LUCIANO DE CRESCENZO. SOCRATE. ARNOLDO MONDADORI EDITORE.

Luciano De Crescenzo rende omaggio al padre nobile del pensiero occidentale, ritraendolo dal vivo ai tempi suoi e riproponendone la saggezza ai giorni nostri. Luciano De Crescenzo, ingegnere, scrittore, regista, è autore di: Così parlò Bellavista, Raffaele, La Napoli di Bellavista, Zio Cardellino, Storia della filosofia greca, Oi dialogoi, La domenica del villaggio, Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, Elena, Elena, amore mio, I miti dell'amore, Il dubbio, I miti degli eroi, Croce e delizia, I miti degli dei. «C'è chi si innamora di Sofia Loren, chi di Marx, e chi per tutta la vita porta fiori sulla tomba di Rodolfo Valentino. Io ho capito che il grande amore della mia vita è Socrate. In questo libro ho raccolto quanto su di lui ho scritto in :Storia della filosofia greca, Oi dialogoi e: I miti dell'amore.» Luciano De Crescenzo Questo libro si sarebbe dovuto intitolare Salutame a Socrate, poi, grazie a Dio, ho resistito alla tentazione della battuta facile e, dopo una breve discussione con l'editore, abbiamo deciso, di comune accordo, per un asciutto quanto significativo Socrate. Il fatto è che Socrate non è solo un filosofo vissuto duemila e quattrocento anni fa, ma è anche un modo d'intendere la vita («socratico», per l'appunto). In lui non esistono le tensioni dell'uomo comune, tutto proteso alla ricerca del

Potere, del Denaro e del Successo. In Socrate predomina la voglia di sapere, di mettere sempre in discussione quello che già conosce, di capire da che parte si nasconda il Bene. La conoscenza, insomma, elevata a ragione di vita. Si racconta che, poco prima di bere la cicuta, Socrate abbia ricevuto in carcere un maestro di musica per farsi impartire una lezione di cetra. In verità, Platone ne parla solo di sfuggita nell'Eutidemo, ma anche se l'aneddoto fosse stato inventato da lui, resterebbe comunque illuminante per capire il filosofo. Alla domanda di un discepolo: «Perché imparare a suonare la cetra, se di qui a poche ore ti faranno bere la cicuta?» Socrate rispose: «Perché mi piace imparare». Ora, se gli uomini scoprissero il piacere del conoscere fine a se stesso, tutto il nostro mondo muterebbe di colpo. Gli studenti, per esempio, non farebbero più una fatica della madonna a studiare. Mossi dall'amore per il sapere (in greco, filo-sofìa), non subordinerebbero più il loro impegno al miraggio del titolo di studio e finirebbero per raggiungere risultati migliori e più duraturi. Sempre, però, che dietro la cattedra sieda un professore intelligente almeno quanto Socrate. Luciano De Crescenzo I Socrate Come si fa a non innamorarsi di Socrate: era buono d'animo, tenace, intelligente, ironico, tollerante e, nel medesimo tempo, inflessibile. Di tanto in tanto sulla Terra nascono uomini di questa levatura, uomini senza i quali noi tutti saremmo un po' diversi: penso a Gesù, a Gandhi, a Buddha, a Lao Tse e a San Francesco.

C'è qualcosa però che distingue Socrate da tutti gli altri ed è la sua normalità di uomo. Infatti, mentre per i grandi che ho appena nominato c'è sempre il sospetto che un pizzico di esaltazione abbia contribuito a tanta eccezionalità, per Socrate non esistono dubbi: il filosofo ateniese era una persona estremamente semplice, un uomo che non lanciava programmi di redenzione e che non pretendeva di trascinarsi dietro torme di seguaci. Tanto per dirne una, aveva anche l'abitudine, del tutto inconsueta nel giro dei profeti, di frequentare i banchetti, di bere e, se ne capitava l'occasione, di fare l'amore con un'etera. Non avendo mai scritto nulla, Socrate è sempre stato un problema per gli storici della filosofia. Chi era veramente? Quali erano le sue idee? Le uniche fonti dirette che abbiamo sono le testimonianze di Senofonte, quelle di Platone e alcuni commenti «per sentito dire» di Aristotele; sennonché il ritratto lasciatoci da Senofonte risulta completamente diverso da quello di Platone e lì dove c'è coincidenza tra le due versioni è perché il primo ha copiato dal secondo; per quanto poi riguarda Aristotele permangono fondati dubbi sulla sua obiettività. Senofonte, detto tra noi, non era un'aquila d'intelligenza filosofica: al massimo possiamo definirlo un generale di bell'aspetto e un buon memorialista. Da giovanotto aveva frequentato la dolce vita di Atene: simposi, palestre, gare ginniche eccetera, finché un bel giorno incontra Socrate in un vicolo stretto. (1) Il filosofo lo guarda fisso negli occhi, gli blocca il passo mettendogli il bastone di traverso e dice: «Sai dove si vende il pesce?» «Sì, al mercato.»

«E sai dove gli uomini diventano virtuosi?» «No.» «Allora seguimi.» E fu così che Senofonte, più per darsi importanza con gli amici che per amore della saggezza, cominciò a seguire Socrate nelle sue passeggiate; dopo un paio di anni, però, forse esausto per il troppo discutere, parte volontario per la prima guerra che riesce a trovare. Frequenta le corti di Ciro il Giovane, di Agesilao re degli Spartani e tanti altri luoghi dove il suo maestro non avrebbe mai messo piede. Trascorre tutta la vita tra battaglie e scaramucce, militando quasi sempre in eserciti stranieri. Quando parla di Socrate, lo fa come se fosse il suo difensore d'ufficio: cerca di riabilitarne la memoria dopo il processo e ce lo presenta come un uomo integerrimo, bigotto e ossequioso verso le autorità. Se il ritratto di Senofonte è un po' convenzionale, quello di Platone (genio creativo per eccellenza) pecca dell'eccesso opposto: in altre parole, leggendo «i dialoghi» ci si domanda se l'eroe platonico esprima le idee di Socrate o quelle del suo autore. Così stando le cose non mi resta che raccontare tutto quello che so e lasciare che il lettore si faccia un'opinione personale. Fisicamente Socrate rassomigliava a Michel Simon, l'attore francese degli anni Cinquanta, e si muoveva come Charles Laughton nel film Testimone d'accusa. Nacque nel 469 nel demo Alopece, un sobborgo a mezz'ora di cammino da Atene alle pendici del Licabetto. Per gli appassionati di astrologia diremo che doveva essere un Capricorno, essendo nato nei primi giorni dell'anno. La sua era una famiglia medioborghese appartenente alla classe degli zeugiti

(la terza e ultima, in ordine d'importanza, tra le classi di Atene che contavano qualcosa). Il padre, Sofronisco, era uno scultore, o forse solo uno scalpellino di periferia, e la madre, Fenarete, una levatrice. (2) Della sua infanzia non sappiamo praticamente nulla e, a essere sinceri, facciamo anche un po' fatica a immaginarcelo bambino: comunque, essendo di famiglia benestante o quasi, riteniamo che abbia seguito gli studi regolari come tutti gli altri ragazzi di Atene, che a diciotto anni abbia prestato il servizio militare e che a venti sia diventato oplita dopo essersi procurato un'armatura adeguata. Da giovanotto di sicuro dette una mano in bottega al papà scultore, finché un bel giorno Critone, «innamoratosi della grazia della sua anima», (3) non se lo portò via per iniziarlo all'amore della conoscenza. Diogene Laerzio, nelle sue Vite dei filosofi, racconta che Socrate ebbe come maestri Anassagora, Damone e Archelao e che di quest'ultimo fu anche l'amante (4) o, per essere più precisi, l'eròmenos (a quei tempi, quando c'era un rapporto amoroso tra due uomini, veniva chiamato erastés l'amante più anziano ed eròmenos quello più giovane). Su questa faccenda però degli amori omosessuali dei filosofi greci, prima di andare avanti e di considerare Socrate un gay, apriamo una parentesi e chiariamoci le idee una volta per tutte. L'omosessualità a quei tempi era cosa normalissima e non a caso è passata alla storia come «amore greco». Addirittura c'è stato chi, come Plutarco, l'ha definita «pederastia pedagogica». (5) A ogni modo non era oggetto di scandalo: quando Gerone, tiranno di Siracusa, s'innamora del giovanetto Dailoco, commenta il fatto dicendo semplicemente: «$è naturale che

mi piaccia ciò che è bello»; (6) che poi questo bello fosse un ragazzino, un uomo o una donna era un particolare da poco. I veri guai per gli omosessuali cominciarono con il cristianesimo: la nuova morale concepì il sesso solo come mezzo di procreazione e considerò peccaminoso qualsiasi altro tipo di rapporto sessuale, donde le persecuzioni e i pregiudizi assai diffusi ancora oggi. Socrate sposò Santippe quando aveva quasi cinquant'anni, forse più per avere un figlio che non una moglie. Fino a quel momento si era sempre tenuto alla larga dal matrimonio e, a chi gli chiedeva consiglio se doveva sposarsi o meno, rispondeva invariabilmente: «Fa' come vuoi, tanto in entrambi i casi ti pentirai». (7) Santippe, donna dal carattere forte, è passata alla storia come lo stereotipo della moglie rompiscatole e possessiva: non è escluso però che lo stesso Socrate non le debba qualcosa in termini di popolarità. Perfino il «Corriere dei Piccoli», negli anni Trenta, le dedicava ogni settimana una striscia che iniziava sempre con la stessa quartina: Tutti sanno che Santippe& matta andava per le trippe.& Trippe a pranzo, trippe a cena,& Dio per Socrate che pena! Sul rapporto Socrate-Santippe si è sempre un po' ricamato. Con ogni probabilità la loro vita coniugale doveva essere molto più normale di quanto non si pensi: lei era una casalinga come ce ne sono tante, dotata di senso pratico, gravata da problemi concreti, con uno (o tre) figli da crescere e con un marito che, a parte una piccola rendita lasciatagli dalla madre, non

portava a casa una lira. Lui, un brav'uomo, ricco d'ironia, che le voleva bene e che la subiva con rassegnazione. Quello che più faceva andare in bestia Santippe era il fatto che il marito non le rivolgeva quasi mai la parola: tanto era ciarliero con gli amici per le strade di Atene, quanto taciturno a casa. Diogene Laerzio racconta che una volta, durante un litigio, Santippe s'infuriò a tal punto da tirargli addosso un secchio pieno d'acqua, al che Socrate commentò la cosa dicendo: «Lo sapevo che il tuono di Santippe prima o poi si sarebbe tramutato in pioggia». (8) «Ma come fai a sopportarla?» gli chiese un giorno Alcibiade. E lui: «Certe volte vivere con una donna del genere può essere utile come domare un cavallo furioso: dopo si è più preparati ad affrontare i propri simili nell'agorà. (9) E poi, cosa vuoi che ti dica, ormai mi ci sono abituato: è come sentire il rumore incessante di un argano». (10) Aristotele c'informa che Socrate aveva anche una seconda moglie, una certa Mirto, figlia nientemeno che di Aristide il Giusto. (11) Secondo Plutarco, il filosofo si sposò due volte solo per bontà d'animo, giacché questa Mirto, pur essendo parente stretta di Aristide, era finita nella più nera miseria. (12) Altri invece sostengono che fosse solo una concubina che si era trascinata in casa una sera che aveva bevuto. A ogni modo, moglie o amante che fosse, Mirto gli regalò due figli, Sofronisco e Menesseno, che, messi insieme a Lamprocle, il primogenito, figlio di Santippe, portarono a tre la discendenza del filosofo. La cosa non deve poi tanto meravigliarci dal momento che il governo di Atene, per aumentare il numero degli ateniesi veraci, incoraggiava i cittadini ad avere più figli con donne diverse. (13)

Sul triangolo Socrate-Santippe-Mirto c'è un divertente brano tratto da un'opera di Brunetto Latini. (14) A titolo di cronaca ricordo che l'autore in questione è quel famoso «ser Brunetto» che Dante Alighieri colloca all'Inferno, nel girone dei sodomiti. (15) La citazione, pur non avendo alcun fondamento storico, però ci fa capire come nel Medio Evo fosse visto il rapporto Socrate-Santippe. «Socrate fue grandissimo filosafo in quel tempo. E fue molto laido uomo a vedere, ch'elli era piccolo malamente, el volto piloso, le nari ampie e rincazzate, la testa calva e cavata, piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravolte. E aveva due mogli in uno tempo, le quali contendeano e garriano molto spesso perché il marito mostrava amore oggi più all'una e domane più all'altra. E questi, quando le trovava garrire, si le innizzava, per farle venire a' capelli e faceasine beffe, veggendo ch'elle contendeano per così sozzissimo uomo. Sì che un giorno, faccendo questi beffe di loro, che si traeano i capelli, quelle in concordia si lasciarono e vengorli indosso e mettollosi sotto e pélallo, sì che di pochi capelluzzi ch'egli avea no li ne rimase uno in capo.» A proposito di guerre, Socrate fu un buon soldato, anzi diciamo pure un buon marine: nel 432 viene imbarcato insieme ad altri duemila ateniesi e mandato a combattere a Potidea, una piccola città nel nord della Grecia che si è ribellata allo strapotere di Atene. Siamo in piena guerra del Peloponneso: gli ateniesi, temendo che la rivolta possa estendersi a tutta la Tracia, sono costretti a inviare sul posto una spedizione punitiva. $è in questa occasione che Socrate si

guadagna la sua prima medaglia al valore salvando la vita al giovane Alcibiade: lo vede ferito sul campo di battaglia, se lo carica a cavalluccio e lo porta in salvo tra una selva di nemici. Non è tanto però il coraggio del filosofo a sorprenderci, quanto la sua totale indifferenza ai disagi della guerra: in proposito sentiamo che cosa ci racconta lo stesso Alcibiade nel Simposio. «Fummo insieme sul campo di Potidea e avevamo il rancio in comune. Tanto per cominciare, non solo era superiore a me nelle fatiche militari, ma anche agli altri. Quando ci capitava di dover sostenere la fame, come spesso avviene in guerra, tutti noi al suo confronto non valevamo un bel niente. Nelle baldorie invece era lui solo a godere fino in fondo. Non che lo volesse, ma quando lo si forzava a bere era capace di battere tutti senza mai cadere ubriaco. Quanto poi a sopportare l'inverno, che al nord è tremendo, faceva addirittura miracoli. Un giorno c'era un gelo da inorridire: tutti si erano rintanati nei rifugi e quelli che uscivano all'aperto, avevano cura di avvolgersi in una incredibile quantità di panni e di fasciarsi i piedi con feltri e pellicce; ebbene, lui se ne andò in giro con la gabbanina di sempre e, scalzo, camminò sul ghiaccio come se niente fosse, tanto che alcuni soldati pensarono che li volesse mortificare. Un'altra volta, tutto assorto in una qualche idea, si piantò ritto in mezzo al campo, fino all'alba, a meditare; e poiché non ne veniva a capo, continuò, sempre restando immobile, a pensare anche durante il giorno. Quando si fece mezzogiorno alcuni uomini, accortisi di questo suo strano atteggiamento, cominciarono a dirsi l'un l'altro: "Socrate se ne

sta impalato dall'alba in un qualche pensiero". Alla fine alcuni Ioni, scesa la sera, giacché quella volta era estate, portarono fuori i giacigli e si misero a riposare all'aperto per controllare se fosse rimasto piantato lì tutta la notte. Ed egli vi stette finché non vide spuntare di nuovo l'alba.» (16) Questo racconto di Alcibiade ci fa ritenere che Socrate fosse capace di cadere in catalessi, come accade ad alcuni sciamani in India. Certo che l'uomo era del tutto indifferente ai comfort della vita moderna. Il suo abbigliamento abituale, sia che facesse caldo o freddo, era costituito da una specie di tunichetta chiamata chitone, o al massimo da un trìbon, un mantello di stoffa che aveva l'abitudine di portare direttamente sulla pelle, drappeggiandoselo sulla spalla destra (epì déxia). Sandali o maglie di lana, neanche a parlarne. Per quanto riguarda poi i generi di lusso, non c'era nulla che lo potesse interessare. Un giorno si fermò davanti a un negozio di Atene e, guardando la merce esposta, esclamò stupito: «Ma guarda di quante cose hanno bisogno gli ateniesi per campare!». (17) Otto anni dopo l'assedio di Potidea, lo vediamo combattere contro i Beoti. La battaglia si mette subito male per gli ateniesi: dopo il primo scontro, le truppe di Atene vengono sbaragliate e messe in fuga. Anche Socrate e Alcibiade sono costretti a ritirarsi. «Io ero tra i cavalieri e lui tra gli opliti» racconta Alcibiade, «e qui ammirai Socrate ancor più che a Potidea: sembrava che camminasse, guardando superbamente a destra e a sinistra. Indietreggiava squadrando con calma amici e nemici e mostrando a tutti che se qualcuno avesse osato toccarlo, egli si sarebbe difeso

strenuamente.» (18) A quarantasette anni viene di nuovo chiamato sotto le armi e partecipa alla campagna di Anfipoli: anche in questa occasione fa il suo dovere di soldato. $è strano come un uomo che ha tutti i requisiti per essere considerato un non violento, un Gandhi del V secolo, una volta sul campo di battaglia diventi un ottimo combattente. Il fatto è che Socrate, nei confronti della patria e delle autorità costituite, è sempre stato, nel medesimo tempo, un rivoluzionario e un osservante delle leggi. Ecco due episodi che ci fanno capire quali fossero le sue convinzioni morali. Un giorno Crizia, diventato il capo del governo dei Trenta Tiranni, ordina a Socrate e ad altri quattro ateniesi di prelevare a Salamina il democratico Leonte e di portarlo ad Atene, per poi condannarlo a morte. Per tutta risposta il filosofo se ne torna a casa come se non gli avessero detto nulla, ben sapendo che questa mancata ubbidienza avrebbe potuto costargli la vita. Buon per lui che Crizia nel frattempo muore. $è lui stesso a raccontarci l'episodio nella Apologia: «E allora io feci vedere agli ateniesi che della morte non me ne importava un bel niente, mentre molto m'importava di non commettere ingiustizia o empietà verso Leonte». (19) Un'altra volta viene sorteggiato come giudice e partecipa al consiglio dei Pritani. Quel giorno devono essere giudicati dieci strateghi, per non aver salvato la vita ad alcuni marinai ateniesi caduti in mare, durante la battaglia delle Arginuse. Chiaramente è un caso di giustizia sommaria, non essendo possibile accertare quale comandante si sia reso colpevole di omissione di soccorso e quale no. Il popolo vorrebbe una

condanna indiscriminata. Socrate invece si oppone e affronta con serenità le minacce dei parenti dei naufraghi. (20) Purtroppo per Socrate, non ci fu un'eguale serenità di giudizio quando toccò a lui salire sul banco degli imputati: accusato di empietà (21) dal giovane Meleto, venne condannato dai suoi concittadini a bere la cicuta. Questa dell'empietà è una storia davvero strana: mentre nella vita quotidiana gli ateniesi si dimostravano molto tolleranti in fatto di religione, in alcuni casi particolari bastava esprimere anche il minimo dubbio sull'esistenza degli Dei per trovarsi nei guai. La verità è che ad Atene nessuno faceva caso alla religiosità degli altri, ma ogni scusa era buona per far fuori un avversario politico o uno come Socrate che con la sua dialettica inesorabile minacciava ogni giorno il potere costituito. Tra i filosofi accusati di empietà, ricordiamo Anassagora, Protagora, Diogene di Apollonia e Diagora: tutti, tranne Socrate, si salvarono con la fuga. (22) A questo punto però, invece di raccontare il processo così come ce lo hanno tramandato Platone e Senofonte, cerchiamo di riviverlo «in diretta» e mettiamoci nei panni di due dei cinquecento giudici: tali Eutimaco e Callione. «Callione, figlio di Filonide, anche tu fra gli eliasti: a quanto vedo, preferisci giudicare il tuo vecchio maestro piuttosto che goderti il calore del letto e della dolce Talessia.» «Non mi sembra, o Eutimaco, di essere il solo questa mattina ad aver visto l'alba. Il Sole non aveva ancora fatto capolino dai monti dell'Imetto, che già la città brulicava di ateniesi assetati di giustizia. Pensa che dove abito io, allo Scambonide, tanti erano i cittadini che si

avviavano all'agorà per assistere al processo di Socrate, che non si riusciva nemmeno a camminare per le strade. Ho visto molti mercanti affidare le botteghe agli schiavi più fedeli e molti amìdes (23) svuotati nel buio dai piani superiori tra le proteste dei passanti. Insomma c'era in giro una strana eccitazione, come se invece che a un processo ci si recasse tutti alle oscoforie.» (24) Siamo nel febbraio del 399 avanti Cristo, è ancora notte fonda, migliaia di ateniesi si dirigono verso l'agorà. Ogni cittadino si fa precedere da uno schiavo con una torcia accesa. A quell'epoca ci voleva poco a intasare una strada di Atene: Plutarco racconta che le vie erano così strette che, a evitare collisioni, ogni qual volta si usciva di casa, c'era l'obbligo di bussare alla porta per avvisare i passanti. Man mano che passa il tempo, davanti alle urne dei sorteggi s'ingrossa la fila degli aspiranti giudici. Gli schiavi pubblici, facenti funzione di polizia urbana, per impedire alla folla dei curiosi d'invadere le zone riservate ai prescelti, tengono tesa davanti agli ingressi la «corda vermiglia», una fune rossa dipinta di fresco, che, macchiando un cittadino, lo avrebbe privato per un anno dei misthòs ekklesiastikòs, ovvero dei diritti di assemblea. La giustizia, ai tempi di Pericle, era organizzata in questo modo: gli arconti, ogni inizio d'anno, sorteggiavano seimila ateniesi di età superiore ai trent'anni e costituivano l'Eliea, ovvero il serbatoio dal quale, volta per volta, avrebbero prelevato i cinquecento giudici di ciascun processo. Il secondo sorteggio, quello definitivo, aveva luogo la mattina stessa della causa e questo per evitare che gli imputati potessero

corrompere i giudici. Per eseguire i sorteggi giornalieri, all'ingresso dei tribunali erano stati predisposti dei marchingegni di marmo, chiamati klerotéria, con delle fenditure orizzontali, dentro le quali ciascun candidato avrebbe introdotto una tavoletta di bronzo con le proprie generalità. Queste tavolette erano in pratica delle vere e proprie carte d'identità: portavano inciso il nome, il patronimico e il demo di provenienza. Ad esempio: «Callione, figlio di Filonide, del demo Scambonide Z». Quest'ultima lettera stava a indicare che Callione apparteneva alla sesta sezione della sua tribù. Una volta introdotta la tavoletta, un meccanismo interno faceva rotolare, attraverso una serie di condotti, un dado bianco o un dado nero: a seconda del dado che usciva dal klerotérion, il cittadino veniva ammesso o no alla giuria. Per la loro opera i giudici ricevevano un gettone di presenza: tre oboli al giorno, più o meno il 60 per cento della paga di un operaio. (25) «Lo scorso anno» dice Eutimaco «il Fato mi ha favorito quattro volte: tre come giudice popolare e una come giudice del Freatto in un processo che si tenne in primavera nei pressi del Falero.» (26) Il Freatto era un tribunale speciale che si riuniva solo se bisognava giudicare un ateniese già condannato all'esilio. L'imputato, non potendo contaminare con il proprio corpo il suolo della patria, era costretto a difendersi da una barca, a qualche metro dalla riva, mentre i suoi giudici si disponevano lungo la spiaggia. «Giudicammo Auriloco, il figlio di Damone» racconta Eutimaco. «Essendo io amico del padre,

avrei fatto di tutto per salvargli la vita; ma le prove a suo carico erano tali e tante che sono stato costretto a pronunciarmi per la condanna a morte.» «Anche per Socrate temo che non ci sia nulla da fare» sospira, sinceramente dispiaciuto, Callione. «Sono troppi quelli che si sentono stupidi al suo confronto, e nessuno è più vendicativo di colui che si accorge di essere inferiore.» «Se verrà condannato a morte, può prendersela solo con se stesso: Socrate è l'individuo più presuntuoso che sia mai nato al mondo!» «Ma se dichiara a tutti di non sapere nulla» esclama Callione, «di essere un ignorante!» «Ed è proprio questo il colmo della sua presunzione!» ribatte Eutimaco. «$è come se dicesse a tutti gli uomini: "Io sono un ignorante, ma tu che non sai di esserlo sei ancora più ignorante di me!". Ora è naturale che, a forza di insultare il prossimo, prima o poi qualcuno reagisce e te la fa pagare. Anzi, sai che ti dico? $è davvero strano che il vecchio sia arrivato fino a settant'anni senza essere mai stato esiliato una sola volta per ostracismo!» (27) L'ostracismo era una strana procedura molto in voga a quei tempi, una specie di elezione all'incontrario. Quando un ateniese si convinceva che un suo concittadino avrebbe potuto nuocere in qualche modo alla pòlis, non doveva fare altro che recarsi all'agorà e scrivere il nome del suo nemico su un'apposita pietra di ceramica (òstrakon). Non appena la persona presa di mira totalizzava 6000 segnalazioni, aveva dieci giorni di tempo per salutare amici e parenti, dopo di che era costretta a prendere la via dell'esilio. La condanna poteva durare dai cinque ai dieci anni,

a seconda del numero di coloro che avevano firmato. Nessuna giustificazione era dovuta da parte della cittadinanza. Questa pratica era stata voluta da Clistene, il vero fondatore di Atene, come espediente contro il mito della personalità. Plutarco la definisce «una moderata soddisfazione generata dall'invidia». (28) Se fosse in vigore oggi, chissà quanti politici, quanti personaggi televisivi e quanti campioni sportivi dovrebbero espatriare! Non è il caso di fare nomi, ma ogni lettore è libero di compilare una sua lista di indesiderati. Appare Socrate. Ha un'aria serena: indossa il solito trìbon e cammina appoggiandosi a un bastone di rovere. «Eccolo lì, il vecchio irriducibile» esclama Callione, «a guardarlo sembra che, invece che a un processo per empietà, si stia recando a un simposio: sorride, si ferma a parlare con gli amici e saluta tutti quelli che vede!» «$è il solito rompiscatole» protesta Eutimaco più astioso che mai, «fra l'altro non si rende conto che il popolo lo considera colpevole e lo vorrebbe impaurito e supplicante.» Nel frattempo Socrate è salito sul palco: si è messo alla sinistra dell'arconte-re e attende con pazienza che il cancelliere dichiari aperto il processo. «Eliasti» proclama il cancelliere, «gli Dei hanno scelto i vostri nomi dall'urna, perché voi possiate assolvere o condannare Socrate, figlio di Sofronisco, dall'accusa di empietà che gli è stata rivolta da Meleto, figlio di Meleto.» Nei tribunali di Atene non esisteva la figura del Pubblico Ministero. L'accusa poteva essere condotta da un qualsiasi cittadino che lo faceva

a suo rischio e pericolo: se il colpevole veniva condannato, incamerava la decima parte del suo patrimonio, se invece era assolto pagava una multa di mille dracme. (29) Così pure non esistevano gli avvocati difensori. Gli imputati, colti o analfabeti che fossero, dovevano difendersi da soli e, quando non se la sentivano, avevano la possibilità, prima del processo, di convocare un logografo, ovvero un legale di fiducia capace di scrivere un testo di difesa da imparare a memoria. Eccezionali logografi furono Antifonte, Prodico, Demostene e Lisia. (30) «La parola a Meleto, figlio di Meleto» annunzia il cancelliere, indicando un giovane ricciuto e ricercato nel vestire. Meleto sale sulla tribunetta riservata all'accusa: il suo viso è altero e sofferente, come è lecito attendersi da un poeta tragico. Egli vuol far credere di essere dispiaciuto di dover infierire su un vecchio come Socrate. «Giudici di Atene!» inizia a dire il giovanotto, girando lentamente lo sguardo per coprire tutto l'arco dei giudici che gli sono di fronte. «Io Meleto, figlio di Meleto, accuso Socrate di corrompere i giovani, di non riconoscere gli Dei che la città riconosce, di credere ai dèmoni e di praticare culti religiosi a noi estranei.» Un lungo mormorio sale dalla folla: l'attacco è secco e preciso. Meleto tace qualche istante per meglio sottolineare la gravità di ciò che ha appena detto, poi riprende a parlare scandendo le parole a una a una: «Io Meleto, figlio di Meleto, accuso Socrate di darsi da fare in cose che non gli competono; d'investigare su ciò che è sotto la terra e che è

sopra il cielo e di discorrere con tutti e di tutto, tentando ogni volta di far apparire migliore la ragione peggiore. Per questi reati chiedo agli ateniesi che egli venga mandato a morte!» A quest'ultima frase tutti si voltano verso Socrate per osservarne le reazioni. Il filosofo ha sul volto un'espressione di meraviglia: più che un imputato, sembra uno spettatore. Eutimaco dà di gomito a Callione e commenta la situazione dicendo: «Ho paura che Socrate non si renda conto in che guaio si sia andato a cacciare. Meleto ha ragione: tutti sanno che Socrate non ha mai creduto agli Dei. Si dice che un giorno abbia detto: "Sono le nuvole e non Zeus a provocare la pioggia, altrimenti, se dipendesse solo da Zeus, vedremmo piovere anche quando è sereno".» (31) «In verità» obietta Callione «è Aristofane che fa dire queste cose a Socrate e non è Socrate a dirle.» Il processo intanto prosegue il suo corso e, dopo Meleto, salgono sulla tribuna altri due accusatori: Anito e Licone. «Mi ha raccontato Apollodoro» dice Callione «che ieri sera Socrate ha rifiutato di farsi aiutare da Lisia.» «Gli aveva scritto un discorso di difesa?» «Sì, e pare che si trattasse di un discorso straordinario.» «Lo credo bene: il figlio di Cefalo è il migliore di tutti ad Atene! E perché mai ha rifiutato?» chiede Eutimaco. «Non solo ha rifiutato, ma ha anche rimproverato Lisia per la sua offerta di aiuto. Gli ha detto: "Tu con i tuoi trucchetti verbali

vorresti ingannare i giudici per il mio bene. E come pensi di perseguire il mio bene se nello stesso tempo trami contro le Leggi?".» «Il solito presuntuoso!» Anito e Licone hanno appena terminato il loro intervento. Il cancelliere capovolge la clessidra ad acqua che controlla il tempo delle arringhe e proclama: «E adesso la parola a Socrate, figlio di Sofronisco!» Socrate si guarda intorno, come se volesse prendere tempo, si gratta dietro al collo, dà uno sguardo all'arconte-re e subito dopo si volta verso i giudici. «Io non so quale impressione abbiate provata voi, o ateniesi, a sentire le ragioni dei miei accusatori. Certo che è stata tale e tanta la persuasione di costoro che, se non si trattasse della mia persona, anch'io crederei alle loro parole. Il fatto è che di vero questi cittadini non hanno detto proprio nulla. E adesso perdonatemi se da me non udrete un'orazione adorna di belle frasi. Io parlerò così come sono abituato a fare, alla buona, ma in compenso cercherò di dire sempre il giusto, e voi solo a questo dovrete badare: se le cose che sto per dire''' saranno o non saranno giuste!» «Eccolo lì che comincia con i suoi discorsi tortuosi!» esclama Eutimaco dando segni d'insofferenza. «Per Zeus, quanto mi sta antipatico!» «Calmati, Eutimaco!» lo prega Callione. «E fammi sentire.» «Voglio raccontarvi» dice Socrate «di uno strano episodio che capitò a Cherofonte, mio

carissimo amico fin dalla giovinezza. Un giorno egli si recò a Delfi e osò porgere all'oracolo questa strana domanda: "C'è qualcuno al mondo più sapiente di Socrate?". E sapete che cosa rispose Apollo Pizio? "Non c'è nessuno al mondo più sapiente di Socrate." Immaginatevi la sorpresa quando Cherofonte mi riferì il responso: che cosa avrà mai voluto dire il Dio? Io so di non sapere né poco né molto, e dal momento che il Dio non può mentire, mi chiedo: che cosa avrà nascosto sotto l'enigma? Di ciò può essere testimone il fratello di Cherofonte, giacché lui non è più tra i vivi.» «Io vorrei sapere che c'entra tutta questa storia di Cherofonte con l'accusa di empietà!» sbotta Eutimaco. «Se c'è qualcosa che non sopporto in Socrate è proprio il suo modo di prendere le cose tanto alla lontana: solo per questo lo condannerei a morte!» «E per capire il messaggio del Dio» continua Socrate con la massima calma «mi misi in giro e andai da uno di quelli che hanno fama di essere sapienti. Il nome non ve lo dico, o ateniesi: vi basti sapere che era uno dei nostri uomini politici. Ebbene, questo brav'uomo mi parve sì che avesse l'aria del saggio, ma che poi in realtà non lo fosse per niente. Allora provai a farglielo capire e lui per questo mi prese in odio. Subito dopo mi recai da alcuni poeti: presi in mano le loro poesie, o almeno quelle che mi parevano migliori, e a loro domandai che cosa volessero dire. O cittadini''' provo vergogna nel dirvi la verità''' chi ragionava peggio, su qualunque componimento poetico, era proprio il suo autore! Dopo i politici e i poeti mi rivolsi agli artisti e indovinate che cosa scoprii? Che costoro, coscienti di esercitare bene la propria professione, pensavano di essere sapienti anche

in altre cose, magari più importanti e difficili. A quel punto capii che cosa aveva voluto dire l'oracolo: "Socrate è il più sapiente degli uomini perché è l'unico che sa di non sapere". Nel frattempo però mi ero attirato l'odio dei poeti, dei politici e degli artisti; e non a caso oggi mi vedo accusato in tribunale da Meleto che è un poeta, da Anito che è un politico e un artista, e da Licone che è un oratore.» «Ciò che hai detto, o Socrate, sono solo insinuazioni» ribatte Meleto. «Difenditi piuttosto dall'accusa di corrompere i giovani.» «$è come pensi, o Meleto, che io possa corrompere i giovani?» «Dicendo loro che il Sole è una pietra e che la Luna è fatta di terra» risponde Meleto. «Io credo che tu mi abbia scambiato con un altro: queste cose i giovani possono leggerle quando vogliono comprandosi per una dracma i libri di Anassagora di Clazomene a ogni angolo dell'agorà.» «Tu non credi negli Dei!» urla Meleto alzandosi in piedi e minacciandolo con l'indice della mano. «Tu credi solo nei dèmoni!» «Chi sarebbero questi dèmoni?» chiede Socrate senza scomporsi. «Figli malvagi degli Dei? Dunque affermi che non credo negli Dei, ma solo all'esistenza dei figli degli Dei. E come dire che credo nei figli dei cavalli ma non nei cavalli.» Una risata del pubblico copre un po' la voce di Socrate. Il filosofo attende che l'uditorio sia di nuovo attento, dopo di che si volge verso il secondo accusatore. «E tu, Anito, che chiedi la mia morte, perché non hai portato qui, innanzi ai giudici, tutti quei giovani che io avrei traviato? Per venirti incontro io stesso avrei potuto indicarteli. Oggi molti di

loro sono diventati vecchi e potrebbero testimoniare contro di me, confermando che io li ho corrotti. Eccoli lì che ci guardano: quello è Critone col figlio suo Critobulo, e poi c'è Lisania di Sfetto, col figlio Eschine, e ancora Antifonte di Cefisia, Nicostrato, Paralio, Adimanto col fratello Platone, e vedo anche Aiantadoro con suo fratello Apollodoro. Forse, o Anito, potrei rabbonirti se promettessi di andare in esilio e di non farmi più vedere in giro. Ma credimi: ubbidirei solo per farti un piacere, perché in verità sono convinto che ciò nuocerebbe molto agli ateniesi. Io invece non cesserò mai di stimolarvi, di persuadervi, di rampognarvi uno per uno, di starvi addosso tutto il giorno, dovunque voi siate, come un tafàno che punge ai fianchi una cavalla di buona razza che vuol dormire, perché è questo che mi chiede il Dio Apollo. O cittadini, la cavalla di cui sto parlando è Atene, e se voi mi condannerete a morte, non troverete tanto facilmente un altro tafàno che potrà tener sveglia la vostra coscienza. Ora basta: le ragioni che potevo dirvi le ho dette. A questo punto dovrei fare entrare gli amici, i parenti e i figli più piccoli per invocare la vostra pietà, come è abitudine di molti. Anch'io ho famiglia: ho tre figli, eppure non ve li mostro perché è in gioco la mia e la vostra reputazione. Il giudice non deve graziare chi lo commuove, ma deve solo badare alle Leggi.» Cade l'ultima goccia d'acqua dalla clessidra. Socrate ha terminato il suo discorso e arretra per andarsi a sedere su uno sgabello di legno posto alle sue spalle. Gli amici più cari, con un timido applauso, cercano di trascinare il consenso del pubblico, ma il tentativo cade nel disinteresse generale. Iniziano le votazioni.

«Non ho nessun dubbio: è colpevole!» sentenzia Eutimaco alzandosi in piedi. «E anche se non lo fosse, lo condannerei ugualmente. I suoi discorsi, il suo continuo mettere in forse le convinzioni altrui, non sono utili alla pòlis. Socrate diffonde insicurezza: è un disfattista. Prima muore e meglio è per tutti!» «Al tuo posto io non sarei così sicuro» ribatte Callione con foga, «una città che si rispetti deve sempre avere qualcuno che la sorvegli e Socrate è l'unico in grado di farlo: è imparziale, non è un politico e soprattutto è povero. Anche se fosse colpevole, non ha certo agito per favorire se stesso.» «E tu, Callione, pensi che la povertà sia un buon esempio da dare ai giovani? Vuoi che i nostri figli crescano come lui? Su e giù per l'agorà a chiedersi continuamente l'un l'altro: "Che cosa è il bene? Che cosa è il male? Che cosa è giusto? Che cosa è ingiusto?".» Eutimaco, senza attendere la risposta, si alza di scatto e, con in mano lo psêphos, il sassolino nero per la condanna a morte, si avvia verso le urne. Mentre passa tra gli scanni, cerca d'influenzare anche gli altri giudici. «Basta con Socrate! Togliamocelo di torno una volta per tutte! Lui sostiene di essere un tafàno che punzecchia Atene. Ebbene, lo prendo in parola: ma quale cavallo non cerca di liberarsi dei suoi tafàni, quale cavallo non lo schiaccerebbe se solo avesse le mani!» Callione è ancora incerto: interroga i vicini per capire quale è l'opinione della maggioranza. Sembra che la giuria si sia divisa in due partiti pressoché uguali: quelli che odiano Socrate e

quelli che sostengono che sia il migliore uomo della Terra. Ognuno, mentre fa la fila davanti alle urne, difende la propria tesi. Nel frattempo quelli che hanno già votato si sistemano alla meglio sugli scanni per fare uno spuntino. Aprono il cesto delle vivande e ne estraggono sardine, olive e gallette di maza. (32) Antifonte, dopo aver chiesto il permesso al capo degli Undici, (33) va da Socrate e gli porge un vassoio con fichi e noci. I processi ad Atene duravano l'intera giornata e ai giudici era proibito allontanarsi dal tribunale. Al tramonto, in un modo o in un altro, dovevano emettere un verdetto: non esisteva la figura dell'imputato in attesa di giudizio. Ma ecco che finalmente le urne vengono scrutinate. «Cittadini di Atene» proclama con solennità il cancelliere, «questa è la sentenza emessa dagli Eliasti: voti bianchi 220, voti neri 280. Socrate, figlio di Sofronisco, è condannato a morte!» Un «oh» di sgomento si leva dal popolo assiepato dietro le transenne. Critone si nasconde il viso tra le mani. Il cancelliere, dopo una breve pausa, riprende la parola. «E ora, secondo la legge di Atene, chiediamo al condannato di proporre lui stesso una pena alternativa.» Socrate si alza di nuovo, si guarda intorno e allarga le braccia in segno di sconforto. «Una pena alternativa? E cosa mai ho fatto per meritarmi una pena? Per tutta la vita ho trascurato gli interessi personali, la famiglia e la casa. Non ho mai aspirato a comandi militari né a pubblici onori. Non mi sono immischiato in congiure o in altre sedizioni. Quali pene spettano a chi ha fatto queste cose? Non vorrei sbagliarmi, ma credo di aver diritto solo a un

premio, quello di essere ospitato nel Pritaneo (34) a spese dello stato.» Un coro di proteste copre le ultime parole. L'assurda richiesta del filosofo, per molti giudici, suona come una presa in giro o una vera e propria provocazione. Socrate stesso si rende conto di avere esagerato. Riprende a parlare e cerca di rabbonire l'uditorio: «D'accordo, d'accordo, miei cari concittadini: mi accorgo di essere stato frainteso. Qualcuno ha scambiato il mio senso di giustizia per un atto d'arroganza. Ma ditemi francamente: che cosa avrei mai potuto proporre come pena? Il carcere? L'esilio? Una multa in denaro? E quale multa potrei pagare io che non ho mai insegnato per denaro? Al massimo sarei in grado di offrire una mina d'argento.» La protesta si fa più rabbiosa. Una mina d'argento è poco più di niente come alternativa a una sentenza di morte. Sembra quasi che Socrate stia facendo di tutto per essere condannato. «E va bene» sospira Socrate, indicando Critone e gli altri discepoli, «qui ci sono i miei amici che insistono perché io mi multi per trenta mine. Loro stessi, a quanto pare, se ne fanno garanti.» Inizia così la seconda votazione: condanna a morte o multa per trenta mine. Purtroppo la prima «pena» proposta dal filosofo (quella di essere ospitato nel Pritaneo a spese dello stato) ha talmente irritato i giudici, che molti di quelli che in un primo momento si erano schierati dalla sua parte, adesso gli si sono messi contro. Questa volta i sassolini nell'urna nera sono molto più numerosi: 360 contro 140. «Cittadini ateniesi» conclude Socrate, «temo che vi siate presi una grande responsabilità nei

confronti della pòlis. Ero vecchio: bastava aspettare e la morte sarebbe venuta da sé, in modo naturale. Così facendo non avete nemmeno la sicurezza di avermi punito. Sapete forse che cos'è il morire? Di sicuro è una di queste due cose: o è uno sprofondare nel nulla, o è trasmigrare altrove. Nella prima ipotesi, credetemi, la morte potrebbe essere un gran vantaggio: mai più dolori, mai più sofferenze; nel secondo caso, invece, avrei la fortuna d'incontrare tanti personaggi eccezionali. Quanto pagherebbe ciascuno di voi per parlare a tu per tu con Orfeo, con Museo, con Omero o con Esiodo? Oppure con Palamede e con Aiace Telamonio che morirono entrambi per essere stati trattati in modo ingiusto. (35) Ma ecco che è giunta l'ora di andare: io a morire e voi a vivere. Chi di noi abbia avuto il destino migliore è oscuro a tutti fuorché agli Dei.» Perché Socrate fu condannato a morte? A 2400 anni di distanza c'è ancora chi se lo chiede. Gli uomini, per vivere, hanno bisogno di certezze, e quando queste non ci sono, c'è sempre qualcuno che se le inventa per il bene comune. Ideologi, profeti, astrologi, chi in buona fede, chi solo per interesse, sfornano di continuo verità con cui lenire le angosce della società. Se poi arriva un uomo a sostenere che non c'è nessuno che sa veramente qualcosa, ecco che quest'uomo diventa improvvisamente il nemico pubblico numero uno dei politici e dei sacerdoti. Quest'uomo deve morire! Platone ha dedicato al processo e alla morte di Socrate ben quattro dialoghi: - l'Eutifrone, dove vediamo il filosofo, ancora

libero, recarsi in tribunale per conoscere le accuse che gli sono state mosse da Meleto; - l'Apologia, con la descrizione del processo; - il Critone, con la visita in carcere del suo amico più caro; - il Fedone, con gli ultimi istanti di vita e il discorso sull'immortalità dell'anima. Sono opere che gli editori continuamente ripubblicano, anche riunendole in un unico volume, (36) e noi ne consigliamo la lettura a tutti quelli che volessero conoscere più a fondo il carattere e le idee del grande filosofo. Socrate non venne giustiziato subito dopo il processo. Proprio in quei giorni, infatti, era partita l'ambasceria per Delo e la tradizione voleva che durante il viaggio della Nave Sacra fossero proibite le esecuzioni capitali. (37) Dopo una ventina di giorni lo troviamo ancora in carcere con il suo compaesano e coetaneo Critone. $è l'alba: Socrate sta dormendo ancora e Critone gli si siede accanto in silenzio. A un certo punto il filosofo si ridesta di colpo, vede l'amico e gli chiede: «Che fai qui, o Critone, a quest'ora? Non è troppo presto per i visitatori?» «Sì, è presto: è appena l'alba.» «E come hai fatto a entrare?» «Ho dato una mancia al messo degli Undici.» «E sei qui da molto?» «Da molto.» «E perché non mi hai svegliato subito?» «Perché dormivi così tranquillo che mi sembrava un peccato svegliarti» risponde Critone. «Io mi chiedo come tu possa trovare tanta serenità in questa sventura!» «Sarebbe strano il contrario, o Critone»

risponde Socrate sorridendo, «pensa come sarei ridotto se alla mia età mi rammaricassi di dover morire.» Critone, nel dialogo che porta il suo nome, si comporta un po' come il dottor Watson con Sherlock Holmes: il maestro parla e lui lo interrompe solo per dire «Dici giusto, o Socrate» oppure «$è proprio così, o Socrate». In compenso il filosofo ha molto più tatto del suo collega inglese: non umilia mai l'amico con un impietoso «Elementare, Critone!». Alla fine ci si rende conto che il dialogo altro non è che un monologo di Socrate. «Perché sei venuto così presto, mio buon Critone?» «Sono qui, o Socrate, per recarti una notizia dolorosa» risponde Critone con tono disperato. «Alcuni amici mi hanno riferito che la Nave di Delo ha appena doppiato il capo Sunio. Oggi, o al massimo domani, dovrebbe arrivare ad Atene.» «E che c'è di strano? Prima o poi doveva arrivare» replica Socrate, «vuol dire che così è piaciuto agli Dei.» «Non parlare in questo modo e lasciati persuadere a mettere in salvo la vita. Ho già preso accordi con i carcerieri: non è neanche molto il denaro che mi chiedono per farti fuggire. E comunque si sono offerti di finanziare la tua fuga anche Simmia di Tebe, Cebete e moltissimi altri. Fa' che un domani nessuno possa dire: "Critone, per non spendere il suo denaro, non aiutò Socrate a fuggire".» «Sono pronto a prendere la fuga: prima però vorrei che decidessimo insieme se sia giusto che io tenti di uscire dal carcere contro il volere degli

ateniesi. Giacché se è giusto lo faremo, e se è ingiusto ci asterremo dal farlo.» «Dici bene, o Socrate.» «Non credi tu, o Critone, che nella vita per nessuna ragione si deve commettere ingiustizia?» «Per nessuna ragione.» «Neanche se prima ci è stata fatta ingiustizia?» «Neanche in questo caso.» «E supponiamo che proprio nel momento in cui io sto per svignarmela ci venissero incontro le Leggi e ci domandassero: "Dicci, o Socrate, che cosa hai in mente di fare? Non mediti forse di distruggere noi, che siamo le Leggi, e con noi tutta la città?". In tal caso, che cosa potremmo rispondere noi a queste e ad altre simili parole? Risponderemmo forse che prima della fuga ci fu inflitta un'ingiusta condanna?» «Certo: questo risponderemmo.» «E se le Leggi mi dicessero: "Sappi, o Socrate, che bisogna ubbidire a tutte le sentenze, giuste o ingiuste che siano, giacché l'intera esistenza dell'uomo è regolata dalle Leggi. Non fummo forse noi a darti la vita? E non è stato grazie a noi che tuo padre ha preso in moglie tua madre e ti ha generato? E non fummo sempre noi a insegnarti a rispettare la patria e a non indietreggiare davanti al nemico?". Se queste fossero le domande, che cosa potremmo rispondere: che dicono il vero o che dicono il falso?» «Che dicono il vero.» «E ciononostante tu vorresti che io, dopo essermi travestito buffonescamente con una palandrana, magari con abiti da donna, scappassi da Atene, per andare in Tessaglia, lì dove gli uomini sono soliti vivere nel disordine e nella dissolutezza, e tutto questo per prolungare

di qualche annetto una vita che ormai volge alla fine. E quali ragionamenti potrei ancora fare sulla virtù e sulla giustizia dopo aver infranto le Leggi?» «Nessuno, in verità.» «Come vedi, mio buon amico, non mi è proprio possibile fuggire; se però tu sei convinto di potermi ancora persuadere, parla: ti ascolterò con la massima attenzione.» «Oh, mio Socrate, io non ho nulla da dire!» «E allora rassegnati, o Critone, ché questo è il sentiero per il quale ci conducono gli Dei.» Il giorno dopo è quello dell'esecuzione. Gli amici si danno appuntamento davanti alla porta del carcere e attendono con impazienza che il capo degli Undici li faccia entrare. Ci sono quasi tutti, c'è il fedele Apollodoro, l'onnipresente Critone con il figlio Critobulo, il giovane Fedone, Antistene il cinico, Ermogene il povero, (38) Epigene, Menesseno, Ctesippo ed Eschine, il figlio del salsicciaio. Qualcuno è venuto da lontano come i tebani Simmia e Cebete, o come Terpsione ed Euclide che sono di Megara. Tra i discepoli più noti mancano Aristippo, Cleombroto e soprattutto Platone che, a quanto pare, proprio quel giorno aveva la febbre. Quando i discepoli entrano nella cella trovano il maestro in compagnia di Santippe e del figlio più piccolo. Alla vista dei nuovi venuti la donna si mette a urlare disperatamente. «O Socrate, questa è l'ultima volta che gli amici parleranno a te e tu a loro!» Al che il filosofo si rivolge a Critone e gli dice: «Qualcuno per cortesia la riporti a casa.» «Ma tu muori innocente!» protesta Santippe mentre la trascinano fuori dalla cella.

«E che volevi» risponde Socrate, «che morissi colpevole?» Nel frattempo uno dei carcerieri ha provveduto a staccare la catena dalla caviglia del prigioniero. «Che strana cosa sono il piacere e il dolore» dice Socrate massaggiandosi la caviglia indolenzita, «sembra che ognuno di loro segua sempre il suo contrario e che tutti e due non vogliano mai trovarsi insieme nella stessa persona. Mentre prima, sotto il peso della catena, nella mia gamba c'era solo il dolore, ecco che già sento, dietro di lui, sopraggiungere il piacere. Se Esopo avesse riflettuto su questo rapporto dolore-piacere, di sicuro ne avrebbe fatto una bellissima favola.» Quindi la conversazione si sposta sul tema della morte e dell'aldilà. Socrate in proposito accenna a un qualcosa che potrebbe somigliare all'Inferno e al Paradiso. «Io ritengo che ai morti sia riservato un futuro» dice testualmente il maestro «e che questo futuro sia migliore per i buoni che non per i cattivi.» Inizia così la discussione sull'immortalità dell'anima. Il tebano Simmia, paragonando il corpo a uno strumento musicale e l'anima all'armonia che nasce da tale strumento, sostiene che una volta rotta la lira (ovvero il corpo) muore con essa anche l'armonia (e cioè l'anima). Cebete non è d'accordo e avanza l'ipotesi della reincarnazione. «L'anima è come un uomo che nella vita abbia consumato molti mantelli. Tutti i mantelli, ovvero tutte le reincarnazioni, saranno meno longevi del loro proprietario, a eccezione dell'ultimo che

vivrà più a lungo di lui.» In altre parole, secondo Cebete, quando uno muore, potrebbe avere la disgrazia di essere arrivato all'ultimo turno, e di concludere in questo modo la sua vita. Socrate è di parere contrario e sostiene la tesi dell'immortalità dell'anima. Tutti s'infervorano a tal punto che Critone è costretto a intervenire per rimproverare il maestro. «Il carceriere, o Socrate, ti raccomanda di parlare il meno possibile. Egli afferma che se ti accalori troppo il veleno non avrà molto effetto sul tuo corpo e lui sarà costretto a farti bere il farmaco due e forse anche tre volte.» «E tu digli di prepararne due o tre porzioni, però adesso, per cortesia, ci lasci parlare.» Dopo di che si rivolge ai discepoli e ricomincia a discutere dell'anima. «Solo i malvagi possono augurarsi che dopo la morte ci sia il nulla, ed è logico che così la pensino, perché è nel loro interesse. Io invece sono sicuro che essi vagheranno angosciati nel Tartaro e che solo chi ha trascorso la vita in onestà e temperanza sarà ammesso a vedere la Vera Terra.» «Cosa vuoi dire, o Socrate, con l'espressione "Vera Terra"?» chiede Simmia alquanto perplesso. «Sono persuaso» risponde Socrate «che la Terra è sferica. Essa non ha bisogno di un appoggio per restare dov'è, perché trovandosi al centro dell'Universo, non saprebbe dove cadere. Inoltre sono convinto che è molto più vasta di quanto non sembri e che noi, conoscendone solo quella parte che va dal Fasi alle colonne d'Ercole, (39) siamo come formiche o ranocchi che vivono intorno a un piccolo stagno. Gli uomini sono convinti di abitare la sommità della

Terra e invece si trovano in una sua cavità, allo stesso modo di chi, vivendo in fondo a un abisso marino, scambiasse la superficie del mare per la volta del cielo. Si dice che la Vera Terra abbia l'aspetto di una palla di cuoio a dodici pezzi (40) e che sia iridescente e intarsiata di diversi colori. In alcune parti di essa ha lo splendore dell'oro e in altre è più bianca della neve, in altre ancora è argentea o porporina. Le stesse sue cavità, viste dall'esterno, essendo piene di acqua o di aria, rifulgono in una iridescente varietà di colori. Così pure gli alberi, i frutti, i fiori, i sassi e le montagne della Vera Terra sono così levigati e trasparenti che al loro confronto diventano opache quelle piccole pietre che quaggiù hanno tanto valore. In quel luogo, uomini beati abitano le rive dell'aria così come noi quaggiù viviamo sulle rive del mare.» «Chi dice queste cose?» chiede sensatamente Simmia. Socrate ignora l'interruzione e prosegue: «Per contro, nella profondità della Terra c'è quella grande voragine che Omero e molti altri poeti hanno chiamato Tartaro. Qui confluiscono tutti i fiumi e di qui tutti i fiumi defluiscono di nuovo. Di questi, quattro sono da ricordare: il fiume Oceano che scorre intorno alla Terra, l'Acheronte che gira in senso contrario e termina in una palude chiamata Acherusiade, il Piriflegetonte che, essendo di fuoco, appena trova un varco erompe dalla Terra sotto forma di lava, e infine il quarto fiume, il Cocito che, girando a spirale, sprofonda fra le viscere della Terra e si getta anche lui nel Tartaro. Qui, nella palude Acherusiade, vengono portate le anime di coloro che si sono macchiati di gravi colpe. Alcune di esse, avendo agito in un momento di collera, dopo un periodo più o meno lungo

potranno risalire in superficie; altre, invece, per la gravità dei loro crimini sono condannate in eterno. Questa dunque è la sorte che tocca alle anime dei viventi: i tristi nel Tartaro e i puri sulla Vera Terra. Ecco perché è giovevole nella vita acquistare virtù e saggezza con la filosofia; giacché bello è il premio e grande la speranza!» «Credi davvero nelle cose che hai detto, o Socrate?» torna alla carica Simmia. «Crederci forse non si addice a un uomo assennato, ma in compenso procura un grande benessere interiore'''» Proprio in quel momento uno schiavo appare sulla soglia: ha tra le mani un recipiente di marmo con la cicuta da pestare. «Ecco che il destino mi chiama» dice Socrate alzandosi in piedi. «Hai qualche ordine da darci?» mormora Critone, cercando di non far trapelare la disperazione. «In che modo vuoi essere seppellito?» «Come più vi piace, sempre che riusciate a pigliarmi e non vi sgusci tra le mani» risponde ridendo Socrate. «Ma insomma, mio buon Critone, come posso convincerti che Socrate sono solo io, quello che adesso sta conversando con te, e non quell'altro che tra poco vedrai cadavere su questo lettino?» Il tempo stringe. Vengono fatti entrare per gli ultimi saluti Santippe, Mirto e i tre bambini. Socrate li abbraccia affettuosamente e poi li invita a uscire. Apollodoro non riesce più a trattenere le lacrime. Entra di nuovo il messo degli Undici. «O Socrate» dice il carceriere, «io certo non dovrò lagnarmi di te, come è accaduto con altri che, prima di morire, hanno inveito contro Atene e mi hanno stramaledetto. Durante la tua

reclusione ho avuto modo di conoscerti e posso ben dire che sei la persona più buona e più mite fra quante siano mai capitate in questo luogo.» Appena pronunziate queste parole, il messo degli Undici scoppia in lacrime ed esce dalla cella. Socrate è un po' imbarazzato: non sa più che dire, poi, per dissolvere il clima di commozione venutosi a creare, si rivolge a Critone e lo invita a far entrare lo schiavo con la cicuta. «Perché tutta questa fretta, mio caro amico: il sole non è ancora tramontato» protesta Critone. «Io so di condannati che hanno atteso l'ultimo raggio per bere il farmaco e di altri che si sono decisi all'estremo passo solo dopo aver mangiato a sazietà e aver fatto l'amore con una donna scelta per l'occasione.» «$è naturale che ci si comporti così, quando si ritiene vantaggioso ritardare il momento della morte» ribatte Socrate «ma è naturale che io faccia esattamente il contrario, giacché, manifestando un eccessivo attaccamento alla vita, diventerei patetico e smentirei in un solo attimo tutto quello che ho sempre predicato.» Entra l'uomo con la tazza del veleno. «Brav'uomo» gli si rivolge Socrate, «tu che di queste cose te ne intendi, che cosa si deve fare in simili circostanze?» «Niente altro che bere e camminare su e giù per la stanza» risponde lo schiavo. «Poi, quando comincerai a sentirti vacillare sulle gambe, sdraiati sul lettino e vedrai che il farmaco farà tutto da sé.» «Pensi che con una bevanda simile si possa brindare a qualche Dio?» chiede Socrate. «Noi di queste cose non ci occupiamo: ci

limitiamo a pestarne quel tanto che basta.» Così dicendo lo schiavo porge il veleno a Socrate il quale, senza tremito alcuno, lo tracanna tutto d'un fiato. Un gesto improvviso, definitivo, che sconvolge tutti i presenti, anche quelli che fino allora erano riusciti a trattenere le lacrime. Critone è disperato, si alza ed esce dalla cella. Apollodoro, che già da prima aveva le guance rigate di pianto, si mette a singhiozzare disperatamente. Fedone piange con il viso nascosto tra le mani. Il povero Socrate non sa che fare: passa dall'uno all'altro, cercando di dare un po' di conforto a ognuno: rincorre Critone e lo riporta nella cella, accarezza i capelli di Apollodoro, abbraccia Fedone e asciuga le lacrime a Eschine. «Ma come? Che vi piglia?» protesta Socrate, tra un gesto consolatorio e l'altro. «Ho fatto uscire Santippe proprio per evitare simili scene incresciose: non mi sarei mai immaginato che vi sareste comportati peggio. Siate forti e sereni, o amici, come si addice ai filosofi e agli uomini giusti.» A queste parole i discepoli si vergognano un po' di essersi lasciati andare e Socrate ne approfitta per passeggiare avanti e indietro nella cella, come gli era stato suggerito dallo schiavo. Dopo qualche minuto, sentendo le gambe sempre più pesanti, si sdraia sul lettino e attende con calma la fine. Lo schiavo gli preme con forza una gamba e gli chiede se avverte la pressione della mano. Socrate risponde di no: il veleno sta facendo il suo dovere. Ormai anche il ventre ha perduto ogni sensibilità. «Ricordati, o Critone, che siamo debitori di un gallo ad Asclepio» sussurra Socrate, «restituisciglielo per mio conto, non te ne dimenticare.»

«Sarà fatto» lo rassicura Critone. «Non vuoi nient'altro? Hai ancora qualcosa da dirmi?» Ma Socrate non risponde più. Qualche giorno dopo gli ateniesi si pentono di aver condannato Socrate: chiudono per lutto i ginnasi, i teatri e le palestre, mandano in esilio Anito e Licone e condannano a morte Meleto. La vita di Socrate fa tutt'uno col suo pensiero. Lui, in pratica, non ha fatto altro che cercare la verità in ogni persona con la quale è riuscito a mettersi in contatto: ha braccato gli uomini come un cane da caccia, li ha bloccati agli angoli delle strade, li ha tempestati di domande e li ha costretti a guardarsi dentro, nel profondo dell'animo. Con tutto il rispetto per la statura morale del filosofo, sono convinto che molti ad Atene devono averlo evitato come la peste. Non appena la sua figura tracagnotta appariva sotto la Porta Sacra doveva esserci un fuggi fuggi generale, al grido di: «Oilloco, oilloco, fuitavenne!». (41) Platone nel Lachete racconta che «chiunque veniva avvicinato da Socrate e si metteva a parlare con lui, qualunque fosse l'argomento della conversazione, non poteva più andar via senza aver prima reso conto di sé» (42) e Diogene Laerzio aggiunge che molte volte «i suoi interlocutori, per potersene liberare, lo prendevano a pugni e gli strappavano i capelli». (43) Con ogni probabilità, da giovane avrà cominciato anche lui a studiare la natura e le stelle, così come erano soliti fare tutti quelli che si occupavano di filosofia, poi un bel giorno si accorse che della fisica non gliene importava nulla e allora concentrò tutta la sua attenzione sul problema della conoscenza e sull'etica. A chi

gli proponeva un bel viaggio a scopo d'istruzione, o magari anche una scampagnata, rispondeva sorridendo: «Ma cosa vuoi che mi possano insegnare gli alberi e la campagna, quando qui in città ho a disposizione tutti gli uomini che voglio e tutti così istruttivi?». (44) Per sintetizzare al massimo il pensiero di Socrate, vi proponiamo qui di seguito tre argomenti socratici: la maieutica, l'universale e il dèmone. La maieutica. Quando Socrate dice «so di non sapere», non nega l'esistenza della verità (come avevano fatto i sofisti) ma ne incita la ricerca. $è come se dicesse: «Guagliù, la verità esiste, anche se io non la conosco; però, siccome non posso credere che uno che l'ha conosciuta non ne tenga conto, penso che sia indispensabile raggiungere la "conoscenza". Solo così, infatti, potremo sapere con sicurezza da che parte sta il Bene». Cerchiamo adesso di descrivere la mente umana come deve essersela immaginata Socrate: al centro un enorme cumulo di erbaccia e sotto di esso, ben nascosta, la verità, ovvero la giusta valutazione dei comportamenti, il «senso delle cose». Che fare, si chiede Socrate, per giungere alla conoscenza? Innanzitutto liberarsi dell'erbaccia e poi tirar fuori la verità. Per la prima fase, che potremmo chiamare «operazione piazza pulita» o pars destruens per gli amanti del latino, Socrate si serve dell'ironia. La parola viene dal greco e vuol dire «interrogare dissimulando» (da eìromai, interrogare, e eironeùomai, dissimulare). Nessuno più di lui è maestro in questa arte. Manifestando la più assoluta ignoranza e

sprovvedutezza, finge sempre di voler imparare dal suo interlocutore: gli chiede continue precisazioni e alla fine lo mette di fronte alle sue stesse contraddizioni. L'erbaccia infatti, di cui parlavamo prima, è l'insieme dei pregiudizi, dei falsi ideali e delle superstizioni che occupano la nostra mente. Una volta liberato il campo da queste scorie, bisogna tirar fuori la vera conoscenza ed è qui che interviene la maieutica, ovvero «l'arte del far partorire le menti». Socrate nel Teeteto, ricordandosi della madre, ce ne dà una descrizione: «Il mio lavoro di ostetrico rassomiglia in tutto a quello delle levatrici, solo che loro operano sulle donne e io sugli uomini, loro sui corpi e io sulle anime». (45) Socrate non si presenta come depositario di una «sua verità», al massimo aiuta gli altri a cercarla in se stessi, «giacché» egli dice «sono sterile di sapienza, ed è per questo che il Dio (Apollo) mi costrinse a fare da ostetrico, pur vietandomi di generare». $è chiaro che, per esercitare la maieutica, Socrate ha bisogno del dialogo, ovvero d'improvvisare il suo discorso a seconda degli stimoli che gli offre l'interlocutore. Nessuno scritto, egli dice, potrebbe avere un'eguale efficacia, anche perché «non sapendo nulla, cosa mai avrei potuto scrivere?». Socrate, del resto, diffidava profondamente della scrittura, come risulta dalla favola che Platone gli fa raccontare nel Fedro. (46) «C'era una volta un Dio egiziano che si chiamava Theuth. Egli fu l'inventore dei numeri, della geometria, dell'astronomia, del gioco dei dadi e della scrittura. Un giorno Theuth andò da Thamus, il re dell'Alto Egitto, e gli presentò tutte le sue invenzioni. Quando giunsero all'alfabeto,

Theuth disse: "Questa scienza sarà una medicina miracolosa per la sapienza e per la memoria dei tuoi sudditi". E il re rispose: "O ingegnoso Theuth, il tuo alfabeto produrrà proprio il contrario di ciò che vai dicendo. Gli egiziani, infatti, fidandosi della sapienza scritta, non eserciteranno più la memoria e richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, come dovrebbero, ma dal di fuori, attraverso segni estranei".» Fedro, quando si accorge che Socrate si è inventato la favola di sana pianta, protesta vivacemente e il filosofo gli risponde: «A voi giovani l'unica cosa che importa sapere è se ho raccontato un aneddoto vero o falso e sottovalutate il fatto che contenga la verità che cerchiamo». Dopo di che aggiunge: «La scrittura è simile alla pittura: come le figure dipinte non parlano quando le interroghi, così le parole scritte non sanno rispondere che sempre nello stesso modo, quello scelto dall'autore quando ha scritto il libro». Ho sempre avuto il sospetto che Socrate, come Gesù del resto, non sapesse né leggere né scrivere. Il fatto che Diogene Laerzio dica che abbia scritto una favola esopica non significa proprio niente: potrebbe averla dettata a uno scriba. A chi obietta che un uomo intelligente come Socrate non poteva non aver imparato a scrivere, rispondo che anche oggi ci sono milioni di persone intelligentissime che non hanno ancora imparato a usare il computer, benché sia sufficiente una settimana per impratichirsi nella videoscrittura. La verità è che a quei tempi erano pochissimi a saper leggere e scrivere: Plutarco (47) racconta di un ateniese che, essendo analfabeta, per incidere il nome di Aristide sugli

òstraka, si rivolse proprio a lui. Alla domanda di Aristide: se conoscesse l'uomo che voleva mandare in esilio, il cittadino rispose che non lo conosceva, ma che non ne poteva più di sentir dire da tutti che era un uomo giusto; al che Aristide scrisse il proprio nome nelle liste e non disse più nulla. L'universale. Nei dialoghi platonici Socrate è solito chiedere ai suoi interlocutori la definizione di un valore morale, e regolarmente costoro rispondono citando un esempio particolare. Al che Socrate si mostra insoddisfatto e insiste per ottenere una definizione «più universale». (48) Socrate - Sapresti dirmi, o Menone, che cosa è la Virtù? Menone - E che ci vuole a dirlo! La Virtù dell'uomo sta nell'essere capace di svolgere bene un'attività politica, nell'aiutare gli amici e nel danneggiare i nemici. La Virtù della donna consiste invece nel sapere amministrare la casa e nell'essere fedele al marito. Poi c'è la Virtù del fanciullo, quella del vecchio, quella''' Socrate - Ma tu guarda che fortuna questa mattina! Cercavo una Virtù sola e ne ho trovato uno sciame''' A proposito di sciame, o Menone, secondo te esistono molti tipi di api? Menone - Molti certamente e ogni tipo differisce dall'altro per grandezza, bellezza e colore. Socrate - E tra tutte queste diversità, c'è qualcosa che ci fa dire: «Oh, ecco, è un'ape!»? Menone - Sì, il fatto che, in quanto ape, non è molto diversa dalle altre api. (49) Socrate - Quindi sei capace di riconoscere un'ape a prescindere dal tipo a cui appartiene. E se ti chiedessi che cosa è la Bontà?

Menone - Ti risponderei che vuol dire aiutare il prossimo e dare del denaro a un amico che non ne possiede. Socrate - Mentre se aiuti uno che non ti è amico, non è un atto di Bontà. Menone - Nossignore, anche se aiuto uno che non è amico, è una buona azione. Socrate - E se nel dare il denaro a un amico, tu sapessi che lui se ne servirà per commettere una cattiva azione, sarebbe ancora una buona azione la tua? Menone - No, in questo caso no di certo. Socrate - Allora ricapitoliamo: dare del denaro a un amico potrebbe essere e non essere una buona azione, mentre potrebbe essere una buona azione dare del denaro a uno che non è amico. A questo punto Menone va in tilt e Socrate, il bulldozer, continua imperterrito a dimostrargli che tutte le buone azioni possibili e immaginabili hanno un qualcosa in comune e che solo questo qualcosa in comune, questa «essenza», è la Bontà. Si arriva così al concetto di universale che prelude al mondo delle idee di Platone. Resta il dubbio che tutto questo Socrate non l'abbia mai detto, e che sia Platone a servirsi di lui per introdurre la più nota delle sue teorie. Il dèmone. «Un giorno accadde un fatto molto strano: eravamo un gruppo di amici e stavamo ritornando ad Atene dopo essere stati a pranzo a casa di Andocide. Con noi c'erano Socrate, il flautista Carillo, l'indovino Eutifrone, Cebete e alcuni giovani ateniesi. L'umore della brigata era allegro, come spesso accade quando si è appena smesso di bere: i più giovani cantavano in coro e Socrate prendeva in giro

Eutifrone per le sue arti divinatorie. Quand'ecco che all'improvviso vediamo il nostro maestro fermarsi, restare per un attimo assorto e poi cambiare strada: invece d'imboccare via degli Ermoglifi, come avrebbe dovuto fare per raggiungere l'agorà, girò per via dei Cassai. A chi gli chiese il perché di questa decisione, lui rispose che così gli era stato consigliato dal dèmone. I giovani risero a questa battuta e continuarono a scendere per via degli Ermoglifi, insieme al flautista Carillo, mentre noi anziani, anche per non lasciarlo solo, seguimmo Socrate per via dei Cassai. Quelli che presero la strada più breve, dopo un centinaio di metri, proprio all'altezza del tribunale, s'imbatterono in un branco di scrofe che proveniva in senso contrario. Il branco era così numeroso e così compatto, che molti di loro furono costretti a tornare sui loro passi. Il flautista Carillo, che invece volle attraversarlo, giunse all'agorà con le gambe e gli abiti tutti lordati di fango.» Questa storia si trova in uno scritto di Plutarco intitolato per l'appunto:: Il dèmone di Socrate. (50) Il personaggio che racconta è l'indovino Teocrito. «Qual era secondo voi la vera natura del dèmone di Socrate?» chiede Teocrito alla fine del racconto. «Anch'io ho sentito parlare di un dèmone, a proposito di Socrate» risponde uno dei presenti. «Un megarese mi ha riferito che si trattava di un semplice starnuto: a seconda che Socrate sentiva uno starnuto provenire da destra o da sinistra, da dietro o davanti, prendeva l'una o l'altra decisione. Per quanto riguarda invece i propri starnuti, tutto dipendeva da quando gli veniva la voglia, se in movimento o da fermo: nel primo caso si bloccava e nel secondo

proseguiva in ciò che stava per fare. Questo è quanto mi hanno raccontato anche se, in verità, non credo affatto che un uomo come Socrate possa essersi fatto guidare da simili sciocchezze.» A parte le dicerie di Plutarco, lo stesso Socrate, durante il processo, dichiara di possedere un dèmone che lo consigliava nei momenti difficili. «''' è come una voce che ho dentro di me fin da fanciullo; la quale, ogni volta che si fa sentire, è sempre per dissuadermi dal fare qualcosa, mai per farmi agire. In particolare, essa mi sconsiglia di occuparmi di politica.» (51) Le interpretazioni del dèmone sono innumerevoli: si va dallo spirito guida, all'angelo custode, alla coscienza critica, al sesto senso, all'intuizione e via dicendo. La mia opinione è che si tratti di un jolly, che Socrate si era voluto riservare per non essere costretto, ogni volta, a motivare le sue decisioni. (da: Storia della filosofia greca, Ii) Ii Il Simposio Il tema dell'Amore fu l'argomento principale di una celebre cena, tenutasi ad Atene 2407 anni fa (anno più, anno meno) in casa del poeta tragico Agatone. Oltre al padrone di casa erano presenti i seguenti signori: Fedro, Eurissimaco, Pausania, Aristofane, Socrate e Aristodemo (quest'ultimo, in verità, non invitato). Sul tardi arrivò anche Alcibiade con il suo seguito. Tutto quello che venne detto in tale occasione fu trascritto fedelmente, parola per parola, da Platone nel più bello dei suoi dialoghi: il Simposio.

«Simposio», detto alla buona, vuol dire banchetto. Quello greco, in particolare, aveva regole molto rigide: prima ci si lavava le mani, poi gli schiavi portavano il cibo, quindi ci si lavava di nuovo le mani e infine si ascoltava una flautista suonare. Il clou del simposio, però, stava tutto nel finale, e per la precisione nel momento in cui si cominciava a bere e a parlare: i commensali si mettevano in testa una coroncina di alloro, forse in onore di Apollo, e sceglievano il tema della serata. Il vino, in genere, era molto allungato, un po' perché costava caro e un po' perché bevuto allo stato puro era considerato un veleno. La misura degli annacquamenti variava alquanto: si oscillava dalle tre parti di acqua e una di vino alle tre parti di acqua e due di vino, e si arrivava a tanto solo nel caso che ci si volesse ubriacare. Il dialogo inizia con Aristodemo e Socrate che s'incontrano per caso lungo una strada di Atene, una di quelle strade, precisa Platone, «che sembrano fatte apposta per parlare e camminare» (173 b). Aristodemo vide Socrate lavato da capo a piedi e calzato con i sandaletti, cosa che faceva alquanto di rado, e gli chiese dove andasse così in ghingheri. E Socrate gli rispose: «Vado a cena da Agatone, giacché ieri, alla sua vittoria, me ne sono scappato per paura della confusione. Gli ho promesso, però, che sarei tornato oggi per i festeggiamenti, ed ecco il motivo per il quale mi sono fatto così bello: per andare da bello in casa di un bello. Tu, piuttosto, cosa ne penseresti di venire a cena con me, seppure non invitato?» Aristodemo disse:

«Ci verrei senz'altro, sempre però che la mia presenza fosse di tuo gradimento.» E Socrate: «Allora seguimi, o Aristodemo, in modo che potremo avvalorare il proverbio che dice: "A tavola dei grandi, vanno i grandi senza invito".» (173 a) In realtà il proverbio non diceva affatto così (per la precisione, diceva che a casa degli umili vanno i grandi senza invito), ma dal momento che agathòs voleva dire anche «buono e nobile», Socrate subito ne approfittò per farci sopra un gioco di parole. Comunque, umile o grande che fosse, il giovane Aristodemo s'imbucò lo stesso, e noi, da queste poche battute, abbiamo capito che anche a quell'epoca c'era il problema degli imbucati. Venivano chiamati paràsitoi, nel senso di «coloro che mangiano con». Una volta giunti alla porta di Agatone, Socrate disse ad Aristodemo di avviarsi da solo giacché lui voleva sostare un attimino a riflettere. Dopo di che si bloccò in mezzo alla strada, in pratica come una statua di marmo, e si mise a pensare. A Socrate capitava spesso questo fatto di estraniarsi dal resto del mondo: una volta (si dice) lo avrebbe fatto per un'intera notte, non solo, ma a piedi nudi in mezzo alla neve. Quella volta del Simposio, invece, ci restò solo un paio d'ore e giunse a tavola quando gli altri erano quasi alla frutta. «O Socrate» gli disse allora Agatone, facendogli spazio sul triclinio, «distenditi accanto a me, e fa' che io pure possa avvalermi, toccandoti, della sapienza che ti è venuta incontro fuori della mia porta.»

«Sarebbe bello, o Agatone» rispose prontamente Socrate «che la sapienza fosse di tale natura che, come l'acqua, scorresse dal più pieno al più vuoto. In questo caso, però, avvicinandomi a te, sarei io a riempirmi della tua sapienza, dal momento che la mia è robetta di poco conto, mentre la tua è così grande che è stata capace di farti prevalere su tutti i poeti davanti a trentamila Elleni!» (176 d) Chiaramente Socrate lo stava sfottendo e Agatone se ne accorse subito, tant'è vero che gli rispose alquanto risentito: «Sei insolente, o Socrate, ma tra poco sarà qui Dioniso a constatare chi di noi due è più pregno di sapienza. Ora, però, tu pensa a mangiare!» (176 d) Andata via la flautista, prese la parola Eurissimaco. «Se siete tutti d'accordo» disse l'insigne medico, «io proporrei come argomento della serata l'Amore. Che ciascuno, procedendo da destra verso sinistra, faccia un bel discorso in lode del Dio, e che sia il giovane Fedro a cominciare, dal momento che lui è anche il primo da destra.» (177 d) Iniziò così la lunga carrellata degli oratori. Fedro all'epoca era poco più di un ragazzo e, con ogni probabilità, quello per lui doveva essere il primo simposio: non si sbilanciò quindi più di tanto e si mantenne sulle generali. «Amore è un Dio potente e meraviglioso per molte ragioni, non ultima la nascita: deve essere considerato infatti il più antico degli Dei, e,

ovemai ne dubitassimo, ce lo conferma Esiodo allorquando sostiene che fu lui il primo a emergere dal Caos. Ebbene, amici, così come Amore è un Dio meraviglioso, anche coloro che amano sono a loro volta meravigliosi, giacché sono tutti disposti a sacrificarsi per la persona amata. Alcesti alla fin fine fu l'unica ad accettare la morte al posto del marito, sebbene questi avesse ancora in vita entrambi i genitori. Ciò detto, io affermo che chi ama è più divino di chi è amato, dal momento che solo lui è pervaso dal Dio.» (178 a-180 b) Il secondo a parlare fu Pausania, un amico di Platone, da non confondere con l'altro Pausania, il viaggiatore, quello che scrisse la Guida della Grecia. «Ho l'impressione, o Fedro, che tu abbia parlato di Amore come se si trattasse di un unico Dio, laddove essi sono almeno due, e noi tutti vorremmo sapere quale dei due di questi Dei sia il più degno di essere onorato. Esiste infatti l'amore celeste di Afrodite Urania e quello volgare di Afrodite Pandemia. Ebbene, sapete cosa vi dico? Che l'amore volgare di Afrodite Pandemia è davvero volgare. Gli uomini che lo praticano corrono dietro alle donne, desiderano i loro corpi più delle loro anime e, intenti come sono a raggiungere uno scopo così modesto, finiscono col prediligere le persone più stupide, per l'appunto le donne. Al contrario il vero amatore, quello celeste, preferisce i maschi, ammirandone la natura forte e l'intelligenza più viva. Purtroppo da noi, in Grecia, la norma non è sempre chiara: in Elide, in Beozia e presso i Lacedemoni, è onesto amare i maschi, nella Ionia e nei paesi barbari invece, proprio perché

governati da tiranni, la pederastia è considerata una pratica vergognosa. Ad Atene, infine, non si sa bene come stiano le cose: a parole sono tutti permissivi, mentre nei fatti mettono i pedagoghi alle costole dei figli per poterli meglio controllare, vietano ai ragazzi più ambiti d'intrattenersi con gli amanti e inducono i loro coetanei a fare la spia. Ora io penso che l'amore in sé per sé non sia una cosa né bella né brutta, ma che tutto dipenda dal come viene fatto: se è fatto bene è morale, se è fatto male è vergognoso.» (180 c185 c) L'omosessualità, e in particolare la pederastia, era una pratica normale nella Grecia classica: ne fanno fede le poesie di Alcmane a Sparta e quelle di Saffo a Lesbo. Non a caso l'amore tra due persone del medesimo sesso è passato alla storia come «amore greco». Per i maschi, i primi approcci sessuali avevano luogo nelle palestre, mentre per le femmine il luogo più indicato per l'iniziazione erano le scuole di danza. L'amante veniva chiamato erastés, l'amato eròmenos, i bambini (sia maschi che femmine) paìs, e i ragazzini dai quattordici ai diciotto anni épheboi. Il lottare insieme completamente nudi offriva molte occasioni d'incontro tra gli adolescenti. Spesso le palestre esibivano nei vestiboli una statua di Eros, e non già di Ares, come sarebbe stato, invece, più lecito attendersi, dal momento che Ares era il Dio della Guerra. Dopo Pausania, avrebbe dovuto prendere la parola Aristofane, ma un singhiozzo continuo glielo impedì. Il commediografo allora chiese a Eurissimaco di sostituirlo o, in alternativa, di guarirlo all'istante con un rimedio. A me questa

faccenda del singhiozzo di Aristofane ha fatto crescere ancora di più l'ammirazione che già nutrivo per Platone scrittore! E infatti mi chiedo: quale filosofo d'oggi avrebbe mai interrotto la sua esposizione solo per raccontare il singhiozzo di un partecipante al convegno? «Farò l'uno e l'altro» rispose il medico. «Parlerò al posto tuo e nel frattempo tu tratterrai il respiro in modo da farti passare il singhiozzo. Sull'Amore ho anch'io una mia teoria che però è strettamente connessa al mio lavoro, ovvero alla medicina. Pausania sostiene che ci sono due forme di Amore, mentre io penso che ce ne sono moltissime: vedo infatti l'Amore, non soltanto negli uomini e nelle donne, ma anche negli animali, nelle piante e in tutte le altre specie viventi. Dovunque esiste una contrapposizione di valori (pieno/vuoto, caldo/freddo, amaro/dolce, secco/umido) io scorgo la necessità di una mediazione. Amore pertanto inteso come apportatore di armonia. La medicina, o amici, è uno strumento del Dio Amore e di questo bisogna essere riconoscenti al suo fondatore, al divino Asclepio. Quando l'amore volgare spinge l'uomo a indulgere ai piaceri della tavola, ecco giungere di corsa l'Amore celeste che sotto forma di medicina fissa il limite della giusta misura.» (185 d-188 d) Un potentissimo starnuto coprì l'ultima frase di Eurissimaco, e forse gli impedì di ricevere l'applauso a cui aveva diritto. Tutti, infatti, si volsero verso Aristofane, l'autore dello starnuto, e il commediografo ne approfittò per dare inizio al proprio intervento. «Non ho più il singhiozzo!» esclamò. «E trovo

stupefacente che il Dio Amore di cui parla Eurissimaco si sia servito di una cosa ridicola come uno starnuto per ripristinare l'ordine nel mio corpo!» «Il tuo difetto, o Aristofane, è quello di voler essere sempre spiritoso, a ogni costo!» replicò sconsolato il medico. «Ora, se non la smetterai, sarò costretto a montare la guardia al tuo discorso, per capire, ogni volta, quando stai parlando sul serio e quando per scherzo.» «Non dartene pensiero, o Eurissimaco, dal momento che sto per dire cose solo ridicole e non spiritose. Per capire bene la forza dell'Amore, è necessario che tu sappia quali prove ha sofferto la natura dell'uomo. In origine l'umanità comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e certi esseri strani, chiamati androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Tutti questi individui però erano doppi rispetto a noialtri: avevano quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e via dicendo; e ciascuno di essi aveva due organi genitali, tutti e due maschili negli uomini, tutti e due femminili nelle donne, e uno maschile e uno femminile negli androgini. «Camminavano a quattro gambe, ma potevano procedere in ogni direzione, come i ragni. Avevano un caratteraccio tremendo: possedevano una forza sovrumana e una sovrumana superbia, al punto da sfidare gli Dei come se fossero loro pari. Zeus, in particolare, era indignato per la loro tracotanza: non voleva ucciderli, per non perdersi i sacrifici, ma doveva pur reagire alle loro intemperanze. Pensa e ripensa, un bel giorno decise di dividerli in due, in modo che ciascuna parte avesse due gambe e un solo organo genitale; e li minacciò che se avessero perseverato nell'empietà, li avrebbe divisi ancora in due in modo da costringerli a

camminare a balzelloni su una gamba sola. Dopo l'intervento "chirurgico", malgrado Apollo avesse provveduto a cicatrizzare le ferite, gli uomini erano diventati infelici: ciascuno di essi sentiva la mancanza dell'altra metà, i semiuomini cercavano i semiuomini, le semidonne desideravano le semidonne, e la metà maschile degli androgini correva dietro, disperatamente, alla metà femminile. Insomma, per ritrovare la felicità perduta, ognuno di loro non vedeva l'ora di riunirsi con l'anima gemella. Ed è appunto questa smania che si chiama Amore.» (189 a193 c) Dopo Aristofane prese la parola Agatone. L'intervento del padrone di casa apparteneva al genere in cui la forma prevale sui contenuti. In altre parole, Agatone non disse nulla d'interessante: badò solo a impreziosire il discorso con fronzoli, iperboli e frasi a effetto, le stesse, probabilmente, con le quali aveva vinto le gare il giorno prima. Ciononostante, un lungo applauso lo premiò alla fine. Agatone si alzò in piedi per ringraziare, e subito dopo Socrate (l'unico a non aver applaudito) prese la parola. «Lo sapevo che sarei stato messo in crisi dalla bravura di Agatone!» esordì il filosofo, con una smorfia di disappunto. «Ascoltandolo mi sembrava di udire i virtuosismi di Gorgia e poco ci è mancato che non me ne scappassi via dalla vergogna. Nella mia ingenuità, infatti, pensavo che ognuno di noi dovesse limitarsi a dire il vero e non già che fosse obbligato a fare l'apologia dell'Amore, magari raccontando delle frottole. Adesso non vi aspettate da me un secondo panegirico, se non altro perché non lo saprei fare. Posso solo provare a dire la mia verità

sull'argomento.» «Che Agatone abbia parlato in modo sublime è vero» lo contestò Eurissimaco, «ma che tu, o Socrate, sia in imbarazzo, non lo credo nemmeno se me lo giuri su tutti gli Dei. Parla, ordunque, e raccontaci la tua verità!» «A istruirmi sulle cose d'Amore» continuò Socrate «fu una donna della Mantinea; si chiamava Diotima. Ella mi disse che Amore non era un Dio ma un dèmone, come dire qualcosa a metà tra un Dio e un mortale, e che non era né bello, né brutto, né sapiente, né ignorante.» «A me sembra che tu stia bestemmiando!» esclamò Agatone. «Come fai a dire che Amore non è un Dio?!» «Così disse Diotima» si scusò Socrate, come a precisare: non sono io che lo affermo. «Pare che il giorno in cui nacque Afrodite, gli Dei abbiano tenuto sull'Olimpo un grande banchetto e che fra i tanti invitati ci fosse anche Poros, il Dio dell'Espediente o, se preferite, dell'Arte di arrangiarsi. A questa festa accaddero molte cose: arrivò Penìa, la Povertà, ma non la fecero entrare perché era troppo malvestita, e lei rimase fuori della stanza del banchetto nella speranza di rimediare qualcosa, un avanzo o una coscetta di pollo. Poros esagerò nel bere: a un certo punto, completamente sbronzo, uscì all'aperto e, fatti appena due passi, crollò al suolo. Al che Penìa, vedendoselo davanti lungo disteso, pensò bene di approfittarne. "Io sono la Dea più povera, questo è Poros, il più furbo di tutti gli Dei: chissà che accoppiandomi con lui non riesca a migliorare la mia sorte!" E dall'unione della Povertà con l'Arte di arrangiarsi nacque l'Amore.» (201 d-203 b) Un lungo mormorio seguì le parole del vecchio

filosofo. L'uditorio si fece ancora più attento: voleva saperne di più di questo Amore, così diverso da tutti quelli che fino allora erano stati descritti dai presenti. Socrate se la prese con calma: bevve un lungo sorso di vino, poi si guardò intorno, quasi meravigliato di aver suscitato tanto interesse con il racconto di Diotima, quindi cominciò a descrivere il figlio di Poros e Penìa. «Amore non è né bello, né delicato, come pensano molti, ma al contrario, a somiglianza della madre, è duro, scalzo, vagabondo, uso a dormir nudo e sulla nuda terra, sui pianerottoli delle case e per le strade, abituato a trascorrere le notti all'addiaccio e sempre in compagnia della miseria. Inoltre, come suo padre, è anche insidiatore dei belli e dei nobili, sempre pronto a escogitare trucchi di ogni tipo, curiosissimo di apprendere, inventare trappole, dedito a filosofare, terribile ciurmatore, stregone, sofista'''» (203 d) Ebbene, ditemi se questo non è il ritratto preciso dello scugnizzo napoletano immortalato da Sommer nei suoi dagherrotipi verso la fine dell'Ottocento! «Nudo, uso a dormir per terra, ricco di trappole, insidiatore dei ricchi e dei nobili.» La descrizione di Socrate, però, non riuscì a soddisfare il gusto oleografico dei commensali, e il primo a protestare fu proprio Fedro, il più giovane di tutti. «Come è possibile, o Socrate, che Amore non sia bello?!» chiese il ragazzo. «Tu stesso l'hai detto, o Fedro: Amore è chi ama, non è chi è amato. Solo chi è amato ha bisogno di essere bello. Chi ama, invece, ne può

fare a meno, e siccome il Bello può identificarsi col Bene, chi vuole il Bello desidera anche il Bene, e potrà essere felice solo quando lo avrà trovato. Scopo dell'Amore è la procreazione del Bello.» «Vuoi forse dire» chiese ancora Fedro «che se io desiderassi il Bello, lo potrei anche generare?» «Certo che lo puoi, e genereresti contemporaneamente sia il Bello che il Bene!» rispose Socrate infervorandosi. «Tutti gli uomini desiderano diventare immortali. Ma come riuscirci? $è semplice: partorendo il Bello e il Bene. Ognuno fa di tutto per assicurarsi l'immortalità: c'è chi la cerca attraverso la gloria, chi s'illude di ottenerla accoppiandosi a una bella donna, e chi, fecondo nell'anima, lascia tracce di sé nelle opere d'ingegno. Ebbene, questa è la strada giusta: cominciare dalle bellezze del corpo per poi elevarsi, un gradino alla volta, fino a raggiungere il Bene Assoluto.» (206 c-211 c) Considerare l'Amore come il frutto dell'unione della povertà con l'arte di arrangiarsi è un'intuizione eccezionale. Basta darsi una guardatina intorno per rendersi conto: il dialogo, la solidarietà umana, il bisogno di agorà, il dividersi ogni giorno le gioie e i dolori, sono tutte prerogative dei popoli poveri, così come la privacy è figlia naturale della ricchezza. Non appena una comunità raggiunge un alto reddito pro capite, ecco far capolino la difesa strenua del benessere già raggiunto: ognuno si chiude nel suo bunker, comincia a diffidare del vicino di casa e prova persino un senso di fastidio ogni volta che lo incontra in ascensore. Visto da questa angolazione, il Simposio anticipa di quattrocento anni il Vangelo e, in particolare, il paradosso del cammello e della cruna dell'ago. Per quanto riguarda poi il collegamento tra il

Bello e il Bene, Platone considera l'Amore al pari di un ascensore che più sale e più trova inquilini di prestigio: al primo piano incontra l'amore fisico, al secondo quello spirituale, al terzo l'arte, e poi via via la giustizia, la scienza e la vera conoscenza, fino ad arrivare al piano attico dove abita il Bene Assoluto. Socrate aveva appena finito di parlare quando si udì un frastuono assordante provenire dalla strada, poi un insistente bussare al portone e subito dopo la voce di una donna, forse una flautista, che chiedeva di entrare. Agatone ordinò agli schiavi: «Ragazzi, andate a vedere chi è: se è qualcuno dei nostri, fatelo entrare, in caso contrario ditegli che siamo andati tutti a dormire.» Ed ecco la voce di Alcibiade risuonare nel vestibolo: è completamente brillo, la flautista lo sorregge per non farlo cadere. Dietro di lui un gruppo festante di compagni di baldoria urla a più non posso. «Salute, o amici» esordì Alcibiade, «e se accettate la compagnia di un ubriaco, del tutto fradicio, eccomi a voi: io sono qui per incoronare il mio amico Agatone, eccelso fra i poeti e bellissimo fra gli amici!» Così dicendo Alcibiade cercò di sfilarsi dal capo una corona di alloro per appoggiarla sulla testa di Agatone. Ma siccome barcollava, l'operazione non gli riuscì al primo colpo, e questo gli impedì di vedere Socrate seduto accanto ad Agatone. Il padrone di casa lo invitò ad accomodarsi e solo allora il giovanotto si accorse del maestro. «Tu qui, o Socrate, e proprio accanto al più bello della compagnia! Per Ercole: le inventi davvero tutte pur di sdraiarti al fianco di chi desideri!»

E Socrate, rivolgendosi ad Agatone: «Se puoi, o Agatone, cerca di aiutarmi, giacché costui è diventato per me un problema: dal giorno in cui è nata tra me e lui una storia amorosa, non mi è più permesso posare gli occhi su nessun altro. Mi fa mille bizze, mi ingiuria in pubblico e a volte non riesce nemmeno a trattenere le mani. Bada che anche ora non si scateni, e se diventa violento, difendimi per cortesia, giacché l'esaltazione e la follia amorosa di Alcibiade non conoscono limiti!» (212 e-213 d) A questo punto Eurissimaco, noto propugnatore dell'Armonia, fece un timido tentativo per ammansire Alcibiade. «Ascoltami, o Alcibiade, mio giovane amico: prima del tuo arrivo, decidemmo di bere e nel contempo di render gloria al Dio Amore nel miglior modo possibile, cominciando a parlare dal lato destro della tavolata. Ebbene, al punto in cui siamo, tutti abbiamo bevuto e parlato, e l'ultimo a parlare è stato proprio Socrate. Ora, se non erro, tu hai già abbondantemente bevuto: non ti resta quindi che dire la tua.» (213 e) Quanto segue, signori miei, è di sicuro la parte più bella del Simposio. Al di là, infatti, del contesto omosessuale (che magari potrebbe anche infastidire qualcuno), l'amore che Alcibiade nutre per il suo maestro è commovente. «Vi accontento subito» esordì Alcibiade a bassa voce, «ma se per caso, o Socrate, mi capitasse di raccontare qualcosa su di te che non fosse vera, smentiscimi pure senza timore in

presenza di tutti, giacché di proposito non intendo dire menzogne.» (214 a) Alcibiade fece una lunga pausa per poter ancora di più accentrare su di sé l'attenzione dei presenti, poi, indicando Socrate, riprese: «Lo vedete quest'uomo? Proverò a farne l'elogio per immagini: lui è somigliantissimo a quei sileni esposti nelle botteghe degli scultori, raffigurati in genere mentre stanno soffiando nel flauto. E forse più di tutti rassomiglia a Marsia, il sileno nemico di Apollo: che lo sia d'aspetto, nemmeno Socrate potrebbe negarlo, ma che lo sia anche per il resto lo affermo io. E infatti è insolente come Marsia (e che non si azzardi a negarlo se non vuole che lo metta a confronto, subito, con dei testimoni). $è più flautista di Marsia: quello almeno incantava gli uomini con la musica, lui invece si serve della parola. Pensate che, quando l'ascolto, molto più che ai coribanti mi batte il cuore. Ho ascoltato Pericle e gli oratori che vanno per la maggiore, e se me ne chiedete un giudizio non ho difficoltà ad ammettere che sono bravissimi, ma solo in presenza di Socrate ho sentito l'anima ballarmi dentro e le lacrime sgorgare spontanee per effetto delle sue parole. A volte, facendomi violenza, ho distratto le orecchie dal suo parlare e, come con le Sirene, ho trovato scampo nella fuga. Spesso, infine, mi sono sorpreso a desiderare che non fosse più tra i vivi, pur sapendo che, se ciò accadesse, ne resterei sconvolto. E lui? Lui niente. Lui non se ne importa. Lui va diritto per la sua strada. Sappiate che se uno è bello per lui non significa nulla, né gli importa se uno è ricco o possiede una di quelle doti che sono ambite da tutti. Un giorno,

illudendomi che gradisse la mia bellezza, mi reputai fortunato e per compiacerlo mi misi ad ascoltarlo in silenzio. Era presente uno dei miei servi e lo mandai via di corsa. Pensavo che prima o poi mi avrebbe fatto uno di quei discorsi che in genere gli amanti fanno al loro amore non appena si trovano soli, ma lui non disse nulla: discorse con me come al solito e, una volta terminata la giornata, mi salutò e andò via. Allora io l'invitai in palestra a far ginnastica insieme, sempre sperando che almeno lì avremmo combinato qualcosa. Ebbene, non ci crederete, ma facemmo ogni tipo di esercizio, anche quelli più coinvolgenti: lottammo l'uno avvinghiato all'altro senza che per questo accadesse nulla di significativo. Accortomi allora che non riuscivo a concludere nulla, lo invitai a cena a casa mia, proprio come fa un amante che tende una trappola all'amato. Ma neppure il bere e il mangiare insieme lo smosse più di tanto; allora io, fattomi coraggio, dopo un'ennesima cena lo invitai a restare, a parlare e a bere fino a notte inoltrata, e quando volle andarsene, lo convinsi a dormire con me col pretesto che ormai era troppo tardi per uscire. Riposammo l'uno accanto all'altro, nel mio letto. Nella stanza non c'era nessuno: eravamo soli''' Ora, se racconto queste cose è perché vedo qui intorno tanti miei compagni di sventura, vedo Fedro, Pausania, Agatone, Aristodemo, tutti accomunati dallo stesso delirio e dall'entusiasmo dionisiaco per la filosofia''' Come stavo dicendo, quando spensi il lume e i servi furono usciti, mi parve che non fosse più il caso di far troppe cerimonie, e allora gli rivelai sinceramente le mie intenzioni: «"Dormi, o Socrate?" «"No" mi rispose.

«"Sai cosa ho pensato?" «"Che cosa?" «"Ho pensato che sei l'unico amante, che potrei avere, degno di questo nome, eppure, non so perché, esiti a dichiararti! Ora, io ritengo che non vi sia nulla di più importante che il cercare di diventare migliori, e sono altresì convinto che nessuno più di te potrà aiutarmi a raggiungere questo obiettivo." «Ebbene, cosa credete che mi abbia risposto? Prima si è fatta una risatina delle sue, e poi, con quell'aria finta ingenua che gli è solita, mi ha detto: «"Mio caro Alcibiade, se ho ben capito, tu vorresti barattare la tua bellezza, fatta di forme, con la mia bellezza, fatta di contenuti. In pratica è come se un mercante mi chiedesse di scambiare l'oro con il rame. Allora io, a mia volta, ti chiedo: ma non ti sembra di voler guadagnare un po' troppo a spese mie?" «A queste parole non mi trattenni: lo coprii con il mio mantello (era d'inverno) e tentai di abbracciarlo, ma lui mi respinse. Insomma, amici, dormii con Socrate e mi levai al mattino né più né meno che se avessi dormito con mio padre o mio fratello. E ora eccomi ridotto alla stregua di uno schiavo, costretto come nessuno mai a girargli intorno. Consideratemi pure ubriaco per quello che ho detto, ma non dubitate della mia sincerità. Queste parole le dedico a te, o Agatone, affinché almeno tu non ti faccia ingannare come me, ma anzi, reso edotto dalle mie sventure, te ne stia sempre in guardia!» «Non mi sembri affatto ubriaco, o Alcibiade» replicò Socrate, come al solito sornione, «anzi, a mio avviso sei lucidissimo, dal momento che hai fatto tutto questo lunghissimo discorso, apparentemente sconclusionato, solo per

raggiungere lo scopo che ti eri prefisso, e cioè quello di mettere zizzania tra me e Agatone!» «Hai perfettamente ragione, o Socrate» esclamò Agatone, alzandosi di scatto per poi andarsi a sedere alla destra del filosofo, «non a caso infatti Alcibiade si è voluto sedere giusto tra noi due. Ma io non gliela darò vinta e mi sdraierò di nuovo al tuo fianco!» (214 a-222 e) Questi erano i Greci del Simposio. (da: I miti dell'amore) Iii La Repubblica Supponiamo che un lettore qualsiasi, senza saper nulla di filosofia, prenda in mano la Repubblica di Platone e ne legga i primi cinque libri: a lettura ultimata, che idea si sarà fatta del suo autore? Che è un fetentone tremendo, paragonabile a Hitler, Stalin e Pol Pot. Ma allora come spiegare il successo che ha sempre avuto nel mondo? Calma e gesso, dicono i giocatori di carambola: leggiamoci prima il dialogo e poi ne parliamo. La Repubblica comincia con una riunione di amici in casa di Cefalo. Sono presenti Polemarco, Eutidemo, Glaucone, Trasimaco, Lisia, Adimanto e altri signori. Tema del giorno: «Che cos'è la giustizia». Cefalo è il primo a parlare: per lui giustizia vuol dire «pagare i debiti», per Polemarco è «far bene agli amici e male ai nemici» e per Trasimaco è «l'utile del più forte». E fin qui, grazie a Dio, c'è solo una certa confusione di idee. Poi però interviene Socrate e il discorso si fa ancora più equivocabile. In effetti, alcuni concetti base, come giustizia e democrazia, avevano per i Greci

un significato del tutto diverso da quello che poi assumeranno ai giorni nostri, per cui certe affermazioni di Platone, lette oggi, possono sembrare reazionarie. Tanto per capire come stanno le cose, noi, eredi della Rivoluzione francese, pensiamo che la giustizia sia soprattutto égalité, ovvero uguaglianza dei diritti dei cittadini, mentre per Platone e compagni coincideva con l'ordine, e come tale la si poteva ottenere solo quando «ognuno faceva il proprio dovere senza interferire in quello degli altri». (52) Comunque, ecco qui di seguito alcuni stralci della Repubblica, nello stile di «Selezione dal Reader's Digest». «Per capire che cos'è la giustizia» dice Socrate «proviamo ad assistere alla nascita di uno stato.» «Proviamo» acconsentono tutti. «Secondo me» prosegue il filosofo «uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso. L'uomo ha tanti bisogni, così tanti che più uomini sono costretti a vivere insieme per aiutarsi l'un l'altro. A questa convivenza noi daremo il nome di stato.» «Senza dubbio» concordano i presenti, che da questo momento in poi avranno solo il ruolo di spalla. «Ora, il primo dei bisogni è il cibo, il secondo l'abitazione, il terzo il vestiario e così di seguito. Nel nostro stato allora ci sarà bisogno di un agricoltore, di un muratore, di un tessitore e poi magari anche di un calzolaio. Ciascuno si specializzerà nel proprio lavoro, producendo per sé e per gli altri, giacché, per raggiungere la massima efficienza, è necessario che ciascuno faccia il proprio mestiere e non il mestiere degli altri. Ogni categoria però avrà bisogno anche di

attrezzi per poter lavorare: di aratri, di cazzuole e di cesoie, e quindi di carpentieri, di fabbri e di tanti altri artigiani. Come vedete, più parliamo, e più il nostro stato diventa popoloso.» «In verità, o Socrate, è già molto popoloso.» «Ma la produzione interna potrebbe anche non bastare» continua Socrate, «nel qual caso dovremmo ricorrere a scambi con gli stati vicini, e per far questo avremo bisogno di commercianti abili ed esperti. E infine di marinai, di piloti e comandanti per i trasporti via mare. Poi, dal momento che a nostra volta riceveremmo la visita di commercianti stranieri, avremo bisogno di persone che sappiano fare da intermediari tra costoro e i nostri agricoltori.» (369 a-371 e) Insomma, pian pianino Platone fa inventare al suo Socrate una comunità operosa. Ovviamente, come al suo solito, prende il discorso molto da lontano, anche perché in Grecia se c'era qualcosa che non mancava era il tempo. Questa volta è Glaucone a parlare. «Purtroppo, o Socrate, elencando i bisogni dell'uomo, tu hai parlato solo di cibo, di vestiario e di abitazione, limitandoti a desiderare il minimo indispensabile. Forse, se avessi dovuto progettare uno stato di porci, non li avresti nutriti in modo diverso!» «E cosa mi consigli?» «Di tener conto delle abitudini in uso presso la gente dabbene: bei letti dove sdraiarsi, pasticcini di fichi'''» «Ho capito, Glaucone, tu vorresti uno stato gonfio di lusso, dove ci siano profumi, incensi ed etere. E dimmi: ti piacerebbe che ci fossero anche imitatori, musici, rapsodi, poeti, valletti, attori, impresari, corèuti e fabbricanti di monili e suppellettili, soprattutto per accontentare le

nostre donne?» «E perché no?» «Perché in tal caso» risponde Socrate «avremo bisogno di un territorio più vasto per nutrire tutti questi abitanti, e saremo costretti a sottrarlo ai nostri vicini. E anche loro, se saranno avidi come noi, vorranno prendersi una parte del nostro territorio.» «E allora come andrà a finire?» «Che scoppierà una guerra tra noi e i nostri vicini, e che avremo bisogno di soldati, bene addestrati, per difenderci e aggredire.» «Non potranno bastare i cittadini da soli?» «No, se è valido il principio che abbiamo accettato fin dall'inizio: che ognuno faccia il suo mestiere e non quello degli altri.» (372 d-374 a) E così Platone, dopo aver definito l'agricoltura, l'artigianato e il terziario, inventa anche il militare di carriera. «Questi soldati, che chiameremo i custodi dello stato, dovranno essere miti con i compagni e duri con i nemici.» «E come è possibile, o Socrate, trovare uomini con un carattere mite e coraggioso nel medesimo tempo?» «Formandoli con la musica e la ginnastica.» «Nella musica fai rientrare anche le composizioni letterarie?» «Tutto quello che dipende dalle Muse è musica» risponde Socrate, «a eccezione delle favole false.» «Di quali favole intendi parlare?» «Di quelle di Omero, di Esiodo e di altri poeti.» «Cosa trovi in essi, o Socrate, di criticabile?» «Il fatto che mostrino gli Dei e gli eroi con tutte le nostre debolezze, che ci parlino di divinità

spergiure e sopraffatte dall'ira, di eroi che piangono e di Dei che ridono'''» «Di Dei che ridono?!» «Sì, che ridono» ribadisce Socrate, «giacché è disdicevole essere troppo facili al riso e non si può approvare chi, come Omero, scrive versi del genere: "Inestinguibili risate scoppiarono tra i numi beati / come videro Efesto in faccende girar per la casa". Ora io penso che queste cose, anche se vere, non dovrebbero mai essere raccontate ai bambini o alle persone immature, ma sarebbe opportuno tacerle o al massimo farle conoscere a un numero ristretto di persone, dopo aver sacrificato agli Dei una vittima di raro pregio e grandi dimensioni.» (374 a-377 a) Con questo invito alla censura termina il secondo libro della Repubblica. Nel terzo si precisa quale musica e quale ginnastica occorrano per educare i custodi. Niente melodie ioniche o lidie, tipo Core 'ngrato tanto per intenderci, che potrebbero produrre «combattenti smidollati», ma marce militari, doriche o frigie, che possano infondere coraggio e amore verso la patria. Attenzione, però: anche un'educazione basata solo sulle arti marziali potrebbe risultare pericolosa; finirebbe infatti col formare non uomini pensanti, ma belve, incapaci di persuadere gli altri uomini con la forza della parola. Ciò detto, si entra nel vivo del discorso: alcuni dei guardiani saranno più bravi a comandare e altri a essere comandati. Una volta scelti i primi, avremo tre classi di individui: quelli che comandano (i filosofi), quelli che combattono (i soldati) e quelli che lavorano (gli agricoltori e tutti gli altri). La Repubblica di Platone è quindi uno stato con una serie A, una serie B e una

serie C di cittadini, nel quale chi nasce in una categoria finisce, con ogni probabilità, col rimanerci per tutta la vita, a meno che non venga promosso per meriti speciali o retrocesso per demeriti. «Quando lo si fa a fin di bene» precisa Socrate «è lecito ricorrere alle menzogne. Noi dunque diremo ai nostri cittadini: siete tutti fratelli, ma la divinità, mentre vi plasmava, ha mescolato dell'oro in quelli che erano destinati a comandare, dell'argento negli ausiliari e del bronzo nei lavoratori.» «E se un giorno un cittadino di una classe superiore si accorgesse di avere un figlio fatto di bronno, cosa2dovrebbo fare?» «Inserirlo senza pietà tra i lavoratori, così come, reciprocamente, se da costoro nascesse un figlio con chiare tracce d'oro e d'argento, sarà compito dei custodi sottrarlo ai genitori per elevarlo al rango dovuto.» «E diventerebbe ricco?» «Nient'affatto» risponde Socrate, «nessuno dei guardiani, sia esso filosofo o soldato, dovrà mai avere sostanze personali. Solo il popolo potrà continuare a possedere proprietà terriere. Per quanto riguarda invece il cibo, i custodi riceveranno tutto quello che sarà necessario al loro benessere. Vivranno in comune e prenderanno i pasti insieme, come se si trovassero in caserma.» «E non pensi che così vivendo sarebbero infelici?» chiede Adimanto. «Pur avendo in pugno lo stato, non ne potrebbero ricavare alcun profitto, né essere generosi con le etere o avere case belle e spaziose.» «Il fatto è, mio caro Adimanto, che lo scopo che ci siamo prefisso non è quello di rendere

felice una classe o un individuo, ma tutto lo stato nel suo insieme. Tieni conto che la grande ricchezza e l'estrema povertà rendono l'uomo infelice, in quanto l'una produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari, e l'altra grettezza, lavoro scadente e moti rivoluzionari.» «Ma in tutti gli stati che conosco esistono ricchezza e povertà!» «Sì» replica Socrate, «perché invece di essere stati unitari, sono costituiti da due classi, quella dei ricchi e quella dei poveri, l'una nemica dell'altra, come nel gioco delle pòleis.» (53) (414 b-422 a) Dalla giustizia sociale, Platone passa alla giustizia nel singolo individuo, che ha tre anime, così come lo stato ha tre classi di cittadini. «In ciascun individuo» dice Socrate «ci sono tre anime fra loro diverse: la prima, che serve a ragionare e che chiamerò razionale, la seconda (passionale) che lo rende intrepido e la terza che gli fa desiderare l'amore, il cibo e l'acqua, e che chiamerò appetitiva. Ora, per mostrare come queste tre anime si comportino, vi racconterò un aneddoto: un giorno Leonzio, figlio di Aglaione, stava salendo dal Pireo, quando vide alcuni cadaveri appena deposti dal boia. Un po' il giovanotto moriva dalla voglia di guardare e un po' aveva paura di farlo; finché, vinto dal desiderio, li osservò e disse: "Eccoli a voi, occhi sciagurati, saziatevi pure di questo bello spettacolo!". In quel caso l'anima intrepida si era alleata con l'appetitiva contro la razionale. Ebbene, perché ci sia giustizia è necessario che il coraggio (la classe dei soldati) sia sempre al servizio della razionalità (la classe dei filosofi) e mai degli appetiti (il popolo).» (439 d-440 a)

A questo punto Socrate fa per andar via, ma Adimanto lo afferra per la tunica e lo trattiene. «A nostro avviso, tu ci derubi di una parte del discorso. Hai creduto di cavartela dicendo che tra i custodi viene messo tutto in comune, anche le donne; ma in che modo si attuerebbe questa comunanza?» «Non è facile affrontare simili discorsi» risponde Socrate alquanto imbarazzato, «la soluzione che propongo, amici carissimi, è inconsueta e le mie parole potrebbero sembrare un'utopia.» «Non esitare, o Socrate, dal momento che quelli che ti ascoltano non sono né increduli, né ostili.» «Allora seguitemi: supponiamo di considerare le donne pari agli uomini'''» «Come sarebbe a dire pari?» «In grado di svolgere le stesse funzioni dei custodi, in modo che l'unica differenza esistente stia nel fatto che le prime sono più deboli e i secondi più vigorosi'''» «Ma è impossibile'''» «''' e diamo loro la stessa educazione che abbiamo riservata ai custodi, ovvero la musica e la ginnastica.» «Sarebbe davvero ridicolo!» «Che cosa ci trovi di tanto ridicolo?» chiede Socrate alzando la voce. «Che le donne facciano la ginnastica nude insieme agli uomini? E come vuoi che possano essere d'aiuto allo stato, se prima non le istruisci a dovere?» «D'accordo, ma questa tua idea è dirompente come un'ondata che si abbatte sulle nostre abitudini.» «Se ti sembra già alta la prima ondata, sta ora

attento alla seconda.» «Ti ascolto, o Socrate.» «Queste donne, come dicevo, saranno date agli uomini, tutte a tutti e nessuna a uno soltanto. Anche i figli saranno allevati in comune, in modo che non ci sia genitore che possa riconoscere i propri.» «E con quale criterio si accoppieranno uomini e donne?» «I migliori con i migliori, i peggiori con i peggiori, e per non avere proteste da parte di questi ultimi, faremo finta di ricorrere a un ingegnoso sorteggio, così che per ogni accoppiamento sgradito l'unica colpevole sarà la sorte. Ripeto che anche le bugie possono essere lecite, se vengono dette per nobili scopi.» «E i figli?» «Quelli dei migliori verranno allevati in un nido d'infanzia dalle madri col seno più turgido, escogitando un sistema affinché nessuna possa riconoscere la propria creatura. Quelli dei peggiori, invece, verranno ospitati in un luogo segreto e celato alla vista.» (54) «E con quali vantaggi?» «Non riuscendo a identificare la prole, i custodi non potranno anteporre la famiglia allo stato e nessun giovane oserà mai colpire un anziano nel timore che si tratti del proprio genitore. Per quanto concerne la guerra, i giovani più dotati fisicamente verranno portati sul campo di battaglia perché possano assistere agli scontri. Monteranno cavalli veloci per mettersi in salvo in caso di sconfitta. Impareranno ad ammirare i soldati coraggiosi e a disprezzare i vigliacchi. Chi di loro combatterà dando prova di valore, verrà incoronato dai suoi stessi compagni e, per tutta la durata della spedizione, potrà far l'amore con chi vorrà, femmina o maschio che sia, e nessuno

potrà rifiutarsi.» (449 c-468 c) Siamo arrivati più o meno a metà dialogo: fermiamoci un attimo e, prima di accusare Platone di apologia di nazismo, mettiamoci nei suoi panni. La Grecia, a quei tempi, era una regione montuosa con tante piccole città, isolate l'una dall'altra e quasi sempre nemiche tra loro, al punto che l'essere invasi da uno straniero spesso voleva dire morte per i maschi adulti e schiavitù per donne e bambini. Sopravvivenza, in Grecia significava alte mura cittadine, un'Acropoli ben situata e un esercito valido. Appena ventenne, Platone assisté alla sconfitta di Atene a opera di Sparta. Il generale Lisandro, dopo aver distrutto l'esercito ateniese, fece abbattere le Lunghe Mura e, fatti fuori i democratici, mise al loro posto gli oligarchi che subito ne approfittarono per instaurare un regime di terrore. $è naturale che in quel frangente il filosofo abbia avvertito un forte bisogno di ordine o, come lo chiamava lui, di «giustizia». Ebbene, il modello politico a cui ispirarsi non poteva essere che quello del vincitore. Il mitico Licurgo, l'inventore del comunismo spartano, gli sarà sembrato una specie di Mao Tse-tung da seguire con fiducia. Ecco perché, dovendo progettare uno stato, Platone se lo immagina piccolo, attorniato da nemici e tutto raccolto intorno alla pòlis. I suoi cittadini ideali li vede amanti della collettività e non del privato. Perciò, quando fissa le dimensioni territoriali della Repubblica, non esce dai confini del circondario di Atene. Mai, nella pur lunga trattazione, riesce a ipotizzare un impero di vaste proporzioni. D'altra parte Alessandro Magno non era ancora venuto a

mostrare come un pollaio di tribù turbolente potesse diventare un unico popolo. C'è poi un altro problema: dove situare uno stato ideale? Platone manifesta una certa diffidenza verso il mare. Nel dialogo Leggi (55) dice testualmente: «Il mare è una realtà piacevole da vivere giorno per giorno, ma alla lunga diventa una vicinanza amara e salata, giacché riempie la città di traffici e di piccoli affari, introducendo nei cittadini i germi dell'incostanza e della falsità». In altre parole, mentre l'agricoltore è un brav'uomo che produce solo quel tanto di cui ha bisogno, o al massimo quello che gli serve per fare dei baratti, il commerciante non fa altro che arraffare denaro. I prodotti della terra, in quanto facilmente deperibili, si oppongono all'accumulo, il denaro invece si presta a essere conservato e procura inappagamento e infelicità. E siccome a quell'epoca il commercio veniva praticato esclusivamente via mare, essendo l'Attica priva di strade confortevoli, una città marinara era anche un centro commerciale e, come tale, un luogo poco sereno. (56) Platone, nel suo progetto ideale, arriva a fissare perfino una distanza di sicurezza dal mare: quattordici chilometri e settecento metri; (57) non chiedetemi il perché. Nella storia del pensiero occidentale, a causa del dialogo Repubblica, Platone ha avuto molti critici: primo fra tutti il filosofo austriaco Karl Popper che, associandolo a Hegel e a Marx, finisce col definirlo un nemico della libertà o, come dice lui, della «società aperta». Popper in particolare accusa l'ateniese di essere l'ispiratore di tutti i totalitarismi e cita per esteso quei brani dove Platone si scaglia contro la democrazia.

(58) Il difetto principale di Popper sta nel giudicare Platone con il senno di poi (cioè di oggi) e non con il senno del Iv secolo avanti Cristo. In effetti Platone non era né per la dittatura, né per la democrazia, ma giudicava migliore l'una o l'altra a seconda di chi si trovava sul ponte di comando; quando fa l'elenco dei regimi politici, in ordine d'importanza, ne cita sei e mette al primo posto il governo di un solo uomo (la monarchia, il filosofo-re, praticamente lui stesso, anche se non lo dice), poi quello dei pochi (l'aristocrazia) e infine quello dei molti (la democrazia): questo quando i governanti sono buoni. Se invece sono dei farabutti, capovolge la graduatoria e mette in testa il regime dei molti (la demagogia), al secondo posto quello dei pochi (l'oligarchia) e per ultimo la tirannia. (59) Per le stesse ragioni per cui è criticato da alcuni, Platone è amato da altri. Spesso però si tratta di amore interessato, come quando si cerca di usare il suo prestigio per avallare una propria tesi reazionaria. In altre parole, poter dire «Guarda che lo ha detto pure Platone!» fa sempre effetto. Una volta, durante i giorni burrascosi del '68, mi capitò di vedere in cornice, nello studio di un dirigente d'azienda, questa frase di Platone: «Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano a volontà, fino a ubriacarlo, accade che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, son dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere e servo; che il padre impaurito finisce col trattare il figlio come suo pari e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani

pretendono gli stessi diritti dei vecchi, e questi, per non parere troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno e in mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia». (60) Al termine della lettura il dirigente mi disse: «Ha visto, ingegnere? Anche Platone la pensava come noi! Sembra scritto oggi». Post scriptum. Il Socrate della Repubblica non ha niente a che vedere col Socrate di nostra conoscenza. A mio avviso la Repubblica è un'opera pochissimo socratica. In proposito si racconta che un giorno Platone si sia messo a leggere, in presenza di Socrate, uno dei suoi dialoghi e che alla fine il maestro abbia esclamato: «Ma tu guarda quante sciocchezze mi fa dire questo giovanotto!». (61) (da: Storia della filosofia greca, Ii) Iv Socrate e il paraurti Socrate - Caro Fedro! Dove vai e da dove vieni? Fedro - Ero con Lisia, il figlio di Cefalo, o Socrate: ora me ne vado fuori delle mura perché, dovendomi comprare un'automobile usata, desidero visitare un mercato di auto d'occasione che, mi si dice, è stato da poco aperto sulla strada di Eleusi. Socrate - Dal momento che hai deciso di farti la macchina, perché non aspetti di avere più soldi per poterne comprare una nuova? Fedro - Non essendo ancora pratico della guida, preferisco imparare su un'auto usata. Tu piuttosto, o Socrate, perché fino a oggi, pur

avendone i mezzi, non ti sei comprato una macchina? Socrate - Per farne cosa? Fedro - Per andare dove meglio ti aggrada. Socrate - E dove dovrei andare? Fedro - Ma, non so''' all'agorà, per esempio, dal momento che abiti nel demo Alopece, e che ogni mattina sei costretto a camminare per più di mezz'ora''' Socrate - E tu pensi che a me dispiaccia tutto questo camminare? Fedro - Così credo, o Socrate. Socrate - Invece, caro Fedro, io amo talmente il passeggiare che, se fossi molto ricco e avessi un'auto, per non licenziare il mio autista, gli affiderei la macchina e mi farei seguire da lui, passo dopo passo. E poi non credi che, andando in auto, perderei ogni possibilità d'incontrare gli amici, di fermarmi e di parlare con loro? Fedro - Forse quanto tu dici è giusto per le brevi distanze, ma non per le lunghe. Come potresti, senza automobile, raggiungere in poco tempo luoghi lontani e belli da vedere? Socrate - Senofane, a quanto dicono, per sessantasette anni ha girato il mondo in lungo e in largo, spingendosi persino nella lontana Elea, e che io sappia non ha mai posseduto nemmeno una misera 500. Ma ammettendo, soltanto per amore del conversare, che sia indispensabile disporre di un'auto per visitare il mondo, mi puoi suggerire, per cortesia, un motivo valido per visitarlo? Fedro - O bella! Ma per guardarsi intorno, per godere della natura. Hai mai visto tu le alture che circondano Pilo? I dirupi e gli abissi del Citerone? Gli ulivi che rallegrano le campagne della dolce Tessaglia? Vuoi forse morire senza conoscere tutte queste gioie?

Socrate - Sii buono con me, o Fedro: io sono appassionato dell'imparare. Cosa vuoi che possano insegnarmi i dirupi, gli alberi e le campagne, laddove invece ho tanto ancora da imparare dagli uomini. E di uomini, penso che in Atene ce ne siano già in numero sufficiente da non essere costretto ad andare in giro per scovarne degli altri. Infine voglio farti partecipe di un mio dubbio. Fedro - Dimmi tutto senza timore. Socrate - Io credo che gli automobilisti, come categoria, non siano persone molto sensibili alle bellezze naturali. Mai una volta, infatti, che ne abbia visto uno fermarsi lungo la strada per ammirare il paesaggio. Sembra che l'unico scopo che hanno nella vita sia quello di percorrere, da casello a casello, una precisa distanza in un tempo prestabilito. Fedro - Dici giusto, o Socrate. Ma ecco che si avvicina Aristogamo. Egli, come tu sai, è un dirigente dell'Alfa Romeo e, in quanto tale, potrebbe illuminarci sull'argomento. Aristogamo - Di cosa parlate, amici, e qual è il problema su cui avete opinioni diverse? Fedro - Io sto per acquistare un'automobile, ritenendola indispensabile, e Socrate sostiene che essa invece non è utile a nulla. Socrate - La riterrei utile se fossi, per disgrazia, un paralitico e non potessi più usare le gambe. Aristogamo - L'unica cosa veramente inutile, caro Fedro, è parlare con Socrate di Progresso. Tu che conosci le sue simpatie per i cinici e per Antistene, come puoi pensare che egli, che non ha ancora scoperto l'uso delle scarpe, possa accettare quello dell'automobile? Socrate non sa, o forse non vuole sapere, che il Progresso ha cambiato il modo di vivere del genere umano.

Socrate - Io credo che tutto quello che ha inventato questo nuovo Dio che tu chiami Progresso sia solo una serie di «prolunghe». L'automobile è una prolunga delle gambe, il telefono una prolunga dell'orecchio, il televisore dell'occhio e il computer del cervello; ma nessuno di questi nuovi marchingegni, che io sappia, è mai riuscito a cambiare l'Uomo nel suo profondo. Passano gli anni infatti e, malgrado le nuove prolunghe immesse sul mercato, gli uomini continuano a comportarsi come sempre. Non ci sono forse, ancora oggi, uomini ambiziosi come Alcibiade, gelosi come Menelao e invidiosi come Tieste? Quando, come spero, il Progresso sarà capace di produrre a un prezzo conveniente anche l'Amore e la Libertà, allora io, caro Aristogamo, diventerò un suo fervido seguace. Aristogamo - Caro Socrate, tu vivi sempre con la testa fra le nuvole. Ha ragione Aristofane a prenderti in giro. Fosse per te, gli uomini dormirebbero ancora sugli alberi e sarebbero tutti coperti di peli. Socrate - Dal momento che sottovaluti i pericoli del Progresso, voglio raccontarti cosa mi disse Parmenide il giorno in cui lo incontrai in casa di Pitidoro. Sembra che un po' più a nord di Elea ci sia una grande città di mare chiamata Neapolis, molto suggestiva e molto popolosa. Neapolis è stata così amata da Zeus che il suo golfo, si dice, è il più bello del mondo. Alcune isole di straordinario fascino la circondano, così come una collana di diamanti può cingere il collo di una regina di Oriente, e il cielo è più azzurro degli stessi occhi di Glauco. Perfino Vulcano, pare, ha contribuito a questo scenario facendo sì che una delle sue fornaci, un monte chiamato Vesuvio, eruttasse lava per meglio conservare ai posteri i parchi archeologici di Pompei ed

Ercolano. Per tutte queste cose Neapolis negli ultimi due secoli è stata fra le mete più ambite di tutti i turisti del mondo. Gli inglesi per essa hanno coniato addirittura uno slogan: «Vedi Neapolis e poi muori», e questo per dire che non ha senso continuare a vivere dopo aver visto il massimo che la natura ha saputo creare. Aristogamo - Perché ci racconti queste cose, o Socrate, e cosa ha a che vedere la bellezza di Neapolis con l'utilità dell'automobile? Socrate - Se avrai pazienza, carissimo amico, ti mostrerò come questo trabiccolo con quattro ruote, che tu chiami automobile, può essere più potente di Zeus e di Vulcano messi insieme. Fedro - Di' pure ciò che vuoi, Socrate, ché noi ti staremo a sentire. Socrate - Come stavo dicendo, Neapolis era la meta dei turisti e degli studiosi quando, improvvisamente, è stata cancellata dagli itinerari di tutte le compagnie di viaggio per colpa dell'automobile. Il traffico disordinato, il rumore dei clacson, gli ingorghi che rendono impossibile spostarsi velocemente da un capo all'altro della città, hanno fatto sì che i turisti oggi evitino di fermarsi nei suoi alberghi e percorrano solo il tratto che va dall'aeroporto all'imbarcadero degli aliscafi. Aristogamo - E tu pensi che, eliminando l'automobile, Neapolis ritornerebbe a fiorire? Socrate - Non ho dubbi in proposito. Anche perché Neapolis è afflitta da un'altra calamità, e cioè dalla Camorra. Fedro - La Camorra? Che cos'è: una malattia? Socrate - In un certo senso, caro Fedro, è una malattia sociale, che può persino provocare la morte. La Camorra è un'associazione di banditi che taglieggia e terrorizza tutta la città. Aristogamo - E cosa c'entra la Camorra con

l'automobile? Socrate - $è bene che tu sappia che è impossibile fare il bandito senza possedere un'automobile, dal momento che l'epilogo di ogni impresa criminosa è pur sempre la fuga. In altre parole non si può rapinare una banca e poi aspettare l'autobus. Infine, più l'animo di un uomo è arido e incline al cattivo gusto, e più egli non può fare a meno dell'automobile. Proprio nei dintorni di Neapolis ci sono due isole che ci danno un esempio concreto di ciò che voglio dimostrare. Queste due isole si chiamano Capri e Ischia. La prima, per l'angustia delle sue strade, è del tutto vietata alle auto e per questo viene frequentata da un pubblico colto e raffinato; la seconda viceversa, pur essendo altrettanto splendida di bellezze naturali, viene regolarmente invasa ogni estate da una masnada di trogloditi motorizzati che la rende inabitabile. Alla luce di queste riflessioni, io dico che Neapolis potrebbe risolvere, in un sol giorno, ogni suo problema sempre che proibisse l'uso delle auto in tutto il territorio comunale e si accontentasse dei soli servizi pubblici: i delinquenti emigrerebbero altrove e i turisti, non più disturbati dai rumori del traffico, ritornerebbero a frotte in questo ritrovato Paradiso. Aristogamo - Credi che anche Atene corra questo pericolo? Socrate - Sì, ne sono certo, a meno che non si vieti fin da subito la circolazione delle auto. Fedro - Probabilmente, o Socrate, tu dici il vero: ma siccome io per più di venti anni sono stato un povero pedone e ho sempre visto gli altri andare su e giù in automobile, ritengo giusto, adesso che è venuto il mio turno, provare anch'io l'ebbrezza della velocità per almeno altri venti anni, salvo poi convertirmi alle tue tesi,

una volta esercitato questo mio diritto. Socrate - Temo, mio caro amico, che in Atene l'ebbrezza della velocità sia un po' difficile da provare. Non ti accorgi che ogni giorno che passa è sempre più problematico attraversare il centro storico? Aristogamo - E tu che sei il più saggio di noi, quali accorgimenti proporresti agli strateghi del traffico per rendere più agile la nostra città? Socrate - Istituirei le corsie preferenziali per le sole auto bene utilizzate. Aristogamo - In che senso bene utilizzate? Socrate - Penalizzerei gli automobilisti solitari. Quando esco la mattina mi accorgo che quasi tutte le auto che mi passano accanto ospitano una sola persona: il guidatore. In pratica ogni giorno gli ateniesi escono di casa e portano a spasso per la città alcune centinaia di migliaia di metri cubi di aria. Con il mio metodo invece, nelle zone particolarmente intasate, quelle appunto del centro storico, io farei circolare solo le auto con almeno tre persone a bordo. Questa disposizione convincerebbe gli impiegati ad allearsi fra loro e a recarsi in ufficio in gruppi di tre, il che favorirebbe il dialogo e la comprensione fra gli esseri umani. Aristogamo - Temo che non farebbe altro che favorire la nascita di una nuova professione: quella dell'auto-accompagnatore. Fedro - A proposito, Aristogamo, come va che oggi sei solo e non hai con te il tuo amico Meneandro? Aristogamo - Sono venuto qui, al portico di Zeus Liberatore, proprio perché ho un appuntamento con lui. Fedro - Avete già un programma per il resto della giornata, o potete restare a conversare in nostra compagnia?

Aristogamo - No. Meneandro verrà con la sua auto, una Land Rover, per poi portarmi a Falero a mangiare il pesce in una trattoria dove, a suo dire, si mangia benissimo. Socrate - Ho scorto Meneandro proprio questa mattina mentre, in un piccolo spiazzo accanto al tempio di Artemide, stava lavando con uno shampoo la sua auto. Non credo che Meneandro abbia mai avuto tanta cura per se stesso, né per la propria moglie, la povera Calimno. Dopo aver asciugato la macchina con un pezzo di porpora di Tiro, egli arretrava di qualche metro per poterla meglio contemplare, quindi si protendeva di nuovo con dolcezza verso ogni suo interstizio come se fosse stata un'amante. Ho visto molti schiavi affaccendarsi come Meneandro, ma nessun ateniese dabbene fare altrettanto. Ogni volta che toccava l'auto era evidente che il contatto gli procurava un estremo piacere, simile a quello che debbono provare i sacerdoti di Pallade quando viene dato loro il permesso di toccare la statua della Dea. Fedro - Molti ad Atene amano la propria auto in questo modo, o Socrate, non vedo perché te ne meravigli tanto. Socrate - Mi dispiace deluderti, caro Fedro, ma non riesco proprio a capire questo sentimento. Confesso le mie debolezze: ammiro il seno di Frine e posso cedere ai desideri della carne guardando il corpo del figliuolo di Clinia, ma non credo che potrei mai trovare una «fuoristrada» più desiderabile di Frine o di Alcibiade. Aristogamo - Ogni generazione ha i suoi feticci, i suoi miti. Forse, carissimo Socrate, tu sei semplicemente vecchio. Socrate - Tu piuttosto, Aristogamo, che lavori nell'industria automobilistica, perché non ti dai da fare con la tua società per migliorare questa

tremenda cosa che è l'automobile? Aristogamo - Cosa vuoi più migliorare? Ormai l'auto ha raggiunto il massimo della perfezione. Socrate - Nient'affatto. Io penso che sia del tutto sbagliata e sarei in grado di dimostrartelo, sempre che tu abbia però voglia di ascoltarmi. Aristogamo - Come ti ho già detto prima, sono qui in attesa di Meneandro. Non avendo nulla da fare, non vedo un motivo per non ascoltare le tue fantasticherie. Socrate - Il maggior difetto di tutte le auto è il paraurti. Aristogamo - Il paraurti? E perché mai? Socrate - Perché così come è concepito non è più uno strumento di difesa, come immagino dovrebbe essere, ma bensì uno strumento di offesa, al punto che sarebbe più giusto chiamarlo «provocaurti». Aristogamo - Spiegati meglio, o Socrate! Socrate - A mio avviso, per legge, i paraurti di tutte le macchine dovrebbero essere posizionati alla stessa altezza da terra proprio per svolgere al meglio la loro funzione. Altrimenti accade che il paraurti di un'auto offende la carrozzeria di un'altra auto, e viene a sua volta offeso dal paraurti di quest'ultima. Dico bene, o Fedro? Fedro - Dici bene, o Socrate. Socrate - Di questi argomenti se ne dovrebbe occupare addirittura Pericle, quando viene invitato a sedersi tra i rappresentanti dell'Onu. E dal momento che questa organizzazione internazionale e altre consimili nulla riescono a combinare in materia di grandi problemi, si occupino almeno di queste piccole cose. Il paraurti, per far bene il suo lavoro, dovrebbe sempre scontrarsi con un altro paraurti. In caso contrario esso si comporterebbe come uno di quei rostri che Caio Duilio appose alle navi

romane per meglio sconfiggere i cartaginesi. E dal momento che dobbiamo disegnare l'auto del futuro, consentitemi di esporre tutte le mie innovazioni. Fedro - Parla, o Socrate, ché le tue riflessioni possono essere molto di aiuto a chi, come me, si appresta proprio a comprare una macchina. Socrate - Primo: un'auto deve disporre di soli due posti e non deve essere più lunga di quanto oggi non siano larghe le altre auto, in modo da poterla sempre parcheggiare con il muso contro il marciapiede. Molti credono che un'auto grande sia più comoda di una piccola, laddove la vera comodità di un'auto si misura dalla facilità con la quale si riesce a parcheggiarla. Aristogamo - E se uno deve fare un viaggio con tutta la famiglia? Socrate - Si chiede in primo luogo se effettivamente deve fare questo maledetto viaggio, dopo di che, in caso di risposta affermativa, prende il treno o l'aereo con i soldi che ha risparmiato comprando un'auto più piccola. Aristogamo - Temo, o Socrate, che tu faresti fallire in breve tempo l'industria dell'auto. Socrate - Secondo: la velocità dell'auto non dovrà mai superare i sessanta chilometri orari. Oggi vengono costruite macchine in grado di superare i duecento chilometri l'ora. Adesso io vorrei sapere una cosa dalle case costruttrici e dalle autorità competenti: dal momento che le Leggi dello stato vietano di superare i centoquaranta chilometri l'ora, anche sulle autostrade, in quale luogo della Terra queste auto potranno mai sfruttare tutta la loro potenza? Aristogamo - Le Leggi vietano la velocità effettiva, non quella potenziale.

Socrate - Tu sai come io la penso sulle Leggi. Se un giorno, percorrendo l'autostrada AteneMaratona a duecento chilometri l'ora, le Leggi mi sorpassassero e, dopo avermi fermato, mi dicessero: «O Socrate, che cosa avevi in mente di fare viaggiando in codesto modo? Non mediti forse, con questa tua velocità eccessiva, di distruggere noi, le Leggi, e con noi l'intera nazione? Sai tu che ogni anno, in questo paese, muoiono ben ottomila persone in incidenti automobilistici? Puoi dirci che cosa ne farai tu adesso dei sette minuti che hai guadagnato viaggiando a duecento chilometri l'ora?», ebbene, Aristogamo, io ti chiedo: che cosa risponderemmo noi a queste e ad altre simili parole? Aristogamo - Tu ragioni, o Socrate, sempre in termini utilitaristici e sottovaluti il piacere del superfluo, l'ebbrezza della velocità, il brivido della conquista del limite, la purezza di un profilo aerodinamico. L'auto che tu desideri è un carretto condotto da un somaro. Socrate - Non proprio, e adesso proverò a descrivertela. L'auto, che secondo i miei intendimenti è depositata nel Mondo delle Idee del mio allievo Platone è circondata da ogni lato da un robusto paraurti di gomma, largo venti centimetri e spesso altrettanto. Aristogamo - Ma codesta macchina che tu descrivi già esiste nella realtà e la si trova negli autoscontri dei Luna Park! Tutti si vergognerebbero a farsi vedere su un'auto simile! Socrate - Ma in compenso migliorerebbe l'umore degli automobilisti. Oggi tutti quelli che guidano un'auto nel traffico hanno costantemente un'espressione truce dipinta sul volto: temono il contatto con le auto vicine e

vedono negli altri automobilisti altrettanti nemici da cui difendersi. Con il mio cordolo di gomma, invece, fallirebbero i carrozzieri e diminuirebbero i costi delle assicurazioni. Potrebbe essere addirittura divertente urtarsi l'un l'altro durante le soste ai semafori. Ma ecco Meneandro che si avvicina con la sua macchina. Fedro - O Meneandro, eravamo in tua attesa e io, in particolare, ero molto curioso di vedere la tua auto. Dimmi tutto quello che sai di questa macchina, in modo che io me ne possa fare un'opinione. Meneandro - $è una Land Rover, una «fuoristrada» Socrate - Che vuol dire: «fuori-strada»? Meneandro - Sta a significare che quest'auto può camminare agevolmente anche quando non si trova su di una strada asfaltata. Socrate - E fino a oggi hai molto camminato fuori strada? Meneandro - No, mai. Socrate - E allora perché hai comprato una «fuori-strada»? Meneandro - Perché è molto più bella di una macchina comune. Socrate - Temo di non capire i giovani d'oggi. Ma credo che, come al solito, Parmenide possa venire in mio aiuto. Meneandro - Anch'io provo una qualche difficoltà a capirti, o Socrate. Cosa c'entra adesso questo Parmenide con i nostri discorsi? Socrate - Parmenide è un vecchio filosofo italiano, mio amico, che ha la strana mania di classificare ogni azione umana e ogni oggetto che vede tra le cose che sono o tra quelle che non sono. Ebbene io, anche senza interrogarlo in proposito, sono sicuro che, se fosse qui con noi, classificherebbe la tua Land Rover tra le cose

che non sono. Meneandro - Vuoi scherzare? Di' al signor Parmenide che la mia Land Rover è un'auto che sicuramente è, dal momento che costa ben quattro talenti e che tutti i giovani di Atene me la invidiano. Infine, se gli fosse rimasto ancora qualche dubbio, venga con me a farsi un giretto fuori città e gli mostrerò come tiene la strada nelle curve e come raggiunge facilmente i centocinquanta chilometri l'ora. Socrate - Non credo che Parmenide misuri il valore dell'essere con i talenti e meno che mai con la velocità. Anzi, a questo proposito, è addirittura convinto che la tua macchina non riesca neppure a mettersi in moto. Parmenide, infatti, nega l'esistenza del movimento. Meneandro - Questo Parmenide deve essere un pazzo. Se gli sei veramente amico, portalo da Ippocrate perché lo faccia rinsavire. Socrate - La prima domanda che ti farebbe, se avesse modo di interrogarti, sarebbe questa: «Che cosa è un'automobile?». Meneandro - E io gli risponderei: è un mezzo di trasporto semovente munito di ruote e di alcuni accessori utili alla manovra, come per esempio il volante, il freno, l'acceleratore e così via. Socrate - Benissimo. Ma anche una piccola 126 Fiat, che costa solo poche mine, ha tutti questi accessori, o sbaglio? Aristogamo - Dici il giusto, o Socrate. Socrate - E allora perché tu, Meneandro, hai speso quattro talenti per comprare un'auto che ha gli stessi requisiti di un'altra macchina che costa solo poche mine? Meneandro - Ma che discorsi vai facendo, o Socrate! Hanno proprio ragione quelli che ti chiamano «il pazzo di Alopece». Paragonare la

mia Land Rover a una 126! $è come dire che la tua Santippe e la Dea Afrodite sono la medesima donna solo perché hanno entrambe lo stesso numero di membra! Tu non tieni conto della bellezza, del comfort e soprattutto del prestigio che un'auto come la Land Rover può dare al suo proprietario. Socrate - Ed è qui che ti aspettavo, mio giovane amico. Ho fatto come Orione che, di notte, si acquatta nei pressi dello stagno, per catturare il cinghiale. In questo caso lo stagno è stato la parola «prestigio». Se ho ben capito, tu pensi che gli ateniesi, alla vista della tua Land Rover, dovrebbero tutti esclamare: «O quanto è bella questa macchina! Chi sarà mai il suo proprietario?» e che qualcuno dirà loro: «Ma è Meneandro il padrone di questa macchina, il magnifico e illustre Meneandro!». E così accadrebbe che le maggiori qualità dell'oggetto verrebbero riflesse sul suo padrone. Ne deduco quindi che tu hai speso quattro talenti per sembrare migliore, ovvero per apparire agli altri più degno di stima. Meneandro - E cosa c'è di male nel voler desiderare la stima del prossimo? Socrate - Nulla, se la stima è per la tua persona, tutto il male possibile invece se la stima è indirizzata verso la tua auto. So che anche Aristippo ha un'auto e che su di essa ha montato un telefono''' Meneandro - Sì: ha una Mercedes turbo. Socrate - Ora io mi chiedo: cosa se ne fa Aristippo di un telefono in macchina, dal momento che è un debosciato, che non lavora e che vive di rendita? Meneandro - Immagino che se ne servirà per telefonare. Socrate - E deve telefonare per forza mentre

guida? Non può, come tutti i mortali, fermare un attimo l'auto e andare nel primo bar che gli capita a tiro? $è forse Aristippo un agente di borsa, un industriale, un medico, per il quale ogni secondo di ritardo potrebbe essere fatale? La verità è che il telefono in macchina sostituisce agli occhi degli altri quelle doti che Aristippo sa di non possedere. Qui il dilemma è se sia preferibile il sembrare o l'essere e a me pare che Aristippo abbia deciso per il sembrare. Meneandro - Continuo a non capirti, o Socrate. Io so solo che amo quest'auto sopra qualsiasi altra cosa al mondo. Socrate - E pensare che Meleto accusa me, pubblicamente, di fabbricare nuovi Dei! Aristogamo - Tu, o Socrate, commetti un grave errore nel giudicare il prossimo: pensi che tutti gli uomini dovrebbero sempre avere degli alti ideali da perseguire e per i quali, magari, essere disposti a sacrificare la vita. Orbene, sappi che esistono persone semplici che, senza fare del male a nessuno, prendono la vita come viene, vivendola alla giornata e nutrendosi di piccoli obiettivi. Il fatto che Meneandro in questo momento si sia invaghito della propria auto ti reca forse qualche danno? Socrate - A me nessuno, ma a lui stesso moltissimi. Il modo di vivere che tu mi descrivi è abbastanza diffuso tra gli uomini. I filosofi di Torino lo hanno classificato come «teoria del pensiero debole». Quelli di Neapolis, che sono meno intellettuali, e che per questo vengono criticati, lo hanno messo addirittura in versi: «:Basta ca ce sta 'o sole / basta ca ce sta 'o mare / 'na nenna accore accore / e 'na canzone pe' cantà / chi 'a avuto, 'a avuto, 'a avuto / e chi 'a dato, 'a dato, 'a dato / scurdammoce 'o passato / simme 'e Napule, paisà». Ciò non

toglie che una vita fatta di piccoli obiettivi allontani l'uomo dalla felicità. Meneandro - Io sono felice con la mia Land Rover. Socrate - $è la prima auto che possiedi? Meneandro - No, prima avevo una Porsche. Socrate - E hai amato la Porsche? Meneandro - Sì, l'ho amata. Socrate - E perché l'hai cambiata con la Land Rover? Meneandro - O bella! Perché trovo migliore la Land Rover. Socrate - E prima della Porsche, avevi un'altra auto? Meneandro - Sì, avevo una Bmw. Ma perché continui a farmi queste domande senza costrutto? Socrate - Perché penso che sia più felice un uomo che si serve sempre della stessa auto, magari un'utilitaria, che non un uomo posseduto da un dèmone che lo costringe continuamente a cambiare. Tu, Meneandro, non te ne sei accorto, ma stai versando vino in un orcio bucato. Versi sempre e non bevi mai! Ora che hai finalmente ottenuto la tua nuova macchina, non senti come un vuoto dentro di te? Meneandro - E pensi che se avessi solo una 126 sarei felice? Socrate - Basta una piccola ciotola per bere e, a volte, anche il cavo della mano. Fedro - Da quanto tu dici, o Socrate, io allora non dovrei più comprare alcuna macchina, perché, una volta soddisfatto il mio desiderio, verrei subito preso da un altro desiderio ancora più costoso. Socrate - L'Avere non concede tregue ai suoi seguaci. Ciononostante, o Fedro, tu puoi comprare lo stesso la tua auto; l'importante è

che non ne divenga schiavo. Sappi comunque che non sarà certo un'automobile a farti fare il più importante dei tuoi viaggi: quello che, partendo dal posto in cui ti trovi ora, raggiunge l'interno di te stesso. (da Oi dialogoi) V Socrate e gli Ufo Socrate - Salve, Eupolemo, finalmente sei di nuovo qui tra noi; se la memoria non m'inganna, sono trascorsi almeno tre mesi da quando partisti per Larissa. Eupolemo - Tre mesi esatti, o Socrate. L'ultimo giorno che ci siamo visti fu il quarto delle Panatenee. Ricordo ancora che, appena scesi dall'Acropoli, ci recammo insieme in casa di Filosseno e che lì, dopo un buon bicchiere di Tachos, tu mi parlasti degli Dei e del Fato, e di come il Fato fosse sempre il più potente fra tutti gli Dei. Socrate - E per quale motivo questa volta ti sei tanto trattenuto nella tua città natale? Non eri tu quello che accusava i Tessali di essere tutti fannulloni e superficiali? Eupolemo - Sì, ma un luttuoso evento mi ha colpito: ho perso mio padre e ho dovuto badare agli affari della famiglia, essendo ancora i miei fratelli in età minore. Socrate - Mi dispiace davvero. Accetta le mie parole di conforto, anche se tardive. Eupolemo - In fondo, non c'è da dolersene troppo, o Socrate: mio padre era vecchio e aveva già vissuto una lunga vita adeguata ai suoi desideri. Critone - Scusami se m'intrometto, o Eupolemo, ma anch'io sono vecchio e anch'io ho sempre vissuto a mio piacimento, eppure i miei

figli si dispiacerebbero a vedermi morire. Eupolemo - Non solo i tuoi figli, o Critone, ma tutti gli uomini giusti di Atene piangerebbero la tua scomparsa. Socrate - E dimmi, Eupolemo: come hai trovato questa volta i Tessali? Eupolemo - Sono sempre gli stessi, o Socrate, prima s'inventano le cose e poi le giudicano vere. Uno dei miei concittadini per esempio, un certo Prestiforemo, giura di avere incontrato una notte, tra gli ulivi della sua terra, un extraterrestre in carne e ossa''' Critone - Un extraterrestre? Eupolemo - Sì, un omuncolo di colore verde con due occhi sul davanti e due sul didietro, e con in testa un orecchio rotante per captare i suoni. Ebbene i Tessali, invece di canzonarlo come avrebbe meritato, gli hanno prestato fede e portato doni. Ora addirittura il marpione rifiuta di lavorare la terra e preferisce vivere alle spalle della pòlis, raccontando in continuazione sempre la stessa storia. Mi è stato riferito che per due mine è disposto anche a disegnare su una tavoletta il corpo dell'alieno. Socrate - $è singolare come tutti quelli che hanno visto esseri di altri mondi ce li descrivano sempre di colore verde e mai di un altro colore! Eupolemo - Probabilmente per distinguerli meglio da noi terrestri. A un uomo che ha visto un extraterrestre giallo gli si potrebbe obiettare che ha incontrato un cinese! Critone - Dice Anassagora, dotto in cose celesti, che fino a oggi sono stati segnalati più di duecentomila avvistamenti di Ufo, e che nella foresta di Oreos, nell'Eubea, sono state rilevate impronte gigantesche a forma di zampe di gallina. Socrate - Se qualcuno ha visto dischi volanti

e uomini verdi a passeggio per i boschi, e nel contempo è uomo degno di stima, non vedo perché non credergli sulla parola; tuttavia a me sembra strano come per ben duecentomila volte questi esseri misteriosi abbiano visitato la Terra e poi si siano dileguati nel nulla. Tu, o Eupolemo, sei partito questa mattina da Larissa e immagino che tu abbia impiegato un certo tempo per arrivare ad Atene. Eupolemo - Cinque ore e dieci minuti, da casello a casello. Socrate - E appena giunto in vista delle mura di Temistocle non hai cambiato idea e invertito la marcia per tornare a Larissa? Eupolemo - Non lo avrei mai fatto, o Socrate: se sono venuto ad Atene è perché avevo uno scopo preciso che era appunto quello di incontrare te e Critone. Socrate - Anche gli extraterrestri, debbo presumere, avranno un loro scopo, altrimenti non avrebbero mai intrapreso un così lungo viaggio. Immagino che essi siano ricercatori di civiltà galattiche o persone comunque interessate ai mille e mille interrogativi che la natura può porre agli esploratori dello spazio: materie fino a questo momento ignote, invenzioni strane, alimenti diversi, usi e costumi locali e via di seguito. Ebbene, secondo gli assertori della presenza degli extraterrestri sulla Terra, gli alieni finora avvistati, dopo un viaggio estremamente noioso di due o trecentomila anni, si sarebbero mostrati per qualche attimo a un contadino qualsiasi per poi iniziare immediatamente il viaggio di ritorno. Eupolemo - Certo che è poco credibile. Socrate - $è come se Cristoforo Colombo, una volta avvistate le spiagge dell'America, subito dopo aver udito il suo mozzo gridare

«terra, terra!» avesse detto all'equipaggio: «Bravi ragazzi, adesso torniamo subito in Spagna che la regina Isabella sta in pensiero»; proprio mentre un indigeno stava correndo dal suo capo per dirgli: «Io questa mattina avere visto tre caravelle-Ufo». Critone - Così dicendo, o Socrate, vuoi forse dire che noi siamo i soli abitanti dell'Universo? Socrate - Non oserei mai dirlo, o Critone, anzi, se proprio vuoi sapere come la penso, ti dirò che nell'Universo ci sono migliaia e forse milioni di pianeti abitati; solo che questi mondi non comunicano tra loro a causa delle immense distanze che li separano. Democrito un giorno mi disse che sui pianeti a noi più vicini non ci può essere alcuna forma di vita: Mercurio è una palla infuocata e lo stesso dicasi di Venere, dove le temperature superano i mille gradi. Da Marte in poi, invece, i pianeti, per via della loro lontananza dal Sole, sono più freddi dei ghiacciai del Caucaso. Così stando le cose, per trovare un ambiente più o meno simile al nostro, è giocoforza spostarci su un altro sistema solare. Critone - E quale potrebbe essere il Sole di quest'altro sistema? Socrate - Una stella chiamata Alpha Centauri. Secondo Democrito, è così vicina a noi che, a vederla da un altro punto della Galassia, sembrerebbe attaccata al nostro Sole così come coloro che hanno la vista acuta vedono Mizar attaccata alla sua gemella. Eupolemo - Ebbene, non può essere che a una certa distanza da questa stella, pari a quella che ci separa dal Sole, ci sia un pianeta simile al nostro, con la stessa temperatura, con la stessa atmosfera e con un altro Socrate che proprio in questo momento sta ragionando sulla nostra esistenza?

Socrate - $è molto probabile che così sia, sennonché per raggiungere questo pianeta impiegheremmo tanto di quel tempo, ma tanto (centomila anni ad andare e centomila a tornare), che nessuna spedizione potrebbe mai raccontarci le meraviglie che ha visto. Ecco perché io sono convinto che il primo incontro con un individuo di un altro mondo non potrà mai essere ravvicinato, bensì di tipo radioastronomico. Un bel giorno accadrà che uno dei tanti radiotelescopi puntati verso gli spazi interstellari capterà un segnale diverso da tutti gli altri. In quel momento i nostri astronomi si daranno da fare per decifrarne il contenuto e, usando lo stesso codice, rispondere con un altro messaggio. Eupolemo - $è come spieghi, o Socrate, che tante persone giurino di aver già visto degli alieni e di averci parlato? Socrate - L'animo dell'uomo ha bisogno di nutrirsi di speranza, così come lo stomaco ha bisogno di cibo. La vita invece spesso è amara e non concede scappatoie ai desideri dei mortali. Alcune verità sono senza alternativa: tutti dobbiamo morire, chi è brutto non potrà mai diventare bello, chi è vecchio non potrà mai ritornare giovane e chi vive una vita opaca e senza entusiasmi sa che molto difficilmente riuscirà a cambiarla. E allora che fare? Non resta che rifugiarsi nel mistero, evadere nel trascendente. Ed ecco fiorire da ogni parte le favole, i miti, gli extraterrestri, gli oroscopi, le droghe e gli estremismi politici. Appena nasce la domanda sul mercato, subito appare l'offerta: spuntano come funghi gli sfruttatori delle angosce altrui, gli indovini, i capipopolo, gli spacciatori di droga e i venditori di biglietti della lotteria.

Eupolemo - E cosa si potrebbe fare contro questi mercanti? Socrate - Bisognerebbe cacciarli dai templi! Io ormai sono vecchio e non ho più forza per simili battaglie. Spetterebbero semmai a te, Eupolemo, che sei giovane e robusto. Eupolemo - Ti ringrazio per i consigli che mi dai e per le tue illuminanti parole. Ora però ti lascio, o Socrate, e lascio a malincuore anche te, o Critone, perché ho un appuntamento con Simmia il tebano davanti al cinema Apollo''' Questa sera c'è la prima mondiale del: Ritorno di ET sulla Terra e io e Simmia non vogliamo arrivare in ritardo. (da Oi dialogoi) Vi Socrate e la Tv Socrate - Riposiamoci sotto questo cedro e poniamoci il problema se gli uomini con il passare del tempo diventano migliori o peggiori dei loro padri. Critone - Non vorrei essere giudicato un pessimista come Antistene, ma ho paura che le nuove generazioni non abbiano quelle qualità che di solito vengono attribuite alle persone di buon senso, e che comunque sono indispensabili al filosofo. Socrate - Mio buon Critone, hai tu qualche esempio da portare a difesa di questa tesi? Critone - Purtroppo l'esempio che mi chiedi me lo ritrovo addirittura in casa: parlo, ma forse l'hai già capito, di mio figlio Trasibulo. Il ragazzo, invece di dedicarsi alle buone letture e allo studio della natura, dorme per buona parte della giornata e trascorre notti insonni in un sotterraneo di Atene chiamato «Dioniso Night».

Socrate - E tu invece, Critone, da ragazzo leggevi e studiavi tutto il giorno? Perché questo è il vero problema: il confrontare le qualità e i difetti delle nuove generazioni con le qualità e i difetti che noi anziani avevamo alla loro stessa età. Solo così potremmo capire se l'umanità è diretta verso il Bene o verso il Male. Critone - Temo, o Socrate, che la risposta sarebbe ugualmente negativa. Anche noi, a vent'anni, trascorrevamo la notte per le strade, io ad accompagnare te nel demo Alopece e tu a riaccompagnare me al Ceramico, ma grazie agli Dei parlavamo tra noi, ed è stato appunto questo continuo parlare e questo discutere a formarci l'animo e la mente. Che cosa invece può imparare un giovane dei nostri tempi, se ogni sera si rintana in una buia e fumosa discoteca, dove al massimo potrà ordinare a gesti qualcosa da bere? Socrate - E perché si rifiutano di parlare tra loro? Critone - Non potrebbero farlo nemmeno se lo volessero: il volume della musica è così alto che non consente loro alcun tipo di comunicazione. Se ben ti ricordi, anche noi da ragazzi eravamo soliti ballare il kòrdax e la sìkinnis al chiarore della luna, ma tra un pezzo e l'altro ci riposavamo e avevamo modo di conoscerci. Oggi invece va di moda la disco music, una specie di rumore non ispirato da alcuna Musa, che viene trasmessa di continuo e con la quale tutti ballano da soli, assorti in chissà quali lugubri pensieri. Ecco perché io parlo di figli degeneri, e quando dico degeneri non mi riferisco solo alla mia esperienza familiare, ma penso anche ai figli di Aristide, di Tucidide, di Cimone e di Pericle e li confronto con i loro padri. Socrate - Concedimi, o Critone, di dubitare di

quanto vai dicendo. Anche Temistocle, e prima di lui Senofane, e prima di lui Esiodo, e prima di lui Omero, si lamentavano dei giovani. A sentire costoro, ogni generazione sarebbe stata peggiore della precedente. Ora, se così fosse, i nostri figli sarebbero dei mostri più feroci delle Erinni e delle Moire messe insieme. Io temo invece che, ogni qual volta si torna con la mente ai tempi della giovinezza, un dèmone bonario, nascosto nella nostra memoria, cancelli con un colpo di spugna il Brutto per lasciar filtrare solo il Bello e il Sublime. Basterebbe infatti ricordarsi di Atreo che dette in pasto al fratello Tieste i propri nipotini, di Eracle che uccise Telamone solo perché lo aveva preceduto nell'entrare in Ilio e dei gemelli Preto e Acrisio che lottavano per interesse fin da quando erano in attesa di nascere nel grembo materno, per non essere poi così sicuri della bellezza dei tempi andati. Critone - Sarà come tu dici, o Socrate, ma ascolta il consiglio di un amico che ti vuol bene: se di notte per avventura ti capiterà d'imbatterti in uno sconosciuto, tranquillizzati se si tratta di un uomo della nostra età e abbi paura invece se è un giovane ateniese. Socrate - Caro Critone, ecco venire alla nostra volta Simmia il tebano, chiediamo a lui se anche in Beozia i giovani sono tutti gaudenti e fannulloni. Critone - Caro Simmia, siediti qui sull'erba e partecipa ai nostri discorsi. Io e Socrate stavamo parlando delle qualità delle nuove generazioni. Che tu sappia, in Beozia sono migliori i giovani o i loro padri? Simmia - Non saprei come risponderti, mio buon Critone: gli uni e gli altri non godono della mia stima. A Tebe altro non vedo che uomini e donne seduti a guardare in silenzio la televisione.

Siamo arrivati al punto che in tutta la Grecia dire «beoti» o dire «telespettatori» è diventato in pratica la medesima cosa. Socrate - Consolati, Simmia: anche ad Atene la maggior parte delle persone adulte si rinchiude in casa a guardare la televisione. Ti dirò di più: a volte gli ateniesi accendono la Tv anche quando non desiderano vederla. L'altra sera ero ospite di Callia e notai che durante la cena la televisione restava accesa benché nessuno le prestasse attenzione. Tanto che chiesi al padrone di casa: «Dimmi, mio gentile amico, è forse un lume codesta scatola che tu accendi ogni sera non appena metti piede in casa?». Critone - Io credo che tu, Socrate, parli con tanto astio della televisione perché a causa di essa hai dovuto litigare con Santippe. Mi ha detto Crizia, il figlio di Callescro, che la scorsa settimana la povera donna stava seguendo una telenovela di Aristofane, quando tu, in uno scatto d'ira, le hai fracassato il televisore lanciandogli contro un sasso. Il giorno dopo, nell'agorà, tutti dicevano che quel sasso tu avresti voluto lanciarlo direttamente sull'autore. Socrate - Le cose non sono andate in questo modo, o Critone. Santippe stava guardando un telefilm di Aristofane, quando si è aperta la porta ed è apparso Callicle, quel sofista da strapazzo che una volta ebbi a umiliare in pieno Pritaneo. Callicle era alterato in volto, aveva il naso paonazzo e un sasso in mano: evidentemente doveva essere ubriaco. «Cosa vuoi, Callicle, a quest'ora della notte?» gli ho chiesto, e lui: «Voglio che tu mi dia ragione almeno una volta nella vita: se non mi dici entro un secondo che ho ragione, ti spacco il televisore!». Cosa potevo fare io, povero vecchio, contro un simile energumeno? Ho guardato l'apparecchio, ho

visto che stavano trasmettendo la duecentoventiduesima telenovela di Aristofane e ho risposto: «Credo proprio che tu abbia torto, o Callicle» e lui ha lanciato il sasso. Poi, per calmarlo, gli ho detto: «Va' pure felice per la tua strada, ché questa sera, per la prima volta nella vita, forse hai avuto ragione». Critone - Tu non hai gettato il sasso, o Socrate, ma è come se lo avessi fatto: ti sei servito della mano di Callicle per distruggere il televisore di Santippe. Prima, quando Simmia ci parlava dei Beoti che trascorrono tutto il loro tempo davanti alla Tv, ho intravisto nei tuoi occhi il desiderio di lanciare milioni di sassi! Dimmi onestamente se ho colto il tuo pensiero. Socrate - Sei in errore, mio buon Critone: io non ho nulla contro la televisione, anzi, apprezzo il telegiornale e tutte le trasmissioni che mi consentono di vedere il mondo senza costringermi a fare e disfare le valigie. Sono contrario solo all'uso che tutte le reti, sia di stato che private, fanno del mezzo televisivo. Esse trasmettono in continuazione solo programmi futili e ripetitivi: quiz, serial e show. E come se, invitandomi a un banchetto, tu mi offrissi da mangiare come primo un dolce, come secondo un dolce, come frutta un dolce e, infine, come dolce un dolce. Critone - Perché non ne parli agli altri e non li convinci a mutare indirizzo, nei loro palinsesti? Socrate - Ho tentato di farlo ma è stata fatica inutile: uno degli arconti voleva il predominio sulle reti di stato e l'altro proteggeva le trasmissioni private. Il primo ha favorito il secondo con un decreto e ha ricevuto in cambio maggior potere nelle reti della pòlis, ma nessuno dei due ha tutelato l'interesse degli ateniesi.

Simmia - Come utilizzeresti tu, o Socrate, la televisione, se ne avessi il potere? Socrate - Come prima cosa eliminerei il monoscopio. Simmia - Il monoscopio? Socrate - Sì: lo sostituirei con un programma educativo di bassissimo costo. Simmia - E quale? Socrate - Vedi, Simmia, noi qui ad Atene abbiamo un grande problema: il numero dei criminali aumenta ogni giorno a vista d'occhio e le nostre carceri non sono più sufficienti a contenerli tutti. Per fare entrare i nuovi malfattori spesso si è costretti ad accordare la libertà provvisoria a quelli vecchi e ogni quattro o cinque anni viene concessa un'amnistia, il che non è di esempio al popolo. Simmia - E questo, cosa ha a che vedere questo con la televisione? Socrate - Un momento ancora e lo saprai. Ascolta questa storia di Solone il Grande. Simmia - Ti ascolto, o Socrate. Socrate - Un giorno un ladro entrò in casa di un vecchio cieco e gli rubò tutto quello che aveva; qualcuno però lo vide uscire dalla casa dove aveva commesso il furto e il giorno dopo fu trascinato in catene davanti a Solone. Disse il saggio al mariuolo: «Chiudendoti in carcere ti farei un favore, perché ti aiuterei a nascondere la vergogna. Io invece preferisco che tu venga esposto nella pubblica piazza: solo così potrai sapere che cosa gli altri pensano delle tue azioni» e lo fece appendere in una gabbia tra le colonne del tempio di Zeus. Simmia - Non riesco ancora a vedere la conclusione del tuo ragionamento, o Socrate. Socrate - Sii più paziente, o Simmia, e capirai. Solone quel giorno aveva inventato la berlina,

aveva cioè capito che l'esposizione in pubblico di un criminale poteva essere una pena più educativa di qualche anno di carcere. Oggi però, non esistendo un'agorà così vasta da poter contenere tutti i cittadini dello stato, io propongo di adottare in sua vece il video, ovvero la piazza televisiva, e di esporre la testa del reo al posto dell'inutile monoscopio. Critone - E pensi che i colpevoli si vergognerebbero? Socrate - Senz'altro, se il loro caso venisse spiegato nei minimi particolari. Vi faccio degli esempi: la Finanza fa un accertamento su Erissimaco il chirurgo e scopre che ha denunziato molto meno di quanto non abbia guadagnato. Allora il giudice lo condanna a sette giorni di monoscopio e alla seguente soprascritta: «Questo è Erissimaco, figlio di Acumeno, evasore fiscale; come chirurgo è solito percepire due milioni di mine per una semplice operazione di appendicite e nel contempo non dichiara mai più di un milione e mezzo di mine al mese». Altro caso: due teppisti scippano una vecchia signora e vengono arrestati. Il tribunale li condanna alla teleesposizione per due mesi. Ogni sera gli spettatori, accendendo la Tv, vedrebbero uno dei due teppisti con la testa infilata in una gogna e sotto la scritta: «Individuo particolarmente vigliacco: in compagnia di un compare picchiava una vecchietta di settant'anni e le sottraeva le duecentomila lire della pensione; il volto del complice verrà trasmesso questa sera alle 22.30 sulla Rete Uno». Critone - E non hai paura, o Socrate, che qualche truffatore, pur di apparire in Tv, incrementi i suoi delitti? Socrate - Indubbiamente esiste questo rischio,

tuttavia dobbiamo far ricorso ai residui di onestà che si annidano nell'animo degli uomini per migliorare il mondo. Critone - E non pensi che la televisione possa migliorare il mondo più di quanto tu non riesca a fare parlando con gli ateniesi, porta a porta? Socrate - Forse potrebbe farlo. Resta comunque il problema che la televisione non accetta domande, è come un uomo che parla in continuazione senza mai prestare ascolto. Critone - Non è quello d'ascoltare il suo compito, bensì quello d'informare. Si presume che, a seguito delle notizie trasmesse, possa poi aver luogo una discussione tra gli spettatori. Socrate - Mai vista una famiglia ateniese spegnere il televisore per dare inizio a un dibattito. No, mio buon amico, temo proprio che il nostro secolo sia condannato alla passività! Donne che trascorrono la vita in silenzio a guardare la televisione, uomini che vanno a vedere la partita di calcio senza praticare uno sport, ragazzi e ragazze che ballano da soli senza mai sussurrarsi poetiche frasi all'orecchio! Dammi ascolto, o Critone, è la parola il vero dono di Dio, è il dialogo l'unica alternativa che hanno i nemici per evitare la contesa. Beati coloro che parlano, anche quando parlano troppo. (da Oi dialogoi) Note (1) Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Ii, Vi, 48. Trad' it' di M' Gigante, Laterza, Bari 1962; #;a ediz' riveduta e accresciuta 1976. (2) Platone, Teeteto, 149 a. L'edizione italiana delle opere platoniche qui liberamente utilizzata è: Opere, 2 voll', Laterza, Bari 1966, ora anche

in ediz' tascabile. (3) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 21. (4) Ibid', Ii, V, 19. (5) Plutarco, Dialogo sull'amore, 750 d. Cit' in Robert Flacelière,: La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle, Rizzoli, Milano 1983, p' 147. (6) Senofonte, Jerone, 1, 33. (7) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 33. (8) Ibid', Ii, V, 36. (9) Senofonte, Simposio, 2, 10, in: Socrate. Tutte le testimonianze: da Aristofane e Senofonte ai Padri cristiani, a cura di G' Giannantoni, Laterza, Bari 1971. Cfr' Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 26. (10) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 36. (11) Aristotele, fr' 93 Rose. Cfr' Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 26. (12) Plutarco, Vita di Aristide, 27, in Vite parallele, trad' it' di C' Carena, Einaudi, Torino 1958. (13) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 26. (14) Brunetto Latini,: Fiori e vita di filosafi e d'altri savi e d'imperadori, cap' Vii, La Nuova Italia, Firenze 1979. (15) Dante Alighieri, Inferno, Xv, 32. (16) Platone, Simposio, 219 e-220 d. (17) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 25. (18) Platone, Simposio, 221 b. (19) Platone, Apologia di Socrate, 32 c. (20) Ibid', 32 b. (21) Empietà: atto sacrilego, vilipendio della religione di stato. (22) Jacob Burckhardt,: Storia della civiltà greca, Sansoni, Firenze 1955, vol' Ii, p' 27. (23) Amìs (pl' amìdes): «il vaso che è necessario tenere in camera». Cfr' Aristofane, Vespe, v' 935; Tesmoforiazuse, v' 633.

(24) Oscoforie: festeggiamenti in onore di Dioniso. Le feste iniziavano con un corteo di ragazzi e ragazze (non orfani) che portavano tralci di vite carichi d'uva e terminavano con un'ubriacatura generale al grido di eleleû iù iù. (25) R' Flacelière, op' cit', cap' Ix. (26) Falero: antico porto di Atene, prima dell'arcontato di Temistocle. (27) Sull'ostracismo cfr' R' Flacelière, op. cit, cap' Ix; J' Burckhardt, op' cit' vol' I, p' 7; J' Carcopino, L'ostracìsme athénien, Alcan, Paris 1935. (28) Plutarco, Vita di Aristide, 7. (29) L'accusatore veniva multato per mille dracme solo nel caso che non ottenesse almeno il quinto dei voti a favore dell'accusa. (30) Sui logografi cfr' J' Burckhardt, op' cit', vol' Ii, p' 43; R' Flacelière, op' cit', p' 297. (31) Aristofane, Nuvole. (32) Maza: farina d'orzo. (33) Collegio di magistrati che sovrintendevano alle prigioni. (34) Il Pritaneo era l'edificio sacro dove venivano mantenuti, a spese dello stato, i cittadini che avevano conquistato l'alloro olimpico. (35) Palamede fu accusato di furto e lapidato, per colpa di quel figlio di buonadonna di Ulisse che aveva nascosto nella sua tenda l'oro di Priamo. Aiace, figlio di Telamone, si uccise per essere stato privato ingiustamente delle armi di Achille. (36) Platone, Opere, cit', vol' I (1971 #;a); :Processo e morte di Socrate, Lattes, Torino 1981. (37) Quando Teseo partì per Creta con le sette

coppie di vergini e di bambini da dare in pasto al Minotauro, gli ateniesi fecero un voto: se le vittime si fossero salvate, avrebbero inviato a Delo, ogni anno, un'ambasceria in onore del Dio Apollo e ad Atene, durante tutto il viaggio della nave, nessuno sarebbe stato ucciso per ordine dello stato. (38) Ermogene era noto come «il povero» perché, oltre a essere povero, era anche il fratello di Callia, l'uomo più ricco di Atene. (39): Dal Fasi alle colonne d'Ercole: dall'estremità orientale del Mar Nero allo stretto di Gibilterra. (40) Dodecaedro costituito da dodici pentagoni, in pratica quasi una sfera. Così come la descrive Socrate, questa palla doveva essere simile ai nostri palloni di calcio. (41) «Oilloco, oilloco, fuitavenne!» non è un'espressione greca, ma napoletana, e vuol dire: «Eccolo, eccolo, fuggite!». In realtà gli ateniesi avranno gridato: «:Idoù autòn, idoù autòn, féughete!». (42) Platone, Lachete, 18 e. (43) Diogene Laerzio, op' cit' Ii, V, 21. (44) Platone, Fedro, 230 b-e. (45) Platone, Teeteto, 149 a-150 c. (46) Platone, Fedro, 274-275. (47) Plutarco, Vita di Aristide, 7. (48) Platone, Menone, 71-72. (49) Fin qui il Menone. Il secondo esempio, quello della Bontà, è stato aggiunto dall'autore per meglio illustrare il concetto di universale. (50) Plutarco,: Il dèmone di Socrate, 580 d-f. Trad' it' Adelphi, Milano 1982. (51) Platone, Apologia, 31 d. (52) Platone, Repubblica, Iv, 433 a. (53) Qui Platone fa riferimento a un gioco popolare (una specie di Monopoli del Iv secolo),

dove su una scacchiera di sessanta spazi ogni giocatore doveva conquistare quanti più lotti poteva. (54) $è già tanto che Platone non abbia consigliato di ammazzarli. Nell'antica Grecia i bambini, nei primi giorni di vita, correvano brutti rischi: a volte bastava una crisi di pianto perché si accusasse il neonato di scarsa virilità. Gli spartani eliminavano anche i più gracilini e gli ateniesi avevano l'abitudine di «esporre» i meno riusciti, nel senso che li deponevano sulla pubblica piazza a disposizione di chi li volesse allevare come schiavi. (55) Platone, Leggi, Iv, 705 a. (56) G'B' Klein,: Platone e il suo concetto politico del mare, Lumachi, Firenze 1910, pp' 11 sgg'. (57) Platone, Leggi, Iv, 704 b. (58) A titolo d'esempio riportiamo una delle definizioni di democrazia attribuite a Platone nel libro di Popper,: La società aperta e i suoi nemici (Armando, Roma, 1973): «La democrazia nasce quando i poveri, dopo aver riportato la vittoria, ammazzano alcuni avversari, altri ne esiliano, e si spartiscono con i rimanenti il governo e le cariche pubbliche». (59) Platone, Politico, 291 d. (60) Platone, Repubblica, Viii, 562 c. (61) Il dialogo era Liside; cfr' Diogene Laerzio, op' cit', Iii, 35.

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