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GIOVED 31 MAGGIO 2012

L'Italo-Americano

PAGINA 5

Gli Eletti Salutano Per Primi: le vertigini di un buongiorno


Come salutarsi offline ai tempi di Faccialibro
DI MANUEL DE TEFF COLLABORATORE

Quandero bambino, verso i dieci anni, feci la seconda pi grande scoperta della mia vita. La cristallizzazione di quella scoperta fu accelerata in seguito alla mia prima polaroid, regalo che probabilmente acu il portafoglio di percezioni e deduzioni accumulate da dopo laffrancamento Lines. Tuttavia, raggiunsi la completezza di tale acquisizione in quattro tappe precise. 1. Il dubbio romano. Nel corso degli anni, scendendo ogni mattina con mio padre per via dei Pennacchi blu notavo da lontano che i vari negozianti, ognuno sulluscio del proprio negozio, chi sguardo rivolto al vuoto, chi a biascicarsi una sigaretta, chi ad aspettare Godot, si ritraevano in bottega prima che noi varcassimo la linea di riconoscimento sensibile, ossia quei dodici metri in cui non puoi non balbettare un saluto di convenienza quando la tua esistenza sta per speronare unaltra, perch chiaro che gli sguardi si stanno per incrociare ed fisicamente impossibile non entrare in relazione. Per una psicologia che ignoravo invece, a 12 metri dallentrata in area di barista, calzolaio, vinaio e fruttivendolo, ognuno di loro rientrava in negozio come per scampare un mutuo saluto. Come per non farlo accadere, per non essere sottoposti al peso di una risposta scontata. Avevo allora sempre la sensazione che io e mio padre pestassimo per terra, a un certo punto del marciapiedi, qualche bottone invisibile che attivasse unenergia di risucchio dal retrobottega. Arrivati dal pasticcere, sempre dentro a lavorare, buongiorno-buongiorno, si prendeva una pasta allo zabaione e si tornava indietro. Stessa avanzata, stessi rientri. Con mia madre esperta in pubbliche relazioni, mio padre attore e una geografia di vorticose

ancora molta dimestichezza con la relazione e non dissi nulla: avrei rimandato la domanda di ben 18 anni. 2. Il dramma inglese. Tuttavia, willy nilly, sviluppai nel tempo e senza sospettarlo la dipendenza dal non saluto, e quando mi ritrovai a diciannove anni in vacanza in Inghilterra a Hemel Hempstead ospite dellallegra brigata Massey (amici dinfanzia di mia madre), mi resi tristemente conto di come la mia pi grande preoccupazione esistenziale fosse schivare la slavina mattutina dei Good morning! e How did you sleep? . Non dimenticher mai lo stato danimo del mio primo risveglio da ospite. Mi recai in cucina a fare colazione quando Simon, mio coetaneo, gi seduto per il breakfast, con due fiocchi di granturco incollati ai lati della bocca mi apostrof un cisposo :Good morning Manuel, did you sleep well? Risposi subito Buon giorno ma tentennai sul seguito, ragionai sul fatto di aver dormito bene, una domanda fuori dall evoluzione delle mie risposte Goodness, it was freaking cold last night! Carburai un p cupo. Plus its Summer, but yes I slept well, I had weird dreams though, you know? Mi sedetti, precipitai anchio qualche conrnflakes nel latte ma fui poco dopo assalito dalla stessa domanda in bocca al fratello minore, che allaltezza del tostapane ripet con la stessa inflessione: Good morning Manuel! How did you sleep? Clonai la risposta gi data variandola leggermente verso la fine per non cadere in una scontata ripetizione. Quando mi entrarono entrambi i genitori:Good morning Manuel! Proclam Eleonor .Did you sleep well? Rincar la dose John con aria inquisitoria. In quel momento il latte inizi ad avere un sapore amaro e i cornflakes nel cucchiaio divennero pesanti. Good morning John, Good morning Eleonor. I

Anthony Steffen

comunicazioni attorno alla famiglia, iniziai a percepire che esistevano italiani che vivevano nei loro mondi e, lentamente, che gli italiani vivevano rinchiusi in altri mondi: era la societ feudale che avrei teorizzato una volta a New York. Continuai ad osservare lo strano fenomeno finch la sua ripetizione negli anni non suggell il convincimento che quanto avveniva non fosse affatto casuale. Quel giorno avevo 12 anni ed ero deciso a esporre il dubbio a mio padre, ma venendo lui a Roma una volta ogni 12 mesi, non avevo

slept very well thank you, it was a lovely night. A very lovely night, thank you so much. And you? How di you sleep ? Pensavo di aver finito di scontare una pena sconosciuta, quando a ruota, ricevetti il colpo di grazia. Catherine, la terza figlia, chioma rossa selvaggia e maglione verde fosforescente, mi accoltell col suo personale Good morning, how did you sleep?, ma con un brio che mi imponeva una risposta su misura. Rapida immersione nelle Marianne del mio subconsio. Raccolgo il guanto. Emersione e numero. Per

un progressivo quanto vile desiderio di originalit, onde non suonare banale, la intrattenni per dieci minuti spiegando come avevo passato la notte utilizzando il tappeto di finto orso bianco come seconda coperta, di come stavo quasi per staccare le tende verdi e avvolgermi come un bruco per domare il freddo. Risero tutti mentre io facevo finta di divertirmi: in realt stavo solo sperando disperatamente che Ben, il quarto fratello, si alzasse tardi o che non si alzasse affatto: lennesimo audidiuslip mi avrebbe messo KO tecnico. Il giorno dopo, al mio risveglio, tesi bene le orecchie agli spostamenti di passi nella casa, smistando mentalmente i movimenti di animali domestici dallo spantofolio umano, determinato a entrare in cucina solo quando tutti i Massey fossero gi a tavola a nuotare tra i cornflakes, per evitare il martirio di quei buongiornoaudidiuslip, napalm sui miei timpani. Un buongiorno collettivo sarebbe stato pi che sufficiente. Ero forse diventato anchio uno dei pii negozianti di via dei Pennacchi? Provavo forse lo stesso tipo di imbarazzo? E se accadeva ci, quali erano gli underpinnings di una psicologia che aveva timore di un semplice buongiorno? Cosa mi stava accadendo? Lo avrei scoperto in Francia solo nove anni dopo. 3. Lepifania francese. Ero nuovamente in vacanza, questa volta a Paray le Monial, in Borgogna. Una mattina mi alzo e vado a fare colazione in un caf. Il posto era gremito di ragazzi, prendo un cappuccino, un croissant e mi siedo. Arriva una ragazzina di 15-16 anni minuta e insignificante, mi si siede di fronte. Mentre sto per dare la prima mano di burro, sorride prendendomi alla sprovvista: Bon jour, a va? Mi dicono 2 trecce bionde con una dolcezza che non meritavo. I was blown away: fu come se qualcuno mi avesse segnato un rigore da unaltra galassia Vidi in quel buongiorno il centro della via lattea, sistole e diastole, Carl Lewis che sfondava i duecento, il riflesso del lupo di Gubbio negli occhi di Francesco. Mi commossi profondamente: quella ragazzina non aveva detto buongiorno, era lei stessa il mio buon giorno, era la garanzia del mio buon giorno, lassegno circolare

di una giornata che sarebbe andata in porto. Capii dunque come tutti i buongiorno romani fossero stati evirati sia del giorno che del buon. Di come laugurio per eccellenza, per pigrizia, si fosse assentato da se stesso. La parola si era smagnetizzata dal suo significato, aveva fatto una crociera nei Caraibi e aveva lasciato il significato a casa a fare la maglia. Un p come la mano che ti si struscia sulla testa ma non espelle carezze perch il pensiero sgranchisce altrove i suoi neuroni. Tornai a Roma stupito e provai quel nuovo buongiorno senza che nessuno se ne accorgesse. Cercai di riallinearlo al suo significato senza farlo partire pi dalle retrovie di una mia distrazione. Ma il significato si era ormai squantizzato dal termine e un mio buongiorno poteva dire qualsiasi cosa: ci volle

del tempo prima che quella parola tornasse a significare tutto. 4. La spiegazione di Rio. Fu per a Rio de Janeiro, lo stesso anno a casa di mio padre, che capii definitivamente come stavano le cose. Era mattino, mi trovavo nel mezzo della mia permanenza in Brasile, quando si iniziano a fare i conti col pensiero del ritorno ma si spera ancora che lincontro della seconda settimana, coltivato bene nella terza, possa sbocciare clamorosamente nella quarta. Quelleccitazione da sabato del villaggio si agit nello stagno delle mie memorie facendo riaffiorare un pensiero sepolto. Sai pap, sin da bambino mi sempre sembrato che i negozianti di via dei Pennacchi si ritraessero al nostro passaggio, come se avessero paura, non so, di essere obbligati a salutarci. Mi sembra proprio che a Roma la gente faccia fatica a dirti buongiorno. Ma perch? Dallaltro lato della stanza, seduto su un divano di bamb, fiotti di sole alle spalle, in epica controluce, mio padre mi guard sorridente con un caffellatte enorme tra le mani e disse. Gli eletti salutano per primi. (Anthony Steffen)

Manuel de Teff. Director/Writer