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5.3

IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE.
IL REALISMO INTERNO DI HILARY PUTNAM.

In questo paragrafo vedremo come Hilary Putnam non applicando il principio di non contraddizione in quello che lui stesso definisce «realismo interno» incappi in una forma di relativismo filosofico. La scelta di analizzare la teoria epistemologica che questo pensatore ha proposto è dovuta al fatto che egli affronta la questione della mancata applicazione del principio di non contraddizione da una prospettiva tutta novecentesca: quella del linguaggio. Generalmente, da Protagora a Rorty, i filosofi che hanno affermato la presunta possibilità di una logica che potesse evadere il già citato principio, hanno avanzato le loro speculazioni filosofiche quasi sempre in riferimento al piano dell'essere (ontologia) o a quello del pensiero (epistemologia), e giammai a quello del linguaggio. Che questo sia dovuto perché, di fatto, prima della svolta linguistica avvenuta con Wittgenstein agli inizi del secolo decimo-nono non era pensabile mettere al centro di una speculazione filosofia l'aspetto del linguaggio, nessuno vuole metterlo in discussione, ma è per noi interessante vedere come anche nella sfera del linguaggio sia impossibile non tenere conto di codesto principio ontologico. D'altronde, come ricordava Aristotele, essendo questo un assioma non può che non essere sempre vero in tutti i mondi possibili; linguaggio compreso. Hilary Putnam è un filosofo e matematico statunitense (Chicago, 1926). Ha orientato le sue ricerche nel campo della filosofia della religione, della filosofia della mente, della filosofia del linguaggio, nell'etica, nella metafisica e nella logica; ma sono i suoi contributi scaturiti da una riflessione sul linguaggio ad essere per noi motivo di analisi. Il professore di Harvard University si è trovato storicamente in una fase molto delicata dell'evolversi del pensiero filosofico: quella condizionata dal modo neopositivista di intendere la filosofia. Ciò che in realtà Putnam criticava era l'assunto – tipico della corrente del nuovo empirismo – che catalogava come prive di senso tutte quelle proposizioni non controllabili attraverso il metodo del verificazionismo. Ma possono dirsi davvero insensate le proposizioni tipiche della metafisica generale solo per il fatto di non denotare alcunché di empirico e fattuale, oppure, al contrario, possono rivendicare un carattere di oggettività e quindi, in ultima analisi, di senso? A proposito, Putnam ha la ferrea convinzione che non necessariamente solo ciò che può essere verificato per mezzo del verificazionismo può dirsi significante, e quindi vero o falso, ma anche ciò che evade il siffatto metodo di verifica empirica può obiettivamente legittimare il suo senso. E scrive:

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ed essendo l'uso a sua volta determinato dalla volontà e dalla capacità dell'agente epistemico che ha nell'attribuire significati. 2 Hilary PUTNAM. Ciò significa che è l'uso a condizionare il significato di un oggetto. The Threefold Cord: Mind. 1999. Milano. Cambridge (Massachussets). in un modo o nell'altro possa di fatto essere conosciuta. Cambridge University Press. Putnam dice testualmente che «le cose “esterne” in generale possono essere esperite»2. trad. 1975. Body and World. è chiaro che in ultima analisi è il parlante a rendere sensato o privo di senso un determinato termine linguistico od una più complessa e articolata proposizione. Invero. Columbia University Press. New York. il quale. al contrario. che cosa è che 1 Hilary PUTNAM.: Mente. Riprendendo il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche e della teoria dei giochi di lingua è possibile notare come l'idea di un linguaggio duttile. sostiene che i termini linguistici possono assumere innumerevoli significati. in qualsiasi senso abituale del termine “significato”. e questa è decisamente una critica non solo al neopositivismo ma anche al trascendentalismo kantiano e a tutte quelle epistemologie ti matrice empiricorappresentazionista. Cercando di scavare ancora più in profondità sarebbe opportuno domandarci cosa condiziona il parlante nel momento in cui attribuisce significati – o detto in maniera diversa. La forte critica mossa nei confronti della forma mentis tipicamente neopositivista di inizio '900 fa – almeno all'apparenza – sembrare che Putnam tenda verso il realismo filosofico. Mind. dove i termini linguistici possono assumere una pluralità di significati. non è vero che. 474. Seguendo il pensiero del secondo Wittgenstein. Bologna. Semplicemente. Altra confutazione che il Professore di Harvard muove nei confronti del neopositivismo è rintracciabile nella critica della teoria dell'isomorfismo logico. corpo. 1987. allo stesso modo. Adelphi. it. Il Mulino. 39. Essendo il significato condizionato dall'uso. la tesi impugnata dagli estimatori di questo modo di intendere la filosofia circa la condizione statica e cristallina del linguaggio – dove ad ogni termine linguistico doveva necessariamente corrispondeva un unico e ben determinato significato – è scardinata nel profondo da Putnam. Il voler dare un senso alle proposizioni della metafisica generale suppone l'aver precedentemente accettato quell'idea che asserisce l'esistenza di una realtà ontologicamente ed indipendentemente intesa e che. di conseguenza. 2 . solo le espressioni linguistiche per le quali esiste un metodo di verificazione sono significanti» 1. it.: Mente. emerge con tutta franchezza che il significato che viene attribuito ad un oggetto è sempre definito sulla base dell'uso che se ne fa dell'oggetto stesso. fosse presente anche nel pensiero del filosofo di Chicago. 2003. trad. non esiste un unico linguaggio vero e significante per esprimere i fatti del mondo. linguaggio e realtà.«La critica che il verificazionismo è sbagliato in sé non ha bisogno di grandi discussioni. Language and Reality. Putnam sostiene che non esiste un unico modo per descrivere la realtà e che. mondo. Questa presa di distanza sulla concezione del linguaggio va a segnare ancor più prepotentemente il netto contrasto che si interpone con il movimento del nuovo empirismo. per l'esattezza tutti i significati che il parlante intende attribuirgli.

1991. anno in cui pubblicò Ragione. ma resosi conto dell'assenza di una risoluzione esaustiva a questo dicotomico e paradigmatico quesito 6. Putnam era certo che le suddette domande sfociassero in una duplice risposta: o l'uso del linguaggio fissa già le interpretazioni delle nostre parole o nulla può farlo 5. Sicché. Non riuscivo a capire come tale fantasia potesse avere senso. Body and World. è dovuto al fatto che può essere esperito in contesti differenti. Ma prima di addentrarci nel cuore della teoria della conoscenza esposta dal Professore di Harvard è bene fare un'ulteriore ex-cursus al fine di avere coscienza del percorso intellettuale intrapreso da questo pensatore. di fatto.: Rappresentazione e realtà. La cosa importante da sapere per noi infatti non è ciò che condiziona l'agente epistemico nell'assegnare un significato piuttosto che un altro ad un determinato termine linguistico.. trad. it. Representation and Reality. per così dire «raggi noetici» che si propagano dall'esterno fin dentro le nostre teste è un mondo magico. pensò bene di abbandonare una simile concezione indirizzandosi piuttosto verso quello che sarà da li a poco definito “realismo interno”. 33. Cambridge (Massachussets). Mente. 4 Hilary PUTNAM. senza di essa. fosse possibile il riferimento». 5 Ibidem. Fino al 1981. con siffatta teoria del significato si re-introduce nell'atto cognitivo il fattore dell'intenzionalità. è riconducibile alla correlazione che sussiste tra linguaggio e realtà. 1988. sia riuscito a riagganciarsi alla metafisica generale. 6 «Un mondo che interpreta per noi le nostre parole. Garzanti. Scrive Putnam: «Perché ho detto che tutto questo ha molto a che fare con la questione del realismo in filosofia del linguaggio? […] Come possiamo anche solo percepire cose esterne al nostro corpo? […] Come possiamo anche solo riferirci a cose esterne al nostro corpo?» 4. corpo e mondo. un mondo di fantasia. il secondo perché non esplicitamente utile ai fine dell'opera.determina l'uso –. bensì è avere cognizione che. che è rintracciabile in alcune pagine del testo The Threefold Cord: Mind. Mit Press. Prima di tale data non a caso Puntman sposava l'idea del funzionalismo. verità e storia. 3 . ma a quel punto non riuscivo neppure a capire come. Non andremo ulteriormente ad analizzare questa questione per un duplice motivo: il primo perché tutto sembra indirizzarsi direttamente verso il campo della psicologia. 60. Scrive Putnam: «Il significato è interattivo e l'ambiente gioca un ruolo nel determinare a che cosa si riferiscono le parole di un parlante o di una comunità» 3. 3 Hilary PUTNAM. e a questo punto Putnam da un'ulteriore risposta. cit. il fatto che un dato oggetto possa assumere significati differenti. la domanda che dobbiamo porci è come il neopragmatista americano. un mondo in cui vi sono. dove anche la più piccola delle differenza può causare un enorme slittamento semantico del significato dell'oggetto esperito. Ibidem. Milano. Così. avviando le sue speculazioni filosofiche dall'interno della filosofia del linguaggio. La soluzione. L'analogia con la filosofia del “secondo” Wittgenstein si riflette nelle molte tesi promosse da Putnam circa il ruolo che la pragmatica viene ad assumere nella determinazione del significato.

né una anti-realista. 22-23. Scrive: «Molti filosofi oggigiorno si trovano perfettamente a loro agio o con una concezione realista dogmatica o con una altrettanto dogmatica concezione anti-realista. ad esempio. sono del parere che il progresso in quest'area di problemi sarà possibile solo se ci si renderà conto che entrambe le concezioni sono ugualmente insoddisfacenti. lo spirito con il cervello. 9 Ivi. per dirla in modo diverso. compie inferenze da alcune «rappresentazioni». 228. che ciascuna di esse è fatta ad immagine speculare dell'altra e dipende dall'idea che l'altra sia l'unica alternativa»8. il carattere intenzionale dell'atto cognitivo. Egli sostiene infatti che né una epistemologia di matrice realista. Se si assume che la mente sia un organo e se si identifica poi la mente con il cervello. Per questo ha la ferrea convinzione che non è possibile in alcun modo identificare il mentale con il fisico. fisica. Scrive: «I materialisti hanno ragione ad insistere sulla nostra ragione incarnata.» 9. la mente compie inferenze dalle impressioni) e (2) ritenere che queste «rappresentazioni» siano connesse agli oggetti dell'ambiente dell'organismo solo causalmente e non cognitivamente (proprio come le impressioni erano connesse agli «oggetti esterni» solo causalmente e non cognitivamente)». 7 «L'assunzione chiave responsabile del disastro è l'idea che debba esistere un'interfaccia tra le nostre capacità cognitive e il mondo esterno – o. l'idea che le nostre capacità cognitive non possano raggiungere direttamente gli oggetti stessi. […] Anche nelle scienze cognitive attuali. ecc. informatica. gli output dei processi percettivi. possa essere la soluzione che slega il nodo di questa matassa. hanno ragione ad insistere che il legame tra mente e corpo è troppo stretto perché si possa parlare di spiriti disincarnati […] ma si sbagliano quando il loro scientismo li porta a sostenere che possiamo concepire l'avere una mente come qualcosa che agisce nel e per il tramite del nostro corpo solo se possiamo ridurre i termini del linguaggio psicologico ordinario ai termini della chimica. nella concezione classica. 8 Ivi. il filosofo di Chicago prova ad elaborare una teoria della conoscenza che si presenti come il giusto compromesso tra questi due estremi. Ciò che cerca di ristabilire il professore di Harvard è il carattere intenzionale che spetta di diritto all'atto cognitivo. 4 . secondariamente. 28. va di moda ipotizzare l'esistenza di «rappresentazioni» nel computer celebrale. Giustamente sostiene che ammettere un'interfaccia tra mondo e soggetto in un certo qual modo annulla ogni possibile trascendenza dell'oggetto (intenzionale) di conoscenza e.Non convenendo nell'assunto di una interfaccia tra soggetto e mondo 7 per tutte le motivazioni fatte presenti nella precedente nota in calce. poiché una simile con-fusione eliminerebbe l'approccio intenzionale della conoscenza e ridurrebbe quest'ultima alla pura relazione – tipica della fisica meccanica – di causa-effetto. o mente. neurologia. allo stesso modo in cui. ma non convenendo oltremodo in un accesso diretto all'ente di conoscenza così come invece sostiene il realismo della tradizione. Ivi. non si potrà fare a meno di (1) considerare alcune delle «rappresentazioni» analoghe alle «impressioni» del teorico classico (il computer celebrale. Da parte mia.

pur non condividendone quell'oggettività assoluta (God's eye view) dalla quale quest'ultimo non poteva. di essenze. e quindi il distacco dalle spiegazioni fisicaliste dell'atto cognitivo. concretamente. come può solo pensare di non incappare nel relativismo filosofico? La sua cognizione del processo cognitivo come essenzialmente intenzionale. non si deve alludere a nessuna “fantasia metafisica” che porta a credere che vi è una totalità di forme. per come lo leggo io.Il punto è che sebbene Putnam critichi aspramente ogni forma di teoria della conoscenza di questo tipo. secondo Putnam. In questa nota Putnam cita un'importante figura filosofica – conosciuta sopratutto nel mondo anglofono per i suoi contributi nel campo della pedagogia – da cui. il neopragmatista di Chicago sostiene che seppur il mondo – inteso come la totalità di tutto ciò che è – non sia il prodotto delle nostri menti. che è la critica che Putnam fa alla filosofia prima aristotelica. o se 10 Ivi. e non può. verità e storia. Ciò che egli precisa è che la verità non è qualcosa di oggettivo con la “O” maiuscola. fissata una volta per tutte. per certi versi. di universali. Come Dewey. le possibili descrizioni avanzate possono risultare tutte vere allo stesso tempo. mentali ecc) è pur sempre un'affermazione elaborata dall'interno di un dato schema concettuale. prescindere. nonostante tutto. 11 Asserire che la verità è logicamente indipendente da ogni schema rappresentazionale della realtà o che. ma al contrario è possibile descrivere l'oggetto in esame in innumerevoli modi possibili e che. al contrario. 13-14. ma solo nel 1994 trova una stretta analogia e correlazione col realismo Aristotelico. quanto piuttosto è oggettiva con la “o” minuscola dato che questa è sempre ricavata dall'interno di uno schema concettuale11. senza tuttavia abbracciare una qualche variante dell'essenzialismo propugnato da Aristotele. psichici. non si da una volta per tutte e in modo esaustivo la Verità dell'oggetto di conoscenza. Ma le avrei potute intitolare anche «Il realismo deweiano». Sono convinto che il proposito che mi prefigge in queste lezioni – ossia la ricerca di una via intermedia tra la metafisica reazionaria e il relativismo irresponsabile – abbia impegnato anche Dewey nel corso della sua esemplare carriera filosofica» 10. risale al 1981 con la stesura del testo Ragione. voleva mostrare che possiamo conservare qualcosa dello spirito della difesa di Aristotele del mondo del senso comune. Ciò che sostiene il filosofo americano è che la realtà tutta. «In verità avrei potuto intitolare queste lezioni «Il realismo aristotelico senza la metafisica aristotelica». al relativismo filosofico. Questa. Dewey. riprende degli aspetti essenziali per la costituzione della teoria del “realismo interno”. contro gli eccessi sia dei metafisici che dei sofisti. infatti. ossia indipendente dal soggetto. Tale asserzione – che è la confutazione dell'aspetto metafisico del realismo aristotelico – è avanzata sul fatto che. una teoria della conoscenza consistente? Se il “realismo interno” nasce come il – diciamo noi – maldestro tentativo di conciliare realismo e anti-realismo. infine. essa è ciò che la maggioranza delle persone crede come vero (a prescindere se ciò è stabilito su criteri empirici. Per questo Putnam 5 . è il primo passo che conduce il professore di Harvard University al rigetto del principio di non contraddizione e. la soluzione da lui proposta del “realismo interno” può dirsi.

vogliamo il mondo nella sua complessa struttura. trad. Questa apertura ad un relativismo concettuale appare come un deciso allontanamento dal realismo della tradizione che al contrario. Milano. ossia l'unica teoria vera»13. Ciò che non possiamo dire. non può che non rigettare l'altro punto cardine che caratterizza tutta la scolastica quale è la teoria della verità come «adaequatio». La Salle (Illinois). ecc. Cambridge (Massachussets). A sottolineare questa rilevante questione il filosofo neopragmatista statunitense dichiara esplicitamente che: «Ci sono “fatti esterni”. non condividendo con il realismo della tradizione (quello con la «R» maiuscola per intenderci) l'esistenza di una realtà ontologicamente extrasoggettiva con una propria e ben determinata quidditas. non ammettendo alcuna interpretazione per quelle nozioni assiomatiche sulle quali il suddetto movimento di pensiero viene a forgiarsi. mostrandosi ogniqualvolta in modo originale ed esclusivo. The Many Faces of Realism. Garzanti. trad. si presenta allora la possibilità di un certo pluralismo. 1987. Con ciò il professore di Harvard conclude che mai si può parlare di una visione oggettiva (intesa sotto una forte pregnanza ontologica) della realtà poiché sarebbe il frutto di un dogmatismo metafisico che. egli definisce come il punto di vista dell'«Occhio di Dio». 82. Open Court. ribadisce a gran voce la necessità di un'unica definizione. Truth and History. soggetto/oggetto. 1985. Ma il fine del realista metafisico è quello di salvare la nozione del punto di vista dell'Occhio di Dio. La sfida del realismo. verità e storia. Reason. Il Saggiatore. Così facendo non solo finisce per promuovere l'ennesima epistemologia relativista.: Ragione. it. Avere cognizione della nozione di verità sempre ed ribadisce che la verità deve essere concepita sempre come una oggettività-per-noi. 12 Hilary PUTNAM. 13 Hilary PUTNAM. «Se la verità non è una corrispondenza univoca. Sembra di capire che ciò che è sostenuto da Putnam è qualcosa di assai più vicino ad un'oggettività-per-noi piuttosto che ad un'oggettività in senso forte. perché non ha senso. Cambridge University Press.. ma va a contraddire anche quei principi assiomatici – uno fra tutti il principio di non contraddizione – che Aristotele classificò come apodittici ed incontrovertibili. io/mondo. 1991. Milano. it. 1981. Per Putnam è la struttura della mente insieme alla struttura delle cose a costruire la verità. 47. ovvero il pensiero prima ed il linguaggio poi) risolvendo apparentemente il binomio dicotomico che portò a parlare dei dualismi della portata realismo/anti-realismo.. In questo modo può essere preservato sia il lato oggettivo (la realtà) che quello soggettivo (il modo di rappresentare la realtà. nello specifico. Se applicassimo la teoria del «significato è l'uso» alla nozione di «verità» ben comprendiamo che la definizione stessa di «verità» non può essere fissata una volta per tutte. nel suo essere conosciuta mai può prescindere dall'aspetto soggettivo dell'agente epistemico. 6 . è quello che i fatti sono indipendentemente da ogni schema concettuale»12. Invero. giacché esperita sempre in contesti ben determinati e irriducibili a sé stessi. e noi possiamo dire come sono.

Proferendo infatti che è il soggetto che esperisce gli oggetti di conoscenza ad attribuire loro il proprio significato in base all'uso che ne intende fare. Tale considerazione è una pregnante discrepanza nei confronti di quella concezione che fa della verità un trascendentale (nel senso tommasiano del termine) dell'oggetto di conoscenza. Se per la filosofia scolastica la nozione di verità non era riducibile in alcun modo al soggetto di conoscenza – seppur si riconosceva un ruolo attivo di codesto all'interno del processo cognitivo – per Putnam le cose non stanno propriamente così. Negare un simile fondamento vuol dire inesorabilmente aprire le porte al relativismo filosofico in quanto si va a negare il principio della non contraddizione. Asserendo che la verità non trascende i fenomeni ma che è l'uso che si fa dei fenomeni stessi. In ultima analisi è questa l'abissale differenza che si viene ad installare tra realismo “classico” ed “interno”. L'aspetto copernicano della filosofia putnamiana ha fatto sì che la verità dipendesse in tutto e per tutto dall'agente epistemico. anche per Putnam non è possibile dare un significato oggettivo e trascendente lo schema concettuale (o gioco linguistico) di riferimento. eliminandone una valenza ontologica forte.imprescindibilmente dal punto di vista del soggetto (la verità è già postulata all'interno dello schema concettuale di riferimento) fa sì che il significato di codesta è sempre dipendente dall'uso che l'agente epistemico ne vuole fare. quindi. sicché. significa ammettere indirettamente l'egemonia dell'agente epistemico e riconoscere a lui e solo a lui la capacità di misurare l'essere-vero o l'essere-falso dell'oggetto di studio. ed epistemologico poi. può di fatto assumere molteplici significati. che da consistenza a tutti i significati – pur sempre innumerevoli – di ciò che è esperito? Ogni oggetto di conoscenza. ma è fondamentale riconoscere che ci deve essere necessariamente un significato – per utilizzare il linguaggio di Putnam – che è fondamento di tutte le sue interpretazioni possibili. Se si elimina la possibilità da parte di un “qualcosa” di essere indipendentemente ed ontologicamente inteso. Similmente. per quest'ultimo. alla relativa nozione di verità. come è possibile trovare quel fondamento ontologico prima. di riflesso. Ecco l'apertura al relativismo filosofico. al “fatto” di Wittgenstein. Questa considerazione ha portato il neopragmatista americano a considerare l'oggetto di conoscenza sempre in rifermento al suo significato. Ma eliminando la possibilità di un significato «per sé» dell'oggetto di conoscenza. la verità non trascende mai e per nessun modo l'«uso». il professore di Harvard fa emergere il suo dissenso dalla metafisica classica. in base al suo modo di essere esperito. che a sua volta ha senso esclusivamente all'interno dello schema concettuale dove è stato elaborato. Analogamente al “realismo interno” anche il realismo della tradizione sosteneva che dello stesso oggetto di studio si possono fare diverse esperienze (e 7 . sorge spontanea la domanda circa il fondamento che da consistenza allo stesso schema concettuale e. a differenza del primo.

Se due o più soggetti si trovassero nello stesso punto di vista infatti non sarebbe possibile avere dello stesso oggetto nemmeno un'esperienza contraria (tutti i soggetti esperirebbero l'oggetto come «A»). 4. Invero. dunque. Così. giacché l'eventuale contraddittorietà presente nel piano linguistico non va a ledere la contraddittorietà del piano ontologico. Avere dello stesso oggetto una cognizione contraddittoria sta a significare che l'oggetto stesso è contraddittorio. non è pensabile un'esperienza contraddittoria dello stesso ente. bensì in quanto alla cosa stessa. Ma in tutti questi casi. esprimendo un'aberrante assurdità.. il realismo con la “r” minuscola cade in uno sterile relativismo. consapevolmente o inconsapevolmente. chi come «B».ciò è dovuto all'irriducibilità dei contesti mediante i quali viene esperita la realtà).). ammette trasversalmente che l'oggetto di studio è esso stesso paradossalmente contraddittorio. ma allo stesso modo mi domando come fosse possibile la stessa cosa in contesti differenti (riferendoci sempre allo stesso oggetto). Difatti. quando Putnam parla della reciproca sussistenza che si viene ad intessere tra realismo ed anti-realismo viene da pensare che si riferisca a due cose ontologicamente diverse. ma abbiamo visto nel paragrafo dedicato a Parmenide ed a Aristotele che questo è palesemente impossibile 14. appunto. Così. 1006b. riferendoci allo stesso oggetto. Ci tengo a precisare che non è importante se ciò avviene all'interno di uno schema concettuale o meno perché. non i nomi che di volta in volta vengono “etichettati” nella definizione dell'oggetto di conoscenza. significa che l'oggetto di esperienza ha cessato di essere come tale divenendo altro da sé. IV. possibile avere dallo stesso «punto di vista» esperienze contraddittorie dell'oggetto esperito. se invece più soggetti si trovassero in contesti – chiamiamoli anche punti di vista o schemi concettuali – diversi. chi come «C». ammettendo il contraddittorio come condizione di possibilità. se d'innanzi lo stesso oggetto preso ad esame un soggetto ha le capacità di esperirlo come «A» ed un altro come «¬A». Sono le caratteristiche essenziali a non poter essere per alcun motivo contraddittorie. ma di controparte. Se ciò avvenisse all'interno dello stesso schema concettuale mi domando come fosse. rimando a: ARISTOTELE. de facto. 20-30. a prescindere dallo schema concettuale di riferimento. Metafisica. non è importante che. causa la mancata e obiettiva referenza di un significato per sé inteso come fondamento della pura oggettività. non è realmente possibile che qualcuno ne faccia un'esperienza contraddittoria («¬A»). due soggetti definiscano terminologicamente il medesimo oggetto di conoscenza in modo contraddittorio. Per ulteriori informazioni circa la differenza tra il nome delle cose e la loro essenza per quel che concerne la loro contraddittorietà. 8 . a differenza di quest'ultimo. in quanto. è possibile che dello stesso oggetto abbiano esperienze contrarie (c'è chi può vederlo come «A». ecc. la mancata applicazione del principio di non contraddizione nel “realismo interno”: 14 Tengo a precisare che il problema di cui ci stiamo occupando non è quello circa la possibilità/impossibilità d'essere o non essere di una determinata cosa in quanto al nome. Ecco. se il realismo con la “R” maiuscola ammette per i motivi appena menzionati un autentico pluralismo. in entrambi i casi. la teoria promossa dal filosofo di Chicago sostiene che si possono fare anche esperienze contraddittorie del medesimo oggetto.

Alessandro Belli 9 . inconsistente e relativista.questione che ha fatto siffatta (e presunta) teoria della conoscenza decisamente paradigmatica.