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CINEMA & SPETTACOLI

L’ITALIANO MERCOLEDI’ 9 GENNAIO 2013

C

L’HOBBIT. Come l’effetto Cocktail party neutralizza il 3D. L’invasività della terza dimensione e la reazione del sistema nervoso
e scattoso, se dotato di una buona storia farà sempre la differenza. 24 onirici fotogrammi al secondo contro i 48 soap operistici proposti da Jackson? Polemica sterile. Ogni regista è libero di scegliere quanti fotogrammi al secondo vuole al servizio dello stile narrativo che vuole adottare. Il punto non è questo, il punto è l’invasività del 3D e la reazione del nostro sistema nervoso centrale. COME IL 3D RIDIVENTA 2D Vedendo l’Hobbit ho calcolato che Il 3D ha effettivamente una durata media di 20 minuti; una ritensione di 20 minuti nella fase attiva del nostra consapevolezza. Dopo i primi 10 minuti di stupore in cui il

on buona pace dei critici, Peter Jackson ha ragione: dopo 20 minuti l’occhio si abitua agli iperrealistici 48 fotogrammi al secondo dell’ Hobbit contro i canonici 24 del cinema come lo conosciamo fin’ora, ma non aveva tenuto conto che questa verità si riversa anche sulla tecnologia 3D rendendola sostanzialmente inutile. Proprio perché lo stesso occhio, oltre ai 48 fotogrammi al secondo, si abitua inesorabilmente anche al 3D. Ed è dimostrato dal famoso effetto Cocktail party, scoperto nel 1953 da Colin Cherry dell’Imperial College , University of London (http://www.ee.columbia.edu/~d pwe/papers/Cherry53-cpe.pdf), effetto che prova come in una situazione caotica il cervello capti solo i segnali che lo interessano. Nella situazione caotica di un film d’azione in 3D, al cervello umano interessa infatti sempre e fondamentalmente la storia per la quale abbiamo pagato il biglietto… E se la storia non c’è, il cervello si concentra per entrarci dentro comunque, con la stessa determinazione di un indio che avanza in una foresta fitta a colpi di machete, smantellando gli orpelli visivi uno ad uno per cercare la strada verso la storia. Ci abituiamo a tutto. Tranne alle storie che non funzionano. Ci abituiamo al 3d, abitueremo al 4d e ci renderemo conto che il cinema tradizionale a 24 fotogrammi al secondo slavato, difettoso, graffiato

cervello si gingilla nella fantasmagoria delle diverse profondità di campo, a poco a poco le sinapsi del sistema nervoso centrale si riorganizzano, metabolizzano il 3D e nei successivi 20 minuti ribidimensionalizzano il film per non farci impazzire: Il re è nudo, resta solo la storia per quel che è, scevra di prologhi, farfalle che svolazzano a un centimetro dal naso e inseguimenti infiniti. LA VISIONE OMBROSA DEL 3D Un’altro punto del film che mi ha letteralmente stupito è che l’Hobbit ha una fotografia costantemente leggermente sottoesposta… Più di una volta ho alzato gli occhiali 3d per controllare lo schermo ad occhio nudo. Ma l’immagine sullo schermo era esposta correttamente, perfetta. Indossavo nuovamente gli occhiali e tutto diventava più scuro, come fosse sempre sottoesposto di uno stop e mezzo. Le lenti 3D infatti, non sono cristalline ma leggermente scure, tridimenzionalizzano la visione e la scuriscono allo stesso tempo. Ovviamente la pupilla finisce per abituarsi e dilatarsi, resta però il fatto che affronta la visione di un film di tre ore sotto continuo sforzo. I direttori della fotografia sono dunque di fronte a un grande dilemma, sovraesporre di uno stop il girato onde rinormalizzarlo durante la visione in 3d attraverso gli occhiali o esporlo correttamente per una successiova distribuzione in 2D ma rendere leggermente più “spenta” la visione nelle sale. Il problema è quando si gira in interni. L’intera sequenza notturna in casa casa del protagonista prima della partenza, per esempio, è una tortura visiva indicibile a causa di quell’ulteriore diaframma posto dagli occhialetti….oltremodo buia e claustrofobica, nonché narrativamente goffa. PERCHE’ IL 2D E’ IL VERO 3D E’ sempre la potenza della narrazione a sancire la “Suspension of disbelief” arpionando neuroni uno dopo l’altro e archiviandosi per sempre nella nostra memoria. il 3D è qualcuno che mi balla il tip tap sul tavolo mentre sto leggendo un libro. Non c’è bisogno del tip tap, se la storia mi ha già preso, il tip tap è scomparso. Con la coda dell’occhio vedo due piedi sfocati che continuano a ballare il tip tap accanto a me, ma non ne sento il rumore: il mio cervello sta avanzando a colpi di machete verso il nucleo della storia, sento solo i colpi di machete. La verità è che un buon 2D è sempre stato 3D, dall’inizio della prima storia narrata al primo uomo; e che il 3D viene in realtà sintetizzato e riassorbito dal nostro cervello, costantemente impegnato a setacciare la marea di stimoli esterni fornendoci continui sunti per facilitare la nostra vita. Per quanto riguarda l’Hobbit, mi resta solo una vaga e inutile memoria di persone bizzarre con le quali ho empatia zero, che in un universo parallelo senza donne sono inseguite da mostri e salvate in corner da aquile inespressive. Ah, c’è un occhio gigante che si apre alla fine del film che avatarianamente minaccia il sequel. E sequel sia. Ma ridateci la storia. MANUEL DE TEFFÉ DIRECTOR/WRITER