la Repubblica

MARTEDÌ 15 GENNAIO 2013

CULTURA

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L’ARTE DELGIUDIZIO/6.
Per il filosofo inglese bisogna valutare con sguardo compassionevole, “senza ricondurre a sé ogni cosa”
FRANCO MARCOALDI LONDRA olto più famoso all’estero che in Italia (secondo un giudizio del New Yorker, spesso citato, addirittura «il filosofo più influente al mondo»), Roger Scruton si autodefinisce un conservatore. Ha insegnato in diverse università inglesi e americane, collabora con New Statesman e Wall Street Journal, scrive musica e vive assieme alla moglie e ai figli nella campagna del Wiltshire. Nella sua variegata opera (che spazia dalla filosofia alla politica all’estetica, ivi compreso un libro sulla Bellezza edito da Vita e Pensiero), il filo rosso è rappresentato proprio dall’arte del giudizio, di cui Scruton rivendica il fondamento razionale. «Tutti possiamo giudicare razionalmente, se impariamo ad astrarre dagli interessi e dai desideri individuali. In una corte di giustizia, il giudice sarà in grado di svolgere al meglio il suo compito solo osservando i dati di fatto in modo imparziale, senza alcun interesse personale. Ma proprio qui sta la difficoltà maggiore: non ricondurre a sé ciò che si deve giudicare. Le cose vanno sempre valutate con uno sguardo compassionevole, perché il mondo è molto più grande e più importante di noi. Se si fa propria questa attitudine, allora il giudizio torna ad essere possibile. E sensato». I postmodernisti, però, affermano che non essendoci una verità da raggiungere, il giudizio si riduce a un semplice gioco di opinioni, di gusti tutti ugualmente legittimi. «Io penso che l’ortodossia postmodernista abbia intrapreso una strada totalmente sbagliata». Peccato sia quella prevalente da svariati decenni. «Per forza: è il cavallo di Troia di un individualismo trionfante. Sa, c’è una buona ragione per definirsi postmodernisti. È facile, vantaggioso: basta dire che ciascuno può fare ciò che vuole e nel modo che vuole. Ma è un completo nonsenso. Innanzitutto in termini logici. Se i postmodernisti affermano che non esiste alcuna verità da cercare, non si capisce come possano poi ritenersi i depositari della medesima». Il giudizio cerca la verità e per farlo ha bisogno di autorità. Ma come ha scritto con icastica efficacia George Steiner, siamo passati dall’epoca dell’autorità a quella della celebrità. «È un’immagine felice, che senz’altro vale per la cultura popolare: con la celebrità di turno che impone gusti, preferenze, comportamenti. Tutte cose abbastanza facili da smascherare in termini razionali. Ma non è vero che abbiamo perso il senso dell’autorità. Magari facciamo fatica a riconoscerla, ma nel nostro cuore ne avvertiamo la presenza. L’autorità divina, nel corso del tempo, è stata via via mediata da istituzioni come la Chiesa, la Monarchia, la Legge, che in tal modo si sono impadronite di quella eredità. Così anche oggi, pur portati a dubitare dell’esistenza dell’autorità divina, conserviamo comunque un’idea di autorità. Un buon esempio è offerto dalla Legge, specialmente qui in Inghilterra, dove è molto rispettata: riconosciamo che è creata dalle persone, ma riveste un’autorità che supera le persone. Ecco un altro punto su cui la teoria postmodernista e iper-individualista fa acqua. Di fronte a un criminale che attenta alla nostra incolumità, tutti, compresi i filosofi postmodernisti, invocano l’autorità della legge». Per lei è centrale la figura di T. S. Eliot e quell’idea di «buon senso» che cerca di alimentare nel lettore. «Eliot parla del “comune perseguimento del giudizio vero”. E si ritorna così alle cose di cui stavamo discutendo. Quando cerchiamo di fare qualcosa in comune mettendo da parte le pulsioni individuali, quando assumiamo il punto di vista dell’altro alla pari del nostro, scopriamo che il

M

“Essere migliori significa essere all’altezza dell’arte”
significato più profondo della vita umana è la ricerca dell’armonia. E l’arte è parte essenziale di questa ricerca. Ecco perché l’esercizio critico di Eliot spinge verso una forma di giudizio tesa al “giusto sentimento”: non perché vuole gli esseri umani identici gli uni agli altri, ma perché li vuole in uno stato di armonia. Così come dovrebbe accadere a una buona famiglia seduta per cena intorno a un tavolo». Le chiedo: è ancora possibile definire uno standard comune del gusto? «Più che altro mi sembra necessario tornare ai paradigmi della nostra tradizione. Se lei entra agli Uffizi e vede la Venere di Botticelli e poi torna a casa e ascolta una fuga di Bach, magari non saprà il come e il perché, ma sente che ha a che fare con delle cose straordinariamente belle. Questi veri e propri tesori andrebbero rimessi in movimento nel processo educativo, consentendo alle persone di stabilire con loro una relazione creativa: sulla base della propria esperienza, dei propri convincimenti, delle proprie associazioni mentali. Per tornare a distinguere, in modo immediato, ciò che è bello da ciò che non lo è. Ma è proprio questa immediatezza condivisa che manca. Mentre in determinati ambiti, penso al cibo, si assiste a un indubbio raffi-

Roger SCRUTON
La serie
Quella con Roger Scruton chiude la serie di interviste a esperti di diverse discipline sui criteri da adottare per emettere giudizi. Il primo interlocutore è stato Jean Starobinski (29 dicembre), seguito da Carlo Ossola (3 gennaio), Francesco Saverio Borrelli (5 gennaio), Teresa Cremisi (7 gennaio) e Paolo Ricca (10 gennaio) Lei sostiene però che esiste un ambito in cui è facile per chiunque distinguere il buon gusto dal cattivo gusto: l’umorismo. «Si immagini un mondo in cui si ride soltanto delle disgrazie altrui. Sarebbe un inferno. Se un bambino si diverte a scherzare offendendo il prossimo, il genitore lo riprende. Magari il bambino continua, perché i bambini, si sa, sono crudeli. Ma crescendo, imparerà a non farlo più. Imparerà a ridere in modo meno infantile. Più adulto. Prenda le commedie di Molière: se sono così meravigliose è perché mettono in burla degli aspetti umani che ci fanno davvero capire qualcosa di più su di noi. Mentre, viceversa, esistono delle farse grossolane che non ci insegnano nulla e indulgono inutilmente su istinti primitivi. Come vede, possiamo perfettamente distinguere tra humour educato o meno. E questo dovrebbe valere per l’intero l’ambito estetico». Viviamo una stagione, lei dice, di profanazione dell’arte. Non pensa che questo accade perché non ci sentiamo all’altezza di ciò che la vera arte ci richiede? «Confrontandosi seriamente con l’arte, ci accorgiamo che essa ci chiede di essere delle persone “migliori”. Ci chiede di vivere a un livello spirituale superiore. Lo si avverte bene confrontandosi con l’opera di Wagner, che invita a un ideale eroico rispetto al quale lo spettatore non si sente, per l’appunto, all’altezza. Perciò si preferisce ridicolizzare le sue opere, come avviene puntualmente in moltissimi allestimenti. Penso che parte del problema sia proprio questo: l’arte impone un confron-

to con modelli spirituali e morali che non riusciamo a sostenere». A dire il vero, però, già i romantici inglesi parlavano di fascino della corruzione… «Se è per questo anche Baudelaire. E poi Eliot nella Terra desolata. Ma Eliot descrive ciò che è sordido con parole che rimandano all’esatto contrario. La vita, nelle sue forme più basse, infime, viene riscattata attraverso l’arte e la bellezza». Oltre alla profanazione, lei indica come ulteriore nemico dell’arte, il kitsch. Quali sono i due differenti ruoli di queste figure? «Il kitsch incarna una bellezza falsa, la profanazione invece rappresenta un attacco alla sacralità della bellezza. Il kitsch risponde a un desiderio ancora diffuso di raggiungere una certa idealizzazione umana senza pagare alcun prezzo. E così si trasforma in una falsa emozione. La profanazione è una vera e propria vendetta nei confronti della bellezza e della sua funzione di innalzamento spirituale. Perché la bellezza non passa soltanto attraverso i sensi, ma impegna tutto il nostro essere. Rappresenta una sorta di rivelazione di ciò che siamo e di ciò che il mondo è per noi: insomma, è la risorsa più grande di una vera e propria riconciliazione».

“L’ortodossia postmoderna sbaglia sostenendo che non esiste alcuna verità da cercare e che ciascuno può adottare i criteri che vuole”
namento generale, forse non altrettanto si può dire dell’arte. Tra un’opera di William Kentridge e una di Damien Hirst per me c’è un abisso evidente, ma a giudicare dal successo del secondo la cosa non è affatto pacifica. E qui si torna al discorso sulla celebrità. Hirst si muove dentro quella logica e dunque propone delle “opere”, soi disant, che devono soltanto colpire, impressionare, scioccare. Non c’è niente di particolare da capire e non bisogna applicarsi più di tanto. Tutto è facile, come accade nell’universo delle celebrità. Il fatto è che un tempo, nei confronti dell’opera, c’era un autentico interesse estetico, volto a cercarne il suo senso spirituale, morale, politico. Ora tutto questo è scomparso, a vantaggio di un’occhiata distratta, la stessa che si può rivolgere a un’inserzione pubblicitaria».

“Si scambiano autorità e celebrità. Tra un’opera di Kentridge e una di Hirst c’è un abisso nascosto dal successo del secondo”
Lei però afferma che questa riconciliazione, questa felicità, non è figlia del piacere. È piuttosto legata al sacrificio, all’abnegazione. «È il messaggio della civiltà cristiana. La felicità si lega alla capacità di riconoscere il nostro vicino, di amarlo come amiamo noi stessi. Non è forse anche questa una forma di disciplina dell’abnegazione? Mettendo noi stessi al di sopra di tutto il resto, non incontreremo nessuna soddisfazione, ne stia pur certo. Cancelleremo il prossimo e creeremo un vuoto intorno a noi. È una lezione molto semplice, ma molto profonda. I nostri nonni e i nostri genitori lo avevano imparato leggendo i Vangeli. Noi forse ci arriveremo percorrendo un’altra strada». (6-fine)
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DISEGNO DI GABRIELLA GIANDELLI

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