente se non decidere di la-
sciar fare a Dio: si lasciano portare
come «su ali di aquila» … facciamo
fiducia alla sua potenza infinita, alla
sua sapienza, alla sua capacità di
guidarci; ci lasciamo immergere in
lui, prendendo volentieri i suoi rischi
e le sue insicurezze, giorno per gior-
no. Accettiamo quel rischio che ci
espone all’eventualità di realizzarci
come uomini, affettivamente e cultu-
ralmente, oppure a quella di essere
schiacciati in situazioni piccole e
meschine… Comprendiamo allora
l’importanza della frase «il Signore
combatterà per voi e voi starete tran-
quilli»: la decisione fondamentale è
presa dal Signore; l’opera è sua»
(C.M. Martini).
conclusione
Colui che, neonato, era stato depo-
sto tra le canne e “salvato dalle ac-
que”, è divenuto colui che trae Israe-
le fuori dalle acque del “Mare delle
canne” e salva il suo popolo, in virtù
del suo atto di fede. Nel momento
dell’incomprensione Mosè si fida di
Dio e il popolo di Mosè. Israele na-
sce da questo atto di fiducia. Dall’at-
to di fede di Mosè nasce il popolo di
Israele: «Immerso nelle acque delle
origini, tuffato nella notte cosmica,
Israele, è separato mediante il fuoco
dal suo passato di schiavitù in Egitto
e condotto da questo medesimo fuo-
co verso la luce della sua vita nuova
e libera; questa via gli è offerta
perché ha vinto la paura rischiando
nello sconosciuto che sta al di là»
(A. Spreafico).
La speranza diventa esperienza di
salvezza: «Israele vide (come gli era
stato chiesto da Mosè) la mano po-
tente con la quale il Signore aveva
agito contro l’Egitto, e il popolo te-
mette il Signore e credette in lui e in
Mosè suo servo» (Es 14,31).
Un midrash ebraico di questo bra-
no (Midrash Hallel 95-96) racconta
che quando Mosè stese la mano sul-
le acque «il mare non ubbidì», e do-
vette mettere il piede nell’acqua, pri-
ma che si separasse. Perché le acque
si separino ci vuole la fiducia, è ne-
cessario il primo passo.
Il testo di Ebrei, viceversa, sorvola
sui molti particolari del racconto
esodico: non si parla né del gesto di
Mosè che stende la mano sul mare
né del forte vento, né del tentativo
di inseguimento da parte degli Egi-
ziani né della “ricomposizione” del-
le acque. L’interesse è incentrato sul
fatto che quel mare può essere attra-
versato ed è stato attraversato solo
in virtù della fede. Il cammino di
Abramo, di Mosè, del popolo di
Israele – come di ogni cristiano –
dalla schiavitù alla liberazione si at-
tua solo mediante un atto profondo
di fede.
L’atto di fede di Mosè e la conse-
guente marcia degli Israeliti sono il
passaggio dalla paura (all’inizio) al-
la fede (alla fine); e il passaggio nel
“Mare delle canne” è l’inizio di una
nuova vita, una rinascita battesima-
le, come dice san Paolo: «Non vo-
glio infatti che ignoriate, fratelli, che
i nostri padri furono tutti sotto la nu-
be, tutti attraversarono il mare, tutti
furono battezzati in rapporto a Mo-
sè nella nube e nel mare» (1Cor
10,1-2). «”Essere battezzati in Mo-
sè” significa per gli Israeliti prendere
su di sé il rischio di Mosè, accettare
l’insicurezza di Mosè. Allo stesso
modo, per noi “essere battezzati in
Gesù” significa prendere su di noi il
rischio di Gesù ... vuol dire decider-
si a vivere una vita pasquale, una
vita secondo lo Spirito: decidere di
lasciarsi salvare dallo Spirito di Ge-
sù» (C.M. Martini).
«Se il passaggio della vita è com-
piuto in obbedienza a Dio, alla sua
chiamata, alla sua promessa, il termi-
ne del cammino non è la morte ma
la vita; non la servitù, ma la libertà»
(L. Monari).
Giuseppe Dell’Orto
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BIBBIA
Esodo - affresco della sinagoga di Dura Europos - III sec. d.C.
Marc Chagall, Exodus
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Eco dei Barnabiti 4/2012 5
BIBBIA
IL NUOVO TESTAMENTO SERBATOIO DI MODELLI DI EVANGELIZZAZIONE
L’immagine dello scriba, che cerca di convertirsi al Regno dei Cieli, per poter estrarre dal suo tesoro cose
nuove e cose antiche (cfr. Mt 13,52), invita a considerare il tesoro che possediamo come costituito dalla Bibbia
(AT e NT), dalla storia delle Chiese e dalla storia delle singole comunità. Uno sguardo generale al NT consente
d’intravedere che vi sono vari modelli di evangelizzazione, tratteggiati anche con modalità specifiche nei singoli
Vangeli, negli Atti degli apostoli, nelle lettere sicuramente paoline, come in quelle deutero-paoline e negli altri
scritti del NT. La ricerca moderna sulla letteratura del NT permette di precisare che, in ordine cronologico, i
primi testi del NT sono costituiti dalle lettere sicuramente paoline: secondo una cronologia almeno relativa: 1
Tessalonicesi, 1 Corinti, Galati, Filippesi, 2Corinti, Romani, Colossesi e Filemone; verosimilmente queste lettere
furono scritte tra il 50-60 d.C. circa.
Per arrivare ai vangeli nella loro attuale fisionomia letteraria occorre attendere gli anni 70 d.C. con il Vangelo
di Marco, gli anni 80 d.C. con quelli Matteo e di Luca, insieme agli Atti degli apostoli formanti “l’opera lucana”.
Nella decade tra gli anni 80-90 d.C. si dovrebbe collocare la letteratura deutero-paolina, cioè scritti che si vogliono
rifare a Paolo, ma che furono redatti più tardi; Efesini, 2 Tessalonicesi e le lettere pastorali, cioè 1-2 Timoteo e
Tito, con addentellati a scritti sicuramente paolini, ma riadattati successivamente a un nuovo contesto pastorale;
lettera agli Ebrei.
Intorno agli anni 90 d.C. il Vangelo di Giovanni, dopo l’emanazione delle decisioni dell’accademia rabbinica
di Iamnia. All’ultima decade del I sec. d.C. dovrebbero appartenere le tre lettere di Giovanni e le altre “epistole
cattoliche”: le lettere (o “epistole”) di Giacomo, di 1 Pietro e di Giuda.
L’Apocalisse sembra riflettere la persecuzione di Domiziano del 96 d.C., mentre 2 Pietro dovrebbe appartenere
alla seconda decade del II sec. d.C.
Simile quadro cronologico sulla formazione del corpo letterario del Nuovo Testamento aiuta a comprendere
come l’elaborazione dei Vangeli e degli Atti costituisca un’evoluzione fondamentale dell’antica catechesi
cristiana su Gesù. Questi documenti conservano importanti riferimenti storici sulle vicende e sull’insegnamento
di Gesù, sulle vicende iniziali dell’epoca cristiana a partire da Giovanni “il battezzatore” e in relazione agli anni
30-60 circa le vicende di alcune comunità cristiane.
Nel caso dei Vangeli e degli Atti vi fu il tempo necessario di riformulare le più antiche tradizioni palestinesi
giudeo-cristiane sull’evangelizzazione, quelle paoline successive ancora molto legate al linguaggio giudaico e
nello stesso tempo in polemica con una parte degli interlocutori ebrei, virtuali o reali che fossero.
La rielaborazione avvenuta nei Vangeli aveva portato a riformulare il mistero di Cristo per le comunità
cristiane valorizzando al meglio una sorta di nuovo linguaggio cristiano “semplificato”, rispetto ad esempio a
quello paolino, o a quello più complesso della lettera agli Ebrei. Nei Vangeli il tracciato storico-teologico della
vicenda di Gesù consentiva una concentrazione piena sulla persona e sul mistero di Gesù Cristo [= cristologia] e
su tutti quegli altri risvolti, che si erano andati chiarendo nel corso di circa 30-40 anni di vita cristiana, dopo la
vicenda di Gesù.
Negli Atti, analogamente, il senso degli avvenimenti di circa 30 anni di vita delle comunità cristiane era stato
raccolto intorno ad alcune icone, con le quali era stato rielaborato il senso di una patrimonio variegato di
tradizioni giudeo-cristiane, etnico-cristiane, paoline e deutero-paoline. Non si era trattato di un appiattimento o
di una riduzione sospetta su un accomodamento facile, ma di aiutare a cogliere un filone conduttore in una
complessità di dati offerti dalle tradizioni cristiane, per altro ancora incompleti agli effetti della ricostruzione di
una storia delle comunità cristiane delle origini, tra il 30 e il 60 d.C.
Circa la possibilità di trarre elementi utili in ordine a una “nuova evangelizzazione” i libri del NT offrono
molte informazioni sulla prima evangelizzazione, come nei Vangeli, negli Atti degli apostoli e nelle allusioni
delle lettere sicuramente paoline. Si hanno notizie anche dettagliate del ritorno dell’evangelizzatore sui temi
della prima evangelizzazione in lettere scritte successivamente alle stesse comunità, come nelle lettere
sicuramente paoline: in questi casi si tratta di una “seconda evangelizzazione”, o anche di catechesi. Anche
nelle rielaborazioni evangeliche degli antichi episodi della predicazione e dell’evangelizzazione di Gesù si
può intravedere una sorta di rinnovamento dell’evangelizzazione nel redattore del testo biblico in relazione
alle comunità alle quali si rivolge. È quindi possibile ricavare significative indicazioni sul tema un po’
ovunque nel NT e con diverse modalità.
Una cosa è comune certamente in tutti questi itinerari: l’evangelizzazione non è mai una semplice iniziativa
umana; anche l’evangelizzazione sviluppata da Gesù passò per un punto di partenza indicato dal Padre. La
Chiesa oggi parte per una nuova evangelizzazione dal Concilio Ecumenico Vaticano II, evento oggi assai
controverso, almeno al di fuori del nostro piccolo mondo italiano; evento sconosciuto per molti giovani e anche
adulti, ma passaggio obbligato posto nella nostra storia dal Signore e dal suo Spirito.
Giovanni Rizzi
04 Bibbia 2-6_eco4-2012 13/12/12 12:09 Pagina 5
ORDINE – «Cosmòsin en pàsin»: mettano ordine in tut-
to, suona alla lettera l’invito che san Paolo rivolge agli
schiavi tramite il discepolo Tito (Lettera a Tito 2,10). Si
tratta di una raccomandazione che, quantunque espres-
sa con altri vocaboli, costituisce l’incipit sia delle Costi-
tuzioni barnabitiche del 1552: «Paulo apostolo admo-
nente, omnia honeste e et secudum ordinem fieri debe-
re…; Secondo l’ammonimento dell’apostolo Paolo, ogni
cosa deve compiersi in modo decoroso e ordinato», sia
quelle del 1579: «Ominia honeste et secundum ordi-
nem fieri debere praecipit sanctus Paulus» (Prima lettera
ai Corinzi 14,40). Ordine, dunque – ci si permetta il bi-
sticcio di parole – è parola d’ordine per un istituto non
a caso definito Ordine: l’Ordine dei Chierici regolari di
san Paolo.
Ma… andiamo per ordine!
Il termine, o meglio il concetto da cui siamo partiti e su
cui vogliamo soffermarci si trova ripreso in greco secon-
do cinque modalità: il sostantivo “cosmo”, il verbo “co-
sméo”, gli aggettivi “cosmico” e “còsmios” e l’avverbio
“cosmiòs”. In italiano abbiamo “cosmo”, “cosmico” e
“cosmetico”. Se i greci ignorano quest’ultimo (a dispetto
del grande culto che riservano alla bellezza), noi ignoria-
mo il loro “còsmio”, che potremmo azzardarci a usare
anche in italiano, come a esempio abbiamo “sobrio”.
Il termine “còsmio” racchiude in sé un grande signifi-
cato, perché sta a indicare come l’ordine che presiede il
creato – giustappunto detto “cosmo” – deve rispecchiarsi
nella vita degli umani, che dovrebbe risultare “còsmia”
(non diremo: cosmetica!). San Paolo impiega questo ter-
mine ben due volte scrivendo al discepolo Timoteo, là
dove invita le donne a indossare un abbigliamento “cò-
smio”, qualcosa di più che semplicemente decoroso;
nonché il vescovo che dovrà essere, oltre che sobrio e
saggio, “còsmio”, dignitoso (Lettera a Timoteo 2,9 e 3,2).
Già Platone raccomandava di essere “cosmii” verso gli
Dei, per non trovarsi umanamente dissociati… (Convi-
vio, 193a).
Resta dunque che, alla stessa stregua dell’universo che
dal caos originario è passato al cosmo, così la creatura
umana deve risultare in tutto “còsmia”, bene ordinata.
A questo punto ricorderemo con Cicerone che l’ordine
implica la «collocazione delle cose nei luoghi adatti e
convenienti», e con sant’Agostino che l’ordine consiste
nel «trovare alle cose più disparate la giusta e corretta
collocazione», dove in “cose” dobbiamo intendere ogni
realtà, fisica, psichica e spirituale che sia.
L’ordine è stato definito «la prima legge del Cielo». Dal
Cielo passa alla Terra, secondo quanto già affermava
Dante per bocca di Beatrice: «Le cose tutte quante / han-
no ordine fra loro, e questa è forma / che l’universo a Dio
fa simigliante» (Paradiso I,105).
L’ordine materiale deve a sua volta tradursi in ordine di
vita, così da venire a capo di tutto ciò che è disordine.
Gli antichi affermavano che «senz’ordine non vien cosa
in fructo», anche se si può sostenere che in non poche
circostanze «da un disordine nasce un ordine». Ciò ha
indotto Bergson, il grande filosofo dello “slancio vita-
le”, a definire il disordine «un ordine che non si riesce a
vedere».
Il termine ordine spazia entro un ampio quadro di rife-
rimenti e questo sta a indicare che molteplici sono gli
aspetti della vita. Si parla di ordine naturale delle cose, di
ordine costituito, di ordine pubblico, di ordine del gior-
no; e ancora: di mettere in ordine o in bell’ordine, di pa-
rola d’ordine o di una cosa di prim’ordine.
Lo stesso termine poi viene applicato alla vita civile (gli
ordini militari) e a quella ecclesiastica: ci si riferisce agli
ordini maggiori (diaconato, presbiterato, episcopato) e
anni addietro a quelli minori (esorcistato, ostiariato, letto-
rato e accolitato), divenuti ora “ministeri”. Questo è pure
il termine che designa le antiche famiglie religiose, quasi
il riflesso degli “ordine angelici”, ma anche gli ordini ca-
vallereschi, gli ordini equestri e così via.
È stato infine sottolineato che ordine implica disci-
plina, armonia, misura, proprietà, soprattutto bellezza.
Sotto questo profilo possiamo ripensare all’affermazio-
ne di san Bonaventura che definisce san Francesco
“homo hierarchicus”, un uomo gerarchico, nel senso
che ha messo ordine nella sua vita, appunto gerarchiz-
zando e armonizzando le dimensioni dell’essere uma-
no, che come si è detto è corpo, psiche e spirito. La
tradizione mistica ebraica conosce in merito un eserci-
zio spirituale. Si tratta della meditazione della candela,
che richiama la struttura umana così come ci viene de-
scritta nel libro della Genesi (2,7) in un versetto in cui
ricorrono i termini che ora passeremo in rassegna. Il
cero propriamente detto richiama il corpo (adamà).
Dallo stoppino che esso racchiude si sprigiona la luce
alimentata dal cero, luce umbratile che sta a indicare
la sfera psichica ancorata alla materialità ma protesa
verso la spiritualità: si tratta del mondo dei sensi ester-
ni e interni (nephesh). Questa luce acquista in inten-
sità, prendendo forma di fiammella, a indicare la sfera
propriamente umana caratterizzata da intelligenza e li-
bera volontà (ruah). I suddetti livelli sono armonica-
mente subordinati l’uno all’altro e il successivo è ali-
mentato dal precedente. Infine dal cero si irradia una
luce impalpabile, di cui però si coglie all’intorno il ri-
flesso: è la luce dello Spirito santo, della divina nesha-
mah. Abbiamo in tal modo raggiunto il “principio ordi-
natore” del cosmo e dell’umanità che lo abita: lo Spiri-
to originario che rese “còsmio” il caos aleggiando sulle
acque primordiali (Genesi 1,2), e lo Spirito pentecosta-
le che ripristina i lineamenti divini nel volto delle crea-
ture fatte «a immagine e somiglianza» (Genesi 1,27)
del loro Creatore. L’immagine del cero lungamente
“contemplata” risveglia e in qualche modo ripristina
nelle profondità dell’animo umano la struttura del no-
stro essere e ci abilita costituire quella “luce del mon-
do” che è la nostra più profonda natura: «Voi siete la
luce del mondo!» (Matteo 5,14).
Antonio Gentili
Vocabolario ecclesiale
6 Eco dei Barnabiti 4/2012
VOCABOLARIO ECCLESIALE
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Eco dei Barnabiti 4/2012 7
ECUMENISMO
«C
on che cosa mi presen-
terò al Signore, mi pro-
strerò al Dio altissi-
mo?... Uomo, ti è stato insegnato ciò
che è buono e ciò che richiede il Si-
gnore da te: praticare la giustizia,
amare la bontà, camminare umil-
mente con il tuo Dio». Il tema bibli-
co attorno al quale il materiale del-
l’annuale Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani (18-25 gennaio
2013) è stato elaborato, è ricavato
dal libro del profeta Michea (6,6-8). I
testi destinati alla riflessione e alla
preghiera quotidiana, sono stati pre-
parati – come avviene dal 1968 – da
un comitato internazionale costituito
dai rappresentanti del Pontificio Con-
siglio per la promozione dell’unità
dei cristiani e dalla Commissione di
Fede e Costituzione del Consiglio
ecumenico delle Chiese, a partire dal
progetto presentato da un gruppo
ecumenico indiano, soprattutto dal
Movimento degli studenti cristiani
dell’India che ha raggiunto esemplar-
mente i suoi cento anni di vita.
I giovani cristiani indiani ci aiuta-
no a leggere e meditare il testo di
Michea nel contesto della loro storia
e della società nella quale vivono tra
non poche difficoltà, avendo negli
occhi in modo particolare l’oppres-
sione e l’ingiustizia di cui è vittima
soprattutto la comunità dei Dalits o
Paria e la loro dura vita concreta, ar-
rivando a proporre anche per le no-
stre celebrazioni, alcuni tipici ele-
menti dalits, come i caratteristici
tamburi e il bhajan, che corrisponde
a un modo locale di cantare le paro-
le che esprimono la fede in Dio, al fi-
ne di ricordarci di loro cogliendone e
applicandone le esigenze ecumeni-
che. L’insistenza di Michea sull’aspet-
to etico della vita del credente e per-
tanto anche della fede dei cristiani, ci
stimola a riflettere sul nostro modo di
reagire quando siamo messi di fronte
a dolorose situazioni concrete a pro-
posito dell’esclusione di certe frange
della società, nella nostra realtà.
il richiamo dei profeti
Michea è uno dei dodici profeti mi-
nori dell’Antico Testamento, un giu-
deo di origine contadina, come Amos,
che ha profetizzato sotto i regni di
Acaz ed Ezechia. Cosciente della sua
vocazione e del suo compito, annun-
cia con franchezza la parola di Dio
che segnala e condanna le colpe reli-
giose e morali del suo popolo. Michea
fustiga i ricchi accaparratori, i creditori
spietati, i commercianti fraudolenti, le
famiglie divise, i sacerdoti e i profeti
cupidi, i capi tirannici e i giudici vena-
li… facendo notare senza mezzi termi-
ni che questo comportamento è con-
trario alla volontà del Signore! Cosa
chiede il Signore? L’abbiamo inteso
bene nei citati versetti di Michea, ma
si rileggano in proposito anche i mirati
e severi richiami di Isaia 1, 11-17;
29,13-14. Il profeta ricorda che più
che culti, riti, feste, tradizioni e pieti-
smi, che non sono altro che «impara-
ticci di precetti e usi umani», al Signo-
re innanzitutto piace che si ascolti la
sua parola e la si metta in pratica, per
non rischiare di avvicinarsi a lui solo a
parole, rimanendo lontani col cuore:
«smettete di presentare offerte inutili,
l’incenso per me è un abominio, i no-
viluni, i sabati e le assemblee sacre:
non posso sopportare delitto e solen-
nità… Imparate a fare il bene, cercate
la giustizia, soccorrete l’oppresso…». È
esattamente a questa concretezza che
richiama con esigenza anche Michea
invitando a «camminare umilmente
con Dio». Si tratta di una meravigliosa
formula religiosa che riassume le ri-
vendicazioni spirituali di tutti i profeti.
Sì, il castigo è deciso, il Signore verrà a
giudicare e a punire il suo popolo se
non muta lo stile di vita. L’amarezza
con la quale il profeta ne piange la
sorte impregna tutto il suo libro ed è
espressa in particolare nella collera
che colpisce i responsabili definiti tra-
ditori del popolo. Critica severamente
coloro che detengono l’autorità sia po-
SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI
18-25 GENNAIO 2013
Cosa ci chiede il Signore?
La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si propone per quest’anno 2013, è ritmata
dalla indicazione di otto diversi modi, ma tutti fondamentali, di camminare alla luce della Parola
di Dio che richiama alla preghiera e all’impegno serio nella vita quotidiana, ricordando ai
cristiani il dovere di procedere con coraggio sulla via della giustizia e della concordia.
Cristo con i discepoli di Emmaus -
Duccio di Boninsegna (part.)
05 Ecumenismo 7-10_eco4-2012 13/12/12 12:10 Pagina 7
litica che religiosa, perché abusano del
loro potere e sfruttano i poveri. Ma Mi-
chea rivolgendo lo sguardo al Signore
apre alla speranza, indica una via lu-
minosa da percorrere tra tanta tenebra
e riprendendo il tema del resto di Gia-
cobbe che «nulla attende dai figli del-
l’uomo», annuncia la liberazione dal-
l’oppressione con la nascita di una at-
tesa guida di pace che pascerà il
gregge di Dio con amore.
i Dalits cristiani e musulmani
È ciò che in un certo senso anche i
Dalits, cioè i «calpestati» cristiani e
musulmani, discriminati sulla base
della loro fede e considerati come ri-
fiuti sociali, attendono fiduciosi da
molto tempo. In un paese come l’In-
dia è semplicemente scandaloso che i
fuori casta, cioè di religione diversa
da quella indù e buddista, vengano
privati dei diritti a causa della religio-
ne, senza potere usufruire di alcun
privilegio concesso agli altri. Essere
cristiani in India è molto difficile. Rap-
presentano soltanto il 3,5% della po-
polazione… come il resto di Giacob-
be… piccolo gregge. Ma nonostante la
situazione sia tanto difficile, essi con
l’esempio della loro umile vita sono
come il granellino si senape e il lievi-
to che fa fermentare la pasta (Mt 13,
31-33; Gal 5,9), cioè interrogano la
società e stimolano i governanti alla
riflessione e a prendere delle decisio-
ni, a risolvere il grave problema nel ri-
spetto della dignità e della fede di
ogni persona, di ogni legittima diver-
sità, al fine di arrivare a dialogare e a
vivere serenamente insieme. I cristiani
sono profondamente convinti della
reale possibilità di tale convivenza
pacifica anche con le altre religioni.
Esclusi, emarginati, sfruttati, sottovalu-
tati, i cristiani in India attendono an-
che la solidarietà dei fratelli cristiani
di tutto il mondo. Non possiamo di-
menticarli. La situazione disumana
degli emarginati Dalits era presente di
continuo negli occhi del cuore di
Gandhi che non temeva di parlarne
apertamente in loro difesa. Madre Te-
resa di Calcutta, icona del poveri, ha
sempre lottato a favore dei Dalits cri-
stiani e musulmani, affermando che la
loro discriminazione a motivo della
loro fede è la peggiore discriminazio-
ne contro i poveri. Madre Teresa li
amava molto e tuttora, ne siamo certi,
continua a dedicarsi alla loro causa
intercedendo presso il Signore dei po-
veri, perché tocchi la mente e il cuore
dei responsabili del governo, nell’atte-
sa che diano finalmente ascolto alla
voce degli ultimi.
compassione e solidarietà
Le considerazioni proposte dai gio-
vani cristiani indiani appartenenti alle
diverse Chiese e Comunità ecclesiali
che vivono in quel contesto impres-
sionante non possono lasciarci indif-
ferenti né disinteressati, ma ecumeni-
camente sollecitano anche i cristiani
del mondo alla lettura attenta delle
varie situazioni di disagio che dapper-
tutto si manifestano, a cominciare dal
proprio ambito socioculturale, per af-
frontarne le problematiche e proporre
con realismo delle soluzioni, confi-
dando nella collaborazione di tutti. Il
processo di adattamento alle circo-
stanze locali è certamente un’occasio-
ne preziosa per approfondire la colla-
borazione e il dialogo tra i cristiani
delle diverse confessioni, un segno di
solidarietà e di unanime anelito al -
l’unità, testimoniando insieme l’amo-
re dell’unico Signore e procedendo
passo dopo passo verso la meta da lui
indicata, lasciando che sia il cuore a
parlare e frema in ciascuno il senso di
comunione. Commentando la para-
bola del buon Samaritano il card.
Martini, evidenziandone la forza della
compassione e solidarietà ha afferma-
to che essa «fa appello alle forze più
profonde, più native, che sono dentro
di noi, che superano tutti i confini sto-
rici, culturali, razziali, religiosi, per
toccare le persone nel loro fondo», al-
dilà di ogni distanza e oltre la visione
(Cfr. Farsi prossimo, Centro Ambrosia-
no, Milano 1985).
Nel sussidio preparato dai giovani
indiani vi sono notevoli spunti che
aiutano a comprendere il significato e
l’urgenza della pratica della giustizia
sulla quale da cristiani siamo chiama-
ti a riflettere in fraternità e sulla ricer-
ca umile della bontà della vita secon-
do il Vangelo dell’unico Signore. Co-
me si può vedere, non si tratta di un
tema limitato solo all’India, perché in
ogni tipo di società, anche nella no-
stra, vi sono, in diverso modo, emar-
ginati sociali, trascurati dal punto di
vista politico ed economico, sfruttati
da qualche ‘potente’, dominati pure
dal punto di vista culturale. Ecco pro-
spettato il cammino da seguire, quel-
lo della giustizia, della misericor-
dia e dell’umiltà, cioè, per dirla con
un’espressione onnicomprensiva, del-
la solidarietà non a proprio vantaggio,
ma a vantaggio di chi è nell’indigenza
e vive in una situazione disumana.
Gesù nel Vangelo invita tutti i suoi di-
scepoli a prendersi cura dell’altro, a
portarne responsabilmente il peso.
camminare umilmente con Dio
L’espressione di Michea è un pro-
gramma che impegna tutta la vita di
ogni credente. È la proposta del cam-
mino per gli otto giorni dell’annuale
Settimana ecumenica, ma che, giunto
al suo termine, giorno dopo giorno, è
destinato a protrarsi lungo l’anno, per
Eco dei Barnabiti 4/2012 8
ECUMENISMO
Dalits in una delle loro classiche danze
Paria o Dalit (oppressi) sono definiti
i fuori casta nel sistema sociale e
religioso induista
05 Ecumenismo 7-10_eco4-2012 13/12/12 12:10 Pagina 8
continuare a scuotere e interrogare
tutti i cristiani, in particolare noi cat-
tolici che lo vivremo come Anno del-
la fede, certamente chiamati a rileg-
gere e approfondire i contenuti della
fede, a verificarla, a confermarla e a
esprimerla non solo con la bocca, tra
cerimonie e canti, ma anche e soprat-
tutto con le opere, perché sia viva e
vissuta, sempre memori dei forti ri-
chiami dell’apostolo Giacomo: «Dio
non ha forse scelto i poveri agli occhi
del mondo, che sono ricchi nella fe-
de ed eredi del Regno, promesso a
quelli che lo amano? Voi invece ave-
te disonorato il povero!... La fede
senza le opere è morta» (Gc 2, 1-26).
otto giorni in cammino
al ritmo dei tamburi…
I giovani cristiani dell’India hanno
pensato di proporre un singolare
cammino ecumenico metaforica-
mente ritmato dal rullo dei caratteri-
stici tamburi dalits. Quel ripetuto
battito o rullìo ha un significato
profondo, quello di ricordare alle co-
munità Dalits la viva presenza di Dio
che continua a donare loro la forza
di affrontare e sopportare ogni soffe-
renza per renderli capaci di scongiu-
rare il male e di contribuire al bene
di tutti. Si tratta di un ripetuto richia-
mo a rimanere uniti nella prova e
perseveranti nella lotta che libera
da ogni discriminazione o ingiusta
esclusione. È quanto intende pro-
muovere e difendere anche il movi-
mento ecumenico che stimola tutti i
cristiani ad una mobilitazione co-
stante a favore di una vita umana di-
gnitosa, serena, solidale e universale
nell’amore fraterno e nella verità che
pertanto non può che coinvolgere e
responsabilizzare i figli delle Chiese
e delle Comunità ecclesiali impegna-
ti nella ricerca assidua del ristabili-
mento dell’unità cristiana. È il rullo
del tamburo ecumenico che ricorda
senza sosta a ogni cristiano l’obietti-
vo della piena comunione, quella
che Cristo vuole per i suoi discepoli,
richiamando anche al dovere inelu-
dibile del servizio a favore dei poveri
della terra, prediletti da Dio, in loro
difesa contro ogni oppressione e
sfruttamento. In Cristo, fratello uni-
versale, tutti gli uomini sono vera-
mente fratelli. È lui che invita ad ac-
cogliere l’altro senza alcuna riserva,
a maggior ragione se in necessità,
anche se appartiene ad una cultura,
Chiesa, religione, nazione differente
ed è così che allora, come ha affer-
mato Benedetto XVI in Libano, «la
fraternità è un anticipo del Cielo!».
La Settimana è ritmata dalla indi-
cazione di otto diversi modi, ma tutti
fondamentali, di camminare alla lu-
ce della Parola di Dio che richiama
alla preghiera e all’impegno serio
nella vita quotidiana, ricordando ai
cristiani il dovere di procedere con
coraggio sulla via della giustizia e
della concordia.
come camminare?
Camminare conversando. La paro-
la e l’ascolto sono essenziali per
un’autentica vita di fraternità. Il dia-
logo della carità e della verità, aiuta
a superare le difficoltà che ostacola-
no la comunione. Conversando fra-
ternamente con gli altri e tra noi,
possiamo riconoscere meglio la pre-
senza di Cristo che ci raggiunge dap-
pertutto, su ogni strada (Lc 24,13-
25). Nel fiducioso pellegrinaggio ver-
so l’unità, occorre continuare a par-
lare tra noi e con lui: ci comunica il
fuoco del suo amore che purifica, il-
lumina e riconcilia.
Camminare col corpo sofferente di
Cristo. Riconoscendo il vincolo soli-
dale che unisce Gesù Crocifisso e i
popoli feriti della terra, come suoi di-
scepoli noi cerchiamo di condivider-
lo più profondamente. Questo aiuta
a comprendere in particolare la rela-
zione che esiste tra l’Eucaristia e la
giustizia e invita i cristiani a scoprire
le modalità concrete di una autentica
vita eucaristica nel mondo, nel segno
dell’unità (Lc 24, 14-23).
Camminare verso la libertà. Siamo
invitati a celebrare gli sforzi di ogni
comunità oppressa nel mondo che
protesta contro tutto ciò che opprime
gli esseri umani. Anche noi cristiani
impegnati nel ristabilimento della
piena unità visibile, comprendiamo
che l’eliminazione di tutto ciò che
separa gli esseri umani tra loro è fon-
damentale per giungere alla pienez-
za della vita, alla libertà nello Spirito
di Dio (Gv 4,4-26).
Camminare come figli della terra.
La presa di coscienza del nostro po-
sto nella creazione di Dio ci avvicina
tra noi perché ci fa percepire che noi
dipendiamo non solo gli uni dagli al-
tri, ma anche dalla madre terra. Te-
nendo conto dell’urgenza di avere
cura del creato, di arrivare ad una
vera e giusta condivisione dei beni
della terra, i cristiani sono chiamati a
comportarsi da autentici testimoni,
attivi e coerenti (Gv 9,1-11).
Camminare come amici di Gesù.
Le immagini bibliche dell’amicizia e
dell’amore umano sono modelli del-
l’amore di Dio per ogni essere uma-
no. Se noi ci consideriamo amici di
Dio, ciò comporta delle conseguen-
ze per le relazioni con tutti i fratelli.
Nella comunità di Gesù non si cam-
mina soli. Nella Chiesa non possono
esistere barriere di esclusione, per-
ché è una comunità nella quale tutti
sono ugualmente gli amici di Gesù
(Gv 15,12-17).
Camminare oltre le barriere. Fare
la strada con Dio significa superare
le difficoltà che come muri dividono
i suoi figli e fanno loro del male. I di-
Eco dei Barnabiti 4/2012 9
ECUMENISMO
altro classico tamburo dei Dalits
rullio di tamburi e canto accompagano
le cerimonie dalits
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versi modi di superare le
barriere umane e confes-
sionali culminano nell’in-
segnamento motivato di
Paolo: «Quanti siete stati
battezzati in Cristo vi siete
rivestiti di Cristo. Non c’è
Giudeo né Greco; non c’è
né schiavo né libero; non
c’è né maschio e femmi-
na, perché tutti voi siete
uno in Cristo Gesù» (Gal
3,27-28). Gesù è l’unità
(Mt 15,21-28).
Camminare nella solida-
rietà. Camminare umil-
mente con Dio è cammi-
nare in modo solidale con
tutti coloro che lottano
per la giustizia e la pace. È un cam-
mino che ha delle conseguenze non
solo sui singoli credenti, ma anche
su ogni comunità cristiana. La Chiesa
è chiamata e resa capace di condivi-
dere la sofferenza di tutti, di prende-
re la difesa e la cura dei poveri, dei
bisognosi e degli emarginati (Lc
10,25-37). Tutto ciò è implicito nella
preghiera per l’unità cristiana.
Camminare celebrando. Il senso
vero del nostro celebrare è radicato
nella speranza in Dio e nella sua giu-
stizia, per tutti i popoli e per la sua
Chiesa. La celebrazione della Setti-
mana di preghiera per l’unità dei cri-
stiani, radicata nella preghiera di Ge-
sù (Gv 17), manifesta la nostra spe-
ranza nell’unità ecumenica che non
è uniformità, assorbimento, livella-
mento, ma è arricchita dalle legitti-
me diversità e si realizzerà quando
Dio vorrà e con i mezzi che lui
vorrà. Il Magnificat di Maria è il can-
to che allieta il cammino e ravviva la
nostra speranza (Lc 1, 46-55).
cosa chiede il Signore ai cristiani?
Intonarsi alla nota della sua unità
Cosa chiede il Signore a tutti i fe-
deli e ai pastori delle Chiese e Co-
munità cristiane ancora segnate dalla
contraddizione e dallo scandalo del-
la divisione che «danneggia la santis-
sima causa della predicazione del
Vangelo a ogni creatura» (UR 1)?
Certamente chiede di perseverare
nell’impegno ecumenico nato per
impulso dello Spirito che promuove
il ristabilimento dell’unità voluta da
Cristo che ha fondato la Chiesa una
e unica. A cinquant’anni dal Conci-
lio Vaticano II si fa ancora fatica a
partecipare «con slancio e con
gioia» (UR 4) all’opera ecumenica.
Nonostante i decreti, i vari docu-
menti, i risultati dei dialoghi teologi-
ci, le convergenze, le proposte… la
loro recezione realistica e paziente
nella realtà della normale vita della
Chiesa tarda a realizzarsi. I docu-
menti cioè rimangono solo stampati,
muti come gli spartiti musicali che
non vengono eseguiti, muti come i
libri che recano solo dei segni che
non producono concetti, se gli occhi
non li leggono. Eppure la causa è al-
ta, la nota dell’unità è fondamentale
per la vita della Chiesa, come è fon-
damentale la nota LA per l’intonazio-
ne dei diversi strumenti di un’orche-
stra che, anche se singolarmente pre-
ziosi, rischiano di essere inutili e
generatori non di armonia, ma di
stridente cacofonìa se non sono into-
nati bene.
Auguriamoci che la celebrazione
dell’Anno della Fede scuota la co-
scienza di tutti e aiuti a riscoprire il
valore appassionante ed esigente del-
l’espressione del Simbolo niceno-co-
stantinopolitano: Credo la Chiesa una,
santa, cattolica, apostolica… e a per-
cepire «l’impulso della grazia dello
Spirito Santo» (UR 1e 4) che attende
da tutti i figli che amano sinceramente
la Chiesa, «ognuno secondo la pro-
pria capacità» (UR 5), un rinnovato
impegno ecumenico, in particolare
nella preghiera, nell’offerta della soffe-
renza, nella diaconìa, ardente di nuo-
vo entusiasmo, al fine di ricucire l’uni-
ca tunica che oggi è anco-
ra lacerata. Cosa chiede
oggi il Signore a ogni cri-
stiano? Chiede di cammi-
nare umilmente con lui, di
imparare da lui ad essere
mite e umile di cuore (cfr.
Mt 11,29), accogliendo il
suo invito a intonarsi alla
nota del suo amore vero e
fedele, a sapere dialogare,
parlare, ascoltare, a canta-
re la fede con i fratelli, in
polifonia, con la vita e le
opere, a servizio dell’uma-
nità, abbattendo i muri del-
l’egoismo separatore. Chie-
de di intonarsi con fede al-
la nota della sua unità! «La
fede è il centro e il frutto
del vero ecumenismo» (Benedetto
XVI, Esort. Ap. 14.09.2012: Ecclesia in
Medio Oriente, 11).
intercessione ecumenica
Riassumendo, voglio concludere
con una preghiera di intercessione,
fiduciosa e impegnativa.
Signore Gesù Cristo, mentre procla-
miamo la gioia di appartenerti e rico-
nosciamo al contempo le nostre infe-
deltà e incoerenze, ti ringraziamo per-
ché tu, nonostante tutto, continui a
volerci bene e ci chiami a praticare la
giustizia, ad amare la bontà e a cam-
minare umilmente con te, in un dialo-
go sincero con te e con i fratelli. Apri i
nostri cuori perché possiamo condivi-
dere sempre più intimamente la tua
preghiera al Padre per l’unità dei tuoi
discepoli, perché il mondo possa cre-
dere in te. È camminando con te e
sempre più uniti a te che noi possia-
mo avvicinarci maggiormente gli uni
agli altri e riconoscerci tutti fratelli.
Donaci il coraggio di cercare e testi-
moniare insieme la verità nella carità.
Invia il tuo Spirito perché ci doni la
forza di contestare nelle nostre so-
cietà, nei nostri paesi e nel mondo in-
tero, le situazioni nelle quali la dignità
e la compassione sono assenti. Tu che
sei la via, la verità e la vita, continua a
raggiungerci e a camminare con noi
per condurci alla tua giustizia con
l’energia della tua grazia. Non guar-
dare ai nostri peccati, ma alla fede
della tua Chiesa e donale unità e pace
secondo la tua volontà. Amen.
Enrico Sironi
Eco dei Barnabiti 4/2012 10
ECUMENISMO
sguardi profondi che svelano l’anima bella degli
oppressi Dalits
05 Ecumenismo 7-10_eco4-2012 13/12/12 12:10 Pagina 10
Eco dei Barnabiti 4/2012 11
SPIRITUALITÀ BARNABITICA
P
roponendoci una ricerca
sulle origini del mon do e
della vita, vo gliamo ve-
dere il più chiaro che sia possibile,
in questo che è certo il nocciolo, il
fondamento di ogni re ligiosità: Dio.
Tanto più che ora non ci troviamo
più solo con una generazione di
uomini che negano la divinità del
Cristianesimo, ma anche e forse più
con uomini che negano l’esistenza
della Divinità: non solo con dei ra-
zionalisti, ma anche con degli atei.
Al concetto teistico del mondo e
della vita che noi cristiani avevamo
comune anche con molti filo sofi in-
creduli, i filosofi nuovi sostituisco-
no un con cetto, come essi lo chia-
mano, “scientifico”. Il mon do, noi
compresi, non ha più per costoro la
sua ragione d’essere in una forza
intelligente e buona da esso distin-
ta, bensì tutta e solo in se medesi-
mo. Non è una pianta che attinge
in un terreno altro da lei i succhi
della sua vita, ma uno strano orga -
nismo che si rigenera perpetuamen-
te con i suoi stessi pro dotti. E non
tende ad alcuna meta, per quanto
– in chi lo vede camminare – può
nascere l’illusione di crederlo avvia-
to a qualcuna. È un gran circolo com-
pletamente, ermeticamente chiuso:
non solo perché non ha un’origine
da alcuna parte all’esterno, ma per-
ché non ha neanche uno scopo fuo-
ri di sé. Parlare di spirito accanto
alla materia, par lare di iniziative
nuove e libere accanto al deter -
minismo delle forze cosmiche, di
cause finali accan to agli impulsi
puramente meccanici è – sempre
per questi filosofi – o un abbando-
narsi alle metafore, o un cadere
nell’ingenuità. Il loro è un concetto
meccanico, monista, determinista
del mondo.
Dio non c’è?
Per alcuni, i più audaci, questo con-
cetto è as soluto, definitivo; è una con-
quista della scienza in quel modo che
fu conquista della scienza il concetto
copernicano del cosmos; e come non
si è più tornati e più non si tornerà al
vecchio concetto tolemaico, così non
si tornerà più al vecchio concetto tei-
sta del mondo. Solo alcuni spiriti igno-
ranti o reazionari vi si possono tratte-
nere, vi si possono perfino ostinare;
ma l’ignoranza non è una ragione e la
reazione è una passione. Queste pare-
vano le conclusioni sicure di un mate-
rialismo di moda anni fa; e, pur essen-
do oggi superate, la così detta scienza
popolare le propone ancora come no-
vità freschissime e vi è chi avidamente
le assimila. Gli scienziati veri e nobili
sono in genere più cauti. Per loro la
spiegazione materialista del mondo è
una spie gazione provvisoria. Dietro,
sopra, fuori di questa materia che ob-
bedisce a leggi meccaniche ci sarà
una forza intelligente e buona? Invisi-
bile, ma rea le? Ci sarà? «Ignoriamo»,
rispondono con una mode stia spesso
forse sincera e, anche quando non è
sincera, attraente; con una modestia
che può far parere superbo non solo il
no nudo e crudo dei materialisti dog-
matici, ma anche il sì preciso, risoluto,
degli spiritualisti convinti.
Con ciò noi abbiamo dinanzi la fi-
gura precisa del negatore contempora-
neo della Divinità, degli atei dei nostri
giorni. Perché è vero che la negazione
di Dio è antica da quanto ne è antica
la affermazione; è vero che risuona
nei secoli la triste pa rola: «Non est
Deus»; ma l’accento con cui quella
parola si ripete è sempre diverso. Oggi
il negatolo più fine e sottile è scettico
– questa è la sua di sposizione soggetti-
va – è materialista – questo è il suo
contenuto intellettuale – è scientifico –
questo è nel suo metodo... o in altri
termini si è forgiato, in nome della
scienza, un sistema materialista senza
aver il coraggio di aderirvi come a co-
sa certa, ma neanche il coraggio di
trascenderla come cosa monca e man-
cante. Ma dopo aver studiato gli atteg-
giamenti e le posizioni dell’errore, è
tempo di studiare le ragioni della ve-
rità. Dopo aver visto perché oggi si ne-
ga Dio, è da vedere per quali ragioni
noi abbiamo il diritto di affermarlo.
Giacché se i negatori sono così labo-
riosi e seri, come mai dovrebbero es-
serlo meno i difensori di Dio? Si tratta
in sostanza di un problema che sta in
fondo, nascostamente se si vuole, ma
realmente, a tutti gli altri. Me ne sono
convinto, ad esempio, quando a Mila-
no, guar dando da vicino tutto il movi-
mento sociale, che là accade e che dà
ragioni così varie di spe ranze e di ti-
mori, ma non può lasciare e non la -
scia indifferente nessuno. Ebbene que-
gli operai si appassionano, come altri
non crederebbe, per il problema reli-
gioso. Le più frequentate lezioni del-
l’Università popolare sono state quelle
dove un me dico ha saputo abilmente
tirare in mezzo Dio, per negarlo, pur-
LA RICERCA DI DIO
Papa Benedetto XVI ha aperto l’anno santo della fede e siamo chiamati ad accogliere il suo invito
a rimettere a fuoco e a riflettere sui punti fondamentali del nostro credere. Non solo in chi, ma
anche il perché crediamo. In un mondo che rischia di inabissarsi nell’indifferentismo, siamo
chiamati a ritornare alle nostre radici più genuine e quindi a “riconoscere” il datore della vita e in
particolare della nostra vita: Dio, Creatore e Signore, ma anche Padre nostro. Il barnabita padre
Giovanni Semeria ci può essere di aiuto in questa ricerca con riflessioni che si rivelano quanto
mai attuali anche nel rapporto fra scienza e fede.
Anno della Fede: occasione per
riscoprire il senso della nostra fede
06 Spir barna 11-13_eco4-2012 13/12/12 12:11 Pagina 11
troppo, in nome della scienza, o me-
glio di un materialismo scientifico di
nome, metafisico di fatto... per negar-
lo; ma anche la negazione ac canita è
un omaggio reso alla grandezza di ciò
che s’impugna e combatte. E poche
sere fa, mi nar rava un drammaturgo
insigne che fu spettatore della scena,
un centinaio di quegli stessi operai,
dopo avere altamente discusso sul -
l’esistenza di Dio, de cisero di mettere
ai voti il quesito. Nuovo e stra no mo-
do di risolverlo, ma sintomo del non
manche vole interesse che ai problemi
religiosi si annette, anche quando altri
interessi di ordine inferiore par rebbero
assorbire tutta l’umana attività. Sareb-
bero mai anche qui le classi colte del-
la nostra società condannate a riceve-
re dalle più umili delle salu tari lezioni?
Sarebbero quelle meno alacri di que-
ste nella ricerca di Dio?
una ricerca istintiva di Dio
Ma sulla natura specialissima di
questa ricer ca è bene intenderci subi-
to. Perché una cosa si può cercare in
due modi. L’astronomo in una bella
sera estiva orienta il suo potente can-
nocchiale in qualche plaga apparente-
mente deserta del cielo per cercarvi
una qualche stella... ma la sua è ricer-
ca di una cosa che non sa se esista. In-
vece il Duca de gli Abruzzi era certo
della esistenza di quell’ultimo lembo
di terra, a cui indirizzava impavido
prima la sua nave, poi le sue slitte. La
ricerca di Dio a cui ci accingiamo,
qualunque sia la disposizio ne del ro-
stro animo, o miei amici, rassomiglia,
assai più alla seconda che alla prima,
senza tuttavia iden tificarsi né con
l’una né con l’altra. Si potrebbe ripetere
di Dio la frase che Pascal, disse a pro-
posito di chi cerca Gesù Cristo: Non
lo potreste cercare, se già non lo ave-
ste in qualche modo inizialmente, em-
brionalmente trovato. Non paia questo
a nessuno un gioco di parole o una
sottigliezza d’ingegno, perché in realtà
non lo è. Il fatto è que sto, che di Dio
noi abbiamo una certezza direi quasi
istintiva, anteriore certo ad ogni rifles-
sione e discussione della filosofia.
L’uomo nasce con l’istin to religioso,
come nasce con l’istinto della mora-
lità, della società, dell’arte. Grazie
a questo istinto na turale egli pensa
spontaneamente a Dio, a una forza in-
visibile, trascendente, come pensa che
certe cose sono buone e altre cattive,
che alcune sono belle e altre brutte. La
filosofia viene poi, viene dopo in reli-
gione, come in arte ed in morale. Vie-
ne certo dopo l’affermazione primor-
diale istintiva, la filosofia negatrice,
perché quale filosofo avrebbe mai so-
gnato di negare Dio, se gli uomini, pri-
ma che egli filosofasse, non lo avesse-
ro affermato? E vie ne dopo, anche la
filosofia teista. Così la nostra ricerca
sarà di verificare e quasi controllare la
nostra credenza istin tiva.
Abbiamo avuto ragione di afferma-
re e pensare Dio così, come il nostro
istinto ci portava e porta a fare, o ci
troviamo invece dinanzi a una di
quelle tendenze istintive che è nostro
dovere com battere?
la ricerca di Dio:
una questione vitale
E in questa ricerca noi non possia-
mo pro cedere con quella freddezza,
che ci è così naturale dinanzi ad una
semplice ed inconcludente curiosità.
Una stella di più o di meno in cielo....
che cosa ci importa per la nostra vita?
Sono questioni, queste ed altre dello
stesso genere intorno a cui non è pos-
sibile accalorarsi altro che artificial-
mente; a me no che non vi si mischi
qualche altra passione non oggettiva,
non rampollante dalla grandezza del -
l’oggetto, ma figlia della miseria del
soggetto. Invece l’esistenza di Dio è,
per chi ben riflette, il maggiore pro-
blema della vita nostra. La quale, am-
mettendolo o meno, riesce determina-
ta in sensi diame tralmente contrari;
perché, se noi ammettiamo un Dio
dal quale la vita ci è stata concessa e
al quale se ne deve rendere conto, la
vita ci apparirà come un dovere, un
tremendo, un inesorabile dovere da
compiere; tremendo e pure soave,
perché Dio non può essere così giu-
sto, che non sia anche buono, e il do-
vere non è così adempimento di giu -
stizia, che non sia a un tempo segreta
[=cella, nascondiglio] di felicità. E se
non si ammette Dio, se l’universo è
circolo chiuso in se stesso, senza prin-
cipio, senza scopo per i singoli punti
che lo costituiscono – che sa remmo
noi –, non si vede bene cosa sia la vi-
ta, ma non certo un dovere, che nes -
suno impone e che niuno ricompen-
sa. E non ditemi, o amici, che con la
fede in Dio molti condu cono una vita
scellerata e molti, negandolo, una vita
onesta; perché, fermandoci ai primi,
non è fede in Dio una semplice no-
zione astratta o sbagliata di lui. Un
cristiano avaro, che vive solo per le
ricchezze, ha per suo vero Dio, chec-
ché ne sia di una sua vaga e sbiadita
idea intellettuale, l’oro; e, se mai, si
potrà dire, che crede un poco al Dio
personale, giustizia e bontà nei pochi
momenti in cui quella idea interviene
efficacemente a elidere i disastrosi im -
pulsi e indirizzi della sua avarizia.
Eco dei Barnabiti 4/2012 12
SPIRITUALITÀ BARNABITICA
non sempre la fede si manifesta in
tutta la sua evidenza
scrollarsi di dosso il gelido peso del
dubbio
per chi crede, il cosmo è un eloquente
testimone dell’esistenza di Dio
06 Spir barna 11-13_eco4-2012 13/12/12 12:11 Pagina 12
È dunque una ricerca non solo di
cosa non interamente nuova e scono -
sciuta, per noi, ma è ricerca nella
quale più che il solo intelletto si trova
essenzialmente impegnato tutto l’es-
sere nostro interiore: con l’intelletto si
trova impegnata la nostra volontà.
Questa, che è una conclusione psico-
logicamente sicura, venne conferma-
ta dal Cristianesimo, che ri guardò co-
me doverosa l’affermazione di Dio e
la negazione di Lui, come intrinseca-
mente ed obbiettivamente colpevole.
S. Paolo chiama inescusabili, colpe -
voli senza scusa, gli uomini ignari di
Dio, del vero Iddio, perché un Dio in
qualche modo lo ammettono tutti.
Ora, come potrebbero gli uo mini es-
sere colpevoli di non aver trovato
Dio, se questa ricerca fosse tutta e so-
la questione di intelletto? La colpa
morale non può neanche comin ciare,
se non dove e quando comincia ad
essere in gioco anche la volontà; e
osservate che, ciò che san Paolo con-
danna come colpevole, è il negato ri-
conoscimento di Dio, piut tosto che la
mancata conoscenza di lui. L’uomo,
secondo s. Paolo e se condo la realtà
delle cose, conosce istintivamente
Dio; ma poi, fermandosi a riflettere
su quella idea, non la mantiene né
pura, né efficace come dovrebbe e
ciò per un abbassamento e corrompi-
mento gene rale della sua vita interio-
re: abbassamento e cor rompimento
che si esprime in una idea falsa e
inefficace di Dio e da un’idea falsa e
inefficace è ulteriormente promosso.
la ricerca dell’anima
Il linguaggio cristiano esprime que-
sta indole specialissima della ricer-
ca di Dio, per opera non di solo in-
telletto ragionante, ma di un’anima
cooperante: cooperante con ciò che
ha di meglio e di più suo, quando
l’ammettere Dio lo chiama un «cre-
dere in lui». Credere: cioè un ab-
bandonarsi in lui dell’anima intera;
ossia uno scegliere, non scevro di
libera responsabilità, un con cetto
divino del mondo e della vita, piut-
tosto che un con cetto materialista.
L’accordo dell’analisi filosofica con
l’insegnamento cristiano su un pun-
to così de licato e importante è utile
così per quegli increduli, ai quali
urta sentire il Cristianesimo parlare
di responsabilità morali in siffatta
ricerca (perché li possiamo manda-
re dal Cristianesimo alla filosofia),
come per quelli a cui spiace sentire
accennata dalla filosofia la collabo-
razione della volontà (perché pos -
sia mo rimandarli dalla filosofia al
Cristianesimo).
La conclusione pratica, evidente,
è, amici miei, che non dovete atten-
dervi una dimostrazione sperimenta-
le e neanche un dimostrazione
matema tica. Io non vi posso e nes-
sun cristiano filosofo ha mai potuto e
potrà mai mostrare Dio ai suoi udito-
ri, o avversari, nei quattro pianetini
Medicei, che vennero a sconvolgere
le prestabilite idee tolemaiche. E
neanche potrò io, o potranno altri
dimo strarvi la cosa matematicamen-
te, perché la mate matica concerne
solo la concatenazione delle idee: è
un mezzo per condurre uno a pensa-
re una seconda cosa dopo che ne ha
pensata una prima dalla quale la se-
conda necessariamente dipende; e
qui invece si tratta non di concatena-
zione di idee, ma di riconoscimento
di realtà.
Ciò non significa che l’esistenza
di Dio sia meno vera del famoso
teorema di Pitagora, o della esisten-
za dei pianetini... no, semmai la più
vera di ogni verità: ma noi ci trovia-
mo rispetto a questa verità somma
in condizioni speciali di ri cerca. E
non vuol dire neanche che noi sia-
mo meno certi dell’esistenza di
Dio, che delle verità matematiche o
fisiche; lo siamo anzi di più, giac -
ché saremmo disposti per Iddio a
dare la vita, cosa che non faremmo
certo per le verità matematiche e fi-
siche; ma lo siamo per una via spe-
ciale; e anche questo andava detto,
perché nessuno conce pisse delle
speranze o pretese esagerate, che
sono poi le madri feconde dei di-
singanni funesti […].
un Dio vicino all’uomo
Vi è un argomento che ci sembra
che vinca in importanza ed effica-
cia tutti gli altri: è l’argomento de-
sunto dall’ordine morale. Perché sta
bene che ci par li di Dio il ciclo stel-
lato, ma con voce più forte ci parla
di Lui la nostra coscienza. Le leggi
fisiche ci obbligano a risalire a un
legi slatore; ma con ben altra ener-
gia vi ci riconducono le leggi mora-
li […]. Nessun argomento infatti,
nessuna prova ci svela Iddio sotto
una luce più bella; e nessuna in-
treccia talmente la ricerca di Dio
con tutta la nostra vita. Che Dio ab-
bia dato il moto agli astri, che abbia
prescritta loro la legge, tutto questo
è bello per lui e anche interessante
per me; ma ciò che soprattutto im-
porta è che E gli sia la mia legge, di
ogni mio pensiero, di ogni mio af-
fetto, di ogni mia azione... la legge
della mia vita. Il Dio scoperto su in
cielo, è un Dio così lontano! ma
Dio sentito e riconosciuto nel san-
tuario della co scienza è un Dio così
vicino, o miei amici!
Pertanto, alla domanda: c’è Dio?
non vi è uomo così semplice, che
non sappia rispondere qualche cosa;
e non c’è filosofo così dotto che sap-
pia rispondere abbastanza, che sap-
pia rispondere a tutto. Giacché ri-
spondervi adeguatamente non vuol
dire solo approfondire la convinzio-
ne della Divinità; vuol dire purificar-
ne, elevarne» il concetto. Ora, c’è
un uomo che abbia il concetto di
Dio così puro e così alto, da non po-
terlo elevare, né purificare fruttuosa-
mente? Perciò, miei amici, è stato
questo il primo dei quesiti che l’uo-
mo si propose, quando comparve la
prima volta sulla terra; e sarà l’ulti-
mo che lo affannerà, quando ne cal-
cherà per l’ultima volta la polvere. È
il problema che risolvemmo fanciul-
li, ma a cui non dobbiamo stancarci
di applicare le energie intellettuali e
morali della nostra gioventù, della
nostra virilità, della nostra vecchiaia,
se vogliamo che sia grande e lumi-
nosa e confortante la rivelazione di
Dio alle nostre anime nel giorno in-
finito dell’eternità.
Mauro Regazzoni
Eco dei Barnabiti 4/2012 13
SPIRITUALITÀ BARNABITICA
Cristo soddisfa i più profondi aneli
dell’uomo. Raffaello, la pesca
miracolosa
06 Spir barna 11-13_eco4-2012 13/12/12 12:11 Pagina 13
Eco dei Barnabiti 4/2012 14
OSSERVATORIO ECCLESIALE
Q
uesto è in sostanza il “mes-
saggio” che i Vescovi riuniti
nel Sinodo sulla Nuova Evan-
gelizzazione hanno rivolto al mondo.
Un mondo di cui non ignorano la cri-
si epocale che lo sta investendo.
Se il Vangelo è «buona novella», il
suo annuncio non può non essere
segnato da ottimismo. E infatti i Vesco-
vi nella “globalizzazione” scorgono
«un’opportunità per una dilatazione
della presenza del Vangelo»; nelle «mi-
grazioni, un’occasione di diffusione
della fede e di comunione»; nella seco-
larizzazione, lo stimolo per la Chiesa a
«ripensare la propria presenza nella
società, senza peraltro rinunciarvi»;
nella variegata realtà degli strumenti
delle comunicazioni sociali «un’oppor-
tunità nuova per raggiungere il cuore
dell’uomo»; nell’arte, considerata «via
della bellezza», una strada particolar-
mente efficace per la nuova evangeliz-
zazione; «nelle forme più aspre di atei -
smo e agnosticismo, non un vuoto, ma
una nostalgia, un’attesa che attende
una risposta adeguata».
Riprendendo l’affermazione di Be-
nedetto XVI, che parlava di una «de-
sertificazione spirituale» da cui sono
segnati questi ultimi decenni, i Padri
hanno affermato perentoriamente:
«Nel deserto si riscopre il valore di
ciò che è essenziali per vivere».
ravvivare la fede
Se è vero che «ovunque si sente il
bisogno di ravvivare una fede che ri-
schia di oscurarsi in contesti culturali
che ne ostacolano il radicamento per-
sonale e la presenza sociale, la chia-
rezza dei contenuti e i frutti coerenti»,
la posta in gioco consiste nella capa-
cità di rievangelizzare se stessa che in-
terpella con urgenza la Chiesa. «La
nuova evangelizzazione ci riguarda in
prima persona», affermano perentoria-
mente i Padri sinodali. «L’invito a
evangelizzare si traduce in un appello
alla conversione», che prima di essere
rivolto ad extra deve risuonare ad intra.
A questo punto il  Messaggio consi-
dera i diversi  ambiti dell’evangelizza-
zione: la famiglia con la crisi da cui è
investita; i consacrati invitati a «confer-
marsi come testimoni e promotori di
nuova evangelizzazione»; le comunità
ecclesiali con le loro diverse articola-
zioni e l’apporto delle «antiche e nuo-
ve associazioni insieme ai movimenti
ecclesiali e alle nuove comunità»; il
mondo giovanile sul quale i Vescovi ri-
volgono una sguardo «preoccupato sì,
ma non pessimista», poiché vi scorgo-
no «aspirazioni profonde di autenticità,
di verità, di libertà, di generosità».
La nuova evangelizzazione spazia
su vasti orizzonti: il dialogo tra le cul-
ture; tra fede e ragione; tra le religioni.
Ma soprattutto ha di mira le Chiese
nelle diverse regioni del mondo. Mol-
to suggestiva la panoramica che ne
offre il  Messaggio.  Si parla anzitutto
delle Chiese orientali cattoliche, nelle
quali «il Vangelo si ripropone come
nuova evangelizzazione tramite la vi-
ta liturgica, la catechesi, la preghiera
familiare quotidiana, il digiuno, la so-
lidarietà tra le famiglie, la partecipa-
zione dei laici alla vita delle comunità
e al dialogo con la società». E quindi
si passano in rassegna i cristiani, uo-
mini e donne, che vivono nei paesi
dell’Africa, delle Americhe del Nord e
del Sud e di quella Centrale, dell’Asia,
dell’Europa, dell’Oceania.
due parole chiavi:
contemplazione e povertà
Se la nuova evangelizzazione com-
porta una rinnovata vita di fede, i
Padri sinodali ne sottolineano due
espressioni: la  contemplazione e l’at-
tenzione ai  poveri. Della prima si af-
ferma: «Solo da uno sguardo adorante
sul mistero di Dio, Padre, Figlio e Spi-
rito santo, solo dalla profondità di un
Il MessaggIo del sInodo:
un faro dI luce
nella notte del Mondo
«Non c’è spazio per il pessimismo. Vincere la paura con la fede, l’avvilimento con la speranza,
l’indifferenza con l’amore. Il male non avrà mai l’ultima parola, né nella Chiesa né nella storia».
i colori del Sinodo: cerimonia di apertura del Sinodo 2012
07 Oss Ecclesiale 14-15_eco4-2012 13/12/12 12:11 Pagina 14
silenzio che si pone come grembo
che accoglie l’unica Parola che salva,
può scaturire   una testimonianza cre-
dibile per il mondo. Solo questo silen-
zio orante può impedire che la parola
della salvezza sia confusa nel mondo
con i molti rumori che lo invadono».
Quanto ai poveri, «mettersi accanto a
chi è ferito dalla vita non è solo un
esercizio di socialità, ma anzitutto un
fatto spirituale. … La presenza del po-
vero nelle nostre comunità è misterio-
samente potente: cambia le persona
più di un discorso, insegna fedeltà, fa
capire la fragilità della vita, domanda
preghiera: insomma, porta a Cristo».
Cristo nel centro
Quest’insieme di rilievi resterebbero
lettera morta se non si mettesse a fuo-
co ciò che costituisce  l’asse portante
della nuova evangelizzazione, il suo
movente, la sua ragion d’essere. Su
questo punto i Padri sono espliciti: «La
nuova evangelizzazione ha al suo cen-
tro  Cristo e l’attenzione alla persona
umana, per dare vita a un reale incon-
tro con lui. … Condurre gli uomini e
le donne del nostro tempo a Gesù, al-
l’incontro con lui, è un’urgenza che
tocca tutte le regioni del mondo, di an-
tica e di recente evangelizzazione.
Ovunque infatti si sente il bisogno di
ravvivare una fede che rischia di oscu-
rarsi in contesti culturali che ne osta-
colano il radicamento personale a la
presenza sociale, la chiarezza dei con-
tenuto e i frutti coerenti». E ancora: «I
mutati scenari sociali, culturali, econo-
mici, politici e religiosi ci chiamano a
qualcosa di nuovo: a vivere in modo
rinnovato la nostra esperienza comu-
nitaria di fede e di annuncio». Una fe-
de, aggiunge il Messaggio, che «si de-
cide tutta nel rapporto che instauriamo
con la persona di Gesù». Si tratta di un
incontro si cui mettere in luce «la bel-
lezza e la novità perenne». Luogo pri-
vilegiato per vivere una tale esperienza
è la Chiesa. È la Chiesa che promuove
delle «oasi nei deserti della vita» e co-
stituisce lo «spazio che Cristo offre
nella storia per poterlo incontrare».
Antonio Gentili
Eco dei Barnabiti 4/2012 15
OSSERVATORIO ECCLESIALE
anche nel deserto più arido brilla la luce della speranza
Cristo prima, durante e dopo
la Chiesa ha fiducia dei giovani
07 Oss Ecclesiale 14-15_eco4-2012 13/12/12 12:11 Pagina 15
Eco dei Barnabiti 4/2012 16
OSSERVATORIO PAOLINO OSSERVATORIO PAOLINO
UN CASO EMBLEMATICO
DI VENERAZIONE ANTICA DI GESÙ:
FILIPPESI 2, 6-11
Il titolo di questa comunicazione ri-
prende quello del capitolo 4 del vo-
lume Come Gesù divenne Dio (Pai-
deia Editrice, 2010; ed. or. 2005) del
Prof. Larry W. Hurtado (Kansas City,
Missouri, 1943).
Il Prof. Hurtado si è distinto nella
sua attività accademica per gli inno-
vativi contributi alla comprensione
del monoteismo giudaico e della ini-
ziale devozione dei discepoli per
Gesù. È inoltre un’autorità per lo stu-
dio dei vangeli (soprattutto Marco),
dell’apostolo Paolo, della cristologia
degli inizi, del retroterra culturale
giudaico del NT e della critica te-
stuale del NT.
Il libro in questione, di cui fa parte
come capitolo 4 l’esegesi dell’ode cri-
stologica di Filippesi 2, 6-11, riprende
alcune lezioni, tenute nel 2004 dal
Prof. Hurtado alla Università Ben Gu-
rion del Negev nell’ambito delle Con-
ferenze Deichmann per lo studio del-
la letteratura giudaica e cristiana
dell’età ellenistico-romana, integrate
con saggi di approfondimento apparsi
in riviste specialistiche.
Il punto di vista originale del Prof.
Hurtado, che lo pone nel solco dei
ricercatori che risale alla Religionsge-
schichtliche Schule (come egli stesso
asserisce di sé a pag. 151), consiste
nel sottolineare come Gesù fu fatto
oggetto di venerazione da parte dei
suoi discepoli fin dai primissimi tem-
pi dopo la sua morte, a tal punto da
modificare il modello cultuale giu-
daico (nel quale Gesù e i discepoli
erano radicati) fino a concepire un
monoteismo binitario (il Padre che
glorifica alla sua destra il Figlio ob-
bediente fino alla morte, e alla morte
di croce).
Per lui, sulla scia della Scuola del-
la storia della religione, è dagli atti di
culto, dalle preghiere, dai simboli,
dalle esperienze di rivelazione che si
sviluppano le dottrine, i credo.
Nel caso di Gesù, elenca sei speci-
fici atti cultuali della prima venera-
zione che distinguono l’adorazione
di Gesù dal trattamento reverenziale
di qualsiasi figura giudaica di agente
principale di Dio: inni su Gesù e a lui
rivolti, cantati nel contesto cultuale
comunitario; preghiera ricolta a Gesù
e in suo nome; uso rituale del nome
di Gesù in atti cultuali pubblici qua-
li battesimi, esorcismi, scomuniche,
ecc.; partecipazione al pasto sacro
comunitario come cena del Signore;
confessione (homologein) rituale di
Gesù in forme onorifiche; profezia
proferita nel nome di Gesù o anche
come suo spirito o sua voce (p. 215).
Convinzione ribadita più oltre: un
solido metodo storico richiede di ren-
dersi avvertiti della funzione fonda-
mentale che in grandi innovazioni re-
ligiose hanno avuto a svolgere poten-
ti esperienze religiose di rivelazione
(p. 221).
E, a conclusione, potenti esperien-
ze del genere paiono anche essere
state fattori causativi determinanti
nella comparsa di alcune delle carat-
teristiche distintive più importanti
del primo cristianesimo, in particola-
re la venerazione cultuale del Gesù
glorificato, che fu una mutazione pe-
culiare e di grande significato nella
venerazione monoteistica giudaica
(p. 222).
L’analisi, quindi, che dell’ode cri-
stologica di Filippesi 2, 6-11 fa il
Prof. Hurtado va letta nella cornice
di questo suo orientamento. Cantare
o salmodiare odi del genere è uno
dei tanti fenomeni che dimostrano la
singolarità e la novità del culto proto
cristiano, dove Gesù – insieme a Dio
e in modi altrimenti riservati a Dio –
era parte integrante del modello de-
vozionale delle prime cerchie cristia-
ne (p. 101). Penso – continua il Prof.
Hurtado – che questa associazione di
Gesù nel culto come soggetto e be-
neficiario di venerazione comunitaria
è forse l’innovazione religiosa più si-
gnificativa. Essa contraddistingue il
culto proto cristiano, soprattutto nel
contesto della tradizione religiosa
giudaica del secondo tempio che era
la matrice più immediata da cui si
sviluppò il primo cristianesimo (ib.).
Ecco il testo della lettera di Paolo ai
Filippesi, capitolo 2, versetti 5-11, se-
condo la traduzione della CEI (2008):
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di
Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di
Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso,
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
“Gesù Cristo è Signore!”,
a gloria di Dio Padre.
Passando all’esegesi del testo, il
Prof. Hurtado rigetta la griglia inter-
pretativa di Käsemann, il quale sup-
pone che il retroterra del passo e della
sua presentazione di Gesù sia da far
risalire al mito di un redentore gnosti-
co precristiano; come pure l’interpre-
tazione di J. Dunn, il quale vede Gesù
come il nuovo Adamo, obbediente fi-
no alla morte e alla morte di croce.
Per il Prof. Hurtado la cornice inter-
pretativa sembra consistere nella tra-
dizione biblica/giudaica, non in qual-
che ipotetico mito gnostico precristia-
Osservatorio paolino
08 Oss Paolino 16-18_eco4-2012 13/12/12 12:12 Pagina 16
no del redentore o qualche altro sche-
ma come l’intronizzazione dell’impe-
ratore romano o l’apoteosi di eroi
(p. 110). In altre parole, c’è il testo di
Isaia 45, 22-25 alla base di questa
mutazione cultuale, la quale pone ac-
canto all’unico Dio, il suo eletto Ge-
sù, a cui è stato dato il nome proprio
di Dio soltanto (versetto 9).
L’ode sembra essere stata compo-
sta per dare un’immagine edificante
della vita terrena di Gesù, compresa
la sua morte abominevole, proprio
come espressione del suo esemplare
e obbediente servizio a Dio e anche
per rivendicare la sua esaltazione
unica come risposta di Dio alla vita e
alla morte di Gesù (p. 121).
Quest’ode nacque dunque per for-
mulare una celebrazione e una spie-
gazione cultuali del Gesù terreno ed
esaltato, specialmente tra e per cri-
stiani giudei, o quantomeno credenti
per i quali questo tipo di monoteismo
binitario, esposto con allusioni a tra-
dizioni bibliche e giudaiche, sarebbe
stato particolarmente significativo…
Filippesi 2, 6-11 può rappresentare
per noi l’esempio eccezionale di cri-
stiani della prima ora che scoprono
Gesù nelle scritture sacre del giudai-
smo del secondo tempio sulla spinta
di potenti esperienze religiose di rive-
lazione e di ispirazione (p. 123).
Il volume del Prof. Hurtado si pone
alla confluenza di due correnti che
oggi orientano gli studi di Paolo e
del cristianesimo delle origini.
La prima è una ripresa di alcuni fi-
loni di riflessione sviluppati a ridosso
tra ‘800 e ‘900 e generalmente iden-
tificata nella Religionsgeschichtliche
Schule (vedi box).
La seconda è la svolta radicale del-
l’interesse dello stesso ambiente ebrai-
co verso i temi del proto cristianesimo:
Gesù, Paolo, la chiesa nascente, la teo-
logia del secondo tempio (vedi box).
Il volume del Prof. Hurtado è di una
tale ricchezza, profondità, e novità di
impostazione che ne suggerirei la let-
tura ai cultori del dialogo religioso
ebraico-cristiano.
Giuseppe Cagnetta
Abbiamo parlato di:
Larry W. Hurtado, Come Gesù di-
venne Dio, Paideia Editrice 2010,
pp. 254, € 26,20.
Eco dei Barnabiti 4/2012 17
OSSERVATORIO PAOLINO
LA RELIGIONSGESCHICHTLICHE SCHULE
Con il nome di Religionsgeschichtliche Schule (Scuola di storia delle
religioni) si indica una nuova tendenza che negli ultimi due decenni del
XIX secolo aveva coinvolto una cerchia di giovani studenti e studiosi del-
l’università di Gottinga tutti allievi di Albrecht Ritschl, la figura di mag-
gior spicco della teologia liberale della seconda metà dell’Ottocento. Rit-
schl aveva sostenuto che il regno di Dio, così come annunciato da Gesù,
è il disegno divino che troverebbe il suo compimento nell’instaurazione
tra gli uomini della legge morale. Tra i teologi della generazione seguen-
te profondamente influenzati da questa visione sono da ricordare Adolf
von Harnack e Emil Schürer.
Ma diversi giovani studiosi, soprattutto di esegesi biblica, giunsero a ri-
sultati destinati a mettere radicalmente in discussione la sua interpretazio-
ne della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù. Questi studiosi
in seguito divennero noti sotto il nome di Religionsgeschichtliche Schule,
Scuola della storia delle religioni. Essi sono: Hermann Gunkel, William
Wrede, Wilhelm Bousset, Ernst Troeltsch, Johannes Weiss, la cui opera
Die Predigt Jesu vom Reiche Gottes costituì l’attacco più radicale alla
teologia liberale. Per Weiss, la predicazione del regno di Dio da parte di
Gesù era escatologica; Gesù attendeva il regno come miracolo divino del
futuro e senza alcun rapporto con la perfezione morale dell’umanità.
I capisaldi di questi studiosi della Scuola di storia delle religioni posso-
no essere riassunti nel modo seguente:
1) i concetti della Bibbia non sono etici o intellettuali ma mitici ed
escatologici;
2) la religione, in particolare il cristianesimo delle origini, è per natura
sincretistica;
3) nell’esperienza religiosa popolare hanno un posto centrale il culto e
la liturgia (non la letteratura né concetti teologici);
4) le religioni vengono conosciute per mezzo del folklore e di tradizioni
orali;
5) il nucleo dell’esperienza religiosa è fondamentalmente irrazionale;
6) per capire la religione è necessario superare i limiti di ogni specifica
religione e teologia.
Accanto al Professor Larry W. Hurtado, che si dichiara ultimo di una
serie di ricercatori che si richiamano alla scuola di storia delle religioni
(p. 151), vorrei nominare anche Helmut Koester (Amburgo, 1926), di cui
recentemente è stata pubblicata una voluminosa opera Paolo e il suo
mondo (Paideia editrice, 2012, pp. 378, € 37,90).
L’originalità dell’approccio di Koester è la capacità non comune di far
agire nozioni, concetti, indirizzi architettonici, pratiche religiose, testi let-
terari ed epigrafici nell’ambiente vivo del mondo storico e culturale del
Mediterraneo ellenistico, in particolare nelle regioni dell’Asia Minore che
furono il fervido teatro dell’attività apostolica di Paolo. Quanto alla sua
evoluzione metodologica, basta leggere quanto afferma alla conclusione
del saggio Il cristianesimo antico nella prospettiva della storia delle reli-
gioni, dove scrive: Dobbiamo imparare che il cristianesimo antico appar-
tiene non soltanto allo stesso mondo linguistico delle religioni ellenistiche
tarde ma ne condivide anche le angosce, le difficoltà e gli errori. Nuove
ricerche di taglio sociologico sul mondo religioso del tempo serviranno
ad approfondire queste intuizioni, mentre futili esercizi con nuovi metodi
di critica letteraria porteranno ad oscurare le responsabilità della critica a
cui siamo chiamati (p. 338).
08 Oss Paolino 16-18_eco4-2012 13/12/12 12:12 Pagina 17
Eco dei Barnabiti 4/2012 18
OSSERVATORIO PAOLINO
L’APPROFONDIMENTO IN AMBITO EBRAICO
DI TEMI CRISTIANI
Vorrei qui di seguito indicare alcuni testi, non tutti e forse nemmeno i
più importanti, che all’interno del mondo ebraico hanno ripreso a illumi-
nare i testi e i personaggi del Nuovo Testamento cercando di sottolineare
gli aspetti di continuità di questi documenti e personaggi cristiani rispetto
ai documenti e al mondo religioso ebraico.
Nel 2004 l’editrice La Giuntina pubblicava il famoso testo del rabbino
Leo Baeck, Il Vangelo: un documento ebraico (ed. or. Das Evangelium
als Urkunde der jüdischen Glaubensgeschichte, 1938). Questo testo
uscito a Berlino nel 1938 (!) reclama semplicemente la restituzione di
Gesù all’ebraismo che – sostiene Baeck – Gesù non ha mai formalmente
abbandonato.
Nel maggio 2008 l’editrice Morcelliana ripubblica il famoso Jesus del
rabbino David Flusser. L’intento di Flusser è di mostrare come sia possibi-
le scrivere una storia della vita di Gesù (p. 27). E aggiunge: Se si leggono i
tre vangeli (sinottici) spassionatamente ci si rende conto che essi nel loro
insieme rappresentano non tanto un redentore dell’umanità, quanto un
taumaturgo e un predicatore ebreo… (p. 29).
Nel 2007 usciva presso le edizioni San Paolo un piccolo classico,
l’opera del rabbino Jacob Neusner, Un rabbino parla con Gesù (ed.
or. 1993), di cui Joseph Ratzinger scrisse: Questa disputa… del grande
erudito ebreo Jacob Neusner… mi ha aperto gli occhi sulla grandezza
della parola di Gesù.
Nel 2009 la stessa casa editrice traduceva un testo dello stesso Jacob
Neusner, Ebrei e cristiani – Il mito di una tradizione comune. Per Neu-
sner, ebrei e cristiani fin dall’inizio si sono divaricati, perché se è vero
che sia i cristiani che i farisei facevano parte di Israele, tuttavia lo defini-
vano in modi diversi. I cristiani vedevano Israele come una famiglia, i fari-
sei come un modo di vita. I cristiani mettevano in evidenza la loro genea-
logia; i farisei il loro ethos e l’etica (p. 15).
Ancora nel 2009 usciva presso la casa editrice Claudiana, a cura di
Fritz A. Rothschild, Il cristianesimo secondo gli ebrei, una scelta di testi
sul cristianesimo di cinque dei maggiori pensatori ebrei del Novecento:
Leo Baeck, Martin Buber, Franz Rosenzweig, Will Herberg e Abraham
J. Heschel, accompagnati da ampie introduzioni di altrettanti studiosi cri-
stiani, in un dialogo interreligioso sincero, nel tentativo di superare i pre-
giudizi che lo ostacolano.
Nel 2011 l’editrice EDB (Edizioni Dehoniane Bologna) dava il via a
una collana tascabile, intitolata “Cristiani ed Ebrei”, con una prefazione
del compianto Card. Carlo Maria Martini, i cui primi tre titoli finora pub-
blicati sono L’ebraicità di Gesù e dei vangeli (di Alberto Mello, 2011);
Dallo stesso grembo. Le origini del cristianesimo e del giudaismo rabbini-
co (di Gabriele Boccaccini e Piero Stefani, 2012); In ascolto delle Scrittu-
re di Israele (di Amos Luzzatto e Luigi Nason, 2012). In questo caso, il
dialogo è portato avanti da personalità ebraiche e cristiane che riflettono
su convergenze e divergenze.
Nel Settembre 2012 presso Lit Edizioni srl, con marchio Castelvec-
chi, usciva Il vangelo ebraico. Le vere origini del cristianesimo, del rab-
bino Daniel Boyarin. Un testo estremamente stimolante, che consiglio
caldamente. Il premio Pulitzer Jack Miles scrive nella Prefazione: Ebrei
e cristiani dovranno ripensare radicalmente le loro identità e il loro mo-
do di rapportarsi.
ANNIVERSARI 2013
Anniversari di Professione Religiosa
70°
P. BADERNA Lorenzo 9 agosto
P. CAVACIUTI Santino 9 agosto
P. GARIOLO Giuseppe 9 agosto
60°
Fr. DELLA TORRE Giovanni 30 aprile
P. DE NITTIS Pasquale 2 ottobre
P. MONTESANO Giuseppe 2 ottobre
P. TERENZIO Paolo 2 ottobre
P. RANA Francesco 7 ottobre
P. DAEREN Gerard 20 ottobre
P. LALEMAN Gerard 20 ottobre
50°
P. BOTTAZZI Giuseppe 29 settembre
P. CAGNETTA Giuseppe 29 settembre
P. MORGILLO Michele 29 settembre
P. PONZONI Daniele 29 settembre
P. RIILLO Pasquale 29 settembre
25°
P. ESPOSTI Damiano 25 settembre
P. GANDINI Enrico 25 settembre
P. ROSSI Fabrizio 25 settembre
P. VALZASINA Ambrogio 25 settembre
Anniversari di Sacerdozio
60°
P. BRAMBILLA Andrea 4 aprile
P. MOTTA Luigi Mario 4 aprile
P. RANALDI Giuseppe 4 aprile
P. ZOIA Giovanni 4 aprile
P. BERTUETTI Amos 23 agosto
50°
P. GENTILI Antonio 9 marzo
P. MAURO Alfonso 9 marzo
P. MORETTI Giuseppe 9 marzo
P. ROSSI Antonio 9 marzo
08 Oss Paolino 16-18_eco4-2012 13/12/12 12:12 Pagina 18
Eco dei Barnabiti 4/2012 19
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
E
`
passato quasi un quarto di
secolo dall’inatteso rinveni-
mento di un plico di perga-
mene destinate a riscrivere, se non
semplicemente a scrivere, la storia
delle origini del Convento barnabi-
tico di Campello sul Clitunno. Si
trattava allora – siamo alla fine de-
gli Anni Ottanta – di 63 documenti
che coprivano circa tre secoli, dal
1326 al 1615, e che vennero deci-
frati e trascritti dal padre Giuseppe
Cagni, il quale ne offrì un’accatti-
vante descrizione in un numero
dell’“Eco dei Barnabiti” del 1990.
Si imponeva però fin d’allora, e il
padre lo aveva intuito chiaramente,
la necessità di ampliare le ricerche
in modo da ricostruire il contesto
entro cui collocare i dati, alle volte
criptici, forniti dai suddetti docu-
menti. Ed è quanto sta prendendo
corpo…
gli inventari del monastero
Una prima acquisizione è stata
fornita dagli Inventari settecente-
schi dell’Archivio del Monastero
campellino, trasferiti e conservati
nell’Archivio diocesano di Spoleto.
In base a essi – e questo è un pri-
mo dato che ne dimostra l’impor-
tanza – le pergamene da 63 risulta-
no ora 88 (anche se le restanti sono
introvabili) e coprono gli anni dal
1228 al 1618, quindi quasi quattro
secoli. Una seconda acquisizione,
non meno determinante, ha potuto
stabilire lo stretto rapporto tra il
suddetto Monastero e il Capitolo
della Basilica di San Pietro in Vati-
cano da cui dipendeva e dei cui
privilegi godeva.
Giusto il primo pezzo, erronea-
mente datato 10 luglio, ma in realtà
del 22 giugno 1228, che apre la se-
rie della ricostruita documentazio-
ne originaria del nostro Convento,
parla di privilegi concessi dal papa
Innocenzo III (1198-1216) e confer-
mati da Gregorio IX (1227-1241): si
tratta di esenzioni e di indulgenze
di cui godeva la Basilica e le istitu-
zioni annesse. Che questo docu-
mento sia stato conservato dalle no-
stre Monache attesta la loro dipen-
denza dal Capitolo vaticano, una
dipendenza su cui torneremo e che
richiama delle circostanze su cui
gioverà soffermarci. (Di un altro
UNA STORIA TUTTA DA SCRIVERE
Nuova luce sul Convento di Campello sul Clitunno, gli antichi protagonisti e le fortunose
vicende. Agnesuccia, l’intraprendente. La vita interna del Monastero unificato. Porta aperta a
ulteriori ricerche*.
* Mentre ci auguriamo che la docu-
mentazione cui abbiamo fatto riferimento
possa essere offerta nella sua interezza e
con opportune messe a punto storico-cri-
tiche, è doveroso esprimere il debito di
riconoscenza a chi in vario modo vi ha
contribuito: Benedetto Zeppadoro, padre
Angelo Mascaretti, padre Mauro Regaz-
zoni, monsignor Mario Sensi, dottor Mirko
Stocchi, suor Carla Oliva Pallotto delle
Convittrici del Bambin Gesù.
ritratto dello storico Paolo Campello
della Spina
Campello Alto: in primo piano, il Convento dei ss. Giovanni Battista e Pietro
09 Una storia da scrivere 19-22_eco4-2012 13/12/12 12:12 Pagina 19
privilegio, dovuto a Bonifacio VIII
[1294-1303] e risalente all’anno
undecimo del suo pontificato, si
parla pure nella documentazione
dell’Archivio spoletino).
Il primo documento che nomina
espressamente Campello (e che era
il primo dell’iniziale raccolta delle
pergamene studiate da padre Ca-
gni), sembra non avere a che fare
con il nostro Convento. Si tratta del-
la licenza concessa dal Capitolo
della Basilica di San Pietro in Vati-
cano di erigere “un monastero, o
eremo, o oratorio con il nome di
Santa Croce in una proprietà
posta in Campello”. Vedre-
mo fra poco perché questo
documento riguarda la no-
stra storia. Non deve in ogni
caso sfuggirci il fatto che
l’istanza presentata al Vatica-
no fu dovuta a Gentile da Fo-
ligno, frate agostiniano, e ad
altri cinque “fratres”, a co-
minciare da un certo fra Pa-
ce di Morichitto di Campel-
lo. Ora, dentro questi scarni
cenni si cela un dato di non
poco rilievo nella ricostru-
zione degli eventi relativi
alle vicende che stiamo nar-
rando. Sappiamo che fra Gen-
tile da Foligno – da non
confondere con l’omonimo
medico e filosofo – era un
eremitano di sant’Agostino
vissuto a partire dagli ultimi
decenni del sec. XIII, e morto
verosimilmente a metà del
secolo successivo. All’inizio
del 1300 lo troviamo a Foli-
gno, città non lontana da
Campello, dove si erano sta-
biliti stretti rapporti tra ere-
mitani agostiniani, “poveri
eremiti” di matrice france-
scana e “spirituali”, insediati nel
convento di San Francesco (vi si ve-
nera la beata Angela!) nel quale si
formò tra gli altri Paoluccio Trinci
(1309-1391) tra i pionieri, con la
beata Angelina da Montegiove, del-
le osservanze francescane nell’Italia
centrale. Detto en passant ma non
senza che la notizia rivesta notevole
significato, Gentile fu amico di An-
gelo Clareno da Cingoli (?-1337), il
francescano “ribelle” che tradusse
di greco in latino la Scala del Para-
diso di Giovanni Climaco, testo ba-
se della formazione monastica; ope-
ra che il Gentile tradusse a sua volta
nel nostro volgare. Ad Angelo Cla-
reno troviamo poi associato Simone
Fidati da Cascia (1280/95-1348),
agostiniano schierato con gli spiri-
tuali francescani, il quale operò non
meno del Gentile nella Valle Spole-
tina durante la prima decade del
1300.
la prima fondazione:
il monastero di san Pietro
Quest’insieme di dati che, con len-
te di ingrandimento possiamo “leg-
gere” nella pergamena, si rivela pre-
zioso se passiamo alla fondazione
del Monastero campellino di San
Pietro di cui ci parla un documento
assente nella primitiva raccolta di
pergamene studiata da padre Cagni.
Si tratta di un breve concesso come
al solito dal Capitolo vaticano a fra
Pace di Morichitto il 7 gennaio 1330,
di «edificare una chiesa, oratorio o
eremo sotto il nome di San Pietro».
Siamo per così dire alla posa della
prima pietra della nuova fondazione.
Che il breve sia concesso a fra Pace
di Morichitto indica con tutta proba-
bilità che il nascente Monastero si
poneva in continuità con quello di
Santa Croce di quattro anni prima, se
non ne costituiva addirittura una rie-
dizione, questa volta però femminile
sotto la regola di san Benedetto (tra
parentesi, del Monastero di Santa
Croce non vi è più traccia nella do-
cumentazione successiva). Ciò con-
sentiva alle “bizzocche” – non si
trattava infatti di vere e proprie mo-
nache, che sarebbero dovute dipen-
dere da uno degli Ordini maschili
costituiti e sottostare alla clausura –
di condurre vita cenobitica, aperta
come si direbbe oggi al terri-
torio. Dobbiamo quindi dire,
concludendo, che la nuova
istituzione sorgeva in quel cli-
ma di risveglio spirituale – si
propugnava l’osservanza del-
l’originaria disciplina religio-
sa – che vedeva coinvolti, in-
sieme ad agostiniani, france-
scani e “spirituali” non pochi
laici e laiche, e che si ripro-
poneva nell’alveo della tradi-
zione benedettina. Un’eredità
che non può non costituire
anche per noi un pressante in-
vito a tradursi in realtà.
donna Agnese
di Lorenzo Nicole
(† 1450/52) e il monastero
di san Giovanni Battista
Se la documentazione di
cui disponiamo altro non ci
fornisce circa il Monastero di
San Pietro, è però ricca di da-
ti sulla successiva fondazione
del Monastero di San Gio-
vanni Battista. Ne fu protago-
nista una donna intrapren-
dente, che si avvalse della
facoltosa protezione paterna
non meno che dell’appoggio delle
gerarchie ecclesiastiche.
Agnese o Agnesuccia Laurentii (di
Lorenzo), visse per almeno quindici
anni all’interno della piccola comu-
nità delle “bizzocche” benedettine
del Monastero di San Pietro, sito
come si è detto fuori dalle mura del
Castello di Campello Alto.
Un documento attesta che il padre,
Lorenzo Nicole (di Cola), il 2 gen-
naio 1385 effettuò una prima dona-
zione dei propri beni al suddetto
Monastero nella persona della figlia.
Successivamente, il 13 maggio 1398,
Eco dei Barnabiti 4/2012 20
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
beata Angelina da Montegiove
09 Una storia da scrivere 19-22_eco4-2012 13/12/12 12:13 Pagina 20
Lorenzo designò Agnesuccia come
erede di tutto il suo patrimonio. Ciò
le permise di fondare presso la casa
paterna, adiacente allo stesso Mona-
stero di San Pietro, un cenobio
– “unum oratorium” – di “bizzocche”,
vale a dire un cosiddetto “monastero
di famiglia”, che consentiva a delle
donne di condurre vita comune sotto
la regola benedettina, senza vincoli
claustrali, dipendendo direttamente
dal Capitolo di San Pietro in Vatica-
no. Bonifacio IX il 26 aprile 1400
concesse ad Agnesuccia, con un ge-
sto di notevole condiscendenza, di
ritirarsi con tre monache di sua scel-
ta nella nuova sede, di cui divenne
prima badessa il 28 agosto dello stes-
so anno. Questo comportò l’abban-
dono del primo Monastero, abban-
dono dovuto o allo spirito di indi-
pendenza di Agnesuccia (oltretutto
economicamente protetta!) o a qual-
che interna ostilità, forse riconduci-
bile all’assistenza del padre durante
la sua malattia. Tanto è vero che nel-
la concessione papale si parla di ser-
vire Dio nella nuova fondazione «eo
devotius quo quietius; tanto più de-
votamente quanto più serenamente».
Si sa inoltre che tra i due cenobi
esplose una controversia, sia perché
Agnesuccia venne considerata “fug-
gitiva”, sia a motivo dei beni da lei o
suo tramite acquisiti, che erano ri-
vendicati dalle due parti in conflitto;
conflitto che venne equamente risol-
to con la mediazione vaticana: al
primo Monastero furono assicurate le
proprietà lasciate da Lorenzo alla fi-
glia; al secondo la proprietà degli
edifici dove si stava erigendo il se-
condo Monastero, nonché un conti-
guo appezzamento su cui costruire il
chiostro.
Il 5 aprile del 1401 il vescovo di
Spoleto, anch’egli con notevole con-
discendenza, autorizzò la costruzio-
ne dell’oratorio e del coro, nonché
del relativo Monastero con il titolo di
San Giovanni Battista, concedendo
speciale indulgenza a coloro che lo
avessero visitato e sostenuto econo-
micamente. L’oratorio, come è dato
anche oggi di rilevare, inglobò a
quanto sembra un edificio preesi-
stente eretto dal Capitàneo (si tratta
dei discendenti dei Longobardi, vale
a dire dei governanti del Castello),
come luogo di culto di una Confra-
ternita e in definitiva della cittadi-
nanza. Lo si ricava dalla scritta leggi-
bile ai piedi dell’affresco raffigurante
il Crocifisso con Santi, attribuito al
Maestro di Fossa (1342). Del coro
monastico, poi, sono tuttora ben visi-
bili le due grate.
l’unificazione
dei due monasteri
Tutta la fortuna religiosa ed econo-
mica del monastero di San Giovanni
Battista fece perno sulla badessa
Agnesuccia di Lorenzo, donna di sin-
golare intelligenza e intraprendenza.
In cinquant’anni di governo, acquisì
a beneficio del Monastero una trenti-
na di appezzamenti di terreno, non
in montagna, ma nella fertile pianura
sottostante. Morì vecchissima, quasi
novantenne, tra il 1450 e il 1452. Il
nuovo istituto registrò grande fioritu-
ra. Nel 1422 le monache erano 7;
nel 1585 salirono a 14 (a quell’epo-
ca “San Pietro” ne annoverava 10).
In questo stesso anno i due Monaste-
ri furono oggetto di una visita canoni-
ca compiuta a nome del Capitolo di
San Pietro. Il resoconto, come appren-
diamo da un documento dell’archivio
capitolare vaticano, è, a dir poco, lu-
singhiero. Si parla, quanto al primo dei
due istituti, delle «sore… tutte di buo-
na et santa vita. Viveno monastica-
mente, senza intendersi [senza aver
Eco dei Barnabiti 4/2012 21
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
Simone Fidati da Cascia, agostiniano
schierato con gli spirituali francescani
gruppo di “bizzocche”. Particolare
dell’affresco della Madonna della
Misericordia, dello Spagna, prima del
restauro, conservato nella cappella
interna del Convento
stampa che rappresenta lo scenario
naturale in cui vivevano le “bizzocche”
09 Una storia da scrivere 19-22_eco4-2012 13/12/12 12:13 Pagina 21
udito] de dette sore nulla mala fama…
Veramente ritrovo che sonno (sic) po-
vere et poverissime». Nonostante le
precarie condizioni di vita, a quanto
sembra le monache non trascurarono
il loro stabile, se tuttora si possono am-
mirare nell’antica cappella affreschi at-
tribuiti a maestri locali del XV secolo;
come pure fu dovuta alla loro iniziati-
va affidare allo Spagna o a sua scuola
la raffigurazione della Madonna della
Misericordia (inizio XVI secolo), donde
si ricava, tra l’altro, qual era la foggia
delle “bizzocche” e la presenza di po-
stulanti o di oblate che fossero.
Quanto al secondo istituto, quel-
lo di Agnesuccia, si parla di mona-
che «di buona et exemplare vita…
menano vita da sante religiose»,
aggiungendo che la loro chiesa «è
in buona forma [e] vi fanno di con-
tinuo celebrar messa» da un cap-
pellano che aveva dimora in un
piccolo appartamento tuttora iden-
tificabile.
Da lì a non molto tempo dopo, la
storia dei due Monasteri avrebbe
scritto una nuova pagina. Infatti, con
l’avvento del Concilio di Trento
(1545-1563) le monache (con preci-
sione le “bizzocche”) dovettero adot-
tare la clausura e confluire, secondo
la delibera emanata il 18 luglio 1604
dal vescovo di Spoleto, cardinale
Alfonso Visconti (resse la diocesi dal
1601 al 1608), in un unico Monaste-
ro che venne denominato dei Santi
Giovanni Battista e Pietro, sotto la
Regola benedettina. (Farà piacere a
noi barnabiti ricordare che il Viscon-
ti era nipote dell’antico confratello e
poi vescovo sant’Alessandro Sauli e
che nel 1604 stabilì in Spoleto una
nostra comunità, affidandole il San-
tuario di Santa Maria di Loreto, come
tuttora ricorda una lapide ben leggi-
bile a sinistra dell’ingresso).
A motivare l’intervento dell’Ordi-
nario diocesano fu certamente il fat-
to che i due monasteri obbedivano
alla stessa regola; per di più quello
di San Pietro versava in condizioni
economiche assai precarie a fronte
del fiorente Monastero di San Gio-
vanni Battista: l’unione avrebbe ri-
solto non pochi problemi. Forse
non sarebbe dispiaciuta alla stessa
Agnesuccia!
L’unificazione dei due precedenti
edifici fu facilitata anche dal fatto
che si trovavano l’uno in continuità
con l’altro (lo si evince dal lungo
corridoio che attraversa tutto lo sta-
bile), così che tra i due si poté co-
struire la chiesa e il coro, come risul-
tano attualmente. Il numero com-
plessivo delle monache
dei due Monasteri nel
1607 fu di 26.
Va però detto che, se
quello del Visconti andò
a buon porto, non fu il
primo tentativo di unifi-
care i due Monasteri. In-
fatti già nel 1571, poco
meno di dieci anni dalla
fine del Tridentino, il ve-
scovo di Spoleto Pietro
de Lunel avrebbe voluto
realizzare questo proget-
to, atteso anche il fatto
che il Monastero di San
Pietro era «piccolo e an-
gusto», al punto da dover
inglobare una dépenden-
ce adiacente, fino allora
riservata all’accoglienza
di ospiti.
una preziosa
testimonianza
L’impatto che l’antica
istituzione registrò nel con -
tado venne riconosciuto
Eco dei Barnabiti 4/2012 22
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
Segue a pag. 35
incipit dell’atto di vendita a Lorenzo
Nicole, padre di Agnesuccia, di due
terreni siti in Campello basso, in data
26 maggio 1393
rescritto del 5 aprile 1401, con cui Lorenzo “Dei gratia episcopus spoletanus” concede ad
“Annesutiae Laurentii” di erigere il monastero di s. Pietro
09 Una storia da scrivere 19-22_eco4-2012 13/12/12 12:13 Pagina 22
STORIA DELL’ORDINE
IL PRIMO NATALE
DEL CONCILIO VATICANO II
P. Filippo Lovison
RINNOVARSI PER RINNOVARE
a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II
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Natale 1962
Buon Natale a tutti gli Alunni, Ex-alunni, alle Famiglie, agli Insegnanti.
Il Natale del Concilio Ecumenico Vaticano II infonda spirito di pace nei cuori
e affratelli da ogni parte della terra gli uomini di buona volontà.
(La Querce, ottobre-dicembre 1962).
Natale di Concilio
La scena che è qui ritratta
– con quell’affollarsi di candide greggi attorno al Mistero di Gesù nella Notte santa –
è ripresa dal presepio costruito nella nuova Cappella della Legazione Italiana a Kabul, nell’Afghanistan:
l’unica chiesa cristiana, e forse l’unico presepio, in quell’immenso Paese “crocevia dell’Asia”,
così aperto a tutte le vie dell’oriente, ma chiuso ancora all’Oriente Sole Incarnato.
Lo ha ideato e composto la pietà e il buon gusto del nostro P. Raffaele Nannetti,
cappellano della Legazione.
E la scena si ripete in tutti i presepi di tutte le chiese e di tutte le case del mondo cristiano…
Ma la realtà vera è quella che si è compiuta mirabilmente in una notte piena di stelle e di Angeli,
in una povera grotta di Betlem; quella che si ripeterà
– tre volte, in onore del Dio bambino tre volte santo –
nella prossima Notte di Natale su tutti gli altari del mondo e nel cuore di tutti i buoni
che al ritornante “Emmanuel”
vorranno fare della loro anima un abituro meno freddo e deserto
(se non fossero stati la Madonna e S. Giuseppe)
di quello dell’aperta campagna di Betlem.
Nella Città santa nella Notte santa che s’avvicina,
saranno ancora, forse, centinaia e centinaia i Vescovi del Concilio
che il Santo Mistero rinnoveranno sugli altari di Roma
– nelle splendide basiliche d’oro affogate di luce,
come nelle povere cappelle delle Piccole Suore di Gesù affogate di amore –.
E la loro preghiera,
la preghiera di essi Pastori di anime delle più disparate greggi e per i più dispersi campi,
supplicherà che per l’onnipotenza di quel divino Infante
e per la buona volontà di noi piccoli uomini,
sia pace in terra e sia gloria in cielo,
quando da ogni parte della Terra e per tutte le greggi sia fatto un solo ovile sotto un solo Pastore.
(Virginio Colciago, in l’Eco dei Barnabiti, novembre-dicembre 1962)
il presepio a Kabul
09BIS Storia ordine inserto 23-34_eco4-2012 13/12/12 12:14 Pagina 24
Eco dei Barnabiti 4/2012 25 [3]
STORIA DELL’ORDINE
N
ell’annuncio del Conci-
lio Ecumenico Vaticano
II il 25 gennaio 1959, il
XXI nella Storia della Chiesa, signifi-
cativamente voluto nella Basilica di
San Paolo fuori le mura il giorno del-
la conversione di San Paolo sulla via
di Damasco, Papa Giovanni XXIII
volle richiamare lo sforzo sostenuto
dall’Apostolo delle genti per annun-
ciare il Vangelo a tutti i popoli della
terra, facendone «…un invito alle co-
munità separate per la ricerca del -
l’unità cui tante anime oggi anelano
da tutti i punti della terra».
L’intento del nuovo Concilio era,
infatti, quello di rinnovare la Chiesa
per renderla capace di parlare a tutti
in un mondo in rapida e profonda
trasformazione.
Si presentava come “Ecumenico”,
in quanto aperto anche al contributo
degli altri cristiani e non solo dei cat-
tolici, e “Secondo”, perché un Con-
cilio Vaticano I si era già tenuto in
San Pietro dal 1868 al 1870 per ini-
ziativa di papa Pio IX, ma era stato
sospeso in seguito alla presa di Roma
da parte dell’esercito sabaudo.
I Concili Ecumenici nella Storia del-
la Chiesa sono stati i seguenti: 325 Ni-
cea I, 381 Costantinopoli I, 431 Efeso,
451 Calcedonia, 553 Costantinopoli II,
680-681 Costantinopoli III, 786-787
Nicea II, 869-870 Costantinopoli IV,
1123 Laterano I, 1139 Laterano II,
1179 Laterano III, 1215 Laterano IV,
1245 Lione I, 1274 Lione II, 1311-
1312 Vienne, 1414-1418 Costanza,
1431-1445 Basilea-Ferrara-Firenze-
Roma, 1512-1517 Laterano V, 1545-
1563 Trento, 1869-1870
Vaticano I, 1962-1965
Vaticano II.
LA QUERCE
(Firenze,
ottobre-dicembre 1962)
In un ampio articolo
p. Vittorio Michelini
pubblicava sulla pagine
del numero triplo dedicato dal Colle-
gio “Alla Querce” al Concilio Ecu-
menico Vaticano II, il testo della sua
IL PRIMO NATALE
DEL CONCILIO VATICANO II
Pagine domestiche dei Figlioli e Piante di Paolo
A cinquant’anni dalla apertura del Concilio da parte di Giovanni XXIII (1958-1963), con questo
dossier si inizia a ripercorrere il cammino intrapreso dalla Congregazione dei Chierici Regolari
di San Paolo, detti Barnabiti, nella stagione conciliare. In particolare, per coglierne la portata ci
si sofferma inizialmente sul taglio che alcune riviste domestiche: La Querce, l’Eco dei Barnabiti,
La Voce di Sant’Antonio M. Zaccaria, Il Carlo Alberto, Sicut Angeli, diedero alla notizia
dell’evento. Istantanee di un clima di attesa e di speranza, che, soprattutto alle generazioni più
giovani di Barnabiti, Angeliche e Laici di S. Paolo, possono ancora offrire spunti per una
riflessione sulla loro presenza nella Chiesa contemporanea a servizio dei fratelli.
25 dicembre 1961: Giovanni XXIII firma la Bolla Humanae Salutis di indizione
del Concilio Ecumenico Vaticano II
1962: la benedizione del Papa Giovanni XXIII
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Eco dei Barnabiti 4/2012 26 [4]
conferenza tenuta a Monza, cercan-
do di «stabilire quale sia la funziona-
lità del Concilio in rapporto alla Chie-
sa con particolare riferimento all’età
contemporanea. L’Autore partendo
dal concetto di Regno di Dio svilup-
pa il motivo dell’integrazione dello
Spirito Santo tra i semplici Battezzati,
i Pastori e nel Sommo Pontefice: vie-
ne dialetticamente in luce il significa-
to di infallibilità del Concilio, riunito
intorno al Papa, in materia di Fede e
Costumi. Dalla distinzione tra impe-
gni sacri e impegni temporali dei Mi-
nistri della Chiesa deriva al Vescovo
la coscienza della sua azione pasto-
rale tra i fedeli, e al laico la coscienza
di rappresentare la dimensione socia-
le del Regnum Dei sulla ter-
ra». Si pubblicano qui ampi
stralci della sola sezione fina-
le, dedicata alla Funzionalità
del Concilio, mentre, per mo-
tivi di spazio, si tralasciano
quelle relative a Chiesa e
Concilio, Il Collegio dei Ve-
scovi, Il Concilio e il Papa.
tre date memorabili
25 gennaio 1959. Il Papa
annuncia la convocazione di
un Concilio, il XXI nella sto-
ria della Chiesa. Il tempo e il
luogo della comunicazione
hanno un chiaro significato
“ecumenico”. Infatti: 1) Vie-
ne indetto da Giovanni XXIII
a distanza di soli tre mesi
dalla sua elevazione al so-
glio pontificio, il giorno della Con-
versione di San Paolo, al termine
dell’Ottavario di preghiere per l’unità
dei Cristiani. 2) L’annuncio viene
dato in una sala del monastero be-
nedettino annesso alla Basilica di
San Paolo fuori le mura, cioè presso
la tomba dell’Apostolo delle genti e
Araldo delle nazioni.
25 dicembre 1961. Esce la Bolla
pontificia Humanae salutis che indice
ufficialmente il Concilio Vaticano II.
Il documento contiene in sintesi le
ragioni e gli obiettivi già illustrati dal
S. Padre in numerose allocuzioni e
messaggi.
11 ottobre 1962. Apertura solenne
delle assemblee conciliari nella na-
vata centrale della Basilica di S. Pie-
tro a Roma, trasformata per l’occa-
sione in una vasta sala capace di ol-
tre tremila posti. I lavori saranno
regolati da un apposito cerimoniale:
si ignora quanto tempo dureranno.
Funzionalità del Concilio
Non è nostro compito riferire, nep-
pure per sintesi, le finalità dei venti
Concili ecumenici: ci serve solo un
cenno per potere inserire nel loro di-
venire storico il nostro Concilio Vati-
cano II.
I Concili rivelano un’evoluzione in
campo dogmatico, in quanto le ve-
rità immutabili della Scrittura e della
Tradizione vengono via via definite:
divinità di Gesù, divinità dello Spiri-
to Santo, doppia natura divina e
umana del Salvatore, maternità divi-
na di Maria SS., presenza reale
nell’Eucarestia, il canone dei Libri
Ispirati, Immacolata Concezione ed
Assunzione al Cielo; in campo mo-
rale: il peccato originale e le sue
conseguenze, la necessità delle buo-
ne opere, l’indissolubilità del matri-
monio; in campo liturgico e discipli-
nare: il culto delle immagini, il celi-
bato del clero, la deposizione di
pastori eretici; in campo sociale e
politico: le libere investiture della
Chiesa, le crociate, la scomunica di
re e antipapi.
Quale è il compito che si prefigge
il Concilio Vaticano II? Il fatto che
esso non vuole figurare come la ri-
presa del Vaticano I, non ufficial-
mente chiuso, è segno che i tempi
sono cambiati ed è diversa la tem-
perie ideologica e sociale. Il discor-
so dell’11 settembre 1962, invita i
Padri del Concilio a riprendere in
esame tutti i problemi della vita
contemporanea in rapporto al cri-
stianesimo, e riafferma i valori del-
l’insegnamento cattolico: dalla li-
bertà della Chiesa alla santità della
famiglia, alla giustizia sociale se-
condo i princìpi del Vangelo, alla
pace internazionale, alla elevazione
dei popoli sottosviluppati. Il ritor-
no nella locuzione pontificia del -
l’espressione “lumen Christi” indica
che la Chiesa deve essere posta co-
me segno sul monte e come lampa-
da illuminatrice delle genti. Questo
programma si riannoda all’impegno
di rinnovamento interiore: fin dal 25
gennaio del 1959 il S. Padre
ebbe a dichiarare che l’idea
del Concilio era nata in lui
per ispirazione dello Spirito
Santo come fiore inatteso e
spontaneo, e così, secondo il
motu proprio Superno Dei
nutu – Pentecoste 1960 – la
Chiesa voleva essere ricon-
dotta alla sua primavera, al
suo splendore senza macchie
e senza rughe, in modo da
poter dire ai fratelli separati
e all’umanità: “Ecco, o fratel-
li, è la Chiesa di Cristo; ci
siamo sforzati di esserle fe-
dele e di chiedere al Signore
la grazia che rimanga quale
l’ha voluta!”.
Concilio, dunque, non tan-
to di definizioni dogmatiche,
giacché, come ebbe a dire il
STORIA DELL’ORDINE
Un Concilio Ecumenico si può
definire, a norma del diritto ca-
nonico (can. 223 [del Codice Pio-
Benedettino del 1917]), la riu-
nione straordinaria indetta dal
Romano Pontefice di tutti i car-
dinali, patriarchi, primati, arci-
vescovi, vescovi residenziali, ab-
bati e prelati nulliis; dei superiori
delle congregazioni monastiche
(abbate primate e abbati), dei su-
periori generali delle congrega-
zioni clericali esenti, e inoltre dei
vescovi titolari, dei teologi e ca-
nonisti invitati, appartenenti alla
Chiesa Cattolica diffusa in tutto il
mondo, con lo scopo di trattare i
problemi della Chiesa riguardan-
ti la fede, i costumi, la disciplina.
i Padri Conciliari nella Basilica di San Pietro
(particolare)
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Eco dei Barnabiti 4/2012 27 [5]
cardinale Tardini di venerata memo-
ria, esso non si erige, ossia non è
convocato contro nessuno, o perso-
na o ideologia che fosse, ma di rin-
novamento interno, con particolare
attenzione ai problemi di vita spiri-
tuale, di azione pastorale, di attività
missionaria.
rinnovamento spirituale
La Chiesa anzitutto deve risplende-
re come il luogo della salvezza: il
suo spirito è spirito di Pentecoste e di
Parusia.
Spirito di Pentecoste, che è quanto
dire grazia di redenzione e santità di
vita; la vita cristiana è una continua
“conversio ad Deum”; la vocazione
cristiana si attua in una ripetuta ri-
sposta all’appello di Gesù. Hanno ri-
sposto all’appello gli Apostoli, i di-
scepoli rinunziando al mondo e al
suo spirito, accettando il discorso
della montagna, il seppellimento del
vecchio Adamo e la novità della Re-
surrezione. Ecco: per la grazia dello
Spirito Santo e per l’esercizio delle
virtù i cristiani devono essere una
manifesta novità, sicché nella manie-
ra in cui i successori degli Apostoli
sono richiamati alla primitiva sempli-
cità, i successori dei discepoli lo so-
no al primitivo fervore.
Vi sono nella Chiesa gli stati di
perfezione: forme di vita eremitica,
monastica, cenobitica; forme di vita
attiva e contemplativa: è la primave-
ra continuata della Chiesa, che attra-
verso il Concilio invita ogni congre-
gazione allo spirito delle origini, eli-
minando le incrostazioni del tempo.
Vi sono nella Chiesa forme di vita
impegnata per le cose del tempo e la
Chiesa ripete il “porro unum est ne-
cessarium” secondo lo Spirito della
Parusia.
Rinnovamento dello spirito di atte-
sa: molti cristiani che sono impegnati
nella famiglia e nella professione
mostrano il desiderio del distacco;
sono fiorite le congregazioni al seco-
lo e i sodalizi che fermentano di spi-
rito evangelico gli strati della società;
da essi fioriscono meravigliosi esem-
plari di santità laica. Ecco un campo
di indagine per il Concilio: che la
ricchezza della Chiesa appaia come
la ricchezza della carità e la munifi-
cenza della liturgia, con l’elimina-
zione di tutto quanto possa essere fa-
sto o affermazione di potenza in per-
sone o categorie di persone. Tornino
ad essere sinceramente amate l’umil -
tà, la povertà, che sono l’autentica
via della santità.
rinnovamento dei metodi pastorali
La Chiesa è maestra e madre: ha il
compito di formare le coscienze e di
guidarle nella vita. Occorre purezza
di insegnamento e sollecitudine di
governo.
La purezza d’insegnamento: si insi-
sta sulla dottrina cristiana; la cate-
chesi, l’omiletica e la predicazione
in genere devono tendere alla preci-
sione e alla specialità, che si richie-
dono almeno da una comune catte-
dra di scuola; c’è tanta ignoranza in
materia di religione al mondo e oc-
corre illuminare con parole semplici,
sistematiche: il predicatore deve sa-
per predicare. Il Concilio potrebbe
studiare il modo per cui all’ambone
della Chiesa si presentino persone
preparate e si diffonda l’opinione tra
il popolo cristiano che la cattedra
della Chiesa è rispettabilissima an-
che per la perizia dei suoi maestri e
dottori.
Si insista sull’aspetto cherigmatico
del magistero: la Bibbia, i santi Padri,
le Opere di Ascetica devono costitui-
re i classici della cattedra e le fonti
che danno freschezza e forza di pe-
netrazione alla parola. Dottrina, con
l’importanza che le vollero conferire
il Concilio di Trento e S. Carlo Bor-
romeo: preparazione sulle fonti e na-
turale idoneità alla predicazione.
Si aggiunga la cura della liturgia
giacché lex orandi è lex credendi e
la dignità della parola di Dio deve
tradursi nel decoro delle sacre ceri-
monie. Anziché lunghe e disertate è
meglio che le cerimonie siano bre-
vi; brevità che non è fretta o sciatte-
ria. Un tema importante di discus-
sione è l’obbligatorietà dell’uso
della lingua latina nella liturgia, al-
meno in alcune sue parti più solen-
ni: se la liturgia è “actio publica in
honorem Dei” è naturale che anche
il popolo vi partecipi attivamente,
immedesimandosi nel significato dei
testi, pregando e cantando coral-
mente. Nulla impedisce dal lato
dogmatico che la liturgia si svolga
nelle lingue nazionali, ma i motivi
della convenienza dell’unica lingua
tradizionale, o greca o latina che
sia, sono stringenti, una volta che si
abbia provveduto a messalini e a li-
bri di preghiere con la traduzione
dei testi a fronte, e a persone che
spieghino al popolo i momenti prin-
cipali della sinassi…
attivismo di missionari
La Chiesa è missionaria per natura
e deve farsi incontro all’uomo con-
STORIA DELL’ORDINE
11 ottobre 1962. Il “Discorso della luna” di Papa Giovanni XXIII
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Eco dei Barnabiti 4/2012 28 [6]
quistandolo alla bellezza della Verità
e alla salute della Grazia. Cosa v’è di
giusto, di umano al mondo che la
Chiesa non abbia già contenuto in
sé, fecondandolo di grazia?
L’impresa è davvero gigantesca:
come quella di S. Paolo e dei Santi
Padri di fronte al paganesimo. Oc-
corrono testimonianze di pensiero,
di fede, di santità per il laicismo,
per il materialismo; occorre la con-
vinzione in tutti i figli della Chiesa
missionaria che il cristianesimo è il
gran tesoro elargito da Dio all’uma-
nità, e che vale la pena spendere
una vita per farlo conoscere e ama-
re; occorre la convinzione che nien-
te è impossibile a Dio, e che al ser-
vo di Dio si richiede solo coopera-
zione paziente e fiduciosa. A noi è
dato di vedere la somma degli sforzi
di venti secoli; ai nostri posteri di
vedere la somma di lavoro della ge-
nerazione nostra e di quelle che
verranno: anelli di una lunga catena
dove ciascuno ha la coscienza di
dare il proprio contributo all’imper-
cettibile ma indubbio avanzare del
Regno di Dio.
per la comprensione reciproca
A riguardo degli infedeli da con-
vertire e dei cristiani da ricongiunge-
re alla madre Chiesa penso che il
Concilio possa avvallare una nuova
mentalità fra i cattolici: la mentalità
del conoscersi reciproco, la menta-
lità del dialogo sempre aperto. Non
si può avere coscienza storica della
superiorità della fede cattolica senza
la conoscenza delle altre religioni e
senza il confronto.
Alla base dello spirito missionario
v’è la conoscenza: anziché di chiu-
sura dovremmo parlare di apertura; e
non è male, giacché il dialogo si rav-
viva ed è proficuo quando si guarda
a ciò che v’è di buono nella pratica
religiosa degli altri.
I cristiani antichi – citiamo S. Ci-
priano per tutti – si abituarono a ve-
dere perfino negli autori pagani una
traccia della primitiva Rivelazione;
noi possiamo trovare nello Shintoi-
smo e nel Buddismo qualche riso-
nanza della parola di Dio e tra i fra-
telli separati non poco dell’autentico
spirito evangelico.
Capiterà perfino, nel confronto, da-
ta per certa la superiorità oggettiva del
Vangelo e della Chiesa di Cristo, di ri-
scontrare nel cattolico inferiorità di
spirito religioso e di costume morale,
ed è appunto l’opinione pubblica,
nell’ambito della Chiesa, e il dialogo
con gli altri che spingono ad affinare
il senso della propria vocazione ed a
ritornare alle origini con il ripudio co-
raggioso di ciò che è sovrastruttura e
che può essere inutile ostacolo a chi
cerca sinceramente la verità.
Si è fatta in questi ultimi tempi un
grande progresso: non ha più posto
nella spiritualità cattolica il disprez-
zo per l’eretico e neppure la sempli-
ce tolleranza per l’ateo; si guarda tut-
ti con rispetto, con simpatia, nella
coscienza dei propri limiti e del bene
che ciascuno in buona fede può
compiere per la civiltà e il nome di
Dio al mondo.
Il Concilio ecumenico vuole essere
una novella Pentecoste, una riaffer-
mazione della superiorità dello spiri-
to sulla lettera.
Gli Shintoisti dell’estremo Oriente
ammirano nel Cattolicesimo la chia-
rezza dottrinale? Ebbene, la Chiesa
sia ancora più pura nelle sue linee,
semplificando dove si può semplifi-
care ed eliminando il superfluo: sia il
segno della verità!
per la riunione di tutti i cristiani
I cristiani del Medio Oriente pre-
dicano la carità della verità? Ebbe-
ne, la Chiesa sia veramente la Chie-
sa di tutti, la Chiesa dei poveri co-
me dice il Papa: non si parli di alto
clero o di basso clero, di clero di
destra o di sinistra. Né l’aristocrazia
intellettuale, né quella del sangue,
né quella del denaro devono costi-
tuire in alcun modo impedimento
allo spirito di fraternità in Cristo: la
Chiesa sia il segno della uguaglian-
za umana!
I fratelli dell’Occidente seguaci di
Lutero o di Calvino o di Enrico VIII o
di chi sa quanti altri fondatori di set-
te, inalberano il vessillo della libertà
di coscienza? Ebbene, la Chiesa
splenda per il suo spirito liberale nel
fomentare congregazioni, confrater-
nite, libere associazioni: anche per il
cattolici la Bibbia è il gran libro, il
libro della parola di Dio che illumi-
na e nutre le coscienze; il magistero
della Chiesa e la tradizione non so-
no che spiegazione e arricchimento
del testo sacro: la Chiesa sia segno
di libertà!
Verità, carità, libertà.
Comprendiamo ora, concludendo,
che il Concilio è a servizio della
Chiesa: un mezzo straordinario, ma
pur sempre un mezzo per diffondere
la redenzione di Cristo nel mondo.
La salvezza viene da Cristo e il Con-
cilio non va visto in una luce mira-
colistica, sibbene nel divenire storico
e in rapporto ad altri Concili che
l’hanno preceduto.
La Chiesa è premurosa e non bada
a sacrifici di sorta per ottenere il me-
glio di sé a favore degli uomini, ma è
pur ricca di venti secoli di esperien-
ze: non dobbiamo attendere dal
Concilio decisioni precipitose anche
se auspichiamo prese di posizione
coraggiose.
STORIA DELL’ORDINE
Giovanni XXIII in pellegrinaggio a
Loreto e Assisi, 4 ottobre 1962
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Eco dei Barnabiti 4/2012 29 [7]
Del dinamismo pentecostale della
Chiesa abbiamo ai nostri giorni ri-
petute prove. Non ci rimane che di-
re con S. Agostino (De moribus ec-
clesiae; P.L. 32, 1336-7): “O madre
Chiesa, tu insegni ai bambini con
tenerezza, ai giovani con forza, agli
anziani con dolcezza; a ciascuno di
essi non solo secondo la maturità
della sua età, ma anche secondo la
maturità della sua intelligenza. In-
stancabilmente tu ci indichi a chi
toccano onore e rispetto, a chi ve-
nerazione e timore, a chi consigli e
avvertimenti, a chi castighi e pena.
Tu ci fai comprendere che non toc-
ca a tutti, ma che a tutti spetta la ca-
rità e a nessuno l’ingiustizia” (cfr. la
Lettera pastorale dell’Episcopato
Olandese, Il senso del Concilio, ed.
Desclée).
L’ECO DEI BARNABITI
(Virginio Colciago,
settembre-ottobre 1962)
GIOVANNI XXIII:
VIGILIA DI PENTECOSTE
la preghiera di Papa Roncalli
O Divino Spirito, che, inviato dal
Padre nel nome di Gesù, assisti e gui-
di infallibilmente la Chiesa, effondi
sul Concilio Ecumenico la pienezza
dei tuoi doni.
O soave Maestro e Consolatore, il-
lumina la mente dei nostri Presuli,
che solleciti all’invito del Sommo
Pontefice Romano si riuniscono a so-
lenne adunanza.
Fa che da questo Concilio maturi-
no frutti abbondanti: ognor più si
diffonda la luce e la forza del Vange-
lo nella umana società; nuovo vigore
acquisti la religione cattolica e il suo
impegno missionario; si giunga a una
più profonda conoscenza della dot-
trina della Chiesa ed a un salutare in-
cremento del costume cristiano.
O dolce Ospite delle anime confer-
ma le nostre menti nella verità, e di-
sponi alla obbedienza i nostri cuori,
affinché le deliberazioni del Concilio
trovino in noi generoso assenso e
pronto adempimento.
Ti preghiamo ancora per le peco-
relle che non sono più dell’unico ovi-
le di Gesù Cristo, affinché anch’esse,
che pur si gloriano del nome cristiano,
possano finalmente ritrovare l’unità
sotto un solo Pastore.
Rinnova nella nostra epoca i prodi-
gi come di una novella Pentecoste; e
concedi che la Chiesa santa, riunita
in unanime, più intensa preghiera at-
torno a Maria, Madre di Gesù, e gui-
data da Pietro, diffonda il regno del
Salvatore divino, che è regno di ve-
rità, di giustizia, di amore e di pace.
Così Sia.
impegno cristiano
Impegno cristiano è il felice esito
dell’imminente Concilio Ecumenico:
impegno cioè di tutti quelli che cre-
dono in Cristo e ubbidiscono al suo
Vangelo.
E innanzitutto impegno del primo
tra tutti i cristiani, il Papa.
Tutti sanno con quanta fede e con
che illimitata dedizione il Santo Pa-
dre, in persona, ha pensato al Conci-
lio e lo è andato e lo va ancora pre-
parando con un’operosità così infati-
cabile e con un entusiasmo così
fiducioso che sembrano abbiano rin-
novato la Sua più felice e feconda
giovinezza.
All’ultimo s’è raccolto e chiuso in
Santo Ritiro: un corso di Esercizi Spi-
rituali tutto solitario e personale, a tu
per tu col Signore e con la sua pro-
pria anima.
Il Papa ha sentito più di tutti d’esse-
re impegnato lui stesso: non soltanto
come Docente e Pastore e Guida, ma
lui stesso come discepolo: discepolo
dello Spirito Santo, bisognoso lui
stesso d’essere istruito e ricevere dal-
lo Spirito Settiforme, per poi insegna-
re quae tradita sunt. E perciò sente
anche il bisogno, umilmente e sa-
pientemente, di rendersi atto a sentire
quella voce in purità di spirito e buo-
na volontà.
Se così il Papa, quanto più noi non
dovremo e sentirci impegnati e de-
gnamente prepararci nell’anima e di-
sporci nello spirito?
Non dobbiamo, noi, aspettare pas-
sivi, come spettatori; noi aspettiamo
come attori, ai quali ha da essere co-
municato, confermato, chiarito nei
suoi aspetti più interessanti il nostro
tempo e più ad esso conformi il
mandato divino: Verità ineffabilmen-
te immobile in se, perché luce del-
l’infinito ed unico Vero che è Dio
stesso, ma ineffabilmente varia nella
intensità e nelle forme nelle quali via
via si presenta e risplende a noi di
chiarezza in chiarezza… Così, per
noi poveri esseri discorsivi e limitati,
quello ch’è intuizione in se, è per
noi conquista; e quello che in se è
l’Antico presente, appare a noi, a
quel modo, sempre nuovo.
Il Papa li ha indicati più e più volte
e ben chiaro gli intenti che il Conci-
STORIA DELL’ORDINE
Giovanni XXIII in conversazione nel
suo studio privato con il barnabita
Tarcisio Scanagatta, Superiore e
Parroco a Jacarépaguà in Brasile
chierici barnabiti in Val Seriana
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Eco dei Barnabiti 4/2012 30 [8]
lio si propone: e nella preghiera allo
Spirito Santo da lui stesso dettata,
Egli li ha riannodati a un triplice im-
pegno: un impegno per la mente, per
la luce della Verità; un impegno per
il cuore, per il vigore della volontà;
un impegno per le forze, per lo stu-
dio della Dottrina e la santità dei co-
stumi.
Ed è ancora e sempre l’eterno e
semplicissimo Catechismo che, bam-
bini, ci faceva dire (ma lui ce lo ripe-
te ancora) che Dio ci ha creati “per
conoscerlo (nella mente), amarlo (nel
cuore) e servirlo (nelle forze) in que-
sta vita, per poi goderlo nell’altra, in
Paradiso”.
Così sia! Ma perché sia così ecco,
dopo tutti i sussidi ordinari, quest’al-
tro dono straordinario che è il Conci-
lio, ecco un’altra energia che ne ha
da scaturire, per ricordarci, innanzi-
tutto, quello che da antico è già tan-
to chiaro, ma non è stato dimentica-
to. Ecco la preghiera che s’innalza
da tutta la chiesa: dalla Chiesa Catto-
lica e da tutte le Chiese sorelle che
s’intitolano allo stesso Cristo: la pre-
ghiera che s’innalza da tutte le chie-
se: da San Pietro di Roma o da San
Paolo di Londra, come dalle più
sperdute cappelle dei nostri Padri o
dei nostri fratelli Protestanti del
Guamà o del Congo.
Per il felice esito del Concilio, per
disposizione del Padre Generale in
tutte le nostre Comunità si prega
quotidianamente con l’inno ufficiale
del “Veni Creator”; e per filiale istin-
to della fede ognuno prega nel suo
cuore.
Così dinanzi all’umile edicola nel -
l’alto dei monti della Val Seriana i
nostri Chierici filosofi hanno pregato
e cantato alla Vergine; – così nel -
l’umile Casa di Loreto i nostri Chieri-
ci teologi, giorni or sono, hanno of-
ferto, col Sacerdote, il Sacrificio che
tutti ci ha redenti e tutti ci raccoglie
in unum.
Anche la imminente Seconda Setti-
mana di Spiritualità degli stessi, sul
tema della devozione e del servizio
dei Barnabiti alla Santa Sede, vuole
essere, nel suo piccolo, una fervida e
quanto mai appropriata e impegnan-
te preparazione.
LA VOCE DI S. ANTONIO
M. ZACCARIA
(marzo-aprile 1962)
i Laici e il Concilio
I cristiani devono acquistare una
coscienza viva delle loro responsabi-
lità di fronte al Concilio.
Troppi cattolici sono ignoranti del-
le cose della Chiesa e poco premuro-
si di informazioni. Un notevole nu-
mero di fedeli, al contrario, si inte-
ressa di questo futuro Concilio ed
ascolta volentieri i Vescovi quando
dicono loro: “Questo Concilio ri-
guarda anche voi laici. È necessario
che abbiate lo spirito e il cuore aper-
ti a questo avvenimento della Chie-
sa: bisogna che sentiate per esso un
vero interesse”.
Ma questi Laici militanti si meravi-
gliano di essere tenuti in una notevo-
le ignoranza sul Concilio, i cui lavori
preparatori si svolgono nel segreto.
Essi accettano assai volentieri di es-
sere rappresentati dai loro Vescovi;
ma, ricordandosi del mandato che
hanno ricevuto da loro stessi per la
loro azione apostolica, essi vorreb-
bero poterli mettere a parte delle lo-
ro preoccupazioni, dei loro desideri
e alle volte delle loro apprensioni.
In poche parole i laici si mettereb-
bero volentieri nell’atteggiamento
dell’elettore il quale affida a colui
che egli manda al parlamento una
causa da difendere, una missione da
compiere. E quando si risponde a
questi laici che la loro parte in que-
sto Concilio si racchiude principal-
mente nella preghiera e nella rinno-
vazione morale e spirituale, alcuni
non nascondono un sentimento di
sorpresa. Non dobbiamo menomare
l’importanza di questa obbiezione.
Perché sebbene siano insufficienti o
anche erronee le nozioni teologiche
che possono accompagnare questi
desideri generosi, essa rivela ai sa-
cerdoti l’urgente necessità di cogliere
l’occasione del Concilio per dare ai
militanti cristiani una conoscenza
più esatta della natura della Chiesa e
dell’ufficio dei Vescovi.
Solamente i cristiani così istruiti sui
legami spirituali che, nella Chiesa, li
uniscono al loro Vescovo, potranno
comprendere a quale titolo questi,
Capo e Padre della Diocesi, li rap-
presenta autenticamente al Concilio.
Solamente questi cristiani potranno
riconoscere che l’assenza dei laici
nell’assemblea conciliare non impli-
ca affatto una “clericalizzazione”
della Chiesa.
Difatti è essenziale per la Chiesa
avere un popolo e che questo popo-
lo di battezzati cooperi, al suo posto,
però attivamente, al bene comune
della Chiesa. Ciò è vero in tutti i
tempi ma lo è più ancora ai tempi di
un Concilio.
I Vescovi al Concilio attorno al Pa-
pa, sono collegialmente gli interpreti
autentici della fede della Chiesa e,
STORIA DELL’ORDINE
chierici barnabiti in Val Seriana
Giovanni XXIII in visita al carcere
romano di Regina Coeli,
26 dicembre 1958
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Eco dei Barnabiti 4/2012 31 [9]
personalmente, i testimoni della fede
del loro popolo.
Il Vescovo si deve mettere in
ascolto del suo popolo e, potremmo
dire, dello stesso Spirito Santo che
lavora questo suo popolo. È bene
perciò che egli vada al Concilio co-
me portatore delle speranze dei suoi
cristiani garantendo la loro fedeltà
alla fede, testimoniando i loro sforzi
apostolici e le loro difficoltà.
Ogni fedele, cosciente della sua
responsabilità di membro della Chie-
sa, deve comprendere meglio quale
è la solidarietà che lo unisce, insie-
me con tutti i suoi fratelli nella fede,
a colui che è il Padre.
I fedeli perciò si mettano ad ascol-
tare i loro Vescovi, con adesione
cordiale e soprannaturale; si mostri-
no premurosi di aumentare, attraver-
so la fedeltà alla grazia, la loro inti-
ma comunione di pensiero e di
azione con il Capo della Diocesi, di-
sposti ad aprirsi alla verità che egli
insegna, pronti per l’azione che è lo-
ro richiesta.
I Vescovi, futuri Padri del Concilio,
hanno bisogno di una coesione della
comunità diocesana attorno a loro. È
per eccellenza il momento di ripetere
con S. Cipriano: “La Chiesa è il popo-
lo unito al suo Pontefice ed il gregge
vicino al Suo Pastore” (Mgr Veuillot,
Extrait de La Semaine Religieuse).
IL CARLO ALBERTO
(dicembre 1962)
il Concilio Vaticano II
Un viaggio a Roma in aereo ha
sempre qualcosa di attraente, ma an-
darvi per assistere all’apertura del
Concilio Ecumenico Vaticano II è un
fatto che non si ripete nella vita di un
individuo e non a tutte le generazio-
ni è dato di registrare un simile avve-
nimento.
La mattina dell’11 ottobre una folla
cosmopolita si addensava dietro le
transenne in Piazza S. Pietro. Io, più
fortunata ebbi con il nonno un bi-
glietto di ingresso nella Basilica.
La grande Chiesa era sfolgorante di
luce che faceva brillare l’oro profuso
dovunque. Era uno spettacolo incan-
tevole che teneva sospesi ed avvinti
come in un mondo ultraterreno.
E venne la sfilata dei Padri Conci-
liari; dal mio posto di osservazione
non potevo distinguere i loro volti,
ma ne intravedevo i colori.
Ebbi l’impressione che stesse en-
trando tutto il mondo in quella gran-
de Casa di Dio: il mondo europeo,
americano, afroasiatico, australiano.
Una viva emozione provai al giun-
gere in Basilica del S. Padre. Notai
come anche gli osservatori delle
Chiese Cristiane acattoliche furono
presi da un sincero entusiasmo. Era
in fondo un uomo che avanzava sen-
za qualità fisiche rilevanti, ma si in-
travedevano in Lui la paternità, la
bontà, la semplicità che conquide.
Penso che ben pochi uomini ora-
mai non siano informati sull’avveni-
mento del Concilio, ma l’aver visto
da vicino la grande Assise della
Chiesa fu uno spettacolo che mi
colpì profondamente e mi incita a
ricordarlo. I canti, le cerimonie, la
santa Messa, il Vangelo cantato in ri-
to orientale, il solenne giuramento, il
discorso del Papa tutto era semplice
e così maestoso!
Le ore passate in S. Pietro trascor-
sero velocemente. All’uscita dalla
Basilica lo spettacolo della Piazza
era grandioso; credo che in nessuna
Piazza del mondo si sia mai verifica-
to nulla di simile.
Rosa Vittoria
Giovanni XXIII
Giovanni XXIII, la mattina dell’11
ottobre scorso, alla funzione d’aper-
tura del Concilio Ecumenico Vatica-
no II, passò davanti ai 28 osservatori
rappresentanti delle Chiese separate;
sorrise e li salutò con un cenno della
mano. Qualcuno di quelli si inginoc-
chiò. Sedutosi il Papa sul trono, i Pa-
dri Conciliari, ritti davanti ai loro
scranni, ascoltarono in silenzio il Tu
es Petrus cantato dal coro della Cap-
pella Sistina e accompagnato dall’or-
gano. Papa Giovanni appariva serio.
Un movimento della mano tradì la
sua commozione: con due dita si
sfiorò la guancia sotto l’occhio de-
stro, come se si tergesse una lacrima.
Il discorso pronunciato da Lui in
apertura del Concilio fu una specie
di discorso della corona: Giovanni
XXIII tracciò il programma dinanzi ai
2498 vescovi di tutto il mondo, Il Pa-
pa ci tenne a sottolineare che egli
non condivideva certi pessimismi
che “feriscono talora il suo orec-
chio”, pessimismi fatti propri da ani-
me “pur ardenti di zelo” e che hanno
per bersaglio “i tempi moderni”. Pa-
pa Giovanni dissente da “codesti
profeti di sventure” e ritiene invece
che “nel presente ordine di cose che
la Buona Provvidenza ci sta condu-
cendo a un nuovo ordine di rapporti
umani che, per opera degli uomini e
spesso oltre la loro aspettativa, si vol-
gono verso il compimento di disegni
superiori e inattesi”. È quello che il
Papa attende dal Concilio. E aggiun-
STORIA DELL’ORDINE
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Eco dei Barnabiti 4/2012 32 [10]
ge: “La Chiesa ritiene di venire in-
contro ai bisogni di oggi mostrando
la validità della sua dottrina piuttosto
che la condanna… La Chiesa cattoli-
ca vuol mostrarsi madre amorevole
di tutti, benigna, paziente, piena di
misericordia di bontà verso i figli da
lei separati. L’unità impetrata da Cri-
sto per la Chiesa – continuò il Papa
sulla tomba di Pietro, facendo corre-
re un fremito di intensa commozione
fra chi l’ascoltava più da vicino, cioè
gli osservatori delle Chiese separate –
non deve essere intesa soltanto come
l’unità della Chiesa Cattolica, ma
piuttosto come una triplice unità: l’u-
nità dei cattolici tra loro; l’unità di
preghiere e di ardenti desideri con
cui i cristiani separati aspirano ad es-
sere uniti con noi; e infine l’unità
nella stima e nel rispetto verso la
Chiesa Cattolica da parte di coloro
che seguono religioni non cristiane”.
SICUT ANGELI
(luglio-dicembre 1962)
l’ora di Dio
Qualche giornale ha pubblicato
che i servizi di giornalisti e di fotore-
porter al Concilio hanno superato
quelli delle ultime Olimpiadi! Osser-
vazione sintomatica, anche se sem-
plicistica; rivela l’importanza, anche
presso i profani, dell’avvenimento
segnato dall’11 ottobre 1962! Infatti
chi potrà contare il numero di quelli
che, nella mattinata di quel giorno
sacro alla divina Maternità di Maria,
non hanno saputo distaccare gli oc-
chi dal teleschermo? Soprattutto il
cuore di tutti i Cattolici era a Roma,
a quel Colle Vaticano che dà il no-
me, per la Storia, a quel Consesso di
Vescovi provenienti dal mondo inte-
ro. I rotocalchi di tutti i generi si son
fatti il dovere di riportarci le immagi-
ni già viste alla TV, quasi a regalarci
un ricordo alla mano di quanto ci ha
commosso. La cronaca di quel fausto
giorno, conclusosi con una dimostra-
zione popolare e con le ispirate ed
affettuose parole del Papa del Conci-
lio Ecumenico Vaticano II, appartie-
ne oramai alla Storia della Chiesa.
Ma sarebbe triste se i Cattolici do-
vessero far consistere il Concilio so-
lamente in questo: la grandiosità del-
la Sala Conciliare in S. Pietro, lo
spettacolare inizio con l’interminabi-
le teoria di Vescovi, seguita dal fan-
tasmagorico corteo papale; la curio-
sità dei colori e delle fogge dei para-
menti sacri…! Tutto questo non è
che una esteriorità interessante, bel-
la, necessaria a colpire i sensi; ma il
Concilio è tutt’altra cosa.
Il Concilio è il consesso di Uomini
che portano il peso della responsabi-
lità di popoli davanti a Dio che li ha
loro affidati mediante un Ordine sa-
cro; riuniti nel nome di Dio da Colui
al Quale furono affidate da pascere
tutte le pecorelle; riuniti nella Casa di
Dio, per trattare gli interessi di Dio. E,
quello che più importa, al di sopra di
questi Uomini che pure portano una
esperienza umana, una conoscenza
profonda della dottrina e dei bisogni
della umanità, c’è l’invisibile ma rea-
le Presenza dello Spirito Santo che il-
lumina, guida e dirige infallibilmente
menti e cuori perché la Chiesa conti-
nui ad essere la Mater et Magistra
nella testimonianza al Cristo. Per
questo il Concilio è l’ora di Dio.
Tre anni di lavoro indefesso passa-
rono da quando Giovanni XXIII il 25
gennaio 1959 annunziava il Conci-
lio. Dietro invito della S. Sede da tut-
ti i Vescovi del mondo, da tutte le
Università Cattoliche e Facoltà teolo-
giche arrivarono a Roma tale cumulo
di proposte da raccoglierle in diversi
volumi. Le dieci Commissioni incari-
cate dal S. Padre le hanno studiate e
vagliate ed hanno formulato degli
schemi che sono ora sottoposti ai Pa-
dri Conciliari. Questi, alla loro volta,
discuteranno e alla fine daranno il
loro giudizio che sottoporranno al
definitivo parere del Papa. Avremo
allora maggiormente illuminata la
nostra Fede, svelati gli errori, indica-
ta più sicuramente la via della verità
e – Dio lo voglia! – aperta la via del
ritorno dei nostri Fratelli separati. Il
fatto nuovo nella storia della Chiesa
è proprio questo: al Concilio sono
presenti quali “osservatori” i Rappre-
sentanti di Chiese Ortodosse e di
Chiese Cristiane separate. I contatti si
sono fatti più frequenti: l’udienza
accordata a loro dal S. Padre in un
clima di confidenza affettuosa li ha
sorpresi e commossi; apre il nostro
cuore a grandi speranze. Anche per
questo il Concilio è l’Ora di Dio!
È necessario che tutti noi abbiamo a
comprendere quest’ora, non solamen-
te interessandoci dei lavori che si svol-
gono nell’Aula Dei; non solamente di-
sponendo le nostre anime a ricevere,
con animo filiale, quanto sarà piaciuto
allo Spirito Santo di comunicarci alla
fine del Concilio; ma soprattutto vi-
vendo fin d’ora il clima del Concilio
che è clima di salutare riforma per
l’individuo, per le famiglie e per la so-
cietà. Ciascuno porti il suo contributo
di testimonianza fedele al Cristo. L’ora
di Dio sarà l’ora della restaurazione di
un mondo migliore.
conclusione
Se si può ritenere che Sant’Antonio
M. Zaccaria sia stato capace di prefi-
gurare il Concilio Vaticano II per al-
cune sue divine intuizioni, circa, ad
esempio, il ruolo attivo dei laici nella
Chiesa, stigmatizzando con forza il
pericolo della tiepidezza, ossia di
«tutti gli intrighi delle sofisticherie de-
gli uomini moderni, i quali così paion
da sé essere per dislongare [allonta-
nare] l’uomo da Dio» (Lettera III), con
la sollecitudine di San Paolo e se-
guendo gli indirizzi programmatici
indicati dal Capitolo Generale 2012,
tornino i suoi “Figlioli e Piante” a
«scrutare i segni dei tempi e interpre-
tarli alla luce del Vangelo, così che, in
modo adatto a ciascuna generazione,
possa rispondere ai perenni interroga-
tivi degli uomini sul senso della vita
presente e futura e sul loro reciproco
rapporto. Bisogna infatti conoscere e
comprendere il mondo in cui viviamo
nonché le sue attese, le sue aspirazio-
ni e la sua indole spesso drammati-
che» (Gaudium e Spes, 4).
Filippo Lovison
STORIA DELL’ORDINE
09BIS Storia ordine inserto 23-34_eco4-2012 13/12/12 12:14 Pagina 32
i Padri Conciliari Barnabiti: il Superiore Generale Emilio Schot e i vescovi Mons. Placido
Cambiaghi, Vescovo di Crema, e Mons. Eliseo Coroli, Prelato del Guamà, in Piazza S. Pietro
all’uscita da una Sessione del Concilio Vaticano II
09BIS Storia ordine inserto 23-34_eco4-2012 13/12/12 12:14 Pagina 33
09BIS Storia ordine inserto 23-34_eco4-2012 13/12/12 12:14 Pagina 34
da Paolo Campello della Spina nelle
Memorie storiche e biografiche relative
al Castello di Campello (Roma, 1889).
L’autore scrive dopo che la Rivoluzio-
ne francese e i suoi postumi avevano
messo fine al Monastero, relegando “a
estinzione” le monache nel convento
spoletino di Via Monterone (1810), do-
ve confluirono le nostre pergamene, at-
tualmente conservate nell’Archivio del-
le Suore Convittrici del Bambin Gesù
in San Severino Marche.
Dopo aver ricordato che nel 1700 la
chiesa del Convento venne «amplia-
ta… nel modo che attualmente si tro-
va», afferma di aver «udito dai super-
stiti – scrive infatti dopo che il Mona-
stero fu soppresso – narrare grandi
benefici che ne ritraeva il Castello». E
aggiungeva, sconsolato: «Ben se ne co-
nosce la fine, dovuta alla persecuzione
francese, della quale quei vecchi erano
stati testimoni. Narravano essi quali e
quanti fossero stati i vantaggi morali e
materiali ridondanti alla popolazione
da quel centro religioso; a cui ricorreva
nelle avversità, a cui venivano frequen-
temente personaggi ecclesiastici e lai-
ci, in cui si collocavano le giovinette
campelline chiamate alla vita del chio-
stro, dalle quali riverberava poi alle
proprie famiglie una religiosità e un
corredo d’insegnamenti a ben vivere,
buoni a preservare il paese dalle colpe
del secolo. Quel centro di pie donne,
consacrate al servizio di Dio, giudicate
inutili e dannose dagli assidui delle
loggie [massoniche] e dei lupanari, ser-
viva anche temporalmente a mantene-
re più alto il prestigio del paese a fron-
te di altri; in pro va di che possono ap-
punto citarsi Campello e Castel Ritaldi,
i quali finché ebbero il Monastero
mantennero una prosperità superiore
ai castelli consimili, e quando il primo
più non l’ebbe e il secondo lo ebbe,
ma derubate d’ogni loro avere le mo-
nache, ridotte a poche sofferenti la fa-
me, decaddero sin sotto al comune li-
vello. Anzi a quello di cui m’industrio
Eco dei Barnabiti 4/2012 35
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
RIPORTIAMO, IN LIBERA TRADUZIONE DAL LATINO, IL TESTO DELLA SECONDA PERGAMENA RAFFIGURATA NELLA PAGINA 22
Licenza accordata ad Agnesuccia dal vescovo di Spoleto in ordine all’erezione del Monastero di San Giovanni Battista, in Campello
Alto, il 5 aprile 1401
Lorenzo, per grazia di Dio vescovo di Spoleto, alla da noi amata in Cristo Agnesuccia di Lorenzo, monaca del Monastero di San Pie-
tro di “Adualis” presso Campello, dell’Ordine di san Benedetto, nella diocesi spoletina, eterna salute nel Signore.
La richiesta che ci hai presentato testé da parte tua – quantunque tu abbia fatto ed emesso regolare professione nel suddetto Monaste-
ro di San Pietro e quivi abbia dimorato per un certo lasso di tempo – riguardava, in considerazione della salute della tua anima e per ser-
vire il Signore con tanta più devozione e tranquillità, la facoltà di erigere nelle case paterne site presso il Castello di Campello, nella dio-
cesi spoletina, un oratorio con altare, campanile, campana, cimitero e altre necessarie strutture, a onore di Dio e sotto il nome di San
Giovanni Battista. E infatti, in conformità e secondo il tenore delle lettere a te di recente concesse dal santissimo padre in Cristo e nostro
signore Bonifacio per divina provvidenza papa IX, ottenesti licenza di costruire, cosa che iniziasti a fare, il suddetto Monastero e, con
l’aiuto del Signore, non hai omesso né intendi omettere di portare a compimento con ogni solerzia e continuità il lavoro intrapreso.
Nella tua richiesta ci hai umilmente supplicato che quanto ti accingi a realizzare e che si trova sotto la giurisdizione della Basilica del
Principe degli apostoli, venga confermato secondo le leggi canoniche vigenti: si tratta della consacrazione del suddetto oratorio e del relati-
vo cimitero, dell’erezione del campanile e della campana, nonché dei divini uffici che vi saranno celebrati e delle altre ore canoniche che
verranno recitate e dei sacramenti che verranno amministrati, cui si aggiunga la facoltà di deputare un sacerdote idoneo che vi celebri gli uf-
fici divini; cose tutte cui abbiamo provveduto per grazia speciale e secondo il diritto vigente, in conformità alle suddette lettere pontificie.
Benevolmente disposti ad accogliere le tue giuste suppliche, avendo già ricevuto affidabile testimonianza circa la convenienza del
luogo e della tua continenza, onestà e condotta, diamo piena licenza, secondo quanto è detto nel presente documento, di provvedere
alla costruzione del suddetto oratorio con altare, campanile, campana, nonché il cimitero e altre necessarie strutture a onore di Dio e
sotto il nome di San Giovanni Battista, e di scegliere un sacerdote cattolico per celebrare i divini uffici e amministrare i sacramenti del-
la Chiesa tutte le volte che a te e a quanti ti succederanno in seguito parrà opportuno e gradito, senza pregiudizio del diritto altrui.
E affinché possiate essere tumulate nel cimitero di detto oratorio debitamente consacrato, tu e quante ti succederanno e le altre mo-
nache che in futuro serviranno il Signore, come pure i corpi degli altri fedeli cristiani, con la nostra autorità e in nostra vece concedia-
mo facoltà a qualsivoglia vescovo cattolico, che fosse richiesto da te o da chi ti succedesse, di compiere detta consacrazione secondo
il rito consueto della santa Chiesa romana.
Volendo concederti il dono di una grazia ancor più fruttuosa, così che il suddetto oratorio possa registrare un incremento della do-
vuta devozione, e la sincerità della fede risplenda ancor più chiaramente, in virtù della nostra autorità, a tutti coloro che sinceramente
pentiti e confessati, parteciperanno alla preghiera diurna e notturna, e che genuflessi reciteranno cinque volte il Padre nostro a onore di
Dio onnipotente e reciteranno tre volte l’Avemaria  in onore della gloriosa Vergine sua madre e del beato Giovanni Battista, quando
sentiranno suonare la campana dell’oratorio a loro lode, e a chi sia maschio o femmina di qualsivoglia condizione darà personalmente
una mano o un contributo in aiuto alla costruzione e alla fabbrica, concediamo quaranta giorni per ogni ora in cui avranno dato la loro
opera o il loro contributo e li assolviamo misericordiosamente nel Signore dalle penitenze loro ingiunte.
Crocifisso del Convento. Particolare
del grande affresco (1342) attribuito
al Maestro di Fossa
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Eco dei Barnabiti 4/2012 36
IL MONASTERO CAMPELLINO DI SAN PIETRO
di riferire la storia, fu il segnale del di-
sfacimento, perché può dirsi rimanesse
con la loro scomparsa un deserto rude-
re» (p. 248). Proprio quel «semidiruto
fabbricato» di cui parla l’atto notarile
con il quale i Barnabiti acquisirono il
Convento nel 1935. Una rara fotogra-
fia lo documenta.
la vita interna del monastero
A questo punto il lettore si chiederà:
ben oltre il quadro storico che ricostrui-
sce le vicende relative al Monastero dei
Santi Giovanni Battista e Pietro, quale
vita vi conducevano le monache? qua-
le ne era la disciplina religiosa? quale
rapporto le legava all’ambiente circo-
stante? come e di che vivevano? Una
risposta adeguata sarebbe stata possibi-
le se, oltre all’elenco, il superstite loro
Archivio ci avesse conservato il relativo
materiale. Ma, ahimé! allo stato attuale
delle ricerche questo ci è interdetto.
Tenteremo in ogni modo di farcene
un’idea attraverso gli aridi elenchi for-
niti dall’Inventario custodito nell’Archi-
vio diocesano di Spoleto.
Anzitutto vi troveremmo il breve
emesso dal Capitolo vaticano con-
cernente l’approvazione delle regole
dei frati di Santa Croce di Campello
sotto la regola di sant’Agostino. La
“scoperta” risulterebbe di straordina-
rio interesse, visto che l’erigendo ce-
nobio nasceva all’interno di quel ri-
torno all’osservanza che come si è
detto agitava le coscienze di agosti-
niani, francescani e “spirituali”.
Per quanto poi concerne i due Mo-
nasteri benedettini unificati, l’Inventa-
rio, oltre a registrare privilegi canonici,
possedimenti di stabili, mobili, arredi,
legati per la celebrazione di messe,
versamenti di decime per lo più sim-
boliche alle autorità vaticane, transa-
zioni di liti, acquisizioni patrimoniali e
beni ereditari, libri di ricevute detti
“bastardelli”, testamenti, rendite fon-
diarie, donazioni di benefattori, lavori
di manutenzione e relativi operai, re-
gistri di entrate e uscite…, oltre a tutto
ciò elenca una serie di documenti illu-
stranti la vita interna delle monache.
Custodiva infatti documenti concer-
nenti la «regola o modo di prendere le
donne nella Regola di san Benedetto e
di vestigli l’abito religioso»; «il modo
d’eleggere la badessa»; «lo stato» del
Monastero; l’arredo di quante entrava-
no come monache, le loro doti, la da-
ta della professione e della morte; co-
me pure copia della Regola di san Be-
nedetto in volgare e la Regola propria
del Monastero stesso.
Ma ciò che ci strugge dal desiderio
purtroppo destinato a rimanere inap-
pagato, è quel «Libro delle risoluzio-
ni capitolari» che ci avrebbe permes-
so di varcare la rigorosa clausura e di
registrare sul vivo l’esperienza del
Monastero e le dinamiche interne re-
lative alla vita comune e alla vita di
preghiera! Per non dire di quella
«memoria d’essere stati uniti li due
Monasteri di San Pietro e di San Gio-
vanni Battista dall’eminentissimo si-
gnor cardinale Visconti vescovo di
Spoleto (il dì 18 luglio 1604) e della
dispensazione d’alcuni obblighi del-
la Regola di già non osservati»...
Attraverso quest’ultimo documento
avremmo potuto ricostruire una vi-
cenda che senza dubbio registrò mo-
menti di disagio tra le monache, ma
che tutto ci fa pensare sia andata a
buon fine. Avremmo saputo con edi-
ficazione come ne vennero a capo e
quali “sconti” fecero alle loro Regole
per vivere insieme e in pace!
Antonio Gentili
il «semidiruto fabbricato» del Convento, all’atto dell’acquisto nel 1935. In alto,
a destra, il Castello
foto storica dell’estate del 1938. Al centro, d. Benedetto Fabrizi, alla sua
sinistra il p. Generale Ferdinando Napoli e alla sua destra il p. Maestro
Agostino Mazzucchelli
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Eco dei Barnabiti 4/2012 37
ANNO DELLA FEDE: TESTIMONIANZE
L
a sera del 14 agosto 2012,
nel piccolo santuario ma-
riano della “Madonna del
molet”, a Limonta, nelle vicinanze di
Bellagio, ascolto l’omelia del cardinale
Gianfranco Ravasi in un contesto di
suggestiva armonia spirituale e fisica.
Alcune persone, ma anche certi luoghi
sanno parlare alla sensibilità e alla ra-
zionalità degli astanti in modo del tut-
to particolare, anche, o forse soprattut-
to, quando i temi sono più ardui per-
ché legati al binomio essenziale
vita-morte. Le parole del cardinale so-
no alte, profonde, toccanti; intorno a
me occhi lucidi, gente assorta nel si-
lenzio, nella meditazione e nella con-
templazione. Ciascuno sente rivolti a
sé sia quel messaggio intenso di spe-
ranza, pur nella sofferenza che ogni
morte provoca, sia il riferimento a Ma-
ria, madre che accoglie tutti; la festa
mariana dell’Assunzione è evocata
con accenti insieme solenni e carichi
di tenerezza, con l’invito ad un ricordo
grato per il ruolo della donna, portatri-
ce di vita, in cui tutti ci riconosciamo,
essendo ognuno di noi “figlio”.
Nella mia mente il volto sorridente
di Davide crea una sensazione forte,
un’emozione che mi scuote: mi sem-
bra quasi di vederlo nella luce tre-
molante di quel paesaggio lacustre
punteggiato di barche illuminate. Il
motivo per cui quella sera il ricordo
è così vivo si spiega facilmente: ho
da poco concluso una lettera per lui,
quella che da cinque anni gli scrivo
per il 16 agosto in un colloquio idea-
le che mi aiuta molto.
Ma per capire meglio chi sia que-
sto ragazzino così speciale occorre…
un po’ di “storia”:
Luca, Simone, Davide
Sono i tre bambini di Paola e Mas-
simo Carbone, deceduti per una ter-
ribile malattia metabolica, l’acidemia
propionica, in età infantile i primi
due, da adolescente Davide. Impos-
sibile parlarne senza sentirsi turbati,
anzi sconvolti: una lacerazione trop-
po grande per i genitori e i nonni,
che li amavano con indicibile tene-
rezza, e per tanti parenti e amici.
Per Davide, che ho conosciuto e
avuto come alunno, ma che in realtà
per me è stato “maestro” di vita, il ri-
cordo è intenso, talora struggente…
Era un ragazzino sereno e sorridente,
nonostante le limitazioni gravose
causate dalla malattia: non poteva
nutrirsi se non con un’alimentazione
mirata, aveva difficoltà nella mobi-
lità, combatteva spesso contro mal di
testa, vomito e nausea. Eppure non si
lamentava mai, apprezzava le cose
semplici, ringraziava tutti e, cosa in-
credibile, sorrideva, con lo sguardo,
le labbra, il cuore. Il sorriso è proprio
il tratto di lui che non si dimentica.
Amava lo studio, era desideroso di
scoprire e di capire; sorprendeva la
sua voglia di imparare, ma seguiva
volentieri anche lo sport e, se la prati-
ca gli era preclusa, erano il gusto per
il gesto tecnico e la passione a farlo
godere per i risultati e successi dei
campioni sportivi nel calcio, nello
sci… Come tanti suoi coetanei si ac-
calorava, discuteva, si documentava.
Era un figlio e un nipote dolcissi-
mo, stimolato e insieme protetto, ma
l’amore e le mille terapie non hanno
potuto sconfiggere la malattia e il
suo ineluttabile decorso.
Il 16 agosto 2007 Davide ha rag-
giunto i fratellini tra gli angeli.
Chiunque può solo immaginare lo
strazio di questa perdita per le fami-
glie Carbone e Melotti.
una nuova nascita,
quella dell’Associazione
La frase di Davide, quella che dà il
titolo a questo scritto, ha cambiato
tutto, generando, letteralmente, un’al-
tra storia, quella dell’Associazione
“La vita è un dono”, che ora ne rac-
coglie l’eredità morale e che è de-
dicata alla memoria sua, di Luca e
Simone.
CREDERE, NONOSTANTE TUTTO
“La vita è un dono”
Questa asserzione è la preziosa eredità che Davide, un ragazzino quattordicenne morto 5 anni fa,
ha lasciato alla sua famiglia, a parenti ed amici, a chi lo ha conosciuto e amato, ma anche a chi
ascolta o legge la sua straordinaria storia.
Davide Carbone
l’ospedale romano del Bambin Gesù
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Paola e Massimo hanno “scelto” di
onorare la memoria dei figli, di dare
senso al loro essere stati “al” mondo
e di lottare per rendere concreta e
operante la “logica del dono” inse-
gnataci da Davide. Il 10/12/2007
hanno costituito una Onlus con fina-
lità insieme filantropiche e di ricerca.
Invece della disperazione, della ribel-
lione, dell’inedia, hanno dato vita ad
una realtà che affronta la malattia
con le armi della ricerca scientifica
ad alto livello e della solidarietà au-
tentica. La forza viene loro proprio da
quel figlio che ha scritto, in condizio-
ni difficilissime, un pensiero tanto
profondo: se lui, che non vedeva più,
in un compito a scuola dato in prepa-
razione alla Pasqua dall’insegnante di
religione, ha saputo lasciare un mes-
saggio di tale intensità, è doveroso
accoglierlo e testimoniarlo. Questo
non è un dato retorico, orecchiato
qua e là, ma l’espressione più piena e
toccante del suo essere e, se si legge
l’intera frase, che oggi consideriamo
una preghiera, non è difficile rendersi
conto del valore e della pregnanza
delle parole, ma soprattutto della for-
za d’animo e del coraggio di un ra-
gazzino che le viveva sulla propria
pelle. Davide infatti aveva scritto:
«Secondo me la vita può essere defi-
nita un dono che ci viene dato da
Dio e dagli altri e noi dobbiamo vi-
verla fino in fondo e al meglio. È sba-
gliato pensare che la vita sia brutta
solo perché si è in difficoltà o non si
riesce a fare qualcosa. La vita è infini-
ta perché viene da Dio».
Difficili una chiosa o un commen-
to… si può solo interrogarsi e, maga-
ri, cercare di migliorarsi. Certe volte
penso che alcune parole, dono in
primo luogo, abbiano assunto per
me un significato nuovo, siano state
rigenerate e rinnovate.
ricordare
La parola “ricordare” aveva inte-
ressato molto Davide, quando aveva
saputo che essa non significa solo
conservare nella mente, ma piuttosto
“ridare il cuore”: me lo aveva detto
con il suo bel sorriso ed anche que-
sto termine per noi oggi ha un valore
fortemente evocativo.
La memoria di Davide, Luca e Si-
mone è vita per le famiglie Carbone
e Melotti: la celebrazione di una
Messa perpetua consente momenti
forti di fede, affetti, amicizia e la pre-
ghiera unisce in un legame intenso e
consolante. Ma tante, tante altre ini-
ziative ricordano Davide e insieme
consentono di contribuire a finanzia-
re gli impegnativi progetti dell’Asso-
ciazione. Paola e Massimo con il so-
stegno dei nonni, di parenti e dei
tanti amici danno vita ad una rete di
esperienze, momenti diversi, ben
coordinati durante l’anno: lo sport, la
vita sociale, l’arte, la musica sono i
campi in cui si organizzano iniziati-
ve significative che coniugano qua-
lità e spessore con una grande parte-
cipazione di gente. La più nota e se-
guita occasione di incontri, relazioni
interpersonali e raccolta fondi è la
“Camminata nei boschi di Davide”,
una competizione che si svolge ogni
anno, il 2 giugno, e che vede la pre-
senza di atleti ma anche di dilettanti,
di tanti vecchi e nuovi amici che
danno il meglio di sé non solo sul
terreno dello sport, ma anche su
quello logistico, con un apporto fatti-
vo e prezioso per organizzare tutte le
fasi della corsa, da quella della ven-
dita dei biglietti, alla impegnativa
preparazione della camminata che si
svolge nell’ambito di tre Comuni, al-
la premiazione. Ci sono però anche
gare di sci e di golf: lo sport sano,
quello che unisce, si fa interprete di
valori profondi ed ha anche un posi-
tivo risvolto economico nel bilancio
dell’Associazione.
Oggi Davide è ricordato anche
dall’aula magna della Scuola” A. Ro-
smini” di Eupilio in cui ha studiato,
da una borsa di studio che porta il
suo nome, da un parco giochi nel
paese di Castelmarte, dai pezzi “Ru-
giada di pena” e “La strada della lu-
na” che il musicista Marco Fusi gli
ha dedicato; per lui e per “La vita è
un dono” si sono organizzati concer-
ti, dal coro Alpino Orobica, da quel-
lo Kalenda Maia, dai Sulutumana,
dal coro femminile “Cum Corde”;
sono state allestite due mostre d’arte
dal titolo emblematico ed evocativo
“Terra e cielo”, in cui sculture di cre-
ta e tele con soggetti astronomici
hanno testimoniato un legame forte
fra due orizzonti, il nostro e quello
celeste.
Ma anche i suoi compagni di scuo-
la, i CO.CO.DA (comitato compagni
di Davide), i suoi vicini di casa e
amici non lo hanno dimenticato:
molti lavorano, pensano, collabo -
rano e divengono soci dell’Asso -
ciazione.
l’associazione oggi:
la ricerca scientifica in atto
al Bambin Gesù di Roma
Il grande merito dell’Associazione
è il finanziamento di un Dottorato di
Ricerca triennale, già rinnovato per
un secondo triennio, sulle organico-
acidurie presso il laboratorio di ma-
lattie metaboliche dell’Ospedale pe-
diatrico Bambin Gesù di Roma, di-
retto dal prof. Dionisi Vici.
Il dott. Diego Martinelli, vincitore
del bando, divenuto ormai anche un
amico presente in alcuni momenti
forti dell’Associazione, sta sperimen-
Eco dei Barnabiti 4/2012 38
ANNO DELLA FEDE: TESTIMONIANZE
targa affissa nella scuola di Davide
targa e foto collocate nell’aula di
Davide
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tando un farmaco che sarà poi som-
ministrato da dicembre 2012 a venti-
due bambini provenienti da vari
ospedali italiani.
Certo la strada è impervia e la
complessità dell’eziologia della ma-
lattia richiede tempi lunghi e sforzi
enormi, ma il sogno che possa essere
vinta alimenta e vivifica Paola e
Massimo, insieme a tutti coloro che
li amano e li affiancano nel loro pro-
getto esaltante.
Nel “Bambin Gesù” i coniugi Car-
bone trovano un punto di riferimento
e si sentono un po’ in famiglia quan-
do vedono la targa della loro Asso-
ciazione con la preghiera di Davide,
con il logo della “quercia”, quella da
lui disegnata e scelta per identificarsi
come simbolo di saldezza e di capa-
cità di resistere a venti e bufere.
Le finalità dell’Associazione sono
limpide, cristalline, segnate da una
ricerca di alto profilo scientifico, ma
anche da valori forti di condivisione
e solidarietà sociale: infatti tra gli
scopi dichiarati c’è il sostegno alle
famiglie e alle persone colpite da
acidemia propionica (art. 5 dello sta-
tuto) e questo dimostra la grande
sensibilità e la vera “carità” in termi-
ni evangelici di questi genitori così
straordinari. Non si tratta per loro di
impiegare solo risorse economiche,
cosa già apprezzabile visto l’onere fi-
nanziario che ogni ricerca comporta,
ma anche di profondere tempo ed
energie psicofisiche, richieste dalle
attività molteplici dell’Associazione
e dal desiderio di farla conoscere,
diffonderne le idealità, allargarne gli
orizzonti. Grandi realizzazioni, pro-
getti straordinari e conquiste impen-
sabili sono nati da un sogno e, quan-
do a sognare si è in tanti, anche i so-
gni prendono corpo e viaggiano, an-
zi veleggiano, come quel Brigantino
di Nave Italia su cui hanno vissuto
un’avventura straordinaria, nel senso
letterale del termine, alcuni bambini
e ragazzi affetti da malattie metaboli-
che. Partiti da Gaeta con meta Roma
con un’equipe composta da membri
della Marina Militare, ma anche da
personale medico e paramedico che
li assisteva nella navigazione e nelle
esigenze personali, questi piccoli pa-
zienti hanno potuto vivere un’espe-
rienza di autonomia (preziosa per
chi è abituato alla costante presenza
genitoriale) e insieme di gruppo, in
un ambiente protetto e in uno scena-
rio, quello marino, che offre scorci
suggestivi ed emozioni forti. Avevo
pensato di cominciare da qui il mio
discorso, dalla e-mail e dalla foto
che ricordano questo evento: infatti
Paola e Massimo hanno visto lo
splendido veliero, sono saliti a bordo
e incontrato i coraggiosi “naviganti”
che, coordinati dal professor Dionisi
Vici, hanno reso possibile il viaggio,
hanno ricordato, gioito e pianto, spe-
rato e sognato… Ho guardato a lun-
go quella foto e mi è parso di librar-
mi nell’azzurro di un mare e di un
cielo che sembrano fondersi, in quel
colore che era il preferito da Davide.
Quell’immagine è anche una singo-
lare metafora della vita: si lascia un
porto, si veleggia, si lotta contro i
marosi e poi si approda in un altro
porto, in un’ansa dove si cerca si-
curezza…
Davide ci ha insegnato che, nono-
stante limiti, disagi, sofferenze, non
si può rinunciare a credere, a spera-
re, a lottare. In questo anno dedicato
alla fede, ci si chiede non solo di ri-
pensare al nostro modo di credere,
ma anche al nostro agire. Quando si
parla di Fede come virtù teologale, la
si mette il relazione con la Speranza
e la Carità, le altre due, ma non è fa-
cile, nella realtà di ogni giorno, vi-
verle e testimoniarle concretamente,
in pienezza. Se, come afferma l’apo-
stolo Paolo, la carità è la più grande,
quella che tutto supera, se la fede
senza le opere è sterile, se ciascuno
evangelicamente è chiamato a traffi-
care i propri talenti per realizzare il
regno di Dio, il concetto della vita
come dono, testimoniato da Davide,
ci appare nella sua straordinaria por-
tata e può divenire per tutti stimolo a
vivere una fede matura e feconda.
Questo testo è certamente dedica-
to alla memoria di Davide, Luca e Si-
mone, ma vuole essere anche un
omaggio e una manifestazione di af-
fetto e di augurio per Alfreda e Gior-
gio Melotti, i nonni materni, di cui il
20 settembre 2012 ricorrono i 50 an-
ni di matrimonio. L’amicizia che ci
lega a loro è veramente particolare,
nata dalla “condivisione della soffe-
renza”, ma consolidata da idealità e
affinità profonde che generano gran-
de sintonia.
Adriana Giussani
Eco dei Barnabiti 4/2012 39
ANNO DELLA FEDE: TESTIMONIANZE
alcuni bambini e ragazzi affetti da
malattie metaboliche sul brigantino
di Nave Italia
“Camminata 2012” in ricordo di
Davide
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Eco dei Barnabiti 4/2012 40
ESPERIENZE DI VITA
M
olti si chiederanno con
quale preparazione,
competenza (e presun-
zione) un laico come me può azzar-
darsi a parlare del sacerdote. Dirò
subito, perciò, che lo faccio molto
umilmente e con tanto tremore, ricor-
dando una persona già più volte da
me menzionata in queste pagine, pa-
dre Antonio Bianchi, barnabita scom-
parso a 83 anni nel gennaio 2009.
Un uomo dal quale ho imparato.
Uno di quei santi che chi lo sa se mai
arriveranno agli onori degli altari.
Santi del silenzio e del quotidiano.
Ho trovato la figura di questa per-
sona da me molto amata riflessa in
un libro, che traccia il profilo ideale
del sacerdote di cui la Chiesa
e il mondo d’oggi hanno as-
soluto bisogno. Si tratta di
“Padre” (Edizioni San Paolo,
2010 – pagg. 215 – €. 16,00).
Don Massimo Camisasca,
l’autore del libro, fondatore
della Fraternità Missionaria
“San Carlo Borromeo”, sarà
ordinato vescovo il prossi-
mo 7 dicembre. Gli sarà af-
fidata la Diocesi di Reggio
Emilia e Guastalla. Una gra-
tificazione importante da
parte della Chiesa non solo
al fondatore di una nuova
congregazione di sacerdoti
missionari che, in poco più
di un quarto di secolo, si è diffusa
nei cinque continenti, ma anche un
ulteriore riconoscimento al carisma
di don Luigi Giussani e al cammino
educativo di Comunione e Libera-
zione, di cui don Massimo è figlio
spirituale.
Negli ultimi anni numerose sono
state le pubblicazioni del sacerdote
bergamasco. Si va dalla storia in tre
volumi del movimento di C.L. ad
una biografia del don Gius (come af-
fettuosamente veniva chiamato dai
suoi ragazzi), fino agli splendidi sag-
gi “Amare ancora – Genitori e figli
nel mondo di oggi e di domani”, “La
casa, la terra, gli amici – La Chiesa
nel terzo millennio”, “Dentro le co-
se, verso il Mistero – La mia vita co-
me un albero”.
Li ho letteralmente divorati tutti
questi libri. Ho potuto apprezzare la
dote fondamentale della penna di
don Massimo: la straordinaria pro -
fondità di riflessioni e di argomenti
teologici combinata con una ecce-
zionale semplicità di esposizione.
Ciò rende questi scritti veramente
godibili e fruibili da tutti.
Ma avevo trascurato questo, consi-
derandolo un libro rivolto ai preti.
Solo ultimamente ho deciso di leg-
gerlo, su invito di David, portoghese,
uno dei seminaristi della “San Car-
lo”, uno degli splendidi “ragazzi” di
don Massimo.
Questi “aspiranti missionari” sono
uno più “spettacolare” dell’altro. Sì,
proprio uno spettacolo di umanità,
innanzitutto, poi di determinazione,
limpidezza di giudizio e preparazio-
ne. E grazie a queste doti – che so-
no puri e semplici doni di Dio a
persone comuni – giovani neanche
trentenni riescono a esercitare una
notevole e inconsueta (per l’età) au-
torevolezza. Riescono, quasi con
naturalezza, a decidere di partire
per luoghi lontanissimi. Per la Sibe-
ria, piuttosto che per Taiwan o il Pa-
raguay. «Innanzitutto uomini» li de-
finisce Marina Corradi, scrittrice e
giornalista di “Avvenire” e di “Tem-
pi”, in occasione del libro-reportage
nel quale, dopo essersi innamorata
di queste personalità così dense di
umanità, narra le storie più signifi-
cative di alcuni di loro. Storie spes-
so complicate, conversioni il più
delle volte drammatiche. «La nostra
vocazione non è fare il prete – affer-
ma uno di loro – ma amare Cristo.
Ed ogni circostanza della vita ci è
data per riconoscerLo».
In questi seminaristi non c’è nulla
di quelle sdolcinature, effeminatez-
ze, languidezze che purtroppo carat-
terizzano molti preti di oggi, renden-
doli così distanti dal popolo. Eterei,
disincarnati, spesso solitari,
come chiusi in un loro mon-
do o nelle loro difficoltà esi-
stenziali. Per quelli della
“San Carlo”, invece – e non
lo danno mai per scontato –
«Dio non è un’idea, ma una
Persona umana, che si fa in-
contrare e trapassa il cuore di
chi Lo cerca».
Il libro “Padre” rivela il “se-
greto” di Monsignor Camisa-
sca. Il provocatorio sottotitolo
“Ci saranno ancora sacerdoti
nel futuro della Chiesa?” fa
comprendere che è decisa-
mente dedicato a sacerdoti e
seminaristi. E riesce ad essere
uno strumento modesto ma valido
per ridare nuovo slancio al ministero
presbiterale, così importante e deli-
cato. Decisivo per il nascere di una
nuova evangelizzazione.
Tuttavia l’opera mi pare importan-
te per tutti i cattolici che desiderano
approfondire e diffondere la loro fe-
de. In qualsiasi posto il Signore li ha
inviati a vivere. È un aiuto a diven-
tare un po’ più padri in un tempo in
cui il padre è il grande assente. E
d’altra parte la vera paternità è la
trasmissione della fede nel rispetto
del figlio. «Il cuore della carità – ri-
pete spesso don Massimo – è l’edu-
cazione».
SACERDOTE, PERCIÒ PADRE
Facendosi ponte tra la terra e il cielo, il sacerdote è chiamato soprattutto a costruire – o ricostruire –
persone.
don Massimo Camisasca
11 Sacerdote 40-41_eco4-2012 13/12/12 12:16 Pagina 40
Tre sono i fondamentali suggeri-
menti che don Massimo offre ai preti
che vogliono essere fedeli alla loro
vocazione e approfondirla: silenzio,
preghiera e studio. Proprio queste
indicazioni mi hanno riportato alla
mente il padre Bianchi, perché intor-
no a questi essenziali elementi ruo-
tavano tutte le giornate di quest’uo-
mo, il suo compito educativo come
insegnante, lo slancio missionario
verso gli universitari, la passione
culturale e uno sguardo semplice e
ironico sulla realtà.
Non si tratta, infatti, di consigli “tec-
nici”, quasi che l’applicazione di un
metodo generi automaticamente cam-
biamento e maturazione. E sembra
forse banale, anacronistico, in una
Chiesa spesso troppo proiettata verso
il fare, verso le iniziative “pastorali”,
verso le opere di “solidarietà”, richia-
mare momenti e atteggiamenti che
vengono solitamente ritenuti come in-
timistici. Il recente Sinodo sulla nuova
evangelizzazione è stato – al riguardo
– abbastanza categorico: non saranno
le strategie pastorali a far rinascere
l’impeto missionario della Chiesa, ma
la presenza di nuovi santi.
L’autore spiega perché bisogna ri-
partire costantemente da quei tre
momenti. E lo fa descri-
vendo la sua personale
esperienza di silenzio,
preghiera e studio. «Do-
ve troverà (il sacerdote)
il coraggio, la forza spiri-
tuale per andare sempre
di nuovo verso l’uomo?
Dove troverà l’energia
per piegarsi di continuo
su nuove ferite, senza
cadere in una stanchez-
za infinita o, peggio, in
una delusione dell’ani-
mo che può portare allo
scoraggiamento e infine
allo scandalo? Soltanto
la certezza di essere uno
a cui è stata usata mise-
ricordia. A cui viene con-
tinuamente usata».
«Il prete è uno strano
essere – afferma ancora
l’autore – al confine tra
i l ci el o e l a terra». Ed
è chiamato a costruire.
Spesso costruisce chie-
se. E in luoghi dove non
hanno mai conosciuto
Cristo – come in Cina –
o dove non si parla
più di Cristo da decenni
– come in Russia – ce n’è veramen-
te bisogno. Altre volte è chiamato a
costruire case e ospedali – come in
America Latina – per accogliere il
bisogno dell’uomo. Ma, facendosi
ponte tra la terra e il cielo, è chia-
mato soprattutto a costruire – o ri-
costruire – persone.
Spero che questa del neo-pastore
di Reggio Emilia sia veramente una
buona lettura per tutti.
Claudio Pipitone
Eco dei Barnabiti 4/2012 41
ESPERIENZE DI VITA
il sacerdote: come l’arcobaleno, ponte fra la terra e il cielo
«Il Gesù che la fede, cioè la
tradizione della Chiesa, ci ha
trasmesso, non è un personag-
gio inventato, il frutto di un
sentimento irrazionale che non
sa rivolgersi ai fatti».
Mons. Massimo Camisasca
11 Sacerdote 40-41_eco4-2012 13/12/12 12:16 Pagina 41
Eco dei Barnabiti 4/2012 42
SOCIETÀ IN CRISI
«C
’è invece un’opera da
completare, che richie-
de e merita sforzi e sa-
crifici. Darsi un punto di riferimento
significa proprio assumere quale gui-
da qualcosa che, pur connesso al
breve tempo e al piccolo luogo in cui
siamo, sia più alto e più lontano, e
perciò dia senso, orientamento al no-
stro incedere. Non una previsione o
una scommessa, ma un obiettivo e un
proposito. Significa alzare lo sguardo
oltre il proprio momento. Dalla ma-
linconia si esce guardano in alto den-
tro se stessi». Questo pensiero di To-
maso Padoa Schioppa in una sua
riflessione sull’Europa (Europa una
pazienza attiva. Malinconia e riscatto
del vecchio continente, Rizzoli, Mila-
no 2006) mi stimola a ragionare su
due argomenti che, pur distanti tra
loro, sono il qualche modo legati
dal l’inevitabilità di una domanda e
dall’urgenza di una risposta. Si tratta
della figura e del ruolo del padre e la
sua crisi oggi, da una parte; della fi-
gura e del ruolo storico dell’Europa e
la sua crisi attuale, dall’altra.
Europa: continente in crisi
C’è una crisi dell’Europa, di una
Unione europea che tutti tocchiamo
con mano, una crisi che richiede una
rinnovata paternità fondativa. Poiché
la macro società non è mai così avul-
sa dalla microsocietà, possiamo ben
affermare che questa crisi di paternità
fondativa è frutto anche di una crisi
della figura del padre nella società
moderna. Non una crisi di una so-
cietà patriarcale, che certo non si
vorrebbe recuperare, ma una crisi di
una paternità come autorevolezza e
autorità capace di offrire punti di rife-
rimento, non semplicemente scom-
messe o giochi d’azzardo che rendo-
no, forse, piacevole il presente, ma
non sanno costruire il futuro.
In questa crisi di paternità possia-
mo leggere anche una causa della
crisi di fede tra le nuove generazioni.
È statisticamente provato che l’edu-
cazione alla fede e la pratica religio-
sa dipendono direttamente dalla te-
stimonianza paterna più che da quel-
la materna (G. Cucci, Il padre, figura
decisiva nella vita di fede, La Civiltà
Cattolica 2009, III 118-127 q 3818).
Possiamo perciò parafrasare che la
crisi di valori, di intraprendenza, di
identità sessuale dipende proprio da
una crisi della testimonianza e di
una presenza paterna significativa.
Quanto sarebbe necessario trovare
un nuovo Enea che, tra le fiamme di
Troia, sia capace di prendere sulle
spalle il proprio padre Anchise e per
mano il proprio figlio Ascanio nel-
l’intraprendere non la    via semplice
della fuga, bensì della ricerca del fu-
turo (L. Zoja, Il gesto di Ettore, RCS
Libri S.p.A., Milano 2012, p. IX).
L’Europa moderna che conosciamo,
l’Europa di 60 anni di pace (forse non
ricordiamo abbastanza questo dato
dopo due millenni di guerre) è un’Eu-
ropa voluta da due padri: Robert Schu-
mann e Jean Monnet. Questa Europa
necessita oggi di una rinnovata pater-
nità sia nella politica sia nel tessuto so-
ciale, che la renda capace di guardare
al futuro tenendo presente il passato.
L’Europa ha solide basi e grandi meri-
ti, come quello di aver elaborato e svi-
luppato i grandi temi dei diritti e del
progresso,  che ha esportato nel mon-
do durante i secoli. Ma questi temi de-
vono ancora essere sviluppati e portati
a frutto non nel segno di una anacro-
nistica supremazia, bensì di un vero e
proprio servizio all’umanità. Un pa-
dre, infatti, non è semplicemente chi
ha potere sul figlio, sulla famiglia, che
da lui dipendono, ma colui che ama
la famiglia che ha fondato e che si po-
ne al servizio di questa, incoraggian-
done il progredire. Purtroppo la com-
plessa posizione ed il nuovo ruolo che
i maschi hanno dovuto ed ancora oggi
devono continuamente ridefinire, in
ambito personale, familiare, sociale,
investe anche, e forse particolarmente,
l’immagine del padre.
La società senza padre attuale si
sta rivelando una società senza fi-
glio, cioè una società in cui si nasce
dalla sola donna, se non da soli, con
il rischio che la rottura con l’origine
della nostra storia pregiudichi la pro-
spettiva del futuro. Si può supporre
che l’esaltazione della società senza
padri che parte della società contem-
poranea ostenta, nasconda in realtà
una pressante domanda di paternità?
l’immagine paterna
Ma cosa significa essere padri og-
gi? La natura e la storia dell’umanità
ci dicono che la paternità:
– non può essere disgiunta e pensata
fuori della maternità, per fare un padre
occorrono un maschio e una femmina;
UN PADRE PER L’EUROPA
La società senza padre attuale si sta rivelando una società senza figlio, cioè una società in cui si
nasce dalla sola donna se non da soli, con rischio che la rottura con l’origine della nostra storia
pregiudichi la prospettiva del futuro.
cosa resta ancora della paternità?
educare è principalmente guidare
12 Un padre 42-43_eco4-2012 13/12/12 12:16 Pagina 42
– ha senso nella prospettiva del-
l’ampliamento ed esplicazione del sen-
timento sociale, la sua missione non è
solo famigliare, ma sociale, etica;
– è il monitoraggio della crescita ed
evoluzione del sé creativo nella forma-
zione dello stile di vita del figlio nella
sua età evolutiva; è colui che non com-
pete con la madre, ma con lei educa.
All’interno di queste linee il padre è
colui che aiuta il figlio a staccarsi dal
cordone ombelicale perché questi
possa continuare un nuovo e necessa-
rio viaggio. Il padre assume un ruolo
psicologicamente fondante, perché
aiuta il figlio nella crescita della sua
dimensione psicologica, simbolica e
relazionale. «È un legame che va rico-
nosciuto per attuare un agire interper-
sonale che consideriamo paterno poi-
ché diversamente dal materno, facili-
tato dalla fisicità che è conferma di
riconoscimento, per il padre si tratta di
un ‘atto libero’ che aiuta a conservare
per guardare al futuro a far sentire il fi-
glio parte di una storia. Il padre è colui
che deve mobilitare la memoria, im-
pedire l’oblio, infrangere il narcisismo
del presente. Egli riempie di significato
il codice ‘materno’ facendo emergere
che non è sufficiente fermarsi al garan-
tito alimento fisico e psichico, occorre
una ricerca che garantisca la gioia del-
la ricerca, la necessità del dubbio e la
creatività del conflitto, tutto in una vi-
sione olistica e comunitaria. È una vi-
sione delle cose, un’interpretazione
del tempo, una mentalità del socia-
le»  (C. Ghidoni, Il paterno adleriano,
Rivista Psicologia Individuale).
la responsabilità sociale
Per una società in cui la sola di-
mensione concepita è il presente fine
a se stesso, ma comunque in crisi,
una prima possibile risposta è pro-
prio un richiamo alla responsabilità
sociale, che anche ogni padre deve
affrontare, responsabilità che diventa
poi dimensione etica imprescindibi-
le, necessaria per bene affrontare
quell’altra dimensione comune al
padre e all’Europa: il conflitto, quello
educativo, per il primo, e quello tra
le diverse componenti della società,
per la seconda.
“Conflitto” etimologicamente si-
gnifica “accoppiamento”, incontro,
occasione di nuove prospettive. Il
padre è colui che aiuta il figlio, spe-
cialmente l’adolescente, a «riposizio-
narsi con l’altro non come pericolo-
sità, bensì opportunità e risorsa. Si
può intuire che un padre dal senti-
mento sociale maturo possa dimo-
strare di non temere, anzi se mai es-
sere curioso, di contaminarsi con il
nuovo-diverso essendo la vita per
sua natura orientata al cambiamento
e all’innovazione» (Ibidem). Non en-
tro qui in merito alla questione più
specificamente pedagogica, mi basta
evidenziare che oggi al padre è chie-
sta una responsabilità come insieme
di Tradizione, Innovazione e Demo-
crazia per aiutare il figlio a evolvere
e completare il primo e necessario
contatto sociale che il bambino ha
avuto con la parte materna. In questo
modo il padre può riprendere a pie-
no diritto, non rivendicativo ma an-
tropologico, quel ruolo che la scien-
za e la paura della comunione gli
hanno tolto e togliere al figlio quello
stato di orfano cui la società attuale
lo sta educando e coltivando.
conclusioni
Credo che queste considerazioni
possano ben spiegare la ragione per la
quale ho pensato di evidenziare i nessi
tra il tema Europeo e quello della pa-
ternità; e sull’Europa avrò ancora oc-
casione di tornare perché essa è la so-
cietà, lo sfondo storico a cui un padre
che voglia veramente essere tale, non
può non avere in mente come il luogo
in cui il proprio figlio è e sarà posto a
vivere. Un contesto a cui la nostra sto-
ria italiana ha dato molto di sé.
«Chi governò la giovane repubbli-
ca italiana fu dunque convinto che si
fosse entrati in un’epoca nella quale
Italia e Europa potevano, e doveva-
no, darsi reciprocamente molto. Vide
la sintonia tra ciclo storico italiano
ed europeo e ne fece l’orientamento
strategico di una grande politica. Per
prime lo videro forze e figure di tra-
dizione liberale e di ispirazione cri-
stiana. Luigi Einaudi, poi Alcide De
Gasperi, che progettò e avviò l’unio-
ne dell’Europa insieme con Schu-
mann, Adenauer, Monnet e Spinelli.
Il principio fu compreso e accolta da
altri. Da Pietro Nenni, da Bettino
Craxi. Dal Partito Comunista, che fe-
ce dell’Europa il veicolo principale
della lenta uscita dall’ideologia tota-
litaria e dalla soggezione all’Urss. Da
Almirante, nella sua ricerca di una
legittimazione politica. Nel gioco
continuo e ancora attuale delle al-
leanze l’Italia è il più fedele e deter-
minato alleato non di questa o di
quella nazione, ma dell’Europa che
si stava e si sta facendo» (TPS).
Giannicola Simone
Eco dei Barnabiti 4/2012 43
SOCIETÀ IN CRISI
l’Europa è ancora alla ricerca della
sua identità
i conflitti educativi minano l’armonia
famigliare
“pollice verso” per la famiglia? -
Olio di Jean-Leon Gerome
12 Un padre 42-43_eco4-2012 13/12/12 12:16 Pagina 43
Eco dei Barnabiti 4/2012 44
SCIENZIATI BARNABITI
D
a Dirigente di Ricerca
del l’Istituto Nazionale di
Geofisica e Vulcanologia
(INGV) e Responsabile dell’Unità
Funzionale SISMOS, ho vissuto una
lunga tradizione di collaborazione
con i Barnabiti nel recupero e nella
valorizzazione culturale e scientifica
del contributo di alcuni loro confra-
telli del XIX secolo, dalla sismologia
alla meteorologia, come Giovanni
Maria Cavalleri, Francesco Denza,
Timoteo Bertelli, Camillo Melzi d’Eril
e Giovanni Boffito.
Questa mia lunga collaborazione
nasce nel 1986 quando avviai, con
la grande disponibilità del Collegio
“alla Querce” di Firenze, lo studio
della documentazione scientifica
del Bertelli e il restauro di tutta la
sua strumentazione, realizzato nei
primi anni Novanta del secolo scor-
so. Nell’ambito del progetto TRO-
MOS, dell’Istituto Nazionale di
Geofisica (dal 1999 anche di Vul-
canologia) – da me promosso e
coordinato dal 1988 ad oggi – mi è
stato possibile far realizzare il re-
stauro degli strumenti sismici di
Bertelli: Isosismometro, Tromome-
tro e Ortosismometro e pubblicare
diversi articoli e libri in cui si ricor-
da il contributo dei sopra citati bar-
nabiti alla meteorologia e alla si-
smologia moderne.
Nei primi anni Novanta del secolo
scorso, il fortunato incontro con il
p. Giuseppe Cagni e la collaborazio-
ne con il p. Domenico Frigerio allar-
garono l’orizzonte del mio interesse
per gli studiosi barnabiti del Collegio
Carlo Alberto di Moncalieri. Con
quest’ultimo feci anche un tentativo
di pubblicazione comune dei rege-
sti delle corrispondenze
scientifiche del Denza,
eminente meteorologo.
Nel mantenere vivo il
rapporto con i pp. Filip-
po Parenti, Domenico
Frigerio e Giuseppe Ca-
gni, si è andato in segui-
to sviluppando un frut-
tuoso rapporto con il
p. Filippo Lovison, che
ha egregiamente contri-
buito a uno dei miei se-
minari sulle “Corrispon-
denze scientifiche nelle
scienze della Terra”, ol-
tre che al volume dei
relativi Atti, a cura di
G. Ferrari, edito nell’an-
no 2009.
Nel corso degli anni
mi sono così preoccupa-
to di seguire o, più pro-
priamente inseguire, le
tracce degli strumenti
e della documentazione
che ha lasciato i Collegi
in seguito alla loro chiu-
sura. Se più semplice e
lineare è stato il destino
della documentazione,
raccolta al Centro Studi
Storici di San Carlo ai
Catinari in Roma, più
complicato è invece sta-
to il ritrovamento pro-
prio della strumentazio-
ne del Collegio “alla
Querce”, rintracciata in
parte presso il Collegio Bianchi di
Napoli e in parte ancora al loro posto
nei locali dell’Ex Collegio fiorentino.
Nell’Osservatorio del Collegio Carlo
Alberto di Moncalieri il tempo sem-
bra, invece, essersi fermato. Gli stru-
menti meteorologici e sismologici,
ancora al loro posto, contribuiscono
alla grande suggestione degli originali
ambienti che li custodiscono.
DAL CIELO ALLA TERRA,
SISMOLOGIA E METEOROLOGIA
A FIRENZE DALL’OTTOCENTO A OGGI
Una mostra da non perdere:
Firenze 17 gennaio – 31 maggio 2013
1870 - Primo tromometro Bertelli - sistema di
misura del primo Tromometro Bertelli di 3,30 m,
proveniente dall’ex Collegio “alla Querce” di
Firenze, ora conservato al Collegio Bianchi di
Napoli. Lo strumento è stato oggetto di un
accurato restauro
13 Dal cielo alla terra 44-45_eco4-2012 13/12/12 12:17 Pagina 44
la Mostra
Dal 2008, coordino il gruppo di
ricerca SISMOS (Istituto Nazionale
di Geofisica e Vulcanologia di Ro-
ma) che si occupa della ricerca,
recupero, salvaguardia e valorizza-
zione del patrimonio strumentale e
documentario delle sismologia Eu-
ro-mediterranea. È un centro unico
al mondo, che ha la sua ragione
d’essere proprio in virtù della lun-
ga e variegata tradizione sismolo-
gica italiana. Questo nuovo ruolo
mi ha dato l’opportunità di avviare
un progetto ambizioso: la ricostru-
zione virtuale della rete storica
meteorologico-sismologica italia-
na. Ristabilire cioè una rete di col-
laborazioni e relazioni fra l’INGV
e le sedi di importanti osservatori
storici di lunga e prestigiosa tradi-
zione. All’interno di questo proget-
to, da tempo perseguo l’obiettivo
di consolidare il recupero della
strumentazione sismologica e me-
teorologica dei Barnabiti, oltre ad
approfondire lo studio del con -
tributo dei loro sismologi e meteo-
rologi.
Nel 2013 c’è una grande oppor-
tunità per favorire e forse anche ac-
celerare questo processo di recupe-
ro e di valorizzazione culturale e
scientifico. Da un anno, infatti, sto
organizzando una mostra a Firenze
dal 17 gennaio al 31 maggio: Dal
cielo alla terra, sismologia e me-
teorologia a Firenze dall’Ottocento
a oggi. La mostra si terrà nella Gal-
leria delle Carrozze del Palazzo
Medici Riccardi di Firenze in colla-
borazione con la Provincia di Fi-
renze, l’Osservatorio Ximeniano di
Firenze, l’Istituto di Meteorologia
Urbana del CNR, il CRA (Unità
operativa per la climatologia e la
meteorologia applicate all’agricol-
tura; competente per la materia
geofisica fino al 1936), Università e
Centri di ricerca italiani ed euro-
mediterranei.
È prevista l’esposizione di un
centinaio di strumenti di meteoro-
logia e geofisica, dalla fine del
Sette cento ad oggi. La tradizione
fiorentina di questi studi verrà
contestua lizzata nel panorama eu-
ro-mediterraneo a partire dal XVIII
secolo. La mostra sarà occasione
per una grande opera di sensibiliz-
zazione sui temi del rischio sismi-
co e delle strategie per una società
più sicura.
Fra gli oltre 140 strumenti espo-
sti, spiccano importanti esemplari
originali della tradizione sismologi-
ca e meteorologica italiana, proget-
tati e utilizzati da Cavalleri, Bertelli
e Denza. Rinverdendo la ormai sto-
rica collaborazione, ci è stato pos-
sibile avere in prestito questi stru-
menti dal Collegio Bianchi e dal
Collegio di Moncalieri. Grande di-
sponibilità ci è stata data anche
dall’Hotel President, oggi proprieta-
rio dell’ex Collegio “alla Querce”.
Si tratta in particolare degli appara-
ti tromometrici, del l’isosismometro
e del sismoscopio del Bertelli, del-
l’anemografo del Denza, di un pen-
dolo orizzontale Stiattesi dell’ex
“alla Querce” e di una serie di pen-
doli del Cavalleri dall’Osservatorio
Ximeniano di Firenze.
Tutti gli strumenti sono stati accu-
ratamente restaurati nello specifico
laboratorio di SISMOS.
La mostra sarà affiancata da una
densa serie di iniziative divulgative e
di carattere scientifico. Mentre un
catalogo riccamente illustrato tra-
manderà nel tempo l’essenza della
lunga tradizione meteorologica e si-
smologica italiana, in cui spicca
quella dei Barnabiti.
La mostra rappresenterà anche
un bilancio dei quasi 30 anni da
me dedicati al recupero materiale,
culturale e scientifico della tradi-
zione italiana in queste due disci-
pline. E in questo bilancio mi viene
spontaneo ricordare con ricono-
scenza e affetto quanti hanno con-
diviso la stessa passione e lo stesso
impegno nel recupero e nella valo-
rizzazione della nostra lunga e pre-
stigiosa tradizione scientifica. E per
Barnabiti il mio pensiero va ai
pp. Filippo Parenti, Domenico Fri-
gerio e Giuseppe Cagni, i primi due
ahimè purtroppo scomparsi. Un
ringraziamento particolare va an-
che ai pp. Giovanni Villa, Giovan-
ni Scalese, Andrea Brambilla e Fi-
lippo Lovison, per aver favorito fi-
nora in modo decisivo tutte le mie
ricerche e con i quali mi auguro di
continuare una lunga e fruttuosa
collaborazione.
Graziano Ferrari
Eco dei Barnabiti 4/2012 45
SCIENZIATI BARNABITI
Isosismometro Bertelli, proveniente
dall’ex Collegio “alla Querce” di
Firenze, ora conservato al Collegio
Bianchi di Napoli. Lo strumento è
stato oggetto di un accurato restauro
Anemografo Denza, proveniente
dall’ex Collegio Carlo Alberto di
Moncalieri. Lo strumento è stato
oggetto di un accurato restauro
13 Dal cielo alla terra 44-45_eco4-2012 13/12/12 12:17 Pagina 45
Eco dei Barnabiti 4/2012 46
DAL MONDO BARNABITICO
ARGENTINA
ARGENTINA:
UN NUOVO ANNIVERSARIO
Buenos Aires – 9 novembre. L’asi-
lo infantile, che forma parte dell’am-
plio complesso scolastico dell’Insti-
tuto Zaccaria, ha celebrato i 50 anni
di servizio all’educazione della gio-
ventù argentina. Questo primo livel-
lo scolastico, accoglie 200 alunni,
suddivisi in due turni: mattino e po-
meriggio. È costante, nella scuola, lo
sforzo di imprimere nello stile do-
cente la migliore tradizione educati-
va barnabitica.
CILE
CHILE:
ORDINAZIONE DIACONALE
Sabato 17 novembre e stato ordi-
nato diacono don Francisco María
Ibacache  (o Pancho, come familiar-
mente è chiamato) nella parrocchia
Madre della Divina Provvidenza. Ve-
scovo ordinante è stato mons. Pedro
Ossandón Buljevic, ausiliare de San-
tiago.  Oltre ai famigliari, erano pre-
senti alla cerimonia un grande e
commosso pubblico che ha accom-
pagnato don Francisco nelle diverse
tappe della sua formazione.
FILIPPINE
NUOVE FONDAZIONI
NELLE FILIPPINE
La delegazione filippina ha aperto
nuove fondazioni ed aree d’apostola-
to con l’assunzione di due nuove
parrocchie. Infatti, l’arcivescovo di
Lingayen-Dagupan, mons. Socrates
Villegas ha affidato ai padri filippini
la nuova parrocchia a Sapang, un
villaggio di Bayambang, provincia di
Pangasinan, al nord dell’isola di Lu-
zon. La nuova parrocchia è dedicata
al s. Domenico Ybañez de Erquicia,
un domenicano spagnolo, compagno
nella missione del santo filippino Lo-
renzo Ruiz che insieme gli altri mis-
sionari furono martirizzati in Giap-
pone nel sedicesimo secolo. S. Do-
menico fu parroco di una delle
parrocchie nella provincia di Panga-
sinan ed è quindi una figura molto
importante nella storia della stessa
provincia.
Due padre filippini lavorano ades-
so per organizzare la nuova parroc-
chia: il p. Jecker Luego (parroco) e il
p. Pat Golis (vice parroco). Il 5 no-
vembre i due padri, accompagnati
dai pp. Jimmy George Anastacio, Mi-
chael Sandalo e Thomas Tabada,
hanno fatto il loro ingresso ufficiale
nella nuova parrocchia.
DAL MONDO BARNABITICO
il logo delle celebrazioni del 50°
anniversario
don Francisco, radiante e felice, accompagnato dai famigliari, dal vescovo
ordinante e dai pp. Angelo Leita, provinciale (sin.) e Giulio Pireddu,
maestro (des.)
il terreno donato da una famiglia
dove sarà costruita la nuova chiesa
parrocchiale di Sapang, Bayambang,
in Pangasinan, Filippine
14 Mondo barnabitico 46-51_eco4-2012 13/12/12 12:18 Pagina 46
Per ora i due padri celebrano i sa-
cramenti nella capella di Sapang de-
dicata a s. Rocco e abitano in una
casa offerta da generosi ed entusiasti
fedeli della nuova parrocchia. La
nuova parrocchia verrà ufficialmente
e canonicamente eretta l’8 dicembre
con la messa solenne che presiederà
l’arcivescovo Villegas. Finalmente,
dopo un lungo attesa il “sogno” della
comunità cristiana di Sapang sarà
realizzato.
L’altra nuova parrocchia si trova a
Calaanan, un quartiere nella città di
Cagayan de Oro, isola di Mindanao,
al sud delle Filippine. Essa verrà cano-
nicamente eretta nel giugno del 2013.
Ma l’arcivescovo di Cagayan de Oro
mons. Antonio Ledesma ha chiesto
ai padri di incominciare immediata-
mente le loro attività in preparazione
alla fondazione della nuova comu-
nità parrocchiale. Quindi il 24 set-
tembre il p. Arvin Dagalea e il diaco-
no Rosauro Valmores hanno iniziato
la missione barnabitica a Calaanan.
All’inizio sono stati ospitati nel pa-
lazzo vescovile e poi dopo due setti-
mane hanno iniziato a provvedere
alle necessità spirituali della gente
celebrando i sacramenti in una ca-
pella provvisoria. Ora abitano in una
casa affittata dalla diocesi. Calaanan
è una zona creata dal governo nazio-
nale per la gente dispersa dalla tifone
che colpì il paese nel 2011. Vi sono
4.000 famiglie che oggi abitano in
quella zona situata al nord della città
di Cagayan de Oro. L’arcidiocesi,
consapevole delle necessità spirituali
dei fedeli, ha deciso di organizzarla
in comunità ecclesiale (basic eccle-
sial community) come nucleo inizia-
le della futura parrocchia. Secondo
quanto affermano i confratelli filippi-
ni, è fortemente sentito dalla gente
del luogo il bisogno spirituale dopo
la drammatica esperienza vissuta a
causa dei disastri umani e naturali
prodotti dal recente tifone. La grande
sfida è come rafforzare la fede della
comunità cattolica che coesiste con
altre confessioni cristiane. I due
confratelli barnabiti offrono anche il
loro servizio pastorale nella cattedra-
le di Cagayan de Oro. A dicembre
alcuni studenti professi barnabiti dal-
lo studentato Saint Paul Scholasticate
a Tagaytay andranno a Calaanan a
prestare servizio per tutto il periodo
natalizio organizzando varie attività
spirituali.
Certamente è stata la Divina Prov-
videnza che ha chiamato i padri a ri-
spondere alle necessità della Chiesa
nelle Filippine. Questa risposta sarà
senz’altro un poderoso stimolo per
l’espansione dei Barnabiti in terra fi-
lippina e occasione crescita del cari-
sma e spiritualità zaccariana nel con-
tinente asiatico.
Michael Sandalo
ITALIA
UNA NUOVA INIZIATIVA
PER LA GIOVENTÙ
CENTRO DI SPIRITUALITÀ
L’EREMO
A cura dell’equipe dell’Eremo
Il Centro di Spiritualità “L’Eremo” è
promosso e condotto da un’équipe
di Padri della Provincia Italiana del
Nord, con il desiderio di offrire pro-
poste di spiritualità e formazione per
giovani in ricerca di esperienze di fe-
de capaci di segnare la loro vita.
Diversi sono stati i motivi che ci
hanno spinto a costruire questa espe-
rienza.
Abbiamo, anzitutto, ritenuto un
bene, in questo tempo complesso
dove le domande che interpellano le
nostre comunità aumentano e le per-
sone diminuiscono, non disperdere
le risorse presenti nella nostra pro-
vincia religiosa, ma piuttosto farle
convergere in un progetto pensato e
condiviso.
Abbiamo realizzato il Centro di
Spiritualità come una concreta occa-
sione di collaborazione e condivisio-
ne di vissuti e competenze che, co-
me Padri e Comunità della Provin-
cia, potevamo disporre.
La sfida più grande è quella di la-
vorare insieme, condividendo espe-
rienze maturate negli anni di lavoro
pastorale, costruendo proposte che
potessero essere efficaci e accatti-
vanti per i giovani delle nostre scuo-
le, delle nostre parrocchie e dei mo-
vimenti ecclesiali che ruotano attor-
Eco dei Barnabiti 4/2012 47
DAL MONDO BARNABITICO
il p. Jecker Luego (destra) e il p. Pat
Golis (sinistra): giovani padri
e seminatori del carisma e della
spiritualità zaccaria nelle Filippine
nord. Alle loro spalle, l’altare della
chiesa di S. Rocco
una porzione della nuova comunità parrocchiale. Si vede le nuove case
costruite dal governo nazionale per le famiglie disperse dalla tifone nel
dicembre 2011
14 Mondo barnabitico 46-51_eco4-2012 13/12/12 12:18 Pagina 47
no alle nostre comunità e per chiun-
que incontriamo sul nostro cammino
di religiosi.
Riteniamo che questo sia il vero
elemento di novità nella proposta
che si va sempre meglio disegnando.
Pensare insieme, lavorare insieme,
costruire insieme in un clima sereno
alimentato da ritrovate sintonie, ci ha
dimostrato come le differenti espe-
rienze di ministero di questi anni,
siano divenute una ricchezza carica
di potenzialità. Crediamo fermamen-
te che anche una pastorale vocazio-
nale, possa trovare qui, come in ogni
esperienza gioiosa e fraterna, una
buona opportunità di testimonianza.
In secondo luogo il Centro di Spiri-
tualità desidera offrire esperienze dello
Spirito centrate sulla Parola di Dio,
che, generando domande fondamen-
tali sul senso della vita, aprano a spazi
per quelle risposte di senso, che ogni
persona e ogni giovane porta con sé.
Le proposte dell’Eremo sono rivol-
te a tutti ma vorremmo avessero
sempre più la “pretesa” di parlare in
particolare ai giovani, che a volte fa-
ticano a trovare ambiti vitali di rifles-
sione attorno alla scelta di fede.
Spesso si trovano soli a dover affron-
tare il cammino della consapevolez-
za che il “fidarsi”, “il credere”, esige.
A volte basta poco, la Parola di
Dio, un po’ di silenzio, una natura
generosa e avvolgente!
Il Centro di spiritualità, raccoglien-
do la sfida di Gesù lanciata ai disce-
poli di sempre “Venite a stare un po’
in disparte con me!”, accompagna in
percorsi che aprono alla comunione
con Dio, con se stessi e con il creato.
Quando poi un giovane si scopre
discepolo, fratello del Signore, da lui
amato, non può fare a meno di ac-
compagnare altri, a scoprire “quel
meglio” presente nella vita di ciascu-
no, aprendo alla via della scoperta
e della meraviglia che nasce dal -
l’Ascolto della Parola di Dio, quale
luogo della risposta alle domande
importanti della vita.
Il centro di spiritualità ha come
“base” privilegiata per le sue propo-
ste e attività l’Eremo della Casa di
Esercizi Spirituali a Eupilio; quel luo-
go un po’ appartato che p. Antonio
Gentili desiderò e che con la Comu-
nità riuscì a preparare all’interno del
parco della nostra Casa di Esercizi,
per i piccoli gruppi in cerca di uno
spazio solitario e silenzioso.
Dopo la prima iniziativa realizza-
ta, lo scorso Aprile, in occasione del-
la celebrazione del Triduo Pasquale,
abbiamo elaborato per l’anno pasto-
rale in corso una serie di proposte.
Il filo conduttore che armonizza il
percorso viene dal coraggio di cam-
minare aiutati e sostenuti dalla forza
dello Spirito lasciandosi “educare al
gusto dell’autentica bellezza della vi-
ta”, secondo l’indicazione dei nostri
vescovi negli Ordinamenti pastorali
2010-1020 (n° 5).
Le Comunità della Provincia han-
no oramai avuto modo di prendere
visione delle proposte per l’anno
2012-2013 offerte soprattutto ai Con-
fratelli impegnati quotidianamente
nella fatica e nella gioia di accompa-
Eco dei Barnabiti 4/2012 48
DAL MONDO BARNABITICO


































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































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u o p p u i g n u o m a i S
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a n o c ǡ e h c ư a t i n u m o c
i u o i t n e C l a
n o c i a ffa o m a i i e u i s e B
o u i e c a s i u i t u s s i v e
u ǡ e i p p o c i n a v o i g i u
n i a t a i o b a l e e u e f i u
a c i e c i i n i i n a v o i g a
s a p p a e e v i t a c i ϐ i n g i s

































a t i v o t a u o n n a h ǡ i c i a l i c i m a
Ǥ dz o m e i E ǯ L Dz ư a t i l a u t i i i p S
e z n e i i e p s e e i t s o n e l e i i u l ϐϐ n
ǡ ư a t i n u m o c n i o n o v i v e h c i t o
a t s o p o i p a n u n i ǡ i i o t i n e g i u
o t t u t t a i p o s a t l o v i i e e m e i s n
o t i i i p S o l l e u e z n e i i e p s e i u
Ǥ i t n a n o i s s

































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































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gnare le giovani generazioni nei loro
percorsi di fede.
Alla Comunità della casa di Eserci-
zi di Eupilio che sta condividendo
con noi questo cammino un po’ nuo-
vo e da sperimentare, vorremmo
giungessero il nostro ringraziamento
e la nostra stima.
L’Equipe dell’Eremo è composta da:
– P. Eugenio Brambilla - Milano -
S. Alessandro
– P. Roberto Cagliani - Monza -
Carrobiolo
– P. Giovanni Giovenzana - Lodi
Istituto S. Francesco
– P. Ivano Cazzaniga - Milano Isti-
tuto Zaccaria
Si possono trovare informazioni sul
Centro di Spiritualità “L’Eremo”:
– sul sito della Provincia Italia
Nord www.barnabiti.it
– su Facebook sotto il nome Ere-
mo Padri Barnabiti
– scrivendo all’indirizzo eremo
barnabiti@gmail.com
NOMINE
In data 26 ottobre 2012, il p. Filip-
po Lovison è stato riconfermato per
un altro triennio, dal 2012-2013 al
2014-2015, nell’incarico di “Diretto-
re del Dipartimento di Storia della
Chiesa” nella Facoltà di Storia e Beni
Culturali della Chiesa della Pontificia
Università Gregoriana, mentre in da-
ta 10 novembre 2012, è stato ricon-
fermato, per un secondo triennio, co-
me Presidente dell’Associazione Ita-
liana dei Professori di Storia della
Chiesa. Al p. Lovison i migliori augu-
ri per un fecondo proseguimento del
suo servizio alla Chiesa e alla Con-
gregazione dei Chierici Regolari di
San Paolo, detti Barnabiti.
VERSO IL CONCILIO VATICANO II.
ATTESE E SPERANZE
Positivo il bilancio dell’iniziativa
che ha chiamato al confronto con gli
storici studiosi di teologia, ecclesio-
logia e liturgia
Sono state oltre centocinquanta
– tra autorità accademiche e membri
dell’associazione, docenti e studen-
ti delle Università Gregoriana e La-
teranense, appassionati e cultori di
storia – le presenze che hanno ca-
ratterizzato i lavori del XVI Conve-
gno di Studio dell’Associazione Ita-
liana dei Professori di Storia della
Chiesa (AIPSC), svoltosi a Roma il
9 e 10 novembre 2012, presso la
Pontificia Università Gregoriana e il
Centro Studi Storici dei pp. Barnabi-
ti. Organizzato in collaborazione
con la Facoltà di Storia e Beni Cul-
turali della Chiesa della Gregoriana,
il Convegno ha rappresentato un
importante momento di solida ri-
flessione sugli anni – vissuti tra «at-
tese e speranze» – che anticiparono
l’indizione del ventunesimo conci-
lio ecumenico celebrato dalla Chie-
sa Cattolica e avviato da Giovanni
XXIII l’11 ottobre 1962.
Dopo gli indirizzi di saluto di Fran -
çois-Xavier Dumortier, Rettore della
Pontificia Università Gregoriana, di
Nuno da Silva Gonçalves, Decano
della Facoltà di Storia e Beni Cultu-
rali della Chiesa, e di Filippo Lovi-
son, Barnabita e Presidente dell’AI-
PSC, è toccato al Card. Raffaele Fari-
na, Archivista e Bibliotecario emerito
di S. Romana Chiesa, introdurre i la-
vori del convegno illustrando ai nu-
merosi presenti, con acribia di parti-
colari, quella che fu la sua «vigilia
conciliare» trascorsa, nei primi anni
di sacerdozio, in un clima di attenta
attesa. A Norman Tanner è stata affi-
data la prolusione sul tema L’eredità
del Concilio Vaticano I, che il relato-
re ha illustrato richiamando non sol-
tanto le analogie e le differenze rin-
venibili tra i due eventi conciliari te-
nutisi nel XIX e nel XX secolo, ma
anche e soprattutto le «qualità» e le
«quantità» che, a distanza di no-
vant’anni, contraddistinsero la cele-
brazione della più recente assem-
blea conciliare, nella consapevolezza
– ha affermato Tanner – che fra con-
tinuità, «termine troppo leggero», e
rottura, «termine troppo forte», è pre-
feribile, sulla scia degli insegnamenti
più recenti di Benedetto XVI, parlare
di riforma, «termine largo e spazio-
so», per individuare il legame esi-
stente tra Concilio Vaticano I e Con-
cilio Vaticano II.
Ad animare il convegno l’interven-
to di Gilles Routhier (Horizons d’at-
tente dans les Églises occidentales à
la veille de Vatican II) con la sua
puntuale analisi delle diverse com-
ponenti – movimento missionario,
ambito biblico-patristico, liturgia,
pastorale, tolleranza religiosa – del-
l’ampio panorama della Chiesa Catto-
lica in Occidente nel periodo imme-
diatamente precedente la celebrazio-
ne del Vaticano II. Severino Dianich
(L’ecclesiologia in Italia tra il Concilio
Vaticano I e il Concilio Vaticano II)
ha presentato le numerose tappe del-
Eco dei Barnabiti 4/2012 49
DAL MONDO BARNABITICO
Centro Studi Storici dei PP. Barnabiti, Sala Erba, un momento del Convegno
14 Mondo barnabitico 46-51_eco4-2012 13/12/12 12:19 Pagina 49
l’articolato processo che scandì l’evo-
luzione del pensiero teologico nove-
centesco nel passaggio dal concetto
di Chiesa come societas perfecta al-
la teologia del corpo mistico. Pino
Ruggieri (Giovanni XXIII e le scom-
messe del Concilio) ha poi puntua-
lizzato il nesso – fondamentale per il
pontificato di Giovanni XXIII – tra la
dottrina della Chiesa e la pastoralità,
nucleo del «difficile compito» che il
pontefice assegnò al Concilio. La re-
lazione di Paolo Gheda (L’episcopa-
to italiano verso il Concilio) ha fatto
emergere «che cosa hanno dato i
vescovi italiani al Concilio e che co-
sa, soprattutto, ha dato il Concilio ai
vescovi italiani», in un periodo du-
rante il quale, dopo il primo incon-
tro dei presidenti delle regioni ec-
clesiastiche italiane tenutosi a Firen-
ze dall’8 al 10 gennaio 1952, non
mancò la consapevolezza di creare
un organismo pastorale comune alle
diverse espressioni diocesane del
Paese, sfociata successivamente nel-
la costituzione della Conferenza Epi-
scopale Italiana. Maurilio Guasco
(Clero e preti operai verso il Conci-
lio) che ha illustrato “come” e “per-
ché” gli anni Cinquanta del Nove-
cento rappresentino un periodo di
fondamentale rilevanza nella trasfor-
mazione del modello del prete intro-
dotto dal Tridentino al modello del
prete ispirato dal Vaticano II, pas-
sando da un «operare che definisce
l’essere» a un «essere che definisce
l’operare», all’interno di un contesto
ecclesiale dove certamente non se-
condaria fu l’esperienza – seppure
velatamente presente in Italia – dei
preti operai. L’intervento di Andrea
Grillo (La Liturgia: sana tradizione e
legittimo progresso alla vigilia del
Concilio) ha descritto le diverse fasi
del movimento liturgico, per mostra-
re come la riforma dei riti, messa in
atto dal Vaticano II, costituì l’apice
di un processo avviato già da Pio X,
che attraversò il pontificato di Pio
XII – si pensi alla Mediator Dei pub-
blicata nel 1947 – e che sfociò nel
Concilio indetto da Giovanni XXIII.
Annibale Zambarbieri (La Scuola di
Venegono e gli incontri di Villa Ca-
gnola a Gazzada) ha focalizzato i
molteplici aspetti della riflessione
culturale che caratterizzò, negli anni
che precedettero l’assise conciliare,
il centro di Venegono, sede di una
vera «scuola di teologia» contrasse-
gnata dalla presenza di «studiosi che
pensavano molto liberamente» co-
me Carlo Colombo. Giancarlo Roc-
ca (La vita religiosa verso il Concilio
Vaticano II) ha tratteggiato la vario-
pinta mappa internazionale della
presenza dei consacrati – «1.219.000
circa religiosi, compresi quelli di di-
ritto diocesano» – nonché il ruolo
del relativo dicastero vaticano in un
periodo durante il quale le “tradizio-
nali” forme di vita consacrata furono
affiancate dall’altrettanto vivace ca-
risma degli istituti secolari ricono-
sciuti a partire dal 1947. Federico
Ruozzi (Il pre-concilio nei mass-me-
dia) ha investigato i fenomeni di
massa in un periodo durante il quale
i mezzi di comunicazione – la tele-
visione, in Italia, avviò la messa in
onda delle trasmissioni solo nel
1954 – cominciarono a muovere i
primi passi su larga scala. Le conclu-
sioni dei lavori sono state tratte da
Daniele Menozzi.
Lo spessore del convegno, caratte-
rizzato dal taglio interdisciplinare
degli interventi, ha dimostrato – qua-
lora ve ne fosse ancora bisogno –
l’enorme ricchezza ermeneutica mes-
sa a disposizione degli studiosi – e non
soltanto degli studiosi – dal Concilio
Vaticano II. Studiare il Concilio, a
partire dalle attese e dalle speranze
che animarono la realtà della Chiesa
Cattolica fin dalla sua indizione, si-
gnifica imbattersi anche nelle altret-
tanto interessanti premesse, che di
quell’evento ne evidenziano la vita-
lità, dimostrando come gli anni che
anticiparono l’evento conciliare del
XX secolo non costituirono un perio-
do di chiusura per lo sviluppo del
pensiero, ma rappresentarono – inve-
ce – un laboratorio di ferventi attese
e di nutrite speranze, il cui esito
trovò definitivo compimento nella
stesura delle quattro costituzioni, dei
nove decreti e delle tre dichiarazioni
finali.
A rendere ancora più interessante
la due-giorni romana si è svolta, in-
fine, la presentazione, a cura di
Santiago Cabas Rabasa (Università
di Navarra) e di Silvano Giordano
(Pontificia Università Gregoriana),
del secondo numero di Chiesa e
Storia. Rivista dell’Associazione Ita-
liana dei Professori di Storia della
Chiesa.
Angelo Giuseppe Dibisceglia
“I BARNABITI NEL RISORGIMENTO”
PRESENTAZIONE ALL’ISTITUTO
STURZO
Mercoledì 31 ottobre 2012, alle
ore 16.30, presso la Sala Perin del
Vaga dell’Istituto Luigi Sturzo di
Roma, per la prima volta nella sto-
ria della rivista è stato presentato
un suo volume, precisamente quel-
lo di “Barnabiti Studi” 28 (2011),
dedicato alla pubblicazione degli
Atti del Convegno: I Barnabiti nel
Risorgimento. Per l’occasione è
stato organizzato un incontro di
studio sul tema: Cattolicesimo poli-
tico e identità nazionale, introdotto
e moderato dal Prof. Andrea Ciam-
pani, e che ha visto la partecipa-
zione di Francesco Bonini, Giovan-
ni Orsina e Maurizio Ridolfi. L’in-
teressante confronto ha permesso
di cogliere la ricchezza del volume
edito dal Centro Studi Storici dei
PP. Barnabiti e le nuove strade ri-
maste ancora aperte alla ricerca.
L’incontro è stato preceduto da un
interessante articolo di Paolo Acanfo-
ra: Luigi Bilio tra fede e politica, ap-
parso nell’inserto di sabato 27 –
domenica 28 ottobre 2012 sulla
pagina culturale del quotidiano
della Cisl, e seguito da diverse re-
censioni, come quella apparsa al-
l’interno della rubrica Apophoreta,
curata da Marcello Falletti di Villa-
falletto in L’Eracliano.
Eco dei Barnabiti 4/2012 50
DAL MONDO BARNABITICO
14 Mondo barnabitico 46-51_eco4-2012 13/12/12 12:19 Pagina 50
SPAGNA
MADRID
TRIDUO ALLA MADRE
DELLA DIVINA PROVVIDENZA
La Comunità della Parrocchia
Sant’Antonio M. Zaccaria dei Barna-
biti di Madrid, formata dai padri
Víctor Ruiz Herrero, Vicente Vayá
Castillejos, e José Antonio Gonzáles
Poveda, ha invitato il p. Filippo Lovi-
son, Assistente generale, a predicare
il Triduo in preparazione alla festa
della Madre della Divina Provviden-
za, dal 15 al 18 novembre 2012. I
primi tre giorni, che hanno visto una
notevole affluenza di fedeli, sono
stati caratterizzati dalla recita delle
Lodi mattutine e dei Vespri serali, se-
guiti dalla celebrazione eucaristica
delle ore 19.00, con omelia mariana.
Venerdì 16 novembre, alle ore
21.00, è stato proposto anche un
toccante momento di preghiera orga-
nizzato dal gruppo giovani Shalom
di Taizé, mentre alle ore 11.00 di sa-
bato 17 novembre, sempre il p. Lovi-
son ha tenuto la conferenza: “La de-
vozione alla Madre della Divina
Provvidenza nella Congregazione
dei Barnabiti”.
Domenica 18 novembre è seguita
la Santa Messa solenne alle ore
12.30, concelebrata da tutti i Padri,
che ha riscontrato una partecipazio-
ne straordinaria di fedeli, a prova
della profonda devozione esistente
alla Madre della Divina Provvidenza.
Per l’occasione il p. Vicente Vaya ha
anche letto una poesia composta du-
rante il suo noviziato a Eupilio:
La noche se ha dormido sobre el
lago / un velo de silencio cubre el
agua, / quietas sombras cobijan en
su seno, / del convento, las cálidas
plegarias. / En la grata quietud de la
Capilla / el sagrario despide roja lla-
ma / e ilumina con suaves resplando-
res / la imagen de mi Madre Inmacu-
lada. / En mis ojos se grava afable-
mente / el velado fulgor de su mirada
/ que envuelve en un halo de ar-
monía / al Niño que en sus brazos
feliz ama. / La caricia ondulante de
sus dedos / con las manos del Niño
se amalgaman / – saetas amorosas
que describen / senderos luminosos
a las almas –. / La mística sonrisa de
sus labios / irrumpe con su paz la
bella estampa / y en fervoroso abra-
zo nos fundimos / el Niño, yo y mi
Madre Inmaculada.
La festa è poi proseguita nei locali
parrocchiali, con un pranzo condiviso
con tutta la comunità parrocchiale.
Eco dei Barnabiti 4/2012 51
DAL MONDO BARNABITICO
la concelebrazione eucaristica finale
bambini con in mano i fiori per la Madre della Divina Provvidenza
merenda con i Laici di San Paolo nei locali della Parrocchia
14 Mondo barnabitico 46-51_eco4-2012 13/12/12 12:20 Pagina 51
Eco dei Barnabiti 4/2012 52
CI HANNO PRECEDUTO
FR. JANOS SZOLNOKI
(FRÈRE JEAN)
(1921-2012)
Nato da Sigismond Szolnoki e di
Jolan Varkonyi à Mezöhegyes (Unge-
ria) in 21.06.1921, fu battezzato il
3 luglio seguente. Fece la prima co-
munione nel 1928 e ricevette la cre-
sima il 6.06.1934. Dopo la scuola
elementare, seguì i corsi di una scuo-
la professionale ed ottenne il diplo-
ma di sarto il 22 maggio 1938.
Crebbe in una famiglia molto fer-
vente e, dal 1934, pensava di entrare
nella vita religiosa. Conobbe i Barna-
biti tramite un fratello coadiutore
barnabita ungherese, Sandór Borsök
e giunse dai nostri padri di Mouscron
l’8 dicembre 1938. Il suo superiore
scriveva: «È di una natura dolce,
tranquilla, abbastanza sensibile e fa
prova di una pietà calma. Lavora be-
ne e abbiamo già approfittato dei
suoi talenti di sarto».
L’8 dicembre 1940 cominciò il suo
noviziato, emise i primi voti il 10 di-
cembre 1941 e il 10 dicembre 1946
pronunciò i voti solenni in presenza
anche di parecchi amici ungheresi.
Le sue mansioni furono quelle di sa-
grestano, sarto e incaricato del refet-
torio. Fu anche incaricato del cine-
matografo durante gli spettacoli per i
bambini e i giovani.
Alla fine del 1955, rese molti servizi
agli ungheresi scappati dal loro paese
per fuggire l’oppressione sovietica do-
po la rivolta del popolo contro il co-
munismo e li aiutò a sistemarsi in
Belgio, presso alcune famiglie di
Mouscron e in altre località che accet-
tavano di accoglierli. Il cancelliere
scrive: «Il fratello Jean dà loro un po’
di amicizia, tanti buoni consigli e pre-
ziose informazioni». Abbiamo una fo-
tografia dove lo si vede come tradutto-
re durante il matrimonio di giovani
ungheresi nella chiesa di Mouscron.
Ma egli visse anche mesi di angoscia
perché non ebbe nessuna notizia della
sua famiglia.
Il 10 luglio 1957, partì per Bukavu
(all’epoca Congo belga) fu incari-
cato di aiutare l’economo, di distri-
buire libri classici e quaderni agli
alunni e di controllare il personale
della cucina dell’internato. Come
tutti i confratelli, gli toccò vivere i
disordini degli anni 1960 (dopo l’in-
dipendenza), del 1964 (ribellione
popolare) e del 1967 (sommossa dei
mercenari arruolati da Mobutu), non
senza correre pericoli per la sua vita.
Nel 1969, ritornò nel Belgio a
Mouscron e riprese le consuete atti-
vità. Da allora, la sua vita è stata come
un fiume tranquillo. Quando ricevet-
te la nazionalità belga, potè entrare
di nuovo nel suo paese natale per
andare a visitare i pochi membri della
sua famiglia. Conobbe tanti parroc-
chiani che lo stimavano per il suo
spirito di servizio, la sua gentilezza e
la sua capacità di ascolto. Con gli
anni, diventò sempre più casalingo
ed ebbe sempre paura di disturbare
gli altri: più di dieci anni fa, espresse
al padre provinciale il desiderio di
entrare in una casa di riposo per
anziani. Per fortuna, il provinciale
rispose che non vedeva il perché e
così il fratello Jean ha potuto passare
in comunità tutta la sua vecchiaia.
Ha avuto la gioia di festeggiare con i
parrocchiani i suoi ottanta anni e un
amico aveva scritto per lui un picco-
lo poema di cui cito un brano:
«Durante 60 anni fu un umile servito-
re, disponibile ogni giorno, ogni ora,
per le mansioni più semplici. Oggi
festeggiamo i suoi 80 anni!». Il 10 di-
cembre 2006, abbiamo festeggiato
nella nostra chiesa il suo 65° di
professione. Purtroppo, non è stato
in grado di festeggiare il 70° di vita
religiosa.
Un po’ alla volta, ha cominciato a
sentire sempre di più gli acciacchi
della vecchiaia e citava con un certo
umorismo le parole del suo medico:
«Fratello, un giorno o l’altro, ti sveglie-
rai morto!». Fin quando ha potuto, ha
lavorato, ma ha dovuto lasciare, una
dopo l’altra le sue piccole mansioni e
anche l’assistenza alla messa dome-
nicale. Siccome aveva un intenso de-
siderio dell’eucaristia, due volte alla
settimana il padre superiore celebra-
va per lui la messa nella cappella do-
mestica e, gli altri giorni, il fratello ri-
ceveva la comunione.
L’anno scorso, in occasione della
messa d’inizio del capitolo provin-
ciale, chiese di ricevere l’unzione
degli infermi durante quella celebra-
zione festosa.
Nell’ottobre 2012, è caduto parec-
chie volte, col rischio di rimanere a
terra per ore, in assenza dei suoi due
confratelli. Perciò, nella sua ultima
visita, il 31 ottobre, il medico aveva
chiesto il suo ricovero all’ospedale di
Mouscron, dovuto anche a problemi
polmonari. I confratelli l’hanno visita-
to ogni giorno e possono testimoniare
la sua grande sete di ricevere il corpo
di Cristo. La sua prima domanda era
«Hai portato l’eucaristia?» e batteva
quasi le mani di gioia. Il suo soggior-
no all’ospedale era anche visto come
un periodo di attesa prima di essere
ammesso in una casa di riposo ma la
morte colse il fratello Jean alle ore
4.15 del mattino del 19 novembre.
Il suo funerale è stato celebrato
giovedì 22 novembre nella nostra
chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Tutti
i confratelli della provincia hanno
concelebrato l’eucaristia presieduta
dal P. Daeren, provinciale, e da di-
versi sacerdoti della zona che aveva-
no conosciuto e apprezzato il fr.
Jean. Erano presenti anche amici un-
gheresi, tra cui una coppia di ex-in-
CI HANNO PRECEDUTO
fr. Janos Szolnoki
15 Ci hanno preceduto 52-54_eco4-2012 13/12/12 12:20 Pagina 52
segnanti del collegio Saint-Paul di
Bukavu che il fratello aveva cono -
sciuto durante i suoi anni in Africa.
Il fr. Jean è stato sepolto nella tom-
ba dei Barnabiti nel cimitero di
Mouscron.
G. Daeren
P. SEVERO FERRARI
(1937-2012)
La Provincia barnabitica del Brasi-
le Nord ha perso un altro confratello
missionario italiano. I barnabiti ita-
liani in questa Provincia sono ridotti
solo a sei Padri. Grazie a Dio, i bar-
nabiti brasiliani hanno assunto i posti
chiave della Provincia che, così,
continua la sua missione in questa
fecondissima terra emergente.
Il Padre Severino Maria Ferrari, a 75
anni, è deceduto il 23 ottobre 2012,
alle 5,45 a Belém. Portato d’urgenza
da Bragança, era stato internato il 30
agosto con la diagnosi di “dengoe” e
polmonite, ma subito dopo ha sofferto
un problema vascolare cerebrale che
gli ha tolto la conoscenza e la sensibi-
lità fino alla morte: 53 giorni di purga-
torio che lo hanno preparato per il
Cielo. Trasportato subito a Bragança,
nella nostra chiesa del Perpétuo Socor-
ro è stato vegliato tutto il pomeriggio
del 23 ottobre, la notte e la mattina del
24, da un numeroso popolo devoto e
grato. Dopo la Messa funebre, presie-
duta dal vicario provinciale, P. Acir
Conceição e concelebrata da molti
confratelli, è stato sepolto nel cimitero
nuovo di Bragança, nella seconda
tomba scavata a destra dell’entrata,
come il Padre stesso aveva desiderato.
Padre Severo, come era conosciuto,
ha lasciato cenni autobiografici in da-
ta 26 maggio 2004 dai quali spulcia-
mo qualche notizia di prima mano.
«Sono nato il 13/9/1937 a Maira-
no, Brescia, da Giovanni e Giacomi-
na Toninelli, e battezzato il 19, sei
giorni dopo, a Brandico. Avevo 3 an-
ni quando la famiglia si trasferì a Bot-
taiano, provincia di Cremona. In par-
rocchia sono stato chierichetto e
dell’Azione Cattolica. Fin da adole-
scente ho nutrito l’idea o vocazione
di essere seminarista e andare in terra
di missione per salvare molte anime
con la grazia di Dio e l’intercessione
della Madonna di cui sono stato sem-
pre devoto. Tutti gli anni, con chieri-
chetti e parrocchiani, sono andato in
pellegrinaggio il 26 maggio al Santua-
rio di Caravaggio con molta festa e
gioia nel cuore. Finite le elementari,
mia madre, ancora gravida, mi chiese
il sacrificio di aiutarla nei lavori di ca-
sa, cucina, pulizie, balia dei fratellini,
secondo le necessità di una famiglia
numerosa di 7 fratelli e due sorelle».
Ma la vocazione missionaria gli
martellava in mente e nel cuore.
A 18 anni, il parroco, don Fedele
Simonetti, parlò del giovane Severo al
vescovo di Crema, mons. Placido
Cambiaghi, barnabita, che lo racco-
mandò al P. Francesco Bellani, supe-
riore e rettore del collegio di Lodi, do-
ve aveva aperto una scuola apostolica
di vocazioni adulte. Rassicurato dal
padre che i Barnabiti avevano missio-
ni, il giovane Severo, rincuorato, rima-
se a Lodi. Fatte intensivamente le me-
die, «il P. Bellani rivestì lui e il collega
Morando Marini (poi padre e missio-
nario anche lui in Brasile Nord) con la
veste barnabitica esigendo che con la
stessa fossero rivestiti nella sepoltura».
Come di fatto è accaduto per i due.
Il 28 ottobre 1958, fu a Monza per
l’anno di noviziato che concluse con
la professione l’8 dicembre 1959 nelle
mani del padre maestro Cicardi. Per
frequentare il ginnasio fu destinato a
Cremona come prefetto degli apostoli-
ni, ma la quinta ginnasiale la fece a
Voghera come prefetto della nuova
scuola apostolica. Dal 1961 al 1964
risiedette a Lodi dove compì il corso
liceale presso il collegio s. Francesco,
avendo come maestro p. Pietro Erba e
vice maestro p. Andrea Erba. Nel -
l’estate del 1964 passò allo studentato
teologico internazionale di Roma do-
ve terminò l’ultimo anno di filosofia e
i 4 anni di teologia con la licenza in
teologia nell’Università Urbaniana. Il
21 dicembre 1968 venne ordinato sa-
cerdote con altri otto confratelli dal
Card. Carlo Confalonieri. «L’esperien-
za romana fu veramente importantissi-
ma dal punto di vista ecclesiale, con-
gregazionale, culturale e formativo –
in tutti i sensi – umano e divino; pron-
to per la missione che da lungo tempo
desideravo...». Dopo aver passato un
periodo di vacanze coi parenti, la
Provvidenza gli aprì le porte della
missione. Nel 1969, prima di Pasqua
il superiore della missione del Brasile
Nord, p. Luciano Brambilla, giunse a
Roma e al p. Generale Giovanni Ber-
nasconi dichiarò che non sarebbe tor-
nato in Brasile senza quattro confratel-
li volontari per la missione. Il p. Gene-
rale espose questa esigenza in una let-
tera circolare alle comunità italiane. Il
primo volontario fu p. Severo. Così
realizzò il suo sogno missionario e con
i padri Giovanni Incampo, Bonifacio
Rodriguez e fr. Salvatore Colangelo
partirono da Genova con la nave “Eu-
genio Costa” il 3 ottobre, festa di santa
Teresina del Bambino Gesù, patrona
delle missioni e sbarcarono a Rio de
Janeiro il 12 ottobre, festa della Ma-
donna Aparecida, patrona del Brasile,
e vigilia del Cirio di Nazaré a Belém.
Coincidenze della Provvidenza!
Padre Severo fu mandato subito a
Bragança come coadiutore del parro-
co, p. Mario Pozzoli, nella cattedrale
del Rosario, allora unica grande par-
rocchia di Bragança. Nel 1971 passò
alla parrocchia di Nazaré a Belém, con
grande rincrescimento: l’unico anno
passato in un grande centro urbano
che è stato sempre lo spavento di
P. Severo. Uomo semplice si trovava
bene solo con il popolo semplice e po-
vero. Perciò, nel 1972 chiese al p. Pro-
vinciale Vittorio Grancini di lavorare
nell’interno della missione del Guamá
e fu destinato alla parrocchia di Uru-
majó (Augusto Correa). Là, finalmente,
incontrò il suo regno e la sua missione:
“desobrighe” e assistenza alle comu-
nità sparse all’interno del paese, a ca-
vallo, in canoa, in moto o a piedi, sotto
il sole o i diluvi torrenziali equatoriali
che consumarono la salute del padre,
”ma con l’entusiasmo sempre maggio-
re per il lavoro pastorale per le anime”.
Nel 1981 fu di nuovo a Bragança e nel
1982, con il p. Angelo Abeni, venne
destinato alle parrocchie di Ourém,
Capitão Poço e Garrafão do Norte, con
residenza a Ourém. Per due Padri con
3 parrocchie dalle dimensioni di una
diocesi italiana, il lavoro pastorale sa-
rebbe stato assolutamente sproporzio-
nato alle loro forze, nonostante tutta la
loro buona volontà, se non avessero
contato sull’aiuto importantissimo dei
nostri laici. Con l’incidente di moto
che immobilizzò il frenetico p. Abeni
nel 1983, p. Severo spostò la residenza
a Capitão Poço insieme con il p. Giu-
seppe Giambelli, fino al 1986, quando
tornò a Augusto Correa fino al 1989.
Dopo due anni come pro-vicario a
Garrafão, fu trasferito a Capitão Poço
dove rimase fino al 1998, prima con il
p. Giuseppe Giambelli e poi con il
p. Paolo Catel. «In tutte le parrocchie
onde fui destinato furono costruite de-
Eco dei Barnabiti 4/2012 53
CI HANNO PRECEDUTO
15 Ci hanno preceduto 52-54_eco4-2012 13/12/12 12:20 Pagina 53
cine di cappelle e centri sociali; costrui-
te o riformate case di famiglie povere,
distribuendo indumenti, cibi e giocatto-
li: tutto ciò con l’aiuto dei cattolici ita-
liani, parrocchiani, familiari, parenti,
amici e conoscenti della nostra mis-
sione, soprattutto della parrocchia di
S. Stefano di Bagnolo Cremasco».
Le “desobrighe” con viaggi lunghis-
simi e strade impraticabili furono mas-
sacranti. Si usava ogni mezzo di loco-
mozione: cavallo, canoa, bicicletta,
moto, macchina e molte volte a piedi.
Sempre per evangelizzare, santificare
e formare persone, leader e comunità
per il Regno di Dio. «Giammai mi
mancò il necessario. Mai fui morso da
serpenti, vipere o vampiri, secondo la
promessa del Divino Maestro». Ma la
salute ne risentì. Esausto, il p. Severo
fu ricoverato per esaurimento nel -
l’ospedale Avventista di Belém.
Nel 1998, ancora per motivi di
salute, P. Severo tornò a Bragança
nella comunità del noviziato, come
coadiutore della parrocchia del Per-
petuo Socorro. Ed è stata l’ultima sua
destinazione durata 14 anni. Delica-
tissimo fino allo scrupolo nell’osser-
vanza dei voti religiosi, predicava ad
occhi bassi o chiusi, solo l’essenziale
senza fronzoli oratori; sempre soddi-
sfatto del minimo necessario, si rite-
neva in colpa se indossava un indu-
mento nuovo tra i molti che riceveva
in regalo; metodico come un orolo-
gio, amava la compagnia ed era un
grande conversatore.
Nel 2000, durante l’Anno Santo,
p. Severo ebbe la grande grazia di vi-
sitare la Terra Santa con il clero della
Diocesi di Bragança. La visita marcò
profondamente l’anima generosa del
Padre che ne serbò sempre commos-
sa memoria. In quella occasione, di
passaggio dall’Italia, ebbe la gioia di
realizzare l’incontro delle famiglie
Ferrari, celebrando nella chiesa par-
rocchiale della Prima Messa a Bot-
taiano. «Questo felice e benedetto
incontro fraterno ci animò e ci fece
rivivere il nostro primo incontro nella
chiesa di s. Stefano a Uffanengo do-
ve celebrai la Prima Messa nel luglio
1969. Adesso solo ci manca rincon-
trarci tutti per la terza volta nella fe-
sta celestiale, nelle Nozze Eterne,
nella Celeste Gerusalemme, nella feli-
cità del paradiso, perciò nella Gloria
di Dio, per sempre. Amen».
Giovanni Incampo
Eco dei Barnabiti 4/2012 54
CI HANNO PRECEDUTO
INTENZIONI DI PREGHIERA 2013
PER LA FAMIGLIA ZACCARIANA
Gennaio: “Che giova ben cominciare e non ben finire? Questo non è altro che un affaticarsi invano”.
–  Per tutti i Barnabiti dell’America Latina, perché ispirandosi al fervore di coloro che furono i
pionieri in quelle regioni sempre corrano come matti verso Dio e il prossimo, preghiamo.
Febbraio: “Orsù, Fratelli, levatevi ormai e venite meco insieme, che voglio che estirpiamo queste
male piante (se pur si ritrovano in voi); e, se non sono in voi, venite ad aiutar me, perché lo ho
piantate sopra il cuore mio”.
–  Per i Barnabiti dell’Europa, perché sappiano ritrovare nelle pagine della sua millenaria tradizione
cristiana nuovi cammini che riportino gli uomini e le donne di buona volontà a Cristo Crocifisso,
preghiamo.
Marzo: “E poi come potrai dire che Dio non ti abbia fatto uomo per andare a lui? Avendoti dato
una cognizione che non finisce né può finire in questo mondo, un desiderio inestinguibile di
gustare Dio, di sperimentare l’incorruttibilità dello spirito tuo, un continuo scontento in tutte le
cose del mondo e un continuo bramare le cose del cielo”.
–  Per i Barnabiti della Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda, perché unendo spiri-
tualità e pratica di vita sperimentino una crescita continua delle loro attività contribuendo così al
superamento delle difficoltà socio-politiche dei loro paesi, preghiamo.
Aprile: “Bisogna che sempre [tu] intenda di passare più avanti e in cose più perfette… perché
non proficere è mancare”.
–  Per l’unione e la collaborazione tra tutti i Barnabiti di lingua inglese dell’America del Nord,
Afghanistan, India e Filippine, perché il pragmatismo nordamericano e la creatività e le tradizioni
asiatiche si integrino sempre più tra loro portando comuni benefici spirituali e materiali all’intera
Congregazione, preghiamo.
Maggio: “Chi abbia ricevuto [tal] grandezza di fede, che ogni cosa difficilissima le paia facilissima,
sapendo di certo che la sua confidenza non potrà essere ingannata da nessuna presunzione o
vanagloria”.
–  Perché l’Anno della Fede ispiri in tutti quell’autentico rinnovamento personale e comunitario
che renda sempre più disponibili al servizio di amore verso Dio e il prossimo, preghiamo.
Giugno: “E, parendovi [opportuno], alle volte udirete ancora il parere degli inferiori e dei semplici,
i quali – dicendo forse meno a proposito o senza modo – non li [dobbiamo] sbeffare”.
–  Per la Gioventù Zaccariana e per tutti i giovani presenti nelle nostre parrocchie, collegi e opere
diverse, perché alla scuola dei nostri Santi diventino i veri protagonisti di un mondo nuovo, preghiamo.
Luglio: “E a voi il Crocifisso ha promesso una misura, che le vostre forze si estenderanno fino a
trapassare i cuori nelle intime midolle”.
–  Per la Famiglia Zaccariana impegnata nella missione e nella nuova evangelizzazione, perché
non manchi mai nei suoi membri il coraggio di superare ogni frontiera geografica e culturale,
testimoniando la fede cristiana con la vita e annunciandola con la parola, preghiamo.
Agosto: “Sapete che Paolo, dopo che, nel principio convertito andò la prima volta in Gerusalemme,
usava modi e cercava d’inserirsi e introdursi con gli altri Cristiani, ovvero farsi conoscere da loro
per cristiano”.
–  Per i Laici di San Paolo, perché si inseriscano sempre più attivamente nella vita della nostra
Famiglia religiosa partecipando così alla comune missione dei Barnabiti e delle Angeliche, preghiamo.
Settembre: “Raccomandandovi a Cristo Crocifisso per i vostri Santi Capi, i quali non manchino
dalla loro consueta sollecitudine per il desiderio che hanno di voi, e per le preghiere di me suo
fedel ministro”.
–  Per le Sorelle Angeliche presenti nelle varie parti del mondo, perché siano sempre più vivo
esempio di Cristo Crocifisso, preghiamo.
Ottobre: “Ma il vero fine della riforma si conoscerà da questo: se cercheranno solamente il puro
onore di Cristo, la pura utilità del prossimo, i puri obbrobri e vilipendi di se stessi”.
–  Per tutti gli Istituti che fanno parte della Famiglia Zaccariana, perché diventino sempre più promo-
tori del rinnovamento del fervore cristiano in questo tempo di grandi trasformazioni, preghiamo.
Novembre: “Ben però vi [per]suadiamo e vogliamo che per nessun modo non riceviate se non
quelli che possano giovare a sé e agli altri”.
–  Per i formandi barnabiti e per tutti i chiamati alla vita di perfezione nella nostra Famiglia religiosa,
perché da ognuno siano aiutati a scoprire le proprie qualità umane e spirituali crescendo sempre
più in “fuoco e lume”, preghiamo.
Dicembre: “La Vittoria di se stesso mi sarà forza scriverla con fatti e non con penna”.
–  Perché i Figlioli di Paolo Santo, facendo costantemente memoria dello spirito di comunione
che animò il Concilio Ecumenico Vaticano II possano sempre più contribuire al dialogo tra la
Chiesa e il mondo, preghiamo.
15 Ci hanno preceduto 52-54_eco4-2012 13/12/12 12:20 Pagina 54
Eco dei Barnabiti 4/2012 55
DAL NOSTRO SCAFFALE
MICHELE FRANCIPANE, Dizionario ragionato dei
santi. 11811 patroni e protettori da Aaron a Zoe, Ánco-
ra, Milano 2011, pp. 108; Il volto dei santi. Santorale
illustrato, Áncora. Milano 2012.
L’editrice Áncora mette a nostra disposizione due sussidi
che raccolgono la testimonianza dei santi. Il primo costitui-
sce un’anagrafe del Paradiso, passando in rassegna giorno
dopo giorno nomi di santi, con breve biografia, attinti a cir-
ca 3700 calendari. Si tratta di 11811 figure, tra i quali ven-
gono riprese le più importanti figure di patroni e protettori.
L’Appendice ci offre un prezioso Glossario, oltre a un insie-
me di dati relativi al mondo agiografico, per poi concludere
con una essenziale bibliografia. L’acribia dell’autore è fuori
discussione, ma non ci meraviglia che in una vera foresta
qual è quella del santorale, possano sfuggire delle imperfe-
zioni. Semmai ci duole che ne faccia le spese (anche) il no-
stro Fondatore, del quale si dice che fondò a Cremona (leg-
gi: Milano) i suoi istituti di Vergini e di Chierici. È peraltro
assente il Terzo Collegio dei Laici di san Paolo.
La seconda pubblicazione è un vero e proprio santora-
le che potrebbe essere esposto nelle nostre chiese, poi-
ché dedica di volta in volta due ampie pagine; l’una, a si-
nistra, con l’esposizione succinta della vita di un santo o
santa e la citazione di un suo scritto e l’altra, a destra,
con un’immagine che ne rende visibile la presenza. Il 5
luglio ricorre la memoria del nostro Fondatore.
LUCIANO MAZZONI BENONI, Il Cuore di Cristo
centro dell’universo. Una proposta per il Terzo Mil-
lennio, Ed. Appunti di Viaggio, Roma 2012, con pre-
fazione di Antonio Gentili e postfazione di Eugenio
Costa.
L’autore, studioso di antropologia e teologia delle
religioni e impegnato nel dialogo interreligioso, è vi-
ce-presidente dell’Associazione italiana Teilhard de
Chardin. In questa veste ha approfondito soprattutto
un aspetto del magistero dell’illustre gesuita paleonto-
logo e mistico, ossia la centralità del Cuore di Cristo
come simbolo della visione “cosmoteandrica” di cui si
è fatto banditore. Teilhard infatti ritiene che in Cristo,
e segnatamente nel suo Cuore, vengono a convergere
divinità, umanità e universo in un movimento appunto
di ricentratura in cui si traduce la visione paolina del
Cristo “tutto in tutti”. L’agile volumetto permette di ri-
pensare al Cuore di Cristo attraverso quest’ottica e nel
contempo ci familiarizza con una visione e un relativo
linguaggio che esigono un non facile apprendimento.
La Prefazione ne può agevolare la lettura, mentre la
Postfazione, a cura di un confratello gesuita, aiuta a
mo’ di esercizio spirituale a penetrare il messaggio
teilhardiano.
SCHEDARIO BARNABITICO
16 Schedario barna 55-56_eco4-2012 13/12/12 12:21 Pagina 55
MARCELLO STANZIONE, 365 giorni con sant’Antonio
Maria Zaccaria (Citazioni in lingua d’epoca e preghiere),
Ediz. Segno, Tavagnacco (UD), 2012.
Non c’è che da rallegrarsi per il riapparire di quel
gioiello della spiritualità che sono i Detti notabili, già e
nuovamente attribuiti a “Padre Zaccaria”. Si sa che sotto
questa dicitura gli Oscar Mondadori rieditarono nel 2000
il libello in questione, con il titolo Con le mani e con li
piedi, introdotto da Marco Vannini.
Marcello Stanzione, parroco in quel di Campagna (Saler-
no), ha selezionato un “detto” per ogni giorno dell’anno, fa-
cendo seguire una raccolta di preghiere. Mentre auguriamo
alla sua fatica un’ampia diffusione, ci permettiamo di segna-
lare alcune mende, pensando a un’eventuale riedizione.
Scopo dell’Ordine istituito dallo Zaccaria non fu propria-
mente «quello di mettersi al servizio degli altri senza soldi e
senza alcuna ricompensa» (p. 5), bensì quello di promuove-
re la tanto auspicata riforma, fatta propria di lì a poco dal
Tridentino. A p. 9 (righe 7-8 del testo) si afferma che la ma-
dre di Antonio Maria rimase vedova prima che questi vedes-
se la luce. Come però si legge correttamente nella Presenta-
zione, Antonio Maria nacque nella prima quindicina del
1502, mentre il padre morì nel successivo 1503, nei primi
mesi di quell’anno: dunque poté conoscere il figlioletto. Sul
«voto di verginità» (p. 9 in fondo) non ci sono documenti a
sostegno, anche se la cosa potrebbe essere verosimile. A p.
10 (riga -8) si dovrebbe premettere una + alla data che segue
il nome di fra’ Battista, essendo quello l’anno della sua mor-
te. Infine qualche menda tipografica: a p. 9, -9 «medico» va
letto «mendico»; così pure a p. 14, -12, «conferenza» sta
per «conferma». A p. 15,11 «Madre Battista da (non: del) Se-
sto» e a p. 16, -7, la data in cui i Barnabiti presero possesso
della chiesa di S. Barnaba è il 1545.
Chi volesse avere una visione d’insieme dei Detti nota-
bili, della loro storia e della spiritualità che racchiudono,
al punto da esserne considerato uno dei «capolavori»
(I. Colosio), può consultare del sottoscritto, I Detti notabili e
lo spirito di “Padre Zaccaria” attraverso i secoli, in “Qua-
derni di vita barnabitica”, 13/2003, pp. 351-406.
Antonio Gentili
PAOLO GIULIETTI-GIANLUIGI BETTIN, La via di Fran-
cesco, Guide San Paolo, Cinisello B. (MI) 2012, pp. 191.
Ai ben noti Itinerari francescani di Fernando Uribe (Ediz.
Messaggero, Padova 1997) e Di qui passò Francesco di
Angela Maria Seracchioli, Ed. Terre di Mezzo, Milano
2010, si aggiunge la meritevole guida di Giulietti e Bettin,
che offre sperimentati itinerari podistici e ciclabili attraver-
so le terre percorse da Francesco, da La Verna a Greccio,
transitando come è ovvio da Assisi e dintorni. Alle pp.
124-125 si segnala Campello Alto con il suo vetusto Ca-
stello e il nostro Convento (che Bettin ebbe modo di visita-
re), segnalandone anche «l’intento primario» di casa di
preghiera «in cui incontrare il Signore nelle profondità del
proprio spirito e nella comunione fraterna. Un luogo di
forte spiritualità, il cui protagonista è il silenzio».
Antonio Gentili
Eco dei Barnabiti 4/2012 56
DAL NOSTRO SCAFFALE
16 Schedario barna 55-56_eco4-2012 13/12/12 12:21 Pagina 56
Editoriale
1 Annunciare Cristo morto e risorto non è un optional (P. Rippa)
Bibbia
2 Per fede passarono il Mar Rosso... (G. Dell’Orto)
Vocabolario ecclesiale
5 Ordine (A. Gentili)
Ecumenismo
6 Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio 2013. Cosa ci
chiede il Signore? (E. Sironi)
Spiritualità barnabitica
10 La ricerca di Dio (M. Regazzoni)
Osservatorio ecclesiale
13 Il Messaggio del Sinodo: un faro di luce nella notte del mondo (A. Gentili)
Osservatorio paolino
15 Un caso emblematico di venerazione antica di Gesù: Filippesi 2, 6-11
(G. Cagnetta)
18 Una storia tutta da scrivere (A. Gentili)
23 Storia dell’Ordine: Il primo natale del Concilio Vaticano II (F. Lovison)
36 Credere, nonostante tutto: “la vita è un dono” (A. Giussani)
39 Sacerdote, perciò padre (C. Pipitone)
41 Un padre per l’Europa (G. Simone)
43 Dal cielo alla terra, sismologia e meteorologia a Firenze dall’Ottocento a oggi.
Una mostra da non perdere: Firenze 17 gennaio - 31 maggio 2013 (G. Ferrari)
Dal mondo barnabitico a cura di Paolo Rippa
45 Un nuovo anniversario – Ordinazione diaconale – Nuove fondazioni nelle
Filippine – Una nuova iniziativa per la gioventù. Centro di Spiritualità:
L’Eremo – Nomine – Verso il Concilio Vaticano II. Attese e speranze –
“I Barnabiti nel Risorgimento”. Presentazione all’Istituto Sturzo – Madrid.
Triduo alla Madre della Divina Provvidenza
Ci hanno preceduto a cura di Giuseppe Ranaldi
51 Fr. Janos Szolnoki (Frère Jean) (G. Daeren) – P. Severo Ferrari (G. Incampo)
Schedario barnabitico a cura della Redazione
54 Michele Francipane, Dizionario ragionato dei santi. 11811 patroni e protettori
da Aaron a Zoe – Il volto dei santi. Santorale illustrato – Luciano Mazzoni
Benoni, Il Cuore di Cristo centro dell’universo. Una proposta per il Terzo
Millennio – Marcello Stanzione, 365 giorni con sant’Antonio Maria Zaccaria
(Citazioni in lingua d’epoca e preghiere) (A. Gentili) – Paolo Giulietti-Gianluigi
Bettin, La via di Francesco (A. Gentili)
SOMMARIO
RASSEGNA TRIMESTRALE
DI VITA E DI APOSTOLATO
DELL’ORDINE DEI CHIERICI REGOLARI
DI S. PAOLO - BARNABITI
Anno XCII
n. 4 - Dicembre 2012
Trimestrale
Poste italiane S.p.A. - Spedizione in
abbonamento postale - D.L. 353/2003
(conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1,
comma 2 - DCB Roma
DIRETTORE RESPONSABILE
P. Stefano Gorla
DIRETTORE
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CAPOREDATTORE
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REDAZIONE
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CORRISPONDENTI
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gentina: P. Giorgio Graiff
COLLABORATORI
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vanni Scalese, P. Gian nicola Simone
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Tel. e Fax 06/581.23.39 - 588.28.63
e-mail: ecodeibarnabiti@gmail.com
REDAZIONE
Piazza B. Cairoli, 117 - 00186 Roma
Tel. e Fax 06/68307070
AMMINISTRAZIONE
c.c.p. 29654001 intestato a: I Barnabiti,
Via Giacomo Medici, 15 - 00153 Roma
REGISTRAZIONE
Tribunale di Roma
n. 334 del 28 aprile 1950
STAMPA
Grafica Cristal S.r.l.
Via R. Paolucci, 12/14 - 00152 Roma
Tel. 06/53.49.375 - Fax 06/53.274.231
DIFFUSIONE
Eco dei Barnabiti viene inviato agli
amici delle Missioni, delle Vocazioni
e delle Opere dei Barnabiti.
© È possibile riprodurre gli articoli della
rivista citando la fonte e mandandone
giustificativo in redazione
www.barnabiti.it
copertina: La strada della vita, foto di Marco
Lazzaroni
IV di copertina: «Nacimiento», autore Norberto
Oropesa, Los Andes, Chile 1995 - foto di Seba -
stián Candia
Chiuso in redazione il 00 dicembre 2012
Finito di stampare il 00 dicembre 2012
L’ANNO DELLA FEDE E LA “FIAMMA PAOLINA”
Che la “Fiamma Paolina” illumini, ravvivi e sempre accresca la fede
in tutti i Chierici barnabiti del mondo
Nel corso dei Primi Vespri della Solennità dei SS. Pietro
e Paolo, sabato 28 giugno 2008, il Santo Padre
Benedetto XVI, con il Patriarca di Costantinopoli
Bartolomeo I, ha aperto ufficialmente l’Anno Paolino
accendendo la “Fiamma Paolina”.
Prima fila, da sinistra: Jackson George Kattamkottil (1981) India, Subash Sebastian Kaduvakulangara (1974)
India, Bala Swami Appapogu (1985) India; seconda fila, da sinistra: Albino Vecina (1979, tremesante) Filippine,
Sinoj Thomas Ottaplackal (1985) India, Lenish Benny Mooleparambil (1990) India, Rick Shamavu Rwahunga (1961)
Congo, Isagani Gabisan (1980, tremesante) Filippine; terza fila, da sinistra: Alessandro Tirelli (1969) Italia, Savino
Angelo Vulso (1968) Italia, Giuseppe Di Nardo (1971) Italia.
Roma - Basilica di San Paolo fuori le Mura
Studentato Romano, 8 dicembre 2012: i nove Studenti di Teologia e i due Tremesandi
vitam haberes
et abundantius haberes
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DICEMBRE 2012
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Anno XCII - N. 4 - 2012
Poste italiane S.p.A. - Sped. abb. post. - D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1, Comma 2 - DCB Roma
«La legge tua è legge di amore; la legge tua è il soave giogo;
la legge tua è il refrigerio del cuore tuo, il riposo tuo e la vita tua,
perché messer Gesù Cristo è venuto in terra acciò ,
» (Gv 10, 10)
Sant’Antonio M. Zaccaria, Sermone I
«La legge tua è legge di amore; la legge tua è il soave giogo;
la legge tua è il refrigerio del cuore tuo, il riposo tuo e la vita tua,
perché messer Gesù Cristo è venuto in terra acciò ,
» (Gv 10, 10)
Sant’Antonio M. Zaccaria, Sermone I
A tutti i lettori dell’Eco dei Barnabiti
il vivissimo augurio di un Natale santo
e di un anno di serenità
la redazione dell’Eco
vitam haberes
et abundantius haberes
01 Ia-IVa di Cop. 4-2012_ECO 13/12/12 12:25 Pagina 1