Phishing Appello Palermo 2010

CORTE DI APPELLO PALERMO PRESIDENTE. TRIZZINO GIANCARLO GIUDICE ESTENSORE.

PAPPALARDO ANTONIA

IN FATTO Con sentenza resa il 21.4.2009 il GUP del Tribunale di Palermo, all'esito di giudizio celebrato con rito abbreviato, dichiarava O. V. e O. F., responsabili del reato di cui all'art. 648 bis cp, così contestato: "per avere, con più azioni in esecuzione del medesimo disegno criminoso, ricevuto nel conto corrente bancario n. 4019434 acceso presso l'agenzia di Palermo della banca "Unicredit spa" due bonifici di euro 2.956,50 e 3.500,00, denaro provento di truffa informatica commessa da ignoti ai danni di C. A. giusta denuncia sporta in data 26.11.2007 e per avere disposto la somma di euro 2.619,00 in favore di E. N. ed euro 3.100,00 in favore di A. G. a mezzo di agenzia Western Union e pertanto, compiendo operazioni, tali da ostacolare l'identificazione della sua provenienza delittuosa; fatto commesso in Palermo fino alla data del 21.11.2007". Per l'effetto, concesse agli imputati le attenuanti di cui all'art 648 bis, III comma c.p.e di cui all'art.62 bis c.p, li condannava alla pena di anno uno mesi quattro di reclusione ed euro 500,00 di multa ciascuno, (pena sospesa per entrambi), oltre al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile. La sentenza del primo Giudice, operata una compiuta ricostruzione del fenomeno delle truffe informatiche e del c.d. " phishing " , per la cui disamina si rinvia alla sentenza di primo grado, concludeva nel senso che gli imputati avevano ricevuto somme di denaro di delittuosa provenienza sul conto corrente intestato ad O. F., ma gestito dal padre V.; somme in particolare provenienti dal prelievo indebito e dall'indebita appropriazione, grazie ad artifizi informatici, dal conto della p.o., e di seguito trasferite dagli imputati a cittadini russi mediante bonifici, previa trattenuta sul loro conto, di una provvigione pari all'8% degli importi dei bonifici di volta in volta compiuti. In siffatti trasferimenti della valuta all'estero si era quindi concretata la sostituzione del denaro rilevante ai fini della sussistenza della condotta tipica del reato di riciclaggio, altresì, secondo il primo Giudice, sorretta da dolo eventuale. A provare tale elemento soggettivo, a parere del GUP, rilevavano:1) l'obiettiva natura della prestazione di c.d. lavoro richiesta dalla Inkore, (presunta società datrice di lavoro), ossia la creazione di un ufficio domestico ( computer, internet, e-mail) meramente destinato al trasferimento di denaro; 2) le condizioni dell'offerta e la stessa stesura del contratto stipulato con O. F. redatto con grossolani errori grammaticali, e caratterizzato dall'utilizzo di improbabili termini giuridici, ( es. in materia di presunte esenzioni fiscali; 3) la richiesta di eseguire tutte le transazioni in uscita dal conto O. presso la Western Union con operazioni a titolo esclusivamente privato e mai societario o commerciale; 4) l'invio di documentazione della camera di commercio spagnola recante la menzione, quale capo del personale, di un soggetto dedito a studi nel settore medico, a dispetto dell'oggetto e degli scopi sociali della Inkore, che risultava registrata a Madrid come una società di vendita di auto. Dunque, a parere del GUP, "poteva e doveva inoltre essere immediatamente rilevato dalle condizioni contrattuali che non esisteva alcuna prestazione lavorativa richiesta all'O., ma il vero scopo della società proponente era quello di acquisire la disponibilità del conto intestato ad O. F. e sul quale operava il padre (v. le ricevute dei trasferimenti di somme effettuati in favore dei soggetti russi che indicano come mittente O. V.). Gli O. pertanto non avrebbero dovuto attendere il terzo accredito da parte della società spagnola per porre fine all'illecita operazione, ma avrebbero dovuto immediatamente recedere dal contratto". In definitiva, si accertava che O. F. e O. V. (a nome del quale erano stati effettuati i trasferimenti sui conti dei soggetti russi) avevano accettato il rischio che la propria condotta potesse ostacolare l'accertamento di quella provenienza da reato delle somme, di cui si erano rappresentati la seria possibilità. Di conseguenza la protrazione della condotta, interrotta solo in occasione del terzo accredito con il blocco dell'operazione e la successiva presentazione di una denunzia, valevano a dimostrare come gli imputati avessero sostanzialmente accettato il rischio del verificarsi dell'evento di sostituzione e di ripulitura di denaro di illecita provenienza, secondo un modulo di volontà rilevante sul piano penale, alla stregua dello schema tipico del dolo eventuale. Affermava infatti il Gup la sufficienza di tale dolo ad integrare l'elemento soggettivo tipico della fattispecie contestata, costituito da mero dolo generico, a differenza della ricettazione per la cui sussistenza era invece necessario il dolo specifico, incompatibile a sua volta con il dolo eventuale. Propongono rituali e tempestivi appelli avverso detta sentenza, gli imputati con separati gravame redatti dai rispettivi difensori, tuttavia assolutamente speculari. O. F., inoltre, richiede l'assoluzione per non avere
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commesso il fatto, rimarcando la natura meramente formale dell'intestazione in capo a se stesso del conto oggetto delle illegali transazioni, e quindi rilevando l'assenza di prova di un suo personale contributo alla realizzazione degli eventi. I residui e comuni motivi si risolvono nella richiesta: 1) di assoluzione per insussistenza del fatto; 2) di riduzione della pena inflitta; 3) di declaratoria di inammissibilità della costituzione di parte civile e di elisione delle statuizioni risarcitorie e della loro immediata esecutività per insussistenza dei presupposti. All'odierna udienza, svoltasi in assenza degli imputati, ritualmente citati, ma non comparsi, le parti concludevano come riportato in epigrafe. La parte civile depositava comparsa conclusionale e nota spese. Di seguito alla camera di consiglio, si dava lettura dell'allegato dispositivo. MOTIVI DELLA DECISIONE L'appello si rivela infondato. Il nucleo centrale della doglianza difensiva sopra riportata al n. 1) si fonda sulla dedotta circostanza che proprio la manovra fraudolenta del " phishing ", oltre a presupporre la presenza di un prelievo truffaldino e non autorizzato di denaro dal conto della p.o. , postula la collaborazione, carpita con inganno, di un soggetto ingenuo, ignaro della complessità della manovra fraudolenta ed abbindolato " in rete" con la prospettiva di offerte di lavoro e di opportunità di guadagno. Proprio di tale ingenuità era permeata, secondo la Difesa, la condotta degli imputati, la cui assoluta buona fede era dimostrata dal fatto che solo la loro denunzia era stata il motore propulsivo del procedimento penale. In definitiva, gli imputati, dopo avere compreso di essere stati abbindolati, avevano redatto una denunzia, la cui tempistica era compatibile con l'acquisizione " a posteriori" rispetto ai primi bonifici, della consapevolezza di essere rimasti, loro malgrado, vittime, e ad un tempo collaboratori ignari, di un possibile reato, ed era altresì compatibile con la raccolta ordinata e ragionata della documentazione necessaria a supportare il proprio assunto, da trasfondere appunto nella denunzia. Invero, già intorno alla metà di novembre del 2007, gli imputati si erano rivolti, per fare chiarezza sugli eventi di cui erano protagonisti, al locale commissariato di PS S. Lorenzo situato nei pressi della loro abitazione, e dal personale di polizia erano stati "dirottati" alla Polizia postale, costituente l'esclusiva articolazione della PG tecnicamente attrezzata al contrasto dei reati informatici. La denunzia era stata presentata il 29.11.07, e pertanto dopo che era decorso il tempo meramente strumentale alla formulazione della corposa e documentata denunzia. In definitiva la condotta era stata interrotta dagli stessi imputati che avevano bloccato il terzo bonifico. La loro originaria buona fede era stata carpita grazie alla prospettazione di una offerta lavorativa che presentava all'apparenza, i necessari caratteri di serietà, come dimostrato dal fatto che la società estera aveva abilmente preteso l'invio di documenti dal lavoratore, della sua carta di identità e della sua foto, con richieste formulate con un lessico consono alle comunicazioni informatiche, intessute di errori di digitazione, di "scannerizzazione" e di traduzione da lingue diverse. Esattamente ciò era accaduto per la proposta redatta in lingua spagnola e proveniente dalla sedicente società iberica Inkore. Inoltre, la società aveva rassicurato circa l'utilizzo di un canale legale per il transito all'estero del denaro, cioè la Westrern union, e gli stessi imputati avevano mostrato di credere a tal punto alla prospettiva di un lavoro, da richiedere informazioni su un corso di formazione a Madrid. Infine, lo stesso legale rappresentante, seppur indicato come medico, come sottolineato dal Gup, era risultato effettivamente membro della camera di commercio spagnola grazie alle attestazioni documentali trasmesse agli imputati dalla Spagna. A tutte tali rassicurazioni si erano accompagnate, infine, le pressanti richieste della società a non indugiare nei trasferimenti del denaro, a compiere immediatamente le transazioni, inducendo anche soggezioni psicologiche con la prospettazione di ipotesi di decadenza dalla offerta lavorativa e dai benefici proposti. L'esame dell'articolata censura difensiva avverso il capo della sentenza relativo all'accertamento del dolo eventuale postula un breve richiamo alla struttura tipica di tale elemento psicologico del reato, che, peraltro, la recentissima Giurisprudenza di legittimità a Sezioni Unite (cfr. sent. n. 12433/09) ha ritenuto compatibile anche con il delitto di ricettazione, a mezzo di una analisi che è opportuno in questa sede sintetizzare, sia per la ricchezza di nozioni contenute nella sentenza della S.C. appunto sul controverso tema di elaborazione
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dottrinale e giurisprudenziale del dolo eventuale, sia per la prossimità strutturale dei due reati di ricettazione e riciclaggio, ed anzi per la quasi genetica derivazione e specificazione del secondo dal primo. Premette infatti autorevolmente e condivisibilmente la S.C. che non vi è ragione alcuna per escludere che la nozione del dolo eventuale possa riguardare anche i presupposti del reato e non solo l'evento. Infatti, l'elemento psicologico del reato investe sia una componente in senso proprio volitiva, sia una componente rappresentativa, esso quindi involge il fatto nel suo complesso, ossia gli effetti della condotta e gli altri elementi della fattispecie. Dunque, non c'è ragione di distinguere il caso in cui il dubbio cade sulla verificazione dell'evento, che viene accettato, (appunto con c.d. dolo eventuale) da quello in cui il c.d. dubbio cade su un presupposto. Pertanto, può dirsi che ci si trova in presenza di un dolo eventuale quando chi agisce si rappresenta come seriamente possibile (non come certa) l'esistenza di presupposti della condotta ovvero il verificarsi dell'evento come conseguenza dell'azione e, pur di non rinunciare all'azione e ai vantaggi che se ne ripromette, accetta che il fatto possa verificarsi. Pertanto, l'atteggiamento psicologico nel quale si fa consistere il dolo eventuale ben può riguardare i presupposti del reato, anche se si tratta di un atteggiamento che in questo caso si riferisce a una situazione già esistente al momento dell'azione, mentre quando esso ha ad oggetto l'evento si riferisce a una situazione futura, che potrà derivare dalla condotta dell'agente. Appare poi evidente come il riconoscimento giurisprudenziale della possibile inerenza del dolo eventuale al presupposto del reato, si comunichi anche al delitto di riciclaggio, che, come la ricettazione, postula la ricezione di un bene provento di delitto. Quindi, anche nel riciclaggio, l'elemento rappresentativo dell'agente deve investire in primo luogo la provenienza da delitto non colposo dell'oggetto ricevuto (beni, denaro, o altre utilità), ed inoltre esso deve progredire fino a comprendere la consapevolezza e volontà della condotta specializzante tale fattispecie, ossia la sostituzione, il trasferimento, in senso lato " la ripulitura". La S.C. pertanto, dopo avere riconosciuto che il dolo eventuale può investire anche la rappresentazione soggettiva della provenienza da delitto del bene ricevuto nella ricettazione, ha tenuto a precisare le caratteristiche e gli elementi di accertamento di siffatto elemento psicologico, "posto che lo stesso non può desumersi da semplici motivi di sospetto e non può consistere in un mero sospetto", costituenti piuttosto gli elementi costitutivi della contravvenzione di incauto acquisto. Testualmente afferma quindi la S.C. che "Occorrono per la ricettazione circostanze più consistenti di quelle che danno semplicemente motivo di sospettare che la cosa provenga da delitto, sicché un ragionevole convincimento che l'agente ha consapevolmente accettato il rischio della provenienza delittuosa può trarsi solo dalla presenza di dati di fatto inequivoci, che rendano palese la concreta possibilità di una tale provenienza. In termini soggettivi ciò vuol dire che il dolo eventuale nella ricettazione richiede un atteggiamento psicologico che, pur non attingendo il livello della certezza, si colloca su un gradino immediatamente più alto di quello del mero sospetto, configurandosi in termini di rappresentazione da parte dell'agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da delitto. Insomma perché possa ravvisarsi il dolo eventuale si richiede più di un semplice motivo di sospetto, rispetto al quale l'agente potrebbe avere un atteggiamento psicologico di disattenzione, di noncuranza o di mero disinteresse; è necessaria una situazione fattuale di significato inequivoco, che impone all'agente una scelta consapevole tra l'agire, accettando l'eventualità di commettere una ricettazione, e il non agire, perciò, richiamando un criterio elaborato in dottrina per descrivere il dolo eventuale, può ragionevolmente concludersi che questo rispetto alla ricettazione è ravvisabile quando l'agente, rappresentandosi l'eventualità della provenienza delittuosa della cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuta la certezza". Come si vede, si tratta di criteri e di linee-guida utilizzabili dall'interprete anche per l'accertamento dell'elemento soggettivo del delitto di riciclaggio, ossia per la verifica della rappresentazione soggettiva della provenienza da delitto del bene oggetto della condotta in senso lato di "ripulitura", e pertanto direttamente applicabili nel caso di specie. Orbene, con riferimento al caso in esame, risulta idoneo a manifestare la prova della consapevolezza in capo all'agente della seria e concreta possibilità di provenienza da delitto, del denaro transitato sul conto corrente e poi trasferito all'estero, ben al di là di un mero sospetto circa una tale origine, il fatto che l'attività ripagata con la provvigione non ha spiegazione e giustificazione alcuna con una reale attività di lavoro. Invero, costituisce una cognizione giuridica elementare e diffusa presso "quisque de populo" e non certo presso la ristretta cerchia degli operatori del diritto, il fatto che una provvigione postula un'attività di lavoro, o almeno di
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intermediazione o di procacciamento di affari. Al contrario, nel caso di specie, l'elevata provvigione offerta valeva a compensare un mero transito di denaro, indicato come l'oggetto di una transazione commerciale precedente e cui non solo "il lavoratore" era rimasto estraneo, ma che neppure aveva concorso a procurare, favorendo contatti commerciali. In definitiva non comprende, se non con la formulazione di una ipotesi legata appunto ad una provenienza delittuosa del denaro, la ragione per la quale la INKORE non potesse eseguire direttamente la rimessa all'estero della valuta, che asseriva provenire da suoi clienti, e per quale dovesse far transitare il denaro da un conto riferibile a soggetto del tutto estraneo alla sua compagine sociale o al suo gruppo di dipendenti. Ancor di più, non si comprende, se non ancora una volta con la formulazione della suddetta ipotesi, la ragione per la quale la società soprattutto raccomandi e quasi imponga al "lavoratore" di operare come un qualsiasi soggetto privato, tacendo la relazione commerciale o di lavoro intrattenuta con la INKORE, ("Per favore dichiari i trasferimenti come privati .(..) È un trasferimento privato così come di persona lo manda personalmente al ricevente: Se lei lo dichiara come un trasferimento business allora dovrà compilare molti moduli agendo a nome di una personalità giuridica che CHE LEI NON È"Per favore non si confonda in questo momenti"). Dunque, non resta che concludere che il transito del denaro sul conto corrente dell'O. e la successiva rimessa all'estero di esso non trovano alcuna concreta spiegazione logica, se non l'intento di far perdere al denaro versato, le tracce della sua origine; intento questo che, se da un lato, involge l'evento di "ripulitura", ad un tempo è in grado di sostanziare la prova della consapevolezza, a monte, in capo all'agente, della seria e concreta possibilità della provenienza delittuosa della somma. In tale contesto, quindi, la prospettiva della lauta remunerazione per una attività che non ha alcuna valenza né di lavoro, né di sforzo imprenditoriale, funge da mera motivazione economica all'accettazione del rischio di commettere un reato. Del resto, il fatto che gli O. avessero ben chiara la rappresentazione, di ben più di una concreta possibilità che il denaro ricevuto provenisse da delitto ed il fatto che essi accettassero il rischio di compierne una ripulitura con l'attività di trasferimento, emergono con evidenza quasi cartolare da una sorta di confessione stragiudiziale, contenuta nella e-mail inviata dall'indirizzo di posta elettronica di F. O. alla Inkore il 20.11.07 h. 8.06 , (acquisita in atti), ove si legge:"ho effettuato il primo bonifico sempre in attesa della documentazione necessaria ed adesso mi trovo sul tavolo un secondo bonifico senza sapere a quale titolo. Il reato configurabile per la legge italiana è quello di riciclaggio di denaro ed io non desidero avere conseguenze penali; aspetto vostri chiarimenti o denuncio tutto alle autorità competenti". Orbene in assenza di alcuna rassicurazione, o comunque in presenza di giustificazioni non risolutive, (cfr. sul punto la sentenza impugnata circa la attività di medico del legale rappresentante, circa la natura grossolana del linguaggio giuridico, circa la perdurante assenza di qualsiasi giustificazione sulle ragioni della indiretta rimessa del denaro all'estero a nome di un privato), anche il secondo bonifico veniva effettuato il 21.11 07 al sedicente A. G.. Con ciò resta pertanto dimostrato come, malgrado la consapevolezza della concreta e seria possibilità di porre in essere una condotta di riciclaggio rilevante in senso penalistico, e quasi preannunziando il suo compimento, gli imputati avessero accettato tale rischio eseguendo anche il secondo bonifico, probabilmente allettati ancora una volta dal lauto compenso, che valeva a superere ogni remora ed a perpetuare la collaborazione "ad ogni costo". Si verte, dunque, nel caso di specie, in tema di atteggiamento psicologico sovrapponibile a quello "del collezionista che di fronte all'offerta di un pezzo di pregio sia in dubbio sulla sua provenienza e, considerate le circostanze e le spiegazioni di chi glielo offre, si rappresenti la probabilità che sia di origine delittuosa, anche se non ne ha la certezza, e tuttavia non rinunci all'acquisto perché il suo interesse per il pezzo è tale che lo acquisterebbe anche se gli risultasse che per venirne in possesso chi glielo offre ha commesso un delitto", secondo l'esempio plastico utilizzato dalla S.C. nella sentenza citata, per dimostrare la piena compatibilità del dolo eventuale con la ricettazione. In un comportamento del genere prosegue ancora la S.C., "non c'è nulla di incauto; c'è la lucida volontà di dare soddisfazione al proprio interesse nella consapevolezza che molto probabilmente l'acquisto si risolve in una ricettazione". Trasponendo tali considerazioni al caso in esame, può anche questa Corte concludere che resta dimostrata la volontà di trasferire il denaro (per conseguire il compenso), pur nella consapevolezza della elevata probabilità, anzi quasi nella certezza, di compiere attività di riciclaggio. Non è affatto incompatibile con tale conclusione, il richiamo difensivo al c.d. blocco dell'ultima transazione (cfr. ancora e-mail in uscita dall'indirizzo di posta elettronica di O. F. in data 23.11.07 h.17.47: "abbiamo bloccato i bonifici provenienti dall'estero.. Vogliamo innanzitutto fare luce sull'aspetto legale di questo nostro lavoro").
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Occorre infatti sottolineare piuttosto che la data del 23.11.07 intorno alle h.14.00 ( cfr. documentazione bancaria della p.o. allegata alla denunzia) segna il momento dell'acquisizione da parte della p.o., nel compiere un versamento presso la filiale di cui l'associazione sportiva dallo stesso rappresentata era correntista, della conoscenza dei tre bonifici effettuati in favore di O. F. (cfr. denunzia della p.o. in atti del 26.11.03). A seguito di ciò il sistema di sicurezza dell'UNICREDIT BANCA bloccava il terzo bonifico in pari data e riaccreditava la somma al C. (cfr. c.n.r. in atti del 28.11.07). Dunque, appare evidente come la comunicazione con e-mail dell'O. delle ore h.17.47 del 23.11.07 alla T. della INKORE, del blocco del bonifico, sia conseguente ai primi accertamenti bancari avviati qualche ora prima dalla p.o., e non alla dedotta iniziativa personale dell'O.. Essa del resto sarebbe del tutto inidonea al blocco del bonifico, poiché nell'assunto degli imputati (cfr. denunzia in atti di O. V. del 28.11.07) si sarebbe concretata in una non meglio precisata richiesta di ausilio rivolta il 23.11.07 alla Polizia Postale dalla moglie di O. V., tuttavia senza la formalizzazione di alcuna contestuale denunzia, anche sommaria. Pertanto, l'analisi della sequenza degli eventi conferma che il blocco del bonifico fu l'effetto dell'immediata iniziativa del C. presso la CARISBO e del conseguente allarme indotto da tale banca nel sistema di sicurezza della UNICREDIT che disponeva pertanto il riaccredito della somma sul conto della p.o. Dunque, la comunicazione dell'O. alla INKORE seguì all'avviso della UNICREDIT al medesimo correntista O., del blocco del bonifico. Né d'altra parte, gli imputati hanno in alcun modo inficiato siffatta ricostruzione, ad esempio con l'assunzione delle deposizioni degli operatori della UNICREDIT, (anche con un giudizio abbreviato condizionato all'esame di tali testi) circa l'esclusiva ed autonoma provenienza appunto dagli O. dell'iniziativa di bloccare il terzo ed ultimo bonifico. A fronte di tali elementi probatori, si deve dunque concludere come la denunzia in data 29.11.07 degli O. sia stata indotta dalla consapevolezza della avvenuta scoperta della vicenda ad opera della p.o., e quindi dalla volontà di cancellare ogni sospetto del coinvolgimento in un reato che in precedenza si era accettato il rischio di consumare. Consegue quindi la conferma circa la sussistenza della prova degli elementi costitutivi della fattispecie contestata, la cui condotta è palesemente integrata dalla ripulitura del denaro c.d. sporco (proveniente da prelievo fraudolento) mediante il passaggio su un conto "pulito" di un privato insospettabile ed il trasferimento di buona parte delle somme all'estero. Proprio nella messa a disposizione consapevole e volontaria a tale scopo del proprio conto corrente, si sostanzia poi il personale contributo alla realizzazione del reato di O. F., che nelle spontanee dichiarazioni rese agli inquirenti, (utilizzabili in sede di giudizio abbreviato), ha ammesso la sua consapevolezza dell'uso del proprio conto al fine del transito della valuta, della ricezione dei bonifici e del trasferimento all'estero del denaro. Va quindi confermato il capo di condanna degli imputati. Inammissibile ex artt 581 e 591 cpp, perché generica, è, infine, la doglianza avverso la costituzione di parte civile, non avendo gli appellanti indicato alcuna ragione a sostegno della dedotta inammissibilità di tale costituzione. Le statuizioni risarcitorie conseguono all'accertamento del reato e della colpevolezza degli imputati. Ricorrono, inoltre, le condizioni ed i requisiti, con ciò integrandosi sul punto, la motivazione dell'impugnata sentenza, per la declaratoria di immediata esecutività del capo della sentenza relativo alle statuizioni risarcitorie, del resto ritualmente richiesta dalla parte civile costituita nelle conclusioni depositate in primo grado. Invero, i giustificati motivi per la concessione ex art. 540 cpp risiedono nella considerazione dell'entità non irrilevante del danno cagionato dal reato alla p.o., tenuto anche conto della peculiarità di essa, ossia una associazione sportiva dilettantistica, (cfr. atto di costituzione di parte civile e statuto allegato dell'associazione), quindi priva di scopi di lucro, nonché tenuto conto del fatto che la p.o. ha visto del tutto vanificata dal riciclaggio, la prospettiva del recupero delle somme sottratte indebitamente dal conto. Alla conferma della sentenza impugnata segue la condanna degli appellanti ( di ciascuno di essi ) al pagamento delle spese del grado e la loro condanna in solido alla rifusione in favore della parte civile delle ulteriori spese processuali sostenute nel presente grado; spese che si ritiene equo liquidare in complessivi euro 1500,00 oltre c.p.a. ed i.v.a. come per legge. P.Q.M. La Corte, visti gli artt. 605 e 592 cpp, conferma la sentenza resa il 21 aprile 2009 dal GUP del Tribunale di Palermo, appellata dagli imputati O. F. ed O. V., che condanna al pagamento delle ulteriori spese processuali
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ed alla rifusione in favore della parte civile delle spese sostenute nel presente grado, che liquida in complessivi euro 1500,00 oltre c.p.a. ed i.v.a. come per legge. Indica in giorni sessanta il termine per il deposito della motivazione. Palermo, 19.10.2010 Il Consigliere est. Dott.ssa Antonia Pappalardo Il Presidente Dott. Gianacarlo Trizzino

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