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LA STAMPA

mercoledì 28 novembre 2012 p.21

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Filosofia della condivisione/Raj Patel/appunti2

Famiglia e sovranità alimentare
di Andrea Braggio

Quando si riferisce al futuro e a una vita più sobria, Raj Patel non si augura affatto un nostalgico ritorno al passato, ma individua un grande salto di qualità che ridisegna un orizzonte compatibile con quanto di positivo la storia recente ha permesso e diffuso, unito a ciò che troppo frettolosamente il contemporaneo ha sotterrato. Tale cambiamento può venire da una paziente rivoluzione interiore, che permetta a un numero sempre più importante di attori sociali una reinvenzione delle grandi tradizioni di semplicità e convivialità adattate alle esigenze della vita moderna (1). È una ricerca che si basa sulla convinzione che le vie dell’essere di più non sono quelle dell’avere di più. Questa scelta, nel quotidiano, traduce la volontà di vivere un’esistenza scevra da cose superflue, semplice ma ricca nel contenuto, attenta alla dimensione relazionale e spirituale oltre che materiale. È l’affermarsi di una sensibilità aperta alle dimensioni del dono e della gratuità, attenta al costituirsi di una solidarietà interumana che trova la sua prima espressione nella famiglia in quanto luogo primario di relazioni interpersonali orientate alla condivisione. La famiglia rappresenta il momento primo in cui si sperimenta la rottura e la disarmonia tra l’avere e l’essere, tra le cose e le persone. Pur nei loro limiti, le relazioni che vengono poste in essere nella famiglia – tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra fratelli – sono generalmente caratterizzate dal venirsi incontro e dalla collaborazione piuttosto che dalla competizione; e ciò in antitesi con una società “della crescita e del consumo” che, nella sua forma attuale, crede ancora di potersi reggere sulla competizione e l’interesse privato. Da qui il rischio che corre la famiglia contemporanea di 3

vivere il proprio stile solidaristico e la sua naturale vocazione educativa – che poggia su una fondamentale capacità d’amore disinteressato – come fatti esclusivi e alla fine intimistici, sin quasi a contrapporli agli stili di vita di una società rispetto alla quale si sente, per questi aspetti, estranea se non addirittura ostile. Nei prossimi anni, però, la famiglia sarà sempre più chiamata ad aprirsi in modo tale da inserire e diffondere nella società le energie solidaristiche necessarie per la ricostruzione di un scenario di vita orientato verso nuovi modelli economici, più attenti ai rapporti interpersonali, ai diritti delle donne e a una cultura della condivisione e della cooperazione anziché dell’efficientismo e della produttività a qualunque prezzo. Riflettere sulla famiglia significa dunque rimettere in gioco tutte le esperienze del passato che fino a oggi ne hanno condizionato la crescita, individuare le sue potenzialità e su queste fondare e credere in percorsi formativi che la alimentino, la tutelino e la rifondino pedagogicamente. Nella prospettiva di Patel, rifondare la dimensione educativa della famiglia significa aiutarla a prendere coscienza del suo ruolo di “protagonista” nella società e della sua capacità di incidere sulla qualità della convivenza sociale e di trasformare la politica corrente e le sue priorità al fine di organizzare il mondo extrafamiliare secondo criteri diversi da quelli attuali. Schiacciate e impoverite dalla stagnazione economica, dall’aumento della disoccupazione e dai piani di austerità, le famiglie sono sempre più indotte a credere di non poter fare nulla per modificare la loro condizione di dipendenza da modelli prototipici e ideologici oppressivi. In una condizione di progressiva subalternità a logiche economico-finanziarie, le famiglie faticano a ripensare il codice culturale profondo entro cui, in modo consapevole e più spesso inconsapevole, percepiscono la società e si muovono in essa. Per troppo tempo sono state educate a chinare la testa e ad adeguarsi al mercato del denaro e alla sua ideologia vigente. Concetti quali «dono», «condivisione», «cooperazione», «solidarietà» restano confinati alla retorica, difficilmente vengono percepiti come punto di partenza per generare un cambiamento economico, politico e sociale. Quello di Patel è invece il tentativo di aiutare le famiglie a prendere coscienza del loro potenziale risvegliandole dal torpore che ha indotto accettazione e sottomissione alle disuguaglianze. È un risveglio che può essere considerato come il processo e il risultato di un movimento propositivo verso l’acquisizione e il rafforzamento di potere. Un potere che non ha a che fare con la sfera del dominio ma con quella della collaborazione e della condivisione, definito cioè in termini collettivi e di sostegno reciproco, che si basa su alleanze e presa in carico comune della situazione. Un potere inteso come strumento per generare opportunità e alternative utili per la vita sociale e per raggiungere obiettivi sociopolitici. Questo comporta la costruzione di una comprensione più critica delle forze politiche e sociali che influenzano il mondo quotidiano delle famiglie, le quali devono uscire dal loro isolamento, far sentire la propria opinione e partecipare alle scelte che le riguardano. Devono mettere in atto una solidarietà di lotta rispetto a una società di mercato che ha poco riguardo nei loro confronti e diventare soggetti protagonisti del loro destino, in grado di realizzare progettazione partecipata e migliorare le loro vite conformemente ai loro bisogni. Devono esaminare con più attenzione i pericoli del libero mercato e i sistemi politici che lo sostengono, partecipare attivamente alla vita della comunità e mettere in atto, assieme, strategie concrete per tutelarsi, soprattutto in relazione alla crisi alimentare in corso (2). Non c’è dubbio che la prossima grande sfida da affrontare sarà infatti l’accesso a cibo sano e prodotto in modo sostenibile. È quello di cui si stanno già occupando tantissime famiglie contadine depositarie di sapienza agricola che, nel nord come nel sud del mondo, hanno pagato e stanno 4

pagando il tributo più alto al potere del mercato globale. Proprio loro, ricorda Patel, hanno cominciato a lottare seriamente per l’affermazione della sovranità alimentare, il diritto a scegliere che cosa coltivare e che cosa mangiare realizzando pratiche di produzione e di distribuzione basate sull’agricoltura locale e in grado di favorire economie virtuose e di democrazia partecipativa. Nell’intervista rilasciata a Egle Santolini, Patel cita inoltre l’ecosostenibilità, la quale dipende dall’equilibrio tra il lavoro della produzione alimentare e la protezione dell’ambiente. La sovranità alimentare è attenta al fatto che i processi di innovazioni agroecologiche cruciali per l’adattamento devono da una parte evolversi insieme alle innovazioni sociali che mettono a contatto in modo giusto produttori e consumatori e dall’altra essere condivise con spirito di solidarietà. Tutto ciò in netta controtendenza rispetto a modelli produttivi ingiusti, disastrosi per l’ambiente e responsabili di un miliardo di persone sull’orlo o dentro il baratro della fame, cui si accompagna un miliardo e mezzo troppo grasso a causa di cibo che invece di nutrire fa ammalare, concepito per essere desiderato e acquistato piuttosto che per mantenere sano l’organismo (3). In Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia (2010), la sovranità alimentare viene indicata come «un allontanamento sostanziale dalla violenza strutturale della Rivoluzione verde, dall’ingiustizia sociale e dal razzismo strutturale del complesso agroalimentare industriale e un progresso verso la democratizzazione dei nostri sistemi alimentari. È un movimento orizzontale che decentralizza il potere di decidere e agire, localizzandolo a favore dei poveri e dei sottoserviti. È anche verticale perché allontana la nostra concezione dei sistemi alimentari dalla logica dei consigli d’amministrazione esclusivi, dalle istituzioni in mano agli esperti e dei summit ad alto livello avvicinandola alla logica nata a livello sociale della maggioranza, costruita attivamente dal basso in alto» (4). È evidente che la sovranità alimentare deve fare i conti con industrie ben consapevoli dell’elemento politico del sistema alimentare e ostili a cambiamenti che possano giovare ai piccoli agricoltori e alle comunità locali, cambiamenti che possono minare profitti aziendali e indebolire il loro potere di mercato.

Laboratori di idee, di disciplina personale e impegno concreto, i movimenti per la sovranità alimentare possono aprire spazi politici a molti livelli per creare istituzioni, politiche e progetti a favore di sistemi produttivi giusti e sostenibili. Le loro strategie per costruire la volontà politica poggiano su un forte impegno attivista, informazione alla protesta e resistenza costruttiva. Possono così avere luogo le alleanze più diverse fra agricoltori, organizzazioni comunitarie, enti sanitari locali, operatori del settore alimentare, braccianti, agroecologisti, ambientalisti, attivisti dei diritti 5

umani e movimenti indigeni, che partecipano e condividono non solo una particolare visione della terra e del cibo opposta a quella delle multinazionali dell’agrobusiness, ma anche una piattaforma comune di lotta in vista di una società più giusta (5). Lo spettro di attività di questi movimenti include l’impegno informato di cittadini locali nei consigli per la politica alimentare, indicati da Patel con il termine food policy councils (Fpc). Nel libro La rivoluzione della lattuga, Franca Roiatti ne descrive la nascita, come sono costituiti oggi e lo scopo che si prefiggono (6). Alla base di questi consigli, che esaminano il modo in cui funziona il sistema alimentare ed elaborano modi per ripararlo, c’è il desiderio di riprendere in mano i destini delle comunità in cui sorgono, rivendicando la difesa dei beni comuni (7). Negli Stati Uniti ve ne sono che operano a livello statale, altri a livello cittadino e perfino di quartiere. L’accesso e il controllo sulle risorse naturali, sulla produzione alimentare e un maggiore potere decisionale sono tre temi che uniscono le persone di questi gruppi. In essi trova espressione una sensibilità più attenta al territorio, che conserva un rapporto di rispetto e armonia con la terra, che aspira a ricostruire la comunità locale difendendo con passione la propria storia e la propria memoria. I food policy councils sono una realtà in controtendenza rispetto al disimpegno e alla scarsa attenzione nei riguardi della politica e dei problemi sociali, a un mancato interesse a mobilitarsi per cause comuni. Oltre a promuovere una più attenta riflessione sulla politica alimentare, possono ricreare delle aggregazioni di vicinato e legami tra la gente, soprattutto nei centri urbani dove le persone sono spesso prive di un habitat di appartenenza, carenti di relazioni stabili e più facilmente esposte a percorsi individuali e alla solitudine. La forza e la diffusione di questi food policy councils dipenderà dalla loro capacità di concepire l’attuale momento di crisi come l’opportunità per promuovere forme di condivisione con chi è più in difficoltà e fondare i sistemi alimentari sulla giustizia sociale ed economica, affinché tutti possano permettersi cibi buoni e sani, riaffermando il diritto umano al cibo.

Sempre nell’intervista rilasciata a Egle Santolini, Patel ricorda che questo nuovo senso di responsabilità sociale sta per esempio affermandosi con il movimento internazionale contadino La Via Campesina, fondato nel 1993 da alcuni gruppi di agricoltori americani ed europei e attualmente costituito da oltre centocinquanta milioni di membri in sessantanove paesi. Un’organizzazione 6

eterogenea, costituita anche da tanti membri senza terra, «ha raccolto la sfida della moderna società di mercato, mettendo in campo una reazione non soltanto istituzionale, ma anche filosofica. La visione sviluppata nell’ambito del loro contromovimento è chiamata “sovranità alimentare”, e fra le sue molte definizioni la più semplice è la seguente: La sovranità alimentare è il DIRITTO di un popolo, di un paese o di un’unione di stati a definire la propria politica agricola e alimentare» (8). La Via Campesina rivendica dunque il diritto di scegliere quale cibo produrre, dove produrlo, e come farlo, così da restituire il potere alle contadine e ai contadini che combattono da tempo contro il soffocamento delle loro libertà. Alla base di questo “movimento-persona” c’è l’idea secondo cui i sistemi alimentari del mondo possono e devono essere trasformati dal basso in alto da donne e uomini che amano e coltivano la terra, da comunità e organizzazioni che intendono mettere fine alle ingiustizie che causano la fame: «Questo contadino-movimento cammina su due gambe: una è l’innovazione e l’altra è la solidarietà. Utilizza due mani: una per produrre il cibo e l’altra per proteggere l’ambiente. Il movimento ha un cuore che pulsa di vita e ama la famiglia, la comunità, l’agricoltura e la natura. Due occhi danno una visione chiara di un futuro equo e sostenibile in cui i contadini non devono scegliere tra fame e sfruttamento e non sono destinati a morire sotto le ruote della modernizzazione. In questa visione essi sono una parte rispettata e integrata di un mondo in cui il progresso si misura in base al valore di tutto ciò che si ama. Infine, ha una voce per parlare, per far sentire le sue richieste e prestare la sua saggezza, le sue opinioni, dubbi, timori, speranze e sogni ai prossimi capitoli della saga continua dell’agricoltura e della società» (9).

La Via Campesina è anche la storia di una alleanza, di una solidarietà fra donne urbane e quelle rurali, fra donne del Nord del mondo e quelle del Sud del mondo. Tutte assieme intendono condividere esperienze e rivendicazioni diverse, affermare i loro diritti gettando luce sulla persistenza di molte forme di discriminazione offensive della dignità della donna. Benché negli ultimi decenni le donne abbiano lottato per una parità reale di diritti con l’uomo, anche nelle società cosiddette più evolute la condizione femminile può ancora risentire di una certa fissità di ruoli e di funzioni che di fatto collocano la donna in una posizione di svantaggio sul piano sociale. Per non parlare di aree geografiche in cui l’accesso, il controllo e la proprietà della terra e delle risorse naturali e produttive da parte delle donne sono impediti o resi difficoltosi da tradizioni discriminatorie sull’eredità, da un controllo sessista delle risorse economiche, dall’appropriazione e la privatizzazione delle terre delle comunità indigene. Patel evidenzia per esempio il fatto che le donne hanno generalmente un accesso inferiore sia alla terra che al capitale rispetto agli uomini e, nonostante abbiano spesso un buon livello di conoscenza dei sistemi di coltivazione, le loro idee 7

vengono tenute in considerazione raramente nella definizione delle scelte circa le tecniche agricole e la politica alimentare (10). In risposta a questo stato di cose, l’organizzazione incorpora la voce femminista: le donne svolgono «un doppio ruolo nell’ambito del movimento per la sovranità alimentare, come organizzatrici dinamiche e come partecipanti. Riaffermano così il loro impegno di trasformare non solo il regime alimentare delle grandi aziende, ma anche le più profonde e violente strutture patriarcali» (11). Alla conferenza di Maputo (Mozambico) del 2008, La Via Campesina ha elaborato un nuovo slogan che «pone al centro dell’attenzione la disuguaglianza di potere più dilagante nella società: “Sovranità alimentare significa porre fine a tutte le forme di violenza contro le donne”» (12). Questa dichiarazione, cui sottende un cammino di emancipazione che richiede a tutti una partecipazione attiva alla definizione dei propri diritti, rivela «una lettura della fame intesa come la più recente manifestazione di millenni di sfruttamento, della distorsione delle relazioni riguardo la definizione del valore. Secondo questa diagnosi, il problema della fame e della povertà sarebbe dovuto non a una penuria di cibo, ma a una mancanza di potere; ecco perché l’idea della violenza contro le donne, in tutte le sue forme, è fondamentale. Oltre alla violenza fisica delle percosse, dello stupro e dell’aggressione che una donna su tre subisce nel corso della sua vita, c’è anche la violenza della fame, che colpisce le donne in misura sproporzionata. Il 60 per cento delle persone che oggi soffrono la fame nel mondo è composto di donne o bambine. È una storia che si ripete nei paesi ricchi come nei poveri: sono le madri che saltano i pasti affinché i figli abbiano di che sfamarsi. Quando una donna non può vendere i suoi prodotti al mercato perché le merci sussidiate dall’Unione europea o dagli Stati Uniti sono più convenienti, quella è una forma di violenza. Quando una famiglia non può permettersi di mandare la figlia a scuola perché ha bisogno del suo lavoro a casa, quella è una forma di violenza» (13).

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Note
(1) Come ha osservato Serge Latouche in Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita (Bollati Boringhieri, 2011) la società di sobrietà liberamente scelta implica il fatto di consumare meno ma meglio, produrre meno rifiuti, riciclare di più, ridefinire la propria felicità nella condivisione e nella convivialità piuttosto che nell’accumulazione frenetica. (2) Rimando a Raj Patel, Global Fascism, Revolutionary Humanism and the Ethics of Food Sovereignty (2005), http://rajpatel.org/wp-content/uploads/2009/11/globalfascism.pdf (3) Per molto tempo, nel Nord del mondo, le famiglie sono state indifferenti al destino delle campagne e, abituate all’abbondanza e alla disponibilità dei prodotti alimentari, hanno perso coscienza di cosa sia davvero il cibo. Ne I padroni del cibo (2008), Patel spiega che i consumatori in Occidente si stanno però trovando sempre più alle prese con il problema del mangiare sano, prendendo coscienza del fatto che la povertà degli ultimi può essere determinata dalle stesse condizioni che oggi limitano la loro capacità di spesa e la qualità di ciò che mangiano. (4) Eric Holt-Giménez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, p.242. (5) Rimando a Raj Patel, Global Fascism, Revolutionary Humanism and the Ethics of Food Sovereignty (2005), http://rajpatel.org/wp-content/uploads/2009/11/globalfascism.pdf (6) Franca Roiatti, La rivoluzione della lattuga. Si può riscrivere l’economia del cibo?, Egea, Milano, 2011, pp.187-188. Della stessa autrice segnalo anche Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili, Università Bocconi Editore, Milano, 2010. Per un approfondimento sul tema dei food policy councils, si veda inoltre Eric Holt-Giménez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, pp.227-229. (7) In merito ricordo anche l’articolo di Carlo Petrini, Terra. Contro gli abusi, per il rispetto in Oscar Farinetti (a cura di) Lezioni di cittadinanza. Per diventare più umani, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2012. (8) Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, Milano, prima edizione in “Serie Bianca” marzo 2010, p.126. (9) Eric Holt-Giménez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, p.244. (10) Rimando a Raj Patel, Food Sovereignty: Power, Gender, and the Right to Food (2012), http://rajpatel.org/wp-content/uploads/2009/11/journal.pmed_.1001223.pdf (11) Rimando a Esther Vivas, Without Women There is no Food Sovereignty (2011), http://esthervivas.com/english/without-women-there-is-no-food-sovereignty/ (12) Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, Milano, prima edizione in “Serie Bianca” marzo 2010, p.128. (13) Ibidem, pp.128-129.

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